Bruno DUCOLI. Presidente del Centre de Rencontre et de Ressourcement di Gargnano (Brescia)

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1 Bruno DUCOLI Presidente del Centre de Rencontre et de Ressourcement di Gargnano (Brescia) Dalle isole culturali al continente umano Vorrei cominciare anch io col ricordare il dramma che è accaduto una settimana fa in una parte molto importante del mondo. Ho l impressione infatti che da quel momento e a partire da quel dramma abbiamo veramente cambiato di secolo e i concetti che saremo portati a usare anche oggi abbiano perso, non so se definitivamente, la loro innocenza. Credo di avere contribuito, e non necessariamente in italiano, a dare un pó di innocenza a questi concetti con un ottimismo di stampo forse troppo illuministico. Anche per questa piccola responsabilità, improvvisamente e con tutta la modestia della mia persona, mi è venuto in mente spesso in questi giorni il titolo del libro di Arthur Miller Dopo la caduta. Mi pare di avere in bocca parole ferite, piagate "dalla caduta", perché New York è, nel bene e nel male, il più vasto assortimento di popoli, di razze e di culture; un vero campionario d umanità. Ho l impressione che, toccando New York, questa tragedia, con la sua organizzazione lucidamente folle, abbia fatto vacillare, direttamente o indirettamente, una certa ipotesi del futuro. Anche di questa ipotesi oggi, "dopo la caduta", dobbiamo parlare con meno innocenza, addirittura con più precauzione. Ricostruire l innocenza, semmai sarà possibile, rappresenterà un impegno di lungo respiro. Un pó come quando, abbandonata la sera, bisogna attraversare tutta la notte per raggiungere altra luce. Vorrei cominciare con voi questo processo quasi penitenziale, certamente sofferto, sviluppando quattro punti. Il primo riguarda una proposta di igiene del linguaggio. Un esercizio del quale non vi sfuggirà certamente l importanza. Guardando il titolo generale del seminario ci accorgiamo che annuncia "Giovani e Intercultura", ma subito dopo il sottotitolo recita: Nella società multietnica quale futuro comune per i giovani?". Mi perdoneranno gli organizzatori, ma credo di dover difendere la convinzione che intercultura e multietnicità non siano proprio la stessa cosa e che sia addirittura pericoloso darli come sinonimi. Mi viene dunque voglia di spendere una parola per tentare di riconcettualizzare, con la sobrietà impostami dal mio tempo di parola, queste due parole di uso relativamente recente. Lasciarle nel limbo dell indifferenziato non è mi pre del tutto innocente. Una certa igiene del linguaggio, ne converrete, è importante anche solo per potersi capire. Tanto più in Italia, dove il fenomeno migratorio è recente, attravers una fase magmatica e dove sulle pagine dei nostri mass-media succede di sorprendere ogni tanto delle aberrazioni che sarebbe appunto igienico e opportuno evitare. Conviene invitare i nostri giornalisti - vedo che in sala ce n è qualcuno - ad essere un po più prudenti e un po più precisi sull argomento. Visto che l immigrazione s istalla durevolmente e massicciamente nelle nostre contrade, ne va del futuro di tutti e del nostro paese. Precisato il mio piccolo parere sulle parole del titolo, mi permetterete di interrogare anche la convinzione che noi siamo già in una società multietnica. In verità pare a me che noi - almeno in Italia, ma anche in Europa (sull argomento gli Stati Uniti, l Australia, il Canada vivono, e da tempo, un altra temperie culturale) - siamo oggi agli inizi di un lento, laborioso e rischioso processo verso una società che preferisco definire multiculturale. Perché? Perchè il concetto di etnia, quale esce dai libri di antropologia generale, molto meno da quelli dell antropologia culturale, è troppo vasto e quindi si presta un pó a tutto. Per avere vissuto all estero tanto tempo, conosco le distorsioni e le generalizzazioni a cui sono andate incontro quelle società che hanno ospitato i nostri emigranti quando pigiavano gli italiani in una sola etnia. Io, ad esempio, sono lombardo e montanaro, ma ogniqualvolta i belgi mi incontravano, per pigrizia o per ignoranza, credevano di incontrare un siciliano. E inevitabilmente mi chiedevano dove tenessi il cotiddu, il coltello. Immaginate che cosa puó succedere con etnie più lontane e meno conosciute. Questo succedeva e ci succede perchè il concetto di etnia è troppo polisemico, è un ombrello che raccoglie sotto di sè troppe realtà per poter

