PERIODICO GIOVANILE DI CULTURA E SPORT. Anno XXVIII N Novembre Direttore responsabile Virginio Mattoccia

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1 Particolare del quadro ad olio di Giancarlo Valentini, il presepe al De Merode, 1995

2 Da oltre 60 anni, stampa e confezione riviste, cataloghi, brochure, elenchi e fumetti ad alta tiratura per i maggiori editori e cataloghisti Italiani ed Europei. Sede operativa e stabilimento Via F. Postiglione, Moncalieri (TO) - Centralino Sede legale e stabilimento Loc. Miole Le Campore snc Oricola (AQ) - Centralino PERIODICO GIOVANILE DI CULTURA E SPORT Anno XXVIII N Novembre 2013 Direttore responsabile Virginio Mattoccia Hanno collaborato a questo numero: Giampiero Toccaceli, Giancarlo Valentini, Alberto Tornatora, Michele Cataluddi, Federica Aldrovandi, Luigi Cioffi, Fr. Emanuele Costa, Alessio Guerra, Maria Rebecca Sdoia, Raffaella Gandola, Alessandro Cacciotti, Silvia Bagli, Giulia Gambarini, Letizia Fallani, Maria Cleofe Della Valle, Veronica Palombo, Iacopo Liberatori, Fiamma Berardi, Giulia Faranda, Olivia Zangrilli, Valeria Ciancaloni, Alfonso Ussia, Diletta Meneghello, Virginia Proietti, Bianca Barilla, Costanza Pavone, Federico Antonini, Valentina Villani, Fiamma Berardi, Elvira Scardaccione, Veronica Polombo, Ernesto Michieli, Laura Mansi, Emanuele Gagliardi, Beatrice Chiapponi Fotografie Daniele Luxardo, Virginio Mattoccia, Lucio Brizi, Letizia Fallani, Emanuele Costa Composizione, impaginazione e prestampa SATIZ TPM s.r.l. Stampa ROTOSUD Spa ORICOLA (AQ) Autorizzazione n.242 del 9 maggio 1986 del Tribunale di Roma In copertina Particolare del quadro ad olio di Giancarlo Valentini, il presepe al De Merode, 1995 Distributio gratuitamente presso il collegio S. Giuseppe - Istituto De Merode SOMMARIO Primo Piano Il Tesoro dei poveri Dacci oggi il nostro zelo quotidiano Ricordo di Fabrizio Fontana Cultura Buon compleanno, Maestro Verdi! Un pericoloso covo dello spirito L immagine del potere: la Roma di Augusto Tre domande di troppo, forse quattro Intervista a Friedrich Nietzsche Day By Day Primo giorno di scuola: No, o nove? Visita al Campidoglio, ai Musei Capitolini e incontro con il Sindaco Il dado dei Farnese La Bella e la Bestia: una storia vera... più che mai Due cuori e una passione Un tuffo nelle meraviglie di Firenze Alla Fattoria Latte Sano Monaco tra Kartoffeln e Brezel Principi e principesse per una giornata Tutti a teatro L emozione di sentirsi vivi Sto oltrepassando il cancello Il fascino caotico di Napoli e la città morta di Pompei Ricordo di Federico Fellini La magia di Praga Al Convento di Sant Andrea in Sabina Collevecchio Il profumo dei limoni di Sorrento e la costola della balena Visita alla mostra su Tiziano Mastro Don Gesualdo Sei diverso dal Sangiuseppino del 1994?

3 Primo piano LA COPERTINA Il Tesoro dei poveri di Gabriele D Annunzio Il tesoro dei poveri Una fiaba natalizia di d Annunzio? Non è falsa, ma autentica La copertina di questo numero di Time Out è il particolare di un quadro che il pittore spoletino Giancarlo Valentini dipinse nel 1995 espressamente per la copertina del numero natalizio di Time Out. Il pittore ha immaginato il presepe dei poveri sulla scalinata del De Merode. Una fiaba natalizia di d Annunzio? La notizia non è una fiaba, ma una certezza. La molteplice produzione letteraria di d Annunzio comprende anche cinque fiabe natalizie, pubblicate nel 1916 da Bideri, nella antologia Parabole e Novelle e ripubblicate da Solfanelli nel Il tesoro dei poveri è un gioiello che nasce dall espressione popolare occhi di gatto, metafora degli ultimi tizzoni del fuoco. E la più cristiana della raccolta; la narrazione conserva l aspetto naif di un mondo senza tempo, di una antichità ideale. Il grande Vate non rimase insensibile al calore e alla dolcezza natalizia. Il cristiano sostituisce solo l ultima parola, illusione, con realtà. In occasione del 150 della nascita (1863) e 75 della morte (1938), di d Annunzio, Time Out propone alla lettura e alla riflessione natalizia Il tesoro dei poveri. Paul Klee Il presepe sulla scalinata del De Merode, quadro di Giancarlo Valentini - Spoleto

4 Primo piano Il Tesoro dei poveri Racconta un poeta: Il presepe nell atrio della Scuola C era una volta, non so più in quale terra, una coppia di poverelli. Ed erano questi due poverelli, così miseri che non possedevano nulla, ma proprio nulla di nulla. Non avevano pane da mettere nella madia, né campo per fabbricarvi casa. Se avesser posseduto un campo, anche grande quanto un fazzoletto, avrebbero potuto guadagnare tanto da fabbricare casa. Se avessero avuto casa, avrebbero potuto mettervi la madia. E se avessero avuto la madia, è certo che in un modo o in un altro, in un angolo o in una fenditura, avrebber potuto trovare un pezzo di pane o almeno una briciola. Ma, non avendo né campo, né casa, né madia, né pane, erano in verità assai tapini. Ma non tanto del pane lamentavano la mancanza, quanto della casa. Del pane ne avevano abbastanza per elemosina, e qualche volta avevano anche un po di companatico e qualche volta anche un sorso di vino. Ma i poveretti avrebber preferito rimaner sempre a digiuno e possedere una casa dove accendere qualche ramo secco o ragionar placidamente d innanzi alla brace. Quel che v ha di meglio al mondo, in verità, a preferenza anche del mangiare, è possedere quattro mura per ricoverarsi. Senza le quattro mura, l uomo è come una bestia errante. E i due poverelli si sentirono più miseri che mai, in una sera triste della vigilia di Natale, triste soltanto per loro, perché tutti gli altri in quella sera hanno il fuoco nel cammino e le scarpe quasi affondate nella cenere. Come si lamentavano e tremavano sulla via maestra, nella notte buia, s imbatterono in un gatto che faceva un miagolio roco e dolce. Era, in verità un gatto misero assai, misero quanto loro, poiché non aveva che la pelle su le ossa e pochissimi peli su la pelle. S egli avesse avuto molti peli su la pelle, certo la sua pelle sarebbe stata in miglior condizione. Se la sua pelle fosse stata in condizion migliore, certo non avrebbe aderito così strettamente alle ossa. E s egli non avesse avuta la pelle aderente alle ossa, certo sarebbe stato egli forte abbastanza per pigliar topi e per non rimaner così magro. Ma, non avendo peli ed avendo invece la pelle su l ossa, egli era in verità un gatto assai meschinello. I poverelli son buoni e s aiutan fra loro. I due nostri dunque raccolsero il gatto e neppure pensarono a mangiarselo; ché anzi gli diedero un po di lardo che avevano avuto per elemosina. Il gatto, com ebbe mangiato, si mise a camminare d innanzi a loro e li condusse in una vecchia capanna abbandonata. C eran là due sgabelli e un focolare, che un raggio di luna illuminò in un istante e poi sparve. Ed anche il gatto sparve col raggio di luna, cosicché i due poverelli si trovaron seduti nelle tenebre, d innanzi al nero focolare che l assenza di fuoco rendeva ancora più nero. Ah! dissero, se avessimo a pena un tizzone! Fa tanto freddo! E sarebbe tanto dolce scaldarsi un poco e raccontare favole! Ma, ohimè, non c era fuoco nel focolare, perché essi erano miseri assai. D un tratto due carboni si accesero in fondo al camino, due bei carboni gialli come l oro. E il vecchio si fregò le mani, in segno di gioia, dicendo alla sua donna: Senti che buon caldo? Sento, sento, rispose la vecchia. E distese le palme aperte innanzi al fuoco. Soffiaci sopra, ella soggiunse. La brace farà la fiamma. No, disse l uomo, si consumerebbe troppo presto. E si misero a ragionare del tempo passato, senza tristezza, poiché si sentivano tutti ringagliarditi dalla vista dei due tizzoni lucenti. Il presepe nel quadriportico del S. Giuseppe. Quadro di Giampiero Toccaceli - Roma,

