EPISTEME. Physis e Sophia nel III millennio. An International Journal of Science, History and Philosophy

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1 EPISTEME Physis e Sophia nel III millennio An International Journal of Science, History and Philosophy N dicembre 2000

2 2 Direttore Responsabile: Euro Roscini Supplemento semestrale ad: Arte in Foglio Pubblicazione registrata presso il Tribunale di Perugia, N. 36/1991 Morlacchi Editore, Piazza Morlacchi 7/9, Perugia - Italy (per ottenere ~ tenere premuto Alt mentre si compone il numero 126 con i simboli numerici nella parte destra della tastiera)

3 3 EPISTEME Physis e Sophia nel III millennio An International Journal of Science, History and Philosophy N dicembre 2000 Informazioni editoriali/editorial Policy Presentazione del volume 1 - Felice Vinci: Omero nel Baltico, p " " : Homer in the Baltic, p Bruno d'ausser Berrau: La Scandinavia e l'africa, p Flavio Barbiero: Relazione fra il calendario perpetuo basato sul ciclo di 128 anni e i calendari centroamericani, p Bruno d'ausser Berrau: Mysteria Latomorum - Uno studio sullo scisma massonico del 1717 e su alcuni aspetti generali di quell'istituzione, p Emilio Spedicato: Numerics of Hebrews Worldwide Distribution around 1170 AD according to Binyamin of Tudela, p Ludwik Kostro: The Evolution of the Notion of Creation in the JudeoChristian Religion, p Alberto Bolognesi: Dalla parte del torto: Tully & Fisher vs Hubble Uno studio critico sul successo della cosmologia del Big-Bang, p. 122 (con un commento su: Fotografare l'inizio, p. 138) 7 - Fabio Cardone: I fondamenti assiomatici delle teorie fisiche, p Giuseppe Cannata: Etere e relatività, p. 159 " " : Electromagnetism in the Ether, p. 171

4 4 Commenti ricevuti: Euro Roscini: Parlare di filosofia (a proposito del saggio di R.V. Macrì), p. 185 Reprints: Louis de Broglie: Le role essentiel de la science pure, p. 195 Stevan Dedijer: The Rainbow Scheme - British Secret Service and Pax Britannica, p. 198 Quirino Majorana: Le teorie di Alberto Einstein, p. 250 Recensioni: Flavio Barbiero, La Bibbia senza segreti, p. 267 [con un contributo di Luciano Tansini: Il nodo dei nodi nella Bibbia - La schiavitù, p. 300; un commento di BdAB: Vero o autentico?, p. 323; due articoli di Antonio Socci: Abramo e Sara erano ariani? / Sulle orme di Mosè - Con Egeria sul "vero" Sinai, p. 330] Italo Orbegiani, Se Dio vuole... (e Chiesa acconsente...) - San Cristoforo Colombo figlio del Papa genovese Innocenzo VIII e uomo mandato dalla Chiesa, p. 338 [con un contributo di Pier Costanzo Brio: Le balle di Colombo, p. 342] Presentazione del prossimo numero * * * * Si informa che il libro di Roberto Germano (vedi il I numero di Episteme), Fusione Fredda - Moderna storia d'inquisizione e di alchimia, è stato pubblicato da Bibliopolis, Napoli, settembre 2000.

5 5 INFORMAZIONI EDITORIALI Episteme è soprattutto una rivista "non convenzionale" on-line, reperibile presso i seguenti siti: Articoli, commenti e altro materiale sono benvenuti, e possono essere presentati per la pubblicazione da parte di ciascuna persona interessata. La spedizione può essere effettuata vuoi a mezzo Internet, a: (inviare eventuali attachments soltanto in formato txt, o doc - si prega di non usare tex! - ed eventuali figure, tabelle, etc. in formato jpg), vuoi facendo pervenire un dischetto tramite posta ordinaria, all'indirizzo: Episteme, Dipartimento di Matematica, Università, Perugia - Italy. Respingendo ogni forma di "monopolio linguistico", Episteme intende mantenersi plurilingue, pertanto i lavori potranno essere redatti in qualsiasi (quasi!) lingua, vale a dire Francese, Inglese, Italiano, Spagnolo, Tedesco (etc.?!). L'accettazione degli articoli è decisa dagli organizzatori - in base alla conformità con i criteri della rivista - i quali ne informeranno in modo tempestivo i proponenti, riservandosi eventualmente di acquisire pareri da parte di noti esperti (le opinioni ricevute saranno nel caso rese note agli interessati), e/o di chiedere agli autori chiarimenti o modifiche. Il materiale ricevuto anche se non pubblicato non si restituisce. ----"Episteme" è in generale un "progetto culturale", che non ha fini di lucro, e non è finanziato da alcun ente, pubblico o privato. Gli organizzatori se ne ripartiscono le spese secondo le personali momentanee disponibilità. Sovvenzioni per tenere in vita l'iniziativa sono ovviamente ben gradite, e

6 6 possono essere inviate via vaglia postale o assegno (intestati ad Episteme) al sopra citato indirizzo. Oltre alla diffusione on-line, si produce anche un certo numero di copie cartacee della rivista, tra l'altro per distribuirle, a cura e spese degli organizzatori, presso Biblioteche, Istituzioni, etc.. Tali copie potranno essere ottenute da singoli rivolgendone specifica richiesta agli indirizzi sopra menzionati, al prezzo di L o cadauna (a seconda del numero delle pagine: per esempio, poiché il II numero consta di circa 350 pagine, il prezzo di questo volume sarà di L ). Detta somma va intesa esclusivamente quale rimborso spese di stampa, rilegatura e spedizione postale, e come contributo generale per la gestione e il mantenimento in vita del progetto. Si ringraziano pertanto in anticipo coloro che vorranno chiedere la versione stampata della rivista (si informa che sono ancora disponibili alcune copie del N. 1, a L ). Il file formato doc relativo ad ogni volume, o a singoli articoli, può essere ricevuto gratuitamente, richiedendolo presso l'indirizzo dianzi specificato, e verrà inviato al più presto sotto forma di attachment. EDITORIAL POLICY Episteme is mostly an on-line publication, but it does produce even printed copies. In order to obtain some of these (about 15$ each), a request should be sent to the editor, at one of the addresses indicated below. Episteme is interested in publishing papers which illustrate uncommon points of view - that is to say, which do not usually appear in other academical Journals - in Science, History and Philosophy. Since Episteme is thought of as a multi-linguistic Journal, papers are accepted and possibly published in Deutsch, French, English, Italian, Spanish (etc.?!). Episteme will communicate to contributors as soon as possible whether submitted papers are in agreement with the Journal's criteria, or not. Files of the papers, in doc or txt format (please avoid tex!), together with possible illustrations in jpg format, should be sent either by attachment, to: or by diskette, through ordinary mail, to: Episteme, Dipartimento di Matematica, Università, Perugia - Italy. Episteme can be found at the following websites:

7 7 PRESENTAZIONE DEL VOLUME Presentiamo con non celato orgoglio un nuovo numero di Episteme, puntuale all'appuntamento con i lettori, nonostante le numerose difficoltà, di natura non soltanto economica ed organizzativa, che ne hanno accompagnato la nascita. Infatti, qualche divergenza ideologica ha purtroppo allontanato alcuni dei primitivi "fondatori" della rivista, fortunatamente presto sostituiti da altri non meno validi collaboratori. Il loro apporto ha permesso di andare comunque avanti rispettando i tempi, ma soprattutto di conservare le caratteristiche ideali della pubblicazione: essa rimane sempre disponibile ad ospitare ogni sincera e seria ricerca di "frammenti di verità", senza aprioristici schieramenti di parte (ovviamente legittimi per chi ha il privilegio di sapere già cosa sia vero e cosa no), e conseguenti atteggiamenti censorî. Passiamo rapidamente a commentare i contenuti del presente fascicolo, ancora più ricco in pagine - ma, si spera, non soltanto! - del primo. Felice Vinci ci conduce, con il suo straordinario "Omero nel Baltico" del quale viene presentata pure una versione in inglese, che non consiste però in una semplice traduzione dell'articolo originale - nei misteri della protostoria, e gli fa eco l'ormai cooperatore fisso Bruno d'ausser Berrau, della cui estrema competenza in fatto di "studi tradizionali" il lettore potrà giovarsi ancora, in relazione stavolta all'importante tema delle origini della massoneria. Cominciamo poi a conoscere un altro intelligente studioso "non integrato", Flavio Barbiero, grazie a certe sue acute considerazioni relative alla "misura del tempo" presso popoli antichi, ma soprattutto attraverso l'ampia presentazione che viene in seguito offerta - nella rubrica "Recensioni" - della sua opera La Bibbia senza segreti, una delle "pietre dello scandalo" cui si accennava sopra. La delicatezza del tema ha consigliato di illustrare la questione sotto diversi punti di vista, sicché la recensione "principale" è accompagnata da un commento di Bruno d'ausser Berrau, e da contributi di Luciano Tansini e Antonio Socci, che si ringraziano vivamente. Si auspicano, è naturale, ulteriori interventi, che potranno essere pubblicati nei prossimi numeri, eventualmente nella rubrica "Commenti Ricevuti", che qui si inaugura con un commento di Euro Roscini alla "filosofia cattolica" di Rocco Vittorio Macrì (esposta nell'esteso saggio con cui si apriva lo "storico" primo numero di Episteme).

8 8 I lettori ritroveranno nuovamente Emilio Spedicato, il quale continua le sue indagini sulla storia primitiva dell'umanità, occupandosi di uno scritto assai poco conosciuto di Beniamino da Tudela (questa sarà la base per sue successive speculazioni che la nostra rivista spera di poter presto portare all'attenzione del pubblico), mentre il noto fisico e filosofo polacco Ludwik Kostro ci racconta dell'evoluzione del concetto di "creazione" nella religione ebraico-cristiana. La sezione scientifica si apre con uno studio contro-corrente di Alberto Bolognesi, che indaga con acume critico, fruibile anche da parte di non "specialisti", uno dei miti fondatori dell'astrofisica moderna, ovvero la teoria del Big-Bang. Prosegue il fisico Fabio Cardone, con alcune riflessioni sui fondamenti assiomatici delle teorie fisiche, e chiude un altro fisico, il palermitano Giuseppe Cannata, con considerazioni assolutamente fuori di moda sulla teoria dell'etere, le quali però, più che un residuo di concezioni irrimediabilmente passate, potrebbero considerarsi invece l'inizio di una rinnovata attenzione su temi che la "filosofia naturale" del XX secolo ha, non si sa quanto avvedutamente, accantonato. Pure in questo caso, va detto che il contributo in inglese non è una traduzione di quello in italiano. La rubrica fissa "Reprints" ospita prima di tutto delle brevi e sorprendentemente attuali meditazioni del premio Nobel Louis de Broglie, mentre Stevan Dedijer ci porta, con un'affascinante indagine indiziaria, ad investigare i "misteri" delle origini della modernità, singolarmente esaminate sotto il profilo di un'operazione di "intelligence". Si introduce così la questione dello "spionaggio", e della sua funzione nella sicurezza e nella forza di una nazione, un elemento che, ancorché scarsamente tenuto in conto nelle usuali trattazioni storiche, presenta invece grande interesse anche per la comprensione di episodi essenziali della storia contemporanea. Non a caso nel lungo saggio, che non può naturalmente fare a meno di evidenziare il ruolo dell'inghilterra - paese una volta "small, on the edge of the civilized world, weak, almost bankrupt" - e della prodigiosa intelligenza "applicativa" di Francesco Bacone, si arriva a fare riferimento alla II guerra mondiale. La redazione desidera ringraziare esplicitamente Giorgio Iacuzzo per l'appassionata pagina di presentazione del suo amico, fisico e "spia". Chiude la rubrica un articolo di Quirino Majorana sulle teorie di Albert Einstein, ulteriore omaggio di Episteme ai portatori di un pensiero originale, libero dai condizionamenti imposti dallo "spirito dei tempi". Detto già di Flavio Barbiero, e della calorosa discussione generata dal suo studio biblico, il volume termina con un cenno alla "questione

9 9 colombiana" (argomento sul quale si intende in futuro ritornare), attraverso una recensione di un libro di Italo Orbegiani. Si segnalano in particolare le spiritose pagine sulla storia "ortodossa" presentate da un altro studioso indipendente, Pier Costanzo Brio, che si auspica di avere ancora prossimamente tra gli autori della rivista, in relazione a qualcuna delle sue tante non comuni ricerche. Non resta che augurare buona lettura, e dire arrivederci in primavera (21 aprile) con il prossimo numero, che faremo ogni sforzo per mantenere all'altezza di quello presente, (UB) * * * * Episteme ringrazia per le seguenti riviste pervenute: Algiza, Rivista di studi sulla Tradizione e il Fantastico, Bollettino interno del Centro Studi La Runa, c/o Alberto Lombardo, Via Ri Alto 5, Chiavari (Genova) Altra Scienza, Rivista sulla Free Energy e sui protagonisti di ricerche e visioni del mondo alternative, c/o Franco Malgarini, via di Boccea 302, Roma Avallon, L'uomo e il sacro, c/o Il Cerchio Iniziative Editoriali, via Gambalunga 91, Rimini - Foundations of Science, c/o Common Sense Science, PO Box 1013, Kennesaw, GA USA Krisis, Revue d'idées et de débats, 5 rue Carrière-Mainguet - F Paris Directeur: Alain de Benoist Nova Astronautica, Organo ufficiale dell'asps, Associazione Sviluppo Propulsione Spaziale, c/o Emidio Laureti, via Nino Martoglio 22, Roma - Quaderni di Parapsicologia, c/o Centro Studi Parapsicologici, Via Valeriani 39, Bologna -

10 10 OMERO NEL BALTICO (Felice Vinci) Sin dai tempi antichi la geografia omerica ha dato adito a problemi e perplessità: la coincidenza tra le città, le regioni, le isole descritte, spesso con dovizia di dettagli, nell'iliade e nell'odissea ed i luoghi reali del mondo mediterraneo, con cui una tradizione millenaria le ha sempre identificate, è spesso parziale, approssimativa e problematica, quando non dà luogo ad evidenti contraddizioni: ne troviamo vari esempi in Strabone, il quale tra l'altro si domanda perché mai l'isola di Faro, ubicata proprio davanti al porto di Alessandria, da Omero venga invece inspiegabilmente collocata ad una giornata di navigazione dall'egitto. Così l'ubicazione di Itaca, data dall'odissea in termini molto puntuali - secondo Omero è la più occidentale di un arcipelago che comprende tre isole maggiori: Dulichio, Same e Zacinto - non trova alcuna corrispondenza nella realtà geografica dell'omonima isola nel mar Ionio, ubicata a nord di Zacinto, ad est di Cefalonia e a sud di Leucade. E che dire del Peloponneso, descritto come una pianura in entrambi i poemi? Insomma la geografia omerica fa riferimento ad un contesto del quale conosciamo bene la toponomastica, ma che, nel contempo, se confrontato con la realtà fisica del mondo greco, presenta incomprensibili anomalie, rese ancor più evidenti dalla loro stessa coerenza interna: ad esempio, quello "strano" Peloponneso appare pianeggiante non saltuariamente, ma sistematicamente, e Dulichio, l'isola "Lunga" ("dolichòs" in greco) situata da Omero nei pressi di Itaca ma inesistente nel Mediterraneo, viene menzionata più volte, anche nell'iliade. Si configura in tal modo un universo sostanzialmente chiuso e inaccessibile, al di là di qualche parziale congruenza e nonostante la familiarità dei nomi, la quale rischia di diventare un elemento più fuorviante che utile alla soluzione del problema. Una possibile chiave per penetrare finalmente in questa singolare realtà geografica ce la fornisce Plutarco, il quale in una sua opera, il De facie quae in orbe lunae apparet, fa un'affermazione sorprendente: l'isola Ogigia, dove la dea Calipso trattenne a lungo Ulisse prima di consentirgli il ritorno ad Itaca, è situata nell'atlantico del nord, "a cinque giorni di navigazione dalla Britannia". Partendo da tale indicazione e seguendo la rotta verso est, indicata nel V libro dell'odissea, percorsa da Ulisse dopo la sua partenza dall'isola (identificabile con una delle Färöer, tra le quali si

11 11 riscontra un nome curiosamente "grecheggiante": Mykines), si riesce subito a localizzare la terra dei Feaci, la Scheria, sulla costa meridionale della Norvegia, in un'area in cui abbondano i reperti dell'età del bronzo. Qui, al momento dell'approdo di Ulisse nella terra dei Feaci, si verifica una sorta di "miracolo": il fiume (dove il giorno successivo il nostro eroe incontrerà Nausicaa) ad un certo punto inverte il senso della corrente ed accoglie il naufrago all'interno della sua foce. Tale fenomeno, incomprensibile nel Mediterraneo, sembra attestare proprio una localizzazione nordatlantica, dove in effetti l'alta marea produce la periodica inversione del flusso negli estuari (nel Tamigi la risalita dell'onda di marea, che favorisce l'ingresso delle navi nel porto, proprio come accade ad Ulisse, è di molti chilometri). Inoltre, nell'antica lingua nordica "skerja" significava "scoglio". Da qui, con un viaggio relativamente breve il nostro eroe fu poi accompagnato ad Itaca, situata, secondo Omero, all'estremità occidentale di quell'arcipelago su cui il poeta ci fornisce tanti particolari, estremamente coerenti fra loro ma totalmente incongruenti con le Isole Ionie: ora, una serie di precisi riscontri consente di individuare nel Baltico meridionale un gruppo di isole danesi che vi corrisponde in ogni dettaglio. Le principali infatti sono proprio tre: Langeland (l'"isola Lunga": ecco svelato l'enigma della misteriosa Dulichio), Ærø (la Same omerica, anch'essa collocata esattamente secondo le indicazioni dell'odissea) e Tåsinge (l'antica Zacinto). L'ultima isola dell'arcipelago verso occidente, "là, verso la notte", ora chiamata Lyø, è proprio l'itaca di Ulisse: essa, a differenza della sua omonima greca, coincide in modo stupefacente con le indicazioni del poeta, non solo per la posizione, ma anche per le caratteristiche topografiche e morfologiche. E nel gruppo si ritrova persino l'isoletta, "nello stretto fra Itaca e Same", dove i pretendenti si appostarono per tendere l'agguato a Telemaco. Inoltre, ad oriente di Itaca e davanti a Dulichio giaceva una delle regioni del Peloponneso, che a questo punto si identifica facilmente con la grande isola danese di Sjælland: ecco la vera "Isola di Pelope", nell'autentico significato del termine. Il Peloponneso greco invece, situato in posizione corrispondente nell'egeo, malgrado la sua denominazione non è un'isola: questa contraddizione, inspiegabile se non si ammette una trasposizione di nomi, è molto significativa. Ma c'è di più: sia i particolari, riportati dall'odissea, del rapido viaggio in cocchio di Telemaco da Pilo a Lacedemone lungo una "pianura ferace di grano", sia gli sviluppi della guerricciola tra Pili ed Epei raccontata da Nestore nell'xi libro dell'iliade, da sempre considerati incongruenti con la tormentata orografia della

12 12 Grecia, si inseriscono alla perfezione nella realtà della pianeggiante isola danese. Cerchiamo ora la regione di Troia. L'Iliade la situa lungo l'ellesponto, sistematicamente descritto come un mare "largo" o addirittura "sconfinato"; è pertanto da escludere che possa trattarsi dello Stretto dei Dardanelli, dove giace la città trovata da Schliemann, la cui identificazione con la Troia omerica d'altronde continua a suscitare forti perplessità: pensiamo alla critica che ne ha fatto il Finley nel suo Il mondo di Odisseo. Ora, lo storico medioevale danese Saxo Grammaticus nelle sue Gesta Danorum menziona in più occasioni un singolare popolo di "Ellespontini", nemici dei Danesi, e un "Ellesponto" curiosamente situato nell'area del Baltico orientale: che si tratti dell'ellesponto omerico? Esso potrebbe identificarsi con il Golfo di Finlandia, il corrispondente geografico dei Dardanelli; poiché d'altra parte Troia, secondo l'iliade, era ubicata a nordest del mare (altro punto a sfavore del sito di Schliemann), per la nostra ricerca è ragionevole orientarci verso un'area della Finlandia meridionale, là dove il Golfo di Finlandia sbocca nel Baltico. E proprio qui, in una zona circoscritta ad occidente di Helsinki, s'incontrano numerosissime località i cui nomi ricordano in modo impressionante quelli dell'iliade, ed in particolare gli alleati dei Troiani: Askainen (Ascanio), Reso (Reso), Karjaa (Carii), Nästi (Naste, capo dei Carii), Lyökki (Lici), Tenala (Tenedo), Kiila (Cilla), Kiikoinen (Ciconi) e tanti altri. Vi è anche una Padva, che richiama la nostra Padova, la quale secondo la tradizione venne fondata dal troiano Antenore (e gli Eneti o Veneti, che Tacito nella Germania menziona accanto ai Finni, nell'iliade vengono enumerati fra gli alleati dei Troiani); inoltre i toponimi Tanttala e Sipilä - sul monte Sipilo fu sepolto il mitico re Tantalo, famoso per il celebre supplizio - indicano che il discorso non è circoscritto alla sola geografia omerica, ma sembra estendersi all'intero mondo della mitologia greca. E Troia? Proprio al centro della zona così individuata, in una località, a mezza strada fra Helsinki e Turku, le cui caratteristiche corrispondono esattamente a quelle tramandate da Omero - l'area collinosa che domina la vallata con i due fiumi, la pianura che scende verso la costa, le alture alle spalle - scopriamo che la città di Priamo è sopravvissuta al saccheggio e all'incendio da parte degli Achei ed ha conservato il proprio nome quasi invariato sino ai nostri giorni: Toija, così si chiama attualmente, è ora un pacifico villaggio finlandese, rimasto per millenni ignaro del proprio glorioso e tragico passato. Varie visite in loco, a partire dall'11 luglio 1992, hanno confermato le straordinarie corrispondenze delle descrizioni dell'iliade con il territorio attorno a Toija, dove per di più si riscontrano

13 13 eloquenti tracce dell'età del bronzo. Addirittura, in direzione del mare, il nome della località di Aijala ricorda la "spiaggia" ("aigialòs") dove gli Achei avevano tratto in secca le loro navi (Il. XIV, 34). Tali corrispondenze si estendono anche alle aree adiacenti: sulla costa svedese antistante, 70 chilometri a nord di Stoccolma, si affaccia la baia di Norrtälje, lunga e relativamente stretta, le cui caratteristiche rimandano alla Aulide omerica, da dove mosse la flotta achea diretta a Troia; attualmente dalla sua estremità partono i traghetti per la Finlandia, ricalcando la stessa rotta: essi transitano davanti all'isola Lemland, il cui nome ricorda l'antica Lemno, dove gli Achei fecero tappa e abbandonarono l'eroe Filottete; a sua volta, la vicina Åland, la maggiore dell'omonimo arcipelago, probabilmente coincide con Samotracia, mitica sede dei misteri della metallurgia. L'attiguo Golfo di Botnia a questo punto è facilmente identificabile con l'omerico Mar Tracio; e, riguardo alla Tracia, che il poeta colloca al di là del mare rispetto a Troia, in direzione nord-ovest, essa giaceva lungo la costa della Svezia centro-settentrionale e nel suo entroterra. Più a sud, oltre il Golfo di Finlandia, la posizione dell'isola Hiiumaa, situata dirimpetto alla costa dell'estonia, corrisponde esattamente a quella dell'omerica Chio, che l'odissea pone sulla rotta del rientro in patria della flotta achea dopo la guerra. Insomma, oltre alle caratteristiche morfologiche del territorio, anche la collocazione geografica di questa Troade finnica "calza a pennello" con le indicazioni della mitologia; e così si spiega finalmente perché sui combattenti nella pianura di Troia cali spesso una "fitta nebbia" ed il mare di Ulisse non sia mai quello splendente delle isole greche, ma appaia sempre "livido" e "brumoso": nel mondo cantato da Omero si avvertono le asprezze tipiche dei climi nordici. Dovunque vi si riscontra una meteorologia tutt'altro che mediterranea, con nebbia, vento, freddo, pioggia, neve - quest'ultima anche in pianura e perfino sul mare - mentre il sole, e soprattutto il caldo, sono pressoché assenti: in quello che, secondo la tradizione, dovrebbe essere un torrido bassopiano dell'anatolia, il tempo è quasi sempre perturbato, al punto che i combattenti, ricoperti di bronzo, arrivano addirittura ad invocare il sereno durante la battaglia! D'altronde, a tale contesto è perfettamente adeguato l'abbigliamento dei personaggi omerici, tunica e "folto mantello", che non lasciano mai, neppure durante i banchetti: esso trova un preciso riscontro nei resti di abiti ritrovati nelle antiche tombe danesi. Inoltre questa collocazione così settentrionale spiega la macroscopica anomalia della grande battaglia che occupa i libri centrali dell'iliade, con due mezzogiorni (XI, 86; XVI, 777) e una notte interposta (XVI, 567), durante la quale i combattimenti non s'interrompono per il

14 14 buio, il che nel mondo mediterraneo appare incomprensibile: invece è il chiarore notturno, tipico delle alte latitudini nei giorni attorno al solstizio estivo, che consente alle truppe fresche guidate da Patroclo di continuare a combattere fino al giorno successivo, senza un attimo di tregua. Questa chiave di lettura consente finalmente di ricostruire tutto lo svolgimento della battaglia in modo perfettamente logico e coerente, senza le perplessità e le forzature delle attuali interpretazioni; inoltre, da un passo dell'iliade si riesce persino a evincere il nome greco del fenomeno della "notte chiara", peculiare delle regioni situate a ridosso del Circolo polare: è un vero e proprio "fossile linguistico" che l'epos omerico ha fatto sopravvivere allo spostamento degli Achei nel sud dell'europa. Notiamo ancora che, in base alle descrizioni di Omero, le mura di Troia appaiono alla stregua di una rustica palizzata di tronchi e pietre; insomma, più che le poderose fortificazioni micenee, esse ricordano gli arcaici recinti in legno degli insediamenti nordici (tali furono ad esempio le mura del Cremlino fino al XV secolo). Prendiamo adesso in esame il cosiddetto Catalogo delle navi del II libro dell'iliade, che riporta l'elenco delle 29 flotte achee partecipanti alla guerra di Troia con i loro comandanti e le località di provenienza: si può verificare che esso si snoda seguendo punto per punto la geografia delle coste baltiche in senso antiorario, a partire dalla Svezia centrale fino alla Finlandia; in tal modo, utilizzando anche le altre notizie fornite dai due poemi, è possibile ricostruire integralmente il mondo degli Achei attorno al mar Baltico, dove, come ci attesta l'archeologia, nel secondo millennio a.c. fioriva una splendida età del bronzo. Nel nuovo contesto geografico tutto l'universo di Omero e della mitologia greca finalmente ci si rivela in tutta la sua stupefacente coerenza: ad esempio, seguendo la scansione del Catalogo localizziamo subito la Beozia, corrispondente a quella parte del territorio della Svezia in cui si trova Stoccolma: è possibile in tal modo individuare la Tebe di Edipo ed il mitico monte Nisa (mai identificato nel mondo greco), dove il piccolo Dioniso venne allevato dalle Iadi; l'eubea omerica coincideva con l'attuale isola di Öland, parallela alla costa svedese, in posizione analoga alla sua corrispondente mediterranea; l'atene della mitologia, patria di Teseo, giaceva nel territorio dell'attuale Karlskrona, nella Svezia meridionale (ecco perché Platone nel dialogo Crizia la colloca in una pianura ondulata ricca di fiumi, totalmente estranea all'aspra morfologia della Grecia); nella pianeggiante isola Sjælland, il "Peloponneso" omerico, si ritrovano i regni degli Atridi e l'arcadia, nonché il fiume Alfeo e la Pilo del re Nestore, la cui ubicazione nel Peloponneso veniva considerata un rompicapo già dagli

15 15 antichi Greci: anche in questo caso, la localizzazione nordica risolve d'incanto problemi millenari. E, a questo punto, il Catalogo si raccorda con l'area dell'arcipelago di Itaca, già identificato a partire dai dati dell'odissea: è così possibile verificare la perfetta congruenza dei dati forniti dai due poemi, una volta calati nel contesto baltico. In particolare, gli antichi Etoli dovevano corrispondere agli Juti medievali, come ci attesta non solo la loro collocazione nella sequenza del Catalogo, ma anche l'identificazione delle loro città, Pilene e Calidone, con le attuali Plön e Kiel. E la "vasta terra" di Creta, con "cento città", solcata da fiumi e mai chiamata isola da Omero? Essa corrisponde all'attuale regione della Pomerania, nel Baltico meridionale, distesa fra la costa tedesca e quella polacca; così si spiega perché nella ricca produzione pittorica della cosiddetta civiltà minoica, fiorita nella Creta egea, non si riscontrino tracce della mitologia greca ed anche le raffigurazioni di navi siano scarsissime. Sarebbe inoltre suggestivo ipotizzare una relazione tra il nome "Polska" e i Pelasgi, mitici abitanti di Creta. A questo punto è facile identificare anche Naxos, dove Teseo lasciò Arianna nel suo viaggio di ritorno da Creta verso Atene: è l'isola Bornholm, situata tra la Polonia e la Svezia, dove il toponimo Neksø ricorda tuttora l'antico nome. Scopriamo altresì che il "fiume Egitto" dell'odissea probabilmente coincideva con l'attuale Vistola: ecco dunque la vera origine del nome attribuito dai Greci alla terra dei Faraoni, chiamata "Kem" nella lingua locale. E così si spiega subito l'incongruenza sulla posizione della Tebe egizia, che l'odissea colloca nei pressi del mare: evidentemente la capitale dell'antico Egitto, situata sul Nilo a molte centinaia di chilometri dalla costa e denominata originariamente Wò'se, venne ribattezzata dagli Achei discesi nel Mediterraneo col nome della città baltica. Invece la Tebe omerica forse corrisponde all'attuale Tczew, presso la foce della Vistola, di fronte a cui, nel centro del Baltico, l'isola Fårö ricorda la Faro dell'odissea, situata ad una giornata di navigazione dall'"egitto": in tal modo si risolve un altro dei problemi che tormentavano il povero Strabone. D'altronde, anche le fisionomie di città achee come Micene o Calidone, quali emergono dalle descrizioni di Omero, appaiono completamente diverse dalle loro omonime sul suolo greco (in particolare, una serie di indizi inducono a ritenere che la posizione della Micene omerica coincidesse con quella dell'attuale Copenaghen). Il Catalogo delle navi ora tocca le repubbliche baltiche: in particolare, l'ellade doveva trovarsi sulla costa dell'attuale Estonia (dunque stava affacciata sull'antico Ellesponto, il "mare di Helle", l'attuale Golfo di

16 16 Finlandia): qui gli studiosi riscontrano leggende che presentano suggestivi paralleli con la mitologia greca. La vicina Ftia, patria di Achille, giaceva tra le fertili colline dell'estonia sud-orientale, a cavallo del confine con la Lettonia, e si estendeva anche sull'adiacente territorio della Russia, fino al fiume Velikaja e al lago di Pskov. Successivamente, procedendo nella scansione, si arriva alla costa finlandese affacciata sul golfo di Botnia, dove troviamo una Jolkka che ci ricorda Iolco, la mitica città di Giasone. Più a settentrione, è possibile localizzare anche la regione dell'olimpo, lo Stige e la Pieria: la collocazione di quest'ultima, a nord del Circolo polare, è confermata da un'apparente anomalia astronomica, legata alle fasi della Luna, riscontrata nell'inno omerico a Hermes e che si può spiegare soltanto con l'alta latitudine. Ancora più remota, sulle gelide coste della Carelia russa, era la zona delle "Case dell'ade", visitate da Ulisse, i cui viaggi rappresentano l'ultimo vestigio di antichissime rotte preistoriche, risalenti ad un'epoca caratterizzata da un clima molto diverso da quello attuale. Ecco, dunque, il "segreto" racchiuso nei poemi omerici e finora mai svelato: il teatro della guerra di Troia e delle altre vicende della mitologia greca non fu il Mediterraneo, ma il mar Baltico, sede primitiva dei biondi "lunghichiomati" Achei, riguardo ai quali esiste già la tendenza a considerarli provenienti dal settentrione, sulla base di una serie di testimonianze archeologiche raccolte sui siti micenei in Grecia. A tale riguardo il prof. Martin P. Nilsson, eminente studioso ed archeologo svedese, nel suo famoso Homer and Mycenae riporta numerose, e significative, prove che attestano l'origine nordica di quel popolo: ad esempio la presenza, nelle più antiche tombe micenee in Grecia, di grandi quantità di ambra (che invece scarseggia sia nelle sepolture più recenti, sia in quelle minoiche a Creta); l'impronta prettamente nordica della loro architettura (il "megaron" miceneo "è identico alla sala degli antichi re scandinavi"); la "impressionante somiglianza" di alcune lastre di pietra provenienti da una tomba di Dendra "con i menhir conosciuti dall'età del bronzo dell'europa centrale"; i crani di tipo nordico trovati nella necropoli di Kalkani e così via. D'altro canto, in certi reperti dell'archeologia scandinava, ed in particolare nelle figure incise sulle lastre del tumulo di Kivik, in Svezia, sono state riscontrate rimarchevoli affinità con i modelli dell'arte egea, al punto da indurre qualche studioso del passato ad ipotizzare che quel monumento fosse opera dei Fenici. Inoltre, un significativo indizio della presenza degli Achei nel nord dell'europa è costituito da un graffito miceneo ritrovato nel complesso megalitico di Stonehenge, in Inghilterra meridionale, insieme con altre tracce, riscontrate

17 17 dagli archeologi sempre nella stessa area ("cultura del Wessex"), di epoca precedente all'inizio della civiltà micenea in Grecia: a tale proposito, ricordando che le isole britanniche sono state un importante centro di produzione dello stagno sin dall'antichità, potrebbe essere significativo un accenno dell'odissea ad un mercato dei metalli dove si scambiava il ferro col bronzo, ubicato oltremare e chiamato "Temesa", nome ricollegabile a quello del Tamigi (denominato "Tamesis" o "Tamensim" dagli antichi cronisti). Quanto a Ulisse, vi sono singolari convergenze tra la sua figura e quella di Ull, guerriero ed arciere della mitologia nordica; inoltre, lungo le coste e le isole del mar di Norvegia, attraversato dalla Corrente del Golfo identificabile con il mitico "fiume Oceano" - troviamo molti suggestivi riscontri alle sue celebri avventure, le quali traggono probabilmente origine da racconti di marinai e da elementi del folklore locale, trasfigurati dalla fantasia del poeta e resi poi irriconoscibili dalla trasposizione in un contesto totalmente diverso. Esse in definitiva si rivelano l'estremo ricordo di antiche rotte oceaniche dei navigatori dell'età del bronzo: i riferimenti geografici forniti da Omero ci consentono di ricostruirle puntualmente. Per di più, certi fenomeni in apparenza incomprensibili - quali le Rupi Erranti, il canto delle Sirene, il gorgo di Cariddi o le danze dell'aurora nell'isola di Circe - una volta ricondotti alla loro originaria dimensione atlanticosettentrionale trovano immediatamente una spiegazione. Addio Grecia, addio mare Mediterraneo! In ogni caso, all'epoca in cui sono ambientati i poemi omerici doveva essere ormai prossimo al tracollo un periodo caratterizzato da un clima eccezionalmente caldo, durato per millenni: è accertato infatti che il cosiddetto "optimum climatico post-glaciale", con temperature che nell'europa del nord furono molto superiori a quelle attuali, raggiunse l'acme verso il 2500 a.c. (fase "atlantica" dell'olocene) e iniziò a declinare attorno al 2000 (quando comincia la fase "sub-boreale"), fino ad esaurirsi completamente qualche secolo dopo. Fu probabilmente questo il motivo che ad un certo punto indusse gli Achei a trasferirsi nel Mediterraneo (scendendo, forse, per il fiume Dnepr verso il mar Nero, come molti secoli dopo avrebbero fatto i Vichinghi, la cui cultura presenta singolari affinità con quella achea): qui essi diedero origine alla civiltà micenea, notoriamente non autoctona della Grecia, la quale fiorì a partire dal XVI secolo a.c., in buon accordo quindi con le indicazioni climatiche. Il discorso potrebbe essere altresì ricondotto alla questione più generale dell'origine della famiglia indoeuropea, di cui i Micenei facevano parte, tenuto conto del fatto che il loro insediamento in Grecia fu pressoché

18 18 contemporaneo a quello degli Hittiti in Anatolia, degli Arii in India e dei Cassiti in Mesopotamia (per non parlare degi Hyksos in Egitto, a cui alcuni studiosi attribuiscono pure una provenienza indoeuropea, e dei Tocari nel Turkestan, riguardo ai quali va considerato che l'origine dell'età del bronzo in Cina risale sempre alla stessa epoca). Insomma, alla base della diaspora degli Indoeuropei, a partire da una possibile patria originaria nordica, potrebbe essere stato il tracollo del clima nell'europa settentrionale a partire dall'inizio del secondo millennio a.c.. D'altronde, già alla fine dell'ottocento il colto bramino indiano B.G. Tilak aveva ipotizzato (The arctic home in the Vedas) l'origine artica degli antichi Arii, "cugini" degli Achei omerici, sulla base dell'antico calendario vedico, che prevedeva un periodo di sole continuo ed uno di notte perenne, intervallato da "albe rotanti" (alla cui presenza l'odissea allude nell'isola di Circe. Sempre il Tilak in Orione dimostra che la primitiva civiltà aria risaliva al cosiddetto "periodo orionico", allorché l'equinozio di primavera ha luogo in tale costellazione; ora, effettivamente ciò avveniva tra il 4000 ed il 2500 a.c., in corrispondenza con l'"optimum climatico", allorché la mitezza del clima rendeva abitabili anche le regioni artiche (le foreste di latifoglie si estendevano fino al Circolo Polare e la tundra, cioè il deserto gelato dell'artide, era scomparsa anche nelle estreme regioni settentrionali). D'altronde nelle primitive tradizioni indoeuropee, quali l'avesta iranico e l'edda nordica, si parla esplicitamente del tracollo del paradiso primordiale a causa del gelo di un terribile inverno. Notiamo anche che, secondo certe datazioni, gli Olmechi arrivarono sulle coste del Golfo del Messico all'incirca nello stesso periodo: si potrebbe supporre che essi provenissero da qualche zona artica dell'america Settentrionale, dove sarebbero stati in contatto con la civiltà proto-indoeuropea attraverso il Mare Artico (che allora non gelava) e scesero verso il Messico quando la loro patria divenne inabitabile. Tornando al contesto baltico, dall'esame delle sue caratteristiche emerge un quadro straordinariamente congruente con la geografia omerica e, più in generale, con l'intero mondo mitologico dell'antica Grecia, al punto di rendere assai improbabile che tutto questo colossale insieme di corrispondenze geografiche, climatiche, toponomastiche e morfologiche - a cui fanno riscontro le clamorose incongruenze della collocazione grecomediterranea - sia da attribuirsi ad un mero gioco del caso; sussiste invece un imponente complesso di elementi tutti perfettamente coerenti fra loro e tali da giustificare l'avvio, sui siti individuati, di ricerche archeologiche basate sui risultati e sulle indicazioni che scaturiscono da questa ricerca. Inoltre, questa ricostruzione del mondo omerico non soltanto rende conto

19 19 delle sue straordinarie corrispondenze con quello baltico-scandinavo, a cui fanno riscontro le assurdità della tradizionale collocazione mediterranea, ma spiega anche il fatto che la civiltà micenea appare diversa - e nettamente più progredita - rispetto a quella omerica: evidentemente il contatto con le raffinate culture mediterranee ne favorì una rapida evoluzione. A tutto ciò va aggiunta la dimensione spiccatamente marinara di cui essa è pervasa (come d'altronde lo è in generale la mitologia greca), il che ben difficilmente si può spiegare con l'ipotesi di una provenienza continentale, mentre trova una splendida conferma in quelle tracce riscontrate in Inghilterra. Fu, insomma, lungo le coste baltiche che si svolsero le vicende narrate da Omero, presumibilmente collocabili nella fase declinante dell'"optimum climatico", verso l'inizio del II millennio a.c., prima dello spostamento degli Achei verso il Mediterraneo e del conseguente sorgere della civiltà micenea in Grecia (ecco perché già nell'antichità classica si era persa qualsiasi notizia attendibile sull'autore, o gli autori, dei due poemi). I migratori portarono con sé epopee e geografia: attribuirono infatti alle varie località in cui si insediarono gli stessi nomi che avevano lasciato nella patria perduta, di cui perpetuarono il retaggio nei poemi omerici e nella mitologia greca (la quale, se da un lato presenta molti punti di contatto con quella nordica, dall'altro, forse in seguito al crollo della civiltà micenea, avvenuto attorno al XII secolo a.c., ha perso il ricordo della grande migrazione dal settentrione, peraltro ampiamente attestata dall'archeologia); inoltre ribattezzarono con i corrispondenti nomi baltici anche le altre regioni dell'area mediterranea, quali la Libia, Creta e l'egitto, generando in tal modo un colossale "equivoco geografico" durato fino ai nostri giorni. Queste trasposizioni vennero agevolate - anzi, forse, suggerite - da una certa analogia tra la configurazione geografica del Baltico e quella dell'egeo: basti pensare alla corrispondenza tra Öland ed Eubea, o tra Sjælland e Peloponneso (dove peraltro, come abbiamo visto, dovettero forzare il concetto di "isola"); il fenomeno venne poi consolidato, nel corso dei secoli, dal progressivo affermarsi dei popoli di lingua greca nel bacino del Mediterraneo, a partire dalla civiltà micenea fino all'epoca ellenistico-romana. Per concludere, la prospettiva così individuata - a cui non manca il requisito popperiano della "falsificabilità" - se da un lato consente di far luce su una serie di problematiche rimaste finora insolute, dall'altro ha già subìto una positiva verifica attraverso i sopralluoghi effettuati sui territori interessati, che ne hanno mostrato la precisa congruenza con le descrizioni omeriche. Pertanto è ormai maturo il tempo di avviare specifiche indagini archeologiche nelle località individuate, "in primis" nel territorio di Toija e

20 20 nell'isola di Lyø, corrispondente ad Itaca sotto tutti gli aspetti, geografici, topografici, morfologici e descrittivi: per di più si tratta di siti archeologicamente assai promettenti. In ogni caso, le concordanze tra i dati forniti dai poemi omerici ed i corrispondenti ambiti geografici dell'europa settentrionale, unitamente alla coerenza del quadro complessivo delineato dalla mitologia greca una volta inserita in quel contesto, sono così straordinarie da non poter essere ignorate o eluse, anche nel caso che le indagini sui siti individuati non dovessero dare esiti favorevoli: esse, comunque, attendono una spiegazione. Qualora poi la tesi emersa da questa ricerca* fosse confortata da riscontri positivi, si aprirebbero nuovi affascinanti orizzonti, di ampiezza incalcolabile, per quanto riguarda non soltanto le indagini sulla protostoria ma, addirittura, le origini e gli sviluppi di tutta la civiltà europea. Inoltre la riscoperta di Omero in chiave nordica potrebbe favorire un diverso approccio - in chiave non più soltanto "economica" ma anche, e soprattutto, "storico-culturale" - all'idea di unità dell'europa e, forse, contribuire alla nascita di un nuovo umanesimo nella cultura dell'occidente. * Esposta nel libro del presente autore, Omero nel Baltico - con la presentazione di Rosa Calzecchi Onesti, grecista e traduttrice dei poemi omerici, e la prefazione di Franco Cuomo, studioso e scrittore pagine, Fratelli Palombi Editori, Roma Felice Vinci è nato nel 1946 a Roma. Ingegnere nucleare, dirigente industriale, socio del Rotary, da sempre è appassionato di mitologia greca. Ha finora pubblicato i saggi Homericus Nuncius (Solfanelli, Chieti 1993), e Omero nel Baltico (Fratelli Palombi, Roma 1995; II ed. 1998).

