Il nostro futuro è nella vostra storia. Wansokou, una storia di successo. dossier

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1 Periodico di Mani Tese, organismo contro la fame e per lo sviluppo dei popoli. anno XLVIII marzo - aprile manitese Poste italiane s.p.a. - Spedizione in abbonamento postale D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n.46) art. 1 comma 2. LO/MI in caso di mancato recapito inviare al CMP Roserio per la restituzione al mittente che si impegna a corrispondere i diritti postali. Il nostro futuro è nella vostra storia Wansokou, una storia di successo dossier

2 Il nostro futuro è nella vostra storia

3 manitese 477 marzo - aprile Luigi Idili, presidente di Mani Tese indice 6 Le domande sulla crisi: l'esperto risponde 8 Cambogia: condizione femminile e lotta al trafficking 10 La realtà delle crisi globali sulla vita delle donne 12 Lezione di storia 14 Marciamo per il diritto al cibo dossier 15 Wansokou, una storia di successo 19 Guinea Bissau e Senegal 20 Chi si fida delle ONG? 22 Corte Europea Diritti Umani & Immigrazione 24 Le parole della crisi a scuola 26 Il mio servizio civile 27 I regali solidali progetti 28 Diritti umani, sicurezza alimentare e donne Maya 29 Tante iniziative per lo sviluppo integrato dei tribali 30 La comunità Khumi ha ripreso a sorridere di luigi idili, presidente di mani tese La nostra storia Cari Amici, ben ritrovati. In questo nuovo numero del periodico Mani Tese vi racconteremo una bella storia, uno di quei racconti che suscita emozioni e infonde coraggio. Vogliamo infatti festeggiare il compleanno di un progetto voluto soprattutto da Voi donatori, che avete negli anni sostenuto il progetto Wansokou. È il racconto della nascita di una delle prime scuole di Mani Tese in una delle comunità più povere del Benin. Quest'anno ricorre a Wansokou il 25 anno di attività e poter affermare che più di studenti hanno beneficiato della scuola ci rende orgogliosi: questi ragazzi hanno potuto studiare e disegnare il proprio futuro in Africa. Le scelte di Mani Tese partono da lontano, come questo progetto, da quando, negli anni '70, abbiamo coniato lo slogan Contro la fame, cambia la vita, per far comprendere come i comportamenti dei consumatori nel Nord del mondo influiscono sullo sviluppo dei popoli nel Sud. Quest'anno, aggiorniamo il tema con la Marcia per la sovranità alimentare, che riporterà Mani Tese a guardare alla società civile, agli insegnanti, alle scuole, agli enti locali e ai volontari per diffondere il messaggio che occorre ridare sovranità ai popoli e consapevolezza al consumatore sulle scelte alimentari. Un messaggio che contiene speranza ma anche la spinta a un difficile cambiamento, per farla finita con la fame ma anche con la cattiva alimentazione. Il sistema alimentare mondiale sta fallendo: l'incremento della lavorazione industriale degli alimenti, il disinvestimento dalle piccole e medie aziende agricole e la sovrapproduzione di derrate sovvenzionate come il granturco e la soia, ci hanno lasciato fame dove il cibo non arriva o non può essere acquistato, e obesità dove il cibo viene sottoposto in larga misura a lavorazioni industriali e manca di elementi nutritivi. Ricordiamo allora la storia non per voglia di celebrazione ma per riflettere sul futuro. I nostri progetti di cooperazione costruiscono infatti ancora oggi, come 30 anni fa, legami forti con la terra e le comunità dove Mani Tese opera. Dai progetti e dalla collaborazione con i partners locali, nascono le idee, molle per altre azioni, il coraggio per affrontare nuove sfide. In uno scenario mondiale critico, dove la cooperazione internazionale è già in crisi da un pezzo, vogliamo stringere alleanze ancora più forti con i nostri partner locali, per rafforzare le reti internazionali su un piano di parità e di vera cooperazione tra uguali, per agire insieme politicamente. I cambiamenti necessari non possono avvenire senza cambiare di pari passo la nostra percezione e quella di voi sostenitori che con il vostro contributo sostenete i progetti di cooperazione e le nostre azioni politiche. La lotta contro la miseria e contro lo sfruttamento non è fatta di assistenza e aiuto, ma di battaglie comuni per i diritti e la giustizia sociale nel Sud e nel Nord del mondo. redazione Luigi Idili (dir.) Luca Manes (dir. resp.) Chiara Cecotti Angela Comelli Alberto Corbino Giosuè De Salvo Elias Gerovasi Elena Iannone Giovanni Mozzi Giacomo Petitti Lucy Tattoli contributi Chiara Cattaneo Clara Castellucci Nicoletta Dentico Morena Mascarello Giovanni Sartor Stefano Squarcina Giovanna Tedesco Luca Tommasini stampa Staff S.r.l. - Buccinasco (MI) periodico manitese Registrazione al ROC (Registro operatori di comunicazione) al n.154 Registrazione al Tribunale di Milano n del 28 Dicembre periodico in pdf Per ricevere il periodico in formato pdf scrivi a: un piccolo gesto che permette di ridurre la nostra impronta ecologica quotidiana. grafica Riccardo Zanzi sede P.le Gambara 7/9, Milano Tel c.c.p BONIFICO BANCARIO Banca Popolare Etica, cod. IBAN IT 58 W

4 4 il nostro futuro è nella vostra storia istantanea di luca TOMMASINI Il tratto iniziale del Rio Baker, nel cuore della patagonia cilena, dove l'enel tramite la sua controllata Endesa ha intenzione di costruire una delle cinque mega dighe previste dal progetto Hidroaysen

