Daniele Callini. Prima Regola. Numero XII - Anno MMXV. I Quaderni della Libera Officina

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1 Daniele Callini Prima Regola Numero XII - Anno MMXV I Quaderni della Libera Officina

2 I Quaderni della Libera Officina La Libera Officina per la Crescita Umana e Sociale LOCUS è un laboratorio culturale nato a Brisighella con lo scopo di promuovere i valori umani e la crescita della persona e della società. E stata fondata da Daniele Callini e da Giuliana Morini per realizzare diverse iniziative, servizi ed attività culturali, formative e scientifiche a favore di persone e istituzioni, senza alcuna finalità di lucro. Le entrate economiche e i proventi delle attività della Libera Officina sono infatti utilizzati per la realizzazione delle sue attività istituzionali di ricerca e formazione. I Quaderni della Libera Officina si propongono quindi di dare vita a una vera e propria collana di ebook fruibili gratuitamente, quale strumento di studio, condivisione e diffusione della conoscenza. Visita il sito dove potrai consultare e scaricare gli altri ebook della collana Copyright I diritti relativi al testo, pubblicato in rete il 9 giugno 2015, sono di proprietà dell autore. E vietata la riproduzione non autorizzata, con qualsiasi mezzo effettuata, anche se parziale, a uso interno o didattico. 2

3 INDICE Incipit pag. 4 Taccuino di appunti pag. 6 Brevi note biografiche sull autore pag. 31 3

4 INCIPIT Gli uomini, non avendo potuto guarire la morte, hanno risolto, per vivere felici, di non pensarci. Blaise Pascal Sono affascinato dalla morte come tema sociologico e metafisico e come simbolo antropologico. Non perché il sottoscritto desideri morire! Anzi è esattamente vero il contrario. Spero di restare il più a lungo possibile in questo corpo e in questo mondo. Il fatto è che la morte è ciò che più di oscuro vi sia. E l archetipo per eccellenza, il destino accomunante dell umanità. Nel mio intimo percepisco la morte come una fedele e invisibile compagna di viaggio, al pari della matrice che mi ha donato la vita. So che un giorno sarà lei a farsi viva e a farmi visita. Del resto la giostra dell esistenza gira proprio attorno a lei. Ogni pulsione di sopravvivenza, di piacere, di riproduzione, di spiritualità, di salute, è in realtà un suo satellite. So bene che questa riflessione non risponderà ad alcuna delle più antiche e misteriose domande. Tuttavia parlare di morte lo trovo non solo esercizio consolatorio, poiché ritengo che imparare a morire sia un po come imparare a 4

5 vivere. La prima regola dell apprendimento esistenziale è proprio questa: apprendi la morte! Così potrò non solo godere dei doni della vita, ma anche conferirle un significato. Dunque è un vero piacere dare inizio a questa analisi metafisica e introspettiva, per esplorare con me stesso questo oscuro tema. Sin da bambino ho pensato alla morte in modo non superficiale. Non l ho mai rimossa dalla mia vita, tuttavia sento la necessità di fermare questo susseguirsi di pensieri, immagini e ricordi depositati un po alla rinfusa nella memoria. 5

6 TACCUINO DI APPUNTI 1. Provenienza e destinazione Da dove vengo? Dove vado? Le soglie dei due interrogativi sono di sicuro la nascita e la morte. Due eventi intimamente connessi e non solo rispetto alla relazione causa-effetto. Oltre quelle due soglie è solo possibile fare congetture, mobilitare la fantasia oppure la fede. Non vi sono però risposte certe e oggettive. Siamo costretti a convivere col mistero, a riconoscerlo, riceverlo e amarlo così com è. 2. Una dura legge naturale Dal momento in cui si nasce è già scritto il proprio destino. Prima o poi si dovrà morire. La strada dell esistenza porta al suo epilogo, rendendo transitorio e temporaneo il tragitto. Nulla di che, è così per tutti, la morte è democratica, e rende tutti uguali, ricchi e poveri, personaggi di fama e perfetti sconosciuti, uomini di potere e umili, criminali e santi. Non c è via di scampo per alcuno. I camposanti sono pieni di persone di ogni genere ed estrazione sociale. Talvolta la fine arriva troppo presto, in altri casi si fa attendere anche troppo a lungo. Secondo i criteri di giudizio 6

