2. LA STORIA DEL VINO IN TERRA DI AREZZO

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1 2. LA STORIA DEL VINO IN TERRA DI AREZZO IL VINO TRA ETRUSCHI E ROMANI È probabile che fin da epoca micenea il vino greco, sia pure in forma sporadica, era noto, tramite contatti commerciali, alle popolazioni della penisola italica. In seguito, soprattutto a causa delle frequentazioni greche di IX secolo a.c. e della fondazione delle prime colonie elleniche nella penisola italica, a partire dalla fine dell VIII secolo a.c., la vite fu impiantata nelle regioni meridionali e il prodotto vino venne proposto su larga scala agli esponenti di rilievo dei grandi centri preurbani villanoviani. Già alla fine del IX secolo a.c. giungono infatti dall Eubea, in area veiente e romana, i primi vasi greci di importazione che si collegano indiscutibilmente al consumo di vino importato, presenti in sepolture di individui che si pongono ai vertici delle società. L esistenza di un simile prodotto e di una ritualità ad esso connessa, precedente dunque l introduzione dei riti simposiaci di origine greca, potrebbe essere confermata anche da altre categorie di indizi. La prima riguarda il mondo della ceramica, nel quale esistono due forme vascolari autoctone molto probabilmente connesse con il vino. La seconda riguarda il mondo paleobotanico, con le attestazioni di Vitis vinifera e di vinaccioli presso gli abitati di Luni sul Mignone e del Gran Carro, di VIII sec. a.c., località per le quali si è proposta l ipotesi di un primo tentativo di sfruttamento indigeno della vite, o con la presenza di vinaccioli d uva nelle tombe della necropoli laziale del Foro a Roma. Ma il nuovo prodotto, conosciuto attraverso l osmosi culturale con i Greci, doveva presentarsi di qualità superiore, sia perché frutto di specie di Vitis selezionate nel tempo, sia perché realizzato con le più progredite tecniche di coltura e di preparazione. Il territorio della Valdichiana, fra Arezzo e il lago Trasimeno, già abitato all epoca da insediamenti attestati sulle sponde del lago, ma anche sui promontori che dominano la piana come il colle di Cortona, pur essendo già all epoca probabilmente vocato a certe colture (essenzialmente cereali), nonché fondamentale asse longitudinale di collegamento fra l Appennino e il centro-sud della penisola, non sembra a questa data mostrare una vitalità pari a quella dei grandi aggregati meridionali di Veio e Tarquinia o di quelli settentrionali di Populonia e Vetulonia. Il recepimento di elementi materiali e culturali allotri, fra cui l importazione del prodotto vino o dei servizi adatti al suo consumo, appare più lento, anche se è probabile che alcuni contenitori rinvenuti nelle sepolture potessero contenere la bevanda importata. È noto come, con la fine dell VIII secolo a.c., il cerimoniale del simposio si struttura alla maniera greca specialmente in Etruria meridionale, quando a Tarquinia si stabiliscono ceramisti greci che producono, per le aristocrazie etrusche, interi gruppi di vasi per i momenti salienti del simposio: l oinochoe e 10

2 lo skyphos a decorazione geometrica, per l attingitura ed il trasporto del vino il primo, il vaso per bere dei simposiasti il secondo, il grande calderone in bronzo su sostegno o alto piede, ben attestato nei corredi delle tombe principesche orientalizzanti. Per la provenienza della bevanda i dati archeologici evidenziano che, fino alla metà del VII secolo a.c., all interno dei corredi delle tombe degli aristocratici etruschi si rinvengono anfore prodotte unicamente in regioni greche (Attica, Eubea, Grecia orientale) o fenicie, insieme con materiali da mensa rodii o corinzi, segno che il vino era allora un prodotto esotico, raro e alla portata di pochi. Dall ultimo quarto del VII secolo a.c. comincia invece, su probabile iniziativa dei grandi principes proprietari terrieri, una produzione di anfore locali da trasporto, che dapprima imitano i modelli greci, poi assumono una forma propria. È il chiaro segnale che è iniziata la produzione del vino locale, forse grazie anche alle grandi masse di servi sulle quali i potenti principes possono contare, permettendosi il lusso di destinarne buona parte alla cura assidua della coltura specializzata della vite. Sono soprattutto Cerveteri e Vulci che assistono alla creazione di botteghe per produrre contenitori da trasporto della bevanda ormai divenuta etrusca. Gradualmente si assiste alla diffusione delle anfore prodotte dalle due città sia nelle tombe che in numerose località della penisola italica e dei paesi che si affacciano sul bacino del Mediterraneo. Le esportazioni di vino etrusco verso le coste della Francia continuano anche dopo la disfatta di Cuma del 474 a.c., sia pure con una progressiva contrazione, almeno fino all inizio del IV secolo a.c. Altri luoghi che hanno restituito sporadicamente vasellame di bucchero e di imitazione corinzia sono la Sardegna, la Sicilia occidentale, Cartagine e la Spagna meridionale, ambito geografico in cui opera la marineria punica e dove il vino etrusco non può trovare accoglienza, a significanza di quella spartizione dell influenza diretta tra le due potenze e di quell alleanza di difesa del Mediterraneo occidentale in funzione antiellenica testimoniata anche dalla battaglia di Alalia e dalla lamina di Pyrgi iscritta in lingua punica. Emblematico è anche il fatto che, sempre a partire dall ultimo venticinquennio del VII secolo a.c., compaiono grandi servizi da simposio in bucchero, ceramica etrusca che imita per lo più forme greche, pur conservando alcune tipologie locali. Di pari passo procede la diffusione della pratica simposiastica tra le classi principesche, come testimonia l iconografia della lastre delle regiae di Murlo ed Acquarossa, della prima metà del VI secolo a.c. Le realtà archeologiche che hanno lasciato in terra di Arezzo, a questo orizzonte cronologico, i segnali più eclatanti del rapporto tra mondo aristocratico etrusco e bevanda vino sono i grandi tumuli del Sodo e il tumulo di Camucia presso Cortona. Le tombe rappresentano infatti in primo luogo un imponente sema del possesso e dello sfruttamento ai fini agricoli del territorio circostante da parte di pochi principes, nonché del controllo dei traffici allo sbocco dei passaggi con la 11

