LESSICO DEL BEN VIVERE SOCIALE SOMMARIO: Speciale Buon vivere. Anno 2014

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1 Speciale Buon vivere. Anno 2014 Direttore Responsabile: SIILVIO DI PASQUA Proprietario: BENIAMINO MICHIELETTO Autorizz. Del Tribunale di Treviso n.463 del 5/11/1980 Redazione e stampa: VITTORIO VENETO Via Carlo Baxa, 13 tel fax: 0438/ Hanno collaborato: Le Segreterie Nazionale, Regionale e Territoriale della FLAEI-CISL, Bazzo Giorgio, Griguolo Tiziano, De Luca Adelino, Fontana Sergio, De Bastiani Mario, Perin Rodolfo, Budoia Angelo, Tolot Margherita, Dal Fabbro Edgardo, Battistuzzi Lorenzo, Sandrin Giuseppe, Faè Luciano, Piccin Livio, Da Ros Remigio, Carminati Giovanni, Pilutti Aldo Poste Italiane SpA - Spedizione in abbonamento postale 70% NE/TV SOMMARIO: LESSICO DEL BEN VIVERE SOCIALE Vuoi ricevere Partecipare per posta elettronica? Segnala a:

2 Indice Pagina Testo 3 CHI E LUIGINO BRUNI 4 Lessico del ben vivere sociale/1 PAROLE PER QUESTO DURO TEMPO 6 Lessico del ben-vivere sociale/ 2 RICCHEZZA - L ORIZZONTE DEI TALENTI 8 Lessico del ben-vivere sociale / 3 BENI - IL PREZZO NON È GIUSTO 10 Lessico del ben-vivere sociale / 4 I BENI RELAZIONALI - QUALCOSA DI ESSENZIALE 12 Lessico del ben-vivere sociale - 5 POVERTÀ - LA PROFEZIA E L INGIUSTIZIA 14 Lessico del ben-vivere sociale / 6 CAPITALI - NON TUTTO È MERCE 16 Lessico ben vivere sociale / 7 PUNTO CRITICO - RIGENERARE VIRTÙ CAPOVOLTE 18 Lessico del ben vivere / 8 BENI D ESPERIENZA - QUALCOSA DI UNICO 20 Lessico del ben vivere sociale/9 COOPERAZIONE I LEGAMI CI FANNO RICCHI 22 Lessico del ben-vivere/10 BENI COMUNI - IL FUTURO NON È UN CLUB 24 Lessico del ben-vivere/11 MERCATO&RECIPROCITÀ QUELL ALLEANZA È ORA DA RIFONDARE 26 Lessico del ben-vivere sociale/ 12 INNOVAZIONE - LA GRATUITÀ CREA IL NUOVO (MA DOVE SONO I PROFETI?) 28 Lessico del ben-vivere sociale / 13 CARISMI - QUELLO SGUARDO DIVERSO CHE ABITA E CAMBIA LA VITA 30 Lessico del ben-vivere sociale / 14 CONSUMO - SENZA MERCATO NON C È LIBERTÀ IL MERCATO DA SOLO NON FA FELICI 32 Lessico del ben-vivere sociale / 15 ECONOMIA - UN MONDO DA RICOMINCIARE A PARTIRE DALLE DONNE E DAL «TU» 34 Lessico del ben-vivere sociale / 16 MITEZZA - BISOGNA CREDERE AI MANSUETI: HANNO LE CHIAVI DEL DOMANI 36 Lessico del ben-vivere sociale / 17 Tempo - VIA DALL ECONOMIA DI FLATLANDIA PER TORNARE A GENERARE FUTURO 38 Lessico del ben vivere sociale / 18 COMUNITÀ - LA BUONA CITTÀ DEI «DIVERSI» E LA BABELE DELLE CASTE CHIUSE 40 Lessico del ben-vivere sociale / 19 ISTITUZIONI. CON SOLO LOGGE DEI MERCANTI LA PIAZZA DELLA CITTÀ SI FA DESERTO 42 lessico del ben-vivere sociale / 20 COMUNIONE - NON È UN UTOPIA L ALTERNATIVA ALL ECONOMIA DOMINIO 2

3 CHI E LUIGINO BRUNI Luigino Bruni, nato ad Ascoli Piceno nel 1966, è Professore Associato in Economia Politica al Dipartimento di Economia Politica dell Università Milano Bicocca ed all Istituto Universitario Sophia di Loppiano (FI). Dopo la Laurea in Economia ad Ancona nel 1989, ha conseguito un dottorato nel 1998 in Storia del Pensiero Economico presso l Università di Firenze, ed un secondo PhD nel 2004 in Economics presso l Università di East Anglia (UK). E vicedirettore del Centro interdisciplinare e interdipartimentale CISEPS; e vicedirettore del Centro interuniversitario di ricerca sull'etica d'impresa Econometica; è coordinatore del progetto Economia di Comunione e membro del comitato etico di Banca Etica Negli ultimi 15 anni il campo di ricerca di Luigino Bruni ha coperto molti ambiti, dalla Microeconomia, all Etica ed Economia, alla Storia del Pensiero Economico e dalla Metodologia in Economia alla Socialità e Felicità in Economia. Recentemente i suoi interessi si sono rivolti all Economia Civile ed alle categorie economiche ad essa collegate quali Reciprocità e Gratuità. Su questi argomenti Luigino Bruni ha scritto molti libri e vari di questi sono stati tradotti in altre lingue. Nel 2008 il suo libro Civil Happiness ha vinto il secondo premio del Templeton Enterprise Awards. Questo premio è assegnato ogni anno ai migliori libri e articoli sulla cultura d impresa scritti da autori con meno di 40 anni al momento della pubblicazione. Attualmente la ricerca di Luigino Bruni si è