5 manitese 477 marzo - aprile

6 6 il nostro futuro è nella vostra storia rubriche a cura di luca manes, campagna per la riforma della banca mondiale finanza e politica Le domande sulla crisi: l'esperto risponde Perché un giorno ci dicono che i nostri fondamentali economici sono buoni e l'indomani che la situazione è grave e rischia di tracollare? L'equilibrio della sostenibilità di un debito dipende da molte variabili. Il rapporto debito/pil scende (e quindi il debito diventa solvibile e il paese si allontana dal rischio fallimento) se aumenta la differenza tra entrate e uscite, se aumenta l'inflazione (il debito è fissato in valore nominale e l'impennata dell'inflazione aumenta gli introiti fiscali di un paese incrementando le proprie capacità di pagamento), se si riduce il costo a cui il debito si rifinanzia e se aumenta la crescita del paese. La penultima variabile è decisiva. Basta che arrivino notizie negative su altri fattori (per esempio il paese va in recessione) che gli investitori iniziano a dubitare della solvibilità, riducendo la domanda di titoli. Se la domanda scende, il rendimento dei titoli sale e con esso il costo del debito. Questo perché se mi fido meno di un paese, chiedo un rendimento più alto per essere compensato dal rischio di comprarmi i suoi titoli. O, visto dalla parte opposta, lo Stato italiano deve offrire rendimenti più alti per convincere gli investitori a comprare il suo debito. Così il costo del debito o il rendimento dei titoli pubblici fa peggiorare la solvibilità del paese. In un certo senso le predizioni negative dei pessimisti in questo modo hanno la forza per autorealizzarsi se portano a una crescita costante del costo del debito. Data la delicatezza della condizione di solvibilità, ogni piccola notizia può spostare l'equilibrio. Perché il rapporto debito/pil giapponese è doppio del nostro e tutti ce l'hanno con i nostri BTP? Questo è un punto chiave. Il debito giapponese è quasi interamente finanziato dai giapponesi stessi, mentre nel caso italiano il 45% del debito è nelle mani degli investitori stranieri. Il contratto sociale implicito è ben diverso. Gli investitori stranieri guardano solo al rendimento del titolo e al rischio che il debitore non paghi. Non deriva alcun beneficio dalla spesa pubblica del paese che emette i titoli. Per gli investitori nazionali il ragionamento è diverso. Essi sono beneficiari di quella spesa pubblica che genera il debito in termini di beni e servizi e subirebbero inoltre molte altre conseguenze negative, oltre al non ripagamento del prestito, nel caso in cui il proprio paese fallisca. Ecco perché gli acquirenti nazionali dei debiti pubblici sono molto più pazienti e più tolleranti nei confronti della crescita del debito. Perché il sistema di calcolo del rapporto debito/pil tedesco è addomesticato? Se fosse calcolato come il nostro, anche la Germania non se la passerebbe benissimo, perché allora i nostri titoli non li vuole nessuno? Ci sono molte discussioni sul fatto che in Germania e negli Stati Uniti i debiti di importanti imprese a partecipazione statale fuori dal bilancio pubblico, ma di fatto garantite al 100 percento dallo Stato, non sono contabilizzati nel debito pubblico come succede da noi. Con essi il debito tedesco salirebbe circa al 100 percento. Anche in questo caso però la sostenibilità del debito tedesco apparirebbe maggiore della nostra per la reputazione migliore di cui gode la Germania in termini di disciplina fiscale e di capacità di crescere, come dimostrato nel corso degli ultimi decenni. Perché il volume di transazioni finanziarie è diverse volte quello del valore delle materie prime scambiate? Il volume delle transazioni finanziarie è arrivato fino a 16 volte il PIL mondiale ed è sceso a 14 dopo la crisi finanziaria globale. L'aumento del volume è dovuto all'esplosione dei derivati, in particolare quelli over the counter, ovvero scambiati informalmente dalle controparti non su mercati regolamentati. I derivati non Tre dei libri pubblicati da Leonardo Becchetti: "Felicità sostenibile" ed. Donzelli, "Il denaro fa la felicità? ed. Laterza e "Il microcredito" ed. Il Mulino.

7 manitese 477 marzo - aprile Leonardo Becchetti è professore ordinario di economia politica presso la facoltà di Economia dell'università di Roma Tor Vergata. Ha pubblicato circa duecentodieci lavori tra articoli su riviste internazionali e nazionali, volumi, contributi a volumi, quaderni di ricerca. È autore di numerosi saggi tra i quali Felicità sostenibile edito da Donzelli e Il denaro fa la felicità? edito da Laterza. I suoi temi di ricerca sono quelli della finanza, microfinanza, commercio equo e solidale, responsabilità sociale d'impresa, rapporto banca-impresa, sviluppo economico ed economia della felicità. Ha un blog su Repubblica.it intitolato Felicità Sostenibile. sono un male in sé, il problema è il loro utilizzo. Nascono infatti come strumenti assicurativi contro rischi e in questo senso aiutano le persone a investire. La decisione di una banca italiana di fare un prestito a un'istituzione di microfinanza che lavora negli slum di Nairobi per favorire l'espansione della sua attività è frenata dal fatto che, se il cambio dello scellino kenyano si svalutasse del percento per una crisi politica o economica, chi riceve il prestito dovrebbe pagare un interesse del percento. Se ci fosse uno strumento di copertura dal rischio-cambio questo aiuterebbe l'operazione. Il problema è che i derivati non sono più usati prevalentemente per motivi di copertura, ma per fare speculazioni. Se fossero usati per motivi di copertura, il loro valore dovrebbe essere più o meno equivalente a quello delle attività assicurate. Invece sono un multiplo molto più elevato. Nell'economia reale compro una polizza per assicurarmi dal rischio di furto contro la mia auto. Nei mercati finanziari invece moltissimi operatori anonimi comprano una polizza sul furto della mia auto sperando che la probabilità che me la rubino aumenti in modo tale da poter rivendere la polizza a prezzi più alti. In questo modo senza accorgersene si finisce per sperare che succedano catastrofi, che paesi falliscano, che inizino guerre e, ultimamente, con strumenti come i bond della morte, che anziani poveri che hanno venduto le proprie polizze sulla vita per tirare avanti muoiano in modo tale da intascare il premio. Perché e a quali condizioni la Tobin Tax, o tassa sulle transazioni finanziarie, nella forma attualmente promossa può funzionare? La tassa sulle transazioni finanziarie è un primo importante passo nella giusta direzione. È altresì vero che per raggiungere pienamente l'obiettivo di scongiurare crisi finanziarie come quella del 2007, c'è bisogno di interventi ancora più energici, come il divieto alle banche commerciali di fare trading proprietario mettendo a rischio i soldi dei depositanti a loro insaputa. L'obiettivo della tassa è proprio quello di scoraggiare l'uso speculativo rispetto all'utilizzo di copertura ad esempio dei derivati. Chi li compra non per assicurarsi opera con moltissime operazioni a breve (il cosiddetto trading ad alta frequenza). Tassare le transazioni avrebbe costi molto elevati per questo tipo di operazioni, ma molto più contenuti per chi compra l'attività finanziaria e la tiene. Un'obiezione alla tassa è che essa non è praticabile se non a livello globale, perché imporla in un solo paese farebbe fuggire i capitali. Quest'obiezione è falsa perché esistono ad oggi, come documenta una ricerca del Fondo Monetario, ben 23 paesi che applicano unilateralmente la tassa senza che si sia verificata una massiccia fuga di capitali. Il paese con la tassa più alta è il Regno Unito, che prevede una tassa del 5 per mille sui possessori di azioni quotate alla borsa di Londra. La tassa consente di raccogliere circa 3-5 miliardi di sterline al'anno. Per via di tale evidenza, la proposta francotedesca di introduzione della tassa parla correttamente di armonizzazione a livello europeo delle tasse sulle transazioni finanziarie e non di loro introduzione. È questo il motivo per il quale la Francia intanto ha deciso di andare avanti da sola approvandola unilateralmente. Un'altra obiezione sollevata recentemente è che la tassa aumenterebbe di molto i costi per le banche e i fondi pensione. Ma proprio portando avanti questa argomentazione i loro sostenitori confermano che è importante applicare questa tassa. Se l'attuale modo di gestire banche e fondi pensione in modo molto rischioso e speculativo fosse scoraggiato dalla tassa, avremmo ottenuto un risultato importante e reso più stabile sia il sistema che i risparmi dei cittadini. L'economista, direttore di benecomune.net, Leonardo Becchetti

