Il Granello di Sabbia

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1 Granello di Sabbia n 122 pag. 1(10) Il Granello di Sabbia n 122 giovedì 19 febbraio 2004 T H E CRACK AFTER Indice degli argomenti 1 - Dopo Parmalat di Roberto Romano (CGIL Lombardia) Il crack finanziario della Parmalat ha sollevato molte riflessioni politiche, economiche e giuridiche. In particolare sono state sollevate delle pesanti critiche alle istituzioni che in modo diretto o indiretto dovevano vigilare sul risparmio e sul corretto funzionamento della governance. 2 - Le banche, il Parmacrack e i fondi d investimento di Pjotr (pseudonimo di un operatore del settore bancario) La differenza tra il caso Parmalat e quello Cirio spiegato da un esperto del settore che ci propone anche una riflessione su cosa sono i fondi d investimento. 3 - Scuola pubblica, addio di Francesco Muraro (insegnante) Dopo la manifestazione di Milano, di sabato 14 febbraio, in difesa della scuola pubblica, le riflessioni di un insegnante impegnato sul destino della scuola. 4 - Quello che non si vede di Mario Vitiello (ATTAC Milano) Le dinamiche nascoste dietro le lotte dei lavoratori del trasporto pubblico locale, cosa hanno smosso e cosa lasciano in eredità. 5 - La dichiarazione di Scanzano di Comitato Scanziamo le Scorie Noi Movimenti del Sud, riuniti a Scanzano, abbiamo preso la parola per narrare le nostre gioie e i nostri desideri, le nostre storie di sofferenza e lotte e ci siamo riconosciuti minacciati dagli stessi incubi che vorrebbero negarci il diritto a decidere democraticamente della vita e del futuro nostro e dei nostri territori. 6 - Fine della moratoria europea sugli OGM? di Roberto Meregalli (Beati Costruttori di Pace - ReteLilliput) Il 27 gennaio scorso la Commissione Europea ha detto sì alla commercializzazione del mais Bt-11 della Syngenta. 1 - Dopo Parmalat di Roberto Romano (CGIL Lombardia) Crisi del modello Il crack finanziario della Parmalat ha sollevato molte riflessioni politiche, economiche e giuridiche. In particolare sono state sollevate delle pesanti critiche alle istituzioni che in modo diretto o indiretto dovevano vigilare sul risparmio e sul corretto funzionamento della governance. Nell analizzare il default delle imprese e delle società si possono utilizzare molti strumenti: modelli che fanno riferimento alla sostenibilità finanziaria o al mercato di sbocco, come se non ci fosse una qualche relazione. Purtroppo, questi modelli interpretativi non possono, da soli, valutare la solidità del sistema delle imprese nel loro insieme. In realtà negli ultimi 10 anni, in particolare a partire dal 1993, si è aperta una nuova fase per il capitalismo italiano, di cui Parmalat è solo il caso più eclatante, ma non per questo isolato. Turani, in Affari Finanza del 26 gennaio 2004 mette a fuoco, con rara efficacia, il nuovo paradigma: Una volta gli imprenditori, con l aiuto dei loro commercialisti passavano le notti a falsificare i propri bilanci al fine di nascondere gli utili al fisco per pagare meno tasse. Adesso il mondo è capovolto. Gli stessi imprenditori passano notti insonni, sempre con i loro commercialisti, a falsificare i bilanci al fine di nascondere le perdite dovute alla cattiva gestione. Un approccio più misurato Dieci anni in economia non sono tantissimi, eppure il sistema economico che abbiamo conosciuto è definitivamente scomparso. Colpa degli imprenditori un po pasticcioni? Dei risparmiatori un pò creduloni?

2 Granello di Sabbia n 122 pag. 2(10) Colpa della crisi economica o della mancanza di trasparenza e controllo da parte di tutte le autorità competenti? Probabilmente un po tutti sono stati corresponsabili della attuale target dell economia, ma la responsabilità individuale, da sola, non può spiegare quanto è accaduto. Se la finanziarizzazione dell economia ha compromesso l equilibrio economico, è anche vero che un qualche nesso tra mercato finanziario e produzione di beni e servizi deve pur manifestarsi. Se è saltata questa relazione, vuol dire che siamo in presenza del classico fallimento del mercato. Il paradosso è che il soggetto pubblico, meglio ancora la politica, ha indotto o guidato questo processo, venendo meno ai più elementari approcci della teoria dell economia del benessere. Tra l altro, nemmeno chi denuncia la finanziarizzazione dell economia può spiegare quanto è accaduto. Evidentemente questa crisi può essere spiegata in modo diverso, inquadrando il tema dentro una dimensione storica. Come si realizza la trasformazione del mercato Gli anni 90 sono ricordati da tutti come gli anni che hanno permesso all Italia di agganciare i famosi criteri di Maastricht. Molti ricordano le misure adottate per conseguire i vincoli finanziari imposti dal trattato UEM- UP: compressione dei salari, minori tassi di interesse in ragione delle misure per aggredire il deficit pubblico e il debito pubblico, privatizzazioni per comprare stock di debito, parziale liberalizzazione dei mercati, ridimensionamento della Pa. Se gli effetti sono più o meno noti, le implicazioni sull utilizzo del reddito da parte dei cittadini e conseguentemente sulla formazione del reddito sono, invece, meno note. Le misure di politica fiscale e finanziaria adottate dalla Pa hanno inciso sul tessuto sociale e sulle abitudini consolidate dei cittadini. Infatti, per tutti gli anni a cavallo tra il 70 e fine 80 il risparmio delle famiglie -l Italia ha una propensione marginale al risparmio più alta della media europea- ha trovato nei titoli di stato un ottima opportunità per integrare, in misura più o meno accentuata, la propria capacità di consumo. Non a caso, nonostante un significativo spostamento di reddito dal lavoro dipendente ai profitti e alla rendita, i consumi del Paese sono rimasti in linea con la media europea. Le misure adottate dal Paese in materia fiscale all inizio degli anni 90, per esempio quelle sulla previdenza integrativa o quelle che spingevano verso la nascita di nuovi soggetti giuridici (imprese) per agganciare il capitalismo manageriale di tipo europeo, hanno reso meno appetibili i titoli di stato, e per questa via spinto il risparmio delle famiglie verso i fondi di investimento e il mercato obbligazionario e azionario. I consumi delle famiglie in questi anni non