Il salvadanaio nella storia dell' economia e della emancipazione sociale del Salento paleocristiano

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1 Il salvadanaio nella storia dell' economia e della emancipazione sociale del Salento paleocristiano L'estrema regione d'italia, il Salento, attualmente costituita dalle tre province, di Lecce, di Brindisi e di Taranto, fu detta anche Terra d'otranto, dai romani: Calabria e dai greci: Messapia - Japigia. Ricca ancora di manifestazioni ataviche, per una migliore intelligibilità storica, folkloristica e linguistica, meriterebbe d'essere studiata per diocesi e, ancor meglio, per centri cultuali. Ciò perchè oltre ogni confine segnato da autorità temporali, gruppi etnici con radicate consuetudini ebbero in ogni età convergenti ai templi e ai santuari, ai vati ed ai sacerdoti, le speranze ed i motivi della propria esistenza e delle proprie fatiche. Per il fatto che il Cristianesimo ritenne, per i suoi primi tempi, inscindibile la sede episcopale dalla civitas, si ha che quanto fu in uso nella città fu anche nei centri urbani o rurali dipendenti, essendo per l'economia, per la politica e per la religione, il traffico dei diocesani pressochè esclusivo con la sede del loro vescovo. Le circoscrizioni religiose, poi variate entro confini apparentemente innaturali, in realtà devono intendersi create da volontarie, plebiscitarie annessioni, o da necessità prepotenti di natura geografica, climatica, economica o bellica. * * * Questa premessa, che ribadisce necessità metodologiche altre volte ed anche da altri sentite ed espresse, introduce un breve saggio locale sul periodo e l'argomento, i più oscuri e patetici della storia umana: quello dell'introduzione del Cristianesimo ín Occidente e della schiavitù. Il Salento per la sua posizione geografica nei tempi apostolici fu certamente influenzato dalla predicazione evangelica. Fu quindi arca tra le prime d'occidente a sentire la «parola nuova». Benchè non siano ancora disponibili studi specifici sulla componente etnica della regione, è da credere che varie colonie ebraiche in quell'epoca agevolassero qui l'introduzione del Cristianesimo. L'epigrafia offre qualche elemento confer- 115

2 nato da un provvedimento d'ordine pubblico del secolo IV contenuto nel Codice Teodosiano. Le altre fonti sono invero scarse per i riferimenti locali e cristiani. Certo è però che al concilio di N icea dell'anno 325 partecipò Marco, vescovo di Calabria, con molta probabilità successore, forse anche immediato, del santo vescovo Leucio fondatore della cattedra episcopale di Brindisi. Per i secoli successivi si hanno, poi, le prime notizie intorno al Cristianesimo in Otranto, città che nei principi del V secolo ebbe il vescovo Benedetto che si vuole assistesse in morte San Paolino da Nola che parla nel suo carme a Niceta di monaci e monache in queste terre. Si hanno notizie coeve cristiane anche per Taranto che attirò, per motivi amministrativi, l'attenzione di papa Gelasio come si rileva da una lettera dell'anno 494. Altre notizie si hanno infine su Gnazia che nell'anno 501 fu rappresentata dal vescovo Rufenzio al Concilio Romano. In mancanza d'altro, per esprimere la situazione economico-sociale, senza vincolo, se non d'ambiente e d'età, il primo scelto nei limiti delle tre province, il secondo nel tempo che va da Tiberio a Costantino, si tenta l'utilizzazione di fonti indirette. Si presenta così uno strumento che fu essenziale per la manumissione di non pochi uomini degradati al rango di strumenti vocali: il salvadanaio. E' ancora usato, in varie parti d'europa, ed anche qui, il salvadanaio d'argilla, semiovoidale, poggiante su larga base, terminante in alto con una cima a bottone, e ferito nella parte superiore da un taglio orizzontale atto a far entrare e non uscire le monetine. Si è pensato che questo oggetto, anche presso gli antichi, fosse stato un contentino per bimbi, giocattolo che educava al risparmio. Pochi perciò l'hanno considerato degno di studio, mentre attraverso i