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1 01-MATERIALI-luglio_Layout 1 25/06/ Pagina 1 n S. CALEO/CGIL Poste italiane SpA - Spedizione in a. p. - d.l. 353/03 (conv. l.27/02//04 n.46) art. 1, comma 1, Aut. MBPA/C/RM/01/ Euro 2,50 (prezzo di lancio) - Contiene I. R. IL DIBATTITO RIPRESA ECONOMICA: QUANTO, PERCHÉ, PER COSA LA FOTOGALLERY FIRENZE GIUGNO : LE GIORNATE DEL LAVORO IL TEMA DEL MESE L ANALISI REDDITO MINIMO, ECCO PERCHÉ VA MESSO A REGIME E LA CHIAMANO ripresa L INTERVISTA CAMUSSO: GLI EFFETTI DEL JOBS ACT SULLA SICUREZZA QUESTO MENSILE L informazione non può star ferma. Si rinnova al passo con i tempi e con le nuove tecnologie. Da gennaio, come sapete, Rassegna Sindacale è diventata il quotidiano online del lavoro della Cgil: dopo l estate sarà pronto il nuovo sito, completamente rinnovato. E la carta? La carta non scompare. Da questo mese i nostri lettori hanno a disposizione un nuovo strumento: i Materiali di Rassegna Sindacale, realizzato da Edit Coop. In questo mensile potrete trovare il meglio di quanto pubblicato giorno per giorno sul sito di Rassegna: approfondimenti, reportage, campagne, vertenze e informazioni di servizio. Il mensile sarà inoltre il veicolo per le eventuali pubblicazioni realizzate dalle diverse strutture della Cgil, cui offrirà un canale di distribuzione nazionale. Non solo. I Materiali nascono anche come risposta a un esigenza che ci è stata più volte manifestata: quella di mantenere un luogo fisico dove conservare e tenere insieme su un supporto solido la carta ciò che altrimenti rischia di smarrirsi nel flusso della rete. Buona lettura Ammesso che non ci sia più alcuna ulteriore flessione del Pil nazionale, quanti anni ci vorranno per tornare ai livelli pre-crisi?

2 01-MATERIALI-luglio_Layout 1 26/06/ Pagina 2 LA RUBRICA di Michele Prospero Dalle urne esce ridimensionata la leggenda del Renzi vincente l trend delle elezioni Iamministrative ha rivelato una spiacevole verità: non ha fondamento alcuno la leggenda che almeno con Renzi si vince. Egli ha oggi meno voti del malandato Pd del Anche a Repubblica cominciano ad accorgersene e scrivono delle difficoltà di Matteo senzaterra. Dubitano persino che il carisma (quale?) sia sufficiente per la conquista di un consenso che richiede politica, radicamento, gruppi dirigenti. Che l astensionismo dei lavoratori e degli insegnanti, oltre che le urne, abbia coinvolto anche le edicole, costringendo il quotidiano diretto da Ezio Mauro a più miti consigli sulle virtù del suo energico, imbattibile Renzi performer? Renzi, uno (personaggio mitico, castigatore irriverente del vecchio potere) o due (imborghesito e mediatore, cioè politico come gli altri, intrappolato tra le istituzioni) che sia, non può liberare la terra dalla rete clientelare che l avvolge, semplicemente perché sono proprio i sindaci o i governatori che controllano il territorio ad averlo appoggiato. Ogni segretario, per vincere le primarie, ha bisogno dei signori dei luoghi, dei notabili che orientano le preferenze. E verso di loro, direbbe Machiavelli, nessun leader può usare medicine forti, sendo loro obbligati. Qualsiasi leader, per aggiudicarsi la gara, deve ingraziarsi i cacicchi. E dunque, è ancora Machiavelli a spiegarlo, anche un capo fortissimo, per farcela a conquistare i gradi, ha bisogno del favore di provinciali ad intrare in una provincia. Soprattutto chi ha scalato un partito (e sul cui carro sono saliti tutti i vecchi notabili: Bassolino, Burlando, Franceschini, Fioroni, Bettini, De Luca, Emiliano, Marino, La Torre, Fassino, Chiamparino, Veltroni, Testa, Ranieri), è schiavo dei padroni del territorio. Oltre che succube dei padroni dei media, che lo hanno rifornito di munizioni infinite (e in cambio hanno ricevuto il Jobs Act, e persino la possibilità di spiare la privacy dei lavoratori). Non c è alcuna differenza Non c è alcuna differenza tra Matteo uno e due: entrambi hanno gli stessi referenti, che non sono affatto quelli del lavoro e della sinistra tra Renzi uno e Renzi due: entrambi hanno gli stessi referenti, e non sono quelli del lavoro e della sinistra. Per uscire dai guai, Renzi ricorre al solito trucco, quello, per dirla di nuovo con le espressioni di Machiavelli, di nutrirsi con astuzia qualche inimicizia. E allora dagli contro Fassina e D Attorre, dietro le cui bizze, annuncia, smetterà adesso di andare, per comandare con vero piglio decisionista. Prima di spezzare le reni alla Francia, Renzi sfiducia il sindaco di Roma a Porta a Porta (con uno scambio di battute con il pubblico!). Per occupare il partito e rilanciarlo, mobilita il formidabile trust di cervelli politici costituito dai suoi seguaci di stretta osservanza: Carbone, Ermini, Scalfarotto, Lotti, Serracchiani. Buona fortuna. Le urne hanno restituito un Renzi già cotto, che parla a vuoto. La sua narrazione sembra giunta ai titoli di coda. Il piffero del parolaio adesso caccia soltanto dei suoni confusi, che scorrono senza alcun peso, leggeri, insignificanti. Appartengono già ad un altro tempo, ad un vecchio spartito. Sembrano pagine di una stagione finita. Sbaglierebbe la sinistra Pd a rinunciare all affondo proprio adesso, pensando che con un Renzi così debole è possibile venire a patti, per costringerlo al negoziato e poter ricominciare con la storia delle mediazioni, del metodo Mattarella. Abbatterlo è impresa meno dannosa che mantenerlo in sella. Al governo, farà solo altri guai. Con l Italicum e la guerra civile a sinistra, Renzi rischia persino di non arrivare al ballottaggio. La minoranza Pd, al cospetto delle tante offese subite su grandi questioni identitarie, dovrebbe mandare a memoria un verso della Gerusalemme Liberata, che piaceva tanto anche a Marx: Risorgerò nemico ognor più crudo, / cenere anco sepolto e spirto ignudo. Più debole di adesso, Renzi lo sarà solo dopo il voto, quando scaricarlo sarà ormai troppo tardi. Materialidirassegnasindacale Direttore responsabile Guido Iocca Editore Edit. Coop. società cooperativa di giornalisti, Via dei Frentani 4/a, Roma Iscritta al reg. naz. Stampa n. 76/2015 Proprietà della testata Ediesse Srl Ufficio abbonamenti 06/ Ufficio vendite 06/ Grafica e impaginazione Massimiliano Acerra, Cristina Izzo, Ilaria Longo Stampa Spadamedia - Ciampino (Rm) Chiuso in tipografia 26 giugno 2015 ore 13 2

