FACOLTA TEOLOGICA DELL ITALIA SETTENTRIONALE ISTITUTO SUPERIORE DI SCIENZE RELIGIOSE DIOCESI DI ALBENGA-IMPERIA LUCIANO LIVIO CALZAMIGLIA

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1 FACOLTA TEOLOGICA DELL ITALIA SETTENTRIONALE ISTITUTO SUPERIORE DI SCIENZE RELIGIOSE DIOCESI DI ALBENGA-IMPERIA LUCIANO LIVIO CALZAMIGLIA ARGOMENTI DI STORIA DELLA CHIESA DI ALBENGA-IMPERIA IMPERIA 2014² 2

2 INTRODUZIONE L ultimo scrittore della storia di Albenga, considerata in proiezione municipale e diocesana, fu Girolamo Rossi ( ) con la sua Storia della Città e Diocesi di Albenga (1870). Dopo di lui, nessuna opera fu scritta con il medesimo intento ed estesa allo stesso ambito geografico che oggi, sia pure in più ridotte dimensioni, indica la Diocesi di Albenga-Imperia. A distanza di oltre centotrent anni, precise esigenze critiche e i notevoli progressi storiografici dell ultimo cinquantennio ancorché bisognosi di ulteriori approfondimenti richiedevano la stesura di una nuova storia che tracciasse in limpidi quadri il lungo divenire delle vicende umane, ecclesiali e civili, della Chiesa albenganese. Tante notizie erano più o meno note: leggerle raccolte in sintesi danno una sensazione di conoscenza appagante: conoscenza di una realtà storica alla quale si appartiene e che in notevole misura appartiene a noi come memoria e come prezioso ideale. La nostra Chiesa appare nel primo millennio cristiano con le testimonianze della diffusione del cristianesimo nell Ingaunia, con San Calocero martire ad Albenga (l unico della Liguria marittima), con il rifugio-soggiorno di San Martino sull isola Gallinara, con la costituzione della diocesi e il primo Vescovo, Quintius (o Quintus), noto per la sua partecipazione al concilio provinciale di Milano nel 451. La struttura diocesana viene organizzandosi con l istituzione delle prime pievi o chiese battesimali, con la fondazione dei primi monasteri e con la vita comune del clero secolare in collegi canonicali, in primis il capitolo dei canonici della cattedrale, cui segue nel secondo millennio la fioritura di numerose fondazioni da parte dei nuovi Ordini religiosi, cosiddetti mendicanti. La migliore conoscenza delle biografie dei Vescovi a partire dal XII secolo consente di rilevare, sia pure con le immancabili ombre derivanti dal contesto storico, politico e culturale, quanto sia stata grande, paziente e zelante l opera dei Vescovi nel reggere e confermare la Chiesa albenganese. Cito, fra i tanti di epoca diversa, i vescovi Leonardo Marchese ( ), Carlo Cicada ( ) e Pier Francesco Costa ( ), della cui azione pastorale sono testimonianza la fioritura di nuove parrocchie, la riforma del clero e l istituzione del seminario, una singolare devozione eucaristica e mariana e la regolamentazione delle opere di carità e di assistenza. Le moltissime chiese parrocchiali, confraternali e regolari, i numerosi santuari mariani e i più piccoli oratori devozionali eretti nel corso dei secoli anche sui più elevati colli prealpini della nostra Diocesi testimoniano, con le loro strutture architettoniche e con i tesori d arte in essi custoditi, quanto sia stata grande la fede della comunità dei credenti in Cristo. Certo la verità della Chiesa, quella fatta dall azione dello Spirito Santo e dalle segrete risposte di ogni cristiano non è constatabile nelle pagine della storia: anzi talvolta accade che il rumore della storia sembra tanto forte da annullare quasi la voce di Dio. Tuttavia la vicenda storica della Chiesa di Albenga-Imperia non appare quasi mai come storia di potenza e spesso è ai margini di vicende più grandi, che pure l hanno coinvolta: ma, ad ogni tornante della storia, questa Chiesa riappare come punto di riferimento e come forza di rinnovamento. Eredi di tanta storia e costruttori inconsapevoli di una storia futura, noi figli di quella stessa Chiesa locale abbiamo ricevuto il bandolo di quell ordito, che ci è stato consegnato all atto della nostra incorporazione con il Battesimo che abbiamo ricevuto, e con quel filo siamo chiamati a tessere la trama della storia della Chiesa di oggi. (Mario OLIVERI, Vescovo di Albenga-Imperia, Presentazione del volume di A. ARECCO, La Diocesi di Albenga-Imperia e i suoi Vescovi Storia della Chiesa Ingauna dalle origini all inizio del Quattrocento, Albenga 2003). 3

3 LA DIFFUSIONE DEL CRISTIANESIMO NEL PONENTE LIGURE ATTRAVERSO LA LETTURA DELLE FONTI SCRITTE * L enunciazione di questa ricerca può suonare pretenziosa, se appena si considera che senza l indispensabile apporto dell archeologia, dell epigrafia e lo studio delle strutture architettoniche sarebbe assai arduo, per il territorio del Ponente ligure, anche solo parlare dello sviluppo del cristianesimo nella tarda romanità e nell alto medioevo. Men che meno è possibile tracciare, con questi soli supporti, una storia della Chiesa locale che insiste su questo territorio. Tentiamo, quindi, di analizzare, richiamandole sinteticamente, quelle fonti scritte, che consentono, benché tarde spurie o interpolate, di individuare qualche indizio, una traccia, su cui fondare una lettura storica che possa illuminare - a sprazzi - la storia del cristianesimo ponentino nel primo millennio dell era cristiana, limitata peraltro all antica diocesi di Albenga. In particolare, daremo la dovuta considerazione a quegli accenni, anche minimi, che la storia degli istituti canonici consente di interpretare in modo univoco, senza lasciarci confondere dall ottica della storiografia civile, generale e regionale, offrendo spunti e fors anche provocazioni per nuovi approfondimenti. È risaputo che, in passato, le ambizioni religiose delle singole Chiese miravano a collegare le proprie origini ad un apostolo o ad un suo discepolo 1. Da questa tentazione non fu esente la storiografia della Chiesa di Albenga, i cui eruditi del Cinque-Seicento (in primis il domenicano Gio. Giacomo Salomonio e il canonico Gio. Ambrogio Paneri) contribuirono a retrodatarne l istituzione fino all età apostolica. Il Paneri, ad esempio, equivocando sulla circoscrizione geopolitica dell antica Liguria e fondandosi sugli storici legami di dipendenza che la diocesi di Albenga ebbe con la Chiesa milanese fino al 1213, divulgò la tardiva leggenda, risalente a Paolo Diacono, che questa Chiesa avrebbe ricevuto la prima evangelizzazione da parte di S. Barnaba, discepolo di S. Paolo, e successivamente quella dei suoi discepoli, Anatalone e Caio, che sono vescovi riconosciuti della diocesi di Milano. L erudito canonico albenganese, infatti, nella sua ponderosa opera manoscritta dal titolo Sacro, e vago Giardinello porta a riprova dell apostolicità della Chiesa di Albenga una testimonianza epigrafica milanese: «E primieramente non si deve passar sotto silentio, che ritrovandosi l Apostolo Barnaba nella Città di Roma l anno 51. doppo la Passione, e morte del Redentor del mondo, et indi partendo, con due suoi discepoli Anatalone Greco e Caio Romano pervenne in questa Città d Albenga; e dal medesimo ammaestrati gli Albenganesi nella santa fede, in segno del che alzorno subito per impresa ne loro stendardi, et insegne in campo d oro, croce vermiglia, che pur hoggidi per scudo ritengono; argomento manifesto del vero amore, et ardente charità verso Dio, che ne cuori d essi Albinganesi scintillò, e fiammeggiò; e della venuta di Barnaba in questa Liguria ne fanno testimonianza li seguenti versi, che si leggono scolpiti in taola marmorea presso la Chiesa di s. Eustorgio di Milano, dov è il fonte, in quale battezò gran numero di persone: HANC FONTEM TIBI DEDICAT, ATQUE DEO SUPER UNDIS CONSECRAT IMPOSITAM FAMULUS PROTHASIUS ARAM, QUA TICINA SILEX, ET MARTI A PORTA BEATAE, BARNABAM TE LIGURES ADVENTUM NUPER IN ORAS, * Revisione e integrazione del contributo pubblicato in Atti del Convegno di Studio Dall Antichità alle Crociate Archeologia, Arte, Storia Ligure-Provenzale, Imperia, 5-6 dicembre 1995, in «Rivista Inganna e Intemelia», LI, 1996 (ma 1998), pp Cfr. A. MAJO, Storia della Chiesa ambrosiana, vol. I, Milano 1981, pp

4 AUDIIT HORTANTEM COETUS, ET RITE LAVANTEM» 2 (2). Avvalora poi la tesi dell evangelizzazione della Liguria da parte di S. Barnaba con l autorità del cardinale Cesare Baronio ( ): «In confirmatione della venuta qui di Barnaba, il Baronio ne suoi Annali tomo primo l anno di Christo 51., hà le precise parole. Verum ipsum Barnabam in Italiam venisse, et in Liguria predicasse Evangelium,/ nobilissimam Mediolanensem Ecclesiam erexisse longe, lateque Christi fidem feliciter propagasse, firmae traditionis eiusdem ecclesiae monumenta cum plurimis scriptorum testimoniis confirmata fide certum, et indubitatum faciunt» 3. Trascrive, infine, l opinione dello storico barnabita Carlo Bascapè, vescovo di Novara dal 1593 al 1615, fondata sulla diretta conoscenza dell ufficiatura propria tenuta dalla Chiesa albenganese nel giorno della memoria liturgica di S. Barnaba: «E Carlo à Basilica Petri Vescovo già di Novara, e prima Canonico ordinario della Chiesa di Milano, nel libro ch egli compose De Metropoli Mediolanen. rifferisce queste parole; Immo quod argumentum haberi debet admodum grave, in Albinganensis ecclesiae libro veteri manuscripto, die undecima Iunii huius Apostoli proprium officium, pluresque hymni habentur, quibus continetur totam etiam Regionem illam Ligusticam ab eo fuisse primo illustratam, cuius officii exemplum apud Nos est» 4. Questa tradizione era pure avallata da una lettera dello pseudo-barnaba, di cui si conservava «un originale in carta peccora» (sic!) nell archivio capitolare del duomo di Milano, da dove il 20 giugno 1641 il prete Bartolomeo Accame, rettore di Arnasco, ne trasse copia, volgendone il testo in lingua volgare. Poiché di questa lettera fa un solo riferimento il Rossi, ritengo utile riportarne integralmente il testo dalla versione dell Accame, così come trascritta dal Paneri 5 : «Io Barnaba Discepolo di Giesù Christo figliuolo di Dio, sendo dimorato alcuni giorni nella Città di Roma, e predicatovi il santo Evangelo, havendovi ritrovata chiusa la porta della fede, non volend ammettere, e credere, che Giesù Christo Redentore sia morto, e resuscitato per universale salute del mondo, battuta la polvere dalli piedi, Vale, dicendo, Roma, indi feci dipartita con due miei Discepoli, et amati frattelli in Christo Anatalone Greco, e Caio Romano, e dal spirito santo fui guidato à diversi luoghi, finalmente lustrat in qualche parte la Liguria, pervenni ad Albenga, et ivi predicata l evangelica dottrina, si convertirono alcuni alla santa fede, li quali da me furono battezati nel nome del Padre, e del Figliuolo, e del spirito santo Amen. E per Divin inspiratione partito, gionsi à Milano, dove predicato l Evangelo, ritrovai alcuni Cittadini, li quali accettorno facilmente la santa Dottrina Evangelica, e di loro furono per mia mano alcuni battezati, rimaste gran numero di persone com attonite, e piene di stupore oldendo predicare la non prima olduta mai Dottrina Evangelica. A te Giesù Christo Redentore del genere humano vero Dio, et huomo, che rimandato à Pilato fusti flagellato, Coronato di spine, sententiato, e condennato ingiustamente alla morte della Croce, sia resa lode per tutti li secoli delli secoli. Amen». Tra gli scrittori nazionali si mantiene su questa lunghezza d onda Ferdinando Ughelli ( ), autore dell erudita Italia sacra, sive de episcopis Italiae, mentre gli scrittori dell Otto-Novecento 2 ARCHIVIO DIOCESANO DI ALBENGA, Fondo Capitolare: Sacro, e vago Giardinello, e succinto Repilogo Delle Raggioni delle Chiese, e Diocesi d Albenga, in Tre Tomi diviso; Cominciato da Pier Francesco Costa Vescovo d Albenga dell anno 1624, t. I, f. 65 r. Protasio (o Protaso) è il vescovo milanese che partecipò al concilio di Sardica del Ibid., f. 65 r-v. 4 Ibid., f. 65 v. 5 Ibid., f. 303 r., dove il Paneri annota: «Il Reverendo Prete Bartolomeo Accame Rettor d Arnasco hà racopiato l infrascritta descrittione de verbo ad verbum da un originale in carta peccora esistente nell Archivio del Capitolo della Chiesa Archiepiscopale di Milano con licenza di quei signori Canonici, com appare da scrittura di sua mano dell anno à 20. di Giugno». Cfr. G. ROSSI, Storia della Città e Diocesi di Albenga, Albenga 1870, p. 75, che commenta: «Forse l Accame dimenticò di scrivere che era una traduzione, almeno». 5