2 distinguerle e descriverle bene tutte e quindi è scarsamente operativo. Il concetto di cultura mi sembra invece più ricco, più sfumato, più circoscritto e alla fine più disponibile a definire i comportamenti e le ragioni delle scelte con una certa precisione. Parlare di società multiculturale mi pare dunque più pertinente, essendo l etnicità un concetto troppo poco sfumato: un ammasso di contenuti che sono concettualmente poco operabili. Pensare e trattare, inoltre, l Italia come se fosse già una nazione o anche solo un territorio multietnico e, in sottordine multiculturale, ho l impressione che ci metta nell illusione di poter far l economia della fatica di un processo che sarà lungo e difficile, e che contribuisca ad occultare il rischio che esso comporta. E allora preferisco dire semplicemente che l Italia, da qualche decennio, è entrata in questo processo e comincia a farne l apprendistato. Comincia, cioè a elaborarlo e a capirne la complessità. Sarà pertanto opportuno non dimenticare che l esito del processo, cioè la qualità della società multiculturale verso la quale siamo irreversibilmente, questo sì, avviati, dipenderà da come attraversiamo le tappe che ad esso conducono e da quali condizioni creeremo perché questo processo diventi trasparente e il suo esito interessante per tutti, per chi c è e per chi sopravviene. Permettetemi a questo punto di spendere due parole sulle tappe di questo processo, che sono, almeno nei loro tratti generali, prevedibili perché già successe altrove. Le tappe saranno poi espresse in italiano perchè è in Italia e non altrove che saranno vissute. Ogni nazione ha infatti un suo modo di abitare queste tappe, di articolarle e, naturalmente, di superarle. Una delle cose che mi colpisce quando giro l Europa è che una stessa cultura d origine - poniamo quella marocchina che conosco meno peggio - trapiantate in Spagna, in Germania, in Olanda in Belgio, in Inghilterra o in Italia dànno origine a delle sintesi talmente diverse da apparire essere un altra cosa. Nel dialogo tra le culture si verifica un alterazione chimica particolare che fa sì che il composto, il risultato finale sia diverso e, quindi, diverse siano, almeno in parte, anche le tappe che ad esso conducono. La prima tappa consiste, a mio avviso, nel prendere coscienza, e collettivamente, che una maniera univoca, spesso addirittura uniformizzante, di fare società volge al termine. E stato lo sforzo di dover fare stato-nazione che ha prodoto e imposto questa uniformità basata su delle unità rigide di territorio, di lingua, di religione e di cultura. Queste unità tradizionali, utili in una certa stagione dell evoluzione di un popolo, sembrano volgere al termine ora che lo stato-nazione si trova ad essere conteso dal basso (le regioni) e dall alto (l Unione europea), aprendo il periodo del non più e del non ancora. Noi siamo ormai in questa zona di mezzo, tra il non più e il non ancora, che Durkheim diceva caratterizzata dall anomia. Si tratta di un concetto importante, mi pare, perché il periodo anomico tocca tutti con intensità diverse, ma soprattutto la gioventù. Ed arriviamo cosí lentamente al tema. Sono i giovani che, disponendo di convinzioni e di un assise dei loro pensieri meno strutturato perchè in formazione, quindi, più aperto al divenire, sono colpiti più profondamente dal fenomeno dell anomia. La scuola ha esattamente in questo momento un grosso ruolo da svolgere. Come gestire l anomia, come dare a questi giovani la convinzione che sono dei creatori, e invitarli a dare vita ad una patria culturale nuova, comune, la cui produzione non deve accontentarsi del minimo comune denominatore, ma tendere al massimo comune multiplo? E qui, quello che l assessore Alfieri diceva mi sembra di grande pertinenza. Non basta giustapporre delle culture e farne una polpetta di folklore. Occorre che intervenga un dialogo, che si sviluppi una nuova capacità di fare scambio e di soggiornarvi a lungo. Ho l abitudine di chiamare lo scenario aperto da questa opportunità "tavola rotonda delle culture". Se questa metafora contiene qualcosa di utile, siamo invitati tutti a diventare capaci di attraversare l anomia rendendo possibile l alba di una società futura disponibile a dar adito, a dare inizio a una comune storia. Ma allora bisognerà veramente, per non soccombere a due tentazioni alle quali i giovani sono confrontati, cercare di non lasciarli soli in questo delicato processo. Le due tentazioni sono: la fuga in avanti di tipo sincretistico e a nessuno spero sfuggirà il pericolo di una tale prospettiva. Non è confondendo le culture che noi creeremo qualcosa di nuovo, ma mettendole in serio dialogo e articolando tra loro un serrato confronto. L altra è quella della difesa identitaria ad oltranza. La crispazione identitaria si ha ogni volta che una parte importante della società cede alla fuga in avanti. Si puó essere sicuri che, minacciata da questo pericolo, la maggioranza della società si inarca su se stessa, si irrigidisce

