numero 3 anno VII 21 gennaio 2015

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1 numero 3 anno VII 21 gennaio 2015 edizione stampabile

2 LA M4, I TAXISTI E NOI Luca Beltrami Gadola Nei giorni scorsi il signor Stefano Guiso-Gallisay ci ha scritto: Egregi Signori ma non vi viene il dubbio che tutti questi articoli a cui date spazio contro la M4 non siano commissionati dalla potente lobby dei tassisti e/o scritti da parenti, a- mici o consulenti di tassisti? Non riesco a spiegarmi come mai tali articoli non siano mai supportati da cifre e si basino invece su astratte argomentazioni non solo del tutto opinabili, ma anche contraddittorie.. Normalmente alla lettera di un lettore avrei risposto nella rubrica La posta dei lettori ma questa volta le cose sono un po diverse: il signor Guiso-Gallisay mette in dubbio la buona fede e la correttezza dei nostri collaboratori accusandoli di essere al servizio di interessi altrui o forse addirittura a libro paga di qualcuno. Quello del signor Guiso- Gallisay è un vecchio vizio italiano e in particolare della classe politica nostrana: l attribuire agli altri propri possibili ma biasimevoli comportamenti; posso garantirgli di aver preso un grosso abbaglio: nessuno dei nostri collaboratori, né io personalmente, siamo in vendita e qualche volta ci secchiamo persino di fronte alla domanda da che parte stai, quando questa domanda sottintende opportunismo politico. Ma veniamo allo specifico della lettera. Chi fosse attento lettore del nostro giornale non si sarebbe certo perso in particolare gli articoli di Marco Ponti che con la lobby dei taxisti non è certo tenero, così come non siamo mai teneri nei confronti di chi troppo sfacciatamente e prepotentemente antepone le ragioni proprie o della categoria di appartenenza al bene comune. È nota, tanto per fare un caso, la nostra avversione ai difensori senza se e senza ma dei diritti acquisiti. Due parole sul supporto offerto alle opinioni dalle cifre. Non credo proprio che i nostri collaboratori e io stesso si sia parchi nel sostenere le nostre opinioni con le cifre, quando le conosciamo e sono indispensabili al ragionamento le diamo, cosa che purtroppo invece non è da parte della classe politica di governo. Per venire al caso della M4, nei confronti della quale la nostra posizione è molto articolata: siamo come tutti favorevoli alla costruzione di metropolitane ma per la M4 ne contestiamo la priorità rispetto ad altri investimenti pubblici, ne contestiamo in parte il tracciato, ne contestiamo le scelte tecnologiche, ne contestiamo l opacità delle procedure di appalto e molto altro ancora. Visto che i responsabili ci dicono che la risoluzione del contratto sarebbe costata troppo, ci piacerebbe conoscere le cifre di questo troppo per sottoporle ai nostri lettori e confrontarle con gli oneri futuri sul bilancio comunale in ossequio a una delle ragioni stesse della nostra esistenza come giornale: conoscere per far conoscere, per discutere, per decidere e per giudicare. Le faccio un caso e le do questa volta le cifre. Avrà notato in metropolitana enormi affissioni di pubblicità proprio della M4. Il costo di quest operazione mi risulta 2 milioni di euro ma non so a carico di chi siano. Di che si tratta? Pubblicità di un prodotto che sarà sul mercato solo nel 2022 salvo prolungamenti dei cantieri? Pubblicità elettorale della Giunta? Campagna di informazione? Un figlio spurio della cosiddetta partecipazione? Attendiamo con ansia spiegazioni per poter informare anche il signor Guiso- Gallisay e gli altri nostri lettori. Già che ne abbiamo parlato, ancora qualche parola sulla partecipazione. La campagna sulla M4 dallo slogan abbiamo messo la quarta, curioso riferimento all automobile la cui presenza in città si vorrebbe limitare, sembra piuttosto destinata a dimostrare disponibilità a dare ascolto ai cittadini che si propongono di limitare i disagi dovuti ai cantieri. Comunque invita a conoscere il percorso della nuova linea. Lo faremo anche noi nei prossimi numeri ma dedicandoci al percorso formale e autorizzativo di questa benedetta linea, dalla Giunta Albertini, passando per quella della Moratti sino a oggi: un viaggio nella burocrazia, nella nebbia della politica, nei pasticci e nelle contraddizioni, sperando di non trovare di peggio. Oggi ci pare curioso che si vada a discutere con i comitati dei cittadini sugli eventuali disagi per poi concedere loro quello che il CIPE - Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica - (delibera del 30 agost0 2007) aveva già imposto in gran parte come prescrizioni vincolanti al momento del rilascio del parere favorevole alla realizzazione della M4 che, detto per inciso, riguardava solo il lotto funzionale Lorenteggio - Sforza Policlinico, il primo preso in esame e autorizzato. Nel frattempo vigileremo sull applicazione dei contenuti delle prescrizioni, che mettiamo a disposizione per chi fosse interessato: conoscere per far conoscere, per discutere, per decidere e per giudicare. E per noi anche per proporre. SE AL POSTO DI PARIGI CI FOSSE STATA MILANO? Emanuele Telesca La strage perpetrata alla redazione di Charlie Hebdo, a Parigi, ha smosso in ognuno di noi una moltitudine di pensieri, riflessioni, preoccupazioni. Superata l onda emotiva, a una domanda può essere interessante rispondere: è se fosse capitato a Milano? Se gli attentatori fossero stati dei cittadini italiani di seconda generazione che, incappucciati e ben armati, avessero fatto fuoco in una redazione di giornale? Quale reazione avrebbe messo in campo la città e il paese? Non è un esercizio di fantasia fine a se stesso, riconoscendo le somiglianze tra la capitale francese e il capoluogo lombardo. Milano ha sempre aspirato a divenire una metropoli europea, porta verso il centro e il nord europea, ammantata di una grandeur e di un orgoglio propriamente meneghino. E certamente la vicinanza tra le due città l ha dettata anche la storia, con le opere napoleoniche di inizio XIX secolo ancor oggi visibili nell architettura e nell urbanistica milanese. Milano, come Parigi, è sede di numerose testate e case editrici. Riviste, quotidiani e pubblicazioni spesso denotate da spiccate caratterizzazioni politiche, religiose e filosofiche; che già in passato hanno fatto discutere per le loro posizioni in materia di multiculturalismo e scontro di civiltà, spaccando l opinione pubblica. Se un commando avesse fatto irruzione in una di queste redazioni, decimandone i componenti, la cittadinanza milanese avrebbe risposto come quella parigina? O le scorie di lunghi anni di acceso con- n.3 VII 21 gennaio

3 fronto politico e ideologico avrebbero mostrato le loro conseguenze? In tutta onestà, nello stato attuale in cui versa la nostra democrazia, attirata dalle sirene populiste e contagiata da un diffuso e nemmeno troppo celato razzismo, temo che la risposta non sarebbe né compatta né razionale. Richiamo alla memoria quanto avvenne dopo un episodio meno drammatico, ossia l oramai famoso lancio della statuetta contro l allora premier Silvio Berlusconi: la parte politica che aveva visto offeso il proprio leader lanciò strali nei confronti degli avversari, rei (a loro dire) di aver incitato una campagna d odio verso il Cavaliere. Si forzò la mano nel dividere l agone politico tra buoni e cattivi, chiedendo a tutti di dissociarsi da quel folle gesto. Già immagino, allora, gli slogan rabbiosi delle destre, pronti a chiudere tutte le frontiere, chiedendo leggi restrittive delle libertà personali. Immediate fioccherebbero le mozioni di sfiducia verso gli amministratori locali e nazionali, rei di aver permesso il proliferare di centri di preghiera e di cultura islamica. Non si riuscirebbe, probabilmente, a organizzare una manifestazione di piazza unica che, come a Parigi, raccolga milioni di cittadini senza bandiere di partito. In ogni occasione pubblica si chiederebbe a questo o a quel fedele musulmano di dissociarsi in maniera espressa, chiedendo vicinanza all islam moderato (a sottintendere che i seguaci di Allah sono, per natura e convinzioni religiosi, dediti al terrorismo). Gli appuntamenti elettorali successivi si incardinerebbero sull episodio, permettendo ai leader che mirano alla pancia degli elettori di fare incetta di voti. E allora gli attentatori sì che avrebbero raggiunto il loro obiettivo: diffondere la paura a un livello tale da sovvertire le nostre esistenze, viatico perché il famigerato scontro di civiltà passi dalle parole ad i fatti. È una visione oscura, la più pessimistica, che però si fonda su dati di realtà. Dopo gli attentati dello scorso 7 gennaio abbiamo sentito politici dichiarare che siamo in guerra, e che ciò rende necessario controlli a tappeto su tutti gli islamici. In vista di Expo è stato chiesto di sospendere l area Schenghen, così da rendere più sicure le nostre frontiere. Come avvoltoi sono partiti all attacco del progetto della Giunta Pisapia di bandire spazi per nuovi luoghi di culto in città, col timore che nuove moschee vadano di pari passo con un aumento esponenziale di rischio terroristico (che poi, quel bando, è destinato a numerose confessioni religiose, non solo a quella islamica). I commenti sono stati spesso beceri e raffazzonati, privi della necessaria dose di conoscenza: quel terrore che gli attentatori vogliono diffondere e utilizzato già da ora come strumento elettorale. Fare proprio lo slogan Je suis Charlie vuol dire avere a cuore la libertà d espressione, il multiculturalismo, la democrazia; una visione in cui si abbandonino fondamentalismi ed estremismi religiosi, ma anche filosofici e politici. In questi giorni è stato sbandierato da personaggi che, fino all Epifania, facevano propria una differente retorica. Come ha ricordato Roberto Saviano è solo con i fatti più tragici e di sangue che apriamo gli occhi e le coscienze, garantendoci nuove garanzie da parte dei governanti per quei diritti messi in pericolo dal terrorismo organizzato. L augurio è che a Milano, e in Italia, ciò avvenga ben prima e senza dover patire le sofferenze del popolo francese, guidati da un programma politico e culturale aperto a tutte le realtà presenti sul nostro territorio, capace d essere empatico rispetto alle sofferenze d ogni parte del mondo. Solo allora la nostra società sarà munita di sufficienti anticorpi per rispondere ad attacchi e violenze cieche. ISCRITTI E ELETTORI NELLA CARTA DEI CIRCOLI DEL PD Stefano Draghi Nell'ultima riunione del 2014 la Direzione del PD Metropolitano Milanese ha approvato la Carta dei Circoli, un documento che vuole essere un primo contributo alla riorganizzazione del PD milanese, sintesi finale di un percorso iniziato all'ultima Festa dell'unità e ben impostato dal punto di vista del metodo (1). È una buona occasione per esaminare e approfondire alcuni dei nodi che il PD ha di fronte. Mi limito qui, per motivi di spazio, a qualche considerazione sul rapporto tra iscritti e elettori. Come avverte l'epigrafe, la Segreteria si proponeva di arrivare alla stesura di una Carta che sancisse un patto tra "centro" (segreteria e direzione) e "periferia" del PD (i circoli), il primo a maggioranza renziana (eletto con le primarie aperte) fautore del nuovo "partito degli elettori", la seconda territorio ancora in larga misura presidiato dai militanti tradizionali (la "Ditta"), sostenitori del "partito degli iscritti". Una frattura sulla concezione del partito e della sua forma organizzata che rischiava di allargare quella già ampia sulla linea e le alleanze politiche, sul programma di governo e sulle riforme. Per questo, la Carta voleva "nell Area metropolitana milanese lanciare un nuovo modello di rapporto tra il centro e la periferia, che metta al centro obiettivi e orizzonti condivisi, garantendo il buon funzionamento del Partito metropolitano a ogni livello, aprendolo maggiormente agli elettori." [dalla presentazione] La Carta licenziata dalla Direzione è molto al di sotto di queste ambizioni, evita le questioni più importanti che il PD (come altri partiti) ha di fronte e si limita in sostanza a meglio definire e rinvigorire il partito di zona, entità intermedia tra i circoli e la segreteria metropolitana. Operazione utile a rinsaldare il controllo del partito "centrale" sulla "periferia", ma non certo a rianimare la vita stentata di molti circoli. E che anzi può avere effetti opposti come la riduzione della dichiarata autonomia dei circoli o un incentivo al loro accorpamento. Niente di male se due circoli uniscono le loro risorse, ma se a Milano città l'organismo politico di zona si rafforza, che spazio in futuro potranno avere i circoli? Se il partito ha come missione principale quella di conquistare consensi e governare le amministrazioni locali, che senso ha mantenere in vita organismi di partito, come i circoli, che non hanno alcun corrispettivo istituzionale? Non è chiaro dunque quale trade-off stia alla base del patto tra centro e periferia del partito, perché nella Carta i grandi assenti sono proprio gli iscritti e gli elettori. Anche accettando l'idea che la Carta fornisca solo "linee guida e indicazioni di buon senso", sorprende che nulla si dica su come i circoli possono sostenere il tesseramento, fronteggiare il calo degli iscritti e la loro mutazione in una situazione politica profondamente cambiata, e come possano motivare gli elettori a una più intensa partecipazione alla vita di partito. Rade e generiche formulazioni sparse nella Carta indicano n. 3 VII - 21 gennaio