8 8 il nostro futuro è nella vostra storia progetti Di Chiara Cattaneo, responsabile Asia mani tese fai la differenza Cambogia: condizione femminile e lotta al trafficking Indice di disuguaglianza di genere, indice sulla parità di genere, indice di empowerment di genere, indice di occupazione femminile, percentuale di rappresentanza politica femminile Non mancano i tentativi di racchiudere nei confini netti di un'indagine statistica la multiforme realtà della condizione femminile nel mondo. Pensare di poter catalogare infiniti universi in una provetta da laboratorio è un'impresa ammirabile, ma in qualche modo vana. Meglio perdersi allora nell'osservazione di contesti specifici, per coglierne le peculiarità. La Cambogia è un Paese giovane, ma nella peggiore delle accezioni. L'immensa tragedia del regime di Pol Pot, consumatasi alla fine degli anni '70 mentre il mondo girava le spalle per non essere costretto a intervenire, ha falcidiato un'intera generazione, al punto che oggi meno del 4% della popolazione ha oltre 65 anni (contro il 20% dell'italia). Le donne si ritrovano intrappolate tra l'iconografia tradizionale delle apsara, le danzatrici celesti scolpite nei bassorilievi dei templi di Angkor Wat, e un immaginario moderno e per molti versi rivoluzionario. Le mutate condizioni storiche hanno portato le donne ad assumere ruoli sempre più determinanti, anche dal punto di vista economico, ma a questa accresciuta importanza non sempre corrisponde un riconoscimento pubblico e sociale, né una nuova consapevolezza da parte delle donne stesse del proprio nuovo ruolo famigliare e sociale. Anche le ambizioni personali delle donne sono cambiate. La televisione, il turismo di massa, la crescente urbanizzazione, mutati modelli sociali e famigliari portano le giovani donne a coltivare sogni e desideri diversi da quelli delle loro madri. Sempre più di frequente le famiglie sono costrette ad abbandonare le campagne impoverite dove è difficile strappare alla terra raccolti abbondanti e riuscire a vivere dignitosamente, e migrano piene di speranze verso le città cambogiane, alcuni addirittura con lo sguardo rivolto ancora più in là, verso l'apparentemente ricca e sviluppata Tailandia. Queste speranze spesso si infrangono già alle periferie dei grandi centri urbani, quando i migranti si rendono conto che le opportunità a loro disposizione sono esigue, i guadagni miseri e le tentazioni copiose. Accade così che spesso siano gli uomini ad andarsene per primi, fisicamente, abbandonando moglie e figli al loro destino, o ritraendosi lentamente in una spirale di dipendenze e abusi. Le donne, rimaste sole, diventano le uniche artefici del proprio destino e di quello, prezioso, dei loro figli, in un mondo difficile da decodificare con gli strumenti che hanno a loro disposizione. Inoltre, come accade in qualunque altra parte del mondo odierno, nasce e cresce la percezione di accresciuti bisogni materiali, Foto di Sergio Grande anche effimeri e non essenziali, che a volte prevale su altre considerazioni, anche di carattere morale. È in questo nuovo e misconosciuto ruolo di capofamiglia che le donne cambogiane si trovano sempre più spesso a dover fare scelte estreme e a correre rischi altrettanto imponenti. La Cambogia è un paese di partenza, transito e destinazione per le vittime del trafficking, definito come il reclutamento, il trasporto, il trasferimento, l'ospitare o accogliere persone; mediante l'impiego o la minaccia di impiego della forza o di qualsiasi altra forma di coercizione, di rapimento, frode, inganno, abuso di potere sfruttando una posizione di vulnerabilità ( ); a scopo di sfruttamento della prostituzione altrui o di altre forme di sfruttamento sessuale, lavoro forzato, schiavitù o pratiche analoghe, Mani Tese dal 2006 è socio aderente dell Istituto Italiano della Donazione.

9 manitese 477 marzo - aprile La Cambogia è un paese di partenza, transito e destinazione per le vittime del trafficking servitù o prelievo degli organi (Protocollo di Palermo, 2000). Sono le donne, insieme ai bambini, ad essere maggiormente esposte a questo pericolo. Sebbene sia difficile quantificare un fenomeno così sotterraneo, la Cambogia, così come l'intero sudest asiatico, è fortemente interessata dal trafficking, una vera e propria industria che ogni anno risucchia oltre 2 milioni e mezzo di vittime, generando profitti per oltre 32 miliardi di dollari. Le donne vittime di trafficking finiscono generalmente nell'industria dello sfruttamento sessuale e del lavoro forzato nelle industrie locali; una percentuale minore viene impiegata presso le case delle famiglie benestanti in condizioni di schiavitù. Anche i bambini vengono trafficati per lo sfruttamento sessuale, e molti vengono costretti a mendicare per le strade, o a lavorare come venditori. La terribile verità è che spesso a facilitare la caduta nella rete del trafficking sono persone conosciute, famigliari, addirittura le madri stesse che per fiducia, ignoranza o percezioni distorte delle priorità da soddisfare affidano il proprio destino e quello dei loro figli alla schiavitù del trafficking. Intorno alle donne cambogiane e ai loro figli occorre quindi costruire una delicata rete di protezione e prevenzione, di promozione personale ed economica, per far sì che siano sempre più impermeabili al rischio di trafficking. Azioni concrete, quotidiane, come il sostegno all'istruzione dei figli, la formazione professionale, il sostegno all'imprenditorialità, asili dove i loro figli possano giocare al sicuro mentre lavorano, servizi sociosanitari adeguati e gratuiti, e uno specchio dove si possano guardare e vedere riflessa con orgoglio la propria forza. intrattabili Mani Tese, attraverso la campagna intrattabili, in partnership con ONG locali competenti e impegnate, è impegnata nella lotta al trafficking di esseri umani nel sudest asiatico. In Cambogia, in particolare, sono due le zone di maggiore attività: Sihanoukville, città di mare e popolare meta turistica, e Poipet, città di confine con la Tailandia nel nordovest del Paese. Le azioni progettuali si concentrano sui pilastri della prevenzione, della protezione, della cura e dell'istruzione. I bambini sono il cuore della campagna, e intorno al loro benessere si dipanano le varie attività: servizi sociali e di protezione (hotline, centri di prima accoglienza per bambini vittime di trafficking rimpatriati dalla Tailandia, centri drop in), servizi scolastici (scuole, scuole preparatorie per favorirne il reinserimento nella scuola pubblica, scuole di formazione professionale, esercizi commerciali dove poter mettere in pratica le abilità acquisite), servizi di sostegno ai caretakers e alle famiglie. Il sostegno può prendere anche la forma di un sostegno al reddito. Le mamme dei bambini che per vari motivi possono correre il rischio di diventare vittime di trafficking vengono coinvolte in corsi di formazione professionale e aiutate ad avere un reddito maggiore e più regolare attraverso nuove attività commerciali. Per partecipare al progetto le donne firmano un contratto che le impegna a provvedere all'istruzione dei propri figli e a non sfruttarne il lavoro. Per sostenere i progetti avviati in Cambogia: Agraria Laurenzi è un'azienda italiana a conduzione familiare che da molti anni realizza prodotti tipici della terra come olio, miele, vino, ortaggi, sempre nel rispetto della tradizione. A partire da marzo 2012, mese in cui ricorre la Festa della Donna, Agraria Laurenzi si impegna a destinare una quota a favore del progetto di lotta al trafficking, che coinvolge le donne cambogiane, a tutti coloro che sceglieranno di acquistare il kit di cosmesi all'olio d'oliva. Per maggiori informazioni: Giovanna Tedesco Tel