3 e dà vita a delle reazioni che possono anche essere terribilmente violente. Siccome l operazione nella quale siamo irreversibilmente impegnati raggiunge l intimità dei popoli, bisogna organizzarsi per decidere insieme che cosa della nostra cultura possiamo abbandonare e che cosa vi vogliamo importare. Se è vero che le società future avranno un profilo diverso, è altrettanto vero che alcune regole della struttura sociologica delle società in generale dovranno restare. Per esempio non potrà sparire, o anche solo allentarsi, la coesione sociale. Non dimenticare mai - ed è la terza riflessione che vorrei proporvi - che costruire una società multiculturale richiede almeno di tener fermo un principio che sarà bene avere chiaro, perché l ho verificato, me lo sono studiato, l ho fatto mio: noi abbiamo tanto bisogno degli altri, quanto gli altri hanno bisogno di noi". Mi pare che questo principio sia indispensabile per strutturare lo scambio tra uguali, uno scambio basato sulla regola della reciprocità, a cui sarebbe pericoloso rinunciare. A questa ideale tavola rotonda delle culture, che è favorita dall attuale evoluzione del nostro mondo ormai diventato mediaticamente copresente, telepresente a se stesso, noi possiamo sedere con l ambizione di dare origine ad una nuova circolazione della parola ma, appunto per questo, ciascuno ha il dovere di dire una parola autentica su sé. Non è assentandoci dalla nostra sedia che noi arricchiremo gli altri, ma prendendo coscienza e approfondendo la base antropologica che ci ha costruiti come siamo. Permettetemi di confessarvi quanto sia preoccupato dalle conversioni che si operano verso il buddhismo, meno in Italia, ma soprattutto nella laicissima Francia, perché mi paiono delle autentiche fughe. Intendiamoci bene, accetto volentieri il principio della conversione, la libertà di adesione a credi diversi mi pare veramente costitutivo delle libertà moderne, mi resta peró l impressione che le conversioni degli occidentali nascano, in questo momento, da un senso di colpa che non solo ha poche ragioni d essere ma che soprattutto andrebbe verificato meglio sul piano storico, con più serietà e più profondità. E allora mi pareva, mi pare, continua a sembrarmi che il principio "io ho tanto bisogno dell altro, quanto l altro ha bisogno di me" sia un richiamo al principio di reciprocità e contenga una sua ricca fecondità perché integra la convinzione che anche l altro, ogni altro, ha bisogno della parola di senso che io formulo a partire dalla tradizione che mi ha nutrito e che mi porta. Se io gliela faccio mancare, lo impoverisco e finisco per dargli esattamente quello di cui non ha bisogno, uno scimmiottamento. Bisognerà veramente che noi si torni a scavare nel nostro patrimonio assiologico per riscoprire le ragioni della nostra cultura che, invero e nonostante le sue complicate vicissitudini storiche, è stata quella che ha resa bella e grande questa parte del mondo. Bisognerà capire più in profondità, fare uno sforzo di introspezione culturale, per diventare capaci di fornire una parola piena che traduca il senso della nostra Weltanschauung, non per imporla universalmente ma perchè, pur nella sua parzialità e riconoscendola legata alla nostra geografia e alla nostra storia, contiene qualcosa da offrire al villaggio globale in una maniera generosa e nel contempo umile e fiera. Entrare in dialogo con le altre culture con una coscienza umilmente fiera, mi pare essere oggi uno degli atteggiamenti fondamentali per l Occidente. Anche per sfumare o sfatare l impressione del tutto all economia che sembra essere quella che ormai ci rappresenta nel mondo. E allora nell esercizio concreto di questa tavola rotonda sarà importante apprendere noi, e insegnare ai nostri giovani, ad intervenire con un senso sereno del nostro essere relativi, ma senza ombra alcuna di relativismo. Mi resta, invece, l impressione che purtroppo ci sia poco senso del relativo e tanto relativismo. La differenza consiste nel fatto che il relativo si impara sentendosi in relazione fondamentale con chi è diverso e riconoscendo il debito culturale che ci abita. In inglese si chiamano relatifs, i parenti, i vicini di sangue, quelli a cui ci lega un rapporto di parentela. Sentirsi relativi ci fa capire che è vero che io non sono tutto, ma che è anche vero che nella relazione con altri apporti, anch essi frutto dello sforzo umano di dare un senso all avventura umana, riesco a completarmi e a diventare ricco delle conquiste altrui e miglioro la mia tradizione. Il relativismo è invece la malattia di una certa gestione del relativo che, conducendo facilmente al nihilismo, rende sterile ogni dialogo. Se tutto è uguale perchè è impossibile raggiungere qualcosa di definitivo, muore la condizione stessa del dialogo. Quarto principio. In un processo di questa profondità e di tanta importanza, avere fretta si paga cash. Un proverbio giapponese afferma che neppure nove donne insieme possono mettere al