3 01-MATERIALI-luglio_Layout 1 25/06/ Pagina 3 l editoriale Controlli a distanza, l ennesimo atto unilaterale contro il lavoro Un provvedimento che modifica le norme dello Statuto dei lavoratori ed è in evidente contrasto con la Raccomandazione del Consiglio d Europa sulla privacy di Guido Iocca obs Act, al peggio non c è mai fine. JNon sapremmo come diversamente commentare la norma con cui il governo ha dato il via libera all eliminazione, nell ambito del decreto semplificazioni, dell obbligatorietà dell accordo sindacale relativamente all utilizzo da parte di un impresa di sistemi di controllo a distanza dei propri dipendenti. L ennesima offensiva sferrata contro il mondo del lavoro sotto forma di atto deliberatamente unilaterale che giunge quando ancora non è spenta l eco delle polemiche che hanno accompagnato negli ultimi mesi l iter parlamentare della riforma renziana del lavoro, contribuendo a gettare nuova benzina sul fuoco dei già problematici rapporti tra Palazzo Chigi e Cgil, Cisl e Uil (e inducendo la sola Cgil a organizzare una campagna di sensibilizzazione con una serie di flash mob in tutto il paese come punto di forza). Spionaggio, colpo di mano, atto degno del Grande Fratello (quello di orwelliana memoria, ça va sans dire), sono alcuni degli epiteti utilizzati in casa sindacale nei riguardi della misura governativa. Esagerati allarmismi? Non proprio. Anzi, a sostegno della levata di scudi delle principali sigle confederali ci sono almeno due ordini di fondati motivi. Il decreto infatti, oltre a rappresentare un pesante arretramento in assenza dell autorizzazione sindacale o di quella delle Direzioni territoriali del lavoro rispetto all articolo 4 dello Statuto dei lavoratori, è in evidente contrasto con la Raccomandazione approvata lo scorso 1 aprile dal Consiglio d Europa con lo scopo di proteggere la privacy dei lavoratori, stabilendo limiti ferrei su qualsiasi tipo di controllo operato con mezzi tecnologici. Ce n è abbastanza insomma per sollevare un problema di legittimità nei confronti del provvedimento. Che lo stesso ministro Poletti difende facendo uso di argomentazioni non proprio solidissime. Non saremmo, a giudizio del titolare del Lavoro, in presenza di una liberalizzazione dei controlli, ma di una misura finalizzata ad adeguare le norme dello Statuto alle innovazioni tecnologiche nel frattempo intervenute, vale a dire i computer, i cellulari e i tablet dei lavoratori, e agli annessi limiti di utilizzabilità dei dati da questi nuovi strumenti (nuovi, naturalmente, a far data dal 1970) raccolti. E nel tentativo di fugare ogni dubbio sulle cattive intenzioni degli autori del decreto, è la stessa modifica all articolo 4 della legge 300 a chiarire che non possono essere considerati strumenti di controllo a distanza gli strumenti che vengono assegnati per rendere la prestazione lavorativa. Ora, ammettendo pure e con estrema difficoltà i buoni propositi del ministero del Lavoro, un dubbio (per più di qualcuno una convinzione) rimane in piedi: e cioè che da strumenti concepiti per servire il lavoratore nella propria prestazione, i cellulari o i pc possano facilmente trasformarsi con l aggiunta di appositi software o filtri (e non sarebbe la prima volta) in mezzi utili al datore per controllare l operato dei suoi dipendenti. Un modo francamente discutibile di adeguare alle esigenze dell oggi ma sarebbe più corretto dire: manomettere la legge 300. Un involuzione che ha del clamoroso e che non può che preoccupare le organizzazioni dei lavoratori. Il tutto (e qui la beffa è praticamente al culmine) in una fase in cui proprio da parte della Cgil si rilancia con grande convinzione l idea di un nuovo Statuto dei lavoratori che affermi diritti universali. Un testo finalizzato all estensione reale delle tutele e per il cui conseguimento a corso d Italia non si esclude la raccolta di firme per una legge di iniziativa popolare. Com era quel vecchio refrain sui governi di centro-sinistra e sulla loro amichevole acquiescenza nei confronti dei sindacati? Se la faccenda non fosse così seria, verrebbe quasi voglia di scherzarci su. 3

4 01-MATERIALI-luglio_Layout 1 25/06/ Pagina 4 l argomento di RICCARDO SANNA 4 Nella tradizione popolare, il gufo viene spesso considerato un animale che porta sfortuna. Come altri animali notturni, si spera che non si metta a cantare sopra il proprio tetto. Eppure, sin dall antichità, nella cultura di massa, gufi e civette hanno sempre rappresentato sapienza, saggezza, erudizione. Un udito sopraffino e una vista eccezionale gli permettono di vedere bene, lontano, anche nell oscurità, anche nelle notti più buie. Molti economisti vedono nell inversione di tendenza di alcuni indicatori macroeconomici la tanto desiderata quanto rinviata ripresa dell economia italiana. Un barlume di speranza sembra provenire dal segno positivo della dinamica trimestrale del Pil nazionale (gennaio-marzo 2015, + 0,3% rispetto al trimestre precedente e + 0,1% rispetto allo stesso trimestre del 2014). In effetti, dopo 14 trimestri di segno negativo o nullo, il primo segno positivo appare come un importante novità. Per tre anni, bollettini economici della Banca d Italia, Rapporti annuali Istat, ma anche Bollettini Bce, Economic outlook del Fmi e dell Ocse hanno parlato di rallentamento della caduta. Le previsioni istituzionali hanno tutte sbagliato ripetutamente e puntualmente l anno della ripresa. Sta di fatto che dal 2008 al 2014, si è cumulata una caduta del Pil di ben 9 punti. Altro che rallentamento. Altro che ripresa. Nello stesso periodo, l economia mondiale è cresciuta del 20,5%, quella americana del 7,9%, mentre l Eurozona ha registrato una flessione dello 0,8% (comunque 11 volte meno intensa di quella italiana), in cui agli estremi si trovano la Germania (+ 5,2%) e la Grecia (- 28,8%). Considerando, poi, il tasso medio annuo di crescita italiana negli anni (1,2%), se non ci fosse stata la crisi il Pil italiano sarebbe cresciuto di almeno 17,4 punti negli ultimi sette anni. Considerando, invece, le proiezioni del Fmi (aprile Economia E LA CHIAMANO RIPRESA 2015) del ritmo di crescita del Pil da qui al 2020, il nostro paese sarà tra i più lenti del mondo (185esimo su 189 paesi considerati). Il fatto è che l economia italiana era in declino già prima della crisi. Tutte le imprese a bassa specializzazione produttiva e piccola dimensione non hanno retto l urto della competizione globale, né tantomeno della crisi. Così, investimenti e produzioni industriale si sono ridotti del 25% dal 2008 a oggi. Di conseguenza, il tasso di disoccupazione in Italia è passato dal 6,3% dell ultimo trimestre 2007 (pre-crisi) al 13% del primo trimestre 2015, contando circa un milione di occupati in meno e gonfiando la platea dei disoccupati oltre la soglia dei 3 milioni di persone, a cui vanno aggiunti altri 700 mila disoccupati potenziali (scoraggiati, Neet, nuovi inattivi, sottoccupati ecc.). Le recenti statistiche Istat sulle forze di lavoro nel mese di aprile 2015 indicano una riduzione congiunturale e tendenziale del tasso di disoccupazione di appena 0,2 punti e un aumento del tasso di occupazione di 0,4 punti, che lo solleva a quota 56,1%, ma che ci mantiene al penultimo posto nella classifica dei paesi Ocse. L ultima rilevazione Istat sui prezzi al consumo (dati provvisori) di maggio 2015 indica un inflazione tendenziale dello 0,2%, dopo aver chiuso il 2014 in deflazione e i primi 4 mesi dell anno ancora con il segno meno. È la ripresa? Ma soprattutto: cos è la ripresa? Ammesso che non ci sia più alcuna ulteriore flessione del Pil nazionale, quanti anni ci vorranno ancora per tornare ai livelli pre-crisi? E, soprattutto, la ripresa del Pil si traduce in un ripristino dell occupazione perduta? E i salari, i consumi, individuali e collettivi, gli IL DIBATTITO Ripresa:quanto, perché, per cosa di Paolo Ramazzotti, professore di Politica economica all Università di Macerata e vicedirettore del Forum for social economics Un miglioramento, comunque, c è stato. Va da sé che un po di crescita è meglio che niente, ma occorre chiedersi se abbia senso accalorarsi per questa circostanza. Proviamo a riflettere sulla sua rilevanza