sono diminuiti in quanto i rendimenti decrescenti dei titoli di stato sono stati sostituiti da quelli, più alti, dei fondi di investimento. Sono state soprattutto le privatizzazioni, assieme ad altre misure fiscali, a stimolare e orientare il risparmio verso questi nuovi strumenti finanziari, introducendo elementi di azionariato diffuso attraverso una produzione legislativa sulle privatizzazioni flessibile che teneva conto sia della necessita di preservare un nocciolo duro di governo delle imprese privatizzate, sia della necessità di coinvolgere i cittadini che prestavano il denaro. Lo sviluppo di questo paradigma, almeno fino al 2000, non trova nessun ostacolo ed è favorito dalla forte crescita della Borsa i termini di capitalizzazione, in gran parte attribuibile alle ex partecipazioni statali. In un certo senso le misure fiscali e politiche adottate hanno intercettato un bisogno vero del Paese: da un lato il sistema delle imprese che aveva bisogno di nuovi e più robusti finanziamenti per acquisire nuove società al fine di traguardare una dimensione di scala adeguata per competere sul mercato internazionale (non a caso il numero delle azioni e delle imprese in borsa non ha mutato di molto le proprie caratteristiche e le uniche novità sono interamente attribuibili alle ex PP.SS), da un altro punto di vista la necessità dei risparmiatori di trovare uno sbocco finanziario più redditizio per fare fronte al decrescente rendimento dei titoli di stato. La dimensione dello spostamento del risparmio Il risparmio delle famiglie può essere destinato a diversi utilizzi: per coprire i disavanzi pubblici, alle imprese per finanziare gli investimenti o per l acquisto di beni durevoli. Nei Paesi industrializzati c è stata una forte crescita del risparmio destinato al mercato obbligazionario che, se per alcuni versi poteva essere fisiologica, oggi trova un forte vincolo nella qualità del mercato finanziario e da una evidente frattura tra lo stesso mercato finanziario e il mercato dei beni e servizi. Come già ricordato, nel corso degli anni 90 il risparmio delle famiglie ha cambiato destinazione, ma pochi hanno valutato l intensità. Infatti, tra il 1995 e il 2002, il risparmio intercettato dalla pubblica amministrazione è verticalmente diminuito da milioni di euro a milioni di euro, mentre le imprese hanno visto aumentare le risorse finanziarie a loro destinate da milioni di euro a milioni. Se alla fine del 1995 le famiglie italiane possedevano miliardi di euro di attività finanziarie, nel 2002 erano cresciute a miliardi, con un aumento del 46%. In particolare si è registrata una forte attenzione al mercato finanziario: se nel 1995 le famiglie italiane possedevano 182 miliardi di euro di azioni e obbligazioni delle imprese, 68 miliardi da quote di fondi comuni e 446 di titoli pubblici, alla fine del 2002 i rapporti sono fortemente modificati. La banca d Italia stima in 294 miliardi di euro l ammontare delle azioni e

3 Granello di Sabbia n 122 pag. 3(10) obbligazioni detenute dalle famiglie e in 334 miliardi di euro gli investimenti in quote di fondi comuni. Soprattutto, tra il 1995 e il 2002 la componente obbligazionaria è quintuplicata, passando rispettivamente passando da 6 miliardi a 30 miliardi di euro. In prima approssimazione si può sostenere che il finanziamento delle imprese si è spostato verso un rapporti diretto con i risparmiatori in ragione del mutato clima fiscale, economico e, probabilmente, culturale. La frattura tra rendita, investimenti e debito Questi sono gli anni in cui la new economy non dava nessun segnale di cedimento economico; dove ogni investimento era considerato positivo. Le analisi su questi investimenti erano sempre positive in quanto il ritorno economico era considerato molto più significativo del debito contratto. Quindi del tutto gestibile. Nessuno, se non pochi sparuti economisti, considerava questi debiti gravi a medio e lungo termine, tanto è vero che nel dibattito economico e politico si era affacciata l idea del superamento dei cicli economici: se la crescita del fatturato e degli utili sono più alti dei tassi di interesse, non c è nessuna ragione per limitare o condizionare la formazione del debito. In Italia, ma non solo in Italia, è accaduto proprio questo: le imprese hanno investito molto, più della media europea, mentre il risparmio dei cittadini è corso verso il mercato azionario e obbligazionario in ragione della contrazione dei tassi di interesse sui titoli pubblici. Tutti hanno beneficiato di questo clima: la new economy come la old economy, pur con tassi di rendimento diversi. Quanto è accaduto, però, ha modificato in profondità la funzione del reddito, in particolare la distribuzione dello stesso, nel senso che la quota di reddito attribuibile alla rendita è cresciuta molto più velocemente di quella legata al profitto o al lavoro. Non si tratta solo della rendita nel senso attribuito dagli economisti, ma di una rendita che attribuiva agli investimenti (fissi, acquisto di società, OPA) un valore sufficiente, in termini di prospettive, per coprire i debiti delle società. Dal 2000 il clima economico cambia e comincia ad affacciarsi una pericolosa crisi e si hanno le prime avvisaglie di un sistema finanziario in sofferenza. Purtroppo gli investimenti realizzati nel corso degli anni 90 non hanno dato i risultati attesi, mentre i debiti per realizzare questi investimenti sono rimasti, assieme al loro onere legato agli interessi passivi. L effetto immediato è stato quello di una ulteriore contrazione della crescita economica e una contrazione delle aspettative legate al mercato azionario e obbligazionario, e per questa via condizionato i risparmiatori che nel frattempo aveva modificato le proprie abitudini finanziarie. Sostanzialmente viene meno una entrata addizionale per le famiglie, che fa il paio con un reddito da lavoro molto più contenuto e da una distribuzione del reddito legato all intervento pubblico del tutto insufficiente per fare fronte ai bisogni collettivi. Il perdurare della crisi economica del Paese, che è molto diversa da quella europea, ha nei fatti costretto le imprese ha ulteriori sforzi finanziari, ma questa volta non per fare investimenti, ma per coprire anche le attività correnti. Non a caso le