3 Val Tiberina e lungo gli itinerari fra Clusium, Perusia ed Arretium. Altro elemento di risalto è l indiscusso legame con il simposio di molta parte di quello che rimane dei corredi, rivelando sotto tale profilo sia le forme e i modi dell incipiente ellenizzazione da parte dei dignitari etruschi (in chiave di acquisizione di lussuose ceramiche da consumo e di vino greco), sia l autonoma risposta culturale ed economica in termini di produzioni ceramiche finalizzate al consumo di vino. I veri consumatori di vino di qualità, prima importato poi prodotto nei propri vigneti, furono gli aristocratici etruschi, che nel symposion videro oltre che un fattore importante di aggregazione e socializzazione anche uno strumento con cui ribadire il loro stato di classe elitaria. Dai racconti spesso prevenuti dai greci le classi aristocratiche dovevano essere grandi consumatrici di vino ed erano solite banchettare due volte al giorno. Si può ipotizzare che proprio sulla piana prospiciente Cortona, caratterizzata da insediamenti sparsi gravitanti intorno alle grandi residenze principesche, fulcro politico ed economico del tempo, possa essere iniziata, intorno alla prima metà del VI secolo a.c., una autonoma piantumazione di vignetigrazie a consulenze e contatti con realtà culturali etrusche più all avanguardia nel settore agricolo. Dalla fine del VI secolo a.c. si impongono nel mondo etrusco altre forme ceramiche per il simposio: dal kyathos, forma vascolare etrusca con origini che affondano nell età del Bronzo e riprodotta nel Ceramico di Atene, a tutte quelle forme nate e direttamente prodotte in Grecia, a figure nere prima e rosse poi: kantharoi, skyphoi, olpai, oinochoai, kylikes, crateri, anfore. Anche queste forme saranno ampiamente riprodotte nel bucchero o nell impasto. Alcune forme vascolari, già presenti nella tradizione locale, giungono ad acquisire una tipologia canonica, come il calice monoansato e la coppa a due alte anse verticali. Non è raro rinvenire interi servizi in bronzo che, oltre alle consuete olpai e oinochoai, possono annoverare anche grattugie e colini, a seconda di esigenze di consumazione (probabile associazione, in alcuni casi, del formaggio grattugiato con la bevanda vino, filtraggio dello stesso o di decotti di cui tale alimento poteva costituire base essenziale). Di tutta questa imponente massa di prodotti importati e fabbricati localmente vi è una ricca documentazione proveniente dalle necropoli dell attuale territorio aretino, spia di una aristocrazia agraria ancora saldamente insediata nelle campagne, lungo la fertile valle del Chiana, grande via di comunicazione commerciale allora in alcuni tratti navigabile. Limitandoci ai casi più eclatanti di ceramica figurata importata, ricorderemo il cratere a volute a figure rosse attribuito con sicurezza ad Euphronios, la figura più nobile e riccamente dotata fra i ceramografi ateniesi, databile al a.c., o gli straordinari vasi attici dalla necropoli di Casalta-Lucignano, tutti legati al consumo di un vino che poteva in larga parte essere ormai prodotto localmente. A partire da questo periodo necropoli dei vari centri del territorio della Valdichiana (Lucignano, Foiano della Chiana, Monte S. Savino, Marciano per citare i più noti) hanno restituito pregiati corredi legati alla realtà del simposio, in particolare ceramica attica a figure nere nere prima e 12

4 rosse poi, bucchero, ceramica etrusca a figure nere e rosse, stoviglie e contenitori bronzei. Si può pertanto ipotizzare che il sorgere di assetti urbanistici definitivi sia ad Arezzo che a Cortona, nel corso del V secolo a.c., con importanti concentrazioni demografiche non direttamente legate all agricoltura, nonché di una rete di abitati minori che si configurano come centri satelliti, abbia in qualche modo stimolato le produzioni locali di vino, prima relegate ai soli possedimenti degli aristocratici, per venire incontro ad una domanda sempre più elevata della bevanda magari in termini di quantità più che di qualità. Il fenomeno del manifestarsi definitivo delle città dovrebbe aver causato una conseguente riorganizzazione delle campagne, un diverso disegno degli spazi agrari con nuove forme di occupazione e sfruttamento che al momento nel caso specifico ci sfugge quasi totalmente, a causa delle opere di bonifica degli ultimi secoli che hanno alterato la morfologia antica del territorio. In tale quadro si può pensare anche alla edificazione di spazi santuariali che marcano i confini del territorio o luoghi particolari della città, all interno dei quali talora è testimoniata la presenza di divinità connesse in qualche modo con il vino o la vite. Ricorderemo in terra di Arezzo la probabili esistenza di un santuario di Tinia nelle vicinanze della stipe di Porta S. Lorentino ad Arezzo come testimonia l epigrafe tinscvil sulla zampa della chimera e uno nel territorio cortonese (forse non lontano dall attuale centro di Fratta) a giudicare dall identica iscrizione presente su una placchetta di bronzo che era stata unita tramite due chiodi al lampadario di Cortona. Il vino era probabilmente utilizzato dagli Etruschi in molte cerimonie, poiché la parola vinum ricorre molte volte sul testo della mummia di Zagabria, dove sono elencate una serie di cerimonie religiose, o grazie alle frequenti statuette di offerenti, rinvenute all interno delle stipi votive (ben attestate anche nell aretino, come testimoniano i famosi casi del lago degli Idoli, del complesso di Brolio nel territorio di S. Bartolomeo, della Fonte Veneziana all interno della città di Arezzo o confluite in importanti collezioni private, come la collezione Bacci e la collezione Fungini di Arezzo o quelle del Museo dell Accademia Etrusca di Cortona), alcune delle quali rappresentati nell atto di libare alla divinità generalmente da una patera o una phiale umbilicata, probabile vaso da vino. Certamente alcune libagioni che prevedevano vino erano operate anche in occasione di cerimonie o banchetti funebri a commemorazione del defunto, come è facile arguire da una serie di pitture parietali tarquiniesi. Su altre pitture parietali tarquiniesi il cratere stesso, eventualmente arricchito da decorazioni vegetali, è stato interpretato come simbolo del defunto (tomba del barone) La divinità direttamente in rapporto con il mondo del vino era Fufluns, presto identificata con il greco Dioniso e spesso rappresentata nell arte etrusca in un primo tempo secondo l iconografia greca e i suoi attributi più frequenti (kantharos, corno potorio, tralci, in mezzo a cortei di satiri e menadi), in un secondo tempo come giovane imberbe, ed eventualmente nel quadro di leggende legate al mito greco. 13