5 Primo piano Il Tesoro dei poveri I poverelli si contentan di poco e son felici. I nostri due si rallegrarono, fin nell intimo del cuore, del dono di Gesù Bambino, e resero fervide grazie al bambino Gesù. Tutta la notte continuarono a favoleggiare, fin nell intimo del cuore, del bel dono di Gesù Bambino, e resero fervide grazie al bambino Gesù. Tutta la notte continuarono a favoleggiare scaldandosi, sicuri ormai d essere protetti dal bambino Gesù, poiché i due carboni brillavan sempre come due monete nuove e non si consumavano mai. E, quando venne l alba, i due poverelli che avevano avuto caldo ed agio tutta la notte, videro in fondo al camino il povero gatto che li guardava dai suoi grandi occhi d oro. Ed essi non ad altro fuoco s erano scaldati che al baglior di quegli occhi. E il gatto disse: Il tesoro dei poveri è l illusione. 6 7

6 Primo piano Dacci oggi il nostro zelo quotidiano di Alberto Tornatora Considerate i fanciulli che Dio vi ha affidato come i figli di Dio stesso; abbiate per essi una cura maggiore di quella che avreste per i figli del Re (De La Salle, Med. 133,2) Lezione di medicina Ruggiero da Frugardo Lo Spirito Santo E sempre opportuno trovare ogni tanto una buona occasione per fermarsi a riflettere, a ripensare le motivazioni profonde del nostro strano mestiere di insegnanti; per cercare di vedere sotto una nuova luce tutte le nostre esperienze quotidiane e provare a rimetterci in gioco come dovremmo fare quotidianamente per non rischiare di rimanere avvinti tra quelle che vengono definite, con una enfasi molto efficace, le spire rassicuranti della consuetudine ; spire che però, a lungo andare, riescono a soffocare anche le migliori intenzioni. Innanzi tutto è bene chiarire i margini entro i quali si svolge la nostra riflessione: tra i presupposti c è quello che per essere, o meglio per provare ad essere un buon insegnante ci si debba sentire portati per l insegnamento o, quanto meno, si desideri intensamente comunicare le proprie conoscenze, si provi grande soddisfazione (e, senza tema di essere smentito, direi perfino una sincera gioia) quando si abbia l impressione di esserci riusciti: questa è la premessa necessaria per comprendere il passaggio ulteriore, il salto che propone De La Salle quando ricorda ai suoi maestri che la loro dedizione all insegnamento è il frutto di una chiamata di Dio, è il manifestarsi della dimensione religiosa di una vocazione personale per l educazione umana e cristiana dei giovani, specialmente dei poveri. Oggi, dal sentirsi portati all insegnamento ad avere la consapevolezza di essere chiamati da Dio (perché di questo si tratta!) per l insegnamento, ce ne passa. Non stiamo parlando allora di una vocazione laica all insegnamento, che beninteso esiste ed è validamente testimoniata anche da straordinari insegnanti preparati e dediti all educazione, ma di un passo ulteriore, di una consapevole apertura al trascendente, di una risposta positiva alla chiamata di Dio che, attraverso l azione imperscrutabile dello Spirito Santo, parla al cuore dell educatore e gli chiede di collaborare alla storia della salvezza dell umanità nelle forme e nei modi dell insegnamento. Per ciascuno di noi insegnanti riconoscere questa particolare vocazione significa predisporsi ad accogliere la grazia di Dio che si manifesta nel carisma educativo proprio dei lasalliani. Cosa si intende per spiritualità lasalliana? I discepoli di San Giovanni Battista De La Salle hanno ereditato da lui una peculiare tradizione spirituale e si sforzano di incarnare questa tradizione nella loro vita, portando con sé la sua visione della missione educativa nella vita quotidiana. La spiritualità del Fondatore è profondamente radicata nel Nuovo Testamento e si sviluppa a partire dalla convinzione che i suoi discepoli sono, secondo le parole di San Paolo, gli ambasciatori di Cristo per i loro allievi e che questi allievi a loro volta sono la lettera che Cristo detta loro; è la stessa lettera che ogni giorno i Fratelli scrivono nei cuori dei loro allievi. La spiritualità lasalliana si presenta come una spiritualità di relazione tra maestro ed allievo, una spiritualità di mediazione tra l opera di Dio e le molteplici necessità degli uomini. Coloro i quali si adoperano per viverla intensamente trovano in essa non solo il modo per alimentare la loro relazione con Dio ma scoprono nella stessa anche una potente fonte di energia per il bene dei propri allievi; questa peculiare relazione con i loro allievi si rivela per gli educatori come una singolare occasione di esperienza del sacro. Questa relazione particolarmente significativa tra maestri ed allievi pone in rilievo l originalità della spiritualità di La Salle. Ai suoi tempi essa si distingueva in quanto non era solamente qualcosa da vivere in contemplazione ed in silenzio tra le mura di un chiostro (come era allora costume diffuso); piuttosto rispondeva ai bisogni concreti dei poveri adattando diversi elementi della spiritualità francese a lui contemporanea ed offrendo ai suoi maestri un sistema che illustrava il mistero di un Dio presente e attivo tra i giovani poveri che popolavano le sue scuole. Toccare i cuori De La Salle ha detto ai suoi discepoli che esiste una sorta di indicatore che mette in evidenza come questa spiritualità abbia delle implicazioni pratiche: il loro ministero è un servizio che tocca i cuori. E questo l aspetto centrale della spiri- 8 9