21 21 HOMER IN THE BALTIC (Felice Vinci) Ever since ancient times, Homeric geography has given rise to problems and uncertainty. The conformity of towns, countries and islands, which the poet often describes with a wealth of detail, with the traditional Mediterranean places is usually only partial or even non-existent. We find various cases in Strabo (Greek geographer and historian, 63 B.C.-23 A.D.), who, for example, cannot understand why the island of Pharos, situated right in front of the port of Alexandria, in the Odyssey unexplainably appears to lie a day's sail from Egypt. There is also the question of the location of Ithaca, which, according to very precise Odyssey's indications, is the westernmost in an archipelago which includes three main islands, Dulichium, Same and Zacynthus. This does not correspond to the geographical reality of the Greek Ithaca in the Ionian Sea, located north of Zacynthus, east of Cephalonia and south of Leucas. And then, what of Peloponnese which is described in both poems as being a plain? In other words, Homeric geography refers to a context with a toponymy with which we are quite familiar, but which, if compared with the actual physical layout of the Greek world, reveals glaring anomalies, which are hard to explain, also considering their consistency throughout the two poems. For example, that "strange" Peloponnese appears to be a plain not sporadically but regularly, and Dulichium, the "Long Island" (in Greek "dolichòs" means "long"), which is located by the Odyssey in the vicinity of Ithaca, is repeatedly mentioned also in the Iliad, but cannot be found in the Mediterranean. Thus we are confronted with a world which appears actually closed and inaccessible, apart from some occasional convergence, although the names are familiar (which, however, tend to be more misleading than helpful in solving the problem). A possible key to finally penetrating this puzzling world is provided by Plutarch (Greek author, A.D.). In his work De facie quae in orbe lunae apparet ("The face that appears in the moon circle"), chap. 26, he makes a surprising statement: the island of Ogygia, (where Calypso held Ulysses back for a long time before allowing him to return to Ithaca) is located in the North Atlantic Ocean, "five days by ship from Britain". Plutarch's indications allow us to identify Ogygia with one of the Faroe Islands (where we also come across an island with a curiously Greek-

22 22 sounding name: Mykines) and, starting from here, the route eastwards, which Ulysses follows (Book V of the Odyssey) in his voyage from Ogygia to Scheria allows us to locate the latter, i.e. the land of the Phaeacians, on the southern coast of Norway, in an area perfectly fitting the account of his arrival, where archaeological traces of the Bronze Age are plentiful. In addition, on the one hand in Old Norse "sker" means a "sea rock", on the other in the narrative of Ulysses's landing Homer introduces the reversal of the river current, which is unknown in the Mediterranean world but is typical of the Atlantic estuaries during flood tide. From here the Phaeacians took Ulysses to Ithaca, located on the far side of an archipelago, which Homer talks about in great detail. At this point, a series of precise parallels makes it possible to identify a group of Danish islands, in the south of the Baltic Sea, which correspond exactly to all Homer's indications. Actually, the South-Fyn Archipelago includes three main islands: Langeland (the "Long Island"; which finally unveils the puzzle of the mysterious island of Dulichium), Aerø (which corresponds perfectly to Homeric Same) and Tåsinge (ancient Zacynthus). The last island in the archipelago, located westwards, "facing the night", is Ulysses's Ithaca, now known as Lyø. It is astonishing how greatly it coincides with the indications of the poet, not only as far as its position is concerned, but also its topographical and morphological characteristics: for example, one can identify the ancient "Phorcys's Harbour" and the "Crow's Rock" (which corresponds to a Neolithic dolmen standing in the west of the island). And here, amongst this group of islands, we can even identify the little island "in the strait between Ithaca and Same", where the Penelope's suitors tried to waylay Telemachus. Moreover, the Elis, i.e. one of the regions of Peloponnese, is described as lying to the east of Ithaca and in front of Dulichium. It is easily identifiable with a part of the large Danish island of Zealand. Therefore, the latter is the original "Peloponnese", i.e. "Pelops's Island", in the real meaning of the word "island" ("nêsos" in Greek)! On the other hand, the Greek Peloponnese (which is located in a similar position in the Aegean Sea, i.e. in its southwestern side) is not an island despite its denomination. This contradiction, which is inexplicable unless we suppose a transposition of the name, is very significant. Furthermore, the details reported in the Odyssey regarding both Telemachus's quick journey by chariot from Pylos to Lacedaemon, along "a wheat-producing plain", and the development of the war between Pylians and Epeans, as narrated by Nestor in Book XI of the Iliad, have always been considered inconsistent with Greece's uneven

23 23 orography. They fit in perfectly, however, with the reality of the flat Danish island. Now let us turn to the region of Troy. In the Iliad it is located along Hellespont which is systematically described as being a "wide" or even "boundless" sea. We can, therefore, exclude the fact that it refers to the Dardanelles, where the city found by Schliemann lies. The identification of this city with Homer's Troy continues to raise strong doubts: we only have to think of Finley's criticism in the World of Odysseus. On the other hand, the Danish Medieval historian Saxo Grammaticus in his Gesta Danorum often mentions a population known as "Hellespontians" and a region called Hellespont, which, strangely enough, seems to be located in the east of the Baltic Sea. Could it be Homer's Hellespont? We can identify it with the Gulf of Finland, which is the "geographic counterpart" of the Dardanelles (as a matter of fact, both of them lie to the Northeast in their respective seas). Since Troy, according to the Iliad, was situated Northeast of the sea (here is another reason to dispute Schliemann's location), then it seems reasonable, for the purpose of this research, to go over a region of southern Finland, where the Gulf of Finland joins the Baltic Sea. In this area, west of Helsinki, we find lots of name-places which astonishingly resemble those mentioned in the Iliad and, in particular, those given to the allies of the Trojans: Askainen (Ascanius), Reso (Rhesus), Karjaa (Caria), Nästi (Nastes, the chief of the Carians), Lyökki (Lycia), Tenala (Tenedos), Kiila (Cilla), Kiikoinen (Ciconians) etc. There is also a Padva, which reminds us of Italian Padua, which was founded, according to tradition, by the Trojan Antenor and lies in the region of Veneto (the "Eneti" or "Veneti" were allies of the Trojans). What is more, the place-names Tanttala and Sipilä (the mythical King Tantalus, famous for his torment, was buried on Mount Sipylus) indicate that this matter is not only limited to Homeric geography, but seems to extend to the whole world of Greek mythology. What about Troy? Right in the middle of this area, half way between Helsinki and Turku, we discover that King Priam's city has survived the Achaean sack and fire. Its characteristics correspond exactly to those given to us by Homer, i.e. the hilly area which dominates the valley with its two rivers, the plain which slopes down towards the coast and the highlands in the background. It has even maintained its own name nearby unchanged throughout all this time. Today, "Toija" is a peaceful Finnish village, unaware of its glorious and tragic past. Various trips to these places from July 11, 1992 onwards, have confirmed the extraordinary correspondence between the Iliad's descriptions and the area surrounding Toija. What is more, there we come

24 24 across many significant traces of the Bronze Age. Incredibly, towards the sea we find a place called Aijala, which recalls the "beach" ("aigialòs"), where, according to Homer, the Achaeans beached their ships (Il. XIV, 34). The correspondence extends as far as the neighbouring areas. Along the Swedish coast, for example, in front of Toija, 70 km north of Stockholm, the long and relatively narrow Bay of Norrtälje recalls Homeric Aulis, from where the Achaean fleet set sail for Troy. Nowadays, ferries leave here for Finland, following the same ancient course. They pass off the island of Lemland, whose name reminds us of ancient Lemnos, where the Achaeans stopped and abandoned the hero Philoctetes. Nearby, there is also Åland, the largest island of the homonymous archipelago, which probably coincides with Samothrace, the mythical site of the metalworking mysteries. The adjacent Gulf of Bothnia is easily identifiable with Homer's Thracian Sea, and the ancient Thrace, which the poet places to the northwest of Troy on the opposite side of the sea, probably lay along the northern Swedish coast and its hinterland (it is remarkable that a Norse saga identifies Thrace with the home of the god Thor). Further south, outside the Gulf of Finland, the island of Hiiumaa, situated opposite the Esthonian coast, corresponds exactly to Homer's Chios, which the Odyssey places on the return course of the Achaean fleet after the war. In short, apart from the morphological characteristics of this area, the geographic position of this Finnish Troas fits the mythological directions like a glove. We finally come to understand why a "thick fog" often fell on those fighting on the Trojan plain and why Ulysses's sea was never as bright as that of the Greek islands, but always "grey" and "misty". As we travel through Homer's world, we experience the harsh weather which is typical of the Nordic world. The weather described throughout has little to do with the Mediterranean climate, with its fog, wind, rain, cold temperatures and snow (which falls on the plains and even out to sea) whilst the sun and warm temperatures are mentioned hardly ever. Most of the time we find unsettled weather, to the point that the bronze-clad fighting warriors invoke cloudless sky during the battle! We are far away from the torrid Anatolian lowlands. The way in which Homer's characters are dressed is in perfect keeping with this kind of climate. They wear tunics and "thick, heavy cloaks" which they never remove, not even during banquettes. This attire corresponds exactly to the remains of clothing found in Bronze Age Danish graves, down to details as the metal brooch which pined the cloak on the shoulder. This northern collocation also explains the huge anomaly of the great battle which takes up the central books of the Iliad. The battle continues

25 25 for two days (XI, 86; XVI, 777) and one night (XVI, 567). The fact that the darkness does not put a stop to the fighting is incomprehensible in the Mediterranean world. Instead, the faint night light, which is typical of high latitudes during the summer solstice, allows Patroclus's fresh troops to carry on fighting through to the following day, without a break. This interpretation - which is confirmed by the overflowing of the Scamander during the following battle, given that in the northern regions these phenomena occur just in that period owing to the thaw - allows us to reconstruct the whole battle in a coherent and logical manner, dispelling the present-day perplexities and strained interpretations. Furthermore, we even manage to pick out from a passage in the Iliad the Greek word used to denominate the faintly lit nights characteristic of the regions located near the Arctic Circle: the "amphilyke nyx" (VII, 433) is a real "linguistic fossil" which, thanks to the Homeric epos, has survived the transfer of the Achaeans to Southern Europe. It is also important to note that the Trojan walls, as described by Homer, were alike to rustic fences made of wood and stone. They resemble the archaic Nordic wooden enclosures (such as the Kremlin Walls up to the XV century) much more than the mighty strongholds of the Mediterranean civilizations. Let us now examine the so-called Catalogue of Ships from Book II of the Iliad, which lists the twenty-nine Achaean fleets participating in the Trojan War together with names of their captains and places of origin. This list unwinds in an anticlockwise direction, starting from Central Sweden, travelling along the Baltic coasts and finishing in Finland. If we combine this with the directions contained in the two poems, as well as in the rest of Greek mythology, we get to completely reconstruct the Achaean world around the Baltic Sea, where, as attested by the archaeology, a thriving Bronze Age was flourishing in the second millennium B.C., favoured by a warmer climate than today's. In this new geographical context, the entire universe belonging to Homer and Greek mythology finally discloses itself with its astonishing consistency. For example, by following the Catalogue's sequence, we immediately locate Boeotia (corresponding to Stockholm's region), where it is possible to identify Oedipus's Thebes and the mythical Mount Nysa (which was never found in the Greek world) where baby Dionysus was nursed by the Hyads. Homer's Euboea coincides with the modern day island of Öland, located off the Swedish coast in a similar position to that of its Mediterranean correspondent. Mythological Athens, Theseus's native land, lay in the present day area of Karlskrona in southern Sweden. This

26 26 explains why Plato referred to it as being a rolling plain full of rivers in his dialogue Critias, which is totally alien to Greece's rough morphology. Nevertheless, the features of other Achaean cities, such as Mycenae or Calydon, as described by Homer also appear completely different from those of their namesakes on Greek soil; in particular, Mycenae lay in the site of today's Copenhagen, where the island of Amager possibly recalls its ancient name and explains why the latter was in the plural. We rediscover Agamemnon's and Menelaus's kingdoms and Arcadia on the flat island of Zealand (i.e. Homeric "Peloponnese"), where we also find the River Alpheus and King Nestor's Pylos, whose location were held to be a mystery even by the ancient Greeks. By setting Homer's poems in the Baltic, also this age-old puzzle is solved at once! Here the Catalogue links up with Ithaca's archipelago, which we had already identified by making use of directions supplied by the Odyssey. We are thus able to verify the consistency of the information contained in the two poems as well as their congruity with the Baltic geography (here it is easy to solve also the problem of the strange border between Argolis and Pylos, which is attested in the Iliad but is "impossible" in the Greek world). After Ithaca, the list continues with the Aetolians, who recall the ancient Jutes. They gave their name to Jutland, which actually lies near the SouthFyn Islands. Homer mentions Pylene in the Aetolian cities, which corresponds to today's Plön, in North Germany, not far from Jutland. Opposite this area, in the North Sea, the name of Heligoland, one of the North Frisian Islands, reminds Helike, a sanctuary of the god Poseidon mentioned in the Iliad. What about Crete, the "vast land" with "a hundred cities" and many rivers, which is never referred to as an island by Homer? As a matter of fact, it corresponds to present Pomeranian region in the southern Baltic area, which stretches from the German coast to the Polish one. This explains why in the rich pictorial productions of the Minoan civilisation, which flourished in Aegean Crete, we do not find any hint at Greek mythology and ships are so scantily represented. It would also be tempting to assume a relationship between the name "Polska" and the Pelasgians, the inhabitants of Homeric Crete. At this point, it is also easy to identify Naxos (where Theseus left Ariadne on his return journey from Crete to Athens) with the island of Bornholm, situated between Poland and Sweden, where the town of Neksø still recalls the ancient name. Likewise, we discover that the Odyssey's "River Egypt" probably coincides with the present-day Vistula, thus revealing the real origin of the name given by the Greeks to Pharaohs' land, known as "Kem" in local language. This explains

27 27 the incongruous position of the Homeric Egyptian Thebes, which, according to the Odyssey, is queerly located near the sea. Evidently the Egyptian capital, which on the contrary lies hundreds of kilometres from the Nile delta and was originally known as Wò'se, was renamed by the Achaeans with the name of Baltic city, once they moved down to the Mediterranean. On the other hand, Homer's Thebes probably corresponds to the present-day Tczew, on the Vistula delta. To the north of the latter, in the centre of the Baltic Sea, the island of Fårö reminds the Homeric Pharos, which according to the Odyssey lay in the middle of the sea at a day's sail from "Egypt" (whereas Mediterranean Pharos is not even a mile's distance rom the port of Alexandria). Thus we solve another of the problems that tormented poor Strabo. The Catalogue of Ships now touches the Baltic Republics. Hellas lay on the coast of present-day Esthonia, therefore, next to Homeric Hellespont (i.e. the "Helle Sea"), the present Gulf of Finland. In this area, scholars have come across legends which present interesting parallels with Greek mythology. Phthia, Achilles's homeland, lay on the fertile hills of southeastern Esthonia, along the border with Latvia and Russia, stretching as far as the Russian river Velikaja and the lake of Pskov. Myrmidons and Phthians lived there, ruled by Achilles and Protesilaus (the first Achaean captain who fell in the Trojan War) respectively. Next, proceeding with the sequence, we reach the Finnish coast, facing the Gulf of Bothnia, where we find Jolkka, which reminds us of Iolcus, Jason's mythical city. Further north, we are also able to identify the region of Olympus, Styx and Pieria in the Finnish Lapland (which in turn recalls the Homeric Lapithae, i.e. the sworn enemies of the Centaurs who also lived in this area). This location of Pieria north of the Arctic Circle is confirmed by an apparent astronomical anomaly, linked to the moon cycles, which is found in the Homeric Hymn to Hermes: it can only be explained by high latitude. The "Home of Hades" was even further northwards, on the icy coasts of Russian Karelia: here Ulysses arrived, whose journeys represent the last vestige of prehistoric routes in an era which was characterised by a very warmer climate than today's. In conclusion, from this review of the Baltic world, we find its astonishing consistency with the Catalogue of Ships as well as the entire Greek mythology (Tab. 1). It is very unlikely that this immense set of geographical, climatic, toponymical and morphological parallels is to be ascribed to mere chance, apart from considering the glaring contradictions arising in the Mediterranean setting.

28 28 Therefore, here is the "secret" which has been hidden inside Homer's poems up to now and explains all oddities of Homeric geography: the Trojan War and other events handed down by Greek mythology were not set in the Mediterranean, but in the Baltic area, i.e. the primitive home of the blond "long-haired" Achaeans. On this subject, the distinguished Swedish scholar, Professor Martin P. Nilsson, in his works (Homer and Mycenae and The Minoan-Mycenaean Religion and its Survival in Greek Religion) reports a series of pieces of archaeological evidence uncovered in the Mycenaean sites in Greece, supporting the fact that the Achaean population came from the North. Some examples are: the existence of a large quantity of baltic amber in the most ancient Mycenaean tombs in Greece (which is not to be ascribed to trade, because the amber is very scarce in later graves as well as in the coeval Minoan tombs in Crete); the typically Nordic features of their architecture (the Mycenaean megaron "is identical to the hall of the ancient Scandinavian Kings"); the "striking similarity" of two stone slabs found in a tomb in Dendra "with the menhirs known from the Bronze Age of Central Europe"; the Nordic-type skulls found in the necropolis of Kalkani, etc. A remarkable affinity between Aegean art and some Scandinavian remains dating back to the Bronze Age has also been noted, with particular regard to the figures engraved on Kivik's tomb in Sweden, to the point that a scholar in the nineteenth century suggested that this monument was built by the Phoenicians! Another sign of the Achaean presence in the Nordic world in a very distant past is a Mycenaean graffito found in the megalithic complex of Stonehenge in Southern England. Other remains revealing the Mycenaean influence were found in the same area ("Wessex culture"), which date back to a period preceding the Mycenaean civilisation in Greece. A trace of this sort of contact can be found also in the Odyssey, which mentions a bronze market placed overseas, in a foreign country, named "Temese", never found in the Mediterranean area. Since bronze is an alloy of copper and tin, which in the North is only found in Cornwall, it's very likely that the mysterious Temese corresponds to the Thames, named "Tamesis" or "Tamensim" in ancient times. So, following the Odyssey, we learn that, during the Bronze Age, the ancient Scandinavians used to sail to Temese/Thames - "placed overseas, in a foreign country" (Od. I, ) - to supply themselves with bronze. And what about Odysseus's trips, after the Trojan War? When he is about to reach Ithaca, a storm takes him away from his world; so he has many adventures in fabulous localities until he reaches Ogygia, that's Faroe. They are located out of the Baltic, in the North Atlantic (he also meets the

29 29 "Ocean River", that's the Gulf Stream). For example, the Eolian island, where there is the "King of the winds", "son of the Knight", is one of the Shetlands (maybe Yell), where there are strong winds and ponies. Cyclops lived in the coast of Norway (near Tosenfjorden: the name of their mother is Toosa): they coincide with the Trolls of the Norwegian folklore. The land of Lestrigonians was in the same coast, towards the North; Homer says that there the days are very long (actually, the famous scholar Robert Graves places the Lestrigonians in the North of Norway! In that area we find the island Lamøj, the homeric Lamos). The island of sorceress Circe, where there are the midnight sun and the rotating dawns ("the dancing of the Dawn", as Homer says), is Jan Mayen (at that time the climate was quite different). The strange "wandering rocks" are icebergs. Charybdis is the well-known whirlpool named Maelström, near Lofoten. South of Charybdis Odysseus meets the island Thrinakia, that means "trident": really, near the Maelström Vaerøy, three-tip island, lies. Sirens are very dangerous shoals for sailors, who are attracted by the misleading noise of the backwash (the "Sirens' song" is a metaphor similar to Norse "kennings") and deceive themselves that landing is at hand, instead, if they get near, are bound to shipwreck on the reefs. So, these adventures, presumably taken from tales of ancient seamen and elaborated again by the Poet's fantasy, represent the last memory of the oceanic routes followed by the ancient navigators of the Nordic Bronze Age, but they became unrecognizable because of their transposition into a totally different context. Besides, we can find remarkable parallels between Greek and Norse mythology: for example, Ulysses is similar to Ull, archer and warrior of Norse mythology, the sea giant Aegaeon (who gave his name to the Aegean Sea) is the counterpart of the Norse sea god Aegir. We can even try to link directly Homeric and Norse mythology: actually, the latter states that Odin came from Troy (the Finnish location of Homeric Troy, of course, makes this piece of news more credible). He maybe was a successor of King Priam on the throne of Troy, and lived at the time of the terrible Ragnarok, i.e. a climatic upsetting probably aroused by the explosion of the volcano of Thera, in Eastern Mediterranean Sea, in 1630 B.C.. This phenomenon affected the whole planet and probably triggered the Mycenaean migration (which happened just in those years) towards the South. Afterwards Odin was deified, taking some features of goddess Athene (whose he is almost homonymous: Othin = Athene): they are both gods of war and wisdom, with a spear and a bird (the rook and the little owl respectively). Also his strange horse with eight legs possibly is a vestige of the Bronze Age, when the knights did not ride but used a chariot

30 30 with two horses (here are the eight legs, that probably were inspired by some ancient image). The period in which Homer's poems are set is close to the end of an exceptionally hot climate that had lasted several thousands of years, the "post-glacial climatic optimum". It corresponds to the "Atlantic phase" of the Holocene, when temperatures in northern Europe were much higher than today (at that time the broad-leaved forests reached the Arctic Circle and the tundra disappeared even from the northernmost areas of Europe). It reached its climax around 2500 B.C. and began to drop around 2000 B.C. ("subboreal phase"), until it came to an end some centuries later. Therefore, it is highly likely that this was the cause that obliged the Achaeans to move down to the Mediterranean for this reason. They probably followed the Dnieper river down to the Black Sea, as the Vikings (whose culture is, in many ways, quite similar) did many centuries later. The Mycenaean civilisation, not native of Greece, was thus born and went on to flourish from the XVII or XVI century B.C., soon after the change in North European climate. Incidentally, this is the same age as the arising of Aryan, Hyksos, Hittite and Cassite settlements in India, Egypt, Anatolia and Mesopotamia respectively. In a word, this theory can explain the cause of the contemporary migrations of other Indo-European populations (following a recent research carried on by Prof. Jahanshah Derakhshani of Teheran University, the Hyksos very likely belong to the Indo-European family). In a word, the original homeland of the Indo-Europeans was most likely located in the furthest North of Europe, when the climate was much warmer than today's. However, on the one hand G.B. Tilak in The Arctic home of the Vedas claims the Arctic origin of the Aryans, "cousins" of the Achaeans, on the other both Iranian and Norse mythology (Avesta and Edda respectively) remember that the original homeland was destroyed by cold and ice. It is also remarkable that, following Tilak (The Orion), the original Aryan civilization flourished in the "Orionic period", when the Spring equinox was rising in the Orion constellation. It actually happened in the period from 4000 up to 2500 B.C., i.e. during the "climatic optimum". We also note the presence of a population known as the Thocarians in the Tarim Basin (northwest China) from the beginning of the II millennium B.C. They spoke an Indo-European language and were tall, blond with Caucasian features. This dating provides us with yet another confirmation of the close relationship between the decline of the "climatic optimum" and the Indo-European Diaspora from Scandinavia and other Northern regions. In this picture, it is amazing that the Bronze Age starts in

31 31 China just between the XVIII and the XVI century B.C. (Shang dynasty). We should note that the Chinese pictograph indicating the king is called "wang", which is very similar to the Homeric term "anax", i.e. "the king" (corresponding to "wanax" in Mycenaean Linear B tablets). On the other hand, the terms "Yin" and "Yang" (which express two complementary principles of Chinese philosophy: Yin is feminine, Yang masculine) could be compared with the Greek roots "gyn-" and "andr-" respectively, which also refer to the "woman" and the "man" ("anér edé gyné", "man and woman", Od. VI, 184). In this picture we could dare to insert the Olmecs, too, who seem to have reached the southern Gulf Coast of Mexico about in the same period; if this will be confirmed, one could infer that they were a population who formerly lived in some region in the farthest north of America, where they could have been connected with the Scandinavian Proto-Indo-European civilization through the Arctic Ocean, which during the "climatic optimum" was free from ice. Then they moved to Mexico when the climate collapsed (this, of course, could help to explain certain similarities with the Old World, apart from other possible contacts). Returning to Homer, this reconstruction* does not only explain the extraordinary consistency between the Baltic-Scandinavian context and Homer's world, but also clarifies why the latter was decidedly more archaic than the Mycenaean civilisation. Evidently, the contact with the refined Mediterranean cultures favoured its rapid evolution, also considering their marked inclination for trade and seafaring, which pervades not only the Homeric poems, but also all Greek mythology. This is hard to explain with the hypotheses in vogue about the continental origin of the IndoEuropeans, whereas the remains found in England fit in very well with the idea of a previous seaboard homeland (by matching this with the typically northern features of their architecture, as the scholars assert, we remove any doubt as to their place of origin). On the other hand, Stuart Piggott, famous scholar and archaeologist, states: "The nobility of the [Homeric] hexameters shouldn't deceive us inducing us to believe that the Iliad and the Odyssey are something different from the poems of the largely barbaric Europe during the Bronze Age and the Early Iron Age". Soon afterwards he quotes an extremely significant statement of Rhys Carpenter: "No Minoic or Asian blood runs in the veins of the Greek Muses: they are far away from the Cretanmycenaean world. Rather they are in contact with the European elements of Greek culture and language... behind Mycenaean Greece... Europe lies" (Ancient Europe, chap. IV).

32 32 It was, therefore, along the Baltic coast that Homer's events took place, presumably about the beginning of the second millennium B.C., when the "climatic optimum" collapsed, before the Achaean migration towards the Mediterranean and the consequent rise of the Mycenaean civilisation in Greece (this explains why any reliable information regarding the author, or authors, of the poems had already been lost before the classical times). The migrants took their epos and geography along with them and attributed the same names they had left behind in their lost homeland to the various places where they eventually settled. This heritage was immortalized by Homer's poems and Greek mythology, which on the one hand has a lot of similarities with the Nordic one, on the other seems to have lost the memory of the great migration from the North (this probably happened after the collapse of the Mycenaean civilisation, around the XII century B.C.). Moreover, they went as far as renaming other Mediterranean regions with corresponding Baltic names, such as Libya, Crete and Egypt, thus creating an enormous "geographical misunderstanding" which has lasted till now. These transpositions were encouraged, if not suggested, by a certain similarity between the geography of the Baltic and that of the Aegean. We only have to think about the analogy between Öland and Euboea or between Zealand and Peloponnese (where, as we have already seen, they forced the concept of island in order to maintain the original layout). This phenomenon was then consolidated over the centuries by the increasing presence of Greek-speaking populations in the Mediterranean basin, from the time of the Mycenaean civilisation to the Hellenistic-Roman period. * Exposed in the book: Felice Vinci, Omero nel Baltico ("Homer in the Baltic"), with Introductions by R. Calzecchi Onesti and F. Cuomo, Rome 1998 (R. Calzecchi Onesti is a scholar and translator of Homeric poems into Italian; F. Cuomo is a scholar and writer). Publisher: Fratelli Palombi Editori - Via dei Gracchi Rome ISBN:

33 33 [Ci sembra di far cosa opportuna ai lettori, col proporre il seguente saggio già apparso presso le Edizioni del Centro Studi La Runa di Chiavari, ad ampia integrazione e commento dei due precedenti. Si fa anche presente come, nella trascrizione in lettere greche, per meri motivi tipografici, siano stati omessi accenti e spiriti] LA SCANDINAVIA E L'AFRICA (Bruno d'ausser Berrau) Nel ragguardevole lavoro di Felice Vinci "Omero nel Baltico", 1 inteso a dimostrare come le vicende degli Achei abbiano avuto quale scenario, piuttosto che il Mediterraneo, una ben più settentrionale collocazione in terre e mari che vanno dal Nord Atlantico al bacino baltico, c'è 2 la scoperta che i versi: Αλλ'ο µεν Αιθιοπας µετεκιαθε τηλοθ ' εοντας Αιθιοπας, τοι διχθα δεδαιαται, εσχατοι ανδρων, οι µεν δυσοµενου Υπεριονος, οι δ 'ανιοντος 3 Ma se n'andò Poseidone fra gli Etiopi lontani, gli Etiopi che in due si dividono, gli estremi degli uomini, quelli del sole che cade e quelli del sole che nasce4 trovano un singolare riscontro nella presenza nel Nord dell'attuale Norvegia di un grande fiordo - il Tanafjorden - estuario a sua volta di un omonimo fiume, che si getta nel Mar Glaciale dopo aver avuto un corso Sud/Nord. Questo toponimo rimanda inevitabilmente al grande lago tra le Ambe senza perdere, in tal modo, la congruenza della tipologia geografica, sia perché gli scandinavi debbono aver sempre vissuto i rapporti rivieraschi, tra quei profondi bracci di mare, più in una Stimmung lacustre anziché marittima, sia perché - in un remoto, comune ambito linguistico ellenico - l'attribuzione del nome potrebbe esser venuta, in tutta naturalezza, da ταναος, disteso, lungo, ampio; cfr. il nome greco del Don (e questo poi da quello): ΤαναιΗ. Un senso dunque, che ben si adatta a tutti e tre i casi: i due fiumi ed il fiordo.

34 34 Lo studio attento delle mappe - e in questa circostanza mi è stata utile una riproduzione al dell'estremo Nord della Norvegia - fornisce però ulteriori sorprese: Omero ci dice che <<gli Etiopi in due si dividono quelli del sole che cade e quelli del sole che nasce>>. Ebbene, parallelo al Tana c'è il Laksefjorden: entrambi, con il loro andamento, determinano la penisola di Nordkinhalvøya. Questa, in alto, viene profondamente tagliata da due fiordi più piccoli, aventi l'ingresso nei due solchi principali e così conseguendo una contrapposizione secondo un asse Ovest/Est: l'incisione è tanto netta e profonda da far sì che, a collegare le due parti della penisola, non rimanga altro che un sottile istmo. 5 Il nome del solco occidentale (<<quelli del sole che tramonta>>) è Eidsfjorden, l'altro (<<quelli del sole che nasce>>) è chiamato Hopsfjorden: Eid-Hops dunque. Se si pensa che l'etnonimo viene da αιηι Ρ, si rimane stupefatti ed è molto difficile attribuire il tutto alla casualità di qualche assonanza. Mentre la sequenza di lettura nella toponomastica e la concordanza con il testo dell'odissea perfettamente si corrispondono, i due termini del composto appaiono invertiti nel nome del piccolo centro, che sorge proprio sull'istmo: Hopseidet. A mio parere questo è avvenuto perché le popolazioni germaniche, sopravvenute nell'area scandinava dopo la migrazione achea, avevano perso cognizione del reale significato della parola, conservando soltanto una vaga coscienza della necessità dell'assemblaggio. Tanto più che il nuovo composto non suonava del tutto privo di senso nel nuovo contesto linguistico; tolto il suffisso locativo -et, si ottiene un curioso riferimento all'avifauna nordica: l'edredone (-eid) che saltella (Hops-). Quest'inversione dei componenti - nella fattispecie rispetto ad un originario αιηι Ρ- è fenomeno assai comune dell'interpretatio vulgaris, specialmente quando, nella lingua succeduta alla precedente, si venga in tal modo ad ottenere un nuovo, comprensibile e qualche volta, accettabile significato: in un'area toscana, già sede di arimannie (ari-mann) longobarde è presente, con significativa frequenza, il cognome Mannari6 (mann-ari) ed ancora, sempre nella stessa zona ma attribuito in modo assai incongruo alla cima di un colle: Valberga. Visto dunque che la valle non c'è, sarebbe sembrato più ragionevole Bergwald, ma tutto si spiega con Wald (bosco), ancora testimoniato, sulla cima, da una modesta copertura di querce e pini. Verificata questa corrispondenza, che per la sua precisione ci permette di mettere in relazione gli abitanti di due continenti, sorge ora qualche problema sulla reale natura di quel popolo. Gli Αιθιοπας traggono con immediatezza il loro nome da αιθιοπψ, dove αιθ(ω) è "bruciare" e οψ "faccia", ovvero "faccia bruciata" e questo

35 35 parrebbe far propendere per un'appartenenza alla razza nera ma l'etnonimo << ait jamais été appliquée aux pays habités par des peuples appartenant proprement à la race noire>>. 7 In effetti, benché strano ciò possa sembrare, gli Etiopi si definiscono "rosei" 8 e tali si rappresentano nell'iconografia tradizionale. Per complicare le cose, << les anciens donnèrent en fait le même nom d'éthiopie à des pays très divers>> 9 in particolare all'india ma - oltre al luogo normalmente noto con tale nome << l'atlantide elle-même, dit-on, fut aussi appelée Éthiopie>>. 10 A questa luce, ci appare assai enigmatico un riferimento geografico di Virgilio; è nei versi nei quali si manifesta la disperazione di Didone per la fuga di Enea:11 Oceani finem iuxta solemque cadentem Ultimus Aethiopum locus est, ubi maximus Atlans Axem umero torquet, stellis ardentibus aptum Presso le rive d'oceano e il sole cadente c'è l'ultimo lembo d'etiopia, dove il massimo Atlante regge a spalla a spalla la volta d'ardenti stelle preziosa Ma torniamo a ciò che ci suggerisce l'etimo: la aidh12ha il senso d'un luogo dove si fa fuoco. Infatti, ne derivano ædes che, in una specifica accezione, è anche un tempio Ædes Vestæ. Poi naturalmente æstus ma anche, in senso più ampio, Æstas e - con un ancor più indiretto riferimento al ribollire delle acque - æstuarium; il che può, di nuovo, far pensare al Tanafjorden, estuario dell'omonimo fiume. Il derivato però più significativo della radice è, a mio parere, l'etere, αιθηρ, che nelle dottrine tradizionali non è soltanto la fons prima dei quattro elementi (la quinta essentia alchemica) ma, superando l'ambito cosmologico, proprio per questo suo ruolo, può - per analogia - essere preso tout court a simbolo del Principio stesso. Nell'Induismo, infatti, il centro vitale dell'essere umano è considerato risiedere nel più piccolo ventricolo del cuore << in questo soggiorno di Brahma c'è un piccolo loto, una dimora nella quale è una cavità occupata dall'etere; si deve cercare ciò che è in questo luogo e Lo si conoscerà>>.13 Chi, dunque, avrà realizzato questa "conoscenza del cuore"14 sarà nella luce del Sol Spiritualis e "bruciato" da quel fuoco superiore che è l'etere del Cielo Empireo. Non a caso del resto << Αιθηρ, per il senso originario, richiama i "cieli templa" di Ennio e di Lucrezio>>.15

36 36 Ecco dunque perché c'è quest'ambivalenza geografica del nome etnico: esso può essere inteso sia come nomen, sia come vocabolum. In quest'ultima accezione, ne deriva il riferimento ad un'intera classe di persone; la cui funzione, nell'ambito "sociale" - quando cioè esse, si trovano riunite in una collettività - viste le loro qualificazioni interiori, altra non può essere se non quella di dare vita ad un sodalicium spiritualis. A quel punto, il nostro vocabolum, si trasformerà nel nomen sodalicii diventando il titolo distintivo di un preciso istituto. A riprova, mi sembra rilevante ricordare come, nel Medio Evo, fosse detto che il regno del Prete Gianni, si trovasse, appunto, in Etiopia. Ovvero; tale era la virtus attinente il termine da poter adombrare il Centro per eccellenza di questo nostro mondo; perché quella era, all'epoca, la designazione di ciò che gli indù chiamano Agartha e Agarthi i mongoli. Pure significativo è constatare che in ebraico il nome biblico del paese sia Kush, da una KSh: che implica << l'idée d'un mouvement de vibration, qui agite l'air et la dilate>> 16 da essa: KUSh,, <<ce qui est de la nature du feu, et communique le même mouvement. Au figuré, ce qui est spirituel, igné>> 17. Se tutto questo è esatto dovremmo avere un qualche riscontro della particolare natura di questa remota comunità nordica dalla lettura dei poemi omerici. A mio parere, in tale direzione, ci sono oltre alla visita di Poseidone, citata all'inizio di questo studio18 e l'altra:19 Τον δε> Αιθιοπων ανιων Ενοσιχθων Ma dagli Etiopi tornando il potente Enosíctono Due ulteriori passi assai significativi; nel primo è Teti (ΘετιΗ) che parla:20 <<... Ζευσ γαρ εη Ωκεανον µετ'αµυµοναη ΑιθιοπηΗ χθι.οη εβη κατα δαιτα, θεοι δ'αµα παντεη εποντο.>> Però che Zeus verso l'oceano, verso gli Etiopi senza macchia ieri partì, per un pranzo; e tutti gli dèi lo seguivano. Nell'altro la parola è a Iri (Iride,ΙριΗ):21 <<... ουχ εδοη ειµι γαρ αυτιη επ Οκεανοιο ρεεθρα, ΑιθιοπΤν εη γαιαν, οθι ρε.ουσ'εκατοµβαη αθανατοιη, ινα δη και εγω µεταδαισοµαι ιρων.>>

37 37 Non posso sedere: vado sulle correnti d'oceano, degli Etiopi alla terra, dove fanno ecatombi ai numi, ch'io pure abbia parte alle offerte. Da tutto ciò, sappiamo che gli Etiopi sono immacolati, eccellenti, 22 che la loro compagnia sia addirittura ambita dall'intero Olimpo così come sempre per gli eterni - l'aver parte alle loro offerte sacrificali abbia la precedenza su qualsiasi altro impegno: non è sicuramente da popoli normali godere di un tale status e mi sembra pertanto di aver trovato, in questi versi dell'iliade, la cercata, interna conferma dell'assunto acquisito dai riscontri storici e linguistici. Chiarito che siamo in presenza di un centro spirituale, più arduo è comprenderne il riferimento tradizionale. Nel maggior spazio che ho dedicato all'argomento in un altro lavoro 23 ho messo in evidenza i motivi per i quali l'attuale razza europea sia il frutto della fusione di due correnti principali: una - che nettamente prevalse - proveniva dall'estremo settentrione, ed era rappresentata dalla razza bianca o nordica che dir si voglia, l'altra, si trovava stanziata grosso modo, su tutto l'arco occidentale del continente eurasiatico - area mediterranea e Vicino Oriente compresi quale residuo della tramontata civiltà atlantidea ed era costituita - nella sua principale componente - dalla razza rossa. L'aspetto di questa non fu certo meno "bianco" della controparte tant'è che oggi, dopo millenni, 24 il tipo "rosso" è percepito quasi semplice variante e non certo quale razza a sé stante anche se, a suo riguardo, sussistono tutta una serie di significativi, curiosi pregiudizi. A mio parere, la suddetta distribuzione dell'espansione coloniale del continente scomparso suggerita, oltre un secolo fa da Ignatius Donnely, 25 resta ancor oggi assai valida. Posso solo precisare, per evidenti ragioni connesse agli esiti del presente studio, che - a mio avviso - tale insediamento dovesse comprendere anche la parte più settentrionale della Scandinavia, esclusa invece dallo studioso anglosassone: gli Iperborei, eredi della tradizione primordiale, provenivano quindi da terre, in parte sommerse dopo il cataclisma,26poste ancora più a Nord e ad Est dell'eurasia: << le siège de la tradition primordial a pu devenir occidental [la fase atlantidea] pour certaines périodes et oriental pour d'autres, et, en tout cas, sûrement oriental en dernier lieu et déjà bien avant le commencement des temps dits "historiques">>. 27 A questo punto anche la specificazione che questi Etiopi omerici <<in due si dividono quelli del sole che cade e quelli del sole che nasce>>

38 38 assume un senso che, senza negarla, travalica la semplice accezione geografica e ci suggerisce come potesse essere quello, uno dei centri in cui si operò la fondamentale giunzione - non solo razziale 28- tra le due correnti: <<jonction dont devait résulter la constitution des différentes formes traditionnelles propres à la dernière partie du Manvantara>>. Da essa, oltre alle primarie conseguenze, cui allude il Guénon, dovevano scaturire, per le genti iperboree, alcune importantissime acquisizioni, presenti poi in proporzioni anche molto diverse da popolo a popolo ma che determinarono tutto il successivo svolgersi del ciclo sino ai giorni nostri: l'arte della navigazione, il commercio, il matrimonio esogamico ed alcuni corollari caratteriali riassumibili nell'astuzia, che erano estranei all'originario εη Η della stirpe.29 Questa fase di "sistemazione" tradizionale, iniziata, come già accennato intorno al -8000, è proseguita molto a lungo. Due episodi d'estrema rilevanza - la nascita della tradizione ebraica e di quella cinese - hanno quasi lo stesso starting point: il la prima, ed il la seconda. In tutti questi casi, la "componente" iperborea dà luogo ad un apporto determinante se non costituisce il vero e proprio "lievito" per "vivificare" situazioni letargiche o di conclamata degenerazione. In questa prospettiva, tornando al nostro caso, intorno all'inizio del II millennio a.c., si muovono dalle loro sedi settentrionali quelle genti, che nel Mediterraneo prenderanno il nome di "popoli del mare" mettendo a dura prova le capacità belliche degli autoctoni. Essi costituiranno la cultura micenea progenitrice di quella greca e - nel contempo - diventeranno in molti casi il "sale" delle più diverse popolazioni dell'area. 30 A riprova, <<nella zona settentrionale in cui la tradizione ebraica colloca definitivamente la tribù [israelitica] di Dan è stata trovata ceramica micenea>>.31 Tribù questa, che ha origine nei Danai, come quelle di Issacar e Aser provengono dai Teucri e Zabulon dai Sardi. Tutti e tre questi popoli, citati appunto nella lista onomastica dei popoli del mare, fatta stilare dal Faraone Amenemope (-1100), si insediano nel Nord della Palestina.32 Si stabiliscono a Sud i congeneri Filistei, i quali - non assimilandosi invece al popolo ebraico - manterranno con esso un lungo ed aspro rapporto conflittuale. Ma cosa avvenne in quella terra che oggi conosciamo con il nome di Etiopia? <<Agli albori della storia l'altopiano era abitato da popolazioni cuscitiche.33 Il Nilo Azzurro ed il suo spartiacque con il Hawash segnavano, all'incirca, la linea di separazione tra le genti (cuscitiche) degli Agau che tenevano la parte settentrionale e le genti cuscitiche dei Sidama che occupavano la zona meridionale. Nel settore

39 39 occidentale, sui declivi dell'acrocoro verso il Sudan, nuclei di negri si mantenevano indipendenti o assoggettati ad Agau e Sidama.>>. 34<< [Gli] Agau che furono la popolazione dell'abissinia propriamente detta prima della semitizzazione del paese>>. 35 Gli Agau o Agiw (ma anche Agaw) all'uso inglese rappresentano dunque, per quanto - in una prospettiva puramente storiografica - ne possiamo oggi sapere, uno dei popoli più antichi del paese. Questo dovrebbe esserne anzi il vero e proprio nucleo originario. Inoltre, poiché abbiamo visto che i primi coloni semiti, provenienti dall'arabia felix, il mitico regno di Saba, non giungono in zona prima del VI sec. a.c. è dunque certo che, la presenza di quest'ultimi corrisponda ad una fase successiva del popolamento. Agli Agiw o Agaw, la cui lingua fa appunto parte del gruppo cuscitico,36appartengono le popolazioni dei Qemant e dei Falasha. 37 Di questi ultimi, noti anche come "Black Jews", è piuttosto conosciuta l'appartenenza ad un ebraismo pre-talmudico, dai tratti "settentrionali" e pertanto con caratteristiche tutte decisamente arcaiche; 38 del resto la tradizione che li vuole discendenti di Dan ne è la conferma. Le puntuali osservazioni di un ricercatore indipendente, quale Graham Hancock 39ancorché espresse in una forma assai prossima allo scoop e quindi non la migliore per essere ascoltato in ambiente accademico - sono a mio parere nettamente condivisibili e ci permettono pertanto di fissare, a parte ante la costruzione del primo Tempio ovvero il - 931, l'arrivo dei loro antenati nei dintorni del lago Tana. Quanto ai Qemant, le peculiarità pre-ebraiche, 40che li contraddistinguono, ci riportano, se possibile, ancor più indietro nel tempo: a quando la terra dei Cananei, quella "dove scorrono latte e miele"41era contesa tra gli Ebrei, che entravano da Sud ed i "popoli del mare", che sbarcavano insediandosi lungo le coste e nel Nord (circa -1200). La concomitanza di tutti questi fattori, ci permette di ipotizzare uno scenario nel quale, le tesi del Vinci e quelle di Hancock diano luogo, integrandosi, ad un verosimile svolgimento di quegli eventi remoti. Nel momento in cui gli Achei, si mossero dalle sedi scandinave anche il "centro", dal quale traeva senso il nome degli Etiopi, si spostò oppure dette luogo ad una "proiezione", la quale seguì o guidò i partenti o almeno quella loro compagine, che scelse di migrare sulle coste orientali del Mediterraneo. Il trasferimento - come fu per i Variaghi millenni più tardi avvenne attraverso il sistema idrografico, ricco di fiumi, laghi e paludi, che tuttora mette in comunicazione il bacino del Baltico a quello del Mar Nero. Dopo una prima sosta nell'area delle sorgenti del Giordano, 42 non sufficiente però ad una completa ebraizzazione, 43"gli estremi tra gli

40 40 uomini", decisero di rimanere tali anche nel nuovo contesto geografico 44 e, approfittando pure qui di un fiume, seguirono il corso del Nilo fino al grande lago che lo alimenta ad oltre 1800 m. di altitudine. In breve, su quel remoto acrocoro, si costituirono quale gruppo dominante, acquisirono la lingua cuscita degli indigeni ma - come è avvenuto per molti altri popoli 45conservarono (vedremo tra poco come) il nome: Agaw o Agiw. Quanto all'appellativo di Etiopi - colporté jusque là - penso che, in quella prima fase, fosse limitato - come già spiegato - ad un gruppo specifico, sì da ritenerlo, di fatto, un titolo: l'indicazione d'una funzione insomma. Secondo le leggi della "geografia sacra", un luogo santo non è tale ad arbitrio ma perché corrisponde a determinate condizioni: orografia, posizione relativa all'ambito tradizionale di competenza, correlazioni di geografia astronomica Sgombrando il campo dalla patina sentimentale cui siamo abituati nel considerare quest'ordine di argomenti, si può quindi affermare che esso dovesse essere scelto in un'ottica strumentale e del tutto oggettiva; secondo criteri meramente tecnici insomma ma applicazione questi di una scienza della quale, oggi, emergono residue conoscenze e sorprendenti adattamenti all'urbanistica moderna, soltanto nei paesi di cultura estremo orientale. A riprova, è facilmente verificabile, sul piano archeologico, quanto frequente sia la constatazione della pluralità di forme tradizionali, testimoniate da una coerente e plurimillenaria stratificazione, presenti su uno stesso sito quand'esso appartenga appunto a quella specifica tipologia. Per tali ragioni, è da supporre che la scelta non fosse avvenuta a caso e, in tal senso, anche il nome di Cusciti è rivelatore essendo, come ho già indicato,46pressoché sinonimo di Etiopi con tutto quello che ciò comporta. Le motivazioni all'origine della costituzione di questo "polo" furono probabilmente sempre quelle inerenti le tematiche della giunzione tra "correnti" spirituali: nello specifico, doveva trattarsi d'un compito correttivo m'anche assuntivo, destinato a quanto rimaneva della tradizione "meridionale". Tradizione che, in epoche più remote, ebbe comunque a dare importanti contributi alla costituzione della civiltà egizia mentre, quasi in contemporanea con gli eventi in argomento, li stava trasferendo anche alla civiltà indù, essendo quel popolo da poco sceso nel subcontinente dove, in quest'ultima fase del ciclo, avrebbe compiuto il suo destino storico. Seguendo la ricostruzione dello Hancock, 47 lo stesso percorso fu seguito da un gruppo sacerdotale, che, per sottrarre l'arca alla contaminazione in animo dell'eretico Re Manasse (-697/-642), riuscì a toglierla dal Tempio e si mosse verso l'egitto dove, più tardi, raggiunto da gruppi di transfughi,

41 41 cacciati dalla distruzione del Regno di Giuda e del Tempio gerosolimetano (-580), edificò nell'alto Egitto e, precisamente, nell'isola nilotica di Elefantina, il Tempio detto di Yaho48(prob. pronuncia: Jèho). Quando poi nel -411, l'ostilità dei sacerdoti egiziani ebbe la meglio sulle reticenze delle occupanti truppe persiane, reticenti ad intervenire, anche quel Tempio fu distrutto e l'arca, scampata al disastro, fu portata ancora più a Sud, fino a raggiungere l'isola di Tana Kirkos nel lago omonimo, circondato allora dalle fiorenti comunità ebraiche dei Beta Israel non ancora disprezzati come stranieri, qual è, appunto, il significato dell'attuale nome di falasha. Soltanto all'avvento del Cristianesimo i nuovi invasori del paese ormai convertiti - i semiti sud-arabici, portatori della lingua ge'ez - l'avrebbero tolta da lì per trasportarla nella cattedrale della loro capitale Axum. Indipendentemente dall'improbabile, attuale permanenza dell'arca in questa sede, come prospettato dall'avventuroso autore, è comunque significativo che le isole del lago conservassero, pur con questa perdita di status, i connotati sacrali (cfr. Kirkos) e rimanessero luogo di pellegrinaggio anche per la nuova religione del paese. 49 A mio parere, di tutto questo, sono ancor oggi riscontrabili alcune tracce che, nel quadro delineato, assumono notevole rilevanza. Ho detto più sopra che l'etnonimo di riferimento è Agiw/Agaw; ebbene, a mio parere, ci sono i presupposti linguistici perché esso scaturisca dalla deformazione di Achei (Αχαιοι) e del resto, in conformità con il quadro che si è andato delineando, esso <<désigne les Grecs de l'épopée homérique et de la civilisation mycénienne, dans divers documents attestés hors du monde grec>>.50 Il termine di partenza è Αχαι οι ma anche Αργαι οι, che, per l'opportunità offerta dal latino di formulare lezioni attestanti una fase antica della dictio greca, ritroviamo in Achivi e Argivi.51 A questo punto, un esito come Agiw o Agaw non mi sembra implichi forzature o difficoltà. S'impone qui una breve digressione che ci permetterà di ricollegarci con le posizioni scandinave di partenza: l'etimo greco riposa su una arg,, il cui senso di fondo è bianco splendente, brillante, lampeggiante (i.e. fulminis lux). Questo ha comportato - in ambito indoeuropeo - una serie di derivazioni, la più gran parte delle quali è molto significativa per il punto di vista qui esposto: α (ο, α (υριον, argentum, tok.a ârki, tok.b arkui, itt. harkiš, skr. arjun, tutti col significato di fondo indicato dalla radice. Da essa vengono anche αρκτοη52ovvero l' orso, da intendersi quindi tout court - nell'accezione originaria, propria alla specie polare - come il bianco, assunto in senso onomastico; a riprova abbiamo sia che lo stesso termine possa indicare l'omonima costellazione boreale, sia αρτικοη, quest'ultimo non necessita d'ulteriori commenti. 53 Per completare il quadro,