emissioni italiane all estero tra il 2001 e il 2002 sono pari al 16% del totale, contro un 11% degli anni precedenti, tanto è vero che gli istituti di credito più coinvolti sono quelli stranieri (il 70%). Ma come è cambiata la situazione finanziaria delle società italiane? La Tamburi & Associati ha analizzato 4 importanti società quotate in Borsa che valgono qualcosa come un quinto dell intera capitalizzazione della Borsa e una passività prossima a un decimo del debito pubblico del Paese (110 miliardi di euro): Fiat, Enel, Pirelli-Telecom Italia, Autostrade (Fonte Affari e Finanza del 19 gennaio 2004). Se il rapporto tra i debiti lordi e il patrimonio netto è forse il più importante indicatore di solidità patrimoniale e finanziaria di una società, per le società osservate siamo in presenza di una evidente sofferenza finanziaria. Il rapporto è 1,97, cioè per ogni euro di patrimonio netto sono iscritti in bilancio 1,97 euro di debiti finanziari. La situazione migliora se consideriamo il rapporto tra l indebitamento finanziario netto e il patrimonio netto (1,29), ma non per questo la sofferenza finanziaria è meno preoccupante. Anche le indagini di Mediobanca confermano il trend appena sottolineato, ovvero un eccessivo indebitamento rispetto al patrimonio netto. Un tratto caratteristico che poteva anche essere gestito in una economia chiusa e con un sistema creditizio preposto alla sola raccolta del risparmio delle stesse famiglie, ma che ora diventa pericoloso se consideriamo la destinazione finale del risparmio delle famiglie. Se le imprese e le famiglie hanno privilegiato un rapporto diretto o attraverso i fondi comuni di investimento è del tutto evidente che le insufficienze dell uno (le imprese) e degli altri (i risparmiatori) hanno effetti deflagranti su tutto il sistema. La profondità della crisi Se l intreccio tra risparmiatori, banche di credito, fondi comuni di investimento e imprese era ed è così forte, probabilmente era possibile supporre lo sviluppo di complicità che vanno oltre la deontologia professionale o la morale ben richiamata dal Cardinale Dionigi Tettamanzi Inoltre, la situazione è stata aggravata da un atteggiamento delle imprese che ha operato sui bilanci per coprire una strutturale incapacità del sistema imprenditoriale privato a valutare l efficacia dei propri investimenti. Evidentemente qualcosa non ha funzionato a tutti i livelli: 21 mld di euro di bond in scadenza nel 2004 sono molto di più di un campanello

4 Granello di Sabbia n 122 pag. 4(10) di allarme. Amato (Presidente di Confindustria) ha sostenuto che occorre potenziare i codici di autocondotta (in questi anni sono aumentati in modo considerevole), ma se l autorità fiscale non fa paura, come possono questi codici condizionare le imprese? Oggi si discute su chi deve fare che cosa in tema di tutela del risparmio, ma tutti dimenticano che il TUF (scritto da Draghi) è considerato tra i migliori testi finanziari europei in tema di trasparenza. In realtà, in Italia non manca chi deve controllare, piuttosto si è realizzata una situazione in cui ogni controllo da un esito positivo, nel senso che le anomalie nei bilanci non sono l eccezione, ma la regola. Infatti, è difficile credere che l abnorme crescita del debito delle imprese non sia stato notato, anche perché superava i limiti fisiologici dettati dalla contabilità. Forse non era possibile intervenire diversamente per tentare una via di uscita al modello familiare del capitalismo nazionale, ma se questa era il panorama nazionale, perché privarsi così velocemente delle imprese pubbliche? È un tema che non ha ancora una analisi condivisa e una risposta adeguata, anche se oggi vediamo e subiamo gli effetti di quelle sciagurate scelte. 2 - Le banche, il Parmacrack e i fondi d investimento di Pjotr (pseudonimo di un operatore del settore bancario) Leggo sempre con molta attenzione e trasporto il Granello spesso forwardando gli articoli più interessanti agli amici, io faccio l'operatore di borsa e potrete facilmente immaginare come faccia fatica a far andare d'accordo la mia persona e le mie idee con il lavoro che faccio. Poiché ci tengo a che il Granello grondi verità (secondo me la sua inoppugnabile oggettività è la sua grande forza) devo avvisarvi che la frase che segue non è affatto esatta: "Le banche sapevano della situazione Parmalat? Chiunque abbia frequentato anche poco, anche solo di striscio, gli ambienti finanziari sa che a un certo livello si sa tutto, e lo si dice in giro. Ma, appunto, a un certo livello: di lì in giù, nulla filtra. Più che di riservatezza, sembra quasi trattarsi di omertà. Ma se sapevano, perché hanno continuato a finanziare la Parmalat? Perché tanto i bond emessi mica se li tenevano loro. Li rifilavano - ovviamente tessendone ampie lodi e, soprattutto, incassando laute commissioni - ai loro ignari clienti, abbacinati da interessi a due cifre ma assolutamente ignari di avere in mano poco più che carta straccia." Io l'ambiente non lo frequento poco e posso dirvi che: gli interessi non erano a due cifre, ma fino all'inizio di novembre del 2003 i rendimenti netti e i titoli Parmalat erano aderenti alla loro valutazione (rating BBB-). Quanto a chi detiene o deteneva i titoli la presenza di Bondi e l'intervento del governo sono da spiegarsi proprio con il fatto che le banche e gli "investitori istituzionali" detengono in portafoglio le obbligazioni del gruppo di Collecchio. La differenza sostanziale tra il crac Cirio e quello Parmalat sta proprio nel fatto che i bond Cirio non avevano rating e quindi le banche e gli investitori istituzionali non detenevano questi titoli. La Parmalat invece il rating l'aveva e non era neppure pessimo, questo perché avevano "taroccato" il bilancio. (E ho motivo di credere che se sono riusciti a tirare avanti con bilanci falsi per 15 anni, se si sono quotati con bilanci falsi, è perché solo una stretta cerchia di persone SAPEVA, altrimenti il gioco non si tira tanto in lungo, prima o poi qualcosa fuoriesce.) In effetti solo così si spiega il fatto che per Cirio tutto aleggia in una brodaglia misteriosa, mentre su Parmalat si stiano muovendo a spron battuto (ricordo che parmalat al momento non ha ancora saltato un solo rimborso di obbligazioni, è stata dichiarata in