RASSEGNA STAMPA 3 MARZO

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1 RASSEGNA STAMPA 3 MARZO Imprese, boom di fallimenti. Il record nel Nord Ovest: +33% Nel 2009 sono state 9mila le imprese italiane che sono fallite, il 23% in più rispetto al già durissimo Lo affermano i dati del Cerved group, secondo i quali anche l'ultimo trimestre è stato nero: tra ottobre e dicembre sono state aperte quasi procedure fallimentari, +15% rispetto allo stesso periodo del 2008, trimestre nel quale si era già registrato un aumento di fallimenti del 43% rispetto al Dopo la brusca caduta delle procedure seguita alla riforma della disciplina sulla crisi d'impresa - spiega il Cerved - dall'aprile del 2008 i fallimenti hanno iniziato una corsa che dura da sette trimestri consecutivi, con tassi di crescita sempre a due cifre. L'impennata dei fallimenti ha toccato soprattutto il Nord: con un incremento del 25% nell'ultima parte dell'anno, nei dodici mesi del 2009 le procedure sono cresciute nel Nord Ovest del 33%, nel Nord Est del 26%, nel Centro del 16%, nel Sud e nelle Isole del 16,3%. A eccezione del Molise, in cui il numero di fallimenti del 2009 è inferiore rispetto a quelli del 2008 (-17%) e della Basilicata (+2%), l'incremento delle procedure ha fatto registrare ovunque tassi a due cifre con aumenti particolarmente elevati in Liguria (+48%), in Piemonte (+38%), nel Friuli (+36%), nelle Marche (+33%), in Emilia Romagna (+33%), e in Lombardia (+30%). Rispetto alle imprese presenti sul territorio, è il Friuli la regione maggiormente colpita dai fallimenti ('insolvency ratiò pari a 22), seguita dalla Lombardia (20) e dall'umbria (20). Le statistiche per dimensione di impresa confermano che i fallimenti toccano soprattutto aziende di piccola dimensione: il 75% delle società di capitale ha un attivo inferiore a 2 milioni di euro tre anni prima dell'insorgere della crisi. Con un aumento del 33% dei fallimenti negli ultimi tre mesi del 2009, le costruzioni risultano il settore che conta il maggior incremento di procedure nel corso dei dodici mesi 2009 (+31%), seguite dall'industria (+26% tra 2009 e 2008), dalle attività finanziarie, immobiliari, di noleggio e informatica (+24%), trasporti e le comunicazioni (+18%). Rispetto al numero di imprese registrate, è l'industria il settore più colpito. Ed è in crescita anche il ricorso al concordato preventivo: secondo gli archivi di Cerved Group, nel 2009 le imprese italiane hanno presentato oltre 900 domande di concordato (+62% rispetto al 2008), con una crescita nel solo ultimo trimestre che come i fallimenti ha solo leggermente rallentato: +33% rispetto allo stesso periodo del Lotta all'evasione fiscale, recuperati 9,1 miliardi Nel 2009 la lotta all'evasione ha portato incassi per 9,1 miliardi di euro, il 32% in più rispetto al 2008 che era già stato un anno da record con quasi 7 miliardi riportati nelle casse dell'erario. Lo ha riferito oggi l'agenzia delle Entrate in una conferenza stampa. Come ha riferito il 1

2 direttore centrale Accertamento, Luigi Magistro, cresce il riscosso dall'utilizzo degli istituti definitori dell'adesione e dell'acquiescenza (4,3 miliardi di euro), con un aumento del 72% rispetto al In pratica, in questi casi che risultano in crescita, una volta accertata l'evasione da parte dell'agenzia il contribuente accetta i rilievi e paga senza arrivare al contenzioso. Crescita a due cifre anche per gli accertamenti sintetici, quelli condotti grazie al cosiddetto 'redditometrò: +81% i controlli eseguiti (oltre ) e +61% per la maggiore imposta accertata (460 milioni). I controlli assistiti da indagini finanziarie sono stati 9.000, il 25% in più rispetto al I controlli mirati, i cosiddetti blitz degli ispettori del fisco sono stati 9.000, con un risultato sia in termini di maggiore Iva, pari a 673 milioni di euro sia di rilevi ai fini di imposte dirette e Irap, pari, rispettivamente, a quasi 6,9 miliardi e a 5,4 miliardi di euro. IN CERCA DI OCCUPAZIONE PERSONE. AUMENTO DELLA PRESSIONE FISCALE Disoccupazione: 8,6%, record dal 2004 Pil -5%, mai così male dal 1971 Sono 307 mila gli occupati in meno rispetto al gennaio di un anno fa. Ribassate le stime per il prodotto interno lordo ROMA - Aumenta la pressione fiscale e la disoccupazione (che tocca il record dal 2004), mentre crolla il prodotto interno lordo (-5%, mai così male da quasi 40 anni) e il saldo primario per la prima volta dal 1991 è negativo. Lo comunica l Istat nei Conti economici nazionali dell'anno appena trascorso. DISOCCUPAZIONE - A gennaio è la disoccupazione è giunta all'8,6%, in crescita dall'8,5% dello scorso dicembre. Il numero delle persone in cerca di occupazione a gennaio è risultata pari a Lo comunica l'istat sulla base dei dati provvisori e destagionalizzati, sottolineando che è il dato peggiore da gennaio 2004, inizio delle serie storiche, quando era stato rilevato all'8,3%. A gennaio 2010 la variazione congiunturale è sostanzialmente nulla, ma il dato complessivo è in aumento dell'1,3% rispetto allo stesso mese del Sono pari a 307 mila le persone occupate perse rispetto a un anno fa. Il numero delle persone in cerca di occupazione a gennaio risulta in crescita dello 0,2% (+5 mila) rispetto al mese precedente e del 18,5% (+334 mila) rispetto a gennaio Si tratta dell'ottavo incremento su base mensile consecutivo. La disoccupazione giovanile si colloca al 26,8%. Il tasso di disoccupazione giovanile cresce di 0,3 punti percentuali rispetto al mese precedente e di 2,6 punti percentuali su base annua. PIL -5% - Il prodotto interno lordo (Pil) italiano nel 2009 è diminuito del 5%. Lo segnala l'istat precisando che si tratta del dato peggiore dal 1971, dall'inizio cioè della serie storica. Le ultime previsioni di governo, indicate nell'aggiornamento al Programma di stabilità italiano, indicavano un Pil in calo del 4,8%. Nella stima provvisoria il Pil aveva registrato una diminunizione del 4,9%. L'Istat ha anche rivisto al ribasso le stime 2007 e 2008: rispettivamente da +1,6% a +1,5% e da -1% a -1,3%. 2

3 INDEBITAMENTO - L'indebitamento netto delle amministrazioni pubbliche (deficit/pil) calcolato ai fini del Trattato di Maastricht è stato pari al 5,3%, superiore a quello registrato nell'anno precedente, che fu pari al 2,7%. In valore assoluto l'indebitamento netto è aumentato di circa 38,2 miliardi di euro, attestandosi a 80,8 miliardi di euro. Lo comunica l'istat rilevando che per la prima volta dal 1991 il saldo primario (indebitamento netto al netto della spesa per interessi) è risultato negativo: pari allo 0,6% del Pil, inferiore di oltre 3 punti rispetto al livello positivo raggiunti nel 2008 (2,5%). Il debito pubblico dell'italia è volato a quota 115,8% al termine del 2009 sulla base dell'ultime stime elaborate dalla Banca d'italia che indicavano un debito a 1.761,191 miliardi di euro. FISCO - La pressione fiscale sale al 43,2% del Pil, in salita dal 42,9% del Tale risultato - spiega l Istat - è l`effetto di una riduzione del Pil superiore a quella complessivamente registrata dal gettito fiscale e parafiscale, la cui dinamica negativa (-2,3%) è stata attenuata da quella, in forte aumento, delle imposte in conto capitale (cresciute in valore assoluto di quasi 12 miliardi di euro). Le imposte dirette sono diminuite del 7,1%, quelle indirette del 4,2% e i contributi sociali effettivi dello 0,5%. L`andamento di questi ultimi riflette la tenuta delle retribuzioni lorde, dovuta alla lieve crescita dell`importo medio procapite, che ha parzialmente compensato la flessione dell`occupazione. ENTRATE - Nel 2009 le entrate totali, pari al 47,2% del Pil, sono diminuite dell'1,9% rispetto all'anno precedente. Nel 2008 erano cresciute dell'1,1%. Le uscite totali sono risultate pari al 52,5% del Pil (49,4% nel 2008), con una variazione del +3,1% rispetto all'anno precedente. CONSUMI - Nel 2009 si è registrata una contrazione in termini reali dell'1,2% dei consumi finali nazionali, secondo i dati Istat, e in particolare una flessione dell'1,8% per la spesa delle famiglie residenti, un incremento dello 0,6% per la spesa delle amministrazioni pubbliche e un rialzo dell'1,1% per le istituzioni sociali private. La flessione dei consumi privati interni è stata pari all'1,9%. Per quanto riguarda i redditi da lavoro dipendente e le retribuzioni lorde sono diminuiti dello 0,6%. Redazione online IN QUESTO MODO SI EVITERANNO DI PAGARE MAXIBOLLETTE A CAUSA DEL ROAMING Ue: cellulari e «chiavette», da oggi scatta il tetto al consumo di internet all'estero Fino al 30 giugno fissato su richiesta. Dal 1 luglio sarà di 50 euro al mese, ma potrà essere modificato dal cliente MILANO - Da oggi niente più rischi di megabollette per chi usa il cellulare nell'unione europea. Ma attenzione. La navigazione con il telefonino nei paesi Ue potrebbe durare molto meno del previsto. Dalla giornata odierna infatti gli operatori di telefonia mobile dell'ue sono obbligati a porre un tetto al consumo di internet in roaming e ad avvertire gli utenti quando questo limite viene raggiunto per evitare il rischio di bollette stratosferiche. Il cambiamento avverrà in due fasi. Da oggi al 30 giugno, gli utenti interessati ad avere il controllo preciso di quanto stanno spendendo navigando in rete o scaricando dati in roaming (ovvero attraverso una connessione effettuata in un Paese Ue diverso da quello di origine) 3

