TESI DI LAUREA SPECIALISTICA IN ARCHITETTURA

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2 TESI DI LAUREA SPECIALISTICA IN ARCHITETTURA

3 Ringraziamenti: Questa tesi costituisce la prima conclusione di un lavoro di ricerca sul tema dei cimiteri. Assai esteso sarebbe l elenco delle persone che mi hanno aiutato nel corso di questa esperienza, alle quali sono debitore di suggerimenti e preziose indicazioni. Tra queste desidero in particolar modo ringraziare la mia relatrice, architetto Michela Rossi e il correlatore architetto Luca Boccacci, che mi hanno seguito lungo questo percorso con il loro costante incoraggiamento, rendendo possibile la realizzazione di quest opera. Va inoltre ricordata la mia famiglia e gli amici, che non mi hanno mai fatto mancare il loro appoggio e che spero di ripagare col tempo. Parma, li 15/07/2008

4 UNIVERSITA DEGLI STUDI DI PARMA, FACOLTA DI ARCHITETTURA A.A. 2007/2008 CIMITERO INTERCULTURALE Ampliamento e riqualificazione del cimitero di Ugozzolo, Parma Relatrice: Dott. Arch. Michela Rossi Correlatore: Dott. Arch. Luca Boccacci Laureando: Matteo Greco

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6 INDICE: 1- IL SIGNIFICATO DELLA MORTE NELLE ALTRE CONFESSIONI 1.1 Introduzione La morte nella civiltà del bacino del Mediterraneo Altre Culture Alcune disposizioni del diritto Islamico sull Inumazione Esoterismo: Riti di passaggio e di accompagnamento L estremo Saluto: I luoghi del saluto. pag. 4 pag. 5 pag. 24 pag. 29 pag. 33 pag INQUADRAMENTO STORICO E TERRITORIALE Analisi storica dei sistemi idrici a Parma La città di Parma Parma e i cimiteri minori L articolazione dei portici nei cimiteri parmensi. 3- LE AREE CIMITERIALI IN ITALIA L'esodo dei morti dalla città e la ricerca di un nuovo ordine per le sepolture La forma degli antichi cimiteri urbani: l'esempio dei pag. 39 pag. 42 pag.44 pag. 60 pag. 69 pag. 75 Santi Innocenti a Parigi e un caso fiorentino. 1

7 3.3 - Il pericolo del contagio: l igiene pubblica pag. 81 e la questione delle sepolture urbane Prime misure radicali: il cimitero inteso come nudo terreno Dal Camposanto di Pisa alla Ville des Morts del XVIII secolo: pag. 85 pag. 90 l immagine: cimitero come rappresentazione simbolica della società. 4- IL PROCESSO FORMATIVO DEL CIMITERO MODERNO 4.1- La formazione della struttura 4.2- Caratteri del cimitero moderno pag. 110 pag L IMPOSTAZIONE DEL PROGETTO 5.1- L impianto dei nuovi cimiteri 5.2- Analogia con i tessuti edilizi 5.3- Ingresso Monumentale 5.4- Il Recinto 5.5- Cimitero interculturale e luoghi di preghiera 5.6- I Percorsi e le Assialità 5.7- Il Parco della Memoria 5.8- Attenzione alle disabilità pag. 127 pag. 137 pag. 147 pag. 150 pag. 154 pag. 157 pag. 159 pag

8 6- SITUAZIONE CIMITERIALE ITALIANA LA NORMATIVA: CIMITERI E CREMATORI 6.1- Tipologie giuridiche di cimiteri e di sepolcri Norme applicabili Nuovi cimiteri, ampliamento e soppressione degli esistenti Sistemi di sepoltura e pratiche funebri Crematori: vincoli normativi Normativa antisismica e cimiteri 7- CONCLUSIONI 8- BIBLIOGRAFIA pag. 173 pag. 180 pag. 187 pag. 189 pag. 195 pag. 197 pag. 201 pag

