Mario Consoli Debito pubblico e sovranità monetaria

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1 Mario Consoli Debito pubblico e sovranità monetaria Dalla nascita della Banca d Inghilterra al moderno debito pubblico La diffusione delle Banche centrali private L emissione di biglietti di Stato in USA e in Italia Le metamorfosi del denaro La stretta connessione tra debito pubblico e perdita di sovranità monetaria Dallo status quo alla rivolta; dalla rivolta alla rivoluzione. 11

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3 Seguendo le notizie della crisi finanziaria globale su giornali e telegiornali, sembrerebbe emergere il volto del responsabile di ogni male, del nemico principale da sconfiggere: il debito pubblico. Si dice che sia il risultato di una spesa statale scriteriata e clientelare, ed in parte è sicuramente vero. Si dice che sia stato creato da una politica spendacciona e ladra oltre ogni ritegno, e anche questo è vero. Si dice poi che sia proprio lui, il debito pubblico, il responsabile della instabilità della moneta, della crisi economica e del rallentamento dello sviluppo produttivo. Ma su ciò qualche dubbio sorge. Più si analizza la situazione infatti, cercando di liberarsi da pregiudizi, paraocchi e dalle suggestioni create dai mass media, più la questione del debito pubblico non appare così semplice e sorgono spontanee domande alle quali è legittimo cercare risposte. Come nasce il debito pubblico? Quali sono e come funzionano i meccanismi che lo fanno diventare un fenomeno cronico? Chi è oggi il proprietario del debito pubblico delle nazioni in crisi? Che rapporto intercorre tra debito pubblico e libertà dei popoli? Sarà bene cominciare dall inizio. Louis Even, il propugnatore del Credito Sociale, scrisse sull argomento un racconto illuminante: cinque naufraghi riuscirono a raggiungere un isola deserta. Si trattava di un muratore, un contadino, un allevatore, un esperto in agraria e un ingegnere minerario. Secondo le rispettive competenze, i cinque si dettero da fare per realizzare una comunità funzionale e soddisfacente. Il muratore si mise a costruire capanne; l allevatore cominciò a catturare e porre in recinti gli animali utili per ottenere latte, uova e carne; l agronomo e il contadino si dedicarono ai frutti 13

4 della terra; l ingegnere procurò i metalli per forgiare utensili, pentolame, chiodi e quant altro era necessario. La vita procedeva serena; un solo inconveniente creava qualche problema di convivenza: lo scambio dei beni, frutto delle rispettive attività, non poteva avvenire in uno stesso momento e la mancanza di appropriati strumenti economici imponeva una serie di riunioni con discussioni piuttosto complesse. Successivamente arrivò sull isola il sopravvissuto di un altro naufragio. Sbarcò da una scialuppa malridotta con la quale aveva portato poche cose frettolosamente salvate, tra cui una pressa, una cassa piena di carta e un barile sigillato. Il nuovo arrivato fu ben accolto dai cinque, contenti di veder la propria comunità crescere, e la loro gioia aumentò quando seppero che si trattava di un banchiere. Proprio quello che mancava: una persona capace di organizzare l economia dell isola. Il banchiere, preso atto delle attività dei cinque, disse: «Per far funzionare bene le cose vi manca solo il denaro. È con il denaro che il contadino può comprare oggi ciò di cui ha bisogno senza dover aspettare la stagione del raccolto, e così gli altri il momento in cui avranno finito di costruire una capanna o di fabbricare un utensile. Io posso facilmente risolvere i vostri problemi. Con la carta e la pressa posso stampare 1000 dollari. Il barile che ho con me è pieno d oro; lo sotterrerò in un posto segreto e lo lascerò in garanzia della copertura del denaro coniato. Vi presterò duecento dollari a testa a un interesse bassissimo: il 2% annuo. Io sarò garantito dai frutti delle vostre attività, dalle vostre capanne e dai vostri attrezzi». Tutti si sentirono soddisfatti perché, risolta la questione della liquidità commerciale, ognuno poté tornare alle proprie attività senza avere più problemi. Ma la serenità durò fino a quando, passato un certo tempo, cominciarono a fare dei conti e scoprirono una situazione assai spiacevole. L ammontare del loro debito capitale più gli interessi maturati era superiore all intero importo del circolante. Arrivò quindi il momento in cui fu indispensabile, per pagare gli interessi, mantenendo inalterata la liquidità necessaria all economia dell isola, chiedere altri prestiti, che il banchiere fu ben contento di concedere. In quell isola era così nato il debito pubblico. Un debito destinato ad aumentare anno dopo anno. Inevitabilmente il banchiere, a forza di conteggiare interessi, e gli interessi sugli interessi, stava diventando il padrone di tutti i beni presenti sull isola e manifestava il proprio potere imponendo ai cinque quello che a parer suo dovevano o non dovevano fare. I cinque allora compresero quale errore fosse stato accettare quei 1000 dollari e che, se il denaro se lo fossero stampato loro, senza l intromissione di quel banchiere venuto dal mare, non avrebbero avuto i problemi che ora li affliggevano. Il denaro rappresentava il valore dei beni presenti sull isola e quindi, essendo loro i proprietari dei beni, avrebbero dovuto essere anche i proprietari del denaro sul quale nessuno avrebbe potuto pretendere il pagamento di inte- 14