4 dovranno farne richiesta al loro operatore. TETTO PERSONALIZZATO - Dal primo luglio secondo le nuove norme Ue sul roaming, le compagnie telefoniche sono obbligate a fissare un limite di 50 euro mensili per lo scambio di dati attraverso il cellulare o la «chiavetta» del computer portatile quando l'utente si trova all'estero, il quale deve inoltre essere avvisato quando ha raggiunto l'80% del plafond. Gli utenti hanno poi tempo sempre sino al primo luglio 2010 per fissare un tetto «personalizzato» più alto o più basso e, qualora non lo facessero, sarà automaticamente fissato a 50 euro mensili. Grazie alle nuove norme europee, inoltre, il prezzo che gli operatori di telefonia mobile pagano tra di loro per lo scambio di un megabyte di dati è stato limitato ad 1 euro, ed sarà ulteriormente diminuito nell'arco dei prossimi due anni. «La protezione dalle bollette choc - ha commentato il commissario Ue per l'agenda digitale, Neelie Kroes - è un passo in avanti per rafforzare la fiducia dei consumatori nell'uso delle apparecchiature mobili per la navigazione su internet anche quando ci si trova all'estero». Innumerevoli i casi di mega bollette che hanno indotto le autorità europee ad adottare la norma entrata in vigore oggi. In una nota, la Commissione ne ricorda due: i euro addebitati a un tedesco per aver scaricato un programma tv mentre era in Francia e i 9600 euro della bolletta ricevuta da uno studente inglese recatosi per un mese all'estero. La responsabilità della corretta applicazione della nuova disposizione, ricorda Bruxelles, è delle autorità di vigilanza nazionali (ad esempio Agcom) e a queste gli utenti potranno e dovranno rivolgersi in caso di problemi. Redazione online Premio Cerchio d'oro a Cariparma Cariparma è l'intermediario finanziario più innovativo dell'anno. Questo il verdetto della sesta edizione del Premio "Il Cerchio d'oro per l'innovazione Finanziaria", dedicato all'innovazione nel settore bancario, assicurativo e finanziario, organizzato da Aifin (associazione italiana financial innovation). Un vero trionfo quello di Cariparma alla cerimonia di premiazione del Cerchio d'oro. Oltre al premio speciale di "Intermediario Finanziario Innovativo", la Banca ha ottenuto riconoscimenti in tre diverse categorie. Tra i Prodotti di Credito, Cariparma Sipuò si è aggiudicato il primo premio superando Intesa Sanpaolo e Mps. "" la quinta volta che partecipiamo al Premio - ricorda Nicola Generani, responsabile marketing - il 2009 è stato superiore rispetto ai precedenti". Crisi, in 2010 a rischio oltre 200 mila posti di lavoro 02/03/ La crisi economica non è ancora finita e nel 2010 sono a rischio oltre 200 mila posti di lavoro. Lo ha detto il segretario generale della Uil, Luigi Angeletti, nella relazione di apertura al XV congresso nazionale del sindacato, aggiungendo che il governo deve avviare subito dopo le elezioni regionali di marzo il confronto sulla riforma fiscale. Farla nel 2013 è troppo tardi. Secondo Istat, il tasso di disoccupazione italiano ha raggiunto nel mese di gennaio l'8,6%, segnando il livello più alto da almeno gennaio In termini assoluti, tra gennaio 2010 e gennaio 2009 le persone con un lavoro sono 4

5 diminuite di 307 mila unità. Dal mese di aprile 2008, quando l'italia è entrata in recessione, i posti di lavoro bruciati ammontano a oltre 600 mila. Nel 2009, "grazie al complesso degli ammortizzatori sociali messi in campo sono stati evitati circa 400 mila licenziamenti. Ma per l'anno in corso sono ancora a rischio più di duecentomila posti di lavoro. Ecco perché noi chiediamo al governo di proseguire nella politica sin qui realizzata e di mettere in campo tutte le risorse necessarie per governare le crisi aziendali ed evitare un disastro economico e sociale", ha detto Angeletti. Bnl pianta un albero ogni conto corrente aperto nelle nuove agenzie ROMA (1 marzo) - Un albero piantato ogni conto corrente aperto nelle nuove agenzie. La Bnl (gruppo Bnp Paribas) lancia una nuova iniziativa per contribuire a creare aree verdi, arricchire o riqualificare quelle già esistenti e concorrere con i comuni ad abbattere le emissioni di gas a effetto serra. «Metti in conto un nuovo albero» è il nome del progetto che porterà la banca a donare alle amministrazioni locali un albero per ogni conto corrente aperto nei primi mesi di attività delle nuove agenzie. «Siamo fiduciosi che Metti in conto un nuovo albero attiverà un circuito virtuoso tra banca e cliente a vantaggio dell ambiente e di chi lo vive», ha spiegato l amministratore delegato dell istituto Fabio Gallia. IL SISTEMA BANCARIO / Fuori dalla foresta di pietra di Giuliano Amato * Ho appena letto il bel libro di Pier Francesco Assi e Sebastiano Nerozzi, Storia dell'abi e la prima constatazione che il libro suggerisce è che il nostro sistema bancario è da allora davvero cambiato. Io lo definii in quegli anni una foresta pietrificata e la mia definizione fu forse eccessiva. Ma chi legga queste pagine, scritte con grande scrupolo scientifico sulla base dei documenti dell'associazione bancaria oltre che dei verbali del suo Consiglio e del Comitato esecutivo, non può non convenire con la mia constatazione. Nel periodo trattato dal libro, nell'associazione e tra le banche prevalevano la chiusura all'esterno, la diffidenza nei confronti della concorrenza che la Comunità europea stava portando e la preoccupazione per quel mutuo riconoscimento (uno dei principali grimaldelli usati dalla stessa Comunità per aprire il mercato unico) grazie al quale sarebbero venute da noi banche straniere più forti e meno gravate da vincoli operativi. La direttiva europea n. 780 del 1977, quella che imponeva di trattare la raccolta del risparmio e l'erogazione del credito alla stregua di qualunque attività d'impresa privata, venne accolta bene dalle nostre banche. Il fatto si è che esse la sostennero per una ragione prevalente e cioè perché una tale impostazione faceva cadere l'aggravato trattamento penale cui erano soggetti i banchieri italiani, i quali, ancora irretiti entro un autentico ordinamento amministrativo di settore (come lo definì Massimo Severo Giannini), venivano considerati alla stregua di pubblici ufficiali o, nel migliore dei casi, d'incaricati di pubblici servizi. Liberarsi di tali ingombranti qualifiche a fini penali era un'ottima ragione per 5