secoli, contro la moda dei tempi. conservava immutata la forma, e nei dialetti, immutati, anche se ai più incomprensibili, i nomi antichi con i quali fu distinto. Raramente se ne sono trovati tra i reperti archeologici, ma la causa è ovvia: si usavano per accumulare danaro, finivano per essere frantumati e distrutti quando il frutto del risparmio era maturo e doveva servire all'utile per cui lo si era composto. Ciò nonostante può accertarsi che la forma, quale è per il salvadanaio che i figuli locali costruiscono ancora al tornio, a piede o a motore, tale è per quelli trovati in scavi archeologici a Roma, a Nora e a Gnazia. La sua forma è tra le più facili per il figulo tornitore. Un solo pugno di argilla svasato a coppa, chiuso a corolla, concluso a tolos protuberata, la costituisce. Ma, se capita di trovare sul bottone di cima incise cinque o sei linee toccantisi in un punto, sì da formare una stella, oppure il monogramma greco di Gesù Cristo (I X), allora quella forma che si credeva nata da economia artigianale suggerisce una certa ragionevole attinenza con il pileo che fu, per l'età antica in Occidente, con la stella in cima, il peculiare cappello dei Dioscuri, fratelli che per desiderio di eguaglianza e di libertà si sacrificarono vicendevolmente ed in perpetuo, e per l'oriente il cappello dei tre fanciulli nella fornace, che 116

3 per la propria libertà religiosa e politica, soffrirono vittoriosamente il martirio delle fiamme, per l'età cristiana poi, il cappello dei re Magi, si noti, guidati dalla stella, ed anch'essi simbolo di una sentita ribellione alla tirannide, quella erodiana. Queste concomitanze, si vedrà, conclusa la trama, quanta importanza hanno per conoscere i rapporti, durante i secoli ed i millenni, intercorsi tra uomini e Dio, tra schiavi e padroni. Che la forma del salvadanaio di argilla debba ritenersi simile a quella del pileo, lo accertano il termine dialettale salentino cucuddu con il quale appunto il salvadanaio è indicato e gli altri termini che rimenano alle note cerimonie greche e romane per la manumissione degli schiavi, in cui il caratteristico cappuccio era, come lo fu ancora durante la rivoluzione francese, emblema di libertà. Il «Vocabolario dei dialetti salentini» di Gerhard Rohlfs rende possibile l'acquisizione dei termini con i quali il tipico salvadanaio d'argilla viene indicato nei vari paesi delle tre province a: Brindisi, di Taranto e di Lecce: ferone, furone, puddu, puggiu, cippu, caruse, cucuddu, trifttddu. I termini ferone e furone, dall'età di introduzione, per deformazioni incolte, per variazioni vocaliche e per elisioni, variano da furoni a furone, da fironi a firone, da ferone a fiurone ed a frone. Virgilio, nell'eneide, parla della dea Feronia, ed oltre a Livio ed a Tacito, Mauro Servio Onorato, scoliasta del primo, vissuto fra il IV ed il V secolo, specifica che Feronia fu la dea dei liberti, e che gli schiavi, nel suo tempio, rasato il capo, si coprivano col pileo, emblema della libertà. Si sa poi, per le testimonianze di autori antichi, che uno dei sistemi, ovviamente preferito dai padroni, ed in uso sia presso i greci che presso i romani, per la liberazione degli schiavi, era quello del tributo: riscatto a pagamento con danaro accumulato, tra l'altro in maniera quasi illecita, in lunghi anni di sopportazione e di lavoro sempre in istato di schiavitù. Il ferone - furone, come dice la gente del Salento, era quindi il tributo, s'intende il contenente per il contenuto, indispensabile per il riscatto. L'etimologia, anzi il termine stesso, sta nel verbo greco c;épo), e nell'equivalente fero latino, ed è inoltre nel derivato c 6 p o; e nella forma cp,:i 2 o v usata da San Paolo con l'inequivocabile accezione di tributo. La pronuncia furone si può supporre derivi da cp,"ipov come firone da cpipu) = fero. Quindi i due termini possono indicare per le aree diverse in cui persistono, età e provenienza diverse. Ambedue sono usati in centri che, per la onomastica, escludono una derivazione da fondi prediali e quindi da ambienti prevalentemente schiavistici. Si ritrova, il termine derivato da p 6 p o v, per lo più in centri interni alimentati evidentemente da immissioni di greci in età cristiana. L'altro può essere d'uso preromano o romano, ma precristiano comunque. Non era quindi il salvadanaio d'argilla, dalla caratteristica forma di pileo, un giocattolo per bambini ma lo strumento, per cui, impegnando la volontà si permetteva l'umana e sociale redenzione. Su una fascia mediterranea della stessa penisola salentina, che va da Patù, 117