focalizzata sul ruolo della motivazione intrinseca nella vita civile e economica. * * * Libri pubblicati: L ethos del mercato, Bruno Mondatori, Milano (2010) Dizionario di Economia Civile, con S.Zamagni, Città Nuova, Roma (2009) L'impresa civile, Egea, Milano (2009). Benedetta Economia, con A. Smerilli, Città Nuova, Roma (2008) Reciprocity, altruism and civil society, Routledge, London (2008) La ferita dell'altro. Economia e relazioni umane, Il Margine, Trento, Civil Economy, con S. Zamagni, Peter Lang, Oxford, 2007 Il prezzo della gratuità, Città Nuova, Roma, Civil Happiness, Routledge, London, Reciprocità. Cooperazione economia società civile, Bruno Mondadori, Milano, L economia, la felicità e gli altri. Un indagine su beni e benessere, Città Nuova, Roma, Economia civile, con S. Zamagni, Il Mulino, Bologna Vilfredo Pareto and the birth of the modern microeconomics, Elgar, Chelterham, 2002 Vilfredo Pareto. Alle radici della scienza economica del novecento, Collana Economisti Italiani, Polistampa, Firenze,

4 Lessico del ben vivere sociale/1 PAROLE PER QUESTO DURO TEMPO Avvenire 29 settembre - Luigino Bruni Alcuni sono fermamente convinti che il peggio della crisi sia ormai dietro di noi; altri altrettanto persuasi che la 'grande crisi' sia appena incominciata. In realtà, ciò che è certo è che dobbiamo iniziare a prendere coscienza che è proprio la parola 'crisi' a non essere più adeguata ad esprimere il nostro tempo. Ci troviamo, infatti, dentro un lungo periodo di transizione e di cambio di paradigma, iniziato ben prima del 2007 e destinato a durare ancora a lungo. Dobbiamo quindi presto imparare a vivere bene nel mondo come ci si dà oggi, compreso il suo lavoro. Ma dobbiamo imparare un nuovo lessico economico, che sia adeguato prima a farci comprendere questo mondo (non quello di ieri), e poi offrirci strumenti per poter agire e, magari, migliorarlo. Una nuova forma di indigenza collettiva è il non riuscire più a capire la nostra economia, il nostro lavoro e il nostro non lavoro. Dalla presa di coscienza di questa nuova indigenza 'lessicale' e quindi di pensiero, nasce l idea di iniziare o forse continuare la scrittura di una sorta di Lessico del ben vivere sociale, un espressione presa a prestito, o donataci, dall economista e storico napoletano Ludovico Bianchini, che ricoprì la cattedra di economia che era stata, cent anni prima, di Antonio Genovesi. Egli volle intitolare il suo principale trattato di economia Della scienza del ben vivere sociale (1845). Nessun nuovo lessico, infatti, nasce dal vuoto. Si nutre, vive, cresce delle parole passate, e prepara quelle future. Quindi è sempre provvisorio, parziale e necessariamente incompleto; materiale di lavoro, una cassetta di strumenti per ragionare e agire. Ci sono parole fondamentali del vivere sociale che devono essere ripensate, e in parte riscritte, se vogliamo che il vivere civile ed economico sia 'buono', e possibilmente anche giusto. In questa nostra età stiamo facendo molta cattiva economia anche perché stiamo parlando e pensando male la vita economica e civile. Le parole da ripensare e riscrivere sono molte. Tra queste ci sono senza dubbio: ricchezza, povertà, imprenditore, finanza, banca, bene comune, lavoro, giustizia, management, distribuzione del reddito, profitto, diritti di proprietà delle imprese, indignazione, modello italiano, capitalismo, e molte altre. Un nuovo lessico è necessario anche per capire e quindi rivalutare lo specifico della tradizione economica e civile italiana ed europea. Il XXI secolo sta, infatti, (pericolosamente) diventando il secolo del pensiero economico-sociale unico. Stiamo perdendo troppa biodiversità, ricchezza antropologica, etica, eterogeneità culturale. Non stanno solo scomparendo migliaia di specie viventi, stanno anche morendo forme viventi di imprese, banche, tradizioni artigiane, visioni del mondo, cultura imprenditoriale, cooperazione, mestieri, saper fare e saper pensare, etiche del lavoro. E molte di quelle che stanno nascendo assomigliano troppo a specie parassite e aggressive, che accelerano la morte di antiche e buone piante. Si stanno riducendo le forme d impresa, le culture di governo, i tipi e le culture di fare banca, schiacciati