6 sostenere l'innovazione europea. Ma quando la Commissione di Bruxelles, sulla base della medesima impostazione, cominciò a mettere il naso negli accordi interbancari, leggendoli alla luce dell'articolo (allora) 85 del Trattato - quello che proibisce le intese restrittive della concorrenza a cominciare da quelle di fissazione del prezzo - la reazione difensiva tornò prontamente ad abbracciare gli argomenti che si erano appena ripudiati. E si sostenne che gli accordi interbancari in materia di tassi e condizioni «toccano la determinazione di un prezzo che, diversamente da quanto avviene con riguardo agli altri settori, assume qui rilevanza strategica ai fini dell'attuazione delle politiche monetarie nazionali», delle quali quel prezzo è una vera e propria "proiezione" (così un documento del servizio studi del 22 settembre 1982, citato nel libro). Si tornava così a collocarsi non più nell'ambito privato, ma in quello del pubblico servizio, se non di più. Quanto al mutuo riconoscimento - ci dicono i nostri autori - esso fu accolto «dal più vivo sconcerto dei banchieri», preoccupati che banche straniere con minori vincoli operativi, con requisiti più bassi di riserva obbligatoria e con tassazione meno elevata, potessero instaurare da noi condizioni di concorrenza impossibili da seguire. E fu tutto in fiorire di argomenti volti a distinguere servizio da servizio e a sostenere la tesi che il mutuo riconoscimento avrebbe dovuto essere selettivo e graduale. Insomma, erano i nostri banchieri dei conservatori incalliti, come tali disadatti ad affrontare il cambiamento? Un generalizzato giudizio in questi termini sarebbe ingeneroso e non terrebbe conto della perdurante esistenza di un quadro amministrativo, all'interno del quale non era facile non solo comportarsi da imprenditori, ma anche maturare i corrispondenti paradigmi culturali. In quella realtà è il dibattito stesso all'interno dell'associazione a testimoniare della maturazione che era comunque in corso, promossa e assecondata dall'intelligente lavoro della Banca d'italia, allora guidata da Carlo Azeglio Ciampi. Va ricordato infatti che, mentre cominciavano ad arrivare gli impulsi innovativi della Comunità europea, i binari delle necessarie trasformazioni interne venivano preparati dalla Banca centrale attraverso la sottoposizione al Comitato interministeriale del credito e risparmio, Cicr, di una serie nutrita di delibere che via via modificavano e liberalizzavano le modalità operative delle nostre banche. E in una fruttuosa interazione fra i primi (e rari) interventi legislativi e tali delibere, esse si trovarono abilitate a cedersi liberamente sportelli e ad aprirne di nuovi, mentre venivano alleggeriti diversi vincoli operativi e ci si apriva alla libera circolazione dei capitali all'interno della Comunità, giunta nel Si capisce perciò come sugli stessi temi sui quali si erano registrate iniziali posizioni di chiusura, siano poi intervenute aperture e più flessibili prese d'atto del percorso su cui ormai ci si stava incamminando. Degli accordi interbancari si prese rapidamente a parlare non come se fossero atti quasi-pubblici sottratti all'antitrust, ma come d'intese che a volte celano accordi restrittivi della concorrenza, altre volte definiscono standard comuni che sono necessari al più efficiente servizio degli utenti. E nella messa a fuoco di tale distinzione prende corpo la normale dialettica fra autorità antitrust e imprese del settore. Anche il mutuo riconoscimento finì per essere accettato e il lavoro dell'associazione e delle banche fu poi di promozione di condizioni competitive che consentissero alle stesse banche di reggere l'urto dei 6

7 concorrenti stranieri a cui si apriva il mercato italiano. Non mancarono le occasioni - e il libro le ricorda - nelle quali il governatore Ciampi ritenne utile manifestare la sua impazienza e l'urgenza quindi di procedere. Ma il cambiamento si stava radicando e quando si arrivò all'approntamento di quella che sarebbe rimasta come legge Amato- Carli, i contributi dell'abi, allora guidata da Piero Barucci, furono solo di segnalazione di aporie e inadeguatezze. La trasformazione delle banche pubbliche in società per azioni, la creazione delle fondazioni come loro azioniste destinate a diventare enti non profit, l'apertura del processo di concentrazione intervennero in un clima che consentì alla riforma di operare e di portarci al sistema bancario di oggi. Questo è un capitolo che va oltre il volume di Asso e Nerozzi. Ma è pensando ad esso che cogliamo tutta l'importanza delle contraddizioni e delle evoluzioni che essi raccontano. Sono infatti qui le premesse di una delle poche riforme italiane che non si sono esaurite nella pubblicazione di una legge in Gazzetta Ufficiale e che si sono invece tradotte in una positiva e ampia trasformazione di sistema. Se ciò è accaduto, è perché non solo i riformatori, ma anche i riformati erano ormai sulla strada giusta. * Giurista e politico 2 Marzo 2010 IL SISTEMA BANCARIO / Da quel cambio di passo un'italia più prospera di Pierluigi Ciocca * Questo ulteriore volume sulla storia dell'abi è dedicato al Attraverso l'abi, vengono ripercorse le vicende del sistema finanziario italiano in quel ventennio. L'industria finanziaria che avevamo ereditato dagli anni Trenta doveva cambiare. Menichella l'aveva configurata come una formidabile macchina per trasferire in condizioni di stabilità flussi crescenti di risparmio aggregato dalle famiglie alle imprese, nell'intenso processo di accumulazione del capitale del Il contributo congiunto di quantità di capitale e progresso tecnico "spiega" per 4/5 la crescita, inimitabile, prossima al 6% l'anno del prodotto, nel miracolo economico. Efficienza dinamica nella riallocazione delle risorse - fra progetti d'investimento, settori, imprese - è invece ciò che l'economia italiana veniva a richiedere nella crisi da stagflation inaugurata dall'autunno caldo del 1969 e poi rilanciata lungo l'intero arco di tempo considerato nel volume dai reiterati shock salariali, petroliferi, di bilancio pubblico. L'industria della finanza doveva cambiare in tre fondamentali direzioni: più concorrenza e imprenditorialità, più mercato, più prodotti. Resistenze inerziali al cambiamento sono connaturate alla finanza, fondata sulla tradizione e sulla reputazione. Allora ve ne furono, nella stessa comprensione analitica delle nuove esigenze e nella prospettazione del quid agendum. Ve ne furono all'interno della Banca d'italia. Ve ne furono, forse ancor più, nell'abi dei primi anni Settanta. In Banca d'italia la percezione della necessità di cambiare il sistema lungo le tre direttrici richiamate, maturò pienamente nella seconda metà degli anni Settanta. L'azione della Banca si fece intensa negli anni Ottanta. Il sistema finanziario alla fine rispose. Si trattò, come ho scritto altrove, di una vera e propria metamorfosi. Nel linguaggio di Giuliano Amato, la 7

8 foresta, se era pietrificata nelle fronde, non lo era affatto nelle radici. La trasformazione, graduale, sofferta, si dispiegò negli anni Novanta. I mutamenti possono così riassumersi: dagli intermediari ai mercati; altri operatori, diverse formule organizzative, nuovi strumenti; da pubblico a privato; apertura internazionale; modalità ammodernate nei pagamenti e nelle transazioni in titoli; risparmio delegato; derivati per la copertura e la ripartizione del rischio; soprattutto, concorrenza. Il cambiamento strutturale della finanza ha contribuito al Pil reale pro capite in una misura che ho stimato nello 0,3% l'anno, composto, nel Non è poco, per un'economia avviata al ristagno. Non hanno natura finanziaria i due mali, gravissimi, che l'economia italiana oggi vive. Un mal sottile, dal 1992, nella forma del crollo della produttività e della capacità di esportare delle imprese industriali: male esiziale, che governi e imprese tuttora non affrontano. In secondo luogo, la contrazione produttiva (-6% il Pil) del 2008 e del 2009 non ha l'eguale nella nostra storia. È iniziata prima del tracollo di Lehman Brothers e della finanza anglosassone, che non ha toccato le banche italiane. Perdura nel 2010, anche perché la politica economica non la affronta collegando misure anticongiunturali a misure di struttura. Conti pubblici; infrastrutture fisiche e giuridiche; spinte concorrenziali; dinamismo d'impresa: sono, questi, i quattro settori nei quali s'impongono provvedimenti strutturali (come ho mostrato nel saggio Ricchi per sempre?). Attraverso le aspettative, l'impostazione di quelle misure promuoverebbe, di per sé, un'espansione superiore a quella prevista per il , che è del tutto insufficiente al recupero dell'occupazione. All'incremento della spesa privata per consumi e per investimenti potrebbe unirsi il temporaneo apporto della domanda pubblica. Non vi sarebbero aggravi del premio al rischio sul debito pubblico, se un ragionevole extra-deficit venisse inscritto in un programma volto, nel medio periodo, a risanare i conti dello stato e a riformare assetti nevralgici del sistema economico. È quanto la finanza mondiale chiede da anni all'italia. Nella retrospettiva, è certo che, se la mutazione dell'industria finanziaria italiana avesse tardato, tanto il ristagno tendenziale quanto la contrazione ciclica si sarebbero aggravati. I presupposti di quella mutazione si realizzarono anche attraverso la storia dell'abi, con il concorso dell'abi, negli anni a cui il bel volume curato da Asso e Nerozzi è dedicato. * Ex vicedirettore Banca d'italia 2 Marzo 2010 È ora di abolire i credit default swap di Wolfgang Münchau Di solito non mi piace proporre divieti, ma non riesco a capire perché continuiamo a consentire di scambiare Cds (Credit default swap) senza la proprietà dei titoli sottostanti. Specialmente nell'eurozona, attualmente soggetta a una serie di attacchi speculativi, una messa al bando generalizzata dei cosiddetti Cds "nudi" dovrebbe essere qualcosa di scontato. I Cds "nudi" sono lo strumento prediletto da chi specula a danno dei Governi europei, nel caso più recente la Grecia. Ben Bernanke, il presidente della Federal 8