4 Gagliano, su, per Specchia, M ontesano, Spongano e Maglie fino a Cursi e Castrignano dei Greci, il ferone-furone si indica col termine usato per acquisizione anche a Lecce: puddu, che per il significato che gli si dà di offerta, sembra la corruzione di una forma sostantivata del verbo greco '..71:Oht,/, latino polluceo. A Tricase, paese a metà costa, poco distante da Specchia, il puddu, Rohlfs vuole si pronunci «puggiu». Benchè sia comune nei dialetti salentini la variazione della d in g: come per sedia = «seggia», poichè resterebbe inspiegato un doppio mutamento da un'unica forma per due paesi vicini, sembra più verosimile che il puggiu più che derivato da ótr,,") - polluceo, sia piuttosto la corruzione del volgare italiano pieggio che equivale mallevadore, e che deriva da plegius, latino di tarda età, usato proprio nel senso di capitale che garantisce le libertà, ossia una vita onesta. Esempi di diritto si trovano in fonti specialistiche inglesi che riguardano il medioevo. Si hanno, riportati dal Du Cange, espliciti riferimenti dalle leggi di Enrico I e di Guglielmo Noto. Ma è, inoltre, importante considerare che il pieggio, garanzia, ossia capitale costituito col risparmio, si troverà come obbligo nelle leggi della Chiesa, per il suddiaconato come patrimonio sacro. In alcuni paesi estremi come Casarano e Ruffano, altri mediani come Martano, Squinzano, Novoli, Sandonaci, oltre che in Lecce, si usa indicare il salvadanaio col termine cippu. Deriva dal greco zìi iroc.. o ZET.170; inteso non come orto, benchè avesse anche con tale accezione senso di capitale ossia peculio, ma piuttosto di tonsura, giusto le lezioni riportate dallo Stefani. Il nesso tra tonsura e salvadanaio resta meglio chiarito informando che i cittadini di Ostuni per le influenze linguistiche dei paesi limitrofi a settentrione, indicano il salvadanaio col termine caruse, che va comparato con il salentino caruppari tosare, col barese carone tosatura del capo, col siciliano carusu e, come suggerisce Rohlfs, col napoletano carusu che indica il capo tosato di fresco. Caruse si dice il salvadanaio non certo perchè «rassomiglia ad una testa tosata» ma perchè permetteva, riscattandosi, la rasatura dei capelli, o tonsura, indispensabile per ricevere il pileo della libertà. Deriva 1' etimologia di caruse dal greco zeípw, aoristo s -/.7. 2 o v, che è possibile abbia attinenza col latino caro, nell'accezione di cardare, pettinare, se non con l'avverbio care usato anche da Sant'Agostino col senso di vendere, valere, costare. Questo termine caruse propone inoltre, attinenza sia con Caronte e l'obolo che per questi si poneva in bocca ai morti, «rasato capite» sia con la più logica comprensione del termine carosa usato qui per giovane donna non sposata, quindi, libera. Giustificazioni culturali se ne potrebbero ancora trovare moltissime, ma basta considerare che Caroniti erano, presso i Romani, gli schiavi liberati per testamento dal loro padrone in punto di morte, così come si continuò nell'uso cristiano con la formula «pro remedio animae». Col termine trifuddu si indica il salvadanaio in Aradeo, Cutrofiano, Galatina, Sogliano: paesi interni ove un'influenza linguistica greca non è da esclu- 118

