MENSILE DELLA CARITAS ITALIANA - ORGANISMO PASTORALE DELLA CEI - ANNO XL - NUMERO 2 -

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1 MENSILE DELLA CARITAS ITALIANA - ORGANISMO PASTORALE DELLA CEI - ANNO XL - NUMERO 2 - marzo 2007 POSTE ITALIANE S.P.A. SPEDIZIONE IN ABBONAMENTO POSTALE - D.L. 353/2003 (CONV. IN L.27/02/2004 N.46) ART.1 COMMA 2 DCB - ROMA Italia Caritas APPELLI PER IL CAMBIAMENTO, DOPO IL FORUM DI NAIROBI L AFRICA CHIEDE FUTURO TRATTA TRAFFICI D UOMINI, L ITALIA SOMMERSA DEI NUOVI SCHIAVI BOLIVIA MARCIA PER LA TERRA, L ORGOGLIO DEI CAMPESINOS MYANMAR LA SETE DELLA ZONA ARIDA, IL FUTURO IN UNA CISTERNA

2 MENSILE DELLA CARITAS ITALIANA - ORGANISMO PASTORALE DELLA CEI - ANNO XL - NUMERO 2 - sommario ANNO XL NUMERO 2 IN COPERTINA Una giovane partecipante al Forum sociale mondiale, che si è svolto a gennaio a Nairobi, metropoli d Africa foto Emiliano Bos editoriale di Vittorio Nozza IL LEONE E GLI INSETTI, UNA VITA SPESA PER I DEBOLI 3 parola e parole di Giovanni Nicolini COMUNITÀ PIÙ ALLEGRE, PROPOSITO PER LA QUARESIMA 5 paese caritas di Rosalba Sacchi IN MENSA CIBO E RELAZIONI, LA PASTORALE SI FA INTEGRATA 6 nazionale PROMOSSO DAGLI ITALIANI, CHE SERVIZIO CIVILE VOGLIAMO? 8 di Piero Rinaldi VOLONTARIE E OBIETTORI: L OBBLIGO TRA FAVOREVOLI E CONTRARI 10 di Francesco Spagnolo dall altro mondo di Bruno Mioli 12 L ITALIA DEI NUOVI SCHIAVI, I MILLE VOLTI DELLA TRATTA 13 servizi di Giancarlo Perego e Pietro Gava database di Renato Marinaro 17 BAMBINI CON PIÙ FAMIGLIE, EDUCHIAMO AD ADATTARSI 18 di Chiara Berti e Cinzia Canali contrappunto di Domenico Rosati 22 panoramacaritas ANIMAZIONE, SERBIA, GUINEA 22 progetti CONDIZIONE FEMMINILE 24 internazionale FORUM SOCIALE: «RAFFORZATE L AFRICA PER CAMBIARE IL MONDO» 26 servizi di Emiliano Bos e Patrizia Caiffa casa comune di Gianni Borsa 31 BOLIVIA: IN MARCIA PER LA TERRA, IL RISCATTO DEI CAMPESINOS 32 di Sara Pozzi guerre alla finestra di Paolo Beccegato 35 MYANMAR: VITE APPESE ALL ACQUA, IL FUTURO È UNA CISTERNA 36 di Raffaele Teodonno contrappunto di Alberto Bobbio 39 agenda territori 40 villaggio globale 44 ritratto d autore di Luigi Alici LA FOLLIA DEL VANGELO NELLO SGUARDO DI MADRE SPERANZA 47 POSTE ITALIANE S.P.A. SPEDIZIONE IN ABBONAMENTO POSTALE - D.L. 353/2003 (CONV. IN L.27/02/2004 N.46) ART.1 COMMA 2 DCB - ROMA Italia Caritas marzo 2007 APPELLI PER IL CAMBIAMENTO, DOPO IL FORUM DI NAIROBI L AFRICA CHIEDE FUTURO TRATTA TRAFFICI D UOMINI, L ITALIA SOMMERSA DEI NUOVI SCHIAVI BOLIVIA MARCIA PER LA TERRA, L ORGOGLIO DEI CAMPESINOS MYANMAR LA SETE DELLA ZONA ARIDA, IL FUTURO IN UNA CISTERNA Mensile della Caritas Italiana Organismo Pastorale della Cei via Aurelia, Roma Italia Caritas direttore Don Vittorio Nozza direttore responsabile Ferruccio Ferrante coordinatore di redazione Paolo Brivio in redazione Danilo Angelelli, Paolo Beccegato, Salvatore Ferdinandi, Renato Marinaro, Francesco Marsico, Francesco Meloni, Giancarlo Perego, Domenico Rosati progetto grafico e impaginazione Francesco Camagna Simona Corvaia stampa Omnimedia via Lucrezia Romana, Ciampino (Rm) Tel Fax sede legale via Aurelia, Roma redazione tel offerte Paola Bandini tel inserimenti e modifiche