7 dell essere umano la morte non agisce sempre in modo giusto. Strappa via dalla vita bambini innocenti e lascia al mondo, ancora per un po, portatori di colpe inaudite. Ci si domanda perché questo possa avvenire. Ma succede e basta. Non ci è dato conoscere le motivazioni dell oscuro disegno. Dobbiamo prenderlo e accettarlo così com è, nella speranza che in esso vi sia un significato che trascende le nostre possibilità di umana comprensione. Le leggi della natura sono dure, all apparenza inaccettabili e ingiuste, eppure dobbiamo piegarci ad esse, che è un saper riconoscere e sopportare la realtà così come è. Proprio in virtù di queste crude leggi biologiche non ci resta che agire per dare un significato al viaggio, che resta in ogni caso qualcosa di veramente miracoloso. La vita, lunga o breve che sia, è un grande miracolo. La nascita resta comunque la principale causa di morte. 3. Non voglio morire Come ho appena detto vorrei che la morte arrivasse il più tardi possibile. Ho ancora tante cosa da fare! Sono aggrappato alla vita e ai suoi doni, alla sua materialità, alla preservazione del mio corpo e al godimento della bellezza, dei sensi, dei frutti di questo mondo. La natura, l arte, i colori, i sapori, la cultura, il sapere, mi inondano ogni giorno di energia vitale, di benessere, di piacere. L idea che a un certo punto tutto questo mi venga negato e che non possa più portarne memoria, è per certi versi angosciante. Eppure è così! Allora mi dico: - Non fustigarti caro mio, non ne vale la pena! Adesso vivi! Del dopo non puoi sapere! - 7

8 4. Rassegnazione costruttiva Dunque vivo, prendo quello che c è di buono, tento di essere grato alla vita, ma soprattutto cerco una ragione alla finitudine. Guardo rassegnato l epilogo, ma non passivamente. Vorrei che prima di quel momento io possa aver vissuto ogni istante con la pienezza di un fanciullo e la consapevolezza di un saggio. Insomma con leggerezza e profondità. Ecco cosa desidererei da me stesso. Arrivare in fondo al viaggio senza il rimpianto di non aver ascoltato e amato abbastanza, di non aver generato alcuna testimonianza, di non aver spremuto neppure una goccia di felicità. Di fronte alla morte sono dunque guidato da una rassegnazione generativa, costruttiva per l appunto, vitale e creativa. Il desiderio di dare vita a qualcosa, a qualsiasi cosa, per colmare quel vuoto che è parte di me. Un pensiero, un opera, una relazione, un bambino. Non importano le dimensioni dei risultati, ma la passione, l impegno, la responsabilità, il sacrificio che si impregna di bellezza. In questo sforzo si esprime un significato che impedisce al vorace oblio di annientare la mia coscienza e la dignità del mio esserci, che è a termine, non è per sempre. 5. Le due forme del lasciare Nella morte c è un lasciarsi e un consegnare. Vi sono due forme del lasciare: 1) Lasciare andare chi ami. 2) Lasciare qualcosa a chi resta. 8

