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1 disaccordo di libero scambio Il mercato crea davvero sviluppo? incoerenza promesse non mantenute crisi alimentare pressioni sui paesi poveri e gli obiettivi del millennio? cambiamento climatico aumento della povertà poca trasparenza disuguaglianze in aumento Più divisi, più deboli! Marta Clementi Il commercio delle banane, il caso caraibico Renwick Rose Libero commercio: 2010, ultima fermata? Monica di Sisto Il paradosso del libero scambio: il caso del Ghana George Osei Bimpeh L Europa investe l Africa Roberto Sensi L opposizione della società civile del sud Babacar Ndao, Arze Glipo, Hermer Velasquez Il post Copenaghen Francesco Luca Basile Che fine fa il lavoro? Cecilia Brighi PPP: risorse reali per lo sviluppo? Vera Melgari Riformare la governance globale Lorenzo Fioramonti Guardare il mondo con un occhio solo Marta Clementi Francesco Luca Basile

2 Il volume è stato realizzato all interno del progetto europeo Pubblicazione a cura di Amici dei Popoli o n g via Bartolomeo Maria dal Monte 14, Bologna tel fax c o o r d i n a m e n t o Marta Clementi, Luca Francesco Basile, Elisabetta d Agostino t r a d u z i o n e Caterina Monti, Elisa Romano g r a f i c a e d impaginazione Studio Grafico Cardo Riccardo s.n.c. s ta m pa Nuova Grafica Imola Questo documento è stato pubblicato con il sostegno finanziario della Commissione Europea. Le opinioni espresse all interno di questo volume sono responsabilità dell ONG e non rispecchiano l opinione ufficiale della Commissione Europea più divisi, più deboli! Marta Clementi il commercio delle banane, il caso caraibico Renwick Rose libero commercio: 2010, ultima fermata? Monica di Sisto il paradosso del libero scambio: il caso del ghana George Osei Bimpeh l europa investe l africa Roberto Sensi l opposizione della società civile del sud Babacar Ndao, Arze Glipo, Hermer Velasquez il post copenaghen Francesco Luca Basile che fine fa il lavoro? Cecilia Brighi PPP: risorse reali per lo sviluppo? Vera Melgari riformare la governance globale Lorenzo Fioramonti guardare il mondo con un occhio solo Marta Clementi e Francesco Luca Basile

3 quando la divisione fa la forza... dei piu potenti! di Marta Clementi operatrice del settore Educazione allo Sviluppo Amici dei Popoli Sentiamo sempre parlare di summit mondiali, di incontri governativi e ministeriali, di meeting internazionali ad alti livelli; all altisonante linguaggio usato in queste circostanze sono legati temi di importanza vitale per la popolazione mondiale, soprattutto per quella che vive nei paesi più poveri del mondo, i paesi in via di sviluppo. Si parla di cibo, di sovranità alimentare, di ambiente, di sicurezza, commercio e di globalizzazione. Sempre più spesso, però, sentiamo anche parlare di fallimento dei summit mondiali, di conclusioni al ribasso, di finali deludenti. Pensiamo, ad esempio, al Summit Mondiale della FAO sulla Sicurezza Alimentare tenutosi a Roma nel novembre 2009, il cui esito è stata una dichiarazione di intenti e senza impegni concreti. Non solo, sono stati ribaditi alcuni punti nella dichiarazione a sostegno di principi fortemente criticati dalla società civile del nord e del sud del mondo che puntualmente, in occasione di questi grandi forum, riesce a mobilitarsi e ad organizzare partecipatissimi contro forum, in grado di discutere gli stessi temi con una grande competenza ed incisività, ad un livello spesso molto più alto rispetto ai forum ufficiali. Nella Dichiarazione Finale di Roma vengono elencati una serie di principi e di future azioni che gli stati si impegnano a portare avanti, senza però fissare né delle date né dei numeri precisi. L unico a chiedere un numero, come succede all inizio di ogni summit delle Nazioni Unite quando si ridefiniscono e ri-dichiarano gli obiettivi da raggiungere, è stato il Direttore Generale della FAO, Jacques Diouf. Quest ultimo sostiene che sconfiggere il problema della fame nel mondo è possibile e che per farlo sono necessari, e molto in fretta, 44 miliardi di dollari; solo per avere un idea più chiara di quanto sia l impegno richiesto, basta fare qualche paragone. Foto di Carlo Pentimalli

4 Partnership for Change: reti, lobbying e advocacy Il progetto Partnership for Change, di cui Amici dei Popoli è capofila, è entrato in relazione con le maggiori reti nazionali, europee e mondiali che si occupano di Accordi di Partenariato Economico (EPAs), delle questioni intorno all istituzione di aree di libero scambio e del raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio. Tra le altre: la Stop Epa Campaign, l Africa Group della Svezia, AITEC Francia, dal Belgio, Both Ends dall Olanda, la Piattaforma delle ONG dei Paesi Baschi, la coalizione Stop Epa tedesca, Traidcraft del Regno Unito, World Rural Forum dalla Spagna; in Italia: Fair e Terra Nuova. Il confronto e la condivisione di idee e posizioni sul tema ha permesso al consorzio di diventare un attore importante all interno dei network che si battono a favore del raggiungimento di accordi più giusti e di partecipare ai maggiori momenti di mobilitazione e pressione portarti avanti nei confronti dei parlamentari europei. Dalla campagna di pressione in vista delle elezioni europee del 2009, all incontro tra rappresentanti della società civile e membri del Parlamento Europeo, allo Stop Epa Day celebrato ogni anno alla fine di settembre. Partnership for Change ha organizzato in Italia, Spagna, Gran Bretagna, Olanda e Belgio importanti seminari di confronto e approfondimento, arricchiti sempre dalla partecipazione della società civile dei paesi del sud. Tra le altre: Pelum Uganda, Civicus International, WINFA Caraibi, Send Foundation Ghana. 6 Roma, una sponda del fiume Tevere. Fonte: Carlo Pentimalli Nel 2009 gli Stati Uniti hanno speso 607 miliardi di dollari per le spese militari; in Italia la spesa militare pro capite nel 2009 è stata calcolata essere di 689$. Paradossale se si pensa che basterebbe che ogni italiano versasse 265$ a testa per raggiungere la quota che l Italia dovrebbe impegnare a favore dell Aiuto allo Sviluppo e raggiungere lo 0,7% del PIL, come stabilito nella Dichiarazione per gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio del Niente di impossibile quindi, è evidente che manca un reale impegno politico. Ancora, l Unione Europea spende ogni anno circa 80 miliardi di dollari per la Politica Agricola Comune, responsabile di squilibri e distorsioni del mercato sia interno che mondiale dei prodotti agricoli. Nel frattempo continuano ad aumentare le persone che soffrono per la mancanza di cibo; nel 2009 ogni minuto 100 persone nel mondo sono diventate povere superando, così, la quota di un miliardo di individui che vivono sotto la soglia di povertà. Al ritmo di 100 al minuto è come dire che in un mese la popolazione di un paese come la Croazia diventerebbe totalmente povera; un anno e poco più basterebbe per impoverire la popolazione italiana. La ricetta sostenuta dalla Dichiarazione finale del Forum, in linea con il filone di pensiero che identifica lo sviluppo come mera crescita economica, punta all aumento della produzione mondiale di cibo per risolvere il problema della fame e dell aumento della popolazione; tuttavia, come sostenuto più volte dalle organizzazioni della società civile (presenti a Roma con centinaia di delegati a rappresentanza di circa 450 organizzazioni del mondo) non si tratta di un problema di quantità ma di accesso e distribuzione. Il cibo che oggi viene prodotto sarebbe già sufficiente a sfamare la popolazione mondiale; il problema è che, da un lato, non tutti hanno la possibilità di procurarselo, dall altro, c è una parte di mondo, quella del nord, che consuma e spreca molte più risorse di quante gliene spetterebbero di diritto. Una simile critica è emersa anche durante la Conferenza di Copenaghen sul Cambiamento Climatico, dove la ricetta ufficiale e sostenuta dai governi è quella di puntare ad una crescita sostenibile o ad una crescita verde ; il paradigma, quindi, anche di fronte all allarmante crisi ambientale che stiamo vivendo, continua ad essere quello di crescere ed aumentare. Le proposte di sostenibilità avanzate dai governi, come quella della commercializzazione delle quote di emissione di CO 2, continuano a basarsi su meccanismi e leggi di mercato. Tuttavia, come ribadito nella Dichiarazione finale del Klimaforum09 (il forum parallelo sul cambiamento climatico organizzato dalla società civile mondiale) tali strategie non sono che delle scuse per continuare a sostenere come base di azione il modello dello sviluppo economico, lo stesso che è causa della distruzione ambientale e del cambiamento climatico in atto; ( ) l eccessiva emissione di CO 2, l inquinamento, la deforestazione, la desertificazione, l inquinamento delle acque non sono che il risultato di un sistema economico globale costruito su un accesso e un controllo disuguale delle risorse limitate del pianeta e dei benefici che da esse si traggono. Ancora una volta, quindi, un problema di distribuzione e di accesso; anche in questa occasione, però, il Forum sul Clima si è chiuso con una dichiarazione di intenti, con i governi che hanno semplicemente dribblato ogni forma di impegno concreto e vincolante, sia nella riduzione delle emissioni di CO 2 che nel prendere coscienza che quello attuale non è un sistema economico sostenibile. Tutto rimandato, quindi; ancora una volta hanno vinto gli interessi economici, in primis quelli delle grandi corporations industriali accorse numerose e ben preparate al Forum di Copenaghen, per ricordare ai governi la loro forza e il potere che riescono ad esercitare. Non solo, si è fatto anche un passo indietro con il richiamo nell Accordo finale alla sovranità degli stati nazione, a discapito del multilateralismo e dell interesse comune. Pochi giorni dopo la conclusione del Forum della FAO di Roma, si è svolto a Ginevra l ennesimo summit ministeriale dell Organizzazione Mondiale del Commercio il cui scopo, da alcuni anni a questa parte, è quello di non arrivare ad un imbarazzante e irreversibile fallimento dell organizzazione stessa. Da tanto, ormai, si evita di parlare concretamente di argomenti spinosi come l accordo per la liberalizzazione dei prodotti agricoli, proprio per non andare incontro ad un clamoroso fallimento. L OMC è uno dei pochi organismi multilaterali basato sul sistema un paese un voto, funzionamento che ha permesso ad alcuni paesi, come India, Brasile e Cina, di opporsi alle proposte poco allettanti del fronte europeo nord americano; non sarà colpa di questo spirito democratico se ci si trova in questa situazione di stallo? La soluzione è presto pronta. La tendenza, nemmeno troppo recente ma sempre più perseguita, è quella di discutere e negoziare degli accordi al di fuori dei forum multilaterali, in sedi più ristrette e meno complesse, il cui scopo è raggiungere degli accordi tra due paesi o tra gruppi di paesi. Gli accordi possono riguardare un aspetto specifico (ad esempio dei prodotti agricoli o industriali, i servizi, il livello di apertura commerciale); ma possono anche essere molto più ampi e onnicomprensivi, fino a costituire delle vere e proprie aree di libero scambio dai paesi che li stipulano (Free Trade Forum della società civile parallelo al Vertice FAO, Roma Fonte: FAO News 7

