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3 Appalti divisi in più lotti per aprirsi alle Pmi VINCOLI ALLE DEROGHE Per i requisiti di fatturato con valori significativi serve la motivazione economica e organizzativa nel bando o nel disciplinare Le gare di appalto per beni e servizi devono essere impostate in modo tale da garantire l'accesso al confronto anche alle Pmi, anche quando gestite in forma aggregata. L'articolo 1 del Dl 95/2012 introduce ulteriori elementi di salvaguardia per le piccole e medie imprese, rafforzando il sistema impostato dalla legge 180/2011 e sancito nel Codice Appalti, con il principio della necessaria suddivisione in lotti degli appalti, salve valutazioni (esplicite) di convenienza economica (articolo 2, comma 1-bis). La norma integra l'articolo 41 del DLgs 163/2006, specificando che sono illegittimi i criteri che fissano, senza congrua motivazione, limiti di accesso connessi al fatturato aziendale. Nelle gare di appalto per l'acquisizione di beni e servizi, le stazioni appaltanti devono motivare nel bando o nel disciplinare le ragioni operative e di convenienza economica che hanno indotto a realizzare una procedura con lotto unico e i motivi che hanno determinato i requisiti di capacità economico-finanziaria fondati sul fatturato secondo valori significativi. Particolare attenzione è posta anche all'ammontare della cauzione provvisoria e definitiva, che nelle gare in forma aggregata effettuate da centrali di committenza è prevista rispettivamente nei termini massimi del 2 e del 10 per cento. Questo dato sembra compensare le linee di massima razionalizzazione introdotte per gli acquisti di beni e servizi di valore inferiore alla soglia comunitaria dall'articolo 7 della legge 94/2012 (di conversione del primo decreto spending review, il 52/2012). La norma, infatti, riformulando l'articolo 1, comma 450 della legge 296/2006 stabilisce che tutte le amministrazioni pubbliche (compresi gli enti locali, le Camere di commercio, le Asl, le aziende speciali) sono tenute ad acquistare beni e servizi in tale fascia di valore ricorrendo al mercato elettronico della pubblica amministrazione gestito da Consip o ad altri mercati elettronici, gestiti ad altre amministrazioni. La disposizione vale peraltro per tutte le tipologie di beni e servizi per i quali sia presente un catalogo attivo, con fornitori abilitati, ma comporta la necessaria verifica da parte delle stazioni appaltanti, le quali, in caso di rinvenimento della tipologia di prodotto o di attività che devono acquisire, hanno l'obbligo di fare ricorso al Mepa. Per i beni e servizi non rinvenibili nei mercati elettronici della Consip, delle centrali di committenza regionali o di altre amministrazioni, gli enti locali possono continuare ad acquisire con gare sottosoglia o con procedure in economia. La disposizione, peraltro, costituisce uno stimolo per le singole amministrazioni a costituire un proprio Mepa, facendo riferimento all'articolo 328 del Dpr 207/2010, in modo tale da poter gestire con lo questo sistema sia tipologie di beni e servizi pienamente corrispondenti alle proprie esigenze sia interazioni di mercato più favorevoli rispetto a quelle nazionali o regionali.