5 ressi. I cinque allora, compresa la truffa, si ribellarono, rimisero il banchiere sulla barca con la quale era arrivato, e lo ricacciarono violentemente in mare. A completare la vicenda, Even racconta che, quando i cinque andarono a dissotterrare il barile che doveva rappresentare la copertura aurea della moneta stampata, scoprirono che era pieno di sassi. Nella realtà storica le cose sono andate pressappoco nello stesso modo, a parte la risolutiva conclusione della vicenda, la ricacciata in mare del banchiere e della sua barca. Nel 1694, in Inghilterra, succeduto in modo turbolento a Giacomo II Stuart, regnava Guglielmo III d Orange, che aveva vissuto in Olanda in un ambiente di mercanti e banchieri ed era stato educato secondo i valori calvinisti. Guglielmo era impegnato in un grande sforzo bellico contro la Francia di Luigi XIV, il Re Sole. La flotta era stata raddoppiata e l esercito rifatto ex novo. Le spese militari superavano il 74% dell intera spesa pubblica e la necessità di reperire nuovi fondi aumentava a vista d occhio. L imposizione fiscale era altissima e Guglielmo temeva, esigendo nuove tasse, di perdere il consenso della nobiltà e della borghesia. In quegli anni l economista francese Jean-Baptiste Colbert scriveva: «La tassazione è l arte di spennare l oca in modo tale da avere il massimo di piume con il minimo possibile di starnazzi». Si fece quindi allettare dalle proposte di un banchiere scozzese, William Paterson capofila di una cordata di banchieri e appoggiato dal tesoriere dello Scacchiere, Lord Montague che gli offrì un prestito a interesse di un milione e 200 mila sterline. Ciò significava spostare il problema. Disporre del denaro subito e rimandare a tempi successivi le conseguenze negative per i cittadini contribuenti. Le condizioni poste furono queste: oltre ad incassare gli interessi dell 8%, Paterson doveva essere autorizzato ad emettere banconote per un importo pari al prestito concesso al governo. Scrisse il banchiere: «Se i proprietari della banca potranno far circolare la somma di un milione e duecentomila sterline senza avere in giacenza più di duecentomila o trecentomila sterline, questa banca immetterà nella Nazione nuova moneta per un importo di novecentomila o un milione di sterline». Poi si seppe che, nella realtà, la quantità di sterline emesse e la copertura offerta dalla nascente banca in questa operazione erano state differenti: nel 1696, a fronte di sterline stampate, esisteva una riserva di cassa di sole sterline d oro. Il parlamento, sotto la pressione del re, autorizzò l operazione e Paterson fondò, assieme ai suoi soci, la Banca d Inghilterra che, nonostante il nome che farebbe pensare ad una istituzione dello Stato, era una ditta assolutamente privata, allora con soli 19 dipendenti. William Paterson sintetizzò il senso dell operazione con una frase estremamente chiara: «La banca trae beneficio dall interesse che pretende su tutta la moneta che crea dal nulla». 15