5 Areas, in inglese). Esistono già in ogni continente diversi esempi di accordi bilaterali (che possono essere tra due paesi o tra gruppi di paesi, chiamandosi in questo caso accordi regionali ) e riguardano i settori più diversi; la loro caratteristica principale è che il più delle volte, in forum più ristretti, si riescono a raggiungere dei risultati e degli accordi su argomenti difficili e conflittuali e che, proprio per la loro importanza, nel multilaterale ad oggi non trovano ancora una soluzione. Sono diversi e abbastanza intuibili i motivi per cui gli accordi bilaterali hanno più successo dal punto di vista della negoziazione; in primo luogo sono meno noti e conosciuti, le parti si incontrano senza troppo clamore e cercano di evitare il dibattito pubblico e il coinvolgimento di altri attori, come la società civile. In secondo luogo, e questo vale per tutti i negoziati che si svolgono tra i paesi in via di sviluppo e i paesi nord occidentali, i paesi sviluppati hanno sicuramente un potere negoziale maggiore rispetto ai paesi in via di sviluppo, sono in grado di esercitare forti pressioni e di far leva su temi vitali per i paesi in questione (come, ad esempio, l Aiuto allo Sviluppo o il livello degli investimenti). Ancora, i negoziati sono spesso lunghi e richiedono un impegno di risorse, personale ed expertise che i paesi in via di sviluppo non hanno sempre a disposizione. Non è semplice fare il conto degli attuali accordi che ad oggi istituiscono aree di libero scambio; nel tempo si sono moltiplicati costituendo un insieme intrecciato e sovrapposto di accordi che il più delle volte creano confusione e conflitto tra i vari agglomerati. Non tutti gli accordi raggiunti hanno poi un effettiva attuazione e una reale implementazione; il fatto, però, che ce ne siano tanti testimonia che si tratta di una strategia efficace almeno dal punto di vista del raggiungimento dell accordo. Alcuni esempi. Gli Stati Uniti hanno degli accordi di libero scambio singolarmente con Cile, Corea, Colombia, Malesia, Marocco, Oman, Panama, Thailandia, Taiwan, Australia e Bahrain. Oltre a questi accordi strettamente bilaterali, gli USA ne hanno in ballo molti altri: un accordo con il gruppo dei paesi andini, ovvero Perù, Bolivia, Cile, Colombia, Venezuela ed Ecuador; il FTAA (Free Trade Area of Americas) che comprende 34 paesi delle due Americhe; il NAFTA (North American Free Trade Agreement) tra USA, Canada e Messico. Il US-DR-CAFTA con i paesi del centro America, più precisamente Costa Rica, El Salvador, Guatemala, Honduras e Nicaragua; l accordo con SACU (Southern African Customs Union) di cui fanno parte Sud Africa, Botswana, Namibia, Lesotho e Swaziland; ancora, lo US-UAE, con gli Emirati Arabi Uniti. Anche l Unione Europea offre un ampio spettro di possibilità. Oltre agli EPAs (Accordi di Partenariato Economico tra UE e paesi di Africa, Caraibi e Pacifico), cui sarà riservata una particolare attenzione nei vari capitoli del presente volume, il vecchio continente ha accordi di libero scambio singolarmente con Cile, Israele, Giordania, Corea, Libano, Messico, Marocco, Autorità Palestinese, Turchia, SACU, Egitto, Canada, Stop Epa Day Fonte: Transnational Institute Colombia e India. Ha accordi regionali con i paesi della penisola arabica (GCC), con i paesi del Mediterraneo e con il Mercosur. Ciò è già sufficiente a dare un idea della complessità e della confusione che genera questo intreccio; i temi principali di questi accordi sono gli stessi che tutt ora vengono negoziati in sede WTO. Il principio che sta alla base degli accordi di libero scambio è la convinzione che l apertura dei mercati permetta ai paesi e alle economie di crescere e di beneficiare degli effetti positivi delle liberalizzazioni di prodotti, beni e servizi. Questa è anche la filosofia che guida l azione delle più importanti istituzioni internazionali come la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale e la World Trade Organization. Le recenti crisi, economica, finanziaria, alimentare e climatica, hanno nei fatti confutato tali assunzioni e hanno dimostrato al mondo la debolezza e l inefficacia dell attuale sistema economico. Nonostante, poi, i paesi più ricchi abbiano rischiato il collasso totale delle proprie economie, il processo di liberalizzazione e l idea che lo sostiene sopravvive, e continua ad esistere una forte pressione verso quei paesi che ancora lottano contro la totale liberalizzazione. Lo scopo principale di questo volume è discutere ed analizzare alcuni aspetti legati al tema delle aree di libero scambio e che hanno diretta influenza sulla vita delle persone; pur essendo quello commerciale ed economico l aspetto principale toccato dalle aree di libero scambio, tuttavia ci sono una serie di altri settori che ne vengono influenzati più o meno direttamente. La salute, l educazione, l agricoltura, l ambiente, il lavoro, riguardano la quotidianità della vita di tutte le persone e sono ambiti la cui regolamentazione influisce sul livello di accesso ai servizi, di difesa dei diritti umani, di tutela dell ambiente. Il tentativo, quindi, è quello di riflettere e di sollevare degli interrogativi sul nostro sistema economico e di governance globale, e, soprattutto, sulle soluzioni che vengono proposte dai nostri governi. Un attenzione particolare sarà riservata all Unione Europea, in particolare agli Accordi di Partenariato Economico che sta cercando da anni di concludere con i paesi di Africa, Caraibi e Pacifico (ACP). Le politiche commerciali ed economiche dell Europa sembrano in parte contraddittorie rispetto alle promesse e agli impegni presi a favore degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio; la salvaguardia dei diritti umani, la protezione dei beni comuni e il rispetto per la sostenibilità ambientale sono oggi i pilastri delle politiche internazionali a favore dello sviluppo, ma i risultati che l UE cerca di raggiungere con gli EPAs sembrano in contraddizione con tali assunti. Ed è proprio il discorso sulla coerenza delle politiche a preoccupare chi, a diversi livelli, si occupa di sviluppo; in vari trattati infatti, non ultimo quello di Cotonou tra UE e paesi ACP che ha dato il via ai negoziati EPA, l Unione Europea ha sancito il principio della Coerenza delle Politiche per lo Sviluppo. Tale principio dovrebbe assicurare che gli obiettivi delle politiche di cooperazione allo sviluppo portate avanti dall Europa non siano minati dagli effetti delle altre politiche messe in atto in altri settori. L UE aveva, perciò, identificato dodici aree per le quali sia la Commissione, sia gli stati membri si impegnavano a fare degli sforzi per promuovere il principio della Coerenza delle Politiche per lo Sviluppo: commercio, ambiente, cambiamento climatico, sicurezza, agricoltura, pesca, aspetti sociali, migrazione, ricerca ed innovazione, società dell informazione, trasporti ed energia. Il presente volume dimostrerà come in molti settori la mancanza di coerenza è fortissima e le recenti crisi lo dimostrano. Non solo, l UE ha recentemente fatto un passo indietro anche formalmente: in una comunicazione del settembre 2009 la Commissione, con la giustificazione di voler affrontare la complessità del tema della coerenza delle politiche, propone di restringere a cinque i settori per i quali si dovrebbe perseguire tale coerenza, in particolare cambiamento climatico, sicurezza alimentare, migrazione, proprietà intellettuale, sicurezza e costruzione della pace. Rimangono fuori agricoltura e commercio, tanto per citarne alcuni, settori per i quali tutti i paesi in via di sviluppo si stanno battendo e per i quali viene chiesto un radicale cambiamento di rotta, come vedremo. Troppo spesso gli interessi economici e commerciali prevalgono nei processi decisionali degli stati, dell Unione Europea e delle organizzazioni internazionali, a discapito degli sforzi a favore dello sviluppo e delle politiche di riduzione della povertà. Tornando ai dati citati sopra, nel 2009 ci sono stati oltre 50 milioni di poveri in più al mondo, 100 al minuto; la popolazione che si trova sotto la soglia di povertà ha superato il miliardo. Nonostante questo dato tragico e allarmante, la comunità internazionale sembra aver messo nel dimenticatoio gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio che tra soli cinque anni vedranno la loro scadenza. Riferimenti: Declaration from Social Movements/NGOs/CSOs Parallel Forum to the World Food Summit on Food Security: Declaration of the World Summit on Food Security Rome 2009: Final_Declaration/WSFS09_Declaration.pdf Sipri Yearbook 2009: An end to world hunger? The World Summit on Food Security, a missed opportunity Policy Coherence for Development, Concord: System change not climate change A People s Declaration from Klimaforum09: People_s_Declaration_from_Klimaforum09_-_ultimate_version.pdf 8 9

6 agricoltura e accordi di libero scambio: il caso dei caraibi orientali di Renwick Rose coordinatore di WINFA (associazione di coltivatori delle Isole Windward) La crisi alimentare degli ultimi due anni ha dato nuovi stimoli al dibattito sul ruolo dell agricoltura nello sviluppo economicosociale globale, sui temi cruciali della sicurezza e della sovranità alimentare, e, soprattutto, sul ruolo delle piccole aziende agricole in un contesto più ampio. Dal dibattito sono scaturite critiche al dominio su scala mondiale dei modelli neoliberali di sviluppo economico che si basano sugli accordi di libero scambio (FTA). Negli ultimi vent anni tali modelli sono proliferati grazie ai potenti Paesi del nord che si riunivano in enormi blocchi economici per cercare in seguito di firmare accordi bilaterali di libero scambio con i Paesi in via di sviluppo. All origine di tutto ci sono le norme e le disposizioni dell Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), le quali hanno dato uno status legale a questa idea di libero scambio. Tale idea si basa sul presupposto che i Paesi in via di sviluppo possano riuscire a spezzare le catene della povertà e del sottosviluppo solamente attraverso la totale apertura dei loro mercati a commercianti e investitori dei Paesi sviluppati. Questa teoria trova un ampio consenso anche tra i politici di molti Paesi sottosviluppati, Caraibi compresi. La Comunità Caraibica (CARICOM), sebbene non abbia ancora completato il processo regionale di integrazione in un Mercato ed Economia Unici dopo trent anni di lavoro, ha quindi voluto rispettare tali disposizioni nei confronti di entità extra-regionali. Prima corteggiata, invano, dagli USA per entrare a far parte di una futura Area di Libero Scambio delle Americhe, che avrebbe dovuto estendersi dall Alaska alla Patagonia, la CARICOM (insieme alla Repubblica Domenicana) ha sottoscritto invece un Accordo di Partnership Economico (EPA) con un Unione Europea allargata. La CARICOM ha recentemente avviato dei negoziati con il Canada per un altro FTA, CARIBCAN. Per i Caraibi, e soprattutto per le minuscole isole orientali che vivono delle esportazioni di banane, le implicazioni sono profonde. Un coltivatore di banane delle Isole Windward. Fonte: WINFA

7 Renwick Rose Coordinatore e amministratore delegato di WINFA, l associazione dei coltivatori delle Isole Windward, Renwick Rose è uno dei pionieri del Movimento del Commercio Equo e Solidale nei Caraibi. Nel 2000 il suo operato fu determinante per garantire le prime esportazioni delle banane equo solidali delle Isole Windward nel Regno Unito. L anno scorso ha firmato per conto di WINFA il primo contratto di compravendita di azioni, evento storico per un associazione di coltivatori delle Isole Windward. Renwick è stato inoltre molto attivo nella sensibilizzazione sulle questioni commerciali per conto delle istituzioni caraibiche. È membro fondatore del Civil Society Forum di Saint Vincent e Grenadine, nonché presidente del Consiglio Nazionale per lo Sviluppo Economico e Sociale, un organo locale istituito dal parlamento per dialogare con il governo in materia di politiche economiche e sociali. A livello regionale Renwick è appena stato eletto presidente del Centro per le Politiche di Sviluppo dei Caraibi, una ONG regionale che raggruppa donne, giovani, operai, coltivatori, associazioni ambientaliste, religiose e enti sociali. A livello internazionale è anche membro fondatore dell ACP Civil Society Forum e membro di una sezione del Comitato Economico e Sociale Europeo. Renwick ha partecipato come rappresentante ai lavori dell Assemblea Parlamentare Paritetica ACP-UE. WINFA Associazione di contadini caraibici Da anni una voce ferma e una visione chiara per gli tutti agricoltori WINFA è una organizzazione non governativa fondata nel L organizzazione rappresenta, protegge e promuove gli interessi di migliaia di agricoltori delle isola WINDWARD in una battaglia continua per migliorare la propria tenuta, la famiglia, la comunità e le condizioni nazionali. Nell attuale nuovo ordine economico globale, tutto ciò significa affrontare la sfida di rendere sostenibili le condizioni di vita e il reddito dei coltivatori di banane e di sostenere l industria delle banane, a fronte delle sfide del WTO e delle regole di altri regimi commerciali che minacciano la stabilità economica della regione. La mission di WINFA è quella di costruire un organizzazione democratica e finanziariamente indipendente che difenda la cause degli agricoltori e delle comunità rurali dei Caraibi attraverso l implementazione di azioni a favore della sovranità alimentare, della parità di genere, della continuità e della costruzione di reti. premesse Le isole Windward sono quattro mini-stati situati nella parte orientale dell arcipelago caraibico e comprendono Grenada, la Dominica, Santa Lucia e Saint Vincent e Grenadine. L economia di queste isole, che contano una popolazione totale inferiore a abitanti, è per tradizione fondata sulla produzione agricola, in particolare sull esportazione di noce moscata e spezie a Grenada e su quella di banane nelle altre tre isole. Favorita dalle condizioni climatiche ottimali, tra la metà degli anni Cinquanta e gli anni Novanta la produzione di banane fece da traino allo sviluppo economico, introducendo un modello di produzione a monocoltura per l esportazione. Grazie a un mercato sicuro e protetto nel Regno Unito, l industria della banana divenne il cuore dell attività economica delle isole, spesso a discapito della produzione alimentare locale poiché era l unico settore su cui si concentravano lo sviluppo di infrastrutture e la commercializzazione. Nel 1990 l esportazione di banane ammontava al 75-90% delle esportazioni totali dalle tre isole, contribuendo al 20-30% del PIL (fonte: Statistiche governative di la Dominica, Santa Lucia, Saint Vincent e Grenadine). Coltivatori di banane delle Isole Windward. Fonte: WINFA la guerra delle banane Nel 1993 la situazione cambiò radicalmente in seguito alla nascita del Mercato Unico Europeo, il quale necessitava di un Organizzazione Comune di Mercato (OCM) per le banane in Europa. Venne elaborato un complesso contingente tariffario comunitario, secondo il quale le importazioni di banane dall Africa, dai Caraibi e dal Pacifico (Paesi ACP) erano esenti da dazi fino a un certo tetto quantitativo, mentre le banane dall America Latina, cioè il grosso delle banane importate in Europa, erano soggette a un dazio di 275 euro a tonnellata. Nacque così una delle principali dispute commerciali a livello internazionale, la quale sollevò dei dubbi sul concetto di libero scambio e sulle regole della stessa OMC. Fin dall inizio tale disposizione sembrava non accontentare nessuno. I Paesi ACP non gradirono i limiti posti al contingente e ritenevano che il dazio non fosse sufficientemente alto da proteggerli dai vantaggi concorrenziali di cui godevano le produzioni su vasta scala dell America Latina. Dal canto loro, gli Stati Uniti, le cui multinazionali (Dole, Del Monte e Chiquita) insieme ai grandi produttori nazionali di Ecuador, Colombia e Costa Rica coprivano più del 75% delle importazioni europee e avevano il monopolio del mercato nord-americano, scatenarono un pandemonio a causa del dazio. All epoca dei fatti l OMC era appena stata istituita in seguito al successo della fase finale dei negoziati internazionali sul commercio all Uruguay Round. A differenza del suo predecessore, l Accordo Generale sulle Tariffe e il Commercio (GATT), all OMC fu conferito il potere di applicare sanzioni agli stati membri che agivano contro le sue norme e disposizioni. A tale scopo venne creato un Organo di Conciliazione al quale le parti lese potevano rivolgersi. Fu proprio a questo organo che gli USA e altri stati dell America Latina manifestarono il loro disappunto scatenando la più aspra disputa commerciale internazionale. Secondo loro la normativa comunitaria violava il principio di libero scambio ed era giudicata «discriminante» nei confronti dei produttori dell America Latina. Come era prevedibile, considerando i presupposti con cui era nata l OMC, l Organo di Conciliazione si dichiarò sempre a favore dei querelanti. Coltivatori di banane delle Isole Windward. Fonte: WINFA 12 13