10 10 il nostro futuro è nella vostra storia approfondimento di nicoletta Dentico, Membro del comitato scientifico di Mani Tese e promotrice in Italia di Se Non Ora Quando? La realtà delle crisi globali sulla vita delle donne Retorica dello sviluppo di genere L'orizzonte di una convivenza fra i due generi rispettosa dell'autonomia e della dignità delle donne, e improntata al principio dell'inviolabilità del corpo femminile, allude a una prospettiva che è stata delineata con nettezza da importanti documenti internazionali. Viene subito in mente la Dichiarazione di Vienna approvata nel 1993 durante il summit dell'onu sui diritti umani; essa prende posizione contro la violenza di genere e contro ogni forma di sfruttamento del corpo delle donne come incompatibili con la dignità della persona umana. C'è poi il testo della Piattaforma d'azione di Pechino del 1995, laddove si afferma che la violenza contro le donne è un ostacolo al raggiungimento degli obiettivi di uguaglianza, sviluppo e pace [ ] viola, indebolisce o vanifica il godimento da parte delle donne dei loro diritti umani e delle loro libertà fondamentali. Questi due pronunciamenti sono pietre miliari, punti di non ritorno sulla strada del riconoscimento delle donne come condizione essenziale per realizzare il bene comune e, viceversa, della gravità del loro sfruttamento come barriera allo sviluppo umano. L'ONU poneva così la questione dell'urgenza, per i governi e le comunità nazionali, di un impegno volto a contrastare la mortificazione della dignità delle donne, e la loro discriminazione, con ogni mezzo. Questi principi hanno in buona misura ridisegnato l'agenda dello sviluppo integrando finalmente la prospettiva di genere nella visione generale di un'emancipazione economica e sociale per le realtà dei paesi impoveriti. I linguaggi sono mutati e la semantica ha integrato il tema delle donne. Ufficialmente, tutta la comunità internazionale è impegnata dal 2000 nella corsa per gli obiettivi del millennio (MDGs), due dei quali il 3 ed il 5 sono rispettivamente focalizzati sull'uguaglianza di genere, e sulla salute delle donne. Ma che cosa è veramente cambiato, per la metà del cielo? «Crescere una figlia è come innaffiare l'orto del vicino», recita un proverbio indù, alludendo all'inutile investimento sulla prole destinata alla famiglia del futuro marito. Il risultato è che la più grande democrazia della terra conquista i mercati globali e si afferma con l'innovazione e la capacità tecnologica, ma perde ogni anno 600 mila bambine. Il dato è agghiacciante, e non circoscritto. La guerra globale contro le donne fa sì che nel mondo ne manchino 100 milioni all'appello: una cancellazione di massa prodotta dagli aborti selettivi dei feti di femmine, o in seguito a infanticidi, che in alcuni paesi (India, Corea, Cina) si è decisamente affermata non senza conseguenze inquietanti sul piano demografico e sociale. A tre anni dal traguardo del 2015 fissato dagli MDGs, il genocidio di genere prosegue inesorabile e impunito. Solo uno dei mali acuminati che colpiscono le donne. Eppure l'evidenza empirica dimostra che non può esserci innovazione, modernità, alternativa, a via di escludere la popolazione delle donne dalla costruzione di un futuro

11 manitese 477 marzo - aprile migliore. Nel nord e nel sud del mondo. Lo ha dichiarato la vice Segretaria Generale dell'onu, Asha-Rose Migiro, sono le donne che hanno in mano le chiavi per scardinare le barriere allo sviluppo sostenibile. In tempi di colossale crisi strutturale economica, finanziaria, ambientale sappiamo quanto ne avremmo bisogno di un paradigma nuovo imperniato sulla sostenibilità. E delle donne, dunque, per dargli forma e contenuto. Invece, la metà femminile che popola il mondo gode di una infima parte delle opportunità o delle risorse disponibili sul pianeta. Sono più di mille le donne che, ogni giorno, muoiono solo per il fatto di aver partorito, nelle circostanze di solitudine e di povertà spesso più indicibili. Nelle situazioni di guerre e conflitti armati, la maggior parte delle vittime civili sono donne e bambini che, paradossale ironia, pagano il prezzo più alto per questi conflitti, ma non hanno voce in capitolo, ed ancor meno potere negoziale, quando gli stati trattano di guerra e pace. Talenti sprecati. Le donne se ne intendono, visto che sono loro ad assicurare la sussistenza delle famiglie in mezzo al caos e alla distruzione, e sono ancora loro che seminano solidarietà e pace dentro le piccole comunità devastate dalla guerra. In nessun paese del resto le donne hanno accesso paritario della narrazione che i media fanno del mondo. Men che meno hanno possibilità di formularla, questa narrazione. Solo il 22% delle notizie che si leggono o si ascoltano ogni giorno sono frutto della lettura e dello sguardo delle donne! La 56ma sessione della Commissione sulla Stato delle Donne (www.un.org/ womenwatch/daw/csw/index.html), riunita a New York mentre scriviamo, fa un quadro piuttosto cupo della situazione globale. Le molte piccole luci delle iniziative locali restano soffocate dalle ombre di tendenze strutturali che remano contro le donne. Per esempio, a detta della Commissione, anche quando i programmi di sviluppo sono indirizzati all'uguaglianza di genere, ciò non significa necessariamente che questi si traducano in percorsi significativi per le donne, e neppure il sostegno ai progetti della società civile è sufficiente se non mutano le condizioni in grado di rendere la vita quotidiana delle donne più dignitosa nel lungo periodo. Siamo insomma di fronte ad uno scenario paradossale. Negli ultimi 3-5 anni c'è stato un indubbio incremento dell'interesse e dell'impegno a favore dell'empowerment delle donne e delle bambine, però la crisi finanziaria globale ha ristretto in termini reali il sostegno alle donne nei paesi del sud del mondo, nonché molto peggiorato la loro condizione. Il deterioramento delle condizioni economiche produce in monti casi un sussulto dei fondamentalismi, ed una recrudescenza di pratiche e concezioni domestiche che minano alla radice l'autonomia e l'attivismo femminile. Le donne sono impegnate in prima linea per la difesa della biodiversità e degli ecosistemi vitali, per l'accesso all'acqua, per l'adattamento e la mitigazione dei cambiamenti climatici, per la lotta contro l'inquinamento. Ma l'empowerment delle contadine ed il loro ruolo nella lotta alla fame e nello sradicamento della povertà restano marginali. Secondo la neonata Agenzia dell'onu per le Donne, quelle attive nell'agricoltura rappresentano un quarto dei 7 miliardi di popolazione mondiale. Solo il 5% dei servizi agricoli però viene messo a disposizione delle donne, e nell'africa rurale sub-sahariana meno del 10% del credito disponibile per le piccole iniziative agricole è appannaggio delle donne, anche se il loro accesso paritario alle risorse produttive ridurrebbe il numero delle persone malnutrite di milioni. Forse è arrivato il momento di considerare la costruzione di un mondo a due, di una comunità alla pari fatta di due entità intransitive per dire che è necessario mantenere fra loro una distanza per non cancellare l'altro/l'altra come un bene comune dell'umanità. Constato che questa argomentazione non ha ancora preso piede nella agenda sui beni comuni globali. Potrebbe esserne invece una condizione indispensabile. Se al posto della Lehman Brothers, ci fosse stata la Lehman Sisters, sospetto che il mondo non si troverebbe nella situazione di collasso senza regole che conosciamo da alcuni anni a questa parte.