4 che le iniziative dei circoli devono essere "sempre aperte agli elettori", che il segretario deve "guidare il Coordinamento, valorizzando il ruolo degli iscritti, mantenendo alta l attenzione verso gli elettori e i cittadini". È davvero troppo poco davanti alla crisi dei partiti e della loro organizzazione, ormai conclamata da decenni, a destra e a sinistra, in Italia e in altri Paesi. Ci si poteva aspettare che nella presentazione della Carta si delineassero i punti fondamentali di questa crisi e si proponessero principi e norme, anche sperimentali, su cui avviare, a partire dalla base e certo con un percorso lungo e non facile, la ricostruzione di una organizzazione che aiuti il partito a rimontare il deficit di rappresentatività e la caduta, in qualità e quantità, della partecipazione alla vita politica. Per ridare alla politica la reputazione perduta e per rimotivare nuovi volontari al servizio della collettività. Insomma per provare ad abbozzare il nuovo profilo organizzativo del partito del XXI secolo, almeno a Milano. Ma di ciò non vi è traccia. L'idea semplice che "un partito più aperto agli elettori è un partito che funziona meglio" è molto ambigua e rischia di essere ormai obsoleta. Le primarie, che hanno rappresentato una grande risorsa e la vera innovazione introdotta dal PD nel sistema politico italiano, hanno urgente bisogno di una revisione delle regole per fermare il degrado che le ha colpite, come da ultimo in Liguria. Forse anche per questo tendono a calare gli elettori, quelli veri (in Emilia) e quelli virtuali (nell'ultimo sondaggio Ipsos del 18 gennaio). Se la formula "partito degli elettori" vuole essere la ricetta adatta a guarire la malattia ereditata dal PCI ("Il piatto di lenticchie elettorale non vale la perdita dell'anima politica") allora serve a ben poco e arriva con grande ritardo: il PD (come d'altronde chi l'ha preceduto PDS, DS e Margherita) è ormai da tempo partito elettoralistico, interclassista e prenditutto. Se invece "partito degli elettori" vuole indicare un'alternativa al ruolo centrale degli iscritti, sostituiti da primarie aperte o consultazioni on line non governate e non controllate, allora deve essere chiaro a tutti che i rischi di dissoluzione del partito si fanno più concreti. Come aveva molto autorevolmente suggerito la sentenza della Corte Suprema USA sulle primarie californiane o come dimostra la più recente e nostrana parabola del M5S. (1) Largo dibattito preliminare, costituzione di un gruppo di lavoro, interviste a esperti e esponenti politici, stesura preliminare, dibattito in Direzione, stesura finale. VIA PADOVA BASTA CON LE FALSE ETICHETTE! LA LUNGA STRADA DELL INTEGRAZIONE Eleonora Poli Ora sarebbe addirittura come la banlieue dei terroristi : ecco, nell immaginario di via Padova mancava questo furbo paragone, e ci ha pensato Mario Borghezio - una domenica mattina in visita al quartiere - a trovare le parole adatte per gettare un po di benzina sul fuoco. In certi casi le parole durano giusto il tempo di essere pronunciate, eppure lo stesso arrivano alle orecchie della gente, a chi ha gli strumenti per comprendere e chi no, chi ride e purtroppo chi applaude, chi conosce e chi no luoghi e situazioni. Buttate lì, non con leggerezza ma con studiata provocazione e mancanza di un serio approfondimento dei problemi, frasi superficiali e a effetto sono come uno schiaffo alla gente che nella zona vive, lavora, si impegna ogni giorno per l integrazione e il miglioramento della qualità della vita sul territorio. Tra i quartieri difficili di Milano, via Padova - la lunga strada multietnica tra viale Monza e via Palmanova - è senz altro in grado di suscitare, anche senza bisogno di commenti di sottofondo, le opinioni o le reazioni più disparate. Paura repulsione curiosità interesse, fino ad arrivare alla familiarità, all annullamento di ogni iniziale sensazione di estraneità. Il succedersi di queste percezioni opposte va spesso di pari passo alla dimestichezza con il posto, i negozi, le persone; ben diverso se ci passa per caso una sera in macchina, da via Padova, se la si frequenta abitualmente, se si affitta o acquista una casa qui. La conoscenza accorcia le distanze, modifica le valutazioni. Tanto che, qui più che altrove, molti residenti scelgono di dedicare tempo ed energie ad associazioni, comitati, gruppi politici o di volontariato; e di partecipare alle attività del Consiglio di Zona 2 e delle sue commissioni con l obiettivo di migliorare la qualità della vita sul territorio. Prove, esperimenti di coesione sociale sotto varie forme quindi dalla scuola alla musica, dal teatro alla politica - in un circondario abitato da tante nazionalità diverse, dove la convivenza nasce in molti casi forzata e reciprocamente poco tollerante. Apertura e disponibilità dei cittadini, italiani e non, fanno segnare progressi che, impercettibili al primo sguardo, non sfuggono però a chi vive la realtà quotidiana del quartiere. Perché via Padova non è solo e- mergenza e allarme, è soprattutto quotidianità. Vivace e densa umanità, spalmata su quattro chilometri di strada, da piazzale Loreto al quartiere Adriano. A tutte le ore del giorno e della notte la tagliano fischiando i treni che passano sul ponte sopraelevato della ferrovia, a tutte le ore donne e uomini di ogni Paese la attraversano in lungo e in largo: parlano, fanno la spesa, fumano, mangiano, bevono, non di rado si prendono a botte. La strada non è mai vuota. Ci sono i musulmani che a- spettano la moschea in zona e gli italiani-cristiani che la temono come il peggiore dei mali, c è la chiassosa comunità dei peruviani, i cinesi con i loro ristoranti e negozi, tanti dai Paesi dell Est. No, via Padova non è un idillio di culture che si incontrano, un isola felice, o una colorata stradina di Parigi: racchiude contraddizioni e contesti drammatici, specie in alcune aree limitrofe. Eppure non è nemmeno il Bronx che qualcuno vorrebbe a suo uso e consumo far credere, quello che esci dopo le dieci di sera e ti sparano o ti rapinano. È uno spazio concentrato, non solo di popolazione, ma di vita che scorre e a volte si incaglia, in un equilibrio instabile sempre pronto a rompersi. Per questo le parole pesano qui più che altrove, rischiano di avere un effetto deflagrante sulla paura e l insicurezza dei residenti: gli anziani, chi vive in zona da poco, chi non ha, appunto, quella familiarità che discerne il vero dalle esagerazioni. L attenzione dei media arriva puntuale a ogni rissa violenta, specie se scorre sangue, a ogni scoperta di cinesi che lavorano negli scantinati o di occupazioni abusiva; a ogni polemica da talk show post-attentato terroristico internazionale. Silenzio invece su tutto il resto, su quanti in via Padova lavorano da anni per l integrazione, facendo leva soprattutto sulle relazioni umane. Il complesso scolastico del Trotter, dove i bambini cinesi e magrebini fin n. 3 VII - 21 gennaio

5 dalle elementari studiano e convivono felicemente con gli italiani senza porsi gli stessi problemi dei loro genitori e nonni, non è una nota di colore da citare qua e là, è una delle tante realtà positive del quartiere. Così come l associazione di Villa Pallavicini, al confine della via, che da anni organizza tante attività tra cui corsi di italiano per gli stranieri. Lo stesso sta facendo il circolo PD che, attivo da meno di due anni, ha riscoperto proprio grazie ai conflitti di via Padova l idea di una politica sul territorio, vicina al quartiere e ai bisogni della gente. E proprio dal circolo Pd di via Padova sono nate altre iniziative, sviluppate nell ambito del progetto dei Luoghi ideali di Fabrizio Barca, raccontato mesi fa da Elena Comelli qui sulle pagine di ArcipelagoMilano. Ora il progetto va avanti, nell idea che questa via non sia una macchia da nascondere alla città, ma addirittura un luogo da esibire, non attraverso eccessi in negativo o false idealizzazioni, ma per quello che è. Via Padova is not a lonely street è il titolo della guida turistica che sarà realizzata per presentare la strada in occasione di Expo: bar, ristoranti di ogni etnia, storie e testimonianze nelle tante attività commerciali che hanno attraversato la trasformazione della zona nei decenni, da quando era terra di meridionali emigrati a Milano all attuale mix multietnico Intanto alcuni negozianti hanno accettato di farsi decorare le saracinesche da giovani artisti di Brera dando l esempio agli altri: dalla Torrefazione al numero 64 al Supermercato della carta al numero 89, la via inizia a colorarsi. Con questo non si vuole credere che gli abitanti siano tutti entusiasti frequentatori del circolo PD o del Consiglio di Zona, che tengano tutti corsi volontari agli immigrati o che siano nel comitato organizzatore dell annuale, ormai celebre festa di maggio, Via Padova è meglio di Milano. Non è così: bisogna mettere in conto anche il vicino di casa che urla quasi ogni giorno ecco, questa giunta ha favorito arabi e rom, e qui c è solo degrado. Ma che cos è il degrado? La moto bruciata e abbandonata; i divani sventrati scaricati in via Arquà; l immancabile bottiglia di birra vuota davanti al portone; o le bucce di quei semi di zucca sul marciapiede, mangiati in quantità buttando per terra gli scarti. Il degrado è temuto, e poi cavalcato in modo indegno da chi sa bene dove andare a parare, giocando sui sentimenti della gente, giocando sporco su ignoranza, diffidenza e istinti di cieca difesa dal possibile intruso. E veniamo allora a un punto cruciale, che cosa ha fatto e sta facendo questa Giunta per migliorare via Padova? In campagna elettorale l impegno per un futuro cambiamento era stato forte, da queste parti. Qualcuno ora dirà semplicemente che non si è fatto niente; altri sosterranno, per sentito dire, che Pisapia distribuisce aiuti e case solo agli immigrati e agli islamici, ma niente fa di concreto contro il degrado e le sue cause: rabbia e indignazione trovano terreno facile, nei contesti difficili. Ma la percezione di molti è un altra. Che se i problemi non sono risolti, qualcosa però è cambiato, soprattutto nell approccio. Da quasi quattro anni, una giunta progressista trasmette l input che se l integrazione ancora non è stata raggiunta, è però giusto - normale e non eccezionale - lavorare insieme per farla crescere, incentivando tolleranza e aggregazione, a differenza di quello che hanno fatto, per decenni, le amministrazioni di destra; non che criminalità e violenza siano magicamente scomparse, ma si è scelto di contrastarle insieme, in forme diverse dalla repressione, le ronde, l esercito sotto casa. Con queste nuove premesse, alla fine hanno poi fatto probabilmente di più per via Padova i cittadini e le associazioni che non le istituzioni. Eppure pensiamoci, pensiamo a Borghezio e alla Lega: queste premesse non sono affatto così scontate! È un lavoro lungo, che passa attraverso le persone nel superamento di pregiudizi e diffidenza reciproca. Sono piccoli passi. In via Padova molte signore anche anziane vanno ora dal parrucchiere cinese perché costa poco ed è tanto gentile; o fanno un salto al mini market arabo perché sta aperto fino a tardi e ha proprio di tutto, o provano i dolci della nuova pasticceria tunisina; e si chiama sempre più spesso l idraulico rumeno, che in fondo non lavora male. Per necessità, per caso e un po per curiosità le abitudini cambiano, con risultati lenti ma sorprendenti: con la conoscenza tra i singoli, il razzismo perde la sua primaria ragione di essere e il buio non fa più paura. È così che da via Padova scompaiono i mostri facendo posto a esseri u- mani. MOVIDA. PER UNA VOLTA PARLIAMONE SERIAMENTE! Giacomo Marossi La lettera aperta pubblicata da ArcipelagoMilano la scorsa settimana sembra scritta dieci anni fa. Fatta salva la comparsa dei bastoni da selfie e il ritorno di moda del Moscow Mule, il locale di viale Teodosio, sembra non essere cambiato nulla nella percezione del cosiddetto problema movida rispetto all'era Moratti. Il dato più grave è la convinzione che la movida siano giovani studenti sfaccendati che si u- briacano mentre la società che lavora li mantiene. La vita notturna è oramai trasversale a tutti gli under40 ed è divisa in caste, gruppi, veri e propri movimenti, con le loro regole sociali e le loro usanze. È un mondo parallelo in cui ciascuno vive una seconda vita e in cui le regole della quotidianità vengono illusoriamente ribaltate. L'impiegato brianzolo arriva a Milano e si atteggia da milionario con due escort russe raccattate sui divanetti di qualche discoteca che più improbabile non si può. Piuttosto che i ragazzi di una qualche periferia abbandonata a se stessa che sciamano sul centro, cercando qualsiasi occasione di rivincita sociale verso i loro coetanei borghesi o verso l'arredo pubblico superfighetto che, giustamente, a loro fa male più di un pugno nello stomaco. La vita notturna è un aspetto della vita sociale di ciascun cittadino occidentale sempre più importante: non è nient altro che il naturale desiderio di uscire e incontrarsi durante la notte di una larga fetta di popolazione, con la possibilità di vivere i rapporti sociali in modo diverso dal normale. Questo crea un mercato vastissimo, che significa soldi e posti di lavoro a non finire; in cui, la fetta di nero, illecito e criminale è, se non maggioritaria, comunque enorme. Parliamo di milioni di euro riciclati dalle mafie, cui si affiancano quelli guadagnati nello spaccio, nella prostituzione, e nella gestione diretta di molti aspetti legali della vita notturna (buttafuori, parcheggiatori, somministrazione di alcolici, etc.). Occorre dunque cambiare prospettiva, smettendo di considerare un problema ciò che un problema non è. La movida causa problemi di n. 3 VII - 21 gennaio