5 dere, come non è da escludere una tenace restistenza di quella lingua ancora oggi viva. L'etimo di trifuddu sembra stia nel termine greco -cp o z- p kouuo nell'accezione lata non di «qui tres habet tribus» ma piuttosto di «tertium genus»,, per indicare il mezzo, il tributo onde divenire liberi, ossia cristiani. In proposito, non essendo insolita l'univocità di termini specialmente per l'indicazione di simboli, questa esegesi va rinforzata con le probabili derivazioni dei termini latini tribus etributales con le accezioni, date in Du Cange, appunto per il periodo del basso impero e del medioevo, di liberi per assolto tributo, oppure liberi coloni. Infine, ad Alesano, si usa il termine cucuddu, per fotografare quasi, «intus et cute», il salvadanaio, indicando, non con linguaggio aulico, ma col volgare che è sintomo dello «adversus vetustatem» peculiare della rivoluzione cristiana, il pileo, assimilato dai cristiani e dagli ordini ecclesiastici, col termine cucullus comune all'illirico kukuglja. Il confronto illirico non è presentato senza un motivo. Si noti che Alessano sembra derivato da una colonia epirota di Alezio stabilita qui nel periodo del basso impero. S'intende, una colonia di schiavi, in seguito resa libera ed autonoma nell'autonomo centro non più prediale romano ma urbano, ossia ad economia proletaria e libera. * * * Così lo scavo filologico propone una tematica che non prescinde dall'indagine religiosa, sociale ed economica. Ancora nelle masserie, antiche mansiones latine, il massaro od il padrone e la sua famiglia vivono in maniera, si direbbe, vetero cristiana. La vita che lì ancora si svolge, nei piccoli particolari, parla di una schiavitù non del tutto redenta, però cristianizzata. Per esempio, al mattino ci si saluta invocando il nome di Cristo. Si mangia in una scodella comune, condita con l'olio versato dal guttus sul cibo a segno di croce. Si inizia il lavoro con l'invocazione a Gesù fatta dal più anziano cui si risponde «sempre sia lodato». Sí invoca ancora il nome di Cristo quando si accende la lucerna e quando si spegne e quando termina il lavoro della giornata. Si evita di porre il pezzo del pane capovolto, se caduto per terra lo si bacia con riverenza. Col massaro o col padrone non possono mangiare gli operai detti «cristiani n forse perchè quella concessione implica il ricordo della manumissione «per mensam» dello schiavo intenzionalmente detto «cristiano». 119

6 Vi sono, di più, credenze che accusano un conservatorismo apparentemente illogico, che sa però di sincretismo astrale-cristiano. Tutto parla di una persistenza cultuale magari eterodossa. Vi è insomma ancora il quadro di quell'oscuro trapasso di civiltà che lasciava sperare una redenzione sociale invece compromessa dallo sviluppo etico religioso che valutava la sopportazione come unica arma per la conquista del regno di Dio, fine ultimo cui conduce la Sposa di Cristo. Ed è derivazione di questo concetto il radicato criterio, facilmente documentabile, che dalla sofferenza morale, fisica od economica, la morte da refrigerio, in dialetto «ddifriscu», così come poi, teorizzata, era nella consuetudine cultuale del primo periodo cristiano: aspirazione a Dio. 11 Salento, come tutto il mondo antico, già prima che fosse conqubtato dai Romani, era abitato da schiavi e padroni, con relativa percentuale non diversa da quella ormai accertata come media nel mondo antico: il novanta per cento di schiavi, il resto padroni. L'economia doveva svilupparsi sul lavoro della terra ed il commercio marinaro. La conquista romana che segnava quindi soltanto la sconfitta del dieci per cento degli abbienti, spostò la proprietà dalle mani dei vinti a quelle dei vincitori, che costituirono così le proprietà prediali, le mansiones, propri villaggi o caserme, ove vivevano, alla maniera militare, accanto agli strumenti semivocali, ossia ai buoi aratori ed ai cavalli, gli strumenti vocali, ossia gli uomini schiavi, indigeni ed importati. Più di qualsiasi altra fonte suffraga questa tesi la toponomastica, e, se vi si desse conto, anche l'archeologia. La maggior parte dei paesi, piccoli paesi con piccoli agri, accusano nei propri nomi derivazioni familiari e gentilizie romane. Gli altri luoghi rurali, poi, ove si trovano serie di tombe, manufatti, tegole e resti di