LESSICO DEL BEN VIVERE SOCIALE SOMMARIO: Speciale Buon vivere. Anno 2014

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1 Speciale Buon vivere. Anno 2014 Direttore Responsabile: SIILVIO DI PASQUA Proprietario: BENIAMINO MICHIELETTO Autorizz. Del Tribunale di Treviso n.463 del 5/11/1980 Redazione e stampa: VITTORIO VENETO Via Carlo Baxa, 13 tel fax: 0438/ Hanno collaborato: Le Segreterie Nazionale, Regionale e Territoriale della FLAEI-CISL, Bazzo Giorgio, Griguolo Tiziano, De Luca Adelino, Fontana Sergio, De Bastiani Mario, Perin Rodolfo, Budoia Angelo, Tolot Margherita, Dal Fabbro Edgardo, Battistuzzi Lorenzo, Sandrin Giuseppe, Faè Luciano, Piccin Livio, Da Ros Remigio, Carminati Giovanni, Pilutti Aldo Poste Italiane SpA - Spedizione in abbonamento postale 70% NE/TV SOMMARIO: LESSICO DEL BEN VIVERE SOCIALE Vuoi ricevere Partecipare per posta elettronica? Segnala a:

2 Indice Pagina Testo 3 CHI E LUIGINO BRUNI 4 Lessico del ben vivere sociale/1 PAROLE PER QUESTO DURO TEMPO 6 Lessico del ben-vivere sociale/ 2 RICCHEZZA - L ORIZZONTE DEI TALENTI 8 Lessico del ben-vivere sociale / 3 BENI - IL PREZZO NON È GIUSTO 10 Lessico del ben-vivere sociale / 4 I BENI RELAZIONALI - QUALCOSA DI ESSENZIALE 12 Lessico del ben-vivere sociale - 5 POVERTÀ - LA PROFEZIA E L INGIUSTIZIA 14 Lessico del ben-vivere sociale / 6 CAPITALI - NON TUTTO È MERCE 16 Lessico ben vivere sociale / 7 PUNTO CRITICO - RIGENERARE VIRTÙ CAPOVOLTE 18 Lessico del ben vivere / 8 BENI D ESPERIENZA - QUALCOSA DI UNICO 20 Lessico del ben vivere sociale/9 COOPERAZIONE I LEGAMI CI FANNO RICCHI 22 Lessico del ben-vivere/10 BENI COMUNI - IL FUTURO NON È UN CLUB 24 Lessico del ben-vivere/11 MERCATO&RECIPROCITÀ QUELL ALLEANZA È ORA DA RIFONDARE 26 Lessico del ben-vivere sociale/ 12 INNOVAZIONE - LA GRATUITÀ CREA IL NUOVO (MA DOVE SONO I PROFETI?) 28 Lessico del ben-vivere sociale / 13 CARISMI - QUELLO SGUARDO DIVERSO CHE ABITA E CAMBIA LA VITA 30 Lessico del ben-vivere sociale / 14 CONSUMO - SENZA MERCATO NON C È LIBERTÀ IL MERCATO DA SOLO NON FA FELICI 32 Lessico del ben-vivere sociale / 15 ECONOMIA - UN MONDO DA RICOMINCIARE A PARTIRE DALLE DONNE E DAL «TU» 34 Lessico del ben-vivere sociale / 16 MITEZZA - BISOGNA CREDERE AI MANSUETI: HANNO LE CHIAVI DEL DOMANI 36 Lessico del ben-vivere sociale / 17 Tempo - VIA DALL ECONOMIA DI FLATLANDIA PER TORNARE A GENERARE FUTURO 38 Lessico del ben vivere sociale / 18 COMUNITÀ - LA BUONA CITTÀ DEI «DIVERSI» E LA BABELE DELLE CASTE CHIUSE 40 Lessico del ben-vivere sociale / 19 ISTITUZIONI. CON SOLO LOGGE DEI MERCANTI LA PIAZZA DELLA CITTÀ SI FA DESERTO 42 lessico del ben-vivere sociale / 20 COMUNIONE - NON È UN UTOPIA L ALTERNATIVA ALL ECONOMIA DOMINIO 2

3 CHI E LUIGINO BRUNI Luigino Bruni, nato ad Ascoli Piceno nel 1966, è Professore Associato in Economia Politica al Dipartimento di Economia Politica dell Università Milano Bicocca ed all Istituto Universitario Sophia di Loppiano (FI). Dopo la Laurea in Economia ad Ancona nel 1989, ha conseguito un dottorato nel 1998 in Storia del Pensiero Economico presso l Università di Firenze, ed un secondo PhD nel 2004 in Economics presso l Università di East Anglia (UK). E vicedirettore del Centro interdisciplinare e interdipartimentale CISEPS; e vicedirettore del Centro interuniversitario di ricerca sull'etica d'impresa Econometica; è coordinatore del progetto Economia di Comunione e membro del comitato etico di Banca Etica Negli ultimi 15 anni il campo di ricerca di Luigino Bruni ha coperto molti ambiti, dalla Microeconomia, all Etica ed Economia, alla Storia del Pensiero Economico e dalla Metodologia in Economia alla Socialità e Felicità in Economia. Recentemente i suoi interessi si sono rivolti all Economia Civile ed alle categorie economiche ad essa collegate quali Reciprocità e Gratuità. Su questi argomenti Luigino Bruni ha scritto molti libri e vari di questi sono stati tradotti in altre lingue. Nel 2008 il suo libro Civil Happiness ha vinto il secondo premio del Templeton Enterprise Awards. Questo premio è assegnato ogni anno ai migliori libri e articoli sulla cultura d impresa scritti da autori con meno di 40 anni al momento della pubblicazione. Attualmente la ricerca di Luigino Bruni si è focalizzata sul ruolo della motivazione intrinseca nella vita civile e economica. * * * Libri pubblicati: L ethos del mercato, Bruno Mondatori, Milano (2010) Dizionario di Economia Civile, con S.Zamagni, Città Nuova, Roma (2009) L'impresa civile, Egea, Milano (2009). Benedetta Economia, con A. Smerilli, Città Nuova, Roma (2008) Reciprocity, altruism and civil society, Routledge, London (2008) La ferita dell'altro. Economia e relazioni umane, Il Margine, Trento, Civil Economy, con S. Zamagni, Peter Lang, Oxford, 2007 Il prezzo della gratuità, Città Nuova, Roma, Civil Happiness, Routledge, London, Reciprocità. Cooperazione economia società civile, Bruno Mondadori, Milano, L economia, la felicità e gli altri. Un indagine su beni e benessere, Città Nuova, Roma, Economia civile, con S. Zamagni, Il Mulino, Bologna Vilfredo Pareto and the birth of the modern microeconomics, Elgar, Chelterham, 2002 Vilfredo Pareto. Alle radici della scienza economica del novecento, Collana Economisti Italiani, Polistampa, Firenze,

4 Lessico del ben vivere sociale/1 PAROLE PER QUESTO DURO TEMPO Avvenire 29 settembre - Luigino Bruni Alcuni sono fermamente convinti che il peggio della crisi sia ormai dietro di noi; altri altrettanto persuasi che la 'grande crisi' sia appena incominciata. In realtà, ciò che è certo è che dobbiamo iniziare a prendere coscienza che è proprio la parola 'crisi' a non essere più adeguata ad esprimere il nostro tempo. Ci troviamo, infatti, dentro un lungo periodo di transizione e di cambio di paradigma, iniziato ben prima del 2007 e destinato a durare ancora a lungo. Dobbiamo quindi presto imparare a vivere bene nel mondo come ci si dà oggi, compreso il suo lavoro. Ma dobbiamo imparare un nuovo lessico economico, che sia adeguato prima a farci comprendere questo mondo (non quello di ieri), e poi offrirci strumenti per poter agire e, magari, migliorarlo. Una nuova forma di indigenza collettiva è il non riuscire più a capire la nostra economia, il nostro lavoro e il nostro non lavoro. Dalla presa di coscienza di questa nuova indigenza 'lessicale' e quindi di pensiero, nasce l idea di iniziare o forse continuare la scrittura di una sorta di Lessico del ben vivere sociale, un espressione presa a prestito, o donataci, dall economista e storico napoletano Ludovico Bianchini, che ricoprì la cattedra di economia che era stata, cent anni prima, di Antonio Genovesi. Egli volle intitolare il suo principale trattato di economia Della scienza del ben vivere sociale (1845). Nessun nuovo lessico, infatti, nasce dal vuoto. Si nutre, vive, cresce delle parole passate, e prepara quelle future. Quindi è sempre provvisorio, parziale e necessariamente incompleto; materiale di lavoro, una cassetta di strumenti per ragionare e agire. Ci sono parole fondamentali del vivere sociale che devono essere ripensate, e in parte riscritte, se vogliamo che il vivere civile ed economico sia 'buono', e possibilmente anche giusto. In questa nostra età stiamo facendo molta cattiva economia anche perché stiamo parlando e pensando male la vita economica e civile. Le parole da ripensare e riscrivere sono molte. Tra queste ci sono senza dubbio: ricchezza, povertà, imprenditore, finanza, banca, bene comune, lavoro, giustizia, management, distribuzione del reddito, profitto, diritti di proprietà delle imprese, indignazione, modello italiano, capitalismo, e molte altre. Un nuovo lessico è necessario anche per capire e quindi rivalutare lo specifico della tradizione economica e civile italiana ed europea. Il XXI secolo sta, infatti, (pericolosamente) diventando il secolo del pensiero economico-sociale unico. Stiamo perdendo troppa biodiversità, ricchezza antropologica, etica, eterogeneità culturale. Non stanno solo scomparendo migliaia di specie viventi, stanno anche morendo forme viventi di imprese, banche, tradizioni artigiane, visioni del mondo, cultura imprenditoriale, cooperazione, mestieri, saper fare e saper pensare, etiche del lavoro. E molte di quelle che stanno nascendo assomigliano troppo a specie parassite e aggressive, che accelerano la morte di antiche e buone piante. Si stanno riducendo le forme d impresa, le culture di governo, i tipi e le culture di fare banca, schiacciati dall ideologia del business is business, dove il business gli affari è solo quello di derivazione anglosassone, Usa in particolare, un business dove anche le banche sono tutte uguali, quelle che scommettono con i nostri risparmi e quelle che amano e servono i territori, le famiglie, le imprese. L economia europea ha secoli di biodiversità prodotta dalla lunga storia, molti secoli che invece non ha il capitalismo che ci sta colonizzando. Chi dimentica questa lunga storia e questa ricchezza produce danni civili ed economici enormi, e molto spesso irreversibili. Il XX secolo era stato anche il secolo della pluralità dei sistemi economici e dei capitalismi. Quel secolo, che per certi versi appare ormai lontanissimo, aveva visto dispiegarsi più tipi o forme di economie di mercato. L economia sociale di mercato tedesca, l economia collettivista, quella mista italiana un 'misto' che era molto più ampio del solo rapporto privato/pubblico, il modello scandinavo, quelli francese, inglese, statunitense, giapponese, indiano, sudamericano e, nell ultimo suo squarcio, anche quello ibrido cinese. Tutta questa varietà di economie di mercato, capitalistiche e no, era poi stata accompagnata da grandi, a tratti enormi, luoghi di economia tradizionale, che continuavano a persistere anche nella nostra vecchia Europa. Tutta questa biodiversità sta scomparendo nel XXI secolo. È sempre la diversità a rendere meraviglioso il mondo, e la biodiversità di forme civili ed economiche non lo rende meno splendido e ricco di quella delle farfalle e delle piante. Il paesaggio italiano ed europeo è patrimonio dell umanità 4