9 La morte spezza i legami, separa le persone. La persona amata se ne va da questo mondo, per sempre. Resterà un ricordo psichico, ma non la relazione fisica. Chi muore lascia chi resta. Viceversa chi resta lascia andare chi muore. Deve farlo, dopo l elaborazione di un lutto, altrimenti non potrà più vivere libero, ma nella prigionia di una relazione impossibile. Poi chi se ne va per sempre lascia qualcosa a chi resta. Immagini, ricordi, cose, opere, parole, idee, visioni, valori. Ebbene questo patrimonio, questa eredità emozionale, culturale, persino economica, continua a vivere, rimane, si radica creando sempre qualcosa di nuovo. Qualcosa che in certi casi è destinato a durare, in altri a soccombere o trasformarsi. Ma nulla è inutile entro questa catena di esperienza e di metamorfosi. Tutto contribuisce alla magnifica alchimia del Tutto. 6. I segni quotidiani della finitezza Ogni giorno finisce qualcosa. Si tratta dei tanti piccoli e grandi segni della finitezza. Vi sono circostanze importanti che segnano la conclusione di un percorso o di un esperienza. Cambiare lavoro, casa, legame affettivo è sempre una grande trasformazione che traccia un epilogo e lascia una sofferenza. E un lutto. Poi ogni giorno infiniti messaggi arrivano a conclamare il principio che tutto ha un inizio e una fine. Questo fatto è ineluttabile, irreversibile. Non esiste organismo biologico, oggetto materiale, fenomeno sociale, materia fisica che non sia sottoposta a una trasformazione, a un cambiamento di stato. Il che presup- 9

10 pone una fine e un nuovo inizio. La conclusione di un film, di una festa, di un momento magico simboleggia l idea dell epilogo. L esaurimento di una cartuccia della stampante o di una risma di carta rappresenta, allo stesso modo, una fine, il ché presuppone che il nuovo deve prendere il posto del vecchio. Talvolta si assiste al preludio della fine, al declino, rapido o lento che sia, di una civiltà, di un movimento politico, di un economia, di un azienda, o, più semplicemente, di una relazione. Pure questo è segnale della finitezza. Dunque tutto ha un ciclo di vita, persino le galassie. Ciò non significa che dopo ci sia il nulla, ma solo una trasformazione. Si vive attorniati da questa immagine e da questa idea a cui è necessario aderire con la dovuta docilità per non essere sopraffatti dalla disperazione della dissoluzione. Il destino della vita non è la dissoluzione bensì la trasformazione. 7. Una buona morte La morte delle persone ha assunto una molteplicità di forme. Morte improvvisa. Morte preannunciata. Morte dolce. Morte dolorosa. Morte nel sonno. Morte cosciente. Morte naturale. Morte violenta. Morte prematura. Morte senile. Si tratta, fondamentalmente, di una pluralità di immagini che pendolano tra un idea accettabile del morire e una sempre più spaventosa. Persino dinnanzi alla morte si scomoda la speranza. Si spera di avere una morte con certi crismi e di non incappare nelle sue forme più tragiche. C è insomma, nell immaginario collettivo, un modo migliore e uno peggiore di morire. Il secondo è la trama degli incubi 10

11 più terribili e orribili, è ciò che non vorremmo mai esperire e neppure vedere. 8. La morte in terza, in seconda e in prima persona Tutti i giorni muore qualcuno. Uno qualsiasi. Non ci si fa caso, neanche più di tanto. Oramai la morte non costituisce più un fatto sociale ma solo privato che coinvolge solamente gli stretti interessati. Questa si potrebbe definire la morte in terza persona. Con un certo distacco riservo la morte solo agli sconosciuti, attraverso un rinvio temporale, che assume tuttavia la forma di un continuo rimando. Potrebbe peraltro morire un altro da me, ma qualcuno a cui sono molto legato. Questa morte, in seconda persona assomiglia alla mia perché, in questa circostanza, muore qualcosa anche di me. Infine la morte in prima persona, quindi la mia, è qualcosa che ancora non conosco, ma temo. Quando la conoscerò sarà troppo tardi, non potrò trasformarla in esperienza di apprendimento. Allo stesso modo in cui non posso parlare della mia esperienza prima di essere nato. Non ricordo nulla al riguardo. Prima della nascita c è il nulla sensoriale, mentre nella morte arriva dopo. Il nulla sensoriale non equivale, naturalmente, al nulla assoluto. Io posso conoscere la data della mia nascita, ma non quella della mia morte. E proprio questo che da vita alla speranza. 11