5 (G. Cappelletti, F. Savio e F. Lanzoni) presentano un maggior rigore critico, che in verità si era già imposto, seppure con comprensibili mende, negli imponenti volumi degli Acta Sanctorum dei Bollandisti. Che il cristianesimo sia stato portato nella Liguria di Ponente da S. Calimero, vescovo di Milano, è opinione di alcuni storici liguri quali il Paganetti 6, il Semeria 7 ed il Rossi 8. Il cristianesimo nell Ingaunia si irradiò da Milano in forma stabile e gerarchizzata in epoca tardoambrosiana o post-ambrosiana. Il Paredi, infatti, ricorda che, al tempo di S. Ambrogio, nella provincia metropolitica milanese preesistevano le sedi vescovili di Bergamo, Lodi, Pavia e Vercelli, alle quali il santo aggiunse le nuove sedi di Como, di Novara e forse anche di Aosta. Nella provincia delle Alpi Cozie c erano solo i vescovi di Genova e di Tortona, ed Ambrogio probabilmente vi fondò i vescovadi di Asti, Acqui ed Alba 9. Abbiamo ragione di ritenere, ancorché le indicazioni non siano molte, che la testimonianza cristiana nella Liguria di Ponente sia venuta gradualmente diffondendosi, soprattutto tra la fine del III e gli inizi del IV secolo. La situazione è meglio documentata per Albenga, dove negli anni della persecuzione di Diocleziano sarebbe stato messo a morte il martire Calocero. In questo caso particolare, la fonte scritta è tardiva e non attendibile, perché collegata con un intero ciclo agiografico, compilato nel IX sec., che coinvolge santi di diverse località: è la passio dei Ss. Faustino e Giovita di Brescia, S. Secondo di Asti e S. Marziano di Tortona 10. Ma restano, a fondamento e supporto dell avvenuto martirio, le reliquie del santo custodite nella cattedrale, il culto antichissimo della Chiesa di Albenga verso questo martire 11 e i chiari riscontri archeologici, che attribuiscono la fase costruttiva più antica della basilica dedicata a S. Calocero alla seconda metà del V sec. o alla prima metà del VI sec. 12. Viceversa, la più antica testimonianza epigrafica cristiana del Ponente (e finora di tutta la Liguria) è data da un tegolo graffito ritrovato a Perti, nell entroterra finalese, che indicava la tomba di Lucius Helvius o Helvidius, morto fanciullo in pace Iesu il 9 luglio del 362, durante il consolato di Claudio 6 P. PAGANETTI, Istoria ecclesiastica della Liguria, Genova 1765, p. 11, G. SEMEMA, Secoli cristiani della Liguria, vol. II, Torino 1843, p. 353, il quale riporta anche il pensiero del contemporaneo mons. Giuseppe Airenti, O.P, arcivescovo di Genova. 8 G. ROSSI, Storia della Città e Diocesi di Albenga, cit., p. 76, dove però, forse per una svista o menda di stampa, il vescovo di Milano Calimero diventa Calocero. 9 A. PAREDI, S. Ambrogio e la sua età, Milano 1960, p Una perduta vita di S. Calocero era conservata ad Albenga nel monastero delle Clarisse; un altra, pure perduta, del milanese Bossio Mambriccio, era conservata nella sacrestia della cattedrale. Di S. Calocero parla anche il Beato Iacopo da Varagine nella vita di S. Secondo, cap. LV, e Pietro De Natalibus nel suo Catalogo de Santi, lib. 3, cap. 127 e 205: cfr. Sacro, e vago Giardinello..., cit., f. 65 v.- 66 r., 253 r.-254 r. Una più recente disamina della leggenda agiografica contro gli argomenti del p. Fedele Savio (cfr. «Rivista Storica Benedettina», fasc. XVII, 1910, p. 32) è quella di P. ACCAME, Un contemporaneo di S. Marziano ossia S. Calocero di Albenga, Tortona 1911, pp Per il riassunto della questione e la discussione delle problematiche fonti agiografiche si veda L. L. CALZAMIGLIA, L isola Gallinaria e il suo monastero, «Collana di Storia e Letteratura», V, Imperia 1992, pp ; G. FORNERIS, Il martire Calocero Sulle tracce di un antico culto nei territori d Ingaunia e Canavese, Ivrea Sugli esiti delle più recenti campagne di scavo si veda la bibliografia da noi indicata nel vol. L isola Gallinaria, cit., p. 30, nn. 6-7, cui occorre aggiungere Ph. PERGOLA, La chiesa e il monastero di S. Calocero fuori le mura ad Albenga: relazione preliminare sulle campagne di scavo 1985 e 1986, in Archeologia in Liguria. Scavi e scoperte , III.2., Genova 1987, ma 1990, pp ; B. MASSABO, Albingaunum Itinerari archeologici di Albenga, Genova 2004, pp ; Albenga Un antico spazio cristiano Chiesa e monastero di San Calocero al Monte Un complesso archeologico dal I d.c. al XVI secolo, a cura di G. Spadea Noviero, Ph. Pergola, S. Roascio, Genova

6 Mamertino e Flavio Nevitta 13. Se ne deduce l esistenza, a metà del IV sec, di una comunità cristiana che risiedeva in ambito rurale, indizio questo di una cristianizzazione già diffusa nella zona 14. Ma già quindici anni prima, fuggendo dalla persecuzione del vescovo di Milano, l ariano Aussenzio, si era fermato ad Albenga S. Martino, poi vescovo di Tours, che trovò riparo sull isola Gallinaria. Qui, come ricorda il contemporaneo Sulpicio Severo, suo primo biografo, S. Martino realizzò una esperienza anacoretica, che riteniamo sia stata possibile solo se nella città di Albenga era già divulgato il verbo cristiano o se, comunque, non vi era ostilità nei confronti di quanti professassero quel credo 15. Il primo vescovo di Albenga, di cui si abbia notizia, è Quintius (o Quintus). Di lui solo sappiamo che partecipò al concilio provinciale di Milano del 451, indetto dal metropolita Eusebio, dietro richiesta del papa Leone Magno, per riproporre la dottrina ortodossa professata dall Occidente contro l eresia monofisita di Eutiche. Nella Lettera sinodica inviata al papa Leone da Eusebio di Milano si ricava che il vescovo di Albenga si sottoscrive al diciottesimo posto con queste parole: «Ego Quintius episcopus Ecclesiae Albingaunensis, in omnia supra scripta consensi et subscripsi: Anathema dicens his qui de incarnationis Dominicae sacramento impia senserunt» 16. E stato autorevolmente (e cautelativamente) affermato che non si può escludere che il vescovo Quinzio di Albenga abbia avuto qualche predecessore 17. In merito, non è mia intenzione accreditare il tentativo del Rossi 18, peraltro già demolito dal Ferretto 19, di dimostrare, sulla base del testo interpolato della lettera con la quale il vescovo Eusebio di Vercelli si indirizzava dall esilio di Scitopoli di Palestina alle pievi della sua diocesi, che le diocesi di Albenga e di Ventimiglia fossero già istituite nell anno Pur tuttavia, mi pare affrettata la conclusione di quegli studiosi che, dalla prima documentazione storica nota relativa ad una diocesi (nel nostro caso, la partecipazione del vescovo Quinzio al concilio provinciale del 451, o - per Genova - la partecipazione del vescovo Diogene al concilio di Aquileia nel 381 e - per Ventimiglia - la partecipazione del vescovo Giovanni al concilio romano del 680), deducono che quei presuli siano probabilmente da ritenersi i protovescovi di queste sedi 21. A questo proposito, esemplificando, osservo che la lettera con cui l imperatore Graziano indiceva il concilio di Aquileia del 381 per liquidare l eresia ariana in Occidente, stilata dietro suggestione di S. Ambrogio, insinua di non preoccuparsi che i vescovi partecipanti siano molti, in quanto spesso il numero è a scapito della verità, che più facilmente si scopre tra pochi: bastano l imperatore, il vescovo di Milano e quelli delle vicine città d Italia e pertanto dispensa dall obbligo di intervenire al concilio i vescovi anziani, ammalati e poveri, altrimenti costretti ad un viaggio oneroso 22. Mi pare perciò che si possa considerare tuttora valida e scientificamente corretta la posizione assunta dal Semeria, che nel 1843 scriveva: «Né intendiamo con ciò che la sede vescovile abbia in tal tempo cominciato a stabilirvisi, ma solamente non esserne pervenuta a noi altra anteriore notizia, 13 G. MENNELLA, La più antica testimonianza epigrafica datata sul Cristianesimo in Liguria, in «Rivista Ingauna e Intemelia», XXXVI-XXXVII ( ), n. 1-4, pp. 1-8; G. MENNELLA - M. SCARRONE, Una precoce testimonianza paleocristiana a Perti, Finale: l epigrafe sepolcrale di Lucius (362), ivi, XXXVIII (1983), n. 1-2, pp. 1-15; G. MENNELLA, Una rilettura dell iscrizione paleocristiana di Perti, ivi, XLI (1986), n pp M. MARCENARO, Il battistero paleocristiano di Albenga. Le origini del cristianesimo nella Liguria Marittima, Genova 1993, p L. L. CALZAMIGLIA, L isola Gallinaria e il soggiorno dì S. Martino, in «Il Menabò Imperiese», VI (1988), n. 2, pp. 1-6; ID., L isola Gallinaria e il suo monastero, pp (con relativa bibliografia). 16 J. P. MIGNE, PL 52, Ph. PERGOLA, Premessa al vol. di M. MARCENARO, Il battistero, cit., p G. ROSSI, Storia della Città di Ventimiglia, Oneglia 1886, p A. FERRETTO, I primordi e lo sviluppo del Cristianesimo in Liguria ed in particolare a Genova, Genova 1908, pp L. DATTRINO, La lettera di Eusebio al clero e al popolo della sua diocesi, in «Lateranum», 45 (1979), pp Cito per tutti, a titolo di esempio, G. VIGOTTI, Milano metropoli ecclesiastica, Milano 1981, pp Gesta Concila Aquileiensis contra Palladium et Secondinianum, in J. P. MIGNE, PL 16,