costruzioni, sono altre fattorie che non ebbero per motivi, i più disparati, le condizioni favorevoli per resistere proprio quando s'introducevano i nuovi principi di libertà e si permetteva allo schiavo di avere una famiglia, una casa: di considerare, prescindendo dalle ricchezze terrene, simili tutti gli altri uomini della terra, compresi i padroni. Si è visto quindi come in molti paesi il salvadanaio sia indicato col termine forone. I paesi sono per lo più antichi centri di età preromana sui quali la manumissione avveniva per mezzo del cp ópov, con il sistema d'uso già presso i romani nel tempio etrusco della dea Feronia. Gli altri termini poi sono tipici in altri paesi che lasciano intravedere la loro fondazione in età romana come fondi prediali a sfondo schiavistico. Puddu infatti si dice a Carpignano, Castrignano dei Greci, Gagliano, Montesano, Spongano, Vitigliano. Cippu si dice a Martano, Casarano; trifuddu a Cutrofiano e Sogliano, paesi indicati con possessivi gentilizi o familiari romani e disposti, specialmente nel basso Salento, cioè da Lecce a Santa Maria di Leuca ove difettarono i centri preromani (urbs o r(a tg) come: Ostuni, Oria, Ugento, Ceglie Brindisi, Taranto, Otranto, Lecce, Mesagne, Carovigno situati invece più in alto e già noti alle fonti letterarie antiche. Interessante è inoltre considerare che anche i fondi prediali romani, o ville 120

7 o mansiones, costituiti a tipo o "t z o ; sotto l'impero di Vespasiano, in quei terreni del basso Salento già da tempo depauperati per l'accentramento demografico intorno a Brindisi, ove successero vari tentativi di rivolte sociali non ultima quella menzionata da Tacito, si andavano sollecitamente liberando da quel primo aspetto, per divenire liberi centri urbani, mentre molti antichi demi messapici, assurti ad urbes romane, come Valesio, Rudia, Turia, deperivano non lasciando più tracce nella storia. Anche questo è fenomeno caratteristico di quei primi secoli cristiani in cui il sistema schiavistico viene moderato e l'economia fondiaria stacca sempre più la città dalla campagna. Puggiu si dice a Tricase paese costituito in età medievale su precedenti casali nei quali era stato usato il sistema del pieggio daltronde ancora vivo nei paesi vicini ove è obbligo che ogni giovane prima della maggiore età debba possedere una casa ed un fondo per onesta vita. Cucuddu si dice ad Alessano paese che gli storici, come si è già detto, escludono sia derivato da mansiones romane ammettendone l'origine da una colonia epirota di Alezio. Certo è che cappuccio in illirico si dice kukuglja. E' interessante notare che proprio in quei paesi derivati da mansiones romane il salvadanaio è indicato con termini orientali in genere, greci in particolare. La cosa però è spiegata dal costume che era nei romani di utilizzare la manodopera dell'ultima terra di conquista su quelle terre già precedentemente conquistate. L'importanza di questo particolare economico-sociale della politica_ romana, forse non è stato ancora sufficientemente valutata per chiarire quanto diversa sia la base etnica di una regione che in apparenza non sembri al solo lume della storia politica. Si pensi che gli schiavi erano considerati, nella geografia economica antica, prodotti di esportazione per alcune regioni imperiali come la Bitinia e l'africa. Il trapasso della civiltà schiavistica, sopra la quale poggiava l'impero, si manifesta con l'affermazione della civiltà cristiana che proclama l'eguaglianza umana rispetto all'assoluto Padrone che è Dio. Gesù, giusto l'evangelista Luca, «era venuto per liberare gli schiavi, promettere l'anno sabatico». Il programma del Redentore mirava ad un'etica terrena promettendo una giustizia innanzi ad un tribunale unico e ad una legge unica, ultraterrena. La sua era quindi una rivoluzione contro la filosofia di Platone e di Aristotele e contro il diritto romano. Il lavoro non doveva essere più considerato degradante, atto agli strumenti vocali, ma espiazione per redimersi dal peccato d'origine, quindi preghiera utile a tutti, ricchi e poveri, padroni e servi. Il padrone non doveva valere più dello schiavo innanzi a Dio; e infatti gli stessi cristiani perseguitati, se per le leggi romane subivano condanne diverse secondo la casta cui appartenevano, innanzi al tribunale divino erano sicuri d'essere giudicati senza distinzioni, secondo un'unica legge: il Decalogo. Gli storici ed í filosofi come Epitteto e Seneca gli schiavi ammutinati prepararono questa nuova concezione che mirava ad un fine etico e sociale. Il Cri- 121

