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1 Leader CAM snc di Centazzo Livio & Company via dei Fabbri, Maniago (Pn) Italy Tel. (+39) Fax (+39) abbiamo fatto la storia delle forbici Per una lettura rapida solleva qui.

2 LEGENDA ICONE AFFILATURE RASOIO CONVEX MICRODENTATA LAME DENTELLATURA FINA DENTELLATURA MEDIA DENTELLATURA LARGA DENTELLATURA TULIPANO DENTELLATURA RICURVA DENTELLATURA SOTTO DENTELLATURA SOPRA DENTELLATURA DOPPIA IMPUGNATURE CLASSICA ERGONOMICA ANELLO PIEGATO CUSCINETTO A SFERA ANELLO GIREVOLE INDICE DI QUALITÀ

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5 PREFAZIONE DEI TITOLARI, STORIA DELLA DITTA LEADER CAM 5 STORIA DI MANIAGO, il perché di un eccellenza 6 UNA COMPETENZA CHE AFFONDA LE SUE ORIGINI NELLA LEGGENDA 8 CENNI STORICI DEI GIACIMENTI MINERARI IN FRIULI 12 BREVISSIMA STORIA DELLA FORBICE 14 DALL ACCIAIO AL PRODOTTO FINITO 18 SFOLTIRE E SFILARE CON LE FORBICI 26 LE NOSTRE CREAZIONI 38 INDICE ANALITICO 88 BIBLIOGRAFIA 90 RINGRAZIAMENTI 90

6 L E A D E R C A M LEADER CAM 4

7 Ogni grande prodotto nasce dal cuore Leader CAM venne fondata da Alberto Centazzo alla fine della seconda guerra mondiale come piccolo opificio per una produzione generica. Ben presto, però, ci si indirizzò verso la specializzazione, fabbricando forbici da sarto, per le quali era richiesta alta qualità nel tipo di acciaio utilizzato. La grande esperienza e perizia di Alberto è stata tramandata ai figli, Livio e Gian Quinto, ora titolari di Leader CAM. Forti della nostra storia, abbiamo dato nuovo impulso all azienda, credendo nel nostro lavoro e costruendo la nuova fabbrica nel 1976, dopo il tragico terremoto. Nel nuovo sito, l azienda ha iniziato la produzione di forbici per parrucchieri, utilizzando dapprima i più consueti acciai al carbonio e specializzandosi in seguito nella lavorazione di acciai speciali. Il fulcro centrale della nostra attività, in cui riponiamo la nostra vitalità e il nostro orgoglio, è la formazione di personale super qualificato, che sappia apprezzare e valorizzare il proprio lavoro e che abbia consapevolezza che i nostri prodotti vengono utilizzati da professionisti per i quali le forbici sono uno strumento essenziale. Grazie alla cura quasi esasperata che mettiamo in tutte le fasi della lavorazione dei nostri manufatti, coltiviamo l obbiettivo di entrare in mercati sempre più raffinati e legati alla cosmetica e al beauty. Studiamo sempre nuovi progetti e affiniamo quotidianamente le tecniche di finitura. Con una punta di orgoglio, ci riteniamo davvero dei leader e se c è una concorrenza è proprio quella che facciamo a noi stessi, per migliorare il nostro prodotto nella qualità e nel design. Crediamo nel nostro lavoro, nella nostra passione e nell abilità di produrre. Sappiamo di avere una clientela di prestigio ed esigente, ma siamo anche certi che tutti i nostri referenti vedono e sentono che in ogni nostro manufatto ci sono esperienza e cuore. Livio e Gian Quinto Centazzo 5