6 convivenza come ogni attività umana, ma non è e non sarà mai un singolo problema ben individuato. È un fenomeno e come tale va accettato e vissuto, a meno di voler militarizzare mezza città. Detto questo, ecco alcuni spunti concreti: 1) Il tema della legalità è fondamentale. Occorrono percorsi virtuosi di certificazione e promozione degli esercizi e delle attività che non fanno nero e che non sono in commistione con le mafie. Propongo un bollino blu della movida che permetta, in particolare ai ragazzi, di sapere dove possono andare a divertirsi senza favorire la criminalità organizzata. 2) Nelle scuole una massiccia campagna di educazione al consumo critico e consapevole di tutte le sostanze: dall'alcool alle metamfetamine. Come, per altro, suggerisce l'antidroga della Squadra Mobile di Milano (per i neofiti consiglio il documentario RAI Cocaina ). 3) Differenziare al massimo. Incentivo alle attività collaterali: musica dal vivo, teatro, cinema, reading, Djset e qualsiasi altra cosa di culturale-politico-sociale possa affiancarsi al semplice bere e drogarsi, in modo da offrire più scelta. Best practices: l'ape nel Parco; il regolamento della musica di strada firmato Barberis - Gibillini; i tentativi di Alessandro Capelli di aprire gli spazi del comune alla Dogana e alla Fabbrica del Vapore o l'autogestione di spazi polifunzionali dedicati ai ragazzi come l'ex ZAM di porta Ticinese. Occorre consentire la scelta più varia, sopratutto ai enni che devono vedere la propria crescita soggetta alle regole del mercato notturno che letteralmente guadagna sulla loro pelle. 4) Una politica di gestione dei conflitti intelligente. Proposte spot: sostituire l'obbligo del bicchiere di plastica col vuoto a rendere; bagni pubblici ovunque; assunzione di stuart di via sul modello torinese che dissuadano da comportamenti troppo rumorosi o vandalici; incentivi pubblici per insonorizzazioni, doppi vetri e dehors; favorire forme di trasporto alternativo come taxi scontati, carsharing, mezzi pubblici notturni o anche driver a chiamata che consentano di non guidare u- briachi la propria auto (vedi la startup meneghina Driver2Home). 5) Una politica di diffusione della movida in ogni quartiere che individui e incentivi la creazione di mini distretti, consentendo di creare poli aggregativi razionalizzati alternativi a quelli nati casualmente e di volta in volta aboliti per intervento della forza pubblica o di improbabili cancellate. 6) La creazione di un grande polo del divertimento sull'asse della Stazione Centrale nei magazzini dell'ex mercato del pesce che, sfruttando i tunnel all'interno della stecca ferroviaria, la posizione strategica nella rete trasporti e la necessità di rivalutare un'area altrimenti malfamata, faccia da sfogo ai già strabordanti maxi distretti di Porta Garibaldi, Sempione e Ticinese. Dulcis in fundo, il tema della sicurezza: è comprovato che se, da un lato, la movida crea continuamente problemi di ordine pubblico, dall'altra è una panacea per la sicurezza delle persone da aggressioni, stupri, furti e rapine. Una città viva e illuminata 24 ore su 24 è una città complessivamente più vivibile e sicura. Occorre, dunque, trovare un punto di incontro tra interessi contrastanti e tra punti di vista spesso veri e validi in modo complementare. Va richiesta tolleranza ai residenti, ma tocca sopratutto alla nostra generazione interrogarsi su come gestire diversamente i propri spazi sociali autogovernandosi e unendosi per estromettere dalle nostre vite le mafie e i comportamenti socialmente distruttivi e incivili. Siamo noi a dover garantire che il senso di libertà e il fascino dello stare insieme fuori dai vincoli quotidiani siano un esperienza di crescita per tutti e non un problema di sicurezza pubblica o di schiavitù a logiche di mercato fin troppo feroci ed evidenti. STATUTO APPROVATO. ORA SPAZIO AI CONSIGLIERI, PER COMINCIARE Salvatore Crapanzano Ora è il momento di sottolineare solo gli aspetti positivi del nuovo statuto della Città metropolitana di Milano. Con questo statuto, che permette al Consiglio metropolitano di produrre decisioni in tempi molto rapidi, la questione centrale riguarda il metodo che si sceglierà di utilizzare per arrivare a produrre le decisioni. In termini operativi, nulla dice lo statuto in tal senso. Quindi i primi passi sono particolarmente importanti per sperimentare un metodo innovativo, promettente ed efficace. Naturalmente è possibile, e ovviamente opportuno, dare alcune deleghe ad alcuni Consiglieri per facilitare il lavoro del Consiglio. Ritengo però che sia sempre e comunque indispensabile che tutti i 24 Consiglieri metropolitani siano subito messi nelle condizioni di svolgere un ruolo operativo, un ruolo molto attivo (non solo per evitare che in breve tempo si sentano chiamati solo a votare, pro o contro). Questo ruolo attivo potrebbe essere, in questa prima fase, giustamente scelto da ogni singolo Consigliere, che potrebbe organizzarsi per affrontare i temi - tra i tanti certamente importanti e urgenti - su quali lui stesso è più preparato e sensibile. Questa partenza, ampiamente collaborativa, potrebbe risultare molto significativa da diversi punti di vista (di metodo, di contenuti, di concretezza); meglio ancora se si decidesse che in questa prima tornata, considerando le difficoltà economiche che la Città metropolitana si trova già di fronte, ogni Consigliere si limitasse a portare alla discussione e all'approvazione in Consiglio solo delibere senza impegno di spesa. Ogni Consigliere può essere opportunamente libero di decidere il suo percorso di lavoro; e decidere sulla necessità di interloquire - secondo i casi e secondo la propria sensibilità - con il mondo delle professioni, con quello dell associazionismo, con l università, con i sindacati, ecc. Tanti sono i temi di ordine generale che ritroviamo nello Statuto, e che necessitano di essere meglio definiti: * la qualità urbana diffusa, * la promozione della cultura, dei talenti, delle diversità * la promozione della qualità della vita sociale, della salute, dell'ambiente, * l'integrazione dei servizi, delle infrastrutture e delle reti di comunicazione; e la coerenza con le scelte urbanistiche; * la realizzazione di una amministrazione pubblica più efficiente attraverso interventi di radicale semplificazione del quadro normativo, regolamentare e organizzativo Altri esempi di problemi molto concreti: 1. Individuare quali rapporti attivare in via continuativa tra Città metropolitana e Regione Lombardia. n. 3 VII - 21 gennaio

7 2. Individuare quale possa essere il percorso più opportuno per individuare le Zone Omogenee in tutta la Città metropolitana 3. Individuare quale possa essere il percorso più opportuno per individuare, non solo all'interno alcune Milano, le Zone ad Autonomia Amministrativa, in modo da cominciare a ridisegnare anche le competenze amministrative e burocratiche dei diversi livelli di governo del territorio 4. Rafforzare l identità di ogni singola piccola parte della Città metropolitana. 5. come dialogare efficacemente con i Comuni, con i Cittadini, con le Imprese, con i Professionisti con le Associazioni, fissando percorsi e tempi adeguati 6. Come affrontare in modo più coordinato, e con soluzioni efficaci, i grandi temi di vasta area: l inquinamento, i trasporti, la gestione dei rifiuti, ecc. Sarebbe opportuno che in ogni Consigliere, sia chiamato a portare all'approvazione dei suoi colleghi non solo il risultato ottenuto sul tema scelto, ma anche il metodo di lavoro che lui ha scelto di seguire. C'è sempre da sperimentare e da imparare (anche utilizzando il supporto delle nuove tecnologie). Ogni Consigliere può dimostrare così di essere realmente al servizio della Comunità che vive e lavora in questo territorio, non solo evitando dannose contrapposizioni ma cercando di dare concretezza operativa e autorevolezza a questo nuovo livello di governo. È un momento di grande responsabilità. Ora servono volontà, capacità, ma anche attente sperimentazioni in tutti i campi. In definitiva questa proposta punta a ottenere più obiettivi contemporaneamente: * dare ruolo a tutti i 24 Consiglieri, in forma attiva e paritaria * sperimentare un metodo di lavoro che possa diventare (spero) quello più utilizzato dal nostro Consiglio metropolitano * cercare di ottenere in tempi brevi più risultati in diversi ambiti, lavorando in parallelo su più argomenti che sono oggettivamente tutti urgenti, senza creare burocrazia con inutili colli di bottiglia * dimostrare a tutti, anche così, che il Consiglio metropolitano è consapevole delle necessità e delle particolari urgenze; e che esprime subito volontà e metodo nel cercare di individuare i percorsi più adeguati per trovare le soluzioni più corrette ad alcuni problemi di fondo * iniziare ad affrontare temi importanti, determinanti, che però richiedono di spendere in volontà e non risorse economiche, oggettivamente scarse Con l'augurio che si possa riuscire, anche così, a iniziare a ricostruire la fiducia dei Cittadini verso le Istituzioni, buon lavoro a tutti. ARCHITETTURA A MILANO E COMMISSIONE PER IL PAESAGGIO Gianni Zenoni* È del tutto comprensibile che lo scopo della Commissione per il paesaggio sia quello di favorire la realizzazione di interventi edilizi correttamente inseriti come tipologia e morfologia nel contesto milanese, quindi riteniamo corretto che una Commissione di professionisti, con assoluta indipendenza di giudizio, possa valutare i progetti. Ma nello stesso tempo anche in considerazione dell attuale difficoltà economica e dei costi connessi allo sviluppo di un operazione immobiliare, è necessario tenere presente che per la programmazione economica di un nuovo intervento edificatorio il tempo deve essere considerato quale un fattore imprescindibile e fondamentale. Allo stato attuale l operato della recente Commissione per il paesaggio si è spesso orientata a non approvare la maggior parte dei progetti, scegliendo di non fornire in modo esplicito e chiaro le indicazioni necessarie ad adeguarli. Alcune delle precedenti Commissioni avevano ritenuto di fornire dei criteri di valutazione o di favorire il contraddittorio con i professionisti attraverso conferimenti concordati per dare la possibilità ai progettisti di spiegare la logica di un progetto che viene sviluppato per mesi e poi valutato in pochi minuti. Noi riteniamo che la Commissione per il paesaggio debba fare riferimento a una idea di città e a criteri generali per il suo trattamento e- spressi dal PGT, già presenti o da precisare ulteriormente, (dal Consiglio Comunale con apporti di gruppi di pressione, cui ARCHXMI intende contribuire) come linee guida pubbliche e consultabili da tutti i professionisti, sulla base delle quali verranno valutati i progetti. Nell'ottica di uno sviluppo armonico della nostra città e di un lavoro costruttivo tra Ente Pubblico e operatori del settore, ARCHXMI propone 5 punti di discussione e confronto: 1) Modalità progettuale: è sicuramente necessario definire delle premesse che si dovrebbero rifare al concetto di Continuità tipologica e di linguaggio con il contesto, che in certe situazioni o destinazioni particolari può essere superato da un progetto particolarmente innovativo e denso di significati, ma sempre con chiari criteri di rapporto con esse. Questo riteniamo sia un tema che riassume lo scontro culturale tra gli architetti (il nuovo non contestualizzato o la continuità dell esistente). Tale tema può essere perseguito senza pregiudizi ma con un approccio trasparente e chiaro. Per valutare il Progetto Singolo il primo parametro di riferimento dovrà essere la Contestualizzazione, documento dove il progettista spiegherà la sua lettura del contesto, racconterà la genesi del progetto e indicherà le scelte fatte per inserire al meglio il nuovo edificio nell esistente. Elementi da valutare saranno: storia del sito, ricerca degli allineamenti, morfologia edilizia prevalente, dimensione del lotto edificabile, materiali e colori delle costruzioni circostanti. I dettagli delle facciate, quando la Contestualizzazione è corretta, non sono importanti. Per la valutazione dei Piani Esecutivi sarà determinante garantire la Continuità con il tessuto edilizio circostante e poi curare la formazione di una nuova Scena Urbana con la valorizzazione di: preesistenze naturali, edifici storici o di particolare valore, creazione di cortine edilizie utilizzando anche differenti varietà tipologiche, formazione di fondali e prospettive, con l utilizzazione di tutte quelle opere minori, ma decisive, di arredo urbano. 2) Esame dei progetti: L esame della Commissione a richiesta del progettista deve essere fatto alla presenza dello stesso (evitando così che siano i tecnici comunali a illustrare alla Commissione progetti che non conoscono approfonditamente), che potrà, come relatore, spiegare le motivazioni del progetto. Successivamente al parere emesso nella stessa riunione senza la sua presenza, se questo è negativo il progettista avrà il diritto di accedere subito alla Commissione per concordare le modifiche da apportare al n. 3 VII - 21 gennaio