7 Primo piano Dacci oggi il nostro zelo quotidiano La scuola L Università tualità lasalliana perché concerne lo scopo stesso dell Istituto e la vocazione specifica dei lasalliani ossia la salvezza dei loro alunni. Poiché questo dono di toccare i cuori viene dallo Spirito di Dio necessita di una rinnovata conversione quotidiana costantemente richiesta mediante la preghiera. Nella Meditazione per la festa di Pentecoste (43,3) le parole del Fondatore sono chiare: Voi svolgete un lavoro che vi obbliga a toccare i cuori: voi non potrete farlo se non attraverso lo Spirito santo. Pregate Dio che vi conceda oggi la stessa grazia che ha concesso ai Santi Apostoli e che, dopo avervi riempito del suo Spirito per santificarvi, ve lo comunichi anche perché possiate procurare la salvezza di altri. Una spiritualità per gli insegnanti La spiritualità lasalliana è dunque evidentemente una spiritualità che intende unire ed integrare la missione evangelica di annunciare Cristo con la missione professionale dell insegnamento. Si tratta di abbandonare così la fuorviante dicotomia tra attivo e contemplativo e quella tra professionale e spirituale. E una spiritualità per educatori, per insegnanti, per chi deve formare il cuore e lo spirito dei giovani, per tutti gli uomini e le donne che si impegnano ad incarnare la realtà di Cristo per i loro alunni. E altresì una spiritualità che celebra la presenza di Dio. Dio che è sempre attivo nel mondo, sempre creatore, che incessantemente ci dona la sua parola, che è sempre impegnato a chiamarci. E un modo di vivere consapevolmente alla presenza di Dio che è presente nei maestri, negli alunni, nella relazione educativa che li unisce insieme ed è presente là dove essi si trovano. In sostanza la spiritualità lasalliana incarna nelle sue specifiche caratteristiche la via che è comune a tutte le diverse forme di spiritualità cristiana e cioè l esperienza dell opera dello Spirito Santo. La spiritualità lasalliana, che è manifestamente una spiritualità apostolica, è stata definita da Fr. Michel Sauvage con un sintagma molto suggestivo : realismo mistico. Ciò che è percepito nello spirito di Fede si trasforma in zelo per la missione. Dalla intuizione spirituale alla concreta attuazione quotidiana noi sappiamo che la realtà è pervasa dallo Spirito. Nel contesto della nostra comprensione attuale della missione condivisa, ognuno di noi in quanto educatore lasalliano è invitato a coltivare la coscienza della presenza di Dio nella sua vita quotidiana esercitando il suo ministero educativo con zelo. Una parola chiave Ma che cosa è lo zelo? Il dizionario ci propone una serie di sinonimi tra i quali attenzione, cura, sollecitudine, premura, dedizione. Lo zelo è un sentimento intenso, un affetto ardente, una forza interiore che dinamizza tutta l attività dei fratelli e dei laici che ne condividono il carisma, la virtù che caratterizza per eccellenza l educatore cristiano, è secondo la descrizione che ne fa Fratel Agathon Gonlieu una delle Dodici virtù del Buon Maestro. Lo zelo dunque è il tratto essenziale della spiritualità dell educatore lasalliano. Per dirla con una frase lo zelo è il modo in cui si realizza, si attua, prende forma, insomma si incarna il carisma educativo nel quotidiano. Mi viene da immaginare a tale riguardo che se i lasalliani potessero personalizzare la preghiera di Gesù, alla luce del loro carisma educativo dichiarandosi bisognosi di cibo spirituale, reciterebbero queste parole: Dacci oggi il nostro zelo quotidiano. Una variante che, sono convinto, non suonerebbe irriguardosa alle orecchie del Fondatore e allo spirito di fedeltà creativa che lo ha sempre contraddistinto; chi ha dichiarato con un voto eroico di essere disposto a chiedere l elemosina e a vivere di solo pane pure di tenere fede all impegno educativo richiestogli da Dio, può ben chiedere al Padre che non gli faccia mancare quel cibo spirituale che è nutrimento della sua opera di ogni giorno. E comunque, per attenuare l effetto straniante che questa variante testuale sicuramente provocherebbe, i lasalliani potrebbero limitarsi a recitare mentalmente, senza timore di osare troppo, la parola zelo sovrapponendola alla richiesta del pane quotidiano. Lo zelo dunque trova la sua origine nello Spirito di Fede a cominciare dalla preghiera di richiesta che vuole che lo zelo sia fonte e testimonianza dell azione dello spirito di Fede stesso: lo zelo è appunto lo Spirito di Fede che agisce in noi e attraverso di noi

8 Primo piano Ricordo di Fabrizio Fontana di Michele Cataluddi Il giorno 26 aprile 2013 è morto il giovane exalunno Fabrizio Fontana. Nel trigesimo la Famiglia e i Compagni hanno voluto ricordarlo nella chiesa del Collegio. Alla fine della cerimonia diversi amici lo hanno ricordato pubblicamente e partecipato il loro dolore alla Famiglia. Riportiamo l intervento del compagno di scuola Michele Cataluddi, insegnante di storia e filosofia al S. Giuseppe, e una piccola parte del ricordo di Federica Aldrovandi Fabrizio Fontana Quando mi hanno chiesto se volessi dire qualcosa stasera, ho pensato di non sentirmela. Ma in questo luogo, dove ci siamo conosciuti, dove abbiamo avuto gli stessi maestri, dove oggi sono riuniti gli amici comuni, ho creduto toccasse a me. Perciò dovrete pazientare perché ho scritto nel timore a un certo punto di potermi confondere. Dovrei quindi parlarvi di Fabrizio, ma non so se ne sono capace, a voi che lo conoscete. Potrei allora parlarvi di me, di quello che provo. E subito mi viene alla mente, e al cuore, la capacità che Fabrizio aveva di farti sentire sempre al centro della sua attenzione, nel parlare, soprattutto nell ascoltare, nel chiedere e informarsi con sincera attenzione, vuoi per la sua raffinata educazione, o per il suo spontaneo interesse nei confronti dell altro, che faceva sentire degno di stima, al quale domandava ogni volta di insegnargli, di spiegargli, di raccontare; quasi con socratica ironia e autentica modestia, dalla quale trapelava poi suo malgrado l intelligenza profonda e acuta. Potrei raccontarvi cento e più storie, aneddoti, di quando e quanto siamo stati insieme, ma non lo farò, lasciando a voi i vostri; magari per scambiarceli davanti a un bicchiere o una tazza di caffè. A noi piaceva così. Ho usato il passato, e mi dà fastidio. Sono solito dire ai miei alunni che la mia fede nella parola di salvezza del Cristo si fonda innanzi tutto sulle mie fragilità, sulle mie paure. Ma tale debolezza diventa una forza, poiché quanto più mi sento incapace di affrontare le prove della vita, tanto più si consolida in me la certezza ogni giorno di venire salvato, aiutato, sollevato dagli abissi aperti nella mia anima. Trovo intollerabile pensare di dover rinunciare alle persone con le quali è venuto in essere un legame più forte di ogni circostanza, un appartenenza che a un certo momento si rivela data, non più scelta o voluta. Allora credo che anche da questa separazione, la più difficile, ne usciremo, come trasformati, più uniti. A volte, nella solitudine, magari mentre guido, mi trovo a parlare con Fabrizio, con Valerio, a commentare un evento, a sorridere, come nel nostro saluto. Ci siamo separati con un sorriso, per dirci tutto e rivederci domani. Fabrizio non avrebbe voluto lasciarci un fardello pesante di tristezza; allora continuiamo a vivere, cercando di diventare persone migliori; questo si aspetta da noi, ed è questo l impegno per onorare la sua fiducia, il suo affetto, la sua amicizia. (Michele Cataluddi) Io ho conosciuto Fabrizio qui tra le mura di questa scuola più di vent anni fa, ma ricordo ancora tutto perfettamente. Già ai tempi del liceo Fabrizio era diverso dagli altri. Con tutti suoi difetti, che noi abbiamo potuto conoscere e amare, lui era migliore degli altri. E non lo dico per elogiarlo come si fa in queste situazioni di solito, ma semplicemente perché è la verità. La sua era un intelligenza straordinaria, curiosa, aperta al confronto, attenta al mondo esterno, mai presuntuosa, anche quando era palesemente superiore rispetto al suo interlocutore. La sua sensibilità e passione erano davvero uniche. Fabri era ironico, divertente, provocatore, tagliente. (Federica Aldrovandi) 12 13