default ed è stato attivato un procedimento di intervento prima che materialmente succedesse qualcosa), il motivo è semplice quanto triste: le vittime di Cirio sono solo piccoli investitori senza voce, mentre le potenziali vittime del crac Parmalat sono anche le banche e gli investitori istituzionali, che la voce e le leve di potere le hanno. Cosa sono i fondi d investimento I fondi di investimento sono un'invenzione relativamente recente, il concetto risale all'antichità: i mercanti Fenici erano soliti suddividere le loro merci su più imbarcazioni, perché così un incidente marino non avrebbe pregiudicato tutto il carico; il concetto rimane più o meno il medesimo: il piccolo risparmiatore attraverso i fondi può diversificare i propri risparmi/investimenti su una grande varietà di titoli così da trovarsi tutelato da rischi di difficoltà o crisi di singole società. E questo è senz'altro un aspetto positivo, ma purtroppo esistono anche degli aspetti negativi. Da non trascurare. Tanto per cominciare si può dire che, gestendo i fondi, le banche esercitano un potere nel C.d.A. delle aziende senza sborsare nulla: i titoli li comprano i clienti e le banche, detenendoli, godono del potere che ne deriva: chi compra quote di fondi compra, appunto, delle quote, non è azionista di nulla: l'azionista è il fondo. Inoltre la composizione del fondo è alquanto misteriosa, muta ogni giorno per ovvie esigenze di gestione, però questo lascia la porta aperta a particolari operazioni; le banche hanno molti modi di impegnare la liquidità che raccolgono: concedono mutui e prestiti e comprano titoli. Alcune (come ho scritto ieri) hanno anche comprato titoli Parmalat, per la loro buona redditività. Al manifestarsi del crac, però, qualche banca

5 Granello di Sabbia n 122 pag. 5(10) furbescamente potrebbe aver "venduto" ai fondi da lei gestiti i titoli incriminati, scaricando sui titolari delle quote (= i risparmiatori) il danno finanziario. Che modi hanno i risparmiatori di sapere se e a che prezzo è stato fatto? Ahimè praticamente nessuno. Capirete bene che a questo punto verrebbe voglia a chiunque di gestire fondi: si comprano titoli con i soldi di altri (percependo delle commissioni per la gestione e a volte anche per la sottoscrizione e/o il disinvestimento), si esercitano comunque i poteri che ne derivano come se li si fosse comprati con soldi propri e nel caso di crac -ma non solo- il fondo diventa un enorme (spesso questi fondi hanno capitalizzazioni di miliardi e miliardi di Euro) calderone dove "annacquare" quei titoli che invece si erano comprati sborsando del denaro concreto. Ovvio che le possibilità di "annacquamento" si moltiplicano all'aumentare dei fondi gestiti, su cui spalmare il discorso: chi gestisce trenta fondi diversi può spezzettare i titoli incriminati prima di annacquarli. Vogliamo aggiungere poi la possibilità di sostenere il proprio titolo? La Banca "Arturo" vuole attivare un meccanismo speculativo sui propri titoli, visto che il mercato si alimenta di domanda/offerta, quale miglior modo di sollevare o deprimere il titolo se non quello di farlo con le risorse altrui usando i fondi per spostare i volumi dalla domanda all'offerta e viceversa? e ancora: in caso di sospetta Opa (ovvero di possibilità che qualche altra banca cerchi di comprarsi la banca "Arturo") quale miglior modo di difendersi facendo comprare ai fondi della banca Arturo i titoli della banca stessa? si fa crescere il prezzo e si tolgono dal mercato titoli rastrellabili da altri, si può poi chiedere o dare aiuto ad un altro istituto formando importanti alleanze trasversali, sempre (ricordiamolo) senza alcun impiego di risorse proprie. La ciliegina sulla torta è quella poi di trovare una rete di collocamento dei fondi a costo zero: come sarà mai possibile farlo? Semplice: una bella rete di promotori, convinti -stimolando il loro individualismo- che possono ottenere guadagni maggiori se accettano di essere pagati percentualmente alle commissioni che raccolgono. Non è necessario formarli in alcun modo perché si arrangeranno da soli ad informarsi e a vendere: altrimenti non verranno pagati, inoltre si potrà sempre far leva sul fatto che loro stessi hanno accettato di essere "imprenditori di sé stessi". Quindi sul mercato possono scorrazzare liberamente dei promotori di prodotti finanziari che percepiscono provvigioni solo in ragione di quanto vendono, quindi senza alcun rischio per l'istituto perché a produzione zero la risorsa costa zero, e oltretutto si possono dismettere le strutture di formazione, o magari creare società che facciano formazione cui i promotori saranno "invitati" a iscriversi. Per giunta questi "imprenditori di sé stessi" non sono legati ad alcun contratto nazionale, ma contrattano singolarmente il loro trattamento economico, non hanno sigle sindacali, ma sono trattati come dipendenti: sono soggetti a budget e sono legati ad un solo marchio: cioè sono liberi professionisti quando si tratta di pagarli o formarli e diventano professionisti non liberi quando devono decidere cosa vendere. 3 - Scuola pubblica, addio di Francesco Muraro (insegnante) Dopo la manifestazione di Milano, di sabato 14 febbraio 2004 Siamo partiti bene. Sabato pomeriggio ho partecipato, come cittadino, genitore ed insegnante, ad una manifestazione pubblica realmente spontanea ed autorganizzata. Il tema: difesa della Scuola Pubblica. Ed è per questo che decine di migliaia di bambini (ovviamente strumentalizzati per poi essere ingrassati e divorati), adulti di tutte le età, familiari o lavoratori della scuola, insomma tutti coloro che diversamente partecipano al lavoro dell enorme macchina scolastica, sono scesi per strada per rendere pubblico e visibile il loro dissenso. Me compreso. Da insegnante vorrei raccontare le ragioni concrete e non solo ideali del mio dissenso rispetto al progetto Berlusconi-Tremonti-Moratti; un progetto che trasforma il sistema istruzione- formazione e il campo educativo in Merce, facendo seguito alla precedente trasformazione - da Diritto a Servizio compiuta in buona parte dal governo dell Ulivo. La trasformazione dei singoli istituti scolastici pubblici in aziende (parzialmente) autonome ha dato il via alla mercificazione dell istruzione, anche se ha aperto spazi di