PROSPETTIVE PENSIONISTICHE

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1 PROSPETTIVE PENSIONISTICHE Nel mondo del pubblico impiego, si vivono oggi, grandi incertezze. Il precariato prevale sul lavoro fisso ed a tempo indeterminato, le famiglie hanno mutato il loro modo di vivere, molti professionisti nemmeno attendono più il rinnovo del contratto ( peraltro sempre in ritardo) ed in mezzo a grandi disagi aspettano il fatidico traguardo della pensione. Ma è qui che lo Stato ci attende al varco. Gli effetti del giro di vite non si sono fatti attendere: prima con lo scontro Stato-Regioni per gli aspetti economici poi, per l effetto Brunetta, ma soprattutto per la manifesta volontà (dello Stato) di ridurre il proprio ruolo e sanare grandi squilibri economici. La pensione appunto che tutti attendiamo per tirare i fatidici remi in barca, ma anche per uscire dal sistema, presenta per coloro che non sono informati adeguatamente, pericolosi trabocchetti che possono indurci in errore di notevole entità. Oggi dobbiamo prepararci alla pensione con scelte ponderate, adeguate e soprattutto anticipate addirittura decenni prima. La riforma Fornero ha travolto con le sue norme tutte le nostre certezze e mutato la vita di tanti professionisti mortificando un intera categoria, che presa dall esercizio della propria professione non si è accorta che, tutto intorno stava mutando radicalmente. Il futuro è apparso all improvviso incerto e sconosciuto, i nostri calcoli personali completamente stravolti: tutto per tacitare l Europa in ansia sul nostro domani. Ancora una volta, a pagare, come per le tasse, sono i pubblici dipendenti. La nostra Cassa pensioni, CPS, che vantava un medico in pensione e tre in attività ha contribuito con prelievi forzati di solidarietà per chi non ha mai pagato, è confluita nell INPDAP dove i nostri contributi hanno di fatto mascherato le manchevolezze di questo Ente. E per ultimo tutti nel grande calderone dell INPS dove c è di tutto: pensioni, assistenza, indennità di accompagnamento etc. Oggi parlano di pensioni d oro e attaccano continuamente coloro che hanno usufruito del sistema retributivo piuttosto che di quello retributivo e ci scippano pure un contributo di solidarietà sopra i 90 mila euro annui. Le regole cambiano continuamente, non è questione di governo, perché pur cambiando i suonatori la musica è sempre la stessa. Quello che ci amareggia particolarmente è che nel momento della nostra assunzione, lo Stato stipulò delle regole, un patto, che noi, pagando puntualmente i contributi, abbiamo sempre onorato. Oggi perché tutto cambia? Perché vengono cambiate le regole del gioco? Le pensioni future saranno inferiori a quelle attuali: chi andrà in pensione nel 2015/20 percepirà solo il 65-70% dello stesso valore pensionabile nel 1995 ( 40 anni di contribuzione) e peggio sarà per coloro che verrano dopo. Le pensioni saranno inferiori a quelle attuali per il mancato adeguamento all inflazione in quanto superiori a sei volte il trattamento minimo INPS.