4 Le Regioni danno credito alle imprese Ammontano a quasi 2 miliardi di euro gli interventi destinati a favorire l'accesso ai finanziamenti LA DOTE PIÙ RICCA In Lombardia un intervento da 523 milioni di euro: 200 provenienti dalla Bei, 300 da banche convenzionate e 23 da fondi regionali PAGINA A CURA DI Rosalba Reggio Regioni in campo per garantire la liquidità delle imprese. Circa 2 miliardi di euro solo per le iniziative legate al credito e al circolante, ma le cifre diventano ben più importanti se si comprendono anche gli incentivi a favore di ricerca e innovazione. Dalle Regioni, dunque, arriva una risposta alla richiesta d'aiuto delle imprese. I dati della Banca d'italia mettono in luce l'emergenza: i prestiti alle società non finanziarie a maggio sono stati pari a 887 miliardi, mentre a settembre scorso erano arrivati a un massimo di 908 miliardi. Minor credito, dunque, e a costi maggiori: a maggio 2011, infatti, il tasso d'interesse medio per i prestiti fino a un milione di euro era pari al 2,96%, nello stesso mese del 2012 è salito al 3,72 per cento. Stesso trend per le operazioni di piccola taglia (inferiori al milione di euro) con scadenza oltre i 5 anni, per le quali il tasso è schizzato al 6,23%, mentre a maggio 2011 era al 5,5 per cento. Prestiti in calo che mettono a rischio non solo gli investimenti delle imprese, ma a volte la loro stessa esistenza. Per averne conferma basta guardare agli incentivi regionali (si vedano schede a fianco). La Regione Lombardia, per esempio, con l'iniziativa "Credito adesso" ha messo in campo 523 milioni (200 provenienti dalla Bei, 300 da banche convenzionate e 23 da fondi regionali) per finanziare il capitale circolante: spese di gestione, ordini di fornitura, materie prime, crediti verso i clienti. «La Lombardia spiega Andrea Gibelli, vicepresidente e assessore regionale all'industria e artigianato è la prima regione in Italia e tra le prime in Europa ad aver siglato un accordo di questo tipo. È la dimostrazione che la Lombardia viene già considerata alla stregua di un medio Stato europeo, non solo per la condizione economica, ma anche per la solidità finanziaria». Dopo i 90 milioni gestiti da Fidi Toscana, che hanno garantito dal 2009 finanziamenti a oltre attività, le imprese toscane a fronte di garanzie prestate dalla finanziaria regionale (20 milioni) avranno a disposizione un plafond di 400 milioni, grazie a un accordo siglato con 23 istituti di credito. È stato invece incrementato di 35 milioni il fondo di garanzia e controgaranzia costituito presso la finanziaria Veneto Sviluppo. Misura che si aggiunge ai 350 milioni dei fondi di rotazione del Piano straordinario anti-crisi «Risorse spiega Marialuisa Coppola, assessore all'economia della Regione Veneto che vanno a costituire una riserva di liquidità immediata a copertura primaria delle garanzie che la finanziaria regionale rilascia alle imprese che accedono ai fondi di rotazione». Punta su prestiti all'1% e in alcuni casi a tasso zero l'iniziativa della Regione Piemonte "Piano sul credito", che destina 250 milioni (fondi Bei, Cassa depositi e prestiti e strumenti regionali) alle Pmi piemontesi. «Con il nostro piano afferma Massimo Giordano, assessore allo Sviluppo economico della Regione Piemonte - rendiamo disponibili prestiti a un tasso simbolico. Abbiamo ricevuto moltissimi input a intervenire in questo senso e nei mesi scorsi abbiamo concentrato gli sforzi per portare a casa il finanziamento della Bei e il protocollo con Cassa depositi e prestiti». Una vera e propria azione anticiclica è quella avviata dalla Puglia con un pacchetto di interventi da 100 milioni per puntare ad arginare la stretta del credito. «A novembre dello scorso anno dichiara Loredana Capone, assessore allo Sviluppo economico della Regione Puglia mentre l'italia viveva i giorni più neri della crisi, Il Sole 24 Ore apriva il giornale con il titolo "Fate presto": ebbene, quell'esortazione è il nostro motto da almeno quattro anni. Questa infatti è la nostra terza azione anticiclica». Sergio Vetrella, assessore ai Trasporti e alle Attività produttive della Campania, ha pensato invece al microcredito per le Pmi gestite da soggetti svantaggiati. Il fondo ha una dotazione complessiva di 100 milioni (fondi europei Fse e regionali) e sosterrà imprenditori in condizione di svantaggio economico, sociale e occupazionale, giovani, donne, immigrati, disoccupati, lavoratori in mobilità e in Cig. Sono due gli strumenti finanziari messi in campo dalla Regione Calabria: il Mezzanine Financing (25 milioni), strumento finanziario volto al rafforzamento dei sistemi produttivi e ad agevolare l'accesso al credito delle Pmi, e Jeremie (45 milioni), l'iniziativa promossa da Commissione Ue e Bei con l'obiettivo di migliorare l'ambiente in cui le imprese si trovano a operare, attraverso l'incremento di un'offerta finanziaria basata sulle necessità emerse a livello locale.