9 Reserve, la settimana scorsa ha detto che la Fed stava indagando su «una serie di questioni relative alla Goldman Sachs e ad altre società nelle loro attività coi derivati in Grecia». Usare i Cds per destabilizzare un Governo, diceva, era «controproducente». Purtroppo, però, è legale. I Cds sono contratti scambiati con transazioni dirette negoziate fra le due parti. Offrono all'acquirente un'assicurazione su un pacchetto di titoli sottostanti, ad esempio titoli di Stato greci per un valore di 10 milioni di euro. Per assicurarsi contro il default, l'acquirente di un Cds paga al venditore un premio il cui valore è indicato in punti base. Giovedì scorso, un contratto di Cds su bond quinquennali greci era quotato a 394 punti base. Questo significa che all'acquirente assicurarsi contro il default costa 394mila euro l'anno per cinque anni. Se la Grecia dichiara il default, l'acquirente riceve in questo caso 10 milioni di euro. Per stabilire che cosa sia un default si utilizza una complicata definizione legale. Comprare un Cds "nudo" significa sottoscrivere un'assicurazione sui titoli senza possederli effettivamente. È una pura e semplice scommessa speculativa, senza alcun beneficio sociale o economico. Perfino gli speculatori più incalliti concordano su questo punto. Vietare i Cds "nudi" - specialmente se si considera che rappresentano una parte consistente di tutte le transazioni in Cds - equivale a vietare le rapine in banca. Dal punto di vista economico, i Cds sono un'assicurazione per la semplice ragione che assicurano l'acquirente contro il rischio di default di un titolo sottostante. Un aspetto universalmente accettato della normativa assicurativa è che si può assicurare solo quello che realmente si possiede. L'assicurazione non è concepita come un azzardo, ma come uno strumento per consentire all'acquirente di ridurre rischi incalcolabili. Nemmeno il liberista più estremo ti consentirebbe di stipulare una polizza sulla casa del tuo vicino o sulla vita del tuo capo. Dal punto di vista tecnico, i Cds non sono classificati come assicurazione, ma come swap, perché implicano uno scambio di flussi di cassa. La lobby dei Cds sfrutta questi aspetti tecnici per difendere lo status quo. Ma è una posizione ingannevole. Anche una polizza assicurativa tradizionale può essere concepita come uno swap, perché implica uno scambio di flussi di cassa. Ma nessuna persona sana di mente userebbe questo fatto come scusa per non regolamentare il settore delle assicurazioni. Il fatto che i Cds, a differenza delle polizze assicurative, siano scambiabili non cambia il senso economico di fondo. Tutta l'idea alla base dei moderni prodotti finanziari è quella di replicare i flussi di pagamento di altri strumenti più tradizionali ma offrendo condizioni migliori. Vendere un Cds è come comprare un'obbligazione. Comprare un Cds è un modo di vendere allo scoperto un'obbligazione, o di assicurarsi contro il rischio di default di quell'obbligazione. Ma questo non cambia il fatto che una volta eliminati tutti i complessi ingranaggi tecnici, ci si ritrova con un prodotto che offre assicurazione, anche se molto più versatile di una normale polizza assicurativa. Un altro argomento che ho sentito da un lobbista è che i Cds "nudi" consentono agli investitori di "coprirsi" in modo più efficace. È come dire che una rapina in banca apporta benefici al rapinatore. Un'altra obiezione che viene avanzata è che un divieto sarebbe difficile da far rispettare. È chiaro che mettere al bando un prodotto complesso come un Cds implica complicati aspetti tecnici che commentatori come me probabilmente sottovalutano. È concepibile, ad esempio, che il settore riesca a trovare rapidamente un modo legale per aggirare il divieto. Ma tornando al paragone con le rapine in banca, nessuno penserebbe di legalizzarle solo perché è difficile beccare il ladro. E allora perché tutte queste esitazioni? Dalle conversazioni con regolatori e legislatori il mio sospetto è che non abbiano molta familiarità con questi prodotti (per usare un eufemismo) e quindi probabilmente sono reticenti a regolamentare qualcosa che non capiscono. Capiscono, o credono di capire, che cos'è un hedge 9

10 fund. Imporre dei vincoli agli hedge fund è qualcosa che possono vendere al loro elettorato. Gli hedge fund non hanno avuto un ruolo centrale nella crisi, ma sono un bersaglio conveniente, politicamente. Mettere al bando prodotti con brutti acronimi che nessuno capisce sembra una fatica non necessaria. Non voglio esagerare la gravità della cosa. Questo tipo di speculazione non è la causa di fondo della crisi finanziaria globale, e nemmeno delle tensioni economiche di fondo della zona euro. Ma i Cds "nudi" hanno giocato un ruolo diretto importante nella destabilizzazione del sistema finanziario. Ed è ancora così. E le banche, i cui azionisti e dipendenti hanno beneficiato dei programmi pubblici di salvataggio, ora stanno usando i Cds per speculare contro i Governi. Dov'è la risposta politica? I tedeschi vogliono coinvolgere il G-20, ma esitano a prendere iniziative unilaterali. Christine Lagarde, il ministro dell'economia francese, ha detto recentemente: «Quello che possiamo ricavare da questa crisi è sicuramente la necessità di rivedere la validità e la solidità dei Cds sui titoli di Stato». Rivedere? Ma la prima volta, che cosa avevano visto? (Traduzione di Fabio Galimberti) 2 Marzo 2010 FRAGILITÀ DEL MODELLO BRITANNICO / Il mal sottile della sterlina Forse sarà stato un semplice sussulto speculativo. In ogni caso la sterlina è scivolata ieri ai minimi nell'arco di dieci mesi nei confronti del dollaro. La causa è stata attribuita a un amaro cocktail d'instabilità politica e alto debito. Un mix poco amato dai mercati, che prediligono governi stabili e finanze sane. Ma evocato dal sondaggio che fa presumere l'assenza di una chiara maggioranza alle elezioni di quest'anno in Gran Bretagna. Un paese che potrebbe raddoppiare il debito pubblico dal 47% del Pil nel 2007 al 94% nel Non bisogna eccedere nell'allarmismo visto che la Gran Bretagna, come gli Stati Uniti, sta diventando nazione dall'alto debito, ma appare in grado di finanziarlo. Occhio però alla fragilità di un sistema inglese, che fa perno su una finanza convalescente, senza godere di un sistema produttivo diffuso e di alto risparmio privato come l'italia. Tanto che ci si potrebbe maliziosamente chiedere se chi oltre Manica invoca l'intervento dell'fmi, e non dell'eurozona, per aiutare la Grecia non pensi che una rete di sostegno internazionale possa un giorno tornare comoda anche a Londra. 2 Marzo 2010 L'Abi tra regole e mercato dopo la crisi di Rossella Bocciarelli 10