discussione e progettualità assopiti da tempo. L operazione Moratti & c., porta a compimento l aziendalizzazione della scuola cominciata con la riforma Berlinguer, pur riaccentrando il controllo (magari in parte a livello regionale) e gerarchizzando i rapporti professionali. I Dirigenti scolastici, nominabili dall autorità politica e da essa revocabili sarebbero facile preda di pressioni di ogni tipo, orientati al conformismo, cauti nella sperimentazione e magari un po meno dialoganti con i docenti e le RSU Sul piano dei rapporti con il ministero si profila una trasformazione nel modo di finanziare i singoli istituti: fai il bravo e ottieni buon punteggio nella valutazione del servizio test? quiz? questionari guidati? - e ti finanziamo per bene, oppure arrangiati e vendi l anima alle aziende del territorio (la vera nuova committenza che vorrebbe dettare programmi e indirizzi). Anche fra scuola pubblica e scuola pubblica si va a creare una gerarchia di merito, valutata sul rendimento medio degli studenti (?!?): le scuole in contesti difficili o accettano il bollino d infamia di scuola a rischio (e finanziamenti ad hoc) o in quanto semplice scuola riceverebbero il

6 Granello di Sabbia n 122 pag. 6(10) minimo indispensabile per funzionare a basso regime. Azienda dal prodotto scadente offre merce di bassa qualità: hard discount del sapere. La famiglia, feticcio e specchietto per le allodole della riforma e dei suoi risvolti propagandistici, potrà quindi scegliere liberamente se comprare (con ticket, buoni, sconti, ecc.) qui o là (pubblico e/o privato discount o boutique) ore di scuola: in compenso vengono sollevati in buona parte dall impegno a partecipare alle scelte collegiali d Istituto, là dove realmente si decide e si partecipa liberamente alla vita scolastica, in sede pubblica, insieme alle altre componenti della scuola. Per dimostrare quanto sia strategica e pensata con attenzione l operazione demolisci il servizio pubblico (in ottemperanza, tra l altro, alle indicazioni internazionali del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale, dell Organizzazione mondiale del Commercio), può bastare - come ha suggerito il dirigente scolastico Vito Giacalone in un recente incontro pubblico - osservare cosa vada abrogare il decreto Moratti: dall articolo 19 Norme finali e Abrogazioni si evince che qualsiasi riferimento agli intenti costituzionali relativo al Diritto all istruzione pubblica e gratuita vengono cancellati. Vi sono poi tutte le questioni specifiche e relative alla cosiddetta offerta formativa. La prima è quella del Tempo Pieno/Tempo Prolungato. Quello che sembra risultare dalla lettura del decreto è che la quantità di ore di Merce- scuola offerta dalla scuola Pubblica non diminuirà (se non gradualmente) ma cambierà natura. Anche il tempo- lavoro dei docenti cambierà natura, o meglio si snaturerà. Qualche esempio: con la nuova impostazione oraria nella scuola media inferiore risulta praticamente impossibile far condividere le ore a docenti di diverse materie; è bastato diminuire il monte ore annuale delle diverse materie, abolirne qualcuna (Educazione Tecnica, chissà poi perché?), accorpare insegnamenti, cambiare nome alle materie e via. Taglio di personale (quante migliaia?) e individualizzazione del lavoro docente: come ottenere un obiettivo culturale strategico e risparmiare (o spostare risorse verso il privato). Stesso discorso vale per l istituzione della figura del Tutor (?!?) nella scuola elementare: come ci ha ricordato Clara Bianchi di retescuola, nessuno ne sentiva il bisogno e nessun pedagogista che si rispetti può sostenere senza risultare ridicolo, che one is meglio che two. Quindi meno spazio ai progetti di recupero, su gruppi interclasse, a laboratori con piccoli gruppi, meno spazio al sostegno, meno programmazione comune, meno progettazione comune, meno valutazione comune (un fatto gravissimo, data la delicatezza di questa operazione). La maggior parte del nostro lavoro sarà svolgere la lezione, le verifiche, valutare (compilando il fantomatico portfolio individuale, che nessuno ha mai visto e che in alcuni casi rischia di assomigliare ad una sorta di fedina penale) e compilare pigne di carta. E il ridotto quantitativo di ore scuola, 27 (+3 opzionali alle elementari + mensa a piacere) o 27 (+6 opzionali alle medie + mensa), che lo impone: nessuna traccia scritta di questa operazione, nessuna esplicita e imbarazzante prescrizione, solo fatti. Anche i programmi di materia subiscono variazioni tutte da spiegare. Perché la Storia Antica deve essere insegnata alle elementari mentre alle medie si riserva il Medio Evo e il suo seguito? A voler leggere il fatto con l occhio dello storico, viene immediatamente da pensare che ai piccoli si riservi l epoca delle favole e dei miti (ma anche del paganesimo, della democrazia ateniese e dell imperialismo romano) e ai più grandi lo stadio evolutivo della coscienza nell Europa cristiana una lettura pre- ottocentesca dello svolgimento della storia a forte tasso ideologico: l antichità come fase infantile della Storia e il cristianesimo come maturità dell umanità! E ancora: perché viene reinserita l economia domestica (tra l altro all interno degli insegnamenti matematico- scientifici?). Quanto è vero che i programmi di matematica sono stati male organizzati e mal scritti? Ma, soprattutto: perché bloccare la riforma Berlinguer, che ormai era in fase di completamento, per imporre dall alto una radicale trasformazione che - e come insegnante posso assicurarlo getterà la scuola nel caos organizzativo più totale? 4 - Quello che non si vede di Mario Vitiello (ATTAC Milano) Le dinamiche nascoste dietro le lotte dei lavoratori del trasporto pubblico locale. Gli scioperi dei mezzi pubblici di dicembre e gennaio hanno messo in evidenza molti elementi, alcuni evidenti, altri poco conosciuti, da considerare nel loro insieme se si vuole inquadrare la vicenda in uno scenario più ampio. Va detto prima di tutto che la lotta dei lavoratori autoferrotranvieri è pienamente riuscita. Ha calamitato l'attenzione generale ed ha dato riconoscibilità agli occhi di un'opinione pubblica distratta o meglio manipolata; ha sbloccato infine una situazione di impasse nella contrattazione, anche se ha portato al brutto accordo raggiunto dai sindacati confederali il 20 dicembre, che probabilmente non sarà accettato dai lavoratori. Ma è su altri piani che gli scioperi hanno avuto un effetto "politico". Innanzi tutto sul piano della consapevolezza dei lavoratori, che hanno scioperato compatti, con adesioni vicine al 100%, dando prova