5 A partire dal III secolo a.c. le anfore di produzione vulcente e ceretana vengono sostituite da quelle cosiddette greco-italiche, provenienti dall Italia meridionale, che ebbero una larghissima diffusione nel III-I secolo a.c. e che vennero presto prodotte anche nell Italia centrale. Anche l Etruria interna con i centri di Arezzo, Cortona e Chiusi sembra promuovere diffusamente in quest epoca una produzione vinicola, come suggerisce la serie monetale fusa ruota-ancora, riferita a tali città, che può presentare, al rovescio, anche il cratere o l anfora. La fabbricazione di strumenti agricoli in ferro da utilizzare anche per la conduzione dei vigneti è testimoniata da Livio il quale ricorda come, nel 205 a.c., in occasione della spedizione di Scipione alla volta di Cartagine, molte città etrusche contribuirono ad allestire la flotta romana ed Arezzo in particolare procacciò frumento, armi, scuri, zappe, falci. L eccezionale contributo di Arezzo è stato interpretato anche come una sorta di tributo-punizione imposto da Roma a causa di una serie di tensioni interne, sfociate in movimenti antiromani fra il 212 e il 209 a.c. Per quello che riguarda le tecniche in uso per la coltivazione della vite e la produzione del vino presso gli Etruschi, vi è assoluto silenzio da parte delle fonti letterarie. Troppo distante cronologicamente e ormai influenzato dalla precettistica agronomica romana appare anche quello che rimane del trattato agronomico dei Saserna, proprietari terrieri di origine etrusca. Poche sono le testimonianze archeologiche sicuramente riferibili a questo ambito. Non è pertanto possibile, al momento, ricostruire una evoluzione cronologica delle tecniche e tantomeno delle peculiarità locali. Si può pertanto ipotizzare soltanto una ricostruzione di massima delle procedure di coltivazione, tenendo presenti i dati per ora a disposizione. Per ciò che concerne la fase di preparazione e di conduzione del vigneto è verosimile che non vi fossero sostanziali differenze con il mondo greco, magnogreco e latino. Doveva ragionevolmente essere prevista una prima fase preparatoria comprendente lo scasso, l impianto delle talee, la zappatura, la spollonatura, la palizzatura, la potatura e gli innesti. A tale fase è possibile ricondurre una serie di attrezzi agricoli etruschi ben noti o loro riproduzioni, generalmente riferiti alla coltura dei cereali. Pensiamo ad esempio ai modellini di zappe e vanghe dal ripostiglio del Genio Militare di Talamonaccio, alle vanghe da Luni, alla vanga, badile e rastro sempre da Talamone, tutti riconducibili al II secolo a.c. Se i sopra citati strumenti devono essere inquadrati nell ottica della polifunzionalità, sicuramente l esemplare miniaturistico di bidens dal ripostiglio del Genio Militare di Talamonaccio e il frammento di bidens da Talamone, sempre databili al II secolo a.c., si adattano perfettamente all estirpamento delle erbe attorno alla vite. È noto tuttavia che vi fosse una sostanziale differenza fra la viticoltura etrusca e quella magnogreca: la prima infatti prediligeva maritare la vite all olmo o all acero, ed era diffusa dalla Campania alla Gallia Cisalpina, aree per molti secoli etruschizzate; la seconda prevedeva l allevamento della vite a ceppo basso o alberello. Ricorderemo a tal proposito che con il termina arbusta gallica si indicasse in 14

6 latino la vite maritata ad alberi (probabilmente perché il termine gallico designava un territorio, la Gallia Cisalpina, in origine occupato dagli Etruschi e coltivato secondo le loro tecniche). Tutte le raffigurazioni etrusche di vendemmia citate di seguito presentano inoltre solo pergolati o viti palizzate. Ad esse si aggiunga la splendida Idria a figure nere, meglio conosciuta come Idria Ricci, proveniente da Cerveteri e conservata a Roma, presso il Museo di Villa Giulia, risalente al a.c., con rappresentato, sul corpo, un gruppo di personaggi intenti con varie operazioni connesse con il sacrificio al di sotto di un pergolato costituito da viti ed edera. Indicativo è inoltre il fatto che una delle poche glosse etrusche note sia, come già ricordato, ataison, termine che indicava la vite maritata. Per la fase della vendemmia, abbiamo pochissime raffigurazioni. Una scena con satiri e menadi che vendemmiano, probabilmente sotto un pergolato, fortemente influenzata dall iconografia greca è rappresentata su uno specchio etrusco. Lo strumento che utilizzano i personaggi per tagliare i grappoli d uva, una sorta di falcetto più che una falx vinitoria ricorda il drepanos greco. Lo stesso strumento è nelle mani dell eroe mitologico Perseo, rappresentato in un bronzetto etrusco con in mano la testa di Medusa ed in un idria ceretana con raffigurato ancora Perseo che affronta il Ketos. La menade reca sulla testa un cesto per raccogliere i grappoli: il cesto e gran parte dello strumentario in legno appartengono alla numerosa categoria di evidenze archeologiche che purtroppo non sono state rinvenute, ma la cui presenza è largamente testimoniata soprattutto dalle coeve scene di vendemmia nei vasi attici. Forse anche il bronzetto di Ghiaccioforte presso Scansano, in provincia di Grosseto, ha in mano, più che una roncola o falcetto da potatura (falx arboraria), una sorta di falx vinitoria resa più grande del reale per dare risalto all operazione della vendemmia. Non sempre comunque si doveva ricorrere ad attrezzi per il taglio dei grappoli: un hydria ceretana, del 530 a.c. circa, conservata presso il Museo di Villa Giulia, a Roma, mostra infatti un gruppo di satiri intenti a raccogliere a mani nude alcuni grappoli d uva di un pergolato, ben sorretto da pali di sostegno. Il trasporto dell uva doveva avvenire sui carri trainati per lo più da bovini, testimoniati in Etruria dal modello miniaturistico in bronzo di Bolsena (VIII secolo a.c.) e da quello in terracotta di Civita Castellana, del I secolo a.c. Alla fase della pigiatura in periodo etrusco vengono al momento ricondotte solamente alcune vasche in terracotta da Chiusi, mentre le conoscenze degli impianti rustici etruschi, all interno dei quali doveva avvenire la lavorazione delle uve e la conservazione del mosto, sono sino ad ora circoscritte essenzialmente a livello di mappature a seguito di ricognizione archeologica di superficie. L impressionante quantità di dati ottenuti a seguito di un primo censimento dei siti rurali di Vulci, Tarquinia e Cerveteri permette di poter ipotizzare enormi potenzialità per la futura ricerca nel mondo agricolo etrusco. Si può pertanto ipotizzare che solo con l instaurarsi delle ville rustiche romane si procedesse ad una introduzione sistematica, per ottenere la maggior 15