5 01-MATERIALI-luglio_Layout 1 25/06/ Pagina 5 Dal 2008 al 2014, si è cumulata una caduta del Pil di ben 9 punti. Nello stesso periodo si è registrata a livello mondiale una crescita pari al 20,5%. Dalla crisi si esce soltanto con una politica economica giusta investimenti, il benessere, l equità sociale, il progresso, lo sviluppo? Occorre, dunque, interrogarsi sul significato stesso di ripresa. Per farlo, possiamo affrontare la questione dal punto di arrivo, anziché da quello di ri-partenza: l uscita dalla crisi avviene quando sono state disinnescate le cause all origine della stessa crisi, per impedirne la riproposizione, riformando il modello di crescita e di sviluppo. In questa prospettiva, sono necessarie sapienza, saggezza, ascolto e lungimiranza. Proprio le virtù dei gufi. La profondità dell analisi, il confronto continuo, il rigore scientifico e l onestà intellettuale restituiscono alla Cgil il merito di aver avvertito subito la vastità di questa nuova grande crisi. La terza in tre secoli e tre rivoluzioni industriali, ma anche la più imponente. Sappiamo, infatti, che ad andare in crisi è l intero modello di sviluppo globale, dopo la nuova S. CALEO/CGIL ALLA FINE LA CRESCITA È ARRIVATA. A dire il vero si tratta di ben poca cosa, lo 0,3% rispetto al trimestre precedente e lo 0,1% rispetto allo stesso trimestre del C è stato, comunque, un miglioramento. Va da sé che un po di crescita è meglio che niente, ma occorre chiedersi se abbia senso accalorarsi per questa circostanza. Proviamo a riflettere sulla sua rilevanza, sia in sé che per la più generale qualità della vita delle persone. Intanto, merita osservare che, malgrado la politica della Banca centrale europea e la riduzione del prezzo del petrolio, la crescita interna è sostanzialmente riconducibile a una ripresa estera. Da più di quattro anni quel poco di contributo positivo all andamento del reddito che c è stato, è dipeso fondamentalmente dalla domanda proveniente dal resto del mondo. In modo particolare, come ci segnala l ultimo Rapporto annuale dell Istat, nel 2014 sono stati gli Usa che hanno reso possibile la ripresa dei paesi avanzati. L Italia, che l anno scorso non era riuscita a evitare il persistere della recessione con un tasso di crescita del -0,4% finalmente ha potuto beneficiare delle migliori condizioni altrui. Il ruolo di locomotiva della crescita mondiale è stato a lungo svolto dagli Stati Uniti. Potevano permetterselo decenni addietro, quando il dollaro veniva accettato senza discussioni come valuta internazionale, e hanno potuto farlo in periodi più recenti, quando la crescita impetuosa dei mercati finanziari statunitensi ha attratto capitali dall estero, permettendo di finanziare i disavanzi commerciali americani. Lo scoppio della crisi, nel , ha portato le autorità di politica economica americane a contravvenire alla tradizione conservatrice che fino a poco tempo prima le aveva contraddistinte. Andando contro le regole imposte dalla saggezza convenzionale, hanno preso misure espansive che se non altro per contrasto con quanto è avvenuto in Europa sono state rilevanti. Rimane da capire quanto tutto ciò potrà continuare. Se un po di pragmatismo ha avuto la meglio finora, non mancano gli interessi consolidati che privilegiano guadagni tipicamente, quelli finanziari disgiunti dalla crescita. Né gli ambienti accademici sembrano avere compreso gli errori di teoria economica alla base delle politiche che hanno causato la crisi. A beneficio di chi? L andamento del reddito viene solitamente ritenuto importante perché accresce l accesso della collettività a beni e servizi e perché la produzione di questi implica impiego di manodopera, quindi maggiore occupazione. I dati Ocse sulla distribuzione del reddito, tuttavia, segnalano SEGUE PAG.6 5

6 01-MATERIALI-luglio_Layout 1 25/06/ Pagina 6 grande trasformazione del capitalismo trainata dalla globalizzazione, dalla tecnologia e, soprattutto, dalla finanza. Ne è dimostrazione il fatto che, ancora oggi, dinnanzi alla tenue ripresa dell area euro (+ 0,4% nel primo trimestre 2015), si conta un inatteso rallentamento dell economia Usa e di quelle di nuova crescita, tra cui spicca la frenata della Cina. Dal 2007 a oggi non c è mai stato un trimestre consecutivo in cui si registrasse contemporaneamente un incremento della produzione nelle economie avanzate e in quelle emergenti. l argomento Una crisi innescata dall accentuazione delle disuguaglianze nella distribuzione del reddito e della ricchezza Come tra enormi vasi comunicanti, l eccesso di sovraproduzione globale comporta che le grandi aree economiche del pianeta si scambino crescita e recessione, occupazione e depressione, inflazione e deflazione. Dopo sette anni di crisi, i cosiddetti squilibri macroeconomici globali ancora insistono e continuano a evidenziare la crisi di domanda in cui è caduta l economia globale. Una crisi innescata dall accentuazione delle disuguaglianze nella distribuzione del reddito e della ricchezza, alimentata dalla degenerazione finanziaria, che ha inevitabilmente comportato alti livelli di disoccupazione, forti riduzioni salariali, minori investimenti e innovazione. Per questo occorre un nuovo intervento pubblico in economia, in Italia come in Europa. Alla radice delle cause della crisi, però, c è una politica liberista, guidata dal mercantilismo, dall individualismo e dalla speculazione finanziaria. Ecco perché le cause all origine della crisi continuano ad agire indisturbate. Anzi, la negazione del fallimento del pensiero economico liberista ha addirittura indotto le istituzioni IL DIBATTITO che negli ultimi anni le disuguaglianze in Italia già più marcate che in gran parte d Europa e superiori alla media dei paesi industriali. I risultati di un eventuale crescita, quindi, tendono a privilegiare chi già gode di un elevato benessere economico. Quanto ai possibili effetti occupazionali, occorre distinguere l effetto della ripresa da quello dei recenti provvedimenti governativi. Questi ultimi hanno offerto un incentivo fiscale ad assumere, combinato con la libertà di licenziare i nuovi assunti quando occorra. È possibile che questa opportunità di precarietà legalizzata finisca per indurre le imprese a sostituire quella che fino a oggi è stata solo precarietà di fatto. Quanto agli effetti della crescita, può anche darsi che essa induca un qualche aumento delle assunzioni, ma gli stessi dati sulla distribuzione, nonché l accresciuta precarietà delle condizioni di lavoro, suggeriscono che i benefici della ripresa saranno limitati: la facilità con la quale si può licenziare rende difficile contrastare l aumento dei ritmi e il peggioramento delle condizioni lavorative, senza per questo determinare un miglioramento sul piano delle remunerazioni. Non c è dubbio che, alla fine, qualche impresa possa trarre beneficio da questo stato di cose, ma è dubbio che lo stesso si possa dire per la generalità della popolazione. La compressione dei redditi delle famiglie non solo costringe queste a risparmiare sempre meno da tempo va riducendosi la propensione al risparmio ma riduce la domanda interna e la conseguente propagazione dell eventuale crescita del reddito. La speranza di qualcuno è che una maggiore flessibilità nell impiego della forza lavoro possa favorire la competitività, quindi le esportazioni. Ammesso che gli altri paesi siano disposti ad accrescere i loro disavanzi a nostro vantaggio, una strategia di questo tipo può funzionare? Il fatto è che la possibilità di raschiare il fondo del barile con la riduzione dei costi disincentiva gli sforzi innovativi necessari a soddisfare una domanda di prodotti di qualità elevata: la competitività di costo dell oggi pregiudica quella di qualità del domani. Purtroppo, a ben vedere, il domani è già qui: il declino industriale cui assistiamo è il prodotto di queste strategie. Insomma, si può anche gioire del recente aumento dello 0,6% degli occupati su base annua (www.istat.it), purché si tenga a mente quanto ha dichiarato il presidente dell Istat nel presentare la Sintesi del Rapporto annuale 2015: Conseguire un tasso di occupazione eguale a quello medio europeo significherebbe per il nostro paese un incremento di circa tre milioni e mezzo di occupati. E la politica economica? A fronte di questa situazione, la politica economica italiana, in linea con quella di vari altri paesi, rinuncia a una spesa pubblica nazionale, nonché europea che alimenti la crescita e compensi le sperequazioni di reddito e di ricchezza. La filosofia dominante è che occorra tagliarla, rinunciando al ruolo redistributivo delle imposte e dei servizi collettivi. L effetto è quello di peggiorare la qualità della vita delle fasce di reddito meno agiate. Naturalmente, a giustificazione di questa scelta vi sono nobili motivi: l esigenza di ridurre gli sprechi; il rispetto dei peraltro discutibili accordi europei. Viene, d altra parte da chiedersi perché non altrettanta attenzione venga prestata ai diritti civili e sociali sanciti dalla Costituzione e perché i doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale possano essere subordinati a istanze che, pur importanti, non hanno lo stesso status nella nostra Carta. A chiarimento che non di vaghi principi si sta trattando merita ricordare, fra i tanti possibili elementi di preoccupazione, che poco meno di un quarto delle famiglie italiane vive in condizioni di disagio economico, che il 17% dei giovani fra i 18 e 24 anni non ha conseguito altro che il diploma di terza media e che il 26,0 per cento di quelli tra i 15 e i 29 anni non studia e non lavora. Viene naturale chiedersi perché problemi come quelli appena menzionati non trovino un adeguata attenzione nel dibattito politico. Le spiegazioni possono essere di vario genere: disattenzione del ceto politico; la scelta di strumenti sbagliati per realizzare gli obiettivi comuni; la scelta di obiettivi che non mettono al centro dell attenzione le questioni di cui discutiamo qui. Se è vero che, nel nostro mondo complesso non si può pensare di trovare una spiegazione valida in assoluto e tale da escludere tutte le altre, nondimeno vale la pena fare alcune considerazioni. Il distacco della politica attuale dalla realtà sociale è un fenomeno acquisito, ma non è sufficiente a spiegare tutto. Sembra entrata in molto senso comune, per 6