12 9. Ciò che non muore non esiste La morte è certamente un limite alla vita eppure senza di essa la vita non esisterebbe nella forma biologicamente e psichicamente concepibile dall uomo. Ogni essere vivente ha dunque questo destino, quello di morire, quindi di trasformarsi, allo stesso modo dei corpi celesti e della materia inanimata. Il destino del sole, di una galassia, del nostro pianeta, o più semplicemente di una pietra, è quello di finire e di trasformarsi in qualcosa d altro. Essere parte della realtà significa dunque essere parte della trasformazione. Il destino della morte contiene un messaggio oscuro e misterioso, che potrebbe anche apparire privo di senso, ma che costringe l essere umano in una ricerca perenne. L inizio ha una fine. Tutto si trasforma, tutto diviene. La morte è un non senso che obbliga l uomo a generare senso. 10. Imparare a morire? Si può imparare a vivere senza imparare a morire? Certo che no, visto che le due cose sono strettamente collegate, sono un tutt uno. Tuttavia è impossibile imparare la morte, se non l atteggiamento con cui ci si prepara ad essa. Posso apprendere la rassegnazione, la costruttività compensatrice, ma non posso perfezionarmi a morire, dato che posso farlo solo una volta. Mi è impossibile riprovare a morire per migliorarmi. Se mai esistesse l esperienza della morte, non farebbe certamente parte del nostro mondo. Infatti chi è morto non può riflettere nella condizione di un vivo. La nostra esperienza si limita a osservare la morte altrui. Un 12

13 cadavere inanimato, destinato al dissolvimento, prende il posto di una relazione possibile, quale è quella tra vivi. Con la morte si rompe prima di tutto la comunicazione. Il sonno è una prefigurazione analogica della morte, ma non è la morte. Anche l invecchiare è un progressivo ridursi della forza vitale. Ma non è la morte. Sono solo due immagini che ci aiutano a darle una forma cognitiva. 11. Si muore soli L ultimo istante è una soglia che si varca da soli. Non posso compiere questo passo in compagnia. Una forza gravitazionale mi spinge oltre la vita e in quel momento mi prende nella più esclusiva soggettività. Non posso farmi sostenere, non posso essere sostituito. Nessuno può andare al posto mio. Di quegli ultimi istanti, di quelle ultime percezioni, sensazioni, probabilmente non resterà lucida memoria, forsanche un energia incomprensibile fluttuerà in un campo di forze ignote all uomo, ma tutto si dissolverà secondo l ordinaria coscienza. L intensità di quella solitudine è l epilogo tanto della gioia, quanto della fatica di vivere. E un momento tragico ma anche di liberazione dello spirito dalla prigionia del proprio corpo. La privazione del sentire è negazione della percezione sensoriale, dei processi cognitivi, della volontà, della coscienza. E la fine del pensiero e del respiro. 13

14 12. Non se ne deve parlare Nel lungo percorso culturale dell umanità la morte ha avuto sino ai giorni nostri una posizione di rilievo, nei costumi, nelle abitudini sociali. Non era nascosta ma onnipresente nei diversi ambiti del vivere sociale, negli abiti, nei rituali, nei mores culturali. Nella società postindustriale la morte è pressoché divenuta un tabù. La morte-tabù ha di gran lunga sostituito il sesso come tabù. Essa sfugge al controllo rassicurante della scienza. Non appartiene alla normalità e al godimento del vivere, è inopportuno parlarne, è una grave ferita narcisistica. E bene usare il tempo per questioni più pratiche o per celebrare il piacere, per consumare, per apparire. E quindi controproducente e inusuale pensare alla morte. Non è buon gusto invitarla nelle conversazioni, nell intrattenimento. La sua presenza è sconveniente e deve essere esorcizzata, meglio se spettacolarizzata, così da non escluderla del tutto, mantenendo la giusta distanza. 13. La morte espropriata Talvolta si preferisce nascondere la verità a un malato terminale. I suoi familiari si adoperano senza che egli sappia il suo destino, anche se spesso il loro non verbale comunica ben più delle parole. Costui è stato espropriato della consapevolezza per paura della disperazione. Il movente è di certo nobile, limitare la sofferenza psichica. Però l effetto è nefasto soprattutto per i vivi. Costoro sanno che quando sarà il loro turno anch essi non saranno padroni 14