9 Cultura Buon compleanno, Maestro Verdi! Testo di Luigi Cioffi Immagini e didascalie di Fr. Emanuele Costa Verdi, il vecchio minatore che va scavando, sicuro e infallibile, nel sottosuolo dei sentimenti umani (O. Vergani, Il caro vecchio, in Il Corriere della sera 27 gennaio 1951) Ritratto di Giuseppe Verdi, di Giovanni Boldini. Il Maestro nasce a Roncole di Busseto il 10 ottobre 1813 da una famiglia di modeste condizioni economiche. In una lettera dimostrerà il suo attaccamento alla terra natia scrivendo: «Sono stato, sono e sarò sempre un paesano delle Roncole». Morirà a Milano il 27 gennaio Margherita Barezzi moglie di Giuseppe Verdi. Ebbero due figli, morti prematuramente, e anche Margherita morì giovanissima. Verdi rimase comunque molto affezionato al papà di Margherita (il Signor Antonio ) che riconobbe il suo genio e lo sostenne negli anni di studio a Milano. A lui dedicò il Macbeth che io amo a preferenza delle altre mie opere e che quindi stimo più degno d essere presentato a Lei. Anno importante questo 2013 per la storia della musica, non fosse altro perché ricorre l anniversario della nascita di Giuseppe Verdi, il Beethoven italiano come da più parti è stato definito; uno di quei musicisti che hanno fatto la storia non solo della loro epoca ma anche di quella successiva. Giuseppe Verdi nacque infatti duecento anni fa e più precisamente il 10 ottobre 1813 a Roncole di Busseto, una piccola frazione della provincia di Parma. Parlare di un personaggio tanto illustre, le cui opere, oggi più che mai, calcano le scene di tutti i teatri del mondo non è impresa facile, soprattutto se si hanno tante cose da dire e poco spazio per poterle dire. Pochi autori sono oggi più rappresentati di Verdi. Pochi hanno così tanto diritto ad esserlo. Testimone e protagonista d eccezione del Risorgimento e dell Unità d Italia, la sua vita fu intensa e ricca come la stessa produzione musicale protrattasi ininterrottamente per quasi un sessantennio; dagli esordi come operista a soli ventisei anni, fino alle ultime composizioni realizzate alla veneranda età di ottantacinqueanni. Una produzione la sua, capace di sfidare le mode del tempo, ma anche di raggiungere sempre altissimi traguardi qualitativi. Compositore, politico, agricoltore, benefattore, Verdi nacque nell era del cavallo e morì in quella del motore toccando con mano i più importanti progressi compiuti dalla tecnica e dalla scienza. I continui spostamenti in giro per il mondo, lo portarono a contatto con i più illustri personaggi del mondo della politica, dell arte, della musica, della cultura più in generale: Mazzini, Manzoni, Garibaldi, Cavour, Carducci, Rossini, tanto per citarne alcuni. La sua fama legata quasi esclusivamente al mondo del melodramma (per tutta la vita continuò a ripetere Sono soltanto un uomo di teatro ) - si alimentò grazie all innata capacità di trasporre in musica i fermenti e i turbolenti eventi che caratterizzarono il periodo risorgimentale e di scrutare come un novello Diogene il cuore dell uomo. Il primo successo del giovane compositore bussetano porta la data del 9 marzo Al Teatro alla Scala di Milano va in scena Nabucco, opera in tre atti su testo di Temistocle Solera. È il terzo titolo che fiorisce in poco tempo dalla mente del musicista. Verdi ha infatti già composto Oberto Conte di San Bonifacio e un Giorno di Regno. Dopo il fiasco di quest ultimo titolo, il successo di Nabucco è trionfale. La storia incentrata attorno alla passione amorosa di due giovani amanti, Ismaele e Fenena, s intreccia con gli eventi storici che vedono il popolo assiro guidato da Re Nabucodonosor contrapporsi agli Ebrei. A contribuire al successo di quest opera non solo un cast vocale di prim ordine ma soprattutto la potente energia musicale sprigionata dalla partitura con quell esplicito appello politico intonato all unisono dalla massa corale sulle nostalgiche parole: Va pensiero, sull ali dorate. La storia attorno alla quale ruota Nabucco o Nabucodonosor (secondo il titolo originale della partitura autografa di Verdi), richiama alla mente le istanze di libertà del popolo italiano desideroso di sottrarsi al giogo austriaco. È l inizio dell amore degli italiani per la sua musica. Da quel momento il Coro del Va, pensiero entra prepotentemente nella storia della musica e nei cuori del popolo; il pubblico s identifica con la sorte degli schiavi ebrei, crede di scorgersi ritratto in quel gruppo di ebrei piangenti sulle rive dell Eufrate e di leggere nei versi di Temistocle Solera, le ansie, le malinconie ma anche le speranze, il prossimo riscatto di quella patria oppressa sì bella e perduta. Dopo i successi di Nabucco (1842), de I Lombardi alla prima crociata (1843) e de La battaglia di Legnano (altra importante opera a sfondo storico che nel 1849 tanto 14 15

10 Cultura Buon compleanno, Maestro Verdi! Il Teatro alla Scala di Milano vide i primi successi del Maestro Verdi (1842: trionfo del Nabucco) che rimase sempre molto legato a questo prestigioso tempio della musica lirica aveva commosso il popolo italiano), Verdi abbandona il filone patriottico, l opera di tipo corale o il melodramma storico che dir si voglia, dove i protagonisti sono quasi sempre annegati nell urto con grandi masse corali e procede per una nuova strada, iniziando a porre molta più attenzione alla psicologia dei personaggi e alla sfera degli affetti privati. È la fase che culminerà nei capolavori della cosiddetta Trilogia popolare : Rigoletto, Trovatore, Traviata. Così dopo aver profuso tesori di generosa spontaneità ha scritto lo storico G. Pannain - la musica di Verdi abbandona la piazza e si fa arte. Cruciale la scelta dei soggetti; quelli estremi, Rigoletto e La Traviata, affidati a Francesco Maria Piave, e il centrale Trovatore, imposto ad un Salvatore Cammarano titubante. Tutte opere caratterizzate dalla presenza di personaggi deformi in preda ad insanabili conflitti interiori. È proprio in questi tre capolavori che va concretizzandosi la tipica vicenda morale da cui scaturiranno le maggiori ispirazioni verdiane; il protagonista, snaturato da enormi e smisurate passioni, che attraverso il dolore riacquista la sua umanità. È il caso di Rigoletto, un ripugnante buffone di corte fermo nel suo desiderio di assecondare i desideri del suo principe ma anche padre affettuoso che scoprirà l amore per la figlia solo a contatto con il dolore provocato dalla sua perdita. Oppure della zingara Azucena nel Trovatore, furia vendicatrice e madre premurosa di un figlio non suo, chiusa in una cieca volontà di vendetta destinata a dissolversi a contatto con il dolore provocato dalla condanna a morte del giovane Manrico. Infine, il caso emblematico di Violetta, nella Traviata, una cortigiana devota unicamente al piacere che scoprirà il vero amore della sua vita (Alfredo Germont) quando ormai sarà troppo tardi, in prossimità della fine della sua breve esistenza. Tutti personaggi, questi della Trilogia popolare, caratterizzati da evidenti deformità fisiche o morali ma che grazie a particolari ed efficacissime logiche drammaturgico-teatrali trovano la forza di risollevarsi dalla loro condizione e di riacquistare dignità ed umanità. L obiettivo di Verdi è dunque ormai chiaro. Tutti gli sforzi sono ora mirati a mettere a nudo l uomo, con le sue debolezze, le sue passioni snodate, i suoi drammi e i suoi affetti. Le musiche popolari di Verdi si diffondono in tutta Italia e danno un notevole contributo al nostro Risorgimento. Sui muri si scriveva Viva VERDI, acronimo per inneggiare Vittorio Emanuele Re D Italia Francesco Maria Piave, buon poeta, amico e librettista di Verdi. A lui si devono capolavori quali: Ernani (1844), Macbeth (1847), Rigoletto (1851), La traviata (1853), La forza del destino (1862) Giuseppina Strepponi, ex cantante lirica, per molti anni amica di Verdi e dal 1859 sua seconda moglie. Donna indipendente, affascinante, dotata di talento, cultura e sensibilità, rimase vicina al Maestro con affetto e venerazione fino alla morte, avvenuta nel