8 progetto. Questo permetterà di semplificare la procedura e risparmiare i tempi della approvazione definitiva. Sarà infine opportuno che nella scelta del linguaggio e della tipologia architettonica sia sempre garantita la libertà di espressione, che deve contraddistinguere l azione di un progettista, e che solo nei casi di marcata incoerenza con i principi sopraesposti può essere limitata e corretta. 3) Composizione della Commissione: per aumentare il peso culturale e la trasparenza della procedura, i componenti, esperti in architettura, paesaggio e urbanistica, dovranno avere concreta esperienza dimostrata da un curriculum di interventi edilizi e urbanistici realizzati e da una pubblicata produzione letteraria sugli argomenti di riferimento della Commissione. 4) Competenza della Commissione: nel caso di Progetti Singoli la Commissione dovrà essere competente, attraverso la Contestualizzazione, esclusivamente per le parti che si affacciano su spazi pubblici, cercando di rispettare il diritto alla libertà di espressione dei professionisti. Nei casi di intervento su edifici esistenti e di conseguente mantenimento di colori e materiali esistenti riteniamo inutile l esame della Commissione. Riteniamo che il compito della Commissione del paesaggio per migliorare il disegno della città sia quello di non insistere sui dettagli architettonici dei progetti singoli, a favore di una convincente Contestualizzazione del progetto, e di esaminare a fondo i Piani Esecutivi, cercando in essi la Continuità con il tessuto edilizio circostante e spronando l operatore a non pensare solo al più redditizio sfruttamento edilizio ma ad affrontare con generosità l impegno a creare un dignitoso brano di città arricchendolo anche con opere minori. 5) Scadenza dei pareri: Sarà importante anche garantire una data certa di scadenza dei pareri, se, come oggi, durerà 5 anni, anche in presenza di eventuale sostituzione di membri della Commissione o di decadenza della stessa i nuovi Componenti dovranno rispettare il parere emesso della precedente Commissione. * Vice presidente ARCHXMI Associazione Architetti per Milano ROTTAMARE PER RIQUALIFICARE: UN FONDO PER LA ROTTAMAZIONE IMMOBILIARE Giuseppe Bonomi Proviamo a immaginare un vecchio capannoncino con tettoie e superfetazioni, tra un viale urbano e una area a verde realizzata come standard da un nuovo complesso. Il suo valore immobiliare è appeso alla possibilità (o scommessa) di una sua trasformazione urbanistica: ma per farne cosa? Un nuovo cubetto fuori scala e di difficile mercato? Si tratta di un limbo immobiliare in cui qualsiasi proprietario può solo difendere strenuamente (e comprensibilmente) i suoi interessi. Se ci fosse un soggetto in grado di agire per conto della collettività per acquisire tale capannoncino a un ragionevole valore di mercato (in una fase in cui i tempi e gli scenari futuri appaiono favorevoli) e restituire tale area a verde collegando il viale al giardino retrostante, la collettività (tutti noi anche se abitiamo da un altra parte della città) ne trarrebbe un grande vantaggio. Quello che manca è un soggetto in grado di compensare una perdita specifica con i guadagni generali, e di operare sul mercato con ruolo da privato ma nell interesse collettivo. Obiettivo - Di rottamazione immobiliare, o urbana (volendo considerare non solo gli edifici obsoleti ma anche le infrastrutture abbandonate o superate) se ne parla ma non si concretizza: che cos è, chi la fa, etc.; tutto molto interessante, in linea di principio, in pratica le priorità di tutti sono diverse: ora per esempio il dibattito si concentra sulla città metropolitana, sullo sconto sugli oneri di urbanizzazione per sostituzione, ma forse sarebbe opportuno allargare un po l orizzonte, evitando peraltro il benaltrismo. L obiettivo specifico è quindi la predisposizione di uno strumento operativo per attuare la rottamazione edilizia ai fini della riqualificazione urbana. Il Fondo per la Rottamazione (FR) - Il principio è quello di un Fondo di rotazione destinato alla riqualificazione urbana mediante la rottamazione di manufatti urbani che confliggono con gli obiettivi delle politiche urbanistiche. Inteso come fondo di rotazione, esso prevede una dotazione iniziale, degli investimenti che generano ritorni adeguati consentendo il reintegro del capitale e quindi generando nuovi investimenti. Le risorse del FR possono avere diverse fonti, diversificate per priorità, facilità e scelte politiche che, in linea di massima, possono essere: * Gli oneri di urbanizzazione: è evidente che questa fonte andrebbe a sottrarre gettito alle esigenze di cassa del Comune, ma sarebbe perfettamente rispondente ai principi ispiratori delle urbanizzazioni stesse, essendo gli interventi prodotti dal FR un perfetto esempio di urbanizzazioni di scala superiore. * Diritti volumetrici perequativi: computati sulle aree pubbliche, essi potrebbero essere offerti sul mercato a valori di mercato, con ciò - tra l altro contribuendo a far decollare un mercato, di tali diritti appunto, che per ora è solo una chimera. * Tassazione di scopo: strumento esistente (si è usato per la MM1) e rilanciato (da ultimo con il D.Lgs. 23/2011) vedrebbe in questo strumento il braccio operativo atto a selezionare e gestire progetti complessi. Non si può escludere anche la cessione di volumetrie in sostituzione (evidentemente in riduzione, ma di qualità, con progetto di massima da cedere o concedere a privati) da cui possano generare ulteriori proventi. L entità/peso delle diverse fonti deve essere oggetto di uno studio di fattibilità. Come impiegare le risorse: si tratta appunto dell oggetto della riqualificazione urbana, e l oggetto non è trovare gli interventi, ma di selezionarli in base a priorità e criteri trasparenti e condivisi. In linea di principio, la natura dello strumento, il concetto di rottamazione per la riqualificazione, porterebbe a privilegiare la ricostruzione del verde, e poi i servizi alla collettività. Gli impieghi devono - nei limiti del possibile - avere un ritorno economico (superfici date in concessione per impianti sportivi, spazi ludici, etc. ) o, al limite, benefici che possono essere rendicontati in altra maniera (utili virtuali), ma tale da misurare le performance del FR. Governance - La raccolta di risorse e il loro investimento non dovrebbero essere un problema se ci fosse una volontà determinata ad attuare il progetto. Piuttosto, caratteristica del progetto è (deve essere) quella dell indipendenza e dell autonomia: n. 3 VII - 21 gennaio

9 stabilite le regole - pubbliche - è opportuno che il Fondo, tramite il gestore, operi come un privato, un vero e proprio Fondo Mobiliare che investe e ritrae proventi economici (o benefici equiparabili a ricavi) con la trasparenza di un Fondo quotato. Si avrebbe quindi il gestore privato che attua le strategie decise dall Ente Pubblico, con quest ultimo che controlla i risultati. Non potendo dire che l azione pubblica sia più trasparente di quella privata (entrambe hanno un lato oscuro), la garanzia deve essere la trasparenza, e questo FR, con le norme vigenti, appare attualmente quanto di più trasparente ma anche efficace ci possa essere. La complessità di questa governance deriva dall intersettorialità: molteplici sono gli attori che devono dare le strategie che il gestore del Fondo deve attuare: infatti l Amministrazione comunale (o metropolitana) legge il territorio con più ottiche e agisce con più braccia, interagendo con altri poteri: la gestione strategica del FR risulta inevitabilmente complessa e richiede una attribuzione di poteri che concili trasparenza, definizione dei ruoli e autonomia operativa, evitando le secche dei veti incrociati e dei conflitti sotterranei: un tema di governance molto complesso evidentemente. Ci sono anche altre criticità in questa idea: oltre alla complessità data dal mettere a bilancio i benefici oltre che a costi e ricavi, l aspetto più complesso è la duplice cerniera che collega questo strumento da un lato alla realtà dell amministrazione pubblica e dall altro con il mercato: un ruolo estremamente complesso, ma è anche il suo stesso motivo di esistere. È prevedibile una forte resistenza da parte della struttura amministrativa pubblica che sentirebbe intaccato il suo ruolo, ma va sottolineato che il FR svolgerebbe una funzione che oggi semplicemente non esiste. D altro canto l Amministrazione Pubblica non dispone di strumenti per incidere operativamente sul territorio se non l esproprio, che non appare applicabile nei casi qui ipotizzabili. È importante osservare invece che il FR non può che essere strumento per le scelte espresse dell Amministrazione tramite lo strumento canonico, il PGT, ed eventualmente da altri attori a scala minore (quartieri e consigli di zona) o superiore (la città metropolitana). Qui peraltro si entra in temi fin troppo noti e dibattuti, ma lo strumento FR non contrasterebbe bensì sarebbe strumento operativo in grado di attuare strategie e scelte amministrative di diversi livelli gestionali e scale territoriali. Mi viene da dire che la visione (i principi) devono nascere dalla lettura a grande scala, ma le scelte e le priorità operative devono essere a scala di cittadino, quindi di quartiere: think globally, act locally in salsa metropolitana!?! Vivendo a Milano si ha una visione abbastanza parziale del problema della casa, la nostra città infatti nel complesso si mantiene attrattiva e movimentata per cui nonostante la nota crisi del mercato immobiliare non molto tempo fa un noto immobiliarista ha dichiarato: fortunato chi ha proprietà di case a Milano. A Milano resta oggi fermo il movimento delle nuove costruzioni e tuttora mancano le case in affitto a buon mercato per i giovani e i meno abbienti; non così appena si esce dalla città sopratutto nella direzione sud sia a est che a ovest. Più ci si allontana da Milano o in generale da alcune grandi centri più la situazione diventa pesantemente deflattiva: una casa che valeva 100 oggi vale 50 e anche facendo lavori di ristrutturazione magari tra due anni varrà 30. Il mercato degli affitti è nella stessa condizione, già a Lodi con 350 euro al mese si trova un buon appartamentino e se poi si esce dalla direzione dell asse ferroviario verso Bologna se ne trovano anche a 250 euro. A prezzi inferiori è per un proprietario inutile affittare con il rischio di avere danni alla proprietà e dover sborsare ulteriori soldi su un bene già in perdita. La maggior parte di edifici che si trovano in questa situazione sono vecchi o addirittura antichi e spesso fanno parte di quel CASE CRISI E ARCHITETTI Giovanna Franco Repellini tessuto semistorico che a reso attraenti i nostri piccoli centri. La situazione era molto diversa quando negli anni settanta ho iniziato la professione di architetto. Allora si parlava di riuso, il postmoderno aveva evidenziato la crisi dell'architettura del dopoguerra, nessuno voleva più abitare in un condominio, tutti volevano la casa di ringhiera, il palazzetto ottocentesco, volevano ristrutturare la cascina dei genitori o un rustico nel centro Italia. In meno di venti anni appoggiati dal basso costo delle case esterne ai centri più privilegiati, dall'inflazione che valorizzava ogni intervento, dalla mancanza di tasse sulla casa e anche, dobbiamo dirlo, dal lavoro edile quasi tutto in nero, gli italiani hanno ristrutturato centinaia di migliaia di palazzi, edifici, costruzioni fatiscenti o comunque ammalorate. Centri storici completamente abbandonati nel dopoguerra, per le migrazioni, per l'abbandono delle campagne e anche per il desiderio sacrosanto di avere un bel bagno piastrellato con acqua calda in casa, sono stati totalmente rimessi in sesto attraendo anche acquirenti stranieri. Gli architetti, sempre criticati, hanno avuto un ruolo importante perché tutto questo lavoro fosse compiuto con una buona cura e qualità. A metà degli anni 90 è iniziata poi l azione dei comuni che si sono impegnati ripulire le strade, a lastricarle in pietra, a organizzare piazzette e giardini pubblici e a provvedere a tutte quelle trasformazioni dette genericamente arredo urbano durate circa 15 anni e crollate con il tracollo dei bilanci. Allora siamo a posto, si potrebbe dire, è stato tutto fatto basta dare delle aggiustatine, ma purtroppo non è così. Una grande parte del patrimonio abitativo non è stata mai messa a posto, le costruzioni ristrutturate iniziano a ripresentare problemi (umidità, impianti, sismica) e tutto il patrimonio costruito nel dopoguerra, fino agli anni settanta compresi, deve essere rinormato sopratutto per quanto riguarda i consumi energetici. Nel frattempo magnifici edifici storici hanno perso il loro ruolo e sono diventati inutili come un vecchio convento abitato da due suore o un grande albergo liberty in una zona termale dove neppure le vecchie signore vengono più. Insomma ci troviamo di fronte a un'enorme necessità di lavori di manutenzione straordinaria in una situazione totalmente cambiata dove possedere un edificio, spesso ereditato, in un qualsivoglia parte della provincia italiana è ormai diventata una iattura fiscale, un pozzo nero di spese. Oltretutto le case antiche sono passate di moda, l'anti- n. 3 VII - 21 gennaio