12 12 il nostro futuro è nella vostra storia approfondimento Lezione di storia a cura di Giosuè De Salvo, capo area advocacy Mani Tese Quello che segue è il testo originale di un audiovisivo (diapositive con note scritte di accompagnamento) che Mani Tese realizzò nel 1984, quasi trent'anni fa, sul tema della fame. Riemerso per caso dall'immenso archivio cartaceo, offre ai lettori l'ennesima conferma di quanto la lotta per la Sovranità Alimentare sia scritta nel DNA di questa associazione. A volte si sente dire che la fame esiste perché sulla terra non c'è cibo sufficiente per nutrire tutti gli uomini. Ma secondo la F.A.O. (l'organizzazione delle Nazioni Unite per l'agricoltura e l'alimentazione) l'attuale produzione di cereali potrebbe fornire ad ogni uomo, donna, bambino che vivono sulla terra più di calorie e ben 65 grammi di proteine al giorno. Inoltre la terra può garantire una produzione di cereali 25 volte superiore a quella attuale. Eppure la fame esiste e assume proporzioni sempre più drammatiche. Stime prudenti indicano che nel mondo almeno 460 milioni di persone soffrono per carenze alimentari molto gravi. E coloro che non mangiano a sufficienza sono ben due miliardi: si tratta degli abitanti dei paesi sottosviluppati dell'africa, dell'asia meridionale e dell'america Latina: il cosiddetto Terzo Mondo. Sono i poveri nel mondo, coloro che hanno un reddito troppo basso per acquistare una sufficiente quantità di cibo. [ ] Le cause della fame: la povertà La fame è una conseguenza della povertà. La malnutrizione e la sottoalimentazione sono determinate dall'insufficienza del reddito della maggior parte delle famiglie che vivono nel Terzo Mondo. La spesa alimentare costituisce una componente importante del reddito dei poveri, fino all'80%, che un qualsiasi aumento del prezzo del cibo si traduce in una diminuzione della quantità e della qualità del cibo acquistato. Nei paesi occidentali la spesa per acquistare gli alimenti rappresenta solo il 25% del reddito famigliare. Questo significa che un aumento, anche sensibile, dei prezzi alimentari, non riduce la popolazione alla fame. Gli abitanti dei paesi sviluppati, grazie alla loro ricchezza, riescono ad accaparrare la maggioranza del cibo disponibile. Secondo i calcoli ufficiali, il 30% della popolazione mondiale consuma il 50% di tutte le risorse alimentari della terra. Secondo l'organizzazione Mondiale della Sanità, gli abitanti del mondo ricco sono supernutriti. L'aumento delle malattie cardiovascolari, del diabete, dell'obesità sono un sintomo di questa supernutrizione. La stessa organizzazione afferma che l'uomo medio dei paesi europei e nord-americani mangia carne tre volte più del giusto. Per nutrire gli animali, allo scopo di produrre carne, si impiega una quantità di cereali 4/5 volte superiore a quella che si impiegherebbe se il nutrimento fosse consumato direttamente dall'uomo. Le popolazioni ricche destinano all'alimentazione del loro bestiame un volume di cereali superiore a quello consumato da tutti gli abitanti del Terzo Mondo, esclusa la Cina. Nei paesi ricchi molti alimenti vengono sprecati: si calcola che nei ristoranti quasi un terzo del cibo finisca in pattumiera, inoltre ogni anno migliaia di tonnellate di prodotti alimentari vengono distrutte per mantenere elevato il livello dei prezzi. Le cause della fame: il latifondo e la monocoltura L'agricoltura mondiale è dominata dalle grandi proprietà fondiarie. Secondo la F.A.O. il 2,5% dei proprietari con oltre 100 ettari controlla circa i ¾ di tutte le terre del mondo. [ ] Nel passato i paesi del Terzo Mondo erano autosufficienti dal punto di vista alimentare. Durante il periodo coloniale però è avvenuto il passaggio dall'agricoltura di sussistenza, destinata al consumo interno, all'agricoltura per l'esportazione. Per soddisfare i bisogni delle potenze coloniali vennero estese le piantagioni di zucchero, caffè, cotone, banane, arachidi, provocando il fenomeno della monocoltura, vale a dire la specializzazione di ogni paese nella produzione di un unico o di pochi prodotti. In numerosi paesi in via di sviluppo la disponibilità alimentare è oggi insufficiente proprio perché nel settore agricolo viene data priorità alle coltivazioni per l'esportazione invece che quelle destinate all'alimentazione locale.