5 non solo per le colline e i boschi (frutto, tra l altro, dei grandi carismi monacali del medioevo, e quindi di tanta biodiversità spirituale). Le nostre piazze e le nostre valli le hanno fatte stupende non solo le viti e gli olivi, ma anche le cooperative, le migliaia di Casse rurali e Bcc tutte uguali e tutte diverse, le Casse di risparmio, le botteghe dei liutai e le stalle di montagna, le imprese dei distretti, le confraternite, le misericordie, le scuole di don Bosco e quelle delle Maestre Pie, gli ospedali delle Ancelle della carità accanto a quelli pubblici e privati. Ogni volta che una di queste istituzioni muore, magari per leggi sbagliate e consulenti impreparati, il nostro Paese si impoverisce, diventiamo meno colti, profondi, liberi, e bruciamo secoli di storia e di biodiversità. Dove non c è biodiversità c è solo sterilità, incesto, nanismo, quelle patologie che sta conoscendo un capitalismo finanziario non più capace di generare bel lavoro e buona ricchezza, proprio perché troppo appiattito su una sola cultura e su un solo principio attivo (massimizzare profitti e rendite di breve periodo). Questa perdita di biodiversità civile ed economica (e quindi umana) è una malattia molto seria, che chiama in discussione direttamente la democrazia, oggi come ieri strettamente connessa alle sorti, alle forme e alla pluralità dei protagonisti dell economia di mercato. Ecco allora che si aprono nuove sfide, decisive per la qualità della vita nostra presente e futura. Fin dove vogliamo estendere il meccanismo dei prezzi per regolare la vita in comune? Siamo sicuri che il modo con cui stiamo governando le imprese, soprattutto le grandi, sia capace di futuro? I lavoratori dovranno restare sempre fuori dai Cda delle imprese? Vogliamo continuare a depredare l Africa, o possiamo iniziare con quei popoli lontani e sempre più vicini un nuovo rapporto di reciprocità? Quando smetteremo di rubare futuro ai nostri nipoti indebitandoci per consumi eccessivi e egoistici? È possibile estendere il sistema del trip advisor dagli hotel a tutti i beni di mercato, per una vera democrazia economica? Come Europa, abbiamo ancora qualcosa da dire sul mercato e sull impresa? Queste, e altre, difficili domande e sfide non si possono affrontare con successo se prima non impariamo a pensarle e dirle con le parole giuste. Sono stati troppi in questi anni i danni, non solo economici, procurati da chi ha presentato 'mali' sotto forma di 'beni', costi come ricavi, vizi mascherati da virtù. Danni che continuiamo a produrre, non sempre intenzionalmente. Dobbiamo attrezzarci tutti cittadini, economisti, istituzioni, media, politici e dare vita a un linguaggio economico e civile che ci aiuti a dare il nome giusto alle cose, per amarle e migliorarle. In tutte le età di rinascimento le parole invecchiano molto velocemente, e nessuna età della storia ha consumato parole e concetti più rapidamente della nostra. Se vogliamo veramente ricreare lavoro, concordia civile, cooperazione e ricchezza, prima occorre saperli pronunciare, chiamarli. Quando dal caos si vuole passare al cosmos (ordine), il primo atto umano fondamentale è dare il nome alle cose, conoscerle, custodirle, coltivarle. Ma il nome più importante che oggi dobbiamo reimparare a riconoscere e a pronunciare è il nome dell altro. Perché quando si dimentica quel primo nome non riusciamo più a chiamare noi stessi né le cose, comprese le importantissime cose dell economia. Solo quando le chiameremo con il giusto nome esse ricominceranno a risponderci. 5

6 Lessico del ben-vivere sociale/ 2 RICCHEZZA - L ORIZZONTE DEI TALENTI Avvenire 6 ottobre Luigino Bruni Le ricchezze, come le povertà, sono molte. Alcune buone, e altre, rilevantissime, cattive. Le grandi culture lo sapevano bene; la nostra, perché non è grande, lo ha dimenticato. La natura plurale e ambivalente della ricchezza è iscritta nella sua stessa semantica. Ricchezza proviene da rex (re), e quindi rimanda al potere, al disporre, attraverso il denaro e i beni, anche delle persone. Il possesso delle ricchezze è sempre stato, ed è, profondamente intrecciato con il possesso delle persone, e il confine oltre il quale la democrazia diventa plutocrazia (governo dei ricchi) è sempre poco tracciato, fragile, con pochissimi custodi e sentinelle che non siano sul libro paga dei plutocrati. Ma la ricchezza è anche wealth, che in inglese rimanda al weal, well-being, cioè al benessere, alla prosperità, alla felicità individuale e collettiva. Adam Smith per il titolo del suo trattato di economia ( The Wealth of Nations, 1776), scelse wealth (e non riches ), anche per dire che la ricchezza economica è qualcosa di più della sola somma dei beni materiali, o del nostro Pil. G li italiani e molti economisti dei Paesi latini scelsero per questa seconda forma di ricchezza l espressione «felicità pubblica», non sottovalutando mai il complesso passaggio dalla ricchezza alla felicità. A partire dalla seconda metà dell Ottocento, la tradizione della 'pubblica felicità' divenne un fiume carsico, e nel mondo anglosassone l antica idea di benessere sottesa a wealth progressivamente si smarrì. E così, in tutto l Occidente, lo spettro semantico della ricchezza si è molto impoverito, e noi con esso. Abbiamo costruito un capitalismo finanziario che ha generato molta 'ricchezza' sbagliata, che non ha migliorato la nostra vita né quella del pianeta. Dobbiamo, con urgenza, ricominciare a distinguere le forme della ricchezza, a discernere tra gli 'spiriti' del capitalismo, e riiniziare a dire, pubblicamente e con forza, che non tutte le cose che chiamiamo ricchezza sono buone. Non è buona la 'ricchezza' che nasce dallo sfruttamento dei poveri e dei fragili, quella che proviene dal depredare le materie prime dell Africa, quella dell illegalità, della finanza-slot, della prostituzione, delle guerre, de traffico delle droghe, quella che nasce dal mancato rispetto dei lavoratori e della natura. Dobbiamo avere la forza etica di dire che questa pseudo-ricchezza non è buona, e dirlo senza se e senza ma. Non esistono buoni usi di questi soldi sbagliati, tantomeno il finanziamento del non-profit o delle strutture per bambini gravemente malati questi bambini 'giudicheranno' il nostro capitalismo. Da dove nasce, allora, la buona e vera ricchezza? Quale la sua origine e la sua natura? Per Smith, che queste domande aveva posto al centro della sua ricerca, la ricchezza nasce dal lavoro umano, e lo scrisse come prima riga della sua Wealth of Nations: «Il lavoro annuale di ogni nazione è il fondo da cui essa trae tutte le cose necessarie e utili per la vita». Le ricchezze naturali, i mari, i monumenti e le opere d arte non diventano ricchezza economica e civile se non c è lavoro umano capace di mettere questi beni a reddito. Ma se guardiamo alle radici profonde della ricchezza, scopriamo qualcosa che potrebbe sorprenderci, perché ci potremmo accorgere che la sua natura più vera è il dono. La ricchezza buona che nasce dal lavoro dipende dai nostri talenti (il talento, ce lo dice la parabola, si riceve), cioè da doni di intelligenza, di creatività, doni etici, spirituali e relazionali. Dietro la nostra ricchezza ci sono eventi provvidenziali che non sono né merito solo nostro, né soltanto il frutto del nostro impegno (che comunque è sempre co-essenziale): esser nati in un determinato Paese, amati in una famiglia, l aver potuto studiare in buone scuole, aver incontrato quell insegnante e poi quelle persone giuste lungo il nostro cammino, ecc. Quanti potenziali Mozart e Levi Montalcini non sono fioriti solo perché nati o cresciuti altrove, o semplicemente perché non amati abbastanza? C è qualcosa di questa tensione tra dono e ingiustizia nel mito di Pluto (il dio greco della ricchezza), che, accecato, distribuisce la ricchezza tra gli uomini senza poter guardare né alla loro giustizia né al merito. Come ritroviamo la consapevolezza della natura di dono della ricchezza alla radice dell istituzione in Israele dell anno giubilare, quando, ogni cinquant anni, «ciascuno tornerà in possesso del suo» ( Levitico). E invece noi abbiamo dimenticato, e 6