9 1- IL SIGNIFICATO DELLA MORTE NELLE ALTRE CONFESSIONI 1.1 Introduzione In culture diverse dalla nostra, e anche nel passato della cultura occidentale, la morte riveste un'importanza fondamentale per la società e per l'individuo. Insieme con la vecchiaia, che della morte è il presagio più tangibile, l'ultima avventura umana si è guadagnata un'attenzione e un rispetto che il nostro attuale modo di vivere non riesce più nemmeno a capire, forse nemmeno ad accettare. Tramite una panoramica storica e culturale, si cercherà di capire qual è il valore della morte secondo alcune culture e quali sono i motivi per cui attualmente la morte è diventata un tabù sociale, nel tentativo di suggerire dei comportamenti più rispettosi degli attuali nei confronti dei vivi e dei morti. Quanto detto fin ora verrà poi utilizzato per lo sviluppo di un progetto per l ampliamento e la riqualificazione del cimitero di Ugozzolo, a Parma. Progetto che non ha la pretesa di sviluppare in maniera completa il delicato tema dell architettura dell addio, ma che spera di accennare a un nuovo modo di concepire il campo santo nell unione ecumenica e con una sensibilità nel concepire gli spazi dettata appunto dagli studi sopra accennati. 4

10 1.2 La morte nella civiltà del bacino del Mediterraneo - La morte nell antico Egitto. Nell'antico Egitto la morte, almeno quella dei faraoni e dei più alti dignitari, rappresenta un momento fondamentale della vita comunitaria: gran parte dei reperti archeologici provengono da tombe regali, e i grandi monumenti, quali le Piramidi, altro non sono che fastose tombe (di faraoni). Centrale per questa civiltà è il bisogno di una tomba, da strutturare in modo che il defunto possa essere circondato da oggetti familiari che simulano la genealogia, la gerarchia, il villaggio di appartenenza, i riti giornalieri sacri e profani. La particolare cura posta nella conservazione del corpo del faraone tramite mummificazione rappresenta l'estremo rispetto per il corpo del morto, che una volta risvegliatosi dal sonno della morte, avrà bisogno di tutto quanto conosce per potersi muovere a suo agio nel mondo delle ombre. L'anima del defunto, una volta staccatasi dal corpo, si trova a vagare nel regno dei morti, in cui, una volta sottoposto al giudizio di Osiride (antico dio egizio della morte), potrà trovare pace e vita eterna. 5

11 La concezione più caratteristica è che l'uomo "approda" ad una nuova dimensione, non muore perdendo ogni forma e identità, tanto è vero che il defunto fa ancora parte della famiglia di appartenenza, a cui rimane legato con l'obbligo di difenderla dall'attacco dei demoni. In ogni caso sembra che la concezione egizia prevedesse una netta separazione tra il destino dei faraoni e quello dei suoi sottoposti gli uni destinati inevitabilmente ad un ricongiungimento con la divinità che in terra avevano rappresentato, gli altri genericamente avviati ad una sopravvivenza di seconda categoria. - La morte in Giudea Nella concezione ebraica, basata sugli scritti della Bibbia, non c'è accenno a quale sarà il futuro dell'uomo dopo la morte: si trova solo l'affermazione che dopo la morte, in un qualche momento, ci sarà una resurrezione. E' interessante notare che i farisei, almeno fino al II sec. a.c. ritenevano possibile la resurrezione dei corpi, mentre i sadducei no: dopo la comparsa del libro di Daniele le due posizioni tendono a non contrapporsi più nettamente, ma il pensiero ebraico non si sofferma molto su questo momento e accantona ogni speculazione del genere come inutile. - La Morte nell antica Grecia Nel mondo greco, e quindi in quello romano, la morte assume una fisonomia mitica con la figura di Thànatos, (=morte, vedi figura nella pagina seguente), infido realizzatore di inganni che ha piena potestà sugli esseri viventi, al di sopra degli stessi dei. Solo alcune figure di eroi o di esseri amati degli dei vengono sottratti al destino di vita immemore nell'ombra che accomuna tutti i mortali: qualcuno (Ercole, Ganimende) viene assunto in cielo, qualcun altro (Maia, la capra Amaltea) viene trasformato in costellazione, qualcun altro ancora (Orfeo, Persefone) ritorna dall'oltretomba dopo aver incantato o sfidato 6