10 quariato è crollato e alla vecchia libreria in radica e vetro della nonna tutti preferiscono una Billy che costa meno del trasloco. Così quando si sentono una serie di dichiarazioni politiche sull'importanza del recupero del patrimonio storico italiano, sull'importanza del turismo e sull'unicità dei nostri comuni mi domando chi pagherà quel lavoro minuzioso da formichina che sta alla base di qualsiasi ristrutturazione territoriale e che prevede che la proprietà della casa sia una sicurezza anche per il futuro. La risposta è complicata e richiede tanti punti di vista di cui uno, che butto lì in modo generico, per quanto riguarda la Lombardia, si trova nell urgenza di definire e organizzare un area metropolitana vasta (più vasta della provincia di Milano) che comprenda aree verdi agricole e in cui sia molto semplice e veloce muoversi. Che senso ha abitare in periferie mezze degradate quando si può abitare in un piccolo centro con giardino e avere spostamenti non superori a quaranta minuti? LO SPAZIO PUBBLICO E L EFFETTO PERVERSO DEI REGOLAMENTI Giulia Mattace Raso Niente è più profondo e pervicace di un regolamento attuativo: così come gutta cavat lapidem, articoli e commi formano (deformano?) lo spazio pubblico. Norme, apparentemente indolori, che replicate infinite volte su ampia scala danno il tono alla qualità del paesaggio urbano. Regolamenti che si sovrappongono, competenze che si intrecciano, a- dempimenti che generano OGM urbani. Il più noto è forse il dehors. L occupazione del suolo pubblico, ha un suo regolamento che ne determina un canone (la fantomatica Cosap) e un suo disciplinare - Disciplina del diritto ad occupare il suolo, lo spazio pubblico o aree private soggette a servitù di pubblico passo, mediante elementi di arredo quali: tavoli, sedie, fioriere, ombrelloni, tende solari, tende ombrasole, pergolati, faretti, pedane mobili, gazebi, dehors stagionali e altri elementi similari. Fondamentale rispetto alla Cosap è la delimitazione dell area, che distingue lo spazio in concessione dal restante suolo pubblico, quello per cui pago da quello che no: in particolare per gli esercizi di somministrazione come elementi di delimitazione sono di fatto normate le fioriere. Il colore dei vasi, la disposizione, addirittura le essenze e la loro altezza: Lauro, Pittosforo, Aucuba, Viburno, Ilex Aquifolium, Lonicere che meglio resistono a parassiti e malattie, garantendo una buona e facile manutenzione (sic!). Una volta delimitata l area tocca coprirla con un telo e/o tettoia che la protegga da fonti di insudiciamento (il guano del volatile che famigliarmente alberga a Milano, piuttosto che la cicca dell annoiato impiegato del piano di sopra...) così come prescritto dal Regolamento di Igiene (Titolo IV Igiene degli alimenti e delle bevande) per la somministrazione in pertinenze esterne. Da quando si è introdotto il divieto di fumo nei locali pubblici, le pertinenze esterne sono diventate naturali rifugi per fumatori incalliti: vogliamo forse lasciarli al freddo? Giammai! Ecco che pullulano i funghetti (stufe a ombrello, una bombolona a gas con un bruciatore rialzato e paravento a copertura). Ma per climatizzare più efficacemente meglio sarebbe tamponare quel che resta tra le piante in vaso e gli ombrelloni: una tendina trasparente farebbe proprio al caso nostro. Ed ecco qui la scatola si è confezionata da sola! Ma che orrore quei teloni trasparenti svolazzanti, a questo punto meglio un dehors costruito per bene, pulito, in vetro, trasparente (il pensiero dell amministratore solerte che ambisce a una città pulita e ordinata). Ne siamo proprio sicuri? Non ha forse tutto ha origine dalla finalità (art.2.1 Disciplinare) degli elementi di delimitazione perché Tali manufatti vengono utilizzati al fine di evitare che persone o cose fuoriescano dall area in modo disordinato, ovvero che il cliente non se la dia a gambe levate senza pagare la consumazione? Nelle pubblica piazza ci tocca fare lo slalom tra questi coacervi di masserizie organizzate solo perché non prendiamo l abitudine di pagare prima lo scontrino? O perché i gestori non si fidano a sufficienza dei camerieri che potrebbero esigere il pagamento seduta stante alla consegna della comanda? (come d abitudine in tutto il resto d Europa?) Hai un bel dire che In centro storico, nelle aree pedonali recentemente riqualificate e/o di maggior prestigio per la città, tali elementi di delimitazione possono essere introdotti in misura minima. e che Le recinzioni devono garantire la percezione visiva complessiva del contesto urbano specifico : basta una bella passeggiata in via Vittor Pisani per avere il catalogo del dehors cacofonico, e paradossalmente in prossimità di un porticato! È come se il regolamento agisse sull aspetto hard, dello spazio, a- vendo noi rinunciato a priori al disciplinamento di quello soft, del comportamento, così come per evitare che le macchine parcheggino sui marciapiedi posiamo parigine a più non posso o facciamo i cordoli a doppio scalino, invece di multarle. Impostiamo una serie di regole che generano modifiche profonde sulla struttura dello spazio pubblico e della sua fruizione collettiva perché non abbiamo l ambizione di modificare la nostra (o l altrui?) condotta. Compromettiamo la bellezza delle nostre città pagando il prezzo per la maleducazione di alcuni (al bar o in macchina). Vista così non sembra un grande affare? Scrive Gianni Fodella a proposito della linea MM4 Vorrei vedere dibattuto nelle vostre pagine il problema che la costruzione della linea della MM4 causerà a tutti i milanesi e non soltanto a chi abiti nella zona interessata ai lavori. Perché prevedere le trincee profonde da scavare partendo dalla superficie? Sembra che i lavori per costruire linee ferroviarie sotterranee siano ovunque nel mondo realizzati senza trasporto di terra in superficie, ma con un metodo di trasporto sotterraneo dei detriti che evita l'uso di escavatori e il transito di camion n. 3 VII - 21 gennaio

11 carichi di detriti che devono attraversare la città. La costruzione dei parcheggi sotterranei e delle linee esistenti della MM hanno creato danni enormi alla salute di tutti, creato disagi di ogni genere e costretto molti esercizi addirittura a chiudere perché i lavori in corso (durati anni) hanno fatto dirottare altrove i clienti abituali e potenziali. Negli ultimi due giorni si sono sentite e viste in televisione ripetute e dettagliate informazioni relative alla MM4 e i responsabili del Comune di Milano si sono scusati per i disagi che la costruzione comporterà. Nessuno ha parlato delle possibili alternative costruttive!!! Forse perché la malavita organizzata guadagna di più con i metodi tradizionali di scavo ed estorsione? Vorrei precisare che chi vi scrive non abita lungo il percorso della MM4. Scrive Piero De Amicis a proposito di piazza Sant'Agostino In relazione all articolo Lettera a- perta da piazza Sant Agostino proprio con riferimento alle sacrosante lamentele espresse dagli autori della lettera, desidero informare su quanto segue: Negli anni 2007/2008, nell ambito del piano Comunale dei Parcheggi, fu presentato ai competenti uffici del Comune di Milano dall allora promotore, così definito a seguito dell espletamento dell apposito bando di gara, il progetto del parcheggio interrato in piazza Sant Agostino comprensivo della sistemazione superficiale della piazza stessa, redatto dallo studio deamicisarchitetti di Milano. Tale sistemazione prevedeva il mantenimento del mercato bisettimanale secondo dimensioni e modalità concordate con i responsabili comunali del Settore Commercio unitamente alla piantumazione di 100 alberi, disposti secondo un preciso disegno geometrico, e alla razionalizzazione del traffico veicolare ai margini della piazza. Il progetto della sistemazione superficiale si proponeva la riqualificazione complessiva del luogo, assegnandogli la duplice funzione di sede del mercato nei giorni di martedì e sabato e, per tutto l altro tempo, di spazio alberato di sosta completamente separato dal traffico. Per una serie di ragioni di carattere generale, il parcheggio interrato è stato annullato ma la sistemazione superficiale prevista dal progetto resta tuttora valida, potendo fra l altro contare su un aumento dello spazio godibile per la scomparsa delle attrezzature legate al parcheggio. Recentemente da parte dei progettisti è stato riproposto alla Amministrazione Comunale il progetto della sistemazione superficiale della piazza, ritenendolo ancora del tutto attuale e adeguato alle aspettative dei residenti nella zona, ma al di là di un generico interesse, non è stato espresso dalla Amministrazione alcun indirizzo concreto. Il progetto è stato pubblicato sull ultimo volume edito da Skira sulle nuove architetture a Milano. Scrive Gregorio Praderio a proposito delle aree Expo Fra le varie questioni da affrontare per delineare il futuro delle aree E- xpo a mio parere c'è anche quello dell'accessibilità automobilistica: teoricamente ottima, viste le varie infrastrutture autostradali esistenti in zona, ma in realtà debole, visto il livello di carico della Torino - Venezia e della Milano - Laghi (per esperienza personale, ma credo di molti, perennemente in coda già adesso). Nella documentazione ufficiale per ora non ho notato nulla di particolarmente risolutivo sul tema, se non appunto la presa d'atto delle infrastrutture esistenti. Aggiungerei questo ai già numerosi problemi evidenziati. Scrive Umberto Puppini a proposito dell'area Calchi Taeggi Mi permetto di commentare, da tecnico quale sono, che la messa in sicurezza è una procedura ben definita dalle norme vigenti in materia ambientale. Non comporta costi di manutenzione particolarmente onerosi e comunque infinitamente inferiori a quelli del trasferimento di una discarica in un altro sito, operazione che avrebbe essa stessa un impatto ambientale a dir poco notevole. Da un punto di vista storico, bisogna Che in tante altre aree, anche a Milano, nei decenni passati si sia costruito su ex-cave riempite di rifiuti senza bonificarle è più che certo; ma la speranza e l'impegno di tutti dovrebbe essere che non accadano più cose simili. Certamente il Comitato valuta positivamente che l'area di Calchi Taeggi venga messa in sicurezza. Le preoccupazioni riguardano semmai le modalità tecniche dell'intervento, visti gli alti livelli Replica Sergio Pennacchietti ricordare che tutte le città, e dunque anche Milano, sono costruite sulle macerie delle demolizioni, che contengono rifiuti di varia natura. C è un intero quartiere a Quarto Oggiaro con costruzioni erette negli anni settanta su una grande cava colmata di rifiuti, per fare uno dei tanti possibili esempi. La questione urbanistica è delicata e devo presumere che sia stata ben valutata da chi ha fatto le scelte citate nell articolo. Al di là della reazione che può destare l odore degli interessi in gioco, a me le scelte fatte appaiono chiare e condivisibili. Mi sembra invece difficile immaginare come la proprietà abbia saputo vedere così lungo da orchestrare l esito di una vicenda che si è prolungata per decenni, con le norme nazionali in materia ambientale che cambiavano strada facendo. di inquinamento di terreno e falda e le grandi dimensioni dell'area (circa mq!) che verrebbe coperta con teli di 1,5 mm. saldati tra loro. Oltre ai rischi di possibili rotture del telo (radici di piante, scavi incontrollati...) con il pericolo di percolazione delle acque meteoriche, si dovranno necessariamente tenere sotto controllo i sistemi di laminazione, le barriere idrauliche necessarie per monitorare l'inquinamento della falda, i gas interstiziali, ecc. Quello comunque che a parere del Comitato desta scandalo in questa vicenda è il fatto che il Comune riconosca automaticamente il trasferimento (dove? su aree di chi?) dei diritti edificatori a chi non ha rispettato la Convenzione, firmata quando già conosceva bene le condizioni dell'area per la quale chiedeva i permessi di costruire. E' la solita n. 3 VII - 21 gennaio