11 Chi ritiene che la storia sia ormai una disciplina da museo è stato sonoramente smentito oggi in occasione della presentazione del volume di Pierfrancesco Asso e Sebastiano Nerozzi, dedicato alla storia dell'abi negli anni compresi fra il 1972 e il 1991 e pubblicato da Bancaria editrice. Il ventennio della grande trasformazione del sistema bancario italiano, ma anche del duro percorso del Paese verso la modernizzazione e l'europa di Maastricht, è stato infatti lo spunto per una discussione su temi di estrema attualità per la politica del credito. Il tema è quello del rapporto che deve intercorrere tra regole e mercato (ma anche tra regolatori e soggetti che al mercato appartengono) dopo la crisi finanziaria internazionale più forte degli ultimi 80 anni: una discussione intensa, subito dopo le relazioni in chiave storica di Alessandro Profumo e Mario Sarcinelli dedicate alla rievocazione, rispettivamente di Silvio Golzio e di Giannino Parravicini. C'è stato chi come Giuliano Amato, padre nobile della legge che all'inizio degli anni '90 ha innescato il processo di privatizzazione delle banche pubbliche, ha sentito l'esigenza di sottolineare che «l'attuale bisogno di nuove regole è il bisogno di un mercato regolato, non di un non mercato». E, sempre in tema di regole, c'è stato anche chi, come il presidente dell'abi Corrado Faissola, ha colto l'occasione per tornare a perorare l'esigenza di un ripensamento o di una rimodulazione temporale della nuova normativa sui ratios patrimoniali: Faissola ha spiegato infatti che le banche, sebbene intendano collaborare con le istituzioni, sono preoccupate» per una gamma di regole allo studio «e ha ricordato inoltre come le norme di Basilea 3, che impongono un maggior patrimonio, per il sistema bancario italiano possono portare» gravissimi danni «con riflessi anche per l'economia del paese». «Il patrimonio - ha aggiunto - è essenziale per fare banca ma le banche devono essere messe in condizione di poter remunerare il patrimonio». Per il presidente dell'abi inoltre «le banche italiane sono entrate nella crisi in una situazione migliore degli altri e vorrebbero uscirne almeno in una situazione analoga». La sollecitazione di Faissola, peraltro, sempre tra le righe e le metafore storiche ha trovato una replica abbastanza netta da parte della Banca d'italia che stamattina era presente tanto nella sua veste attuale (il vice direttore generale di via Nazionale Giovanni Carosio) che in quella storica (l'ex direttore generale di Bankitalia Pierluigi Ciocca). Carosio si è limitato a far notare che «il tema del capitale, anche dopo il primo 11

12 accordo interbancario di Basilea non occupa uno spazio centrale nella riflessione delle banche, viene poco messo a fuoco» Un modo garbato per far osservare che rispetto all'esigenza di una adeguata patrimonializzazione,presidio necessario della stabilità, il sistema creditizio italiano soffre di sordità da parecchio tempo. Quanto a Ciocca, oltre alla rivendicazione dell'impulso alla concorrenza nel sistema creditizio impresso da via Nazionale già negli anni 80, c'è stato un suggerimento:«anche oggi serve discrezionalità nella supervisione». In altre parole, non si può pensare che basti l'automatismo delle regole per prevenire in futuro i modi distorti di fare finanza, se non altro per via dell'antico adagio che dice: fatta la legge, trovato l'inganno. 2 marzo 2010 L'Abi studia un taglio delle commissioni interbancarie Limitare i danni e salvaguardare le commissioni interbancarie messe nel mirino dalle istruttorie Antitrust aperte a novembre. Per rispondere a questo obiettivo l'abi, secondo quanto risulta a Radiocor, e il Consorzio Bancomat stanno mettendo a punto degli impegni da presentare nei prossimi giorni all'autorità garante della concorrenza. Secondo una prima bozza, il taglio delle commissioni si aggira sul 20 per cento. L'istruttoria aperta dall'antitrust a novembre nei confronti dell'abi e del Consorzio Bancomat riguarda le commissioni interbancarie fissate dall'associazione di Palazzo Altieri per i servizi di incasso di crediti denominati Riba (ricevuta bancaria elettronica) e Rid. Attualmente le commissioni interbancarie sono di 0,57 euro per il Riba, di 0,25 euro per il Rid e di 0,35 euro per il cosiddetto Rid veloce. Gli impegni da presentare all'antitrust, entro questa settimana, sono in via di definizione anche da parte del Consorzio Bancomat. Quest'ultimo è nel mirino di un'altra istruttoria dell'autorità presieduta da Antonio Catricalà per le commissioni sul prelievo agli sportelli bancomat e per le commissioni interbancarie sul Pagobancomat. Le operazione di incasso Rid e Riba erano già state oggetto di un'istruttoria dell'antitrust nel 2006 al quale erano seguiti degli impegni da parte dell'associazione di Palazzo Altieri che aveva già dovuto chiedere agli associati di ridurre le commissioni interbancarie. Il fatto nuovo che ha spinto l'antitrust ad aprire le nuove istruttorie è stata l'introduzione del Sepa, il processo di armonizzazione dei servizi di pagamento europei. Tra i servizi Sepa ce n'è anche uno di addebito diretto equipollente al Rid ma senza commissioni interbancarie. Queste ultime, e in particolare quelle che non danno servizi di valore aggiunto per il mercato, sono viste in modo molto negativo dall'antitrust. La soluzione di presentare gli impegni, valutata con l'advisor legale Gianni, Origoni, Grippo e partners, permette, di fatto, una sorta di giudizio abbreviato da parte dell'antitrust con il vantaggio, spiegano le fonti interpellate, di evitare il procedimento istruttorio ordinario dell'antitrust (da concludere entro ottobre) molto più rischioso per chi lo subisce costretto all'onere della prova per confutare le eventuali conclusioni negative. (agenzia Radiocor) 2 marzo 2010 Anche i notai potranno utilizzare la firma digitale Anche i notai potranno utilizzare la firma digitale. Lo prevede lo schema di 12

13 Decreto legislativo approvato dal Consiglio dei ministri su proposta del ministro della Giustizia, Angelino Alfano, che dà attuazione alla delega conferita al Governo dalla legge n.69 del Il provvedimento, si legge nella nota diffusa da palazzo Chigi, introduce disposizioni di dettaglio che consentano ai notai, coerentemente con quanto previsto dal Codice dell'amministrazione digitale, di redigere atti pubblici in formato elettronico, nonché di sottoscrivere gli stessi atti e le scritture private utilizzando la firma digitale. Il testo verrà trasmesso alle Commissioni parlamentari per il parere. Sterlina debole, la City vota Tory e i mercati con lei dal nostro corrispondente Leonardo Maisano Londra Lo scivolone della sterlina solleva un dubbio politico, prima di considerazioni economiche. Il pound cade, e questo è fuori discussione, per sondaggi di opinione che disegnano uno scenario di incerta maggioranza parlamentare, oppure a spaventare è la "minaccia" di una nuova vittoria laburista? Ken Clarke, l'ultimo Cancelliere conservatore, volto esperto di un gabinetto ombra composto solo da esordienti giovanotti, punta sullo scenario B. «Il nervosismo dei mercati - dice in un incontro con la stampa insieme con il leader David Cameron e con il Cancelliere ombra George Osborne nasce dall'inquietudine per l'immaginata vittoria del Labour». Non spaventa, quindi, un debole governo, ma il perpetuarsi di un governo laburista. Questa non è solo l'ovvia opinione dell'oppositore politico, ma per certi versi una realtà. Sui mercati pesa la sensazione che i due partiti in lizza nel tentativo di differenziarsi vadano offrendo agli elettori una scelta autentica presentando programmi contrapposti. Un ritorno all'arrocco ideologico. Il Labour cede molto di più a una visione di stampo socialista oggi di quanto facesse nel 1997 quando tornò al potere. I Tory, lo ha ribadito Cameron, indugiano suil radicalismo e assumono connotati più consoni a sè stessi, insistendo sui tagli alla spesa pubblica, declinando la riforma pensionistica. Il ritorno a schemi noti della tenzone elettorale, a parole d'ordine un poco demodè certo non piace alla City che vuole vedere un'azione decisa sul fronte del risanamento dei conti pubblici e questo nel menù laburista, per ora non lo scorge con evidenza. Quell'entità indefinita che chiamiamo City e che si legge establishment economico britannico, preferisce i Tory. Non solo per una politica fiscale che annunciano più moderata, ma perchè temono che in punta ideologica, per riguadagnare consenso nell'elettorato di ceto medio basso, prevalga il populismo. La City, quindi, vota Conservatore. E i mercati con lei. Sarebbe un errore, però, credere che l'indebolimento della sterlina sia una mossa architettata a freddo nelle trading rooms per fiaccare il Labour. Il pound scivola perchè il contesto macroeconomico lo suggerisce, fatto com'è di uno scenario di bassa crescita, debito globale (pubblico più privato) stellare, e perchè la prospettiva politica di oggi lo impone. L'alternativa infatti è ormai netta: o sarà un parlamento impiccato e sarà, nell'istantanea di oggi, la quarta vittoria elettorale del Labour. Come governare (e ridurre) il debito dei paesi occidentali 13