12 Thànatos. La poesia descrive la perdita della giovinezza più che la morte stessa: le sole scene di morte che vengono cantate riguardano eroi epici o delle tragedie: la morte ancora non viene sentita come estranea, e ha bisogno dell'apparato mitologico per poter essere descritta. Pochissimi gli accenni a perdite personali da parte dei poeti alessandrini. In campo filosofico ricordiamo Epicuro, il quale sosteneva che non ha senso temere la morte, in quanto, se si è vivi, non c'è morte, se si è morti, non c'è vita e quindi non ci si può rendere conto di essere morti. 7

13 - La Morte nel Mondo Latino La cultura latina si muove sul sentiero tracciato da quella greca, cui aggiunge poco di nuovo: tutt'al più si accentua la vena malinconica e personale di rimpianto per la perdita di una persona cara, in quanto l'aldilà viene ritenuto il luogo dell'ombra e dell'oblio. Si capisce quindi il valore dato al culto degli antenati, che in qualche modo assicurava una parvenza di vita nella memoria dei vivi. La filosofia latina comincia ad affrontare il tema della transitorietà della vita con tutte le sue vanità (Vanitas vanitatum, vanità delle vanità, si trova in Qoèlet), per arrivare con Seneca ad una contemplazione della morte libera da ogni sentimentalismo. Come per gli Egizi, anche per gli Etruschi la morte ha un ruolo essenziale, in quanto il modo in cui una persona viveva determinava la sua vita ultraterrena in un paradiso di delizie o in un inferno di tormenti. 8

14 La cura con cui sono addobbate le tombe etrusche, decorate con affreschi a grandezza naturale e arricchite di sarcofagi di terracotta e di suppellettili di lusso, fanno pensare che anche questo popolo ritenesse la tomba la casa -almeno transitoria- del defunto, che doveva essere accompagnato da tutto ciò che amava in vita. E' interessante notare che le viscere del morto venivano conservate, come per gli Egizi, in un canòpo, vaso cinerario con sembianze umane, che veniva posto nei pressi del corpo. L'estrema vivacità delle scene rappresentate nelle tombe etrusche, comunque, fa pensare che questo popolo amasse una vita ricca e rilassata e che la morte facesse parte integrante delle pratiche comuni. La civiltà celtica è certamente dominata dalla credenza nella reincarnazione, già testimoniata da Cesare nel "De bello gallico" 1. Come per le altre civiltà rimangono tracce abbondanti dei cimiteri in cui veniva praticata l'inumazione. Il pensiero cristiano sulla morte si basa essenzialmente sulla morte e resurrezione di Cristo, le quali testimoniano, insieme ai miracoli (Lazzaro, il figlio della vedova di Nain) il potere del Padre, e quindi del Figlio, sulla morte. L'uomo non deve temere il verificarsi della morte, che anzi segna il passaggio ad un mondo migliore, in cui ciascuno sarà trattato secondo il suo vero valore e in cui la presenza continua di Dio assicura perenne felicità ai giusti. Fortissima, sopratutto ad opera di Paolo di Tarso, la contrapposizione tra morte del corpo e morte dell'anima: l'una fa semplicemente parte del disegno divino per l'uomo, mentre la seconda è frutto delle azioni sbagliate in vita e deve essere temuta. La vittoria del Cristo sulla morte ritorna amplificata in alcuni episodi dei vangeli apocrifi, in uno dei quali egli scende nell'inferno durante i giorni della sepoltura per recuperare Adamo al Paradiso, e nell'episodio della "Dormitio Mariana", in 1 "I druidi ci tengono molto ad insegnare che le anime non muoiono e dopo la morte passano da un corpo ad un altro. Credono che questa verità infonda coraggio e disprezzo della morte". 9