6 Quell emissione di sterline fu solo la prima di una lunghissima serie. La convertibilità in oro di quella cartamoneta fu da subito un fatto formale, poiché il reale rapporto tra quantità di denaro stampata e disponibilità aurea presente nei depositi della banca era tenuto assolutamente segreto, sia all esterno che all interno dell istituto; era informazione riservata esclusivamente al Governatore. È poi il caso di ricordare che la convertibilità in oro della sterlina fu sospesa nel 1914, molto prima del dollaro (15 agosto 1971) e di tutte le altre valute. Fino al 1694, sia in Inghilterra che altrove, l unica moneta ufficialmente circolante era stata quella coniata dallo Stato. Da allora, invece, la moda di delegare l emissione del denaro a banche private si è diffusa ovunque. E gli Stati pagano a questi soggetti gli interessi per il denaro stampato. Sul modello della banca di Paterson furono istituite: nel 1695 la Bank of Scotland, nel 1765 la Königliche Giro und Lehnbanco di Berlino, nel 1782 il Banco di San Carlo di Madrid, nel 1800 la Banca di Francia. Un tempo il potere di coniare moneta era riservato alla massima autorità: re, duca o principe. Chi possedeva oro o argento poteva portarlo alla zecca dello Stato che provvedeva a trasformare il metallo prezioso in monete. Una piccola parte di questo metallo veniva trattenuta come compenso per l operazione di conio. Questo compenso si chiamava signoraggio ed era un privilegio gelosamente custodito e difeso dall autorità, perché rappresentava anche un importante fonte di entrate. Oltre al compenso per il conio, che alla bisogna poteva essere anche gonfiato, erano evidenti i numerosi vantaggi derivanti dal controllo delle zecche. Non fu raro che la padronanza dell emissione della moneta garantisse allo Stato consistenti entrate finanziarie, apparentemente senza pesare sui contribuenti. Il termine signoraggio si è conservato, ed ancor oggi indica tutti i benefici che sono riservati a chi emette moneta, che però non è più il signore lo Stato ma le banche private il cui mestiere non è perseguire gli interessi della Nazione, bensì i propri utili e farsi complici dei giochi degli speculatori. 250 Andamento del debito pubblico in Inghilterra dal 1688 al Fondazione della Banca d Inghilterra

7 Dunque, non si comprende in virtù di quale criterio di legittimazione, i proprietari del denaro smettono di essere il re, o lo Stato, o il popolo, e lo diventano i banchieri. Nasce così il moderno debito pubblico, il debito pubblico permanente. Dalla data della fondazione della banca di Paterson al 1788 meno di un secolo il debito pubblico dell Inghilterra passa da 13 milioni di sterline a 245 milioni, con un incremento del 1800%. Non è che una volta il debito pubblico non esistesse: i monarchi nella storia, soprattutto per finanziare guerre, hanno sempre fatto ricorso a ingenti prestiti. Ma generalmente erano vicende che avevano un inizio e una fine. A guerra vinta il denaro veniva restituito e gli interessi pagati anche quando raggiungevano le quote usurarie del 30-40% o, a guerra persa, veniva destituito il re o il governo e il prestito spesso andava a farsi benedire. Generalmente la questione veniva trattata come un affare andato male o un investimento sbagliato. Sono rimasti famosi i casi dei Bardi e dei Peruzzi, finiti in rovina per l insolvenza di re Edoardo III d Inghilterra, e della filiale di Bruges dei Medici, messa in liquidazione dopo il pessimo esito del finanziamento concesso al duca di Borgogna Carlo il Temerario. I creditori di Filippo IV di Francia il Bello oltre a non riscuotere il dovuto, furono cacciati dal regno. Più che di debito pubblico in effetti si trattava di vicende legate a case regnanti e a singoli eventi storici. Dopo il 1694, un po come abbiamo visto nel racconto dei naufraghi, quella del debito pubblico diviene invece una malattia cronica. In queste settimane si fa un gran parlare di disavanzo e avanzo primario. Si tratta della differenza tra le entrate e le spese pubbliche al netto degli interessi. Appare evidente che ogni situazione, anche la più complessa e apparentemente compromessa, con una politica oculata e una sufficiente dose di buona volontà, potrebbe essere sistemata. Sono gli interessi che fanno la differenza e condannano alla cronicità e al peggioramento i debiti pubblici. Sotto gli occhi abbiamo il caso della Grecia. Indubbimente una congiuntura molto pesante; per questo motivo le agenzie di rating declassano la solvibilità di quel debito e gli «aiuti» vengono offerti a interessi sempre più alti. Può, a questo punto, una nazione, ragionevolmente, riuscire a sanare la propria situazione economica e contemporaneamente pagare interessi usurari in continua crescita (nel caso specifico per ora hanno superato il 19%), per giunta maggiorati in funzione dell anatocismo (gli interessi sugli interessi)? Si tratta di una semplice follia di carattere economico o, più propriamente, di un disegno mal celato di dominio planetario attuato con cinismo sulla pelle dei popoli? Può una nazione rimanere libera e sovrana vivendo una tale realtà se non ricorre alla rivolta e al rigetto della carità pelosa degli usurai? * * * 17