14 di Vittorio Carlini Senza interventi sulla spesa di lungo periodo, quali per esempio l'innalzamento dell'età pensionabile, le finanze pubbliche di molti stati industrializzati, messe sotto pressione dalla crisi, sono destinate a scoppiare. È questa una delle conclusioni cui giunge la ricerca della Bank for International Settlement (Bis), realizzata da Sthephen G. Cecchetti, M S Mohanty e Fabrizio Zampolli. Nemmeno le recenti misure di riduzione indicate da alcune leggi di bilancio, come quella americana, potrebbero evitare che il banco "salti". Le proiezioni di lungo periodo degli studiosi Gli economisti della Bis hanno realizzato delle proiezioni di lungo periodo sullo sviluppo del rapporto debito/pil di diversi stati industrializzati. Il tutto, immaginando tre diversi scenari. Nel primo, gli esperti ipotizzano che le entrate totali governative, al netto degli interessi sul debito, rimangano costanti al livello del In questo scenario di base, per i bilanci pubblici non c'è scampo: nel prossimo decennio il debito del Giappone salirebbe a oltre il 300% del Pil; quello della Gran Bretagna schizzerebbe al 200%; per gli Stati Uniti, la Francia, l'irlanda, la Grecia, il Belgio e l'italia si arriverebbe a 150 punti percentuali. Come dire, insomma: se nulla si fa, le finanze pubbliche non sono sostenibili. Le riduzioni previste da Usa e Gran Bretagna non bastano Una situazione che si replica anche "accontentandosi" delle correzioni di spesa indicate, di recente, dal budget federale americano o dal governo inglese. Misure che possono essere assimilate ad una riduzione annua del deficit primario (deficit di bilancio al netto degli interessi sul debito pubblico) pari all'1% per il prossimo quinquennio. Ebbene, anche in questo caso diverse economie occidentali si troverebbero ancora in una situazione insostenibile. Il rapporto debito/pil degli Usa viaggerebbe "comodamente" verso il 200% nel 2030 (300% nel 2040); quello di Londra avrebbe una dinamica simile al ratio della tanto vituperata Grecia; la Germania, tra le grandi economie europee, potrebbe "vantarsi" di una valore che non va molto oltre il 100 per cento. E, paradossalmente, l'italia si troverebbe con una variazione del rapporto debito/pil che addirittura è migliore di quella di Berlino e della Francia. Il caso dell'italia, come il sole24ore.com ha già ampiamente indicato, insomma per una volta non è così negativo. Come ricorda uno studio di UniCredit: «Il forte tasso di risparmio delle famiglie italiane; cui si aggiunge la prudente gestione della politica fiscale durante la crisi e il basso deficit» hanno messo l'italia, rebus sic stantibus, in una situazione di forza realtiva. Che, ovviamente, non sarà sufficiente quando la recessione inizierà a mollare la presa e la nostra atavica debolezza nella crescita presenterà il conto. 14

15 La necessità di interventi sulla spesa di lungo periodo Al di là del tema Italia, gli economisti della Bis costituiscono il loro terzo scenario. Qui, alla riduzione graduale del deficit (5% in 5 anni), aggiungono il mantenimento, sui livelli stimati per il 2011, della spesa legata alla crescita dell'età demografica. In una parola (anche se gli autori esplicitamente non lo dicono) l'ipotesi è, per esempio, l'innalzamento dell'età pensionabile. Ebbene, solo in questo scenario le proiezioni indicano un'evoluzione sostenibile del debito dei paei occidentali. O, perlomeno, per molti degli stati industrializzati: in Francia, Irlanda, Gran Bretagna e Stati Uniti la situazione sarebbe, infatti, ancora insostenibile. Già, l'età pensionabile. A ben vedere l'ipotesi è interessante ma, sia permesso dire, un po' teorica. Perlomeno, in questa fase congiunturale. Con la crisi in atto, simili soluzioni sono difficili da far digerire a una popolazione già in difficoltà per la recessione; che ha visto, per esempio negli Usa, i propri soldi usati per salvare banche che continuano a elargire bonus "vergognosi"; e che si troverebbe anche a dover sopportare l'ulteriore sforzo economico. Certo, si potrebbero prospettare soluzioni peggiori. Tra le altre: il taglio della previdenza. Ma ciò non toglie che, per quanto i numeri dicano una cosa, poi la realtà sia sempre un'altra. Se questo lo sguardo verso il futuro, quale la base di partenza? Gli esperti tengono a sottolineare che la situazione, a ben vedere, è peggiore di quanto si pensi. Per quanto l'entità dei costi diretti della crisi (acquisti di asset, bailout et via dicendo) sia notevole, questa non è poi così ingente: circa il 13,2% del Pil dei paesi industrializzati. Certo, una cifra in termini assoluti enorme. Ma comunque con un impatto sulle finanze pubbliche minore rispetto a quello causato dal calo delle entrate fiscali e dalla dinamica della spesa pensionistica e sanitaria. Insomma: la situazione è gia grave, sembrano dire gli economisti, e verrà amplificata dalle minori "tax revenues" e dall' "age-related spending". Giocoforza, se non ci sarà un intervento immediato su questi fronti, il rischio è di lasciare partire una spirale del debito assolutamente incontrollabile. Presidenza Abi Profumo chiede maggior peso per i big del credito Profumo traccia una sorta di vademecum per la prossima presidenza dell'abi che sembra fatto apposta per Mussari. Il presidente di Unicredit nei giorni scorsi ha lanciato pubblicamente la candidatura del numero uno del Monte Paschi. E ieri ha tracciato quelle che dovrebbero essere le priorità del nuovo corso. A cominciare dal maggior peso per i grandi istituti di credito. Le piccole banche sono ree, secondo Profumo, di «un errore gravissimo»: quello di aver suggerito un distinguo, nel periodo acuto della crisi, nei confronti delle grandi banche sul tema della reputazione. Oggi prende il via il lavoro dei cinque saggi per individuare la candidatura alla presidenza dell'abi. La candidatura di Mussari non avrebbe ancora i numeri necessari nonostante l'appoggio delle grandi banche poichè proprio le piccole (le popolari e 15

16 le Bcc) puntano sulla conferma di Faissola mentre c'è ancora incertezza sull'orientamento, a questo punto decisivo, delle Casse di Risparmio. Profumo, alla presentazione del volume sulla storia dell'abi, ha sottolineato che l'associazione deve avere un ruolo attivo con le autorità per scrivere le nuove regole e diventare «un interlocutore terzo rispetto agli stakeholder istituzionali» I grandi gruppi bancari riscoprono il territorio. Più vicini alle piccole e medie imprese Unicredit raccoglie la sfida: Montepaschi venga nel Lazio Competitor Il numero uno dell'istituto: non tarpiamo le ali a nessuno «Monte Paschi si candida a diventare la prima banca del Lazio? Noi non tarpiamo le ambizioni a nessuno». Non si scompone l'amministratore delegato di Unicredit, Alessandro Profumo, di fronte a chi lo incalza sui piani espansionistici del presidente dell'istituto senese, Giuseppe Mussari. Anzi il suo è il tono di una sfida. Unicredit non solo non indietreggia nel Lazio ma non teme neppure la concorrenza. E la strategia che il gruppo bancario sta seguendo parla chiaro; a cominciare dalla specializzazione trasferita nella Banca di Roma per il credito alle piccole e medie imprese, agli impieghi nel Lazio arrivati a quota 33 miliardi mentre la raccolta è pari a circa 27,5 miliardi. E a questo si aggiunge che il vicepresidente del gruppo Fabrizio Palenzona è poi il numero uno degli Aeroporti di Roma e componente del comitato esecutivo dell'unione Industriali di Roma. Il riposizionamento sul Lazio di grandi istituti bancari rientra in una politica complessiva del mondo del credito che durante la crisi economica ha riscoperto il legame più profondo con il territorio. La fase dell'internazionalizzazione del periodo pre crisi ha lasciato il passo ad un contatto più attento con le realtà locali. Il fatto stesso che Unicredit abbia deciso di mantenere il brand della Banca di Roma indica una strategia in questa direzione, in chiave localista, dopo aver spinto il proprio sguardo oltre frontiera. Va ricordato l'interesse per l'est Europa e la caratura internazionale che Profumo ha voluto dare all'istituto. Ora la richiesta di credito da parte delle imprese alle prese con la crisi e i segnali di ripresa con le prospettive di nuovi investimenti, hanno riportato le banche sul territorio. Non è un caso che Intesa SanPaolo abbia preso il vicedirettore generale di Monte Paschi, Marco Morelli, nominandolo direttore generale con la responsabilità della Divisione Banca dei Territori. Il Lazio è il territorio più appetibile per queste strategie localiste. Abi, piccole e grandi banche più lontane sul nuovo presidente di Massimo Restelli Profumo all attacco sul nodo della reputazione del settore. Aumentano i malumori della base, rimandato il via al lavoro dei saggi La strada per il rinnovo dei vertici dell Abi non potrebbe essere più accidentata. Gli animi a Palazzo Altieri sono spaccati tra i sostenitori del presidente uscente Corrado Faissola (sostenuto dal fronte delle popolari) e quelli di Giuseppe Mussari, sponsorizzato dai big del settore. Tanto che lo stesso cammino dei saggi che avrebbe dovuto prendere il via oggi per ricomporre la base con ogni probabilità slitterà alla prossima settimana. A esacerbare la situazione è stata ieri la stoccata di Alessandro Profumo contro il fronte avversario delle banche del territorio, le stesse che insieme alle Casse di risparmio potrebbero risultare 16