15 cui si afferma che la Madonna non è morta ma si è addormentata per risvegliarsi in cielo. Anche da queste fonti, vicine per tono e per spirito al sentire popolare, il tema dell'immortalità del Cristo prima e del cristiano poi è diventata patrimonio comune per tutto l'occidente. La teologia cattolica ufficiale, tramite la riflessione di alcuni teologi che si sono succeduti nel tempo, ha affermato che nel Giorno del Giudizio ci sarà la resurrezione dei corpi, cosa che ha fatto guardare alla cremazione come a un insulto irreligioso nei confronti del morto, il quale, una volta risvegliatosi, non avrebbe più avuto un corpo di cui riappropriarsi. Il mondo medioevale cristianizzato dava estremo rilievo alla morte, vista come un momento di passaggio da una vita a un altra, migliore o peggiore di quella terrena a seconda che il defunto si fosse o meno reso degno del perdono divino. Era diffusa credenza che per ben morire si dovesse ben vivere e a tal riguardo vennero scritti dei manuali ad uso dei sacerdoti e delle persone pie, le così dette "artes moriendi" -arti della morte-, in cui si descriveva dettagliatamente tutto ciò che bisognava fare in vita per guadagnarsi un posto in Paradiso. In questi manuali, oltre al rispetto dei principi evangelici e ai dettami del catechismo, c'è un'insistenza particolare per una continua meditazione sulla morte, da molti, non ultimo San Francesco d'assisi che arriva per fino a chiamarla Sorella Morte ", ritenuta il miglior amico dell'uomo, unico evento che permette all'anima pia di avvicinarsi al suo creatore. Ricordiamo, ad esempio l'espressione "memento mori" (ricorda che devi morire) con cui i frati si salutavano incontrandosi e le rappresentazioni pittoriche del Trionfo della Morte (Pisa, Camposanto;vedi immagine pagina successiva). 10

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17 - La Morte nella letteratura e nelle arti figurative La morte ha inoltre una finalità sociale: come verrà detto in tempi moderni nella poesia " 'A livella" 2, ogni essere umano, ricco o povero, felice o disperato, brutto o splendido, si troverà nelle stesse condizioni degli altri, in un presagio di uguaglianza ben lontano dalle reali condizioni sociali dell'epoca. Del resto, le grandi epidemie di peste colpivano indiscriminatamente ogni strato sociale. Da una morte (quella di Beatrice Portinari - Musa e personaggio di Dante Alighieri, indicata sempre senza il cognome nelle sue opere tanto che l'identificazione con il personaggio storico è ancora oggetto di incertezze) prenderà l'avvio del più grande poema in lingua italiana (la divina Commedia), da una morte (quella di Laura, nobildonna, probabilmente avignonese, conosciuta, amata e celebrata da Francesco Petrarca) nascerà il canzoniere più famoso d'europa: sia Dante che Petrarca si muovono da una perdita personale ed allargano la portata della loro riflessione a temi di carattere morale e spirituale di valore assoluto. Beatrice testimonia l'evoluzione spirituale, morale ed artistica, dell'alighieri, che fu l'ultima grande voce del Medioevo cristiano: un'epoca in cui l'animo umano era proteso verso la conquista della beatitudine celeste e si sforzava di essere il più distaccato possibile dagli interessi prettamente terreni e, in primo luogo, dai piaceri mondani. La poesia era allora intesa come un momento di esaltazione delle virtù e come un mezzo di purificazione spirituale ed educazione morale. Beatrice fu concepita da Dante in questo clima e, come tutte le donne dello stilnovo, rappresentò grazia, candore, onestà, umiltà: tutte virtù che incutono soggezione all'uomo, gli fanno abbassare lo sguardo, lo rendono beato d'un semplice sorriso, d'uno sguardo affettuoso. Poi le vicende della vita ampliarono 2 Recente poesia di Totò (Principe Antonio de Curtis) che tratta in maniera scherzosa il tema della morte 12