2 La nostra organizzazione sindacale di concerto con la CIDA (rappresentante della pubblica e privata area dirigenziale e delle alte professionalità) si batte da tempo per porre fine a queste ingiustizie sociali; ma senza risultati apprezzabili, perché i governi di qualsiasi colore essi siano considerano le nostre pensione ricche, dimenticando i vitalizzi parlamentari che sono esigibili dopo appena due anni di attività parlamentare. Dal 2012 si assiste dunque ad una vera rivoluzione previdenziale. Le nuove disposizioni introdotte con la manovra lasciano sul campo molte delle garanzie e delle tutele mantenute nel passato. Restano comunque validi i requisiti di accesso per coloro che hanno maturato le condizioni d età e di contribuzione previste dalle disposizioni precedenti. Dal 2012 le pensioni di anzianità cambiano nome, scatta il calcolo dell assegno pensionistico con il metodo contributivo per tutti, si innalzano i requisiti per la pensione, vengono introdotte penali per chi vuole andarsene prima. Il metodo contributivo basa il calcolo del trattamento sull insieme dei contributi versati in tutta la vita lavorativa anziché sull importo degli stipendi, come invece è il caso del più vantaggioso metodo retributivo. Prima della riforma erano rimasti esclusi dal sistema contributivo quelli che al 31 dicembre 1995 potevano vantare almeno 18 anni di contributi e, parzialmente coloro che erano entrati nel mondo del lavoro prima del Dalla riforma in poi anche per questi superstiti del vecchio sistema vale il nuovo criterio di calcolo. Si tratta di un ampia platea,soprattutto medici dipendenti del SSN che entrati nel mondo del lavoro prima con la riforma ospedaliera e poi con quella sanitaria hanno sommato anzianità contributive elevate, grazie anche al sistema dei riscatti degli anni di studio. Il calcolo con il contributivo interesserà le anzianità maturate dal 1 gennaio 2012 in poi, mentre resta inalterato il conteggio con il sistema retributivo per le anzianità precedenti. In pratica per coloro che sono vicini al pensionamento, il trattamento complessivo non sarà particolarmente decurtato dalla nuova metodologia potendo vantare un ampio numero di anni da calcolare con il vecchio contributivo. Immaginiamo di ipotizzare che con il retributivo si aveva un tasso annuo del 2% e quindi a dopo 40 di lavoro la pensione poteva corrispondere all 80% dell ultima retribuzione. Nel caso del contributivo si può immaginare che ogni anno di lavoro valga un tasso dell 1% e quindi con 40 anni di contributi si matura una pensione corrispondente al 40% dell ultima retribuzione. Se ne deduce che con la Riforma con più di 40 anni di contribuzione si avrà una pensione più sostanziosa, mentre prima con più di 40 anni non si producevano effetti economici. Ma le previsioni per il futuro non sono certo rosee: oltre l aumento degli anni per l età pensionabile con l aumento dell aspettativa di vita media aumentata ( dal 2016 aumento di 4 mesi fino al 2018 poi altra revisione) e quindi anche di un aumento della vita lavorativa, all orizzonte si affacciano nuove ed inquietanti ipotesi di taglio delle pensioni.

3 Da circa due anni sono iniziate a circolare ipotesi di taglio delle pensioni con il sistema retributivo ribadito con forza dal neo presidente INPS Boeri con interviste a giornali autorevoli (Sole 24 ore, Corriere della sera) e interviste televisive. L ipotesi di cui sopra, anche se non meglio precisata, consisterebbe nel ricalcolare le vecchie pensioni del metodo retributivo, secondo la normativa in vigore, applicando ad esse il meccanismo di calcolo interamente contributivo con un differenziale di circa il 20% sottratto ai percettori delle pensioni retributive, per alimentare un Fondo di solidarietà intergenerazionale. Con il nuovo calcolo che riguarderebbe una platea molto ampia ( al mese lordi) si avrebbe un risparmio di 4 miliardi di euro/anno secondo Boeri. Sia tecnicamente che giuridicamente l ipotesi Boeri non sta in piedi. Per ricalcolare le pensioni retributive in godimento applicando ad esse il calcolo contributivo, bisognerebbe conoscere nel dettaglio tutti i contributi versati anche 60 anni fa durante tutta la vita lavorativa, cosa molto difficile se non impossibile nella nostra professione con la continua modifica del datore di lavoro: enti ospedalieri, ASL, Usl. Etc. Una volta individuati i contributi si dovrebbero fare le rivalutazioni sui coefficienti di trasformazione, mutati nel corso degli anni: cose molto difficili da realizzare; Ma ancora più grave e pesante di questa ipotesi Boeri è sul piano della legittimità e costituzionalità di un simile intervento. Verrebbero calpestati i diritti