42 42 si può aggiungere che, quale epiteto, <<le mot est interprété par les Anciens "aux yeux brillants">> e qui viene alla mente come i Romani, nei loro contatti con i popoli d'oltre Reno, che avevano ben conservato le caratteristiche del tipo originario, restassero impressionati dalla qualità dello sguardo: l'acies germanica. Essa, nella sua chiarezza e, soprattutto, per una certa, caratteristica fissità, richiamava, infatti, l'acies divina. In definitiva, ritengo che, per le molteplici implicazioni di carattere razziale e geografico, connesse al nome di Achei, esso dia luogo a significative conferme degli assunti di questo lavoro. Ritornando al lago Tana, c'è un'ulteriore e non trascurabile traccia: l'isola Tana Kirkos non è la sola ad avere connotati sacrali; lì presso se ne trova un'altra chiamata Dag (o Daga) Stephanos, così dedicata per il monastero che ospita. Ed è proprio il nome dell'isola, per un altro di quegli indizi convergenti tanto frequenti in questa ricerca, a ricondurci ai "popoli del mare". Ma andiamo con ordine: la tradizione propria a questi popoli, per le premesse da cui mi sono mosso, non poteva essere diversa da una delle possibili articolazioni del mondo religioso 54acheo, quale c'è giunto attraverso i poemi omerici. Oltre alle diversità formali, inevitabili tra tribù e tribù, l'elemento ebraico nei primi Agaw - riscontrabile dalla vivente testimonianza dei Qemant - doveva dipendere da una di quelle acquisizioni non infrequenti nel mondo antico e che noi ben conosciamo dalla facilità con la quale sappiamo essere penetrati in Roma gli esotici ed apparentemente non assimilabili, culti orientali. 55 Presso i Filistei, i quali, fedeli invece alle loro origini, mantennero, nell'antagonismo con gli Ebrei, anche culti alternativi a quest'ultimi, il dio principale, come ci è stato tramandato dalla Bibbia,56era Dagon (Dag-on). Poiché non si conoscono dèi di questo nome nel mondo greco, sembrerebbe d'esser finiti in una via senza uscita; invece un popolo molto lontano dai nostri Etiopi ma pur sempre africano, ci fornisce utilissimi suggerimenti. Nell'Africa nord-occidentale, vive infatti una gente tenace, che ha mantenuto una tradizione assai complessa non cedendo alle lusinghe missionarie di cristiani e mussulmani: è il popolo dei Dogon da me, precedentemente,57citato quale appartenente al novero di quei popoli coloureds, da considerare però d'incerta appartenenza alla négritude. A mio giudizio, nel loro caso, i dubbi sono da limitare ad un remoto imprinting originario. Infatti, in precedenza, ho parlato di "lievito" e "sale" per esprimere la funzione che la tradizione iperborea ebbe a compiere durante il presente ciclo nei confronti delle più diverse culture con cui venne a contatto; nella fattispecie dei Dogon, l'impressione è che essa sia stata una greffe, un innesto remoto e che il tronco principale sia rimasto

43 43 largamente dominato ed in molte riprese implementato, da componenti ad essa allogene. Nel racconto che il vecchio e saggio dogon Ogotemmêli fa all'antropologo Griaule58c'è, comunque, un preciso riferimento a questa eterogeneità originaria: << les hommes d'autrefois étaient dits "banu", c'est-à-dire rouges, ainsi qu'on appelle encore les peaux claires>>. 59 Il richiamo è molto esplicito ed anche il riferimento al rutilismo è tutt'altro che trascurabile.60 In tutta l'area dell'alto Volta, compresa nella grande ansa del Niger, la diffusa presenza "chiara" è - nell'immediato - dovuta ad evidenti infiltrazioni berbere (Tuaregh) mentre, per un più remoto passato, il ruolo dei Garamanti della Phazania (tracce sino al V sec.) sarebbe tutto da verificare. Per i Dogon però l'intero svolgersi delle loro vicende è nell'incertezza ed anche in merito a tempi relativamente più prossimi, non c'è concordanza di vedute tra gli studiosi: secondo M.Griaule avrebbero lasciato l'alto bacino del Volta Bianco intorno al 1480, dirigendosi verso le attuali sedi dei colli Badiangara per sfuggire alle incursioni dei cavalieri Mossi; secondo G.Dieterlen si sarebbero formati come popolo Dogon aggregando varie tribù intorno al XII sec. ed avrebbero abbandonato la stessa zona per non accettare la conversione all'islam. In ogni caso, sembra che - prima ancora di questi eventi, c'è chi dice nel V sec., sempre della nostra era - gli antenati dei Dogon siano venuti dall'alto Egitto seguendo una via Est/Ovest percorsa, per altro, da molte popolazioni presenti ora in Africa Occidentale. A questo punto, si può supporre che, in virtù del nome così prossimo a quello del dio dei Filistei e del preciso riferimento razziale di Ogotemmêli, quello stesso primo nucleo o meglio, la gente di cui esso era il tardo epigono, avesse la sua origine nelle avventurose escursioni nilotiche dei "popoli del mare". Nella complessa cosmologia e nell'antropologia esposte a Griaule dal vecchio saggio, tutti i principali mitologhemi sembrano riposare sul concetto di gemellarità. Già per l'etimo di Achei - ma è questo, in ogni caso, fenomeno frequentissimo - abbiamo visto l'interscambiabilità dei suoni consonantici c (k) e g (j); allora, per tale motivo, << δοκανα,..., simbolo di Castore e Polluce; i.e. due legni paralleli uniti da 2 trasversali; cfr. segno dei Gemelli [ ], Plut. M. 478>>61 è di fatto l'omofono del nome di questa popolazione e, semanticamente, prossimo al suo mondo culturale. Sorge adesso un problema; il dio Dagon, da quanto si può leggere nelle Scritture, non ha un gemello e la sua statua, per quanto si sa, rappresenta

44 44 una figura unica. C'è però l'episodio di Sansone: 62in esso, vengono in evidenza due colonne e così ravvicinate tra loro da potervi esercitare, soltanto con l'estensione delle braccia, una forza notevolissima. L'immagine che viene alla mente ripete il segno astrologico ed inoltre quest'azione, nella quale si trovano le componenti "forza" (Sansone) e "stabilità" (le colonne), ci rimanda alle colonne poste all'ingresso del Tempio di Salomone chiamate appunto forza (Bo'Z, ) e stabilità (YaKYN, ). Se poi <<ricordiamo [che] il ciclo narrativo di Sansone, l'eroe della tribù di Dan, che vive in ambiente filisteo e che come un filisteo si comporta; il suo stesso nome ("solare"63) ne rivela l'origine non israelitica. [comprendiamo come sia] significativo che, quando l'eroe è stato fatto proprio dalla tradizione ebraica, egli sia stato assegnato alla tribù di Dan>>.64 A questo punto, si precisa il già accennato, complicato intreccio che la presenza Achea ha determinato in tutta l'area, rilevabile, del resto, dalla presenza delle due emblematiche colonne anche in templi dei paesi posti a Nord e ad Oriente della Palestina. Ma c'è di più, questo legame viene espressamente dichiarato e la controparte è, per la fattispecie in esame, assai rilevante: <<Gionata sommo sacerdote e il consiglio degli anziani del popolo e i sacerdoti e tutto il resto del popolo giudaico, agli Spartani loro fratelli salute. Già in passato era stata spedita una lettera ad Onia sommo sacerdote da parte di Areo, che regnava tra voi, con l'attestazione che siete nostri fratelli >>;65 eccone il testo: <<Areo, re degli Spartani, a Onia sommo sacerdote salute. Si è trovato in una scrittura riguardante gli Spartani ed i Giudei, che essi sono fratelli e che discendono dalla stirpe di Abramo >>; 66 poi ancora, dove il soggetto è Giasone, il sommo sacerdote ellenista cacciato dalla rivolta maccabaica: << morì in esilio presso gli Spartani, fra i quali si era ridotto quasi a cercare riparo in nome della comunanza di stirpe>>.67 Sparta è significativa non soltanto perché erede di una Weltanschauung sicuramente prossima al prisco ε2 Η acheo m'anche perché sede del culto dei sacri gemelli Castore e Polideuce. <<Gli Spartani rappresentano i Dioscuri con due travi di legno parallele unite da altre due travi trasversali. I loro co-re portano sempre questo simulacro in battaglia>>, 68 che è appunto la precitata δοκανα. Il Vinci, nel suo lavoro, per tutta una serie di considerazioni legate all'economia generale dell'opera, pone la Laconia

45 45 originaria nell'isola danese di Sjælland, la più grande di quell'arcipelago. Ebbene, su questa, è reperibile un toponimo: Sparresholm (Sparr-esholm)69dove holm è isola (in questo contesto non ha rilevanza ed inoltre la località è sulla terraferma), -es è un semplice suffisso è resta però Sparr, che ha il significato - sorprendente - di trave (td. der Sparren). In sv. spår, è il binario (i.e. ferroviario); il che rende, se possibile, ancor più evidente ed anche visivamente percepibile il senso - così significativo per noi - di gémelliparité.70 La radice è par71, s- è un durativo come nell'affine it. Spartire,72che trae sì immediata origine dal lt. pars ma bene rende, nella totale omofonia (spart-ire), la lettura del nome della città in argomento, con evidenza concettualmente identico al suo emblema e conforme al culto che la caratterizzava. Questo studio è iniziato citando proprio l'enigmatica duplicità degli Etiopi omerici della quale ho mostrato il sorprendente, attuale riscontro geografico. Esso si è poi sviluppato disvelando, di questa duplicità, anche il senso etnico e storico.73 Vorrei ora sottolineare la pregnanza d'altre valenze ad essa sottese. Nel momento dello scontro tra lo stanziamento atlantideo e la corrente iperborea - scontro che, come abbiamo visto, trova corrispondenza nell'epopea indù di Parushu-Râma - pel moto precessionario, il punto vernale percorreva (-8700/-6540) l'asterismo oggi chiamato Cancer ( ) ma che, al tempo, era rappresentato dal polipo (Polypus, Πολυπουν) e, di questa sua diversa immagine, abbiamo testimonianze arcaiche diffuse in una vasta area, che va, appunto, dalla Scandinavia alla Grecia micenea. 74 Astrologicamente,75 questo segno è domicilio della Luna, alla cui sfera compete l'elaborazione delle forme sottili che andranno poi a manifestarsi concretamente in questo nostro mondo. Inoltre, per essa e per la natura dei citati riferimenti zoomorfi, l'elemento acqua è dominante e le Acque corrispondono ad analoga funzione poiché stanno a simbolizzare il principio passivo e plastico del cosmo: in effetti, tutto il periodo, caotico per gli eventi guerreschi che lo contraddistinsero, fu determinante per l'elaborazione e la definizione cultuale ma anche razziale di quella parte del ciclo che s'estende sino ai nostri giorni. A tale momento embrionale, fa riferimento la forma ovulare del corpo del cefalopode e, allo stesso contesto, è da ricondurre il mito di Leda e dell'uovo da cui nasceranno i Dioscuri; ripreso quest'ultimo, nella loro iconografia, dagli elmi, che ne rappresentano le due metà e dai corti mantelli vestigia della membrana. La costellazione che segue (-6540/-4380) 76 è, appunto, quella dei Gemini ed essa è coerente emblema di un'epoca nella quale le due grandi correnti si fusero facendo sì che i nemici, al termine di un periodo tormentato,

46 46 diventassero fratelli. In questa corrispondenza, si manifesta una costante e verificabile proprietà ossia la proiezione - con congrua evidenza, nell'immagine dell'asterismo vernale - del quid caratterizzante lo spirito del tempo. Spirito ed immagine poi in mille modi ripresi nei miti, nei culti e nell'arte del periodo considerato. Un esempio molto noto è la coincidenza tra il segno dei Pisces ( ) ed il suo uso nel Cristianesimo; ad es. ΙησουΗ ΧριστοΗ Θηον ΥιοΗ Σωτηρ: ΙΧΘΥΣ, pesce, appunto. Qui giunti, mi sembra importante sottolineare come la prospettiva evemeristica di molte delle interpretazioni che ho proposto nel presente studio, non voglia, in alcun modo, escludere gli altri piani - cosmologici e metafisici - impliciti in tutti i miti. Anche quello di Leda comporta chiari riferimenti storici agli eventi testé ricordati: Zeus, s'unisce a lei sotto forma di cigno ed è questa, dell'ottimo e Massimo, un'evidente personificazione della tradizione iperborea; infatti nell'induismo è Hamsa, cigno, il nome della razza primordiale e polare all'origine di questa umanità. Inoltre, Leda è chiamata anche ΝεµεσιΗ oppure, con essa, che di fatto è un'astratta potenza divina tutrice dell'ordine ed equilibrio universali, è spesso scambiata. Tutto ciò che nelle cose, negli uomini e negli eventi usciva per taratologica dismisura dalla norma; dall'ineluttabile intervento di questa potenza era riportato a giusta dimensione, proporzione e rango. E ciò, per quel senso della ικ0, così consonante nella mente dei Greci con l'armonica moderazione d'ogni cosa. In definitiva, il mito ci dice che, la tradizione iperborea (il cigno), facendo giustizia - nello specifico unendosi alla Nemesi - della difforme e proterva grandezza (naturaliter di Titani e Giganti77 ovvero degli Atlantidei), implicita nelle stesse cause delle epifanie nella storia della temibile partner del dio, ristabilì tra i (giusti dei) due popoli un rapporto di fratellanza; in altri termini, li rese come gemelli. Un riferimento a questo equilibrio lo ritroviamo nella versione architettonica della δοκανα: le due colonne Forza e Fermezza; 78 infatti senza la seconda c'è solo eccesso. Non a caso, nella tradizione massonica, il nome della prima corrisponde alla parola di passo degli Apprendisti mentre quello dell'altra è attribuito ai Compagni, riproducendo nella sequenza gerarchica la corretta scala valori. Approfondire però la misura in cui tutto questo, più ampiamente, si riverberasse in quella lontana filiazione che fu la società filistea e - per ciò che abbiamo constatato - in quella ebraica nonché nelle altre, solo accennate relazioni, è certo compito che supera la portata e gli scopi del presente lavoro.

47 47 NOTE 1 F.lli Palombi Editori, Roma, È pertanto in questa prospettiva che va inteso tutto il presente studio, il quale si avvale inoltre della fondamentale opera del Tilak (The Arctic Home in the Vedas, Poona Bombay, 1903) e delle notizie in tal senso più volte fornite da René Guénon nella sua vasta produzione nonché dal conforto di molti, analoghi e più recenti lavori apparsi in Italia ed altrove. 2 Ibidem, p. 372 e ss. 3 Od. I Ibidem, trad. Rosa Calzecchi Onesti, Einaudi, Torino. 5 Così sottile che, durante l'ultima guerra, i tedeschi occupanti ne progettarono il taglio per favorire la navigazione interna; avrebbero così evitato il passaggio nel mare aperto settentrionale assai più esposto alla minaccia delle flotte nemiche. 6 In questo caso l'ambiente agricolo ha favorito l'interpretatio vulgaris in senso strumentale: i Mannari ovvero quelli dalla " mannàra" (*manuaria[m], agg. di manus) ossia una scure con lama larga o un pennato, comunque arnesi atti al taglio della legna. 7 R.Guénon, Symboles fondamentaux de la Science sacrée, Gallimard, Paris, 1962; ch. XVI. Numerosi sono i popoli che in Africa, sicuramente scuri per il colore della pelle però, a dispetto delle evidenti mistioni avvenute, negri da nessuno vengono considerati; alcuni di essi si trovano ai limiti meridionali della zona arabo-camito-cuscita settentrionale, con ciò determinando come per i Dogon, che incontreremo in chiusura di questo studio, qualche incertezza classificatoria. 8 In ogni caso, la composizione razziale del paese è assai complessa; non a caso l'altra designazione - Abissinia - proviene dall'ar. _ν, ahabash hbsh, che ha il senso di radunare da cui l'accezione comunemente intesa di popoli misti: appellativo confermato dalla presenza di circa 84 lingue (attualmente parlate: almeno 70). L'ultimo apporto etnico, di grande rilevanza per i tempi storici, è quello semitico sud-arabico (intorno al VI sec. a.c. i primi insediamenti sull'altipiano), vettore della lingua ge'ez (sing. di Ag'âziyân, una delle tribù semitiche) e dell'alfabeto ancor oggi in uso. 9 R. Guénon, op. cit Ibid. En , trad. Rosa Calzecchi Onesti, Einaudi, Questo virgiliano riferimento all'oceano è molto esplicito in senso extra-mediterraneo ancorché non necessariamente settentrionale, in tale accezione non vengono invece comunemente intesi quelli presenti nelle successive (vd. p. 3) citazioni omeriche ma è sempre il Vinci,

48 48 che (al Cap. XVII, op. cit.) brillantemente risolve l'enigma della frequente, oscura dizione ποταµοιο Ωκεανοιο attribuendola al Gulf Stream, un cui ramo si spinge anch'oggi a lambire la Scandinavia fino l'estremità artica della Norvegia: vero fiume quindi, pure visibilmente percepibile, il quale, diverso per temperatura, riflessi e colori, tra liquide pareti, scorre per migliaia di chilometri nell'atlantico. 12 Cfr. skr. édha, fuel [Hirish, aodh, Old High German, eit, Ang. Sax. âd]; Sir Monier Monier-Williams, Sanskrit-English Dict., N.Delhi, Chândogya Upanishad. Per questa funzione del cuore cfr. anche Dante: << dico veracemente che lo spirito de la vita, lo quale dimora ne la secretissima camera de lo cuore >>; Vita Nuova, Anche nell'esichiasmo lo scopo del lavoro iniziatico è indicato con questa stessa definizione. 15 G.Semerano, Le Origini della Cultura europea, Diz. della Lingua Greca, Olschki, FI, 1994; s.v. αιθηρ. 16 Fabre-d'Olivet, La Langue hébraïque restituée, L'Age d'homme, Vevey, CH, Ibid. Per l'ambivalenza dei simboli, l'aspetto igné implicito all'appellativo ha determinato la sua attribuzione anche ai rappresentanti della razza negra per il rapporto di questa con l'elemento fuoco. Da esso proviene il ns. cusciti << peoples of southern Nile-valley, or Upper Egypt, extending from Syene indefinitely to the South>>: Hebrew English Lexicon of the Old Testament, OUP, s.v.. È inoltre assai singolare come, ai suddetti derivati della aidh, sia affine esât, che in etiopico (ge'ez) significa fuoco. 18 Cfr. supra, n. 4. Od ; trad. op. cit.: Ενοσιχθων, è un attributo di Poseidone; scuotitore della terra (Rocci; op. cit.) Il ; trad. op. cit. 21 Il ; trad. op. cit. Cfr. L.Rocci, Voc. Greco-Italiano, s.v. a-:u:τ< ma anche εσχατοι (cfr. supra Od. 1.23: << gli estremi >>) può andar oltre l'accezione geografica: ibidem s.v. εσχατοη, traslato: il sommo, il più alto, il più grande "Il Nome e la Storia", in via di pubblicazione su questa stessa rivista. Tracce mitiche di questo scontro/incontro, si trovano nell'epopea del 6 Avatâra di Vishnu cioè Parushu-Râma (rif. ad eventi collocabili intorno all'8000 a.c.), nelle storie

49 49 dei Giganti, dei Titani e nella lotte tra Asi e Vani delle varie tradizioni europee: cfr. infra n. 60 e p Atlantis: the antediluvian world, New York London, circa. 27 René Guénon, Formes traditionnelles et cycles cosmiques, Gallimard, Paris, 1970; p. 36: utilizzando <<le siège>> in riferimento al centro supremo, Guénon, per necessità espositiva, sceglie di non addentrarsi nella complessità del problema. In effetti, dopo la "caduta", la sede de la tradition primordial è nelle valenze sottili della Terra mentre nella nostra modalità grossolana non possono esservi che "accessi" e "proiezioni" più o meno secondarie, com'è appunto il caso del sodalicium in questione. 28 È piuttosto curioso che un popolo dell'etiopia occidentale (Eritrea m'anche Somalia), i Danàkili (ma loro chiamano sé Afar o Adal), si suddivida in "uomini rossi" (asà ian mara, sono questi i nobili) ed "uomini bianchi" (adò ian mara e questi sono i commons): cfr. R.Biasutti, Razze e popoli della Terra, UTET, 1967, vol. III, p Quanto al nome fa pensare questo Dan-: l'assonanza con Danai è evidente e così le tracce di un culto preislamico affine a quello dei Qemant e la lingua cuscita richiamano gli Agaw dei quali parlerò più avanti. 29 Cfr. E.Benveniste, Le vocabulaire des institutions indo-européennes, Paris, Per una testimonianza della penetrazione di questo tratto caratteriale è caratteristico il personaggio di Ulisse. 30 Trovo, in questo senso, davvero illuminante il recente lavoro del Prof. Giovanni Garbini: I Filistei, Rusconi, Le considerazioni che seguiranno fanno in larga misura proprie le sue conclusioni ed a quell'esposizione non resta, per non troppo appesantire di citazioni il presente studio, che rimandare il lettore. Mi sembra infine importante non dimenticare che allora, anche per le origini di Roma, secondo il racconto di Virgilio, il cui status tradizionale non può essere contestato, il ruolo di quest'apporto, si riveli fondamentale. 31 Ibidem, p Significative ed illuminate da altra luce appaiono, dal punto di vista offerto da quest'ipotesi: la "fronda" sull'unicità del luogo di culto, condotta con costanza dal Nord (Regno d'israele o Samaria) contro il Sud ossia contro Gerusalemme (Regno di Giuda); la "perdita" delle dieci tribù settentrionali non più tornate dall'esilio (iniziato nel -722 per il Nord e nel -587 per il Sud), l'esclusione da ogni comunanza etnica e l'odio verso i superstiti di queste rimasti in patria ossia verso i Samaritani considerati poi sempre quali stranieri. 33 Cfr. supra, p. 3 e note nn. 16, 17.

50 50 34 Enciclopedia Italiana, s.v. Etiopia. 35 Ibidem. 36 Precisamente al cuscitico occidentale; le altre lingue del paese, oltre al già citato gruppo semitico, appartengono a quelli berbero e omotico. Il nome ha il significato di estraneo, straniero ed è stato, con evidenza, loro attribuito dai più tardi invasori sud-arabici; in effetti essi chiamano sé stessi Beta Israel, la Casa d'israele Senza voler insistere su un tema inesauribile come quello delle differenze cultuali tra Israele e Giuda, è evidente come l'attribuzione "settentrionale" di questi tratti sia importante al fine di una datazione della presenza ebraica nel paese. Cfr. supra n The Sign and the Seal. A Quest for the lost Ark of Covenant, W.Heinemann Ltd., London, 1992; trad. it. Piemme,1995. Anche in questo caso, per chi desideri approfondire l'argomento, rimando alla lettura - del resto piacevole - del saggio, 40 Cfr. Frederik C.Gamst, The Qemant: a pagan hebraic peasantry of Ethiopia, New York, Es. 3.8, Lv , Nm , Sir. 46.8, Bar Da HEL; Jordan, YRDaN, : YRD,, come or go down, descent, DaN,, the tribe of Dan, id est: [il fiume che] scende da Dan; proprio la tribù quindi che origina dai Danai ed è considerata ancêtre dei Falasha Oppure essendosi parzialmente ebraizzati in seguito a contatto dei sopravvenuti Falasha. 44 Senza voler dare eccessiva importanza alla cosa, è curioso come la distanza tra la sede nordica e l'arcipelago danese (Dan-mark) e quella tra la sede africana e Israele sia, in linea d'aria, pressoché identica. 45 I Franchi ad esempio ma anche i Rus o Variaghi e per gli Agaw cfr. infra stessa pagina. 46 Cfr. supra p. 3 e n Op. cit. 48 Sulle molto complesse ragioni di quest'insolita diminutio del Tetragramma (YHWH), cfr. d'ausser Berrau, op. cit.

51 51 49 Nella ricostruzione dello H. l'unico punto che mi trova decisamente scettico è la sua convinzione che l'arca, custodita ancora dalla locale chiesa copta, possa essere quella originale. 50 Chantraine, op. cit. s.v. ΑχαιοΗ. 51 Poetico per greco in genere, cfr. F.Calonghi, Diz. Latino-Italiano, s.v. Argos. 52 Cfr. skr. [a]rkša, av. arša, lat. ursus, arm. arj. 53 Stessa derivazione ha la virgiliana Arcadia, che tanta parte ha nell'eneide "continuazione" dell'iliade - dove Evandro, installato sul Palatino quale capo d'una colonia d'arcadi, stabilisce con Enea quell'alleanza dimostratasi fondamentale per la riuscita dell'avventura dei Teucri nel Lazio. E l'arcadia come l'argolide e la Laconia è un nomo del Peloponneso, che con Sparta troveremo ancora. 54 Aggettivare la tradizione classica come "religiosa" - ovvero accomunarla, per la colorazione storicamente assunta dall'aggettivo, alle forme ed allo spirito delle tre religioni abraminiche - è pura comodità espositiva ma forza la realtà. La sua natura, come ben vide il Dumezil, era tale da renderla più prossima alle complessità dell'induismo che non alla univocità semitica. 55 In ogni caso, i rapporti in Palestina tra un Ebraismo arcaico, le forme proprie ai nativi e quelle degli invasori che provenivano dal mare, debbono essere visti nella prospettiva d'una avvenuta coalescenza, insita del resto in quel concetto di "giunzione", qui più volte evocato e che - non dimentichiamolo - esclude il caso ma implica una precisa volontà, un progetto da parte dell'élite (gli "Etiopi" del "everywhere" nella loro migrazione dall'artico all'equatore) costituente il centro tradizionale in argomento. 56 Gdc ; 1 Sam. 5.2, 5.3-7; 1 Cr ; 1 Mac , Cfr. supra n M.Griaule, Dieu d'eau, Fayard, Ibidem, p Cfr. supra, p. 3 e n. 24, inoltre, si potrebbe vedere in quel termine banu un relitto linguistico di Vani (guerra Asi/Vani), che nella mitologia nordico-germanica, sono la rappresentazione della controparte "rossa", "occidentale" con la quale si giunge infine all'armistizio, sinonimo bellico della giunzione più volte citata. La Scandinavia inizia a diventare germanica intorno al -2000, quando collassa, tra tempeste di neve, per il repentino abbassarsi della temperatura, l'optimum climatico e sopravviene il popolamento delle più temprate dai freddi continentali (provenivano dal "serbatoio" di Nord-Est, come assai prima gli iperborei antenati degli Achei, cfr. supra p. 3), genti dalle "asce di combattimento", le quali si fondono con il consistente nucleo di coloro, ch'erano rimasti dopo la grande migrazione ellenica. Ciò determina una continuità

52 52 tradizionale che giustifica la presenza dell'eventuale, suddetto relitto altrimenti anacronistico. 61 Rocci, op. cit. 62 Gdc Cfr. l'assonanza germ. San-son, figlio del sole. 64 G.Garbini, op. cit. p Mac Ibidem, Mac Sono perfettamente consapevole che, per gli storici, siano queste della ricerca d'una comune ascendenza, soltanto antichi, ingenui vezzi diplomatici per ingraziarsi il possibile alleato (cfr. E.J. Bickerman, The Jews in the Greek Age, Harvard U.P. 1988, Chap. XX) così come l'eneide sarebbe un'opera letteraria a nient'altro intesa se non al "bello" ed all'adulazione del Principe: il criterio da cui parte questo lavoro è invece quello di prendere au sérieaux ciò che traditum est ed attraverso un riscontro dell'interna coerenza dei dati e nella loro rispondenza a questa prospettiva - appunto tradizionale - deciderne o meno l'accettabilità. 68 R.Graves, Greek Myths, trad it., Longanesi, 1977; Cap.74, p. 69 Non è in ogni caso questo l'unico toponimo su base Spar reperibile in Scandinavia come del resto il ruolo fondamentale di una coppia gemellare, si ritrova anche a Tebe ed a Roma stessa a dimostrazione del valore, in effetti, universale di tutti i simboli. 70 Neologismo coniato dal Graule per rendere le specificità dei miti dogon. La par, esprime in i.e. il concetto base di coppia ma da questa base per ampliamento o specializzazione deriva una serie veramente imponente di vocaboli: lt. par, paris; ing. pair, td. das Paar, coppia; td. der Spalt, spacco, fenditura (un qualcosa che si apre e diventa due); skr. para, oltre, remoto, opposto (un qui ed un là alternativo); lt. pars, parte (una dualità data da una parte e dal suo confronto con un tutto) Citato dal Kluge: Etymologisches Wörterbuch der deutschen Sprache, de Gruyter, Berlin, 1995; s.v. Sparta Supra: p. 3 e n. 24. Lo schema strutturale dell'ottopode, si presta a mostrarsi in raggianti immagini solari o in disposizioni svastikoidi ma n'esiste - com'è per tutti i simboli - anche una controparte tenebrosa data dalla Medusa con tutta la sua inquietante ambiguità: <<'Tis the tempestuous loveliness of terror >>.

53 53 75 I riferimenti di quest'ordine qui utilizzati sono tra quelli che davano giustamente un ruolo cosmologico a questa scienza oggi dimenticata ed ormai residuante nelle sue più banali, fantasiose e dubbie applicazioni divinatorie. 76 Al termine di quest'epoca di remissione, ci sarà l'inizio del Kaly Yuga, la "confusione delle lingue" e l'ingresso nella parte ultima del Manvantara, cfr. supra p Nella Bibbia sono i Nephilim (NeFLYM, 78 Cfr. supra p. 9. ) i caduti, i.e. gli sconfitti. ----Bruno d'ausser Berrau, [Una presentazione dell'autore si trova nel I numero di Episteme] Disegno su anfora rappresentante il combattimento tra Ettore ed Achille [da:

54 54 Avviso: A p. 192 è stato inserito un breve cenno storico-biografico sulla "questione omerica".

55 55 RELAZIONE FRA IL CALENDARIO PERPETUO BASATO SUL CICLO DI 128 ANNI E I CALENDARI CENTROAMERICANI (Flavio Barbiero) La durata dell'anno solare, secondo le più moderne misurazioni, è di 365,2422 giorni. L'anno giuliano ha una durata media di 365,25 giorni, ottenuta alternando un anno bisestile di 366 giorni a tre di 365. Esso quindi risulta leggermente più lungo dell'anno solare, il che provoca uno sfasamento fra di essi di un giorno e 86 secondi ogni 128 anni. Sarebbe sufficiente saltare un anno bisestile ogni 128 anni per ottenere un calendario perpetuo avente uno scarto medio annuo rispetto all'anno solare dell'ordine di 1 secondo. (Ciò significa che dovrebbero trascorrere più di anni prima che si accumulasse uno sfasamento pari ad 1 giorno. Il calendario civile attuale, invece, è basato sul ciclo Liliano, che prevede dì saltare 3 anni bisestili ogni 400 anni. Lo scarto rispetto all'anno solare risulta di 2 ore e 53 primi ogni 400 anni, 25 volte superiore che nel primo caso, tanto che sono sufficienti anni per accumulare una differenza di 1 giorno). E' una coincidenza felice il fatto che il periodo di correzione ottimale sia proprio di 128 anni. Questo numero è uguale a 2 7, il che offre la possibilità di concepire intere famiglie di calendari perpetui, tutti con la medesima precisione. Il procedimento è il seguente: 1) Si considera la lunghezza dell'anno solare di 365 giorni esatti per tutta la durata di un periodo costituito da S = 4n anni (definito d'ora in poi "secolo"). 2) Al termine di ogni secolo si aggiungono n giorni. 3) Al completamento di un ciclo C = 128n, pari a 32 secoli, non si aggiungono gli n giorni. Ciascuna famiglia di calendari sarà poi caratterizzata dalla suddivisione in mesi e/o settimane che si vuole attribuire ai 365 giorni dell'anno solare. Si può ottenere una famiglia di calendari considerando l'anno solare diviso in 18 mesi di 20 giorni ciascuno, più 1 mese finale di 5 giorni (365 = 18 x ), ed utilizzando una settimana di lunghezza n da 1 a 18 giorni, che si ripete all'infinito, e un anno "ausiliario" di lunghezza pari a

56 56 20 settimane. I parametri caratteristici di questa famiglia di calendari sono sintetizzati nella seguente tabella: n week T = 20n S=4n auxiliary year century C=128n cycle L'anno ausiliario T è formato da 20 settimane di n giorni e reciprocamente da n mesi di 20 giorni. Tra l'anno solare e l'anno ausiliario esistono le seguenti relazioni: 1) 360 x 4n = T x 72 2) 72T + (5x4n) +n = (72+1)T + n = 1461 n = (360+5)4n + n. La 2) esprime il numero di giorni e settimane contenuti in ognuno dei 32 secoli di un ciclo completo (ad eccezione dell'ultimo, che ha una settimana in meno degli altri) è il numero di giorni contenuti in 4 anni giuliani (365,25x4= 1461) e rappresenta un rapporto ricorrente in questa famiglia di calendari. Il ciclo completo, pari a 128n anni, contiene (1461x32)-1 settimane di n

57 57 giorni. L'orologio astronomico perenne L'interesse di questa famiglia di calendari non sta tanto nella sua eleganza formale, quanto piuttosto nel fatto che essa è caratterizzata da una settimana di n giorni che "gira" all'infinito ed è un sottomultiplo intero rispetto all'anno ausiliario, il secolo ed il ciclo. Ciò consente di realizzare un vero e proprio "orologio" astronomico, valido per l'intera la famiglia, in grado di conteggiare gli anni indefinitamente, mantenendo lo scarto annuo medio rispetto all'anno solare nell'ordine di 1 secondo. L'orologio si basa sulle relazioni 1) e 2); la sua realizzazione, pertanto, è pressoché obbligata. Il meccanismo base consiste in una ruota centrale, che avanza di uno scatto al giorno e compie un giro completo dopo n scatti, cioè una settimana. All'esterno c'è una ghiera circolare, divisa in 20 parti, lungo la quale si muovono due lancette, una lunga ed una corta. La lancetta lunga conta i giorni e avanza di una unità ad ogni scatto della ruota centrale. La lancetta corta conta le settimane ed avanza di una unità ogniqualvolta la ruota centrale completa un giro. Fig. 1 Un giro completo della lancetta lunga rappresenta un mese di 20 giorni. Un giro completo della lancetta corta rappresenta 20 settimane, cioè 1 anno ausiliario completo (T=20n). Per le relazioni 1) e 2) si ha che: - la lancetta lunga compie 73 giri completi ogni 4 anni di 365 gg.;

58 58 - la lancetta corta compie 73 giri completi ogni secolo (4n anni di 365 gg). Al termine del secolo, quindi, le due lancette si vengono a trovare in fase sullo zero, avendo la lancetta lunga effettuato n volte i giri della corta. A questo punto per rifasare il calendario con l'anno solare bisogna aggiungere n giorni, cioè una settimana. Ciò si ottiene arrestando momentaneamente la lancetta lunga e facendola avanzare soltanto al termine della settimana, assieme alla lancetta corta. Il nuovo secolo inizia perciò con le due lancette in fase sull'1, che diventa il nuovo zero di riferimento. Per evitare confusione coi numeri, quindi, al termine di ogni secolo è opportuno fare avanzare di uno scatto anche la ghiera numerata. L'operazione si ripete identica per 31 secoli. Al termine del 32.mo secolo il meccanismo deve provvedere ad azzerare il tutto, senza aggiungere la solita settimana, ed ha inizio un nuovo ciclo di 32 secoli. E così via indefinitamente. Come si vede, si tratta di un meccanismo molto semplice, ma per farlo funzionare in modo automatico t necessario disporre di "contatori", che tengano il computo dei giri delle lancette e facciano scattare i meccanismi di autoregolazione al momento opportuno. Si vede subito che sono necessari 3 contatori, che effettuino il conteggio rispettivamente di: - numero di giri della lancetta lunga (proporzionale agli anni solari) - numero di giri della lancetta corta (proporzionale agli anni ausiliari) - numero dei secoli trascorsi. Cominciamo con il contatore dei secoli. Il fatto che 32 = 25, suggerisce di utilizzare un contatore binario, costituito da quattro registri in cascata, ognuno in grado di contare fino a 4. Quando il primo registro ha completato il conteggio di 4 unità, il secondo registra 1. Il terzo registro inizia a contare soltanto dopo che il secondo è arrivato a 4 e così via. Poiché il conto finale deve essere 32 secoli di 4n anni ciascuno, il contenuto dei registri sarà, a partire dal più alto: - 32S (128n anni) - 8S (32n anni) - 2S(8n anni) - ½S(2n anni). Ne consegue che l'unità in ingresso al primo registro è costituita da 1/8 di

59 59 secolo e deve quindi essere fornita dal contatore di giri della lancetta corta (contatore degli anni ausiliari). Poiché un secolo è indicato da 72+1 = 8x9 +1 giri, conviene conteggiare l'ottavo di secolo come formato da 9 = 3 2 giri di lancetta. Si dovrà avere quindi un contatore "ternario", la cui uscita va in ingresso al contatore dei secoli. 4 gruppi di 9 giri rappresentano mezzo secolo, e 2 mezzi secoli 1 secolo (il 73 suo giro non viene conteggiato e può servire per predisporre gli automatismi di fine secolo). Queste informazioni sono rilevanti per l'utilizzatore del calendario, ed è opportuno quindi vengano riportate sul quadrante del contatore, il quale, pertanto, sarà propriamente rappresentato nel seguente modo: Infine viene il contatore di giri della lancetta lunga, indispensabile perché indica il trascorrere degli anni solari. Dovendo conteggiare 72+1 giri ogni 4 anni, sarà l'esatta replica del precedente e indicherà il trascorrere del tempo di 9 mesi in 9 mesi (mezzo anno). L'orologio astronomico completo avrà un aspetto grosso modo come quello della seguente figura: Fig. 2 Il fatto di registrare i secoli in contatori in cascata consente di rappresentare il loro contenuto graficamente mediante cerchi concentrici: il

60 60 primo cerchio rappresenta il contenuto del registro più alto e quindi dell'intero ciclo calendariale, di 32 secoli, ed è suddiviso in 4 settori di 8 secoli ciascuno. Ogni settore contiene per intero il terzo registro ed è quindi a sua volta suddiviso in 4 settori, ciascuno contenente 2 secoli. Il cerchio più esterno, infine, rappresenta i 64 mezzi secoli che costituiscono l'uscita del primo registro. Da notare che la scala dei tempi dell'orologio cambia al cambiare di n. Dovrà esserci pertanto un meccanismo che consenta di variare la lunghezza n della settimana, ed il valore impostato dovrà comparire sul quadrante. L'aspetto finale dell'orologio astronomico, quindi, risulterà quello della seguente figura: Fig. 3 La rappresentazione in cerchi concentrici consente di visualizzare altri fenomeni astronomici o astrologici che siano in rapporto costante con la durata dell'anno solare. Pertanto, la scelta di una particolare lunghezza n per la settimana può essere determinata dalla possibilità che tale valore consente di controllare grandezze astronomiche di particolare interesse, quali il ciclo lunare, i periodi sinodici dei pianeti e così via. Ad esempio, è noto che 8 anni solari contengono quasi esattamente 99 mesi lunari e 5 anni sinodici del pianeta Venere (583,92 giorni). Un valore n = 1 sembrerebbe il più idoneo a rappresentare queste grandezze. Per contro, un n = 13 consentirebbe di controllare in modo immediato anche gli anni di Marte, il cui periodo sinodico è di 779,94 giorni, quasi esattamente 3 anni ausiliari di 260 giorni. In ogni caso, comunque, la precisione non costituisce criterio di scelta, perché essa è la stessa per qualunque valore di n.

61 61 Il calendario centroamericano Questa lunga descrizione della famiglia di calendari basati sul ciclo dei 128 anni (e mese di 20 giorni) e della struttura di un orologio atto a rappresentarli, non ha certo lo scopo di proporre la sostituzione del calendario gregoriano (cosa impensabile al giorno d'oggi), ma soltanto quella di poter dimostrare la logica che sta alla base del calendario in uso presso le popolazioni del Centro America fino a pochi secoli fa. Gli Aztechi, i Maya, i Toltechi, e prima di loro gli Olmechi, avevano in comune un calendario che era basato su un anno ausiliario di 260 giorni, diviso in 13 mesi di 20 giorni (o in 20 settimane di 13 giorni), che definiva un secolo di 52 anni. L'anno solare era diviso a sua volta in 18 mesi di 20 giorni, più 5 giorni fmali. Straordinaria importanza veniva attribuita a tutte le combinazioni di numeri risultanti dall'intreccio dell'anno di 360 giorni con quello ausiliario di 260. E' evidente che questo calendario appartiene alla famiglia di calendari descritti nella prima parte. Non sappiamo che cosa abbia determinato la scelta del 13 come lunghezza della settimana, ma è innegabile che le società centroamericane davano grande importanza ai periodi sinodici di Venere e Marte, che questo numero consente di controllare agevolmente. Non abbiamo prove che le civiltà centroamericane applicassero questo calendario nella sua interezza. Ad esempio, non possediamo notizia che venissero aggiunti 13 giorni alla fine di ogni secolo di 52 anni. Logica vuole, tuttavia, che lo facessero. Sappiamo per certo che i sacerdoti erano in grado di misurare gli slittamenti del calendario rispetto all'anno solare, mediante vari traguardi, che consentivano di determinare con precisione la data di solstizi ed equinozi. Appare inverosimile che non provvedessero a rifasare i due cicli, tanto più che la cifra da aggiungere era di 13 giorni, e cioè proprio la settimana base dell'intero calendario. (Una possibile ipotesi per spiegare la mancata menzione di questi giorni è che essi fossero considerati "non esistenti". In un orologio astronomico del tipo descritto, infatti, essi non vengono conteggiati). Parimenti non possediamo testimonianze scritte o verbali che le civiltà centroamericane fossero a conoscenza del ciclo di 1664 anni definito dal numero 13. Anche il "conto lungo" dei Maya, ammesso che la sua interpretazione sia corretta, porta a cifre che non sembrano avere relazione con il calendario descritto. C'è però da osservare che i vari calendari scolpiti su pietra, i cosidetti "dischi solari", trovano una chiave di lettura pressocché immediata e del

62 62 tutto coerente nell'orologio astronomico di Fig. 3. Si osservi, ad esempio, il grande calendario scolpito dagli Aztechi a Tenochtitlan nel 1492, e noto come "Pedra del sol". Si osserva innanzitutto il fatto che al centro della fascia più esterna, in alto, compare in bella evidenza il numero 13, che stabilisce la scala dei tempi di questo calendario. Nel mezzo del disco è chiaramente riconoscibile il meccanismo dell'orologio astronomico, con la ruota centrale rappresentante la settimana (il sole che gira 13 volte) e due lancette, una lunga e una corta, puntate su una ghiera circolare che rappresenta i 20 giorni del mese. Si riconoscono anche i due contatori ternari dei giri delle lancette, con associati gli indicatori dei semianni solari e dei semisecoli. Inconfondibili, infine, i 4 registri binari che tengono il conteggio dei secoli. Il ciclo risulta di 1664 anni e con questa scala le varie grandezze rappresentate nei cerchi esterni trovano immediata interpretazione, ad eccezione del primo cerchio, suddiviso in 40 rettangoli ciascuno rappresentante 5 unità. Vengono definiti quindi 200 periodi che non corrispondono ad alcuna grandezza astronomica di un qualche interesse, se si intendono riferiti al ciclo di 1664 anni. L'ipotesi più probabile è che essi rappresentino i 200 anni sinodici di Marte compresi in 600 anni ausiliari di 260 giorni. Il cerchio successivo è suddiviso in 8 settori di 208 anni ciascuno, ognuno diviso in 10 parti di 20,8 anni. Questo intervallo di tempo rappresenta esattamente 13 anni sinodici di Venere, particolarmente significativo, vista la coincidenza con la "scala" di questo calendario Nei cerchi successivi sono rappresentati i 32 secoli ed i 64 semisecoli del ciclo. Interessante è il simbolo che compare periodicamente lungo il cerchio esterno, formato da un rettangolo contenente 5 unità sormontato da 3 "tacche". Sembrerebbe logico interpretarlo come la rappresentazione (una sorta di "zoom" sulla scala dei tempi) dei 3x33 mesi lunari e 5 anni di Venere contenuti in 8 anni solari. Tutto sembra combaciare. Certo, non abbiamo prove che questo disco rappresenti realmente, nelle intenzioni di chi l'ha scolpito, un orologio astronomico; ma è un fatto che esso può essere utilizzato come tale. Sembra alquanto improbabile che ciò sia dovuto ad una coincidenza fortuita.