7 quantità possibile di succo dagli acini, dei torchi a pressione sfruttando pesi posti su un lato di un trave e a vite utilizzando il movimento circolare di una vite. Alla fase della conservazione possiamo probabilmente riferire alcuni grandi pithoi frequentemente diffusi in quasi tutti gli abitati (ma più certo è un loro impiego per granaglie); non è da escludere che vi fossero anche contenitori in legno tipo botti, come due barilotti lignei provenienti da sepolture di Cerveteri e Gualdo Tadino. Nel caso specifico dovevano però servire al trasporto del vino. Per i percorsi accidentati delle vie interne si dovettero utilizzare otri, talvolta di dimensioni eccezionali, come il culleus. Per raffigurazioni di otri sulla ceramografia vascolare etrusca, ad esempio una kylix probabilmente proveniente da Vulci, opera etrusca del 380 a.c., che reca sul medaglione interno una scena di satiri di cui uno reca un otre sulle spalle. È chiaro comunque che il grosso dell esportazione, perlomeno quella via mare, avvenne in anfore impeciate internamente per conservare il prodotto vino. La presenza di vigneti nel territorio aretino è testimoniata anche dal recente rinvenimento della Tabula cortonensis, una tavola di bronzo redatta tra la fine del III e gli inizi del II secolo a.c., recante un testo etrusco relativo ad una transazione di terreni nel quadro del tormentato periodo postannibalico, che riporta il nome della vigna, vinac. Complessa è la questione sull origine della parola etrusca vinum, ben attestata ad esempio su un dolio proveniente da Gravisca e sulle fasce della famosa mummia di Zagabria. Secondo le più recenti ipotesi la parola etrusca vinum deriverebbe in maniera autonoma dal greco oinos. Sulle prime attestazioni indoeuropee della radice della parola vino, a partire già dal II millennio a.c., ed addirittura si porrebbe come precedente ed elemento di mediazione tra il termine greco oinos e quello latino vinum, rovesciando la tesi affermata fino a poco tempo fa e cioè che vinum etrusco derivasse da vinum latino, a sua volta derivato dal greco oinos. La tesi precedente ipotizzava che la coltivazione della vite avrebbe seguito il percorso Magna Grecia, Lazio, Etruria, come adombrato dalla tradizione letteraria di Numa Pompilio, re di Roma, che fu il primo a fare sacrifici con il vino. Si conoscono altri termini etruschi relativamente al mondo del vino: la parola che designava la vite maritata era ataison, come è noto da una glossa. I termini etruschi che indicavano due forme vascolari locali, erano thafna e avena, rispettivamente per il calice monoansato e per la coppa a due alte anse verticali. Altri termini etruschi designanti contenitori espressamente destinati all uso vinario, come thina (dal greco dinos) e qutum (dal greco kothon) testimoniano l elaborazione, anche a livello linguistico, di una cultura del vino di chiara matrice ellenica. Vi è inoltre un arbusto il cui nome è da ricondurre probabilmente ad una radice etrusca: si tratta della taminia (uva silvestris) e di una sorta di vino ottenuto da quest uva, il tamnus che, forse, testimoniano di produzioni di differenti bevande alcoliche al momento non attestate attraverso altre fonti. 16

8 A poco a poco si registra nella Valdichiana un profondo mutamento della compagine sociale, che, a partire dal II secolo a.c., si articola in una struttura diversa, cambiando radicalmente il quadro dello sfruttamento della valle, come dimostrano le numerose iscrizioni rinvenute nel territorio e attribuibili ai lautni (liberti) e la fitta occupazione della campagna da parte di piccoli proprietari terrieri che installano numerose piccole e medie fattorie a coltivazione diretta. Ciò si deduce in linea di massima dalle necropoli che restituiscono urnette in terracotta con temi iconografici che, secondo alcuni, rappresenterebbero volutamente l appartenenza ad una nuova classe ormai in attrito sempre più pesante con i vecchi latifondisti o da quanto è dato dedurre da testi come la nota profezia di Veglia. La fase di avanzata romanizzazione dell intero territorio aretino nel II secolo a.c. è ormai evidente e forti in tal senso sono i segnali desumibili dall intensa riedificazione e koinè artistica che caratterizza la tipologia delle terrecotte architettoniche (aretine, chiusine, perugine, cortonesi) molte delle quali, come quelle dell area santuariale della Catona recano, nell iconografia delle antefisse, riferimenti sia pur di genere al mondo dionisiaco. La continuità della produzione vinicola durante questo periodo è testimoniata in parte anche dalla produzione di ceramica a vernice nera, iniziata ad Arezzo nel III secolo a.c. ma potenziata nel II secolo a.c. Un momento di allentamento della produzione vinicola del giovane Municipium di Arezzo potrebbe essersi registrato tuttavia prima in concomitanza di una serie di assegnazioni graccane di terre, forse facenti parte dell ager publicus, e successivamente nel quadro delle tre deduzioni coloniali che subì la città con il territorio circostante durante il I secolo a.c., causa della realizzazione di nuovi reticoli centuriali e di passaggi di proprietà. Analoghi fenomeni di ridistribuzione dei terreni con conseguenti fratture nella coltivazione di certe colture dovrebbero essersi verificati anche nella campagna cortonese, come testimonierebbero chiari toponimi come Centoia. Il principato di Augusto e il patronato di Mecenate segnano una ripresa economica della città di Arezzo, con il sorgere di fabbriche specializzate nella produzione di quegli Arretina Vasa che saranno esportati su vasta scala nell intera area del Mediterraneo detenendo il primato indiscusso, nel campo delle ceramiche legate anche al consumo di vino fino al II secolo d.c. Le fonti letterarie relative alla produzione di vino, uve e vigneti risalgono al I secolo d.c., facendo riferimento, in alcuni casi, ad epoche precedenti. Sia Dionigi che Livio ricordano l importanza del vino della vicina Chiusi come attrattiva per i Celti a proposito del celebre passo sulla vicenda di Arrunte, da collocare nel 390 a.c., all epoca della calata di Brenno e del sacco di Roma. Plinio il Vecchio cita alcune qualità note di vitigni etruschi, che forse riflettono aree di produzione rinomate anche in epoca precedente ma al contempo consentono di percepire come fosse estremamente diffusa la pratica di impiantare varietà caratteristiche di un luogo, rivelatesi particolarmente redditizie o pregiate in altri territori: emblematico è il caso dell uva di Todi, con 17