12 storia di bonifiche promesse che poi, per una ragione o per l'altra (ma quasi sempre perché costano!), non vengono fatte. Scrive Jacopo Gardella a proposito di Piazza Alfieri Scrivo per complimentarmi con Renzo Riboldazzi e con te per la sarcastica critica comparsa su ArcipelagoMilano del 7 Gennaio 2015 e rivolta al complesso urbano di Stazione Bovisa, Piazza Emilio Alfieri, triangolo ferroviario La Goccia. Alle pungenti osservazioni dell autore voglio aggiungere soltanto quest ultima mia. Da più di venti anni ogni mattina centinaia di studenti e decine di docenti escono dalla Stazione Ferroviaria, attraversano la piazza e si dirigono alla Facoltà di Architettura e di Design, in via Durando. Sono studenti e docenti va sottolineato non di medicina, non di diritto, non di lettere, ma di architettura, di urbanistica, di paesaggio. Possibile che nessuno di loro abbia mai notato l'indecenza dello spazio urbano che va dalla Ferrovia alla sede della Università? Possibile che a tanti studenti, destinati a diventare futuri architetti, non sia mai sorto il desiderio di conferire alla piazza un più decoroso aspetto architettonico? Possibile che tanti insegnanti impegnati nella professione di architetto non abbiano mai pensato di assegnare ai loro allievi il compito di riprogettare la piazza ed i suoi dintorni? L intera Facoltà di Architettura avrebbe potuto prendere l iniziativa ed impegnarsi ed elaborare un progetto di questa desolata parte della città; e avrebbe poi dovuto offrirlo al Comune di Milano affinché invitasse costruttori pubblici e privati a finanziare e a realizzare l'opera. Ricordo un episodio di scoraggiante abulia che aveva amareggiato l arch. Aldo Rossi quando ancora insegnava a Milano: era venuta o- spite della Facoltà di Architettura la nota compagnia di attori americani appartenenti al Living Theatre. Nell'aula disponibile per la rappresentazione occorreva allestire un rudimentale palcoscenico utilizzando sgabelli e tavoli da disegno: il tema si presentava entusiasmante per chi sarebbe diventato un futuro architetto; una prova stimolante da mettere in pratica con entusiasmo ed immaginazione. Fu triste constatare che la sfida non venne raccolta dagli studenti; non suscitò nessun interesse; non stimolò nessuna inventiva. Tanto che ci si chiedeva attoniti chi obbligasse tanti giovani ad iniziare un corso di studi lungo ed impegnativo quando di fronte alla fortuna di mettere concretamente alla prova la loro capacità creativa si defilavano svogliati e si mostravano indifferenti. Tuttavia incolpare soltanto le giovani generazioni sarebbe una ingiustizia: la colpa è piuttosto delle generazioni adulte che non sono capaci di aprire prospettive, di suscitare speranze, di offrire occasioni; e così facendo spengono anche le energie migliori. MUSICA questa rubrica è a cura di Paolo Viola Abbado, un anno fa In questa settimana è difficile dimenticare il primo anniversario della scomparsa di Claudio Abbado; nei giorni successivi a quel 20 gennaio Bologna diventò meta di un pellegrinaggio ininterrotto di amici, estimatori, musicisti e musicofili di ogni genere; nella piazzetta di Santo Stefano - dove affacciava sia la sua casa che la piccola basilica romanica in cui era allestita la camera ardente - ci si incontrava e ci si abbracciava con gli occhi arrossati e con un senso di vuoto. E poi a Milano, la folla in piazza della Scala ad ascoltare la Marcia Funebre dell Eroica, eseguita a teatro vuoto e a porte aperte, e al Piccolo il filmato del Viaggio a Reims. Tutto questo solo un anno fa e sembra sia passata un eternità. A ricordarci tutto questo è arrivato con grande puntualità il bel volumetto Nel giardino della musica. Claudio Abbado: la vita, l arte, l impegno (Guanda, 174 pagine) di Giuseppina Manin, la giornalista che per il Corriere della Sera ha seguito il direttore d orchestra nelle più importanti occasioni della sua vita professionale, intervistandolo in tante circostanze, sì da poter dire di averlo ben conosciuto. Si legge di un fiato, questo libriccino i cui capitoli corrispondono alle date significative di una vita ricca di avvenimenti e di emozioni: da ragazzo, quando ha incontrato la musica, alle prime importanti prove della professione, negli strepitosi successi che si sono accavallati l uno all altro, fra le sue orchestre, negli affetti familiari e nella malattia. Non vi sono indiscrezioni, anzi, è un racconto molto discreto e scritto in punta di penna, pieno di grazia e di attenzione nei confronti di un esistenza densa di studi, di riflessioni, di rapporti umani, di impegno sociale e sopratutto di rigorosa coerenza. La Manin non è una storica né una critica musicale, e stupisce quanto sia attenta come osservatrice, professionale come cronista, fedele nel riconoscere qualità e meriti di tutti i personaggi che racconta: i genitori e i fratelli di Claudio (così amava farsi chiamare da tutti), i quattro figli - A- lessandra, Daniele, Sebastian e Misha - e il loro attaccamento al padre, le loro madri (Giovanna Cavazzoni, Gabriella Graziottin, Viktorija Mullova), i grandi amici (fra cui Luigi Nono, Maurizio Pollini, Martha Argerich, Daniel Barenboim, Zubin Metha, Renzo Piano, Roberto Benigni, Giorgio Napolitano solo per ricordare i più noti), i suoi fan (gli abbadiani itineranti, capitanati da Attilia Giuliani, detta Tilla ), i musicisti che lo seguono da un orchestra all altra sempre pronti a suonare insieme e a suonare con lui. E poi gli eremi, in Sardegna e in Engadina, e le residenze a Milano, Vienna, Londra, Berlino, fino a Bologna dove concluderà l esistenza con grande dignità e serenità. Ma anche le passioni, come quelle per il mare e la montagna, per il calcio, per il giardinaggio. Il libro mostra in filigrana i rapporti che Abbado ha avuto con orchestre e teatri - la Scala, i Berliner, i Wiener - e da quelle pagine si capisce quanto complicato sia il mestiere del direttore. Più di ogni altra cosa colpisce la descrizione della forza che n. 3 VII - 21 gennaio

13 la musica infonde in chi la pratica come lui, con passione e devozione, per combattere la malattia e il dolore: Abbado ha convissuto quasi quattordici anni con il suo terribile male, e vi è riuscito grazie alla musica. L altro aspetto di questa biografia - che l editore chiama più giustamente un vivido puzzle di memorie - è l impegno civile che ha caratterizzato tutta la vita di Abbado. Un impegno che non è mai stato un fiancheggiamento politico ( mai una tessera di partito ) ma piuttosto il sentirsi parte di una comunità, sempre dalla sua parte più debole: dalla musica portata nelle carceri, nelle scuole, negli ospedali, all appoggio dato alla grande mobilitazione di Abreu per i ragazzi di strada, dalla denuncia delle sopraffazioni perpetrate nel Vietnam fino alla apertura - se vogliamo con qualche ingenuità - alla Cuba di Castro, Abbado ha assunto posizioni sempre ruvide, che avrebbero potuto costargli la carriera; non si poneva il problema del proprio particolare ma cercava di guardare, con generosità, al generale. E a differenza di tanti che hanno sfruttato il mondo dei giovani senza dar loro nulla o quasi nulla in cambio, ha permesso a un numero inimmaginabile di ragazzi e ragazze di trovare la propria strada nel mondo della musica: una nuova generazione di musicisti si è formata con lui e intorno a lui, e grazie a quella inesauribile fonte di energia è riuscita a costruirsi una - peraltro difficile - professione. Una storia lunga ottant anni che ha cambiato il mondo della musica lirica e sinfonica e soprattutto ha modificato la percezione che il mondo aveva di quella musica. Abbado è stato un campione dell interpretazione musicale e della prassi della direzione dell orchestra, assicurando all Italia il prestigio internazionale che aveva conquistato con Toscanini e proiettandola ancora una volta nel mondo. Nelle pagine di Giuseppina Manin si sente questa ammirazione, priva di piaggeria e di enfasi; e se forse qua e là le pagine sono dolenti o segnate dalla nostalgia, appaiono sempre e fortemente permeate dall ottimismo del loro protagonista. Il che, naturalmente, ce lo fa rimpiangere ancora di più. ARTE questa rubrica è a cura di Benedetta Marchesi Etty Hillesum maestra di vita Inaugurata nel dicembre 2014 in occasione del centenario della nascita ( ) la mostra "Etty Hillesum maestra di vita. Da Amsterdam ad Auschwitz", ospitata negli spazi delle ex cisterne della Fabbrica del Vapore, è stata ora prorogata fino al 31 gennaio. Milano rende così omaggio a Etty Hillesum, giovane donna ebrea di grande profondità intellettuale e ricerca spirituale, vissuta in Olanda e morta ad Auschwitz nel 1943, che ci ha lasciato nei Diari e nelle Lettere la testimonianza di un pensiero controcorrente e anticipatore, per molti versi, di riflessioni attuali ancora oggi. Realizzata in collaborazione con il Comune di Milano, la Casa delle Donne, la Casa della Cultura, la mostra è un tuffo emozionale nella vita dell autrice, che permette a chi già l ha conosciuta leggendo i suoi testi, di rincontrarla guardandola negli occhi. Ma consente anche, a Food La scienza dai semi al piatto, non è solo una mostra dedicata all alimentazione: è un percorso di avvicinamento e scoperta del processo di produzione di ciò che mangiamo. Anche questa definizione è riduttiva: le quattro sezioni accompagnano il visitatore dalla scoperta dei cibo, dall origine quando è seme fino alle reazioni Quando il cibo si fa mostra chimiche che sottendono la cottura, passando attraverso dettagliate spiegazioni su provenienza storico-geografica, suggerimenti sulle modalità di conservazione o exhibit interattivi. La mostra, in corso fino al 28 giugno 2015 e allestita nelle sale del Museo di Storia Naturale Milano, rappresenta il più importante e- chi non si è mai avvicinato a un suo testo, di scoprire una donna che conosceva bene le parole e l animo umano, e che era capace di declinare le prime usandole per scandagliare a fondo il secondo. La mostra è fatta di brani e foto, provenienti dall archivio del Museo della Storia Ebraica di Amsterdam, che ritraggono Etty, S. (cui, finalmente, si riesce così a dare un volto), la famiglia di lei e gli amici più cari; pochi i testi curatoriali: quasi come a voler lasciare il visitatore solo nell incontro con questa donna straordinaria. Profonde e intense, quasi quanto la stessa mostra, le parole dei visitatori che si leggono nei quaderni di commento la mostra: molti salutano Etty e spesso la ringraziano per le riflessioni, spesso per i consigli e in molti per aver e- sternato dolori condivisi che da soli non sarebbero riusciti a far uscire. "Nei diari e nelle lettere, tradotti in Italia da Adelphi, Etty Hillesum testimonia una capacità di introspezione e di osservazione della realtà fuori del comune e ci parla con un profondo accento di verità, senza ricorrere a ricette miracolistiche o palliative, in nome di un indistruttibile e gioioso amore per la vita. I brani selezionati per la mostra Etty Hillesum maestra di vita mirano a scuotere il visitatore alla stregua di colpi di martello secondo un espressione adottata dalla stessa Hillesum che minano certezze consolidate e luoghi comuni, costringendolo a rovistare nelle viscere del proprio io alla ricerca di verità scomode o sottaciute." Pier Giorgio Carizzoni Curatore della mostra Etty Hillesum. Cuore pensante della vita - La Fabbrica del Vapore / Spazio ex Cisterne, via Procaccini 4 Tutti i giorni dalle ore 14 alle ore (martedì 27 gennaio dalle ore 14 alle 22) Biglietto: 3 euro vento di divulgazione scientifica promosso dal Comune di Milano sul tema di Expo Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita e costituisce una delle più importanti iniziative del programma di Expo in Città. Tutto nasce dai semi è il titolo della prima sala, nella quale vengono raccontate le diverse classi e fa- n. 3 VII - 21 gennaio

14 miglie con caratteristiche, provenienza e utilizzo. Decine e decine di barattoli mostrano, portando, in alcuni casi per la prima volta, e- semplari che appartengono alle più importanti banche dei semi italiane. Si prosegue poi con Il viaggio e l evoluzione degli alimenti dove mele, agrumi, riso, caffè e cacao non avranno più segreti: tra giochi interattivi e alberi genealogici, tutto è facilmente accessibile e non superficiale. Grande elemento positivo della mostra è infatti la capacità di rendere fruibili le nozioni più scientifiche a un pubblico differenziato, senza per questo incorrere nel rischio di semplicismo. Che la cucina sia un arte è risaputo da tempo, ma che alla base di tante ricette vi siano principi di chimica e fisica passa spesso i- nosservato: la terza sezione della mostra illustra come funzionano alcuni degli elettrodomestici più comuni, con consigli sulla conservazione degli alimenti (sapevate che i broccoli hanno un metabolismo più veloce delle cipolle e che per meglio conservarli andrebbero avvolti in una pellicola di plastica?!) e soluzioni fisico-chimiche ai problemi di chi cucina (cosa fare se la maionese impazzisce?). Quando poi sembra che niente in materia di cibo possa più sorprenderci si giunge all ultima sala I sensi. Non solo gusto ovvero Mostre e buoni propositi per il 2015 Il nuovo anno inizia sempre con i migliori propositi, soprattutto in ambito sportivo e culturale: quest anno andrò almeno una volta al mese a vedere una mostra, saranno almeno due le sere la settimana dove correre. Sull aspetto sportivo non possiamo aiutarvi, ma per quanto riguarda le mostre vi segnaliamo ciò che accadrà a Milano nei prossimi mesi. Alcune delle proposte sono più indirizzate a Expo e al tema dell alimentazione, altre invece più votate a mostrare il meglio dell italianità a chi per l occasione visiterà Milano. A Palazzo Reale faranno da padroni due grandissimi artisti, simbolo del genio italiano: Leonardo (dal 14 aprile) e Giotto (dal 2 settembre 2015 al 10 gennaio 2016). La prima è presentata come la più grande mostra su Leonardo mai ideata in Italia, non celebrativa ma trasversale, a cavallo tra arte e scienza mentre la seconda ripercorre lo straordinario lavoro dell artista fiorentino. Il grande polo espositivo ospiterà molto altro: Natura, mito e paesaggio dalla Magna Grecia a Pompei (21 luglio 2015 al 10 gennaio 2016), mostra dedicata a raccontare il paesaggio nel mondo classico, indagando come nei secoli sia cambiato e evoluto il rapporto dell'uomo con la natura che lo circonda; Arte lombarda dai Visconti agli Sforza (marzo giugno 215) mostra che intende celebrare una delle pagine più gloriose della storia della città di Milano che sotto le due famiglie si affermò come una delle città più importanti d'europa. La prima grande retrospettiva dedicata a Medardo Rosso (marzo - giugno) verrà allestita nelle sale ottocentesche della GAM di Palestro mentre Palazzo della Ragione ospiterà da marzo a settembre Italia inside out, una raccolta di immagini che presentano al pubblico il lavoro collettivo di quei fotografi che, in momenti diversi, e con sensibilità individuale, hanno colto gli aspetti principali della vita del nostro Paese. niente è come sembra: vista, olfatto e tatto anche nel mangiare giocano un ruolo determinante, al punto talvolta di allontanare il gusto dalla reale percezione. Il costo del biglietto è medio alto (12/10 euro), ma la visita merita davvero il prezzo d ingresso se non altro per cominciare ad affacciarsi nel tema che, grazie ad E- xpo, ci accompagnerà per tutto il Food. La scienza dai semi al piatto fino al 28 giugno 2015 Lunedì / Martedì, Mercoledì, Venerdì, Sabato e Domenica / Giovedì Biglietto 12/10/6 euro Se cibo e alimentazione sono i temi attorni ai quali si sviluppa Expo 2015, non mancano di certo mostre che li celebrino: attesissima è infatti Arts & Foods, unica Area tematica di Expo realizzata in città e allestita negli spazi interni ed esterni della Triennale di Milano dal 9 aprile fino al 1 novembre. La grande mostra (7000 mq) metterà a fuoco la pluralità di linguaggi visuali e plastici, oggettuali e ambientali che dal 1851, anno della prima Expo a Londra, fino a oggi hanno ruotato intorno al cibo, alla nutrizione e al convivio. Inoltre farà tappa a Milano dal 28 aprile al 6 settembre la mostra Il Principe dei Sogni. Giuseppe negli arazzi medicei di Pontormo e Bronzino, ospitata prima al Palazzo del Quirinale (fino al 15 aprile) e che concluderà il proprio percorso a Firenze dal 16 settembre al 15 febbraio. La proposta è vastissima e in continua crescita, non resta che segnarsi le preferenze in agenda e non abbandonare i buoni propositi. L arte di costruire relazioni: Céline Condorelli all Hangar Bicocca Se un pomeriggio d inverno un viaggiatore avesse voglia di scoprire Milano attraverso uno dei luoghi simbolo della storia industriale e artistica della città, potrebbe recarsi all Hangar Bicocca. Una delle mostre recentemente inaugurate nello spazio è la personale di Céline Condorelli, un artista che vive e lavora fra Londra e Milano. L esposizione ha un titolo che non passa inosservato: bau bau. L espressione, che ludicamente richiama al verso di un cane, è anche un omaggio al significato della parola in lingua tedesca, costruzione, e all esperienza della scuola del Bauhaus. Effettivamente, superate le difficoltà iniziali di approccio all apparente incomunicabilità dell arte contemporanea, il percorso espositivo si rivela ricco di spunti sul tema della costruzione e dell amicizia, sviluppati attraverso sculture, installazioni, video e scritti. L artista ha una formazione relativa all architettura e alla cultura visuale, e ha riflettuto a lungo sulle strutture di sostegno, ovvero su ciò che supporta, sostiene, appoggia e corregge, sia in senso strutturale che relazionale. L amicizia diventa per l artista una dimensione di lavoro e una forma d azione. I suoi pensieri sull amicizia sono condensati nel libro The company she keeps, offerto ai visitatori su una scrivania: chiunque può accomodarsi e leggerlo, e chi vuole può anche salire sul tavolo per osservare dall alto la visuale all esterno, attraverso l unica finestra dell ambiente espositivo, aperta n. 3 VII - 21 gennaio