7 01-MATERIALI-luglio_Layout 1 25/06/ Pagina 7 europee a moltiplicare la crisi attraverso le politiche dell austerità, ovvero rigore fiscale e svalutazione del lavoro. Serve a poco l allentamento monetario della Bce. La politica monetaria, per quanto non convenzionale, non risolve i vuoti della domanda aggregata. Senza una politica fiscale espansiva non è possibile creare nuova occupazione, nuovi redditi, nuovi investimenti, nuovi consumi. Persino la Banca d Italia e l Istat hanno recentemente stimato che la possibile crescita del Pil italiano è dovuta in larghissima parte ai potenziali effetti positivi sugli scambi di merci e capitali dovuti alla riduzione del costo del petrolio e alla svalutazione competitiva della moneta unica dettata dal Quantitative Easing europeo. E tuttavia, a marzo di quest anno il prezzo del Brent torna a salire e da febbraio è iniziato l aumento dei tassi di interesse a lungo termine negli Stati Uniti, che sconta un riapprezzamento del tasso di cambio dell euro nei confronti del dollaro. Si può negare la crisi, si può anche negare il dialogo o, semplicemente, l ascolto con chi resta in allerta sulla crisi e propone soluzioni diverse da quelle del governo. Ma la crisi resta e continua a generare disoccupazione, povertà, dissesto sociale, disordine geopolitico e indebolimento delle istituzioni democratiche. Anzi, scommettere su una fiducia delle famiglie e delle imprese fondata su una mistificazione della realtà e su un ipnosi mediatica anziché su aspettative reali di lavoro e di reddito produce solo nuove bolle speculative e illusioni socialmente controproducenti. Il cuore duole anche se l occhio non vede. esempio, l idea che l Italia debba conformarsi alle indicazioni della Commissione e che i vincoli istituzionali europei non possano essere contestati e cambiati. D altra parte, senza essere economisti, basta consultare alcuni siti Internet (fra gli altri: per vedere che esistono tante opzioni alternative di politica economica, solo che le si voglia prendere in considerazione. Un nuovo modello di società. In realtà, il problema di fondo sembra riguardare il modello di società che le autorità di politica economica perseguono. Con coerenza più o meno pronunciata tutti i governi che si sono succeduti in questi anni da quelli di centro-destra a quello tecnico di Monti, fino all attuale si sono adoperati per ridurre l intervento pubblico e per avvicinarlo a una logica di mercato: per le pensioni si è promosso il criterio della capitalizzazione da integrare con pensioni private; per la sanità si proceduto a una progressiva riduzione della spesa, quindi di molti servizi basti pensare alle lunghe liste d attesa per visite specialistiche rilevabili anche in regioni e province ritenute efficienti così da sospingere verso le prestazioni di operatori privati; per l università si è ridotto il finanziamento pubblico, invitando gli atenei a cercare risorse presso i privati; un discorso analogo lo si è fatto per la scuola, mentre si procedeva all aumento dei fondi a disposizione delle scuole private. Sul mercato del lavoro, infine, all obiettivo di una piena occupazione, di cui lo Stato doveva essere il garante di ultima istanza, si è sostituito quello di un elevata precarietà occupazionale associata a sussidi di disoccupazione decrescenti nel tempo. La logica dietro tutte queste politiche non è solo quella delle privatizzazioni e della sostituzione di prestazioni private a quelle pubbliche. Di fatto, quello che si propone è una profonda trasformazione istituzionale della società. Con la giustificazione, accattivante quanto pretestuosa, che gli individui vanno posti di fronte alle loro responsabilità di non sprecare le risorse pubbliche, di non rimanere disoccupati a carico della collettività ecc. si propone un modello di società nel quale la responsabilità del disagio economico viene attribuita, fatte salve alcune eccezioni, alle sole condotte dei singoli. La disoccupazione è provocata non dall assenza di posti di lavoro, ma da chi non si decide ad accettare un impiego. Una pensione insufficiente non dipende dalla difficoltà a trovare lavoro o dalle remunerazioni insufficienti, ma dalle scelte individuali di non effettuare versamenti pensionistici adeguati. Chi ricorre al sistema sanitario nazionale probabilmente non ne ha bisogno, per cui occorre disincentivarlo con liste d attesa e ticket, anche se ciò porta a privilegiare la cura quando è ormai inevitabile ai programmi di diagnosi precoce e di prevenzione. Chi fa ricerca nelle università è bene che si attenga alle esigenze dei privati, anche se questi si guarderanno bene dal finanziare studi indipendenti sugli effetti di lungo periodo degli Ogm, delle onde elettromagnetiche dei cellulari, dei farmaci introdotti dalle case farmaceutiche ecc. Quanto alla scuola, un istruzione congeniale agli interessi privati porta, nel migliore dei casi, a privilegiare la formazione professionale, ma certo non favorisce l offerta di quegli strumenti culturali che, pur non generatori di reddito, fanno di un individuo un cittadino consapevole. In sostanza, le politiche attuali mirano a invertire il ragionamento di Margaret Thatcher. L ex primo ministro inglese affermava che la società era solo un concetto astratto e che erano gli individui che contavano. Anziché darla per scontata, il mutamento istituzionale in corso mira a rendere quanto più possibile concreta questa affermazione. Punta a desocializzare le persone, a far sì che l unico criterio di accesso alle risorse della collettività sia quello privatistico. I diritti sociali scompaiono, in questa prospettiva. La solidarietà non fonda il patto sociale, ma interviene residualmente, quando non sia possibile altro che la carità, privata o pubblica che sia. Viene naturale osservare che questo processo in cui la società è subordinata all economia, anziché il contrario non può che rinforzare l individualismo, il disinteresse per le vicende collettive, quindi la disaffezione alla politica e l astensione dal voto. In questa situazione, dibattere sull entità della ripresa diventa uno dei tanti passatempi, tanto più interessante in quanto distoglie l attenzione dalle ragioni per cui una ripresa possa essere effettivamente desiderabile. 7

8 01-MATERIALI-luglio_Layout 1 25/06/ Pagina 8 LE GIORNA la fotogallery FIRENZE Dibattiti, incontri e concerti. Le Giornate del Lavoro della Cgil, giunte alla loro seconda edizione (l anno scorso si tennero a Rimini), hanno invaso il centro di Firenze dal 12 al 14 giugno. Tante idee e contributi per provare a immaginare cosa sarà il lavoro di domani, in un dialogo ricco e prolifico con esponenti di primo piano del mondo della politica, della cultura e dello spettacolo (foto di S. Caleo e M. Merlini) 8