7 potendo benissimo essere, che molto prima vescovi albinganesi sienvi stati, quorum nomina, per usare le parole del medesimo Ughelli in altro posto, delevit invidiosa vetustas» 23. Inoltre, nel caso di Albenga, se non fu un azzardo del Lamboglia l attribuzione al IV-V sec. delle strutture riferibili alla primitiva fondazione paleocristiana della cattedrale, si deve necessariamente supporre, come opportunamente rilevato dal Marcenaro, «l esistenza di un vescovo, di una gerarchia ecclesiastica strutturata al governo della comunità cristiana locale» 24. Il Pergola, tuttavia, ha sottolineato che la ben nota iscrizione di Costanzo, redatta probabilmente tra il 415 e il , mentre ricorda tra i meriti del generale, secondo marito di Galla Placidia, il nuovo riassetto dato alla città (case, foro, porti, mura) non accenna minimamente ad alcun edificio di culto, deducendone che ad Albenga non vi fosse a quell epoca «una gerarchia ecclesiastica ben definita e che la comunità cristiana locale si riunisse in ambienti in qualche modo provvisori» 26. Ma è stato osservato altresì che non sarebbe stato necessario ricordare tra le imprese del generale, perché non attribuibile a lui, la costruzione della cattedrale se fosse stata da poco terminata, o ancora in costruzione, o anche di esclusiva committenza vescovile 27. Ed anche se, invece, egli ne fosse stato il promotore, non si può escludere la possibilità che Rutilio Namaziano, pagano convinto, abbia giudicato negativamente l azione in favore dei cristiani e l abbia deliberatamente taciuta 28. Fino a che non si avranno riscontri archeologici il problema resterà aperto. Il battistero, nella struttura attuale, viene concordemente datato alla seconda metà del V sec, ma - osserva ancora Marcenaro - «se esistette una struttura basilicale tra il IV e il V secolo, si dovrebbe presupporre la presenza, accanto ad essa, di un battistero più antico, anche in considerazione dell importanza del municipium romano di Albingaunum» 29. Oggi il discorso si riapre a seguito dell importante scoperta archeologica di un antico fonte battesimale ottagonale affiorato nell attuale greto del fiume Centa nel 2002, dove in età tardoromana vi era una parte della città. Attualmente gli archeologi ritengono prudenzialmente che la vasca battesimale sia stata dismessa nella seconda metà del V sec.. Tuttavia, essendo poco probabile la coesistenza contemporanea di due battisteri, uno fuori e l altro dentro la città, prenderebbe corpo l ipotesi che la vasca recentemente ritrovata sia da ritenere anteriore alla costruzione del complesso episcopale al centro di Albenga 30. Apro una parentesi per fare un accenno a S. Romolo, vescovo di Genova, la cui esistenza, assegnata dall agiografia alla fine del IV - inizi del V sec, viene collocata dagli studi più recenti al VII-VIII sec. Non tanto perché S. Romolo si collega all attuale città di Sanremo (Civitas sancti Romuli) dove sarebbe morto dopo aver fatto vita anacoretica nella bauma che porta i l suo nome 31, quanto perché nella legenda di S. Siro si legge che il vescovo di Genova S. Felice inviò Siro nella Villa 23 G. SEMERIA, Secoli cristiani..., cit., p M. MARCENARO, Il battistero..., cit., p A. BARTALUCCI - E. CASTORINA ET ALII, Il nuovo Rutilio Namaziano, in «Maia», XXVII (1975), pp. 3-26; N. LAMBOGLIA, Albenga e i nuovi frammenti di Rutilio Namaziano, in «Rivista Ingauna e Intemelia», XXXI-XXXIII ( ), n. 1-4, pp.32-38; F. DELLA CORTE, Rutilio Namaziano ad Albingaunum, in «Romanobarbarica», 5 (1980), pp ; ID., La ricostruzione di Albingaunum ( ), in «Rivista di Studi Liguri», L (1984), n. 1-4, pp Ph. PERGOLA, Premessa, cit., p R. CAVALLI, Il paleocristiano: tre città vescovili. IV-VI sec., in La scultura a Genova e in Liguria dalle origini al Cinquecento, Genova 1987, p Cfr. A. D E PASQUALE, La scoperta delle antichità ingaune.storiografia antichistica, collezionismo archeologico e produzione artistica d ispirazione classica tra tardo-rinascimento e pre-neoclassicismo, Imperia 1994, p M. MARCENARO, Il battistero..., cit., p B. MASSABO, I Tesori del Centa la scoperta delle grandi terme pubbliche di Albingaunum e del complesso di San Clemente, Albenga 2002, pp ; ID., Albingaunum Itinerari archeologici di Albenga, cit., pp R. TOSO D ARENZANO, Romolo, vescovo di Genova, santo, in «Bibliotheca Sanctorum», vol. XI, Roma 1968, coll ; E. BERNARDINI, San Remo storia e anima di una città, Novara 1987, p. 56. Sulla "bauma" di S. Romolo cfr. N. CALVINI, Antiche vicende della bauma, in Un cinquantennio di attività per la storia del Ponente ligure, vol. I, Imperia 1996, pp

8 Matuciana, per coadiuvare il suo «corepiscopo» Ormisda nell evangelizzazione di quel territorio o, secondo un altra versione, per allontanare il giovane diacono da Genova perché non montasse in superbia. Questo «corepiscopo», cui hanno dato credito il Ferretto ed altri 32, rappresenta un problema per la storia degli istituti canonici. La sua effettiva esistenza nella Villa Matuciana, infatti, sarebbe un apax legomenon, un caso atipico nella storia della Chiesa in Liguria e nell Italia settentrionale, non essendo altrimenti documentata la posizione giuridica di questa figura ecclesiastica in Occidente, se non in ambiente franco, in Baviera, in Irlanda e in Scozia. Altri due casi analoghi, con tutti i dubbi che portano, si riscontrano, l uno solo nell agiografia cinquecentesca di p. Arcangelo Caraccia da Rivalta, relativa a S. Baudolino, monaco vissuto verso la metà dell VIII sec. presso il romitorio di S. Maria a Villa del Foro (diocesi di Acqui), che il vescovo Tito avrebbe creato «Corevescovo, titolo paragonabile al Vicario Foraneo» 33 ; l altro nell ipotesi del Lamboglia, derivata dalla lettura dell epigrafe mutila di Teodoro reperita a Noli nella cattedrale di San Paragorio, in cui riteneva che «già nel VI-VII sec. a Noli vi fosse un corepiscopo», prova evidente dell esistenza di una comunità cristiana fiorente, di cui sono segno il battistero e la pieve affiorati durante gli scavi. In questo caso, tuttavia, una rilettura dell epigrafe con l esame di documenti ha portato Franco Ferretti a formulare l ipotesi che il Teodoro dell epigrafe non fosse un corepiscopo, «bensì un vescovo di Coira nella Rezia, il quale, costretto all esilio, per un diretto intervento di papa Gregorio Magno sarebbe stato convinto dal suo metropolita milanese Deusdedit ( ), profugo nella sede genovese, ad accettare di dimorare a Noli 34. In realtà, come già si erano avveduti i Bollandisti nel caso di S. Romolo a Sanremo, e come ora si può anche affermare di Teodoro a Noli, non di un corepiscopo si trattava, ma di un «coepiscopo», cioè di un confratello nell episcopato, termine peraltro già ricorrente nell epistolario leoniano 35. Nella Villa Matuciana, dunque, il diacono Siro avrebbe incontrato Ormisda, coepiscopum ordinatum a B. Felice Praesule 36. Presso la tomba di questo vescovo effettivo, nella chiesa di S. Siro, venne poi sepolto il vescovo Romolo, il cui sepolcro è indicato dalla tradizione agiografica in arca tophea prope beatum Ormisdam 37. In questo caso, tuttavia, Ormisda non sarebbe un vicario per la campagna inviato dal vescovo di Genova quale suo rappresentante nel Ponente, ma un vescovo di Albenga vissuto prima di Quinzio e morto nella Villa Matuciana. Non è pensabile, infatti, che in un epoca in cui il metropolita milanese era privo (per usare un termine d età successiva) di vescovo suffraganeo o ausiliare, questa figura canonica esistesse in una diocesi soggetta alla sua giurisdizione metropolitana. 32 V. PROMIS, Leggenda ed Inni di S. Siro, in «Atti della Società Ligure di Storia Patria», X (1878), fasc. IV, p. 368; A. FERRETTO, I primordi e lo sviluppo del Cristianesimo..., cit., pp , 149; S. CANEPA, Scoperte e restauri nella chiesa di S. Siro in Sanremo, in «Rivista Ingauna e Intemelia», n.s., IV (1949), n. 1-4, p Cfr. P. RAVERA, I Vescovi della Chiesa di Acqui dalle origini al XX secolo con cenni storici sulla comunità cristiana ed il suo territorio, Acqui Terme 1997, p L. VIVALDO, L antica Diocesi di Noli Aspetti storici e artistici, Regione Liguria Quaderni del Catalogo dei Beni Culturali, Genova 1986, p. 9 (con bibliografia di riferimento). 35 Ad es., nella già citata lettera sinodica del 451, indirizzata da Eusebio di Milano e dai vescovi dipendenti dalla sua metropolìa al papa Leone, il termine si legge ripetutamente: «Admonitis ergo fratribus et coepiscopis mei...; sanctus frater et coepiscopus Abundantius...; sancto fratre et coepiscopo nostro Ceretio...; per fratrem et coepiscopum Cyriacum». 36 Acta Sanctorum, Tomo V, Venetiis 1744, p. 481: «Sacerdos [Felix] praefatum ministrum sanctum [Syrum] ad exilium destinavit. Quod vir Dei non aegre ferens, iussu Patris, laetus ad locum qui vocatur Matutiana perrexit. Ibique inveniens Hormisdam coepiscopum ordinatum a B. Felice Praesule supradicto, honorifice ab eo susceptus est». Cfr. anche Santuario dell Alma città di Genova, Genova 1613, p. 150; F. LANZONI, Le diocesi d Italia dalle origini al principio del sec. VII (604), Faenza 1927, p R. TOSO D ARENZANO, Romolo..., cit., col. 363; U. FORMENTONI, Storia di Genova, vol. II, Milano 1941, p. 62; S. CAMERA, Scoperte e restauri..., cit., pp