18 enormemente gli interessi della mente e del cuore di Dante e Beatrice divenne il simbolo della Teologia e della Fede, colei che sola può svelare a Dante ed all'umanità tutta il mistero di Dio. Forse dal punto di vista poetico questa seconda Beatrice è più fredda della prima, più lontana dalla comune sensibilità dei mortali, ma dobbiamo riconoscere che anche la prima non fu che un'idea di perfezione morale. Tutt'altra creatura Laura petrarchesca, che rappresenta il declino delle certezze religiose del Medioevo, la crisi di una umanità troppo a lungo repressa nei suoi slanci creativi ed ansiosa di rivendicare un proprio ruolo attivo nella storia. La nuova concezione della vita, che metterà al centro d'ogni interesse culturale l'uomo e i suoi più urgenti problemi esistenziali, non è ancora chiaramente delineata e in grado di dare nuove certezze in luogo di quelle medievali che volgono al tramonto, ma è già nell'aria e fa già sentire i suoi primi effetti almeno sulle coscienze più sensibili, come fu appunto quella del Petrarca. Laura nasce dunque in un momento di ansiosa ricerca di nuove verità, in un momento storico ricco di fermenti culturali, ma anche di angosce, di timori, di scrupoli : si è stanchi del vecchio e non si è ancora creato il nuovo e si vive fra numerose incertezze. E Laura rappresenta, nella vita spirituale del suo Poeta, tutto questo: il cielo e la terra che non riescono a fondersi in una sintesi, restano distaccati e fanno oscillare la coscienza ora in un verso ora in un altro. Laura, insomma, è il simbolo di un dissidio interiore, di un animo tormentato che anela alla pace ma che non la trova: essa rappresenta la varietà degli umori e delle situazioni psicologiche del suo cantore, il quale ora rimano rapito dinanzi ai luoghi 3,ora afferma che "uno spirto celeste, un vivo sole / fu quel ch' i' vidi 4 ed ora confessa d'essere stato "sommesso al dispietato giogo / che sopra i più soggetti è più feroce" per cui sente di 3 "ove le belle membra / pese colei che sola a me par donna "Chiare, fresche, e dolci acque" 4 "Erano i capei d'oro a l'aura sparei", Francesco Petrarca. 13

19 dover chiedere misericordia al Signore per il suo "non degno affanno" 5. Il Rinascimento è senz'altro un periodo storico dominato dal senso per la vita, per cui nelle opere letterarie rimane scarsa traccia di questo argomento. Solo la letteratura religiosa continua a trattare la morte con lo stesso tono del periodo precedente: in questo senso sia gli scrittori cattolici che quelli riformati considerano la morte come l'inizio della vera vita. Tuttavia l'arte figurativa presenta varie volte la figura del corpo morto per eccellenza, quello del Cristo, che pian piano, soprattutto nell'arte nordica, diventa il simbolo del disfacimento della carnea dell'essere umano. Con Leonardo da Vinci, inoltre, la conoscenza dell'anatomia, acquisita grazie alla dissezione dei cadaveri (in passato osteggiata dalla Chiesa, adesso appena tollerata) porta l'uomo a studiare la morte nel suo aspetto più spiccatamente fisico. 5 "Padre del ciel, dopo i perduti giorni" Francesco Petrarca 14

20 Le splendide opere scultoree di Michelangelo (la "Pietà" nelle sue varie versioni), i dipinti di Mantegna, Bellini, Raffaello, e della scuola manierista -per citare solo alcuni tra gli artisti italiani che hanno trattato il tema della morte- presentano un'anatomia curata, e qualcuna di queste opere osa giungere alla rappresentazione realistica della morte. Durante il '600 il gusto della rappresentazione figurativa della morte si accentua fino ad arrivare a risultati decisamente macabri: è il caso di alcuni dipinti e incisioni barocche che mescolano teschi a drappi e a belle fanciulle svestite nell'ormai consueto monito che esorta alla morigeratezza e denuncia la transitorietà del mondo ("Sic transit gloria mundi"; scuola delle Vanitas). E' evidente che l'esortazione alla morigeratezza diventa spesso il pretesto per una rappresentazione lasciva e compiaciuta delle attrattive carnali che si pretende di castigare. In questa logica rientra anche la cosiddetta "natura morta" (in inlgese si chiama, curiosamente, "still life", vita ferma), dapprima un trionfo di oggetti d'uso quotidiani e di frutta, poi, con il passare del tempo, cronaca accurata dell'effetto del passaggio del tempo su tali oggetti: nei dipinti, compaiono insetti, carni dal colorito livido (Caravaggio "Il bacchino malato","la morte della Madonna", "La deposizione") 15