8 Di fronte alla minaccia di pesanti sanzioni, l UE fece marcia indietro e iniziò a smantellare il regime delle banane. Questo però contrastava con gli impegni assunti nei confronti dei Paesi ACP secondo i termini della Convenzione di Lomé, con la quale l UE si impegnava a non danneggiarli in alcun modo attraverso accordi commerciali con terzi. In questo caso non fu così, e con l inasprimento della «guerra delle banane», dal momento in cui la controversia divenne di dominio pubblico, ogni adeguamento a sfavore dell accesso preferenziale arrecò ai produttori dei Paesi ACP seri danni. Nel caso delle isole Windward i danni furono quasi catastrofici. Se nel 1990 l esportazione di banane ammontava a quasi 300,000 tonnellate con circa 27,000 coltivatori coinvolti, la produzione iniziò a precipitare rapidamente nel momento in cui gli agricoltori furono tagliati fuori a causa del crollo dei prezzi (risultato dell invasione del mercato delle più economiche banane dell America Latina e dell aumento dei costi dei fattori produttivi). Nel 2000 circa 8,000 coltivatori esportavano banane dalle Isole Windward mentre oggi ne sono rimasti appena 3,000, per un contingente totale di circa 100,000 tonnellate all anno 1. È interessante osservare la dimensione di genere in questo caso: infatti, sono stati soprattutto gli uomini ad abbandonare l industria delle banane, principalmente a causa di una maggiore mobilità economica, mentre più del 30% dei coltivatori rimasti è donna, e molte di loro fanno parte di nuclei familiari monoparentali (fonte: WINFA Fairtrade). L esperienza della «guerra delle banane» e dei rapporti con l OMC ha aperto gli occhi ai coltivatori e alla gente delle isole Windward mettendoli di fronte alla dura realtà del commercio internazionale. Infatti, appresero con disappunto che, pur non essendo un Paese esportatore di banane, gli USA godettero di pieni diritti di fronte all Organo di Conciliazione dell OMC, proprio come gli altri stati dell America Latina, mentre ai produttori delle Isole Windward, nonostante fossero i più danneggiati, non furono riconosciuti «interessi precipui» e dovettero cercare sostegno da parte dell UE. È questo, dunque, il concetto di giustizia e imparzialità nel circolo dell OMC. In secondo luogo, poiché l OMC è saldamente legata a principi economici e commerciali, le considerazioni sociali e ambientali non sono giudicate rilevanti. La minaccia alla sopravvivenza di migliaia di piccoli coltivatori, la terribile dislocazione sociale e l aumento della povertà sono problematiche che trascendono la sfera d interesse dell OMC. Sulla questione della concorrenza, la tesi secondo cui i dazi Bananeto nelle Isole Windward. Fonte: WINFA imposti dall UE alle importazioni dall America Latina costituirebbero una restrizione al libero scambio, rendendole meno competitive, non prende in considerazione che la presunta competitività delle banane americane è ottenuta a costo del grave degrado ambientale provocato dall uso massiccio di pesticidi tossici da parte delle multinazionali. Questi stessi pesticidi hanno anche provocato danni alla salute e alle capacità riproduttive. A tale proposito i sindacati dei lavoratori hanno condotto con successo numerose battaglie legali contro le multinazionali. I sindacati dei lavoratori hanno dovuto inoltre lottare affinché le multinazionali rispettassero i diritti fondamentali degli operai dell industria delle banane, come per esempio il diritto fondamentale della libertà di associazione (sindacati). Quando viene negato il diritto alla contrattazione collettiva, le multinazionali dell industria della banana possono adottare pratiche giudicate illegali dall Organizzazione Mondiale del Lavoro, come ad esempio il pagamento di salari che non garantiscono uno standard di vita dignitoso, assenza di una minima assistenza sanitaria e di responsabilità sociali, nonché il ricorso riprovevole allo sfruttamento minorile. La tolleranza di queste azioni palesemente antisociali rafforza il cosiddetto vantaggio competitivo delle banane americane sfruttando le condizioni del libero scambio. gli epa (Economic Partnership Agreements) L OMC è controllata dai grandi blocchi commerciali come NAFTA (America del Nord), UE (Europa) e ASEAN (Asia), i quali cercano di allargare la propria sfera d influenza e di far aprire i mercati dei Paesi in via di sviluppo grazie agli FTA. Gli USA, non appena incastrati Canada e Messico nel NAF- TA, avevano proposto un ambizioso accordo emisferico, l FTAA (Free Trade Area of the Americas), ovvero una zona di libero scambio delle Americhe. Tuttavia, l opposizione delle forze emergenti come Brasile e Mercosur costrinsero ad accantonare quei piani in favore di approcci bilaterali. Ma neppure l UE perse tempo. Nel 2000, infatti, con l Accordo di Cotonou, che sostituì quello di Lomé, l Europa propose una serie di cosiddetti EPA con i Paesi ACP. Gli EPA venivano promossi non come semplici «accordi di libero scambio» bensì come reale «partnership economica», benché basata principalmente sullo stesso presupposto di reciproca apertura dei mercati tra «partner» molto diseguali. I negoziati sugli EPA, che ebbero una portata regionale diversamente dagli altri accordi UE-ACP, furono lunghi e tormentati: infatti, numerosi Paesi dell Africa e del Pacifico espressero grande preoccupazione circa l impatto della reciprocità in considerazione del divario tra i livelli di sviluppo dell UE e delle sei regioni dell ACP. Nei Caraibi, inoltre, vennero sollevati dubbi non solo dai governi, ma anche dalla società civile organizzata, nella quale i coltivatori delle Isole Windward, con l acronimo WINFA, occupavano un ruolo di rilievo. Sotto la guida del Centro per le Politiche di Sviluppo dei Caraibi (CPDC), il settore della società civile organizzata mobilitò l opinione pubblica sugli EPA. Questo fu necessario poiché l approccio agli EPA era segreto e i negoziatori complottavano a porte chiuse, tanto che né i governi né i parlamenti sembravano essere a conoscenza dei reali compromessi. La mobilitazione della società civile, con manifestazioni, picchetti e comizi a Santa Lucia, alle Barbados e a Saint Manifestanti contro gli EPAs nell Isola di Barbados. Fonte: WINFA Vincent, costrinse i negoziatori a incontrare i rappresentanti per discutere delle loro preoccupazioni. Malgrado le rassicurazioni, comunque, ben poche questioni sollevate dalla società civile vennero prese in considerazione: tra queste la fretta di concludere i negoziati e firmare l accordo molto prima di ogni altra regione ACP, addirittura prima che si fosse trovato un accordo al Doha Round nell ambito dell OMC; il ritmo e la misura dell apertura del mercato; l inadeguatezza della tutela delle esportazioni vitali per i Caraibi, come banane, zucchero e riso; la minaccia alla sovranità alimentare e allo sviluppo agricolo della regione; l insufficiente sostegno nello sviluppo della capacità produttiva necessaria per trarre vantaggi dall apertura del mercato; infine, il disinteressamento nel dare un ruolo rilevante alla società civile all interno del processo. Di contro, i negoziatori europei iniziarono a esercitare pressioni sui Caraibi affinché fissassero un termine, facendo leva sullo stanziamento del decimo FES (Fondo Europeo di Sviluppo). L allora presidente del CARICOM, il presidente del Guyana Jagdeo, dovette criticare il comportamento dell UE e il suo ultimatum. Tuttavia, dietro la minaccia di ritirare unilateralmente l accesso preferenziale e di collocare le banane caraibiche all interno del Sistema di Preferenze Generalizzato (SPG) a partire da gennaio 2009, le isole furono costrette a cedere. I governi delle Isole Winward accettarono, loro malgrado, di firmare l EPA, assicurando ai loro cittadini che quello era l unico modo per salvare l industria della banana. Con disappunto da parte degli altri Paesi ACP che continuavano a pretendere condizioni più eque per gli EPA, il CARIFORUM (CARICOM insieme alla Repubblica Dominicana) capitolò e firmò un EPA prima dell incombente scadenza di dicembre Ad oggi è l unica regione ACP ad averlo fatto. Contrariamente alle garanzie di un futuro di sviluppo per l industria bananiera, l UE è giunta alla fase finale della controversia sulle banane e ha rivolto la sua attenzione ai più lucrativi FTA con il Centro America e il Patto Andino. Secondo la «risoluzione finale» perfino le già ridotte preferenze ai produttori caraibici dovranno essere eliminate a partire dal I dazi sulle banane americane, sostanzialmente diminuiti nell ultimo decennio, dovranno essere abbassati ulteriormente entro il 2016, segnando di fatto la fine dell industria della banane nelle Isole Windward. la reazione di winfa Come hanno affrontato questi sviluppi i coltivatori delle Windward e come hanno fatto a sopravvivere in una condizione simile? Tre strategie sono state essenziali per l organizzazione della sopravvivenza, la creazione di una rete di contatti e la ricerca di alternative. Il duro colpo all agricoltura non ha danneggiato solo le esportazioni dalla regione, provocando una perdita di guadagni esteri con cambio favorevole. L apertura dei mercati, infatti, ha portato anche a un rapido aumento delle importazioni in generale, ma soprattutto 14 15

9 delle importazioni alimentari, colpendo così i coltivatori. Attualmente in tutta l area CARICOM solo il Guyana e il Belize sono esportatori netti di generi alimentari, mentre l intero Paese, nonostante il clima tropicale favorevole, acquista prodotti d importazione per 3 miliardi di dollari all anno 2. La mancanza di investimenti e sussidi all agricoltura, con aziende che devono competere con prodotti alimentari d importazione economici e finanziati, ha aggravato il calo della produzione, sia in termini assoluti sia rispetto ad altri settori. Particolare rilievo è stato dato al settore terziario e al turismo, allo scopo di poter sfruttare le bellezze naturali dei Caraibi, ma il nesso tra sviluppo turistico e agricoltura non è stato studiato con molta convinzione. Per poter affrontare tali questioni, è necessario prestare attenzione allo sviluppo delle competenze gestionali e produttive del settore primario, nonché a incoraggiare i coltivatori ad assumersi maggiori responsabilità nello sviluppo del settore stesso. Lo sviluppo delle competenze era alla base della strategia di WINFA: parte fondamentale era quella di mettere i coltivatori in condizione di comprendere meglio l ambito internazionale. La guerra delle banane, le esperienze con l OMC e le battaglie per l EPA hanno offerto l opportunità di sviluppare le competenze degli agricoltori nella disciplina commerciale. Queste battaglie hanno inoltre evidenziato la necessità di gruppi di sostegno e di pressione. Il settore primario non sarà mai in grado di affrontare le grandi sfide da solo, ecco perché WINFA ha dato molto rilievo alla collaborazione con altre associazioni di agricoltori, a livello regionale e internazionale, nonché con sindacati attivi nell industria delle banane, ONG e enti per la tutela ambientale. Questa strategia si è rivelata utile non solo nella guerra delle banane, ma anche in altre dispute commerciali attorno agli EPA. Il lavoro in relazione alla guerra delle banane è particolarmente istruttivo: coltivatori dei Paesi ACP, organizzazioni dei lavoratori, sindacati dei produttori bananieri dell America Latina, ONG, consumatori e associazioni ambientaliste si unirono per creare potenti gruppi di pressione e efficaci attività di sensibilizzazione, come ad esempio le due conferenze internazionali sull industria delle banane tenute nel 1998 e nel , ottenendo infine il sostegno delle Nazioni Unite nella realizzazione di un forum permanente multi-stakeholder sulla banana. La ricerca di soluzioni alternative è stato un fattore fondamentale per assicurare la sopravvivenza e il sostentamento dei coltivatori della regione. Di fronte alle conseguenze negative delle battaglie commerciali sul mercato delle banane, dal 1992 WINFA cominciò a valutare tutti gli strumenti di mercato alternativi. Alla fine degli anni Novanta le esplorazioni in questo ambito portarono a instaurare rapporti con il nuovo Movimento per il Commercio Equo e Solidale in Europa. A quell epoca l invasione delle più economiche banane dall America Latina minacciava di tagliare fuori dal mercato le banane caraibiche. WINFA reclutò il Movimento per il Commercio Equo e Solidale e, grazie a efficaci campagne di sensibilizzazione nel Regno Unito, con l aiuto di Banana Link e di una più ampia coalizione europea, tra cui EUROBAN 4, e con il sostegno di Oxfam UK, riuscì di fatto a salvare l industria delle banane delle Isole Windward. Nonostante un inizio tiepido nel 2000 con 466 coltivatori iscritti, il Movimento del Commercio Equo e Solidale oggi conta più del 90% delle esportazioni di banane dalle isole al Regno Unito, con più di 3,300 adesioni (fonte: WINFA Fairtrade). I vantaggi si possono riassumere come di seguito: garanzia di un continuo accesso al mercato a dispetto Manifestazione dei produttori di banane a Dominica. Fonte: WINFA Protesta contro gli EPAs a Saint Vincent e Grenadine. Fonte: WINFA della concorrenza delle banane americane; prezzi superiori ai costi di produzione con margini del 20-30% in più rispetto ai prezzi convenzionali, oltre a un premio sociale di 1$ a confezione (per un totale ad oggi di più di 10 milioni di dollari) da impiegare per lo sviluppo delle competenze, investimenti e progetti sociali nelle comunità rurali; vantaggi ambientali derivanti da condizioni di lavoro più salutari per i coltivatori e più ecosostenibili. In conclusione, è estremamente difficile nelle circostanze attuali garantire la sopravvivenza e un ruolo prominente ai piccoli coltivatori nell agricoltura moderna: a tale scopo c è bisogno di grossi cambiamenti politici e di un impegno costante da parte di gruppi di sensibilizzazione e gruppi di pressione, nonché di una rete di relazioni con gli altri settori. È questo uno degli obiettivi primari di WINFA, portato avanti congiuntamente alle seguenti attività: promozione e diffusione di metodi di produzione ecosostenibili; ricerca di nuove opportunità di espansione al di fuori del settore bananiero; assistenza ai coltivatori nello sviluppo di competenze gestionali e finanziarie per garantire una corretta conduzione delle aziende e dell industria nel complesso; responsabilizzazione dei coltivatori facendoli salire nella catena del valore e dando loro forza contrattuale per eliminare intermediari parassiti; costante sviluppo delle competenze nella disciplina commerciale; collaborazione con coltivatori di altri prodotti per sviluppare accordi con il settore della ristorazione; investimenti in attività agroalimentari e agrituristiche. 1 L Unione Europea e le banane delle Isole Windward - Una collaborazione stretta e vantaggiosa. Delegazione dell Unione Europea alle Barbados e Caraibi Orientali. 2 Importazioni alimentari del CARICOM, Segretariato Generale del CARICOM, 18 aprile Le conferenze internazionali sulla produzione di banane furono organizzate da un ampia coalizione di sindacati bananieri, associazioni di piccoli coltivatori, ONG, consumatori e associazioni ambientaliste. 4 Banana Link è un organizzazione britannica con base a Norwich, impegnata nella tutela e promozione del settore bananiero. È membro del coordinamento europeo EUROBAN che promuove un commercio equo e solidale delle banane a livello globale

10 libero commercio: 2010, ultima fermata? di Monica Di Sisto Vicepresidente di Fair Come in una coppia che non va il settimo anno di vita insieme decreta spesso, almeno nell immaginario comune, la fine dell iniziale idillio, il settimo Vertice Ministeriale dell Organizzazione Mondiale del Commercio (Wto) che ha riunito a Ginevra nel dicembre 2009 il Gotha dei Governi degli oltre 150 Paesi membri, ha rivelato con particolare evidenza tutto quello che da 10 anni a questa parte ha portato centinaia di migliaia di contadini, senza terra, produttori di cibo ma non solo, lavoratori, operai e sindacalisti, esperti, studiosi e studenti, e da ultimo anche tanti imprenditori, a opporsi con grande nettezza al ciclo corrente di negoziati di liberalizzazione commerciale. Al centro della sua agenda, per l ennesima volta, non ci sono stati i diritti di tutti, ma gli interessi di pochi. Il primo, severo, altolà è arrivato a Seattle. Oggi, a distanza di 10 anni, la crisi ha dimostrato che avevamo tutte le nostre buone ragioni per opporci a quelle liberalizzazioni selvagge. Una deriva che segnala il limite di questo modello di sviluppo veicolato attraverso una liberalizzazione degli scambi commerciali, che tenta di perpetuarsi tentacolarmente anche nel faccia a faccia, a livello bilaterale, sotto le mentite spoglie di accordi di sviluppo come gli Economic partnership Agreements (EPAs), eredi di vecchi pacchetti di agevolazioni buonistepostcoloniali tra l Europa e le sue ex colonie di Africa, Caraibi e Pacifico. Anche in questo caso, però, i numeri hanno dimostrato che è arrivato il momento che i nostri Stati prendano atto dell inconcludenza dannosa della Wto e aiutino il mondo a voltare pagina. Ma è anche arrivato, per noi, il momento di proporre con più forza tutte le alternative concrete che da anni costruiamo con pazienza e capacità di visione dal commercio equo all agricoltura biologica, dalle economie solidali alla finanza etica come argomenti politici determinanti a sostegno dell ipotesi che un altro commercio è possibile, anzi necessario, e che la ripresa lenta e tutta finanziaria senza occupazione né beneficio sociale che stiamo vivendo sia il sintomo più evidente della necessità di cambiare politiche prima che questa macelleria sociale sia troppo degradata da poter essere recuperata. Protesta in occasione del Vertice Ministeriale WTO, Ginevra Fonte: Transnational Institute