9 Questa tradizione, peraltro, ci consente di ipotizzare l esistenza, almeno dalla fine del V inizio del VI sec., di una chiesa paleocristiana dedicata a S. Siro, mentre la stessa legenda relativa alla presenza di S. Siro nella Villa Matuciana può essere ricondotta al tentativo di supportare i diritti di proprietà e di giurisdizione vantati dal clero genovese su quelle terre a partire dal X sec. 38. Per l iscrizione dei martiri conservata nel battistero di Albenga e per tutte le problematiche connesse, rimando ai più recenti studi del Marcenaro e di altri 39, solo osservando che anche da questo elenco di santi si ricava la dipendenza della diocesi ingauna dalla metropolìa milanese. Tra i successori del vescovo Quinzio di Albingaunum l epigrafia ci consente di inserire ancora nel V sec. un Benedictus episcopus, che in precedenza era stato assegnato al VI sec. 40 e che risulta più sicuro del Gaudentius che l Ughelli ritiene abbia partecipato al concilio romano tenuto al tempo di papa Ilario nel Al periodo bizantino ci riportano gli Acta Sancti Martiriani Episcopi et Martiris, noti in Italia dal 1969 ed analizzati dal Lamboglia in uno studio apparso postumo 42. Se le notizie attendibili contenute nella lectio agiografica liturgica si riducono a ben poca cosa, tuttavia l analisi interna, supportata soprattutto dalla filologia, dall onomastica e dalla toponomastica, consente una collocazione di S. Martiriano e del suo predecessore Iuncius tra il 550 e il (39). In modo analogo, dalla Vita Sancti Verani, che non fu vescovo di Albenga ma un evangelizzatore itinerante, conosciamo il nome di un altro vescovo albenganese, Honoratus, che gli storici del passato assegnavano al , ma che deve essere post-datato di circa due secoli 45, a meno che non si debba riconoscere in questo vescovo (peraltro senza riscontri) il metropolita milanese Onorato, che dopo l occupazione longobarda di Milano (3 settembre 569) risiedeva a Genova 46. In entrambi i casi, tuttavia, dal racconto agiografico viene affermata l evangelizzazione dell entroterra albenganese fin oltre il giogo dei monti (l Ingaunia interna e gli Epanterii o Ligures Montani), che può collegarsi ad una fase di evangelizzazione successiva ad una prima suddivisione del territorio diocesano in pievi, di cui abbiamo un chiaro riscontro archeologico nella chiesa e battistero di S. Pietro a Costa Balenae (Capo S. Siro o Capo Don) presso Riva Ligure Si veda in proposito G. ROSSI, Storia della Città di Sanremo, Sanremo 1867, p. 78; T. O. DE NEGRI, Storia di Genova, Milano 1968, p M. MARCENARO, Santi di culto ambrosiano nel battistero di Albenga, in Atti del convegno di studi sui Ceti dirigenti nelle istituzioni della Repubblica di Genova (Genova Giugno 1987), «La Storia dei Genovesi», vol. VIII, Genova 1988, pp ; Il battistero..., cit., pp ; D. MAZZOLENI, L iscrizione del Battistero di Albenga, in «Rivista di Studi Liguri», LIII (1987), n. 1-4, pp G. MENNELLA, Albingaunum, in G. MENNELLA - G. COCCOLUTO, Regio IX, Liguria reliqua trans et cis Appenninum, Inscriptiones Christianae Italiae, 9, Bari 1993, p.24; M. MARCENARO, Il battistero, cit., p G. SEMERIA, Secoli cristiani..., cit., pp ; M. MARCENARO, Il battistero..., p. 82, n N. LAMBOGLIA, Un Vescovo di Albenga sconosciuto: S. Martiriano, in «Rivista Ingauna e Intemelia», XXVIII- XXX ( ), n. 1-4, pp CALZAMIGLIA, L isola Gallinaria..., cit., p Cfr. PANERI, Sacro, e vago Giardinello, t. I, f. 66 v.- 67 v. e F. UGHELLI, Italia Sacra sive de Episcopis Italiae et insularum adiacentium, vol. IV, Romae 1719, col Per S. Verano, vescovo di Cavaillon in Francia, morto dopo i l 589, cfr. G. SEMERIA, Secoli cristiani..., cit., p. 360; P. B. GAMS, Series Episcoporum Ecclesiae Catholicae, Ratisbonae 1873, p. 810; R. AMIET, Verano, in «Bibliotheca Sanctorum», voi. XII, Roma 1969, coll ; CALZAMIGLIA, L isola Gallinaria, pp , con parziale trascrizione della legenda relativa alla sua missione nell Ingaunia, ivi chiamato dal vescovo Onorato. 46 G. PENCO, Storia della Chiesa in Italia, vol. I, Milano, Iaca Book, 1978, pp ; G. VIGOTTI, Milano metropoli ecclesiastica, cit., p. 70; R. PAVONI, Liguria medievale Da provincia romana a stato medievale, Genova 1992, p N. LAMBOGLIA, Topografia storica dell Ingaunia nell antichità, «Collana storico-archeologica della Liguria occidentale», II, n. 4, Albenga 1933, pp ; P. VERZONE, Vasca battesimale scoperta ad Arma di Taggia (Imperia), in «Rivista di archeologia cristiana», XVI (1938), p. 340; N. LAMBOGLIA, Nuovi scavi a Taggia e a San Remo, in «Rivista di Studi Liguri», VIII (1942), n. 1, pp ; Ph. PERGOLA - P. BATTISTELLI ET ALII, Nuove ricerche sul complesso paleocristiano tardo antico di Capo Don a Riva ligure, in «Bollettino d arte», LXXVI (1989), n. 55, pp ; A. DE PASQUALE, Scoperte archeologiche romane a Capo Don (Riva Ligure) attraverso la relazione 10

10 E sconosciuto il nome del vescovo di Albenga, che nel 552, con tutti gli altri vescovi della Liguria (intesa qui come metropolìa del vescovo di Milano), dell Emilia e della Venezia, si pose a fianco del metropolita Dazio e del papa Vigilio, dichiarando la propria contrarietà alla condanna dei Tre Capitoli, cioè delle dottrine di Teodoro di Mopsuestia, Teodoreto di Ciro e Ibas di Edessa, accusati di nestorianesimo. La condanna si ebbe nel 553 da parte del concilio Costantinopolitano II per volere dell imperatore Giustiniano, che fu avallata obtorto collo e con riserve da papa Vigilio ( ). E tuttavia interessante la posizione di questo, come degli altri vescovi, che si dimostrano reattivi - almeno in campo dogmatico (ma sappiamo quanto religione e politica fossero un tutt uno) - nei confronti della pesante invadenza e pressione che la dominazione imperiale bizantina esercitava sulla regione 48. Tralascio volutamente di parlare della diffusione del monachesimo, che - peraltro già autorevolmente trattata 49 - ci porterebbe troppo lontano. Ricordo, invece, per la seconda metà del VII sec. la presenza del vescovo Bono di Albenga al concilio provinciale di Milano del 679, indetto dall arcivescovo Mansueto, su invito del papa Agatone, con funzione preparatoria del sinodo patriarcale romano del 680, in cui i vescovi dell Occidente espressero la dottrina cattolica contro l eresia del monotelismo, che venne condannata nello stesso anno dal concilio ecumenico Costantinopolitano III. Il vescovo albenganese vi si sottoscrive nel modo seguente: «Bonus episcopus sanctae ecclesiae Albingaunensis, in hanc suggestionem, quam pro apostolica nostra fide unanimiter construximus, similiter subscripsi» 50, mentre il vescovo Ioannes di Ventimiglia si differenzia per la formula humilis episcopus 51. Un particolare interesse riveste, ai nostri fini, la Chronica del monastero di S. Pietro in Varatella, di cui riporto il passaggio essenziale: «Deinde pervenit unus episcopus cui nomen Desiderius qui consecravit basilicam predictam in honorem beati Petri Apostoli octavo kalendas marcias et collocavit in ea pignora sanctorum multa». Conseguentemente, riteniamo che, in epoca indefinita tra dominazione bizantina e longobarda, un vescovo di Albenga, il vescovo Desiderio, abbia consacrato una piccola chiesa sul monte Varatella, che solo in età carolingia («Postea venit Karolus Magnus Imperator...») divenne un potente monastero, con ampi possedimenti nella parte orientale della diocesi di Albenga (Toirano, Loano e Borgio), nel suo entroterra (l attuale Val Neva fino a Conscente) e oltre il giogo (Calizzano, Bardineto, Garessio e Mombasiglio) 52. Interessa segnalare che la Cronaca - che costituisce il più importante documento di fonte altomedievale del territorio di Albenga - offre la prima indicazione scritta della suddivisione diocesana in pievi, quando riferisce che con la donazione carolingia veniva assegnata al monastero di s. Pietro anche la chiesa plebana di Loano: «una plebe in honore sancte Marie et sancti Ioannis situata in loco qui Lovenis vocatur». Riusciamo così ad identificare, in età altomedievale, almeno tre pievi battesimali, oltre alla pieve che faceva capo alla sede vescovile di Albenga: Loano ad oriente di Albenga, la Costa Bellenae (o Balenae), documentata ottocentesca del canonico Lotti, in «Bollettino della Comunità di Villaregia», IV-V ( ), pp Infine, rimando al contributo offerto in questo convegno da G. MARTINO, Siti rustici e suburbani di epoca romana nel Ponente: nuovi elementi per la conoscenza, pp G. VIGOTTI, Milano metropoli ecclesiastica, pp ; R. PAVONI, Liguria medievale..., cit., pp J. COSTA RESTAGNO, Diocesi di Albenga, in Liguria Monastica, Italia benedettina, II, Cesena 1979, pp Rimando anche al già cit. saggio: L isola Gallinaria e il suo monastero, di cui qui viene presentata una sintesi. 50 Ph. LABBEUS, Sacrosancta Concilia ad regiam editionem exacta, t. XI, Parisiis 1671, p. 307; P. F. KERK, Regesta Romanorum Pontificum, vol. VI, pars II, Pedemontium-Liguria maritima, Berolini 1914, p LABBEUS, Sacrosancta Concilia, cit., p Al vescovo Giovanni, con il quale compare per la prima volta al concilio provinciale il presule della diocesi di Ventimiglia, successe Lucio, che avrebbe consacrato la chiesa di S. Lazzaro di Tenda nel 690: cfr. G. ROSSI, Storia di Ventimiglia..., cit., p e, con minime varianti, G. BELTRUTTI, Briga e Tenda Storia antica e recente, Bologna 1954, p N. LAMBOGLIA, L alta Val Bormida nell età romana,in «Rivista Ingauna e Intemelia», XX (1965), n. 1-3, pp. 3-6; G. BALBIS, Val Bormida medievale. Momenti di una storia inedita, Cengio 1980, pp