8 Le banche di emissione, dunque, dopo il 1694 diventano quasi tutte private. Nel 1937, sotto Stalin, divenne privata persino quella dell Unione Sovietica: il deus ex machina dell operazione fu il plurimiliardario petroliere ebreo-americano Armand Hammer. Il Federal Reserve Act l atto istitutivo della Banca Centrale americana, la più grande banca privata del mondo è del 23 dicembre Si trattava di organizzare la gran massa di «promesse di pagamento» emesse in ogni angolo degli Stati Uniti. Si respirava aria di guerra. In Europa stava per scoppiare il primo conflitto mondiale e per gli americani l occasione si presentava ghiottissima. L industria bellica poteva moltiplicare la produzione e concludere affari d oro. Persino l Inghilterra, per la prima volta nella storia, aveva varcato l oceano per chiedere denari in prestito all America. Con l istituzione della Riserva Federale si reperirono soldi direttamente presso i contribuenti statunitensi. Scrive l economista Gertrude M. Coogan: «L America fu sottoposta alla prima sottoscrizione per la Libertà Liberty Marchi tedeschi stampati nel 1939 dalla Banca Centrale nazionalizzata, la Reichsbank. 18

9 Loans. Il modo in cui avvenne tale finanziamento era estremamente semplice, grazie all esistenza di questo grande sistema bancario centralizzato. Le banche delle piccole comunità anticiparono alla Banca della Riserva Centrale il 5% del totale del prestito che era stato proposto. Il governo stampò i titoli e li inviò alle banche delle comunità. Ricevuti i titoli, le banche delle comunità ne accreditarono il valore totale sul conto di deposito del Governo degli Stati Uniti. Era semplicemente un metodo legalizzato col quale le banche creavano, mediante artifici contabili, il 95% dei fondi anticipati al Governo degli Stati Uniti. Il Governo degli Stati Uniti, ovviamente, si rivelò magnanimo e fu disposto a pagare gli interessi a queste banche in cambio del loro grande privilegio di creare moneta da prestare al Governo. In effetti è proprio un Governo magnanimo quello che concede a pochi individui il privilegio di creare moneta per esso e consente poi che i suoi cari cittadini, avvezzi a lavorare duramente, comprino quella moneta artificiosa e paghino anche successivamente un tributo sotto forma di interesse». Charles Lindbergh non a caso avversato e vilipeso dall intero establishment finanziario e politico rooseveltiano definì il Federal Reserve Act «il peggior crimine legislativo di tutti i tempi». Anche la Federal Reserve fu clonazione dell Istituto di emissione di Londra, come la gran parte delle Banche Centrali del mondo. Eccezione alla tendenza generale, tra le due guerre mondiali, fu la Germania, che nazionalizzò la sua banca di emissione. L art. 2 della legge sulla Reichsbank recitava: «I compiti della Banca Tedesca del Reich derivano dalla sua posizione di banca d emissione del Reich. Essa sola ha il diritto di emettere banconote. Deve inoltre regolamentare le transazioni e le operazioni finanziarie in Germania e all estero. Deve anche provvedere alla utilizzazione dei mezzi economici disponibili dell economia tedesca nel modo più appropriato per l interesse collettivo e politico-economico». L Italia si situò in una posizione intermedia che fu frutto di una serie di compromessi. Nel 1874 le banche autorizzate a emettere moneta erano sei: la Banca Nazionale del Regno d Italia, la Banca Nazionale della Toscana, la Banca Toscana di Credito, la Banca Romana, il Banco di Napoli e il Banco di Sicilia. Poi, con una legge del 1893, promulgata a seguito del fallimento della Banca Romana, i 4 istituti dell Italia centro-settentrionale vennero fusi, dando vita alla Banca d Italia, e rimasero ancora attivi per l emissione della lira anche il Banco di Napoli e il Banco di Sicilia. Solo con la riforma del 1926 la Banca d Italia resta l unica con diritto di battere moneta. Diverse correnti del fascismo avrebbero voluto la nazionalizzazione della Banca Centrale, ma Mussolini fu frenato dalle pressioni che arrivavano dall estero, particolarmente dalla Federal Reserve e dalla Banca d Inghilterra, che minacciavano di sabotare la stabilità della moneta italiana. Le opinioni di Stati Uniti e Gran Bretagna avevano particolarmente peso perché proprio con queste due nazioni il Governo italiano si era indebitato negli anni della Prima Guerra Mondiale, per finanziare i propri impegni militari. A 19