9 due varietà piantate nel territorio di Arezzo e di Firenze. Plinio ricorda inoltre un tipo di uva di Chiusi, impiantata anche a Pompei e nell area del Vesuvio da cui deriva il nome di Pompeiana. Molto noti erano anche i vitigni della vicina Perugia, con uva dai chicchi neri, che in quattro anni davano vino bianco, impiantati nell area di Modena. Un nuovo sfruttamento degli spazi agrari, che sembrano gradualmente riassemblarsi nella forma del latifondo, è testimoniato dal sorgere nelle campagne di una serie di impianti idrici e ville rustiche specializzate nella produzione di cereali, olio e, indiscutibilmente, vino. Un esempio significativo della nuova situazione agricola è fornito dalla villa di Ossaia, un complesso produttivo sorto nella tarda età repubblicana e con una continuità di vita che arriva al tardo V secolo d.c. Numerosi sono i rinvenimenti di anfore e vasellame legati allo stoccaggio-commercio e al consumo interno di vino, mentre sono noti anche alcuni reperti connessi all iconografia della vite o al mondo dionisiaco: da una foglia di vite in bronzo ad un mosaico policromo con due pantere stanti affrontate e un kantharos in posizione centrale. Non è provata ma persiste nella tradizione locale l esistenza di templi dedicati a Bacco sui luoghi in cui sorgeranno poi l Abbazia di Farneta e la Chiesa di S. Angelo a Metelliano presso Cortona. IL VINO IN ETÀ MEDIEVALE E MEDICEA Nella fase altomedievale scarsamente popolata e con una ruralizzazione complessiva della società, la produzione di vino era finalizzata quasi completamente al soddisfacimento dei bisogni dei proprietari della terra (dignitari o potenti abbazie) e dei coltivatori. Rare sono le testimonianze relative a ceramiche legate al consumo di vino in terra aretina in quest epoca. La sacralità che la dottrina giudaico-cristiana, innestatasi sulla tradizione grecoromana, attribuiva al vino, il cui consumo rappresentava un passaggio essenziale delle celebrazioni liturgiche, favorì l attenzione delle istituzioni ecclesiastiche alla viticoltura e molti documenti relativi alle proprietà dei monasteri ricordano la presenza di viti o terre vitate. Così molti vescovi e abati furono ricordati per aver impiantato nuovi vigneti; anche la regola benedettina ammetteva per i monaci un uso moderato della bevanda e numerose furono le leggende di santi bevitori che tramutarono l acqua in vino. Molto significativa, nel quadro delle allegorie che legano la vite e il mondo religioso, è la lunetta del portale meridionale della Pieve di S. Maria di Arezzo, in cui è stata inserita una scultura altomedievale in un contesto più tardivo. Si tratta di un rilievo lavorato ad intreccio con una maglia a quadrati all interno dei quali si alternano croci, grappoli, foglie e, una sola volta, una testa umana; forse il tralcio rimanda a Cristo o, più arditamente, alla Vergine intesa come genitrice della mistica vite. Nella stessa pieve è emblematica la raffigurazione allegorica del mese di settembre nel portale centrale: vi è rappresentato un contadino con 18

10 corta tunichetta nell atto di vendemmiare e, davanti al lui, un cesto di vimini stracolmo d uva. Dalla trattatistica agraria e dai contratti di mezzadria si evince che molti erano gli obblighi imposti ai contadini dai proprietari per fare opera di manutenzione sulle viti (calzatura, legatura, palizzatura, potatura, zappatura, vangatura). Il concime (letame, spazzatura, paglia) era fornito dal proprietario e di norma la metà del costo era addebitato al contadino. Gli inventari giunti fino a noi ricordano molti attrezzi impiegati: la zappa e la marra per la predisposizione del suolo (meno usata la vanga); le forche di ferro per distribuire il letame; pennati, roncole e coltelli ad uncino per potare; scale di legno a pioli per raggiungere le viti tenute a pergola o su sostegni vivi (più frequenti nelle pianure, per sfuggire all eccessiva umidità del suolo) dove si maritava la vite a ciliegi, noci, fichi, quercioli, sorbi, olmi, pioppi, frassini). Se i sostegni erano morti (generalmente in collina) si utilizzavano in genere pali di castagno. Altri compiti riguardavano il rinnovamento periodico della vite tramite propaggine o con la tecnica della talea. I vigneti si presentavano per lo più nella forma di filari posti ai bordi dei campi o all interno dei terreni arabili, ma si ha notizia anche di vigneti specializzati. In genere il terreno veniva predisposto preparando fosse lunghe fino a metri con una profondità di crica 90 cm. Fra i vitigni più noti di uve bianche vi erano il trebbiano, la vernaccia, l albana, il verdolino, l angiola. Tra i vitigni da vino rosso sono menzionati il tanaglia e lo zeppolino. In molte parti della Toscana erano le autorità comunali a decidere la data della vendemmia, per evitare raccolte premature dettate da esigenze pressanti che avrebbero prodotto un vino di scarsa qualità. Era concesso raccogliere solo alcuni grappoli di uva acerba ad agosto per fare l agresto, succo utilizzato come condimento dei cibi sulle mense dei ricchi. Durante la vendemmia i grappoli erano recisi con roncole, falcetti coltelli e adagiati nei cesti, nei panieri e da questi rovesciati nelle bigonce, contenitori in legno di forma troncoconica. Le bigonce erano portate con carretti nella tinaia e il contenuto era depositato nei tini dove si completava la pigiatura a piedi nudi, dopo aver tolto i pampini raccolti insieme all uva, gli acini secchi o ammuffiti. I contenitori in legno (bigonce, botti e tini) sono di origine settentrionale e sostituirono le anfore in terracotta e gli otri in pelle dell antichità. La fermentazione durava giorni e in seguito il liquido veniva fatto passare nelle botti per l invecchiamento. Con la vinaccia residua si ricavava l acquerello, vinello leggero e frizzante che i contadini utilizzavano per il consumo familiare. Per fare fronte alla scarsa qualità del vino e alle frequenti imperfezioni (specialmente la tendenza all aceto) si utilizzavano rispettivamente la pratica del governo (mescolanza con spremitura di altre uve) o del racconcio (il vino vecchio si versava nelle vinacce fresche da cui era stato tolto il vino giovane e si procedeva ad una nuova bollitura). L aceto era fabbricato comunque anche appositamente. Si ha notizia della produzione di vino passito (ottenuto da uve lasciata a maturare ed asciugare al sole il mosto delle quali, spremuto, era lasciato fermentare all interno di vasi) e 19