11 Monica Di Sisto È una giornalista sociale professionista da più di 10 anni, specializzata nei temi della solidarietà, dell economia solidale, delle politiche sociali e sanitarie, con attenzione particolare alla dimensione economica e del commercio internazionale. Lunga esperienza nel campo della comunicazione per importanti realtà non profit nazionali tra le quali la Comunità di Capodarco nazionale e la federazione di ong Cipsi. Nella XIII legislatura, è stata portavoce della presidente della Commissione Affari Sociali della Camera con delega ai rapporti istituzionali con le realtà di Terzo settore e particolare attenzione alle espressioni del volontariato, dell assistenza e dell integrazione dei disabili. Nel 2003, Anno internazionale dell Acqua, è stata responsabile della Comunicazione di tutte le attività del Comitato per il Contratto Mondiale dell Acqua, dell Associazione Roba fino alla fine del 2005 e ufficio stampa della campagna Questo Mondo Non È In Vendita. Per il lavoro di controinformazione svolto nell ambito della ministeriale Wto di Cancun nel 2004 ha vinto una menzione speciale del Premio Ufficio stampa dell Anno promossa dall Ordine dei Giornalisti, la Federazione della stampa e il Gruppo Uffici Stampa italiano GUS. È la responsabile dell Ufficio Stampa di AGICES, l Assemblea generale del commercio equo italiano. È membro dell Advocacy Subcommittee dell International Federation of Alternative Trade e dello Stearing Committee di Fine, nel quale è attiva sulle tematiche relativa al commercio internazionale. Collabora con numerose testate tra le quali Carta e Avvenimenti; cura la rubrica Tradewatch per il mensile Altreconomia e la newsletter sociale settimanale dell agenzia di stampa Asca. È partner di Metamorfosi, Agenzia di comunicazione per il cambiamento sostenibile. È attiva nella Rete Lilliput in cui partecipa al GLT Commercio. È ideatrice e coordinatrice del progetto [fair]watch. È attualmente vicepresidente di [fair]. [fair] È una cooperativa di commercio equosolidale che ha deciso di impegnarsi nella costruzione di filiere di economia solidale con le periferie del mondo, nella promozione di campagne di sensibilizzazione, nella consulenza, nella formazione su economie solidali, nella comunicazione sociale e nella cooperazione internazionale. La progettazione e lo sviluppo di filiere produttive coerenti con i principi del commercio equosolidale e dell agricoltura biologica diventa l elemento di concretizzazione e di sperimentazione di tutto il lavoro di analisi ed approfondimento sui temi del commercio internazionale, dei diritti del lavoro e dell impatto dell economia sul cambiamento climatico che sono gli assi di attività e di azione di Fair. Tra i principali progetti che Fair promuove ricordiamo Made In No, la filiera di tessile ed intimo biologico ed equosolidale che ha messo in rete contadini ed artigiani indiani e brasiliani con gli artigiani del tessile del novarese (www. made-in-no.com) e la felpa dei Gruppi di Acquisto Solidali (www.faircoop.it/ equofelpa) nata con il coinvolgimento del Gruppo nazionale del tessile della Rete Gas. Promuove, fra le altre, la Campagna Abiti Puliti (sezione italiana della Clean Clothes Campaign) ed è membro attivo dei network Seattle to Brussels ed Our World Is Nor For Sale (OWINFS) sul tema della Wto e del commercio internazionale. il vertice di Ginevra, una sessione di non-negoziato Cari giornalisti, capiamoci: nel settimo Vertice Ministeriale della Wto non discuteremo dei negoziati in corso, cioè del Round di sviluppo di Doha, ma sarà un occasione di riflettere su tutti gli elementi del nostro lavoro, scambiare idee e condividere la guida sul miglior modo per concluderli entro il prossimo anno. Alla vigilia dell evento con questo chiaro messaggio che il Segretario generale della Wto Pascal Lamy ha fatto recapitare in posta elettronica a tutti i giornalisti accreditati al vertice, la leadreship globale metteva le mani avanti rispetto all ambizione della propria agenda politica del momento. Di cosa si è parlato, allora? Tanto per cambiare, della crisi. Un agenda lenta, auspicava Lamy, che doveva permettere ai negoziatori di incontrarsi e parlare un po tra loro per chiarirsi le idee. Ci vuole tutta la forza della storia - che Lamy ha fatto risalire fino alla Seconda Guerra Mondiale attribuendo alla Wto il ruolo di guardiano del mercato e, attraverso i trattati che amministra, della prosperità economica e della stabilità geopolitica degli ultimi 60 anni - per tentare di trasformare questo Vertice debole in un appuntamento vibrante, per lo scambio (non di merci o tariffe, diciamo noi) di pensieri e idee su come rendere l organizzazione più efficiente ed efficace. Il mondo ha creduto al liberismo, affermava Lamy, come per rassicurarsi: a fronte di un 10% di riduzione dei volumi degli scambi registrato nel 2009, i Paesi membri della Wto hanno risposto con misure protezionistiche che hanno interessato appena l 1% del mercato globale. Il lavoro dell ufficio di revisione delle Politiche Commerciali, le 400 controversie esaminate e sciolte dal Tribunale per la risoluzione delle dispute le cui sanzioni-spauracchio hanno certamente pesato nella scelta di molti Paesi di non proteggere i Propri mercati nei momenti di maggiore crisi sono i due meccanismi che a detta di Lamy hanno funzionato meglio. 28 Paesi, poi, stanno aspettando per entrare nella Famiglia Wto, - la chiamava così Lamy - compresi 10 tra i meno sviluppati (LDCs). E ci sono problemi urgentissimi, incalzava ancora, come la sicurezza alimentare, la salute e i cambiamenti climatici che vanno affrontati al più presto. Ma chi gli ha detto che vogliamo farli governare proprio dalla Wto? Non solo le Ong, ma anche i Governi e gli esperti internazionali convergono ormai sull idea che, ad esempio, nei confronti dell agricoltura e delle sue specificità si debba porre un attenzione molto più viva rispetto al passato, stante il miliardo di affamati che ormai popola il pianeta. Ad esempio il rapporto globale pubblicato dall IAASTD (International Assessment of Agricultural Science, Knowledge and Technology for Development), e sottoscritto da ben 58 governi dice che deve cambiare radicalmente il modo in cui il mondo produce il suo cibo per raggiungere meglio i poveri e gli affamati se vogliamo che esso possa affrontare l aumento demografico e i cambiamenti climatici evitando una crisi sociale e un collasso ambientale. il curriculum della Wto Sono determinato ad andare avanti sulla via del commercio libero e della crescita economica, assicurando che l economia globale abbia un volto umano : con questo slogan Bill Clinton ormai 10 anni fa inaugurò il vertice ministeriale dell Organizzazione mondiale del Commercio (Wto) di Seattle. Centinaia di migliaia di persone a sorpresa, invece di festeggiare l ambizioso proposito, si rovesciarono in piazza. Chi ha manifestato vistosamente e duramente in quei giorni non era mosso da disagio giovanile o da emarginazione metropolitana. Erano operai statunitensi, colpiti dalle chiusure a raffica delle loro fabbriche delocalizzate in Asia. Erano i contadini e i piccoli produttori, sbattuti fuori dai propri mercati nazionali da merci a prezzi stracciati provenienti dai grandi Paesi esportatori, armati delle proprie multinazionali al seguito. Poi le associazioni, le organizzazioni ambientaliste, equosolidali, pacifiste. Avevano già capito che quel modello di sviluppo non poteva reggere senza danneggiare i diritti fondamentali di tutti noi. La crisi ci dimostra che avevamo ragione. La Wto è si presentata al Vertice ministeriale di Ginevra, a 10 anni esatti dai giorni di Seattle, con un rapporto sul commercio globale (WT/TPR/OV/12) nel quale ha dovuto ammettere il proprio fallimento. Gli esperti della Wto hanno spiegato, infatti, in quelle pagine che la crisi finanziaria e il conseguente collasso della domanda aggregata in Europa e in Nord America ha innescato una recessione globale che ha contratto il volume del commercio di prodotti circa del 10% nel corso del 2009, riportandolo al livello del In questo quadro, aggiungono i Paesi in via di sviluppo rimangono particolarmente vulnerabili alle future contrazioni delle proprie esportazioni, come anche alla riduzione del credito da parte delle banche, agli investimenti diretti esteri in declino, alla caduta dei prezzi delle materie prime come anche alla diminuzione dei volumi delle rimesse dei migranti che si somma all incertezza dei futuri flussi di Aiuti pubblici allo sviluppo. In poche parole, una catastrofe, di cui, però, la Wto è fortemente responsabile. Essa, infatti, come hanno avuto modo di ribadire anche i contadini riuniti nel novembre La società civile celebra simbolicamente il funerale della WTO, Ginevra Fonte: Transnational Institute 20 21

12 Fonte: Transnational Institute scorso a Roma per il Forum Parallelo della società civile al Vertice Fao sulla Sicurezza alimentare, è parte del problema, e non della soluzione. Che cosa, in concreto, ci guadagnerà il mondo con uno scenario di liberalizzazione ampia e articolata dei mercati? La Banca Mondiale nel 2005, in occasione della ministeriale della Wto di Hong Kong, ha fatto qualche conticino che ci resta prezioso e valido fino ad oggi: i suoi analisti hanno scoperto, infatti, che al massimo entro il 2015 il Pil mondiale potrebbe crescere di 96 miliardi di dollari, dei quali solo 16 andrebbero ai Paesi in via di sviluppo. In altre parole, i Paesi più poveri guadagnerebbero appena lo 0,16% rispetto al loro Prodotto interno attuale, una cosa come 3,13 dollari in più al giorno a cittadino, cosa che si tradurrebbe in un piccolo scavalcamento della linea della povertà la soglia psicologica dei due dollari al giorno per appena lo 0,3% di quelli che oggi vivono in miseria in tutto il mondo. Senza dimenticare che, al contrario, la stessa Banca Mondiale avverte che alcune aree del pianeta come l Africa Subsahariana, ma anche le fasce sociali marginali e i lavori non specializzati dei paesi più sviluppati, potrebbero risentire direttamente e ancor più pesantemente di un apertura incontrollata dei mercati. La domanda che in questi anni ha tormentato chi ha avuto l esatta percezione e conoscenza di questi numeri, oltre all esperienza diretta della crisi che ha colpito tutti noi, è: ma chi ce lo fa fare? In realtà sembra che questa domanda se la sia cominciata a porre anche la Commissione Europea. In uno dei primi incontri con il Parlamento, il neocommissario per l Agricoltura Dacian Ciolos, ha ben chiarito che l Europa non farà nemmeno un passo in più rispetto alla disponibilità mostrata finora in tema di sussidi, e che l Europa non si lascerà coinvolgere in accordi che vadano a detrimento della nostra agricoltura. Insomma Bruxelles continuerà a tenere gli occhi ben aperti sugli impatti della crisi sui suoi sistemi strategici, senza troppo curarsi di ciò che dirà a farà Ginevra. la posizione degli Stati Uniti: export e export. la risposta degli emergenti Gli Stati Uniti, in un primo momento, sono rimasti abbastanza defilati rispetto ai temi del commercio nell arena internazionale. Obama, il campione del Buy american, infatti, è preoccupato dall impatto sulla sua immagine di dossier importanti come quello del clima, ma non vuole nemmeno alienarsi le simpatie dei sindacati e dell associazionismo che ha sostenuto la sua candidatura, tra i quali serpeggia una fortissima preoccupazione dell impatto delle liberalizzazioni commerciali sull occupazione nazionale. Uno degli argomenti più ricorrenti nei confronti tra Obama e i suoi esperti è se e come le esportazioni possano generare nuova occupazione. Una via d uscita tattica rispetto a queste strettoie a superare l empasse potrebbe essere spingere, da parte dell amministrazione statunitense, per un accordo leggero che non toccasse temi troppo scottanti come quello della sicurezza alimentare e dei cambiamenti climatici. Anche se il direttore generale della Wto Pascal Lamy assicura che l 80% del lavoro è fatto in merito al taglio di tariffe sui prodotti industriali e sussidi agricoli, nemmeno lui se l è sentita, considerata la sfumatissima posizione statunitense in merito, di forzare un accordo con il rischio di arrivare a un collasso del negoziato come a Cancun nel 2003 o, ancor prima, a Seattle nel Si preferisce partire lentamente, mettendo al centro la revisione del lavoro della Wto e un reality check sui progressi registrati nel Doha Round. Con questa strategia della lentezza, Obama è riuscito a recuperare consenso interno ed a consolidare una posizione che ha recentemente comunicato in un intervento pubblico, insieme al suo impegno per una conclusione felice del ciclo di negoziati di liberalizzazione lanciato a Doha. Obama, infatti, ha posto tra gli obiettivi economici di fondo del suo mandato quello di ricominciare ad esportare di più perché ha spiegato più produciamo ed esportiamo verso gli altri Paesi, più riusciamo a ricreare occupazione da noi in America. Questo è il nuovo obiettivo che ci poniamo: raddoppiare le nostre esportazioni nei prossimi 5 anni, una crescita che aprirà possibilità di occupazione per oltre due milioni di lavoratori negli Stati Uniti. Per far si che questo traguardo venga raggiunto, ha sottolineato lanciamo un Iniziativa di esportazione nazionale (National Export Initiative) che aiuterà gli agricoltori e i piccoli imprenditori ad aumentare le proprie esportazioni, e a riformare i controlli sulle esportazioni che sono commessi alla sicurezza nazionale. Un Obama con stivali e lazo ha lanciato verso il mercato globale il bisogno degli Stati Uniti di cercare di aprirci nuovi mercati aggressivamente, tanto quanto lo sono i nostri competitori. Se l America si siederà ai margini mentre gli altri Paesi sottoscrivono accordi commerciali, perderemo la nostra occasione di creare posti di lavoro dalle nostre parti. Ma per realizzare questi benefici bisogna ance rafforzare questi accordi in modo che i nostri partners possano giocare secondo le regole che ci siamo dati. E questo è il motivo per cui, ha concluso, continueremo a lavorare per costruire un accordo di Doha che apra nuovi mercati globali, e d altro canto rafforzeremo le nostre relazioni commerciali in Asia e con altri partners-chiave come South Korea, Panama, e Colombia. Naturalmente il segretario generale della Wto Pascal Lamy non ha fatto attendere troppo per un proprio commento, lodando il nuovo slancio espresso dal presidente Obama ma mantenendo la massima prudenza rispetto alla possibilità che davvero, come promesso sia in sede di G20, sia di G8 italiano, si arriverà davvero a chiudere anche una versione alleggerita dell Accordo di liberalizzazione lanciato a Doha entro il Forse ancora non tutto è perduto, potremmo dire. Quello che è certo è che un invasione futuribile di prodotti dei Paesi leader dello scacchiere commerciale globale come gli Stati Uniti non aiuteranno certo i Paesi più poveri a proteggere i propri mercati o a sviluppare una sana interdipendenza (e non dipendenza) commerciale necessaria alla propria stabilità economica. Sotto la cenere, però, arde una riscossa che non è scontato andrà a sanare tutte le difficoltà presenti. A Ginevra presso la sede dell Unctad, negli stessi giorni della non-ministeriale, 22 Paesi in via di sviluppo hanno dato vita a un sistema di preferenze commerciali per cui hanno riconosciuto negli scambi di prodotti tra di essi un taglio delle tariffe tra il 20 e il 70% rispetto ai livelli attuali. Questa espansione volontaria del Sistema Generale di Preferenze commerciali (General System of Trade Preferences - GSTP) include pesi massimi tra i Paesi emergenti come Brasile, India e South Korea, ma anche poverissimi come North Korea e Zimbabwe, escludendo invece Cina e Sudafrica. Il GSTP è in effetti l unico luogo del negoziato dove si ragiona di eccezioni preferenziali al principio della non discriminazione in vigore alla Wto, in ragione della particolare condizione di svantaggio subita da molti Paesi in via di sviluppo. Uno studio dell United Nations Conference on Trade and Development (UNCTAD), che sta fornendo il suo sostegno ai negoziati sul GSTP, stima che un taglio medio del 33% tra le tariffe di questi Paesi farebbe volare le loro esportazioni di 11,7 miliardi di dollari, e un taglio del 20% di 7,7 miliardi. Se si somma al livello attuale degli scambi Sud-Sud che, sempre secondo l UCTAD, sarebbero più che triplicati tra 1996 e 2006 raggiungendo il livello record di 2 milioni di miliardi di dollari, anche l accordo di Ginevra sarebbe un bel bottino. È chiaro che questo non risolve le difficoltà infrastrutturale che i Paesi più poveri si trovano ad affrontare quando vogliono commerciare, né la dipendenza da monoesportazione che molti di essi subiscono, e tantomeno il rischio che ai vecchi rapporti neocoloniali tra questi Paesi e i soliti noti tra Usa e EU, multinazionali annesse, si sostituiscano delle nuove sudditanze Sud-Sud che a livello produttivo, sociale e occupazionale diffuso non cambierebbero di una virgola le difficoltà di oggi