63 Flavio Barbiero è nato a Pola nel Laureato in ingegneria a Pisa, ha trascorso gran parte della sua vita professionale in centri di ricerca della Marina Militare e della NATO. Da trent'anni svolge attività di esploratore, ricercatore, scrittore in campo climatologico, geofisico e archeologico. Nel '75 e '78 ha organizzato e guidato due spedizioni esplorative in Antartide, contribuendo in maniera determinante all'impegno italiano in quel continente. Dal 1984 partecipa ai programmi di ricerca archeologica del Centro Camuno di Studi Preistorici in Israele. Collabora con l'università di Bergamo in programmi di ricerca scientifica. Ha pubblicato vari libri, fra cui Una Civiltà sotto Ghiaccio (Ed. Nord), Alla ricerca dell'arca dell'alleanza (Sugarco), La Bibbia senza segreti (Rusconi) [recensito in questo stesso numero di Episteme], e numerosi articoli e saggi di carattere scientifico su riviste italiane ed estere. La "Pedra del Sol" Attualmente presso il Museo Archeologico di Città del Messico

64 64 MYSTERIA LATOMORUM Uno studio sullo scisma massonico del 1717 e su alcuni aspetti generali di quell'istituzione (Bruno d'ausser Berrau) Intorno all'istituzione massonica, 1 alla sua storia ed al suo vero significato esistono non soltanto molte incomprensioni ma anche assurde costruzioni affabulatorie, difficili da scalfire presentandosi quasi sempre come il negativo coagulo di personali idiosincrasie, alimentate, del resto, da un'informazione che, quand'anche provenga da ambienti ad essa interni, non brilla per conoscenza, chiarezza ed obiettività. Questo detto, non si vuole però affermare che la materia sia facile e che le confusioni lamentate non siano prive di una qualche umana giustificazione. La difficoltà maggiore, quella concernente la natura profonda di quest'organizzazione, sta nel disagio dell'uomo d'oggi a confrontarsi, in termini che non siano meramente sentimentali, con realtà che affondano le proprie radici nel mondo pre-moderno. Non a caso, sono correnti le espressioni quali quella di <<sentimento religioso>>, che ben le riassume con il ricondurre tutta la materia ad una questione d'ordine morale e psicologico. Riuscire a disfarsi di queste abitudini mentali è almeno difficile, poiché pesa su esse tutta l'inerzia di una formazione, che impedisce anche d'accorgersi di trovarsi di fronte ad un problema. Il problema sta dunque tutto nella comprensione della vera natura degli antichi mestieri; 2 riguardo ai quali è necessario sbarazzarsi delle opinioni preconcette determinate da un "senso comune", il quale, lungi dall'essere il frutto principale dell'innocenza è il risultato di qualche secolo di una specifica formazione culturale ed essa si riassume nei contenuti dell'istruzione contemporanea. Il mestiere, che qui ci riguarda, è quello del costruttore, inteso nella sua accezione più elevata ossia quello di colui che progetta e segue nel suo edificarsi un'opera di rilevante importanza. Quest'uomo, un architetto, non era una persona colta nell'accezione attuale anche se alcune delle conoscenze professionali, che gli erano necessarie, debbano essere inserite nella storia della tecnologia mentre altre - le più importanti e caratterizzanti - sono oggi ignote. Non era nemmeno un operaio anche se certe abilità manuali gli appartenevano avendole apprese nell'iter formativo iniziato col giovanile apprendistato; spesso poi, egli aveva anche un ruolo imprenditoriale, essendo titolare di

65 65 quella che noi chiameremmo una "ditta". La cosa però fondamentale e che lo differenziava dai moderni, omonimi epigoni è che, il suo patrimonio culturale e tutto il suo agire erano posti in una prospettiva radicalmente diversa e tale da ribaltare ciò che noi intendiamo per lavoro. Intanto, quello che faceva e delle cui implicazioni egli era, per la sua formazione tradizionale, perfettamente cosciente, corrispondeva ad una simbolica imitazione della Creazione e quindi l'opera, che, sotto la sua direzione, andava a prendere forma, era, volutamente, un'immagine del cosmo. Pertanto, ogni parte di essa stava in relazione analogica con livelli ontologici d'ordine superiore essendo, di questi, una rappresentazione sensibile; nello stesso modo, anche tutto il cosmo era letto ed interpretato. Inoltre, per la stretta aderenza tra l'intima natura personale ed il lavoro esercitato, caratteristica di tutte le arti antiche, l'atto proprio estrinsecava le potenzialità dell'uomo, proprio come <<il saper costruire [sta] al costruire e l'oggetto cavato dalla materia ed elaborato compiutamente sta alla materia grezza ed allo [stesso] oggetto non ancora finito>>. 3 In questo senso ovvero nel passaggio dalla potenza all'atto di ciò che era latente, in tale reminiscenza dunque, che rende simile il pensante al pensato e, all'interno di una specifica forma iniziatica, si compiva la realizzazione spirituale dell'artista. Tale azione personale e soprattutto interiore è, sempre, un compito fondamentale ed ineliminabile ma, nelle iniziazioni di mestiere, qual è, appunto, il caso massonico, assume un ruolo di prevalenza il lavoro collettivo e da esso discende la necessità di una struttura corrispondente. Quest'entità operativa era la Loggia: 4 la quale, per essere costituita e poter trasmettere il fiat lux iniziatico, necessita, ancor oggi, della presenza di almeno sette maestri.5 La Massoneria medievale, quella dei costruttori di cattedrali, era pertanto organizzata in entità autonome: le Logge. Ed è per tale autonomia che, anch'oggi, s'usa dire: <<la Loggia è sovrana>>. È perciò che la presenza, per alcuni antichi raggruppamenti rituali, di centri di riferimento quali Strasburgo, Colonia o York, non deve far pensare che, a quell'epoca, siano esistiti organismi societari e direttivi paragonabili alle attuali Grandi Logge. Nel modo stesso, in cui era diversa la struttura organizzativa anche il livello culturale dei maestri, era ben altro da quello che adesso noi immaginiamo figurandoci quei massoni operativi come semplici operai o, al più, quali esperti capi-mastri: 6 in effetti, le nozioni tecniche prima citate erano applicate ed adattate ma, in linea di massima, sarebbe più giusto affermare che erano subordinate ed espressamente derivavano dalle esigenze di una prospettiva simbolica nota come <<philosophia hermetica>>. Ogni particolare dei grandi edifici religiosi medievali, dalla

66 66 disposizione generale del progetto ai dettagli architettonici e scultorei sempre interpretabili ricorrendo a quel peculiare linguaggio - testimonia quanto profondo fosse questo legame. Legame, che era il prodotto, all'epoca della cristianizzazione dell'impero di Roma, della confluenza, avvenuta nei collegia fabrorum,7 tra il pitagorismo ivi dominante, l'ermetismo dall'egitto ellenistico 8 e - portata dal Cristianesimo - quella corrente ebraica9 (salomonica), che, in tanti modi, ha poi profondamente determinato tutte le ritualità massoniche. 10 Prima delle radicali modifiche apportate alla società europea (che s'identificava con la Cristianità) dall'avvento del mondo moderno, le organizzazioni compagnoniche dei costruttori erano diffuse su tutto il continente dove avevano, nel senso dianzi accennato, un carattere nettamente operativo. Quest'aggettivazione non deve far pensare che, dalle Logge, fossero esclusi personaggi non strettamente legati al mestiere: essi sono invece quelli che ritroviamo sotto la qualifica di "accettati". Anzi, due indispensabili "ufficiali" di Loggia lo erano per definizione: il medico ed il cappellano. Per quest'ultimo, esistevano speciali condizioni ed in virtù di esse, la sua iniziazione avveniva in una loggia a tal fine costituita: la Lodge of Jakin. Il nome di quest'ufficiale era pertanto quello di Brother Jakin. Per seguire gli sviluppi storici, che hanno portato al nascere della Massoneria moderna (speculativa), è necessario fissare la nostra attenzione sulle isole britanniche, dove si sono appunto verificati gli eventi per tale indirizzo determinanti. La costituzione dello "stato" medievale era basata su una parcellizzazione e privatizzazione del potere nei feudi ed ogni classe, gerarchicamente ordinata, aveva le sue strutture di riferimento tanto che, tale costituzione, poteva essere, appunto, definita corporativa. In questo senso, anche il segreto 11 non era soltanto peculiare a particolari organismi, quali, nel nostro caso, la Massoneria operativa ma faceva parte di quella separatezza, che compartimentava ogni articolazione della società. È con la prevaricazione regia, nei confronti della Chiesa prima, con la distruzione del sistema feudale poi e la conseguente crisi dell'aristocrazia che, attraverso i sempre più estesi e pervasivi poteri della corona, si mettono le basi dello stato moderno. Tutto è regolamentato e centralizzato ed a quest'occhiuta presenza nessuno ha diritto di opporre quell'autonomia e riservatezza fino allora tanto naturali entrambe: è a quel punto che sorge l'odio per il "segreto", così caratteristico di quell'illusorio ed astratto ideale d'eguaglianza, cui tanto ci si reclama nel mondo moderno. Ogni cambiamento è un processo continuo, ogni modificazione ha sempre avuto dei precedenti, ogni agente dell'innovazione ha la sua

67 67 giustificazione negli errori e nelle ottusità degli attori della controparte ma è tuttavia da rilevare come, tra il 1580 ed il 1620, sia da collocare il passaggio dall'inghilterra medievale a quella moderna e come Lord Francis Bacon, Baron of Verulam, Viscount of St. Alban 12 sia stato uno dei motori politici e filosofici di questa trasformazione. Il suo ruolo, per la storia delle idee nel mondo anglosassone, è, in qualche modo, paragonabile a quello di Cartesio:13 in tutti e due la spinta antitradizionale è molto forte, proponendosi entrambi il problema dell'elaborazione di un metodo reso indipendente dalle forme dell'antico sapere. La differenza tra loro può essere sommariamente riassunta affermando che la ragione cartesiana è necessaria non potendo essere diversa da sé e per questo non può essere smentita e neppure richiede ulteriori conferme mentre, per Bacone, tale necessità non si pone, dovendosi, qualsiasi ragionamento, sottoporre al vaglio della prova (inductive logic with trial and error): soltanto la verifica della sua utilità sarà la dimostrazione della sua rispondenza alla realtà naturale. Non la contemplazione dunque ma la comprensione della natura nei suoi processi sarà lo scopo del metodo: la scienza guida all'azione e l'uomo può quanto sa. Questo principio si applica al mondo fisico ed a quello umano: il primo si sottomette con la tecnica mentre chi conosce l'intima essenza del secondo è destinato all'impero. La visione del mondo di Bacone, anche messa a confronto con quella di Cartesio, considerato il fondatore del pensiero moderno, appare assai più lontana di questa da qualsivoglia impronta tradizionale: mentre nel filosofo francese resta, nel concetto delle idee innate, qualche traccia di metafisica, in lui, si fa soltanto riferimento ad una trama, che, soggiacente al reale, ne è come una costante, una struttura assoluta (schematismus latens) ed immodificabile dal vortice fenomenico (he identified four non-rational neuro-ontological and epistemological interpretive idola for eliminating distortions and prejudices from perceptions). Da quali influssi può essere stata determinata una visione tanto innovativa e diremmo anche spregiudicata? Nei molti segreti che velano la vita di quest'uomo singolare, c'è anche chi ha supposto come la sua nascita sia stata il frutto della relazione tra la regina Elisabetta ed il favorito Robert Dudley Conte di Leicester, al quale, da ragazzo, fu assegnato, dal padre Duca di Northumberland, un precettore nella persona del dottissimo John Dee. 14 Imbevuto di cultura ermetica, era costui un uomo affascinante e geniale, considerato un filosofo ma soprattutto un mago. 15 Questo non gli impediva di scendere a più pratiche e politiche considerazioni: sosteneva significativa coincidenza baconiana - la necessità di un'educazione utilitaristica improntata ad un'etica puritana dell'utile ed il suo umanesimo

68 68 era totale, non concependo limiti alle possibilità dell'uomo. 16 Per le strette relazioni esistenti tra loro, fu del tutto naturale che Dudley lo introducesse a corte, dove divenne consigliere ed astrologo della Regina. Intanto, l'educazione del giovane Bacone, sembra dipendesse più che dalle cure di Lady Ann e di Sir Nicholas Bacon ed a conferma delle suddette supposizioni, dalla segreta, attenta supervisione di Elisabetta. Fu soltanto quando Bacone aveva ventuno anni che avvenne un incontro tra i due: in un pomeriggio dell'11 Agosto 1582, egli, in compagnia di Mr. Phillipes, un criptografo alle dipendenze di Sir Francis Walsingham, il capo di quello che oggi definiremmo il servizio segreto del regno, andò a far visita a Dee nella sua casa di Mortlake, 17 dov'era custodita la più ricca biblioteca privata d'inghilterra. Motivo della visita 18 era di far vagliare da un esperto le possibilità criptografiche insite nella tecnica cabalistica nota come gematria. Sembra sia stato lo stesso Dee, molto interessato al Bacon (Roger), alchimista del XIII sec., a suggerire al promettente omonimo giovane, la lettura delle opere di quell'antico maestro; tale episodio potrebbe spiegare alcune delle similitudini oggi riscontrabili nel loro pensiero.19 Soltanto più tardi, quando, succeduto al trono Giacomo I (Stuart), di tutt'altro avviso verso l'aspetto occulto della realtà che non la disponibile Regina (Tudor), Bacone preferì dissimulare questo lato della sua personalità, facendo propria la massima shakespeariana <<discretion is the better part of valor>>.20 La sapienza ermetica di Dee ed i nostri precedenti riferimenti massonici allo stesso ambito, impongono alcune precisazioni. Come abbiamo visto testé, sia Dee, sia Bacone presentano un pensiero le cui linee di fondo hanno poi avuto, nella storia della cultura occidentale, sviluppi dai tratti fortemente antitradizionali 21 mentre le considerazioni, sul ruolo nell'operare massonico, di questa speciale "philosophia" fanno presupporre tutto il contrario. C'è dunque contraddizione? Come è stato prima precisato, l'origine della scienza ermetica e di quella che potremmo chiamare la sua tecnica: l'alchimia, si collocano nell'egitto ellenistico, dove, il greco Hermes era fatto corrispondere al dio Thoth ovvero al principio ispiratore dal quale traeva autorità e conoscenza quell'antico sacerdozio. Questa scienza, c'è pervenuta singolarmente isolata dal suo contesto, inserendosi prima nel Tasawwuf22 e poi, in alta epoca medievale, transitando nelle equivalenti organizzazioni cristiane. La condizione di essa sarebbe stata quindi di perfetta ortodossia solo nel caso fosse stata accolta ed integrata in un ordine tradizionale completo. Presentava però alcuni rischi connessi e alla sua natura di singolare, erratico masso distaccato dalla rocca scomparsa di un'antica sapienza e - poiché le scienze, 23 socialmente, erano

69 69 appannaggio del secondo stato - il "pericolo" poteva essere incrementato per il ruolo, non sempre corretto, giocato dall'aristocrazia nella società ospitante. Per la prima condizione, c'era il rischio che tale scienza potesse tendere, con l'allontanarsi dal principio metafisico informatore, ad uno sviluppo autonomo e, di fatto, preso un indirizzo meramente naturalistico, fu da lì che senz'altro venne uno dei maggiori contributi all'attivazione nell'uomo europeo di quell'ansia d'azione sempre, spasmodicamente, intesa a sottomettere e servirsi degli elementi. Per la seconda condizione, essendo la metafisica, virtuale appannaggio del sacerdozio, ove i nobili a quest'ultimo si fossero ribellati, le possibilità di deviazione erano evidenti. Ebbene, è noto come in Inghilterra, sin dal 1531, il Re, con un atto di vera e propria usurpazione, si fosse proclamato capo di quella Chiesa; in aggiunta poi a quelle che potevano essere le loro caratteristiche ed inclinazioni personali, si può anche prendere atto di come Dee fosse un gentleman24 e Bacone un altissimo esponente della nobility.25 Oltre a queste peculiari circostanze dell'inghilterra, da qualche tempo (1307), era stato eliminato, per opera del Re di Francia e del Papa a lui sottomesso, 26 uno dei κατεχονες27 di riferimento nell'ordinamento della Cristianità: la milizia templare, la quale assommava in sé il potere spirituale e quello temporale. È quindi palese come il momento storico ed il luogo fossero tra i più opportuni per sferrare, con lusinghevoli influenze e potenti suggestioni, un nuovo attacco alle strutture tradizionali della società. L'offensiva generale, alla quale il suddetto episodio appartiene, si è sviluppata in più tempi ed è tuttora in corso; le fasi, determinanti l'allontanamento dell'occidente dalle radici della propria tradizione, sono pertanto in successione e vedono il punto di partenza d'ognuna, diversamente localizzato: non si tratta quindi di "criminalizzare" uno specifico paese o un singolo popolo, perché anch'esso è un errore, che a sua volta genera mostri e rientra nella studiata ricerca di quella generalizzata confusione sempre tanto utile a nascondere i veri attori. Si può dire invece che queste forze dell'eversione, di volta in volta, "cavalchino" più destrieri,28 sfruttando etnie ed aree geografiche, secondo le esigenze d'avanzamento del progetto. Tutti i periodi storici nei quali tali impulsi, in particolare, s'attivano debbono avere certe caratteristiche onde garantire successo all'iniziativa; resta però il fatto che non si tratta soltanto di privilegiare una certa "qualità" del tempo ma, affinché l'operazione riesca, è naturalmente richiesta la presenza di intelligenti "esecutori" ovvero di agenti motivati e consapevoli. In questo caso, l'intervento diretto, attivo dell'uomo è del tutto analogo a quello col quale s'organizza la discesa, la presenza e la permanenza delle influenze di carattere

70 70 spirituale.29 Soltanto che, in questo caso, ben diversa è la loro natura, essendo gli influssi in questione appartenenti agli strati inferiori del mundus subtilis o psichico che dir si voglia ed anche se ciò possa sembrare bizzarro, è proprio nell'ambito della magia, lato sensu, che tutto questo si svolge: l'aggregato psichico, individuale o collettivo che sia, resta puramente virtuale rispetto al "celebrante" sino a che l'"operazione" 30 non è compiuta. Ciò fatto, esso, uscendo dall'indistinzione nella quale, in precedenza, si trovava, s'attualizza rendendosi disponibile ai più diversi scopi. Giustamente, René Guénon ha definito i movimenti che così agiscono contro-iniziazione, sia per certe similitudini formali 31 con le società iniziatiche, delle quali sono come un'immagine invertita, sia perché l'iniziazione <<incarne véritablement l' "esprit" d'une tradition, et aussi ce qui permet la réalisation effective des états "supra-humains", il est évident que c'est à elle que doit s'opposer le plus directement (dans la mesure toutefois où une telle opposition est concevable) ce dont il s'agit ici, et qui tend au contraire, par tous les moyens, à entraîner les hommes vers l'"infra-humain">>.32 Da quanto sinora esposto, appare abbastanza chiaro che, le persone, in quest'ultimo e preciso senso realmente fattive e partecipi, non siano, nel loro più profondo sentire, veramente "moderne" ma che, l'insieme delle idee (progressismo, evoluzionismo, razionalismo, meccanicismo ) diffuse negli ultimi secoli, altro non rappresenti che un mezzo a giustificazione di un fine; il quale, si colloca nel pervenire attraverso la preventiva distruzione del patrimonio dottrinario trasmesso ab immemorabili - alla costituzione di un'universale contraffazione del Sanctum Regnum e ad una caricatura della vera spiritualità. Di questa fase "costruttiva" à rebours, già da non pochi anni, se ne intravedono, in parte velati, i segni nelle attese pseudo-messianiche e negli accenni pieni di speranza per l'allettante avvento di una next, new age. Tale indirizzo di fondo, con la determinazione ed i mezzi utilizzati per giungere al fine, implica come, alle remote origini33 dell'intero, occulto processo, debba esserci stata una prospettiva insuperabilmente dualistica e come, tale vulnus metafisico, impedendo la concezione di un Principio unificatore delle due apparenti, irriducibili opposizioni presenti nella 34 Manifestazione, abbia indotto i remoti responsabili dell'immensa, attuale valanga, ad un'irreversibile scelta di campo verso quel Princeps huius mundi, che, Demiurgo e signore del Cosmo, li chiuderà così in un magico cerchio d'illusione, facendo loro dedicare alla <<prigione cosmica>> ogni sforzo di conoscenza e dominio insito nelle possibilità dell'uomo. Un ruolo non indifferente in queste manovre lo gioca sia la voga delle previsioni ottimistiche o disastrose che siano - sia la suggestione, che può scaturire da

71 71 certi libri visionari. Tra questi, importante è la Nova Atlantis35 di Bacone nella quale, oltre ad alludere a programmi già elaborati e forse anche attuati (erga paucos), se ne vuole, in effetti, determinare la futura realizzazione (erga omnes) attraverso un potente stimolo di fascinazione letteraria.36 I semi, gettati da John Dee e da Lord Bacon, non mancarono di fruttificare e molti studiosi, gli interessi dei quali erano rivolti alla fisica ed alle scienze naturali, forti dei suggerimenti organizzativi e metodologici dei maestri, intorno al 1645, prima quindi della guerra civile, cominciarono a riunirsi al Gresham College di Londra. Questi meetings sono meglio noti sotto il titolo di "Invisibile College" ma, alcuni anni dopo, nel 1660, superato il Protettorato di Olivier Cromwell, con la restaurazione stuardiana di Carlo II, il consesso fondò, nella stessa sede, la Royal Society37 finché, nel 1662, ottenne il royal charter che ne confermava le funzioni. Si stava quindi organizzando, in maniera palese, quel dominio di un establishment culturale, il quale, sino allora, era apparso prospettato soltanto in forma utopistica. Fino a questo cruciale periodo della storia britannica, la presenza nelle Logge di ulteriori "accettati" oltre ai due istituzionalmente previsti, non n'alterava minimamente la struttura ed operatività tradizionali; il loro inserimento derivava da prossimità intellettuali, vicinanza d'interessi o dal patronage di qualche famiglia38 di rilevante rango sociale. Dopo, con la perdita di potere dei Pari e l'ascesa della Gentry e dei commons, legata anche all'imporsi dell'etica capitalistico-protestante, imperniata sul perfezionismo, l'individualismo, l'autonomia personale, la morigeratezza dei costumi e la moderazione nelle spese, l'esaltazione della concorrenza e la ricerca di un sistema sociale in grado d'offrire a tutti eguali possibilità di riuscita, crebbe, <<tra le Colonne>>, il numero dei gentlemen. Guardare oggi al comportamento di tanti, dal critico punto di vista qui espresso e nella retrospettiva dei secoli trascorsi, può non rendere giustizia del loro livello d'effettiva, cosciente partecipazione alle linee ideologiche sottese al disegno baconiano. Ciò non pertanto, tra i molti "innocenti", furono accettati in Massoneria anche alcuni che avevano in animo qualcosa d'assai alternativo rispetto alla partecipazione ad un esoterismo tradizionale: un progetto questo, riassumibile nel voler fare dell'istituzione uno strumento da utilizzare per fini molto lontani da quelli che avrebbero dovuto essere i suoi propri. L'impresa, che si andava dunque preparando, si palesò con lo scisma39 del 1717: dal corpus degli Operativi, si staccarono quattro Logge40 che costituirono la Grand Lodge of London, non più dunque operativa ma, com'era esplicitamente affermato, speculativa.41 Con quest'aggettivazione,

72 72 s'intendeva porre l'accento sull'avvenuta dislocazione, da una centralità del punto di vista tradizionale ad una deriva su posizioni pre-illuministiche: indubbie manifestazioni dei fermenti novatori presenti negli ambienti più progressisti del regno. Significativa, nel senso di quanto sia oggi difficile discernere l'animo di quei lontani protagonisti e di quanto poco monolitiche siano state certe organizzazioni, è la vicenda di Sir Christopher Wren. 42 Architetto e professore d'astronomia al Gresham College, egli fu uno dei dodici fondatori della Royal Society e suo presidente negli anni 1680/1682, Gran Maestro degli Operativi dal 1689 e pertanto colui, sotto la cui autorità, ebbe quindi a costituirsi, nel 1691, la St. Paul Lodge (in effetti, "The Goose Grideron", cfr. n. 40). Loggia, che sarebbe poi diventata il motore dello scisma: inoltre, i componenti di essa erano, in larga parte, membri o comunque vicini alla Royal Society e tutti quindi ben conosciuti da Sir Christopher. Nonostante ciò e sebbene l'ostilità degli Operativi verso quel tipo di tendenza sia storicamente dimostrata, il nuovo indirizzo doveva essere - ancorché, forse, parzialmente occultato nella sua portata conosciuto e già avversato sin dalla nascita della St. Paul. Evidenti dovevano anche apparire le manchevolezze nel rituale 43 e già doveva aver dato segni di sé la sicumera che traspare dalla dichiarazione di fondazione, quando vi s'afferma che, finalmente, nella Grand Lodge of London <<i privilegi della Massoneria non saranno più appannaggio esclusivo dei massoni costruttori [e] gli uomini di differenti professioni verranno chiamati a gioirne>>: affermazione insulsa, agli orecchi della maggioranza, ben al corrente della varietà sociale presente negli organici delle Logge ed ampiamente cosciente dell'elevato livello intellettuale, sotteso al vero significato da dare all'espressione "massoneria operativa". 44 In realtà, il gruppo, che poi fondò la Gran Loggia di Londra, a differenza della Royal Society, doveva essere piuttosto omogeneo e comunque con appoggi tali da sfidare l'autorità di Wren: non a caso, nel 1691, quand'esso si costituì in Loggia ("The Goose Grideron"), il filo-cattolico Giacomo II Stuart45 era stato da poco cacciato (1688) dalla Glorious Revolution; Guglielmo III d'orange era sul trono d'inghilterra e le simpatie giacobite 46 per il fuggiasco non potevano palesarsi apertamente. Queste erano però il sentimento della maggioranza dei massoni e ne è una prova l'unanime giudizio sul dolo,47 ritenuto all'origine dell'incendio (1720) di buona parte degli archivi generali (the Old Charge) dell'istituzione, i quali erano in mano proprio alla "The Goose Grideron", conosciuta come St.Paul perché lavorava nel churchyard dell'omonima Cattedrale48 e nelle cui sagrestie tali documenti erano appunto custoditi. In questo modo, "opportunamente",

73 73 scomparvero i maggiori riferimenti ad un contesto politico ma soprattutto dottrinale, che sarebbe apparso imbarazzante per chi aveva intenzione di fare della Massoneria uno degli instrumenta Regni per quella translatio Imperii, la quale, ispirata a suo tempo da John Dee, intendeva riguadagnare ad Albione, per vie pragmatiche ed utilitaristiche, le terre che la leggenda arturiana voleva fossero appartenute a quel mitico Re. A questo punto, gli scismatici furono, appropriatamente, definiti "moderns" mentre gli Operativi furono etichettati come "antients"; le differenze erano palesi ma la scelta di un sistema centralizzato e organizzato di guida della Massoneria, messo in atto nel 1717 fu, di per sé, considerato adeguato alle esigenze dei tempi e, in rapida successione, anche chi era rimasto estraneo al nuovo movimento, lo adottò. In questo senso, curiosamente, si mossero per prime le altre componenti del Regno Unito: nel 1725 fu fondata la Gran Loggia d'irlanda, nel 1736 fu la volta della Scozia e soltanto nel 1751 gli "antients" d'inghilterra, s'allinearono creando la "Grand Lodge of Free Accepted Masons of the Old Institution" 49 con Robert Turner quale GM. Considerato come la rivolta giacobita del 1745 abbia avuto, nell'anno successivo, tragico termine con la sconfitta di Culloden, si può supporre che, esaurite le residue speranze di cacciare gli Hannover, 50 non rimanesse agli Antichi che adeguarsi sul piano organizzativo con la rivale Gran Loggia di Londra, strenua sostenitrice della dinastia regnante. La Chiesa Cattolica, che, nei piani,51 elaborati in epoca elisabettiana, era indicata come uno degli obiettivi nemici, nel 1738, 52 irrogò la scomunica all'istituzione in coincidenza con la seconda e più importante stesura delle costituzioni dei "moderns". Evidentemente, viste ormai annullate le speranze per il Pretendente Stuard, non ritenne di dover ancora contare sul contributo che, alla causa cattolica avrebbero potuto portare gli "antients" e disinteressandosi che, la reiterazione della scomunica, 53 venisse così a coincidere con la suddetta fondazione della Gran Loggia dei massoni tradizionali. Le Costituzioni di Anderson non potevano, di certo, piacere alla Chiesa dell'epoca: con assai discutibili accenti di vaghezza e banalità, vi s'affermava come ogni membro fosse libero d'esercitare la sua religione ponendo poi un'enfasi particolare sulla necessità di un amore fraterno tra gli uomini e su quella di una vera e propria rigenerazione dell'intera umanità. Del resto, a giustificazione di tali generici idealismi, non si deve dimenticare che l'altro fondatore degli Speculativi, il pastore anglicano Desaguliers,54 era a sua volta figlio di un pastore, costretto, dall'iniqua revoca (1685) dell'editto di Nantes, a lasciare la Francia come altre centinaia di migliaia55 di concittadini riformati cacciati da Luigi XIV. Quel monarca, così facendo, riaperse una piaga giustamente sanata, nel 1598,

74 74 dal più saggio Enrico IV, che, in quel modo, aveva messo fine ad un tormentato e sanguinoso periodo di guerre di religione. Quest'improvvido atto del cosiddetto Re Sole, riprovato con sdegno da tutti i paesi dell'europa settentrionale, si rivelò non soltanto un grave danno d'immagine per il paese ma, come poi ebbe a dire il Talleyrand: <<c'était plus qu'un crime, c'était une faute!>>; infatti, la Francia, si ritrovò priva di un elevato numero di cittadini qualificati, operosi e fedeli alla dinastia. È importante porre l'accento su quest'episodio perché, nelle tappe dell'azione antitradizionale, un ruolo tutt'altro che indifferente spetta, oltre che alle offensive degli avversari, anche all'ottusità fondamentalista 56 di coloro che quelle posizioni avrebbero dovuto difendere. In tacita (?) polemica con le suddette Costituzioni, gli "antients", nel 1754, pubblicarono una Carta normativa chiamata "Ahiman Rezon"57 nella quale erano raccolti, senza sbavature ideologiche, antichi doveri, usi e canzoni corporative. La Massoneria - che era sicuramente un'unica (ma non unitaria) organizzazione nella Cristianità medievale ed anzi, nelle isole britanniche, era giunta tardi, importata dal continente all'epoca dei Maestri Comacini. 58 Nel periodo preso in considerazione in questo studio, per l'effetto conservativo, caratteristico degli ambienti insulari, oltre Manica, essa era rimasta piuttosto attiva e di buon livello nei suoi aspetti operativi mentr'era invece scaduta su un piano di davvero modesto artigianato nel resto d'europa. Queste sopravvivenze muratorie erano e sono tuttora presenti in Francia (m'anche in Germania e Scandinavia) quali componenti dei mestieri raccolti nel Compagnonnage. In quella forma, non era quindi di nessuna attrattiva per le classi colte della società del XVII sec., le quali, si dimostrarono invece assai ricettive per gli aspetti che l'istituzione stava assumendo in Inghilterra. Di fatto, la forma più adatta all'esportazione fu quella dei "moderns", in loro, inoltre, agiva con evidenza uno stimolo "mondialista" e missionario assente negli altri. 59 Fino alla metà del secolo, nonostante l'appoggio del potere, la resistenza tradizionale si dimostrò ampiamente prevalente tanto che, intorno agli anni venti, l'esperimento sembrò sul punto di fallire. Da allora, il vento mutò, tant'è che si giunse alla fatidica unione del 1813 con una situazione invertita: i Moderni si presentarono con 1085 Logge tra Inghilterra ed Oltremare e, di queste 387 sul territorio metropolitano. Gli Antichi con 521 Logge complessive e 260 in patria; soltanto nella capitale la situazione era pressoché bilanciata: ciò permise a quest'ultimi una discreta forza nelle trattative. A tutto ciò, si deve aggiungere come, nella seconda metà del XVIII sec., parallelamente alla crescita organizzativa dei progressisti fosse andato maturando, in senso qualitativo, in tutti gli ambienti massonici, sia inglesi, sia

75 75 continentali, anche un forte revival tradizionale. Di esso sarebbe però troppo lungo occuparci adesso ma che possiamo accennare come rappresentato dal neo-templarismo, molto attivo specie nel mondo germanico. Inoltre, dall'ordre des Elus Coens in Francia e da personaggi anche assai singolari, esemplificabili nel Conte di Saint-Germain, presenti, a vari livelli, un po' in tutta Europa. Il risultato di queste forze combinate fu che, intorno al 1790, il Principe di Galles, in seguito Giorgio IV, divenne il 38 GM. dei Moderni mentre suo fratello, il Duca di Kent, fu designato quale Past GM. Nel 1813, il medesimo divenne il 10 GM. degli Antichi succedendo al Duca di Atholl. La strana trasferta di quest'ultimo, col risultato che la guida, delle due Obbedienze rivali, fosse affidata a due fratelli di quel rango, furono entrambe il palese indice di come la divisione non fosse più tollerata e come l'unione si presentasse ormai quale affare di stato. Pertanto, nel 1813, fu tenuta la Grand Assembly of Freemasons for the Union of the Two Grand Lodges of England. Quando lo scopo fu raggiunto il 27 Dicembre,60 un terzo fratello dei due precedenti, il Duca di Sussex, fu infine eletto GM e, nell'anno successivo, fu installato quale 1 GM dell'united Grand Lodge of England (UGLE). Il compromesso, alla base dell'unione, stabiliva che, la data d'inizio della nuova forma di Massoneria fosse formalmente fissata al 1717, data di fondazione della Grand Lodge of London. Il sistema rituale dei Moderni era però ampiamente riformato in conformità a quello degli Antichi, 61 fatto salvo, nell'abbigliamento, il mantenimento del più pratico, corto apron degli scismatici. Il grado di Maestro ed il suo fondamentale completamento del Royal Arch furono ripristinati per l'apporto degli Antichi, dando così al nuovo organismo quella completezza tradizionale che, le gravi alterazioni precedenti avevano compromesso sul piano della continuità e pertanto della validità della trasmissione iniziatica. I GG.MM. delle Grandi Logge d'inghilterra, Irlanda e Scozia, nel 1814, si riunirono in un'apposita conferenza che ratificò, ove necessario, l'adeguamento delle loro Comunioni ai rituali ed alle procedure stabilite al momento della creazione dell'ugle; cosa che non dovette comportare grossi problemi essendo le altre GG.LL. britanniche, in pratica, da sempre, allineate sul sistema degli Antichi. Un ulteriore segno di raddrizzamento tradizionale, furono le trattative, iniziate intorno al 1851 e proseguite, con alterne vicende sino al 1878, quando, in Londra, giunsero a conclusione e fu infine fondata la Grand Lodge of Mark Master Masons of England, Wales & the Dominions & Dependencies of the British Crown. Quest'organismo non deve essere inteso quale un'obbedienza rivale dell'ugle, com'è il caso per le irriducibili rivalità, presenti nelle decine di Comunioni d'italia; è piuttosto

76 76 un organismo parallelo fruente di una sua specifica autonomia. Ritualmente, the Mark Master è un'estensione del grado di Compagno corrispondente al momento nel quale a questi Operativi era concesso il "marchio" che avrebbero utilizzato da Maestri per contrassegnare i loro lavori, in effetti, oggi, vi si può accedere soltanto se si è giunti al culmine del Craft ossia al Royal Arch. Da un punto di vista organizzativo, mentre l'ugle guida il Craft la GL. del Marchio è il riferimento 62 di numerosi additional o side ma anche higher degrees o come chiamare si vogliano, quelli cioè che in Italia si usa definire "Riti" e tra i quali occupano un posto d'onore e tutto speciale The Knights Templar & Malta Orders 63 e The Ancient Accepted Rite or Rose Croix.64 Questi eventi, tanto sommariamente riportati, c'interessano soprattutto per alcune considerazioni. Senza remore abbiamo posto in evidenza quanto le forze antitradizionali abbiano cercato di utilizzare ed al fondo tentato di rendere inefficace quella che, di fatto, si presentava come l'unica organizzazione iniziatica accessibile a chi vivesse nel mondo occidentale. L'operazione degli scissionisti, per certi versi ovvero per la politica, è riuscita quando ha legato i destini dell'istituzione a quelli della ragion di stato, per altri, ha fallito lo scopo poiché, infine, la via tradizionale dell'iniziazione è rimasta agibile. Speciale il caso delle colonie americane, dove, i membri fondatori, quasi tutti massoni, i cui rituali provenivano non dai Moderns ma dagli Antients, determinarono un'inopinata, grave perdita per la madrepatria e divennero poi, una volta costituiti gli Stati Uniti, in special modo a partire dal XX sec., la terra d'elezione di potenti operazioni contro-iniziatiche: non è stato il primo caso di conservatori diventati poi eretici in intima contraddizione alla loro formale ortodossia. Ciò, a riprova di come, per quelle forze, sia stata sempre del tutto strumentale la scelta di un partner: i temporanei, diretti vantaggi ricavabili dal rapporto erano (e sono) soltanto la secondaria ricaduta di quelli che sarebbero poi stati i risultati finali e, al fondo, i risultati realmente ricercati ma, a loro volta, non sempre davvero convenienti per il visibile ed ignaro esecutore di tutta la manovra. Tutti effetti, quelli ultimi, non facilmente riconducibili da un osservatore esterno, nel tentativo di ricostruzione storica, alla sequenza delle fasi dell'intero episodio ma, evidentemente, importanti quali veri obiettivi, per un occulto protagonista - meglio sarebbe dire regista - sempre tutt'altro che desideroso di farsi individuare. Anche sul continente europeo, nonostante l'eterogeneità d'origine delle Logge filiate dall'isola, 65 la forma rituale, che infine ha prevalso anche prima del 1813, è stata quella degli Antichi, con particolarità da paese a paese ma sempre di relativa completezza nei riti. Rimangono da spiegare le caratterizzazioni

77 77 progressiste e laiciste molto forti soprattutto nei paesi latini e generalmente in quelli che più hanno subito l'influenza napoleonica. Viene da pensare alla favola della Rivoluzione francese preparata dalla Massoneria; in gran parte diceria del secolo successivo, costruita a fini auto-gratificatori anche dalla stessa Istituzione francese di quegli anni e, in realtà, leggenda maturata in un contesto culturale ed in un costume posteriori all'89 e particolarmente sviluppati con l'impero. Impero, che è stato, ancora una volta, dopo averlo ideologicamente parassitato per renderlo meglio funzionale ai propri scopi politici, uno dei molti utilizzatori del mezzo massonico. In definitiva, dal punto di vista di chi abbia a cuore la regolarità iniziatica e pertanto tradizionale dell'istituzione, si può dire come lo scisma massonico del 1717 l'avrebbe in gran parte compromessa, avviandola, se avesse avuto un completo successo, verso quella definitiva estinzione toccata, in seguito, ad analoghi organismi di tipo compagnonico, quali, ad esempio, la Carboneria, ridotta a mero strumento politico delle lotte nazionali italiane.66 Le cose però non andarono esattamente così e la correzione degli errori e delle manchevolezze rituali dei Moderni, cominciò a prodursi già nel corso del XVIII sec. finché, in quello successivo, esse furono, come abbiamo visto, ampiamente anche se non totalmente emendate con la fondazione della UGLE. Il risultato è che, adesso, questa struttura è "tecnicamente" in grado di trasmettere l'influenza spirituale dell'iniziazione. Affinché poi il fiat lux sia suscettibile di passare dalla virtualità all'atto, tutto risiede nelle disposizioni e potenzialità interiori del recipiendario nonché nel modo in cui i lavori si svolgono in quella specifica Loggia e particolare Obbedienza. Il problema maggiore ed a nostro parere insanabile - è quello che ha scavato un abisso tra l'aspetto esoterico e quello exoterico della Cristianità, procurandole un'amputazione che non ha riscontri presso altre forme tradizionali se non, per l'islam, nella sola Arabia Saudita. Paese dove il Tasawwuf è duramente perseguitato dagli ottusi esponenti dell'eresia Wahhabiya67 ivi dominante: è, in effetti, questa una forma di puritanesimo che, ossessionata dal peccato di shirk (idolatria), reputa tale qualsiasi introduzione di nomi diversi da quello di Allah (nomi di profeti, santi ed angeli) nelle preghiere e, di conseguenza, condanna il culto dei santi (importante in quell'esoterismo) nonché l'interpretazione ermeneutica (ta'wil) del Corano. Gli atti degli incontri, 68 che, a volte, avvengono tra "alti" esponenti massonici e cattolici in vista di un qualche accordo, offrono una lettura, la quale sarebbe decisamente risibile se, in realtà, non fosse drammatica per lo stato mentale ed intellettuale, da essa rivelato nei partecipanti: la Chiesa

78 78 ha una rigida struttura gerarchica, corrispondente ad una precisa sistemazione teologica; il "potere delle chiavi". Quella, solo apparentemente analoga, della Massoneria non è invece intrinseca alla natura dell'organizzazione ma, come abbiamo visto, frutto di una sistemazione in forma di moderna associazione, derivata dall'innovazione del Pertanto la Chiesa, che trova sempre difficoltà a figurarsi una forma tradizionale organizzata in modi diversi dai propri, 69 ama confrontarsi sempre con i "vertici". Nello specifico, quelli massonici, i quali equivocano sul proprio stesso ruolo, si sentendo, in tal modo, autorizzati a prese di posizione non solo fondamentalmente illegittime ma spesso frutto d'ignorante arroganza relativamente al senso vero da dare all'istituzione. Istituzione, che legittimamente guidano, soltanto ed esclusivamente, in un senso amministrativo e gestionale. C'è da aggiungere che, a queste "alte" posizioni massoniche, 70giungono di norma personaggi 71 tra i meno qualificati sul piano dottrinario e mossi soltanto da quell'ambizione alla carica così caratteristica dell'uomo comune inteso nell'accezione intellettuale e morale più modesta. Resta da precisare come la Massoneria, pur appartenendo di pieno diritto all'ambito del sacro, non sia in alcun modo una religione ma, esclusivamente, una via iniziatica; la quale, in condizioni normali, analogamente a quanto accade in altri contesti culturali, dovrebbe appoggiarsi su un preciso exoterismo. Nella fattispecie esso era il Cattolicesimo ma, dalla caduta dell'ordine del Tempio in avanti, la situazione europea, col deteriorarsi in senso tradizionale, è andata rapidamente mutando. Certe ferite non sono più sanabili: dalla Riforma, la Cristianità è divisa e la Massoneria ha generalmente assunto una veste religiosamente "neutra",72 perciò ad essa possono aderire appartenenti a qualsivoglia indirizzo confessionale. Per tutto quello che abbiamo esposto, si può affermare che sola permanga la virtualità iniziatica, 73 le cui possibilità d'attuazione restano affidate a condizioni disomogenee da stato a stato, da Obbedienza a Obbedienza e da Loggia a Loggia, fermo restando che, indispensabili per ogni realizzazione spirituale, sono le personali qualità dell'iniziato. In questo studio, nel toccare alcuni particolari aspetti relativi alla nascita del mondo moderno, abbiamo dovuto spesso riferirci, per ciò che riguarda la storia inglese, al ruolo in tal senso assunto da persone ed organizzazioni di quel paese. Non sappiamo se siamo riusciti a rendere la complessità delle relative situazioni ma ci appare indispensabile sottolinearla perché conosciamo bene quanto, secondo le proprie personali inclinazioni e simpatie, sia facile dividere la realtà con tagli netti. Molto raro è, infatti, che qualcuno o qualcosa si collochi tutto da una parte e

79 79 senza sfumature: per le persone qui rammentate direi che decisamente assegnabili ad un preciso e forse cosciente ruolo contro-iniziatico, ci sono soltanto Francis Bacon, Olivier Cromwell e forse James Anderson mentre alcuna delle organizzazioni in argomento, fatte da uomini e quindi ricche delle innumerevoli varianti che ciò comporta, può averlo rivestito interamente. La stessa fondazione degli speculativi, sicuramente "eretica" ed eversiva rispetto al passato massonico, dandosi una struttura centralizzata, ha creato sì un'innovazione burocratica ed irrilevante se non negativa rispetto ai veri motivi dell'esoterismo ma - ci sembra necessario sottolinearlo - ha reso disponibile per l'istituzione un mezzo in grado di garantirne la sopravvivenza durante gli enormi mutamenti sociali e politici degli anni e dei secoli successivi. NOTE 1 In queste tematiche è, a nostro avviso, importantissima la questione linguistica, non soltanto per la diversità e spesso purtroppo per l'incompatibilità dei modi individuali di pensiero, che si esprimono nel medium in questione ma proprio per un netto deterioramento, caratteristico del mondo moderno, della congruenza semantica connessa al lessico: la precisazione che segue sarà superflua per molti ma anche se ciò può sembrare impossibile abbiamo riscontrato così grandi e fantasiose illazioni sull'origine della parola che reputiamo meriti insistere. In Italia dunque, detta istituzione è nota come "Massoneria" mentre il piuttosto desueto "Libera Muratoria" meglio renderebbe la stretta contiguità con l'arte in argomento. Da un punto di vista etimologico non ci sono però dubbi in proposito: in qualsiasi dizionario europeo il lemma (massoneria, masonry, franc-maçonnerie, freimauerei, frimurare, frimureri, vapaamuurari ) rimanda al lt. maceria il cui senso tecnico per <<muro di chiusura>> fatto di terra argillosa stemperata in acqua e consolidata con paglia e pietre, trova, comprensibilmente, origine nel più ampio contesto relativo alla significanza del verbo macero. Da qui, al basso latino medievale, machionis machio macio ed infine massa (da cui tanti nostri toponimi) il passo è breve: prima è il nome del casale al centro di un a tenuta, poi, si trasferisce, intorno al X sec., alla grande fattoria fortificata e da questa va, infine, ad indicare un intero dominio feudale. Il senso edificatorio del vocabolo è pertanto indubitabile e quindi la Massoneria è, con certezza, il mestiere, the Craft. Mestiere deriva dall'ant. fr. metier, questo dal lt. ministerium minister, il quale fa coppia con magister dove le due radici danno rispettivamente: un senso di subordinazione la prima (minis- minus) ed il suo contrario la seconda (magis-); è quindi il minister l'esecutore delle disposizioni del magister e tale fattispecie è appunto quella in cui, chi esercitava un mestiere, si trovava nei confronti di chi lo iniziava e lo guidava sui sentieri dell'arte. In questa prospettiva diventa congrua l'equivalenza tra mestiere e mysterium (da µυστεριον a sua volta da µυστε, l'iniziato ai misteri) che 2

80 80 "popolare" come etimologia, non è però meno significativa asseverando, nella propria storicità, il contesto esoterico nel quale esso era esercitato e vissuto. 3 Aristotele, Met. IX, 6. 4 Detto termine, nell'accezione massonica, è utilizzato oggi universalmente e proviene dall'ing. lodge, importato dai normanni nella forma di un originario fr. loge ma derivante dall'ant. francone laubja, pergola. In origine, stava ad indicare quella costruzione provvisoria, che, sul cantiere, era destinata al ricovero degli attrezzi ed alla direzione dei lavori. In Italia era denominata, con molta più pregnanza rispetto alla ritualità che soprattutto ospitava, "baracca": la parola deriva dall'ebr. BeRaKaH, "benedizione" ma, in quella lingua, è così chiamata anche l'influenza spirituale trasmessa con l'iniziazione (cfr. ar. BaRaKT) ed essendo questa il fiat lux ordinatore per il caos oscuro della condizione profana è anche un éclair: BaRaQ, ebr. lampo, fulmine. 5 Le iniziazioni di mestiere erano proprie del terzo stato, per le altre classi (nobiltà e sacerdozio), in linea di principio, non valevano queste condizioni, potendo - ad es. - un cavaliere creare tale chiunque ritenesse degno anche se, di fatto, da una certa epoca in avanti, ciò non fosse più avvenuto, essendo stati costituiti gli ordini cavallereschi con le relative cerimonie d'investitura e la successiva regola e disciplina collettiva. 6 La differenza con questo tipo di muratori (masons without the word; non appartenenti cioè all'istituzione) era marcata dal dispregiativo loro attribuito di "cowans" dal vb. to cow: to depress, subdue, keep under. 7 L'adesione a tali organizzazioni faceva i membri partecipi dei cosiddetti "piccoli misteri" e, sia questi ultimi, sia i "grandi" (Elusi), non si ponevano in contrapposizione con la religione pubblica (exoterica) ma ne costituivano un completamento, atto a rispondere a rispondere alle esigenze di perfezionamento ed approfondimento di coloro che avvertivano questa necessità. 8 Anche l'alchimia, importante elemento costitutivo dell'ermetismo, mostra chiaramente tale origine: la parola viene dall'ar. AL-KÎMÎA, il quale, a sua volta, deriva dall'egiz. Kémi, terra nera ovvero l'antico nome del paese. Un ulteriore e determinante contributo all'acquisizione in Europa di queste conoscenze, si deve agli arabi come attestano numerosi etimi della terminologia alchemica. 9 È qui, il motivo della presenza, nella nomenclatura massonica, o d'esplicite parole ebraiche, o, se deformate, di un etimo che, pur sempre, a quell'idioma conduca. Inoltre, per tutto il Cristianesimo, l'ebraico resta l'unica lingua sacra di riferimento essendoci la Rivelazione pervenuta soltanto in traduzione greca. Da questo stato di cose, si comprende il rapporto contraddittorio avuto in due millenni col popolo vettore di tale tradizione, il quale, inoltre, è stato anche un medium indispensabile nelle fondamentali relazioni culturali e spirituali con l'islam. 10 Questo è particolarmente evidente nel Craft perché la "colorazione" cristiana prevale invece negli High Degrees cavallereschi. In ogni caso, il legame con la stratificazione di

81 81 precedenti culture è un fenomeno che investe non solo la Massoneria ma è veramente di carattere universale. Un esempio palese è rilevabile nella continuità locativa dei centri d'importanza sacrale: è nota la lettera con la quale Papa Gregorio raccomandava, a S. Agostino di Canterbury, impegnato nell'evangelizzazione degli Angli (inizio dell'viii sec.), di limitarsi in questa sua missione a distruggere gli idoli mantenendo però le cadenze e certe caratteristiche delle festività e, soprattutto, di conservare i templi. Oltre ai motivi d'evidente e contingente opportunità pastorale, presenti nella fattispecie, fanno invece vieppiù pensare le riscontrabili tracce di conoscenze decisamente "tecniche" sottese a alle remote ed immutate collocazioni geografiche delle sedi di culto: nelle rappresentazioni cartografiche, secondo la nota proiezione di Mercatore (Gerhard Kremer; 1512/1594) - la quale è una cilindrica isogona - un percorso lossodromico diventa una retta. Ebbene, è curioso constatare come, così rappresentata, la localizzazione di alcuni centri significativi, diventi un "percorso", una vera e propria "rotta", disposta secondo un angolo di 60 con i meridiani: pertanto i due San Michele di Cornovaglia e Normandia, Bourges (l'avaricum dei Galli), Perugia, San Michele sul Gargano, Delfi, Delo ed il Mt. Carmelo, si trovano tutti, sorprendentemente, sulla stessa retta. Quest'allineamento è, di per sé, già abbastanza curioso; inoltre, data l'importanza del 3 e del 7 nella tradizione muratoria, può essere parimenti significativo prendere atto di come la distanza di tali luoghi tra loro sia ritmata secondo un intervallo medio con valori oscillanti tra gli 8 57' e 8 59' ovvero tra i 537'ed i 539', dove 539 = 77 x 7 mentre la tg. 60 = 1, 7320 = 3. Ed ancora: l'angolo in questione è quello proprio al triangolo equilatero, il cui ruolo in tutto questo simbolismo (il Delta ed il Magen David ad es.) è non meno importante. Con ciò, s'intende mettere in evidenza come, certe "scoperte", verificatesi a partire dal Rinascimento, abbiano più l'apparenza che la sostanza dell'invenzione ma che siano, in effetti, il palesarsi, in nuove forme, di cose altrimenti note. Cfr. Lucien Richer, L'«AXE» DE SAINT MICHEL ET D'APOLLON in ATLANTIS, n. del 05 e 06/ Secretum viene dal vb. secerno, secreti, secretum, secernere; separare, dividere (sacrum ha la stessa radice), è quindi un part. pass. ossia "separato" che, nell'accezione esoterica, sta a sottolineare la distinzione dal mondo profano. In ultima istanza, il vero segreto d'ogni via iniziatica è nell'ineffabile. Il quale, è bene precisare, è soltanto l'incomunicabile e non l'incomprensibile come il punto di vista exoterico troppo spesso erroneamente fraintende quando, in ordine ai misteri della fede, si rapporta a questo concetto, riducendo la medesima ad un ben misero epifenomeno dell'infrarazionale: cfr. il <<credo quia absurdum>> / /1650; per detto filosofo, vd. il ns. JANUA INFERNI apparso nel 1 n. di questa rivista. Riguardo ad un'eventuale influenza di Bacone su Cartesio, in ordine alle regole da applicare in materia sperimentale, la fisica induttiva del primo e quella - del tutto opposta - del secondo, sembrano argomento sufficiente a rigettare l'ipotesi. Il loro abbinamento, messo in atto da un dissenziente Spinoza, ebbe il solo scopo di rimproverare loro quelli da lui ritenuti, in merito alla natura della scienza ed ai fondamenti del metodo, errori filosofici comuni ad entrambi.