nominativi richiesta copie arretrate Marina Olimpieri tel spedizione in abbonamento postale D.L. 353/2003 (conv. in L.27/02/2004 n.46) art.1 comma 2 DCB - Roma Autorizzazione numero dell 8/2/1969 Tribunale di Roma Chiuso in redazione il 16/2/2007 AVVISO AI LETTORI Per ricevere Italia Caritas per un anno occorre versare un contributo alle spese di realizzazione di almeno 15 euro: causale contributo Italia Caritas. La Caritas Italiana, su autorizzazione della Cei, può trattenere fino al 5% sulle offerte per coprire i costi di organizzazione, funzionamento e sensibilizzazione. Le offerte vanno inoltrate a Caritas Italiana tramite: Versamento su c/c postale n Bonifico una tantum o permanente a: - Banca Popolare Etica, piazzetta Forzaté 2, Padova Cin: S - Abi: Cab: conto corrente Iban: IT23 S Bic: CCRTIT2T84A - Banca Intesa, piazzale Gregorio VII, Roma Cin: D - Abi: Cab: conto corrente Iban: IT20 D Bic: BCITITMM700 Donazione con Cartasì e Diners, telefonando a Caritas Italiana Cartasì anche on line, sul sito (Come contribuire) 5 PER MILLE Per destinarlo a Caritas Italiana, firmare il primo dei quattro riquadri sulla dichiarazione dei redditi e indicare il codice fiscale IL LEONE E GLI INSETTI, UNA VITA SPESA PER I DEBOLI Porterà il suo nome la legge sul diritto dei poveri alla casa, principio per cui l Abbé Pierre ha speso tutta la vita. È il tributo che gli ha reso il governo francese nel giorno della sua scomparsa, avvenuta a metà gennaio, all età di 94 anni, all ospedale Val de Grace di Parigi. La Francia intera si è commossa e gli ha reso omaggio a Notre Dame. Tanta partecipazione non deve sorprendere, perché il frate cappuccino con la sua barba bianca, il bastone e il baschetto nero sulle ventitre aveva fatto breccia anche nel cuore della Francia laica e permissiva, diventando stimolo permanente alla solidarietà, proponendo sferzate d indignazione e una voce capace di farsi sentire a qualsiasi livello. «La Francia perde una figura immensa», ha detto il presidente Chirac. Lo chiamavano il pellegrino infaticabile, l apostolo dei senza tetto o ancora il curato dei poveri. Era il personaggio più popolare, sempre in testa ai sondaggi, più dei campioni dello sport e naturalmente dei politici, ai quali chiedeva spesso, con drammatici appelli pubblici, di occuparsi delle ferite sociali più profonde e dimenticate: derelitti, clochard, emarginati, anime sconfitte, distrutte e perdute negli anfratti di metropoli troppo indaffarate e troppo scintillanti per fermarsi un attimo e tendere una mano. Ma l Abbé Pierre, figura controversa e fondatore di Emmaus, ha sempre trovato il modo di schivare in vita gli appellativi magniloquenti e i riconoscimenti fastosi: fino all appuntamento finale con quella morte intimamente attesa con impazienza, in vista dell incontro più importante giunta dopo 94 anni di battaglie in nome della carità e della fede. Gli esclusi in azione «Anche quando non si dà nulla, occorre guardare la mi- L augurio di Quaresima nasce da una parabola dell Abbé Pierre. Che dedicò l esistenza a riscattare i poveri, amandoli. E a promuoverne l umanità, recuperandoli alla stima di se stessi. Con il lavoro e la lotta per la giustizia