13 manitese 477 marzo - aprile Le cause della fame: le multinazionali agro-alimentari Le multinazionali sono imprese molto grandi che investono e producono in numerosi paesi. Da qualche anno queste imprese mostrano un crescente interesse verso gli investimenti agricoli, acquistando vasti appezzamenti di terreno nei paesi del Terzo Mondo. Dice Mons. Camara, il vescovo brasiliano noto in tutto il mondo per la sua opera in difesa dei poveri: Quando le multinazionali acquistano un terreno nel mio paese, mandano via le famiglie contadine, privandole dell'unica loro fonte di vita. Le multinazionali condizionano, attraverso la pubblicità, i consumi alimentari delle popolazioni povere e analfabete del Terzo Mondo, inducendole spesso all'acquisto di prodotti superflui e di scarso valore nutritivo. La sovrappopolazione: un mito da sfatare Spesso si sente dire che le popolazioni del Terzo Mondo sono affamate perché sono troppo numerose. In realtà la densità demografica non ha alcun rapporto con l'effettiva disponibilità di alimenti. La fame esiste tanto in Bolivia, dove ci sono 5 abitanti per chilometro quadrato, quanto in India dove gli abitanti sono 172 per chilometro quadrato. Ma non esiste fame in Olanda, dove la densità demografica è di 326 abitanti per chilometro quadrato. La fame è un'ingiustizia non una fatalità. Ghandi ha detto: La terra produce abbastanza per soddisfare i bisogni di ognuno, non l'avidità di ognuno. La crisi alimentare mondiale non è provocata dalla mancanza di risorse, ma dalla loro ingiusta distribuzione. Molte persone del mondo ricco sono convinte che la fame sia un flagello di dimensioni tali da essere senza rimedio, ma non è così. Se l'umanità lo volesse, potrebbe porre fine a questa tragedia nel giro di pochi anni. La copertina originale del 1984 La fame si può vincere È necessario che ogni popolo sia messo in grado di produrre il cibo destinato al suo nutrimento. L'agricoltura per il consumo interno deve essere privilegiata rispetto a quella per l'esportazione. Occorre invertire la tendenza attuale che utilizza le terre più fertili e le migliori attrezzature per la produzione destinata all'estero. È necessario che gli aiuti stanziati dai paesi ricchi in favore del Terzo Mondo favoriscono soprattutto il settore agricolo e la popolazione rurale. È necessario che le risorse umane, tecnologiche e finanziarie che oggi vengono sprecate per produrre armamenti, siano utilizzate per soddisfare i bisogni primari delle popolazioni. Si calcola che la cifra che i governi di tutto il mondo spendono per produrre strumenti di morte raggiunga ormai i 550 mila miliardi di lire all'anno: 1 miliardo di lire al minuto. La quota destinata dai governi allo sviluppo è inferiore di 20 volte a quella impiegata nel settore bellico. [ ] È necessario che ognuno di noi si renda consapevole di questa intollerabile ingiustizia e si impegni in prima persona nella lotta contro la fame ed il sottosviluppo. È necessario porre fine agli sprechi degli alimenti e di tutte le altre risorse (acqua, energia, minerali) che non sono patrimonio esclusivo dei popoli ricchi, ma sono state destinate a tutta l'umanità.

14 Realizzato con il contributo dell Unione Europea 14 il nostro futuro è nella vostra storia approfondimento a cura di Clara Castellucci, referente marcia virtuale Food For World 2012 di mani tese campagne Marcia con noi per il diritto al cibo Contro la fame, cambia la vita. È questo uno degli slogan che Mani Tese, già negli anni '70, portava in piazza per diffondere il principio secondo il quale i comportamenti del Nord del mondo influiscono sulla povertà del Sud. È con la Marcia mondiale per la sovranità alimentare che nel 2012 Mani Tese vuole diventare movimento forte di coinvolgimento della società civile, degli insegnanti, delle scuole, degli enti locali e dei volontari per diffondere un importante messaggio: ridare sovranità ai popoli e consapevolezza al consumatore sulle scelte alimentari. Il doppio binario che vede muoversi parallelamente la lotta all'ingiustizia e la promozione della sobrietà negli stili di vita è quello su cui si fonda il principio della sovranità alimentare. Il semplice aumento della produzione di cibo non è più sufficiente per risolvere la causa dello squilibrio: è necessario offrire alle comunità locali la possibilità di decidere cosa produrre, di scegliere metodi di coltivazione sostenibili e di decidere su quali mercati indirizzarsi. Ora il passaggio fondamentale è il coinvolgimento dei consumatori che con il loro stile di vita quotidiano hanno un forte impatto sui Paesi del Sud del mondo. La Marcia è il nostro strumento per portare questa istanza di cambiamento nei dibattiti delle principali istituzioni e tra la gente. Per la prima volta la partecipazione potrà essere anche diversa e tutta virtuale! Il sito internet dedicato alla Campagna Food for world (www. foodforworld.org ) è stato costruito per raccogliere le istanze di tutti, è una grande sfilata di volti, messaggi, pensieri e immagini relative al principio di sovranità alimentare e di diritto al cibo. Questo spazio dedicato permetterà a tutti di partecipare alla mobilitazione in un modo diverso rispetto a quello a cui si è abituati, tramite il proprio computer, e utilizzando i mezzi di comunicazione di massa. La piazza non sarà solo quella delle diverse città in cui marceremo per portare la nostra causa, ma sarà anche quella della rete. Tutti possiamo fare la differenza unendoci ad movimento virtuale che diffonderà un messaggio virale sull'importanza del diritto al cibo. Iscrivendosi al sito attraverso una procedura molto semplice potremo contarci, diffondere il messaggio ed essere sempre aggiornati sul tema della sovranità alimentare e sulle campagne di Mani Tese. Nei prossimi numeri del periodico e sulle prossime newsletter ci sarà l'occasione di approfondire e coinvolgere tutti nella preparazione della marcia perché riteniamo molto importante che il movimento parta dal basso e da tutti coloro che già sostengono e conoscono l'associazione per poi diffondersi capillarmente attraverso parenti e amici. Food for World è il nostro slogan e lo porteremo nella rete come faremo in piazza per affermare un diritto di tutti, il diritto al cibo! In marcia per il diritto al cibo!

15 Wansokou W an a ns nsokou nsok s oko k kou ou u DOSSIER di annalisa stagni, area advocacy mani tese Aprile 2012, Wansokou (Africa). Mani Tese festeggia 25 anni nel piccolo villaggio del distretto di Natitingou in Benin, dove nel 1987 diede vita alla scuola di Wansokou. Un tuffo nel passato per celebrare un compleanno caro a tutti i donatori che sostengono con passione i nostri progetti. Una storia di Lasuccesso scuola di Wansokou Wansokou Valerio Bini, consigliere Mani Tese con un giovane studente.

16 Wansokou Il diario di Valerio Da dieci anni Valerio Bini segue i progetti di sviluppo di Mani Tese in Burkina Faso e in Benin e conosce abbastanza bene la realtà in cui si lavora. Eppure durante la sua ultima missione in Benin ci racconta che vedere una scuola costruita 25 anni fa, grazie a Mani Tese, piena di giovani e giovanissimi studenti mi emoziona, non solo per l ovvio orgoglio di un lavoro ben fatto, ma anche perché quella scuola, quegli studenti e quegli insegnanti testimoniano la continuità del lavoro della cooperazione. La scuola di Wansokou infatti è oggi non solo un esempio di buona cooperazione per Mani Tese ma anche una testimonianza di impegno civile da parte dei giovani africani: lo stesso Direttore della scuola di Wansokou ha studiato in questi edifici ed è oggi protagonista di una nuova generazione di africani, formatasi anche grazie alla cooperazione internazionale, che contribuisce in prima persona al miglioramento della vita del proprio paese. Poter oggi vantare una scuola che comprende l intero ciclo scolastico (6 classi) rende possibile maggiori inserimenti e le famiglie numerose sono più invogliate a iscrivere i propri figli, come ci spiega il nostro collega Achille Tepa, che nativo della regione dell Atacora, è stato testimone proprio a Wansokou dell evoluzione della scuola, fino ad essere oggi il filo diretto con l associazione. Questa scuola è il simbolo della vittoria di una comunità locale che ha creduto nell educazione dei propri figli, ha contribuito a costruire le condizioni perché questa educazione fosse possibile e ha lavorato in tutti questi anni perché questa opportunità per le nuove generazioni potesse continuare ad esistere. Valerio Bini. Valerio Bini con il nostro collega Achille Tepa Carta d identità Cognome: Bini Nome: Valerio Segni particolari: ricercatore universitario presso l università di Sorbona a Parigi, dal 1999 collabora con Mani Tese come volontario. Dal 2010 fa parte del Consiglio Direttivo dell Associazione. Segue i progetti di sviluppo di Mani Tese in Burkina Faso e in Benin. Cognome: Tepa Nome: Achille Segni particolari: nominato rappresentate del Benin per Mani Tese dal 1995 e socio dal 2001, si occupa del controllo e della gestione dei progetti sul posto.