9 01-MATERIALI-luglio_Layout 1 25/06/ Pagina GIUGNO ATE DEL 9

10 01-MATERIALI-luglio_Layout 1 25/06/ Pagina 10 L ANALISI assegno per il terzo figlio, il Il contrasto alla povertà richiede una pluralità di interventi tra loro coerenti. Non basta investire nell occupazione. Un trasferimento rivolto ai meno abbienti serve nell immediato REDDITO MINIMO, ecco perché va messo SUBITO A REGIME di Chiara Saraceno* 10 enza ripresa dell occupazione Ssarà difficile ridurre la povertà. Investire nella crescita dell occupazione è perciò fondamentale. Non è tuttavia sufficiente. Bassi salari e precarietà del lavoro, bassa intensità occupazionale a livello famigliare e polarizzazione tra famiglie ricche e povere di lavoro, riduzione della domanda di lavoro nei settori tradizionali a favore di quelli tecnologicamente più avanzati, incapacità del sistema scolastico di compensare le disuguaglianze di partenza, rischiano di lasciare fuori molti individui e famiglie anche da una futura auspicabile ripresa. Se l obiettivo è anche prevenire o contrastare la povertà, occorrono politiche dell occupazione, e prima ancora della formazione, mirate alla popolazione con maggiore difficoltà nel mercato del lavoro, sostenute da servizi per l impiego preparati adeguatamente, insieme a politiche che favoriscano la conciliazione tra lavoro remunerato e responsabilità famigliari. Accanto a politiche del lavoro e della formazione mirate ai soggetti più svantaggiati, occorrono, tuttavia, anche forme di integrazione economica per chi ha un reddito insufficiente. In primo luogo, al fine di evitare che si creino eccessivi squilibri tra reddito famigliare e numerosità della famiglia, occorrono trasferimenti monetari a parziale sostegno del costo dei figli, vuoi universali, vuoi, in situazione di carenza di risorse, mirate alle famiglie a basso reddito, senza distinzioni categoriali. A questo fine, è necessario mettere mano all insieme delle misure esistenti assegno al nucleo famigliare, detrazioni per i figli a carico, neonato bonus bebé per disegnare una forma di trasferimento che sia inclusiva e soprattutto non rischi di escludere proprio i più poveri, vuoi perché non sono lavoratori dipendenti, vuoi perché sono incapienti, vuoi perché non hanno figli tutti minori, o non mettono al mondo un figlio nei prossimi tre anni. Una misura di questo genere farebbe uscire dalla povertà un buon numero di famiglie di lavoratori, che sono tali spesso perché con un reddito modesto devono far fronte ai bisogni di una famiglia numerosa. È utile a questo proposito tenere a mente che nel 2013 in Italia circa un milione e 39 mila persone in povertà assoluta vivevano in famiglie in cui la persona di riferimento era disoccupata (quindi erano probabilmente famiglie in cui non vi era nessun occupato), ma un milione e 996 mila poveri assoluti vivevano in famiglie in cui la persona di riferimento svolgeva una professione operaia. Le cifre erano più basse, ma non inesistenti, anche in caso di persona di riferimento impiegata o in altra condizione professionale. L Italia, in effetti, è uno dei paesi europei in cui il fenomeno dei lavoratori poveri su base famigliare è più diffuso, per l elevata incidenza delle famiglie monoreddito e per la scarsa efficacia dei trasferimenti legati alla presenza dei figli. Sarebbe anche utile, oltre che equo, introdurre una forma di imposta negativa, almeno per compensare gli incapienti delle detrazioni cui avrebbero teoricamente diritto ma di cui, a causa dell incapienza, non riescono a fruire. Chi, come il presidente del Consiglio, parla avventatamente di incostituzionalità di una eventuale misura di reddito minimo per i poveri, dovrebbe chiedersi piuttosto se non sia incostituzionale non aver previsto forme di compensazione nel caso dell incapienza e se gli stessi 80 euro di detrazione fiscale riconosciuti dal suo governo ai lavoratori dipendenti a basso reddito, purché capienti, oltre a costituire una palese ingiustizia entro la stessa categoria dei lavoratori dipendenti, non si configurino come una misura anticostituzionale, perché non accessibile a tutti i cittadini che hanno gli stessi requisiti di reddito. Anche una politica abitativa che sostenesse l accesso alla casa ai ceti più modesti avrebbe un forte impatto contro la povertà. Oggi vediamo che, a parità di reddito e di composizione famiglia, avere o non avere accesso a un abitazione di edilizia popolare fa una differenza enorme sul reddito effettivamente disponibile. Queste misure ridurrebbero, ma non eliminerebbero la platea di coloro che avrebbero bisogno, per un periodo più o meno lungo, di una garanzia di reddito minimo analoga a quella presente da tempo nella stragrande maggioranza dei paesi europei e anche in altri paesi extra-europei. Ci sono in Italia oltre 6 milioni di poveri assoluti. Un milione e 438 mila sono minori (13% di tutti i minori), 888 mila anziani. Come ho segnalato sopra, circa un milione e 39 mila vivono in famiglie in cui nessun adulto è occupato o gli adulti presenti non lavorano per più del 20% del loro potenziale teorico. Il reddito minimo è necessario per consentire a questi

11 01-MATERIALI-luglio_Layout 1 25/06/ Pagina 11 PIXABAY individui e famiglie l accesso ai consumi di base mentre si danno da fare a cercare un lavoro o ad acquisire le competenze richieste. È necessario per consentire ai minori una crescita adeguata e il proseguimento della formazione, invece di essere tolti precocemente dalla scuola per cercare lavoretti nell economia informale, quando non criminale. È necessario perché non tutti e non sempre sono in grado di lavorare, anche quando la domanda di lavoro fosse abbondante e riguardasse anche le basse qualifiche. Età matura, carichi famigliari pesanti, problemi di salute possono impedire di presentarsi sul mercato del lavoro o rendersi poco appetibili ai potenziali datori di lavoro. Un reddito minimo, quindi, è necessario sia come ponte verso un occupazione che dia reddito sufficiente, sia come rete di protezione stabile per chi non ce la fa. Come avviene nella maggior parte dei paesi europei che hanno da tempo uno strumento di questo tipo, una misura di reddito minimo dovrebbe essere universale, non perché rivolta a tutti i cittadini a prescindere dal reddito, ma a tutti i cittadini che si trovano al di sotto della soglia di reddito equivalente (cioè commisurato sia alle risorse sia all ampiezza della famiglia di residenza) considerata indispensabile. Si può prendere come riferimento la soglia della povertà assoluta, perché meno sensibile di quella relativa agli andamenti congiunturali, tenendo conto (come non sembra fare la pur apprezzabile proposta del Movimento 5 Stelle) della variabilità del costo della vita tra città grandi e piccole, centro e periferia, Nord e Sud. Oppure si possono prendere come riferimento altri redditi minimi esistenti nel nostro sistema di protezione sociale, quali la pensione sociale o la pensione integrata al minimo, tenendo, comunque, conto anche della ricchezza, quindi utilizzando il nuovo Isee, anche per avere uno strumento omogeneo di valutazione delle risorse economiche per tutte le prestazioni, facendo variare soltanto le soglie a seconda del tipo di prestazione. Il riferimento è alla famiglia anagrafica, sia per il test dei mezzi che per il calcolo dell importo dell integrazione reddituale. Il sostegno al reddito si configura come integrazione del reddito disponibile fino alla soglia definita non, quindi, una somma uguale per tutti a prescindere dalla distanza dalla soglia, come nella proposta di Sel. Per incentivare l iniziativa individuale e non scoraggiare dalla ricerca di lavoro, anche a tempo (e reddito) parziale, si può eventualmente prevedere che l integrazione non cessi del tutto una volta superata la soglia, ma venga ridotta progressivamente. I criteri di assegnazione devono essere trasparenti e non discrezionali. L accesso deve essere continuo, e non a bando (come è avvenuto per la sperimentazione della nuova carta acquisti), dato che la caduta in povertà può avvenire in qualsiasi giorno dell anno. I tempi di verifica devono essere ragionevolmente brevi, per evitare indebitamenti o ricorso all economia sommersa in attesa di ricevere sostegno. E l erogazione non deve essere a termine (come prevedono sia la proposta di M5S sia quella del Pd di Leva e altri), ma fino a che il bisogno persiste, salvo verifiche periodiche (ogni tre o sei mesi) della permanenza dello stesso e della adeguatezza dei comportamenti dei beneficiari. L integrazione del reddito va accompagnata da misure di integrazione sociale il cui contenuto specifico varia a seconda delle caratteristiche e i bisogni dei beneficiari, anche all interno della stessa famiglia. C è chi ha solo bisogno dell integrazione di reddito per poter continuare nell attività di ricerca di lavoro o di formazione, chi ha bisogno di orientamento e sostegno in questo, chi di entrare in un percorso di riabilitazione, chi di poter accedere a servizi di cura e così via. Nel caso dei minori, la cosa più importante è il sostegno alla frequenza scolastica e l arricchimento delle esperienze educative, in modo da rafforzare le loro capacità e interessi, ostacolando la riproduzione intergenerazionale della povertà. Mentre l integrazione del reddito ha come riferimento la famiglia nel suo complesso, le misure di integrazione sociale devono avere come riferimento i singoli individui. Per questi aspetti non monetari occorre mettere in rete assistenti sociali, agenzie per l impiego, associazioni datoriali, terzo settore nelle sue varie forme, scuola. Il costo di uno strumento di questo genere, comprensivo dell integrazione di reddito e di misure di integrazione e accompagnamento, varia a seconda di dove si pone la soglia di accesso e anche se e come vengono attuate le altre misure sopra brevemente descritte. Sulla base di entrambi questi elementi viene individuata una platea di potenziali beneficiari più o meno grande. Sia la Commissione Guerra che a suo tempo aveva elaborato la proposta di Sostegno di inclusione attiva (Sia), sia l Alleanza contro la povertà con la proposta di Reis (Reddito di inclusione sociale), avevano suggerito di definire una soglia più bassa di quella della povertà assoluta, salvo innalzarla gradualmente. Se si integrasse solo la metà della distanza dalla soglia di povertà assoluta, si stima che il costo si aggirerebbe sul miliardo e due miliardi annui. Una cifra di tutto rispetto, certo, ma non impossibile (si spende molto di più per gli 80 euro ai lavoratori dipendenti a basso reddito individuale). Potrebbe anche essere integrata dalle Regioni e dai Comuni, sotto forma di servizi o di integrazione monetaria, tenendo conto che già oggi essi spendono per l assistenza economica. È una cifra molto più bassa di quella ipotizzata nella proposta del Movimento 5 Stelle, che invece considera l intera soglia di povertà, per giunta prendendo come riferimento la soglia individuata per i grandi Comuni del Nord, 781 euro per una persona non anziana sola, 200 euro in più di quanto stimato per una persona analoga in un grande comune del Mezzogiorno. Tra i due approcci c è spazio per trovare una mediazione, purché si concordi sulla non categorialità dello strumento e sulla necessità di mettere qualche cosa a regime subito, senza avviare ennesime sperimentazioni che in Italia sembrano essere solo foglie di fico per non fare nulla. *www.eticaeconomia.it 11