11 dell esistenza, sulla tavola dei signori, di vini speziati, tra i quali il più noto era l ipograsso e il vino cotto, ottenuto con successive concentrazioni di mosto in modo da renderlo più liquoroso. Ma certo i migliori vini liquorosi che comparivano sulle mense dei notabili erano quelli di importazione, e che provenivano dalla Ligura, Corsica, Calabria, Campania, Creta e Oriente Mediterraneo. Il vino era inoltre un buon affare per l erario per le grandi entrate di cui era causa e le autorità pubbliche non esitarono a sottoporlo ad una tassazione indiretta (gabella) che colpiva il prodotto in tutto il suo iter. Grappoli d uva (forse anch essi con un significato allegorico) sono scolpiti anche su un capitello della chiesa romanica di S. Pietro a Gropina. All interno del sistema curtense, sviluppatosi tra IX e X secolo, la presenza della vite fu più massiccia, a causa del prestigio che circondava il vino, nella pars dominica, gestita direttamente dal grande proprietario, laico o ecclesiastico, per mezzo di contratti che gli riservavano la parte maggiore di prodotto rispetto a quello previsto per i concessionari delle terre. Con il risorgere delle città il rapporto tra produttori di vino e consumatori si ridusse notevolmente e si assistette all estendersi di vitigni a ridosso dei centri urbani (talvolta in spazi aperti al loro interno e comunque, all esterno, sempre vicino a casolari per le assidue cure di cui necessitavano le viti) per soddisfare i bisogni sempre più crescenti. A tal proposito si ha notizia che il mercante aretino Lazzaro Bracci, era proprietario di vasti appezzamenti sulle colline intorno ad Arezzo e che vendeva vino ai vinattieri della città ma anche a quelli di Castiglion Aretino, Cortona e persino Firenze. Parallelamente sorgono all interno delle città numerosi vinattieri che acquistano il vino prodotto in surplus dai produttori e lo rivendono al minuto nelle cosiddette celle, mescite o taverne dai nomi coloriti e fantasiosi e talora alberghi che si caratterizzano per dare asilo a personaggi turbolenti e di mali costumi. Commerci e vendite della bevanda ricevono presto una precisa regolamentazione, con specifiche multe e vincoli. A titolo di esempio riportiamo alcune prescrizioni relative alla vendita e all utilizzo di vino regolamentate dagli statuti del Comune e da quello dell arte a partire dal XIV secolo. Era punita con L. 10 l introduzione di vino forese. Erano multati di L. 25 i vetturali che annacquassero vino trasportato. Venditori e venditrici al minuto erano carcerati se non avessero pagato il vino al padrone entro 5 giorni dalla consegna. Era punito con 100 soldi chiunque vendesse vino nel giorno del venerdì santo. Erano puniti con L. 100 i vinai che tenessero alla porta della cantina l insegna col leone di S. Marco o con lo stemma dei Casali. La rinnovata fortuna del vino è testimoniata dalle lodi dei poeti e dei trattati medici; si riteneva che avesse virtù terapeutiche e comunque funzioni igieniche, considerato che non sempre le acque erano sicure. Il suo consumo, a parte l ambito privato e quello delle locande, era legato alle feste, come il compimento di un opera pubblica, la ricorrenza del patrono, le investiture cavalleresche, i matrimoni importanti, l arrivo del vino nuovo. 20

12 Il Catasto Fiorentino del 1427 con le tariffe fissate dagli Ufficiali del Catasto per la valutazione delle rendite in vino delle terre di proprietà cittadina informa che, fra i vini più pregiati del contado (stimati fra 36 e 40 soldi al barile), vi erano quelli prodotti nelle colline del Valdarno di Sopra, sulla sinistra dell Arno (S. Giovanni e Montevarchi). Il vino prodotto nel Piano di Arezzo era invece considerato di qualità mediocre (22 soldi al barile) mentre quello del Casentino arrivava a 28 soldi al barile. Fra il XVII e la prima metà del XVIII secolo l agricoltura toscana attraversò un periodo di intensa trasformazione, nell ambito della quale si registrarono aumenti di lavorativi vitati a fronte di un generale regresso della cerealicoltura causata da una forte caduta dei prezzi. Importante in questo senso è la notizia dei poderi vitati del Monastero della Beata Cristina nel Valdarno. Da un lato quindi aumentò la produzione vinicola di pianura, dall altro la politica granducale tutelò e promosse i vini di qualità che già dal secolo XVI erano famosi in tutta Europa. A quest epoca il vino bianco del Valdarno di Sopra, un trebbiano dolce prodotto soprattutto a S. Giovanni, continuava ad essere estremamente rinomato e contava fra i suoi maggiori estimatori Ficino, Michelangelo, il Lasca e Luigi Alemanni. Il Ficino era così legato al trebbiano del Valdarno che, quando era invitato a mangiare fuori si presentava sempre con il suo fiaschetto sotto il braccio e, nel suo libro Contro la peste si preoccupava di raccomandare il vino quale preventivo e curativo di quella terribile malattia infettiva. Andrea Bacci, medico e naturalista della fine del XVI secolo, nella sua De naturali vinorum historia, edita nel 1596, ricorda i fragranti, dolci e deliziosi trebbiani di S. Giovanni Valdarno che, con quelli analoghi di Montevarchi, Incisa e ed Arezzo, si conservano perfetti e per tale ragioni erano inviati in regalo dappertutto, così come i vini del Casentino di sostanza sincerissima, rossi ma chiaretti, un po amari e sodi. Sappiamo che nel 1612 Cosimo II partì con i propri familiari e un lungo seguito alla volta di Arezzo, Siena e Volterra. Nell aretino era stato invitato dai conti Marzo e Fabrizio di Mantauto che gli apprestarono un lauto banchetto con vini di più sorte, sceltissimi e freschissimi. Anche l Accademico del Cimento Francesco Redi, medico aretino e portavoce della politica di Cosimo III, era un grande estimatore del vino di qualità e nel 1685 pubblicò a Firenze il celebre ditirambo Bacco in Toscana. L immaginario soggiorno di Bacco ed Arianna sulle rive dell Arno, con un corteggio di satiri e baccanti, aveva lo scopo di celebrare i vini toscani e incoronare il Montepulciano come superiore a tutti. Ma fra i vini rinomati e ricordati, Redi cita un vin santo rosato che si produceva nella valle dell Arno, denominato occhio di pernice. La legislazione medicea sul vino, per buona parte legata ai bandi tardocinquecenteschi, fu parzialmente modificata dalle disposizioni del 29 settembre 1704, che intesero raccogliere e riorganizzare tutte le leggi vigenti sul vino, dalla produzione alla vendita. 21