10 causa di ciò il debito pubblico italiano si era gonfiato a dismisura fino a raggiungere il 150% del PIL. Pesante eredità che il fascismo, arrivato al potere, si trovò a gestire. Tra il 1922 e il 1926 il governo Mussolini ministro di Finanze e Tesoro Alberto De Stefani si fece promotore di una serie di operazioni decise e coraggiose, accompagnate da una politica economica internazionale diplomatica e accomodante. I risultati furono numerosi e importanti: in quattro anni il debito pubblico passò dal 150% al 50% del PIL; fu azzerato il debito con l estero; il 2 giugno 1925 De Stefani annunciò il raggiungimento del pareggio di bilancio; la spesa pubblica passò dal 35 al 13% del PIL; i disoccupati diminuirono da a ; l inflazione fu bloccata da una serie di iniziative tra le quali si ricorda la più spettacolare l incenerimento di sacchi pieni di banconote; furono distrutti oltre 320 milioni di lire. L immagine di De Stefani che sovraintente l eliminazione di ingenti quantitativi di denaro marca la differenza tra un mondo nel quale il potere politico aveva la forza di governare l economia e l odierno, squallido panorama nel quale le decisioni vengono assunte dai Signori del denaro e ai politici è riservato il ruolo di servizievoli camerieri. Nell agosto del 1926 Mussolini, risanata l economia nazionale, poté incamminarsi verso la conquista di «quota novanta» quotazione di novanta lire per Il ministro Alberto De Stefani sovraintende allo scarico dei sacchi di banconote destinate all incenerimento per contrastare l inflazione. 20