8 stianesimo nascente, anche in Palestina ove era anchilosato dalle idee degli Ebioniti nazzarei, fu inteso come mezzo di redenzione essenzialmente terrena. Sí può credere perciò che le collette, ordinate da San Paolo nelle varie chiese da lui fondate in Occidente per utilità dei poveri di Gerusalemme, servissero anche a rendere possibile la manumissione di schiavi. Tutto ciò non poteva però passare inosservato nell'impero economico di Roma. L'allarme si faceva sempre più drammatico tanto da far ritornare sull'argomento, e per varie volte, lo stesso apostolo San Paolo per chiarire il pensiero evangelico, ossia di Gesù, che rimandava il premio di un'etica vissuta secondo la legge all'al-di-là, valutando la sopportazione come mezzo essenziale per redimersi dal peccato originale. Si matura sempre di più una particolare tendenza a giustificare ogni remoto comportamento imperiale rispetto a Cristo ed al Cristianesimo. Esempi se ne trovano già negli Evangeli e negli Atti degli Apostoli. All'opposto, le interpetrazioni materialistiche, classiste ed egoistiche spingevano gli schiavi ad una soluzione immediata e terrena delle promesse cristiane. Non è da sottovalutare il brano con il quale San Ignazio, nel primo secolo, pragmatizza contro uno stato di fatto scrivendo a Policarpo vescovo di Smirne, che gli schiavi non dovevano insistere per la loro liberazione chiedendo le somme necessarie alle chiese ed ai fedeli. Dello stesso parere saranno poi Taziano, Giustino, Tertulliano. La norma sarà accettata nei Concili come quello di Gangria dell'anno 324 ed esplicata da Lattanzio con ampio discorso. VI era sempre stata, come accerta Sant'Agostino, tra gli schiavi una frenetica gara per spezzare le catene ed acquistare la libertà in nome e con l'appoggio teoretico del Cristianesimo. Le loro condizioni nel mondo imperiale romano erano in realtà tali da giustificarli. Vivevano per il lavoro. Pagati X e costando per vitto Y, con il loro lavoro erano obbligati a rendere X più Y al 7% annuo. Non potevano costituirsi una famiglia. Dovevano vivere accomunati senza possibilità di svaghi. Non usufruivano di alcuna previdenza. Chi si ammalava, chi restava inabile, deperiva o moriva, veniva rimpiazzato dal nuovo acquisto. La crisi, come è già stato teorizzato, avvenne nell'economia dell'impero per ingiobamento di proprietà e difetto di manodopera proprio quando Roma aveva già terminato le sue conquiste territoriali ed aveva impiantato ovunque le sue colonie prediali. Non vi erano più prigionieri, non vi erano più nuove immissioni di schiavi. La predicazione evangelica trovava perciò più ragionevole penetrazione proprio in quegli ambienti che finalmente autoriproducendosi divenivano meno eterogenei e più solidali. Origene dice che i cristiani avevano cercato, infatti, sempre, di convertire gli schiavi. Quanto si legge poi in San Girolamo, che ai suoi tempi tra i cristiani vi erano pochi ricchi, è accertato da Sant'Ambrogio che a merito della chiesa pone in primo luogo il riscatto degli schiavi. Consentendo agli schiavi la famiglia si accelerava la loro emancipazione. I figli che nascevano schiavi, dai genitori erano, per affettività, iniziati al desiderio represso di una vita migliore, di redenzione. Il Cristianesimo era la religione che poteva redimerli e per il Cristianesimo gli schiavi, essenzialmente, 122