13 gli EPAs: una lezione molto chiara da imparare 24 In questi anni d empasse del sistema multilaterale, però, le economie dominanti hanno tentato di imboccare delle scorciatoie utilizzando il piano bilaterale. La parabola degli EPAs ci insegna, però, che questa non è stata una idea geniale. L Africa Subsahariana, infatti, è stata colpita dura dalla crisi alimentare, e più di recente dalla crisi economica e il continente si sta misurando con la sfida di adattarsi ai cambiamenti climatici. In questo contesto in rapida evoluzione, i Paesi africani si trovano a dover affrontare l immensa sfida degli EPAs, che richiede loro, oltre a tutte le cautele del caso, di introdurre dei meccanismi di drastica riforma dei sistemi di produzione, di distribuzione, logistici ma, in fin dei conti, soprattutto di decisione e di governante. Questa è la domanda che si è posto un pool di esperti con grande storia nell Unctad, l agenzia delle Nazioni Unite che lavora su commercio e sviluppo, cercando di capire soprattutto se questi meccanismi obbligatoriamente innovativi abbiano in qualche misura migliorato la capacità del continente africano di rispondere alla crisi. Updating EPAs to today s global challenges (Updating Economic Partnership Agreements to Today s Global Challenges Essays on the Future of Economic Partnership Agreements, Edited by Emily Jones and Darlan F. Marti, GMF Economic Policy, 2009) è un libro elettronico in cui si è tentato, senza pregiudizi ideologici, di esplorare se l introduzione di questi accordi abbia fornito utili strumenti ai Paesi di Africa, Caraibi e Pacifico (Acp) per affrontare in modo diverso e più efficace la crisi. Il suo obiettivo finale, grazie al contributo di 17 esperti in politiche commerciali e internazionali, è insomma quello di capire se sia possibile fare un aggiornamento degli EPAs, per ottenere risultati efficaci di sviluppo in ambito alimentare, climatico, economico e finanziaria. La risposta complessiva cui giungono dopo un serissimo sforzo di sistematizzazione è, in realtà, un mix di si e di no. Il messaggio chiaro complessivo è che gli EPAs non sono utili o sufficientemente rilevanti nell aiutare stati poveri o vulnerabili nell affrontare con successo le crisi, anche se tutti gli stakeholders si impegnassero a dare loro il migliore profilo possibile sul piano delle politiche pubbliche. Tutti gli studiosi convergono nel rilevare che ci sia un grande gap nei negoziati e che ci sia la convinzione tra i negoziatori dei Paesi Acp che gli EPAs garantiscano in larga parte gli interessi europei. Essi, nel migliore dei casi, sono convinti che gli accordi stiano propo- Manifestazione contro gli EPAs di fronte alla Commissione Europea. Fonte: Transnational Institute nendo una lettura europea dell integrazione regionale e delle questioni di commercio e sviluppo, che non sempre tiene conto di tutte le implicazioni locali e dei processi di integrazione concreta storicamente già in corso. Anzi, il timore è che il tutto si vada a confondere e che i pochi flussi di integrazione già attivati si vadano a perdere e lascino importanti fette di mercato nelle sole mani degli esportatori europei, sulla scia del vantaggio accumulato nonostante le preferenze commerciali che l Europa, almeno in teoria, con tutti i trattati commerciali precedenti (principalmente gli accordi di Lomé-Cotonou) ha riconosciuto ai Paesi Acp. Bisogna, dunque, mandare con serena coscienza in cantina l esercizio retorico con cui si definivano gli EPAs come uno strumento di lotta alla povertà perché questo non è un obiettivo che essi realisticamente potranno garantire. Il cosiddetto libero scambio insomma non vince e non convince sul piano della coesione sociale, né a livello multilaterale, né a livello bilaterale. non c è più tempo, puntiamo all alternativa È importante, a questo punto, costruire insieme, tra movimenti sociali, sindacati, società civile e tutte le forme di alternative economiche e politiche che hanno a cuore il superamento della crisi a tutto tondo, una traccia di lavoro rispetto alla quale tutte le rappresentanze, a Nord e a Sud, sono chiamate a condividere elementi d analisi e di alternativa rispetto a tutte le ricette sperimentate fino ad oggi. L intervento pubblico e regolatorio, politico ed economico, nell economia e nella società non sono più un tabù. Se vogliamo, però, che non si trasformino in forme di assistenzialismo collettivo nei confronti di esperienze d impresa poco trasparenti e senza futuro, dobbiamo mettere in campo nuovi meccanismi di controllo e di governo globale di queste dinamiche. In questo quadro si inserisce la riflessione e proposta innovativa su come rafforzare il mercato interno nei diversi contesti regionali e locali ed in vari settori, al fine di avviare quel processo di de-globalizzazione o per dire meglio di disaccoppiamento dei mercati locali/regionali da quelli globali - e de-finanziarizzazione dell economia mirato a ridare spazio e possibilità all economia reale, ma anche a forme diverse di impresa centrate sulla solidarietà e non solo sulla concorrenza. Ciò va ben oltre una banale spinta localista e reazionaria o una critica generica al funzionamento dei mercati globali, bensì presuppone di ripensare intere filiere produttive e su vari livelli. Sostenere il rafforzamento del mercato interno presuppone perciò numerosi cambiamenti di fondo a vari livelli: A livello globale per evitare che tutte le decisioni strategiche si concentrino, sotto la spinta dell urgenza presente, in strutture non democratiche e autenticamente multilaterali - come la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, l Organizzazione Mondiale del Commercio (Wto) e tutti i gruppi di affinità emergenti, dai vari G fino alla Global partnership - è necessario riaffermare la centralità del sistema delle Nazioni Unite e delle sue agenzie dedicate, che debbono affrontare processi di riforma e di apertura democratica che le rafforzino nell efficacia e nel consenso senza svuotarle di partecipazione e terzietà. A livello di politiche commerciali, non ha senso né macroeconomico né dal punto di vista di cambiamento di modello di sviluppo spingere per una chiusura positiva del ciclo di negoziati di liberalizzazione commerciale in corso il cosiddetto Doha Round alla Wto - come impostato oggi. Solo la riscrittura di un agenda diversa e non necessariamente da negoziare nella Wto può permettere un vero cambiamento nelle politiche commerciali seguiti fino adesso. Nel frattempo tutte le flessibilità esistenti negli attuali accordi commerciali debbono essere agibili e permesse, perché vanno utilizzate dai Governi per creare uno spazio politico di costruzione dei mercati locali. A livello finanziario, è necessario agire profondamente per l eliminazione di forme di speculazione a vari livelli. Ciò presuppone una messa al bando di gran parte delle operazioni sui prodotti derivati, una esclusione dai mercati di strumenti e veicoli innovativi che generano rischio sistemico hedge funds, private equity funds ed infine il sistema bancario non deve più operare fuori bilancio e bisogna limitare la grandezza e l influenza dei conglomerati bancari. Allo stesso tempo è necessario esplorare quali regolamentazioni finanziarie sonno necessarie per permettere l emergere di modelli bancari alternativi che possano sostenere con logiche diverse e mutuali i mercati locali ed i vari attori coinvolti. A livello di imprese il sostegno pubblico va condizionato ad azioni che riducano le delocalizzazioni, l operato tramite i paradisi fiscali, e riorientino le operazioni verso i mercati locali in via prioritaria. A livello di politiche dell aiuto allo sviluppo, l intero paradigma dell Aid for trade e del sostegno all Export finance va messo in discussione e ripensato nell ottica di un Help for Local Trade, cioè di politiche pubbliche di sostegno ai mercati e regionali più sostenibili, dando priorità all agricoltura biologica e alle produzioni eco-compatibili e solidali. Ciò implica non solo una maggiore accountability e trasparenza degli Stati e delle istituzioni internazionali, ma soprattutto una definizione di settori e strumenti prioritari di intervento a livello locale mirati alla costruzione e rafforzamento dei mercati locali. Se non ora, quando? 25

14 il paradosso del libero scambio: l agricoltura dei piccoli proprietari terrieri in Ghana di George Osei-Bimpeh SEND Ghana Il legame tra libero scambio e lotta alla povertà rimane una questione controversa e dibattuta. Da un lato si schiera chi sostiene che il libero scambio stimoli una vigorosa crescita economica, crei maggiori opportunità lavorative e acceleri il processo di riduzione della povertà. C è invece chi immagina uno scenario opposto e ritiene che il libero scambio non mantenga le promesse dei suoi sostenitori o perlomeno che i benefici da cui dovrebbero trarre vantaggio i paesi in via di sviluppo esistano solo in teoria. Per i sostenitori del libero scambio l indice di successo è il potenziale effetto sul settore importazioni che dovrebbe propagare i suoi benefici sulla crescita economica e conseguentemente ridurre la povertà. Nelle fasi iniziali del dibattito, l evidenza che vi fosse un nesso tra il libero scambio e la riduzione della povertà non era ancora stata provata scientificamente. Tuttavia negli anni ottanta un numero consistente di paesi in via di sviluppo si trovò in condizioni macroeconomiche precarie e difficili e dovette soccombere alle allettanti promesse offerte dalla liberalizzazione del commercio, benché queste fossero solo teoriche. L adozione e la messa in atto di politiche di liberalizzazione economica, specialmente nei paesi dell Africa sub-sahariana, vennero accolte con gli auspici favorevoli da parte della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale e ritenute una norma politica per quei paesi che avevano sofferto consistenti perdite economiche come confermato dal PIL negativo, da enormi deficit nel budget e dall inflazione rampante 1. Esisteva la diffusa convinzione che vi fosse una relazione tra scambio, crescita economica e conseguente riduzione dei livelli di povertà. La prova che questa convinzione fosse corretta era controversa almeno quanto la teoria stessa, spesso considerata poco convincente. Benché esista qualche prova che dimostri i potenziali benefici della liberazione del commercio a favore della crescita economica e che ci sia una concreta corrispondenza tra crescita economica e riduzio- Una venditrice di pomodori in Ghana. Fonte: SEND Ghana