8 L E A D E R C A M STORIA DI MANIAGO, il perché di un eccellenza Maniago è la città dei coltelli: così viene comunemente definita dalla gente e negli opuscoli informativi. Si trova non molto lontano da Venezia a sud (circa 100 km) e dal confine austriaco a nord (anche qui, all incirca 100 km). È un paese in cui il tempo sembra essersi fermato, in cui i sogni di antiche popolazioni continuano a sopravvivere nonostante la tecnologia e l industria. Un luogo che popoli di antiche civiltà hanno visitato e nel quale hanno lasciato la loro sapienza e la loro cultura in eredità a chi oggi ha deciso di continuare la lavorazione dei metalli. Si narra che Maniago nasca dalle rovine di una più vecchia e mitica città, di cui parla anche Plinio Il Vecchio, nella sua Naturalis Historia. Un luogo mitico e leggendario in cui le nostre tradizioni parrebbero affondare le proprie origini. La città sarebbe nata come avamposto lungo l importante strada di comunicazione che dalla pianura veneta portava, attraverso il San Lorenzo, verso le montagne della Carnia e dell Austria. Un territorio collinare-montuoso, in cui gli abitanti romani di Caelina seppero adattarsi, scoprendo quanto potesse tornare utile l acqua del torrente Colvera, che con la sua forza poteva muovere grosse ruote collegate a magli. La leggenda potrebbe essere smentita dalle ultime ricerche condotte da Serena Vitri, della Soprintendenza Archeologica e per i BAAAS del Friuli Venezia Giulia, negli anni Le ricerche hanno portato alla luce strutture murarie ricollegabili a edifici romani, frammenti di ceramica con iscrizioni paleovenete e molti altri reperti, smentendo la credenza che Caelina si potesse localizzare presso la zona di Maniago Libero, dove il ritrovamento di reperti romani di varia natura, nel corso degli anni, aveva indotto a supporre. Quale che sia la verità, ancora oggi, a distanza di anni dagli ultimi lavori della Vitri, non vi è certezza. Quello che sembra invece un dato con un fondamento preciso, è la tradizione che si perde nella notte dei tempi e che sancisce la vocazione del popolo Maniaghese per le lame. Le armi che venivano fabbricate per i soldati di Roma, hanno continuato a essere prodotte ben oltre la caduta dell Impero, nel Medioevo. Da questo punto, possediamo per il feudo di Maniago origini certe, documentate; così come esistono documenti che testimoniano la continuità della grande passione degli artigiani locali: grazie ai primi battiferro e all utilizzo delle acque torrentizie che scendevano dalla Val Colvera, fabbricavano armi per i soldati della Serenissima Repubblica Veneziana, che nell entroterra cercavano i materiali migliori, così come fu per il legname pregiato dei galeoni del Doge, portato dal bosco del Cansiglio. Sappiamo che a Ravenna, il 12 gennaio 981 l Imperatore Ottone II, con un diploma, conferma alla chiesa Aquileiense i possedimenti della corte di Maniago, del Monte di Maniago, nonché la Pieve di San Mauro. Intorno all anno Mille venne eretto il castello che era feudo di abitanza e palazzo Patriarcale. L antico castello sorgeva sul Colle degli Olivi. Il territorio era diviso in due parti: quella che comprendeva Maniago Libero, sotto l Abbazia di Millstadt in Carinzia (1177); e l altra sotto un gruppo di famiglie di origine e provenienza ignote che, consorti del feudo, si chiamarono Di Maniago : investite alcune di Feudo di Ministero ed altre di abitanza. Non si fregiavano del titolo di Dominus perché esso apparteneva solo a chi fosse investito di feudalità. Ad oggi il Comune di Maniago ha un territorio molto vasto, una popolazione in linea con le dimensioni che negli anni ha conquistato e può vantare una tradizione artigianale di grande prestigio, conosciuta e riconosciuta in tutto il mondo. Le lame, negli anni, sono state vita e sostentamento per quelle famiglie che in esse hanno saputo e, a volte caparbiamente, voluto trovarvi fortuna. Dai coltelli alle spade; dalle forbici agli utensili più comuni per la vita contadina e quotidiana; dalle armature alla manicure; la sapiente mano dei fabbri da grosso e quella dei fabbri da fino, ha saputo lavorare con perizia il Ferro, la nostra amata la materia prima. qui sopra: Maniago, veduta del Duomo 6

9 Ritratto di Matidia, sorella dell imperatore Traiano Tivoli (Rm), Villa Adriana; 112 d.c. Marmo Evidentissimo in questa acconciatura l uso di un posticcio frontale, che assume l aspetto di un inverosimile corona a riccioli spiraliformi, il cui punto di attacco alla fronte è sottolineato e allo stesso tempo nascosto da una fascetta ricoperta di capelli. Musei Capitolini, Roma Nell antico Egitto le donne portavano i capelli lunghi raccolti in trecce che ricadevano sulle spalle, spesso libere o tenute da una fascia, da un pettine o ornate con cerchi metallici e coroncine. La più famosa è l effige di Cleopatra, raffigurata con lunghi capelli neri, lucenti e lisci. Anche le donne greche portavano capelli lunghi: più la chioma era fluente, più si potevano sfoggiare vistose acconciature sinonimo di avvenenza. La pettinatura era semplice: una scriminatura al centro e due bande di capelli lungo i lati che venivano poi raccolti sulla nuca, per essere legati con nastri o trattenute con retine, diademi, spilloni o pietre preziose. Lo stesso Apuleio descrisse i capelli annodati in folte trecce che coronavano il capo delle donne, sottolineando che, senza la seduzione di una bella capigliatura, a nulla valevano oro o diamanti, o vesti adorne di ricchi finimenti. 7