7 quindi espulso dell orizzonte civile (e fiscale), che la proprietà dei beni e delle ricchezze è un rapporto, una faccenda sociale: «Se dimenticate che i frutti sono di tutti e la terra non è di nessuno, siete perduti!» ( J.J. Rousseau, Il contratto sociale). Se cancelliamo questa natura più profonda e vera della ricchezza e la destinazione universale di tutti i beni, perdiamo anche i sentimenti di riconoscenza civile per le nostre ricchezze. È la gratuitàcharis a fondare ogni ricchezza buona. Dovremmo allora guardare il mondo e dirci gli uni gli altri: «Io sono tu che mi fai ricco». E non smettere mai di ringraziarci a vicenda. Che cosa è la mia ricchezza se non il frutto di un insieme di relazioni, alcune con radici antichissime? Nel medioevo i forestieri, anche se ricchi, nelle processioni religiose (ordinate sulla base del censo) erano inseriti tra gli indigenti, perché mancanti di amici, perciò poveri della ricchezza più importante, quella delle relazioni. Senza questo riconoscimentoriconoscenza della natura relazionale e di dono della ricchezza, finiamo per considerare un usurpazione ogni sua ridistribuzione, che percepiamo come gravi profanazioni di mani altrui che si infilano nelle nostre tasche. Anche gli imprenditori sanno che la loro (buona) ricchezza nasce anche, e soprattutto, dalla ricchezza dei territori, dalla ricchezza di talenti e di virtù dei lavoratori, dalla ricchezza morale di fornitori, banche, clienti, pubblica amministrazione, dalla ricchezza spirituale della loro gente (ecco perché l evasione fiscale è un grave atto di ingiustizia e di non riconoscenza). E così, ogni tanto, alcuni imprenditori tornano a casa dopo aver delocalizzato, perché senza quelle ricchezze diverse non sono riusciti ad aumentare neanche la sola ricchezza finanziaria. Se la ricchezza è primariamente dono, allora il condividerla e usarla per il Bene comune non è un atto eroico, è un dovere di giustizia. La possiamo, e dobbiamo, condividere perché l abbiamo in massima parte ricevuta. Quando una cultura perde questo profondo senso sociale e politico delle proprie ricchezze, si smarrisce, declina, tramonta. Oggi l economia soffre e non genera la sua tipica buona ricchezza perché si sono impoverite le altre forme di ricchezza, e una parte rilevante di questo impoverimento l ha prodotta la stessa economia finanziaria, che ha consumato risorse morali e spirituali senza preoccuparsi di rigenerarle. Ha agito come quell apicultore che per far più soldi possibili con le sue api, si è concentrato unicamente sui suoi alveari, e ha trascurato e inquinato i territori circostanti. I prati e i frutteti si sono così impoveriti, e oggi le sue api, esauste, producono sempre meno miele, e di qualità sempre peggiore. Quest apicultore, se vuol tornare a produrre buon miele, deve allargare gli orizzonti del suo problema, capire la vera causa della sua crisi, e poi iniziare a occuparsi dei prati e dei frutteti dei territori circostanti con la stessa cura con cui tratta le sue api e i suoi alveari. Ogni bene è anche un bene comune, perché se non è comune non è, veramente, un bene. Uscire dai cantieri per 'addetti ai lavori' e tornare nei territori a prendersi cura dei prati e dei frutteti, dei beni comuni: è questa la sfida principale da raccogliere se vogliamo tornare a generare buona ricchezza, e quindi lavoro. 7

8 Lessico del ben-vivere sociale / 3 BENI - IL PREZZO NON È GIUSTO Avvenire 13 ottobre Luigino Bruni Anche in questo tempo sempre più dominato dalla tecnica e dalla finanza invisibile e senza volti umani, i protagonisti dell economia continuano a essere le persone e i beni. Ogni atto economico dal consumo al lavoro, dal risparmio all investimento è un intreccio di persone e di beni. E anche quando si agisce all interno di istituzioni complesse, regole, contratti, e i beni perdono materialità e sembrano dileguarsi, alla fine e all inizio di ogni atto economico ritroviamo sempre beni e persone. Ecco perché parallelamente a una riflessione sulle persone come cittadini, 'consumatori', imprenditori, investitori, lavoratori per poter scrivere un nuovo lessico economico è necessario, e urgente, un pensiero nuovo sui beni, sugli oggetti dell economia, e quindi sulle nuove prassi di consumo e di vita. I eri, oggi e domani, l economia cambia, evolve e involve quando cambiano, evolvono e involvono i beni e le persone. Tra le persone e i beni esiste un misterioso rapporto di reciprocità. Se è vero, infatti, che i beni vanno ricondotti alle persone (le sole che sulla terra hanno libertà, e quindi responsabilità), una volta che i beni sono stati generati acquistano vita propria e una grande capacità di modificare la nostra vita, benessere e libertà. È questa una legge formidabile dell esistenza umana, che i grandi miti ci hanno raccontato in molti modi, e che continuano ancora a raccontarci. Non sono soltanto i figli che generiamo a modificare e cambiare radicalmente e per sempre la nostra vita; anche le cose che costruiamo ci cambiano, ci trasformano, ci fanno migliori o peggiori, non ci lasciano mai indenni. Il mondo non è più lo stesso ogni volta che nasce un bambino, lo sappiamo; ma, sebbene in modi diversi e sempre nuovi, il mondo cambia continuamente anche per i nostri manufatti, prodotti, incontri, beni. Coltiviamo e custodiamo la terra creando, scambiando, consumando beni. Per chiamare le merci, i primi economisti scelsero proprio questa parola: 'beni', un termine che presero in prestito dalla filosofia e dalla teologia. Bene deriva infatti dalla categoria morale di buono, bonum. È quindi bene aumentare i beni perché e se questi sono cose buone, aumentano il bene delle persone, delle famiglie, della città, il Bonum commune. Per questa ragione la riflessione etica sull economia era basata in origine sull ipotesi che non tutte le merci e le cose dell economia sono beni (cose buone). Non si comprende, ad esempio, l antica riflessione etica sui vizi (lussuria, gola, avarizia, invidia ) al di fuori di questo affratellamento tra i beni e il Bene, e tra i beni e i bisogni. Ma a un certo punto della traiettoria culturale e antropologica dell Occidente, gli individui non accettarono più che qualcuno (la tradizione, la società, la religione, il padre ) dicesse loro quali sono i beni 'buoni' e quali i bisogni 'veri', quali le cose veramente utili e lo accettano sempre meno. Il soggetto diventa l unico deputato a dire, esprimendo una domanda di mercato pagante, se una cosa è per lui un bene. La ricchezza nazionale è divenuta così l insieme di questi beni (merci e servizi) definiti tali dalle singole persone, e il Pil non fa altro che misurare questi beni. Così la nostra ricchezza economica si è popolata di una miriade di beni diversi, accomunati solo dal metro monetario: l antibiotico, i biglietti per vedere a teatro Pirandello e Ibsen, i fiori acquistati per donarli a chi amiamo, i beni relazionali, insieme alle spese per servizi legali generati dai nostri litigi e reati, le mine antiuomo, le slot-machine, la pornografia. Tutti beni, tutto Pil, tutta crescita. Tutto lavoro comunque, qualcuno dice; ma non è difficile immaginare la qualità umana del lavori di chi, magari donna, deve stampare in un impresa materiale pornografico per vivere e far arricchire chi su quei 'beni' specula. Non tutto il lavoro, e non tutti i posti di lavoro, sono cose buone, non lo sono mai stati. Ma ormai i beni hanno perso contatto col Bene, e senza questo tocco non abbiamo più le categorie culturali per capire che non sempre l aumento di beni è Bene, che non tutti i beni sono cose buone, che non ogni crescita aumenta la felicità o il benessere. Il contrasto tra i nostri beni e il bene appare con tutta la sua tragica chiarezza nell ambiente naturale, che è troppo spesso lo spettacolo dell intreccio di beni individuali e male comune. Quale criterio etico abbiamo oggi per dire se un aumento percentuale di Pil è un bene o un male? Dovremmo essere capaci di 8