17 determinanti per raggiungere i voti necessari in seno al comitato esecutivo. Profumo, grande elettore di Mussari e impegnato nella veste di «saggio», ha rivendicato il ruolo dei big a sostegno dell economia reale, bacchettando i piccoli istituti che nel pieno della crisi e del tracollo di Lehman Brothers hanno preso le distanze dai gruppi maggiori sul nodo della reputazione. È stato «un grandissimo errore», ha detto Profumo, mentre sedeva sul palco accanto a Faissola per la presentazione di un libro sulla storia dell Abi. «Senza le grandi banche non si può avere la capacità di finanziare le grandi imprese o di consentire alle imprese medio-grandi di competere sui mercati internazionali», ha proseguito il banchiere più europeo del nostro Paese. Sostanzialmente un pugno nello stomaco per le sorelle minori: «Le parole di Profumo non sono state né opportune né corrette», ribatte al Giornale un banchiere del mondo cooperativo. Profumo, dopo aver corredato il proprio vademecum della necessità di lavorare con le istituzioni per scrivere le nuove regole del gioco, si è poi soffermato sulla governance di Palazzo Altieri. Ha ricordato come le grandi banche (Intesa Sanpaolo, Unicredit, Mps e Ubi che rappresentano il 60% del mercato), con una «posizione intelligente», abbiano rinunciato ad avere un peso proporzionale nel comitato esecutivo. È «un messaggio cifrato, quasi un intimidazione», avverte un esponente di spicco delle banche medio-piccole. Guerra aperta, dunque. Con le ex Casse di risparmio come ago della bilancia: per essere eletti alla presidenza il quorum prevede il 75% dei consensi del comitato esecutivo, dove siedono 31 persone. Obiettivo oggi ancora distante sia per Faissola sia per Mussari. Mediobanca, Bolloré «possibilista» su un nuovo vertice di Paolo Stefanato «Sto riflettendo» ha risposto a chi chiedeva di un ricambio alla presidenza dell istituto Nelle vicende dov è in gioco il potere vero, anche frasi apparentemente banali subiscono il torchio delle interpretazioni. Ieri Vincent Bolloré, il finanziere bretone che siede nel consiglio di amministrazione di Mediobanca, interpellato su un possibile cambio alla guida dell istituto di Piazzetta Cuccia, ha detto: «Ci sto riflettendo». Da qui, qualcuno ha subito azzardato: «Bolloré scarica Bernheim». Spieghiamoci. Bolloré rappresenta i soci francesi di Mediobanca, che pesano per il 10% circa. Mediobanca è il primo azionista delle Generali. Qui, insieme a tutto in consiglio, è in scadenza il presidente, francese pure lui e sostenuto dai francesi: Antoine Bernheim, 86 anni in settembre e 3,2 milioni di compenso annuo. Vicino a lui il 75enne Cesare Geronzi, presidente di Mediobanca, appare un giovanotto: ed è il più accreditato a sostituirlo, nonostante in più occasioni si sia schermito. Se Bernheim lascia e Geronzi va alle Generali, ecco libera la poltrona che fu di Francesco Cingano. Quel: «Sto riflettendo» pronunciato ieri da Bolloré è un autorevole apertura proprio a questo «gioco di tria», tuttora pieno di incognite. Fonti vicine al formarsi delle decisioni mostrano sicurezza: «Nessun dubbio che Bernheim se ne vada», ma il dubbio è ancora su chi andrà al suo posto. Molto probabile che rimanga presidente onorario, come dorata compensazione. Il calendario comunque comincia a stringere: il 24 aprile si svolgerà a Trieste l assemblea della compagnia di assicurazioni; 15 giorni prima, quindi entro il 5 aprile, dovranno essere pronte le liste per il consiglio. Prima di quella data, il comitato nomine di Mediobanca deciderà; o meglio, prenderà atto della volontà espressa dai soci maggiori di Piazzetta Cuccia, a cominciare da Unicredit. Vi fanno parte lo stesso Geronzi, i due vicepresidenti Dieter Rampl e Marco Tronchetti Provera, i due top manager Alberto Nagel e Renato Pagliaro, e - appunto - Vincent Bolloré. Di Bernheim si ricorda una frase pronunciata nel giugno dello scorso anno 17

18 (quando si tratta di presidenze di questo livello la si prende alla lontana): «Io non mi candido, ma se gli italiani me lo chiedono, sarò felicissimo di restare». Poi aveva ironizzato sulla «lunga lista dei suoi potenziali successori». «É così lunga - aveva detto - che sarà difficile scegliere. Il che mi fa piacere». E dopo aver ricordato i suoi 11 anni di guida delle Generali, aveva concluso: «Temo che gli italiani ne abbiano abbastanza di noi francesi». Di Geronzi, si ricordano affermazioni più recenti e molto nette, fatte all assemblea di Mediobanca il 28 ottobre: «Non ho alcun interesse alla presidenza di Generali - ha detto rispondendo a un azionista -. Non ho difficoltà a ripeterlo perchè non è la prima volta che fate questa domanda in assemblea e che io rispondo. Non c è peggior sordo di chi non vuol sentire». Prendendo a prestito un paio di frasi dal mondo del cinema, vedremo se «un uomo vale quanto la sua parola» (Harrison Ford, Sotto il segno del pericolo, 1994), oppure se è vero che «chi desidera non considera» (Tina Pica, Il segno di Venere, 1955). Geronzi sembra il candidato principale per le Generali (più 0,36% in Borsa). Ma oltre al suo nome non si è mai smorzato quello di Paolo Scaroni, ad dell Eni e già consigliere a Trieste, ed è stato lanciato anche quello di Tommaso Padoa Schioppa, ex ministro dell Economia. Dovesse restare libera la poltrona di Piazzetta Cuccia (ieri più 2,08%), il gioco di tria avrebbe bisogno di una nuova pedina di livello. I nomi finora circolati (Tronchetti Provera, Vittorio Grilli, Lamberto Cardia) sono rimasti privi di grande eco. Unicredit, gli analisti stimano utili in forte calo di Redazione In attesa che il 16 marzo i risultati passino al vaglio del cda e il giorno dopo siano comunicati al mercato, Unicredit ha pubblicato sul proprio sito web le attese medie degli analisti (il cosiddetto "consensus") sul bilancio preliminare del Secondo le aspettative medie di 28 broker italiani e internazionali che seguono il gruppo di Piazza Cordusio, l'utile netto consolidato nel 2009 dovrebbe essersi attestato a 1,326 miliardi, in decisa flessione rispetto ai 4,012 miliardi di un anno prima, con un margine di intermediazione pari a 27,507 miliardi, migliore dei 26,866 miliardi totalizzati nel Nei prossimi tre anni, riporta sempre il sito web della banca, i profitti netti sono attesi in costante crescita: a 2,092 miliardi l'anno prossimo, a 4,337 nel 2011 e a 5,578 nel Con riferimento al bilancio 2009, la media degli analisti stima un dividendo pari a 0,028 euro, dopo la cedola cash nulla pagata agli azionisti l'anno scorso. «Mi aspetto che Unicredit nel 2010 stacchi un dividendo simbolico - dice un analista - perché da quel che ne so è stato promesso alle Fondazioni azioniste, dopo che sono state lasciate a secco di contanti l'anno scorso. Ma non mi stupirei se anche quest anno la banca decidesse di non pagare alcuna cedola cash». Anche il dividendo è visto dal consensus in crescita nei prossimi anni: dagli 0,028 euro dell'esercizio 2009, si dovrebbe salire a 0,046 per il 2010 e a 0,09 per il Quanto al quarto trimestre del 2009, si stima in media una perdita netta di 4 milioni, che si confronta con il dato positivo di 505 milioni dello stesso periodo dell'esercizio precedente, mentre il margine di intermediazione è atteso a 6,394 miliardi rispetto ai 6,077 di un anno prima. Sempre ieri, intervenendo a un convegno dell Abi, l ad dell istituto milanese, Alessandro Profumo, ha dichiarato che il sistema bancario italiano, nel contesto europeo, rappresenta un esempio di rapporto virtuoso fra politica ed economia, tant è che durante la crisi ha mostrato di funzionare meglio. «Oggi - ha detto Profumo - il sistema bancario italiano, che piaccia o no, è preso ad esempio dagli altri sistemi europei, grazie al rapporto virtuoso tra il primato della politica e 18