13 Nell ottica anche di un accresciuta consapevolezza dell importanza del vino nell economia toscana si devono inquadrare i due bandi del 1716: il primo del 18 luglio sul commercio, specialmente con l estero; il secondo del 24 settembre Sopra la dichiarazione de confini delle quattro Regioni Chianti, Pomino, Carmignano e Vald Arno di Sopra in base al quale si disegnavano i confini geografici delle zone di produzione dei quattro vini e si istituiva una sorta di organismo di controllo sulla qualità e l origine dei vini. IL VINO TRA 700 e 900 La fine del 700 e i primi anni dell 800 vedono sorgere in Toscana una serie di trattati scientifici ad opera di Ferdinando Paletti, Jacopo Ricci, Villafranchi, Falchini, che dettero un grande impulso per il risveglio della cultura agronomica toscana e, in particolare, della viticoltura. Fino ad allora erano noti ai proprietari toscani più colti le opere dei francesi Chaptal (propugnatore della nuova enologia basata sulla chimica), Ronzier e Parmentier, e i lavori del Verri e del Dandolo. Ruolo decisivo fu svolto dall Accademia dei Georgofili che, nata nel 1753, rivolse fin da subito attenzione alla vitivinicoltura toscana, offrendo informazione scientifica ma anche consigli pratici per migliorare la qualità dei vini e la conservazione degli stessi, nell ottica di una politica di modernizzazione dell agricoltura toscana patrocinata dal giovane granduca Pietro Leopoldo di Lorena. Grazie ad alcuni bandi relativi alla vitivinicoltura e alle opere dei vincitori, Ferdinando Paletti e Cosimo Villafranchi, furono date precise indicazioni su come riottenere vini di qualità e come far fronte al pesante calo di vendite all estero dei vini, spesso adulterati ad opera dei mercanti e spedizionieri. Successivamente le lezioni di Chaptal furono recepite anche da Loenzo Baroni, che, nel 1803, con una memoria dal titolo Del modo di fare il vino di perfetta qualità e di lunga durata letta all Accademia dei Georgofili dimostrava l irrazionalità delle pratiche delle cantine toscane che portava alla produzione di vini che si inacidivano velocemente e obbligava i produttori a produrlo sollecitamente e a basso costo. Occorreva invece riorganizzare le vecchie strutture aziendali e i processi di produzione per riottenere vini di qualità, capaci anche di reggere a lungo per poter essere apprezzati anche dai mercati esteri. È noto che i metodi di vinificazione tradizionali non differivano nella sostanza da quelle descritte per l età tardo medievale, che prevedevano la pratica del governo del vino imbottato tramite le uve scelte, lasciate a fermentare per ventiquattro ore. Ma i riflessi della rivoluzione francese in Toscana, le occupazioni napoleoniche e i forti prelievi fiscali del periodo francese non consentirono ai grandi proprietari investimenti per ammodernare i loro impianti e le loro strutture vinicole, come necessario, a cominciare dalla mutazione del sistema dell alberata, cioè della vite maritata a sostegno vivo, allora il metodo di coltura 22

14 dominante, in impianti costituiti unicamente da filari di viti maritate a sostegno morto. Evidentemente anche il sistema mezzadrile era un ostacolo al passaggio verso una viticoltura più specializzata e processi di vinificazione e commercializzazione più moderni. Nell area aretina del Valdarno Superiore, dove si produceva del buon Trebbiano (Terranova, S. Giovanni) e in alcune aree collinari, le viti erano tenute a palo. Ma nella stragrande maggioranza, sia nella bassa collina che in pianura, dove predominava la coltura promiscua erbaceoarborea, erano diffuse le viti maritate a testucchi, a treccia o a festoni. La drammatica e rapida diffusione a partire dal 1851 dell Oidium, un fungo parassita proveniente dalla Francia che attaccava all inizio dell estate i grappoli dell uva e li rendeva inservibili per la produzione vinicola, colpì duramente l intera penisola e, con la Toscana, le terre d Arezzo. Per anni, la produzione subì notevoli cali, nonostante il reperimento di un efficace rimedio nell utilizzo della polvere di zolfo. Tra il 1870 e il 1873 la produzione regionale di vino si incrementa dell 11% passando da una media di ettolitri ad una media di ettolitri. Dal 1897 al 1901 si ha un ulteriore incremento (30%) fino a raggiungere una media di ettolitri. La superficie vitata di Arezzo con i suoi ettari era seconda solo a quella di Firenze ( ) e produceva la maggior parte dei vini bianchi toscani. Già alla fine dell 800 tuttavia aveva fatto la propria comparsa in Toscana la Phyllossera vastatrix: essa si diffuse dall Isola d Elba a Pitigliano, dal Gaiole in Chianti alle Provinciae di Pisa e di Livorno; poi ancora in provincia di Firenze, nella Lucchesia e nel grossetano. Nel 1930 tutta la provincia di Firenze era dichiarata fillosserata, così come Pisa, Livorno, Pistoia. Solo le province di Arezzo e Massa Carrara avevano danni ancora limitati. L esigenza di far fronte alla crisi fillosserica e di procedere alla ricostruzione viticola attraverso l impianto di viti americane e un attesa di almeno venti anni comportava gravi decisioni che contrastavano con l esigenza della modernizzazione dell intero assetto dell agricoltura mezzadrile toscana e con l esigenza di specializzare la viticoltura. Nelle zone aretine e, in particolare, nella zona dei Colli Valdarnesi aretini, si sviluppò una nuova viticoltura specializzata che vide protagonisti quei grandi proprietari decisi a puntare sulla specializzazione viticola delle loro aziende. La provincia di Arezzo partecipa solo con alcune organizzazioni sindacali alla costituzione del Consorzio dei vini tipici toscani così definiti: Chianti, Montalbano, Rufina, Montepulciano, Montalcino, Colli Fiorentini, con relative delimitazioni dei territori di produzione. Nel 1932 un decreto riconosceva le zone di produzione del vino con denominazione del Chianti le zone del Chianti Classico del Montalbano, della Rufina, dei Colli Fiorentini, dei Colli Senesi, dei Colli Aretini e delle Colline Pisane. Il 23 settembre 1942 attraverso un decreto ministeriale si classificarono i vini comuni pregiati e speciali agli effetti della determinazione dei prezzi e modalità del controllo dei prezzi medesimi. Tale decreto, che nominava i vini Chianti dei Colli Fiorentini, della Rufina, di 23