9 conoscere e dire come e per quali 'beni' il Pil è cambiato, ma non lo siamo. Nel riconoscere tutto ciò in tutta la sua drammaticità, dobbiamo però tener ben presente che una delle condizioni della democrazia è la presenza nel mondo di un numero maggiore di beni rispetto alle cose che sono buone per me, perché in questo 'scarto' ci potrebbero essere, e ci sono, anche quelle cose che sono beni per me, ma non per gli altri e per la maggioranza. Un esercizio fondamentale della democrazia è tollerare l esistenza di più beni di quelli che ci piacciano. Uno 'scarto democratico' che però non deve impedirci di ricominciare a farci domande difficili e rischiose sulla natura morale dei beni economici, e persuaderci a vicenda sulla bontà dei beni nostri e di quelli degli altri. C è infine un ultima nota. Sulla terra ci sono molti beni (e mali) che non sono merci, cioè molte cose che hanno un valore, ma non un prezzo, anche se è in corso una velocissima trasformazione di (quasi) tutti i beni e i mali in merci. Un nuovo indicatore di benessere potrebbe allora essere calcolato sulla base della differenza tra i beni e le merci, che ci darebbe un idea di quanta gratuità resiste all imperialismo delle merci. Ma sotto il mondo delle cose c è ancora di più. Il valore economico dei beni è soltanto una minima parte del loro valore totale. Generiamo molto più bene di quanto i prezzi e il Pil siamo capaci di misurare, un 'credito di valore' che forse compensa, almeno in parte e nel suo insieme, il debito dei tanti mali non adeguatamente risarciti in moneta, perché troppo umani e dolorosi per avere un equivalente monetario. Questa eccedenza del valore sul prezzo riguarda molti beni, ma è particolarmente vero per molti servizi alla persona, per la cura, l educazione, la sanità, la ricerca... Il valore totale di una visita medica, che mi trovi la soluzione a un serio problema di salute, ha un valore umano e morale che nessuna parcella, anche salata, può pareggiare. Il valore economico di un insegnante che aiuti i nostri bambini a crescere è infinitamente più grande del suo stipendio. Questa sovrabbondanza c è, in misure diverse, per ogni lavoro, e i super-stipendi milionari ce la fanno vedere con più chiarezza, nel controluce dell indignazione. È tutto ciò che dà valore morale a quel 'grazie' che, dopo aver regolarmente pagato il prezzo, diciamo al benzinaio o alla barista. Queste cose le sappiamo, le sentiamo, le soffriamo tutti. Anche per questa ragione i lavoratori per essere soddisfatti e vivere bene hanno un bisogno vitale quasi mai appagato di altre forme di remunerazioni simboliche e relazionali che riempiano, almeno un poco, il gap tra il salario monetario del 'bene lavoro' e il dono della vita nel lavoro. È questa eccedenza antropologica che fa il lavoro più grande della mercesalario, sempre e ovunque. Quando trasformiamo i valori in prezzi e i beni in merci non dobbiamo mai dimenticare la differenza tra il valore delle cose e la loro misura monetaria, tra il lavoro e ogni suo prezzo. Riconoscerlo, e agire di conseguenza, è un atto di giustizia economica che fonda ogni ben vivere sociale. 9

10 Lessico del ben-vivere sociale / 4 I BENI RELAZIONALI - QUALCOSA DI ESSENZIALE Avvenire 19 ottobre Luigino Bruni Che i beni e i mali più importanti sono le nostre relazioni interpersonali, la sapienza popolare lo ha sempre saputo. I miti, la letteratura, le storie e le tradizioni non fanno altro che dircelo da millenni, raccontandoci di ricchezze divenute grandi mali a causa di rapporti sbagliati, e di povertà materiali dove il poco si moltiplica perché condiviso nella comunione. Da qualche decennio stanno iniziando ad accorgersene anche gli scienziati sociali e perfino alcuni economisti (il primo è stato Benedetto Gui, nel 1986), che usano l espressione 'beni relazionali' per indicare quel tipo di beni dove è la relazione tra le persone a costituire il bene. Con bene relazionale oggi si intendono molte cose. Qualcuno chiama beni relazionali quei servizi alla persona il cui valore dipende principalmente dalla qualità della relazione che si instaura tra le persone coinvolte. Il benessere di una serata in pizzeria con amici dipende certamente dalla qualità e dal prezzo della pizza, della birra e del locale, ma soprattutto (l 80-90%) deriva dalla qualità delle relazioni che abbiamo generato assieme tanto che se scoppia un banale litigio, alla fine della serata ci resterà ben poco 'benessere', anche se le pizze erano squisite. La soddisfazione (o insoddisfazione) che traiamo dall assistenza, dalla cura, ma anche dalle visite mediche, dalla scuola, dipende molto dalla qualità di quelle relazioni e incontri umani. Un 'molto' che diventa praticamente tutto, quando abbiamo a che fare con bambini, con lunghe degenze in ospedale, con i rapporti con nostri genitori anziani e vecchi. Nei beni relazionali un ruolo tutto speciale lo hanno le motivazioni e le intenzioni delle persone che 'producono' e, simultaneamente, 'consumano' questi beni. Il 'perché' è decisivo. Se, per un esempio, il consulente o l assicuratore mi chiede dei miei bambini e della mia famiglia 'perché' sa che creare questo clima familiare rende il contratto più semplice (e per lui più conveniente), e questa motivazione mi si palesa, quel dialogo pre-commerciale non genera alcun bene relazionale (anzi, probabilmente un 'male relazionale'). Il bene relazionale, infatti, è un bene di grande valore, che resta tale finché non cerchiamo di assegnarli un prezzo, di trasformarlo in merce e metterlo in vendita. Muore se perde il principio attivo della gratuità. I beni relazionali orientano e condizionano le nostre scelte, dalle più piccole e quotidiane a quelle grandi e decisive. Basterebbe pensare, ogni tanto, a quanto pesano i beni (e i mali) relazionali nella qualità del nostro lavoro, per il nostro restare in un impresa, o per il nostro partire. Andiamo ad abitare in un altro quartiere e ogni tanto torniamo a fare colazione nel vecchio bar, perché assieme al cornetto e al cappuccino 'consumiamo' anche quei beni fatti di incontri, battute, persino di sfottò calcistici con gli amici. Senza prendere in considerazione il bisogno di questo tipo di nutrimento, non capiremmo, tra l altro, perché tanti anziani e anziane escono di casa più volte al giorno per acquistare prima il pane, poi la verdura e infine il latte: insieme a questi prodotti 'consumano' beni relazionali, e si nutrono di essi. Se togliamo la domanda e il bisogno di beni relazionali dall orizzonte della politica (perché prima è uscito da quello dei suoi tecnici e consulenti), non riusciamo a capire ed a vivere le nostre città, le loro vere povertà e le loro ricchezze, a comprendere i veri costi e i veri ricavi della chiusura, ad esempio, dei piccoli negozi delle città. Questi beni relazionali non esauriscono, però, la natura relazionate dei beni. Ogni bene, non solo quelli che oggi chiamiamo relazionali, porta inscritta in sé l impronta delle persone e delle relazioni umane che l hanno generato. Il peso, la forma e la visibilità di questa impronta variano da bene a bene, ma non scompaiono mai del tutto, se vogliamo e sappiamo vederli. Da questo punto di osservazione, tutti i beni diventano beni relazionali. Lo capiamo se pensiamo ai prodotti artigiani. Nella cultura artigiana ancora ben viva, mai interamente soppiantata da quella industriale un violino, un mobile, un arcata erano riconoscibili ben prima di leggere la firma del suo autore (che spesso mancava, anche perché non necessaria). Dall oggetto 10

11 si risaliva facilmente al soggetto, dalla creatura al 'creatore'. Ma dove l impronta personale è visibilissima, al punto di non riuscire più a distinguere l autore dall opera, è nella creazione artistica. Un artista non 'aliena' mai completamente una sua opera nel venderla, perché in quella scultura è contenuto un pezzo della sua vita, del suo amore, del suo dolore, e lo è per sempre. Nella nostra società di mercato, dopo qualche decennio dominato da prodotti di massa anonimi e spersonalizzati, c è oggi una forte e crescente tendenza a ri-personalizzare i beni. Si vuole fare emergere quei «rapporti tra persone, celati nel guscio di un rapporto tra cose» (Marx, Il Capitale). Nei mercati, sugli scaffali, nel web, vediamo merci e servizi, ma al di sotto di essi, ci sono, invisibili ma realissimi, rapporti di lavoro, di produzione, relazioni di potere, amore e dolore umani. Dobbiamo allenare la vista e aguzzare l udito, e riusciremo a udire voci e a vedere tanti volti non solo dietro i banconi della frutta o alla cassa di un negozio, ma anche dietro a frigoriferi, scarpe, vestiti, computer, perché ci sono realmente. Un caffè consumato in un bar de-slottizzato, magari sorseggiato in compagnia di amici, non è lo stesso caffè che bevevo qualche tempo fa nel bar della strada accanto, anche se era fatto con la stessa miscela e con la stessa macchina. Ha un sapore molto diverso, ma occorrono ghiandole spirituali e civili per gustare questa differenza, ghiandole che si stanno atrofizzando. Dovremmo imparare a chiedere sempre di più ai nostri beni (e mali), interrogarli, dialogare con loro. Non ci basta più, non deve bastarci più, che ci parlino di qualità merceologiche e di prezzi. Vogliamo che ci raccontino anche storie di persone e di ambiente, che ci parlino di giustizia, di rispetto, di diritti, che ci svelino ciò che è invisibile agli occhi, ma che per molti di noi sta diventando l essenziale. Qualcosa di questo invisibile ce lo dicono ormai le etichette apposte nelle confezioni, e i marchi di qualità. Ma è troppo poco, perché nei beni ci sono ancora molte storie importanti e decisive che non conosciamo. Quelle etichette non ci dicono, o ce lo dicono ancora troppo poco, se i salari pagati ai lavoratori del cacao e dei blue jeans sono equi, né dove si trova la sede fiscale dell impresa; ci tacciono se alle donne e mamme è reso possibile lavorare bene, non ci dicono dove finiscono i profitti, né quante e quali azioni di altre aziende si trovano nel portafoglio dell impresa che mi vende quel prodotto. Le filiere etiche dei prodotti sono ancora troppo corte, terribilmente troppo corte, e si fermano dove cominciano le cose che contano e che conteranno sempre di più per la democrazia. L attuale cultura capitalistica ci sta portando ad attribuire una crescente importanza alle calorie, ai sali e agli zuccheri. Ma non possiamo e non dobbiamo dimenticare che esistono calorie sociali, sali di giustizia, e altri zuccheri in eccesso che creano infarti, obesità e diabete civili e morali. I beni sono simboli, e come tutti i simboli con la loro presenza-assenza ci indicano qualcosa o qualcuno presente e vivo altrove. Qualcuno e qualcosa che possiamo ignorare, far finta che non esistano, negarli, dimenticarli. Ma non cessano di essere vivi e reali. E continuano a parlarci, a raccontarci storie, ad attenderci. 11