9 seppero lottare e morire. La Chiesa di Cristo era però emanazione divina e non poteva risolvere il problema sociale mettendosi contro una legge terrena dalla quale, alcune volte, era compatita, altre volte estromessa, altre volte punita. San Giovanni Crisostomo insiste ancora ai suoi tempi, sulla necessità che gli schiavi cristiani sopportino il loro stato di schiavitù terrena come mezzo per redimersi dal peccato originale. Le eresie e gli scismi del I secolo come quelli del IV, hanno egualmente un sottofondo derivato da questo dilemma: materia-spirito. Gli Ebioniti sorgono con principi di povertà per opporsi all'immissione dei ricchi nell'ecclesia. I Donatisti sono in opposizione a quelli che cedono innanzi all'autorità dell'impero consegnando il Vangelo, scoprendo se stessi e gli altri, accomodandosi con la legge per sfuggire alla morte. Gli Ariani, che sommano tutta la polemica, intendono ridurre ogni gerarchia ecclesiastica al piano terreno onde attuare la promessa di «pace in terra tra gli uomini di buona volontà», che era stata precisamente la partita terrena, promessa dall'avvento, correlativa però al fine essenziale della «gloria in excelsis Deo». Arto aveva 'ridotto il Redentore al rango di demiurgo intermediario tra gli uomini e Dio; aveva quindi abbassato la religione cristiana ad etica puramente terrena, aveva tolto, togliendo a Gesù la parte divina, ai sacramenti da Lui istituiti, il valore di ponte tra gli uomini e Dio. La gerarchia quindi della Chiesa terrena, con le armi terrene, doveva lottare contro il mondo che aveva legalizzato la schiavitù. Il comportamento indeciso degli imperatori romani contro il cristianesimo e specialmente di Costantino, va letto attraverso questa pagina della storia ecclesiastica che, se per i teologi riguarda la consustanzialità e per i canonisti la validità d'ordine sacro, per i politici e sociologi di quel tempo riguardava il fattore politico-economico dell'impero, fondato sulla schiavitù operante. Costantino, amico degli Ariani, cosciente che ormai gli schiavi erano in condizione di rovinare tutto perchè tanti e già consapevoli della propria forza (Ulpiano che sconsiglia l'imperatore Severo di obbligare gli schiavi a vestire una divisa che li distinguesse, già annunzia il timore di una rivolta) si adopera, senza il bisogno d'essere convinto cristiano, con speciali leggi, a migliorarne le condizioni di vita ed a controllare anche i capi ingraziandoseli con donativi e privilegi. Il fine: allontanare il pericolo dell'anno sabatico, cioè del crollo della civiltà schiavistica. Nel dilemma tra ariani e cattolici, in verità teologico, ma pratico ai fini sociali, Costantino interviene presiedendo il concilio di Nicea e sanzionando la vittoria dei cattolici docili ed ossequenti. Il simbolo del concilio, però, sottoscritto dai vescovi apparentemente intimoriti da oscure minacce di nuove persecuzioni, se salvava l'impero dalla rivoluzione degli schiavi toglieva all'imperatore qualsiasi controllo sulla gerarchia della Chiesa. Anzi, perchè questa era ritenuta d'istituzione divina, l'imperatore diveniva soggetto a quella gerarchia. Costantino s'accorse così che il problema teologico investiva tutto l'ordine sociale e politico dell'impero. Il concilio di Arles, la riabilitazione di Ario sembrano ravvedimenti inutili più che inabili a fermare il corso di questi supremi eventi. Egli 123

10 restò così imperatore romano tra cristiani e gentili. Aristocratico per acquisizione, plebeo per nascita. Complesso nella sua personalità, scaltro quanto impotente innanzi agli eventi di un secolo che seppelliva un mondo e ne generava un altro d'ispirazione giudalca. Le fonti alle quali infatti attinse il mondo romano e l'imperatore per la legislazione sociale, che si è detta d'ispirazione cristiana, sono essenzialmente giudaiche. Le leggi che riguardano í rapporti tra schiavi e padroni, tra schiavi e schiavi si rifanno ad autorevoli passi del Vecchio Testamento. Lo stesso titolo di «vescovo di fuori» col quale soleva chiamarsi tra i cristiani sembra ripreso dalle Sacre Scritture. Gli ariani, quindi, poichè è da credere che consiglieri suoi in materia siano stati gli ariani Osio ed