82 / L'importanza di questa fama risiede, non tanto nella persona di Dee, sebbene nel suo generale significato d'avvertimento: lo sviluppo della magia è caratteristico della fase tarda e comunque decadente di una civiltà; ricollegandosi, in qualsiasi ambito conoscitivo tradizionale, le pratiche di questo tipo a svolgimenti inferiori e lontani dal Principio. Essendo essa, in qualche modo, una "tecnica", sono evidenti i suoi rapporti con la nascita del mondo moderno, le cui scienze e tecnologie sono nient'altro che uno speciale "sviluppo" ("progresso", nella prospettiva corrente) delle antiche matrici. Del resto, è noto, come la quantità degli scritti, dedicati a questi temi dal ben più tardo Newton (1642/1727), superi in quantità quelli di carattere "scientifico". Nel caso individuale di Dee, per obiettività, deve essere fatto presente com'egli sempre si sia sempre difeso dall'accusa di essere un mago "nero" (e non lo fu) limitandosi queste sue pratiche - nell'intento - all'evocazione degli angeli. La sua personalità aveva anche sorprendenti tratti di assoluta ingenuità e fiducia nel prossimo. Importante fu anche la propaganda che condusse a favore del sistema copernicano. Sono infine certe, sia la sua fede cristiana, sia la sua personale onestà, confermata da una morte in miseria. 16 Inteso però nella sua integralità e non nella prospettiva laicista e razionalista che si suole, oggi, attribuire all'espressione. 17 Oggi fa parte della Grande Londra; è a 10 km. a SW di Westminster sulla riva destra di un'ansa del Tamigi. Sul luogo sorgono un crematorio ed un cimitero; è curioso verificarne l'etimo: mortlake mortal lake. 18 In BACONIANA, Dec. 1983: Ewen MacDuff, AFTER SOME TIME BE PAST. 19 David Kahn, THE CODEBREAKERS, È nota la discussa attribuzione dell'opera di Shakespeare a Bacone. 21 Tale considerazione è soprattutto valida per Bacone; per Dee la valutazione è più complessa, essendo, appunto, indubitabile la sua sincerità nella sempre professata fede cristiana. Quindi, per lui il discorso, più che indirizzarsi alle intenzioni dell'uomo, riguarderebbe piuttosto le potenzialità di un certo ordine, presenti in alcune delle sue formulazioni: è quello che è accaduto anche a Cusano ed a molti altri intellettuali rinascimentali o tardo-medievali. 22 È l'esoterismo islamico. Per dare appena un'idea della sua centralità in quella religione sarebbe sufficiente fare presente come tutti i santi islamici - il loro culto è molto popolare - siano tali giacché esponenti dell'esoterismo (pertanto dediti ad una via di conoscenza piuttosto che meramente devozionale) mentre adesso, nel Cattolicesimo, con la "puritana" riforma delle ricorrenze calendariali e con l'evidente inflazione dell'elevazione a quello status, il titolo tenda ormai, prevalentemente, a designare una condizione esemplare sul piano della devozione e dell'impegno sociale.

83 83 23 Avendo costatato come, da parte di alcuni, molto s'equivochi in senso negativo sulla natura dell'ermetismo, sarà bene fare presente che, praticamente, tutte le scienze tradizionali della Cristianità ad esso, in tutto o in parte, si rifacciano e ciò proprio per il suo carattere nettamente cosmologico: astrologia, araldica, fisiognomica, medicina, architettura.non c'è settore che sia escluso: demonizzarlo equivarrebbe quindi ad una condanna totale delle radici della nostra stessa civiltà, il che, da sé, si qualifica. È forse utile ricordare che Ermete Trismegisto campeggia, in un magnifico mosaico, sul pavimento della cattedrale di Siena ed egli è rappresentato mentre tiene in mano una tavola, nella quale si celebrano le lodi del Verbo fatto carne. Infine, il cattolicissimo Filippo II possedeva all'escorial un'intera biblioteca ermetica. 24 La famiglia, ai tempi di Enrico VIII, era giunta in Inghilterra dal Galles, apparteneva ad una delle stirpi più antiche di quel paese facendo risalire la propria agnazione al Principe Roderico il Grande e sembra che avesse anche una qualche parentela con i Tudor. 25 Il padre di Bacone era stato fatto Baronetto mentre il figlio, Lord Cancelliere del Regno, ebbe accesso alla peerage. Esponendo fatti concernenti la storia britannica sarà utile ricordare, per meglio orientarsi in quella società, come l'aristocrazia inglese si divida in gentry e nobility. La prima non è mai stata disciplinata e se ne fa parte per lenta assimilazione e consenso sociale; è quindi lo stile di vita che fa il Gentleman. Gli appartenenti non hanno un titolo specifico e, in genere, al nome, s'aggiunge, quale forma di cortesia, Esquire. La nobility è tale per nomina regia, ha un titolo feudale e la peerage comporta un seggio alla Camera Alta (trattamento di Lord e Lady; quello di Honourable è riservato to the children of peers below the rank of Marquis) mentre l'accesso a quest'ultima è escluso soltanto per il titolo di Baronet (the lowest titled order), il quale comporta il trattamento di Sir. Quello del Knight è invece un ennoblissement ad personam; non ne consegue quindi trasmissibilità ma è egualmente previsto il trattamento di Sir. Al di fuori dell'ambito aristocratico, Mister (Mr.) è invece rivolto a chi, appunto, non abbia altri titoli (common) ed è una variante di Master (cfr. supra, n. 2) e pertanto equivale a riconoscere, nel destinatario, l'eccellenza in un mestiere: ad es., per rimanere in tema, the master mason. 26 Prodromi della "cattività" avignonese: 1309 / In tutto il Medioevo, quest'espressione di S.Paolo (2Ts. 2.7, <<κατεχων>>: "colui che trattiene", qui tenet, der Aufhalter) è intesa quale "forza frenante" nei confronti dell'avvento dell'anticristo ed era, di norma, interpretata come profeticamente riferita al Sant'Impero. L'ordine del Tempio fu, quale fondamentale ricetto dell'aspetto più "interno" (iniziatico) della Tradizione, posto espressamente da San Bernardo a difesa della Respublica Christiana Nell'utopico stato della Nova Atlantis, Bacone attribuisce la funzione di guida ad un collegio di saggi, definito Domus Salomonis e in detta, troppo specifica denominazione, si può già intravedere quel progetto d'infiltrazione che porterà poi alla creazione della Massoneria speculativa. Allo stesso modo, con l'intenzione di stringere legami coi ricchi mercanti e banchieri ebrei di Amsterdam ed a tutto vantaggio economico della

84 84 britannica monarchia, il suggerimento "biblico" di John Dee, il quale faceva discendere il mitico Artù dall'altrettanto mitico Bruto - d'ascendenza troiana - e questi da Noè, servì a più tardi epigoni (John Sadler, 1649; Dr. Abade, 1723 ed altri posteriori), che la impostarono sull'irrisolta vicenda delle dieci tribù perdute d'israele, per elaborare la teoria del British-Israelism: the British, as Abrahm's seed, were to inherit the earth. Tutto ciò svolse una funzione preparatoria per il successivo assorbimento di parte di tale formidabile centro di know-how finanziario nella società inglese: le condizioni, per annullare la cacciata degli ebrei nel 1290, si realizzarono nel clima religioso e politico suscitato dalla rivoluzione e dalla dittatura di Cromwell e pertanto, nel 1656, la riammissione della presenza ebraica fu un fatto compiuto come, ancorché limitato, l'acquisizione del loro diritto di cittadinanza. Ed anche per gli ebrei vale quanto detto per la Massoneria: essi sono stati usati con cinismo da un, in larga parte, invisibile establishment, che li ha esposti, facendo ricadere su loro il risentimento di azioni da questo preparate e suscitando, anche direttamente ma nelle maniere più subdole, quell'antisemitismo che è stato uno degli espedienti principali per realizzare il proprio occultamento. Un esempio per tutti, I PROTOCOLLI DEI SAVI ANZIANI DI SION, editi per la prima volta nel 1901, in Russia, furono tradotti in inglese e pubblicati (1919) dalla Eyre Spottiswoode Publishing House, stampatore di tutto ciò che d'ufficiale fosse rilasciato dalla Royal Family: il libro vendette molto rapidamente copie, finché non fu ritirato dal commercio su pressione dei Rothschild. In detta circostanza, la cosa più singolare del falso, è che il modus agendi attribuito ai supposti Savi è proprio quello caratteristico delle forze contro-iniziatiche: letto in questo modo, il testo rivela allora prospettive di notevole interesse. L'aspetto paradossale del British-Israelism è che, dall'apertura filoebraica degli inizi sino ai giorni d'oggi, attraverso il filtro di stravaganti personalità del XIX sec., esso, in alcuni gruppi, ha assunto una veste nettamente agli antipodi di quell'originaria versione: the adherents embrace the Anti-Semitism by claming that those normally referred to as Jews are not God's chosen people but the "seed of serpent" and the "true Jews" are the Anglo-Saxons. 29 Cfr. il ns. EFFICERE DEOS nel prossimo numero di questa stessa rivista. 30 Nell'opinione di Dee e di Cusano, uno degli strumenti fondamentali, in senso ovviamente non negativo, avrebbe dovuto essere la matematica; poiché, il mezzo migliore, per penetrare nell'intima struttura cosmica, era nel possesso delle scienze de numeris formalibus, de ponderibus misticis, de mensuris divinis. È evidente come gli stessi procedimenti possano poi essere volti ad altri scopi. Ben cosciente della tripartizione dell'universo, Dee si dedicava in particolare al ruolo di un certo uso degli algoritmi nel mondo intermediario essendo da lì che poteva giungere, in una visione utilitaristica, il maggior aiuto for the mechanics. A differenza di Cartesio, egli aveva però ben chiaro che il puro intelletto, non confuso con la ragione, era l'essenza divina presente nell'uomo. Cfr. J. Dee REHEARSAL, citato in Peter French, JOHN DEE. THE WORLD OF AN ELISABETHAN MAGUS, Ark Edition, La cosa è evidente se si riflette su queste righe: <<The organisation of method of transmission he [Bacon] was such as to ensure that never again so long as the world endured, should the lamp of tradition [!], the light of truth, be darkened or extinguished>> (in H. Pott, FRANCIS BACON AND HIS SECRET SOCIETY, Kissinger Publishing

85 85 Co., reprint 2000, USA). Altro tema capovolto è quello della Prisca Religio o Religio Una o Tradizione Primordiale, quella comune a tutta l'umanità ed alla quale gli ermetisti facevano riferimento nella speranza di poter ricomporre le divisioni della Cristianità. La sua parodia è riconoscibile negli "ideali" del mondialismo e della globalizzazione, che già Dee prefigurava ipotizzando la necessità di un governo mondiale. Tali prospettive utopiche erano condivise anche da Guillaume Postel, matematico ed ermetista francese che Dee incontrò nei suoi viaggi sul continente. 32 R. Guénon, LE RÉGNE 1962; p DE LA QUANTITÉ ET LES SIGNES DES TEMPS, Ch. XXVIII; Gallimard, 33 Queste sono fatte risalire alla deviazione di una remota civiltà cui dovrebbe alludere Gen con i suoi enigmatici, prediluviani protagonisti: possono quindi essere indizi della presenza negli autori di una perfetta cognizione di causa, sia il riferimento atlantideo nel titolo dell'utopia baconiana, sia quel singolare preannuncio del BritishIsraelism in Dee. Accostamento etnico che - privo di fondamenti nel suo riferirsi a the lost ten tribes - non sarebbe invece così inconsistente ove fosse presa in considerazione la remota area di dominanza della "razza rossa", tuttora ben rappresentata per la non trascurabile incidenza del rutilismo in the British seed: per quest'ordine di problemi vd. i ns. LA SCANDINAVIA E L'AFRICA, ibi est e DE VERBO MYRIFICO, in via di pubblicazione su questa stessa rivista. 34 Difficoltà sentita specialmente dai teologi nella loro ricerca dell'origine del Male: <<si Deus est, unde Malum? Si non est unde Bonum?>> Pubblicata ad Amsterdam nel Per meglio intendere quello che vogliamo dire, diamo, qui di seguito, un breve ed efficace resumé di quest'opera nota ma poco letta: <<In this romance of the future, "New Atlantis", Bacon outlines a Commonwealth, ruled by a powerful research institute, which thanks to its labours extending through the centuries, solved problems and achieved philosophical understanding that now permit the people of Bensalem to enjoy a more pleasant life. There are most of the scientific institutions founded but today, and, what is more, also those which do not ordinarily exist even today. Each special field of science, geology, botany, zoology, meteorology, chemistry, mathematics, physics, mechanics, acoustics, optics, astronomy, comparative anatomy, experimental physiology, teratology, they all have their own house of research, laboratories, meteorological and biological observatories, stations for agricultural experiments, associations to promote studies for special purposes, all these are available. This Commonwealth has known, three hundred years prior to their invention, the submarines, the aeroplanes, the radio, the gramophone, the film and the microphone. This land is artificially manufactured; gigantic quantities of energy are produced in engine houses, the heat of the earth's interior is made use of. Victuals are manufactured in a synthetic way; healing by air, water and diet is offered in special clinics. Experiments on animals are conducted in order to diagnose and to cure human diseases. All these inventions were possible only, because the Commonwealth created an organisation in which new inventions are followed up systematically, laboratories

86 86 and experimental stations govern the Commonwealth of New Atlantis in the true sense of the word. After all, the natural philosophers, who unveil there the secrets of life and Nature, are, at the same time, the true rulers of the country. Bacon uses this allusion to point out the necessity that each Commonwealth should lay the foundations of scientific institutions, conducting experiments for the benefit of the combined population, which a single scientist, standing by himself, could never achieve>> (THE INTELLECTUAL HISTORY OF THE 17TH CENTURY AND IT'S IMPORTANCE FOR THE DEVELOPMENT OF RESEARCH METHODS IN THE FIELD OF EXACT SCIENCES. Written by Dr. Helmuth Minkowski, Berlin 1937, translated from German into English by Arthur B.Cornwall). 37 Il nome di Royal Society apparve, di fatto, per la prima volta nel 1661 e fu ufficializzato come Royal Society of London for Improvement of Natural Knowledge nel secondo Royal charter del Come nel caso esemplare dei Saint-Clairs of Roslin, i quali tennero la carica magistrale (ad essa nominati da James II of Scotland: 1430 / 1460) per la Scozia, dal 1430 fino al 1736, quando William, al momento della fondazione di quella moderna Gran Loggia, decise di lasciare l'incarico ad un Gran Maestro eletto. 39 Proprio di questo si trattò: l'istituzione non era per niente in crisi come invece scrivono ancor oggi tanti massoni "laici" quanto piuttosto del fatto che <<few lodges at London finding themselves neglected>>: sono parole di Anderson, le quali stanno a dimostrare come, la stragrande maggioranza, anche nella stessa Londra, non sentisse alcuna necessità di un'innovazione contraria ai principi dell'ordine. I secessionisti, già prima, erano evidentemente emarginati dai Fratelli. Anderson poi specifica: << neglected by Sir Christopher Wren>>, ad ulteriore riprova della posizione nettamente contraria di quest'ultimo. Cfr. infra, n. 42 e vd. Jean Barles, HISTOIRE DU SCHISME MAÇONNIQUE ANGLAIS DE 1717, Trédaniel Éd., In ordine di fondazione: 1. "The Goose Grideron", meglio conosciuta come "St. Paul Lodge", 1691, 2. "The Crown", 1712, 3. "The Apple Tree", 1716, 4. "The Rummer Grapes", È evidente come le ultime tre siano state costituite in fretta proprio per dare consistenza alla progettata ed imminente nuova Gran Loggia. 41 Speculum, specchio; l'etimo ben esprime quel qualcosa d'indiretto, quindi tutt'altro che positivo rispetto all'operatività, com'è appunto la condizione dell'immagine riflessa rispetto alla realtà e le cui limitazioni sono affermate con sicurezza da S.Paolo nella 1Cor /1723; era nato in Inghilterra da nobile famiglia d'origine danese. Suo zio Matthew, vescovo anglicano, godeva del favore di Re Carlo I e per questo, per diciotto anni, fu imprigionato come papista, da Cromwell, nella Torre di Londra. Nel 1660, alla restaurazione, ritornò alla sua sede episcopale di Ely. Noto era dunque l'attaccamento di Sir Christopher alla causa stuartiana ed alle tradizioni. Egli fu professore di matematica

87 87 ad Oxford e sono sue la scoperta della rettificazione della cicloide e che l'iperboloide di rotazione ad una falda può essere generato dalla rotazione di una retta intorno ad un'altra ad essa sghemba. Dal 1668 al 1718 fu Royal Architect. 43 In quella forma anomala di Massoneria l'ordinamento prevedeva soltanto due gradi, con l'esclusione di quello di Maestro; a maggior ragione mancava il Royal Arch, il quale, del terzo grado, è il coronamento: evidentemente, la ragione dell'anomalia risiedeva nel fatto che, i due principali promotori (Anderson e Desaguliers) erano pastori e pertanto la loro condizione di massoni era limitata alle funzioni di Cappellano (destinazione antica degli "accettati"). Iniziati perciò nelle speciali Jakin's Lodges (cfr. supra, p. 2) dove, il rituale era assimilabile a quello di Compagno. 44 A riprova: nel 1663, sotto la presidenza del Re, Carlo II Stuart (il Re cattolico quindi), fu tenuta a York l'assemblea generale dei massoni d'inghilterra con l'elezione, quale GM., di Lord Henry Jermyn, Earl of St-Alban. 45 Il suo favore verso la Massoneria era reso evidente dalla carica di Gran Maestro che rivestiva nel templare Royal Order of Scotland, fondato dal Re Robert Bruce nel 1314 a difesa e protezione del Tempio perseguitato. Sempre in onore dei massoni, che avevano combattuto per lui, Re Giacomo ripristinò the Order of St-Andrew soppresso dalla Riforma. 46 Erano così definiti i filo cattolici ed i nazionalisti scozzesi fedeli ad una dinastia originaria, appunto, di quella terra. L'interesse massonico per le vicende politiche sorge dunque per difesa e - in contrasto con lo stereotipo corrente - in senso nettamente antiprogressista ovvero quando la rivoluzione puritana comincia a scardinare il vecchio mondo: è quindi dal 1650, vale a dire in epoca pre-speculativa e dopo la decapitazione di Carlo I, che Cromwell ed i suoi, si rivelano i temibili portatori di un'ideologia estremamente antitradizionale. Prima di questi tragici avvenimenti, gli "infiltrati" modernisti non erano né facilmente individuabili, né immediatamente classificabili in senso politico. Essi apparivano agire, infatti, su un piano prevalentemente filosofico. 47 La responsabilità si tende ad attribuirla ad Anderson, cappellano della St. Paul, dal 1710, personaggio piuttosto enigmatico, che, dal 1714, cominciò a tenere riunioni riservate ai soli gentlemen e dalle quali escluse la partecipazione di Brethren esterni alla Loggia. Stava, con evidenza, preparando lo scisma, tant'è che, nel 1715, gli Operativi di Londra, su disposizione di Wren, lo espulsero unitamente agli altri sette: Payne (2 GM, 1718; 4 GM, 1720), Desaguliers (3 GM, 1719), Johnson, Stuard, Sayer (1 GM), Entick, Montagu. Quasi tutti membri della Royal Society. La raccolta degli antichi documenti, alcuni risalenti all'epoca anglo-sassone, era stata organizzata dal GM. George Payne, che aveva intenzione di pubblicarli almeno in parte. Sembra sia pertanto stato il timore che ciò avvenisse a decidere la loro distruzione: segno evidente della presenza di posizioni interne assai discordi in un gruppo per altri versi molto omogeneo. 48 Ricostruita dopo il grande incendio di Londra del 1666 ed il cui progetto fu affidato allo stesso Wren.

88 88 49 In seguito, conosciuta anche come Atholl Grand Lodge a ragione del 3 e 4 Duca di Atholl, che ne furono rispettivamente 6 (1771) e 7 (1775) GM. 50 Succeduti agli Orange nel 1714; a livello parlamentare il legame strettissimo dei "moderns" era con il partito progressista dei Whigs, gli altri tenevano ovviamente per i Thory. Nel 1714, alla morte della Regina Anna con l'avvento di Giorgio I di Hannover, i Whigs, si chiamarono hannovriani e mentre i Thories furono soprannominati, con intento spregiativo, dal nome del fuggiasco Giacomo II, giacobiti. Della casa di Hannover e quindi dell'attuale Royal Family, è poco nota l'origine "italiana": nel X sec. Oberto (= 975), Marchese e Conte del Sacro Palazzo, figlio del Marchese Adalberto, aveva un immenso feudo, che comprendeva i comitati di Genova, Milano, Tortona, Bobbio, Luni, Gavello e Monselice, i suoi pronipoti agnati si perpetuarono sotto i nomi di Malaspina, Pallavicini e Este. Alberto Azzo II d'este (nt. prima del 997), si sposò con Cunegonda, della celebre casa dei Guelfi di Germania. Casa aspirante all'impero ma poi ridotta al solo Ducato di Brunswick, costituito dalla regione del Lunenburgo in Bassa Sassonia. Possesso che, nel XVII sec., assunto all'elettorato, mutò il nome in quello della dominante città di Hannover. In Inghilterra intanto, Guglielmo d'orange, coniugato con Maria Stuart, si spense improle mentre l'unico figlio della Regina Anna Stuart (regnante nel periodo 1702/1714), sorella di Maria, le premorì nel A quel punto, il Parlamento riconobbe la legittimità del pretendente Giorgio Ludovico di Hannover, in quanto sua madre Elisabetta, elettrice vedova, era nipote di Giacomo I (= 1625) il primo dei monarchi Stuart. A seguito del matrimonio della Regina Vittoria (Hannover) con il Principe Alberto di Sassonia Coburgo Gota, quest'ultima fu la designazione dinastica sino alla prima guerra mondiale, quando, per ragioni di opportunità politica, il nome tedesco fu mutato in quello tratto dal Castello di Windsor e, per sovrano rescritto, non più modificabile. 51 È a quest'ordine di argomenti che la Chiesa intende riferirsi col termine storico di "machinatio": esso si trova anche nel divieto di aderire alla massoneria, riportato nel Codex Iuris Canonici del Lettera Apostolica "In Eminenti", 28 Aprile Bolla "Providas Romanorum", 18 Marzo Desaguliers era un ottimo matematico e fisico, inventò il planetario e fu, ai suoi tempi, scienziato di fama. Fu intimo di Newton, più anziano di lui di circa ventuno anni, membro della Royal Society ed in ottimi rapporti con gli ambienti di Corte. Newton lo seguì sempre e, pur se non massone, era pertanto a perfetta conoscenza del progetto relativo alla fondazione di un'innovativa Gran Loggia Sembra in numero di circa Sta lì la differenza tra tradizione e tradizionalismo; gretto epifenomeno quest'ultimo di spiriti intellettualmente timorosi, di fatto aggressivi, al fondo limitati.

89 89 57 Titolo assai bizzarro redatto in un ebraico un po' forzato: qualcosa come <<the Brother's secret monitor>>; il curatore della raccolta era un irlandese, il Gran Segretario, Laurence Dermott. Nello stesso anno fu pubblicata anche la terza edizione delle Costituzioni di Anderson, riviste da John Entick. Dermott fu inoltre molto attivo a convincere le non poche Logge londinesi ostili agli speculativi a stringersi nel Bund che doveva portare alla "Grand Lodge of Free Accepted Masons of the Old Institution", tra queste la più antica e famosa era "The Queen's Head" in St. Charles Street al Covent Garden. 58 L'apparente facile etimo del nome rimanderebbe alla zona di Como dalla quale molti di essi, in realtà, provenivano ma le cose non sono però così semplici perché, nello stesso modo, erano spesso chiamati anche quei maestri originari di altre aree della penisola e forse non per semplice generalizzazione: risulta, infatti, che co- ( lt. cum) sia qui da intendere - nel composto nominale - quale prefisso indicativo d'unione, compagnia mentre -macini, appare, evidentemente, l'aggettivo del basso lt. macio (cfr. supra, n. 1) a sua volta radice dell'attuale "massoneria". Il toponimo è, infatti, derivato da un supposto celtico *camb-, piegato, curvato, evidentemente per la disposizione urbana sulla costa lacustre. Como e i Comacini non sarebbero pertanto in alcuna relazione semantica ma espressioni di un fatto linguistico di mera convergenza fonetica. 59 La prima Loggia di questa filiazione sembra sia stata fondata nel 1728 a Madrid (la "French Arms"), seguono poi nel 1732 Parigi, nel 1733 Valenciennes e Château d'aubigny nel Per l'italia, a Firenze, nel 1732, dov'era ambasciatore della corte di San Giacomo, Sir Horace Mann fondò una Loggia, tra i cui membri c'era un medico, quel Tommaso Crudeli, che ebbe poi, per questo, a subire un noto processo inquisitoriale. Tale Loggia sotto il titolo di "Sir Horace Mann, 1732" è ancor oggi presente e, nell'almanacco massonico internazionale LIST OF LODGES, è segnalata come <<a English speaking Lodge>>. 60 <<Be it known to all Men, That the Act of Union between the two Grand Lodges of free and Accepted Masons of England, is solemnly signed, sealed, ratified, and confirmed, and the two Fraternities are one, to be from henceforth known and acknowledged by the style and title of The United Grand Lodge of Ancient Freemasons of England; England and may the Great Architect of the Universe make their Union eternal!>> 61 Questo in linea di massima, perché gli Antichi imputarono ai Moderni l'abbandono, nei nuovi rituali unificati, di ben undici elementi ritenuti di notevole rilievo: tra questi si possono citare la soppressione di tratti nettamente cristiani nei primi tre gradi e nel Royal Arch - di fatto ignorato dagli scismatici - e l'uso delle spade che è invece rimasto in Italia ed in Francia dov'è, erroneamente, reputato un lascito napoleonico. Sicuramente falsa è però l'accusa d'aver omesse le preghiere, tuttora praticate nel rituale più diffuso l'emulation - e questo con grave scandalo delle "laiche" Obbedienze "latine" Riferimento ma non guida perché questi Riti godono tutti della più ampia autonomia. Anche qui, si può trovare una precisa smentita alle malevole fantasie, che vorrebbero l'istituzione un organismo cripto-giudaico; una specie di B'naï B'rith graziosamente

90 90 aperto anche ai goim; in questo rito, espressamente cristiano, si prevede il giuramento di fedeltà alla Santissima Trinità, non può pertanto essere ricevuto cavaliere chi, evidentemente, non accetti la regola. Quest'esclusivismo cristiano vale anche per le Massonerie scandinave e per una delle quattro GG.LL. tedesche: quella che adotta, appunto, gli stessi rituali delle consorelle nordiche. È bene essere chiari: queste Massonerie escludono, nella loro totalità organizzativa, chi non accetti la ritualità cristiana e non, come avviene nel caso inglese, soltanto chi voglia accedere ad uno specifico corpus rituale. 64 Quello che, al di fuori del Regno Unito, è conosciuto come Rito Scozzese Antico ed Accettato (RSSA). Degli altri corpi rituali, con varianti qui non riportate per la Scozia e l'irlanda, si possono citare, in forma sommaria ed incompleta, i seguenti: Royal Ark Mariner, Allied Degrees, Cryptic Degrees, Royal Order of Scotland (templare, molto importante per la storia di Scozia, cfr. supra, n. 45), Order of Secret Monitor. 65 Cfr. supra, n Il periodo della sua massima attività, può essere collocato tra il 1815 ed il I seguaci di essa sono denominati wahbiti in Occidente - dal fondatore 'Abd alwahhab; 1703/ ma il termine col quale designano se stessi è: muwahhidun, unitari. 68 Esemplari quelli avvenuti in Germania tra il 1976 ed il 1980 tra esponenti di quell'episcopato ed i rappresentanti delle quattro GG.LL. federate del paese: cfr. LA CHIESA CATTOLICA E LA MASSONERIA. LA COMMISSIONE PER IL DIALOGO HA CHIARITO LA DECISIVA QUESTIONE, di Mons. Josef Stimpfle, in QUADERNI DI "CRISTIANITÀ", anno II, n. 4, primavera 1986, pp Cfr. l'affannosa ricerca in questi anni di incontri al "massimo livello" con esponenti religiosi delle più varie estrazioni: islamici (l'islam non ha clero, fatta parziale ed impropria eccezione per l'eresia sciita), buddisti (fatta salva la forma Mahayana; con il Dalai Lama ed altri minori tulku) o induisti (non c'è gerarchia nell'induismo) con il risultato della presenza, a volte anche grottesca, d'improbabili personaggi, di sicuro bizzarramente abbigliati ma di alcuna effettiva rappresentatività. 70 Il GM. e gli Ufficiali di GL. I famosi "33" invece - ossessione "profana" tra le più comiche - sono soltanto il vertice del Rito Scozzese (RSSA). L'influenza del RSSA varia secondo l'obbedienza e secondo il paese ma, dovunque, la consistenza kleine bürgerlich dei più di loro e la facilità con cui si può giungere a tanta altezza toglierebbe rapidamente, se conosciuta, tanto del fascino tenebroso che ispira. 71 Nel Regno Unito, la situazione è, potremmo dire, ufficializzata in senso nazionale essendo la carica di GM., fin dal 1814, appannaggio di un membro della Royal Family; dal 16 Giugno 1967 è tale HRH the Duke of Kent (10 GM. dall'unione). In questi ultimi anni, il Duca ha però manifestato l'intenzione di dimettersi e pare che il successore sarà scelto fuori dell'ambito dinastico. In Svezia il rapporto tra le istituzioni statali e quella Massoneria era ancora più stretto ma la situazione è andata da qualche

91 91 anno modificandosi in questi termini: <<There are approximately 60 freemasons in Sweden currently holding the XIth degree. They are present or past members of the Grand Council or Grand Officers. In 1811 King Karl established the Royal Order of King Karl XIII. It is a civil order, conferred by the King, only to Freemasons holding the XIth degree with the number limited to 33, three of whom must be ordained. Although not a Masonic degree, it is considered the highest rank in Swedish Freemasonry. New members are appointed by the King. An annual Chapter is held on Carl-day, January 28th. Does the King still play an active role or does he delegate his duties to a deputy? The question has no relevance today, since the King of Sweden, Carl XVI Gustaf, is no longer Grand Master. Duke Carl became Grand Master in 1770 (Later King Carl XIII from ). After him, all Kings were Grand Masters until 1973, when King Gustaf VI Adolf died. In those days even the Pro Grand Master and the Deputy Grand Master were members of the Royal House. In 1973, the new King, Carl XVI Gustaf (grandson of Gustaf VI Adolf), didn't want to become a Freemason. Instead his uncle, Prince Bertil, became Grand Master. Prince Bertil died in January 1997, the present Grand Master is Mr. Gustaf Piel.>>; vd. SWEDISH RITE FAQ, by Trevor. W. McKeown, 1999 (http://www.bc-freemasonry.com/writings/swedish_faq.html). [URL aggiornato (28.X.2001): Questo ed altri segni, presenti pure negli USA, sembra stiano ad indicare un certo abbandono dell'utilizzo ufficiale m'anche strumentale della Massoneria, che era ormai ritenuto consolidato da parte di un certo numero di stati. 72 Con le eccezioni per le quali vd. supra, alla n Unica possibilità effettiva (tradizionale e non grottesca ricostruzione contemporanea) in tal senso fruibile dall'uomo occidentale, che non voglia distaccarsi dal proprio ambito culturale. ----Bruno d'ausser Berrau, [Una presentazione dell'autore si trova nel I numero di Episteme]

92 92 NUMERICS OF HEBREWS WORLDWIDE DISTRIBUTION AROUND 1170 AD ACCORDING TO BINYAMIN OF TUDELA (Emilio Spedicato) Abstract - We present data on the world distribution of the Hebrews around 1170 AD as found in the book Itinerary of Binyamin of Tudela. The data show about half of the Hebrews living in the Yemen region, in agreement with the recent thesis of Kamal Salibi that the original land of the Hebrews was the western-southern Arabian peninsula. Introduction In a series of recent books the Lebanese historian Kamal Salibi [1,2,3] has argued that before their deportation to Mesopotamia (the people of Israel by Sargon in 722 BC, the people of Juda by Nebuchadnezzar in 587 BC), the Hebrews were a coalition of Arab tribes living in the high land (the Al-Sarat, elevation between 1700 and 3200 meters) of westernsouthern Arabian peninsula (approximately in the Asir region of present day Saudi Arabia). It is known that when Cyrus let the Hebrews free of leaving Mesopotamia, only a limited amount of them, belonging to the Juda and Beniamin tribes, went to Palestine, reconstructing the temple in the city of Jerusalem. The fate of the remaining ten tribes has been object of lot of discussions, e.g. by Velikovsky (he proposed the Caucasus, the Volga region and a third indetermined destination, see [4]), by Koestler (he claimed that many people around the Caspian sea at the time of the Khazars empire were Hebrews and that most of Eastern Europe Jews descended from them, see [5]). The arguments given by Salibi are based on the geography in the biblical books dealing with the period preceding the deportation. He notices that almost all the about 2000 toponima appearing in these books can be found in the Asir region. Moreover additional data given in the biblical text, as distances, proximity to rivers and mountains etc., are supported by the Asir localization. Only a handful of such toponima can be located in Palestine where oreover some topographical features are often incompatible with statements in the Bible.

93 93 Salibi bases his analysis on the so called "received text" of the Bible, namely the original version containing only consonants. He claims that the current vocalization, made by the Masoretes over 1000 years after the exile, is often not correct. Among his remarkable claims we recall: - "Jordan (h-yrdn) river" is a wrong translation for "ridge", referring to the great almost impassable rocky escarpment, having a sheer drop of some 100 meters, that separates the Arabian high plateau from the lower land by the sea. This escarpment stretches almost continuously for about 1000 km from just south of Meccah to near Aden, additional long stretches extending parallel to the south coast of the Arabian peninsula (see the map at pages of The Times Atlas of the World, comprehensive edition, 1973). Additionally one should note that in the Bible the Jordan is never explicitly called a " river (nhr)", a fact that has always puzzled scholars. - Jerusalem is never associated with the term "city" and its 26 gates are highly improbable, since a city of its size would normally have no more than 4 gates, the great cities of antiquities having usually at most 12 gates. "Jerusalem" is identified by Salibi as a secluded well defended natural area in the Arabian high plateau having 26 natural accesses, 24 of which are found on maps still bearing their ancient biblical name. - only some of the Jews settled in Palestine with the favour of the Persians in the sixth century BC, when Palestine suddenly became important from the trade point of view in the context of the Persian empire, being located between Egypt and Mesopotamia. Salibi does not discuss the fate of the other Hebrews, but notices that a large amount of them was well known to have dwelled in the Arabian peninsula in medieval times and that the opinion expressed by these dwellers of being in their fathers land was recorded by several medieval authors. It is worth to recall that one of the main historians of Islam, the Persian Al Tabari who wrote in the ninth century, describes a large number of fortified villages in the region of the city of Iathrib (later redenominated Al Madinah), whose population consisted of Hebrews in control of the cultivations of dates. One of the first acts of the political activity of Muhammad was fighting against them. In this paper we look at very interesting information on the distribution of the Hebrews in the world given in the book Itinerary by Binyamin of

94 94 Tudela, a little known important source that is not quoted by Salibi. The data provide clear support to Salibi's thesis. 2. The travels of Binyamin of Tudela The rabbi Binyamin of Tudela lived in the 12-th century in the city of Tudela in Aragona, not far from Saragosse. Around 1170 AD he underwent a trip that lasted about three years along the coasts of the Mediterranean and inside parts of Asia, visiting the local communities of Hebrews. He gave a quite synthetic description of his travels in the book Itinerary [6]. This book has little information about his personal events but is curiously rich in data about the number of Hebrews that were living in the cities he visited (or possibly in some cities he did not visit but was given information about). There has been of course discussion about the accuracy of the figures given by him and someone has even claimed that the trip was not done at all. Here we are not going to enter such type of discussion. Our personal impression is that the text is essentially accurate. Binyamin therefore may provide invaluable information on a time where the world distribution of the Hebrews could still be considered as a good reflection of the distribution in classical times. Not long after Binyamin time persecutions in Europe and the onslaught due to the Mongols modified the distribution of the Hebrews in Europe and especially in much of Asia. In the following section we give Tables listing the number of people living in various regions of the world visited by Binyamin. Then we will comment on them and discuss the data relation with Salibi thesis. 3. Tables of Hebrews distribution in the world In the following Tables we list the cities for which Binyamin provides the number of Hebrews (without his distinctions between rabbanites, i.e. followers of the rabbinic teaching giving importance to the Talmud, and caraites, followers of the original precepts in the canonical biblical books). For a small number of cities or places (e.g. Barcelona or Cyprus) Binyamin does not provide figures.

95 95 Hebrews in Spain, France and Italy GERONA 300 LUNEL 300 POSQUIERES 40 ST. GILLES 100 ARLES 200 MARSEILLES 300 PISA 20 LUCCA 40 ROMA 200 CAPUA 300 NAPOLI 500 SALERNO 600 AMALFI 20 BENEVENTO 200 MELFI 200 ASCOLI SATRIANO 40 TRANI 200 TARANTO 300 BRINDISI 10 OTRANTO 500 TOTAL 4370 Hebrews in Greece CORFU 1 ARTA 100 ACHELOO 30 PATRAS 50 KIFTO 100 CRISSA 100 CORINTH 300 THEBES 2000 EGRIPO 200 IABUSTRISSA 200 RABENIKA 100 SINON POTAMOU 50

96 96 ARMILO 400 BISSENA 100 SALONICA 500 DEMETRIZI 200 DRAMA 140 CRISTOPOLI 20 COSTANTINOPLES 2500 RODOSTO 400 GALLIPOLI 200 KALES 50 CHIOS 400 SAMOS 300 RHODES 400 TOTAL 8841 Hebrews in Siria and Palestine ANTIOCH 10 LATAKIA 100 BYBLOS 250 BEIRUT 50 SIDON 50 TYRE 500 AKKO 200 CAESAREA 200 JERUSALEM 200 BETHLEHEM 2 BEIT GIBRIN 3 BETHNABLE 3 RAMAH 300 YAFO 1 ASQUELON 240 LUDD 1 TIBERIAS 50 GUSH 20 ALMAH 50 DAMASCUS 3100 GALID 60 TADM0R 2000

97 97 EMESA 20 HAMA 70 ALEPPO 5000 BALIS 10 QALAT GABER 2000 RAQQAH 700 TOTAL Remark - Binyamin lists separately the Samaritans: 400 in Damascus, 200 in Caesarea, 1000 in Nablus, 300 in Asquelon. Hebrews in Mesopotamia HARRAN 20 RAS EL AIN 200 NISIBI 1000 GEZIRET IBN OMAR 4000 MOSUL 7000 RAHBAH 2000 KARKEMISH 500 AL ANBAR 3000 HADARAH OKBARA BAGHDAD ZERIRAN 5000 BAYBAL 3000 AL HILLAH KAFRI 200 QUSUNAT 300 AL KUFAH 7000 AL ANBAR 3000 TOTAL Remark - Binyamin makes the interesting observation that near Kafri there was an important complex of buildings, including the synagogue and the grave of Ezekiel and a rich library containing scrolls from the first and the second temple.

98 98 Hebrews in Arabia and Yemen TANAI REGION TILMAS HAIBAR DIRAE 3000 LASAS 2000 BASRA TOTAL Remark - The Tanai region had 40 cities and 200 villages. The whole region is called by him Saba or Al-Yemen, meaning "the South", with respect to Shinar (i.e. Mesopotamia). Hebrews in Greater Persia NAHR SAMURAH 1500 SUSA 7000 RUDBAR HULWAN AMADIYAH HAMADAN TABARISTAN 4000 ISFAHAN FIRUZEH HIVA SAMARKANDA QIS 500 QATIF 5000 TOTAL Hebrews in Greater India QULAM LABRIG 3000 AL GONGALAH 1000 TOTAL

99 99 Hebrews in Africa and Sicily HELUAN 300 KUS 300 FAYYUM 200 CAIRO 7000 BILBEIS 300 BUTIG 200 BENHA 60 MINYAT ZIFTA 500 SAMNU 200 DAMIRAH 700 MAHALLAH 500 ALEXANDRIA 3000 DAMIETTA 200 SIMASIM 100 TANIS 40 PALERMO 1500 TOTAL Total and area percentages TOTAL AFRICA--SICILY 1.5 % INDIA 10.6 % PERSIA 25.8 % MESOPOTAMIA 11.4 % ARABIA--YEMEN 47.7 % SIRIA--PALESTINE 1.6 % EUROPE 1.4 % In addition to the above numbers, Binyamin quotes without figures the existence of Hebrews in Germany and in the Khazar empire. Also he claims that a "large number" of Hebrews were living in a mountainous territory that appears to broadly correspond to Afghanistan. Curiously he omits figures about Andalucia.

100 100 We recall that according to Koestler the number of Hebrews in Germany before the end of the Khazar empire was marginal while it was probably substantial in the Khazar empire, whose leaders had converted to Hebraism ("in Khazaria sheep, honey and Jews exist in large quantities", is a statement by Muqaddasi in his 10th century Descriptio Imperii Moslemici). The Khazar empire was already in decay at the time of Binyamin, due to growth of the Rus power and the many incursions of Vikings along the Caspian shores. Koestler argues that people from the Khazar territory escaped west flying the terrible Mongolian invasion. Many of them set in the wooded and marshy territory between present day Poland and White Russia. From them, and not from Hebrews expelled from the western European countries, the large population of Eastern Jews should have descended. 4. Comments on Binyamin data We do not know how the numbers given by Binyamin relate to the actual total population of Hebrews at his time, because of the following questions: A -- Do the numbers refer to the whole population or only to the male adults? Some passages suggest that only male adults were considered. B -- How many people lived in cities or regions not touched by him? Because of the above, even assuming that the given figures are basically correct, the total number of Hebrews corresponding to these figures, i.e. somewhat less than one million, is certainly a lower bound, by possibly a factor 4 with respect to problem A and a factor 2 or more with respect to problem B. By these factors one might estimate a total population of somewhat over 8 million, which is a reasonable estimate, being close to the numbers of Jews for the whole Roman world at the Augustus census (the Hebrews were the most numerous population!). At that time only part of the world inhabited by Hebrews had been censed, but economical conditions were probably better generally than at Binyamin time, allowing a higher population density in the Roman empire. It is anyway well known that human population has been rather constant in total numbers till the explosive growth related to the starting of the industrial revolution.

101 101 One should also notice that most Hebrews lived in cities or small towns on jobs requiring a certain specialized competence (making or colouring clothes is an occupation often quoted by Binyamin). Despite the certain inaccuracy in total numbers, it is likely that the ratios of Hebrews in different geographical areas are quite correct, since such ratios are independent of the multiplying factors, which are presumibly similar for the different regions. Therefore the following observations coming from an inspection of the above given Tables should be basically valid. * The region of Arabia and Yemen contains about half the total population of Hebrews. This fact is a strong argument in favour of Salibi thesis that Arabia-Yemen was the original region where the Hebrews were deported from by the Assirians and the Babilonians, since many of the deportees would naturally like to come back to the land of their ancestors. ** The region containing the second largest amount of Hebrews is Greater Persia, at the time of Binyamin including a large part of central Asia now belonging to Turkmenistan, Tagikistan, Uzbekistan, Kazachstan. Impressive is the large number of Hebrews living in Hiva, close to the Aral see, a region now environmentally ruined but in medieval times very flourishing, as described for instance by Ibn Battuta. It is natural to conjecture that such large population descended from people who settled there during the Persian Achaemenid empire, when the Hebrews were treated well by the Persians and many of them acted as administrators. It is likely that large part of the population of these cities was later massacred by the Mongols, whose policy of utterly destroying the inhabitants of cities is so graphically described in for instance Ata Malik al Juvaini, [7], writing about 1250 AD. It is however possible that a part of these populations, possibly those living in the more western regions, e.g. in Hiva, could have escaped the Mongols onslaught by joining the Khazars in their flight towards Europe, thereby contributing to the stock of Eastern European Jews. *** India is the region containing the third largest population of Hebrews, with a concentration in the city of Qulam, present day Quilon, in the western-southern part of the Indian peninsula. Under Salibi's scenario of the Hebrews living originally in Southern Arabia it is likely that many of them formed colonies already in very ancient times in that part of India, which was on the way to the farthest eastern regions wherefrom spices and

102 102 silk were imported. It is well known that trade between Taprobrane (Sri Lanka) and Oman or Aden is extremely ancient, being practiced exploiting the monsoons by boats made of planks connected with coconut fiber ropes, a production of the Laccadive islands (see Severin [8] for a description of these boats and his personal experience of crossing the Indian ocean from Oman on a reconstructed boat). The Hebrews population of India might also have been increased some centuries before Binyamin by influx of refugees from west--northernly parts of India, that were once part of the Achaemenid empire and where the Islamic conquest was quite bloody, due to the local resistance to religious change (see again Ibn Battuta for a description of the massacres made by the muslim chiefs against the nonmuslim populations in the region of present Chittagong). Notice that the migrations of Zoroastrians to the quite southern location of present Mumbay was as well motivated by escape to forced conversion. **** The region containing the third largest amount of Hebrews includes present day Siria, Irak and southern Turkey. It can be surmised that this population consisted partly of Hebrews that decided to stay there during the time of the Persian Achaemenid empire, partly of people who went there during the best time of the Islamic empire, partly of people who left Palestine after the Roman wars of Vespasian and Hadrian. Again much of this population may have perished during the massacres of city dwellers by the Mongols. It is clear from the information in Binyamin that most precious cultural relicts of the Hebrews were preserved in cities near Baghdad. These were most probably destroyed together with the population during the Mongolian invasion. ***** The number of people living in Europe, in the Byzantine empire and along the Mediterranean coasts of Africa, namely in the regions where we would expect most of the Hebrews under the standard hypothesis that the original land of the Hebrews was Palestine, wherefrom they dispersed during Hellenistic and Roman times, is only a small fraction of the total Hebrew population according to Binyamin figures. Barring the hypothesis of a higher mortality in these regions in some past time (but earthquakes and plague around 540 AD devasted these regions...) this fact supports the idea that already in classical times the Hebrews living around the Mediterranean were only a small fraction of the total population of Hebrews.