12 Lessico del ben-vivere sociale - 5 POVERTÀ - LA PROFEZIA E L INGIUSTIZIA Avvenire 27 ottobre Di Luigino Bruni La povertà è una dimensione essenziale della condizione umana, è una 'parola prima' della vita di tutti. Un errore grave della nostra civiltà è considerarla un problema tipico di alcune categorie sociale o popoli, che di volta in volta diventano gli 'appaltatori' della povertà. E così vorremmo immunizzarci sempre più dai poveri, espellendoli, come il capro espiatorio, fuori dai confini della nostra convivenza civile. N on conosciamo più la povertà e non la riconosciamo, perché ci siamo dimenticati che nasciamo nella povertà assoluta e che termineremo la vita in una povertà non meno assoluta. Ma se guardassimo bene ci accorgeremmo che la nostra intera esistenza è una tensione tra il volere accumulare ricchezze che colmino questa indigenza antropologica radicale, e la consapevolezza, che cresce con gli anni, che l accumulo di merci e denaro è solo una risposta parziale, e nell insieme insufficiente, al bisogno di ridurre le vere vulnerabilità e fragilità dalle quali proveniamo, per sconfiggere la morte. Una consapevolezza che è massima quando (e se) pensiamo a come termineremo la nostra esistenza, nudi come vi siamo venuti entrandovi, quando le ricchezze e i beni passeranno, e di noi resterà se resterà altro. C è questa intuizione dietro la scelta di chi decide di diminuire denaro e merci perché scopre che la decrescita di alcune ricchezze consente la crescita di altri beni generati da quella nuova e diversa povertà scelta. È questo l itinerario spirituale ed etico di Gesù Cristo («Da ricco qual era si è fatto povero, per arricchirci con la sua povertà») e, poi, fatto proprio da Francesco, da Gandhi, da Simone Weil, e da tanti altri giganti di umanità e di spiritualità che con la loro povertà scelta hanno arricchito, e continuano ad arricchire, la vita sulla terra, soprattutto quella di milioni e milioni di poveri che la povertà non l hanno scelta, ma solo subita. Accanto a questi grandi amanti della povertàliberante e profetica, stanno molti altri uomini e donne, di ieri e di oggi (e di domani). Moltissimi li troviamo tra i poeti, le suore, i missionari, i cittadini responsabili, persino tra giornalisti, imprenditori e politici. Senza scegliere di diventare poveri di potere, di ricchezze, di se stessi, non si possono condurre lunghe ed estenuanti lotte di giustizia, che possono portare anche a dare la vita, persino a morire, per quegli ideali. Solo questi poveri possono donare la loro vita per gli altri, perché non la considerano un geloso possesso. Chi non è capace di donare la propria vita per gli ideali in cui crede, considera ben poca cosa quegli ideali e la propria vita. Qualcosa della complessa semantica della povertà ce la dischiude l economista iraniano Rajiid Rahnema, quando in una sua bella pagina distingue tra diverse forme di povertà: «Quella scelta da mia madre e da mio nonno sufi, alla stregua dei grandi poveri del misticismo persiano; quella di certi poveri del quartiere in cui ho passato i primi dodici anni della mia vita; quella delle donne e degli uomini in un mondo in via di modernizzazione, con un reddito insufficiente per seguire la corsa ai bisogni creati dalla società; quella legata alle insopportabili privazioni subite da una moltitudine di esseri umani ridotti a forme di miseria umilianti; quella, infine, rappresentata dalla miseria morale delle classi possidenti e di alcuni ambienti sociali in cui mi sono imbattuto nel corso della mia carriera professionale». Ed è qui che si apre un discorso cruciale, e troppo taciuto, sulle povertà. La povertà cattiva (ad esempio le ultime quattro forme di Rahnema), quella che dovremmo presto estirpare dal pianeta, è prima di tutto un assenza di 'capitali' che impedisce la generazione di 'flussi' (tra cui il lavoro e il suo buon reddito) che ci consentono poi di svolgere attività fondamentali per vivere una vita degna, e magari bella. Se guardiamo le tante, crescenti, forme di povertà non scelta e subita nelle quali si trovano intrappolate le persone (ancora troppe nel mondo, e ancora troppe donne, troppi bambini, tantissime bambine), ci accorgiamo, o dovremmo accorgerci, che le situazioni di indigenza, precarietà, vulnerabilità, fragilità, insufficienza, esclusione che sono il frutto della mancanza di capitali non solo e non tanto finanziari, ma relazionali (famiglie e comunità spezzate), sanitari, tecnologici, ambientali, infrastrutture, sociali, politici, e ancor più educativi, morali, motivazionali, spirituali; carestie di philia, di agape. 12

13 Per capire allora quale tipo di povertà sperimenta una persona che viene definita povera (perché possiede meno di uno o due dollari al giorno), sarebbe fondamentale guardare ai suoi capitali, e a se e come quei capitali diventano flussi. E a quel livello intervenire. Potremmo così scoprire se guardiamo bene che vivere con due dollari al giorno in un villaggio con acqua potabile, senza malaria, con una buona scolarizzazione di base, è una povertà molto diversa da quella in cui si trova chi vive con due (o anche 5) dollari al giorno, ma che questi capitali non possiede, o ne possiede di meno. Come ci sta insegnando da decenni l economista e filosofo indiano Amartya Sen, la povertà (cattiva) consiste nel non essere nelle condizioni anche sociali e politiche di poter sviluppare le proprie potenzialità, che così restano incagliate in capitali troppo bassi, che impediscono che il viaggio della vita sia lungo abbastanza, non troppo accidentato e doloroso. Quindi la povertà, ogni povertà, è molto di più, e qualcosa di diverso, dall assenza di denaro e di reddito, come possiamo vedere anche nei casi drammatici quando perdiamo il lavoro e non ne troviamo un altro perché non siamo in possesso di 'capitali' che sarebbero fondamentali (non solo un istruzione alta, ma anche l aver appreso negli anni giusti un mestiere). I capitali delle persone e dei popoli, quindi le ricchezze e le povertà, sono sempre intrecciati fra di loro. Alcuni capitali, ricchezze e povertà, sono più decisivi per la fioritura umana, ma, tranne casi estremi (anche se rilevantissimi), nessuno è povero al punto di non avere anche qualche forma di ricchezza. Questo intreccio fa del mondo un luogo forse meno ingiusto di quanto sembri a prima vista, stando però sempre molto attenti a non cadere nella 'retorica della povertà felice', che spesso si rintraccia in chi loda indigenze di altri stando comodamente in ville lussuose, o passando con auto blindate nelle periferie delle città del Sud del mondo in forme a volte equivoche di 'turismo sociale'. Prima di poter parlare della povertà bella occorre guardare bene negli occhi quelle brutte, e possibilmente assaggiarne qualche boccone. Ma la consapevolezza del rischio, sempre reale, di cadere nella retorica borghese della lode della bella povertà (quella di altri, mai conosciuti né toccati), non deve spingersi fino a cancellare una verità ancora più profonda: ogni processo di uscita da trappole di miseria e di indigenza comincia sempre dal valorizzare quelle dimensioni di ricchezza e di bellezza presente in quei 'poveri' che si vorrebbero aiutare. Perché quando non si parte dal riconoscimento di questo patrimonio spesso sepolto ma reale, i processi di sviluppo e di 'capacitazione' dei 'poveri' sono inefficaci se non dannosi, perché manca la stima dell altro e delle sue ricchezze, e quindi l esperienza della reciprocità delle ricchezza e delle povertà. Ci sono molte povertà dei 'ricchi' che potrebbero essere curate dalle ricchezze dei 'poveri', se solo si conoscessero, si incontrassero, si toccassero. E se non ricominceremo a conoscere e riconoscere la povertà, tutte le povertà, non potremo tornare a fare buona economia, che risorge sempre dalla fame di vita e di futuro dei suoi poveri. 13