dall ideologia del business is business, dove il business gli affari è solo quello di derivazione anglosassone, Usa in particolare, un business dove anche le banche sono tutte uguali, quelle che scommettono con i nostri risparmi e quelle che amano e servono i territori, le famiglie, le imprese. L economia europea ha secoli di biodiversità prodotta dalla lunga storia, molti secoli che invece non ha il capitalismo che ci sta colonizzando. Chi dimentica questa lunga storia e questa ricchezza produce danni civili ed economici enormi, e molto spesso irreversibili. Il XX secolo era stato anche il secolo della pluralità dei sistemi economici e dei capitalismi. Quel secolo, che per certi versi appare ormai lontanissimo, aveva visto dispiegarsi più tipi o forme di economie di mercato. L economia sociale di mercato tedesca, l economia collettivista, quella mista italiana un 'misto' che era molto più ampio del solo rapporto privato/pubblico, il modello scandinavo, quelli francese, inglese, statunitense, giapponese, indiano, sudamericano e, nell ultimo suo squarcio, anche quello ibrido cinese. Tutta questa varietà di economie di mercato, capitalistiche e no, era poi stata accompagnata da grandi, a tratti enormi, luoghi di economia tradizionale, che continuavano a persistere anche nella nostra vecchia Europa. Tutta questa biodiversità sta scomparendo nel XXI secolo. È sempre la diversità a rendere meraviglioso il mondo, e la biodiversità di forme civili ed economiche non lo rende meno splendido e ricco di quella delle farfalle e delle piante. Il paesaggio italiano ed europeo è patrimonio dell umanità 4

5 non solo per le colline e i boschi (frutto, tra l altro, dei grandi carismi monacali del medioevo, e quindi di tanta biodiversità spirituale). Le nostre piazze e le nostre valli le hanno fatte stupende non solo le viti e gli olivi, ma anche le cooperative, le migliaia di Casse rurali e Bcc tutte uguali e tutte diverse, le Casse di risparmio, le botteghe dei liutai e le stalle di montagna, le imprese dei distretti, le confraternite, le misericordie, le scuole di don Bosco e quelle delle Maestre Pie, gli ospedali delle Ancelle della carità accanto a quelli pubblici e privati. Ogni volta che una di queste istituzioni muore, magari per leggi sbagliate e consulenti impreparati, il nostro Paese si impoverisce, diventiamo meno colti, profondi, liberi, e bruciamo secoli di storia e di biodiversità. Dove non c è biodiversità c è solo sterilità, incesto, nanismo, quelle patologie che sta conoscendo un capitalismo finanziario non più capace di generare bel lavoro e buona ricchezza, proprio perché troppo appiattito su una sola cultura e su un solo principio attivo (massimizzare profitti e rendite di breve periodo). Questa perdita di biodiversità civile ed economica (e quindi umana) è una malattia molto seria, che chiama in discussione direttamente la democrazia, oggi come ieri strettamente connessa alle sorti, alle forme e alla pluralità dei protagonisti dell economia di mercato. Ecco allora che si aprono nuove sfide, decisive per la qualità della vita nostra presente e futura. Fin dove vogliamo estendere il meccanismo dei prezzi per regolare la vita in comune? Siamo sicuri che il modo con cui stiamo governando le imprese, soprattutto le grandi, sia capace di futuro? I lavoratori dovranno restare sempre fuori dai Cda delle imprese? Vogliamo continuare a depredare l Africa, o possiamo iniziare con quei popoli lontani e sempre più vicini un nuovo rapporto di reciprocità? Quando smetteremo di rubare futuro ai nostri nipoti indebitandoci per consumi eccessivi e egoistici? È possibile estendere il sistema del trip advisor dagli hotel a tutti i beni di mercato, per una vera democrazia economica? Come Europa, abbiamo ancora qualcosa da dire sul mercato e sull impresa? Queste, e altre, difficili domande e sfide non si possono affrontare con successo se prima non impariamo a pensarle e dirle con le parole giuste. Sono stati troppi in questi anni i danni, non solo economici, procurati da chi ha presentato 'mali' sotto forma di 'beni', costi come ricavi, vizi mascherati da virtù. Danni che continuiamo a produrre, non sempre intenzionalmente. Dobbiamo attrezzarci