15 della propria morte. Questo non fa che aumentare il terrore di quel momento e la necessità di esiliarne persino il pensiero, di anestetizzarne l idea, di ripudiarne l immagine repulsiva. Si finge allora di vivere un come se non fosse così, si finge che la morte sia solo un problema degli altri. 14. Meglio non pensarci Già il filosofo Pascal sosteneva che è più facile accettare la morte senza pensarci piuttosto che pensarci continuamente. Egli era un anticipatore del sentire contemporaneo. La morte in quanto fenomeno biologico non offre alcuna risposta ontologica allo scopo, alla ragione del morire. Poiché il quesito non ha soluzione è inutile porsi il problema, è più proficuo pensare ad altro. Il pensiero dominante non può accettare che ci sia qualcosa di misterioso, non può sopportare i propri limiti fisici e cognitivi. Tuttavia la dignità di un essere pensante è tutto ciò che resta di fronte all ineluttabilità dell epilogo. Ciò implica un certo tipo di atteggiamento non solo nei confronti di tale evento finale, ma che si riverbera nella sua attesa dunque nella stessa azione del vivere, di esperire la vita, di conferirle un senso piuttosto che un altro. Vi è una risposta laica alla paura della morte che ha intriso buona parte degli stili di vita moderni e che consiste nel vivere intensamente i doni dell esistenza, siano questi dei piaceri, degli affetti, dei valori; tuttavia questo non basta per superare veramente le angosce. 15

16 15. La morte condiziona la vita Che cosa è la vita? Vivere significa anche morire. Il dominio del trauma della finitezza presuppone consapevolezza, riconoscimento, accettazione. Attraverso la sola ragione non si può arrivare a una comprensione completa della morte. La morte non è una teoria astratta, è un fatto molto concreto che dovrà verificarsi e che ci riguarderà in prima persona. Le varie confessioni religiose, i miti, hanno proposto modelli di contenimento dell angoscia di morte, ma è il sentimento della fede che da un punto di vista soggettivo libera l individuo dal terrore e dall orrore di quell evento. La ragione si appella sempre alla conoscenza per trarne sicurezza, ma nel caso della morte resta incompiuta ogni spiegazione razionale. Ogni supposizione non ha alcuna certezza, non è verificabile, non può definirsi vera o falsa, ma di certo la visione che ciascuno ha della morte condiziona e influenza in maniera determinate il suo modo di vivere. 16. Dare un senso alla morte La morte un giorno o l altro dovrà accadere, ma almeno per ora non è ancora presente. Dunque è meglio dilatare il presente, e pensare adesso alla morte sarebbe come rinunciare a vivere il presente. L uomo contemporaneo ha perso il coraggio dell angoscia, non è in grado di guardare con autenticità alla realtà e dunque sceglie di non elaborare un pensiero significante sulla morte. La morte è certa, sempre possibile, anche se assurda e non scelta, è elemento impre- 16

17 scindibile della nostra natura biologica ed ontologica. 17. Molto di più L atteggiamento più dignitoso verso la morte sta forse nel viverla nel modo più naturale possibile, interpretandola come contenuto, essenza e senso della vita stessa. E dunque necessario vivere in confidenza con la morte durante la vita. Non è possibile trovare il senso della propria esistenza senza affrontare il senso della morte nella vita stessa. Che significato avrebbe vivere se poi tutto deve essere annientato dalla morte? E che senso avrebbe tentare di morire dignitosamente, da uomo, se la morte è un assurda realtà che non ha niente a che vedere con l esistenza umana? Per vivere autenticamente la mia esistenza debbo interiorizzare la morte. Non si tratta solamente di pensare che dovrò morire, quanto piuttosto di prendere coscienza che ogni cosa non è definitiva; quindi non potrò attaccarmi a nulla. Questo non vuol dire rinunciare a tutto, ma solo riconoscere e accettare la vera natura della realtà. Sarebbe riduttivo pensare alla morte come un semplice cessare di vivere, di respirare, di sentire, di ricordare, di comunicare. La morte è molto di più. E una direzione, un compimento, un essenza, un catalizzatore di significato. Dunque è un elemento ontologico, oltre che prettamente biologico. Ne avverto la presenza attraverso il coraggio della mia angoscia. Una serena accettazione può esserci interpretando la vita come un percorso, il cui valore non è una quantità bensì 17