12 Fapi-materiali_materiali 10/06/15 14:30 Pagina 1 01-MATERIALI-luglio_Layout 1 25/06/ Pagina 12 Finanziamo la formazione dei lavoratori delle PICCOLE e MEDIE IMPRESE Crescono i lavoratori Competono le imprese Avvisi Generalisti Con questo strumento il Fapi intende rispondere alle esigenze formative di medio termine delle imprese aderenti al fondo. L avviso generalista si rivolge sia alle PMI che alle Grandi Imprese con stanziamenti dedicati e pensati per rispondere alle esigenze di queste due categorie di imprese. Avvisi Tematici Accanto agli avvisi generalisti il Fapi predispone anche avvisi tematici volti a rispondere alle necessità specifiche delle imprese. Il Fapi risponde con strumenti ad hoc alle esigenze di breve e medio periodo espresse dalle imprese. Gli avvisi tematici sono strutturati e valutati a sportello di norma in primavera ed autunno fino ad esaurimento risorse. La procedura a sportello viene utilizzata in questo caso per cercare di rispondere in tempi quanto più brevi possibili ad esigenze specifiche dell impresa. Conto d Impresa (new) È dedicato alle imprese neo aderenti provenienti da altri Fondi che abbiano accumulato una quota di mobilità dal Fondo di provenienza. Il Fapi mette a disposizione dell azienda immediatamente le risorse trasferite e ne integra le disponibilità per un ulteriore 50%. Con questo strumento il Fondo intende consentire alle imprese medio grandi di nuova adesione di disporre da subito di risorse finanziarie per realizzare l attività formativa senza dover attendere l uscita di specifici Avvisi. Conto Aggregato di rete (new) Con il conto aggregato di rete il Fondo intende rispondere alle esigenze di gruppi di imprese per settore filiera o territorio. La volontà è quella di far fronte alle necessità formative di breve termine delle aziende aderenti al Fapi consentendo continuità e rapidità nell uso del finanziamento e quindi nell erogazione della formazione. Si prevedono due scadenze nel corso dell anno nell ambito delle quali la rete, attraverso un soggetto indicato come aggregatore presenta un ipotesi di massima di domanda di finanziamento rispondente alle esigenze formative manifestate dalle aziende della rete per un determinato importo. Nel corso dell anno la rete può accedere al finanziamento dedicato in qualsiasi momento per attivare i programmi formativi per le imprese appartenenti alla rete di volta in volta interessate. I CANALI DI FINANZIAMENTO DEL FAPI PER IL 2015 Le persone che lavorano nelle imprese sono la risorsa più importante: investire su di loro è la scelta migliore. Il FAPI - il Fondo Formazione PMI costituito da CONFAPI, CGIL, CISL, UIL - finanzia la formazione dei dipendenti delle aziende aderenti gratuitamente. ADERISCI AL FAPI! IL FONDO DI FORMAZIONE ITALIANO CHE CREDE NEL VALORE DELLE PERSONE. Consultare il sito web per gli Avvisi in corso: Aderire al Fondo per la formazione FAPI è facile e non costa nulla: scopri come fare su chiamando lo o inviando una mail a

13 01-MATERIALI-luglio_Layout 1 25/06/ Pagina 13 Le solite sorprese. Come ogni anno, in concomitanza con l uscita dei dati delle dichiarazioni fiscali da parte del Dipartimento delle Finanze, si assiste a un ricorsivo sorprendersi per i bassi redditi medi denunciati delle varie categorie di professionisti, artigiani, commercianti e, in generale, contribuenti (persone fisiche, società di persone, società di capitali) assoggettati agli studi di settore. In questo senso, un esempio, forse estremo, è rappresentato dalle attività di discoteche, sale da ballo, night clubs e simili, le quali nel 2013 hanno denunciato mediamente un reddito negativo (una perdita) di euro. Nel 2012 erano riusciti a spuntare un reddito di 100 euro all anno, risultato importante, visto che le analisi delle 7 dichiarazioni precedenti le avevano viste sempre in perdita. Visti gli ultimi 9 anni di dichiarazioni, quindi, un proprietario di un night club ha tenuto aperta un attività che, mediamente, gli ha fatto perdere 3 mila euro ogni 12 mesi (e poi dice che non ci si rimette a far del bene...). Questi dati riescono ogni volta a stupire dipendenti e pensionati, che anche nel 2013 hanno versato oltre l 80% dell Irpef totale, e a far fiorire commenti su telegiornali e carta stampata. Commenti che, proprio come i fiori di certe cactacee, durano il tempo di una giornata, per poi far tornare l argomento nell oblio per un altro anno. I dati complessivi. Gli studi di settore sono stati applicati a circa 3,6 milioni di soggetti. Il reddito complessivo dichiarato nel 2013, 98 miliardi di euro, risulta in diminuzione rispetto all anno precedente, sicuramente segno della difficoltà nell affrontare il sesto anno consecutivo di crisi da parte di autonomi e professionisti. E tuttavia è evidente che i redditi denunciati sono talmente bassi da costituire quasi un autodenuncia di evasione fiscale. Evasione fiscale che, è ovvio, ma va ricordato, non è appannaggio di tutti i contribuenti, né di tutti i non dipendenti, si pensi per esempio agli EVASIONE Fisco, costernazione a parte ci sono ancora MOLTI PASSI DA FARE di Cristian Perniciano La legge delega, approvata lo scorso anno, dovrebbe avere tra i suoi scopi anche quello di migliorare la tax compliance, puntando verso la fatturazione elettronica e l utilizzo delle banche dati dell Agenzia delle entrate autonomi che lavorano per imprese. All interno degli studi, del resto, si assiste a una differenziazione reddituale per categorie, con i professionisti che hanno i redditi più elevati ( euro), seguiti dalle attività manifatturiere e dai servizi (rispettivamente, e euro). Fanalino di coda in questa classifica sono i commercianti, che denunciano in media euro annui. Per quanto riguarda i dipendenti, il reddito medio è pari a circa euro all anno, con notevoli differenze tra i dipendenti di persone fisiche e società di persone, reddito medio di euro, e i dipendenti della pubblica amministrazione e dipendenti di società di capitali, che hanno un reddito medio di euro annui. Niente di nuovo. Guardassimo alle statistiche degli scorsi anni, troveremmo dati simili, al netto dell abbassamento medio dei valori provocato dalla crisi. Al di là della costernazione, ci pare quindi evidente che ci sono ancora grandi passi da fare nella lotta all evasione fiscale. A cominciare dal contributo che potrebbe dare la legge delega, approvata lo scorso anno. Quest ultima dovrebbe avere tra i suoi scopi anche quello di migliorare la tax compliance, la fedeltà fiscale, puntando verso la fatturazione elettronica e l utilizzo delle banche dati dell Agenzia delle entrate per individuare gli evasori. La fatturazione elettronica, però, appare un obiettivo di lungo termine, visto il sistema italiano e la diffusione della microimpresa e dell impresa familiare, poco avvezze all innovazione. E invece la fatturazione elettronica consentirebbe la completa tracciabilità delle transazioni, sia nei vari passaggi B2B (Business to business, da azienda ad azienda) che nei confronti del cliente finale, rendendo assai difficile l evasione Iva: quindi, a cascata, l evasione Ires, Irap, Irpef. Senza contare che costituirebbe anche una diminuzione dei costi e degli adempimenti. Tuttavia, perché vada a regime tale sistema, ci sarà bisogno di tempo, anche perché i costi iniziali non sono irrilevanti e perché la fatturazione elettronica funziona davvero solo se tutto il sistema vi aderisce. Sarebbe utile quindi prevedere dei passaggi intermedi di immediata applicazione, come la trasmissione telematica degli incassi, ora prevista come opzione solo per la grande distribuzione, e l incentivo della moneta elettronica. La trasmissione telematica non incide nei rapporti tra aziende, implicando invece solo un diverso rapporto tra la singola azienda e le amministrazioni tributarie. Affidarsi solo ai controlli per accertare l evasione già consumata è una strategia perdente, per la scarsa probabilità dei controlli, per le difficoltà della riscossione (Equitalia ha, per legge, strumenti inferiori a un creditore privato) e per le possibilità di insolvenza e fallimenti, veri o pilotati. La storia ci insegna che riforme incompiute, non portate a termine o non strutturate, possono facilmente essere cancellate in nome della semplificazione, della privacy o della troppo elevata pressione fiscale (che in Italia è effettivamente alta, ma solo per chi le tasse le paga). Paradigmatica appare la storia della tracciabilità dei distributori automatici, prevista nel 2007 e cancellata dal governo Berlusconi ancor prima che entrasse in vigore. È quindi necessaria una volontà politica chiara, e si deve agire per prevenire l infedeltà fiscale e non solo per punire una volta che il danno è stato fatto, a costo di inimicarsi qualche categoria che da troppo tempo non partecipa come potrebbe al funzionamento dello Stato. Perchè se è vero che una settimana all anno, dopo che escono le statistiche delle Finanze, monta l indignazione verso gli evasori, questi stessi evasori, per 52 settimane all anno utilizzano beni pubblici, servizi sanitari, istruzione, prestazioni di welfare pagate da altri. Altri che, di solito, sono mediamente meno ricchi di loro. 13