acquisiti e consolidati dei pensionati passando sopra a molti articoli costituzionali. Questa ipotesi sembra avere come DNA una natura puramente tributaria o meglio espropriativa dal momento che si verrebbe a determinare una cancellazione dei diritti acquisiti di quella che la pensione rappresenta dopo una vita lavorativa e contribuzione : ossia una retribuzione differita. La Corte costituzionale si è già espressa in tale materia con varie sentenze censurando l atteggiamento governativo in merito ai diritti dei pensionati. C è bisogno a questo punto che l orientamento del Prof.Boeri cambi rotta e si indirizzi maggiormente verso una riqualificazione dell ente che amministra con la distinzione tra gestione previdenziale e quella assistenziale; di razionalizzare l impiego delle risorse e del capitale umano; con una grande trasparenza di gestione e contabilità; di riformare le pensioni ed i vitalizzi frutto di privilegi e non di diritti maturati con lavoro e contributi; di rivedere tutte quelle false pensioni di invalidità e dell evasione contributiva. ANNULATE QUOTE E FINESTRE. Saltano le famose quote previste con la vecchia normativa derivanti dalla somma degli anni di età e di contribuzione ad esempio per il 2011 c era la quota 96 ossia 60 anni e 36 di contributi oppure 61 anni e 35 di contributi. Come si vede il cambiamento è radicale in barba a tutti coloro che ad inizio carriera, pagando regolarmente i contributi previsti, hanno stipulato un contratto con lo stato. Si affacciano alla ribalta previdenziale le pensioni anticipate. Per i dipendenti sarà possibile, dal 2012, uscire in anticipo rispetto all età di vecchiaia, solamente nel caso in cui si maturino almeno 41 anni e tre mesi nel 2014 per le donne e

4 42 anni più tre mesi nel 2014 per gli uomini il tutto collegato ad altri aumenti di mesi per la speranza di vita che sarà aggiornata ogni due anni. I medici dipendenti delle ASL possono chiedere di rimanere in servizio per un biennio oltre l età massima di vecchiaia :Art.18,decreto leg. 30 dic.1992,n.503. I medici del SSN è possibile rimanere in servizio sino ad massimo di 70 anni al fine di maturare i 40 anni di contribuzione: L.4 novem.2010 n.183. In particolare art.22, comma 1,stabilisce che: il limite massimo di età per il collocamento a riposo dei dirigenti del SSN, compresi i responsabili di struttura complessa, è stabilito al compimento del 65 anno di età, ovvero, su istanza dell interessato, al maturare del 40 anno di servizio effettivo..e comunque non oltre il 70 anno di età. Ma nonostante queste nuove disposizioni persiste ancora la rottamazione del medico con una norma introdotta dal ministro Brunetta che consente alle amministrazioni di interrompere il rapporto di lavoro a coloro che abbiano maturato 40 anni di contribuzione, aggiornata dal Governo Monti comprensivi di eventuali riscatti e ricongiunzioni, indipendentemente dall età. Come potete vedere siamo sempre più ostaggio delle amministrazioni senza possibili difese da parte nostra. OPZIONE DONNA Fanno discutere le ultime notizie sulle pensioni con opzione Donna, ovvero di tipo contributivo: come è noto tale possibilità è "scaduta" e il governo non ha mosso un dito per prorogare l'opzione, eppure qualcosa di recente si è mosso: è stato presentato on ddl e richiesto la proroga delle pensioni con opzione contributivo donne fino al 2018,un idea lanciata già più di una volta, ma che ormai da tempo nessuno tirava più in ballo. Ma qualcosa si sta muovendo in maniera concreta. E di alcuni giorni fa la presentazione di un ddl della On. Gnecchi, membro della commissione del Lavoro della Camera, che mette in evidenza come le donne restano a casa dal lavoro per la maternità e spesso per curare i parenti anziani e malati e quindi finiscono per maturare meno contributi. La proposta, partendo dalla constatazione che sono poche le donne che arrivano a maturare 35 anni di contributi, prima della Fornero si ritiravano per vecchiaia a 60 anni; poi la riforma l ha innalzata di due anni in una notte, e tutte si sono trovate a dover aspettare almeno ulteriori quattro anni. L idea della Gnecchi è di prevedere un graduale aumento dell età pensionabile secondo il seguente schema: 63 anni fino a giugno anni dal primo luglio 2016 al 31 dicembre anni dal primo gennaio 2018 il tutto tenendo conto di eventuali sgravi di due anni di anticipo per ogni figlio fino ad un massimo di cinque anni. La riforma Fornero sembra davvero fatta contro le donne in quanto non tiene conto di nessuna delle motivazioni sopra citate e quindi mettendo le donne sullo stesso piano degli uomini per l età pensionabile: 66 anni e sette mesi per la vecchiaia.