tutti cittadini, economisti, istituzioni, media, politici e dare vita a un linguaggio economico e civile che ci aiuti a dare il nome giusto alle cose, per amarle e migliorarle. In tutte le età di rinascimento le parole invecchiano molto velocemente, e nessuna età della storia ha consumato parole e concetti più rapidamente della nostra. Se vogliamo veramente ricreare lavoro, concordia civile, cooperazione e ricchezza, prima occorre saperli pronunciare, chiamarli. Quando dal caos si vuole passare al cosmos (ordine), il primo atto umano fondamentale è dare il nome alle cose, conoscerle, custodirle, coltivarle. Ma il nome più importante che oggi dobbiamo reimparare a riconoscere e a pronunciare è il nome dell altro. Perché quando si dimentica quel primo nome non riusciamo più a chiamare noi stessi né le cose, comprese le importantissime cose dell economia. Solo quando le chiameremo con il giusto nome esse ricominceranno a risponderci. 5

6 Lessico del ben-vivere sociale/ 2 RICCHEZZA - L ORIZZONTE DEI TALENTI Avvenire 6 ottobre Luigino Bruni Le ricchezze, come le povertà, sono molte. Alcune buone, e altre, rilevantissime, cattive. Le grandi culture lo sapevano bene; la nostra, perché non è grande, lo ha dimenticato. La natura plurale e ambivalente della ricchezza è iscritta nella sua stessa semantica. Ricchezza proviene da rex (re), e quindi rimanda al potere, al disporre, attraverso il denaro e i beni, anche delle persone. Il possesso delle ricchezze è sempre stato, ed è, profondamente intrecciato con il possesso delle persone, e il confine oltre il quale la democrazia diventa plutocrazia (governo dei ricchi) è sempre poco tracciato, fragile, con pochissimi custodi e sentinelle che non siano sul libro paga dei plutocrati. Ma la ricchezza è anche wealth, che in inglese rimanda al weal, well-being, cioè al benessere, alla prosperità, alla felicità individuale e collettiva. Adam Smith per il titolo del suo trattato di economia ( The Wealth of Nations, 1776), scelse wealth (e non riches ), anche per dire che la ricchezza economica è qualcosa di più della sola somma dei beni materiali, o del nostro Pil. G li italiani e molti economisti dei Paesi latini scelsero per questa seconda forma di ricchezza l espressione «felicità pubblica», non sottovalutando mai il complesso passaggio dalla ricchezza alla felicità. A partire dalla seconda metà dell Ottocento, la tradizione della 'pubblica felicità' divenne un fiume carsico, e nel mondo anglosassone l antica idea di benessere sottesa a wealth progressivamente si smarrì. E così, in tutto l Occidente, lo spettro semantico della ricchezza si è molto impoverito, e noi con esso. Abbiamo costruito un capitalismo finanziario che ha generato molta 'ricchezza' sbagliata, che non ha migliorato la nostra vita né quella del pianeta. Dobbiamo, con urgenza, ricominciare a distinguere le forme della ricchezza, a discernere tra gli 'spiriti' del capitalismo, e riiniziare a dire, pubblicamente e con forza, che non tutte le cose che chiamiamo ricchezza sono buone. Non è buona la 'ricchezza' che nasce dallo sfruttamento dei poveri e dei fragili, quella che proviene dal depredare le materie prime dell Africa, quella dell illegalità, della finanza-slot, della prostituzione, delle guerre, de traffico delle droghe, quella che nasce dal mancato rispetto dei lavoratori e della natura. Dobbiamo avere la forza etica di dire che questa pseudo-ricchezza non è buona, e dirlo senza se e senza ma. Non esistono buoni usi di questi soldi sbagliati, tantomeno il finanziamento del non-profit o delle strutture per bambini gravemente malati questi bambini 'giudicheranno' il nostro capitalismo. Da dove nasce, allora, la buona e vera ricchezza? Quale la sua origine e la sua natura? Per Smith, che queste domande aveva posto al centro della sua ricerca, la ricchezza nasce dal lavoro umano, e lo scrisse come prima riga della sua Wealth of Nations: «Il lavoro annuale di ogni nazione è il fondo da cui essa trae tutte le cose necessarie e utili per la vita». Le ricchezze naturali, i mari, i monumenti e le opere d arte non diventano ricchezza economica e civile se non c è lavoro umano capace di mettere questi beni a reddito. Ma se guardiamo alle