14 01-MATERIALI-luglio_Layout 1 25/06/ Pagina SINDACATO IDEE NUOVE per l inclusione sociale di Giuliano Guietti* È impossibile incontrare qualcuno, in Cgil, che si pronunci contro il cambiamento e la sua necessità. Quando però si passa a discutere di come cambiare, le cose si complicano nche il sindacato deve Acambiare. Quante volte l abbiamo detto, ma soprattutto quante volte ce lo siamo sentiti ripetere in questi anni. Tutto cambia tranne voi. E spesso quelli che ce lo dicevano alzavano il dito indice con aria di rimprovero. Con l accusa, implicita ma anche a volte esplicita, di essere retrogradi, conservatori, irrimediabilmente nostalgici dei gloriosi anni d oro del sindacato. Insomma, quelli del telefono a gettone, del mangianastri e della Fiat Centoventotto. In verità, è impossibile incontrare qualcuno, in Cgil, che si pronunci contro il cambiamento e la sua necessità. La consapevolezza che molte cose non funzionano nella complessa macchina di quella che nonostante tutto rimane la più grande organizzazione di massa del nostro Paese, è ampiamente diffusa. Quando però si passa a discutere non più se cambiare, ma come cambiare, le cose si complicano enormemente. Non ci sono solo visioni diverse, ma anche visioni spesso un po nebulose, nel senso che non se ne comprende bene l orizzonte. I distinguo si moltiplicano, riflettendo inesorabilmente la grande articolazione, territoriale e funzionale, di un corpo organizzativo da tempo caratterizzato da legami sempre più deboli, con tutti i vantaggi ma anche le criticità che questo comporta. Cosicché, alla fine, gli unici cambiamenti che appaiono realmente a portata di mano rischiano anche di essere, spesso, cambiamenti di portata limitata. Ci sarebbe, per la verità, un tipo di cambiamento abbastanza facile da perseguire, ma è un tipo di cambiamento che la stragrande maggioranza della Cgil giustamente credo respinge. È il cambiamento di tipo adattativo, che porterebbe sostanzialmente ad adeguarsi alle modificazioni già in gran parte intervenute, o comunque in corso, nel sistema della rappresentanza politica ed istituzionale. Del resto, la rappresentanza sociale è stata efficacemente raffigurata come il terzo lato di un unico triangolo del quale partiti e istituzioni costituiscono i rimanenti due lati. Difficile immaginare che possano, nel lungo periodo, perseguire orizzonti e modelli organizzativi radicalmente diversi. Il triangolo non può rimanere a lungo spezzato, prima o poi i suoi lati si ricompongono in un nuovo compromesso. Diversi studiosi hanno ben descritto il cambiamento in corso nel sistema politico istituzionale. Si potrebbe così riassumere, in pillole : i poteri - istituzionali e non solo - si accentrano verticalmente a livello sovranazionale, verso luoghi sempre più difficilmente identificabili, e contemporaneamente si concentrano negli organismi esecutivi; il modello delegato e parlamentare della democrazia perde consenso, da molti non viene più giudicato adeguato a rispondere con efficienza ai tempi brevi della comunicazione e della decisione in un mondo non solo globalizzato ma costantemente online ; finita, forse ormai irrimediabilmente, la stagione dei grandi partiti di massa, i partiti tornano ad essere null altro che articolazioni organizzative dei soggetti istituzionali, il cui compito principale si esplica nel momento elettorale, quando funzionano sostanzialmente da agenzie di reclutamento che individuano dei candidati alle varie cariche pubbliche (P. Ignazi in Aa.vv., Il triangolo rotto, Laterza, 2013); si afferma in questo quadro la centralità del rapporto diretto tra chi governa e l opinione pubblica, ovvero il popolo. Ovvio che in un quadro di questo genere risulti fortemente compresso lo spazio della rappresentanza sociale, alla quale non si riconosce più alcuna valenza di carattere generale, ma solo, al massimo, di legittima tutela di interessi molto parziali. In una logica di adattamento, l unico spazio vero che rimane per un soggetto della rappresentanza sociale è quindi quello di misurarsi a livello decentrato, territoriale ma prevalentemente aziendale, sugli effetti delle scelte politiche e sociali alle quali gli è stata comunque preclusa la possibilità di concorrere. È senz altro una forma di rappresentanza degli interessi, ma che si svolge dentro un recinto talmente angusto, talmente parziale e limitato, da indurre inesorabilmente scelte e comportamenti di carattere corporativo. Ci possiamo scommettere: quegli stessi che oggi ci suggeriscono di imboccare questa strada sarebbero a quel punto i primi pronti a rialzare il dito del rimprovero per accusarci di tutelare interessi troppo ristretti e quindi corporativi. Per tanti motivi, si tratterebbe di una prospettiva del tutto indigeribile per una organizzazione come la Cgil, che ha troppo radicato nel proprio dna il tema del nesso tra rappresentanza parziale e rappresentanza generale Ma tra il non accettare questa deriva e il costruire davvero una diversa prospettiva di cambiamento, che tenga comunque conto di un quadro generale profondamente mutato, c è un salto difficile da compiere. Così che spesso il rischio diventa, in assenza di alternative chiare e condivise, quello di rimanere sostanzialmente ancorati a modelli del passato, alla riproposizione di ricette che in altre epoche furono vincenti e che proprio per questo risulta difficile abbandonare. Magari rimuovendo, sostanzialmente, la portata dei cambiamenti avvenuti in questi anni, non solo nel sistema politicoistituzionale, ma anche in quello economico-sociale. Servono dunque idee davvero nuove, oltre che alternative a quel cambiamento adattivo che ho provato a descrivere. Alla loro genesi, un contributo possono offrirlo le ricerche sul campo compiute in questi mesi da alcuni Ires regionali. Mi riferisco in particolare a due di queste: quella di Davide Dazzi su I delegati sindacali in Emilia-Romagna e quella di Vladimiro Soli e altri Sindacalisti e politica. Un inchiesta tra Veneto e Lombardia. Il valore di queste ricerche sta soprattutto nella loro capacità di affrontare in modo vivo, attraverso le parole e le risposte di numerosi delegati e funzionari sindacali, alcuni nodi che stanno al centro anche della ormai imminente conferenza d organizzazione della Cgil: il rapporto tra sindacato e politica; la qualità dei percorsi decisionali, quindi la qualità della democrazia; la capacità di inclusione sociale, cioè di andare oltre il campo nel quale il sindacato è abituato ad esercitare la propria funzione di rappresentanza. *Ere. Emilia Romagna Europa