17 Carta d identità Cognome: Comelli Nome: Angela Segni particolari: volontaria di Mani Tese dal 1982 con il gruppo di Gorgonzola, inizia a lavorare in amministrazione nel 2002, è diventata coordinatore nazionale di Mani Tese nel Angela con la figlioletta Lucia nata a Tempegré nel 1981 Angela durante il ritiro del premio Ambasciatrice di pace 2011 Tampegrè Dal 1979 al 1981 Angela, con altri 3 volontari sostenuti dal gruppo Mani Tese e dalla comunità di Gorgonzola, collaborano con gli abitanti di Wansokou e con le istituzioni locali per la realizzazione di alcuni progetti di sviluppo. Si dedicano all implementazione di infrastrutture (dispensari di base, centro culturale di villaggio, centro multifunzionale), poi strutturano programmi di formazione utili alla prevenzione e alla difesa della salute e contemporaneamente sviluppano analisi per rispondere al deficit di produzione agricola e di alfabetizzazione, che costringe i 9000 abitanti della zona a condizioni di sopravvivenza inaccettabili. Nel 1982, in collaborazione con le organizzazioni locali che si occupano del problema, viene avviato un progetto di intervento per la formazione di giovani agricoltori. Con il sostegno delle autorità locali e del Ministero dell agricoltura beninese, Mani Tese si impegna a realizzare un centro di formazione su terreni, concessi dal Ministero dove le condizioni per sviluppare progetti di produzione agricola è particolarmente favorevole. In questa zona oggi si trova il laboratorio per la trasformazione della manioca, inaugurato a novembre 2011 alla presenza della delegazione di Mani Tese (Valerio Bini, Achielle Tepa, Giovanni Sarto, Lucy Tattoli) delle autorità locali e delle tantissime donne che hanno celebrato per tutta la giornata l evento con danze e canti popolari. Il villaggio di Wansokou 1987 La scuola di Wansokou 2012 Valerio in una classe della scuola di Wansokou, 2012

18 Dalla scuola di Wansokou all atelier di Tampegré Mani Tese ha deciso di proporre per l anno 2012 una campagna di sensibilizzazione e raccolta fondi a favore delle donne africane con l obiettivo di valorizzare e far emergere il ruolo delle donne nella società africana: il loro essere madri, contadine e protagoniste della vita dei mercati presenti in ogni villaggio del continente. Le donne sono per noi l icona del diritto al cibo in Africa. Mani Tese infatti sta svolgendo un azione integrata volta a favorire il protagonismo delle donne nell economia delle comunità rurali di riferimento, poiché sono proprio le donne le principali lavoratrici della comunità e assicurano la maggior parte dei lavori domestici ed economici. Le donne hanno però uno scarsissimo accesso alle risorse economiche sia a causa della tradizionale organizzazione familiare (che vede il marito come unico gestore del reddito) sia perché restano inconsapevoli dei loro diritti e non sono quindi in grado di rivendicarli. Gli interventi di Mani Tese si pongono l obiettivo di permettere alle popolazioni beneficiarie di essere protagoniste del proprio sviluppo, nel tentativo di contribuire a far emergere e valorizzare le capacità e competenze locali e introdurre nuove idee, per favorire lo sviluppo di un sistema sostenibile da un punto di vista sociale, economico e ambientale e che garantisca migliori condizioni di vita alla popolazione stessa. Giovanni Sartor, Responsabile Progetti in Africa con le donne di Tampegrè (regione dell Atacora in Benin) durante l inaugurazione del laboratorio per la trasformazione della manioca, lo scorso novembre. Questo laboratorio è una delle azioni di punta del progetto Sviluppo economico per le donne dell Atacora.