10 L E A D E R C A M UNA COMPETENZA CHE AFFONDA LE SUE ORIGINI NELLA LEGGENDA La leggenda racconta di una miniera di ferro sita a nord est del Castello di Maniago, proprio dove il torrente Colvera incontra la pianura, uscendo dallo stretto passaggio in cui si incanala pochi chilometri più a monte. Una miniera nata in epoca antichissima e grazie alla quale sorsero i primi battiferro. Proprio grazie alla materia prima, che pare fosse estratta da quella cava a cielo aperto, l arte fabbrile ebbe un fertile e prospero inizio già in epoca antica. Probabilmente il popolo nomade dei Reti, ancora prima dei Celti e dei Romani, fece la sua comparsa in queste zone portando con sé una cultura superiore nella forgiatura, lasciandola in eredità a chi decise in seguito di insediarvisi definitivamente. Non ci sono notizie certe, ma si dice che i Reti avrebbero lavorato in questa miniera fino all epoca romana, estraendo il materiale per le lavorazioni artigianali, dagli aratri alle lame delle armi militari. Oggi purtroppo, e nonostante le ricerche storiche e archeologiche, non si può controllare attendibilmente l esistenza di tale miniera. Possiamo ipotizzare che fosse localizzata presso la grande insenatura conosciuta con il nome di Fous: una vecchia cava utilizzata per l industria cementiera, oggi chiusa per proteggere l ambiente. Una seconda ipotesi indicherebbe un altra miniera di ferro presso il Monte Fara, ovverossia il Monte Ferra citato da Giacomo Valvasone di Maniago nella sua Descrizione di Maniago. Il fatto stesso che esistesse una miniera di questo materiale prezioso, era di grande aiuto alla popolazione in epoche in cui le vie di comunicazione tra paesi lontani erano difficilissime da percorrere con difficoltà evidente a trasportare le materie prime. Comunque, i primi fabbri, grazie alla loro superiorità nel modellare e lavorare il minerale ricavato dalla miniera, esportarono la loro scienza in tutto il territorio. Ci fosse o no la miniera, sappiamo che i Reti continuarono a lavorare il ferro anche dopo il suo esaurimento, ricevendo la materia prima dal Norico, attraverso la Via del Ferro, che dalla parte montana scendeva verso la pianura attraversando le nostre terre. I Celti in seguito furono abilissimi nell estrarre i minerali di ferro, rame, stagno, argento e oro, in galleria, attraverso una tecnica avanzata per l epoca, per forgiare oggetti di ogni tipo. Abilissimi e peritissimi artigiani del ferro e grandi costruttori di armi, seppero produrre per secoli straordinari oggetti in metallo. Proprio a questo popolo si attribuirebbe la scoperta della stagnatura. Anche nel libro di Bruno Malattia, I coltellinai di Maniago, viene riportata la leggenda delle origini dell arte fabbrile: Nei tempi in cui le legioni romane percorrevano la Venetia, sulle strade che portavano alle regioni di confine dell Impero, verso le genti bellicose dei Quadi e dei Marcomanni, verso le terre della Pannonia e le distese sterminate della barbara Sarmazia, per esse a Concordia Sagittaria si costruivano le frecce e a Maniago le armi d asta. Gli artigiani di Maniago cavavano dal fianco della montagna il ferro necessario per la lavorazione; e dalle selve, che coprivano i monti, il legname che, ridotto a carbone, serviva a temperare le lame. Accanto agli strumenti da guerra, nelle fucine si modellavano attrezzi per il lavoro dei campi e per le opere di pace. Nella pagina a fianco: Ritratto di Barbara Pallavicino Alessandro Araldi 1510 ca. Tempera su tavola L effigiata reca uno splendido esemplare di coazzone, lunghissima treccia posticcia fissata da un elegante calottina di supporto; l acconciatura, particolarmente rappresentativa dell ultimo ventennio del XV secolo, è corredata da una raffinata lenza frontale o ferronière alla quale è appeso uno sfarzoso pendente dalle beneauguranti proprietà. Sotto: veduta di Maniago. 8

11 Anche all epoca dell Impero romano le donne tenevano particolarmente alle proprie folte chiome ondulate che venivano schiarite col miele e spesso acconciate in veri e propri monumenti di trecce. I capelli corti si portavano soltanto in segno di lutto o per punizione o in segno di servitù. Le donne si recidevano i capelli sulle tombe dei propri cari, sacrificando con tale gesto quello che avevano di più caro. I mariti traditi castigavano le mogli infedeli con il taglio dei capelli, costringendole a non uscire di casa: tale era il disonore per la donna di non poter mostrare la propria chioma. Alle schiave venivano invece tagliati se non addirittura rasati del tutto. La cura dei capelli delle matrone romane era affidata ad ancelle dette ornatrix, costrette a destreggiarsi quotidianamente tra impalcature di riccioli, trecce, nastri e spilloni nel non facile compito di rendere bella anche chi non lo era, pena le ire delle lunatiche e pretenziose padrone. 9

12 L E A D E R C A M Altri passi raccontano: Tanta era la fama raggiunta dall industria che Poffabro assume il nome che ancor oggi porta dall esser posto dopo il paese dei fabbri Post Fabros. Stando a quanto sappiamo e conosciamo a grandi linee, non è quindi da escludere che il primo nucleo abitativo dei nostri avi fabbri forgiatori, fosse situato in prossimità dello sbocco che il Colvera ha dopo aver attraversato lo stretto passaggio tra il Monte San Lorenzo e Monte Jouf. Una cosa di cui si conosce con certezza l esistenza, è l antica tecnica che i fabbri forgiatori dei battiferro utilizzavano per la saldatura dei metalli tramite il Saldam : composto formato da silice, quarzo, pirite, ossido d alluminio e altri residui. Il procedimento consisteva nel gettare sul pezzo fucinato il materiale che, dopo essersi liquefatto, aveva la proprietà di creare una protezione vetrosa dello spessore di qualche millimetro, che evitava sia l ossidazione, sia la combustione del carbonio contenuto nel metallo ferroso. Nel gergo dei battiferro questa operazione veniva denominata bulidura, corrispondente alla odierna saldatura. A causa delle scarse vie di comunicazione, il vantaggio di avere la materia prima a disposizione, dette il via alla prospera e fortunata storia di quello che oggi possiamo definire il nostro artigianato locale. Decine e decine di piccole e medie industrie private producono in proprio, grazie alla passione dei loro titolari, oggetti di ogni tipo e valore, che vanno dalla forbice al coltello, dall arma antica all oggetto per la manicure. Un artigianato di alto valore storico e manifatturiero, che senza tema di smentita possiamo definire di origine remotissima. I resti di questo antico mestiere, la sua storia e lo sviluppo, si possono osservare nel nuovissimo museo delle arte fabbrili presso l edificio Coricama, a Maniago. Oggi non conosciamo il punto esatto in cui la miniera di ferro aveva origine. Ma i nostri avi fabbri forgiatori seppero trovare la porta di quel magico mondo, coltivando così una passione e una cultura che nei secoli non è mai scomparsa. Muri di sasso e ballatoi in legno, un patrimonio da salvare. Poffabro è, secondo il pittore Armando Pizzinato, l esempio di architettura spontanea più razionale e fantasiosa delle nostre Prealpi. La sua forza magica sta nell effetto incantatore delle pietre tagliate al vivo e dei balconi di legno, elementi architettonici schietti e austeri, che pure danno un senso di intimità e raccoglimento nelle corti racchiuse su se stesse, a cui si accede attraverso uno stretto arco, o nelle lunghe schiere di abitazioni di pianta cinque-seicentesca. Vedute di Poffabro. A sinistra una corte tipica. Sopra una via con le case in pietra e legno. 10