15 George Osei-Bimpeh George Osei-Bimpeh è originario del Ghana e ha un Master in Development Studies conseguito all Università di Cambridge nel Regno Unito. Attualmente lavora come programme officer per SEND-Ghana nel dipartimento di Trade Research and Advocacy. George ha esperienza di advocay a livello internazionale, soprattutto in Europa dove il suo attivismo si è concentrato prevalentemente sulle politiche che danneggiano i produttori su piccola scala in Africa. George ha lavorato per un breve periodo al Nkwanta Health Research come sociologo esperto di ricerca sociale. Ha lavorato anche alla West African Civil Society Institute ad Accra in Ghana dove ha collaborato come co-autore alla monografia intitolata Economic Partnership Agreements: Reflection Document for Civil Society Organisations (WACSI, 2008). Ha collaborato sempre come co-autore alla ricerca su Civil Society and Elections Observation in West Africa: The WACSOF Experience (WACSI, 2008). Presso SEND- Ghana ha scritto un testo intitolato Free Trade, Small Scale Production and Poverty (SEND-Ghana, 2008). Attualmente sta lavorando ad una ricerca sugli investimenti nell agricoltura in Ghana. George fa parte di numerosi comitati di gestione di networks nazionali e internazionali, incluso il Global and Regional Advocacy for Small Producers che ha sede nei Paesi Bassi. Fa parte anche del dipartimento tecnico della Ghana Trade and Livelihood Coalition ed è membro del consiglio nazionale della Ghana Civil Society MDG Monitoring and Campaign Coalition. 28 SEND-Ghana SEND Ghana è un organizzazione internazionale fondata nel 1988 come una Fondazione delle imprese sociali del West Africa(SEND of West Africa) in Ghana, in seguito nel 1999 in Liberia e nel 2003 in Sierra Leone. L organizzazione è nata in un momento in cui vi era poca possibilità di fare advocacy nel paese. Inoltre le poche altre ong che si occupavano di advocacy erano ad Accra. Così SEND ha sentito la necessità di sostenere la causa dal basso, aiutando le comunità a spingere i governi a farli beneficiare al massimo di nuove politiche nazionali e programmi. Inoltre, quando venne fondata SEND, c era scarsità di cibo e violenza diffusa nel nord del Ghana. Da qui venne creato il programma Eastern Corridor per trasformare queste difficoltà in opportunità per un approccio integrato. Nel 2008, SEND era cresciuta moltissimo e aveva sedi nelle seguenti regioni in Ghana: Greater Accra, Eastern, Central, Northern, Upper East and Upper West e altri 50 distretti. SEND ha 30 collaboratori con diversi background. Nel 2007, SEND ha iniziato un attività di Pianificazione Strategica per renderla più efficiente. Il processo che si sta sempre evolvendo, si è concluso nel 2008 e la nuova organizzazione di SEND è spiegata qui di seguito. Il decimo anniversario è stato celebrato l 8 agosto la nuova SEND Nel 2008 il nome dell organizzazione è cambiato da SEND West Africa al nome specifico del paese dove opera ad esempio SEND - Ghana, SEND - Liberia e SEND - Sierra Leone. SEND-Ghana ha deciso di prendere questa nuova identità anche se si sta sempre evolvendo. Vision: Un Ghana dove i diritti e il benessere delle persone è garantito. Mission: Lavoriamo per promuovere un buon governo ed eguaglianza tra uomini e donne in Ghana. ne della povertà 2, è ormai convinzione abbastanza diffusa che gli effetti del libero scambio varino da paese a paese 3, e che spesso siano i paesi in via di sviluppo a subirne gli effetti negativi. Di conseguenza il diverso impatto che il libero scambio può avere dipende dal livello di sviluppo in cui si trova ogni singola nazione. I paesi sviluppati ne hanno beneficiato positivamente mentre ai loro vicini dell emisfero sud non è andata altrettanto bene. E come se questo non fosse abbastanza, sono stati fatti ulteriori tentativi di rafforzare le politiche di liberalizzazione economica in Africa sotto le sembianze della cooperazione allo sviluppo tra Unione Europea e Africa per mezzo di accordi di associazione economica che ne costituiscono il canale principale. Questo capitolo tenta di contribuire alla crescente evidenza di prove degli effetti negativi del libero scambio. Spiega come per i piccoli proprietari terrieri del Ghana il libero scambio non abbia mantenuto le sue promesse di riduzione della povertà e di sicurezza alimentare e propone un cambiamento di prospettiva nello sviluppare politiche che permettano ai piccoli proprietari terrieri africani di influenzarne il processo per rispondere ai loro bisogni e interessi. La rimanente parte del capitolo è organizzata come indicato: la sezione seguente prende in esame l evoluzione delle politiche economiche del Ghana e spiega come che le istituzioni di Bretton Woods abbiano orientato le politiche commerciali della nazione verso un economia di mercato libero. Di seguito si discuteranno gli effetti del libero scambio sulla produzione interna di riso, pomodori e pollame rispetto alla sussistenza e alla sicurezza alimentare dei piccoli proprietari terrieri. Infine saranno presentate delle considerazioni conclusive. la politica commerciale del Ghana nell ambito del regime commerciale internazionale Sin dai primi anni ottanta, la politica commerciale del Ghana è stata improntata sui dettami del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale. In seguito alle terribili perdite economiche della fine degli anni settanta e dei primi anni novanta, queste istituzioni finanziarie internazionali prescrissero una serie di riforme economiche nel contesto di una più ampia politica di Programmi di Aggiustamento Strutturale (PAS). Una delle riforme principali intraprese dal Ghana fu l adozione di una politica di liberalizzazione del commercio e il settore agricolo ne è stato seriamente danneggiato 4. L adozione di questa politica culminò con la fine del ruolo attivo che il governo aveva avuto nel sostenere i contadini 5, specialmente chi produceva per il sostentamento, dal momento che incoraggiare un economia basata sull esportazione significava favorire i produttori di cacao e il settore minerario. Di conseguenza il governo, come tutti i governi dei paesi in via di sviluppo che avevano adottato il PAS, revocò i sussidi all agricoltura. La liberalizzazione risultò in una strenua concorrenza intrapresa dagli importatori che minacciava di tagliare fuori i piccoli produttori dal mercato nazionale. In molti casi questa concorrenza non è stata leale. Per esempio, mentre le importazioni agricole in Europa e negli Stati Uniti continuavano a essere favorite con generosi sussidi, l assistenza che il governo del Ghana ha fornito ai suoi contadini è stata considerevolmente ridotta se non del tutto annullata 6. La situazione è stata aggravata dagli impegni presi dai paesi poveri di ridurre i dazi di importazione sull agricoltura come previsto dall Uruguay Round. Inoltre recenti negoziazioni all interno dell Organizzazione Mondiale per il Commercio prospettano l introduzione di un obbligo per i paesi in via di sviluppo di tagliare ulteriormente i tassi doganali sulle merci agricole. In più accordi commerciali bilaterali come l Economic Partnership Agreements (EPAs) tra Africa, Caraibi e Pacifico (da qui in poi chiamate ACP) e Unione Europea si teme possano danneggiare ulteriormente i paesi in via di sviluppo. Il tentativo di introdurre questi regimi commerciali proviene dalla generale delusione avuta da precedenti regimi come le numerose convenzioni di Lomé, l accordo di Cotonou e l esonero del WTO per i paesi poveri, considerato discriminatorio. Quindi, l interesse internazionale è quello di stabilire un regime commerciale basato su convenzioni e non discriminatorio, come previsto dal primo obiettivo del Millennium Development Goal 8. Tuttavia, l ipotesi della promozione del libero commercio si basa su un equivoco, e cioè quello di creare un ambito di scambio standard senza prendere in considerazione il fatto che non tutti i giocatori possono adattarsi al campo da gioco. In altre parole le nazioni in via di sviluppo che partecipano agli accordi hanno livelli di produttività diversa e talvolta inferiore, un progresso economico e tecnologico che rende difficile per i suoi abitanti beneficiare del libero mercato. Nonostante ciò, l economia del Ghana è rimasta di tipo aperto e sono state concepite ulteriori politiche di libero scambio a svantaggio dei piccoli produttori per esempio di riso, pomodori e pollame. la produzione di riso e la sicurezza alimentare Fin da sempre la coltivazione del riso in Ghana è stata un attività economica di rilievo. Ad esempio, alla metà degli anni settanta, i produttori di riso riuscivano quasi a coprire l intero fabbisogno nazionale e la produzione era particolarmente abbondante nel nord del Ghana. Il suo successo può essere largamente attribuito al programma governativo produrre-per-vivere 7. La messa in atto di questo programma ha permesso sia ai piccoli che ai grandi produttori di essere sostenuti da consistenti contributi, che hanno consentito di abbassare i costi produttivi del riso. Tuttavia, a partire dal 1983, i contadini del paese hanno visto gradualmente diminuire i sussidi per l agricoltura a causa del Programma di Recupero Economico che nel 1985 venne poi chiamato Programma di Aggiustamento Strutturale (PAS). Una pietra miliare del PAS fu l adozione della politica di liberalizzazione agricola e l essenza di questa politica era adeguare i prezzi a quelli del mercato internazionale 8. Le implicazioni per i contadini consistettero in un drastico aumento dei costi di produzione. La sfida più complessa per i coltivatori di riso in Ghana era dover competere con il riso d importazione a buon mercato che aveva beneficiato delle stesse politiche di sussidio a cui invece paesi in via di sviluppo come il Ghana era stato sconsigliato di adottare. L effetto combinato della sospensione degli incentivi governativi ai produttori locali e la liberalizzazione comportarono una crescita delle importazioni e una riduzione della produzione locale. L aumento delle importazioni è stato abbondantemente documentato. Secondo la FAO, l importazione di riso già lavorato nel 1983 è stata di tonnellate. Nel 1991, le tonnellate erano state 178,853 e l aumento era stato del 544%. Nel 2005 Oxfam riportava che le importazioni di riso del Ghana avevano raggiunto le tonnellate 9. A differenza della metà degli anni settanta quando la produzione locale di riso era sufficiente a coprire il fabbisogno della popolazione, i livelli di produzione attuale sono in constante calo. Ad esempio nel 2002 il totale della produzione locale raggiungeva le tonnellate. Se si compara questo dato con il netto delle importazioni di quello stesso anno, il riso di produzione straniera rappresentava il 64% delle scorte nazionali 10. Una stima attuale delle importazioni di riso si aggira intorno alle tonnellate al costo di 600 milioni di dollari l anno. La motivazione principale che sta dietro alla promozione 29

16 delle politiche di liberalizzazione nel sud del mondo è favorire il libero scambio garantendo un accesso equo al commercio in maniera che le nazioni partecipanti possano beneficiarne. Tuttavia, se anche solo si considera l origine del riso importato, si noterà la poca equità con cui sono implementate le politiche di liberalizzazione. Una parte significativa delle importazioni di riso in Ghana viene dagli Stati Uniti. Nel 2003 le importazioni di riso dagli Stati Uniti ammontavano a tonnellate, un dato molto vicino alla produzione interna del Ghana nel Negli ultimi due decenni, la produzione statunitense è cresciuta sino a eccedere il fabbisogno interno del prodotto e richiedendo quindi un aumento delle importazioni superiore al 60%. Secondo una dichiarazione del 2006 dell USDA Foreign Agricultural Service Strategy, gli Stati Uniti considerano il Ghana uno dei maggiori consumatori di riso americano, un fattore che aiuta gli Stati Uniti a consolidare la sua fetta di mercato a dispetto della forte concorrenza con altri paesi esportatori, prevalentemente asiatici. Di conseguenza gli Stati Uniti cercano di imporre al Ghana ulteriori tagli sui sussidi agricoli. 11 Nel frattempo l industria di produzione del riso americana veniva accusata delle stesse inefficienze che il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e il WTO usavano come fattore motivante per le nazioni in via di sviluppo allo scopo di liberalizzare il commercio agricolo. Per via della propria inefficienza il governo americano aiutava i suoi produttori di riso locali. Uno studio commissionato dal Dipartimento di Agricoltura americano sosteneva che il 57% delle fattorie americane produttrici di riso non sarebbero riuscite a coprire i costi se non avessero ricevuto sussidi statali 12. Solo nel 2003 il governo americano ha erogato contributi per 1,4 miliardi di dollari. Grazie a questi contributi, i coltivatori americani sono in grado di esportare il riso a un prezzo inferiore ai costi di produzione. I costi medi di produzione e lavorazione di una tonnellata di riso bianco degli Stati Uniti ammontavano a 415$ tra il 2002 e il 2003, ma la stessa quantità veniva importata al misero prezzo di $274 cioè a un 34% inferiore al suo costo. A rendere la situazione ancora più disastrosa per piccoli produttori di riso del Ghana, ci si sono messi gli importatori americani che hanno impiegato delle raffinate strategie di marketing per convincere i consumatori di riso locali. La strategia più subdola consisteva nell investire cifre considerevoli in campagne pubblicitarie per promuovere in tutto il paese il riso americano sia in televisione che alla radio. I produttori e commercianti locali non avevano i mezzi per battere la concorrenza americana nel promuovere il proprio riso. Nel frattempo i coltivatori del Ghana assistevano all abolizione dei sussidi governativi, una condizione richiesta da programmi sponsorizzati con i prestiti della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale. Gli effetti dell importazione del riso si sono verificati in molti ambiti. I contadini locali, gli allevatori e i commercianti hanno sofferto direttamente delle conseguenze dell impennata nell importazione di riso poiché non ricevettero lo stesso tipo di aiuto dei loro colleghi nei paesi da cui si esporta il riso, specialmente gli Stati Uniti. Benché la domanda di riso sia cresciuta nelle zone urbane, il l importazione di riso aiutata dagli alti contributi delle nazioni esportatrici ha fatto sì che la produzione nazionale diminuisse. I coltivatori sono rimasti pochi a causa degli scarsi profitti e uno studio del 2005 ha dimostrato che i loro guadagni stanno crollando incrementando la povertà e l insicurezza alimentare. 13 Inoltre uno studio sul campo condotto da Christian Aid nella zona La raccolta dei pomodori. Fonte: SEND Ghana di East Gonja, un distretto nel nord del Ghana mostrava la preoccupazione dei capi tradizionali che si esprimevano in questi termini: Quando qui c erano i coltivatori di riso, tutti avevano qualcosa da fare. Adesso invece abbiamo moltissima terra che viene allagata ogni anno ma non viene usata. Molti dei nostri bambini hanno smesso di andare a scuola perché i genitori non possono più permetterselo. Non hanno più niente e tanti si stanno trasferendo verso le città. Se i coltivatori, specialmente nella zona della savana, si lamentano degli effetti negativi della liberalizzazione sulla sussistenza, vuol dire che ciò ha implicazioni sulla sicurezza alimentare e sulla riduzione della povertà. Una conseguenza fu il collasso della produzione locale di riso che fa sì che le famiglie che un tempo si affidavano alla produzione di riso come fonte di cibo, adesso non ricevono scorte sufficienti. Inoltre la pubblicità fatta al riso importato grazie ai consistenti sussidi ha creato una predilezione per questo tipo di riso che ne ha ancora di più accresciuto la domanda. Un altra grave conseguenza di questa situazione ha danneggiato i contadini poveri che adesso devono comprare riso che avrebbero potuto produrre loro stessi localmente e a basso costo se supportati. Senza mezzi alternativi di sussistenza, procurarsi delle scorte adeguate di cibo è diventato una preoccupazione costante. Molti studi hanno dimostrato un incremento delle carestie nel nord del Ghana 14. Situazioni in cui il cibo è scarso sono state descritte in uno studio di FIAN 15 dove il coordinatore della Coalizione per il Commercio e la Sussistenza del Ghana dice: la gente non si nutre in modo appropriato, sono denutriti e la denutrizione vuol dire che la gente ha fame. La fame non è necessariamente mancanza di cibo il problema infatti è che mancando i guadagni, mancano i soldi per comprare altri ingredienti per un alimentazione differenziata e adeguata. Vado spesso nelle zone rurali. E posso dire che bollono il riso e mangiano solo quello a volte con un po di burro di shea. 16 Evidentemente cuocere solo riso ha delle implicazioni nutrizionali non indifferenti per i contadini che non riescono a vendere i loro prodotti sul mercato locale e quindi guadagnare soldi per comprare olio e salsa di verdure per una dieta equilibrata, non solo per loro ma per le loro famiglie e i loro bambini. Affrontando la questione da un punto di vista legale, si può affermare che i contadini danneggiati abbiano subito una seria violazione dei diritti umani poiché non ricevono cibo adeguato e sufficiente. Esempi di queste violazioni sono state documentati con studi condotti sul campo. 17 il libero scambio e la produzione di pomodori il caso dei piccoli produttori di pomodori di Matsekope e Gane Matsekope e Gane sono rispettivamente situate nel distretto di Dangbe Est della regione di Greater Accra e nel distretto di Kasena Nankana nella regione di Upper East. I due villaggi hanno 600 una e 500 coltivatori l altra di pomodori. In entrambi i casi le donne rappresentano il 50% dei coltivatori. La coltivazione di pomodori è la maggiore fonte di sostentamento per i contadini di questi due villaggi e il prodotto non serve al sostentamento ma viene commercializzato. La questione del genere in relazione alla coltivazione è estremamente affascinante. Ad esempio a Gane dove i contadini possono facilmente irrigare, la produzione di pomodori viene condotta individualmente. Le donne lavorano in maniera indipendente in campi che gli appartengono e non lavorano in quelli dei mariti. Al contrario le donne sposate di Matsekope assistono i loro mariti in tutte le fasi della produzione, inclusa la preparazione della terra, il raccolto e la vendita al mercato dei prodotti. Tuttavia le donne di Matsekope posseggono una media di 3 acri di terra da coltivare a pomodori. Con questa strategia riescono ad avere una fonte di reddito indipendente dai loro mariti. Riescono poi a evitare di dover pagare gli onerosi affitti per la terra, una somma che può diventare proibitiva se confrontata con i guadagni fatti. Ad esempio nel 2008, l affitto per un acro di terra era di 12 GHc. 18 L alternativa è un sistema di condivisione dei raccolti chiamato abunu o abusa in cui i prodotti della fattoria sono divisi con una proporzione di 50:50 o70:30 tra i proprietari terrieri e i coltivatori. la produzione di pomodori L inizio della coltivazione di pomodori nella comunità di Matsekope coincise con la fondazione della Nsawam Canary sotto la presidenza del Dr. Kwame Nkrumah, primo presidente del Ghana. Ciò era in linea con la politica governativa per assicurare una fonte sostenibile e crescente di scorte di pomodori freschi per la fabbrica. La produzione di Matsekope viene irrigata naturalmente dalla pioggia. La Direzione di Statistica, Ricerca e Informazione del Ministero dell Alimentazione e dell Agricoltura sostiene che nel 2003 la produzione media di pomodori irrigati solo dalla pioggia era di 7.5 tonnellate all ettaro. Se invece i campi sono irrigati artificialmente, la produzione può raggiungere le 15 tonnellate all ettaro. Ciò significa che i produttori di pomodori non producono quanto potrebbero ma solo per un 50% del loro potenziale 19. Una tale situazione non è solo limitata alle comunità di Matsekope e Gane, queste sono solo lo specchio di ciò che succede nel resto del paese. costi di produzione Nel corso degli anni i costi di produzione si sono costantemente alzati a causa del miglioramento delle tecniche produttive. Ad esempio le donne di Matsekope negli anni 30 31