radici profonde della ricchezza, scopriamo qualcosa che potrebbe sorprenderci, perché ci potremmo accorgere che la sua natura più vera è il dono. La ricchezza buona che nasce dal lavoro dipende dai nostri talenti (il talento, ce lo dice la parabola, si riceve), cioè da doni di intelligenza, di creatività, doni etici, spirituali e relazionali. Dietro la nostra ricchezza ci sono eventi provvidenziali che non sono né merito solo nostro, né soltanto il frutto del nostro impegno (che comunque è sempre co-essenziale): esser nati in un determinato Paese, amati in una famiglia, l aver potuto studiare in buone scuole, aver incontrato quell insegnante e poi quelle persone giuste lungo il nostro cammino, ecc. Quanti potenziali Mozart e Levi Montalcini non sono fioriti solo perché nati o cresciuti altrove, o semplicemente perché non amati abbastanza? C è qualcosa di questa tensione tra dono e ingiustizia nel mito di Pluto (il dio greco della ricchezza), che, accecato, distribuisce la ricchezza tra gli uomini senza poter guardare né alla loro giustizia né al merito. Come ritroviamo la consapevolezza della natura di dono della ricchezza alla radice dell istituzione in Israele dell anno giubilare, quando, ogni cinquant anni, «ciascuno tornerà in possesso del suo» ( Levitico). E invece noi abbiamo dimenticato, e 6

7 quindi espulso dell orizzonte civile (e fiscale), che la proprietà dei beni e delle ricchezze è un rapporto, una faccenda sociale: «Se dimenticate che i frutti sono di tutti e la terra non è di nessuno, siete perduti!» ( J.J. Rousseau, Il contratto sociale). Se cancelliamo questa natura più profonda e vera della ricchezza e la destinazione universale di tutti i beni, perdiamo anche i sentimenti di riconoscenza civile per le nostre ricchezze. È la gratuitàcharis a fondare ogni ricchezza buona. Dovremmo allora guardare il mondo e dirci gli uni gli altri: «Io sono tu che mi fai ricco». E non smettere mai di ringraziarci a vicenda. Che cosa è la mia ricchezza se non il frutto di un insieme di relazioni, alcune con radici antichissime? Nel medioevo i forestieri, anche se ricchi, nelle processioni religiose (ordinate sulla base del censo) erano inseriti tra gli indigenti, perché mancanti di amici, perciò poveri della ricchezza più importante, quella delle relazioni. Senza questo riconoscimentoriconoscenza della natura relazionale e di dono della ricchezza, finiamo per considerare un usurpazione ogni sua ridistribuzione, che percepiamo come gravi profanazioni di mani altrui che si infilano nelle nostre tasche. Anche gli imprenditori sanno che la loro (buona) ricchezza nasce anche, e soprattutto, dalla ricchezza dei territori, dalla ricchezza di talenti e di virtù dei lavoratori, dalla ricchezza morale di fornitori, banche, clienti, pubblica amministrazione, dalla ricchezza spirituale della loro gente (ecco perché l evasione fiscale è un grave atto di ingiustizia e di non riconoscenza). E così, ogni tanto, alcuni imprenditori tornano a casa dopo aver delocalizzato, perché senza quelle ricchezze diverse non sono riusciti ad aumentare neanche la sola ricchezza finanziaria. Se la ricchezza è primariamente dono, allora il condividerla e usarla per il Bene comune non è un atto eroico, è un dovere di giustizia. La possiamo, e dobbiamo, condividere perché l abbiamo in massima parte ricevuta. Quando una cultura perde questo profondo senso sociale e politico delle proprie ricchezze, si smarrisce, declina, tramonta. Oggi l economia soffre e non genera la sua tipica buona ricchezza perché si sono impoverite le altre forme di ricchezza, e una parte rilevante di questo impoverimento l ha prodotta la stessa economia finanziaria, che ha consumato risorse morali e spirituali senza preoccuparsi di rigenerarle. Ha agito come quell apicultore che per far più soldi possibili con le sue api, si è concentrato unicamente sui suoi alveari, e ha trascurato e inquinato i territori circostanti. I prati e i frutteti si sono così impoveriti, e oggi le sue api, esauste, producono sempre meno miele, e di qualità sempre peggiore. Quest apicultore, se vuol tornare a produrre buon miele, deve allargare gli orizzonti del suo problema, capire la vera causa della sua crisi, e poi iniziare a occuparsi dei prati e dei frutteti dei territori circostanti con la stessa cura con cui tratta le sue api e i suoi alveari. Ogni bene è anche un bene comune, perché se non è comune non è, veramente, un bene. Uscire dai cantieri per 'addetti ai lavori' e tornare nei territori a prendersi cura dei prati e dei frutteti, dei beni comuni: è questa la sfida principale da raccogliere se vogliamo tornare a generare buona ricchezza, e quindi lavoro. 7