103 103 The above analysis, in conclusion, seems to support Salibi's hypothesis that only a marginal part of the Hebrews, when given freedom by Cyrus, settled in Palestine; most of them must have returned to their original land in Arabia--Yemen, or they dispersed in the vastness of the Achaemenid empire, where history later spread them even farther throughout the world. References 1 - K. Salibi, Secrets of the Bible people, Saqi Books, London, K. Salibi, The Bible came from Arabia, Naufal, Beirut, K. Salibi, The historicity of biblical Israel. Studies on Samuel I and II, Nabu, London, Communicated by Donald Patten, Seattle. 5 - A. Koestler, The thirteenth tribe, Picador, London, Binyamin of Tudela, Itinerario (Sefer Massa'ot), Luisè, Rimini, Ata Malik Al-Juvaini, Ta Rikh-i-Jaman Gusha, University of Manchester Press, T. Severin, The Sindbad voyage, Hutchinson, Emilio Spedicato, Department of Mathematics, University of Bergamo, Italy [Una presentazione dell'autore si trova nel I numero di Episteme]

104 104 THE EVOLUTION OF THE NOTION OF CREATION IN THE JUDEO-CHRISTIAN RELIGION (Ludwik Kostro) Specialists: philosophers, theologians, biblical scholars, and religious experts - both believers and non-believers - deal with the research on the evolution of the most essential notions of world-view. Catholic universities talk about the evolution of Revelation when a given notion was a subject to changes in individual books of the Bible, and the evolution of a dogma when the notion was changing in the post-biblical period. The notion of creation was also a subject to such changes. Roman Catholic Church believes at present that God created the world out of nothing. In Latin it is defined as 'creatio ex nihilo sui et subiecti'. According to this description God created the world neither out of himself, nor out of any material. 1. Doctrine of creation of the univers out of nothing is post-biblical one The Bible does not contain the doctrine of out-of-nothing creation although sometimes two texts (2 Macc. 2; Rom. 4,7) are indicated as recognising such doctrine. These texts will be examined later. The Old and New Testaments maintain the notion rooted in Sumerian times; according to the Sumerians everything emerged out of everlasting and boundless waters. The creative activity of the Bible God is presented as separating some waters from the others. To find this out it is enough to read the first chapter of Genesis which shows how God created the heavens and the earth: "( )And God said, 'Let there be a dome in the midst of the waters, and let it separate the waters from the waters'. So God made the dome and separated the waters that were under the dome from the waters that were above the dome. And it was so. God called the dome Sky. ( ) And God said, 'Let the waters under the sky be gathered together into one place, and let dry land appear'. And it was so. God called the

105 105 dry land Earth, and the waters that were gathered together he called Seas." (Genesis, 1:6-10) [1] The Bible assumes the existence of everlasting and boundless waters. Nowhere in the Bible can we find the line: "And God said, 'Let there be waters and so the waters were'." Old Testament term 'bara' reserved to God only and translated into other languages as 'to create' never bears the meaning of 'to create out of nothing'. According to the Great Catholic Biblical Encyclopaedia [2] the basic etymological meaning of the term 'bara' is best reflected by the English 'to separate'. Many biblical scholars show that we are not allowed to translate the Hebrew verb bara by the verb "to create out of nothing". For exemple, according to J. St. Synowiec OFM Conv., the statement that bara means 'to create ex nihilo' is erroneous because in the Bible the verb bara is used parallel with the the verbs asah - 'to make', jasar - 'to form', which, obviously, were used to indicate acivity transforming mater. Even in Genesis 1 the verbs bara and asah are used in a parallel way. [3, p ] Also the word bore - 'Creator' does not mean anyone who creates out of nothing. [3, p. 16] Also the New Testament supports the opinion from the Old Testament. The Second Letter of St Peter reads: "( )by God's word the heavens existed and the earth was formed out of water and by water." (2 Peter, 3:5) First post-biblical Christians were also convinced of the emergence of heavens and the earth by God's word out of water and by water. Tertullian, who lived at the turn of the 2 nd and 3rd century A.D., in his work On Baptism where he presented his cosmological speculations, he tried to prove why water had been selected for this sacrament. According to him, water had existed 'at dawn' [Tertullian Bapt. 3-4]. Another representative of patristics, Cyril of Jerusalem says briefly: "Water exists in the beginning of the world, as Jordan is in the beginning of the Gospel." [Cat., 3, 5] The origins of the faith in the creation out of nothing reach back to the middle of the 2nd century A.D.. In his 'Shepherd' written ca 150 A.D., Hermes said that the first commandment is:

106 106 "( )to believe that there is only one God, who created and put to order everything, and who created all out of non-existence." [Hermes, Pastor, Praeceptum 1,1] He mentioned, however, the primeval waters again: "( )with his mighty word did he spread the heavens and fixed the earth upon waters." [Hermes, Pastor, Visio 1,3,4] The expression 'ex nihilo' - out of nothing - can be encountered at the writings of Theophilus of Antioch (ca 180 A.D.): "( )out of nothing does God derive and did derive, what He wanted, and in the way He wanted." [Ad Autolicum, 2,4 (POK 4)] Irenaeus (also the 2nd century A.D.) forcibly states: "( ) people really cannot do anything out of nothing, but only out of the matter that has existed before them. God is superior to people mostly because He supplied Himself with the matter for his act of creation, altjough it had not existed before." [Adversus haereseos, 2,10,4] Another apologist, Athenagoras (ca 177 A.D.) still imagined, however: "( ) Providence as a shaper of the matter existing before." [4] Athenagoras was expressing here - as we shall see later on - a notion included in the Old Testament's Wisdom of Solomon. 2. The doctrine of creation out of nothing found its substantiation in erroneous translation of The Second Book of the Maccabees 7:28 done in the 4th century A.D. In the 4th century A.D. a Vulgate, i.e. a Latin translation of the Bible, was produced. It was then, when St. Jerome (to whom the Latin version of the Bible is usually attributed) erroneously translated the 2 nd Book of the Maccabees. This ancient Biblical scholar instead of precise translation the

107 107 original Greek text of the address of Maccabee mother to her seventh son before his martyrdom, created a text being actually mere interpretation. Instead of using the words "cognosce quod non ex ea quae erant fecit illa Deus (caelum et terram)" [5, p. 121] which means "Recognise that not of the things that had been created them God (i.e. heavens and the earth)", St. Jerome used the words "intellige quia ex nihilo fecil illa Deus" [5, p. 121], which means "understand that out of nothing created them God". St. Jerome recognised, that before the heavens, and the earth, and all the things included in them were created, nothing had existed. However, in the times when the Books of Maccabees were written, there existed a conviction that when God started to create the world, there had been everlasting and boundless primeval waters, which constituted something like primeval material. Out of these waters, upon God's Word, there emerged heavens and the Earth. Italian translations are usually accurate as far as the original text is concerned: "Sappi che Dio non li fece da cose preesistenti" [6, p. 851 ], which means "Understand that god had not created them out of the things that had existed before". According to Georges Auzou [5], a Biblical scholar, those words must be understood in a context of the then books of the Bible and we must stick to the Biblical tradition. In his opinion, St. Jerome originated a new tradition of nonbiblical character. Let us quote here an excerpt from the Auzou's book: "( )in the 2nd Book of the Maccabees we can find a text which was overused a lot of times. Let us place this text in its own context. I mean persecutions ordered by Antiochus IV. Seven young men were sentenced to torture because of their disobedience to royal decree. Their mother boosts their courage. She addresses the last one with the following words: "Please, son, look at the heaven and earth( ), and notice the fact, that God created them not out of the things that had existed before and that the human race was created in the same way". (The 2nd Book of the Maccabees 7:28) This text is written in Greek. It was disseminated in the West over the centuries in its Latin version; the translator, however, instead of translating exactly the excerpt under discussion, the translator transformed it into the form we can find in the Bible at present: "Notice, that out of nothing created them God". It is the creation "out of nothing", ex nihilo! A new tradition was born which disrespected all other traditions, Biblical one included, disdaining other texts, and imposing against them a new concept of time and matter. The first words referring

108 108 to creation [Genesis: In the beginning God created the heavens and the earth - L.K.] in particular were interpreted in coherence with this tendency, as we shall see, against their real contents. Even if we recognise this error, we still preserve certain conviction: some indefinable ancient reality (waters, according to myths) had existed before the heavens and the earth were created. The text of the 2 nd Book of the Maccabees neither confirms, nor denies it: it only says that the world was not created out of any known elements. It says that "God called into being" non-existent before heavens, the earth, and everything they contain; this does not necessarily mean the rejection of the thesis that some kind of matter had existed before. The case of the existence of the mankind in our text confirms this explanation. The Old Testament [and the New Testament as well, as we shall see later L.K.] will maintain its uniform vision of creation and the "beginnings". The last of the living Biblical authors, who wrote ca 70 years before Christ (a contemporary of a Roman poet and philosopher Lucretius) confessed that God created the world out of "disordered matter"( Wisdom of Solomon 11:7). The concept is rather Platonic than Jewish, it confirms, however, the existence of some ancient matter preceding the divine act of creation". [5, pp ] The 2nd Book of Maccabees with the text in question was written in the 2nd century B.C., and the Wisdom of Solomon, including the words "Your omnipotent hand, which created the world out of disordered matter"(wisdom of Solomon 11:7) was created, as we already know, a century later, in the seventies B.C.. The 2 nd Letter of St Peter, including the words: "long ago by God's word the heavens existed and the earth was formed out of water and by water" (2 Peter 3:5) was written in the 2 nd half of the 1st century A.D., i.e. two centuries after the 2nd Book of Maccabees, 7:28 had been written. If we assumed, following St. Jerome's translation of Vulgate, that the world ("the heaven and the earth" according to the 2nd Book of Maccabees, 7:28) was created out of nothing, we would also have to admit, that one hundred, and two hundred years after the Books of Maccabees were written the old concept was restored, that it emerged out of "disordered matter", or - using more concrete terms - "out of water and by water" by the power of God's word.

109 nd Letter of St. Peter, Chapter 3, Verse 5 - closer analysis of the text Let us have a closer look at the words of the 2 Peter: "long ago by God's word the heavens existed and the earth was formed out of water and by water" (2 Peter 3:5), which may be understood as only the earth was formed out of the water and by water. The original text in its Greek construction points both to the heavens and the earth. Rev. F. Gryglewicz, a Biblical expert, confirms it in the following way: "The creation of the world is presented by him [i.e. by the author of the 2 Peter - L.K.] on the basis of the description included in Genesis. 'God's word' is the word which created the whole world. The verbs 'existed' and 'was formed' refer to both elements, i.e. to the heaven and the earth ( ). 'Water' out of which the word of God created the earth is the chaos, which, as Genesis tells, had existed before it was separated into the heavens and the earth. The waters of this chaos, when the Spirit of God was hovering over them, were separated into the water over the expanse and the water under it. Thus the sky beyond the firmament, which - according to the ancient - held the waters, comprises the stars. The waters under were gathered to one place and the dry ground appeared." [7, p. 300] Thus the words "out of water and by water" refer both to the heavens and the earth. And here St. Jerome did a good translation work. 4. Does the text Rom 4,17 mean creation out of nothing? According to the author of the letter to Romans Abraham believed in God who calls into existence the things that do not exist (Rom 4,17). If we interpretate these words in the framework of the doctrine creatio ex nihilo then we can recognise in them such a doctrine. But when we interpretate them in the framework of the biblical tradition then they do not mean necesserly "a creation out of nothing" because God calls into existence the things that do not exist also when he ordered: 'Let the eart put forth vegetations: plants yielding seed, and fruit trees of every kind on earth that bear the seed in it'. And it was so. Here the calling into existence does not mean creatio ex nihilo. We have also to add that Abraham did not believe in creation out of nothing because in his times (19 th century B.C.) nobody believed in such a doctrine. The doctrine creatio ex nihilo

110 110 appeared for the first time in the 1st century B.C. It was held by the neopythagorean thinkers [8, p. vii]. 5. The first sentence of the Bible says nothing about creation out of nothing The text of Genesis 1:1-2:4 discussing the creation of the world by God, which constitutes today the beginning of the Bible, and to which refers 2 Peter 3:5, is translated into contemporary languages in the spirit of the 2nd Book of Maccabees 7:28 as understood by Vulgate. This means that the Hebrew term Bereshit is translated as the absolute beginning of everything. This translation, however, is done against the grammatical rules applied while writing the first sentence of the Bible, i.e. "Bereshit bara Elohim et hashshamaim weet haaras" which, according to present translations means "In the beginnings God created heavens and the earth". Appropriate translation uninfluenced by the future conviction that everything was created out of nothing is completely different and does not mention absolute order. What should the translation of the first sentence of the Bible look like then? Although Rev. St. Lach, a Catholic Biblical expert, is a supporter of the later tradition of God creating everything out of nothing and finds this meanings in the first sentence of the Bible, he also notices, however, that that there are some Biblical experts who translate the first sentences of the Holly Script disregarding that tradition. According to the latter ones, this tradition was unknown at the time Genesis was written. This can be substantiated by the lack of an article before the word "Bereshit" and the word "bara" should be pronounced [bero] when we consider the fact, that ancient Hebrew did not use vowels in spelling. "Scholars dispute whether the first word of Genesis, i.e. bereshit is a noun in its active or passive form ( ). N. Ridderboss mentions Ibn Ezra, A. Dillman, and W. Allbright as the followers of the first interpretation (Genesis 1 und 2, OTS 1958, 227). If we accepted this opinion, verse 1 should be treated as side subordinate clause, verse 2 as a non-restrictive clause, and verse 3 would finally contain the main clause. Thus we would obtain the following interpretation of the verses: 'When God started to create (instead of bara the word was pronounced bero) the heaven and the earth, and the earth was formless and empty

111 111 and darkness was over the surface of chaos and the spirit of God was hovering over the waters, God said then: Let there be light.' This interpretation can be supported by the analogous construction of the second Biblical history of creation (cf. Genesis 2:4b) and the Babylonian poem Enuma Elish" [9, p. 182] The correctness of the above translation of the Bible can be confirmed by its further sentences which present how God created the Heaven and the earth by separating vast waters (Genesis 1:6-2:4), which have been quoted in the beginning of this paper. Georges Auzou, the Biblical expert who has already been mentioned before [5, pp ], is convinced that the idea of creation out of nothing is absolutely alien to the text of Genesis 1:1-2:4. In the footnotes he quotes other authors who come to similar conclusions of their research: "Famous mediaeval Rabbi Rashi of Troyes ( ) translated these lines in the following way: 'In the beginning of creation of the heaven and the earth', 'in the beginning, when God created' (La commentaire de Rashi sur le Pentateque, vol. 1, Comptoir du livre Keren Hasefer, Paris 1957, p. 4). In our times, having analysed the meaning of reshit in all the texts the word appears in, P. Humbert came to the 'conclusion that in every case when the word bears the temporal meaning, it does not have the meaning of absolute beginning'. [Therefore]( )'the only correct translation is: While God started to create the world The idea of creation out of nothing is completely alien to the text' (Opuscule d'un hebraiant, Neuchatel 1958, p. 195). The same conclusion is drawn by W. R. Lange in his The Initiation of Creation, in: Vetus Testamentum, Leiden, vol. XIII, No 1, January 1963, pp : 'There are only two translations based on solid grounds - either First God created, or When God started to create." (p. 72) [5, p ] Anna Świderkówna is one of the Polish Biblical scholars who claim, that the notion of creation out of nothing is non-existent in Genesis 1:1 2:4. She does not know, however, that the text of the 2 nd Book of Maccabees was wrongly translated, therefore she thinks that the notion of creation out of nothing already exists in here. "God created Does that mean that He created out of nothing? This question would bear no sense for P, [the priest author of Genesis 1:1 2:4 -LK] as he did not know the notion of nothingness The words

112 112 speaking clearly about "creation out of nothing" appear in the 2 nd Book of the Maccabees, in the already Hellenistic world of the turn of the 2 nd century (2nd Book of the Maccabees 7:28). [10, p. 49] Let us see then how Rev. Krzysztof Niedaltowski from Gdañsk presents the contents of the first Biblical sentences: "Bible in the first sentences of Genesis speaks of the vast waters sunken in the darkness in the beginnings of time ( ) God separates the waters of the deep, putting them in order and giving them borderlines. From now on the sea want cross those borders without His prior consent. The act of creation appears in the Bible as getting the sea-chaos in order. This is how further books of Isaiah (51:9) and Job (7:12) present it." [11, p. 57 ] In the excerpt quoted above I have missed the following words on purpose: In the Bible, however, the sea is an ordinary creation. There is no struggle here between God and the waters of chaos. [11, p. 57 ] These words contradict the rest of the text. The creation of the sea in the Bible may be discussed in the context of getting into order the sea-chaos, not in the sense of creation out of nothing, which might be suggested by the words ordinary creation. The words Let there be waters, and there were waters can nowhere be found in the Bible. As for the struggle of God with the waters of chaos, this is in contradiction to the above mentioned text of Isaiah (51:9), which clearly refers to the fight with the monsters of the sea of chaos. The role of ancient waters in various religions is presented by Rev. Niedatowski in the following way: "The most important motif of meaning emerges in religious tales of numerous ancient cultures who treat the sea as the beginnings of all the existence, life, or even man. The waters symbolise general sum of potentiality and they precede every form of existence. The island emerging from among the waves is an image of creation. The ancient set of waters is shapeless and formless. The emergence from them becomes the beginnings of some form. Thus the sea appears to be fons et origo (the source and the beginning) of every existence." [11, p ]

113 The basin called 'the sea' symbolised the ancient waters in the Temple of Jerusalem The idea of emergence of everything out of vast and ageless ancient waters was also reflected in the cult of the Temple of Jerusalem. Since the unification of the Canaanite cult of God called El (who had been worshipped by Abraham, Isaac, Jacob, and other ancient Israeli patriarchs) with the cult of God called Yahweh (adopted by Moses via his father in law, Jethro, form Midians and Kenites) there had been placed in the Temple of Jerusalem a large water basin called "the sea" which symbolised the ancient waters. The main stage of the unification of the two cults ended in the times of Solomon when God Yahweh takes over some features of God El, who was believed to have been the creator of the world and to have conquered the monster of ancient waters, Leviatan.[12, p. 126] It was then, when Solomon placed in the Temple the symbol of ancient waters, a basin called "the sea". "The sea" cast out of copper and filled out with water is described in the Bible twice: in 1 st Kings 7:23 7:26, and in 1st Chronicles 4:2-4:6. Both descriptions differ between themselves a little. Since the Israel of the then did not have the actual access to the sea, and was not a maritime state, the experts believe that the "sea of copper" in the Temple was a symbol of the vast timeless "ancient sea" well known from Mesopotamian, Egyptian, and other mythologies. Catholic authors do not exclude this meaning of the "copper sea", they use, however, the expressions of 'perhaps' or 'probably'. The Dictionary of Biblical Theology reads: "The Sea" of copper (1 st Kings 7:23 nn) perhaps introduced to the Temple cult the cosmic symbol of the ancient ocean, provided it really did represent this ocean." [13, p. 507] The Practical Biblical Dictionary has the entry: "THE SEA OF BRONZE, or THE SEA. Huge container cast out of bronze containing the holy water placed in the yard of the Solomon's Temple (1st Kings 7:23-36:44). Initially probably a symbol of ancient sea as a source of life and fertility, afterwards was used by priests for ablutions (2nd Chronicles 4:6)." [12, p. 762] And here we have the description of the symbol of the ancient sea as presented by the 1st Kings:

114 114 "He [King Solomon - L.K.] made the Sea of cast metal, circular in shape, measuring ten cubits from rim to rim and five cubits high. It took a line of thirty cubits to measure around it. Below the rim, gourds encircled it - ten to a cubit. The gourds were cast in two rows in one piece with the sea. The sea stood on twelve bulls, three facing north, three facing west, three facing south, and three facing east. The Sea rested on top of them, and their hindquarters were toward the centre. It was a handbreadth in thickness, and its rim was like the rim of a cup, like a lily blossom. It held two thousand baths." [1st Kings 7:23-7:26] "Bath" used to be a Hebrew measure of liquids approximately equal to 45 litres. Thus the Sea contained approximately 90,000 litres of water. 7. The "ancient sea" in the religions of Mesopotamia, Egypt, and Canaan Our civilisation is rooted in the Mesopotamian civilisation and in its oldest form known by us in this area, i.e. in the Sumerian one. A renowned religious expert, Mircea Elliade describes the first moments of the act of creation according to the Sumerian religion in the following way: "We have never discovered any cosmogonic text in the strict sense of the word so far; certain hints, however, let us reconstruct the most important moments of the act of creation as understood by the Sumerians. Goddess Mummu whose name can be found in the pictogram designating "the ancient sea", where she is displayed as "mother who gave birth to the heaven and the earth", and the one who in the beginning gave life to gods". The motif of ancient waters understood as the cosmic and divine entity is quite frequent a phenomenon in archaic cosmogonies. In this instance, as well, the water mass is identified with the ancient Mother, who thanks to parthenogenesis gave birth to the first couple, the Heaven (An) and the Earth (Ki), incarnating the male and the female principle. This first pair united up to the absolute unification into hieros gamos [sacred marriage-l.k.]." Out of this marriage Enlil, god of the air was born. Another excerpt teaches us, that Enlil separated his parents: god An raised the sky up high, and Enlil took his mother, the Earth, with him. The cosmogonic topic of separating the heavens and the earth is also widely spread: we can practically find it at various cultural levels. It seems,

115 115 however, that the version written down in the Middle East, and the version from the Mediterranean region [i.e. in the region of the Biblical world L.K.] can be derived from the Sumerian tradition." [14, p. 42]. In the 3rd millennium B.C. Semites settled down in the central Mesopotamia; they are also called the Akkadians, or - more generally - the Babylonians. They were to some large extent the inheritors of the Sumerian civilisation, and they took over the Sumerian cosmogony. They presented it, however, in their own way in a more detailed manner. The ultimate source of everything were the vast and ageless ancient waters. In the ritual Babylonian song, some parts of which managed to survive, we can read: "The whole country was the sea. Everything was under the sea depths ( ) and Marduk lived among the ocean Marduk decorated the surface of the waters with reed. He created the particles of the earth and covered the plait with them, so that gods would live in an enjoyable place. He created mankind; he did that together with his spouse, Aruru. He made the human sperm. The farm animals are also his creation; he created Tigris and Euphrates, and assigned their place to them; the herbs, the rushes, the reed - he made them; the cow and the calf, the ewe and its baby " [5, p. 43] Marduk, the creator mentioned in the song quoted above, belongs to the younger generation of gods. He overthrew the ancient old gods, and took the power over. Since, according to the then ideas, creation was a constantly contemporary act [5, p. 50], by taking the power over he was actually creating everything by his active presence. He had to combat the old ancient gods and the water monsters, including the idol of salty waters, Tiamat. Ancient waters that had existed before the heavens and the earth emerged were divided into freas and fertile waters called Apsu, and the abyss of salty and stormy waters called Tiamat. Thus while creating, Marduk had to lead a battle with Tiamat. During the combat he made use of destructive winds, typhoons, and stroms. Following the discovered texts, Biblical expert Auzou presents it in the following way: "Terrible strife begins: in the open jaws of the furious Tiamat Marduk casts his "Malicious Wind"; the distended body of the monster is pierced with an arrow, destructed, torn into pieces while other monsters are loosing the battle and are captured prisoners." [5, p. 48]

116 116 I quoted this excerpt, because later Yahweh, God of the Hebrew would be presented in the Old Testament as the God fighting with the sea monsters like Leviatan, Rachab and generally called "Sea Dragon". Also according to the Egyptian mythology everything emerged out of primeval waters: it was believed that the universe emerged out of the ancient ocean. The Sun which was worshipped in Egypt as the most important god-creator "emerges every day out of the water which is ageless, ancient, and vast" [5, p. 28]. Primeval ocean is called Nun, and god-creator is called either Atum, or Re. In one of the oldest Egyptian cosmogonic books, "The Book of the Dead", we can read: "I am Atum, I was alone in Nun. I was Re, when he shows as the first. ( ) What is he? It is just him - great god, who became out of himself, he is Nun - father of gods." [5, p. 29] Canaan (today's Palestine and Syria) was situated between Mesopotamia and Egypt. "A short time before 3,000 year B.C. a new civilisation, a civilisation of the Early Bronze Epoch emerges in Palestine this denotes the beginnings of the settled life of the Semites. We may call them the Kannanites after the Bible. We can reconstruct the Kannanite mythology on the basis of the Ugarit excavations (ca 20,000 inscripted clay tablets from the 14th century B.C.) and the excavations of Ebla (also ca. 20,000 tablets from ca. 2,300 year B.C.). Also the Canaan mythology mentions "primeval waters" and the strife between the idol and the sea monster. The highest god called El used to live "at the source of two water abysses" and was called the "creator of creatures". Asherah (Asherot), the mother of gods and the goddess of the seas, was born out of himself. El begot 70 sons and several daughters with her. Baal, the god called "He who Rides on the Clouds", the god of Storm, the Lord of Rain and Dew, thus the Lord of Fertility, was the most active of his sons. According to some texts, he was a son of Dagan, El's brother. As we can see, El the Creator, like Marduk, was not a member of the first generation of gods: he defeated his father Eliun, and took over his power and creative activity. In the Canaan mythology Baal is fighting the sea idol Jam. "As it seems, this mythical tale is Siro-Phoenician or Canaan version of the fight of Marduk, the creator of the human world, against

117 117 Tiamat, the monster representing the oceanic forces of chaos and destruction". [5, p. 52] El is the God worshipped by Abraham, the Patriarch of the Israeli nation, when he arrived to the land of Canaan. His sons and grandsons bear the names with "El" roots: Ishma-El, Issac-El, Jacob-El, (Isra-El), etc. After the unification of the El's and Yahweh's cults which was completed in the times of King Solomon, who introduced to the Temple cult the "copper sea" as the symbol of primeval waters, and after the cult of God became monotheistic, taking in the Israeli nation the form of the cult of Yahweh in the times of Josiah, and after the Babylonian bondage (the 7 th century B.C.), Yahweh is often presented as the one, who shaping the world by separating the waters had to fight the sea monsters Leviatan, Rahab, and the sea dragon as such. Let us see a couple of texts that confirm this theory: "Awake, awake! Clothe yourself with strength, o Arm of Yahweh; awake, as in the days gone by, as in generations of old. Was it not you who cut Rahab to pieces, who pierced that Dragon through? Was it not you, who dried up the sea, the waters of the great deep( )?" (Isaiah 51:9 51:10) "It was you who split open the sea by your power; you broke the heads of the dragons in the waters; It was you who crushed the heads of Leviathan( )" (Psalm 74:13-74:14) "O Yahweh, God Almighty, who is like you? You are mighty, o Yahweh ( ) You rule over the surging sea, when its waves mount up, you still them. You crushed Rahab like one of the slain; with your strong arm you scattered your enemies. The heavens are yours, and yours also the earth." (Psalm 89:9-89:12) The Bible never says that God created the water or the waters. He only divides them into upper, lower, and the ones surrounding the earth. When the Holy Scripture says about creating the sea, it means the separation of the already existing waters: "And then Elohim said, "Let there be expanse between the waters to separate water from water. So Elohim made the expanse and separated the

118 118 water under the expanse from the water above it. Elohim called the expanse 'sky'." (Genesis 1:6) "And Elohim said: "Let the water under the sky be gathered to one place, and let dry ground appear." Elohim called the dry ground 'land' and the gathered waters he called 'seas'." (Genesis 1:9-1:10) The excerpts quoted above prove once again that the Bible does not recognise the notion of creation out of nothing and that the first chapter of Genesis does not contain such an idea. Werner Steinmann, a Biblical expert, writes about this chapter: "While attempting to explain [this chapter - L.K.] we must consider the following aspect: first of all the issue is to contrast 'chaos vs. world in order', and not 'nothingness vs. creation'. The appropriate task of the first description of creation is to show the power of God, which brings out what is created out of the state of chaos." [15, p. 18] Vast water chaos is called in Genesis 1:1 tohuwabohu, and the Spirit of God which was hovering over the waters - Ruach Elohim. Conclusions In Mesopotamian and Egyptian mythologies, in which the Bible is rooted, the ancient Existence and Absolute is displayed as the primeval waters, as the endless ancient sea or ocean, personified as the ancient Mother Mammu or ancient Father Nun. God and gods emerge from those ancient waters, and they are always the personifications of the forces of Nature. Gods-creators Marduk, El, Elochim, and Yahweh are usually not the representatives of the first generation of gods, who came into power by taking the creative function from the first-generation gods. The Biblical bara - to create - although assigned to God, never means to create out of nothing. After the cult of El, Elohim, and Yahweh became monotheistic (the th 7 century B.C.) there still existed, besides the eternal primeval waters, the ancient God El Olam. In other words, we deal in the Bible with two primeval beings: primeval waters or shapeless matter, and the ageless ElElochim-Yahweh.

119 119 It was not until the middle of the 2 nd century A.D. that God gradually turned in the ideas of some patristic apologists into the exclusive Absolute who creates everything out of nothing. Although the Biblical substantiation of this doctrine is related to a certain error in translation, it must be noted, however, that the teaching about the creation of the Universe out of nothing had somehow been prepared, when the cult of El became monotheistic, turned into the worship of Yahweh, and became universal. In the 7th century A.D., Biblical God becomes the God of all the nations. The Apostle Paul of Tarsus presents his panentheism: Everything is in God (pan en Theos). "In Him we live, in Him we move." After the erroneous translation of the Book of the Maccabees, the teaching on creation out of nothing rapidly developed. This happened so, because the notion had developed earlier within the concept of the universal, eternal, and omnipotent Only God, which we may contribute to the prophets of the Babylonian bondage period and the New Testament. The concept was developed and preached by Saint Augustine, a little younger than Saint Jerome. The Catholics are obliged to believe in creation of the world out of nothing by the Catechism of the Catholic Church. The authors of the Catechism, however, seem to be absolutely unaware of the erroneous translation of the 2nd Book of the Maccabees 7:28 and present the teaching on the creation out of nothing as the truth revealed by God in the Holy Scripture. This paper aimed at presenting the evolution of the concept of creation, and it was not to enter into a dispute on which stage of its development the concept became correct or true. This paper was also not intended to solve the dispute which of Gods-Creators was the true God: was it the God who in the Bible bears the name of El, Elochim, Yahweh, or perhaps Babylonian Marduk, or Egyptian Atum. Nor does it attempt to answer the question if the world was created or not, and if it was - in what manner. The paper's intention was solely to present a glimpse on the history of the concept of creation; it is just a glimpse and therefore it is full of gaps. This paper aimed at showing that the ideas of creation evolved, therefore they differ among themselves; it also aimed at showing that Catholic authors are more and more aware of the fact (while writing this paper I made use of Catholic literature only). In their opinion, it had to be like that. God while revealing his truth adjusted it to the mentality of people at a given stage of their development. This was simply, in their opinion, God's educational methods. At first, people noticed that everything emerged from waters: amniotic waters appeared first, then a

120 120 human being or some other animals were born; islands and lands were emerging from sea waters; water had a reviving effect with the rainfall. All this was the reason for the belief in everything originating out of primeval waters; it was even believed that gods who were creators of the heaven and the earth were born out of water. At first man could not imagine God without His spouse and His family, therefore it was believed that Marduk, El, or Yahweh must have had their life companions, their sons and their daughters. When people gradually started to become aware of the exclusiveness, eternal nature and omnipotence of God, the concept of Absolute God upon whom everything is dependent in existence was developed. It was then that the concept of creation of everything out of nothing started to grow. As a matter of fact, it is still growing and developing. Saint Thomas Aquinas claimed that God creates by allowing the participation in His own existence. He expressed something like the law of preservation of existence. He claimed that after the act of creation there emerged more beings, not the existence - non plus entis sed plura entia. According to this presentation, the world did not emerge out of some absolute non-existence, but from God, and it exists only due to its participation in God's existence. Therefore when we discuss today the creation out of nothing we mean, that before the act of creation there had existed nothing but God. Thus we might conclude that the human concepts on creation will evolve and nobody can stop the process. And were are bound to accept the evolutionism in the world of the human concepts. NOTES [1] The quotation is taken from The Holy Bible containing the Old and New Testaments (New Revised Standard Version: Catholic Edition), Catholic Bible Press a division of Thomas Nelson Publishers [2] Grande lessico dell'antico Testamento, Vol. I (entry: bara), PAIDEIA Editrice, Brescia, [3] J. S. Synowiec, Na początku, Pradzieje biblijne: Rdz 1, 1-11,9, 2nd edition Bratni Zew, Cracow [4] John N.D. Kelly, Początki doktryny chrześcijańskiej, Pax, Warsaw 1988 [English original: Early Christian Doctrines, Fifth, revised edition, London 1977].

121 121 [5] Georges Auzou, Na początku Bóg stworzył świat, Pax, Warsaw 1990 [French original Au commencement Dieu crea le monde, L'histoire et la foi, Les Editions du Cerf, 1973]. [6] La Sacra Bibbia, Marietti, [7] F.Gryglewicz, Listy Katolickie, Wstęp-Przeklad z oryginau, Komentarz, Pallotinum, Poznań [8] G. May, Creatio ex nihilo, The Doctrin of 'Creation out of Nothing' in Early Christian Thought, T&T CLARK, Edinburgh [9] S. Lach, Księga Rodzaju, Wstęp-Przeklad z oryginalu - Komentarz, Pallotinum, Poznań [10] A. Świderkówna, Rozmowy o Biblii, PWN Warsaw [11] K. Niedaltowski, Żywio morza w religiach świata, in: Universitas Gedanensis, GIT, NR 13, [12] Praktyczny Slownik biblijny [Practical Biblical Dictionary], red. A. Grabner Haider, Pax-Pallotinum, Warsaw!994. [13] Slownik Teologii Biblijnej, red. Xavier Leon-Dufour, Pallotinum, Warsaw [14] Mircea Elliade, Historia wierzeń i idei religijnych, Vol 1, Pax, Warsaw [15] W. Steinmann, ABC Starego Testamentu, Wyd. Kerygma, Lublin Ludwik Kostro, professor of the University of Gdañsk in Poland, between , studied physics and philosophy in Rome (at the University "La Sapienza" and at Gregorian University). In 1975 he joined the University of Gdañsk until 1994 as a Lecturer and Assistant Professor in the Physics Institute and from 1994 onward as University Professor in the Institute of Philosophy and Sociology, of which he served as Director. He is presently Director of the Department for Logic, Methodology and Philosophy of Science at the same University. Since 1988 he has been a member of the Editorial Board of the Insternational Jourmal Physics Essays (Ottawa, Canada). He is the member of the board of the Interdivisional Group of History of Physics at the European Society of Physics, and serves on the Scientific Committee of the International Conferences Physical Interpretations of Relativity Theory, held every two years at the Imperial

122 122 College in London and sponsored by the British Society for Philosophy of Science. Since 1986 he has been Secretary of the Department of Mathematics, Physics and Chemistry at the Gdañsk Scientific Society. He is the author of 79 scientific papers in physics and philosophy, as well as several books, e.g., Eros, Sex and Abortion in the Critical Catholicism (Scientia, 1999), and Einstein and the Ether (Apeiron, He has been awarded a number of major prizes. The French Goverment decorated him with the Les Palmes Accadémiques medal. University of Gdañsk, Department for Logic, Methodology, and Philosophy of Science, 5 Bielañska Street, Gdañsk, Poland Michelangelo Buonarroti, Il Giudizio Universale (1536/1541) Roma, Musei Vaticani, Cappella Sistina Particolare: La creazione dell'uomo

123 123 DALLA PARTE DEL TORTO: TULLY & FISHER VS HUBBLE Uno studio critico sul successo della cosmologia del Big-Bang (Alberto Bolognesi) Allan Sandage è l'astronomo che ha ereditato "gli orizzonti che si allontanano" di Hubble: è il depositario dell'universo in espansione e a buon diritto viene soprannominato Mister Cosmology. L'unica volta che mi riuscì di parlargli, molti anni fa, mi disse: "Lei è uno strano dilettante. Mi aspettavo una domanda sui marziani e invece mi viene fuori con gli effetti di selezione". Col passare del tempo ho continuato a peggiorare. Di recente mi è capitato di assistere a una conferenza di cosmologia allestita da teorici di fresca nomina e da professori di scuola che ammettevano di non aver mai fatto osservazioni al telescopio. Uno di essi inaugurò così il suo intervento sui problemi della cosmologia: "Cosa fa un astronomo quando intende determinare la distanza di una galassia lontana? Beh, la fotografa. Poi va a misurare la luminosità apparente sulla lastra, la moltiplica per pi greco al quadrato e trova la luminosità assoluta. Nota la luminosità assoluta, basta rovesciare il tutto sotto radice ed ecco la distanza 1. Poi può effettuare la prova del nove andando a misurare lo spostamento verso il rosso". Un gioco da ragazzi. Ma di lì a poco, un successivo relatore invitò con forza il pubblico "desideroso di approfondire davvero le proprie conoscenze" a rinunciare a qualsiasi concetto di distanza. "Tutte le formule cosmologiche relative alle galassie - soggiunse sprizzando astuzia da tutti i pori - possono essere scritte in termini di redshift e di luminosità senza che vi sia bisogno di far entrare nei calcoli alcuna distanza". "Infatti - sbottai dall'audience - non conosciamo con esattezza neanche una distanza! Che succede se mescoliamo insieme galassie con luminosità molto diverse?". Ricordo che ci fu un attimo di panico, acuito dal fatto che nessuno mi conosceva e che quindi quella frase, come un macigno che si abbatte inaspettatamente sul palcoscenico, sembrò venire giù dal cielo. Provai io stesso una punta di disagio per la mia impulsività, ma poiché nessuno si mise a indicarmi dicendo "è stato lui, è stato lui!", l'oratore poté riprendersi dallo sbandamento e condurre in porto la sua tormentata teorizzazione delle distanze. L'omertà salvò il contestatore e l'eccezione fu cancellata dagli atti.

124 124 Nessun libro di divulgazione si sofferma volentieri sulla debolezza congenita dell'astronomia extragalattica, che non può misurare con due sole dimensioni ciò che senza contare il tempo ne ha almeno tre. E' la storia triste della "distanza secondo luminosità" che assume tinte drammatiche in cosmologia: alle frontiere del visibile si rivelano solo gli oggetti più brillanti e si è indotti facilmente a scambiare un gigante dello sfondo per una galassia nana più vicina o un oggetto debole per un oggetto molto lontano. I filosofi hanno fatto un rispettabile sforzo per impadronirsi delle complessità concettuali della fisica quantistica e delle sue relazioni di incertezza, ma hanno completamente trascurato - o almeno non hanno ponderato a sufficienza - l'indeterminazione "classica" di cui soffre il macrocosmo osservabile che pende come una spada di Damocle sulle extrapolazioni della cosmologia deduttiva. Come oramai sanno anche i profani, il diagramma di Hubble visualizza l'eccitante possibilità che il mondo fisico abbia preso le mosse da un punto e che le galassie continuino a separarsi da quel punto le une dalle altre, e proporzionalmente alle loro distanze, come frammenti di una primordiale esplosione. Certo, si può sempre rappresentare con una velocità radiale uno spostamento spettrale applicando per convenzione la formula Doppler Vr = c* λ/λ = cz. Se osserviamo due galassie di diversa luminosità apparente ma con il medesimo spostamento spettrale deduciamo che si trovano alla stessa distanza, mentre se osserviamo due galassie di eguale luminosità apparente ma di diverso spostamento spettrale assumiamo che quella con lo spostamento più alto sia la più lontana, anche nel caso che sia apparentemente la più luminosa. E quando si osservano galassie del medesimo tipo morfologico e della medesima luminosità apparente ma con diverso redshift e in differenti regioni di cielo assumiamo l'esistenza di "espansioni asimmetriche dell'universo ". Fig. 1 - Il diagramma di Hubble del 1968 secondo Sandage

125 125 Il grafico è dunque fondato sul presupposto che debba esistere sempre una relazione diretta fra la distanza della galassia osservata e lo spostamento verso il rosso che si misura sullo spettrogramma. Viene così annotato il redshift di tutti gli oggetti esaminati in funzione della luminosità apparente (Fig. 1): in ascissa è riportata la magnitudine visuale (corretta), mentre in ordinata vi compare il logaritmo cz dello spostamento verso il rosso, che nell'ipotesi cosmologica rappresenta una velocità Vr di recessione nei confronti dell'osservatore. In prima approssimazione una galassia che giace sulla retta tre volte più lontano fugge tre volte più rapidamente. In diagonale è tracciata la retta teorica che può adattarsi a tutti i modelli di universo quando gli spostamenti verso il rosso non sono elevati. Va anche rammentato che le correzioni apportate alle magnitudini sono riferite a un fondo del cielo che non è mai completamente buio; che è necessario tener conto dell'assorbimento prodotto dalla nostra stessa galassia (A ), e che il redshift interpretato come velocità di allontanamento tende a raccogliere radiazioni sempre più lontane dell'ultravioletto. E' molto evidente che tutte le stime di luminosità e il loro posizionamento sul diagramma dipendono prima di tutto dalla corretta determinazione della magnitudine e della distanza delle galassie vicine, M 31 e M 81, assunte come prototipi di luminosità in base alla loro morfologia. Poi si deve tener conto dell'effetto Doppler prodotto dal moto solare attorno al centro della nostra Galassia e di tutta una serie di incidenze minori (l'accertato movimento rispetto alla media delle stelle più vicine verso il centro galattico, verso la direzione di rotazione e fuori dal piano). Anche lo "spostamento eliocentrico" (il moto di rivoluzione della Terra attorno al Sole) va eliminato, e poi sarebbe lecito attendersi moti e deviazioni peculiari della Via Lattea in base alle leggi della gravitazione. La conoscenza di tutti questi moti è preliminare a qualsiasi collocazione sul diagramma di Hubble: il valore complessivo - vicino a 300 km. al secondo in una direzione che accidentalmente coincide con la posizione di M 31 - solleva problemi di cinematica all'interno del Gruppo Locale per la nostra Galassia, che qui non esamineremo. Ci limitiamo a ricordare che alla distanza stimata (692 chiloparsec) e con una costante di espansione Ho compresa fra 50 e 100 km. al secondo per megaparsec, M 31 dovrebbe allontanarsi a una velocità oscillante fra i 35 e i 70 km. al secondo, mentre lo spettro che si osserva è esattamente di segno opposto, fortemente orientato nel blu. Se vogliamo trascurare questo "dettaglio" assumendo che l'espansione cosmologica non operi all'interno degli ammassi, cominciamo a disegnare la maestosa galassia in Andromeda in corrispondenza della sua

126 126 magnitudine apparente, in basso, a sinistra del diagramma di Hubble, e poi proseguire posizionando una ad una le compagne del Gruppo Locale lungo la diagonale retta. Non ricorderemo ancora che questa pendenza deve identificare una relazione lineare fra la quantità di redshift di una galassia e la sua distanza spaziale rispetto a noi: se la relazione esiste, ci sarà una concentrazione di tutte queste compagne adiacenti a M 31 sopra la posizione che occupa nel grafico. Per le galassie del Gruppo Locale non abbiamo bisogno di ulteriori calibrazioni: sono gli oggetti meglio conosciuti e più accuratamente esaminati dell'universo. Da molte generazioni gli astronomi sanno bene che appartengono alla "circoscrizione" di M 31. Per annotarli sul diagramma all'inizio della "salita" basta solo controllare i loro spettri. Gli scarti in eccesso o in difetto, i redshift o i blushift, renderanno conto dei loro movimenti peculiari rispetto al baricentro del gruppo stesso. Trattandosi delle galassie "di casa" e della mutua gravitazione che ci tiene tutti insieme, andremo in pratica a misurare un effetto Doppler depurato di qualsiasi incidenza cosmologica. La fig. 2a è una grossolana schematizzazione dell'universo locale e del nostro suburbio: con una facile battuta possiamo dire che "noi siamo lì". Chi non si accontenta può apporre una freccetta in corrispondenza dei punti che delimitano la Via Lattea e indicare anche la posizione della propria nazione o del paesello natale, ma se passiamo alla fig. 2b, che riporta in dettaglio la distribuzione degli spostamenti verso il rosso di tutte le più importanti compagne di M 31, noi compresi (MW), la voglia di scherzare ci passerà subito. I dati relativi a queste galassie sono disponibili da molto tempo. Sono stati controllati e ricontrollati per decenni ma mantengono inalterata la loro spettacolare evidenza. Se mi si perdona il riferimento, fu proprio la pubblicazione di questi dati, venticinque anni fa, a farmi perdere "la fede" nei confronti del redshift cinematico. Prima ancora che Arp e Sulentic scrivessero articoli di fuoco sull'argomento, Gratton e Maffei venivano importunati dal seccatore che state leggendo.