15 Montalbano e dei Colli Senese nonché i vini Chianti dei Colli Aretini e delle Colline Pisane, fece insorgere l intero Consiglio di Amministrazione del Consorzio del Chianti (Gallo). Con la fine del secondo conflitto mondiale e la lenta ricostruzione dei vigneti danneggiati dalla filossera, prende avvio il processo che porta ad un inarrestabile abbandono da parte dei coloni dei poderi, in un quadro di prime lotte sindacali dei mezzadri fino alla legge n. 756 del che proibì la stipula di nuovi contratti mezzadrili e, di fatto, sancì formalmente la fine della mezzadria, base dell attività agricola in Toscana per oltre un millennio. L abbandono dei poderi da parte dei mezzadri fu favorito dai profondi cambiamenti economico-sociali, in particolare dallo sviluppo dell industria e dal terziario; subentrarono inoltre altri fattori: l attrazione dei nuovi centri urbani, il desiderio di svincolarsi dalla famiglia patriarcale, il salario, il trattamento previdenziale offerto dal lavoro dipendente. La necessità di manodopera specializzata poteva essere affrontata solo tramite l avvento della meccanizzazione, ostacolata però sia dalla dispersione e frammentazione fondiaria dei vigneti, poco estesi per appezzamenti sufficientemente grandi da poter utilizzare le macchine agricole, sia dalla predominanza della coltura consociata della vite che, nell aretino, superava addirittura il 90%. La coltura consociata si basava, notoriamente, sull impiego di tutori vivi (per lo più acero campestre detto oppio, loppio, testucchio). In particolare nel Valdarno e nella Valdichiana i tralci venivano lasciati ad una lunghezza tale da poter essere legati con quelli delle viti contigue, formando le cosiddette catene o pinzane. Altri sistemi usati nell aretino erano quello di far sostenere la vite da una grossa branca di castagno, denominata forciglione e quello del sistema di allevamento a volta a botte, costituito da un pergolato sorretto da piedritti di pietra serena, sui quali erano fissati pali di legno o ferri a T. La produzione vincola toscana negli anni 40 e 50 era ancora basata su due grandi fasce: vini eterogenei, poco tipicizzati, destinati al consumo diretto del colono, del coltivatore diretto e vini tradizionalmente apprezzati e noti nei mercati interni e stranieri, come il Brunello di Montalcino o il Vino Nobile di Montepulciano. La tendenza ad un costante decremento della superficie agraria continua nella Toscana segnando, fra il 1960 e il 1990, un 15,5% di decremento. A partire dalla fine degli anni 50 inizia nella viticoltura toscana un profondo rinnovamento e, nel successivo ventennio, si assiste ad una drastica diminuzione della coltura consociata, con un parallelo aumento di quella specializzata, costituita da vigneti strutturati in modo da agevolare l impiego delle macchine per la lavorazione del terreno, la concimazione, i trattamenti fitosanitari, il trasporto dell uva alle cantine, la vendemmia e le potature. Furono abbandonate molte varietà locali, alcune delle quali corsero anche il pericolo di estinzione. Notevoli innovazioni furono introdotte nella tecnica viticola, derivate anche da una intensa attività sperimentale, svolta soprattutto nel settore della 24

16 meccanizzazione, all interno di specifici progetti sperimentali del CNR. In alcune zone, come il Chianti, la diffusione della monocoltura viticola specializzata determinò anche l insorgenza di vari problemi legati al cambiamento del paesaggio agrario. Si introdussero anche sostanziali innovazioni nel settore enotecnico, da parte sia di singoli privati di enti associati, quali in particolare le cantine sociali, che, agli inizi degli anni 80, avevano raggiunto un notevole numero, arrivando a lavorare oltre il 15% dell uva prodotta. Esse svolsero anche in terra di Arezzo un importante ruolo nell evoluzione tecnica della vitivinicoltura, offrendo alle aziende molteplici benefici in termine di migliore qualità, aumento dei prezzi dei vini, razionalizzazione dei commerci, aggiornamento e diffusione di moderne conoscenze di tecnica viticola. Migliorarono anche le condizioni igieniche dei locali e delle attrezzature della cantina, il controllo delle fasi della vinificazione e della conservazione dei vini, l impiego di enzimi e di lieviti selezionati, il controllo della fermentazione malolattica, le tecniche di invecchiamento dei vini, con particolare riguardo ai contenitori in legno pregiato (barriques). Gradualmente la vecchia cantina del mezzadro o della fattoria fu gradualmente sostituita dai moderni impianti delle grandi case vinicole e delle cantine sociali, dirette da personale specializzato in enologia. L introduzione, nel 1963, della denominazione di origine dei vini, ha contribuito in modo positivo alla tutela e alla valorizzazione delle produzioni e, specialmente dagli anni Ottanta, la viticoltura toscana ha offerto ai mercati nazionali ed esteri una serie crescente di vini DOC e DOCG di grande prestigio, di pari passo con un rinnovamento ed una ricostituzione dei vigneti, con aziende gestite imprenditorialmente ed attente soprattutto alla qualità dei vini, nelle quali opera personale specializzato con specifiche competenze nei settori della viticoltura e dell enologia, in linea con le politiche comunitarie, rivolte a diminuire le eccedenze della produzione e ad aumentare la produzione dei vini di elevata qualità. La tradizionale immagine del vino è cambiata; esso non è più relegato a bevanda destinata ai lavoratori manuali o riservata a classi elitarie, bensì bevanda di occasione, esposta in mostre e rassegne, valorizzata in eleganti confezioni e ricche bottiglie finalizzate ad esaltare gli aromi e etichette, regalo per festività, non più confinato a bettole ma destinato ad enoteche, presentato da sommelier, gustato in associazione a particolari pietanze. Grazie ad ultimi interventi come la legge della Regione Toscana (n. 69 del ) con l istituzione delle Strade del Vino, si è inteso ricontestualizzare il vino in una cornice storica, artistica e culturale di un territorio, affinché il turismo non sia meramente enogastronomico, ma ne sappia comprendere anche la rilevante portata culturale. 25

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