8 Lessico del ben-vivere sociale / 3 BENI - IL PREZZO NON È GIUSTO Avvenire 13 ottobre Luigino Bruni Anche in questo tempo sempre più dominato dalla tecnica e dalla finanza invisibile e senza volti umani, i protagonisti dell economia continuano a essere le persone e i beni. Ogni atto economico dal consumo al lavoro, dal risparmio all investimento è un intreccio di persone e di beni. E anche quando si agisce all interno di istituzioni complesse, regole, contratti, e i beni perdono materialità e sembrano dileguarsi, alla fine e all inizio di ogni atto economico ritroviamo sempre beni e persone. Ecco perché parallelamente a una riflessione sulle persone come cittadini, 'consumatori', imprenditori, investitori, lavoratori per poter scrivere un nuovo lessico economico è necessario, e urgente, un pensiero nuovo sui beni, sugli oggetti dell economia, e quindi sulle nuove prassi di consumo e di vita. I eri, oggi e domani, l economia cambia, evolve e involve quando cambiano, evolvono e involvono i beni e le persone. Tra le persone e i beni esiste un misterioso rapporto di reciprocità. Se è vero, infatti, che i beni vanno ricondotti alle persone (le sole che sulla terra hanno libertà, e quindi responsabilità), una volta che i beni sono stati generati acquistano vita propria e una grande capacità di modificare la nostra vita, benessere e libertà. È questa una legge formidabile dell esistenza umana, che i grandi miti ci hanno raccontato in molti modi, e che continuano ancora a raccontarci. Non sono soltanto i figli che generiamo a modificare e cambiare radicalmente e per sempre la nostra vita; anche le cose che costruiamo ci cambiano, ci trasformano, ci fanno migliori o peggiori, non ci lasciano mai indenni. Il mondo non è più lo stesso ogni volta che nasce un bambino, lo sappiamo; ma, sebbene in modi diversi e sempre nuovi, il mondo cambia continuamente anche per i nostri manufatti, prodotti, incontri, beni. Coltiviamo e custodiamo la terra creando, scambiando, consumando beni. Per chiamare le merci, i primi economisti scelsero proprio questa parola: 'beni', un termine che presero in prestito dalla filosofia e dalla teologia. Bene deriva infatti dalla categoria morale di buono, bonum. È quindi bene aumentare i beni perché e se questi sono cose buone, aumentano il bene delle persone, delle famiglie, della città, il Bonum commune. Per questa ragione la riflessione etica sull economia era basata in origine sull ipotesi che non tutte le merci e le cose dell economia sono beni (cose buone). Non si comprende, ad esempio, l antica riflessione etica sui vizi (lussuria, gola, avarizia, invidia ) al di fuori di questo affratellamento tra i beni e il Bene, e tra i beni e i bisogni. Ma a un certo punto della traiettoria culturale e antropologica dell Occidente, gli individui non accettarono più che qualcuno (la tradizione, la società, la religione, il padre ) dicesse loro quali sono i beni 'buoni' e quali i bisogni 'veri', quali le cose veramente utili e lo accettano sempre meno. Il soggetto diventa l unico deputato a dire, esprimendo una domanda di mercato pagante, se una cosa è per lui un bene. La ricchezza nazionale è divenuta così l insieme di questi beni (merci e servizi) definiti tali dalle singole persone, e il Pil non fa altro che misurare questi beni. Così la nostra ricchezza economica si è popolata di una miriade di beni diversi, accomunati solo dal metro monetario: l antibiotico, i biglietti per vedere a teatro Pirandello e Ibsen, i fiori acquistati per donarli a chi amiamo, i beni relazionali, insieme alle spese per servizi legali generati dai nostri litigi e reati, le mine antiuomo, le slot-machine, la pornografia. Tutti beni, tutto Pil, tutta crescita. Tutto lavoro comunque, qualcuno dice; ma non è