19 manitese 477 marzo - aprile Di giovanni sartor, responsabile Africa mani tese aggiornamento paesi Guinea Bissau e Senegal Un'intensa stagione politica vissuta in maniera opposta nei due confinanti Paesi dell'africa occidentale. Una lettura in parallelo delle vicende che caratterizzano la vita politica recente dei due paesi dell'africa occidentale, rileva, al di la della vicinanza geografica, una significativa distanza sulle dinamiche di gestione del potere e sul coinvolgimento della società civile nella vita pubblica. Il mese di marzo è per entrambi mese elettorale. Il 18 le presidenziali in Guinea Bissau anticipate a causa della morte per malattia, avvenuta il 9 gennaio 2012, del Presidente in carica Malam Bacai Saña, sette giorni dopo, il 25 marzo, il secondo turno delle presidenziali in Senegal, che vede contrapposti il presidente uscente Abdoulaye Wade e lo sfidante Macky Sall. I due Paesi arrivano alle elezioni in maniera completamente diversa. In Guinea Bissau, al di la della morte del Presidente, è avvenuto un tentativo di colpo di stato, l'ennesimo nella storia recente del piccolo Paese africano, il 26 dicembre 2011, che ha visto come protagonista il capo della marina Ammiraglio José Americo Bubo Na Tchuto, in passato capo di Stato maggiore dell'esercito ma successivamente destituito perché accusato di un tentativo di colpo di Stato nel Sembra sia stato più un tentativo di mettere in discussione i vertici militari, uno dei centri nevralgici, probabilmente il più forte, del potere nel Paese più che un vero e proprio attacco al Primo Ministro Gomes Junior e al Presidente, che si trovava già in Francia per cure mediche. A salvarsi è stato quindi soprattutto il Generale Indjai, capo di stato maggiore dell'esercito, che circa un anno fa, quasi con le stesse modalità, aveva scalzato dall'incarico il suo predecessore. Il risultato delle elezioni è scontato, il candidato forte è proprio il Primo ministro Gomes Junior, la campagna elettorale avviene in un clima di festa collettiva, dove musica, gadgets e magliette con i volti dei candidati sono i protagonisti e non si sfiorano neppure i grossi problemi del Paese. In parte questo è dovuto ad una sorta di rassegnazione da parte della popolazione e di una società civile ancora molto debole e frammentata; quest'ultimo tentativo di colpo di Stato, ha ribadito che non sono le elezioni ma altre modalità a decidere chi veramente comanda nel Paese. In Senegal, invece, la lotta politica è viva, grandi protagonisti della campagna elettorale sono stati il movimento 23 giugno (M23) che riunisce movimenti, partiti e organizzazioni della società civile nato in seguito alla manifestazione, repressa con la forza, del 23 giugno 2011 contro la modifica della costituzione che Wade voleva attuare per garantirsi la possibilità di ricandidarsi per un terzo mandato e il collettivo giovanile Y'en a marre. Wade si è poi ricandidato per il terzo mandato anche senza riuscire a modificare la costituzione, i due movimenti non sono riusciti ad ottenere il risultato sperato ma hanno dato vita ad un periodo elettorale molto movimentato e ricco di manifestazioni, spesso represse con la violenza, contro la gestione del paese da parte del Presidente nei 12 anni nei quali è fino ad ora rimasto al potere e contro la sua volontà di imporre, in qualche modo, il figlio, come suo successore. Questo clima di partecipazione ha favorito il fatto che l'anziano Presidente non sia riuscito ad ottenere il quorum del 50% dei voti validi per essere eletto al primo turno ed il secondo turno sarà molto combattuto perché le forze di opposizione, molto frammentate al primo, si sono invece quasi tutte unite nel sostegno a Macki Sall nel secondo. Anche il candidato dell'opposizione ha comunque i suoi scheletri nell'armadio perché non è estraneo alla gestione del potere di questi ultimi anni essendo stato fino al 2008 tra i più fedeli uomini di Wade, più volte ministro e Primo Ministro. Infine se è vero che i militari non hanno il ruolo determinante per le sorti politiche del paese che detengono in Guinea Bissau, chi detiene il potere è sempre fortemente influenzato dalla potente confraternita dei Muridi, che riunisce la maggioranza dei musulmani senegalesi. Questi sono solo due casi, curiosamente di una tensione presente in tutta l'africa a sud del sahara tra situazioni nelle quali cresce il protagonismo della società civile nella vita politica e, seppur con ancora molte contraddizioni e con il rischio sempre presente e qualche volta reale di brogli, le elezioni sono partecipate e comunque decisive per decidere chi governa i Paesi, e situazioni nelle quali le elezioni sono solamente uno strumento utilizzato per legittimarsi da chi è già al potere o lo ottiene con la forza.

20 20 il nostro futuro è nella vostra storia rubriche Di elias gerovasi, capo area cooperazione mani tese Chi si fida delle ONG? la cooperazione del futuro Gli italiani e gli europei si fidano delle ONG e chiedono più sforzi per sostenere la cooperazione allo sviluppo Negli ultimi mesi sono stati pubblicati due studi statistici internazionali che misurano il grado di gradimento e di fiducia che i cittadini hanno nei confronti delle ONG e della cooperazione internazionale. In epoca di crisi economica e di deboli slanci ideali ci si sarebbe aspettati un dato negativo con un abbassamento della propensione delle persone a sostenere la lotta contro la povertà attraverso la cooperazione allo 3% sviluppo. I risultati sono invece importanti e incoraggianti, 12% mostrano che le ONG riescono ancora a rappresentare la volontà diffusa dell'opinione pubblica di 9% far crescere la cooperazione e la solidarietà internazionale. 44% La Edelman Trust ha pubblicato l'edizione 2012 dell' Edelman Trust Barometer, una ricerca condotta a livello mondiale, che misura la fiducia dei cittadini rispetto a diverse istituzioni, in particolare i governi, le aziende (settore privato), le ONG e i media. Per il quinto anno consecutivo, le ONG sono l'istituzione ritenuta più affidabile nel mondo, in 16 dei 25 paesi oggetto dello studio, la gente si fida più delle ONG che del settore privato. L'indice di fiducia nelle ONG si attesta al 54% (in discesa di del 5% rispetto al 2011) contro il 47% per media e aziende e 38% per i governi. 49% La fiducia nelle ONG ha raggiunto un picco del 79 % in Cina specialmente tra gli intervista di età compresa tra 35 e 64 anni. Dal 2009, la fiducia nelle ONG si è alzata anche in India fino al 68 %. In Italia si registra una delle percentuali più alte di fiducia nelle ONG e una delle più basse per la politica. Il 77% degli italiani si fida delle ONG e del loro operato mentre solo il 31% si fida della politica. Cresce anche la fiducia nei media dal 41 al 59 % grazie al crescente utilizzo da parte degli italiani dell'informazione in rete. Gli intervistati italiani ritengono più affidabili i Blog e la Eurobarometer settembre 2011 Eurobarometer giugno % Radio rispetto ai giornali tradizionali e la televisione. La fiducia nelle ONG è invece calata vistosamente nei paesi dove si sono registrati scandali pubblici nell'utilizzo dei fondi per la cooperazione internazionale come il Brasile, Giappone e la Russia. 36% Secondo te aiutare le persone dei paesi in via di sviluppo è molto importante, abbastanza importante, non molto importante o non è importante affatto? Molto Abbastanza Totale Non importante Non so L'altro studio interessante è stato pubblicato da Euro-barometro e si intitola Making 4% a difference in the world: Europeans and the future of development 12% aid (Fare la differenza nel mondo: gli europei e il futuro dell'aiuto allo sviluppo). L'indagine è stata condotta nei 27 Stati membri della Eu12% UE nel settembre 2011, intervistando % europei dai 15 anni in su. Lo scopo dello studio era quello di fornire un quadro aggiornato 49% del gradimento da parte degli europei sugli aiuti allo sviluppo e sul futuro della cooperazione allo sviluppo in vista della Conferenza 59% di alto livello sull'efficacia degli aiuti che si è svolta a Busan (Corea del Sud) lo scorso dicembre. In sintesi il sondaggio presenta un'europa più solidale e meno razzista di quanto verrebbe da credere (almeno a parole). L'85% degli europei considerano importante l'aiuto alle popolazioni più povere. Eurobarometer Italia 201 robarometer Europa 2011 Questo favore da parte dei cittadini europei è però in fase decrescente, se si paragonano i dati odierni con quelli del 2010 si può osservare che i cittadini favorevoli agli aiuti ai più poveri scendono dall'89% all'85% (vedi grafico a sinistra). I giovani tra i 15 e i 24 anni sono i più forti sostenitori degli aiuti: «9 su 10 pensano sia importante aiutare i poveri e il 41% lo considera molto importante, a fronte del 35% delle persone di oltre 40 anni». I giovani dimostrano anche maggiore impegno personale per questa causa: «Il 53% dei giovani e il 60% degli studenti, infatti, sarebbe pronto a pagare di più certi prodotti (es. commercio equo e solidale) se ciò andasse a vantaggio delle popolazioni povere del mondo. I giovani hanno inoltre espresso la maggiore determinazione a mantenere l'impegno di aumentare i livelli di aiuto (69%, a

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