14 Lessico del ben-vivere sociale / 6 CAPITALI - NON TUTTO È MERCE Avvenire 3 novembre Luigino Bruni Stanno aumentando le povertà 'cattive' e diminuendo quelle 'buone'. Ci stiamo impoverendo velocemente e male perché il deterioramento dei nostri capitali civili, educativi, relazionali, spirituali, pubblici ha superato un punto critico, innescando una reazione a catena. Il nostro è un declino capitale. Le povertà che oggi sappiamo misurare si manifestano come carestie di flussi (lavoro, reddito), ma in realtà sono l espressione di processi 'in conto capitale' molto più profondi e di lungo periodo, che dipendono poco dalla crisi finanziaria del , o dalle politiche della Germania i nostri soliti, e ormai stucchevoli, alibi, che eclissano le vere ragioni di quanto di serio ci sta accadendo. Sono ormai in tanti a denunciare che dietro il nostro declino ci sono la carenza e il deterioramento di capitali produttivi, tecnologici, ambientali, infrastrutturali, istituzionali. Verità sacrosanta. Non si dice, però, che la crisi di questi capitali cruciali per lo sviluppo economico dipende in massima parte dall aver consumato forme di capitali più fondamentali (morali, civili, spirituali), quelli che hanno generato economia, industria, civiltà. L industria, e prima le culture contadine, marinare, artigiane dell Europa, sono state generate da un intero umanesimo, un processo durato secoli, millenni. La nostra rivoluzione economica, e quindi civile, non nacque dal nulla, ma fu la fioritura di un albero secolare, con radici profonde e fecondissime. Non dobbiamo dimenticare che le nostre buone classi imprenditoriali sono state l evoluzione di decine di migliaia di mezzadri, di contadini, di artigiani che già proto-imprenditori lo divennero in modo nuovo e su più vasta scala. Come non dovremmo dimenticare che ci furono altri elementi decisivi per i nostri 'miracoli' economici e civili: l istruzione obbligatoria, l emigrazione interna, e un 'consumo' enorme, quasi infinito, di lavoro relazionale e domestico femminile non remunerato, che non entrava nei costi aziendali, ma che di certo aumentava i ricavi e i profitti di quelle imprese. Dovremmo poi, ogni tanto, ricordare che dietro la 'questione meridionale', ancora aperta e a tratti tragica (basta guardare i dati sulla disoccupazione o sull abbandono scolastico), ci sono precise scelte politiche relative ai tipi di capitali su cui investire. Si pensò, e si pensa ancora, che fossero cruciali i capitali industriali e finanziari (la Cassa del Mezzogiorno); ma non facemmo abbastanza per diffondere in quelle regioni le cooperative o le casse rurali. Portare la fabbrica era senz altro una via di civilizzazione (portarvi, più tardi, i rifiuti tossici no); ma assieme a questi capitali sarebbe stata necessaria una grande azione politica di sviluppo di cultura e prassi cooperative, che avrebbe consentito lo sviluppo di capitali civili. Non credo che i siciliani abbiano un antropologia diversa dei trentini, e che quindi siano per natura culturale incapaci di cooperare (o capaci soltanto di cooperazione sbagliate); ho sempre pensato, invece, che mentre tra Otto e Novecento i parroci, i politici, i sindacalisti del Trentino davano vita a casse rurali, a cooperative e a centrali cooperative, i loro colleghi del Sud facevano altro (complice la politica nazionale), e soprattutto facevano in modo che alcune grandi e luminose figure (come quella di don Luigi Sturzo) restassero stelle chiare di un alba che non divenne giorno. I flussi economici nascono prima da capitali morali e civili, che diventano poi capitali industriali, e quindi lavoro, reddito, ricchezza. Proviamo ad immaginare come sarebbe oggi l Italia, e in un certo senso l Europa del Sud, se nel Novecento i grandi partiti, la politica nazionale, la stessa Chiesa avessero profuso il massimo impegno anche per la diffusione capillare nel Sud del movimento cooperativo nel consumo, nel credito, nell agricoltura, accompagnato da programmi scolastici e di apprendistato adeguati. Alla storia servono poco i 'se' e i 'ma', ma al presente servono, e molto. Se ripartiremo, la leva per risollevarci sarà poggiata nel Sud, dove giacciono troppe potenzialità, anche economiche, ancora inespresse, troppe ferite civili che aspettano di diventare benedizioni. C è un altra forma decisiva di capitale in rapido deterioramento. L economia di mercato nel Novecento è stata generata anche da un grande patrimonio spirituale ed etico fatto da milioni di donne e di uomini educati e abituati alla sofferenza, al travaglio del lavoro, alle carestie della vita e della storia, alle guerre, persone capaci di fortezza e di resilienza di fronte alle ferite buone e cattive. 14

15 Un immensa energia spirituale e civile che era cresciuta e maturata nei secoli da un terreno fecondato dalla pietà cristiana, dalla fede semplice ma vera del popolo, e anche dalle ideologie, che erano state spesso capaci di offrire un orizzonte più grande dell asprezza del quotidiano. C era anche questo 'spirito' popolare dentro il nostro capitalismo buono. Il capitale spirituale della persona, e quindi delle famiglie, delle comunità, delle scuole, delle imprese, è sempre stato la prima forma della ricchezza delle nazioni. Una persona, o un popolo, continua a vivere e non implode durante le crisi finché ha capitali spirituali cui attingere. Non muore finché nei tempi della notte sa andare dentro l anima propria e del mondo e trovarci qualcosa, qualcuno, cui aggrapparsi per ricominciare. Non si riesce a dar vita a un impresa, a trovare le risorse morali di avventurarsi in cammini rischiosi per sé e per gli altri, a convivere con le sospensioni, con le avversità e la sventura di cui è composta la vita imprenditoriale, senza capitali spirituali personali e comunitari. Quali capitali spirituali, antichi e nuovi, stiamo donando, creando nelle nuove generazioni? Stiamo dotando i giovani, e tutti noi, di risorse spirituali per le tappe cruciali dell esistenza? Quando abbassano gli occhi dentro, vi trovano qualcosa capace di far rialzare lo sguardo? Se non troviamo una nuova-antica fondazione spirituale dell Occidente, la depressione sarà la peste del XXI secolo. I segnali di fragilità dell attuale generazione di giovani-adulti dicono molto, dovremmo solo ascoltarli di più. È allora un esigenza primaria di Bene comune riuscire a dare vita ad una nuova stagione di alfabetizzazione spirituale delle masse, con tutti i mezzi (compreso il web), e in tutti i luoghi (compresi i mercati, le piazze, le imprese). La domanda di questo 'bene', ancora in buona parte latente e potenziale, è immensa. Ma occorre saperla ritracciare proprio nel vuoto di spiritualità che (sembra) dominare la nostra era - fare come quell imprenditore di calzature che di fronte al report sconsolato («Qui sono tutti scalzi») dell agente inviato in un Paese lontano, esclamò: «Ci si apre un mercato immenso». Siamo di fronte a un passaggio decisivo, questo sì davvero epocale: se la domanda di beni spirituali non incontrerà una nuova 'offerta' da parte delle grandi e millenarie tradizioni religiose, che hanno patrimoni fecondi capaci di produrre nuovi beni spirituali donati oggi con nuovi linguaggi vitali e comprensibili, sarà il mercato a offrire e vendere spiritualità, trasformandola in merci (e lo sta già facendo: vedi i vecchi e nuovi settari cialtroni for-profit). E il rimedio sarà stato peggiore del male. Dobbiamo investire in capitali spirituali e morali, e fare una manutenzione straordinaria di quanto ci resta. Lo sapeva bene il nostro Antonio Genovesi, il cui messaggio civile di speranza per l Italia e per l Europa sarà celebrato il prossimo 14 novembre all Istituto Lombardo: «I Canali di comunicazione sono altri fisici, e altri morali. Le strade sode, facili, sicure: i fiumi, e gli scavi da traghettare; le macchine trattorie sono i primi. Ma si richiede de canali morali. La più bella, ampia, soda strada, la via Appia, la via Valeria, se sia infestata dalla PAURA, dalla SCHIAVITÙ, dalla RABBIA, dall AVANIA [ingiustizia], dalla PENITENZA, dalla MISERIA, non vi vedrete pure le fiere trapassare». 15