4 mondo un bambino in un mese. Andiamo adagio. Prendiamoci il tempo del parto e di questa difficile e lunga gestazione. La gestazione, mi perdonino le donne, è un periodo difficile, ma di poesia totale. Prendiamoci tutto il tempo necessario, diamoci per una volta il lusso della lentezza, tenendo presente che e qui mi rivolgo soprattutto agli amministratori pubblici più una macchina corre veloce, più i suoi fari devono portare lontano. Con una 500 posso viaggiare con i fari bassi, Michael Schumacher deve andare a fari alti, perché deve poter vedere più lontano, altrimenti esce fuori strada alla prima curva. Una società multiculturale, e ancora più se vuole essere interculturale mi manca il tempo di sviluppare la differenza che corre tra multiculturalità e interculturalità sarà il risultato di un lento e faticoso lavoro, e dunque non puó nascere solo da un presupposto volontaristico e sentimentale. L Italia attraversa un momento storico incoativo, da statu nascenti : viviamo con pazienza questo periodo, analizziamo con finezza quello che ci succede, lasciamoci interrogare dai fenomeni che viviamo, cercando di parlarne con un linguaggio pulito, quasi protocollare, pieno di buone riflessioni, ponderato. Ben vengano le esitazioni quando non abbiamo certezze... ritorna qui l invito all igiene del linguaggio di cui parlavo all inizio. E, in tutto questo, quale futuro comune per i giovani? Intanto mi pare di poter ormai affermare che il futuro sarà, che lo si voglia o no, comune. Stiamo costruendo, anche se faticosamente, una comune storia, esattamente come l Italia a partire dal 1860 (ed è bello ricordare questo fatto proprio a Torino) si è data, bene o male, una storia comune, sperando di essere capaci di non appiattirsi sul minimo comune denominatore. Per ottenere questo, converrà preparare i nostri giovani a conoscere bene la grammatica e la sintassi della propria cultura. Ritorno a quanto ho detto prima. Il rischio è che oggi, in situazione di mondializzazione del sapere, i nostri giovani finiscano per risultare sottoinformati per sovrainformazione. Dispongono di tanti dati buttati lí senza rilievo e senza sistematizzazione e alla fine ne restano storditi e confusi, talvolta addirittura disgustati. Di fronte a situazioni come queste, sarà importante che la scuola impari ad approfondire la grammatica e la sintassi della nostra cultura, a riflettere con categorie appropriate e probabilmente nuove e con qualche nozione di antropologia culturale sulla lingua, sulla storia e sulla geografia. Ma bisognerà nel contempo conoscere almeno l alfabeto delle altre civilizzazioni. Uso questo termine prendendolo in prestito dal francese: la civilisation in francese vuol dire molto di più che civiltà in italiano. È un concetto più largo e più complesso. Per fare dialogo bisognerà imparare gli elementi fondamentali delle altre civilizzazioni perché pare a me che la sfida delle società future domanderà davvero e a tutti di sapere unire senza confondere e distinguere senza separare. Detto in altri termini, i nostri giovani dovranno sapere fare unità e coesione sociale ma senza fusionalità, che poi degenera in confusione, dalla quale si è sempre tentati di uscire, come si è detto, irrigidendo delle vecchie identità. Andiamo a rileggerci il libro di Amin Maalouf Les identités meurtrières: c è parecchio da apprendervi. Quindi, da una parte, nessuna crispazione identitaria, e dall altra, imparare ad articolare le numerose differenze in modo preciso, lento e rispettoso, perché non generino separazioni dando luogo a delle società ghettizzate e incomunicabili. E un po il rischio dell ipotesi dell integrazione secondo il modello inglese e, in qualche maniera, americano: il loro concetto di communities è in sè molto interessante, alla fine e, di deriva in deriva, rischia di condurre a società parcellizzate, composte da tanti sottogruppi che hanno difficoltà a dialogare tra loro, perchè si trasformano in tante minuscole nazioni gelose e incapaci di apertura. Bisogna preparare i nostri giovani a una nuova intelligenza del futuro. Forse è opportuno non dimenticare che intelligenza non è solo razionalità e neanche pura razionalità sociale, ma soprattutto capacità di intus legere, leggere dal di dentro i processi, capire da dove derivano, come si coniugano e dove possono condurci, tenendo rigorosamente presente i due principi che dicevo prima: l altro ha tanto bisogno di me, quanto io ho bisogno dell altro. Invertendo i fattori il risultato non muta. Imparare, inoltre, a relativizzare senza relativismo e ricordare che l unità, quella vera, si scopre scavando nel profondo perché solo lì cadremo su quello zoccolo antropologico unico e comune da cui hanno preso origine tutte le varie culture ed ha prodotto le varie primavere culturali che continuano a stupirci. Se, come diceva John Donne nessun uomo è un isola, non lo è neppure nessuna cultura e nessuna civiltà.