127 127 2a: 2b: Fig. 2 (a e b) Schematizzazione del Gruppo Locale e galassie adiacenti Distribuzione degli spostamenti verso il rosso di tutte le più importanti compagne rispetto alla dominante (più massiccia) M 31 Tutte le compagne del Gruppo Locale mostrano un sistematico spostamento verso il rosso nei confronti della galassia dominante M 31! Non occorre il dottorato in astronomia per accorgersi dell'assenza di qualsiasi moto in avvicinamento (blushift) che dovremmo pur attenderci almeno da parte di qualche componente in base alla gravitazione: un'aggregazione di galassie che ruota secondo le leggi note attorno ai suoi membri massici dovrebbero apparirci più o meno equamente ripartita in

128 128 spostamenti verso il rosso e spostamenti verso il blu, perlomeno rispetto alla nostra visuale! Halton Arp ha calcolato che la possibilità statistica di osservare una simile distribuzione delle orbite è una o due su due milioni, e afferma che la fig. 2b rappresenta la prova definitiva dell'esistenza di uno spostamento verso il rosso intrinseco. Possiamo invitare il giovane astrofilo addestrato ormai a tradurre le percentuali di spostamento delle righe spettrali in chilometri al secondo, a collocare sul diagramma di Hubble tutte le compagne note di M 31. Con sua presumibile sorpresa egli vedrà che queste compagne gli si dispongono sì lungo il quadrante inferiore sinistro, ma in un modo che il loro spostamento verso il rosso aumenta all'aumentare della magnitudine apparente. Cioè al diminuire della luminosità, non al crescere della distanza! (fig. 3). Fig. 3. Diagrammi di Hubble per oggetti del Gruppo Locale (da H. Arp) "Se non sapessimo niente su questi oggetti - scrive Arp - diremmo che sono meno luminosi di M 31 e più spostati verso il rosso proprio perché rappresentano un gruppo più lontano. Pertanto - conclude - la relazione tra il loro redshift e le loro magnitudini imita semplicemente la legge di Hubble"2. Per fare la rivoluzione non basta cambiare la legge. Se sorvoliamo sulle probabilità milionarie calcolate da Arp, resta pur sempre una miserabile chance (o due) che la distribuzione delle orbite dei compagni di M 31 sia accidentale. Certo non è facile assumere che con tutto l'universo a disposizione il caso abbia potuto colpire proprio qui, nel cortile di casa, ma

129 129 non possiamo ignorare che con l'accettazione del redshift "intrinseco" è in ballo una nuova fisica e un nuovo sistema del mondo. Occorrono dunque altre prove, altre conferme. Per esempio: come si comportano i sistemi di galassie a distanza differenti? La domanda consente una spettacolare riprova, priva di equivoci. La pubblicazione della fig. 4 non è che l'ennesima conferma di una serie ininterrotta di conferme dell'esistenza di redshift "anomali", emersi chiaramente fin dagli anni Sessanta. E' stata ostacolata dai referees delle riviste professionali di mezzo mondo, ma ora anche i lettori di EPISTEME possono esaminarla senza timore di scomuniche. Si riferisce all'altro gruppo di galassie a noi più prossimo, centrato sulla grande spirale M 81 in Ursa Major: e anche qui, come si vede, la prevalenza di spostamenti verso il rosso delle compagne rispetto alla dominante è fuori discussione. Se questa conferma non è abbastanza impressionante, il lettore può consultare l'astrophysical Journal, 291, p. 88, 1985, dove vengono presi in esame 40 gruppi differenti e 159 compagne, per convincersi che il redshift della galassia più luminosa appare sistematicamente inferiore al redshift medio dei componenti l'ammasso. Fig. 4. Il gruppo di M 81 e i suoi redshift rispetto alla galassia principale (cortesia di H. Arp) Impietosamente, questo suona a martello per la proporzionalità del redshift con la distanza. La retta di Hubble non è stata tracciata soltanto per mostrare come dovrebbe apparire la grande spirale M 31 - o la sua "gemella" M 81 - a distanze sempre più grandi: se questa relazione dovesse adattarsi a un solo tipo morfologico di galassie (le spirali Sb, appunto), che ne sarebbe di tutte le altre, delle Sc, delle Sd, delle nane, delle ellittiche,

130 130 delle irregolari? Che ne sarebbe delle loro distanze e del parametro che sostiene tutta la cosmologia? Che ne sarebbe delle loro "velocità"? Al di là dell'ammasso della Vergine le galassie cominciano a diventare macchioline indistinte. Non c'è modo di stabilire oltre un certo limite se ci sono bracci di spirale avvolti o aperti, se si tratta di grandi ellittiche o di galassie nane. Come se non bastasse - lo abbiamo già ricordato - entrano in gioco effetti di selezione che penalizzano gli oggetti poco luminosi e che tendono a mescolare galassie "medie" ai giganti più lontani; si parla in proposito della "distorsione di Malmquist" (dal nome dell'astronomo svedese Gunnar Malmquist che la descrisse), da sempre in agguato sulle estrapolazioni della cosmologia. Ai confini dell'invisibile la sola possibilità è rappresentata dalla determinazione dello spostamento verso il rosso: pochi grani di luce da disperdere ulteriormente, alla ricerca di "righe" da giustapporre a uno spettrogramma di riferimento che ci siano familiari. Se questo spostamento - o anche solo una parte di questo spostamento - non ha a che fare con moti di allontanamento come già ci dimostrano le compagne di M 31 e di M 81, come possiamo affermare che un vago bagliore catturato sulla lastra sia pari a un quarto o a un centesimo di un altro perché recede a una velocità due o dieci volte più grande? Ma se cade il diagramma cade l'espansione, Sandage e... tutti i filistei. "Un dilettante - mi è stato autorevolmente rimproverato non ha nulla da perdere quando produce dati o ricerche che possono decretare l'interruzione di programmi che promuovono alta tecnologia e lavoro qualificato. E non lo posso negare, ma questo rimprovero non trova riscontri in tutta la storia della fisica. In fisica nessuna impresa può essere "distruttiva". La possibilità di verificare e quindi di poter confutare qualsiasi affermazione scientifica è il requisito che ancora distingue la ragione dalle opinioni: se una teoria non è suscettibile di verifica, di controlli, di critica, o se nessuna evidenza contraria è abbastanza forte da falsificarla, allora non c'è niente al mondo che possa dimostrarla come vera, e i cosmologi possono attingere le loro certezze anche dai fondi di caffè. Se però l'appunto ci è stato mosso per sollecitare altre prove contro "la retta di Hubble", non ci facciamo certo pregare. La possibilità di rincarare la dose ci viene offerta dall'indicatore di distanze proposto negli anni Settanta dagli astronomi Brent Tully e Richard Fisher. Pur limitato alle sole galassie a spirale, si tratta di un metodo entrato prepotentemente

131 131 nella prassi professionale, e costituisce una delle più accreditate alternative alla stima della distanza secondo redshift e luminosità. Tully e Fisher ritengono che la luminosità intrinseca di queste galassie sia proporzionale alla quarta potenza della velocità rotazionale, cioè in pratica che ci sia una correlazione fra la velocità di rotazione di una galassia e la sua luminosità. Quanto più rapidamente ruota una galassia, tanto maggiore dev'essere la quantità di materia che la tiene insieme. Poiché tale velocità è desumibile da osservazioni spettroscopiche (in ottico e in radio), dalla luminosità apparente possiamo risalire a quella assoluta e quindi alla distanza. La possibilità di operare un cruciale confronto fra il redshift e l'indicatore Tully-Fisher (TF) è offerta dal "Revised Shapley-Ames Catalog" di Allan Sandage e Gustave Tamman. Vi sono comprese le galassie più luminose del cielo fino alla magnitudine apparente 13, magnitudini apparenti da cui è stato eliminato il moto solare, gli effetti di assorbimento e di inclinazione (A e Ai ), convertite nel sistema di de Vaucouleurs (T). Rappresentano la più accurata collezione di magnitudini apparenti corrette e di redshift, disponibili in astronomia extragalattica. Effettueremo fra un attimo la comparazione fra la "distanza di redshift" e quella che si ottiene con l'indicatore rotazione-luminosità di Tully e Fisher: ci preme ricordare che la qualità di questo catalogo consente di confrontare anche in funzione delle "classi di luminosità" (I, II, III etc.) il comportamento del redshift su differenti tipi di galassie (Sa, Sb, Sc, ellittiche). E' un altro invito per l'astrofilo rigoroso che ha appena finito di collocare le compagne di M 31 e quelle di M 81 al di là della linea di Hubble, nei territori "eretici" dello spostamento verso il rosso intrinseco. La fig. 5 mostra un eloquente raffronto fra le distribuzioni di redshift per galassie di tipo spirale Sb (quadrante superiore) e galassie di tipo spirale Sc (quadrante inferiore). E' tratta dallo studio di Halton Arp "Differences between Galaxy Types Sb and Sc" (pubblicato da Astrophysics and Space Science, 167, 1990), forse uno dei più fondamentali lavori di tutta l'astronomia extragalattica. Abbiamo qui la scelta fra due differenti costanti di Hubble (una per tipo morfologico di galassie). Oppure possiamo dire - ma sarebbe il colmo - che questa costante è incostante dal momento che tende a deviare fortemente con la distanza. Avremmo in pratica un flusso di espansione H o che trascina ordinatamente le spirali Sb nello spazio ma che impartisce vistose accelerazioni alle Sc e a tutte le altre...

132 132 Fig. 5. La relazione di Hubble applicata a galassie a spirale Sb e Sc (cortesia di H. Arp) Valtonen e Byrd3 hanno tentato di spiegare il mistero degli eccessi di redshift trovati negli ammassi. L'idea è che se i gruppi di galassie osservate sottendono un angolo apprezzabile di cielo, allora osserveremo un volume maggiore alle spalle del gruppo dal più lontano sfondo: ciò può essere facilmente visualizzato dalla fig. 6, che mostra come il cono di vista in direzione di un ammasso è più stretto davanti che dietro. Fig. 6. Dato che il cono di vista in direzione di un ammasso è più stretto davanti (A) che dietro (B), le galassie dello sfondo dovrebbero contaminare in eccesso il redshift medio che si osserva, per semplice sovrapposizione prospettica. In questo modo il punto di vista convenzionale ha tentato di spiegare anche gli eccessi sistematici di redshift presenti nelle compagne di M 31 e

133 133 M 81 che abbiamo visto in precedenza, sostenendo che l'effetto è causato dal fatto che particolarmente per il Gruppo Locale noi subiamo la conseguenza di far parte integrante (cioè di trovarci all'interno) di un sistema in espansione. Ma passata l'euforia per il salvataggio del Big Bang, le conseguenze appaiono in tutta la loro drammaticità. Intanto per il Gruppo Locale è evidente che non si può parlare di "contaminazione del fondo": questa, infatti, è esattamente la nostra regione dell'universo, quella delle galassie che assieme alla nostra formano l'aggregazione "di casa". E' l'album di famiglia, siamo solo noi, e dunque non può esserci alcuno sfondo! Inoltre, ciò non giustifica perché le sole Sb riescano a collocarsi correttamente sulla linea di Hubble e apre anzi l'ulteriore interrogativo del perché queste galassie appaiano immuni da "contaminazioni" e da "distorsioni di Malmquist". La catastrofe è tuttavia rappresentata dal fatto che se le velocità delle compagne di M 31 sono reali - come pretende la cosmologia dell'espansione - esse dovrebbero svuotare un volume sferico di raggio approssimativamente pari a 2-3 megaparsec nel tempo abitualmente attribuito all'età dell'universo: insomma, non potrebbero essere più là dove le osserviamo, perché il Gruppo Locale dovrebbe già essersi disperso nello spazio! Ma ci attende adesso la cruciale comparazione della "distanza di redshift" con l'indicatore Tully-Fisher. Questo confronto è decisivo per il modello in espansione a simmetria sferica e per lo stesso Big Bang. Abbiamo già anticipato che il nuovo criterio si basa sulla relazione esistente tra la larghezza della "riga" dell'idrogeno neutro e lo splendore assoluto: è assunta per ipotesi in base a considerazioni di meccanica newtoniana ma è ben documentata dalla radioastronomia per le galassie a spirale più vicine. L'ipotesi è che la dispersione della riga, cioè il suo allargamento intorno al segnale di 21 cm. sia proporzionale alla massa della galassia stessa. Tramite l'effetto Doppler, la differente direzione dei due estremi dei diametro dell'oggetto che ci appaiono l'uno in avvicinamento, l'altro in allontanamento, verrà captata ai due lati della riga: se il radiotelescopio è sintonizzato sulla lunghezza d'onda tipica di 21,106 cm., per esempio, esso rileverà soltanto quegli atomi di idrogeno che non si stanno né avvicinando né allontanando, mentre se viene sintonizzato a 21,105 o a 21,107 cm. identificherà rispettivamente quelli che si stanno avvicinando e quelli che si stanno allontanando dal nostro punto di osservazione. Se non agiscono forze complementari, se cioè la rotazione delle spirali è totalmente

134 134 controllata dalla gravitazione, questa velocità rotazionale e la magnitudine apparente ci forniranno la luminosità assoluta e quindi il modulo di distanza della spirale esaminata. Ci avvarremo ancora del Revised Shapley-Ames Catalog di Sandage e Tamman, invitando il lettore stesso ad un'appassionante riduzione dei dati. Limiteremo al minimo il nostro commento: la costante H è quì fissata in 65 km. al secondo per magaparsec, mentre le tavole sono tratte ancora una volta dallo studio di Arp, "Differences between Galaxy Types Sb and Sc". L'ennesimo saccheggio ha come unica giustificazione il fatto che nessuna rivista scientifica italiana acconsentirebbe alla loro pubblicazione. L'elenco identifica la galassia, il tipo morfologico e la classe di oi luminosità; la magnitudine totale M B,T, la stima di distanza secondo redshift (dz) e la stima di distanza Tully-Fisher (dtf). In base all'osservato redshift viene anche fornita la deviazione dalla relazione di Hubble, espressa in chilometri al secondo (HR). Edwin Hubble Discovers the Universe (Credit: Mt. Wilson Archive, Carnegie Institution of Washington)

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137 137 Le divergenze sono stupefacenti solo per chi non ha mai dubitato dell'espansione dell'universo. Per alcune galassie le distanze di redshift eccedono quelle ottenute con il metodo Tully-Fisher di 20, 30 e più megaparsec!! Queste tabelle visualizzano nel modo più impietoso la precarietà della relazione che sorregge tutta la cosmologia deduttiva del XX secolo, e restituiscono dignità alle riserve sempre manifestate dallo stesso Hubble sull'origine cinematica dello spostamento verso il rosso. Le galassie che presentano le più elevate discrepanze sono quelle col

138 138 più elevato spostamento verso il rosso: se i redshift esprimessero davvero delle velocità di recessione, il rapporto massa-luminosità dovrebbe variare per il solo fatto di trovarsi a distanze crescenti dall'occhio dell'astronomo! Il commentatore che volesse stemperare lo chock con l'ironia potrebbe rilevare che sul campione esaminato di 125 galassie, 82 hanno dispersioni in eccesso e 43 in difetto. Per le 82 galassie con eccesso di redshift si hanno 60 casi in cui la distanza dz risulta superiore alla dtf ma 22 in cui l'indicatore Tully-Fisher dà distanze più grandi. Per le 43 galassie in cui il redshift è inferiore alle attese "cosmologiche" abbiamo 31 casi in cui la dtf produce distanze superiori, 11 in cui la dtf è lievemente inferiore alla dz e perfino un caso in cui i due metodi coincidono... Un burlone direbbe che le differenze sono troppo forti perché i due metodi siano sbagliati. NOTE 1 Si consideri una grande superficie sferica radiante, col centro che emette radiazione luminosa a ritmo costante. L'energia totale emessa in un secondo è uguale alla superficie della sfera x energia che cade su un centimetro quadrato. Poiché l'area di una superficie sferica è 4 x (raggio)2, segue che: luminosità assoluta = 4 π (distanza)2 x luminosità apparente. 2 H. Arp, Quasars, Redshift and Controversies, Mauri Valtonen, Università di Turku, Finlandia e Gene Byrd, Università di Alabama. ----Alberto Bolognesi è nato a Bologna nel Astrofilo dal 1966 è autore di numerosi articoli e dei libri Piccola Cosmologia Portatile (Novalis, 1976) e Eppur non si muove! - La controversia sull'espansione dell'universo (Studio Stampa, 1994). E' stato membro onorario della Società Astronomica del Pacifico, negli anni e fa parte di quella ristretta schiera di "eretici" che si raccolgono sotto il nome di "Anti-BigBang Minority Band" che annovera fra i suoi esponenti più illustri Fred Hoyle, Halton Arp, Jayant Narlikar, Geoffrey Burbidge. "Biblioteca Misano"

139 139 [Aggiungiamo al precedente articolo un commento dello stesso autore sulle notizie recentemente apparse con grande clamore sulla stampa aprile in ordine alle pretese "foto del Big-Bang" effettuate da parte di un gruppo di ricerca italo-americano. Commento della redazione di Episteme: queste sensazionali "rivelazioni" non sembrano aver troppo impressionato, per fortuna, neppure le persone meno esperte di tale genere di questioni, ma, si sa, la pubblicità è l'anima del "commercio", e ormai certa ricerca è diventata soprattutto ricerca di fondi ] ----"Dio sia lodato! Chi dirà più che c'è qualcosa di impossibile, ormai?" ("La frottola del pallone", E.A. Poe) FOTOGRAFARE L'INIZIO Quando la qualità dei programmi televisivi ci costringe a spremere il telecomando alla ricerca del canale che non c'è, ci imbattiamo talvolta in frequenze intermedie alle stazioni emittenti. Vediamo allora comparire sullo schermo nugoli di pallini danzanti bianchi e neri che si invorticano senza posa, emettendo un fastidioso e costante ronzio. Meglio che niente. O della faccia di Chuck Norris. Una piccola parte di questa balugine frusciante, che ha ispirato finzioni di ogni genere, storie di fantascienza e fenomeni di poltergeist, è provocata da una radiazione onnipervasiva che angustiava le ricerche di due tecnici della Bell Telephone del New Jersey, impegnati verso la metà degli anni Sessanta nella messa a punto delle prime comunicazioni satellitarie. Dopo vari e reiterati tentativi, Arno Penzias e Robert Wilson si resero conto che non era possibile eliminare quel rumore di fondo: lo attribuirono così a una radiazione di natura ignota nel campo delle microonde, ben livellata in ogni direzione, che si comportava come un materiale posto alla temperatura di 2,7 gradi al di sopra dello zero assoluto. I radiotecnici caratterizzano tipicamente l'intensità di una radiazione in termini di temperatura, confrontando l'intensità a una qualche lunghezza d'onda con l'intensità di una radiazione termica che sarebbe emessa da un corpo nero idealizzato nella stessa banda di lunghezza d'onda. Penzias e Wilson (che avrebbero poi ricevuto il premio Nobel per questo) presentarono i dati di questa misteriosa radiazione al gruppo cosmologico

140 140 di Princeton guidato all'epoca da Robert Dicke, che la salutò senza esitazioni come l'eco di un'esplosione primigenia che avrebbe dato origine a tutto l'universo. Nientemeno. L'idea che l'universo fosse potuto sorgere da un punto esplodente, densissimo e caldissimo, cominciò ad affacciarsi intorno al 1920, quando gli astronomi constatarono uno spostamento nei dettagli spettrali della luce delle galassie che osservavano. In base alla fisica nota il fenomeno avrebbe potuto spiegarsi o con una perdita energetica progressiva della radiazione luminosa nell'attraversamento delle distanze cosmiche, oppure facendo l'ipotesi che quelle galassie si allontanassero radialmente dal nostro punto di osservazione (cioè dalla Terra e quindi dalla nostra stessa galassia) innescando in tal modo un abbassamento di tutte le frequenze elettromagnetiche attraverso il classico effetto Doppler. Si può riassumere sommariamente questo effetto dicendo che una sorgente in avvicinamento aumenta apparentemente le proprie frequenze (e quindi l'energia ad esse associata) mentre le diminuisce se si allontana. La prima ipotesi non era in grado di dire nulla di interessante sullo stato complessivo dell'universo: una perdita energetica dei quanti di luce o un qualunque meccanismo intrinseco in grado di spiegare lo spostamento spettrale delle galassie verso le grandi lunghezze d'onda (redshift) rimandava invariabilmente a un cosmo insondabile nelle sue dimensioni spazio-temporali, che sembrava sfuggirci per gradi. Uno spazio tempo infinito suscita ironie insuperabili quando si tenta di conferire all'eternità un carattere quadridimensionale... Ma l'alternativa che lo spostamento spettrale potesse riflettere un effetto Doppler verso il rosso della radiazione luminosa (e che quindi le galassie potessero essere animate da moti di allontanamento radiale rispetto alla Terra) dischiudeva la stupefacente possibilità che in un lontano passato tutte le galassie avrebbero potuto trovarsi ammassate le une sulle altre in un impasto primordiale di materia e di radiazione. Apriti cielo! Per i teorici della cosmologia fu come decidere fra Gerione e Naomi Campbell, nonostante che Edwin Hubble, il leggendario osservatore di Monte Wilson, abbia invece ratificato le sue ricerche dichiarando che "i modelli di universo in espansione sono un'interpretazione forzosa dei risultati sperimentali" (Astrophysical Journal, 1936). Ciò è tanto più sorprendente in quanto Hubble viene invariabilmente etichettato come "lo scopritore dell'espansione dell'universo, avvenuta nel 1929", espressione che ha indotto alcuni profani a ritenere che il cosmo abbia cominciato a espandersi a partire dal

141 141 La cosmologia, si sa, è scienza di estrapolazioni. Il fisico George Gamow esaminò nel dettaglio gli aspetti di un'origine esplosiva di tutto l'universo, trovando che l'elio primordiale avrebbe dovuto essersi prodotto a partire da nuclei di idrogeno e neutroni termalizzati dall'esplosione stessa; e fece la previsione che tutto lo spazio cosmico attuale avrebbe dovuto trovarsi immerso in un debole residuo di quel gran botto iniziale. Ma andrebbe anche ricordato che quando il valore della temperatura della radiazione dì Penzias e Wilson venne determinato con precisione da strumenti a bordo di sonde e satelliti artificiali, i calcoli basati sul modello esplosivo (Big Bang) hanno continuato a fornire valori molto lontani e assai più elevati, compresi fra i 30 K e i 10 K; i divulgatori hanno poi sempre sistematicamente ignorato che nello stesso periodo in cui Gamow elaborava i suoi calcoli, Max Born, Erwin Findlay-Freundlich e Walter Nernst proposero meccanismi di interazione fra fotoni predicendo un fondo livellato molto vicino ai 2,7 K della radiazione dì Penzias e Wilson utilizzando la formula della cosiddetta "luce stanca". Senza dubbio una spiegazione molto meno affascinante della "nascita dell'universo", ma molto più vicina almeno quantitativamente ai dati reali. Andrebbe aggiunto che l'espansione dell'universo è stata falsificata da alcune osservazioni: l'astronomo americano Halton Arp - che per questo è stato licenziato da Monte Palomar - ha raccolto un numero impressionante di casi in cui oggetti di differente spostamento spettrale appaiono manifestamente alla stessa distanza. Questi dati sono un colpo alla nuca per la cosmologia della grande esplosione: o gli oggetti di Arp sono tutti accidenti di prospettiva o il Big Bang non c'è mai stato, e allora tanti saluti alla radiazione "fossile"... L'immenso sforzo che si sta facendo per accreditare un inizio dell'universo rende le interpretazioni alternative del fondo a microonde poco popolari: una delle più interessanti è che sia in connessione con la nebulosa planetaria che ha dato origine al sistema solare. A differenza del Big Bang che è solo ipotizzabile, questo evento si è sicuramente verificato e meriterebbe un'attenzione migliore da parte degli specialisti. Non è chiaro perché l'astrofisica debba sempre dare la precedenza alla cosmologia. Un'altra spiegazione è che noi stiamo semplicemente captando la temperatura dello sfondo cosmico del mezzo extragalattico, mentre il fisico Eric Lerner ha proposto un meccanismo di termalizzazione e redistribuzione della radiazione delle stelle in fotoni di più bassa energia che produrrebbero l'osservata nebbia radio. Il celebre Fred Hoyle, contestatore storico del Big Bang a cui ha dato il nome, sostiene assieme

142 142 all'indiano Chandra Wickramashinge che questo processo di scattering è innescato da aghi ferrosi liberati nello spazio dalle esplosioni delle supernovae. Alcuni fisici quantistici poi, trovano del tutto naturale che il "falso vuoto" cosmico possa essere un eccellente termalizzatore dell'energia dissipata da stelle e galassie, ma per ora hanno formulato le loro istanze con grande circospezione. Lo stesso Arno Penzias intervistato dall'autore di questo articolo a Milano in occasione della manifestazione "10 Nobel per il futuro", manteneva ancora nel 1996 una posizione rigorosamente agnostica sulla natura effettiva di questa radiazione: la sussistenza di questo "fondo" in regioni molto lontane dell'universo è al di là di qualsiasi possibile verifica strumentale. Ho potuto ironizzare sul carattere universale di questa temperatura con il rinomato cosmologo inglese John Barrow al termine di una conferenza da lui tenuta a Misano un paio di anni fa: "Se lei viene a Rimini a prendere sul bagnasciuga la temperatura del mare Adriatico - gli dissi - pensando di rilevare contemporaneamente la temperatura dell'oceano Pacifico e quella di tutti i mari della Terra, potrei sospettare che abbia preso un colpo di sole. I nostri strumenti di rilevazione aggiunsi sono vicinissimi alla Terra e lontanissimi dal fondo dell'universo!". La riposta fu un garbato sorriso. C'è una poesiola di Giuseppe Basini, astrofisico e poeta, che sintetizza molto bene il problema di fondo di tutta la cosmologia: non è un gran che ma val la pena di memorizzarla. "Come è nato l'universo? Ed è poi davvero nato? Od oppure pur cambiando esistente è sempre stato?". Lo scorso mese di aprile i giornali di mezzo mondo hanno riportato in prima pagina una "foto del big bang". Nessun astronomo si è affrettato a precisare che non si tratta affatto di una fotografia ma di una mappa che visualizza su carta le infinitesime variazioni di temperatura intorno al valore di 2,7 K della radiazione di Penzias e Wilson, rilevate da un pallone sonda sui cieli dell'antartide. I divulgatori l'hanno descritta come "l'immagine della palla di fuoco primordiale in cui si troverebbero avvolte le prime galassie in formazione", "poco dopo il disaccoppiamento della radiazione dalla materia - come ha precisato sapientemente Margherita Hack all'incirca un milione di anni dopo il Big Bang". Insomma: è la sindone della Creazione, la reliquia del "fiat lux". In un mondo in cui i figli dei falegnami risorgono e i pastorelli prevedono il futuro, anche gli astro fisici atei non vogliono essere da meno. "Le zone chiare - ha dichiarato uno dei responsabili dell'impresa, l'astronomo italiano Paolo de Bernardis - rappresentano gli addensamenti di materia da cui nasceranno poi le galassie che vediamo in cielo. L'intensa

143 143 luce sprigionata dalla primordiale sfera infuocata ha viaggiato nello spazio per 12 miliardi di anni, trasformandosi in una debole radiazione a microonde che il nostro strumento ha raccolto". Bingo, è la faccia di Dio, abbiamo fotografato l'inizio Abbe Georges Lemaître The "Big Bang" theorist who produced a revolutionary space theory Abbe Georges Lemaître ( ) was a Belgian astronomer. Lemaître was originally a priest and his interest in astronomy stemmed from his studies about creation, which in turn led him to propose the Big Bang theory. Lemaître studied astrophysics at Cambridge University and the Massachusetts Institute of Technology. He graduated in 1927 and returned to Belgium and taught at Reubens University. He produced the progressive space theory in 1933, which was the first to touch on the Big Bang belief that the universe was created by a massive explosion. Rather than considering simple expansion of the universe, Lemaître was successful in his assumption that the expansion was started by something Lemaître's studies into the beginning of the universe were motivated by the belief that something had to have started it. He first expounded his theory in Lemaître said that the universe started with one simple particle. This "space particle" was the first object in existence. When radioactive elements mixed with the particle they started a chain reaction that forced the immediate and rapid expansion of the Universe and also created life. Furthermore, as repulsion forces came into effect, expansion became dominant and from that time (about 9 billion years ago), galaxies began to separate. The important point of Lemaître's theory is not so much the expansion of the universe, but the assumption that something actually started it. One can say that it was this assumption that gave birth to the "Big Bang" theory. [From:

144 144 I FONDAMENTI ASSIOMATICI DELLE TEORIE FISICHE (Fabio Cardone) Indice Introduzione Definizioni Assioma metodologico Prima teoria: la Meccanica Seconda teoria: la Relatività Ristretta Terza teoria: la Relatività Generale Quarta teoria: la Meccanica Quantistica Meccanica Quantistica Relativistica Gli assiomi fondamentali Introduzione Tutti i fondamenti assiomatici delle teorie fisiche hanno una genesi induttiva ed un valore deduttivo a posteriori, se non altro per evidenza storica. La sperimentazione fornisce le informazioni alla induzione, questa è la fisica sperimentale. L'induzione fornisce gli elementi alla deduzione, questa è la fenomenologia in cui si mette ordine nei fenomeni noti. La deduzione fornisce predizioni suscettibili di sperimentazione, questa è la fisica teorica. Le teorie fisiche dalle quali si ottengono predizioni sino ad oggi verificate sono tre e vengono elencate in corrispondenza alle interazioni a cui si possono applicare. TEORIA FISICA INTERAZIONE Meccanica Gravità nel limite minkowskiano Relatività Ristretta Elettricità senza energia quantizzata

145 145 Relatività Generale Gravità senza energia quantizzata Meccanica Quantistica Elettricità con energia quantizzata Definizioni Si procede ora a dare le definizioni dei concetti che verranno usati limitatamente al loro significato in fisica. Assioma : una qualsiasi assunzione su cui si basa una teoria matematica come ad esempio la geometria o i numeri reali, è altrimenti noto come postulato, pertanto assioma e postulato saranno usati come sinonimi. Fisica Teorica: la descrizione dei fenomeni naturali in forma matematica. Teoria: in fisica, un tentativo di spiegare una certa classe di fenomeni come conseguenze necessarie di altri fenomeni considerati come più primitivi e meno bisognosi di spiegazione. Principio: una legge scientifica che è altamente generale o fondamentale e da cui altre leggi sono derivate. E' dubbio se i principi in fisica possano essere considerati postulati, si pone quindi il problema di fronte ad un principio fisico se inserirlo tra i postulati di una teoria. Assioma metodologico 1 - Tutto ciò che è razionale non sempre è reale. 2 - Ordo et connectio rerum idem non est quam ordo et connectio idearum. 3 - La logica della natura non è logica umana. Prima teoria: la Meccanica La Meccanica può essere fondata su base assiomatica utilizzando il principio di minima azione di Maupertuis, la conservazione dell'energia totale intesa secondo Hamilton ed il principio di relatività di Galilei,

146 146 ovvero come è stato mostrato compiutamente da Galletto essa è la teoria della interazione gravitazionale nel limite minkowskiano o di spazio piatto. Tuttavia si preferisce illustrare una fondazione assiomatica della Meccanica basata su tre principi i quali in una visione a posteriori si applicano compiutamente a corpi con massa costante diversa da zero. Negli enunciati si intende per moto naturale quello soggetto a forze conservative, ossia gravità ed elettricità, per sistemi fisici adiabatici, ossia che non scambiano energia con l'osservatore. 1 - Principio di Hamilton. Nei moti naturali con uguali punti di partenza ed arrivo nello spazio considerati a tempi sincroni, cioè uguali, l'energia totale si conserva. Si noti che l'affermazione "a tempi uguali" è fondata poiché nelle trasformazioni di Galilei-Newton per la coordinata temporale si ha t = t'. 2 - Principio di Maupertuis-Hoelder o dell'azione stazionaria. Nei moti naturali isoenergetici con uguali istanti di partenza ed arrivo nel tempo considerati a tempi asincroni, cioè diversi, il prodotto dell'energia per il tempo, detto azione, si conserva. 3 - Principio di minima azione o di Eulero. Se il moto naturale è adiabatico il prodotto dell'energia per il tempo, l'azione, ha sempre il minimo valore possibile. E' opportuna qui una digressione, sul terzo principio si può innestare l'ipotesi quantistica di Planck e Sommerfeld ed indicare che tale valore minimo è sempre un multiplo intero di una quantità costante h per qualsiasi sistema fisico. Sempre sfruttando una visione a posteriori, non storica, per corpi privi di massa a riposo si può ben estendere il fondamento assiomatico della Meccanica al principio del tempo minimo o di Fermat: il moto naturale della luce tra due punti nello spazio è tale che l'intervallo di tempo corrispondente ha sempre il minimo valore possibile. Questo principio è alla base della identificazione dell'ottica Geometrica con la Meccanica corpuscolare i cui fondamenti sono stati prima enunciati.

147 147 Seconda teoria: la Relatività Ristretta La Relatività Ristretta ha di fatto soppiantato la Meccanica conglobandola come suo limite come verrà esposto in seguito. Oltre alla sua fondazione assiomatica storica basata sui due postulati fenomenologici, è possibile dare una enunciazione assiomatica non fenomenologica della Relatività Ristretta basata sulla equivalenza dei sistemi inerziali, storicamente definito principio, e sulla covarianza (ossia le leggi della fisica hanno la stessa forma matematica in tutti i sistemi inerziali). Si presenta qui la struttura a tre assiomi come desunta da Mignani e Recami. 1 Assioma - Proprietà dello spazio-tempo. Lo spazio ed il tempo sono omogenei e lo spazio è isotropo. 2 Assioma - Principio di Relatività. Tutte le leggi fisiche sono covarianti quando si passa ad osservarle da un sistema inerziale ad un sistema in movimento a velocità costante rispetto ad esso. 3 Assioma - Principio di Reinterpretazione. Il nesso di causalità è realizzato da segnali fisici che sono effettivamente trasportati da oggetti aventi solamente energia positiva finita. Questa formulazione assiomatica esalta ancora di più le contraddizioni tra la Relatività Ristretta e la Meccanica Quantistica non relativistica che, a causa della sua equazione fondamentale di Schroedinger, viola tranquillamente il 1 e 2 assioma; come se non bastasse, la Meccanica Quantistica Relativistica violerebbe il 3 se non vi fossero l'evidenza sperimentale dell'antimateria secondo Dirac e la tecnica della rinormalizzazione secondo Feynman. La conseguenza fondamentale di questa formulazione a tre assiomi è che esiste un invariante u avente le dimensioni fisiche di una velocità al quadrato e valore finito il quale però va identificato sperimentalmente, da ciò discende il principio di corrispondenza secondo cui se l'invariante assume un valore infinito si ottiene la Meccanica come conseguenza della

148 148 Relatività Ristretta. E' interessante notare qui che anche la Meccanica Quantistica ha un suo proprio principio di corrispondenza con la Meccanica. La conseguenza dell'esistenza di un invariante è l'introduzione nelle teorie fisiche del concetto di invarianza ovvero di simmetria. Infatti ad ogni invariante si può abbinare una simmetria la quale diviene sinonimo di invarianza. Si indica con simmetria la proprietà di una quantità o legge fisica di rimanere inalterata per effetto di certe trasformazioni od operazioni. Ne sono esempi la massa inerziale, la carica elettrica elementare, il teorema CPT coniugazione di carica (o inversione del segno della carica), coniugazione della parità (o riflessione spaziale), inversione temporale (o riflessione temporale). Mentre si indica con principio di invarianza o legge di simmetria qualsiasi principio per cui una quantità o legge fisica ha invarianza sotto certe trasformazioni, per cui è invalso l'uso di usare il nome di tali trasformazioni per indicare la simmetria, Ne sono esempi le trasformazioni di Galilei, le trasformazioni di Lorentz. Non sempre una simmetria corrisponde ad oggetti reali, esempio ne siano i quarks. Terza teoria: la Relatività Generale Anche la Relatività Generale ha una sua agile fondazione assiomatica a tre assiomi ma di natura diversa dalla genesi di quelli della Meccanica e della Relatività Ristretta che è inizialmente fenomenologica ed in seguito di tipo più propriamente logico. Si potrebbe dire, con Einstein, che gli assiomi della Relatività Generale più che soddisfare una necessità fenomenologica vanno incontro ad un gusto estetico della logica. 1 Assioma - Principio di Equivalenza. Gli effetti locali della gravità sono indistinguibili da quelli di un sistema di riferimento non inerziale. 2 Assioma - Principio di Covarianza. Le leggi della fisica hanno la stessa forma matematica in tutti i sistemi di coordinate curvilinei concepibili.

149 149 3 Assioma - Principio di Invarianza. Le leggi del moto sono le stesse in tutti i sistemi di riferimento, siano essi a velocità variabile o a velocità non variabile. Si vede facilmente nel 3 Assioma il ruolo cruciale dell'invarianza introdotta come conseguenza nella Relatività Ristretta, così come il gusto logico-estetico nel 1 e 2 Assioma, specie il 1 che eleva un fatto ritenuto accidentale in Meccanica al livello di Assioma fondamentale; d'altra parte il 3 continua a garantire la validità, mutatis mutandis, della Meccanica anche in questo nuovo ambito. La conseguenza fondamentale di questa fondazione assiomatica è il principio di solidarietà, che viene illustrato qui secondo Geymonat, e la conseguente negazione cartesiana del vuoto fisico da parte di Einstein. Lo spazio-tempo non possiede ovunque la medesima struttura geometrica indipendente dal campo di interazioni ivi esistente (localmente), sono le masse e le energie ad incurvare (deformare) variamente lo spazio-tempo, stabilendo una solidarietà fra i fenomeni e lo spazio-tempo in cui essi si svolgono. Invece la Meccanica, la Relatività Ristretta e la Meccanica Quantistica attribuiscono una esistenza autonoma allo spazio-tempo. Questa ultima idea, secondo l'einstein, può essere "drasticamente espressa in questo modo: se la materia dovesse scomparire, rimarrebbero ancora spazio e tempo, come una specie di palcoscenico (indeformabile) per gli eventi fisici". La Relatività Generale sostiene invece che lo spazio-tempo non ha un'esistenza separata da ciò che lo riempie, ossia che non esiste uno spazio-tempo senza campo. Einstein ricollega esplicitamente la sua concezione a quella di Cartesio per il quale lo spazio, identificandosi con l'estensione, non può esistere senza corpi. Al riguardo Einstein sostenne: "Cartesio non era dunque così lontano dal vero, quando credeva di dover escludere l'esistenza di uno spazio vuoto. La sua concezione appare assurda, finché la realtà fisica viene vista esclusivamente nei corpi ponderabili. Solo l'idea del campo come rappresentante la realtà, in combinazione con il principio generale di relatività (il quale stabilisce l'invarianza delle leggi fisiche di fronte ad ogni cambiamento delle variabili spazio-temporali che lascia invariante il quadrato dell'intervallo infinitesimo spazio-temporale di un fotone od onda elettromagnetica, detto ds2), riesce a rivelare il vero nocciolo dell'idea di Cartesio: non esiste spazio vuoto di campo d'interazione".

150 150 Il concetto di campo compare per la prima volta nella Relatività Generale conglobando e soppiantando al tempo stesso la questione dell'azione a distanza o attraverso un mezzo materiale o semi immateriale, esso sarà mutuato anche dalla Meccanica Quantistica Relativistica, ma era e continua ad essere un concetto che non è ancora oggi possibile porre in forma assiomatica o far discendere da assiomi, lo si può solo descrivere matematicamente mediante la sua azione sui corpi. Quarta teoria: la Meccanica Quantistica La Meccanica Quantistica trova il suo fondamento fenomenologico nel concetto di dualità espresso da De Broglie, la materia e la radiazione elettrica mostrano fenomeni in cui si comportano come onde ed altri in cui si comportano come corpi. A questo punto è bene dare in breve le definizioni di materia e di radiazione elettrica a livello elementare basate sulle loro proprietà. Materia: ha carica (elettrica), ha massa anche a velocità nulla, ha velocità minore di quella della radiazione elettrica. Ovviamente si intende per materia quella costituita dai corpi elementari stabili entro i limiti noti. Radiazione elettrica: non ha carica (elettrica), non ha massa a velocità nulla, ha sempre la stessa velocità, quella della radiazione elettrica, tale velocità viene identificata con l'invariante della Relatività Ristretta u. Il fondamento metodologico della Meccanica Quantistica ci viene fornito dalla cosiddetta definizione operativa secondo Heisenberg la quale potrebbe giustamente sembrare una evoluzione della definizione operativa delle grandezze fisiche data da Thompson nel 19 secolo: "le grandezze fisiche vengono definite mediante le operazioni con cui sono misurate quantitativamente". Definizione Operativa di Heisenberg: Ogni concetto della fisica deve poter essere definito mediante una serie di operazioni fisiche almeno concettualmente possibili, viene meno la possibilità di rappresentare gli oggetti atomici (e subatomici) mediante un modello; la rappresentazione dei fenomeni fisici è astratta essa avviene solo mediante enti matematici, si

151 151 devono quindi collegare tra di loro le sole grandezze fisiche osservabili senza l'uso di grandezze ausiliarie. Partendo da quest'ultima parte della definizione operativa, Heisenberg introdusse come enti matematici le tabelle di numeri delle misure ovvero le matrici e ne ebbe come conseguenza una matematica non commutativa, l'algebra delle matrici appunto. Finora abbiamo visto le prescrizioni a cui storicamente si è cercato di adeguare gli assiomi della Meccanica Quantistica, ma se il quadro metodologico è completo quello fenomenologico non termina con il concetto di dualità, bensì prosegue con il principio di indeterminazione di Heisenberg, il quale divide con esso la proprietà di mera constatazione fenomenologica. Del principio di indeterminazione viene qui data una esposizione secondo Caldirola: è impossibile conoscere simultaneamente (e ciò nel suo senso letterale è in contrasto con la Relatività Ristretta che impedisce la simultaneità), attraverso una determinazione sperimentale, due grandezze coniugate nel senso della Meccanica (analitica), quali ad esempio la posizione e la quantità di moto di un ente fisico con una accuratezza grande quanto si voglia. Tale principio ha avuto una funzione storica fondamentale nell'associare al formalismo matematico della Meccanica Quantistica, secondo la definizione operativa di Heisenberg, un'interpretazione fisica capace di conciliare, anche intuitivamente, la dualità onda-corpo. Su tale principio si poggia, in ultima analisi, l'interpretazione probabilistica di Born dell'equazione di Schroedinger. Tuttavia nella formulazione assiomatica della Meccanica Quantistica non si ricorre esplicitamente al principio di indeterminazione. Infatti si può dimostrare come le relazioni di Heisenberg possono essere dedotte in modo generale dalle proprietà degli operatori che nella Meccanica Quantistica risultano associati alle grandezze osservabili. A questo punto sorge spontanea la congettura se il principio di indeterminazione non sia un'altra forma equivalente del principio di inaccessibilità di Caratheodory, il quale altro non è che una espressione della seconda legge della termodinamica: in prossimità di qualsiasi stato di equilibrio di un sistema ci sono stati che non sono accessibili da un processo adiabatico reversibile od irreversibile. Nel contesto di tale congettura il sistema fisico osservato e l'osservatore sono un unico sistema termodinamico, quindi gli scambi di energia

152 152 avvengono adiabaticamente ed in questo senso ricadono nell'inaccessibilità poiché sistema fisico ed osservatore sono in uno stato di equilibrio. Tutto ciò ci permette di eliminare il principio di indeterminazione dal novero degli assiomi fondamentali, nondimeno esso ci pone il grave problema delle relazioni tra variabili e variabili dinamiche che ad un certo punto non potremo eludere. Anche della Meccanica Quantistica si può dare una fondazione assiomatica con struttura trinitaria ovvero a tre assiomi più il principio di corrispondenza o teorema di Ehrenfest, qui di seguito vengono elencati gli assiomi secondo Bohr-Heisenberg-Born. 1 Assioma - Sistema fisico. Gli stati di un sistema fisico sono rappresentati da una tabella di elementi detta ψ in generale avente una dimensione ed infiniti elementi, la ψ è un vettore ad infinite dimensioni in uno spazio di vettori di Hilbert (retaggio, solo in senso matematico, delle matrici di Heisenberg), lo stato del sistema fisico non cambia se si moltiplica il vettore ψ per una costante. 2 Assioma - Grandezze fisiche. Le grandezze fisiche misurabili sono rappresentate da operatori al primo ordine (lineari), ovvero tabelle di elementi aventi 2 dimensioni ed infiniti elementi, i quali hanno la proprietà di essere uguali al proprio trasposto complesso coniugato (hermitianicità) e con n autovalori reali i quali sono i possibili valori numerici misurabili della grandezza fisica che l'operatore rappresenta, i vettori ψn associati agli autovalori sono detti autovettori e per tali stati del sistema la grandezza è ben definita. 3 Assioma - La misura secondo Born. I possibili risultati della misura di una grandezza fisica hanno ciascuno una probabilità di essere riscontrati, tale probabilità è data dal modulo al quadrato della proiezione dello stato del sistema fisico rappresentato dal vettore ψ, su cui si misura la grandezza, rispetto agli autostati ψn (autovettori) dell'operatore che rappresenta la grandezza fisica. Gli assiomi elencati sono l'espressione, come indica Caldirola, della interpretazione probabilistica della Meccanica Quantistica (in

153 153 contrapposizione a quella stocastica originariamente ispirata alle idee di Langevin per i fenomeni nucleari) o di Copenaghen o di Bohr-Heisenberg od ortodossa, a completamento di tali assiomi vi è il principio di corrispondenza: gli operatori in generale non commutano tra di loro e quindi non commutano le grandezze fisiche che rappresentano ma al limite per la costante di Planck h che tende a zero, azione non discreta, le grandezze sostituiscono gli operatori ed esse possono commutare e si riottiene la Meccanica (ove le grandezze sono variabili canonicamente coniugate). Il 2 assioma sembra allontanarsi dalla definizione operativa di Heisenberg, poiché la ψ non rappresenta alcuna grandezza fisica osservabile ma solo un'entità matematica ausiliaria in parte interpretabile come grandezza fisica ausiliaria grazie al 1 assioma. Il 3 assioma risolve la contraddizione dando parziale significato fisico di osservabilità ad un uso ben definito della ψ ovvero mediante un'operazione matematica, la proiezione (in pratica il teorema di Pitagora). E' inutile dilungarsi nei meandri delle contraddizioni interne della Meccanica Quantistica, viene invece riportata un'altra fondazione assiomatica secondo Caldirola la quale ha il pregio di presentare una maggiore semplicità ed immediatezza nonostante l'alto grado di astrazione comunque imposto dalla definizione operativa di Heisenberg. 1 Assioma - L'osservabile. Esiste uno scalare complesso ψ il quale contiene in sé tutte le informazioni che su di una particella si possono dare, precisamente esso permette di calcolare per ogni grandezza fisica, detta secondo Dirac osservabile, i valori possibili risultanti da una misura (che sono ovviamente reali) e le corrispondenti probabilità che la grandezza ha di assumere tali valori ad un generico istante di tempo. 2 Assioma - L'operatore. Ad ogni osservabile si fa corrispondere, nella formulazione matematica, un operatore hermitiano il quale ha autovalori reali, l'insieme di tutti gli autovalori costituisce l'insieme di tutti i valori numerici che si possono trovare in una misura dell'osservabile corrispondente, mentre l'insieme degli autovettori corrispondenti rappresentano gli autostati del sistema (la particella) relativi a tali risultati di un processo di misura.

154 154 3 Assioma - L'evoluzione. L'evoluzione spazio-temporale di un sistema fisico è regolata dall'equazione di Schroedinger, purché all'istante iniziale lo stato di un sistema fisico sia determinato mediante una osservazione del maggior numero possibile di osservabili tra loro compatibili ed indipendenti; tale osservazione è detta osservazione massima. Questa formulazione assiomatica non è scevra di contraddizioni interne che per brevità si omette di discutere e parzialmente risolvere, tuttavia permette di mostrare il principio di corrispondenza con la Meccanica in una forma migliore quella del teorema di Ehrenfest. Considerando per una particella intesa come sistema fisico la sua generica coordinata ed il relativo momento coniugato si dimostra che le relazioni le quali permettono di calcolare le loro variazioni nel tempo sono ottenute mediante l'operatore di Hamilton; poiché tali relazioni si dimostra valgono anche per i valori medi delle corrispondenti osservabili, valgono dunque per il moto medio del pacchetto d'onde associato alla particella le equazioni del moto di Hamilton e quindi tutta la Meccanica. Ovviamente tutto questo è dovuto al fatto che l'azione discreta h, la quale compare nelle definizioni degli operatori, al limite tende a zero. Sarebbe interessante indagare se i principi di corrispondenza della Relatività Ristretta e della Meccanica Quantistica siano collegati in qualche modo, certamente la formulazione assiomatica delle due teorie non è di grande aiuto in questa indagine. In pratica potremmo solo affermare che la Meccanica è la teoria fisica la quale, in contrasto con l'evidenza sperimentale, si fonda sull'approssimazione di una misura della velocità causale massima u non limitata (in particolare grande a piacere) ed una misura dell'azione h non limitata (in particolare piccola a piacere), se poi u infinita implichi h infinitesima è un'altra questione legata alla natura stessa del fotone e dell'interazione elettrica. Meccanica Quantistica Relativistica (QED) La Meccanica Quantistica Relativistica si applica con successo all'interazione elettrica e con opportune modifiche anche all'interazione leptonica (o nucleare debole), essa si fonda sui medesimi assiomi già elencati con il completamento di un assioma unico derivato dal 2 assioma della Relativìtà Ristretta (non il 2 della Relatività Generale poiché non

155 155 vengono contemplati spazi diversi da quello piatto di Minkowski) ossia la covarianza applicata agli operatori. Assioma Unico: Applicazione della Covarianza. Le equazioni che descrivono un sistema fisico sono composte di operatori in cui le operazioni rispetto allo spazio e rispetto al tempo sono ripetute lo stesso numero di volte, ossia tutti gli operatori dell'equazione hanno lo stesso ordine e quindi sono applicati allo stesso ente variabile (la ψ per intendersi) un ugual numero di volte rispetto alla stessa variabile. In pratica questo assioma unico è un mero completamento del 2 assioma nella forma secondo Caldirola, ma di fondamentale importanza nel determinare il definitivo successo della Meccanica Quantistica unita alla Relatività Ristretta come teorie in grado di descrivere compiutamente l'interazione elettrica e l'interazione leptonica come sua più prossima parente. Al termine di questo excursus negli assiomi della Meccanica Quantistica è doveroso notare che in qualunque modo li si consideri essi violano la definizione operativa di Heisenberg pur cercando disperatamente di adeguarvisi, visto che da essa nascono. Coerenza avrebbe voluto che argomento delle equazioni fossero state solo le grandezze misurabili, in pratica i livelli di energia o le frequenze della radiazione emessa od assorbita dai sistemi fisici, il che è lo stesso. Sfortunatamente un formalismo matematico che avesse tali variabili come incognite e conciliasse la dualità essendo al tempo stesso ragionevolmente agevole da usare, cosa che non guasta mai, non è stato storicamente disponibile. Quindi le grandezze misurabili compaiono solo come parametri delle soluzioni delle equazioni della Meccanica Quantistica gli autovalori appunto, mentre l'oggetto delle equazioni resta la ψ, la vera incognita che pur non avendo la caratteristica di esistere fisicamente, ha il pregio di essere l'utile strumento (sic!) con cui salvaguardare la dualità. Gli assiomi fondamentali Dopo questa simpatica corsa tra i fondamenti assiomatici delle teorie fisiche è corretto a conclusione domandarsi quali assiomi possano essere

156 156 considerati utili se non irrinunciabili nella formulazione di successive teorie fisiche. Per quanto possa essere sorprendente la simmetria, pur giocando un ruolo fondamentale, non può esser presa sine cura come uno dei fondamenti assiomatici, poiché essa riposa sulla evidenza sperimentale della conservazione (come è ben messo in evidenza dal teorema di Noether). Tutto ciò che è conservato ha una evidenza sperimentale basata su limiti superiori, e non potrebbe essere altrimenti, e nulla ci garantisce da future possibili evidenze di violazioni della simmetria, quantunque piccole in grandezza rispetto ai limiti noti. Infatti volendo evitare di far dipendere troppo gli assiomi dalle necessità delle evidenze fenomenologiche è opportuno concentrarsi su alcune necessità logiche, ben consapevoli che si deve contemplare negli assiomi anche il fatto di dover fare i conti con le necessità sperimentali. Gli assiomi verranno elencati e subito dopo commentati. 1 Assioma - Indipendenza. Le proprietà dello spazio-tempo sono indipendenti dalle proprietà delle interazioni. Questo assioma si applica compiutamente alla Meccanica, alla Relatività Ristretta, alla Meccanica Quantistica includendo la sua evoluzione nel cosiddetto modello standard che descrive interazione elettrica e leptonica. 2 Assioma - Solidarietà. Lo spazio-tempo è solidale con le interazioni cosicché le loro rispettive proprietà si influenzano reciprocamente. Questa è la versione secondo Finzi del principio di solidarietà come lo enunciò nel contesto della Relatività Generale (ovvero della interazione gravitazionale); è lecito qui domandarsi se esso possa avere un valore generale ed applicarsi a tutte le interazioni, nel qual caso comporterebbe una sorta di conseguenza o lemma: ogni interazione con le sue peculiari caratteristiche determina localmente la sua propria struttura spaziotemporale.