difficile immaginare la qualità umana del lavori di chi, magari donna, deve stampare in un impresa materiale pornografico per vivere e far arricchire chi su quei 'beni' specula. Non tutto il lavoro, e non tutti i posti di lavoro, sono cose buone, non lo sono mai stati. Ma ormai i beni hanno perso contatto col Bene, e senza questo tocco non abbiamo più le categorie culturali per capire che non sempre l aumento di beni è Bene, che non tutti i beni sono cose buone, che non ogni crescita aumenta la felicità o il benessere. Il contrasto tra i nostri beni e il bene appare con tutta la sua tragica chiarezza nell ambiente naturale, che è troppo spesso lo spettacolo dell intreccio di beni individuali e male comune. Quale criterio etico abbiamo oggi per dire se un aumento percentuale di Pil è un bene o un male? Dovremmo essere capaci di 8

9 conoscere e dire come e per quali 'beni' il Pil è cambiato, ma non lo siamo. Nel riconoscere tutto ciò in tutta la sua drammaticità, dobbiamo però tener ben presente che una delle condizioni della democrazia è la presenza nel mondo di un numero maggiore di beni rispetto alle cose che sono buone per me, perché in questo 'scarto' ci potrebbero essere, e ci sono, anche quelle cose che sono beni per me, ma non per gli altri e per la maggioranza. Un esercizio fondamentale della democrazia è tollerare l esistenza di più beni di quelli che ci piacciano. Uno 'scarto democratico' che però non deve impedirci di ricominciare a farci domande difficili e rischiose sulla natura morale dei beni economici, e persuaderci a vicenda sulla bontà dei beni nostri e di quelli degli altri. C è infine un ultima nota. Sulla terra ci sono molti beni (e mali) che non sono merci, cioè molte cose che hanno un valore, ma non un prezzo, anche se è in corso una velocissima trasformazione di (quasi) tutti i beni e i mali in merci. Un nuovo indicatore di benessere potrebbe allora essere calcolato sulla base della differenza tra i beni e le merci, che ci darebbe un idea di quanta gratuità resiste all imperialismo delle merci. Ma sotto il mondo delle cose c è ancora di più. Il valore economico dei beni è soltanto una minima parte del loro valore totale. Generiamo molto più bene di quanto i prezzi e il Pil siamo capaci di misurare, un 'credito di valore' che forse compensa, almeno in parte e nel suo insieme, il debito dei tanti mali non adeguatamente risarciti in moneta, perché troppo umani e dolorosi per avere un equivalente monetario. Questa eccedenza del valore sul prezzo riguarda molti beni, ma è particolarmente vero per molti servizi alla persona, per la cura, l educazione, la sanità, la ricerca... Il valore totale di una visita medica, che mi trovi la soluzione a un serio problema di salute, ha un valore umano e morale che nessuna parcella, anche salata, può pareggiare. Il valore economico di un insegnante che aiuti i nostri bambini a crescere è infinitamente più grande del suo stipendio. Questa sovrabbondanza c è, in misure diverse, per ogni lavoro, e i super-stipendi milionari ce la fanno vedere con più chiarezza, nel controluce dell indignazione. È tutto ciò che dà valore morale a quel 'grazie' che, dopo aver regolarmente pagato il prezzo, diciamo al benzinaio o alla barista. Queste cose le sappiamo, le sentiamo, le soffriamo tutti. Anche per questa ragione i lavoratori per essere soddisfatti e vivere bene hanno un bisogno vitale quasi mai appagato di altre forme di remunerazioni simboliche e relazionali che riempiano, almeno un poco, il gap tra il salario monetario del 'bene lavoro' e il dono della vita nel lavoro. È questa eccedenza antropologica che fa il lavoro più grande della mercesalario, sempre e ovunque. Quando trasformiamo i valori in prezzi e i beni in merci non dobbiamo mai dimenticare la differenza tra il valore delle cose e la loro misura monetaria, tra il lavoro e ogni suo prezzo. Riconoscerlo, e agire di conseguenza, è un atto di giustizia economica che fonda ogni ben vivere sociale. 9

