LA PROBLEMATICA DELLA MORIA DEL MELO



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Transcript:

LA PROBLEMATICA DELLA MORIA DEL MELO La produzione melicola valtellinese, e quella delle zone alpine e subalpine in generale, ha visto negli ultimi decenni un intensificazione crescente. Piante e tecniche selezionate per ridurre lo sviluppo vegetativo e incrementare la capacità produttiva vanno a costituire sistemi molto efficienti quando attentamente calibrati, ma anche molto sensibili di fronte a ogni errore tecnico o cambiamento ambientale. In questo contesto fragile in cui si trova anche la nostra frutticoltura locale diverse sono le problematiche che emergono, molte delle quali collegate alla stanchezza del terreno, e alle malattie da reimpianto ad essa connesse. Relativamente recente è la manifestazione chiamata moria o sfogliatura o deperimento o sindrome da stress del melo la cui incidenza sta acquistando una rilevanza crescente non solo nella nostra valle, ma in buona parte delle aree melicole del nord Italia e di cui, è bene ribadirlo, al momento nessuno ha la soluzione per risolvere la problematica. Poiché i segni di moria si manifestano in prevalenza in piante al secondo anno o anche di 3-5 anni di età ed oltre, la problematica tende a non essere direttamente collegata ai problemi di reimpianto. Tuttavia è importante sottolineare che i due fenomeni (malattia da reimpianto e moria) non sono indipendenti l uno dall altro, infatti la problematica del terreno stanco si aggiunge ad altri elementi di tecnica colturale e di andamento climatico che possono potenzialmente squilibrare la giovane pianta e che hanno nella moria la manifestazione finale. Nel corso del 2014 grazie ad un progetto finanziato dall Amministrazione Provinciale, la Fondazione Fojanini ha iniziato una serie di indagini che continueranno, visto la durata biennale delle attività, anche

nell annata 2015. Sono stati presi in considerazione tutti gli elementi che potrebbero concorrere alla comparsa di sintomi, come terreno, ambiente, pianta, eventuali patogeni, pratiche agronomiche. E stato anche divulgato un questionario agli agricoltori. La prima delle attività svolte, ormai in fase di conclusione, è il monitoraggio in campo, per valutare l incidenza della problematica come n di piante colpite e gravità del danno. I risultati emersi indicano che il 22,5% delle piante osservate manifesta sintomi riconducibili a sfogliatura, ma ben l 84% dei frutteti risulta colpito, anche magari con sole poche piante. Dalla collaborazione con l Università Politecnica delle Marche (Professor Neri e dott.ssa Polverigiani), uno dei referenti scientifici del progetto, è nata una sperimentazione che ha avuto come obiettivo quello di mettere in luce i fattori predisponenti al manifestarsi della malattia. L attenzione è stata posta, in particolare, sullo sviluppo radicale degli astoni. Dopo questo primo anno è stato possibile identificare alcuni comportamenti pratici e tecniche di campo che potrebbero influenzare lo stato di salute delle piante e quindi direttamente anche il fenomeno della moria. La prova in vaso, è stata allestita mettendo a confronto in due siti (Ponte in Valtellina, zona molto sensibile, e Talamona, zona poco sensibile), astoni della stessa varietà (Gala) in tre terreni diversi: un suolo limoso proveniente da Talamona (alla prima generazione di melo), un suolo sabbioso di Ponte (alla terza generazione di impianto), e torba. Pertanto avevamo tre combinazioni di terreno e due combinazioni di sito, per un totale di 6 combinazioni terrenosito. Le tesi sono state replicate per avere una migliore significatività. Dopo 8 mesi di sperimentazione possiamo fare qualche osservazione: il suolo limoso ha comportato una difficoltà iniziale nello sviluppo radicale e sulla longevità delle radici. Tutto ciò si è tradotto nella necessità, da parte della pianta, di investire elevate quantità di energia (fotosintetati) nel ripristino delle strutture radicali danneggiate. La dispersione delle risorse e la ridotta capacità di assorbimento si sono ripercossi sullo sviluppo vegetativo dell astone che è risultato fortemente ridotto e irregolare portando a piante estremamente deboli, vulnerabili agli attacchi esterni. Su suolo sabbioso di Ponte le piante si sono inizialmente sviluppate maggiormente rispetto al terreno limoso, però si è creato un rapporto molto delicato tra sviluppo aereo della pianta e crescita radicale a vantaggio del primo (molti germogli e poche radici). Il trattamento con torba ha, al contrario, offerto le condizioni ottimali per il rapido sviluppo di un apparato radicale fortemente ramificato e dalle elevate capacità assorbenti che ha garantito alla pianta una crescita elevata e una maggior resistenza agli stress. Nel mese di ottobre, quindi ancora entro il primo anno d impianto, sono comparsi i primi sintomi di sfogliatura sia in piante allevate su terreno sciolto ristoppiato che su terreno limoso. I segni sono apparsi, e questo va evidenziato, nella località fino a quel momento considerata esente dal fenomeno (Talamona), mentre a Ponte non sono comparsi sintomi. La prova ha dimostrato che su terreno stanco, anche se sciolto e con caratteristiche fisicochimiche ottimali per il melo, e su terreno