11 Cultura Buon compleanno, Maestro Verdi! Ai funerali di Verdi (fine gennaio 1901) partecipa una grande folla, ma per sua volontà, non ci fu nessuno sfarzo e nemmeno musica. La sua tomba fu collocata all interno di quella che il Maestro riteneva la sua opera più bella: la Casa di riposo per musicisti a Milano. Quando si pronuncia il nome di Verdi tornano di colpo alla mente le grandi vicende risorgimentali che fecero l Italia politicamente unita e che ebbero in Giuseppe Verdi e nella sua musica un impulso fortissimo Il suo nome, le note della sua musica divennero entusiasmanti e trascinanti simboli popolari. Verdi è nato in un Italia che era, politicamente, ancora un mosaico di Stati Nel corso della sua vita il nostro Paese ha avuto una evoluzione della storia straordinaria. L Italia in pochi decenni è divenuta una sola Nazione, una sola Patria. Se ciò è stato possibile lo dobbiamo al fatto che ci sono stati uomini come Verdi e c è stata anche la forza del suo linguaggio musicale che ha trascinato gli Italiani in quella che possiamo considerare una splendida avventura E quindi il nostro riconoscerci in Verdi è ancora una prova di quanto siano potenti in tutti noi il bisogno e il senso della nostra identità, il nostro orgoglio di essere, di saperci, di sentirci Italiani (Intervento del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, in occasione dell incontro con le Autorità e i cittadini della città di Parma. - Parma, 27/01/2001) Per ognuno dei soggetti, per ognuna delle sue storie, il compositore ricerca una tinta caratteristica, un timbro inconfondibile, ricorrendo spesso a soluzioni sperimentali sempre nuove e di grande efficacia. Dopo la composizione de La Traviata, nel 1853, Verdi si trasferisce a Parigi riducendo notevolmente la sua attività creativa. Ora sceglie i libretti con più calma, medita maggiormente, dirada il comporre. Se avessi voluto fare il mercante dirà più tardi nissuno mi avrebbe impedito di scrivere dopo Traviata un opera all anno e formarmi una fortuna maggiore di quella che ho. Scrive I Vespri Siciliani per l Opéra di Parigi, dietro invito ufficiale del governo francese in occasione dell Esposizione Universale del È quindi la volta del Simon Boccanegra, di Un Ballo in maschera, de La Forza del Destino, un altro drammone pieno di cadaveri che il compositore rimaneggerà sette anni più tardi aggiungendovi quella che notoriamente è considerata la sua più bella e trascinante Sinfonia di apertura. Legata ad un altro importante evento storico ovvero all apertura del Canale di Suez, al Cairo, sarà Aida (1871), il cui argomento scritto in versi da Antonio Ghislanzoni, darà a Verdi l opportunità per realizzare un opera spettacolare quanto ad effetti, ma piuttosto carente sotto il profilo della levatura drammatica dei personaggi. A trasformare la partitura in uno dei più importanti successi del Cigno di Busseto, gli ampi fiumi di musica, i numerosi interventi di danza e dei cori, le generose pennellate di esotismo. Proprio quando la carriera di Verdi pareva ormai conclusa e la vena artistica esaurita, ecco il Maestro riprendere nuovamente in mano la penna per dar forma al sogno della sua vita: misurarsi con l ideale supremo del dramma, ovvero William Shakespeare. Nasce così prima Otello, una tragedia in musica poi Falstaff, una commedia, entrambe su libretto di Arrigo Boito. Ancora una volta alla ricerca delle forze misteriose che agitano sentimenti e passioni umane, Verdi s immerge così nell Otello con tutte le sue energie, rendendo il tema della gelosia oggetto di una scultorea e penetrante rappresentazione completamente trasfusa nel linguaggio sonoro. Ma Otello non è solo questo. E anche altro. È la riflessione di un uomo che ormai al tramonto di una vita intensa, faticosa, piena di successi e passioni, medita sul significato della morte e si interroga. Emblematiche le parole fatte pronunciare wa Jago nel secondo atto dell opera: La morte è il nulla. È vecchia fola il ciel. È la stessa profonda riflessione che attraverserà l ultimo capolavoro di musica sacra del compositore; l imponente Messa da Requiem, affresco sonoro di ineguagliabile bellezza, distante da prospettive metafisiche e approdi consolatori. L opera non è una filosofica meditazione sulla morte, bensì una virile confessione dell uomo, con le sue paure e le sue contraddizioni. È in fondo la caduta di tutte le illusioni terrene messe a nudo dalla spietata realtà della morte, il confronto con la vita che inesorabilmente sfugge, quella stessa vita che si spegnerà a Milano in una fredda notte del 27 gennaio Autografo del Maestro Verdi Arrigo Boito, geniale ed estroso poeta scapigliato, nonché musicista di valore. Incontrò Verdi in tarda età, ne divenne amico intimo per 15 anni e per lui preparò due libretti (tratti da Shakespeare) che divennero gli ultimi capolavori lirici di Verdi: Otello (187) Falstaff (1893)

12 Cultura Un pericoloso covo dello spirito Tra le novità l anno scolastico ha portato la gradita apertura pomeridiana della Biblioteca demerodiana I professori E. Salvatori, B. Pozzi, L. Dell Omo, P. Cantelmi, I. Carassai, durante la settimana, dalle ore 14,15 alle ore 16,00, sono a disposizione per aiutare gli studenti a scegliere il volume adatto alle loro esigenze fra i di argomento profano che possiede la biblioteca e per guidarli nella ricerche e consultazioni. Vedendo la biblioteca chiusa da molto tempo qualcuno aveva creduto davvero che fosse un luogo di riposo, frequentato da qualche professore in religioso silenzio per non disturbare il riposo, come viene definita da Romarin nel Dizionario semiserio della limgua italiana. La biblioteca non è un luogo di riposo, o un tempio inaccessibile, ma un luogo dove si conosce, si confronta, si verifica, un covo dello spirito, come sta scritto sopra il quadro della porta di ingresso, perché la biblioteca conserva i frutti della libertà: i libri scritti da uomini pensanti perché liberi. L espressione in lingua tedesca, in caratteri gotici Le biblioteche sono un pericoloso covo dello spirito è un manifesto di Klaus Staeck (1978), tratta dal Resoconto annuale dell Ispettorato generale delle Biblioteche risulta veritiera se riferita alla autirità dispotica. Il mite vecchietto, indaffarato nelle sue ricerche, sembra voler replicare: Il pericolo è tutto qui? Nonostante i moderni mezzi tecnologici la biblioteca resta il canale privilegiato, l officina per fare cultura, perché il libro lo puoi leggere, rileggere, meditare, annotare, sintetizzare, scarabocchiare, gettare, strappare, bruciare: esso è lo strumento ideale per il lavoro intellettuale. Non a caso, proprio nell anno in cui il De Merode ha introdotto l uso generalizzato della LIM, del TA- BLET. e di tanti altri mezzi didattici moderni, ha riaperto agli Studenti e ai Genitori l uso della biblioteca. Il nucleo originario della Biblioteca Demerodiana (2.000 volumi) deriva dal fondo De Merode di Palazzo Altemps: sono volumi preziosi di agraria, biologia, chimica, fisica, matematica, gli altri sono stati aggiunti negli anni. La sistemazione attaule si deve al preside Fr. Leone Morelli (1969); l aggiunta della quarta sala al preside Fr. Osvaldo Tafaro (1987). Per moltissimi anni responsabile, anzi il bibliotecario è stato Fr. Serafino Barbaglia: persona colta, di fine sensibilità e gusto artistico, gelosa dei suoi tesori, ma contemporaneamente felice di partecipare la ricchezza della sua cultura e quella che custodiva. Attualmente la Biblioteca Demerodiana di compone di quattro sale con volumi di argomento laico: Michelangelo, Dante, Galilei, Verdi e una quinta di argomento religioso. Chi vi entra la prima volta è colpito dalle numerose enciclopedie, dalle collane della UTET, dalle collane complete dei classici latini e greci delle Belles Lettres, della Havard Univetsiy e dai volumi della prestigiosa Bibliothèque della Pléiade. Fra i suoi tesori Fr. Serafino si gloriava di avere la prima Storia della letteratura italiana del Cavaliere Abate Girolamo Tiraboschi, del 1785, testo su cui studiò anche il Foscolo; un volume dell edizione aldina delle operre di Catullo, Tibullo e Properzio, del 1562 Questo quadro si trova all ingresso della Biblioteca Demerodiana; vi è stato messo dal bibliotecario Fr. Serafino Barbaglia. E un manifesto di Klaus Staeck (1978). Il motto, in bei caratteri gotici, afferma: Le biblioteche sono un pericoloso covo dello spirito ed è tratto dal Resoconto annuale dell Ispettorato generale delle Biblioteche. Ma il mite vecchietto, indaffarato nelle sue ricerche, sembra voler replicare : Il pericolo è tutto qui? (dal dépliant della Biblioteca Demerodiana, preparato da Fr. Serafino Barbaglia) 20 21