10 Lessico del ben-vivere sociale / 4 I BENI RELAZIONALI - QUALCOSA DI ESSENZIALE Avvenire 19 ottobre Luigino Bruni Che i beni e i mali più importanti sono le nostre relazioni interpersonali, la sapienza popolare lo ha sempre saputo. I miti, la letteratura, le storie e le tradizioni non fanno altro che dircelo da millenni, raccontandoci di ricchezze divenute grandi mali a causa di rapporti sbagliati, e di povertà materiali dove il poco si moltiplica perché condiviso nella comunione. Da qualche decennio stanno iniziando ad accorgersene anche gli scienziati sociali e perfino alcuni economisti (il primo è stato Benedetto Gui, nel 1986), che usano l espressione 'beni relazionali' per indicare quel tipo di beni dove è la relazione tra le persone a costituire il bene. Con bene relazionale oggi si intendono molte cose. Qualcuno chiama beni relazionali quei servizi alla persona il cui valore dipende principalmente dalla qualità della relazione che si instaura tra le persone coinvolte. Il benessere di una serata in pizzeria con amici dipende certamente dalla qualità e dal prezzo della pizza, della birra e del locale, ma soprattutto (l 80-90%) deriva dalla qualità delle relazioni che abbiamo generato assieme tanto che se scoppia un banale litigio, alla fine della serata ci resterà ben poco 'benessere', anche se le pizze erano squisite. La soddisfazione (o insoddisfazione) che traiamo dall assistenza, dalla cura, ma anche dalle visite mediche, dalla scuola, dipende molto dalla qualità di quelle relazioni e incontri umani. Un 'molto' che diventa praticamente tutto, quando abbiamo a che fare con bambini, con lunghe degenze in ospedale, con i rapporti con nostri genitori anziani e vecchi. Nei beni relazionali un ruolo tutto speciale lo hanno le motivazioni e le intenzioni delle persone che 'producono' e, simultaneamente, 'consumano' questi beni. Il 'perché' è decisivo. Se, per un esempio, il consulente o l assicuratore mi chiede dei miei bambini e della mia famiglia 'perché' sa che creare questo clima familiare rende il contratto più semplice (e per lui più conveniente), e questa motivazione mi si palesa, quel dialogo pre-commerciale non genera alcun bene relazionale (anzi, probabilmente un 'male relazionale'). Il bene relazionale, infatti, è un bene di grande valore, che resta tale finché non cerchiamo di assegnarli un prezzo, di trasformarlo in merce e metterlo in vendita. Muore se perde il principio attivo della gratuità. I beni relazionali orientano e condizionano le nostre scelte, dalle più piccole e quotidiane a quelle grandi e decisive. Basterebbe pensare, ogni tanto, a quanto pesano i beni (e i mali) relazionali nella qualità del nostro lavoro, per il nostro restare in un impresa, o per il nostro partire. Andiamo ad abitare in un altro quartiere e ogni tanto torniamo a fare colazione nel vecchio bar, perché assieme al cornetto e al cappuccino 'consumiamo' anche quei beni fatti di incontri, battute, persino di sfottò calcistici con gli amici. Senza prendere in considerazione il bisogno di questo tipo di nutrimento, non capiremmo, tra l altro, perché tanti anziani e anziane escono di casa più volte al giorno per acquistare prima il pane, poi la verdura e infine il latte: insieme a questi prodotti 'consumano' beni relazionali, e si nutrono di essi. Se togliamo la domanda e il bisogno di beni relazionali dall orizzonte della politica (perché prima è uscito da quello dei suoi tecnici e consulenti), non riusciamo a capire ed a vivere le nostre città, le loro vere povertà e le loro ricchezze, a comprendere i veri costi e i veri ricavi della chiusura, ad esempio, dei piccoli negozi delle città. Questi beni relazionali non esauriscono, però, la natura relazionate dei beni. Ogni bene, non solo quelli che oggi chiamiamo relazionali, porta inscritta in sé l impronta delle persone e delle relazioni umane che l hanno generato. Il peso, la forma e la visibilità di questa impronta variano da bene a bene, ma non scompaiono mai del tutto, se vogliamo e sappiamo vederli. Da questo punto di osservazione, tutti i beni diventano beni relazionali. Lo capiamo se pensiamo ai prodotti artigiani. Nella cultura artigiana ancora ben viva, mai interamente soppiantata da quella industriale un violino, un mobile, un arcata erano riconoscibili ben prima di leggere la firma del suo autore (che spesso mancava, anche perché non necessaria). Dall oggetto 10

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