5 DIBATTITO DOMANDA (Dario Rei): l osservazione che faceva Remotti sulla nascita mi ha fattovenire in mente che secondo alcuni psicologi dell adolescenza, cito ad esempio Charmais, l adolescenza è una nascita o una nuova nascita, una nascita sociale. Questo però pone un problema fondamentale: chi accompagna nelle nostre società la nuova nascita? Seconda domanda: l interculturalità, da questo punto di vista, è necessariamente un elemento soltanto positivo di questa nuova nascita o potrebbe essere a sua volta anche un elemento conflittuale? Seconda questione: il conflitto. Io non sono così convinto che la parola conflitto abbia lo stesso senso, dica la stessa cosa e possa avere le stesse regole se applicata a persone, a etnie, a stati. Questo probabilmente è il problema: la tendenza a omologare tutti i conflitti sul livello superiore è la ragione per cui non riusciamo a risolverli ai livelli più bassi. Mi domando se, essendo le regole diverse nei tre casi, mi domando se agire sui diversi livelli può giovare rispetto agli altri. DOMANDA (Bianca Maria Biancardi, pedagogista): (al prof. Nanni). posto che l intercultura ordinaria necessita di prerequisiti quale una forte identità in ogni interlocutore, chiede di approfondire il tema dei prerequisiti dalla strategia educativa a partire dalla capacità di entrare in relazione. Sottolineo questo perché dal punto di vista esperienziale del Tribunale per i Minorenni del quale sono componente pedagogico da anni provo soprattutto nei figli minorenni di minori stranieri confermato dal disagio di coppie nostre, trovo in aumento la povertà relazionale che mi sembra un limite che se non si riesce a superare fa ingrandire le difficoltà generali di un discorso interculturale, oltre alla compresente difficoltà per le famiglie e per la società a riuscire a mandare dei messaggi che aiutino le persone in formazione ad avere una chiara identità. DOMANDA (Maria Nadotti): una domanda minuscola a Remotti di cui ho trovato straordinario il secondo pezzo, ma sul primo avevo delle perplessità. La domanda è questa: diceva Remotti che lo scambio è sempre esistito, cioè non c è nulla di nuovo in tutto questo, che pluralità e vastità di scambi di oggetti ci sono sempre stati nella storia degli umani. Ma quella pluralità e vastità di scambi non ha piuttosto a che vedere con leggi di mercato che con la convivenza delle società civili e degli individui dentro le società civili. REMOTTI: seguendo l ordine delle richieste due parole sulla faccenda dello zoccolo. Qui ci sono due opzioni, due prospettive nettamente differenziate. Se ho capito bene, nell intervento di Ducoli lo zoccolo antropico è qualcosa di assimilabile alla natura umana, diciamo, è un universale a cui poter ricorrere per poter intenderci tra le varie culture. Questo è una certa prospettiva. Un altra prospettiva è quella secondo la quale la natura umana è biologicamente incompleta e quindi la cultura è un in gradiente assolutamente indispensabile per porre rimedio alle carenze biologiche della natura umana con la precisazione, però, che l intervento della cultura, anziché completare, produce altra incompletezza: questa è la tesi che ho cercato brevemente di esporre. Questa è una tesi che sembra un po tragica ma è l unico modo per incrementare davvero il cosiddetto dialogo. Credo che un dialogo veramente arricchente nasce solo se c è un bisogno, una mancanza, un incompletezza ai vari livelli. Per quanto riguarda il conflitto, io mi riprometto di approfondire l antropologia dei conflitti. È assolutamente un tema importante e centrale. È indubbio che la necessità di distinguere i livelli ci consente anche di porre un minimo di chiarezza. Certamente la categoria di conflitto in quanto tale è troppo vasta. Una domanda che facevo a me, ma anche a tutti voi era: è possibile una cultura del conflitto, intendendo una capacità in qualche modo di mettere sotto forma il conflitto e tenerlo entro certi limiti. Ci sono moltissimi casi, di tipo storico, di tipo etnografico che ci fanno vedere come in determinati contesti i conflitti venivano regolamentati. A volte c è bisogno di una condivisione: bisogna che coloro che sono potenzialmente nemici condividano. Questo credo sia un problema di

6 grosso rilievo, anche perché mi risulta che questa che io ho chiamato cultura del conflitto molto spesso prendeva forma di rituale: c erano dei rituali che comportavano dei limiti alla possibilità di debordare del conflitto. La nostra è una cultura programmaticamente antiritualistica: quando noi sentiamo parlare di rituali pensiamo a culture pre-moderne, tradizionali e riteniamo che noi non siamo soggetti di rituali se non in minima parte o in parte trascurabile. Forse una ripresa di questo concetto di rituale - questo forse è una provocazione cercando di mettere maggiormente a fuoco le funzioni che il rituale potrebbe avere nel campo del conflitto, potrebbe aiutarci. Mi viene anche in mente che in certe società si prevedevano conflitti ritualizzati e quindi regolamentati e allo stesso tempo si prevedevano conflitti non regolamentati: c è anche questa possibilità qui. Per quando riguarda la faccenda della seconda nascita, in effetti il concetto di seconda nascita è un