11 dall archeologia, e la pieve di Teco, forse d epoca bizantina, documentata dalla toponomastica, alle quali è da aggiungere la pieve ultramontana di Garessio (plebs Garraxina), forse anche d età antecedente a quella di Teco 53. La prima dipendenza di quest ultima va ricercata nella baselica di S. Maria, che tuttora è toponimo del borgo di Bacelega. A questo proposito, è a mio parere da scartare l interpretazione di Bacelega come «terra pubblica, terra del fisco imperiale» (basiliche ghè), avanzata in tempi recenti 54, che non trova riscontro, al contrario dell altra, nella toponomastica dell alta Italia, dove - seguendo il sermo rusticus altomedievale - si fa riferimento alla basilica, o, meglio, baselica, cioè alla cappella, chiesa succursale, curata e, comunque, non parrocchiale, che per questo si differenzia dalla plebs, chiesa plebana, pieve, parrocchia 55. Di un solo vescovo del IX sec. ci è stato tramandato il nome: S. Benedetto, che la tradizione vuole monaco benedettino, morto santamente nell anno 900. La sua memoria rimase in venerazione e il suo culto risulta registrato nella rubrica De draperiis degli antichi statuti comunali di Albenga 56, in un messale del XIII sec. con oremus proprio 57, dalla più tarda epigrafe del 1409 posta sul sarcofago che ne racchiudeva le spoglie dopo la traslazione dalla tomba precedente, e dalle tarde memorie del primo Seicento 58. Non intendo addentrarmi, al momento, nella discussione sui confini della diocesi di Albenga. Poiché, peraltro, uno studio dei confini diocesani, plebani e parrocchiali di questa diocesi della Liguria di Ponente non è ancora stato fatto nella sua globalità territoriale e complessità temporale 59, rimando ad uno specifico prossimo contributo. Non è una novità infatti che, ad esempio, non sono tuttora perfettamente coincidenti con i confini regionali i territori diocesani di Ventimiglia e di Albenga sul lato sinistro del Tanarello: appartengono, infatti, alla diocesi di Ventimiglia le parrocchie piemontesi di Briga Alta (Piaggia) e di Upega con la cappellania di Carnino, mentre la diocesi di Albenga ha ancora giurisdizione sugli alpeggi dei comuni di Cosio d Arroscia, Mendatica, Montegrosso Pian Latte e Pornassio, che sono contigui al territorio di Upega: mi riferisco, in particolare, alle Sause,alle Navette, alle Celle (Selle) e alla Viozenna. Accenno, tuttavia, al più circoscritto problema dell appartenenza o meno del territorio matuzianosanromolese alla diocesi di Albenga, i cui confini ritengo non coincidenti né con il torrente Armea, 53 J. COSTA RESTAGNO, La diocesi di Albenga tra pievi e quartieri. Appunti in margine a due documenti, in «Rivista Ingauna e Intemelia», XXXI-XXXIII ( ), n. 1-4, p. 65; R. G. GASTALDI, Cosio in Valle Arroscia la villa il castrum-burgus la castellania, Genova 1983, pp Così interpreta, dietro suggerimento di G. Pistarino, G. BALBIS, Il castrum bizantino-longobardo e la chiesa di San Nicola a Bardineto, in Miscellanea di Storia Savonese, «Collana storica di fonti e studi», 26, Genova 1978, p. 138, n. 99; ID., Val Bormida medievale..., cit., p. 40. L ipotesi è stata ripresa dubitativamente da R. PAVONI, Liguria medievale..., cit., p. 164 e ripetuta da A. GIACOBBE, La Valle di Rezzo. Panoramica storica presenze artistiche, Imperia 1993, p Così Bacelega in provincia di Imperia (Basérga nel dialetto), Baselga in Val di Magna e in Trentino, Baselica in provincia di Parma e nel Bolognese, Baselica di Pontolo in Val di Taro; altrove come composto: Trebaséleghe nel Padovano, Basélicaduce nel Piacentino e, ancora in provincia di Parma, Basilicagoìano, Basilicanova; e, in ultimo, come termine contratto: Bascapé (basilica Petri) in provincia di Pavia. Cfr. L. L. CALZAMIGLIA, Spigolature minori, in «Il Menabò Imperiese», XII (1994), n. 1, pp Rubr. 45: «...Et non possint dicti draperii nec debeant festivitatibus... reverendorum sanctorum Calozani et Veyrani et Benedicti, quorum corpora in Albingana requiescunt... apothecas tenere apertas nec pannos vendere alicui persone...»: cfr. Gli Statuti di Albenga del 1288, «Collana storico-archeologica della Liguria occidentale», XXVII, a cura di J. COSTA RESTAGNO, Bordighera 1995, pp A. DE FLORIANI, Lezionario, in Il Museo diocesano di Albenga, Bordighera 1982, pp ; R. AMIET, Manoscritti liturgici conservati a Genova, Savona, Albenga e Ventimiglia, in «Rivista Ingauna e Intemelia», XXXIV- XXXV ( ), n. 1-4, n. 1-3, pp Cfr. in merito, lo status quaestionis in L isola Gallinaria e il suo monastero, pp e E. BAUDO, S. Benedetto Revelli Vescovo di Albenga. Un grande Santo del Ponente ligure, Imperia Si veda, in generale, N. LAMBOGLIA, Topografia storica...cit.; J. COSTA RESTAGNO, La diocesi di Albenga tra pievi e quartieri..., cit., pp

12 né con Aqua Sancti Romuli così come individuata dal Lamboglia, ma comprensivi dell intero territorio di San Romolo. In merito, una recente sintetica analisi del problema è stata fatta dal Calvini, che demolisce la precedente tesi del Lamboglia, dalla quale hanno tratto spunto anche gli studi più recenti 60. Poiché, tuttavia, a questa posizione sono stati mossi rilievi ed obiezioni, mi preme sottolineare alcuni aspetti, che ritengo possano avvalorare ulteriormente le argomentazioni del Calvini sulla scorta di osservazioni toponomastiche locali e, più in particolare, della storia degli istituti canonici, che è spesso negletta anche quando si parla di storia ecclesiastica. E un fatto che i vescovi di Genova avevano in Matutianensibus et Tabiensibus finibus un ampio possedimento, documentato dai noti atti degli anni Il vescovo Teodolfo riferiva, nel 980, che «temporum vario sucedente curso, a paganis Sarracenis res nostre ecclesie vastate et depopulate et sine habitatore relicte sunt ecclesie in Matutianensibus et Tabiensibus finibus que olim cum decimis et redditibus, nostre ecclesie subiciebantur imperio» 61. Se dunque vogliamo dare piena attendibilità a questo documento 62, Teodolfo ricuperò i diritti della sua Chiesa in quei territori, che erano stati devastati a più riprese dai Saraceni fin dall 838. Questo patrimonium della Chiesa genovese (episcopatus sancti Siri) nel Ponente ligure, almeno fino al 1131, si connota come un feudo beneficiale, una proprietà ecclesiastica, in cui anche le chiese, ancorché battesimali, erette su quella proprietà divenivano cosa propria (ecclesia propria) del vescovo amministratore di quel particolare patrimonio, che egli aveva la piena potestà di vendere, dare in eredità o farne donazione. Il clero necessario al culto era considerato un impiegato privato, che poteva essere assunto e dimesso a piacere. Solo in questo contesto si può affermare che la Chiesa genovese esercitasse la cura d anime nella Villa Matuciana; ma da ciò non può dedursi che il vescovo di Genova, oltre l ampia proprietà fondiaria sulla quale ottenne successivamente una limitata giurisdizione (1038) ed infine la signoria su tutto il territorio di San Romolo (1131), avesse anche la giurisdizione ecclesiastica. Il vescovo genovese, infatti, null altro era se non un signore feudale, peraltro subordinato - almeno inizialmente - nel comitato ventimigliese. Egli poteva scegliere il clero per la chiesa di S. Siro, poteva disporre come fece il vescovo Sabatino - la traslazione delle reliquie di S. Romolo a 60 N. LAMBOGLIA, Il più antico confine diocesano tra e Ventimiglia, in «Bollettino della Società Storico- Archeologica Ingauna e Intemelia», I, n. 1-2, 1934, pp ; V. DONETTI, Sopra una lapide romana ed un confine, in «Giornale Storico e Letterario della Liguria», 1941, fasc. I, p ; N. LAMBOGLIA, Postilla Bussanese, in «Rivista Ingauna e Intemelia», VII (1941), n. 2-3, p. 139; ID., Il confine diocesano tra Albenga e Ventimiglia nel territorio di San Remo, ivi n.s., II (1947), n. 2, pp ; ID., Esplorazioni archeologiche e storico-topografiche sui monti di Sanremo, ivi, n.s., X (1955), n. 1, pp. 1-10; J. COSTA RESTAGNO, La diocesi di Albenga tra pievi e quartieri..., cit., p. 69; R. PAVONI, Liguria medievale..., cit., pp ; N. CALVINI, L antico confine tra le diocesi di Albenga e Ventimiglia, in «Il Menabò Imperiese», X (1992), n. 2, pp ; R. PAVONI, Ventimiglia dall età bizantino-longobarda al comune, in «Rivista Ingauna e Intemelia», n.s., XXIV - XXV ( ), ma 1995, p N. LAMBOGLIA, Esplorazioni archeologiche..., cit., p. 5; N. CALVINI, Sanremo mille anni fa, Sanremo 1979, pp E certo che nei secoli IX-X, con l invasione araba del Ponente ligure e del Piemonte, i Saraceni avevano creato degli insediamenti stabili in terra cristiana, da cui poter raggiungere con ripetute scorrerie anche i più alti passi alpini, seminando dovunque devastazione e morte. Se più spesso le fonti mettono in rilievo il violento contrasto tra gli invasori e gli autoctoni, vale la pena di ricordare ciò che in seguito è stato volutamente rimosso dalla memoria storica collettiva, e cioè che da quel terribile scontro ebbe origine un incontro di culture. Nel tempo, infatti, accadde che diversi Saraceni non si dedicarono più alle scorrerie, ma preferirono guadagnarsi il cibo quotidiano, lavorando i campi abbandonati dagli indigeni. Forse per la necessità di integrarsi e di non essere additati come diversi, alcuni di loro si mescolarono del tutto ai locali, perdendo poco alla volta le caratteristiche peculiari della propria razza e si lasciarono assimilare dai nostri antenati, dai quali furono conquistati alla religione cristiana. Gli altri rientrarono in terra musulmana (es. la Spagna e l Africa settentrionale) o furono perenti. 62 Peraltro posta in dubbio con buoni argomenti: cfr. B. LUPPI, I Saraceni in Provenza in Liguria e nelle Alpi occidentali, «Collana Storico-Archeologica della Liguria Occidentale», X, Bordighera 1973, p , 58-59, 92-93, 106,