7 Granello di Sabbia n 122 pag. 7(10) della capacità di gestire le lotte in modo unitario, spesso scavalcando gli stessi sindacati confederali. Poi sul piano della presa di coscienza degli utenti, che non hanno troppo protestato per il servizio soppresso. Anzi, in svariati modi, hanno manifestato solidarietà, e se si escludono alcune deliranti prese di posizione di alcune associazioni di consumatori, si sono schierati decisamente dalla parte dei lavoratori in lotta. La raffica di scioperi ha quindi già raggiunto un risultato politico di notevole livello, soprattutto considerato il quadro di riferimento normativo (L. 146/90) ed il panorama di impoverimento e devastazione sociale prodotto dal governo di centro-destra. Gli scioperi hanno risentito però di un limite. Sia nelle interviste di lavoratori in agitazione sia in quelle di utenti e cittadini, consapevoli e partecipi, sono emersi con chiarezza il dato del salario (gli 800 euro del lavoratore ATM) e dell'orario di lavoro (per la proposta ATM-Comune di Milano di modificare pause e recuperi), ma nella maggior parte dei commenti non si è parlato delle cosiddette "situazioni al contorno", cioè delle dinamiche di privatizzazione del Trasporto Pubblico Locale e della riforma in atto. Vale la pena fare alcune considerazioni su come si è giunti alla situazione attuale. Con l'emanazione della L. 422/97 di riforma del Trasporto Pubblico Locale è venuto meno il sistema di riferimento della L. 151/81, ed è cambiata la natura delle Aziende di Trasporto che da Consorzi o Municipalizzate sono diventate società di capitali, cioè S.p.A. La 422, cosiddetta Burlando, più volte modificata, prevedeva che in tempi più o meno definiti le nuove SpA avrebbero dovuto essere messe sul mercato, cioè cedute a privati per mezzo di gare, col meccanismo dell'offerta più vantaggiosa, e sottoposte alla "cura dimagrante" della privatizzazione. La riforma, vien quasi da dire per fortuna, non sta andando come Burlando prima, e Berlusconi poi, hanno sperato. Le amministrazioni, che devono predisporre i capitolati e definire i requisiti minimi per il servizio pubblico, fanno fatica a preparare la documentazione e ad avviare le procedure di gara. Le gare stesse vanno deserte, perché non è facile capire il valore reale di una azienda di trasporto, tra impianti, mezzi e personale. A volte, piuttosto spesso in verità, risponde al bando solo la società che sta gestendo il servizio ("incumbent" in gergo), da sola oppure in ATI con altre società di frequente più piccole. Il meccanismo della privatizzazione ha come primo effetto, oggi davvero visibile, il taglio del costo del lavoro, che rappresenta una quota consistente dei costi di una azienda di trasporto. I lavoratori sono i primi a pagare le conseguenze, in termini non solo di salari ma anche di precarizzazione, di contratti flessibili, di orari più duri, di condizioni di lavoro peggiori. Il fine dichiarato dei soggetti privati che partecipano alle gare è la riduzione del numero dei lavoratori, la riduzione delle retribuzioni e l'aumento dei turni e dei carichi lavorativi. I sindacati sono anch'essi nel mirino, e l'esternalizzazione di numerosi funzioni ha tra gli obiettivi anche quello di frammentare la partecipazione e l'appartenenza a organizzazioni sindacali. Altro elemento che sta subendo sempre maggiori attacchi è la sicurezza, ed i recenti incidenti ferroviari ne sono la testimonianza. Minor sicurezza innanzi tutto per i lavoratori delle aziende di trasporto pubblico, che pagano le più gravi conseguenze, e minor sicurezza per gli utenti, che viaggeranno su mezzi fragili, vecchi, oppure nuovi ma sottoposti a programmi di manutenzione sempre più snelli (come sta già avvenendo con gli aerei, settore liberalizzato da più tempo). Ma probabilmente anche altri aspetti, più specificatamente tecnici, subiranno progressivi deterioramenti: la regolarità dell'esercizio, che viene premiata nei contratti di servizio ma che non viene sostenuta con strumenti adeguati, ad esempio con investimenti negli impianti di regolazione dell'esercizio o nell'istruzione del personale, oppure le funzioni di intermodalità, perché la presenza di un elevato numero di operatori, in concorrenza tra loro, è per definizione in antitesi con la possibilità di effettuare scambi modali rapidi ed efficienti (vedasi ad esempio l'introduzione sempre più fitta di tornelli e porte automatiche, necessari per ripartire gli incassi tra i diversi operatori, che rendono difficoltoso lo smaltimento dei flussi e la libera circolazione delle persone). Infine la riforma del TPL, con la liberalizzazione e la privatizzazione, avrà effetti non secondari dal punto di vista ambientale, perché la logica del profitto, che i nuovi gestori privati dovranno seguire per loro stessa natura, è in contrapposizione netta con la scelta di politiche di trasporto non impattanti e sostenibili, che puntino a ridurre il numero dei veicoli circolanti, a garantire collegamenti e mezzi anche dove non sono remunerativi e concorrenziali. Un ulteriore elemento riguarda la contraddizione in cui si trova ad esempio ATM, come qualsiasi altra azienda di erogazione di un servizio pubblico, in qualità di "Società per Azioni" pubblica. La forma societaria di SpA, regolata dal diritto privato, prevede come obiettivo la chiusura del bilancio in attivo, ed il Consiglio di Amministrazione risponde degli utili prodotti di fronte all'azionista, che può essere anche un ente pubblico. Ma che significa allora SpA pubblica? Occorre chiarire che il "piano industriale" di una SpA, pur con un azionista di riferimento "pubblico", mira a realizzare profitto, dividendi a fine anno, e pone inevitabilmente in secondo piano il cittadino che ha bisogno di un servizio pubblico di trasporto. "SpA pubblica" significa ad esempio che ATM può concedersi operazioni quali l'acquisto di 10 milioni in bond Cirio, rimettendoci circa 9 milioni di euro. Oppure consente, in modo probabilmente non lecito, di non mettere a