13 Si prendeva una lamina d acciaio, la si tranciava ricavandone listelli triangolari che venivano riscaldati e indi stampati a caldo con una pressa ottenendo metà forbice: lama e parte del gambo grezzo. Si eliminava lo sfrido dal pezzo con stampi per tranciatura montati sulla pressa e si realizzava con il trapano il foro centrale per la vite poi ribattuta. Si ripetevano le medesime operazioni per realizzare l altra metà delle forbici. Il pezzo era sottoposto a trattamento termico. Cominciava in seguito la lunga lavorazione alle mole che prevedeva molteplici fasi di sgrossatura e rifinitura. Queste erano intervallate da altri procedimenti: raddrizzatura, unione delle due lame con inserimento di una vite ribattuta. Le altre due metà dei gambi (comprendenti gli occhi) erano ottenute piegando a bossolo una lamina d acciaio sottile, precedentemente tranciata e sagomata. Queste parti erano unite alle lame inserendo due chiodini ribattuti negli appositi fori. Seguivano lucidatura e pulitura. In questa pagina: forbici richiudibili. Queste forbici sono conservate al Museo dell arte fabbrile di Maniago. 11

14 L E A D E R C A M CENNI STORICI DEI GIACIMENTI MINERARI IN FRIULI TRASPORTO E LAVORAZIONE DEL METALLO Con la scoperta del bronzo tra il 4000 e il 3000 a.c. si aprono nuovi orizzonti nella metallurgia. Ma è con la scoperta del ferro tra il 1500 e il 1000 a.c. che l uomo completa il suo dominio. I popoli indoeuropei con questo minerale della Slesia e dell Harz, e con il bronzo dell Herz, crearono delle vere e proprie industrie. I primi documenti sull attività mineraria in Friuli risalgono all epoca romana. Alcuni giacimenti auriferi erano localizzati presso Aquileia, mentre altri presso i Monti Taurisci. Nel periodo medioevale, documenti parlano di una donazione di una miniera di ferro e rame da parte del Duca franco Massello al Monastero di Sesto (al Reghena). Mentre nell anno 1077 l Imperatore germanico Enrico IV dona la contea del Friuli ai Patriarchi di Aquileia, comprese quindi le miniere, che restano nelle loro mani, così come tutti i beni, fino al 16 luglio 1420, anno in cui la contea del Friuli e la Carnia divennero proprietà della Repubblica Veneta. Alcuni documenti parlano di un estrazione mineraria presso le Cave di Predil già nel 1006, ma altri più sicuri si attestano attorno l anno Il 13 maggio 1488 il Governo della Repubblica di Venezia pubblica il primo regolamento riguardante i giacimenti minerari, ponendo così termine all abusivismo e definendo la proprietà di ogni singola miniera. Risultò che il filone rame-argentifero di Forni Avoltri era il più importante di tutto il Friuli. Nel 1508 la Lega di Cambrai, promossa da Papa Giulio II, mosse guerra contro Venezia. Con la sconfitta di Agnadello nel 1509, ebbe fine la politica espansionista della Repubblica, con il conseguente rallentamento delle attività minerarie. Nel 1800 venne scoperto un ricco filone cuprifero nel Monte Avanza; i lavori vennero sospesi e poi ripresi nel 1857 dove, per la costruzione di strade, fabbricati e fucine vennero impiegate circa 400 persone. Nel 1876 l alta concentrazione metallifera e le spese ingenti portarono ad una chiusura delle attività estrattive. Fu in quegli anni che le miniere di Raibl e del Monte Cocco ebbero un notevole sviluppo grazie al potenziamento tecnologico e all apertura di nuove gallerie. Nell ultimo secolo tutte le attività estrattive del Friuli vissero momenti di florida espansione alternati a momenti di triste abbandono. Le miniere del Monte Cocco vennero definitivamente chiuse nel 1947, dopo una frenetica attività durante il periodo fascista; quelle di Raibl (Cave del Predil), chiusero definitivamente nel Oggi sono visitabili con le guide autorizzate del luogo. Solo le miniere del Monte Avanza, ad oggi, sono definite area di ricerca mineraria operativa. Dalle botteghe uscivano a migliaia spade, accette, pugnali, corazze, elmi, giavellotti, scudi, falci e molto altro ancora, compresi i rivestimenti delle ruote per i carri. Quando i Romani arrivarono in alcune zone dell Europa Occidentale, molti avevano già superato le tappe fondamentali dello sviluppo tecnologico di allora. L uomo diviene l Homo Faber e così l artigianato si separa dall agricoltura: nasce un commercio basato anche sulla produzione di oggetti. Il metallo non poteva essere reperito dovunque e veniva estratto solo in poche miniere, il più delle volte difficili da raggiungere: lo sviluppo delle vie di comunicazione fu indispensabile per chi doveva spostarsi per vendere i propri prodotti. Si racconta che i commercianti che dalle miniere andavano verso i paesi in cui le botteghe metallurgiche erano fiorenti, per non trasportare inutili pesi dovuti alle scorie contenute nel minerale, lo fondessero per trasportarlo in pani o barre. È opinione diffusa che, per la fabbricazione di oggetti nell età del bronzo e del ferro, fossero utilizzati nella pagina a fianco: Recetta (caricamento dei vagoni per il trasporto in superficie del minerale). sotto: miniera di Raibl. 12