15 01-MATERIALI-luglio_Layout 1 25/06/ Pagina 15 L INTERVISTA CAMUSSO, gli effetti del Jobs Act sulla sicurezza NEI LUOGHI DI LAVORO di Marco Togna li effetti sulla sicurezza dei Glavoratori derivanti dal Jobs Act, la valorizzazione del ruolo contrattuale dei Rls, le resistenze di Confindustria sul piano dei rischi psico-sociali, la necessità di una nuova organizzazione del lavoro per attutire i colpi derivanti dall allungamento dell età pensionabile. È un intervista a tutto campo quella realizzata con la segretaria generale Cgil Susanna Camusso sui temi della salute e sicurezza sul lavoro: una panoramica sulle principali questioni, in cui emerge con chiarezza l impegno che il sindacato prodiga nella costruzione di una vera cultura della sicurezza. L approvazione del Jobs Act avrà notevoli effetti sulle condizioni generali e anche su quelle di salute e sicurezza dei lavoratori e delle lavoratrici. Oltre a quelle sui licenziamenti facilitati e sul contratto a tutele crescenti, basti pensare alle misure sul demansionamento e alle loro conseguenze. È possibile, nei luoghi di lavoro, contrastare questa deriva? Anche se ovviamente non lo auspico, mi sembra sia chiaro che lo scenario delineato sarà davanti ai nostri occhi in poco tempo. Il combinato disposto della profondissima crisi in atto e la scelta deliberata di abbassamento delle tutele e dei diritti da parte del governo questo ci consegnano. Ovviamente queste scelte non potranno non avere conseguenze anche importanti sulle vite di milioni di lavoratori e lavoratrici di questo paese. Non da ultimo, questo significherà certamente che, resi gli individui maggiormente ricattabili, sarà difficile che essi si impegnino per chiedere miglioramenti delle loro condizioni, ad esempio in relazione a turni e orari, o miglioramenti nelle dotazioni produttive degli insediamenti industriali. Inoltre sarà più difficile che persone all interno dei luoghi di lavoro si offrano per il ruolo centrale e faticosissimo di Rls. Per non parlare di quella fetta di lavoratori over 50 e dei molti giovani che saranno disposti a duri sacrifici pur di conservare il proprio posto di lavoro. Sì, credo proprio che in futuro avremo, purtroppo, un possibile aumento degli Il provvedimento rende più ricattabili gli addetti e farà crescere infortuni e malattie professionali, spiega la segretaria generale Cgil. Decisivo il ruolo degli Rls, che devono rientrare a pieno titolo nel vivo della contrattazione accadimenti infortunistici e delle malattie professionali. Gli Rls svolgono un importante ruolo di rappresentanza. Ma spesso, come rilevato anche dagli stessi sindacati, si trovano a operare in condizioni difficili. Quali azioni può mettere in campo la Cgil per sfruttare pienamente le loro funzioni? La Cgil già ora e quotidianamente svolge un azione di rafforzamento, valorizzazione, formazione dei propri Rls. La svolgono le strutture territoriali, e anche le categorie. Il problema è che a volte le politiche contrattuali a tutti i livelli hanno recepito poco le istanze e le esigenze dei nostri Rls, relegando talvolta il loro ruolo in una separazione improduttiva e anche impropria. Dobbiamo riportare gli Rls al loro corretto ruolo, che non è solo quello di tecnici, ma anche di persone che devono portare le istanze dei lavoratori nel vivo della contrattazione. E devono essere considerati come parte integrante della rappresentanza. È in corso un importante negoziazione con Confindustria per giungere a un accordo interconfederale su salute e sicurezza e relativa rappresentanza nel mondo industriale, che seguirebbe finalmente a quello del giugno scorso sui temi della rappresentanza più generale. Quali sono i punti che la Cgil considera irrinunciabili per arrivare all intesa? Sono soddisfatta che, alla fine di un lungo processo negoziale durato ben otto anni, sembra si sia in dirittura d arrivo per questa intesa. Noi abbiamo posto due problemi di fondo, cui esigiamo sia data una risposta positiva: il primo è l allargamento della rappresentanza dei lavoratori per la sicurezza in tutte le aziende del comparto industriale, incluse quelle piccole, attraverso l adozione del Rlst come già avviene nel comparto dell artigianato; la seconda è la riconduzione della figura del Rls dentro le rappresentanze sindacali nei luoghi di lavoro. Credo che per le nostre controparti sia una grossa scommessa, ma è il naturale epilogo di ciò che abbiamo cominciato a fare con il testo unico sulla rappresentanza. I temi della sicurezza sono fatti vivere poco in sede di contrattazione. Come valorizzare questa materia nella contrattazione di categoria, di filiera, di sito? Come accennavo, non considerando questi temi e le persone che se ne occupano altro dalla politica sindacale e dalla nostra rappresentanza. E poi, provando a fare più contrattazione inclusiva, ossia cercando di tenere insieme o riunire tutte le parti del mondo del lavoro che adesso sono disperse nella filiera produttiva, sempre più polverizzata. Si può fare con un tipo di contrattazione innovativa, che richiede uno sforzo evolutivo in primis alla nostra organizzazione e una comprensione dei meccanismi che sono molto mutati. Ciò richiederà, inoltre, un impegno unitario e un aggiornamento culturale anche delle controparti, con una attenzione particolare al mondo degli appalti. L allungamento dell età pensionabile, conseguenza della riforma Fornero, ha ovvie ricadute sulla salute e sicurezza, anche in considerazione del generale progressivo invecchiamento degli addetti. Come intervenire? La cosa più semplice, e insieme più complicata, è riuscire ad accompagnare il percorso lavorativo delle persone con un organizzazione del lavoro adeguata e flessibile per le loro esigenze, ad esempio attraverso cambi di mansione o differenziazione dei ritmi. Mi rendo conto che sembrano soluzioni difficili, ancor più se paragonate ai problemi di occupazione ed espulsione dal mondo del lavoro di fronte ai quali ci troviamo oggi. Da qualche anno si pone sempre più attenzione ai nuovi rischi : lo stress lavoro correlato, il burn-out, i disagi psicosociali. Sono fenomeni ineliminabili, legati alle naturali trasformazioni del mondo del lavoro, o storture che si possono e debbono correggere? Nel nostro paese c è ancora molta resistenza al concetto di rischi psicosociali, soprattutto da parte di Confindustria. Non sono fenomeni naturali: la gran parte deriva da errori organizzativi e di gestione, quando non da veri e propri episodi di sopruso. Sono storture che si possono correggere con il contributo anche delle professionalità scientifiche e mediche, oltre che con l attenta vigilanza e denuncia. È una frontiera su cui si gioca una parte rilevante della salute nel lavoro, che è diventato sempre più complesso e terziarizzato. 15

16 01-MATERIALI-luglio_Layout 1 25/06/ Pagina 16 Scopri le nostre polizze a rate mensili tasso zero * rate mensili tasso zero fino a * Grazie a UnipolSai SOLUZIONI hai a disposizione una vasta gamma di polizze con pagamento in comode rate mensili e a tasso zero.. Approfitta ora di questa opportunità: puoi finanziare fino a per proteggere te stesso, auto, casa, famiglia e lavoro e fino a se hai una partita iva. Divisione VIENI IN AGENZIA E CHIEDI SUBITO AL TUO AGENTE! SCOPRI I VANTAGGI DELLA CONVENZIONE CGIL- UNIPOLSAI * Offerta soggetta a limitazioni. Per tutti i dettagli rivolgersi all agenzia. Il pagamento del premio potrà essere effettuato tramite un finanziamento di Finitalia S.p.A., società del Gruppo Unipol, a tasso zero (TAN 0,00%, TAEG 0,00%) ) da restituire a rate mensili. Esempio: importo totale del premio 550,00 TAN 0,00% Commissioni missioni di acquisto 0,00% importo totale dovuto dal cliente 550,00 in 11 rate mensili da 50. Tutti gli oneri del finanziamento saranno anno a carico di UnipolSai Assicurazioni. La concessione del finanziamento è subordinata all approvazione azione di Finitalia S.p.A. Messaggi pubblicitari con finalità promozionale: - prima di aderire all iniziativa, a, consultare le Informazioni europee di base sul credito ai consumatori (SECCI) e l ulteriore documentazione prevista dalla legge disponibili in agenzia e sul sito - prima della sottoscrizione della polizza leggere il Fascicolo Informativo o disponibile ile in agenzia e sul sito

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