8 Granello di Sabbia n 122 pag. 8(10) bilancio del 2003 la tassa rifiuti, raggiungendo in tal modo un attivo che autorizza, tra l'altro, l'erogazione di premi ai dirigenti alla fine dell'anno. L'attivo di un'azienda che eroga un servizio pubblico deve invece misurarsi nella capacità di garantire mezzi in un'ampia fascia oraria, nel consentire spostamenti facili a chi non può permettersi l'automobile (o a chi non la usa per scelta), nel facilitare l'utilizzo e l'accesso a tutti, nel mantenere bassi i prezzi del biglietto e nel garantire una retribuzione dignitosa ai propri dipendenti, nel mantenere un adeguato livello di sicurezza e così via. In breve, si misura nell'utilità sociale del servizio effettuato, che può, o forse deve, essere in passivo dal punto di vista finanziario, e che quindi deve essere sostenuto dalla fiscalità generale. In questo senso la difesa del Trasporto Pubblico Locale, e quindi di molti servizi pubblici oggi a rischio privatizzazione, riguarda non solo il modello di mobilità che vogliamo, ma anche il modello di città che desideriamo. Decisamente un'altra cosa rispetto al "modello lombardo". 5 - La dichiarazione di Scanzano di Comitato Scanziamo le Scorie Noi Movimenti del Sud, riuniti a Scanzano, abbiamo preso la parola per narrare le nostre gioie e i nostri desideri, le nostre storie di sofferenza e lotte e ci siamo riconosciuti minacciati dagli stessi incubi che vorrebbero negarci il diritto a decidere democraticamente della vita e del futuro nostro e dei nostri territori. Questi incubi si chiamano servitù nucleari, energetiche e militari, cementificazioni, opere devastanti, impianti inquinanti, sottrazione di beni comuni (come l'acqua, la biodiversità, le culture, la salute), precarizzazione e negazione del lavoro, ricatto delle criminalità organizzate. Tutti questi incubi sono prodotti dal sonno della ragione che si chiama globalizzazione neoliberista. Scanzano, straordinario esempio di riappropriazione popolare del proprio destino, ha vinto la sua lotta e noi siamo qui perchè tutti insieme vogliamo vincere le nostre battaglie per la vita. Narrando ed ascoltando abbiamo scritto questa nostra dichiarazione che sottoscriviamo e che chiamiamo tutti a sottoscivere e che porteremo in Carovana della Pace nei luoghi del conflitto. Nessuno può decidere contro la volontà dei territori democraticamente espressa. Riteniamo utile e opportuno costruire e consolidare una rete solidale tra le esperienze di lotta a partire dai conflitti esistenti sui territori Meridiani. Diciamo no al nucleare, sia civile che militare. I nostri beni ambientali, le nostre culture, la nostra storia, le nostre relazioni umane, sono la nostra risorsa più preziosa che non deve essere sottratta e compromessa. L'acqua è un bene comune che non può essere privatizzato, che va garantito come diritto di tutte e tutti. L'energia che vogliamo e quella che viene dal sole e dalle fonti rinnovabili: bene comune, da risparmiare, utile per una diversa economia e una diversa società e non quella che inquina e serve solo ai profitti di chi non ha alcun rapporto con il nostro territorio. La nostra terra non può servire a produrre solo merci che ingrassano multinazionali e grandi catene commerciali, ma garanzia di tutela del territorio, di coesione sociale e di reddito per il lavoro. Non ci servono grandi opere che devastino il territorio come il ponte sullo stretto o l'ennesimo traforo del Grasso Sasso, ma risanamento dei nostri territori, treni e servizi veramente utili. Non vogliamo bruciare o seppellire i rifiuti inquinando la nostra aria e la nostra terra, ma riciclare tutto ciò che si produce. Non vogliamo i CPT (Centri di Permanenza Temporanea), le carceri per migranti, sui nostri territori. Vogliamo un sistema della comunicazione democratico, indipendente, costruito dal basso, in un Sud in cui i media sono totalmente funzionali ai poteri forti locali. Vogliamo lavoro gratificante e pulito e non sporco e precario; perchè solo il lavoro gratificante costruisce una buona società. Lavoro gratificante è quello che promuove i territori, le risorse ambientali e culturali, poggia sui diritti e non, ad esempio, il modello di fabbrica integrata della Fiat SATA di Melfi. Vogliamo il reddito di cittadinanza quale pratica concreta di redistribuzione della ricchezza. Salute, scuola, cultura, servizi, lavoro, diritti sono per noi la vera misura della civiltà e non gli aridi numeri dell'economia. La sovranità alimentare è diritto a lavorare e mangiare della nostra terra, non inquinata e non modificata geneticamente e brevettata. A noi serve il pubblico perchè per noi il privato è sinonimo di "privazione"; ma serve un pubblico che sia per noi e non sopra di noi. La nostra terra è terra di pace che ripudia la guerra e non vuole vecchie e nuove servitù militari per la guerra permanente. Sempre più il nostro Sud è sinonimo di ingiustizie, prevaricazioni che sono di tutti perchè imposte a tutti da questo mondo ingiusto. Tutti siamo Sud. Noi vogliamo essere Sud senza guardare a nessun "Nord" che sia potere o modello da imitare. Abbiamo imparato, nelle mille vertenze ambientali e di lavoro aperte al Sud, a capovolgere l'idea di un destino che ci vuole moderna colonia per le razzie dei mercati globali. Le nostre lotte sono intrise di radicalità, di pratica di vita, di bisogno di futuro: anche perchè hanno smentito l'immagine di una passività meridionale che è una raffinata invenzione delle classi dominanti. Il Sud vitale delle tante Scanzano è stato il processo di riappropriazione della politica come discussione pubblica sui propri diritti e sui propri desideri, prassi di contestazione pratica dei