17 60 sostenevano di usare semplici strumenti come zappe o coltelli, attratte dai costi più bassi che dovevano sostenere per dissodare un acro di terra, la dimensione media di un azienda agricola. Negli stessi anni, impiegare della manodopera agricola per coltivare un acro di terra costava una media di 50 GH. Utilizzando le macchine agricole e i fertilizzanti chimici, il costo di produzione per la stessa superficie in acri si innalzava a GH 150. L innalzamento dei prezzi ha contribuito all erosione del margine di profitto e per la produzione irrigata naturalmente, che inizia ad aprile e continuava fino ad ottobre, il livello di produttività è strettamente legato alla manifestazione delle piogge. Con la possibilità di irrigare artificialmente, la produzione in Gane richiede forti investimenti. Questo fa aumentare i costi di produzione di Gane del 57% rispetto ai costi di produzione di Matsekope. Alle donne di questo villaggio costa una media di 350 GH iniziare a coltivare un acro di terra. Benché esista un enorme differenza di spese tra le due comunità, i piccoli coltivatori hanno gli stessi problemi. Si lamentano del fatto che manchi il capitale o che sia inadeguato. Questo li ha spinti a prendere prestiti a condizioni differenti-per la maggior parte da parte di privati. Come dice Comfort Mantey, un coltivatore di pomodori di Matsekope: Non riesco a garantirmi del credito. Devo darmi da fare con l estrazione e la vendita del sale per avere del capitale per la mia azienda di pomodori. La produzione ne viene rallentata e non posso beneficiare dei prezzi migliori che vengono praticati sulle primizie. Quest anno il raccolto è stato poco perché la pioggia è stata scarsa. Ma comunque non otteniamo buoni prezzi sul poco raccolto perché i commercianti si lamentano che la gente in città non compra più pomodori in grandi quantità. I commercianti ci dicono che adesso i loro clienti mescolano pomodori freschi con salsa di pomodoro già pronta, d importazione. Solo a Gane alcuni contadini sono riusciti a ottenere dei prestiti a breve termine dalle banche, altrimenti i piccoli produttori devono affidarsi a prestiti di amici o di prestasoldi (per lo più commercianti) con interessi molto alti. l acquisto direttamente dal produttore e le tasse di importazione É interessante notare come prima della messa in atto delle politiche di libero scambio, ai contadini non succedeva mai che fossero i commercianti a imporre prezzi più bassi per i pomodori freschi, poiché non esistevano ostacoli per accedere ai mercati. Infatti, già nel 1968 il governo del Ghana aveva istituito tre industrie di trasformazione che dovevano trasformare i pomodori freschi in passata e salsa. Le fabbriche erano situate a Pwalugu, Wenchi e Nsawam che si trovano rispettivamente nell Upper East, nel Brong Ahafo e nella zona di Greater Accra. Queste industrie collaboravano con i produttori con degli accordi secondo i quali davano ai contadini attrezzi agricoli o gli permettevano di immettere sul mercato delle quantità predefinite di ortaggi. Benché non proprio tutti i contadini beneficiassero della presenza di queste industrie sul territorio, il fatto che queste permettessero l accesso ai mercati era un grande incentivo per i contadini che non erano più alla mercé degli intermediari che controllavano le vendite. Non vi era mai un eccedenza di pomodori, dal momento che queste fabbriche assorbivano il surplus dei raccolti nelle loro rispettive comunità. Anche i bassi costi di produzione aiutavano i contadini ad accrescere il capitale poiché il governo forniva contributi e accesso ai mercati. Sapendo che i contadini non hanno altre possibilità di vendere i loro prodotti, chi gestisce i mercati adesso abbassa i prezzi e i produttori sono costretti ad accettarli pur di vendere sapendo che non ne trarranno grande guadagno. Spesso ai coltivatori viene detto che la vendita di pomodori freschi di alcune zone come Accra, Tema e Ashaiman è caduta a picco per via dell arrivo sul mercato di pomodori d importazione. I venditori potrebbero rischiare gravi perdite se offrono di più, come verrebbe richiesto dai contadini. Quindi una cassetta di pomodori che dovrebbe essere venduta a 100GH nei periodi di eccedenza viene data via per 1,5 GH. dazi d importazione La scarsa funzionalità o la completa assenza di industrie di trasformazione ha fatto sì che in Ghana più del 90% della salsa di pomodoro venga importata dall Europa. Stando ai dati forniti dal FAOSTAT, nel 1991, le tonnellate totali di salsa importata in Ghana ammontavano a Ma nel 2002, la cifra era salita a Nel 2007 invece l ammontare era di tonnellate 20. Queste importazioni sono state facilitate da sussidi; il prezzo di vendita in Ghana è, quindi, inferiore a quello di mercato. Inoltre le aziende importatrici hanno degli strumenti di marketing che le avvantaggiano e che le industrie locali non hanno a disposizione. La penetrazione in Ghana di compagnie europee, specialmente quelle italiane, è così radicata che queste hanno adottato nomi di marchi locali così che i consumatori del Ghana vi si possano identificare. Ad esempio il nome di un prodotto molto comune è obaapa che letteralmente significa donna in gamba. Ironia della sorte questo prodotto dal nome tipico ghanese viene importato dall Italia. Ovviamente ogni donna in gamba vorrebbe usare un prodotto del genere per preparare piatti prelibati. Per quello che riguarda la concorrenza fatta dai prodotti importati, i contadini confermano la presenza sul mercato di salsa di pomodoro importata. Si rendono conto che i consumatori mescolano pomodori freschi con conserva di pomodoro, una situazione che influisce sulla richiesta di pomodori locali freschi. L instabilità dei prezzi che ha contraddistinto la produzione di pomodori può essere parzialmente attribuita alla fetta di mercato sempre più preponderante occupata dalla salsa d importazione. Come nel caso del riso, le industrie che importano nel paese conserva di pomodoro hanno i mezzi finanziari e le competenze in fatto di marketing. L effetto psicologico delle pubblicità dei prodotti importati ha fatto diminuire la domanda di pomodori freschi. Quindi non ci si deve sorprendere se i commercianti avvertono i contadini della vendibilità di pomodori freschi nei centri cittadini. Le prime avvisaglie di problematiche riguardanti la vendita e la produzione dell industria conserviera locale sono riconducibili ai programmi di aggiustamento strutturale e ai relativi schemi di liberalizzazione degli anni 80 e 90. Le industrie conserviere erano in soprannumero ma il governo le sovvenzionava. In seguito vennero privatizzate e le restrizioni sulle importazioni divennero meno rigide. La conseguenza fu la perdita di sostegno per i contadini da parte delle industrie conserviere e del governo. Inoltre dovettero confrontarsi con le difficoltà di dover competere con la salsa e la passata di pomodoro importata. Così l effetto combinato del collasso delle industrie conserviere di Pwalugu e Nsawam e l importazione di pomodori prodotti grazie a forti sussidi, specialmente dall Europa, hanno costituito la rovina della produzione ghanese di pomodori. Le implicazioni derivate dalla concorrenza e dall instabilità dei prezzi non hanno permesso alla maggior parte dei contadini di mettere da parte dei risparmi, così non sono più riusciti a saldare i debiti che avevano contratto per iniziare la produzione. Solo pochi contadini sono capaci di ripagare i debiti con i magri profitti ma sono costretti a trovare altre forme di sussistenza. L incapacità di ripagare i debiti ha spinto i creditori a vessare i contadini a diversi livelli. Di conseguenza, i contadini sostengono che durante la stagione 2007 alcuni si sono suicidati perché non riuscivano a ripagare i debiti. La prospettiva di essere portati in tribunale per essere insolventi è considerata una così grave umiliazione che si sono decisi a farla finita per sempre! Questa situazione rappresenta un grave ostacolo alla lotta alla povertà in Ghana. Contrariamente a quello che si crede, il libero scambio non rappresenta un opportunità di avere accesso ai mercati esteri per i produttori locali e l impennata delle importazioni li esclude dal mercato, rendendoli più poveri. Ad esempio una donna di Matsekope esprime tutta la sua frustrazione quando dice: Non riusciamo a mandare i nostri bambini a scuola e la maggior parte dei giovani è emigrata nelle grandi città. La possibile implicazione del libero scambio per la sicurezza alimentare dei produttori di pomodori ghanesi è la difficoltà nel trovare contributi per la produzione e l accesso al mercato, una situazione che li rende più indigenti e quindi incapaci di procurarsi alimenti che avrebbero comprato con i guadagni della vendita dei pomodori. Altre problematiche che affliggono i produttori sono: Impossibilità di accedere ai prestiti Alti costi di partenza come fertilizzanti, prodotti chimici per l agricoltura, macchine agricole e aratri tirati da buoi Prezzo dei pomodori sul mercato controllato da pochi soggetti interessati Malattie delle piante che portano alla perdita del raccolto Difficoltà nell ottenere terra coltivabile l allevamento di pollame Fino a tempi relativamente recenti, l allevamento di pollame in Ghana era redditizio e riforniva il 95% della richiesta nazionale. Lo sviluppo dell industria aviaria risale agli anni 50 e raggiunse l apice alla fine degli anni 80. Tuttavia la diminuzione dei dazi d importazione dovuti al regime di libero scambio segnarono il declino della produzione, causato principalmente da un aumento delle importazioni di pollame nel paese. Secondo Christian Aid, tonnellate di prodotti avicoli sono state importate in Ghana nel 2001 e due terzi provenivano dall Europa. I rapporti della FAO sostengono che nel 2002 e importazioni sono salite fino a tonnellate. I dati attuali della FAO mostrano come nel 2007 la quantità di carne di pollo importata in Ghana superava le tonnellate. Questi prodotti consistevano in cosce, colli e ali. Sfortunatamente questi prodotti importati erano considerati di scarto e quindi nocivi per i consumatori europei. Secondo Hermelin (2004), le parti di pollo congelate non hanno valore in Europa perché non c è richiesta. Non c è La raccolta dei pomodori. Fonte: SEND Ghana 32 33