18 una qualità. E ricchezza e intensità dell esserci, è un sentimento di pienezza, e di gratitudine, è bellezza d animo. Il mistero della morte appartiene al cuore pulsante della vita e la sua percezione poetica da la forza di sopportarne l arrivo. 18. La grande fuga La maggior parte delle persone cerca di fuggire via dalla morte, nonostante la sua inevitabilità. Sceglie di vivere intensamente il presente e si proietta sistematicamente nel futuro, riempendolo di progetti e di cose da fare. E questo l atteggiamento più tipico della società post-industriale. Ma il paradosso è inevitabile. Più l uomo cerca di sfuggire alla morte, più le va incontro. Il nostro futuro in ogni istante della vita si riduce, mentre il passato si incrementa. Inevitabilmente il presente si comprime, nonostante il nostro tentativo di dilatarlo. E uno sforzo irrazionale, privo di significato, dettato solo dall angoscia. Ovunque si scappi la vita tende verso la morte. Ogni persona muore per il solo fatto di essere nata. 19. Le forme della sopravvivenza L idea dell immortalità dell anima è per molti un orizzonte di senso. La fede in essa assume variegate forme in base alla fede religiosa o anche alle rappresentazioni soggettive. 18

19 Anche il ricordo tiene in qualche modo in vita la persona scomparsa. Tuttavia la fama non è per tutti gli individui e i più debbono consolarsi con la memoria degli affetti che, tuttavia, ha un orizzonte temporale più limitato. Considerare la morte come un passaggio in un nuovo ordine, sia pur misterioso, lascia comunque una speranza ai vivi, oltre ad orientarne i comportamenti entro direzioni etiche, morali, di significato. 20. Contraddizioni del nostro tempo La nostra società esorcizza il timore della morte oscillando tra atteggiamenti contraddittori, quali la rimozione oppure l'ostentazione di immagini che la spettacolarizzano. Servizi televisivi e film, realtà e finzione, mediate dal piccolo e dal grande schermo, oltre che da internet, ne svalutano i contorni e i contenuti, soprattutto da un punto di vista emotivo. La morte spettacolo determina un atteggiamento passivo, altro da noi, distante dalla nostra vita, che non ci obbliga a ricercare un perché oltre noi stessi. La società agro-pastorale considerava la morte un fatto naturale, offrendo un'accettazione più serena e rassegnata di essa; con l aiuto della scienza e della tecnologia, si cerca spasmodicamente di allontanare quel momento. L'uomo contemporaneo forse nutre una segreta speranza di immortalità. Grazie alla scienza potrebbe esserci sempre qualcosa da fare per prolungare la vita. 19

20 21. Il significato di vivere e di morire Non vi è essere umano che non abbia una filosofia della vita, e quindi una ricerca del significato dell esistenza. Oltre al rapporto tra me e me, o tra Io e Tu, esiste un altra dimensione che rende l uomo un essere trascendente : il significato dell esistenza e della morte. Il recupero di trascendenza in questo discorso è recupero di senso e di finalismo. Da sempre l uomo ha bisogno di significato, e non riuscirà a trovarlo nella scienza, nella tecnologia, nella società del benessere. Tutto ciò può migliorare la condizione esistenziale, il contesto, la qualità della vita, ma non può nutrire l anima del suo cibo naturale, il significato. 22. Unica verità assoluta L unica verità assoluta e inaccessibile è proprio la morte. La vita è un evento passeggero che fa parte di un contesto più grande, che esula dalla nostra immaginazione. Si viene al mondo grazie ai genitori e a tutti gli avi. Si vive, ricadendo poi in un regno di cui non si sa nulla. La vita non è un fatto straordinario separato dalla morte. Non può essere presa isolatamente, come un bene di consumo. La vita in realtà prende possesso di noi, poi ci lascia andare. Noi esistiamo già, nei nostri genitori, e in tutti quelli che ci hanno preceduto, prima di nascere. La forza dei nostri avi ci accompagna nel transito dell esistenza. La morte è dunque intimamente connessa con la via della conoscenza e con la ricerca della verità, così come con 20