13 Cultura Un pericoloso covo dello spirito Un nuovo manoscritto della Comedìa di Dante. La Biblioteca Demerodiana si è arricchita di una nuova acquisizione. Una copia manoscritta della Divina Commedia di Dante, opera degli alunni del Triennio Scientifico della Sezione A (coordinati dal Prof. Tornatora negli anni scolastici ), campeggia degnamente tra le numerose e preziose edizioni a stampa presenti nella Biblioteca d Istituto. Gli studenti, novelli amanuensi, hanno copiato, miniato ed illustrato i canti del capolavoro dantesco studiati e commentati nel corso dei tre anni di studio: Edoardo Pistone è l autore delle eleganti lettere che caratterizzano ogni inizio canto e Alessandro Coia è l artista cui si devono le ancora più preziose illustrazioni originali che accompagnano l opera. Nella sala Galilei fra i volumi scientifici viene conservato un atlante del corpo umano. Nel 2012 la prof. M. Pescarmona e il prof. M. Cilione, ammirati dalla quantità e dalla precisione delle illustrazioni, ne hanno iniziato un esame scientifico: speriamo che le loro scoperte ed emozioni presto siano partecipate. V.M. L esperienza di paziente e accurata copiatura del poema sacro al quale ha posto mano e cielo e terra (Par. XXV,2) ha permesso agli studenti di apprezzare la dolce fatica dell esercizio di scrittura che richiede tempo e precisione, due dimensioni che ai nostri giorni sembrano non godere di troppa fortuna

14 Cultura L immagine del potere: la Roma di Augusto di Tiziana Daga «O Sole che dai la vita, che con il carro lucente mostri e celi il giorno, e che vecchio e nuovo risorgi, possa tu mai vedere nulla più grande della città di Roma [...] o dei, date buoni costumi alla docile gioventù, o dei, concedete alla vecchiaia una placida quiete, e donate al popolo di Romolo potenza, prole e ogni gloria» (Orazio, Carmen Saeculare, 17 a.c.) Il giorno 8 ottobre 2013 la professoressa Tiziana Daga con una lezione a 380 gradi di cultura antica ha illustrato la figura di Augusto: nepos, pontifex, imperator, rex, divus Da pari suo Tiziana non solo ha mostrato il vero e il falso nelle statue e rappresentazioni di Augusto, ma ha dato una completa presentazione del personaggio, non così olimpico come la letteratura lo ha tramandato. La sapiente ricostruzione e sovrapposizione dei luoghi di ieri e di oggi di Roma ha molto agevolato la comprensione e apprezzamento del cumulo di cultura e storia in luoghi frequentati giornalmente. La prof. Daga ci ha gentilmente dato la sua conferenza, riprodotta in parte. Nel pensare a questo incontro, contestualmente alla mostra su Augusto di prossima apertura alle Scuderie del Quirinale, ci siamo chiesti: da dove cominciare per ricostruire le vicende di una città in cui una millenaria storia ha lasciato ovunque tracce indelebili e profonde cicatrici, oltre ad evidenze monumentali di straordinario valore storico artistico? Una storia che affonda le sue radici nella leggenda, quando nell VIII sec. a.c. Romolo traccia la Roma Quadrata sul Palatino. Ma di fatto Roma per molti secoli dovette assomigliare più ad un accampamento di pastori e di profughi che ad una vera e propria città. Allora, quando Roma ha cominciato a prendere una vera e propria forma secondo precise linee di sviluppo, non dettate solamente dalle particolari, favorevoli condizioni ambientali? Perché una città abbia una forma occorre un progetto e ciò implica una coscienza da parte di chi la abita e soprattutto di chi la governa. Scrive Corrado Augias nell Introduzione ai Segreti di Roma : Roma non sarà mai la città dell ordine, delle simmetrie, del nitido svolgersi dei fatti secondo un disegno, l esito coerente di un progetto. Se la storia degli uomini altro non è che violenza e frastuono, Roma è stata nei secoli lo specchio di questa storia, capace di riflettere con dolorosa fedeltà ogni dettaglio, compresi quelli dai quali si distoglierebbe volentieri lo sguardo. E difficile non condividere la sostanza di questa affermazione, soprattutto per chi come noi quotidianamente s imbatte nell indolenza e nel distratto e frainteso senso civico dei suoi concittadini, o nell ordinaria mancata manutenzione della città da parte degli organismi preposti a tale funzione. Ma forse all origine di tutto questo c è proprio la sua storia, quella di una città che nasce come capitale di un grande impero e che, dall antichità all età moderna, dagli imperatori ai papi del Rinascimento, è stata disegnata e organizzata secondo criteri più estetici che funzionali. In altri termini, una città che da Augusto in poi verrà concepita soprattutto come espressione di un potere politico forte, più preoccupato delle apparenze che della sostanza, fatta di edifici monumentali e piazze scenografiche nate dall esigenza, di chi governa, di raccogliere il maggior consenso popolare possibile. Dietro le grandi facciate, ieri come oggi, spesso si nascondono realtà diverse, in alcuni casi di degrado e povertà. Da dove cominciare quindi questa storia? Forse proprio dalla Roma di Augusto, ovvero da quando - con quasi un milione d abitanti - la capitale dell Impero era già una vera e propria megalopoli. Un dato questo che acquista oggi una più tangibile evidenza se si tiene conto che l intera popolazione a quel tempo sotto il dominio romano ammontava a circa sessanta milioni e che mediamente le città non superavano i diecimila abitanti. Nei quarantacinque anni in cui l imperatore Cesare Ottaviano Augusto fu indiscusso padrone della 24 25