18 mercato. L unica alternativa sarebbe trasformarli in alimenti per animali domestici. Se i commercianti li vedono in Africa, è perché il prezzo offerto dai paesi africani è maggiore di quello offerto dai produttori di alimenti per animali. Si tratta quindi di una vendita sottocosto, se si paragona al prezzo del pollo intero 21. In un certo modo si può dire che sia stato violato il diritto a cibo adeguato, sufficiente e nutriente ai consumatori ghanesi a cui vengono dati prodotti aviari che sarebbero in teoria invendibili. Uno studio di Christian Aid del 2005 mostra il grado d insoddisfazione dimostrato dai consumatori locali per i prodotti importati che descrivevano come grassi e privi di sapore. Questa è una situazione che di sicuro mette a repentaglio la sicurezza alimentare. Un test condotto su pollami importati ha rivelato che più dell 85% della carne proveniente dall Europa era contaminata da salmonella e altri batteri pericolosi. 22 Se questa situazione creata dal libero scambio doveva produrre benefici per i consumatori, allora potremmo dire che i consumatori ghanesi non ne hanno guadagnato in termini di sicurezza alimentare e benessere generale. Un altro effetto tangibile della riduzione delle restrizioni alle importazioni di pollame lo ha avvertito chi basava la propria sussistenza sull industria avicola. Nel 2005 in Ghana esistevano più di allevatori. Benché non esistano dati attuali, è prevedibile che le importazioni di carne di pollo dall Europa, favorite dagli alti contributi, abbiano sostanzialmente diminuito il numero degli allevatori locali. In retrospettiva l industria avicola copriva solo l 11% della produzione di pollame nel 2001 e insieme alla chiusura di molti allevamenti, come osservato dall autore in uno studio esplorativo delle fattorie per il paese e testimoniato dalle lamentele in televisione e alla radio degli allevatori di pollame, la conclusione per cui molte persone hanno perso i loro mezzi di sostentamento non può essere infondata. Il libero scambio ne è il principale responsabile, anche a causa delle condizioni imposte dai prestiti del Fondo Monetario Internazionale. Secondo gli accordi fatti dal WTO, la bound rate (cioè le tasse che un paese ha promesso di applicare sui beni importati) per il pollame in Ghana è del 99% mentre la applied rate (cioè la reale tassa sui beni importati) è del 20%. Dal momento che la applied rate in Ghana è inferiore al bound rate, il governo sarebbe riuscito a proteggere la produzione nazionale incrementando la applied rate, come permesso dagli accordi con il WTO. Tuttavia il paese non è stato capace di usare questa risorsa come un opzione politica per assicurare il sostentamento dei contadini del Ghana direttamente interessati dalla produzione e i loro familiari per via delle condizioni imposte dai prestiti del Fondo Monetario Internazionale che invariabilmente puntano a promuovere il libero scambio. Nell anno fiscale 2004, il Ghana ha voluto incrementare le tasse sulla carne di pollo dal 20 al 40% per poter proteggere la produzione nazionale. Questa iniziativa politica è diventata un illusione perché il Fondo Monetario Internazionale ha minacciato di revocare i prestiti futuri se il Ghana non avesse mantenuto le tasse al 45%. Così non solo ha portato al collasso la produzione nazionale ma ha fatto in modo che il Ghana non aumentasse i suoi introiti che avrebbero permesso al governo, per esempio, di creare programmi sociali di protezioni per mitigare le conseguenze del libero scambio sull industria aviaria e i soggetti coinvolti. 34 Conclusioni finali: un focus sugli EPA Dagli esempi presi in considerazione e dai risultati di altri studi è evidente che i contadini ghanesi non sono esenti dagli effetti negativi del libero scambio. Le prove a disposizione rafforzano la teoria secondo cui il libero scambio dovrebbe creare un mercato egualitario in cui però i compratori non sono tutti allo stesso livello. I contadini del Ghana, specie i piccoli produttori, si scontrato con la produzione a larga scala e con difficoltà nell accedere ai mercati. Ironicamente, le controparti che fanno loro concorrenza hanno il supporto dei loro governi che li permettono di produrre riducendo i costi. Possono quindi esportare i loro prodotti nei paesi africani a prezzi competitivi isolando dal mercato i piccoli produttori E come se non bastassero gli effetti negativi del libero scambio, alcune mosse politiche conosciute come l Economic Partnership Agreements tra Africa, Caraibi, regioni del Pacifico ed Europa stanno rinforzando la liberalizzazione. Secondo il concetto della preferenza non reciproca all interno della comunità europea, i paesi dell Africa, dei Caraibi e le regioni del Pacifico (ACP) godono di alcuni vantaggi nel settore agricolo. Quasi il 97% delle esportazione dai paesi ACP sono esenti da dazi o hanno tariffe ridotte, anche se in realtà alcune esportazioni sono bloccate da regolamenti indipendenti dai dazi come misure fitosanitarie che precludono l accesso ai mercati europei. Tuttavia con gli EPA ci sarebbe un cambio sostanziale nella parte relativa all agricoltura nell accordo di Cotonou. Per l Europa, l accordo di libero scambio si dovrebbe estendere all agricoltura. La liberalizzazione del settore dovrebbe coinvolgere una media del 90% degli scambi per essere in regola con la normativa del WTO. Questa possibilità nasconde altre incertezze. Non è chiaro se la flessibilità suggerita dalla Commissione Europea sia sufficiente a garantire adeguata protezione a settori sensibili delle nazioni ACP. Inoltre non è chiaro se i paesi ACP siano in grado di competere con le importazioni dall Europa, specialmente se la percentuale da eliminare dalle tasse è calcolata a livello regionale. Gli EPA rappresentano un serio rischio per l agricoltura e la sicurezza alimentare delle nazioni ACP. I contadini di questi paesi non saranno capaci di competere con i loro concorrenti europei. Questo dipende dalla differenza in produttività e in tecnologia. Questi dati confermano come i prodotti agricoli europei sono estremamente competitivi se comparati a quelli dei paesi ACP. Tuttavia la preoccupazione maggiore deriva dal fatto che la maggior parte dei prodotti esportati verso le nazioni ACP, in un regime di liberalizzazione, farebbe diretta concorrenza ai prodotti consumati dalla popolazione locale (cereali, latte, carne, verdure, cibi in scatola) 23. Così la Comunità Europea ha la responsabilità di sostenere le iniziative dei paesi africani intese a istituzionalizzare sistemi che facilitino un efficiente scambio, sviluppo di politiche comuni sulla standardizzazione della qualità e dei controlli e istituire un sistema di certificazione, formare le competenze per i controlli sanitari e fitosanitari e l adozione di un sistema legale comunitario per la concorrenza, i diritti di proprietà intellettuale e scambio nei servizi 24. Questo comporta che i paesi in via di sviluppo come il Ghana debbano concentrare le proprie energie in incrementare le capacità produttive dei coltivatori, specialmente dei piccoli produttori o dei contadini prima di potersi integrare completamente nel mercato globale. É necessario anche uniformare il grado di liberalizzazione, soprattutto a livello regionale, così che i partecipanti possano dire di essere sullo stesso piano. Una serie di politiche di liberalizzazione permetteranno l integrazione degli stati del West Africa in una zona di esportazione senza dazi che possa garantire un accesso più ampio ai mercati per i prodotti del Ghana e una migliore concorrenza sui mercati regionali. Servirà comunque l intervento del governo del Ghana per raccogliere sufficiente volontà politica per sostenere la produzione agricola locale con qualunque mezzo disponibile. Questo implica una revisione di come i programmi di libero scambio sono stati messi in atto, specialmente nei paesi in via di sviluppo. bibliografia ActionAid International (2005), The Impact of Agro-Import Surges in Developing Countries: A Case Study from Ghana, Accra. Bhagwati, Jadish N. (2002). Free Today, Princeton: Princeton University Press. Corpwatch (2005). Playing Chicken, Ghana vs. the IMF. Report by Linus Atarah, June 14th, EUROSTEP (2004). New ACP-EU Trade Arrangements: New Barriers to Eradicating Poverty? EUROSTEP, Brussels, Belgium. FAOSTAT, disponibile sul sito (ultimo accesso 6 Dicembre, 2009). FIAN (2007). Trade Policies and Hunger: The impact of trade liberalisation on the Right to Food of rice farming communities in Ghana, Honduras and Indonesia, FoodFirst Information and Action Network(FIAN). Hattingh Shawn The Free Trade Assault on Farming in Mexico: Ya Basta. disponibile sul sito mrzine/hattingh html (ultimo accesso 12 dicembre 2009). Hermelin, B (2004). Agricultural dumping: the case of chicken in Western and Central Africa. Cited in SOS Faim, Farming Dynamics, No.4 (May 2004) Hutchful E (2002). Ghana s Adjustment Experience: The Paradox of Reform, Woeli Publishing Services, Accra. Hutchful, E (2002). Ghana s Adjustment Experience: the Paradox of Reform, United Nations Research Institute for Social Development ISODEC (2004), The Economic Partnership Agreements: Poultry and Tomatoes as case studies, Accra. Karingi, S., R. Lang, N. Oulmane, R. Perez, M. S. Jallab and H. B. Hammonda (2005). Economic and Welfare Impacts of the EU-Africa Economic Partnership Agreements African Trade Policy Centre Working paper No. 10 Economic Commission for Africa ECA, Addis Ababa. Khor, M (2006), The Impact of Globalisation and Liberalisation on Agriculture and Small Farmers in Developing Countries: the Experience of Ghana, Third World Network. Oxfam (2005), Kicking Down the Door, Oxfam briefing paper 72, page 12. Tekere, M. And D. 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Wolf, Martin, (2004), Why Globalisation Work, Yale University Press, Yale. 3 USAID (2005); The Impact of Trade Liberalisation on Poverty, Atti della conferenza tenuta il 15 aprile La liberalizzazione del commercio è una delle componenti principali tra le condizioni di prestito offerte dalle istituzioni finanziare internazionali. 5 Hutchful E (2002), Ghana s Adjustment Experience: The Paradox of Reform, Woeli Publishing Services, Accra. 6 Hattingh Shawn The Free Trade Assault on Farming in Mexico: Ya Basta. Disponibile sul web mrzine/hattingh html (ultimo accesso Decembre 12, 2009). 7 Khor, M (2006), The Impact of Globalisation and Liberalisation on Agriculture and Small Farmers in Developing Countries: the Experience of Ghana, Third World Network. 8 Hutchful, E (2002), Ghana s Adjustment Experience: the Paradox of Reform, United Nations Research Institute for Social Development 9 Oxfam (2005), Kicking Down the Door, Oxfam briefing paper 72, page Ibid. 11 Vedi USDA Foreign Agricultural Service GAIN Report on Ghana. Report number GH6002, Dati citati da Khor M, (2006). 13 ActionAid International (2005), The Impact of Agro-Import Surges in Developing Countries: A Case Study from Ghana, Accra. 14 Vedi i report di Christian Aid e Oxfam 2005 sul settore agricolo del Ghana. 15 Vedi Trade Policies and Hunger: The impact of trade liberalisation on the Right to Food of rice farming communities in Ghana, Honduras and Indonesia, FoodFirst Information and Action Network (FIAN), Vedi ibid, pagina Vedi ibid. 18 Al momento, il valore di un GH equivale a 0.8 US$ 19 ISODEC (2004), The Economic Partnership Agreements: Poultry and Tomatoes as case studies, Accra. 20 FAOSTAT, (ultimo accesso 6 dicembre 2009) 21 Hermelin, B (2004). Agricultural dumping: the case of chicken in Western and Central Africa. Citato in SOS Faim, Farming Dynamics, No.4 (May 2004) 22 Questo studio è stato pubblicato congiuntamente da Service d Appui aux Initiatives Locales de Development e la Citizens Association for the Defence of Collective. Si chiamava Importation massive et incontrolee des poulets congeles en Afrique: le cas du Cameroun. 23 Vedi la Agri campaign qui exportation of Poultry: France is ripping Africa off, October Ibid 35

19 l europa investe l africa di Roberto Sensi Ong M.A.I.S. escono dalla porta, ma rientrano dalla finestra Il tema degli investimenti è stato da subito inserito tra i capitoli in discussione nel negoziato EPAs. Nonostante la centralità del settore primario e dell agricoltura, e in misura minore della produzione industriale, per i paesi ACP l Unione europea ha promosso con intransigenza un approccio olistico al negoziato, mantenendo centrale anche la liberalizzazione del mercato dei servizi e degli investimenti, dove evidente è lo scarso interesse, se non l opposizione, a negoziare questi temi da parte dei paesi più poveri. Il nesso investimenti-servizi riveste importante rilevanza economica, e non di cooperazione, per l Ue e i suoi paesi membri. I Temi di Singapore I Singapore Issues furono discussi per la prima volta durante la conferenza ministeriale dell Organizzazione Mondiale del Commercio di Singapore del Obiettivo del confronto era di trovare il modo di aumentare l accesso al mercato per le imprese multinazionali straniere (in special modo giapponesi, europee e statunitensi) negli altri paesi membri, soprattutto in quelli in via di sviluppo. I quattro temi di Singapore furono inseriti nell Agenda di Doha per lo Sviluppo durante il vertice ministeriale del Più nello specifico, i quattro temi consistevano in: 1. Liberalizzazione del settore degli investimenti. La questione si concentra fondamentalmente nell idea di creare norme in virtù delle quali i diritti degli investitori siano protetti nei confronti di qualsiasi interferenza del paese ospite. 2. Regole sulla concorrenza. Fanno riferimento essenzialmente all obiettivo di creare norme che in modo effettivo esigano dai governi l obbligo di stabilire e garantire la libera concorrenza, senza discriminazioni, tra le imprese straniere e quelle nazionali, incluse le imprese e i monopoli statali. 3. Facilitazioni al commercio. Si riferisce alla creazione di nuove norme che esigano dai governi la semplificazione e la riduzione dei costi delle transazioni e delle procedure doganali di frontiera. 4. Trasparenza negli appalti pubblici. Essa obbligherebbe i governi a permettere anche alle imprese straniere di partecipare, in maniera non discriminata, alle gare per aggiudicarsi i contratti di fornitura nel settore pubblico.

20 M.A.I.S. (Movimento per l Autosviluppo, l Interscambio e la Solidarietà) Roberto Sensi È un Organizzazione non Governativa (O.n.G.) di cooperazione internazionale fondata nel dicembre del 1990 a Torino, con riconoscimento di idoneità alla cooperazione internazionale ed all educazione allo sviluppo rilasciata dal Ministero degli Affari Esteri Italiano. M.A.I.S. realizza progetti (in Brasile, Nicaragua, Guatemala, Egitto, Senegal, Mozambico) mirati a favorire la democrazia economica e sociale nel sud del mondo, cooperando con enti ed organismi locali ed internazionali. Opera per lo sviluppo sostenibile e partecipativo delle popolazioni coinvolte, in particolare i piccoli produttori, i minori e le donne, favorendo l emergere delle potenzialità locali. Promuove l interscambio di esperienze sia all interno di paesi in cui opera che tra nord e sud del mondo. Responsabile policy su commercio e sviluppo per la Ong M.A.I.S.. Oltre a monitorare i negoziati commerciali all interno dell Organizzazione Mondiale del Commercio, si occupa anche di accordi regionali, in particolare delle politiche di cooperazione economica e commerciale dell Unione Europea nei Paesi ACP e in America Latina, di aiuti al commercio e investimenti. È co-autore di diverse pubblicazioni tra cui: Tutte le bugie del libero commercio. Ecco perché la WTO è contro lo sviluppo, 2006, Epas: la trappola europea, 2007, Non investiamoli! La liberalizzazione degli investimenti nei Paesi più poveri e le responsabilità europee 2008, Obiettivo Africa: cooperazione o libero commercio?, Ha collaborato al Libro Bianco sulla cooperazione di Sbilanciamoci del 2007 e al rapporto Budgeting for the Future, Building another Europe del Scrive articoli su diverse riviste tra cui Altreconomia. Attualmente coordina un consorzio europeo di Ong ed organizzazioni della società civile sul tema della coerenza tra politiche commerciali e di sviluppo (Creating Coherence on Trade and Development). I quattro temi di Singapore contribuirono al fallimento della conferenza ministeriale di Cancun del 2003, registrando profonde divergenze tra i suoi principali sostenitori, gli Stati Uniti e, in particolare, l Unione Europea, e chi invece come i principali Paesi in via di sviluppo vi si opponevano (compresi gli ACP). Durante il General Council di Ginevra del luglio 2004, tre dei quattro temi furono definitivamente tolti dai negoziati (solo le facilitazioni al commercio continuano a far parte dell Agenda). liberalizzazione degli investimenti anche per i più poveri L accordo di Cotonou non include gli investimenti nel capitolo di cooperazione commerciale, e quindi negli EPAs, ma in quello della cooperazione finanziaria, e quindi con fini di sviluppo, ponendo l accento non tanto sulla liberalizzazione per attrarre più investimenti, quanto sulle condizioni endogene come il capacity building, l assistenza alle imprese e agli enti locali, il sostegno ai processi regionali, le infrastrutture e le capacità produttive. La natura di un eventuale accordo non è definita in Cotonou: non ci sono infatti riferimenti alla necessità di un patto vincolante di natura commerciale, né a garantire la libertà degli investitori dall intervento statale. Nell Accordo di Cotonou, le parti concordano genericamente nell assumere misure ed azioni che aiutino a creare e a mantenere un ambiente prevedibile e sicuro per gli investimenti e ad avviare un negoziato su un accordo atto a tali obiettivi. L enfasi posta sulla necessità per il continente africano di attrarre più investimenti sta già generando in molti donatori uno spostamento dalla concessione di aiuti allo sviluppo alla promozione di investimenti privati, strategia per aumentare l afflusso di capitali nei Paesi più poveri. Nelle parole del capo negoziatore europeo degli EPAs, Karl Falkenberg, lo sviluppo non può avvenire senza investimenti, [ed essi] porteranno nuovi posti di lavoro che favoriranno la crescita economica. Niente di nuovo sotto il sole. La Ue continua ad affermare che gli investimenti portano nuove tecnologie, impieghi più specializzati, reddito e crescita economica, nominando le multinazionali europee a nuovi salvatori dell Africa. investimenti e sviluppo: la retorica della liberalizzazione ritorna Investimenti e commercio giocano un ruolo centrale nel processo di globalizzazione neoliberista e sono accomunati da una retorica collegata proprio al tema della liberalizzazione. Come per il commercio, anche la liberalizzazione degli investimenti è considerata un fine in sé, un mezzo chiave nel favorire il processo di sviluppo. Ma essa, ossia la rimozione di ogni sorta di ostacolo al loro dispiegamento, potrebbe non essere la via più efficace per fare si che gli investimenti assolvano al meglio alla loro funzione di motore di sviluppo. Secondo l UNCTAD, nel decennio , la media annuale dei flussi di investimento in Africa è raddoppiata, arrivando a 2,2 miliardi di dollari (1980) per passare successivamente ai 6,2 degli anni 90 ed ai 13,8 del periodo Un incremento assoluto, che però fa emergere con chiarezza il ruolo marginale che l Africa svolge nell economia mondiale. Se guardiamo alla percentuale di IDE (Investimenti Diretti Esteri) in relazione al totale mondiale, l Africa è passata dal 6% degli anni 70 al circa 2-3% attuale. Tra i Paesi in via di sviluppo, l Africa è passata dal 28% del 1976 all attuale 9%. L Africa non è mai stata in grado di captare maggiori flussi di investimento, il cui volume totale è cresciuto enormemente durante gli anni 80 e 90. Se nel 1982 i flussi di IDE globali erano di 59 miliardi di dollari, nel 2000 hanno toccato la punta di miliardi, registrando un incremento annuo del 23,1% nel periodo e del 40,2% in quello Inoltre, la distribuzione degli IDE nel continente africano è ineguale. Nel 2001 la maggior parte dei flussi di investimenti erano diretti in Sud Africa, Marocco, Nigeria, Angola e Algeria. Ancora, nel 2003, Marocco, Angola, Guinea Equatoriale, Nigeria e Sudan ricevevano la metà del flusso annuale complessivo di investimenti diretti esteri nel continente. Se andiamo ad analizzare i settori nei quali questi investimenti si dirigono, si nota che quello primario ha raccolto nel periodo più del 50% degli investimenti; segue il terziario con il 24% e il secondario con il 21%. I principali investitori nella regione nel periodo sono stati gli Stati Uniti, la Francia, il Regno Unito e la Germania. In quello stesso periodo gli Usa detenevano una quota complessiva del 37%, avendo superato Regno Unito e Francia, che figuravano come principali investitori nel periodo Attualmente, il 40% degli IDE in Africa è diretto al settore estrattivo (gas, petrolio e minerali). Nel 2004 il continente riceveva 15 miliardi di dollari di investimenti, che rappresentavano il 15% del totale mondiale diretto al settore estrattivo. Dell ammontare complessivo degli investimenti, il 48% è diretto in Sud Africa, il 7% in Ghana, il 6% in Mauritania ed il 4% nella Repubblica del Congo ed in Costa D Avorio

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