16 Lessico ben vivere sociale / 7 PUNTO CRITICO - RIGENERARE VIRTÙ CAPOVOLTE Avvenire 10 novembre Luigino Bruni C è una legge economica e sociale tanto importante quanto dimenticata. È quella che Luigi Einaudi chiamava la «teoria del punto critico», che egli definiva «fondamentale nella scienza, sia economica sia politica» (Lezioni di politica sociale, 1944) e che attribuiva al suo conterraneo Emanuele Sella (un economista e poeta, che scrisse anche un trattato di economia 'trinitaria'). L idea è l esistenza di una soglia invisibile ma reale, di un punto critico, appunto, superato il quale un fenomeno da positivo diventa negativo, cambiando segno o natura. La legge del punto critico potremmo oggi applicarla alla finanza, ma anche alle tasse (che quando superano una soglia finiscono per penalizzare gli onesti che le pagano). Scriveva Einaudi: «È ragionevole che ogni famiglia aspiri al possesso della radio. Ma la radio può diventare strumento perfettissimo di imbecillimento dell umanità. Il passaggio dalla radio che allieta e istruisce e fa dimenticare i dolori, alla radio che è causa d imbecillimento dell umanità è graduale». Se cambiamo l oggetto del suo discorso e al posto di 'radio' (oggi tra i media più creativi e critici) scriviamo 'tv', la logica della sua analisi diventa attualissima, e può essere estesa a tutti i beni di comfort. Nelle prime fasi dello sviluppo, la disponibilità di beni che aumentano il comfort è importante per il benessere. Gli esempi sono tanti. Basti pensare a che cosa ha rappresentato l invenzione della lavatrice per il benessere delle nostre nonne e mamme. O all introduzione della paytv che ha consentito di vedere la partita a casa al caldo e senza rischi. Qualcosa di analogo è poi accaduto con l avvento dei social media. Ma sono ormai molti gli studi che ci dicono che gli effetti dei beni di comfort sul benessere cambiano di segno, o di natura, quando si supera un punto critico. Utilissimi sono i cibi pre-cotti quando facciamo tardi e abbiamo venti minuti per preparare la cena; ma se col tempo diventano l unico cibo presente nel frigo, e ci tolgono la gioia di preparare un pranzo (sano), magari insieme, è probabile che la nostra vita peggiori in qualità. Ma perché è questa la domanda cruciale dovremmo cadere in simili trappole, e non fermarci prima di superare il punto critico? Le ragioni sono molte. Una prima ce la fa intravvedere lo stesso Einaudi: la gradualità. Il punto di svolta si supera un po alla volta e senza accorgersene, o accorgendocene troppo tardi. Una seconda spiegazione si chiama salienza: c è in noi una forte tendenza a vedere di più i beni di comfort e a veder meno beni come quelli relazionali e civili. Nel calcolo del peso relativo che i diversi tipi di beni hanno per la nostra felicità, sovrastimiamo le merci e sottostimiamo i beni non di mercato, che essendo più ordinari e feriali (pensiamo ai rapporti di famiglia, o alla democrazia) li vediamo meno, sono meno salienti tranne poi accorgerci del loro valore, e del loro prezzo, una volta che li perdiamo. Infine, c è l attuale mercato capitalistico: esiste tutta un industria, sempre più agguerrita, orientata razionalmente a venderci beni di comfort, mentre nessuno (tranne 'Pubblicità Progresso') paga per pubblicità che ci incoraggi a investire in beni relazionali o in libertà interessante è, a questo riguardo, lo «spot impossibile» (è su you tube ) ideato da Stefano Bartolini. C è poi un altro ambito toccato da quel testo di Einaudi: «Una società di gente ubbidiente diventa presto vittima del tiranno o di impiegati e di mandarini. Chiamavasi 'Regola' quella che S. Benedetto, S. Francesco e gli altri grandi fondatori avevano dato agli ordini monastici. Finché i conventi furono poveri, solo gli uomini pronti al sacrificio vi entravano. Così il convento prosperava; e le donazioni dei fedeli affluivano; e molti desideravano dedicare ad esso sé e la famiglia e i beni. Ma la ricchezza partorisce la corruzione. ( ) Dappertutto, a distanza di cento anni dalla fondazione, più o 16

17 meno, si assiste alla medesima vicenda». Qui il superamento di un punto critico produce lo snaturamento di un elemento che nel tempo da buono si trasforma nel suo opposto (sudditanza, accumulazione di ricchezza ). È, questa, un espressione di un antica regola aurea: i comportamenti viziosi spesso non sono altro che primitive virtù pervertitesi per aver voluto salvare la forma e non la sostanza che le aveva generate il prudente risparmio che diventa avarizia, o il giusto profitto che evolve in rendita parassitaria. La fedeltà incondizionata alla lettera del fondatore di movimenti culturali o spirituali, ad esempio, che nella prima generazione era stato un elemento vitale ed essenziale per la nascita e crescita di quelle esperienze, a un certo punto fa innescare un meccanismo auto-distruttivo che impedisce il vitale bisogno di rinnovamento e di riformatori, fino a morire in nome di antiche virtù (fedeltà) tramutatesi gradualmente in vizi (immobilismo). I movimenti come i grandi ordini mendicati francescano o domenicano vivono ancora a distanza di secoli anche perché sono stati capaci di generare molti riformatori, creativamente fedeli. Esistono, infatti, degli accorgimenti da adottare per evitare, prevenire o quantomeno gestire, queste crisi, che a volte diventano vere e proprie 'morti'. Una prima regola fondamentale è prendere coscienza individuale e collettiva, e nei tempi ancora felici, che il punto critico esiste. Sapere è il primo antidoto e può salvare, soprattutto se diventa anche regole di governance e accortezza istituzionale. Ma ancora più importante è la presenza, o l introduzione, di una culturale giubilare. Nel popolo d Israele ogni cinquant anni i beni tornavano agli antichi proprietari, i debiti si cancellavano. Se i movimenti e le comunità nati da idealità periodicamente smobilitassero e rimettendo in circolo i beni accumulati nei decenni, e si rimettessero 'lungo la strada', lì ritroverebbero quella forza profetica che nel frattempo s è naturalmente affievolita; e lì, nelle periferie, incontrerebbero tanti in ricerca di quegli stessi ideali che non trovano più nei luoghi della vita ordinaria. Infine, non è difficile accorgersi che senza ascoltare chi ce lo diceva o gridava alcuni punti critici in Occidente li abbiamo già superati e quando succede essi scompaiono dall orizzonte visivo delle civiltà. Li abbiamo superati, o vi siamo molto vicini, nell ambiente naturale, nei capitali spirituali, nell uso dell acqua, nel consumo di suolo pubblico, in molti tessuti comunitari, nell uso di incentivi, dei controlli, della concorrenza, o nella sopportazione dell ingiustizia del mondo. Abbiamo di certo oltrepassato il punto critico della vita esteriore (consumi, merci, tecnica), e così ci appare normale la nostra grande carestia e incapacità d interiorità, di meditazione, di preghiera nella quale siamo precipitati, gradualmente. Stessa sorte è quella capitata all immunità. La buona conquista moderna di spazi e momenti di vita privata immuni da potenti e da padroni, si è trasformata in una cultura dell immunità dove non ci si abbraccia e non ci sfiora più. E così una piena di solitudine sta inondando le nostre città. Ci stiamo abituando a soffrire soli, a morire soli, a diventar grandi da soli in stanze chiuse, vuote di persone amiche ma piene di demoni che ci rubano i nostri figli. Parlare insieme di questi grandi temi civili è un primo passo decisivo per prenderne coscienza e per non oltrepassare altri punti critici all orizzonte. Per fermarci e perfino retrocedere: in alcuni casi, rari ma luminosi, i popoli sono stati capaci di farlo. 17

18 Lessico del ben vivere / 8 BENI D ESPERIENZA - QUALCOSA DI UNICO Avvenire 17 novembre Luigino Bruni Sta emergendo una nuova domanda di partecipazione nel consumo, nel risparmio e nell uso dei beni. Una differenza cruciale, ad esempio, tra l internet di alcuni anni fa, abitato da siti web e dalle , e il web dei social media e delle Apps, è un maggior coinvolgimento e protagonismo di noi abitanti della rete. Analogamente, la tv oggi non manda in onda soltanto programmi per 'telespettatori', ma ci chiede di votare il cantante o il giocatore migliore. E la cosa interessante è che la gente partecipa, investe tempo per dire la propria opinione e per sentirsi parte attiva di una nuova forma di comunicazione: per fare un esperienza. Molti dedichiamo tempo per scrivere o arricchire, in modo anonimo, le voci di Wikipedia, o per migliorare un software libero. È come se stessimo creando nuove 'piazze', dove la gente sta tornando, diversamente e con gusto, a parlare, a perder tempo disinteressatamente. Un fenomeno di certo ambivalente, ma l ambivalenza può essere anche l inizio di un discorso generativo dove non si accetta l ambivalenza, arriva la dicotomia. A gli uomini e alle donne, il solo consumo dei beni non è mai bastato. Da animali simbolici e ideologici quali siamo, abbiamo sempre chiesto di più alle nostre merci: dallo status sociale alla rappresentazione di futuri migliori durante presenti indigenti. Alcuni beni sono talmente legati a un esperienza, che gli economisti li hanno chiamati «beni d esperienza» ( experience goods), sono quei beni che riusciamo a capire e valutare solo dopo averne fatto esperienza diretta e personale. Sono beni di esperienza quasi tutti i beni culturali e turistici. Posso valutare se ho speso bene il biglietto per un museo mentre lo visito, non prima; capisco se il prezzo di quel week-end nell agriturismo era congruo solo quando mi trovo sul posto, vedo il paesaggio, l ambiente e incontro i padroni di casa. Il mercato non ama questa inevitabile incertezza, e cerca di offrirci alcuni degli elementi decisivi per valutare ex ante un hotel o un ristorante. Ecco allora il sito internet sempre più ricco di foto, e soprattutto il peso crescente delle recensioni dei clienti, che è talmente importante che rischiamo di veder nascere un mercato incivile di compravendita di recensioni positive, e negative (per i concorrenti). E qui si aprono discorsi centrali per comprendere l evoluzione del nostro sistema economico e sociale. Innanzitutto nei beni di esperienza sono gli elementi di contorno quelli che risultano essere decisivi. Posso avere il più bel sito archeologico del mondo, ma se non c è un intero sistema territoriale (trasporti, hotel...) che funziona, il valore di quel bene precipita, e porta giù con sé il valore d intere regioni. Posso trovare agriturismi in ottime località umbre, ma se quando arrivo non trovo quello stile relazionale frutto di secoli di cultura dell accoglienza, che si traduce in mille dettagli concreti e cruciali, il valore di quella vacanza scompare o si ridimensiona molto. In questi beni si coglie nella sua purezza uno dei tratti più complessi e misteriosi della nostra società di mercato. Quando un inglese viene in vacanza in Sicilia, va in cerca anche di dimensioni intrinseche a quelle culture, che non sono semplici merci. Certo, sa che il Resort e il ristorante tipico sono imprese commerciali e che quindi rispondono alla logica del profitto; ma sa anche che parte del benessere di quella vacanza, a volte la più consistente, dipende dalla presenza di contesti culturali, che sebbene entrino (eccome!) nel prezzo di quell alloggio e di quel pranzo non sono semplici merci 'prodotte' da quegli imprenditori a mero scopo di lucro. Tanto che il valore di assistere a una vera sagra paesana o a una autenticamente sentita rievocazione storica è, per quel turista inglese, significativamente maggiore di quelle rappresentazioni folkloristiche un po taroccate, organizzate a pagamento dal ristoratore. Nei nostri territori esistono, in altre parole, dei patrimoni culturali e relazionali che sono degli autentici beni comuni, accumulati nei secoli, che diventano anche vantaggio competitivo delle nostre imprese e che generano profitti. 18