11 una sterlina inglese, facendo rientrare la nostra moneta nel gold exchange standard imponendo un nuovo vigore al ruolo internazionale dell economia italiana e della lira. Il 18 agosto, a Pesaro, in un discorso improvvisato rimasto famoso, Mussolini, dopo aver lodato le qualità e le caratteristiche della popolazione marchigiana, affermò: «Noi condurremo con la più strenua decisione la battaglia economica in difesa della lira e da questa piazza a tutto il mondo civile dico che difenderò la lira fino all ultimo respiro, fino all ultimo sangue. Non infliggerò mai a questo popolo meraviglioso d Italia, che da quattro anni lavora come un eroe e soffre come un santo, l onta morale e la catastrofe economica del fallimento della lira. Il regime fascista resisterà con tutte le sue forze ai tentativi di jugulazione delle forze finanziarie avverse, deciso a stroncarle quando siano individuate all interno». L obiettivo «quota novanta» fu raggiunto nel dicembre Questa operatività la si poteva ottenere solo disponendo direttamente della sovranità economica e monetaria. Mussolini non volle nazionalizzare la Banca Centrale, e con ciò andare in urto con i due massimi creditori internazionali dell Italia ma, con la riforma del 1926, escogitò un sistema di controllo indiretto ma efficace dell Istituto di emissione della lira. La Banca d Italia rimase un Istituto indipendente prima una Società autonoma, poi una Società per Azioni la cui proprietà però fu affidata a un consorzio di Enti statali e di Banche, con preponderanza delle Casse di Risparmio e delle grandi Banche di interesse nazionale che qualche anno dopo sarebbero diventate, con l IRI, proprietà dello Stato. La legge prevedeva che le variazioni del tasso di sconto dovevano essere concordate con il ministero delle Finanze e autorizzate dal governo, e che la Banca d Italia fosse obbligata ad acquistare i Titoli di Stato emessi dal governo. Nel dopoguerra la situazione non variò sostanzialmente, fino agli anni Ottanta. Nel 1981 era governatore di Bankitalia Carlo Azeglio Ciampi e ministro del Tesoro Beniamino Andreatta fu sancito il diritto della Banca Centrale a non sottoscrivere sia parzialmente che in toto i Titoli di Stato. La Federal Reserve aveva ottenuto nei confronti del Governo USA un analogo provvedimento già nel Su preciso ordine delle tre potenze occidentali occupanti la «zona Ovest», la Banca di emissione tedesca rifondata nel dopoguerra la Deutsche Bundesbank fu costituita libera da ogni vincolo verso i Titoli di Stato. Nel 1992 l ex governatore Guido Carli, nelle vesti di ministro del Tesoro, abolì il controllo del governo sul tasso di sconto, che rimase appannaggio esclusivo della Banca d Italia. Il definitivo divorzio tra Stato e Istituto di emissione fu decretato poi in quegli anni dalle privatizzazioni gestite da Romano Prodi e Mario Draghi. La stragrande maggioranza delle azioni di Bankitalia infatti, fino allora nelle mani di Enti statali o di Banche o Assicurazioni dello Stato, grazie alle privatizzazioni, passarono a soggetti assolutamente privati. 21

12 Banca d Italia Elenco dei possessori delle quote di proprietà della banca (i dati sono in percentuale) I proprietari riportati in neretto sono Enti di Stato. Intesa Sanpaolo spa 34,34 UniCredit spa 22,11 Assicurazioni Generali spa 6,33 Cassa di Risparmio in Bologna spa 6,20 INPS 5,00 Banca Carige spa - Cassa di Risparmio di Genova e Imperia 3,96 Banca Nazionale del Lavoro spa 2,83 Banca Monte dei Paschi di Siena spa 2,50 Cassa di Risparmio di Biella e Vercelli spa 2,10 Cassa di Risparmio di Parma e Piacenza spa 2,03 Cassa di Risparmio di Firenze spa 1,89 Fondiaria - SAI spa 1,33 Allianz Società per Azioni 1,33 Cassa di Risparmio di Lucca Pisa Livorno spa 1,22 Cassa di Risparmio del Veneto spa 1,21 Cassa di Risparmio di Asti spa 0,93 Cassa di Risparmio di Venezia spa 0,88 Banca delle Marche spa 0,82 INAIL 0,67 Milano Assicurazioni 0,67 Cassa di Risparmio del Friuli Venezia Giulia spa 0,62 Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia spa 0,38 Cassa di Risparmio di Ferrara spa 0,32 Cassa di Risparmio di Alessandria spa 0,29 Cassa di Risparmio di Ravenna spa 0,26 Banca Regionale Europea spa 0,25 Cassa di Risparmio di Fossano spa 0,25 Banca Popolare di Vicenza scpa 0,23 Cassa di Risparmio di Cesena spa 0,23 altre 35 banche con quote inferiori allo 0,22% per un totale di 2,82 22