15 minerali metallici provenienti dal Veneto, dal Trentino, dall Austria e dalla Slovenia. La presenza di resti riconducibili alle fasi di lavorazione dei metalli, fa ora pensare che potessero essere sfruttati anche modesti giacimenti situati nelle vicinanze degli abitati, fino al loro completo esaurimento. Cosa che accadde anche nel paese di Maniago, dove gli artigiani estraevano il loro minerale presso una miniera di ferro di cui ora si fatica a identificare l esatta posizione. È anche molto probabile che in queste zone, dove i giacimenti non erano molto abbondanti, gli abitanti non facessero alcuna selezione dei minerali metalliferi, lavorandoli semplicemente per ottenere i manufatti desiderati. L estrazione dei minerali di ferro avveniva in modo simile a quello del rame. La sua produzione avveniva per metodo diretto, passando da minerale grezzo a ferro solido (processo di blumeria). Infatti, per raggiungere il punto di fusione, il ferro ha bisogno di temperature altissime non raggiungibili nei forni antichi (1537 C), per separarsi così dagli altri componendi minerali non utilizzabili. Nel ferro quindi, roccia e ganga venivano tolte come scoria, portandole ad uno stato di viscosità attraverso l aggiunta di fondenti: per fare ciò serviva una temperatura di circa 1150 C. La riduzione si faceva in forni che riuscivano a garantire un atmosfera ricca di ossido di carbonio, liberato dal carbone, (atmosfera riducente) e povera di ossigeno. La presenza di questo avrebbe ricondotto il metallo alla sua condizione minerale riossidandolo. Da tutto questo si otteneva un blumo, un grumo di metallo a basso contenuto di carbonio, dalle sembianze spugnose, ricco di impurità, che venivano successivamente asportate tramite la fucinatura per riscaldamento e la martellatura. Il ferro dolce che si produceva era forgiato per ottenere manufatti di vario genere, utensili e armi con una durezza poco soddisfacente. Non si sa con certezza se nell età del ferro avanzato, i fabbri forgiatori delle nostre terre fossero in grado di ottenere l acciaio (ferro e carbonio), molto più resistente del ferro dolce. L acciaio poteva essere ottenuto per cementazione, ossia battendo l oggetto di ferro su fuoco di carbone di legna, in modo che potesse arricchirsi di carbonio sottraendolo al combustibile e all ossido di carbonio sprigionato dalla combustione. La sua durezza poteva essere ulteriormente aumentata con la tempra (raffredamento rapido in acqua del ferro arroventato), che tuttavia ne aumentava la fragilità: doveva essere riscaldato nuovamente a una temperatura di circa 700 C (trattamento di rinvenimento). 13

16 L E A D E R C A M BREVISSIMA STORIA DELLA FORBICE Nel Manuel Encyclopédique Roret, compare questa descrizione: Si dà il nome di forbici a uno strumento atto a tagliare e composto da due lame riunite da un perno posto al centro, che funge da asse. E poi ancora: Ognuna delle due branche è divisa in cinque parti: l anello, che si trova a un estremità e serve per infilarvi uno o due dita; la punta, al polo opposto rispetto all anello, che serve per pungere; lo scudo, su cui è posizionato l asse o il perno; il manico, tra lo scudo e l anello; la lama propriamente detta, che si trova tra la punta e lo scudo. In oltre si distinguono altre due parti essenziali, che sono la tacca, cioè la parte intaccata dove inizia la lama, e il fulcro, che serve a impedire alle due lame di passare una sull altra, bloccandole nella posizione corretta. Ovviamente tutte le parti descritte in questo passo, si possono trovare anche nelle forbici di fattura moderna. Questa descrizione è solo una delle tante che si possono reperire nei manuali storici, ma ha il dono della semplicità. Altre importanti notizie si possono trovare nei lavori di Perret del 1771, di Diderot e d Alembert del 1777 e nell opera monumentale di Camille Pagé pubblicata tra il 1896 e il Un tempo, la produzione di una forbice era eseguita da numerosi fabbri, tutti esperti nel proprio singolo lavoro, anche se con l occhio rivolto alla produzione globale. Ecco i vari compiti suddivisi tra più figure: per la forbice, oltre al fabbro e limatore, si impiegava successivamente colui che regola le due lame; poi chi dà ad esse lo svergolamento adatto; veniva poi il moleta, il maschiatore, che si occupava della produzione delle viti e della maschiatura; in seguito colui che le ritoccava limando nuovamente le lame, il finitore, che dà un ultimo colpo di lima alle lame e agli anelli; l arrotino di prima, che predispone le lame al taglio; il rifinitore, che rifinisce la lama; il maschiatore, già nominato, che toglie la vite; il tempratore; il raddrizzatore che ripara storcimenti e deformazioni provocati dalla tempratura; l arrotino di seconda, che opera solamente sulla parte interna della lama e sul punto d arresto del trinciante; la rifinitrice, che si occupa di togliere lo strato di ossido dalla tempratura; e ancora il maschiatore, che riposiziona lame e vite; l arrotino; il lisciatore; l asciugatore... A questo elenco di compiti bisogna aggiungerne ancora uno, eseguito esclusivamente sui prodotti di buona qualità: la realizzazione della tacca o del segno, eseguita su ognuna delle due lame, dopo che queste erano preventivamente unite e adattate l una all altra per formare la coppia. Le tacche erano piccoli intagli realizzati con una lima o cifre stampigliate nel punto d incrocio della forbice, così da nascondere il più possibile questo passaggio di segnatura. Le forbici venivano assemblate e regolate prima di essere temprate, e quindi una volta smontate dovevano successivamente tornare insieme per formare la coppia in precedenza regolata ad arte, grazie alla riconoscibilità delle due tacche uguali. La tempratura serviva, allora come oggi, per donare all acciaio forza e resistenza. Nonostante le regolazioni fatte una prima volta, l elevata temperatura deformava i vari elementi del metallo, obbligando a regolare nuovamente le lame dopo il montaggio. In fine, dopo aver montato e regolato la forbice, l asciugatura e talvolta la lucidatura o la brunitura finale, venivano eseguite di consueto, dalla moglie del forbiciaio. Si può notare quanto tempo sia passato prima di scoprire l utilità di incrociare due lame, dotandole di un asse centrale e di due anelli per le dita. Ovviamente i primi rudimentali oggetti da taglio che assunsero questa forma furono cesoie e forbicioni, alle volte molto grezzi, altre con finiture di pregio. Gli operai che lavoravano in quest ambito, uscivano da una cultura legata alle tecniche di taglio e di coltelleria. Camille Pagé, scriveva nel suo manuale del 1896: Le prime forbici erano delle cesoie antichissime dato che sono state rinvenute loro tracce nei bacini lacustri svizzeri risalenti all età del ferro. I greci facevano già uso di cesoie. I romani che le ribattezzarono forfex, le impiegavano anche per tagliare capelli o barba. Nelle arti visive una silhouette è un immagine di un oggetto che ne rende esclusivamente i contorni. Periodo di maggiore produzione delle silhouette fu la metà del XVIII secolo. Il soggetto era posto dietro un telo bianco, dove la sua ombra (silhouette) era proiettata grazie alla luce di una finestra. L artista seguiva i contorni del viso e anneriva l interno al termine del procedimento. L espressione deriva da Étienne de Silhouette ( ), ministro delle finanze di Luigi XIV di Francia, celebre per la sua avarizia e per i tagli effettuati addirittura alle spese del Re. Grazie a un processo metaforico, il suo nome venne ad indicare anche questa tecnica. 14