5 Fino a oggi il governo Renzi non ha fatto nulla per ripristinare il provvedimento, difficilmente, a nostro giudizio, si assisterà a questo genere di misure all'interno di provvedimenti di riforma pensioni. Speriamo ovviamente di sbagliare: l'esecutivo potrebbe finalmente accorgersi che il piccolo sacrificio economico sul breve termine è poca cosa di fronte al risparmio a lungo termine per le casse statali, e che, come in tanti ribadiscono da mesi, sarebbe quindi il caso di prorogare davvero la possibilità di pensionamento col metodo contributivo per le donne. FONDI INTEGRATIVI Oggi l assegno medio netto mensile dei pensionati italiani è di circa 700/ 800 euro. Per essere più esatti il 42,6% dei pensionati, percepisce un reddito da pensione inferiore a euro al mese; il 38,7% tra e euro, il 13,2% tra e euro; il 4,2% tra e euro e il restante 1,3% percepisce un importo superiore a euro. Il che significa che la maggioranza della popolazione anziana non potrà affrontare adeguatamente la vecchiaia se non c è un Welfare familiare di sostegno. Cosa sempre più difficile per la scomposizione dell assetto familiare, che da patriarcale è diventata nucleare, e la presenza sempre maggiore dei single che ora sono nella fase attiva di lavoro, ma che diventerà una fascia consistente dei futuri pensionati. Uno scenario noto ormai da tempo e per porvi rimedio la legge ha previsto la possibilità di costruirsi una pensione che vada ad aggiungersi a quella dell Inps, la cosiddetta pensione complementare o integrativa. A tutt oggi sono ancora pochi coloro che hanno scelto questa strada perché sottovalutano il problema, forse perché pensano che il futuro non sarà proprio così nero come viene presentato oppure, più realisticamente specie i giovani, non dispongono di un lavoro di cui la pensione è una derivazione consequenziale. In ogni caso bisogna aver chiaro la necessità del risparmio previdenziale, saper rinunciare a delle risorse disponibili oggi per soddisfare bisogni di domani, quando per vecchiaia o per altro non si avrà nessuna fonte per procurarsi un reddito aggiuntivo. Molti sono bloccati dalla paura di non poter permettersi la previdenza complementare. Ma costa veramente tanto costruirsi una pensione di scorta? Tutt altro, con carta e penna alla mano si vede che il costo è pressoché irrisorio a fronte di indiscutibili vantaggi immediati e futuri. Quelli immediati sono un risparmio fiscale, quelli futuri sono una rendita mensile, sempre a tassazione agevolata. Si può usare il termine irrisorio perché il costo maggiore di un piano di accumulo previdenziale è sostenuto dall utilizzo del TFR: utilizzare il TFR per la previdenza complementare a volte spaventa, molti preferiscono avere rendimenti garantiti dal trattamento di fine rapporto anziché rischiare con le oscillazione dei mercati finanziari. Si

6 dimentica che nel lungo periodo le oscillazioni negative generalmente vengono tutte riassorbite.. Ma andiamo con ordine, per avere la pensione Inps bisogna avere un età, fra i 66 ed i 70 anni e 20 anni di contributi. Grosso modo l assegno sarà fra il 40/50% dell ultimo stipendio: Invece dell attuale assegno medio di 800 euro, si avrà una pensione quasi uguale all assegno sociale, di circa 500 euro. E chiaro che non basterà. Se ne è accorto perfino Poletti, che di mestiere fa il ministro non solo del lavoro, ma anche delle pensioni e forse avrà sentito parlare del film di De Sica. Suo è il drammatico grido d allarme che se non si riforma la legge Fornero ci sarà un emergenza sociale. Intanto che il ministro ponga mano ai suoi correttivi, non c è