13 La maggioranza delle azioni è oggi in mano a Intesa San Paolo e Unicredit. Gli unici enti di Stato rimasti dentro Bankitalia sono l INPS, con uno striminzito 5% di azioni e l INAIL con un simbolico 0,6%. A completare l opera, con le grandi fusioni bancarie, cessarono di esistere molte Casse di Risparmio le più importanti che, anch esse comproprietarie della Banca d Italia, erano fino a quel momento vincolate a comportamenti estranei alla disinvolta speculazione finanziaria e a conservare i propri radicamenti territoriali. Il 28 dicembre 2005 si è verificato un fatto in controtendenza. Nell àmbito della cosiddetta Legge a tutela del Risparmio, numero 262, al punto 10 dell articolo 19, si stabilisce che entro tre anni, a decorrere dal 12 gennaio 2006, dovevano essere trasferite a enti statali tutte le quote di partecipazione al capitale della Banca d Italia in possesso di soggetti privati. Ma il gennaio 2009 è passato da un pezzo e nulla di ciò è avvenuto. Illegalmente, dunque, i proprietari di Bankitalia sono ancora le banche private. Perché nessuno ne ha parlato? Perché nessuno protesta, nemmeno Giulio Tremonti che quella legge volle e firmò? C è qualcuno, in questi mesi di grandi manovre fiscali e di tagli della spesa pubblica, che ha avanzato la proposta di vendere l oro della Banca d Italia sono tonnellate per abbassare il livello del debito pubblico. Ma, semplicemente, non lo si può fare. Perché quell oro, che è nei bilanci delle banche, non è del popolo italiano: non è nell attivo dello Stato. Recentemente hanno destato stupore le controverse vicende che hanno caratterizzato la nomina del nuovo governatore della Banca d Italia. Alla candidatura di Fabrizio Saccomanni, direttore generale dell Istituto e delfino di Mario Draghi, si era opposta quella di Vittorio Grilli, direttore generale del ministero del Tesoro, caldeggiata da Giulio Tremonti e Umberto Bossi. Dopo settimane di incertezza la scelta ha finito per premiare un terzo nome, quello di Ignazio Visco. Per comprendere ciò che è realmente accaduto, al di là delle laconiche, evasive cronache giornalistiche, occorre fare un passo indietro e mettere in primo piano l Istituto di cui nessuno in questa occasione ha mai parlato: la BRI di Basilea, la Banca dei Regolamenti Internazionali. La BRI fu istituita dopo la Prima Guerra Mondiale per organizzare i trasferimenti valutari relativi al piano di riparazioni imposto alla Germania dopo il Trattato di Versailles. Esaurito il suo ruolo originario, la BRI divenne l Istituto di coordinamento di tutte le Banche centrali del mondo; la Federal Reserve e la Banca d Inghilterra hanno in mano il 40% della sua proprietà, una quota sufficiente a garantirne l assoluto controllo. Dunque, Saccomanni è uomo della BRI membro del Consiglio di amministrazione mentre Grilli è un tecnico dello Stato italiano, e per questo sponsorizzato da alcuni ministri del governo. Alla fine, con «soddisfazione di tutti», seguendo il vecchio adagio «tra i due litiganti il terzo gode», è stato nominato 23

14 Colonial Script. Il biglietto coloniale di cui Benjamin Franklin relazionò al parlamento britannico nel I dollari di Stato stampati nel 1862 a seguito del Legal Tender Act emanato da Abramo Lincoln. 24