19 l'economia. Gli impieghi in questa crisi sono scesi meno di quanto sia calato il Pil rispetto a quando nelle precedenti crisi il sistema era pubblico». Profumo ha poi ricordato che oggi sono poche le grandi imprese italiane di rilevanza internazionale e tra queste ci sono Unicredit e l'altra "big" bancaria nostrana, Intesa SanPaolo. «Le altre - ha aggiunto il manager - sono una grande compagnia assicurativa (Generali, ndr), Fiat, Eni, Enel e Finmeccanica. Telecom purtroppo non lo è più». Quanto alla possibilità che Monte dei Paschi di Siena a Roma e nel Lazio possa diventare la prima banca spodestando così dal trono Unicredit, Profumo ha detto laconico: «Non tarpiamo le ali a nessuno». Previsto un arbitrato invece del giudice per risolvere le controversie fra lavoratori e datori di lavoro. La Cgil: "E' peggio che nel 2002" Licenziamenti, arriva la legge per aggirare l'articolo 18 ROBERTO MANIA ROMA - Aggirare l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, quello che tutela dal licenziamento senza giusta causa, e anche altre norme della nostra legislazione sul lavoro. Ma senza dirlo, almeno direttamente. La nuova legge sul processo del lavoro presentata dal governo è ormai a un passo dall'approvazione: questa settimana dovrebbe concluderne l'esame la Commissione Lavoro di Palazzo Madama, subito dopo sarà l'aula a dare il via libera definitivo dopo quasi due anni di navetta tra Camera e Senato. In quel testo (il disegno di legge 1167-B) c'è scritto che le controversie tra il datore di lavoro e il suo dipendente potranno essere risolte anche da un arbitro in alternativa al giudice: o l'uno o l'altro. Un cambiamento radicale rispetto alla tradizione giuridica italiana, dove c'è sempre stata una forte diffidenza nei confronti dei lodi arbitrali di stampo anglosassone. Un affievolimento di fatto delle tutele a favore del lavoratore, la parte oggettivamente più debole in questo tipo di controversie. E anche, appunto, un superamento dell'articolo 18, come di altri vincoli legislativi. Perché di fronte a un licenziamento l'arbitro deciderà "secondo equità". "Secondo la sua concezione di equità, non secondo la legge", commenta preoccupato Tiziano Treu, senatore del Pd, ex ministro del lavoro, giuslavorista non certo un massimalista visto che porta il suo nome il primo pacchetto sulla flessibilità. Eppure Treu è tra i firmatati di un appello ("Fermiano la controriforma del diritto del lavoro") contro il disegno di legge del governo giudicato "eversivo rispetto all'intero ordinamento giuslavoristico". Tra i firmatari il giurista di Bologna Umberto Romagnoli, il sociologo torinese Luciano Gallino, l'ex presidente dell'inps Massimo Paci. Un appello che però resterà nel vuoto. La norma è davvero complessa. In sostanza - modificando l'articolo 412 del codice di procedura civile - si prevedono due possibilità tra loro alternative per la risoluzione delle controversie: o la via giudiziale oppure quella arbitrale. Già nel contratto di assunzione, anche in deroga ai contratti collettivi, potrebbe essere stabilito (con la cosiddetta clausola compromissoria) che in caso di contrasto le parti si affideranno a un arbitro. Strada assai meno garantista per il lavoratore che in un momento di debolezza negoziale (quello dell'assunzione, appunto) finirebbe per essere costretto ad accettare. E il giudizio dell'arbitro sarà impugnabile esclusivamente per vizi procedurali. "Questa volta - sostiene Fulvio Fammoni, segretario confederale della Cgil - è peggio rispetto al 2002: allora l'attacco all'articolo 18 fu diretto ed era semplice 19

20 spiegarlo ai lavoratori. Ora l'aggiramento va ben oltre l'articolo 18 impedendo addirittura di arrivare al giudice del lavoro". Di "approccio chirurgico", parla l'ex ministro del Lavoro, Cesare Damiano (Pd). "Si fanno le "operazioni" - aggiunge - senza andare allo scontro frontale". Preoccupata anche la Cisl, dice il segretario Giorgio Santini: "Non abbiamo pregiudizi nei confronti dell'arbitrato, ma ora spetta alla contrattazione fissare i paletti di garanzia per l'esercizio dell'arbitrato". La legge infatti rinvia a un accordo tra le parti che però se non arriverà entro un anno lascerà spazio a un decreto del ministro del Lavoro. Ma per Giuliano Cazzola (Pdl), relatore del disegno di legge alla Camera: "bisogna smetterla di considerare i lavoratori come dei "minus habens", incapaci di scegliere responsabilmente e consapevolmente un percorso giudiziale o uno stragiudiziale (l'arbitrato, ndr), per dirimere le loro controversie di lavoro". MENO PARLAMENTARI PER MENO CORRUZIONE di Tito Boeri e Vincenzo Galasso Il fatto stesso che si debba varare una legge per vietare ai politici coinvolti in episodi di corruzione di presentarsi alle elezioni la dice lunga su come non funziona la selezione della classe politica in Italia. Per migliorarne la qualità servirebbe una maggiore competizione elettorale e una migliore legge elettorale. Ma anche cittadini più attenti e un'informazione più concentrata sui fatti e meno sui retroscena. Un cambiamento che richiede tempo. Tuttavia qualcosa si può fare subito: ridurre il numero di parlamentari e di amministratori a livello locale. E bisogna farlo finché è forte nell'opinione pubblica l'indignazione per i ripetuti episodi di corruzione. Altrimenti i politici troveranno sempre un modo per mantenere (se non aumentare) poltrone e spesa pubblica. A tre settimane dal voto alle Regionali, con liste elettorali già depositate, anche se non sempre in modo regolare, il Governo vara una nota (sarà un disegno di legge) per impedire ai politici corrotti di candidarsi alle elezioni. Lo giudicheremo quando ci sarà un testo. Ma un dato è già oggi chiaro: questa legge è una confessione dei vizi di fondo della democrazia in Italia. Non ci dovrebbe esser certo bisogno di una legge per impedire ai corrotti di candidarsi. Dovrebbero pensarci i partiti a non metterli in lista e i cittadini a punire i politici corrotti. Perché questo in Italia oggi non avviene o avviene troppo poco? C è troppa poca accountability, responsabilizzazione degli eletti di fronte agli elettori. Vediamo come si potrebbe rafforzarla. Ma prima bene occuparsi di certe anacronistiche nostalgie della Prima Repubblica. DIFFERENZE FRA PRIMA E SECONDA REPUBBLICA Da non crederci. Molti commenti ai nuovi episodi di corruzione che coinvolgono la classe politica lasciano trasparire una struggente nostalgia per la Prima Repubblica. Dato che il nostro paese difetta di memoria storica, bene ricordare le cifre di quelle prime undici legislature della Repubblica italiana: circa un quarto dei parlamentari fu coinvolta in procedimenti giudiziari tali da comportare la concessione da parte dell Aula dell autorizzazione a procedere, con un impennata al 40 per cento nell XI legislatura, sotto Tangentopoli. Il 2 per cento dei parlamentari sono finiti in prigione al termine del loro mandato. Cosa c è di diverso fra la Prima e la Seconda Repubblica? La disgregazione dei partiti. Prima si rubava per i partiti, ora solo per se stessi, nelle parole del presidente della Camera, Gianfranco Fini. In effetti, si è passati da partiti di 20

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