21 la sessualità e con la riproduzione della specie. Possiamo umilmente esporci a essa e sopportarla solo recependo il ciclo della vita, la forza dei nostri avi, la trascendenza dell esistenza, il dubbio. La ricerca della verità è infatti un operazione pesante e faticosa. Porta con sé il fardello della morte e della sua inaccessibilità. Presuppone per chi nasce senza ali di volare nel cielo, per chi nasce greve e pesante di muoversi velocemente nell aria. Il prezzo da pagare è alto: la convivenza col dubbio. Qualche volta sento il bisogno di rifugiarmi nella mia intimità psichica, in solitudine, e di raccogliermi in una meditazione interiore. Ciò consiste nel non pensare. Nello svuotare la mente. Nel convivere col vuoto. 23. L amore e la morte L amore, quale possibilità di amare e di essere amati, è una grazia, un dono, un incanto, un miracolo. L Io che ama, nel darsi a un Tu, supera il proprio Io e lo stesso Tu, per cogliere un significato più profondo dell esistenza. Colui che ama non lo fa in ragione di una qualità specifica della persona amata, ma per tutto ciò che questa è nella sua unicità e irripetibilità. La persona amata è insostituibile. L amore porta in sé pulsione sessuale ed erotismo psichico, ma soprattutto si basa su uno stato sentimentale e spirituale. Infatti la morte può far venire meno il corpo della persona amata, ma mai la sua unicità esistenziale, il suo modo di essere, il suo spirito. La sua essenza spirituale, così come quella di ogni es- 21

22 sere umano, è eterna. Il corpo è limitato, ma molto probabilmente lo spirito non lo è. 24. Il piacere e la morte Il piacere è uno stato provvisorio, di origine biologica, determinato dalle cellule nervose del nostro cervello. Per via della morte il piacere viene meno. Si svuota di ogni significato. La ricerca esasperata del piacere può avere senso solo nella misura in cui si fa propria le teoria del non-senso dell esistenza. Allora vale la pena approfittarne, per dimenticare o celare il nulla, il non-senso. Il piacere compensa così il vuoto. Ma questo senso di vuoto svanisce proprio quando facciamo esperienze esistenziali che riconducono il significato della vita a qualcosa di più grande di noi. Quando proviamo un sentimento di amore autentico o di carità per un altra persona. Quando riconosciamo il merito, il coraggio, la forza di un essere umano e della sua vita esemplare, al servizio dell umanità. Quando realizziamo o godiamo di un opera d arte, ammiriamo i miracoli della natura, scrutiamo i misteri dell universo e della vita. In tutti questi momenti proviamo la felicità dell esistenza, senza averla cercata, come effetto naturale che ci trascende, come dono che riceviamo. 22