15 Cultura L immagine del potere: la Roma di Augusto città, Roma conobbe un lungo periodo di pace e prosperità che consentì l attuazione di un primo vero programma urbanistico, una sorta di vero e proprio piano regolatore ante-litteram, destinato ad orientarne il futuro sviluppo. Le tappe salienti di questa storia mostrano come la nascita dell Urbe sia stata la concreta espressione di un preciso disegno politico, teso ad identificare Augusto ed i suoi futuri discendenti negli interpreti del bene comune. Sarà lo stesso Augusto alla fine della sua vita, nel Res Gestae Divi Augusti, a lasciare un dettagliato resoconto delle imprese compiute durante il suo regno. Al riguardo fondamentale appare la frase iniziale, dove scrive: Annos undeviginti natus exercitum privato consilio et privata impensa comparavi, per quem rem publicam a dominatione factionis oppressam in libertatem vindicavi [ ]. Un incipit in cui c è in nuce tutto il senso del programma politico che ne connoterà l ascesa e l affermazione: da quando appena diciannovenne, all indomani dell assassinio di suo zio Giulio Cesare che l aveva nominato erede, era tornato a Roma deciso a spendere il proprio denaro per formare un esercito che restituisse la libertà alla Repubblica dominata e oppressa da una fazione, pur di raccogliere l eredità politica di Cesare e succedergli nel governo dello Stato romano, a quando - accentrate di fatto su di sé tutte le cariche più importanti della Repubblica - ne divenne il capo supremo dando inizio all Impero. Dopo essersi abilmente barcamenato nel periodo delle guerre civili scoppiate all indomani delle fatali idi di Marzo, e dopo aver liquidato gradualmente tutti i suoi maggiori avversari politici, nel 31 a.c. - anno della battaglia di Azio che vede la definitiva sconfitta del suo principale rivale Marco Antonio e della regina d Egitto Cleopatra Ottaviano poteva celebrare il suo trionfo e considerarsi il dominatore incontrastato di quello che ormai era un Impero. Infatti, pur mantenendo la forma repubblicana dello stato, concentrò su di sé una serie di prerogative, dalla podestà tribunizia a vita che riceve nel 23 a.c. e che di fatto gli dà il diritto di veto e il controllo delle assemblee dei tribuni del popolo, all Imperium, ovvero il potere di comandare l esercito, alla massima carica sacerdotale dello stato, quella di Pontefice Massimo, nel 12 a.c.. Accanto a questi poteri effettivi riceve dal Senato l onorifico titolo di Augusto (colui che ha l autorità morale) e anche di Padre della Patria (2 a.c.). Da questo momento in poi Roma si sarebbe trasformata nella sontuosa e affascinante metropoli, ammirata per secoli, e nella città di Mecenate, ispiratore di una politica culturale che vedrà Tito Livio ed i versi immortali di Ovidio, Orazio e Virgilio consegnare alla storia e al mito la memoria dell antica Roma. Con la supervisione di Agrippa, amico fedele, genero ed instancabile ideatore della nuova Urbs voluta da Augusto, si diede il via alla costruzione di templi, basiliche, acquedotti, strade, complessi termali come quelli che lo stesso Agrippa nel 12 d.c. lasciò in eredità al popolo romano nella zona di Campo Marzio, una delle aree maggiormente interessate dallo sviluppo edilizio e dal progetto d ampliamento della città. Politicamente la stessa inaugurazione di ciascun tempio, teatro, portico, piazza divenne l occasione per esaltare le virtù del princeps e nel tempo, quando si fece sempre più pressante il problema della successione, fu l occasione per presentare al mondo un possibile erede che avrebbe agito nel nome del bene comune. Quasi in pendant alla frase iniziale del Res Gestae, nel testamento finale di Augusto si dichiara che il princeps aveva trovato una città di mattoni e l aveva lasciata di marmo, affermazione che riassume efficacemente come il programma politico e di riorganizzazione dello Stato dell età augustea coincise con una intensa attività urbanistica che avrebbe trasformato il volto monumentale di Roma. Così l arte diventa parte integrante del rinnovamento edilizio dell età augustea ed espressione del programma politico del princeps, sancendo la nascita di un arte pienamente romana capace di assorbire e di rielaborare i modelli del classicismo greco e di adeguarli ai fasti e alla politica autocelebrativa dell imperatore. Con Augusto si chiude un epoca quella dei rustici padri della repubblica e ha inizio un nuovo capitolo della storia di Roma destinato a lasciare su di essa un impronta indelebile nei secoli a venire. (T.D.) 26 27

16 Cultura Tre domande di troppo, forse quattro Le regole sono da rispettare o no? I want to get away. I want to fly away di Alessio Guerra (IV Classico B) Mi hanno chiesto se le regole siano da rispettare oppure no. Al che ho risposto: Diamine, certo che sono da rispettare, se le hanno fissate ci sarà un motivo. A quel punto mi hanno fatto notare: certe regole possono essere sbagliate. E vero, qualcuno potrebbe averle fatte male, erroneamente oppure per proprio vantaggio personale. Ma poi dopo averci pensato un po sopra ho realizzato: di solito le regole sono concordate insieme, se poi se uno se ne pente pianga se stesso. Soddisfatto per la risposta data mi compiacevo con me stesso fin quando non è arrivata la fatidica domanda: E se queste regole non fossero state concordate insieme? In quel momento mi sono tornate in mente regole che non sono state proprio fissate insieme. Ho pensato al divieto per gli Ebrei da parte dei Romani di risiedere a Gerusalemme, alla censura nel corso dei secoli, alle misure utilizzate dal Santo Tribunale dell Inquisizione, alle Leggi Razziali del 1938, alla mancanza di libertà di parola, di espressione e quasi di pensiero in paesi come la Cina o dove è presente una qualsiasi dittatura. Allora il mio ghigno soddisfatto si è trasformato in una faccia perplessa. Mi hanno chiesto come reagivo ai richiami dei miei genitori o dei miei educatori. Al che ho risposto: Sono una persona tranquilla, mantengo sempre la calma. A quel punto mi hanno fatto notare: a volte capita a tutti di perdere le staffe. Ma poi dopo averci pensato un po sopra ho realizzato: No, a me non capita quasi mai, soprattutto con i miei educatori. Soddisfatto per la risposta data mi compiacevo con me stesso fin quando non è arrivata la fatidica domanda: Non hai mai subito un rimprovero sbagliato? In quel momento mi sono tornate in mente tutte quelle volte che sono stato punito al posto di qualcun altro o sono stato sgridato per qualcosa che non avevo fatto. Molte di quelle volte senza perdere la calma ho spiegato le mie ragioni. Ma quando le mie ragioni inesorabilmente venivano ignorate perdevo la calma. In quel momento avrei potuto essere il William Foster di Un giorno di ordinaria follia. Allora il mio ghigno soddisfatto si è trasformato in una faccia perplessa. Con la faccia perplessa ho iniziato a pensare: E se la giustizia non fosse una prerogativa assoluta delle regole e di coloro che le fanno rispettare? Allora la mia faccia perplessa si è trasformata in una faccia delusa. Mi hanno chiesto come giudicassi e come spiegassi certi comportamenti trasgressivi e le bravate di alcuni miei coetanei. Due domande prima avrei risposto con un discorso moralista fatto di frasi fatte, dando la colpa a questo schifo di società. Purtroppo però mi sono state fatte due domande di troppo. Forse tre. Dunque ho realizzato come fosse composta questo schifo di società. Proprio loro. Avevo capito che non solo la giustizia non era una prerogativa assoluta di quegli educatori e di quelle leggi, ma erano loro stesse a plasmare una società che tende all ignoranza e all omologazione, passando per la stupidità di alcuni elementi che la compongono. La creano male e facile da controllare, rendono i giovani uguali tra loro, li rendono violenti, fanno loro credere di rivoltarsi contro i loro creatori e infine li criticano con falsi moralismi e li usano come capro espiatorio. Allora la mia faccia delusa si è trasformata in una faccia schifata. Mi hanno chiesto come sognassi la mia famiglia di domani. Tre domande fa avrei risposto Come quella della Barilla oppure quella del Mulino Bianco. Purtroppo però mi sono state fatte tre domande di troppo. Forse quattro. Non spero che i miei figli siano diversi, spero solo che capiscano la realtà e possano scegliere liberamente se omologarsi o meno. Spero che possano cantare I want to get away, I want to fly away non come gli ipocriti che lo fanno per sentirsi alternativi, ma perché capiscono la verità. O forse no. Forse sarebbero più felici come i bambini biondi, sorridenti e perfetti della pubblicità

17 Cultura Intervista a Friedrich Nietzsche di M. Rebecca Sdoia Incontrai il signor Nietzsche a Torino, dove egli decise di passare una parte della sua vita, e ne approfittai per fargli alcune domande: Buongiorno signor Nietzsche, ha visto che bella giornata quest oggi? Il mio tempo non è ancora venuto; alcuni nascono postumi. Tra le sue opere in quale si ritrova maggiormente? Domanda quasi piacevole per le mie orecchie. Ovviamente sono di parte, l opera che amo di più, che mi appartiene maggiormente è Così parlò Zarathustra, questo lungo viaggio verso l eterno divenire. Io ne sono il protagonista? Io sono il superuomo! Come giudica questo nostro mondo? La morale in Europa oggi è la morale del branco. Dicono che lei sia amante della musica. E vero? Non me lo chiedere. Poni le tue mani su un pianoforte. La vita senza musica non è vita. Ha piani per il futuro? Quanto più pensiamo a tutto quello che fu e che sarà, tanto più pallido ci diventa quel che è ora. Che consigli darebbe ai giovani che verranno dopo di lei? Ai giovani che conosceranno questo mondo, come me, consiglio di non aver paura dei propri errori, io ad esempio amo gli uomini che cadono, se non altro perché sono quelli che attraversano. Consiglio di non temere di sognare in grande, credo che tutte le cose che sono veramente grandi, a prima vista sembrano impossibili. E importante che voi abbiate in voi due principi fondamentali: la gratitudine e la purezza. Lo guardai con ammirazione, e lo portai con me per tutta la vita. Lui proseguì la sua passeggiata, tenendo tra le mani il Principe di Machiavelli, opera da Nietzsche sempre amata