9 Granello di Sabbia n 122 pag. 9(10) poteri, rifondazione del senso medesimo dell'essere comunità, accumulo e socializzazione di saperi, allargamento permanente della mobilitazione, protesta nonviolenta e disobbedienza civile e sociale come nuovo alfabeto di una politica non separata. I tentativi di criminalizzare queste lotte sono da noi respinti con fermezza e non riusciranno a frenare il Movimento a partire dal tentativo di voler riscrivere la verità su Genova e Cosenza. Se mille lotte e vertenze si mettono in rete, si fanno narrazione comune e nuova cultura, soggetto di una socialità alternativa e sperimentazione concreta di un'inedità democrazia partecipata a partire dai municipi, allora comincerà una storia mai scritta, di liberazione e giustizia, per tutti e per tutte. 6 - Fine della moratoria europea sugli OGM? di Roberto Meregalli (Beati Costruttori di Pace - ReteLilliput) Il 27 gennaio scorso la Commissione Europea ha detto sì alla commercializzazione del mais Bt-11 della Syngenta. Si tratta di una decisione estremamente importante perché potrebbe rappresentare la fine della moratoria che dal 1998 blocca la commercializzazione di nuovi prodotti OGM nei 15 paesi dell'unione. Nel giugno del 1999 il Consiglio dei ministri dell'ambiente vide cinque paesi membri schierati per la sospensione delle autorizzazioni di nuovi OGM sino all'approvazione di una nuova direttiva sull'etichettatura e tracciabilità dei prodotti geneticamente modificati. Sette paesi assunsero una posizione addirittura più drastica dichiarando la loro intenzione a seguire un "approccio precauzionale" e a non autorizzare la commercializzazione di OGM senza una dimostrazione della loro sicurezza sulla salute degli esseri umani e sull'ambiente. Di fatto venne sancita una moratoria che ha fermato l'orologio delle licenze di commercializzazione di OGM nell'unione europea all'ottobre 1998 lasciando 13 richieste di autorizzazione pendenti. La decisione di ieri chiude dunque un capitolo di storia comunitaria sugli OGM. I nuovi regolamenti relativi alla tracciabilità e all'etichettatura di alimenti e mangimi sono stati pubblicati sulla gazzetta ufficiale europea il 18 ottobre Le due direttive sono: 1. Regolamento N. 1830/2003 del 22 settembre 2003 concernente la tracciabilità e l'etichettatura di organismi geneticamente modificati e la tracciabilità di alimenti e mangimi ottenuti da organismi geneticamente modificati, nonché recante modifica della direttiva 2001/18/CE (http://europa.eu.int/eurlex/pri/it/oj/dat/2003/l_268/l_ it p df) 2. Regolamento N. 1829/2003 del 22 settembre 2003 relativo agli alimenti e ai mangimi geneticamente modificati (http://europa.eu.int/eurlex/pri/it/oj/dat/2003/l_268/l_ it p df) Questi due regolamenti rappresentano le novità nell'ambito della legislazione comunitaria che fin dagli inizi degli anni '90 aveva stabilito proprie regole su un tema su cui i consumatori europei si sono dimostrati subito molto sensibili. E' del 1990 la direttiva sul rilascio nell'ambiente di organismi geneticamente modificati (90/220/EEC) che tentava di stabilire procedure comuni per gli stati membri e di creare un unico mercato per i prodotti biotecnologici. La Direttiva permetteva agli Stati membri di rifiutare la diffusione sul proprio territorio di un prodotto OGM, anche se consentito a livello comunitario, nel caso il paese avesse "giustificate ragioni" per credere che il prodotto approvato a livello europeo "costituisse un rischio per la salute umana o per l'ambiente". La Direttiva del '90 era stata rivista nel marzo 2001 (2001/18/EC) entrando in vigore il 17 ottobre dello stesso anno. La procedura di valutazione dei rischi, necessaria per l'approvazione di un nuovo OGM era stata ulteriormente rafforzata. Nel luglio del 2001 la Commissione presentava le due nuove proposte legislative approvate dopo varie modifiche ed emendamenti nel settembre del In sostanza i nuovi regolamenti stabiliscono un'unica procedura per ottenere l'approvazione di un nuovo OGM sia per uso alimentare che per la coltivazione (rilascio nell'ambiente). L'analisi scientifica dei rischi viene demandata alla nuova Authority europea sul cibo. Per quanto riguarda l'etichettatura dei prodotti biotech, già la direttiva del 1997 sui "novel foods" stabiliva l'obbligo di etichettatura di cibi e relativi ingredienti, sementi incluse. Però gli alimenti prodotti con ingredienti OGM che nel prodotto finale non presentavano più traccia di essi erano esentati dall'obbligo di etichettatura. Una successiva regolamentazione del 2000 aveva stabilito la soglia dell'1% come contaminazione accidentale, cioè un prodotto contenente OGM sino alla soglia dell'1% non richiedeva l'etichettatura.la nuova regolamentazione estende l'obbligo di etichettatura a tutti i prodotti OGM anche a quelli in cui il processo di produzione, partendo da alcuni ingredienti OGM non ne evidenzia la presenza sul prodotto finale. In altre parole tutti i prodotti contenenti o fabbricati con ingredienti OGM devono essere confezionati con la dicitura "contiene OGM". Questo però non deve far pensare che non esista una soglia di accidentalità che esenta dall'obbligo di etichettatura; "La presenza di tracce di OGM nei prodotti può essere accidentale o

10 Granello di Sabbia n 122 pag. 10(10) tecnicamente inevitabile. Tale presenza non dovrebbe pertanto far scattare automaticamente l'applicazione dei requisiti in materia di etichettatura e tracciabilità." La soglia per la presenza accidentale di OGM è dello 0,5%. La soglia sotto la quale non è obbligatoria l'etichettatura è quella dello 0,9%.Le due nuove direttive entreranno in vigore nel mese di aprile L'approvazione relativa al mais Bt-11 era nell'aria anche se era stata rinviata innumerevoli volte negli ultimi mesi. Sia l''11 novembre scorso che il 12 dicembre il Comitato Scientifico composto dai rappresentanti dei 15 paesi dell'unione aveva fallito nel trovare un accordo. Ora tutti i paesi membri hanno tre mesi di tempo per esprimere la loro posizione su questa decisione. Va detto che la Commissione ha comunque il potere di imporre la propria scelta. Il voto su questa spinosa questione, svoltosi l'8 dicembre scorso aveva mostrato che Austria, Danimarca, Francia, Grecia e Lussemburgo erano contrari, mentre Spagna e Gran Bretagna a favore. Germania, Belgio e la "nostra" Italia si erano astenute. Il mais Bt-11 è stato approvato per uso alimentare (pop corn, merende eccetera) ma non come semente. La fine della moratoria potrebbe risolvere (ma a questa questione sarà dedicato un dossier in preparazione) la causa che gli Stati Uniti, insieme ad altri paesi, hanno intentato in sede WTO contro l'unione Europea, il 13 maggio scorso. Su aggiornamenti sulle vicende del commercio internazionale.

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