13 Genova (essendo proprietà della sua Chiesa), ma non aveva alcun potere di ordine e di giurisdizione ecclesiastica propria. Se non vogliamo nasconderci dietro la foglia di fico della mancanza di documenti attestanti la giurisdizione episcopale del vescovo di Albenga sul territorio di San Romolo prima del , non è provato in alcun modo che il vescovo di Genova abbia posto atti di giurisdizione ecclesiastica in quella località. Non prova la giurisdizione ecclesiastica (episcopale) neppure la riscossione delle decime e degli altri redditi del patrimonio. Infatti, l atto con cui, nel 980, il vescovo di Genova Teodolfo concede ai suoi canonici (i preti cardinali) 3/4 dei frutti delle decime e dei redditi delle terre di San Romolo, riservandosi la quarta parte, non prova che egli avesse in loco una giurisdizione ecclesiastica superiore a quella del parroco e, come tale, egli regge quelle pievi unitamente al capitolo della sua cattedrale, cui è peraltro demandata la cura d anime mediante i ministri, rettori o cappellani, eletti da questo. In presenza, dunque, di un possedimento feudale con "chiesa propria", non fa meraviglia che la suddivisione dei redditi decimali, stabilita dal concilio di Nantes, non venga rispettata, ma trattenuta a proprio vantaggio anche in considerazione del fatto che sui canonici gravava l onere del servizio pastorale in San Romolo per se vel per alium 64. In questo atto, invero, è ben più importante rilevare che era ormai iniziato nella diocesi di Genova quel processo che portò poi alla suddivisione dei beni dell episcopatus in beni vescovili e beni capitolari {mensa episcopalis / mensa capituli), che diede origine alla nuova istituzione della prebenda canonicale 65. Del resto, le composizioni di liti sorte in vari tempi circa le decime tra gli abitanti di San Romolo e il prevosto di S. Lorenzo di Genova indicano trattarsi di una tassazione diversa dalla riscossione della decima ecclesiastica (quarta episcopi), che nel 1153 il vescovo di Albenga Odoardo appaltò ad Anselmo de Quadraginta, relativamente ad una trentina di chiese dipendenti dal potere temporale di vari signori feudali, tra le quali rientrava la chiesa di S. Siro di San Romolo 66. Rilevo, peraltro, che una prova esterna di quanto vado argomentando ci viene dalla Chronica del grande monastero di S. Pietro in Varatella, che era stato assoggettato al vescovo di Albenga (humiliavit Rex ad Episcopatum) 67, come lo era quello della Gallinaria fino all esenzione dalla giurisdizione vescovile, ottenuta dal papa Benedetto IX nel 1044, quando l abbazia divenne nullius dioecesis, con la sola riserva al vescovo di Albenga degli atti che implicavano il carattere episcopale, quali la consacrazione di chiese ed altari, le ordinazioni sacre e la benedizione dell abate 68. Similmente troviamo una ulteriore prova certa della giurisdizione spirituale del vescovo albenganese sul territorio di San Romolo nell atto dell 11 marzo 1142, in cui il vescovo di Albenga Ottone, concedendo all abate del monastero di S. Stefano di Genova le chiese di S. Stefano 63 Data che anche il Pavoni ritiene si possa «in una certa misura anticipare per il riferimento ai predecessori del vescovo Ottone»: cfr. Ventimiglia dall età bizantino-longobarda al Comune, cit., p. 117, n. 36. G. GROSSI, Osservazioni sulla Storia della città di San-Remo per Gerolamo Rossi Oneglia 1867, Sanremo 1867, pp Il Concilio di Nantes del 658 aveva stabilito che il reddito dei patrimonio ecclesiastici doveva essere diviso in quattro parti, di cui una spettava alla Chiesa proprietaria del patrimonio, la seconda al vescovo, la terza al clero addetto alla chiesa e la quarta ai poveri: cfr. C. I. HEFELE - H. LECLERQ, Histoire des Conciles, III/1, Paris 1909, p Circa la decima che veniva esatta dai parroci delle chiese battesimali e dai proprietari delle chiese proprie cf. H.M. STAMM, Historia Institutorum Canonicorum, Romae 1981, pp (pro manuscripto); C. ANDRESEN - G. DENZLER, Decima, in «Dizionario storico del Cristianesimo», Cinisello Balsamo 1992, pp A. DUMAS, I capitoli delle cattedrali, in E. AMANN - A. DUMAS, L età feudale. La Chiesa del particolarismo ( ), «Storia della Chiesa», VII, Torino 1973, pp N. CALVINI, Il feudo di Lingueglietta e i suoi statuti comunali (1434), Imperia 1986, p G. BELTRUTTI, La Certosa di Toirano, «Analecta Cartesiana», 101, Salzburg, Institut für Anglistik und Amerikanistik Universität Salzburg, 1982, p CALZAMIGLIA, L isolla Gallinaria, cit., pp

14 di San Romolo e di S. Stefano di Villa Regia, delegava al cappellano della chiesa di S. Stefano in San Romolo la facoltà di ascoltare le confessioni dei moribondi 69. E così ancora quando, il 18 agosto 1145, il papa Eugenio III confermò all abate del monastero di S. Stefano di Genova i beni e le chiese che questo possedeva a Villa Regia e a San Romolo, vennero riservati al vescovo diocesano il diritto di interdetto e la canonica iustitia (la decima episcopale), come pure veniva riservata al parroco la iustitia parochialis ecclesie o diritto di stola nel caso di sepoltura dei fedeli nelle chiese dipendenti dal monastero. Al vescovo veniva riconosciuto ancora il diritto a percepire la decima dagli abitanti di quei territori, con la chiara esenzione dei monaci: «laborum quoque vestrorum, quos propriis sumptibus colitis, decimas a vobis exigi omnimodis prohibemus» 70. In relazione a questa bolla, tuttavia, stilata com è tuis petitionibus annuentes, sorge il motivato sospetto che la petizione dell abate Giovanni sia viziata da surrezione, se non peggio da orrezione, in quella parte in cui sembra evincersi che, per l elezione o rimozione dei ministri, tutte le chiese dipendenti dall abbazia (comprese, quindi, quelle di Villa Regia e San Romolo) fossero soggette alla giurisdizione spirituale dell arcivescovo di Genova, il quale - trovandosi a Viterbo, dove risiedeva allora il pontefice - sottoscriveva la bolla dopo i cardinali di Curia: «Ita videlicet ut cum a te vel tui successoribus prefati sacerdotes fuerint electi, Ianuensi archiepiscopo presentatur et curam animarum ab eo recipiant, sibi quidem de spiritualibus tibi vero de temporalibus responsuri» 71. La posizione delle chiese ponentine dell abbazia di S. Stefano, infatti, non era quella descritta dalla bolla pontificia né in antecedenza, come risulta dall atto del 1142, né successivamente, come risulta dagli atti del 1153, 1171 e 1206, con i quali i vescovi di Albenga infeudavano la riscossione delle decime vescovili ai conti di Linguilia, e come ancora si deduce dalla sentenza arbitrale del vescovo di Savona Pietro, delegato apostolico nella controversia tra l arcidiacono albenganese e l abate Guido di S. Stefano circa l assolvimento del precetto festivo (con i conseguenti diritti parrocchiali) da parte degli uomini di Villa Regia 72. Se, dunque, era tale la situazione nel XII e XIII sec., nulla apporta alla discussione sul confine della diocesi tra Albenga e Ventimiglia l analisi del diritto di elezione e di rimozione dei presbiteri destinati al servizio delle chiese soggette al monastero. Esso è riconosciuto dalla bolla pontificia del 1145 e vigeva ancora nel 1348, quando si fece l elezione del preposito della collegiata di S. Siro di San Romolo, cui concorsero il prete Bartolomeo Clerico di Esa, cappellano della chiesa di S. Stefano, (al quale l arcivescovo di Genova Iacopo da Varagine aveva ceduto la sua voce nell atto di alienazione di San Romolo ai Doria nel 1297), e il prete Domenico Gasdia, canonico deella cattedrale di Albenga, sul quale tanto si è elucubrato 73. Riguardo a quest ultimo, a mio parere, non è necessario andare alla ricerca assurda di una pieve amministrata in condominio giurisdizionale, o retta per accordi compromissori tra due episcopati confinanti, per spiegare il cumulo di benefici ecclesiastici di cui era investito Domenico Gasdia. Questi, infatti, semplicemente non era esente da uno dei mali più gravi dell istituzione beneficiale del medioevo, appunto il cumulo dei benefici, già condannato dai canoni 13 e 14 del concilio Lateranense III (1179), prassi che tuttavia si mantenne in vigore, seppure con severe restrizioni, ben oltre la conclusione del concilio Tridentino (1564). Domenico Gasdia non era di origine albenganese, come supposto dal Lamboglia 74, ma apparteneva a una famiglia di San Romolo tanto in vista da dare il nome alla piazza antistante alle sue abitazioni; la platea Gasdiorum,infatti, è citata in un atto del notaio Giacomo Sapia del 3 aprile 1351, dove troviamo tra i testimoni il cittadino Pellegrino Gasdia. Lo stesso Pellegrino e Luca Gasdia, il N. CALVINI - A. SARCHI, Il principato di Villaregia, Sanremo 1977, p CALVINI - SARCHI, Il principato di Villaregia, pp CALVINI - SARCHI, Il principato di Villaregia, p CALVINI - SARCHI, Il principato di Villaregia, pp Cfr. nota N. LAMBOGLIA, Il confine diocesano tra Albenga e Ventimiglia... cit., p

15 marzo 1359, facevano procura con altri uomini del comune affinché quattro sindaci potessero contrarre un prestito per pagare la somma stabilita come quota di compartecipazione con il comune di Genova per l acquisto dei diritti che Cassano Doria, Accellino Doria e Angelina Clavesana, vedova di Raffaele Doria, avevano sul castello di San Romolo. Ma già il 20 ottobre 1319 Gabriele Gasdia era tra i consiglieri del comune presenti nel capitolo di San Romolo al giuramento che Giovanni Mansella, capitano delle milizie, prestava a nome del re Roberto di Napoli 75. Paolino Gasdia, peraltro, è presente come testimone all atto di elezione del prete Salvino Razio a preposito di S. Siro, rogato il 25 febbraio Proprio da questo documento risulta che Domenico Gasdia era preposito della cattedrale di Ventimiglia, dove si trovava già in tale ufficio almeno dal 1344, se non dal , e che contemporaneamente era pure canonico di S. Siro a San Romolo. Se poi, come pare, si deve fissare tra il 1345 e i l 1348 l elenco delle riscossioni della talea domini legati, di cui fu collettore nella diocesi di Albenga il canonico Bonifacio Baamonte 77, il Gasdia era anche titolare di un canonicato nella cattedrale di Albenga, figurando tra gli insolventi per quella tassazione. Risulta, infatti, che tra i canonici della cattedrale di S. Michele dominus Dominicus Gasdia non solvit s. XIIII d. II, ed ancora: «Ut infra sunt restantes qui non solverunt: Primo Dominicus Gasdia canonicus Albingane pro lib. X» 78. Infine, riguardo all improbabile divisione del piviere di San Romolo fra le diocesi di Albenga e Ventimiglia, mi pare sia necessario non ripartire dal frammentario documento processuale del 1313 o 1315, in cui il Lamboglia afferma «che l aqua Sancti Romuli, confine medioevale tra i due vescovati secondo i documenti, è, alla lettera, il torrente S. Romolo» 79, bensì dall atto del 30 marzo 1286, con il quale Lanfranco, vescovo di Albenga, cede le decime ed altri diritti a Lanfranco Spinola «in omnibus castris locis et villis seu burgis sitis ab aqua sancti romuli usque ad aquam finarii et a iugo usque mare» 80. Se è vero, infatti, che l aqua Sancti Romuli è al riguardo un indicazione topografica inequivocabile, non è altrettanto evidente che quest aqua corrisponda al torrente S. Romolo della moderna cartografia. L identificazione fatta dal Lamboglia (aqua Sancti Romuli = torrente S. Romolo) è viziata dall aver fatto coincidere due toponimi distanti tra loro nel tempo di centinaia d anni: il torrente S. Romolo, infatti, non trova luogo in carte, disegni o tipi geometrici neppure a metà del Settecento, durante e dopo i rilevamenti del Vinzoni e di altri. Viceversa, l aqua è termine corrente nel medioevo per indicare i corsi d acqua, di portata ed importanza minore del flumen, che venivano denominati dalla città o paese nei cui pressi scorrevano: abbiamo così, nella Liguria di Ponente, l aqua Finarii, il flumen Arocia, l aqua Unelie, l aqua Civetie, il fluvius Tobia (o Tavia), l aqua (o fluvius) Armedana, l aqua Sancti Romuli, il flumem Rodorie. Da qui si evince che l aqua Sancti Romuli altro non è che il corso d acqua che identificava i fines Sancti Romuli e non il torrente o rio S. Romolo. Anzi, un chiaro indizio consente di escluderlo. 75 Cfr. A. CANEPA, Sanremo. I nomi delle Vie, Piazze, Quartieri, Porte, Capi e di alcune regioni, Sanremo 1931, p. 33. Per la transazione con i Doria cfr. G. ROSSI, Storia della città di Sanremo, Sanremo 1867, pp In tale anno, infatti, viene citato in un atto di donazione fatto ai canonici della cattedrale di S. Maria di Ventimiglia. È comunque probabile che sia succeduto nella prepositura al canonico Giorgio Belvi, morto nel 1336: cfr. G. ROSSI, Storia della città di Ventimiglia, cit., p J. COSTA RESTAGNO, La diocesi di Albenga tra pievi e quartieri...,cit., pp Ibid., pp Il Lamboglia, invece, sulla scorta delle annotazioni del canonico Leone Raimondi, aveva stabilito la redazione del documento al 1336 (cfr. Il confine diocesano, p. 26), deducendo che l insolvenza del Gasdia fosse dovuta al suo trasferimento a Ventimiglia. 79 N. LAMBOGLIA, Il più antico confine diocesano, pp ; Il confine diocesano... cit., p. 26; Esplorazioni archeologiche,cit., p P. ACCAME, Statuti antichi di Albenga ( ), Finalborgo 1901, p