termine ampiamente usato in etnologia: in molte società, in molte culture si parla di seconda nascita, ossia di nascita sociale. Molto spesso la seconda nascita è connessa ai rituali di iniziazione di cui abbiamo parlato prima. Qui si apre tutta una serie di problematiche che sono quelle che Nadotti aveva detto prima, ossia chi educa chi. Perché si fa presto a dire seconda nascita, ma chi si arroga il diritto di far nascere e in che modo. L interculturalità inserita in questo tema della formazione dei giovani e della seconda nascita può essere fonte di conflitto ma può essere anche fonte d ispirazione in quanto può darci il contatto con altre società. Sono rimasto molto colpito quando, una volta che mi sono messo a studiare i rituali d iniziazione africana, ho visto che spesso il ricorso all alterità era programmatico: ancora una volta che il bisogno degli altri si fa ben vivo in un momento decisivo. Lo scambio e le leggi di mercato. In antropologia da parecchio tempo facciamo uso di una nozione di scambio staccata dalla nozione di scambio di mercato. Io sono personalmente affezionato a questo concetto di scambio sganciato dalla nozione di mercato, perché mi sembra fecondo e tuttora attuale. Mi riferisco in particolare ad autori francesi come Latouche che s ispirano a Marcel Mosse, che cera di rivitalizzare anche nella nostra società una nozione di scambio non meramente di tipo utilitaristico ma che possieda altre componenti e sia utilizzabile e proficuo e non qualcosa di arcaico che abbiamo, ahimé, lasciato alle spalle. NANNI: la domande che sono state fatte possono mettere insieme conflitto da una parte, che non lascerei cadere e che, però, per tanti di noi qui dentro, per chi ha fatto percorsi di educazione alla pace, alla non violenza l attenzione al conflitto non giunge nuova, è un nodo centrale. Le soluzioni sono diverse, ma la gestione non violenta dei conflitti, cioè c è un bla bla bla che mi appartiene e che appartiene a tanti qui dentro. C è la domanda netta sui prerequisiti dell interculturalità dove anche qui, andando a slogan, l ascolto è un prerequisito, l empatia è un prerequisito, la capacità di decentramento, cioè noi visti dagli altri, è un prerequisito e ce ne sono altri. Tutto questo messo a tema richiederebbe del tempo. Io semplifico così, per quello che è possibile. È importante innanzitutto l atteggiamento che uno assume nell affrontare i problemi. Personalmente, mi ritrovo in un atteggiamento che chiamo pedagogia della decostruzione o se volete l atteggiamento di chi capisce che di fronte al conflitto, di fronte ai prerequisiti dell interculturalità, l atteggiamento principale non è quello di: che cosa posso fare sull altro, ma come posso lavorare su di me innanzitutto per autodecostruire per smontare le parti di me che mi appartengono sino in fondo e che però non mi consentono di incontrare il volto dell altro e di guardarlo in faccia perché se non faccio spazio all altro, l incontro rischia di trasformarsi in uno scontro e non sempre per colpa dell altro ma fors anche per come sono io. Quindi, devo innanzitutto educare a decostruire per ricostruire. Capire che la prima fatica devo compierla su di me e il primo che ha bisogno di un limite sono io. Per arrivare all etica dell etica, per arrivare a capire che il limite può diventare la mia capacità di autolimitazione e la possibilità della mia maturazione come persona nella mia relazione con l altro. Limitandomi promuovo me e la relazione con l altro e quindi ho bisogno di risemantizzare il limite, e per far questo bisogna attraversare delle mistiche, Simon Weil nei suoi quaderni, ti dà un idea del limite che può esserti utile perché lei il limite lo ha applica anzitutto a Dio, e quando Dio che crea il mondo, e nel mondo ci sono io, si autolimita, si rimpicciolisce,

7 implode, si contrae, fa un passo indietro rispetto al mondo che sta creando, tu capisci che in Dio stesso c è l assunzione dell autolimitazione, ma qual è il tono che ti fa Simon Weil: che il limite può avere un carattere generativo che io autolimitandomi sto creando qualcosa di nuovo che in parte mi appartiene, in parte appartiene ad altri. La seconda cosa è l identità. Il problema è quando io oggi parlo dell identità metto il riferimento alla differenza, alla verità, le vittime della verità, l immigrazione, la cittadinanza e quant altro. Le chiamo le radici del malinteso. Se noi non rivediamo queste cose, è li che si annidano i conflitti possibili, gli scontri che prima o poi possono esplodere. Il fondamentalismo, ad esempio, deve fare i conti con tutto questo. E io stesso, quando parlo pedagogicamente parlo dell identità cito sempre Remotti che nel suo testo Contro l identità ha compiuto un lavoro di decostruzione sull identità, ossia come parlare dell identità in un certo modo, altrimenti l identità diventa delirante. Maalouf, nel suo saggio L identità, parlando dell identità, dice: domare la pantera, perché l identità è la pantera da domare. Maalouf dice: io sono libanese: piacere. Naturalizzato francese: piacere. Sono arabo e cristiano: piacere. Esibisce quattro identità e dice: è curioso che quando dice che io sono queste identità plurali, ma armonizzate in quello che io sono, gli