15 Visco. Un uomo nuovo, un outsider? No, nessuno lo ha rimarcato, ma si tratta di un altro uomo targato BRI; anche lui fa parte di quel Consiglio di amministrazione. Dunque, oplà! Due piroette e tre salti mortali e tutto è rimasto come prima: a capo della Banca d Italia c è ancora un esponente del sistema bancario internazionale. * * * È quindi ineluttabile che il monopolio dell emissione della moneta rimanga in mani private? Nessuno si è mai ribellato tentando strade diverse? Le cose non stanno proprio così. Abramo Lincoln, per quadrare il bilancio degli Stati Uniti, nel 1862, aveva bisogno di 449 milioni di dollari. Le banche inglesi fecero conoscere la loro disponibilità ad erogare un prestito al 30% di interesse. Lincoln sdegnosamente rifiutò ed affermò che «ogni governo può creare, emettere e far circolare tutta la valuta ed il credito necessari per soddisfare le proprie necessità di spesa ed il potere d acquisto dei consumatori». Ed ancora: «La moneta è la creatura della legge e l emissione originaria della moneta deve essere mantenuta quale esclusivo monopolio del governo nazionale». Con una legge del 25 febbraio 1862 Legal Tender Act si dette il via all emissione di dollari di Stato che per il colore dell inchiostro usato furono chiamati greenbacks, «biglietti verdi» sui quali il governo non avrebbe dovuto pagare alcun interesse. D altronde lo scontro tra la classe dirigente statunitense e le banche private non era una novità fin dall epoca coloniale. Nel 1757 Benjamin Franklin fu chiamato, in qualità di rappresentante delle colonie, a relazionare al parlamento britannico e, per spiegare la prosperità dei territori amministrati in America, affermò: «Nella colonia emettiamo la nostra moneta, chiamata Colonial Script [biglietto coloniale]. La emettiamo in proporzione alla domanda commerciale ed industriale per facilitare il passaggio delle merci dal produttore al consumatore. In questo modo, creando noi stessi la moneta, ne controlliamo il potere d acquisto e non dobbiamo pagare interessi a nessuno». Tra i presidenti statunitensi che precedettero Lincoln si schierarono contro i tentativi dei banchieri di controllare la moneta USA Thomas Jefferson, James Madison e Andrew Jackson. È nota l affermazione di Jefferson: «Io credo che le istituzioni bancarie siano più pericolose per la nostra libertà di quanto non lo siano gli eserciti nemici. Esse hanno già organizzato una potente lobbie che ha attaccato il governo con arroganza. Il potere di emissione deve essere tolto alle banche e restituito al popolo, al quale legittimamente appartiene». Tornando a Lincoln, i banchieri statunitensi e quelli inglesi, peraltro tra loro strettamente collegati, non digerirono facilmente la decisione di stampare dollari di Stato. Il Times di Londra in quella circostanza scrisse: «Se la perversa politica finanziaria adottata dalla repubblica dell America setten- 25

16 trionale nel corso dell ultima guerra combattutasi in quel paese dovesse piantar radici ancor più solide, allora quel Governo provvederà alla fornitura della propria moneta senza alcuna spesa. Esso salderà i suoi debiti e se ne libererà. Avrà tutta la moneta necessaria a svolgere le proprie attività commerciali. Diventerà prospero al di là di qualsiasi precedente nella storia dei Governi civili del mondo. I cervelli e le risorse di tutti i paesi confluiranno nell America settentrionale. Quel Governo deve essere distrutto o esso distruggerà ogni monarchia del globo». Nel 1864 Lincoln si ricandidò alla presidenza degli Stati Uniti e durante la campagna elettorale dichiarò, ripetutamente, la sua intenzione di continuare ad emettere i dollari di Stato, ma il 14 aprile 1865 fu ucciso. Qualche storico è arrivato a insinuare che dietro John Booth, l assassino di Lincoln, ci fossero addirittura dei legami riconducibili a casa Rothschild. Per l occasione, il capo del governo prussiano, Otto von Bismarck, dichiarò: «La morte di Lincoln fu un disastro per la Cristianità. Non v era negli Stati Uniti un uomo che fosse abbastanza grande da calzare i suoi stivali e i banchieri hanno rinnovato i loro sforzi per impossessarsi delle ricchezze del mondo. Temo che saranno proprio loro, con la loro astuzia e con i loro espedienti tortuosi, ad assumere pieno controllo delle abbondanti ricchezze dell America e a servirsene sistematicamente per corrompere la moderna civiltà. Essi non esiteranno a far sprofondare l intera Cristianità nelle guerre e nel caos, affinché la Terra diventi loro proprietà». Sta di fatto che con quell assassinio l esperimento dei dollari di Stato si concluse. Ciò nonostante è stato calcolato che l emissione del 1862 fece risparmiare nel corso degli anni, al governo degli Stati Uniti, oltre 11 miliardi di dollari di interessi. Tragica analogia con questi avvenimenti la troviamo con John Fitzgerald Kennedy. I dollari di Stato stampati nel 1963, a seguito dell ordine esecutivo n firmato dal presidente John F. Kennedy. 26

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