16 L aqua molto spesso produce una foce : così era ad Albenga 81, a S. Stefano di Villaregia 82 ed anche a San Romolo. Esiste tuttora, infatti, a San Remo la Foce per antonomasia, toponimo che si estende al territorio bagnato dall attuale torrente S. Lorenzo, dove ancora sono visibili i ruderi di una villa romana. Ma il termine è antico e trova un riscontro documentale, seppure tardo, nell atto di vendita di quel territorio, fatto dall arcivescovo di Genova a Oberto Doria e a Giorgio De Mari (8 gennaio 1297) 83. Non è quindi possibile «ritenere che tra il 1038 e il 1142 le Diocesi di Albenga e di Ventimiglia si estendessero fino a incontrarsi sul torrente San Romolo» 84, mentre invece è assai più probabile che i loro confini coincidessero, giusta la descrizione dei documenti del 979, con le terre che il vescovato genovese possedeva al capo e al poggio Pino (Poipino), che per tutto il XIII sec. vengono descritte come appartenenti al territorio della diocesi di Albenga. Valga per tutti l atto di permuta del 1258 tra l arcivescovo genovese e l abate di S. Stefano di Genova, in cui si precisa che la ecclesia Sancti Stephani de castro Sancti Romuli appartiene alla diocesi di Albenga: Albinganensis dioecesis 85. Si può così ritenere che anche il territorio dell antica Colla (l attuale Coldirodi) appartenesse ab origine alla giurisdizione diocesana di Albenga 86. Ritengo, infine, che nulla cambi per la storia dei confini occidentali della diocesi albenganese dall analisi del frammento mutilo di un interrogatorio processuale del 1313, cui da altri si attribuisce una importanza problematica. Tralasciando, infatti, i quesiti volti a verificare se Ventimiglia è situata tra Nizza e San Romolo (il che è indubbio) e se la distanza tra queste due città sia di miliaria XXX (il che è, perlomeno, inesatto), i rimanenti punti dell interrogatorio sembrano convergere ad appurare il confine tra le diocesi di Albenga e di Ventimiglia. Non conosciamo il tenore della risposta, ma, per quanto detto sopra, alla domanda: «Primo interrogatur si diocesis Albinganensis extenditur usque ad castrum Sancti Romuli,comprehenso ipso castro, et ultra versus civitatem Vintimilii per lanceum unius balistae vel per medium miliare vel circa», è giocoforza ritenere che la risposta sia affermativa, rimanendo tutt al più il dubbio sull unità di misura di riferimento 87. Altrettanto si deve argomentare per la domanda seguente: «Item si diocesis Vintimiliensis extenditur usque ad fossatum quod labitur prope castrum Sancti Romuli de versus Vintimilium per medium miliare vel circa». Calcolando, infatti, un mezzo miglio dal fossato di San Romolo (non dall aqua Sancti Romuli) in direzione di Ventimiglia, il confine tra le due diocesi viene a coincidere in una zona più a ponente del nucleo abitato di San Romolo, che è quello da noi indicato nella zona della Foce " o, come si esprime l ultimo documento esaminato, vel circa. Mi limito a questo. Per i secoli seguenti, pur con lacune ed incertezze, la storia della Chiesa di Albenga scorre con maggiore linearità, anche se è auspicabile ed opportuna una nuova opera di rivisitazione, che riteniamo necessaria non solo per tutto il medioevo ma anche per l età moderna. 81 G. PUERARI, Il Capitolo della cattedrale di Albenga nei secoli XIII e XIV, in «Rivista Ingauna e Intemelia», XXXI- XXXIII ( ), n. 1-4, p. 52: «pecia una terre que posita est in plano Albingane, loco ubi dicitur Fux». 82 CALVINI-SARCHI, Il Principato di Villaregia, pp : «iuxta villam Plani Fucis». 83 A. CANEPA, Sanremo... cit., p R. PAVONI, Liguria medievale... cit., p N. CALVINI, L antico confine... cit., p A. CANEPA, Sanremo, pp ; N. CALVINI, Note storiche su Coldirodi ( ), Sanremo 1997, p La balista aveva una gittata massima di circa 700 metri, mentre il miliarium era pari a metri 1478,70: pertanto un lancio di balista e medium miliare rappresentavano una misurazione pressoché equivalente. 17

17 IL MONASTERO DI S. MARTINO ALL ISOLA GALLINARIA: DAL SOGGIORNO DEL SANTO AL PRIMO MONACHESIMO* L isola Gallinaria, perla del Mar Ligure e regno incontrastato del gabbiano reale e di molti altri uccelli terrestri e marini, così chiamata dai Romani per la presenza di numerosissime galline selvatiche, è coperta dalla tipica vegetazione mediterranea, di cui fanno parte ancora specie botaniche ormai estinte sulla terraferma. Non fa perciò meraviglia se, non da oggi, l isola è guardata a vista da quanti hanno a cuore il patrimonio ambientale storico che essa racchiude. Le origini del monastero di S. Martino sull isola Gallinaria risalgono ai primi secoli dell alto Medioevo, sulla scia di una tradizione monastica iniziata dal soggiorno del Santo sull isola intorno agli anni Ma un vero nucleo monastico non è possibile scorgervi o supporvi se non dopo il VI secolo, probabilmente in seguito alla irradiazione del monachesimo lerinese sulle coste liguri. * La presente sintesi è tratta da L isola Gallinaria e il suo monastero, Imperia Gli eremitaggi delle isole tirreniche. Albium Ingaunum, il vetusto oppido dei Ligures Ingauni, sul cui perimetro sorge l odierna Albenga, come può vantare la più antica diocesi cristiana della Liguria occidentale, così presenta tracce di una fondazione monastica insulare, che precorre il successivo grandioso sviluppo del monachesimo benedettino. Mentre, infatti, nell Italia centrale i primi sviluppi dell ascetismo e le prime comunità monastiche si formarono nei centri urbani, nel secolo IV le isole del basso ed alto Tirreno si popolavano di uomini solitari, che vi si rifugiavano per allontanarsi dalle preoccupazioni dell attività politica del decadente impero romano, o per vivere in un colto otium philosophicum, o, più propriamente, per condurre una vita ascetica concepita come servizio a Dio nella preghiera, nella mortificazione e nella segregazione dal mondo. Questa notizia ci è confermata per inciso da S. Gerolamo nella lettera ad Oceano, scritta in occasione della morte di Fabiola, la nobildonna romana da lui convertita e passata a vita eremitica in Palestina. Cito in traduzione: «Roma divenne angusta per la sua pietà. Andava perciò errando per le isole e per tutto il mare Tirreno, per la provincia dei Volsci e per i reconditi nascondigli del sinuoso litorale, nei quali trovano rifugio le schiere dei monaci». Tale è del resto l interpretazione che di questo fenomeno da S. Ambrogio, il quale tesse l elogio della vita eremitica insulare con esaltanti parole: «Che dire delle isole, che il più delle volte (Dio) nascose come perle, sulle quali coloro che rigettano le seduzioni della sfrenatezza profana scelgono, con il fermo proposito della continenza, di vivere ritirati dal mondo e di allontanarsi dai pericolosi anfratti di questa vita? Il mare è dunque il segreto della temperanza, l esercizio della continenza, il ritiro dell austerità, il porto della tranquillità, la serenità del secolo, la moderazione di questo mondo, ed inoltre incentivo di devozione per gli uomini fedeli e devoti affinché i canti dei salmodianti facciano a gara con il suono delle onde che dolcemente si infrangono, le isole applaudano con la bonaccia dei flutti al coro dei santi, risuonino gli inni dei santi». Sia pure a distanza di trent anni, anche l ultimo grande poeta latino pagano, Claudio Rutilio Namaziano, ci offre nel suo De reditu una sicura testimonianza della presenza di eremiti sulle isole tirreniche, anche se si scaglia con terribile invettiva contro di essi, mostrandoci così l abisso di incomprensione che divide l aristocratico pervicacemente pagano da questi uomini religiosi, che per Cristo hanno abbandonato il glorioso patrimonio della civiltà romana: «Nell avanzarsi del mare ormai si innalza Capraia; l isola giace incolta, piena di uomini che fuggono la luce: da se stessi si chiamano, con nome greco, «monaci», perché vogliono vivere solitari senza alcun testimone». La tradizione che in Liguria indica come romitori le isole del Tino, di San Venerio, di Bergeggi e, nella vicina Provenza, l isola di Lérins, non poteva non comprendere anche la Gallinaria, che tra gli anni , per sottrarsi alle persecuzioni degli ariani, S. Martino e un suo compagno avevano scelto come proprio eremitaggio e rifugio sicuro. 18