17 Nei secoli, le mode portarono le donne romane a sfoggiare vari tipi di acconciatura. Da quelle con i capelli semplicemente tirati all indietro e aderenti alla nuca o divisi in ciocche gonfie dell inizio dell età imperiale, si passa a elaboratissime acconciature alte sul capo e ridondanti di riccioli ottenuti arricciando i capelli con un ferro rovente, il calamistrum. A partire dal II secolo d.c., le donne romane presero a ornare ulteriormente le loro capigliature con nastri, diademi e spilloni in oro, avorio o argento, elegantemente rifiniti e cavi all interno, tanto da poter contenere anche veleno, per ogni evenienza. Appuntiti e sottili, oltre a costituire un ornamento potevano anche essere usati come arma di difesa e di offesa. Si narra che Fulvia, moglie di Marco Antonio, abbia infierito proprio con lo spillone dei suoi capelli sul cadavere del retore Cicerone forandogli più volte la lingua per punirlo di averla avuta troppo pungente. Le parrucche, anch esse ovviamente elaboratissime, soprattutto in epoca imperiale, venivano confezionate con capelli veri, provenienti dall India o, per le chiome bionde, dalle capigliature delle donne barbare del Nord Europa. Nel Medioevo le donne fecero crescere i capelli a lunghezze mai raggiunte prima. Le castellane e le eroine di poemi cavallereschi erano del tipo tracciato dall Ariosto con la descrizione della Fata Alcina: con bionda chioma, lunga e annodata. 15