Eusebio, risultano così propagatori della legge ebraica, padri degli Ebioniti e dei degeneri Circelloni agitatori dei problemi sociali. La volontà divina mirava al fine di una più profonda e safferta redenzione. Si insistette sulla dottrina di San Paolo che risolveva il problema, in termini in apparenza evasivi alle contingenze, spiegando però che i cristiani dovevano preoccuparsi di non essere «captivi diaboli» ma «liberti Domini». Gli schiavi, infatti, restando tali potevano entrare nella Chiesa; anche se poi per essere chierici, come è segnato nelle Costituzioni Apostoliche, dovevano liberarsi o avere licenza dal loro padrone. Così Costantino sente la necessità di traslare dall' ';_yop-;. al tempio la convocazione del popolo testimone che, indicato col termine greco che era in uso presso i greci, ecclesia, diviene ormai autorità, col vescovo sostituto della tribunicia autorità civile, capace di assolvere alla manumissione degli schiavi. La formula che si recitava in tali occasioni dovette essere quella che ancora si adopera nell'atto della tonsura al chierico ripresa dal versetto V del XV Salmo, simile, nel contesto, alla formula usata dai gentili e riportata in bocca all'inviata celeste che nel poema di Virgilio taglia il capello della vita a Didone: «Io ti consacro a Diti e ti sciolgo da questo corpo mortale». Il taglio dei capelli, presso gli antichi indicava dolore per cose passate, promessa di rigenerazione. Si usava radersi infatti, scampato un pericolo. Ma, poichè si sta al senso che certe pratiche ebbero per gli antichi, non è inopportuno ricordare come il pileo, simbolo di libertà, fu emblema dei Dioscuri proprio perchè fratelli: uno immortale, l'altro mortale, desiderosi di eguagliarsi compensando col perpetuo sacrificio fortuna e sventura. Libertà anche questa benchè mitologica e gentile. Il pileo dei tre fanciulli nella fornace è indice di ribellione ebraica alla schiavitù babilonese, quello dei Magi ad Erode ed ai gentili. Il termine dialettale salentino pilea, che indica ribellione e petulanza, così per tornare al sostratto locale, chi sa che non derivi dall'espressione ad pileum votare», usata per gli schiavi in punto d'essere liberati. 124

11 O Per concludere, se le fonti scritte per la storia economica e sociale romana da Tiberio a Costantino, da utilizzare per il Salento sono scarse, pure l'epigrafia e la linguistica potrebbero valere a qualche nuovo indirizzo. Dall'epigrafia risulta, infatti, che nel Salento dal I al III secolo, vi fu costante aumento di servi o villici segnati con semplice nome. Se ne può calcolare il percento medio costituito da un terzo globale. Altri sono liberti e pochissimi della classe dirigente. Sulle condizioni sociali di questi servi o villici e dei liberti dovrebbero puntare ormai più metodiche ricerche perchè sembra, dalla molteplicità dei termini con i quali si indica qui il salvadanaio, che gli schiavi importati dall'oriente introdussero, attraverso gli ebrei già residenti, anche tra i rurali, i più refrattari all'evangelizzazione, i principi di redenzione sociale e cristiana, costituendo, magari in forma collettiva, le premesse per il riscatto con il (96Eov ossia il tributo risparmiato. Quale ruolo però abbia avuto il Cristianesimo, certo presente in questa evoluzione, è appunto l'argomento da approfondire. Qui è sufficiente esprimere le suggestive attinenze tra forone e rp 6 p o v d'uso paolino, tra cucuddu e cocolla cristiana, tra e «tertius-genus», attributo dato in quei primi tempi proprio ai seguaci di Cristo. Considerando poi le diverse aree del Salento nelle quali si usano i diversi termini per indicare lo stesso strumento di redenzione sociale, si potrebbe giungere ad una prima suddivisione dell'antica Calabria romana in diocesi, e con l'ausilio delle fonti storiche posteriori arrivare all'attuale stato. Questa, però, che è la conclusione dell'assunto iniziale, non potrà essere impegnata ad una soggettiva interpetrazione. ROSARIO JURLARO 125

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