15 appositamente dalla Condorelli in occasione della mostra. Un altro tema forte è infatti il dialogo con gli spazi dell Hangar. La mostra è stata pensata in relazione alle precedenti esposizioni (il pannello di legno all ingresso è lo stesso della mostra precedente di Gusmão e Paiva, e Céline vi ha posto una ventola che produce un vento che sospinge lo spettatore attraverso la scoperta delle opere; i video in onda su una piramide di televisori ricordano la babelica torre di Cildo Meireles) così come l installazione Nerofumo è stata appositamente prodotta attraverso la collaborazione con lo stabilimento Pirelli di Settimo Torinese. Musica che fa da sottofondo nell ingresso e nei bagni, installazioni che diventano sedute su cui i visitatori possono accomodarsi e colloquiare, tende dorate mosse dal vento: bau bau è una mostra irripetibile in qualsiasi altro luogo, in grado di seminare silenziosi spunti di riflessione negli interessati, curiosità negli scettici, stupore negli appassionati. Giulia Grassini Céline Condorelli, bau bau Hangar Bicocca via Chiese 2, Milano fino al 10 maggio 2015 da giovedì a domenica 11:00 23:00 Ingresso gratuito Nel Blu di Klein e Fontana al Museo del Novecento Uno straordinario racconto di un dopoguerra animato da artisti, collezionisti, intellettuali e mercanti è lo scenario che si immagina faccia da sfondo alla relazione di amicizia tra Yves Klein e Lucio Fontana raccontata nella mostra in corso al Museo del Novecento e che immergono chi vi è coinvolto con stimoli visivi e suggestioni intellettuali. Due città, Milano e Parigi, e due artisti, distanti per età anagrafica, provenienza, formazione e stile ma con in comune la ricerca artistica che si articola verso nuove dimensioni spaziali e concettuali. Ripercorrendo il tradizionale allestimento cronologico del Museo ci si accosta progressivamente al rapporto tra i due: più questo si fa intenso e più aumenta la densità di opere che si incontrano dei due artisti. L apice del sodalizio si raggiunge quando si spalanca la vetrata sopra piazza del Duomo con la Struttura al neon di Lucio Fontana sul soffitto e la distesa blu di Pigment Pur di Klein. Un dialogo straordinario all interno del quale il visitatore non può che sentirsi coinvolto ed estasiato ammiratore. Cinque sono gli anni cui la mostra è dedicata: dal 1957, anno in cui Yves Klein espone per la prima volta a Milano alla Galleria Apollinaire una serie di monocromi blu, al 1962, anno della morte dello stesso Klein. L inaugurazione della mostra in Brera è l occasione in cui i due artisti si incontrano per la prima volta e Fontana è tra i primi acquirenti di un monocromo dell artista francese, diventando poi uno dei suoi più importanti collezionisti in Italia. Nell esposizione sono documentati cinque anni di lettere, incontri, viaggi e condivisione di due artisti che hanno segnato profondamente, o- gnuno a modo proprio, la storia dell arte novecentesca. L affinità intellettuale e artistica emerge laddove le aperture spaziali di Fontana (fisiche e concettuali) trovano corrispondenza nel procedere di Klein dal monocromo al vuoto. Entrambi perseguono uno spazio immateriale, cosmico o spirituale, che forse appartiene a un altra realtà. Una mostra da non perdere Yves Klein Lucio Fontana, Milano Parigi , che per la ricerca storico-artistica e le scelte curatoriali non appaga solo la fame conoscitiva del visitatore, ma soprattutto fa sì che venga immerso in un mondo blu splendente che offre un profondo godimento emozionale. Klein Fontana. Milano Parigi Museo del Novecento piazza Duomo fino al 15 marzo 2015 lunedì martedì, mercoledì, venerdì e domenica giovedì e sabato Biglietti :10/8/5 euro Tra Leonardo e Milano prosegue felicemente il sodalizio Se in una pigra domenica sera e- merge nel milanese un incontenibile voglia di visitare una mostra, quali sono le proposte della città? Intorno alle non molte in realtà: Palazzo Reale così come i grandi musei del centro sono già in procinto di chiudere. Una però attira l attenzione, sarà per la posizione così centrale o forse proprio per il fatto che è ancora aperta. Quella dedicata al genio di Leonardo Da Vinci, affacciata sulla Galleria Vittorio Emanuele, è una mostra in continua espansione che periodicamente si arricchisce di nuovi elementi frutto delle ricerche dal Centro Studi Leonardo3, ideatore e organizzatore della mostra nonché gruppo attento di studiosi. Se Leonardo produsse durante la sua vita un infinità di disegni e schizzi, L3 si pone come obiettivo quello di studiare a fondo la produzione del genio tostano e renderla fruibile a tutte le tipologie di pubblico con linguaggi comprensibile e divulgativi offrendo un momento ludico di intrattenimento educativo, adatto sia per bambini che per adulti. Quasi 500 mq ricchi di modelli tridimensionali e pannelli multimediali che permettono realmente di scoprire le molteplici sfaccettature del pensiero e dell operato leonardesco: macchine volanti o articolati strumenti musicali possono essere smontate e rimontate; riproduzioni del Codice Atlantico e di altri manoscritti sono tutte da sfogliare, ingrandire e leggere; ci sono giochi di ruolo a schermo nei quali i visitatori vestono i panni dello stesso Da Vinci. La produzione artistica non è dimenticata, anzi: un intera sala è dedicata ai più famosi capolavori dell artista con un grande pannello e due touchscreen dedicati al restauro digitale dell Ultima cena, alla Gioconda e a due autoritratti dell autore. Inaugurata nel marzo 2013, prorogata prima fino a febbraio 2014 e ancora fino al 31 ottobre 2015, la mostra ha superato le 250 mila visite imponendosi come centro attrattivo per turisti e cittadini. Un buon risultato, ma forse basso considerando l alta qualità della mostra e la posizione decisamente strategica. Il successo di pubblico sarebbe stato migliore (forse) con un maggiore rilievo dato dalla stampa e dei social network, e da un costo del biglietto più calmierato. Ma c è ancora tempo, e l occasione giusta è alle porte: non perdiamola e anzi, dimostriamo che anche a Milano ci sono centri di ricerca capaci di produrre mostre interessanti senza necessariamente creare allestimenti costosi ed esporre opere o modelli originali. Leonardo3 - Il Mondo di Leonardo 1 marzo ottobre 2015 Piazza della Scala, Ingresso Galleria Vittorio Emanuele II Aperta tutti i giorni, dalle 10:00 alle 23:00 compresi festivi Biglietti: 12/10/9 euro n. 3 VII - 21 gennaio

16 Il re delle Alpi conquista anche Palazzo della Ragione Quella al Palazzo della Ragione non è solo una mostra di fotografia sui grandi spazi, come riporta il titolo, è un ode alle avventure e alle montagne di Walter Bonatti. 97 gli scatti presentati in quella che si sta imponendo sempre di più come una sede espositiva di valore della città di Milano. Ma alle grandi fotografie del mondo, alle riproduzioni audio e video si affiancano alcuni degli oggetti che hanno da sempre accompagnato Bonatti: gli scarponi di cuoio oramai consunti, la Ferrania Condoretta, una piccola macchina fotografica che usò sul Petit Dru, e la macchina per scrivere: una Serio, modello E- verest-k2, che gli venne regalata dalla stessa azienda produttrice perché raccontasse la vera storia di ciò che successe sul K2 nel È forse grazie a quel dono che Bonatti prese ad affiancare all alpinismo e all esplorazione delle vette anche la narrazione. Acuto e attento osservatore del mondo, Bonatti attraverso i suoi reportage darà voce a realtà lontane appassionando i lettori delle più grandi riviste italiane, prima tra tutte Epoca. Un uomo decisamente in controtendenza rispetto al contesto nel quale viveva: nell Italia post-bellica del boom economico Bonatti sceglie l allontanamento dalla realtà per andare a scoprire mondi nuovi e inesplorati. Mai lo sfiora il pensiero di rimanere, anzi torna sempre a casa per raccontare il suo vissuto: da ciascun viaggio porta con sé racconti, riflessioni e tante, tantissime immagini per far sognare chi non riesce a partire con lui. Le immagini in mostra raccontano dei grandi viaggi, della sua capacità di errare solo e della sua grande ammirazione per la potenza della natura. Emerge anche una certa consapevolezza di sé: durante i suoi viaggi Bonatti escogita una serie di tecniche con fili e radiocomandi che gli consentono di essere non solo parte delle proprie fotografie, ma romantico protagonista, quasi ultimo e affascinante esploratore del mondo.una mostra che coinvolge il visitatore mescolando avventura, fotografia e giornalismo, giungendo a delineare il profilo di un grande uomo che ha contribuito a fare la storia del Novecento. Walter Bonatti. Fotografie dai grandi spazi Palazzo della Ragione Milano fino all'8 marzo Orari Tutti i giorni: // Giovedì e sabato: La biglietteria chiude un ora prima dell orario di chiusura Lunedì chiuso Ingresso 10 euro Marc Chagall porta la leggerezza a Palazzo Reale Non si può essere a Milano nell autunno 2014 e non aver visitato la grande retrospettiva dedicata a Marc Chagall, tale è stato il battage pubblicitario che ha tappezzato l intera città. Non solo, ma Chagall è anche uno di quegli artisti che rimangono nei ricordi anni dopo la fine degli studi, che sembra facile capire e apprezzare e per i quali si è più predisposti a mettersi in fila per andarne a vedere una grande mostra. Su questa scia è stato pensato il percorso che ha condotto all ideazione della mostra, che prende proprio le mosse dalla domanda Chi è stato Marc Chagall? E cosa rappresenta oggi? L esposizione, a Palazzo Reale fino al 1 febbraio, accompagna il visitatore in una graduale avvicinamento all artista; attraverso 15 sale e 220 opere si scopre l artista affiancando l esperienza artistica alla sua crescita anagrafica. Uomo attento e profondamente sensibile al mondo che lo circonda, Chagall, è figlio ed erede di tre culture con le quali si è confrontato e che nel suo lavoro ritornano spesso: la tradizione ebraica dalla quale eredita figure ricorrenti, come l ebreo errante, e immagini cariche di simbologie; quella russa, sua terra natia dei bianchi paesaggi e delle chiese con le cupole a cipolla, e quella francese delle avanguardie artistiche, incontrata più volte durante i suoi soggiorni. Queste eredità si manifestano in maniera eterogenea e armonica in uno stile che rimarrà nella storia per essere solo suo: colori pieni di forma e sostanza, animali e uomini coprotagonisti in una sinergia magica, l atmosfera quasi onirica e l amore assoluto che ritorna in ogni coppia raffigurata, quello tra Marc e Bella Chagall e che intride di felicità e leggerezza ogni altro oggetto raffigurato intorno a loro. Persino il secondo conflitto mondiale e poi la morte dell amata Belle paiono non appesantire il suo lavoro, quanto invece lo conducono a una maggiore profondità e pregnanza di significato. L immediato godimento della mostra, che potrebbe essere ostacolata dalla lunghezza e dal corpus così importante di opere, è dato anche dalla capacità didattica della audioguida e dei pannelli di mediare tra il pensiero e il valore pittorico dell artista e l occhio poco allenato del visitatore. I supporti presenti in mostra contestualizzano in maniera chiara il periodo e i lavori del pittore, offrendo tal volta una descrizione, tal volta un approfondimento nelle voci della curatrice Claudia Zevi o dell erede dell artista, Meret Meyer. La mostra racconta anche la poliedricità dell artista: attraverso i costumi, i decori e le grandi scenografie che l artista ha realizzato per il Teatro Ebraico Kamerny di Mosca emerge lo Chagall sostenitore entusiasta e attivo protagonista in ambito culturale della Rivoluzione d ottobre; nelle illustrazioni per le Favole di La Fontaine e nelle incisioni per Ma vie (la sua autobiografia) si incontra un altro Chagall ancora, che non teme in nessun modo il mettersi alla prova con qualcosa di nuovo e diverso. Uomo e artista che si fondono in una personalità quasi magica che al termine della percorso espositivo non si può non apprezzare e che sancisce, ancora una volta, il ruolo dell artista nella storia dell arte moderna. Marc Chagall. Una retrospettiva fino al 1 febbraio 2015 Palazzo Reale, piazza del Duomo Milano - Lunedì: Martedì, mercoledì, venerdì e domenica: Giovedì e sabato: LIBRI questa rubrica è a cura di Marilena Poletti Pasero n. 3 VII - 21 gennaio