altra strada che fare da soli e partire con un piano di accumulo presso un fondo pensione. Secondo uno studio fatto da ENPA Italia versando 5000 euro all anno, tutti esentasse, per 20 anni, pari a 416 euro mensili ( in realtà si tratta solo di circa 30 euro perché il resto è dato dal Tfr che matura e dal contributo del datore di lavoro) con un rendimento medio lordo dell 8%, il capitale accumulato si può incrementare fino all 80% dando una pensione aggiuntiva che potrebbe raggiungere anche i 750 euro al mese. Cioè l Inps te ne garantisce 650 euro ( perché la pensione non potrà essere inferiore ad una volta e mezzo l assegno sociale) e la complementare altrettanto e forse più. Una prospettiva da tenere saldamente ed immediatamente in considerazione. Il governo, nel concreto, da una parte si preoccupa per i futuri pensionati e dall altra parte, nel concreto, disincentiva la previdenza complementare. Già sono state elaborate alcune stime che mostrano come per effetto dell aumento della tassazione sui rendimenti finanziari dei fondi pensione, passato dall11.5% al 20%, comporterà una perdita secca della rendita attesa, secondo Prometeia dall 1 al 13% da compensare eventualmente con maggiori versamenti di tasca propria. Sempre che non si faccia la scelta folle di dirottare il Tfr sulla busta paga mensile. In tal caso a fronte di un modesto incremento di reddito immediatamente spendibile, si avrà una vecchiaia ancora più amara Quali fondi pensionistici complementari? Lo scenario è molto vasto dal fondo Perseo,a quello Enpam ai fondi privati di banche ed assicurazioni. I rendimenti non si discostano molto tra loro, ma personalmente mi orienterei sul fondo Enpam che oltre che dare il più alto rendimento è il nostro fondo pensione gestito da noi medici nell interesse della categoria. Riscatto Laurea È una domanda che, chi ha conseguito un titolo di studio universitario, prima o poi si trova ad affrontare. C è da dire subito che è difficile dare una risposta univoca. I calcoli sono così strettamente legati alla propria storia lavorativa e alle aspettative, che ognuno dovrebbe prendere carta e penna (e commercialista) per fare due conti. In generale, il riscatto dei periodi assicurativi consente al lavoratore di ottenere, a proprie

7 spese, il riconoscimento contributivo per periodi previdenzialmente scoperti e di recuperare fiscalmente parte dell onere sostenuto. Chi chiede il riscatto della laurea, da una parte, si porta a casa qualche anno di anzianità contributiva, e dall altra una maggiorazione dell assegno pensionistico. D altro canto, c è da dire che i costi per il riscatto della laurea sono generalmente elevati. E alla luce delle novità della riforma previdenziale, non è così scontato che i benefici siano davvero appetibili. Il riscatto della laurea è ammesso se l interessato ha conseguito il titolo di studio e solo per il periodo previsto dal corso legale: non valgono, in pratica, gli anni fuori corso. Inoltre, se durante gli anni di studio, il richiedente lavorava ed era coperto da contribuzione obbligatoria o figurativa, non può chiedere il riscatto per quei periodi. Fatte salve queste condizioni, si possono riscattare: i diplomi di laurea (4 o 6 anni al massimo); i diplomi universitari (2 o 3 anni al massimo); i diplomi di specializzazione conseguiti dopo la laurea non inferiore a 2 anni; i dottorati di ricerca; i titoli accademici introdotti dal 1999 in poi: Laurea (L) corso di studi triennale, Laurea specialistica (LS) alla quale si accede dopo il corso di laurea triennale e si consegue al termine di ulteriori 2 anni Non si possono