18 L E A D E R C A M L autore ci propone, inoltre, tre diverse definizioni: I forbicioni che servivano per tagliare i tessuti, le cesoiette o piccole forbici da sarti e biancheristi, e le forbicine dei néccessaire da toilette. Molti aristocratici di un tempo non disdegnavano le forbici di lusso e buon gusto, come dimostra l inventario stilato dopo la morte del re francese Carlo V il Saggio: Una forbicina d argento nel suo astuccio, due coltelli e forbicine d oro. Ma è con il passare degli anni che si possono ritrovare tracce di forbici così come noi oggi le conosciamo. Una delle prime raffigurazioni si può rinvenire in una miniatura che orna una Bibbia in latino del X secolo. Qualche secolo dopo, nel 1328, nell inventario di Clemente d Ungheria si nomina una forbice. Nel 1599, nell inventario di Gabrielle d Estrée, vengono nominati Due astucci d oro per riporvi le forbici, decorati l uno tutto di diamanti, l altro di rubini e diamanti, valutati trecento scudi. Osservando con attenzione il catalogo di Richard Herder, antica marca di coltelli e forbici di Solingen, in Germania, si resta stupiti del numero di pagine dedicate alle forbici: ben trentacinque! Vi si trovano forbici da tagliatore e da sarto; per tagliare il cuoio o per tosare le pecore; e moltissimi modelli con lame curve, per recidere il pelo del bestiame; e poi ancora con punte arrotondate. Com è ovvio, la toilette e la sartoria sono le destinazioni principali di questi attrezzi: forbici alle volte sobrie, altre riccamente decorate, lunghe o corte, con lame diritte o curvate, per tutti i gusti e gli usi. Da sempre, i fabbri e gli artigiani, contrassegnarono il proprio prodotto con un marchio o un segno distintivo, alle volte con cifre. Nei secoli scorsi, quando la maggior parte della popolazione non sapeva leggere, questo fu l unico modo per distinguersi fra moltissimi produttori, creando così un mondo vario di segni e disegni. Nel 1721, a Moulins, Claude Vizier usava il disegno di una chiave e Jean Bernard un leone coronato. Nel 1768, a Lanfres, Claude Garlot era solito firmarsi con un asso di picche, mentre Antoine Collin usava il disegno di una fiaccola. Solo verso la metà del XIX secolo, iniziarono a comparire i nomi degli artigiani o delle aziende, spesso anche con l indicazione geografica. Il parrucchiere è sempre stato un importante utilizzatore di questo attrezzo. Infatti, i cataloghi sono pieni di modelli dedicati a questa professione. Nelle parrucchierie sparse in tutti i centri d Europa, grandi o piccoli che fossero, passavano allora come ora, informazioni o pettegolezzi su ogni cosa. LA COMPETENZA VIENE DA LONTANO A Maniago sono state costruite e prodotte varietà di forbici diversissime tra loro a seconda dell uso per cui erano destinate. Piccole per ricamare o lavorare; per manicure diritte e curve in punta; di medie dimensioni per barbieri, sarti e merciai. Altre molto grandi come quelle usate per tagliare siepi, dove il manico sostituisce i gambi e gli anelli, e il filo può essere diritto o ondulato. Un altro particolare prodotto era la forbice da vigna, chiamate anche sisòris, con particolari innovativi e ricercati, sia per la forma delle lame, sia per la presenza di una molla posta sotto il perno; sia per l assenza di anelli su gambi diritti. Per tenere chiusa la forbice che tendeva a restare aperta, si applicava all estremità di uno dei due gambi un anello di cuoio, che serviva a fermarli passando attorno ad entrambi. La fabbricazione di una forbice comune iniziava scegliendo barre a sezione quadrata, lunghe circa un metro. Queste venivano in precedenza forgiate nei battiferro. A seconda del tipo di forbice da fabbricare, il lato della barra variava da 8 a 14 mm. Nelle fasi iniziali erano necessarie diverse calde per la forgiatura con il martello; quindi per evitare tempi morti, venivano battuti alternativamente i due pezzi che avrebbero formato la forbice. Il fabbro quindi doveva mettere le parti finali delle barre sulle braci della fucina. Stirato il materiale all estremità riscaldata al fine di abbozzare l anello, si praticava un foro centrale sulla superficie appena ottenuta, utilizzando un punzone. Per completare l occhio si batteva sul pezzo caldo; il perimetro esterno, dopo averlo infilato nel corno conico dell incudine, veniva in seguito martellato in direzione normale a quella dei colpi dati in precedenza, poggiandolo sul corpo centrale di questa. L operazione veniva ripetuta più e più volte fino a che non si giungeva alla forma e alla sezione desiderata. Dopo lo stampaggio dell anello, era l ora di allargare il gambo, che andava dall imposta lama-gambo. L imposta doveva assumere una forma con inclinazioni e spessori adatti a un movimento funzionale in coppia con l altro elemento costruttivo della forbice. Questo passo veniva eseguito poggiando il pezzo in corrispondenza di uno degli spigoli di un tasso. La certezza che l accoppiamento fosse pressoché perfetto, veniva dal fatto che il fabbro operava su entrambi i pezzi alternativamente. Successivamente si staccava con un tagliolo il grezzo dal resto della barra, lasciando materiale sufficiente per formare la lama. Ovviamente l economia nell uso dei materiali, obbligava il fabbro a non utilizzare troppo materiale, 16

19 ANELLO POGGIADITO PUNTA LAMA TACCA PERNO SCUDO MANICO ma neppure troppo poco per non rischiare di scartare il pezzo in lavorazione. Solo l esperienza e l occhio attento di un artigiano professionista potevano evitare di buttare tempo e denaro. Si passava a forgiare la sezione di barra con il martello, per formare così la lama, dandole la lunghezza desiderata per poi sagomarla. In un secondo momento era necessario sagomare la nosela con la relativa posta. Lo spessore e la larghezza della lama della forbice variano dalla schiena al filo, ma anche dalla mezzaluna alla punta. La parte interna della lama che va a contatto con l altra lama, formando così una forbice, deve essere quindi piana, mentre sul dorso viene ricavata una sfaccettatura di larghezza variabile che diviene nulla in punta. Infine, nel caso la lama fosse lievemente più lunga di quanto richiesto, si procedeva ad accorciarla con un tagliolo. Dopo la fase dello stampaggio si procedeva a stringere nella morsa i due semilavorati dopo averli fatti combaciare, per verificare la loro perfetta unione nella zona d imposta. Si verificavano le misure, perché le lunghezze dei gambi e delle lame potevano lievemente variare, e quindi in questo caso si provvedeva a correggere la difformità. Quando le due lame erano perfettamente corrispondenti in lunghezza e larghezza, si poteva passare alla fase di sgrossatura. Si posizionavano le lame su di un morsetto storto, sul quale si potevano poggiare i semilavorati anche su piani diversi dall orizzontale. Quindi si lavoravano l anello e il gambo. Solo a questo punto la forma assumeva quella definitiva desiderata. Per le lame la sgrossatura veniva eseguita con una mola d arenaria per le superfici piane, completando il lavoro con la lima su di un morsetto piano. Si andava a praticare un foro in uno dei due elementi e accostando l altra lama, si segnava il punto dove andava forata, con un bulino. Il perno che andava inserito serviva, come oggi, per tenere insieme le due lame di una forbice, sia come fulcro di movimento della stessa. Un tempo questo perno era ottenuto da un tronchetto cilindrico che doveva consentire la rotazione relativa dei due elementi. In seguito fu possibile utilizzare maschi e filiere e quindi usare delle viti. Ultimati i pezzi, questi venivano portati nella fucina per la tempra, e dovevano raggiungere un colore rosso ciliegia e poi essere raffreddati nel grasso di maiale o nell olio di colza. Il pezzo andava ricoperto con polvere di carbone incombusta e posto sulle braci, per raggiungere il livello termico richiesto per il rinvenimento, e quando queste si accendevano, si toglieva e si lasciava raffreddare all aria. La finitura era eseguita con mole di legno. Per la brunitura veniva stesa la polvere di smeriglio dopo avere unto il pezzo con olio. Per la lucidatura si usava calce viva in polvere sulla superficie in precedenza inumidita.collegati i due elementi, si controllava il movimento relativo, per mettere a punto l azione tagliente e far sì che la forbice non mordesse in punta. In alcuni casi, come nelle forbici da merciaio, si doveva far assumere al filo un andamento elicoidale, per far sì che le punte tendessero a convergere. 17