21 fino ad arrivare alla rappresentazione diretta della morte in quanto tale con i quadri delle lezioni anatomiche di Rembrandt. Il razionalismo in risposta alle correnti spiritualiste dei secoli precedenti, già presente in luce nel '600, si afferma con vigore nel '700 e avrà il suo apice nell'illuminismo. 16

22 La scienza nel frattempo ha cominciato a rendersi conto del funzionamento del corpo umano (già definito da Cartesio nel secolo precedente "una macchia"), e anche la morte viene osservata con distacco. La religione, che fino ad allora aveva segnato i ritmi della vita, e quindi anche della morte, viene messa da parte: a partire dalla Rivoluzione Francese i cimiteri verranno spostati lontano dai centri abitati per ragioni igieniche. Con questa nuova pratica (portata in Italia da Napoleone) i vivi venivano sì messi al riparo da possibili contaminazioni causate dalla decomposizione dei corpi, ma venivano allontanati dal quotidiano saluto che potevano fare ai loro defunti sul sagrato delle chiese (dove un tempo c'erano i cimiteri) o nei luoghi in città preposti a tale scopo. Con l'illuminismo comincia il processo di sterilizzazione della morte che per certi versi continua ancora oggi. Tuttavia in pieno '700 uno scrittore come de Sade, che per certi versi appartiene più alla storia del costume che alla storia della letteratura, si apre alle spinte dell'inconscio e descrive scene macabre ed oscene insieme, in continuità con il secolo precedente, ma in anticipo sui tempi, in quanto l'irrompere sfrenato delle pulsioni, tra cui il binomio freudiano Eros/Thànatos 6, comincerà ad offrire abitualmente materia all'arte solo nel secolo successivo. Il fatto di aver associato alla morte l'amore fisico, alla passione sessuale, comunque, inaugura un altro filone di gusto che, accanto al precedente, di stampo più "scientifico", è tutt'ora presente con forza nella nostra cultura. 6 Eros e thanatos non sono altro che i due grandi istinti presenti nell'inconscio: la pulsione di vita (o libido o principio del piacere o istinto di vita) e la pulsione di morte (o principio di morte o istinto di morte), tendente alla riduzione completa di tutte le tensioni. Tali pulsioni non si presentano mai allo stato puro, ma in leghe pulsionali dalle svariate proporzioni. E' appunto da questi principi che derivano il sadismo e il masochismo, due fenomeni spesso compresenti. Questo binomio piacere/dispiacere indirizza la vita dell'inconscio stesso (ottenere piacere, evitare il dispiacere); seguendo questa tendenza l'inconscio mostra la sua mancanza di freni: l'inconscio è amorale. 17