altri mi chiedono: ma tu ti senti più libanese o francese. Cercano degli angoli della mia identità: ma io sono questo tutto insieme, pluralmente considerato. Spesso noi abbiamo l idea di un identità statica, omogenea, monolitica, che spesso non si dà, perché tutte le identità sono un po plurali, meticce, un po dinamiche, aperte. Bisogna accettare questo dinamismo. Terzo autore che cito è James Clifford, che ha scritto un libro intitolato I frutti puri impazziscono. E perché i frutti puri impazziscono? Perché lo schema puroimpuro, nostro-loro, attenti a non contagiarci, a non favorire gli scambi, altrimenti ne va di noi, ci roviniamo, impazzisce? Perché non conosce la novità dell innesto dell alterità dentro l identità, che arricchisce e fa uscire questa identità dal rischio dell impazzimento e della sua auto-implosione. Infine, per ricomporre tutto, cito Paul Ricoeur quando porta fuori il concetto di identità narrativa, la narrazione, l importanza di tornare alla mia memoria, alla mia narrazione e di comunicarla all altro, ma allora ascoltando l altro quello di fare spazio al punto di vista dell altro perché sia possibile qualcosa di più di quello che era quando siamo partiti. NADOTTI: parto dalle ultime cose dette da Nanni perché c è una cosa che mi sta proprio a cuore sul ragionamento sulle identità. Non potrei essere più d accordo: le identità sono l origine di ogni male. E lì parte il conflitto. Però la categoria identitaria è stata politicamente preziosissima per una massa di umani che non avevano identità plurime: proprie non ce le avevano. Per arrivare questo ragionamento che è il ragionamento corretto. Bisogna che ogni individuo sulla faccia della terra possa dirsi la mia identità è questo, questo, questo e quest altro. Noi sappiamo molto bene che gli ultimi trent anni di storia occidentale e non solo sono stati un faticoso, doloroso tentativo di enormi gruppi sociali di dire: io esisto. Allora, grande ammissione oggi, ma ci siamo a tal punto abituati che non ci fa nessuna impressione, avete notato come tutto il ragionamento che abbiamo fatto oggi e tutto il ragionamento che viene fatto in questi giorni su tutti gli organi di stampa del mondo si parli di un soggetto che ha perso ogni connotato al di là di quello occidentale e arabo-islamico. Dentro le società ci sono non minoranze, ma differenze colossali. Per esempio, le donne esistono. E non lo dico ideologicamente. Io per anni ho tentato di decostruire la categoria donna, perché avevo sentito molto pericolosa la costruzione dell identità e dell essenzialismo di un certo femminismo internazionale. Però, non vorrei che in questa decostruzione delle identità e, in questo momento parlo specificamente dell identità femminile -, non vorrei che in questa decostruzione del femminile come categoria forte succedesse che si dimentica allegramente tutti quanti che se una natura femminile avversa a una cultura maschile certamente non esiste, è il prodotto di tecnologie culturali, è innegabile che tutt oggi le vite le biografie femminili hanno delle caratteristiche che continuano a essere segnate dal loro essere donne rispetto all essere uomini degli uomini. Cosa si fa in questa cosa? L identità è all origine di ogni male oppure l identità, che si riconosce e si ricostruisce immediatamente, non si fissa, si riconosce temporanea, fluttuante, in fieri? Cosa si fa? Ricordate quando si diceva: via il soggetto e c erano enormi gruppi che cominciarono a dire io e noi? È

8 complessa questa materia, politicamente. Chi fa lavoro di ricerca in accademia giustamente va sempre più avanti, ma c è qualcosa che tira indietro che è la nuda vita degli individui. E allora bisogno secondo me tenerla molto insieme questa, come un tempo doppio. Domanda: Remotti: è possibile una natura del conflitto, il rituali, le sublimazioni, lo sport, queste cose che promettono la sublimazione di questi conflitti che ci saranno sempre. Bisogna imparare a vivere con i conflitti, con le differenze che creano conflitto. Mentre parlava Remotti, mi veniva in mente questa cosa: anni fa Bob Kennedy, che è stato un grande democratico, disse una cosa esemplare di un certo tipo di conflitto che non tiene dentro le donne: la miglior addestramento alla guerra per un giovane americano è il football. Teniamo conto di queste cose perché sono vere. Tra l altro, quel conflitto di cui adesso stiamo parlando a livelli astratti, grandi, sono quei conflitti per cui nei ristoranti di Torino non davano alcolici perché era in corso una partita di pallone e dai viali di Torino si vedevano i celtici - che bloccavano il traffico. Dove stanno i rituali possibili? Un altra cosa, che è una domanda ma è una reazione sempre a Remotti. Le iniziazioni di cui gli antropologi parlano o, comunque di cui hai parlato stamattina, sono di nuovo iniziazioni che vanno tutte lungo l asse maschile. È possibile continuare a pensare che il mondo si dia forma di discorso solo lungo l asse maschile. Voi parlate di empatia, parlate di ascolto, parlate di queste meraviglie come prerequisiti del vostro mestiere vi prego tenete conto che non avete ascoltato abbastanza una cosa che vi sta talmente vicino che sono le donne. Nel mondo occidentale, come mai