eccessivamente limoso (asfittico) gli astoni faticano nel primo anno a costruire un apparato radicale adeguato a sostenere l elevata vegetazione derivante dall impianto di un astone di grandi dimensioni non spuntato. Al contrario nessuna delle piante allevate su torba ha mostrato segni di malattia. La comparsa di sintomi in una zona fino a quel momento esente ha altresì dimostrato come l inoculo di eventuali patogeni alla base della malattia possa essere ubiquitario (presente ovunque) in Valtellina. Il manifestarsi o meno della malattia è legato perciò allo stato fisiologico della pianta, alla sua capacità di resistere agli attacchi e alla sua capacità di recuperare la condizione ottimale dopo un forte stress. QUALI POSSONO ESSERE LE CAUSE DIRETTE DELLA MALATTIA? Tra le altre attività svolte, è stata indagata mediante esami di laboratorio su materiale fresco proveniente prevalentemente da Ponte in Valtellina, la possibile presenza di agenti patogeni. A partire da fine marzo, epoca in cui iniziavano a manifestarsi i sintomi in modo preoccupante, con le ben note sfogliature e la formazione di uno strato idropico sottostante, piante di melo con e senza sintomi sono state prelevate e mandate al laboratorio fitopatologico di Minoprio. Dalle analisi fatte, a parte la presenza di alcuni patogeni secondari non coinvolti direttamente nella malattia, è emersa sulle piante con sintomi, la presenza del batterio Pseudomonas syringae pv. syringae. Questo è un batterio ben noto, con moltissimi ceppi, e legato a diverse malattie batteriche delle piante e non solo. Il fatto che sia presente questo batterio però al momento non ci dice niente di più sulla sua pericolosità, ovvero non si sa ancora se il batterio sia semplicemente presente nell ambiente di per sé (cosa ormai certa, perché ubiquitario), ed entri nelle ferite della pianta secondariamente, o sia direttamente coinvolto nella manifestazione della moria, e a che livello. La sua presenza era già stata d altronde evidenziata anche da analisi fatte in precedenza e da altri laboratori, ma la cosa da approfondire è in che modo il batterio è coinvolto nella sequenza temporale della manifestazione dei sintomi. Nel prossimo anno di sperimentazione verranno intensificate le indagini in tal senso, ma ci sentiamo di dire che la soluzione o i possibili tamponamenti di questi sintomi andranno cercati tentando di limitare le infezioni batteriche e soprattutto con, una trasformazione di mentalità dal punto di vista agronomico. Infatti il problema sta nelle condizioni attuali in cui vengono allevate le piante, più sensibili e soggette a subire ogni tipo di stress, di origine biotica (patogeni) e abiotica, (variazioni climatiche). ELEMENTI DI PROFILASSI. COSA FARE? La prova ha evidenziato l importanza della profilassi indiretta cioè di interventi generici e non specifici. Nell'ambito ambientale ci sono interventi rivolti a ridurre i fattori di stress sulla pianta dovuti alla preparazione e alla gestione del terreno e della sua fertilità chimico, fisica e biologica (in particolare al superamento della stanchezza del terreno), nonché dell irrigazione e della protezione dell impianto con reti antigrandine (per evitare ferite). Per quanto riguarda la pianta, rientrano nella profilassi indiretta la gestione della formazione della pianta e l estirpazione dal vivaio, la preparazione, l impianto e le cure durante i primi mesi/anni di crescita, fra cui l imbiancamento del tronco, operazioni volte ad evitare