riscattare: i periodi fuori corso; i periodi già coperti da contributi di qualsiasi tipo. Arriviamo al costo: quanto costa riscattare gli anni di studio? L onere di riscatto è determinato con le norme che disciplinano la liquidazione della pensione con il sistema retributivo o con quello contributivo e varia a seconda di quando è stato conseguito il titolo. Visto che si tratta di determinare i contributi, in pratica, le regole di calcolo seguono l andamento di quelle per il calcolo della pensione. Il contributo può essere versato in unica soluzione o in 120 rate mensili senza l applicazione di interessi per la rateizzazione. LAUREA PRIMA DEL 31 DICEMBRE 1995 Senza entrare troppo in tecnicismi, per chi ha conseguito una laurea prima del 31 dicembre 1995, il calcolo del riscatto della laurea è quantificato da particolari tabelle che tengono conto dell età, il sesso, la posizione assicurativa e retributiva e la durata dei periodi da riscattare. Vale questo metodo di calcolo anche per chi chiede di riscattare anni di studio dopo il 1995, ma che, entro quella data, abbia maturato un anzianità contributiva pari o superiore ai 18 anni. Quanto si deve pagare? L Inps fa qualche esempio partendo da casi reali. Una donna di 40 anni, con 11 anni di anzianità contributiva, che nel 2011 abbia chiesto di riscattare 4 anni di studio risalenti a prima del 31 dicembre 1995, con un reddito delle ultime 52 settimane di ,39 dovrà versare ,85 euro.

8 Un uomo, con le stesse condizioni anagrafiche e di studio, con un reddito di 52378,46 dovrà versare ,60 euro. LAUREA DOPO IL 31 DICEMBRE 1995 Se si tratta del riscattare anni di laurea dall 1 gennaio 1996, il calcolo segue le regole del sistema di calcolo contributivo. Il costo è determinato sulla base dell aliquota contributiva (per i dipendenti è pari al 33%) applicata alla retribuzione lorda dell ultimo anno, moltiplicata per il numero degli anni di cui si chiede il riscatto. Esempio. Un dipendente che vuole riscattare 4 anni di laurea, con un reddito di euro, dovrà applicare l aliquota del 33%: viene fuori che per riscattare 4 anni deve pagare ,44 euro, euro all anno. In questi casi, poiché l onere è una percentuale del reddito, quanto più quest ultimo è alto, tanto più costerà riscattare la laurea. Come incide il riscatto della laurea sulla pensione? Per quanto riguarda l età pensionabile, con l ultima riforma previdenziale del ministro Elsa Fornero, si è stabilita l età anagrafica come principale criterio per accedere alla pensione di vecchiaia. In particolare, servono 65 anni (che diventeranno 67 nel 2018) ed un minimo di 20 anni di contribuzione. Col riscatto della laurea, dunque, si riesce a raggiungere più rapidamente il requisito dei 20 anni contributivi, ma comunque si dovrà restare nel mercato del lavoro fino al raggiungimento dell età anagrafica. Riscattare la laurea, invece, può essere utile per uscire qualche anno prima dal mondo del lavoro, per la pensione anticipata (ex pensione di anzianità). in questo caso si possono risparmiare fino a 3 anni di lavoro. Per quanto riguarda il calcolo della pensione, i contributi versati finiscono nel montante contributivo su cui si applicano poi coefficienti ed aliquote per calcolare l assegno finale. Per chi rientra nel retributivo, in realtà questo non incide sull importo della pensione, visto che il calcolo di quest ultima tiene conto non dei contributi versati, ma degli ultimi redditi: riscattare la laurea, dunque, ha senso per maturare anzianità contributiva, non per incrementare la pensione.

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