19 Occorre custodirli, perché da loro dipende molto della nostra forza economica e civile presente, e ancor più futura. La nostra politica industriale dovrebbe far di tutto per legare i prodotti ai territori: deve dire con tutti i mezzi che il consumo dell oliva ascolana è un bene di esperienza, e quindi che se la si vuole veramente 'mangiare' occorre andare in quei territori, perché la qualità e il sapore di quell oliva sono fatti anche di dialetto, paesaggio, terra, cultura. Così attorno ai nostri gioielli tipici crescono intere economie locali e si creano posti di lavoro; altrimenti, se spersonalizziamo e anonimizziamo i nostri prodotti e li vendiamo in ipermercati globalizzati od online, perderemo nel tempo biodiversità, redditi e lavoro. Un secondo ambito è, poi, il cosiddetto consumo critico e responsabile. Ciò che ci porta, ad esempio, in quelle botteghe civili e speciali del 'commercio equo' è soprattutto la ricerca di una esperienza. Per questo è essenziale dialogare con chi vi lavora, farsi raccontare le tante splendide storie dei beni, far 'parlare' la gente che li ha prodotti; intrattenersi magari a scambiare qualche parola sul nostro capitalismo, o incontrare qualche altro cliente che è lì per fare la nostra stessa esperienza. Il valore di questo consumo non è contenuto soltanto nelle caratteristiche del bene, ma anche nell esperienza interpersonale che facciamo quando ci rechiamo in un negozio, in una filiale di una banca, in un mercato. L etica senza esperienza è solo ideologia. Infine, dobbiamo prendere coscienza che tutti i beni di mercato stanno diventando beni di esperienza. È questo un paradosso cruciale nell economia di mercato contemporanea. Da una parte, il mercato ha bisogno di produrre una massa crescente di beni senza troppe varianti, poiché le economie di scala e le esigenze di costo portano a consumi di massa di merci simili per poterli riprodurre, con poche varianti e a basso costo, in tutto il mondo. E così si sono mosse le imprese del XX secolo. Ma queste imprese si trovano oggi a fronteggiare anche una tendenza opposta. La democrazia e la libertà generano milioni di persone con gusti e valori diversi, dove ciascuno sa di essere unico e non omologabile, anche nei consumi. Ecco allora che le grandi imprese cresciute con la mentalità del consumo di massa, devono ripensarsi profondamente. Da una parte, come consumatori siamo attratti dall avere esattamente quel tipo di computer o telefonino status simbol; al tempo stesso, però, vorremmo che il nostro pc avesse qualcosa di unico disegnato sulla mia persona. Vorrei, cioè, che l esperienza che io faccio con quel pc sia unica e solo mia, perché soltanto io sono io. Ecco allora che si aprono prospettive intriganti e rilevanti per il prossimo futuro industriale ed economico. Le nostre imprese di successo, anche su scala mondiale, saranno quelle capaci di mettere assieme prodotti che possono essere venduti su mercati sempre più globali, ma soprattutto capaci di coinvolgere il 'consumatore' in un esperienza nella quale non si sente uno dei tanti anonimi e cloni possessori e utenti, ma un pezzo unico. Si capisce allora che ci attende un grande sviluppo di 'fai da te' più sofisticati degli attuali, fatti di un intreccio di beni standardizzati, di assistenza tecnica e della nostra creatività nel personalizzare abitazioni, giardini, siti internet, e domani quartieri e città. Quando usciamo di casa per scendere nei mercati, cerchiamo esperienze più grandi delle cose che compriamo. Troppo spesso, però, i beni non mantengono le loro promesse, perché quelle esperienze sono troppo povere rispetto al nostro bisogno di infinito. E così, delusi ma capaci di dimenticare le delusioni di ieri, ricominciamo ogni mattina le nostre liturgie economiche, in cerca di beni, di esperienze, di vita. 19

20 Lessico del ben vivere sociale/9 COOPERAZIONE I LEGAMI CI FANNO RICCHI Avvenire 24 novembre Luigino Bruni Le comunità fioriscono quando sono capaci di cooperazione. Se non avessimo iniziato a co-operare (agire insieme) la vita in comune non sarebbe mai iniziata, e saremmo restati evolutivamente bloccati alla fase pre-umana. Ma come spesso succede per le grandi parole dell umano, anche la cooperazione è a un tempo una e molteplice, spesso ambivalente, e le sue forme più rilevanti sono quelle meno ovvie. Tutte le volte che esseri umani agiscono insieme e si coordinano per raggiungere un risultato comune mutuamente vantaggioso, abbiamo a che fare con la cooperazione. Un esercito, una liturgia religiosa, una lezione a scuola, un impresa, l azione di governo, un sequestro di persona, sono tutte forme di cooperazione, ma si riferiscono a fenomeni umani molto diversi tra di l Da ciò deriva una prima conseguenza: non tutte le cooperazioni sono cosa buona, perché ci sono cooperazioni che sebbene aumentino i vantaggi dei soggetti coinvolti peggiorano il bene comune perché danneggiano altri al di fuori di quella cooperazione. Per distinguere la buona dalla cattiva cooperazione è necessario innanzitutto guardare agli effetti che quella cooperazione intenzionalmente produce sulle persone esterne. Lungo la storia, le teorie politiche ed economiche si sono suddivise in due grandi famiglie. Quelle che partono dall ipotesi che l essere umano non è naturalmente capace di cooperare, e quelle che invece rivendicano la natura cooperativa della persona. Il principale rappresentante della seconda tradizione è Aristotele: l uomo è animale politico, cioè capace di dialogo con gli altri, di amicizia ( philia ) e di cooperazione per il bene della polis. L esponente più radicale della prima tradizione dell animale insocievole è Thomas Hobbes: «È vero che alcune creature viventi, come le api e le formiche, vivono insieme socialmente. Pertanto qualcuno vorrebbe sapere perché gli uomini non fanno lo stesso» ( Il Leviatano, 1651). All interno di questa tradizione anti-sociale si muove molta parte della filosofia politica e sociale moderna, mentre gli antichi e i medioevali (incluso San Tommaso) erano generalmente dalla parte di Aristotele. Potremmo anche dire che la principale domanda delle teorie politiche ed economiche moderne è stato tentar di spiegare come possano emergere esiti cooperativi a partire da esseri umani che non sono capaci di cooperazione intenzionale, perché troppo dominati da interessi egoistici. Molte teorie del 'contratto sociale' (non tutte) sono state la risposta della filosofia politica della modernità: individui egoisti, ma razionali, capiscono che è nel loro interesse dar vita a una società civile con un contratto sociale artificiale. L uomo naturale è incivile, e quindi la società civile è artificiale. La risposta della scienza economica moderna a quella stessa domanda sono le varie teorie della 'mano invisibile', dove il bene comune (la ricchezza delle nazioni) non nasce dall azione cooperativa, ma dal gioco degli interessi privati di individui egoisti separati tra di loro. Alla base di queste due tradizioni ritroviamo la stessa ipotesi antropologica: l essere umano è un 'legno storto' che, senza bisogno di raddrizzarlo, produce buone 'città' se è capace di dar vita a istituzioni artificiali (contratto sociale, mercato) che trasformano le passioni auto-interessate in bene comune. È a questo punto che si svela un mistero del mercato. Anche la società di mercato ha una sua forma di cooperazione, alla quale però non è richiesta nessuna azione congiunta tra gli individui 'cooperanti'. Quando entriamo in un negozio per acquistare del pane, quell incontro tra l acquirente e il venditore non è descritto né vissuto come un atto di cooperazione intenzionale: ciascuno cerca il proprio interesse e compie la contro-prestazione (denaro per pane; pane per denaro) solo come un mezzo per ottenere il proprio bene. Eppure quello scambio migliora la condizione di entrambi, grazie ad una forma di cooperazione che non richiede nessuna azione congiunta. Il bene comune diventa così la una somma di interessi privati di individui reciprocamente immuni che cooperano senza incontrarsi, toccarsi, guardarsi. È all interno dell impresa che, invece, ritroviamo la cooperazione intenzionale o forte, essendo l impresa una rete di azioni congiunte e cooperative per obiettivi in massima parte comuni. Così, quando acquisto un biglietto Roma-Malaga, tra me e la 20

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