20 L E A D E R C A M DALL ACCIAIO AL PRODOTTO FINITO Un leader mantiene la promessa Acquistando un prodotto Leader CAM, il cliente ha la garanzia di essere entrato in possesso di un manufatto di alto livello tecnologico e di grande affidabilità. Un prodotto da taglio professionale, come la forbice da parrucchiere, comporta uno studio dei materiali e una ricerca attenta del tipo di lavorazione per ogni specifico articolo. La durezza degli acciai ha una parte fondamentale nella fabbricazione della forbice Leader CAM, in quanto solo da essa può nascere un altissimo livello di finitura e la garanzia assoluta di affidabilità. La scelta dei materiali è un punto cruciale, così come lo è la tecnica da utilizzare per giungere alla forbice grezza. Esistono infatti due metodi di fabbricazione: micro fusione o stampaggio a caldo. Oltre a questo vi è la tempratura che permette all acciaio di raggiungere la durezza desiderata, tramite una serie di passaggi obbligati che percorreremo assieme. In natura vi sono solo piccole quantità di ferro allo stato libero. Il più delle volte esso è diffuso nella crosta terrestre sotto forma di magnetite, limonite, pirite, ematite, ecc. I minerali di ossido di ferro vengono mescolati alla ganga, composta da carbonati e silicati. Successivamente i minerali, ma non la pirite, vengono macinati e introdotti in un altoforno con una giusta quantità di carbone. Quest ultimo materiale permette di portare la temperatura a livelli elevati per combustione con l aria, e ridurre il composto di ferro. Ciò che si raccoglie nel crogiolo non è ferro puro, ma ghisa, una lega ricca di carbonio. Per ottenere l acciaio bisogna procedere con la decarburazione della ghisa: abbiamo così una lega sempre di ferro e carbonio che ha una percentuale massima di quest ultimo pari all 1,7%. Per ottenere diversi tipi d acciaio, da quelli duri a quelli dolci, bisogna diminuire la percentuale di carbonio. Quando questa scende sotto lo 0,2% abbiamo l acciaio extradolce o ferro omogeneo. A questo punto comprendiamo che, modificando il tenore di carbonio, abbiamo la possibilità di ottenere una vasta gamma di acciai. Per ottenere invece un acciaio speciale, bisogna aggiungere volutamente alla lega ferro carbonio, altri elementi denominati di alligazione. Questi materiali vengono utilizzati soprattutto in campi come quello strutturale, per macchine, meccanismi, attrezzi e oggetti da taglio. Per gli acciai esistono diverse tipologie per descrivere il loro comportamento: si dice resistente un acciaio che possa accettare sollecitazioni indotte da forze notevoli senza incontrare deformazioni permanenti, e quindi con un esteso campo elastico; quelli fragili sono gli acciai che, dopo lo snervamento, passano immediatamente alla rottura, e quindi con un campo plastico limitato; quelli tenaci sono gli acciai per i quali la rottura è preceduta da deformazioni permanenti, essendo gli estremi del campo plastico distanti tra di loro. La capacità di sopportare urti viene definita resilienza, qualità degli acciai che hanno un campo plastico molto esteso. Tutti gli acciai possiedono in ogni caso una notevole resistenza alle sollecitazioni statiche e dinamiche, perché in essi è elevato il carico di snervamento e rottura. Con l aggiunta di nichel o di manganese si ha un aumento della resilienza e della plasticità, con un miglioramento della resistenza e della durezza dell acciaio. Con il cromo o il molibdeno si incrementano le resistenze meccaniche e la durezza, nonché la tenacia. Con il tungsteno l acciaio acquisisce una durezza elevata senza divenire fragile. Inoltre vi è un metodo dare all acciaio più resistenza alle sollecitazioni meccaniche, rendendolo più duro, ma allo stesso tempo aumentandone la fragilità: il trattamento termico. Il più noto è la tempra e ha origini Nella pagina a fianco: Louise Brooks nel film Lulu - Il vaso di Pandora. Regia di Georg Wilhelm Pabst, Mary Louise Brooks nasce a Cherryvale, nel Kansas, il 14 Novembre Il padre, Leonard Porter Brooks, è un avvocato di provincia; la madre, Myra Rude, donna colta, amante della musica classica e delle buone letture, avrà una grande influenza sul carattere di Louise spingendola sin da giovanissima, alla danza. Louise fissa definitivamente il tipo della maschietta anni 20 : il caschetto di capelli neri e lisci, gli occhi vivissimi e una vitalità irrefrenabile. 18

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