18 L isola Gallinaria. La Gallinaria, chiamata anche Gallinara o isola di Albenga, è situata nel mar Ligure, fra le coste di Albenga e di Alassio, a 44 01è29 di latitudine Nord e 8 13è39" di longitudine Est da Greenwich e dista circa un miglio dal punto più vicino della spiaggia; ha un altezza di 87 metri sul livello del mare, un perimetro di 1534 metri e una superficie di circa mq. Dal punto di vista geologico, prendendo come punto di riferimento il capo S. Croce, l isola appare formata dalla stessa roccia che costituisce la costa, di cui conserva i caratteri e persino la direzione ed immersione di strati. Questa è classificabile come «una breccia poligenica di cogoli di rocce svariatissime, riferibile in quanto a datazione alla parte dell eocene superiore. Tettonicamente apparisce costituita da una pila di strati uniformemente inclinati, dai quali non si può trarre indizio per la presenza di faglie o altri fenomeni tettonici». Sebbene rocciosa, l isola ha una vegetazione lussureggiante e varia, con cespugli soprattutto lungo il fianco Sud e fitti arbusti ad Est e Nord, e la sua fama è attualmente quella normale della vicina terraferma. In passato, se si presta fede agli antichi scrittori latini, quella era più varia, ma ancor oggi vi si possono osservare ulivi, fichi e carrubi selvatici, ginepri e altre simili piante e fiori propri della cosiddetta macchia mediterranea. L enciclopedico latino Terenzio Varrone Reatino ( a. C.) nel terzo libro del suo De re rustica, trattando de villatica pastione, parla poi della fauna della Gallinaria, fornendone anche l etimologia: «Le galline selvatiche a Roma sono rare e generalmente non sembra che siano mansuete senza la gabbia, simili per l aspetto non a queste nostre galline di fattoria, ma alle africane. Incontaminate per il colore e per l aspetto, si è soliti mettere in vista questa specie di galline nei festeggiamenti pubblici, insieme con i pappagalli e con i merli bianchi, allo stesso modo di altre cose straordinarie. Né generalmente fanno le uova e i pulcini nelle fattorie, ma nelle macchie. Si dice che da queste galline prenda il nome l isola Gallinaria, che è situata nel mare Tirreno vicino all Italia di fronte ai monti Liguri, Ventimiglia e Albenga; altri dicono che l isola prenda il nome da queste galline di fattoria portate dai marinai, ivi procreate e divenute selvatiche». Anche Lucio Moderato Columella (I sec. d. C.) nella sua diligente raccolta di informazioni su tutta la vita dei campi, a riguardo delle diverse specie di galline dice: «è poi per lo più solito da parte del contadino l allevamento delle galline. E di queste c è la specie da cortile, quella campestre e quella africana. La gallina da cortile è quella che ordinariamente si scorge in quasi tutte le fattorie; la gallina campestre [che si tratti del fagiano?], non dissimile da quella da cortile, è quella che viene sorpresa dall uccellatore, e questa è numerosissima sull isola situata nel mare Ligure, che i marinai con nome derivato dai volatili chiamano Gallinaria; la gallina africana è quella che i più dicono numidica, simile alla Meleagride, se non che porta sulla testa i bargigli e la cresta rosso vivo, che entrambi sono cerulei nella Meleagride». Se i due scrittori latini discordano sulla specie delle galline selvatiche, concordano tuttavia sull origine del nome di Gallinaria, che viene messo in relazione alla gente di mare, i nautae, accennando così, sia pure implicitamente, all importanza che l isola dovette avere già dai tempi antichissimi lungo la rotta tirrenica costiera, per la sua particolare forma e posizione protettiva. L importanza dell isola come punto di riferimento per la navigazione è dimostrato, infatti, fin dall antichità, dal momento che l isola è già segnalata nella cosiddetta Tavola di Peutinger (IV secolo d..c.). Una testimonianza a posteriori, inoltre, è data dalla dovizie di resti e di relitti sul fondale marino attorno alla Gallinaria e, più in generale, su tutto l arco del Mar Ligure. La presenza di anfore greche del V secolo a.c. nei pressi dell isola viene in particolare a dimostrare l intensità di contatti commerciali tra Oriente ed Occidente attraverso la rotta marittima tirrenica verso Massalia, l odierna Marsiglia. 19

19 S. Martino eremita alla Gallinaria. La prima «Vita di Martino», che Sulpicio Severo scrisse mentre il Santo era ancora in vita o subito dopo la sua morte, riporta che S. Martino, dopo una breve attività missionaria nell Illirico e un breve soggiorno da solitario presso Milano, si stabilii come eremita sull isola Gallinaria in compagnia di un prete, uomo di grandi virtù. La sua presenza sull isola trova motivo nella persecuzione cui il Santo fu soggetto da parte dei fautori dell eresia ariana. Già nella primavera del 355, infatti, per disposizione dell imperatore Costanzo II, si era tenuto a Milano un concilio cui parteciparono circa trenta vescovi. Coloro che non si sottomisero alle pretese dell imperatore, come i vescovi Dionigi di Milano, Eusebio di Vercelli e Lucifero di Cagliari furono esiliati. A Milano fu insediato come vescovo l ariano Aussenzio e in Gallia la medesima sorte toccò poco dopo, intorno al 356, a Ilario di Poitiers, che fu esiliato in Frigia. Perseguitato da Aussenzio, che aveva costretto molti cattolici a lasciare Milano, Martino si ritirò nella Liguria marittima e fissò la sua dimora sulla Gallinaria. L arrivo di Martino ad Albenga si può pertanto fissare tra gli anni L episodio è riferito estesamente da Sulpicio Severo, primaria e più attendibile fonte per la biografia di S. Martino, cui attinsero tutti gli altri biografi latini e greci. Così egli ci descrive l avvenimento: «Ivi (a Milano) anche Aussenzio, animatore e capo degli Ariani, accanitamente lo perseguitò, e più volte oltraggiatolo, lo fece scacciare dalla città. E così, stimando che si dovesse cedere alle circostanze, si ritirò sull isola denominata Gallinaria, in compagnia di un prete, uomo di grandi virtù. Qui per alquanto tempo si sostentò con le radici delle erbe. E in quel periodo prese come cibo l elleboro, una pianta, secondo che dicono, velenosa. Ma avendo sentito la forza del veleno che l assaliva, in prossimità della morte, rintuzzò con la preghiera l incombente pericolo e subito ogni dolore venne fugato. Molti altri scrittori ecclesiastici riportano, riprendendo da Severo, la notizia della permanenza di Martino sull isola di Albenga e il particolare dell erba velenosa, l elleboro, la cui forza mortifera venne annullata dalla preghiera del Santo. A parte il fatto miracoloso della guarigione dall avvelenamento provocato dall ingestione dell elleboro, la narrazione sulpiciana, per ciò che si riferisce al soggiorno di S. Martino sulla Gallinaria, è oggi riconosciuta verosimile, non scorgendovi il modo e la ragione per affermarne l invenzione. La configurazione dell isola, la vegetazione, la fauna e l infiltrazione di una sorgente d acqua potabile (benché leggermente salmastra), la caverna naturale di circa sei metri, sufficientemente rischiarata, con tracce di altare, che tradizionalmente si addita quale rifugio del Santo, tutto concorre a rendere ancora più verosimile che S. Martino abbia scelto un tale ritiro. Avvalora la tradizione di tale soggiorno l osservazione che dalla più antica testimonianza epigrafica cristiana del Ponente Ligure ed anzi di tutta la Liguria - un tegolo graffito, ritrovato a Perti nell entroterra di Finale, che ricorda la tomba di Lucius, morto fanciullo in pace Iesu il 9 luglio del 362, durante il consolato di Claudio Mamertino e Flavio Nevitta - si deduce l esistenza sul territorio ingauno di una comunità cristiana che risiedeva in ambito rurale, indizio certo di una cristianizzazione già diffusa nella zona. Solo con questa premessa, infatti, sarebbe stato possibile a S. Martino realizzare una esperienza anacoretica sull isola Gallinaria, se nella città di Albenga non fosse ancora stato divulgato il verbo cristiano o, comunque, se vi fosse stata ostilità nei confronti di quanti professassero del credo. Origine e primi sviluppi del monastero della Gallinaria. II soggiorno di S. Martino alla Gallinaria segnò nell ambito del municipium ingauno l inizio di una tradizione ascetica a cui, nella storia e nella leggenda, nella toponomastica e nella devozione popolare, il nome del Santo sarebbe rimasto legato per sempre. 20

20 Ma anche se è verosimile che un piccolo gruppo di asceti poté raccogliere l eredità spirituale di S. Martino o dei suoi discepoli sulle rupi della Gallinaria, per la fine del secolo IV e per tutto il secolo V non si hanno testimonianze esplicite né dalle fonti letterarie, né dall archeologia. Si può tuttavia ritenere che, anche agli inizi, la tradizione monastica dell isola non fu rigidamente eremitica, ma piuttosto di vita comunitaria, quale si andava imponendo in alta Italia attraverso l influsso della corrente monastica lerinese e massiliense. Del resto, proprio sul finire del IV secolo e sullo scorcio del V secolo la città di Albenga vede organizzarsi la vita ecclesiastica: risalgono a questa epoca le basiliche cemeteriali extra moenia del martire locale S. Calocero e di S. Vittore, e la cattedrale paleocristiana extra moenia. Alla ricostruzione di Costanzo (417), dopo le incursioni dei Visigoti e dei Goti, si può attribuire invece l erezione al centro della città dei principali edifici sacri (battistero, cattedrale, S. Maria) e della sede episcopale; Quinzio, il primo vescovo storicamente documentato, è presente al Sinodo di Milano nel 451. Nello stesso secolo V dovettero sorgere sull isola Gallinaria le prime costruzioni monastiche. Gli scavi archeologici effettuati nel 1936 ne hanno rimesso in luce le vestigia superstiti, confermandone la datazione agli inizi del Medioevo. La chiesa, di modeste dimensioni (m. 5 x 9), costruita sulla viva roccia, sorgeva nel punto più alto dell isola, dove restano tracce delle fondamenta dei muri laterali e dell abside semicircolare a ponente, secondo il primitivo uso cristiano. Attorno alla chiesa un pomerium, costituito da una cinta di forti mura con evidente scopo difensivo, circondava tutto il pianoro con cui culmina l isola. Le mura seguono in modo irregolare l andamento del pendio e della roccia su cui sono fondate; mostrano tracce di varie sovrapposizioni e rifacimenti, ma la parte inferiore e il disegno sono originari degli inizi del Medioevo. Hanno infatti tutti i caratteri di questa epoca: la tenacissima malta, il rivestimento in pietrame informe di medie dimensioni livellato da abbondanti rinzaffature di calce e il basamento a leggera scarpata. Sul lato Sud sorgevano le costruzioni per la residenza dei monaci, di cui si scorgono avanzi originari. Frammenti di tegolo a margini rialzati di tipo romano, rinvenuti negli scavi, contribuiscono a riportare le primitive costruzioni agli inizi del Medioevo, quando ancora persisteva l uso delle coperture ad embrici e tegoli di tradizione romana. Abati pre-benedettini del monastero della Gallinaria. Nei primi secoli di vita il monastero della Gallinaria poté forse subire l influsso delle consuetudini del monachesimo provenzale, cui già si è accennato, anche se non si può affermare con certezza che vi siano stati contatti e relazioni tra il monastero ingauno e quelli di Lérins e di Marsiglia. Lo sviluppo della vita monastica nell area ligure era infatti sotto l influsso di quei monasteri, ma ancora aperto alle forme di ascetismo orientale, celtiberico e africano, quest ultimo testimoniato dalla presenza del monaco anacoreta S. Ampelio a Bordighera (V sec.). Considerando la singolare posizione politico-amministrativa assunta da Albenga nella organizzazione del théma limitaneo bizantino della Provincia Maritima Italorum, quando già gran parte dell Italia settentrionale era stata occupata dai Longobardi, è possibile ammettere che la comunità monastica della Gallinaria fosse costituita anche da elementi bizantini ed orientali. L ordinamento municipale e comitale bizantino di Albenga e del suo territorio, con la stabilizzazione delle condizioni generali dell esistenza, favorì l innalzamento del livello civile e sociale, testimoniato, tra l altro, dall eleganza delle iscrizioni ingaune coeve. Una di queste, che ricorda Honorata, defunta moglie del comes et tribunus bizantino Tzittanus, e reca la data 1 febbraio 568, attesta l importanza che rivestiva il capo amministrativo e militare della città. La più antica testimonianza epigrafica relativa alla comunità monastica esistente sull isola Gallinaria, riferibile per altre fonti alla fine del secolo VI, ci è offerta da un frammento di iscrizione sepolcrale in marmo bianco (si tratta dell angolo destro superiore, di cm. 16 x 14 e 4 di spessore). Il 21

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