23 All'inizio del XIX secolo nei "Sepolcri" Foscolo rimpiange i tempi passati, in cui l'omaggio dei vivi ai defunti era quotidiano a causa di una continuità spaziale e di una diversa disposizione d'animo. All'ombra de' cipressi e dentro l'urne confortate di pianto è forse il sonno della morte men duro? Ove più il Sole per me alla terra non fecondi questa bella d'erbe famiglia e d'animali, e quando vaghe di lusinghe innanzi a me non danzeran l'ore future, né da te, dolce amico, udrò più il verso e la mesta armonia che lo governa, né più nel cor mi parlerà lo spirto delle vergini Muse e dell'amore, unico spirto a mia vita raminga, qual fia ristoro a' dà perduti un sasso che distingua le mie dalle infinite ossa che in terra e in mar semina morte? [ ] Sol chi non lascia eredità d'affetti poca gioia ha dell'urna; e se pur mira dopo l'esequie, errar vede il suo spirto fra 'l compianto de' templi acherontei, o ricovrarsi sotto le grandi ale del perdono d'lddio: ma la sua polve lascia alle ortiche di deserta gleba ove né donna innamorata preghi, né passeggier solingo oda il sospiro che dal tumulo a noi manda Natura. Pur nuova legge impone oggi i sepolcri fuor de' guardi pietosi, e il nome a' morti contende. E senza tomba giace il tuo sacerdote, o Talia, che a te cantando nel suo povero tetto educò un lauro con lungo amore, e t'appendea corone; e tu gli ornavi del tuo riso i canti che il lombardo pungean Sardanapalo, cui solo è dolce il muggito de' buoi che dagli antri abdiani e dal Ticino lo fan d'ozi beato e di vivande. [ ] Non sempre i sassi sepolcrali a' templi fean pavimento; né agl'incensi avvolto de' cadaveri il lezzo i supplicanti contaminò; né le città fur meste d'effigiati scheletri: le madri balzan ne' sonni esterrefatte, e tendono nude le braccia su l'amato capo del lor caro lattante onde nol desti il gemer lungo di persona morta chiedente la venal prece agli eredi dal santuario. Ma cipressi e cedri di puri effluvi i zefiri impregnando perenne verde protendean su l'urne per memoria perenne, e preziosi vasi accogliean le lagrime votive. [ ] Ma ove dorme il furor d'inclite gesta e sien ministri al vivere civile l'opulenza e il tremore, inutil pompa 18

24 e inaugurate immagini dell'orco sorgon cippi e marmorei monumenti. Già il dotto e il ricco ed il patrizio vulgo, decoro e mente al bello italo regno, nelle adulate reggie ha sepoltura già vivo, e i stemmi unica laude. A noi morte apparecchi riposato albergo, ove una volta la fortuna cessi dalle vendette, e l'amistà raccolga non di tesori eredità, ma caldi sensi e di liberal carme l'esempio. [ ] Che ove speme di gloria agli animosi intelletti rifulga ed all'italia, quindi trarrem gli auspici. E a questi marmi venne spesso Vittorio ad ispirarsi. Irato a' patrii Numi, errava muto ove Arno è più deserto, i campi e il cielo desioso mirando; e poi che nullo vivente aspetto gli molcea la cura, qui posava l'austero; e avea sul volto il pallor della morte e la speranza. Con questi grandi abita eterno: e l'ossa fremono amor di patria. [ ] Un di vedrete mendico un cieco errar sotto le vostre antichissime ombre, e brancolando penetrar negli avelli, e abbracciar l'urne, e interrogarle. Gemeranno gli antri secreti, e tutta narrerà la tomba Ilio raso due volte e due risorto splendidamente su le mute vie per far più bello l'ultimo trofeo ai fatati Pelidi. Il sacro vate, placando quelle afflitte alme col canto, i prenci argivi eternerà per quante abbraccia terre il gran padre Oceàno. E tu onore di pianti, Ettore, avrai, ove fia santo e lagrimato il sangue per la patria versato, e finché il Sole risplenderà su le sciagure umane. 7 7 E molto probabile che l'idea di scrivere i Sepolcri sia nata in Foscolo per suggestione della discussione avuta con Pindemonte e con la Albrizzi. Una certa importanza avrà avuto anche l'estensione all'italia del decreto emanato a Saint-Cloud il 5 settembre 1806 e pubblicato ad ottobre. Esso regolamentava le pratiche sepolcrali ispirandosi a criteri igienici e di egualitarismo sociale. L'editto vietava la sepoltura nei centri urbani e introduceva un controllo sulle iscrizioni funerarie, che dovevano essere consone allo spirito della rivoluzione francese, e pertanto non contenere riferimenti nobiliari. Le sepolture dovevano essere anonime e la collocazione delle lapide era relegata ai margini dei cimiteri. Foscolo, che pur condivideva molti aspetti dei presupposti culturali dai quali nascevano simili provvedimenti, ne rifiutava però l'effetto di omologazione che ricadeva sui defunti e sui valori del passato riconoscibili in essi. 19