5 Reti vincenti in export e ricerca Nel manifatturiero migliorano posizionamento e performance di redditività Enrico Netti Internazionalizzazione, certificazioni di qualità, ricerca e innovazione per finire con l'aumento dell'efficienza. Sono questi gli assi vincenti delle imprese che fanno rete, strumento che permette di migliorare la competitività e le performance. A rivelarlo è il «Secondo osservatorio Intesa Sanpaolo Mediocredito Italiano sulle reti d'impresa», che ha analizzato in dettaglio il fenomeno delle aggregazioni e i risultati ottenuti da un campione di aziende. La validità dello strumento è confermata dall'accelerazione dei contratti registrata a partire dalla seconda metà del Alla fine di marzo quelli in essere erano quasi 360 e coinvolgevano oltre aziende. Al primo posto figurava la Lombardia con 464 imprese che fanno network, seguita da Toscana (335), Emilia-Romagna e Veneto. Per quanto riguarda i settori, al primo posto c'era quello dei servizi, vicino al 45%, poi l'industria escluso il settore alimentare (35%) per finire con le costruzioni e l'agribusiness, entrambi intorno al 10 per cento. In un caso su due, poi, aderiscono micro-imprese con un fatturato inferiore ai 2 milioni. Un altro terzo sono piccole aziende e solo una su sei è di medie dimensioni. Insomma, la rete fa presa soprattutto sulle realtà più piccole e meno strutturate, che spesso la vedono come un mezzo utile per resistere alla crisi. «Le imprese trovano dei partner con un buon posizionamento competitivo che favorisce l'innovazione, l'internazionalizzare e la certificazione della qualità - commenta Giovanni Foresti del Servizio studi e ricerche di Intesa Sanpaolo -. Quest'ultima è indispensabile se si vuole vendere sui mercati esteri, perché garantisce la qualità produttiva, necessaria per entrare, per esempio, nella filiera dei fornitori delle imprese tedesche». Un'evoluzione che migliora il posizionamento competitivo delle imprese manifatturiere in rete, come rivela la ricerca. Queste sono più presenti nell'export nel 45% dei casi contro il 25% dei competitor non coinvolti. Gli sforzi si concentrano anche nell'ambito della distribuzione, della promozione e del marketing, che vengono potenziati insieme alla struttura commerciale. Sono questi i motivi per cui un'azienda decide di sottoscrivere il contratto, ma si stanno facendo strada pure le certificazioni ambientali e, sebbene con quote minime, la possibilità di aprire siti produttivi all'estero o nel nostro Paese. Il capitolo innovazione è avvertito come una priorità su cui si concentrano i piani d'investimento - «Dividendo gli impegni con gli altri» sottolinea Foresti - e da cui si attendono le maggiori opportunità per rafforzare la redditività, addirittura più dell'export. Per quanto riguarda il raggiungimento o la possibilità di raggiungere gli obiettivi a cui si puntava al momento dell'aggregazione solo il 3% del campione si è detto insoddisfatto. Quasi il 90% mette in conto o ha già registrato un miglioramento delle performance reddittuali. Emerge anche l'importanza della presenza di un'azienda capofila. «Generalmente è una medio-grande impresa con le proprie competenze - conclude Foresti -, mentre le piccole portano le capacità produttive e ricevono il know how della grande». La presenza della capofila rappresenta un valore aggiunto che nel complesso influenza positivamente la redditività di chi partecipa alla rete.

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