18 Primo giorno di scuola: La parola di un Grande della Storia Lettera di Abramo Lincoln al maestro del figlio nel primo giorno di scuola Il mio figlioletto inizia oggi la scuola: per lui, tutto sarà strano e nuovo per un po e desidero che sia trattato con delicatezza. È un avventura che potrebbe portarlo ad attraversare continenti, un avventura che, probabilmente, comprenderà guerre, tragedie e dolore. Vivere questa vita richiederà fede, amore e coraggio. Dovrà imparare, lo so, che non tutti gli uomini sono giusti, che non tutti gli uomini sono sinceri. Però gli insegni anche che per ogni delinquente, c è un eroe; che per ogni politico egoista c è un leader scrupoloso Gli insegni che per ogni nemico c è un amico, cerchi di tenerlo lontano dall invidia, se ci riesce, e gli insegni il segreto di una risata discreta. Gli faccia imparare subito che i bulli sono i primi ad essere sconfitti Se può, gli trasmetta la meraviglia dei libri Ma gli lasci anche il tempo tranquillo per ponderare l eterno mistero degli uccelli nel cielo, delle api nel sole e dei fiori su una verde collina. Gli insegni che a scuola è molto più onorevole sbagliare piuttosto che imbrogliare Gli insegni ad avere fiducia nelle proprie idee, anche se tutti gli dicono che sta sbagliando Gli insegni ad essere gentile con le persone gentili e rude con i rudi. Cerchi di dare a mio figlio la forza per non seguire la massa, anche se tutti saltano sul carro del vincitore Gli insegni a dare ascolto a tutti gli uomini, ma gli insegni anche a filtrare ciò che ascolta col setaccio della verità, trattenendo solo il buono che vi passa attraverso. Gli insegni, se può, come ridere quando è triste. Gli insegni che non c è vergogna nelle lacrime. Gli insegni a schernire i cinici ed a guardarsi dall eccessiva dolcezza. Gli insegni a vendere la sua merce al miglior offerente, ma a non dare mai un prezzo al proprio cuore e alla propria anima. Gli insegni a non dare ascolto alla gentaglia urlante e ad alzarsi e combattere, se è nel giusto. Lo tratti con gentilezza, ma non lo coccoli, perché solo attraverso la prova del fuoco si fa un buon acciaio. Lasci che abbia il coraggio di essere impaziente. Lasci che abbia la pazienza per essere coraggioso. Gli insegni sempre ad avere una sublime fiducia in sé stesso, perché solo allora avrà una sublime fiducia nel genere umano. So che la richiesta è grande, ma veda cosa può fare E un così caro ragazzo mio figlio. Il messaggio dell amore, la parola dei Genitori La Famiglia e la Scuola devono trasmettere il messaggio dell amore Nella nostra scuola, come in tutti gli istituti di ispirazione cattolica, l anno scolastico inizia con l incontro del popolo di Dio con il Cristo vivente. E noi Genitori, parenti ed amici siamo qui per proclamare al mondo che non c è cultura, non c è formazione, non c è sapere senza quella sapienza del cuore, quel cuore saggio, che solo il Signore può donare a noi e ai nostri Figli. Nell età della globalizzazione, anche attraverso l insegnamento e l educazione ai valori evangelici che la scuola, ci aiuterà a trasmettere, crediamo che la Comunità scolastica assieme alla Comunità familiare, debba avere, la missione di testimoniare il messaggio della solidarietà, dell onestà, della professionalità costruita sulla lealtà e sulla fiducia, dell amore, quale unica risposta capace di risolvere i problemi concreti dell uomo. di Raffaella Fusco Gandola (Presidente Giunta dei Genitori) Come Presidente della Giunta dei Rappresentanti di classe dei Genitori, unitamente alle mie Colleghe, che ringrazio di vero cuore per la disponibilità e la passione che hanno caratterizzato il loro impegno, ho sperimentato l apertura e la comprensione dei responsabili della scuola, attenti ad offrire ai ragazzi un alto livello formativo coniugato alla sensibilità educativa propria del carisma dei Fratelli delle Scuole Cristiane. San Giovanni Battista De La Salle, infatti, insegna e testimonia che l educazione è sempre e in primo luogo partecipazione responsabile e qualificata alla realizzazione dell opera del Signore. E con un sentimento di sincera gratitudine e di cordiale affetto che, all inizio di questo Anno Scolastico , formulo a tutti quanti voi i migliori auguri di un buono e proficuo lavoro illuminato dal Santo di Reims

19 il messaggio dell amore, la parola dei Genitori 34 35

20 Primo giorno di scuola: il saluto del Preside Fatevi guidare dal desiderio della scoperta di Fr. Alessandro Cacciotti E un giorno di festa: celebriamo il nostro ritorno a scuola e ringraziamo il Signore della possibilità che ci offre di incontrare ogni giorno tante persone con cui lavorare insieme, con cui confrontarci, in un dialogo aperto ma anche impegnativo ed esigente, con cui vivere tante esperienze non solo culturali, ma anche di vita, di affetti veri e di sentimenti duraturi. (.) L orgoglio con cui i più grandi accolgono i più piccoli in questo susseguirsi delle generazioni è il nostro orgoglio e la nostra gratificazione per un lavoro educativo che sappiamo essere sempre più difficile. E come se i maturandi dicessero oggi ai ragazzi della Prima, che hanno accompagnato all altare: ecco vi introduciamo nello stesso percorso che stiamo per concludere noi, perché sappiamo che sarà entusiasmante per voi come lo è stato per noi; non sempre tutto sarà facile, ma sappiate che qui noi ci stiamo bene, perché ci sentiamo riconosciuti e realizzati come persone; da qui deriva molta parte delle conoscenze che abbiamo acquisito in questi anni; qui sono i nostri riferimenti culturali e i valori in cui crediamo. Vogliamo lasciarli a voi in eredità: vi trasmettiamo un dono prezioso, che abbiamo ricevuto e che vogliamo che continui a vivere attraverso di voi. (.) Cari ragazzi, vi auguriamo di affrontare la fatica dello studio con la consapevolezza della grande opportunità che avete di poter diventare più grandi e più coscienti di voi stessi e del mondo che è intorno a voi. E se tutto ciò costerà qualche sacrificio, sappiate che questo è il vero segno che distingue ciò che vale di più, perché i risultati che ci danno maggiore soddisfazione sono quelli che ci siamo sudati e conquistati con le nostre forze. Fatevi coinvolgere nel progetto educativo, anzi siate protagonisti e interlocutori attivi della vostra formazione umana e culturale con un alto livello di condivisione, in cui esprimere le vostre speranze, i vostri desideri, le vostre difficoltà. Poter imparare a scuola è una grande fortuna: non si studia per dovere ma perché sappiamo che così si diventa persone migliori, più ricche di umanità, più capaci di comprendere la realtà, senza lasciarsi strumentalizzare dalle opinioni spesso conformiste e spersonalizzanti in voga nella nostra società. Fatevi guidare dal desiderio della scoperta: studiare è utile, serve per la vita, per realizzare i propri sogni, ma è ancora qualcosa di più: è coltivare il nostro essere più profondo, che attraverso la cultura riesce ad apprezzare il bello, a riconoscere il vero e a scegliere il giusto. Facciamo nostro l appello che papa Francesco ha rivolto tempo fa a un folto gruppo di studenti ad essere magnanimi, cioè ad avere il cuore grande, a coltivare grandi ideali e il desiderio di realizzare grandi cose per rispondere a ciò che Dio ci chiede e proprio per questo compiere bene le cose di ogni giorno, tutte le azioni quotidiane, gli impegni, gli incontri con le persone, fare le cose piccole di ogni giorno con il cuore grande, aperto a Dio e agli altri. (... ) 36 37

OMELIA MESSA DEL GIORNO DI NATALE 2006

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