17 Malala Yousafzai con Christina Lamb Io sono Malala La mia battaglia per la libertà e l'istruzione delle donne Garzanti 2013 pp. 284, euro 12,90 "Io sono Charlie" e "Io sono Malala", due frasi simbolo. Per affrontare il problema Islam e la sua compatibilità con i valori propri dell'occidente. In primis la libertà dell'individuo, che affonda le sue radici millenarie nel pensiero greco, romano, cristiano, umanista, illuminista. Malala Yousafzai è la sedicenne pakistana insignita del Premio Nobel per la Pace 2014 per avere, difeso in comizi, interviste, e nel suo blog in urdu, il diritto allo studio delle donne. Delle donne della sua vallata, lo Swat, un giardino dell'eden sospeso tra montagne inviolate, ricche di smeraldi, ove vi sono numerose tracce di templi buddisti in rovina perchè qui transitò il Buddha. E anche Alessandro Magno, che si narra si avventurò fin sulla cima del monte Elum per rapire la stella di Zeus, Giove, dopo avere costruito speciali catapulte in grado di raggiungere con le sue frecce il nemico in fuga sulla cima del monte. Malala, nomen omen, si riferisce all'eroina afgana, novella Giovanna d'arco, che nel 1880 seppe ridare fiducia all'esercito afghano in rotta, sfilandosi il suo bianco velo e issandolo come una bandiera, sino alla vittoria sugli inglesi. Malala, figlia di Ziauddin detto il falco, fondatore di tre scuole, le Khursahl school, presso Mingora in Paskistan, (oggi contano 1200 alunni, 70 insegnanti) attivista a sua volta per il diritto allo studio delle donne e contro le discriminazioni. Fiero nemico dei Talebani infiltratisi dal vicino Afghanistan, che pretendevano di tornare al medioevo, con la chiusura delle sue scuole, costruite tra mille sacrifici, perché ritenute occidentali e infedeli. Quegli stessi Talebani armati e foraggiati dagli americani al tempo della guerra contro i sovietici in Afghanistan, , perché ritenuti valido baluardo locale contro il nemico. E ora teorizzatori della jihad, come quinto pilastro dell'islam, dentro e fuori dei loro confini, Europa compresa! Malala dunque, degna figlia di suo padre, luce dei suoi occhi, educata come un maschio, che mai celava il suo volto dietro un velo, prima della classe in tutte le materie, compreso l'inglese e le scienze. Lei che giocava a cricket sul terrazzo della loro casa con i fratelli e che sognava di diventare una ricercatrice scientifica o una politica, non un'insegnante o un medico come tutte le ragazze sue amiche; e portava scarpe bianche, nonostante il bianco fosse riservato agli uomini. E che sin dagli 11 anni era in grado di affascinare il pubblico con la sua oratoria, fino a tenere a 16 anni un discorso dinnanzi all'assemblea dell'onu a New York. Il 9 ottobre 2012, una pallottola sparata da vicino da un talebano, mentre si trovava sul pulmino della scuola, bloccato a un posto di blocco, le trapassò l'orbita dell'occhio sinistro, le recise il nervo facciale, le fece gonfiare il cervello, rischiando di ucciderla sul colpo. Il ricovero immediato presso il vicino ospedale militare le salvò il cervello e la vita. E solo il tempestivo trasporto successivo, sull'aereo privato del principe degli Emirati Arabi, alla volta di Birmingham, in Inghilterra, rese possibile le ulteriori operazioni necessarie e la lunga riabilitazione. Il libro, scritto a quattro mani con l'importante giornalista internazionale Christina Lamb, ripercorre la vita di Malala, e gli usi e costumi della sua vallata, lo Swat, assimilato al Pakistan nel Non solo dunque la storia della sua famiglia, ma quella del Pakistan sin dalla sua fondazione nel E veniamo così a conoscere la straordinaria personalità del coraggioso padre, che poté, per un colpo di fortuna, studiare allo Jenzaeb College, la scuola migliore in loco, non in una madrassa monotematica, e così concepire l'idea di creare una sua scuola ove tutti potessero studiare l'inglese, pass partout per il mondo intero. E incontriamo il buonsenso della madre Tor Pekai, maturato in una famiglia di predicatori colti e tolleranti. E il mondo di amici di ampie vedute che ruotavano attorno a loro, nel rito del the, proprio dell'ospitalità pashtun, seduti sul tetto della casa, la sera a parlare di politica e di "versetti satanici". Ma intanto si allargava l'ombra scura dei Talebani, che solo dopo tre anni di violenze e nefandezze, furono scacciati dal forte esercito regolare pakistano, lasciando dietro a sé una scia di distruzioni e di morti. Ma alcuni ancora soggiornavano nella vallata, nascosti, pronti a colpire. In questo clima pesante la famiglia di Malala è costretta a emigrare nel paesino del padre sulle montagne, sperando che al ritorno sia tutto terminato. Invano. "Un bambino, un'insegnante, un libro e una penna possono cambiare il mondo" usa dire Malala, ora residente in Inghilterra con la sua famiglia. Il Malala fund da lei creato ha come obiettivo quello di far sentire la voce di 64 milioni di bambine e non, ai quali è negato il diritto allo studio, in tutto il mondo. Per partecipare al dibattito v. in internet Marilena Poletti Pasero SIPARIO questa rubrica è a cura di E. Aldrovandi e D.Muscianisi Piccoli pezzi compongono il puzzle dei Kataklò Tornano a Milano i Kataklò dopo una tournée di due anni che li portati fino alla casa-madre del Nederlands Dans Theater (Olanda), il Lucent Dans Theater di Den Haag, e fino al Teatro Alfa di São Paulo e al Teatro Municipal di Rio de Janeiro (Brasile), dove sia il pubblico nordeuropeo sia quello del Carnevale più famoso al mondo ha potuto apprezzare i colori e lo spirito dei Kataklò. Per il grande successo di pubblico e critica che ha ottenuto lo spettacolo Puzzle, i piccoli pezzi dal taglio uni- n. 3 VII - 21 gennaio

18 co si incastrano nuovamente per il pubblico milanese al Carcano e inscenare un arlecchino di danze, nel quale la danza si fonde con l acrobazia della ginnastica e l esagerazione del circo per creare uno spettacolo dai colori forti e contrastanti e dalle geometrie chiare e definite. L arlecchinata di Puzzle si delinea su musiche varie, tratte da colonne sonore di film, da melodie introspettive e meditative di compositori del nostro tempo e da musiche etniche (percussioni africane, musiche e- braiche, etc.), mentre nelle coreografie una sfilata di creatività pura lasciata - apparentemente - alla totale discrezione degli artisti. In realtà, un fil rouge si può seguire nella specifica volontà della regista (Giulia Staccioli, una campionessa di ginnastica ritmica, fondatrice della compagnia e dell Accademia dei Kataklò) di portare la ginnastica dalle arene olimpioniche al teatro, mantenendo quella che è la peculiarità delle competizioni ginniche, la successione ordinata delle squadre con le relative esibizioni; facendo così in modo che la ginnastica non sia solo una nicchia per tecnici e appassionati, ma venga aperta e presentata al grande pubblico come svago, mostrando espressione ed emozione. Lo spettacolo è suddiviso in due atti, nove danze per ogni atto più un epilogo, e si configura come una antologia della danza del Novecento. Si trovano i veli danzanti della Modern Dance di Martha Graham, l espressività pura dionisiaca di Isadora Duncan esasperata e ammodernata nell elemento circense, fino ad arrivare alla citazione del repertorio classico (in una delle coreografie compare un tutù nero in un pas de deux contemporaneo) e a qualche elemento del Tanztheater di Pina Bausch. I sei danzatori (tre uomini e altrettante donne) non si servono solo del ritmo e del mimo, ma dalla ginnastica e dal circo prendono a prestito attrezzi come funi, nastri, cerchi e clavette, pali prestati dalla pole dance, nastri sospesi come trapezi e altri elementi scenografici. Domenico G. Muscianisi In scena al Teatro Carcano di Milano dal 21 al 25 gennaio 2015 CINEMA questa rubrica è curata da Anonimi Milanesi A Milano apre una nuova sala cinematografica Il Teatro Martinitt in un momento difficile per le sale inizia una nuova avventura scegliendo di regalare al suo quartiere, Lambrate, una sala cinematografica. Dal primo febbraio, dalla domenica al mercoledì, il sipario del Martinitt si apre sul grande schermo, con proiezioni per tutti i gusti, per tutte le età e per le scuole. La sala sarà inaugurata mercoledì 21 gennaio 2015, con una giornata di proiezioni no-stop dalle ore 10 alle ore 23. Alle ore 20 a ingresso gratuito sarà proiettato il capolavoro di Vittorio De Sica "Miracolo a Milano". Tutte le informazioni le potete trovare qui: /index.html La teoria del tutto di James Marsh [Gran Bretagna, 2014, 123'] con Eddie Redmayne, Felicity Jones, Emily Watson, David Thewlis Stephen Hawking è universalmente conosciuto e riconosciuto come un geniale scienziato affetto da una malattia neurologica progressiva e cattiva che fin da giovane, non solo lo ha costretto su una sedia a rotelle, ma gli ha tolto l uso della parola. Questo film non racconta il suo essere un genio della fisica, ma la storia privata di Stephen e di sua moglie, conosciuta e amata quasi contemporaneamente alla rivelazione della malattia a poco più di vent anni, portando con sé la diagnosi, errata, di un aspettativa di vita brevissima: due anni. È la storia di Jane, lo sguardo di Jane sul suo compagno di vita, quel ragazzo con cui ha condiviso per poco la giovinezza sana, quell uomo a cui è stata accanto per anni per amore. Per amore con lui ha fatto tre figli e con lui ha sperimentato la fatica quotidiana del convivere con una persona geniale e ironica, dalla mente vivace e velocissima, ingabbiato in un corpo che non gli rispondeva più, raccontando senza veli il loro stare insieme in un libro, Travelling to Infinity: My Life With Stephen, a cui il film è ispirato. Il film parte dall innamoramento del giovane Stephen, ancora studente di Fisica a Cambridge, interpretato dal giovane Eddie Redmayne, per Jane, studentessa di lettere, una solare e bellissima Felicity Jones, e accompagna il pubblico attraverso i loro sentimenti e l amore che cambia. Una narrazione e una regia tradizionale non particolarmente originale che lascia tanto spazio alla bravura degli interpreti, sempre in perfetta sintonia di sguardi e battute tra loro, perfetti nel disvelare i personaggi nelle loro debolezze oltre che nel loro essere coraggiosi in modo diverso. Il regista James Marsh, che ha vinto un Oscar per il bellissimo documentario Man on Wire, sulla storia del funambolo americano Petit, che attraversò il cielo di New York su una fune, non osa quanto nel suo precedente lavoro, ma confeziona un buon prodotto ben sostenuto sostenuto da una bella squadra di attori. Un cast interamente inglese di grandi professionisti, a cominciare da Eddie Redmayne, attore inglese con doppio passato, da giovane modello e da attore shakespeariano, che ha compiuto un gran lavoro su una scommessa difficile, tanto da vincere il Golden Globe per il miglior attore drammatico della stagione. Sotto gli occhiali troppo grandi e sempre storti, il suo sguardo velatamente ironico di non può non conquistare lo spettatore portandolo sempre a guardare ben oltre la scompostezza del suo corpo in pieno decadimento fisico. Perfetta, Felicity Jones, un volto da attrice di hitchcockiana memoria, che riempie lo schermo con il sorriso morbido e lo sguardo deciso. Comprimari di spessore David Thewlis e Emily Watson, che con una semplice battuta molto inglese, rivolta a Jane, dimostra tutta la comprensione di una madre attenta. Fanno da bellissimo sfondo gli spazi n. 3 VII - 21 gennaio

19 universitari di Cambridge, con grande cura nei costumi e nelle scenografie che l atmosfera accademica degli anni 60/70. IL FOTO RACCONTO DI URBAN FILE LA SEGRETA POESIA DEL TRAFFICO MILANESE DOPO I FATTI DI PARIGI Don Virginio Colmegna: COSA CAMBIA DOPO IL 7 GENNAIO n. 3 VII - 21 gennaio

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