crescite deboli e stentate, e ridurre le ferite (meccaniche, ma anche da eccessivi sbalzi termici). Per la profilassi diretta su Pseudomonas o su eventuali altri patogeni, è precoce dare consigli, ad esclusione della somministrazione di sali di rame. PREPARAZIONE DEL TERRENO Il contatto delle radici con terreno stanco ne penalizza crescita e ramificazione. Al momento del reimpianto, essenziale diventa la scelta di occupare con le piante l interfilare dell impianto precedente (salto della fila per utilizzare terreno dell interfila prima inerbito e meno ricco di residui di melo). Importante è anche la creazione di una nicchia in cui consentire uno sviluppo iniziale indisturbato della radice. Terreno vergine, compost o letame maturo devono essere localizzati nel punto in cui l astone verrà messo a dimora (si suggerisce l applicazione in buca o nel solco lungo la fila), meglio invece evitare il contatto diretto con la radice se il compost o il letame non dovessero essere maturi. In questo volume di terreno fresco (nicchia) la radice si svilupperà e l assorbimento sarà agevole e molto attivo per i primi mesi mettendo la pianta al sicuro rispetto a stress da carenze idriche o nutrizionali. Un volume di 8-10 litri di compost per pianta, con una buona gestione dell irrigazione, è già sufficiente a sostenere la crescita equilibrata di un astone ben ramificato durante il primo anno. Una volta creato un primo nucleo di radici, l esplorazione del terreno circostante avverrà progressivamente ma senza rischi legate a carenze. GESTIONE AGRONOMICA Anche per la gestione delle concimazioni vale il principio di non cercare uno sviluppo aereo elevato senza che ci sia allo stesso tempo un incremento dell attività radicale. Ancora più importante dell apporto esterno di nutrienti con concimazioni è la creazioni delle condizioni ottimali per l assorbimento di questi. Garantire una buona struttura del terreno per una minima resistenza meccanica di questo alla penetrazione da parte della radice è di primaria importanza. La comparsa della moria è stata spesso collegata a elevate escursioni termiche, fenomeno che si manifesta spesso all uscita dall inverno. Per fronteggiare al meglio questo fenomeno i tessuti vegetali devono essere ben induriti e preparati prima dell inverno, moderando le concimazioni azotate e apportando Ca, P e K a fine estate (dopo raccolta anche per via fogliare). POTATURA E GESTIONE DELLA CHIOMA Al trapianto si deve eseguire una toelettatura delle radici, ripulendo l apparato radicale dalle porzioni necrotiche e sfibrate. Se le condizioni di temperatura sono ottimali (sopra i 7 ma già un paio di gradi sopra zero consentono una certa attività), e il terreno è poroso e non asfittico le ferite vengono chiuse in pochi giorni. Per prevenire, o almeno tentare di ridurre, lo stress da trapianto (soprattutto quando effettuato troppo tardivo, ormai in primavera) può essere necessario ridurre il numero di rami anticipati ed effettuare il taglio di spuntatura di quelli rimasti, così come della cima. Anche un anticipo dell epoca di piantagione (laddove le condizioni meteo e del terreno lo consentono) può essere importante per dare all apparato radicale il tempo di accrescersi prima del germogliamento delle gemme. La radice infatti non va in dormienza e può crescere continuamente se ci sono le condizioni idriche e termiche sufficienti, mentre le gemme possono germogliare solo dopo avere soddisfatto il fabbisogno in freddo ovvero dopo l inverno. Un altro elemento fondamentale, come già visto, è la preparazione del terreno che se ben fatta può favorire

una precoce crescita radicale. Al secondo anno, nei casi in cui le piante siano particolarmente deboli si dovrà procedere alla precoce eliminazione di tutti i frutti presenti. Solo al terzo anno si procederà al normale diradamento dei frutti lasciando un carico comunque equilibrato in base alla disponibilità di foglie (20-40 per frutto). A conclusione di questo primo anno di attività si svolgerà, nella prima decade di Febbraio, un convegno informativo centrato sul tema moria. In tale sede sarà possibile un confronto su i primi risultati ottenuti. Tra i relatori della giornata saranno presenti il Professor Neri (Università Politecnica delle Marche) e il Dott. Scortichini (C.R.A di Caserta) in modo tale da approfondire i temi relativi alla fisiologia delle piante e al ruolo dei batteri nella manifestazione dei sintomi. Dettagli dell evento saranno menzionati a tempo debito nei prossimi bollettini tecnici. Fondazione Fojanini di Studi Superiori, 8 gennaio 2015