25 Per tutto l'ottocento ci sarà una forte presenza del tema della morte nella letteratura e nell'arte: di volta in volta una morte eroica che coglie sui campi di battaglia o nelle sventure, una morte sensuale che seduce la carne dei viventi come una bella donna, una morte per sfinimento fisico e morale, una morte demoniaca che afferra l'uomo suo malgrado per farlo precipitare in un abisso senza fine di orrore e distruzione. Il nuovo interesse per la morte pervade tutta Europa e diventa quasi uno dei sinonimi della cultura romantica e post-romantica, soprattutto nell'associazione amore/morte: quanto più la morte è strana, carica di significati umani e sociali, tanto più diventa un tema assoluto, degno di essere rappresentato artisticamente. Il tema della passione amorosa fatale, inoltre, tocca il suo culmine proprio con la cultura decadente: in pieno positivismo, che come l'illuminismo settecentesco, assegna il primato filosofico alla ragione, in un'epoca segnata dalle conquiste della scienza e delle innovazioni tecnologiche, si ripropone un'insistenza al limite della fissazione per la morte causata da una passione (personale o civile) troppo forte, in un intreccio tra carni vive e carni in disfacimento che ha toccato il suo culmine, ad esempio, in Baudelaire con La Poesia del Male 8 - Come viene vissuto il tema della morte nel XXI secolo La cultura attuale risente delle culture contrapposte che l'hanno preceduta. Da una parte permane fortissima l'associazione eros/morte, soprattutto dopo la comparsa dell'aids che, lungi dall'essere un fenomeno chiaro nelle sue dinamiche, sembra funzionare con una valenza simbolica molto meglio di altre patologie. 8 Poe, per quanto appartenente ad un periodo di poco precedente, affronta lo stesso tema in molti suoi testi, come: Una sepoltura prematura, L'ombra, una parabola, Il Pozzo e il Pendolo, e molti altri. 20

26 Dall'altra, per reazione all'orrore del disfacimento inevitabilmente connesso alla morte, si sottolinea l'importanza di una forma fisica perfetta quale inconscia soluzione del problema. Inoltre, la crescente abitudine a vedere la morte su larga scala come un fenomeno quotidiano si allea con gli atteggiamenti nella rimozione della morte e delle sue reali dimensioni. A livello dell'inconscio collettivo, la condanna sociale per una sessualità diversa da quella considerata normale, in passato repressa perfino per legge, ai nostri giorni si abbatte non con atti legislativi ma con il terrore per l'appestato, da molti considerato meritevole della malattia in quanto dedito a una vita sessuale non allineata agli standard correnti. Alcuni settori medici sostengono che l'aids in quanto malattia non esiste, e che il meccanismo di azione dell'hiv - ammesso che questo sia poi il responsabile di una sindrome che a molti sembra costruita a tavolino - non sia quello che comunemente si crede. Alcuni settori della medicina non tradizionale pensano inoltre che tale affezione possa derivare da altre cause, quali un male di vivere spinto all'estremo limite, e da disordini di tipo spirituale-affettivo. Se così fosse, si potrebbe ipotizzare che il disgusto collettivo per la devianza abbia trovato in un dato oggettivo ancora poco indagato materia per scatenare una feroce campagna di emarginazione in cui la paura del contagio ha preso il posto della condanna. Esattamente come durante le pestilenze del passato, di cui non erano note le cause, oggi si ama ricercare l'untore da additare al pubblico ludibrio, da allontanare e bollare come reietto da tutti. Se non bastassero i segni patologici noti con il nome di AIDS, certo basterebbe questo groviglio di sentimenti di disgusto ad uccidere una persona. Al tempo stesso, e per le stesse ragioni salutistiche, qualsiasi altro tipo di morte -per vecchiaia, per malattia, per droga- rimangono ai margini dell'immaginario collettivo, che si sforza di omologare ogni manifestazione di vita alla 21

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