157 157 3 Assioma - Causalità. La causalità è il postulato il quale afferma che una situazione fisica dipende dall'altra (univocamente) e la ricerca causale si propone la scoperta di questa dipendenza (identificazione). Tutto ciò rimane vero anche nella fisica (meccanica) quantistica sebbene gli oggetti della osservazione, per i quali si sostiene esservi una dipendenza, siano differenti; essi sono costituiti dalla probabilità di eventi elementari, non dai singoli eventi in sé. Questa è la formulazione secondo Born della causalità e nella sua prima parte si applica in modo formidabile a tutte le teorie fisiche. La seconda parte è costruita molto saggiamente per tenere conto del 3 assioma della meccanica quantistica nella formulazione data da Born stesso, per dare un qualche significato fisico alla ψ necessaria alla dualità, ma anche per prevenire da violazioni della causalità dovute alla identificazione univoca della dipendenza, come si commenterà in seguito. Il 3 assioma apre il problema della identificazione della dipendenza univoca tra almeno due situazioni fisiche; questo problema è stato storicamente risolto per via fenomenologica, come era inevitabile e come era stato preannunciato, e viene qui enunciato nel seguente assioma. 4 Assioma - Identificazione. La velocità causale massima per tutte le teorie fisiche è la velocità della radiazione elettrica in assenza di materia ed in presenza dei soli campi elettrico e gravitazionale. Questo assioma è usualmente e storicamente accettato acriticamente ed altrettanto acriticamente viene automaticamente esteso agli altri due campi noti quello dell'interazione adronica (o nucleare forte) e quello dell'interazione leptonica (o nucleare debole). Si è usata l'espressione in assenza di materia ed in presenza dei soli campi elettrico e gravitazionale per evitare l'espressione "nel vuoto". Infatti essa concorda sia con la definizione cartesiana data da Einstein per il quale il vuoto è pieno di campo, sia con la conseguenza del principio di Heisenberg e della QED per cui il vuoto è pieno di oggetti virtuali (rinormalizzabili secondo la QED). Ovviamente le concezioni di vuoto alla Einstein ed alla Heisenberg (o se si preferisce alla Feynman) pur in contrasto tra di loro si scontrano entrambe

158 158 con la necessità di determinare il livello di energia del vuoto, questione che non viene qui affrontata, avendo anche conseguenze sull'invarianza di Lorentz. Ma la vexata quaestio sollevata dal 4 assioma è se la velocità causale massima, la quale viene identificata tramite un ente fisico, e che rispetta così anche il 3 assioma della Relatività Ristretta, possa prescindere dal 2 assioma, ossia dalla struttura spazio-temporale di ciascuna interazione. Questo ci porta a considerare tre evidenze sperimentali generali con cui fare i conti nella costruzione delle teorie fisiche. I Evidenza. Le distanze possono essere misurate solo scambiando energia con una interazione. Vedasi a tal riguardo il 3 assioma della Relatività Ristretta. II Evidenza. L'osservatore è in grado di scambiare energia solo con l'interazione elettrica. Vedasi a tal riguardo il principio di indeterminazione che ne è un luminoso esempio. III Evidenza. L'interazione elettrica è il paradigma (quindi) di tutti i fenomeni dovuti alle varie interazioni. Quest'ultima evidenza meriterebbe in verità il titolo di assioma della misura, ed essere annoverato insieme agli altri quattro assiomi fondamentali. La I e II evidenza insieme agli assiomi 2, 3 e 4 ci riportano al problema di definire quali siano le entità variabili con cui descriviamo gli eventi fisici e primi fra tutti la misura delle distanze per la ricerca del nesso di causalità.

159 159 Concludiamo quindi introducendo i due postulati delle variabili. I Postulato delle Variabili. Esistono variabili statiche, le coordinate spazio-temporali, che non intervengono nella interazione. Ciò ovviamente contraddice il 2 assioma fondamentale ovvero il principio di solidarietà. II Postulato delle Variabili. Esistono variabili dinamiche, gli impulsi spazio-temporali, che intervengono nelle interazioni (ma sono misurati solo elettricamente). In conclusione possiamo porre il problema se l'estensione del principio di solidarietà a tutte le interazioni possa imporre di considerare tutte le variabili come dinamiche, in tal caso si avrebbe anche il problema di riconsiderare anche il significato del principio di indeterminazione almeno nell'uso alla Yukawa in cui non vi sarebbe più una relazione tra coordinate (variabili statiche) e momenti (variabili dinamiche), ma solo tra variabili dinamiche, con grande vantaggio della omogeneità logica. ----Fabio Cardone è nato a Chieti, nel Laureato in fisica, perfezionatosi in fisica delle particelle elementari, ha studiato a Pisa, L'Aquila, Ginevra, Roma, e lavorato tra l'altro presso i Laboratori di Fisica dell'infn, del CERN, della Wisconsin University. Docente di fisica presso la Syracuse University, le Università della Tuscia (Viterbo) e L'Aquila, le Università Gregoriana e San Tommaso. Vincitore del Premio Nazionale della Fisica Galileo Galilei, è attualmente membro del Gruppo Nazionale Fisica Matematica dell'indam, e consulente di uno dei gruppi parlamentari presso la VII Commissione, Istruzione e Ricerca, del Senato della Repubblica.

160 160 ETERE E RELATIVITA' (Giuseppe Cannata) Non c'è dubbio che, alla fine del secolo XIX e all'inizio del XX, le numerose ipotesi, contrastanti, sul comportamento essenziale e globale dell'etere, spingevano gli studiosi alla ricerca di un rimedio, che sopprimesse le contraddizioni scientificamente inaccettabili. Nella memoria del 1905 Einstein seguì il metodo(!) di Alessandro Magno, che affrontò la questione del nodo di Gordio, tagliandolo con la spada piuttosto che scioglierlo. Il Macèdone ottenne così il dominio dell'asia Minore, promesso dalla leggenda, ma con una durata veramente breve. Einstein recise la necessità che l'etere esistesse, sorvolando sul fatto che i fenomeni elettromagnetici hanno effetti locali, non imputabili a trasferimenti di particelle da sorgente a ricevitore, né tanto meno attribuibili ad uno spazio vuoto, di per sé non interattivo, cioè fisicamente ininfluente... almeno fino a quando le ultime generazioni di fisici, con discutibile coerenza interna, lo hanno riempito di tanti significati. Tanto basta perché siano respinte tutte le considerazioni esposte nella sua memoria del 1905, cosparsa di imprecisioni e di ingenuità, forse veniali, se ci si riferisce alla maturazione scientifica di un secolo fa. La motivazione addotta che le interazioni elettrodinamiche tra magnete e conduttore non presentano le asimmetrie sostenute in quell'epoca, ma dipendono dal moto relativo tra i due corpi, è un po' semplicistica, in quanto non sottolinea né l'influenza degli orientamenti sia del magnete che del conduttore, né che in generale l'induzione elettromagnetica si possa manifestare senza movimenti relativi di induttore e di indotto, ma per sole variazioni locali dei campi elettrico e magnetico. Data l'assoluta insopprimibilità del mezzo, non è lecito estendere il principio di relatività galileiano ai fenomeni elettrodinamici, senza tenere conto dello stato globale dell'etere nei vari sistemi di riferimento inerziali. Facciamo un semplice esempio. Secondo l'impostazione attuale, una carica puntiforme (non elementare) crea solo un campo elettrostatico se è vista ferma da un osservatore, mentre creerebbe un campo elettromagnetico se appare in moto ad un altro osservatore. La realtà è ben diversa: quando la carica è ferma rispetto all'etere globale in cui è immersa, sia se è vista ferma o in moto da osservatori inerziali, dà sempre un campo elettrostatico o meglio elettrostazionario. Viceversa, una carica opportunamente

161 161 orientata sotto l'azione di un campo elettrico, in moto anche lentissimo rispetto all'etere, dà comunque un campo elettromagnetico per tutti gli osservatori inerziali. Ricordiamo poi che l'energia trasmessa, sia per convezione che per irraggiamento, contiene nelle sue dimensioni la massa, nel primo caso per trasferimento diretto di particelle, nell'altro, ondulatorio, per urti successivi delle entità sollecitate, costituenti il mezzo stesso. La definizione einsteiniana di "costanza della velocità della luce indipendente dalla velocità della sorgente" è analoga a quella ben verificata in acustica, e non può destare la meraviglia, ostentata invece in diversi testi scientifici. C'è da fare però una precisazione: la velocità della luce (come del suono) è riferita al mezzo di propagazione ritenuto in quiete, per cui essa si compone con la velocità globale del mezzo, quando questa è rilevata da altro sistema di riferimento. Esempio: L'etere attorno alla Terra è per parecchi diametri terrestri solidale o in quiete con essa, quindi da un sistema di riferimento legato alla Terra la velocità della luce è riferita al mezzo in quiete. Un osservatore esterno, p. es. nel sistema Sole, dovrà comporre la velocità c con la velocità v di rotazione dell'atmosfera d'etere. Non sono certo sistemi inerziali, pura astrazione teorica, ma nei limiti di spazi e di tempi consentiti possono ritenersi tali. Del resto rimane valido il principio che i sistemi materiali di riferimento (osservatori e strumenti di misura) non devono al limite scambiare energia con gli oggetti osservati; la variazione della quantità di moto solo in direzione non implica variazione di energia. Le ulteriori interazioni tra sistemi sono in genere, in prima approssimazione, trascurabili. La contrazione delle lunghezze nella direzione del moto da un sistema di riferimento ad un altro ha affascinato gli studiosi, che sono particolarmente attratti dalle meraviglie e dalle magie. La pretesa "contrazione" nasce dall'avere trascurato erroneamente il comportamento dell'etere. La "dilatazione dei tempi" sprigiona le fantasie... Occorrerebbe invece un approfondimento dell'autentico significato meccanico, implicito nel concetto di tempo. Cronotopo, quadridimensionalità fanno sognare, ma ci fanno allontanare dal tanto svilito senso comune, inevitabile quanto auspicabile in un qualificato prodotto pur sempre umano quale la Fisica. Quelle espressioni hanno la loro funzionalità matematica, ma niente di più. Einstein introduce per esempio la dipendenza della massa dalla velocità per non violare il principio di conservazione della quantità di moto, ben più serio e fondamentale. Così si è costretti a considerare p. es. i neutrini a riposo. privi dì massa [vera astrazione metafisica, che non darebbe peraltro

162 162 alcuna possibilità di osservazione fisica], per non attribuire loro una massa infinita, paradossale, alla velocità c (1). Ma quali corpi sono a riposo nell'universo? Ma quale massa noi valutiamo dei corpi celesti, che rispetto a noi si muovono alle più disparate velocità? Quando saremo in grado di liberarci dalle transumananze einsteiniane per tornare umilmente al senso comune, rendendolo sempre più buon senso e riconoscendo che la Fisica è prodotto umano, migliorabile, ma non trascendente? La famosa formula E = mc2 il cui successo ha rilanciato la Relatività di Einstein può essere razionalmente dedotta dall'espressione del lavoro compiuto dalla forza F = c dm/dt proporzionale alla velocità della perturbazione elettromagnetica che investe una certa massa nell'unità di tempo. Prima di procedere alla dimostrazione richiamo una mia impostazione che porta ad affermare che tutte le forze classificate finora, dalle nucleari, dalle interatomiche e dalle intermolecolari alle forze dinamiche acceleranti, o alle statiche deformanti, elastiche e non elastiche, alle forze d'attrito, di contatto o del mezzo, a quelle elettriche e magnetiche appartengono ad una delle sole sette specie possibili. Un punto oggetto può essere individuato in un certo istante da un vettore posizione R = ρr (vedi Appendice), in un sistema di coordinate cilindriche di cui qui si trascurerà la quota sull'asse z e ci si riferirà solo al piano xy. Se nel punto P consideriamo la massa m inevitabilmente presente, anche per transito, in un certo istante, possiamo passare all'efficace rappresentazione del vettore posizione di massa: µ = mr = mρr. Una qualsiasi variazione temporale di una delle tre variabili che compongono il vettore µ dà il vettore quantità di moto [q.d.m]: dµ/dt = d(mρr)/dt = ρrdm/dt + mrdρ/dt + mρdr/dt = = ρrdm/dt + mvr + mωρθ = p [dove: ω = dθ/dt ; v = dρ/dt ] (2). La variazione temporale della quantità di moto p fornisce poi tutte le forze possibili: dp/dt = ρrd2m/dt2 + dm/dt(vr + ρdr/dt) + + vrdm/dt + mrdv/dt + mvdr/dt + + ωρθdm/dt + mρθdω/dt + mvωθ + mωρdθ/dt =

163 163 = ρrd2m/dt2 + vrdm/dt + ωρθdm/dt + + vrdm/dt + mrdv/dt + mvωθ + + ωρθdm/dt + mρθdω/dt + mvωθ - mω2ρr = = ρrd2m/dt2 + 2vrdm/dt + 2ρωθdm/dt + mrdv/dt + 2mvωθ + mρθdω/dt - mω2ρr. Così si hanno tre momenti lineari o q.d.m. Alle espressioni note, date dal prodotto della massa m della particella per la componente radiale della velocità o per la sua componente trasversale o azimutale, si aggiunge la prima, che esprime la q.d.m. in un punto dovuta alla massa che l'attraversa o l'investe nell'unità di tempo (p. es. del vento che batte perpendicolarmente su un punto di una vela). Tra le sette forze ottenute si distinguono quattro radiali, di cui una centripeta, e tre azimutali. La prima è la forza elastica di posizione o di vincolo, la seconda è quella che si presenta nell'attraversamento di un mezzo con velocità radiale, la terza con velocità trasversale (p. es. nella rotazione), la quarta è ovviamente la forza accelerante un oggetto libero da vincoli (proposta da Newton), la quinta dà la forza complementare o di Coriolis, la sesta è attiva in una rotazione uniformemente accelerata. La settima infine è la forza centripeta, presente nella rotazione, normale al senso del moto; non lavora e non esige quindi energia per mantenere il moto, per cui un sistema che ruota uniformemente è da considerarsi inerziale. Le forze elettriche, magnetiche, molecolari, atomiche e nucleari rientrano nelle sette forze individuate nella meccanica. Una coraggiosa, razionale ed estremamente semplificatrice interpretazione meccanica delle equazioni di Maxwell lo consente [v. G. Cannata, "Electromagnetism in ether", Atti del Convegno Internazionale 1999 "Galileo back in Italy II", Ed. Andromeda, Bologna, 2000]. L'energia irradiata dalla forza F = crdm/dt (che si propaga con velocità c = dρ/dt ) è data da: W= F.ds = (crdm/dt).ds = (cdm/dt)(cdt) = c2dm = mc2. Gli studiosi discutono anche sulla validità o meno della relatività speciale per osservatori non inerziali. Ricordiamo che la scelta dei sistemi inerziali di riferimento è dovuta al fatto che osservatore e strumenti di misura, solidali con i sistemi di riferimento, non devono subire interventi esterni, che non consentono la formulazione di nessuna legge, sui fenomeni osservati, se non si conoscono perfettamente le interazioni con

164 164 l'esterno. Alla fine accludiamo una Tabella, che consente un certo confronto tra la concezione attuale e quella che andiamo proponendo, pur consapevoli che occorrerebbe trattare molto più distesamente i tanti punti appena sfiorati e citare altri aspetti non meno importanti. Riepilogando, ribadiamo alcuni punti fondamentali. L'etere, diffuso nell'universo (in cui noi comprendiamo soltanto tutto quanto è fisicamente osservabile, attuale e potenziale), che penetra in ogni dove, è costituito da innumerevoli vortici a qualsiasi livello, dagli ammassi galattici via via alle singole particelle elementari. I grandi vortici comprendono quelli minori, tutti sempre a simmetria assiale, più o meno evidente. Mentre nei loro nuclei la materia è condensata, i vortici si estendono con materia più rarefatta, per esempio allo stato gassoso sempre più leggero, fino al limite di altri vortici confinanti di uguale livello, con cui, prevalendo quello di massa (o temperatura) maggiore, costituisce un sistema vorticoso di livello più alto, dove interagiscono raggiungendo stati di equilibrio e consentendo il passaggio di perturbazioni o di processi evolutivi. L'insieme, così come ogni singola parte, è soggetto alle leggi fisiche fondamentali, p. es. i principi di conservazione, e appare complessivamente stabile e nel contempo di grande vitalità. Le cariche elettriche elementari costituiscono vortici primordiali d'etere, che seguono le leggi della fluidodinamica, e hanno simmetria assiale. Gli elettroni (o i protoni) si respingono tra di loro solo quando sono contrapposti i loro assi di flusso entrante d'etere (o di efflusso) ma sono pronti ad attrarsi se i loro assi sono affiancati (al limite paralleli) come quando generano le correnti, sotto l'azione di un campo elettrico. Questo tende ad orientarli e ci riuscirebbe perfettamente alle bassissime temperature attorno allo zero assoluto (superconduttività), mentre alle nostre temperature ambiente le cariche elementari (in particolare gli elettroni nei conduttori metallici) per l'agitazione termica oscillano, tanto più rapidamente quanto più è intenso il campo elettrico, irradiando così onde elettromagnetiche con frequenze crescenti. I neutroni, che appaiono come atomi di idrogeno, "freddi" cioè con protone ed elettrone compatti, però pronti a scindersi alle "temperature" esterne ai nuclei, non risentono di attrazioni o repulsioni elettrostatiche, ma subiscono attrazioni fluidodinamiche se gli spin sono paralleli, analogamente alle cariche elementari, ma più docilmente. Altro problema di confusione e di distorsione è lo sviluppo ben poco regolare della meccanica quantistica, dove ipotesi non dimostrate, spesso ad libitum sono trasformate in leggi, verificabili in ambiti troppo ristretti.

165 165 E' questo uno sviluppo o meglio un inviluppo dovuto alla soppressione pregiudiziale di uno spazio libero (etere) partecipe essenziale dei fenomeni elettromagnetici. Temo che non sarà facile uscire dal ginepraio in cui ci si è cacciati. Non si devono dimenticare i tanti meriti di illustri scienziati, ma occorrerà distinguere il buon frumento dal loglio invadente, perché riesca l'operazione di revisione, senza esaltazioni o condanne. Appendice E' bene sottolineare che ritengo fondamentale e primaria la grandezza vettoriale potenziale magnetico A = AA, che oggi è ritenuta secondaria, utile solo nell'ulteriore approfondimento dello studio dei campi elettromagnetici. Il potenziale magnetico, nell'interpretazione meccanica dell'e.m., assume il significato di vettore posizione di un qualsiasi punto d'etere, di cui, con metodo euleriano, si possono individuare le variazioni. Mentre nel sistema M.K.S.A. ha la dimensione [LMT 2I-1] certamente di non facile interpretazione; nel sistema puramente meccanico(3) M.K.S. ha la dimensione [L], cioè rappresenta una semplice lunghezza. L'opposto della derivata parziale temporale - A/ t = - (AA)/ t = -A A/ t - A A/ t è costituito da due termini, di cui il primo indica la componente radiale del vettore velocità locale, già noto come campo elettrico stazionario, che è conservativo: Er = - (V) ; il secondo termine è la componente trasversale o rotazionale della velocità (che varia infatti solo in direzione), già noto come campo elettrico indotto: Ei = -A A/ t. Dalla relazione E = Er + Ei = - A/ t si ottiene, applicando l'operatore rotore ad entrambi i membri, l'equazione di Maxwell riguardante l'induzione e.m.: rot(e) = rot(ei) = - (rot(a))/ t = - B/ t [dove si è posto, come usuale, B = rot(a) ; rot(er) è uguale a zero, perché come abbiamo detto questo campo è conservativo]. Interessante è pure l'interpretazione del vettore di Poynting: N = E H, le cui dimensioni sono [MT-3] in entrambi i sistemi. Esso indica l'intensità

166 166 di radiazione elettromagnetica, cioè la potenza attraversante l'unità di superficie normale alla direzione di propagazione. La presenza inevitabile dello spin nella carica elettrica elementare ne esclude la sfericità, e suggerisce la simmetria assiale di vortice con flusso d'etere uscente dall'asse nel protone (entrante invece per l'asse nell'elettrone), flusso che rientra (o esce, nell'elettrone) lateralmente, con rotazione vorticosa d'etere per l'altro estremo dell'asse. Protone Elettrone Neutrone

167 167 Note 1 - Un articolo di Elisabetta Durante sul Sole 24 Ore - Informatica del 3/3/2000 inizia così: "Nel 1930 Wolfgang Pauli ne predisse l'esistenza e venticinque anni dopo Frederick Reines, osservandolo per la prima volta, lo descrisse come la più minuscola quantità di materia che si possa immaginare; da allora, il neutrino non ha mai cessato di essere quella particella sfuggente e asociale che tiene in scacco la comunità scientifica internazionale. Ancora oggi infatti i fisici non sono in grado di dire se i 330 milioni di neutrini presenti in ogni metro cubo dell'universo, che a ogni istante attraversano il nostro corpo, abbiano o no una massa: questione non da poco, se si pensa che un neutrino provvisto di massa darebbe un bello scossone a quel pilastro monumentale su cui si regge la moderna concezione dell'universo e che va sotto il nome di Modello Standard". 2 - Richiamiamo le componenti e le derivate temporali del versore radiale r, e del versore azimutale θ nel piano xy: r = cos(θ)i + sin(θ)j, θ = -sin(θ)i + cos(θ)j dr/dt = [-sin(θ)i + cos(θ)j]dθ/dt = θdθ/dt = ωθ dθ/dt = [-cos(θ)i -sin(θ)j]dθ/dt = -rdθ/dt = -ωr d2r/dt2 = θ(dω/dt) - ω2r d2θ/dt2 = -r(dω/dt) - ω2θ. 3 - Nel sistema "puramente meccanico" si tratta di esprimere per esempio il Coulomb con le sole dimensioni L, M, T. Per ottenere ciò, si può partire dalla legge di Coulomb, in forma scalare, F = qq'/4πε0r2, il cui secondo membro deve mantenere le dimensioni di una forza, [F] = [ma] = LMT -2, come il primo. Giacché non esistono cariche prive di massa, è naturale fare in modo che possa apparire al numeratore della citata espressione, per il prodotto qq', una massa al quadrato, però in rapporto a un quadrato del tempo. Poiché la massa compare solo al primo grado nell'equazione dimensionale della forza, una massa dovrà allora intervenire, ancora al primo grado, nel coefficiente ε0 al denominatore. Infine, il semplice termine L nel numeratore della LMT -2 si può ottenere dimensionalmente pensando a un termine di spazio al cubo nel denominatore di ε0. In definitiva si ottiene, con efficace analogia fluidodinamica: carica elettrica = massa/tempo = portata di massa

168 168 ε0 = massa/volume = densità (ovviamente relativa al mezzo, densità di massa d'etere, vedi la successiva Tabella). TABELLA Dimensioni e significati meccanici di alcune grandezze elettromagnetiche Sistema internazionale Verranno indicati, nell'ordine: - Denominazione, Simbolo, Dimensione nel sistema Dimensione nel sistema puramente meccanico M.K.S. - Significato meccanico, ulteriori informazioni. M.K.S.A., Costante dielettrica, ε0, L-3M-1T4I2, L-3M Densità di massa d'etere in aria rarefatta. Si deduce dalla legge di Coulomb, vedi nota 3. ε0 = 8.85*10-12 Kg/m3. Si può ottenere anche dalla densità spaziale di energia del campo elettrico, w = ε0e2/2. Carica elettrica, q, TI, MT-1 Portata di massa = flusso della quantità di moto per unità di volume, attraverso una superficie chiusa. Equazione di continuità (Gauss): D.dS = q. Campo elettrico, E, LMT-3I-1, LT-1 Campo di velocità locale, radiale, di etere perturbato da sorgente attiva (carica elettrica). Valore limite di E = rigidità dielettrica Er ; per mica: Er = 2*108 m/s < c = 3*108 m/s. Spostamento elettrico, D = ε0e, L-2TI, L-2MT-1 Impulso o q.d.m. di volume unitario d'etere = densità superficiale della portata di massa. Densità superficiale di carica σe. Potenziale elettrico, V, L2MT-3I-1, L2T-1 Potenziale di velocità in flusso irrotazionale d'etere; potenziale scalare ϕ di velocità v. Analogia idromeccanica: v = - ϕ ; in elettromagnetismo: E = - V.

169 169 Intensità di corrente, I, I, MT-2 Energia per unità di superficie nella sezione di un filo conduttore attivo. Corrente determinata dall'orientamento di cariche elementari libere, sotto l'azione del campo E. Inverso di permeabilità magnetica µ0, 1/µ0, L-1M-1T2I2, L-1MT-2 Modulo di compressibilità d'etere = energia per unità di volume. In meccanica: kc. La relazione H = B/µ0 equivale alla relazione meccanica: τ = kcθ, dove τ è il momento torcente e θ l'angolo di torsione. Induzione magnetica, B, MT-2I-1, L0M0T0 Angolo di deformazione, dovuto a momento torcente. Si ha la densità volumica d'energia: w = H.dB. In meccanica rotazionale l'energia di torsione è W = τ.dθ. Campo elettrico indotto, Ei, LMT-3I-1, LT-1 Campo di velocità locale, rotazionale, d'etere, con variazione temporale solo in direzione. In meccanica, vorticità: ω = v. Densità di corrente, j, L-2I, L-2MT-2 Forza per unità di volume, in filo conduttore sotto tensione elettrica. j = σe (legge di Ohm) con σ = conduttività elettrica. Conduttività elettrica, σ, L-3M-1T3I2, L-3MT-1 Densità spaziale di carica libera effettiva in un conduttore; portata di massa per unità di volume. Dipendente solo dalla presenza di cariche libere, non dalla struttura del conduttore. Conduttanza elettrica, G, L-2M-1T3I2, L-2MT-1 Densità superficiale della portata di massa, omogenea con lo spostamento D. Densità superficiale di carica sulla sezione trasversale del conduttore. Resistenza elettrica, R, L2MT-3I-2, L2M-1T Area della sezione del conduttore per carica unitaria. Grandezza inversa della conduttanza. Non ha niente a che fare con l'attrito che le cariche incontrerebbero nel reticolo.

170 170 Capacità elettrica, C, L-2M-1T4I2, L-2M Densità superficiale di massa, dovuta alla condensazione superficiale della carica. Addensamento di massa sulle armature, per cariche opposte. Densità spaziale di carica, ρ, L-3IT, L-3MT-1 Densità spaziale della portata di massa. Omogenea con conduttività acustica, detta invece usualmente resistività acustica. Induttanza, L, L2MT-2I-2, L2M-1T2 Superficie per unità di corrente concatenata. Inverso della densità superficiale di corrente. Intensità di campo magnetico, H, L-1I, L-1MT-2 Momento meccanico dell'unità di volume, analogo in meccanica al momento τ di una forza. Dimensioni uguali a quelle di 1/µ0. Vettore potenziale magnetico, A=AA, LMT-2I-1, L Vettore posizione di un punto d'etere, nel metodo euleriano, in cui si può individuare la perturbazione. E' il vettore fondamentale primario nell'elettromagnetismo. La derivata azimutale -A (A)/ t è il campo elettrico indotto Ei ; rot(a) = B dà ulteriore significato a B; E e B sono grandezze derivate di A. ----Giuseppe Cannata è nato ad Acireale, il 23 novembre Laureato in Fisica (1949). Prof. ordinario, e poi Preside, di Fisica ed Elettrotecnica presso gli Ist. Tecn. Nautici di Trieste e di Palermo. Assistente di Fisica II (Ingegneria) e Prof. incaricato di Fisica (Ingegneria) presso l'università di Palermo, dal 1966 al E' autore di: Fisica - Elettricità e magnetismo (pp. 454, Palermo 1973); Onde elettromagnetiche (pp. 15, Palermo 1980); L'etere, questo sconosciuto - Relatività ed elettromagnetismo (pp. 103, Palermo 1981), nel quale si sostiene l'insopprimibile esistenza dell'etere e si rilevano incoerenze fondamentali della Relatività ristretta; Mechanical image of electromagnetism (pp. 20 Proceedings of the Conference on Foundations of Mathematics and Physics, Perugia 1989), nel quale si propongono una reinterpretazione delle equazioni di Maxwell ed una esauriente dimostrazione classica dell'espressione del quanto di Planck; Le funzioni di stato e le

171 171 conseguenze della disequazione di Clausius (pp. 23, Ed. Andromeda, Bologna 1990), nel quale si rilevano alcune incoerenze nella trattazione attuale delle proprietà dei "cicli termodinamici irreversibili", e si prova la necessità della diminuzione dell'entropia, il cui significato diventa convincente, e permette la dimostrazione dei postulati empirici del 2 Principio della termodinamica (mentre la temperatura, da grandezza empirica anomala, assume le dimensioni di intensità di radiazione energetica); Il potenziale vettore magnetico nelle equazioni di Maxwell (Congresso Internazionale "Cartesio e la Scienza", Perugia 1996); Il redshift cosmico e l'ipotesi del big bang (Congresso Internazionale "Cartesio e la Scienza", Perugia 1996); Electromagnetism in ether (Congresso Internazionale "Galileo Back in Italy II", Bologna 1999). Vortici d'etere nella concezione dei Principia Philosophiae cartesiani

172 172 ELECTROMAGNETISM IN THE ETHER (Giuseppe Cannata) To attribute an inertia to free space is not an option. It is soundly consistent with the fundamental laws of physics. The mechanical interpretation of electromagnetic phenomena would supply a concrete way of simplicity and unification. Consequently, the revised quantum theory could become without any contrast a modern chapter of a renewed classical physics. Here it is proposed a new elementary charge model, which would simplify the interpretation of many phenomena, including the controlled nuclear fusion. 1 - Introduction In the study of mechanics it is better to go from kinematics to dynamics by introducing an essential property of the body: mass or inertia. Momentum, force and energy ot the body have dimensions which contain always mass. The equations in which mass does not appear are merely kinematic. Linear and angular momenta, force and energy, in electromagnetism. do not explicitly contain mass. Nevertheless, by not wanting to consider them distinct quantities from those introduced in mechanics, and used in other sections of physics, they clearly must contain inertia, even when referring to vacuum localizations. We must therefore admit that vacuum has mass and may be easily called ether again. Of course, the global and specific characteristics of the ether must be made clear, by eliminating some wrong interpretations of the past. 2- Global characteristics of the ether a) It is no-sense to consider ether being absolute, since up to now none has been able to carry out observations of its stationarity in any part of the Universe. b) Partial or total drag of the ether does not exist. Ether is an integral part inside and around a star or a particle, and extends itself with decreasing

173 173 density up to a limit surface, beyond which it belongs to another star or particle. Our planet, for example, as an ether-terraqueous system is not spheroid-shaped like the terraqueous nucleus, but it is like a huge drop, which is compressed on one side by solar wind, while in the opposite side it is extended with a long geomagnetic tail. Michelson and Morley experiment does confirm the relative rest of the ether in the Earth's proximity, as the interferometer does not reveal a significant fringe shift. Bradley's stellar aberration has up to now been interpreted as an experience consistent only with an absolute ether. The astronomical telescope, pointed to the zenith toward the nearest star, must be inclined, with respect to the vertical line, of an angle α, according to Earth's movement. This angle is such that: tg α = u/c, where u is Earth's orbital speed and c light's speed. But the light coming from the star takes years to reach the Earth, that is to say, it travels only a few terrestrial diameters in which the ether belongs to the Earth, a distance which will always be negligible in respect to the starearth distance. Thus, the phenomenon can still be interpreted in Bradley's way, the thick layer of terrestrial ether notwithstanding. c) Ether is not continuous. The granularity or quantization of mass and energy is a universal characteristic. lt is evident that in acoustic phenomena the quantum of mass is a molecule of the substance which constitutes the medium of propagation. Ether can be conceived as composed by extremely small particles (ether monads), each one "insignificant", such perhaps as neutrinos, gravitons etc., however quanta of various kinds of aggregation. The organized collectivity of these entities is what we observe. The actual knowledge goes from the neutrino to the galactic clusters. In this huge range each system appears to be formed by subsystems, and so on. Each particle has a complex structure, determined by laws which are not always known, but which we often describe as more complicated than they truly are. d) Last century, light waves transversality made physicists assume an ether paradoxically gelatinous. In Maxwell synthesis, electric and magnetic fields are functions of transverse waves to be compared with shearing stress, existing only in solid bodies. Intrinsic rotationality of both fields makes the resort to the paradox useless. e) However, ether is able to transmit all perturbations from the electromagnetic to the nuclear, to the gravitational, without even excluding pressure and temperature ones. It would be enough to consider that volume

174 174 variations require a variation of intermolecular spaces, and that temperature varies with e.m. radiations through the interposed ether. 3 - Quantitative properties of the ether Wave phenomena are based on contiguity of particles constituting the medium, for instance molecules in the air, and not on continuity. Continuity is adopted in physics only in the macroscopic vision of microphenomena, supported by the powerful differential calculus. We know that the speed c of e.m. waves in vacuo is: (3.1) c = 1/ (ε0µ0) where ε0 = 8.85*10-12 farad/m is the permittivity of vacuum and µ0 = 4π*10-7 henry/m is the permeability of vacuum. If we compare (3.1) with the speed v of acoustic waves: (3.2) v = (k/ρ) where ρ is the mean density of the medium at rest, and k is its compression module, then ε0 can be interpreted as a mean density of the ether in rarefied air (in I.S. measures: Kg/m3). We may obtain the same result by Coulomb's force: (3.3) F = qq'/4πε0r2 between point charges q and q' at a distance r. As a matter of fact: 1) The force at the right-hand side of (3.3) has a physical dimension which contains mass, and this has to appear in the left-hand side too. 2) As charges without mass have never been observed, it is reasonable to think to a mass square in the right-hand side of (3.3), wich should appear in the product of the two charges; consequently, one should think to the presence of mass in the constant ε0. Remark 1 - Incidentally, we notice that the numerical value of ε0, or possibly an even smaller value in the interplanetary and interstellar spaces, would support the astrophysicists view in the search of a dark matter (or

175 175 missing mass) to close up the Universe. Furthermore, the red-shift of spectral lines of stars, interpreted until now as a Doppler effect due to the recession of galaxies, of magnitude related to the distance of the star (cosmic expansion), would be caused instead by the attenuation of the energy as the light travels through space, and would then increase with the increase of distance. In this way the hypotheses of big-bang, black holes, etc. would not stand any more. Ether inertia would also explain the gravitational cohesion of many galaxies, which is another astrophysics puzzle. Going back to (3.1), considering ε0 as a density, we have: (3.4) 1/µ0 = 7.96*105 N/m2 which is a value comparable to air's compression module: (3.4) k = (cp/cv)p0 = 1.4*105 N/m2 (cp and cv are molar heat capacities of biatomic gases, respectively at constant pressure and constant volume, and p 0 is the standard pressure of the atmosphere). 4 - Origin of the electromagnetic field From (3.3) the dimensions of a mass flow for the electric charge can be deduced as: (4.1) q = dm/dt ( [q] = MT-1 ). Proton p and electron e are like ether line vortices, which in Helmholtz fluid dynamics maintain mass flow (l.6*10-19 Kg/s) and angular momentum. Two model symbols of p and e, and of the neutron, can be seen in the previous article written in Italian. The proton consists in a tiny axial permanent jet of ether at a conservative velocity Er ("old" central electric field) with compensating vortex flows ("old" induced electric field Ei). On the contrary, electron aspirates ether axially, and spreads it out by circular swirls. The recovery of the ether is accomplished by the contiguity of similar ether vortices. The electric field has, in this way, kinematic dimensions of a local

176 176 velocity of ether: E=LT-1, which experimentally does not exceed 3*10 6 m/s ("old" dielectric strength in V/m) in the air, and about 2*10 8 m/s in mica, values which are however not exceeding light's speed c = 3*10 8 m/s. A distribution of elementary charges on the surface of a conductor, in equilibrium, produces externally a conservative velocity field Er. While the field Ei produces the attraction of similar parallel charges, according to Bernoulli's theorem on fluid dynamics, and cancels the induction field B, which has opposite values between equally directed charges. Thinking of a charge distribution on the two opposite sheets of a parallelplate capacitor, the number of field lines is finite and equal to the number of elementary generating charges. Indeed, if paradoxically two or more field lines would come out from a same single proton inclosed in a conducting shell, they would attract on the internal surface just as many electrons, and this would call on the outer surface of the shell just as many positive ions, clearly in excess of the inducing charge. And this would be in contrast with experiments and with Gauss theorem. Thus, an elementary charge acts directly only on a single opposite charge, as it happens naturally in neutral atoms. The model of point charge in spherical distribution can be applied only on a large scale. Remark 2 - According to this new scheme, the elementary electric dipole differs substantially from the presently known one, which is formed by two small spheres wich opposite charges. Today's model of dipole

177 177 New proposed model of dipole The two schemes agree only in the straight line going between the two opposite charges. In the old model, the other lines are all radial, irrotational, conventionally coming out from the positive charge. In the new proposed model, the same lines are rotational, opposite to the central field (straight line) and generating, in turn, a rotational magnetic field. An electric dipole, perturbed by either collisions of particles or by the incidence of e.m. radiations, does radiate in turn e.m. waves. Traditional dipole and much less accelerating charges do not clearly explain this e.m. waves generation. Furthermore, a central field has never been indeed observed in the surrounding space. Our model shows instead that the central field exists only in the antenna circuit. Besides, it locates the electric and magnetic fields, perpendicular and in time phase between themselves, and both transverse to the direction of propagation. In addition, the old model does not explain why the dipole cannot irradiate along its axis. By observing the new scheme one can obtain answers in agreement with all experience. 5 - Mechanical interpretation of Maxwell equations From a macroscopic Laplacian point of view, any point (elementary volume) of a fluid is located by a position vector, whose origin is in the center of a coordinate system, fixed in an inertial reference frame. We denote this vectorial function by A(x,y,z,t). Any elementary displacement: (5.1) da = (dψ) + dθ A

178 178 is the vector sum of two components: 1) (dψ) is the radial component, when the position vector A changes only in absolute value (ψ is a potential surface scalar function); 2) dθ A is the rotational component, when A changes only in direction. The (opposite of the) time rate change of A is given by: (5.2) E = - A/ t = - ( ψ/ t) - ω A where E is a local velocity field. The first term in the right-hand side of (5.2) gives the radial component of the field, while the second term is its rotational component. ψ/ t = ϕ is the velocity potential function; ω the angular frequency. The minus sign indicates that the terms of (5.2) are reactive and correlated to the principle of energy conservation. (5.2) expresses the Cauchy-Helmholtz theorem on the velocities in fluids. We can write it again as: (5.3) E = - (ϕ) - Ai/ t where Ai/ t = rotational displacement. Two Maxwell equations can be now immediately deduced: I) by applying curl operator to both sides of (5.2): (5.4) curl(e) = - curl(a)/ t = - B/ t [where, as usual, B = curl(a) ; of course, when one decomposes E in the two components Er and Ei, respectively radial and rotational, since the first component Er is conservative, then one has: curl(e) = curl(ei) = -curl( Ai/ t), in force of (5.3) - the equation (5.4) is obviously concerning e.m. induction phenomena]. II) by applying div operator to B = curl(a) : (5.5) div(b) = 0,

179 179 which states that B is a solenoidal field. In Maxwell theory A is obviously the magnetic vector potential, B is the magnetic induction vector, ϕ is the electric potential. The charge density σ(x,y,z,t) in coulomb/m3 can be interpreted in this model as: (5.6) σ(x,y,z,t) = ε(x,y,z,t)/ t [ σ has physical dimension L-3MT-1 ] We notice that the mass density ε(x,y,z,t) of the ether is surely variable where an electric charge is localized. The second law of dynamics applied to a unit volume of a fluid, whose density is ρ and whose velocity is v, and consequently its momentum density is ρv, can be written as: (5.7) Fu = (ρv)/ t = ρ v/ t + v ρ/ t. In the same way as the time derivative of momentum density εe is proportional, according to Hooke's law, to curl(b), the module of elasticity 1/µ0 can be written as: (5.8) (εe)/ t = ε E/ t + E ε/ t = (1/µ0)curl(B). The term ε E/ t does refer to the boundary of the unit volume where ε does not vary (as ε0 in vacuo), and so we can write it as ε0 E/ t. In the term E ε/ t the unit volume is supposed instead to contain charges. Introducing (5.6) into (5.8) gives: (5.9) curl(b) = µ0ε0 E/ t + µ0σe = µ0(ε0 E/ t + j) which does coincide with another Maxwell equation (one defines: j = σe the vector field density current). By applying div operator to both member of (5.9), we get: (5.10) div(j) = - (div(ε0e))/ t, and, if we put:

180 180 (5.11) div(ε0e) = σ = ε/ t, we obtain at last: (5.12) div(j) = - σ/ t. (5.11) and (5.12) are both continuity equations, and express respectively mass conservation and consequently charge conservation. (5.11) is Maxwell's fourth equation, local expression of Gauss theorem. 6 - The magnetic field The magnetic field vector H has the dimension L-1MT-2 of a volume vortex torque. The magnetic induction B is dimensionless as an angle. Hence the expression of energy density: (6.1) w = H.dB = µ0h2/2 is similar to the rotational energy: (6.2) W = τ.dθ, where τ = torque; dθ = rotation infinitesimal angle. We can also mention that (6.1) is the energy density which is dissipated in an hysteresis loop by a ferromagnetic substance. We have already asserted that the parallel elementary charges give rise to a magnetic field. The field B of each charge has concentric circular flow lines on planes, which are perpendicular to the rotation axis, the latter representing the direction of the central field Er (see previous pictures of the proposed vortex models for proton, electron, and neutron). The neutron, as a close coupling between proton and electron, instable outside the nucleus, has the same field B of proton and electron. In the same way, the atom of hydrogen is a steadier loose coupling of proton with electron. The molecule H2 of the hydrogen is the parallel coupling of two atoms with double field B. All these particles behave as diamagnetic elements, opposing their magnetic field to an external one. The particle rotation is such that as to inclose an area from where its field B is going out. The

181 181 stationary particles present a spin instead of an orbital angular momentum. All this is in accordance with Faraday's law and Lorentz force. It should be noticed that the new interpretation attributes to these particles only an induced, and not a pre-existing, magnetic momentum. Furthermore it points out the presence of a magnetic reaction also in neutral particles, as it has been experimentally confirmed. As a matter of fact, in our mechanical model even elementary charges have a spin, and for instance Stern-Gerlach experiment on the splitting of a narrow beam of atoms (for instance of Ag or H2), submitted to a non uniform but symmetric magnetic field, can been easily explained under our hypotheses - without introducing at all a presumed directional quantization of a magnetic dipole momentum, which in our opinion does not exist. 7 - Energy of electromagnetic waves Let's examine plane monochromatic linearly polarized e.m. waves. We first remark that energy densities of E and B are identical: (7.1) w = ε0e02/2 = B02/2µ0 (E0 is the amplitude of the electric field, and B 0 the amplitude of the induction field). The same identity is found for acoustic waves: (7.2) w = ρω2s02/2 = p02/2ρv2 where ρ is the density of the medium, ω the angular frequency, v the propagation velocity, s0 the amplitude of displacement, p 0 the amplitude of pressure variation. We will come back again to this in the following. We can now get the equation which rules e.m. waves propagation - in a chargeless and therefore currentless space, that is to say outside of conductors ( (ϕ) = 0). Keeping in mind that in this case equation (5.11) yields curl(b) = ε0µ0 E/ t, and that B = curl(a), E = - A/ t, we obtain, by means of simple substitutions in the first previous equation: (7.3) ε0µ0 E/ t = curl(curl(a)) = ε0µ0 2A/ t2 = 2(A) - (div(a)). We introduce now the well known "gauge condition":

182 182 (7.4) div(a) = 0, and we get at last from (7.3) the wave equation: (7.5) 2(A) - ε0µ0 2A/ t2 = 0. The magnetic potential vector A, which is today usually introduced as a not univocally defined mathematical function, without any physical meaning, is now interpreted as an ether displacement, namely as a primary wave function, an observable physical quantity, from which all the others electromagnetic quantities can be deduced. Remark 3 - As far as (7.4) is concerning, a divergence different from zero of a vector function would paradoxically contrast the homogeneity of free space! The other commonly used (for instance by Landau) Lorentz gauge condition: (7.6) div(a) = - ε0µ0 ϕ/ t, which is invariant from the relativistic point of view, is not physically meaningful, since potential ϕ is not a spatial wave function. The variable potential electric field only exists between two opposite distributions of charges in conductors, or between the plates of a capacitor. No experiment has, up to now, located in free space any electric field, variable and conservative, acting in the direction of propagation, that is to say, a longitudinal electric field! Even this persisting confusion can be overcome by the mechanicai tnterpretation of electromagnetism, according to the presently proposed model of elementary charge. Of course, when the function ϕ is a constant in the time, then the equation (7.6) coincides with (7.4). Coming back to our point, chosen the positive axis x as the propagation direction, and the plane xy as polarization plane, a displacement wave function solution of (7.5), which has now the following form: (7.7) 2Ay/ x2 - ε0µ0 2Ay/ t2 = 0, is a function of the kind:

183 183 (7.8) Ay = A0sin(kx-ωt) where k = 2π/λ is the wave number, λ the wave length, and ω = 2πν the angular frequency, λν = propagation speed = c, c2 = 1/ε0µ0 (see (3.1)). The local velocity field is obtained by derivation of (7.8): (7.9) Ey = - Ay/ t = ωa0cos(kx-ωt) = E0cos(kx-ωt) while the rotational relative stress is: (7.10) Bz = - Ay/ x = ka0cos(kx-ωt) = B0cos(kx-ωt) Taking into account (7.9) and (7.10), we obtain in fact the same energy densities, according to (7.1): (7.11) ε0e02/2 = ε0ω2a02/2 = 2ε0π2ν2A02 and (7.12) B02/2µ0 = k2a02/2µ0 = 2π2A02/λ2µ0 = 2π2A02/(1/ε0ν2) Concezione meccanica dell'elettromagnetismo secondo Maxwell

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