23 25. La responsabilità di vivere Andare incontro al senso dell esistenza e alla sua finitezza vuol dire esprimere la libertà come esercizio di responsabilità nelle diverse esperienze della vita, come l amore, l operosità, l atteggiamento di fronte alla sofferenza. Ciò significa non rinunciare al proprio sé autentico. Nella vita ogni essere umano è chiamato ad assolvere un compito, in cui troverà un significato, una direzione, un idealità, una responsabilità in cui esprimere la propria libertà. È da considerarsi fisiologica e sana la distanza tra il proprio sé reale e quello ideale. Sarebbe invece anormale una soddisfazione eccessiva. Ciò non deriva solamente dalla contrapposizione tra valori e istinti, ma anche dalla finitezza della nostra vita. Se infatti fossimo eterni, immortali, non avremmo la responsabilità irreversibile di utilizzare il tempo della nostra vita come opportunità per esprimere un significato. Senza limiti temporali saremmo apatici, spiritualmente addormentati. Senza finitezza non vi sarebbe responsabilità e quindi neppure libertà. Dobbiamo fare i conti col nostro destino e con le nostre radici. L essere umano è libero di fronte al suo destino. Senza destino non sarebbe libero. Senza un disegno divino non sarebbe libero. Di fronte al fato, alla sorte, ai legami, ai vincoli, alle fortune, ogni uomo può scegliere sempre tra le moltissime possibilità di azione. Ogni essere ha la sua posizione di partenza, il suo corredo somatico, le sue pulsioni, le sue radici, la sua condizione sociale. Riconoscere e accettare ciò non è facile, ma fa parte della condizione umana. 23

24 26. Anche i nostri figli dovranno morire Quando sono piccoli, i nostri figli, li teniamo in braccio. Ci piace abbracciarli, accarezzarli, stropicciarli. Non c è molto tempo per farlo. Mentre stringiamo le loro piccole mani tra le nostre ricordiamo la nostra infanzia. Percepiamo anche il loro futuro, la loro finitudine di essere umani, la fatica che dovranno affrontare. Anche loro avranno pesi da portare, come tutti. Dovranno cercare la propria strada, il proprio compito, sino alla fine. Accettare il destino dei propri figli è quasi più pesante che accettare il proprio. Se dovesse accadere loro di dover sopportare un destino ostile, la nostra colpa sarebbe insopportabile? L accettazione di qualsiasi tipo di sofferenza esistenziale è una forma di fede e presuppone il coraggio di esistere. La fede non è l incondizionata accettazione di un opinione verificabile o confutabile: è accettazione della trascendenza come esperienza esistenziale. In fondo è l unica possibilità autentica di riscatto in un epoca segnata dalla mancanza di significato. Questa possibilità non consiste in un illusoria e arrogante pretesa di vincere la sofferenza, ma nell accettazione serena delle tribolazioni e dei destini umani. Nell accettare un destino insopportabile si esprime allora un atto di fede e si afferma un significato dell esistenza. Si guarda dritto negli occhi, con coraggio e pace, al fatto di esistere. È solamente nell espressione autentica della nostra volontà di significato che si esprime una vera ragione per essere felici. 24

25 27. Compassione artificiale L uomo desidera soffrire quando assiste a spettacoli teatrali dove si svolgono drammi o tragedie esistenziali che però lui stesso non vorrebbe mai patire nella realtà. Si commuove per quella situazione non sua, per quel tragico destino, e da esso si distanzia attraverso una finta pietà. Allo spettatore non è chiesto di portare soccorso, di prestare aiuto e cure, ma solo di soffrire e provare compassione per le sciagure umane alle quali assiste. La rappresentazione teatrale del dolore, della malattia e della morte, è tanto più riuscita quanto più il dolore appare reale. L amore per il dolore simulato esorcizza allora la paura di quello reale. Nessun dolore merita di essere amato e di far provare piacere, o di essere utilizzato come medicina delle nostre paure. Nel mondo virtuale della società contemporanea questo fenomeno è ancora più evidente e pregnante. Ma non si tratta forse di una fuga determinata dall assenza di significato? Di mancanza di coraggio esistenziale? Di una forma di mancanza di rispetto nei confronti della sofferenza umana? 28. Spettatori della morte altrui L essere umano non solo è spettatore della sofferenza altrui. Finché vive, è anche spettatore della morte altrui. Il morire è infatti un esperienza completamente propria di chi muore. Chi la fa, non può raccontarla. Quindi i viventi non sanno nulla della morte e niente possono sapere. Però qualsiasi essere vivente ne parla. Pensa a essa. Alla sua 25

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