un paese come l Italia, che ha un buon livello di tradizioni culturali, come mai ci sia stata questa assoluta mancanza di empatia, come mai ci sia stata questa assoluta mancanza di ascolto, come mai ci sia stata questa cecità a un pensiero femminista che non era la posizione delle donne, ma era guardare il mondo da quella posizione che per altri gli uomini hanno assegnato alle donne. Dovevate conoscerla la potenziale originalità di uno sguardo che, a un certo punto della storia di questo secolo, ha saputo anche darsi parole e pratiche. In questo momento che rischia di togliere il futuro a tutti noi uomini e donne, allargate l orecchio perché c è un altra lettura del reale che non quella menata che alcune femministe hanno voluto farci credere le donne in quanto natura materna eccetera, accadimento, cura e un po complesso di così. Di nuovo, non schiacciate, quando le vedete, le donne a questa funzione materna. Questa omissione, anche oggi, mette in discussione un po la validità di troppi discorsi. DUCOLI: Mi veniva in mente proprio adesso la celebre canzone di Jacques Brel La femme est l avenir de l homme. E poi vedremo che cosa succede. Io credo che il presente non sia incinto di nulla. Telegraficamente. A proposito dello zoccolo antropico: non è costituito da una vaga natura umana ma l espressione intende rinviare all enigma che l uomo è a sé stesso e di cui ogni cultura non è che una parola, insieme necessaria e parziale, costruita per addomesticarlo. Partiamo da un dato fondamentale: l uomo è un essere piagato, c è qualcosa che gli manca. Il manque è una nozione forte messa in circolazione da Jacques Lacan ed esso circoscrive l enigma di ogni essere umano. Ogni cultura sembra strutturata attorno all assenza, a questo manque. Per dirlo con Kristeva ogni cultura fa l amore con un assenza. Appunto perché strutturata attorno a questo manque, io credo che proprio il manque sia lo zoccolo antropico fondamentale e allora le culture essendo una risposta, anche qui necessaria e parziale, possono dialogare perché ogni cultura si scambi, si completi col meglio delle altre per dare vita ad un avvenire dell uomo meno approssimativo e meno bestiale. Secondo punto. Educare: chi educa chi. Io credo che educare mantenga il significato fondamentale di educere, tirare fuori. E cito telegraficamente Roland Barthes: Quand ero giovane dice insegnavo ciò che sapevo. Crescendo insegnavo ciò di cui dubitavo. Adesso che sono vecchio insegno ciò che non so e questo lo chiamo cercare. Questo vuol dire educare, cercare insieme, tenendo conto che c è un passato da consegnare ai giovani e c è un apertura che i giovani devono annunciarci. Il teenager mondiale forse esiste, ed è creato dall identica andata a scuola, da identiche modalità e mode, ma poi la scuola è diversa, la lingua è diversa, la geografia è diversa ed è questo che rende diversi i teenagers di Torino da quelli di Tokyo.

9 Non dimentichiamo che oggi parliamo di identità dopo il libro di David Riesman La foule solitairie. Questa società è stata attraversata da un individualismo feroce, forse necessario ma comunque feroce, e quindi oggi quando parliamo di identità di fatto parliamo di ipseità, parliamo dell individuazione che ciascuno poi fa in proprio dell identità collettiva e a me pare che mentre l identità collettiva è capace di osmosi, l ipseità da sola finisce per isolare. È questo poi che alla fine, ed è il rischio più grosso per i nostri giovani, crea quello che Heidegger chiamava la desolazione, la perdita del suolo. Non vorrei che noi, nel tentativo di mondializzare le nostre culture e le nostre prospettive finissimo per togliere il suolo, per togliere la geografia ai nostri giovani, perché se è vero che la modernità rappresenta una vittoria della storia sulla geografia la storia avviene in una geografia.

10 Bruno DUCOLI Sul tema della lentezza, io penso che la nostra debolezza fondamentale consista nell incapacità o nella difficoltà che possediamo tutti di lavorare gli opinion makers, quelli che fanno opinione. Io ricordo che a Bruxelles, durante quattro anni, fecemmo un operazione che è risultata di resa sociale. Ogni mese preparammo una contropagina sui fatti che concernevano l immigrazione a destinazione dei giornalisti che scrivevano sui maggiori quotidiani e passavano sulle maggiori reti televisive. In quattro anni abbiamo a poco a poco dato vita ad un codice deontologico dei giornalisti. I giornalisti, oggi per esempio, quando succede un fatto di sangue, non dicono più la nazionalità del criminale. Sembra secondario, invece è estremamente importante. Improvvisamente, l opinione pubblica ha cominciato a capire che gli arabi e i turchi non sono solo e tutti degli assassini, che l immigrazione è un fatto strutturale e, quindi, tocca l avvenire delle nostre società. Nel 2000 ci sono state delle elezioni in quel paese. Nei consigli comunali - Bruxelles è un agglomerazione di 19 comuni - sono entrate 100 persone di origine straniera, quasi tutte arabe e turche, e 12 di loro sono oggi assessori. Ritengo che questo fatto, di un certo rilievo politico, affondi le sue radici anche in quello che è stato fatto dal 1984 al 1988.

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