editoriale di Vittorio Nozza seria negli occhi», diceva spesso. E per spingere il paese a puntare lo sguardo sugli ultimi, in particolare i senza tetto, l Abbé ha fatto e tentato di tutto. Sempre sul campo, infaticabile: «La pigrizia rende folli. Non basta mangiare per vivere, occorre sentirsi utili», amava dire. Fu il padre Antoine, fervente cattolico e membro di un ordine ospedaliero al servizio dei più poveri, a influenzare i primi passi dell adolescente Henri (suo nome all anagrafe). Il quale, folgorato dall esempio di san Francesco d Assisi, rinunciò a 18 anni alla propria parte di eredità per diventare novizio nell ordine dei Cappuccini. Ordinato prete nel 1938, parteciperà alla Resistenza. E in quella fase convulsa di clandestinità, il giovane prete sceglierà definitivamente lo pseudonimo che lo accompagnerà fino alla morte. L Abbé piaceva ai francesi anche perché ogni francese poteva in qualche modo riconoscersi nella sua testimonianza di giustizia e solidarietà. E più ancora nella storia di una vita avventurosa, controversa, ribelle, provocatoria. «L abbé Pierre è rock», ha detto Celentano. «Un mito vivente», ha scritto Roland Barthes. Un personaggio mediatico, perché ogni sua parola diventava l audience della sofferenza e dell ingiustizia. L appello interiore a lavorare sul campo al servizio dei più poveri spinse nel 1949 l Abbé Pierre a creare il primo nucleo della comunità laica Emmaus. I suoi albori sono stati spesso sintetizzati in questi termini dal fondatore: «Avevo un locale, ho messo l insegna Emmaus». L idea è tanto semplice quanto geniale: chiedere agli esclusi di entrare in azione, raccogliendo e poi rivendendo il sovrappiù dei più abbienti, ovvero abiti e ITALIA CARITAS MARZO

3 editoriale oggetti di ogni genere. Decisivo sarà anche un faccia a faccia con uno sconosciuto, secondo la versione tramandata dall Abbé: «Tutto è nato dall incontro con Georges, un assassino parricida, un disperato che voleva suicidarsi. Vengo chiamato e gli dico: la tua storia è sfortunata ma non posso far nulla per te, il mio stipendio di deputato è speso per soccorrere le famiglie che vivono negli scantinati. Ma gli ho poi detto: poiché vuoi morire, sei libero, niente ti trattiene, e allora, prima di ucciderti, vieni ad aiutarmi». Il germoglio iniziale darà, negli anni, abbondanti frutti in tutta la Francia e poi persino ai quattro angoli del pianeta. Ricchezza dall immondizia Con la morte dell Abbé Pierre se ne va uno dei giganti della carità del XX secolo. Ma per il prete che ha incrociato spesso la sua vita con i potenti di turno, per l amico dei senza tetto e dei fuori legge, gigante della carità è un etichetta che va stretta. Personalità vulcanica e carismatica, a momenti controversa, questo sacerdote è stato un uomo dagli orizzonti grandi. Orizzonti talmente sconfinati, progetti talmente rivoluzionari, da risultare spesso scomodi. Non è retorica affermare che l Abbé Pierre è stato un uomo capace di sognare, e di farlo ad occhi aperti. Come nel caso di Raoul Follereau, siamo in presenza di un sovversivo dell amore; uno capace di colpire i cuori con sciabolate che a distanza di anni ancora fanno sanguinare: «La miseria giudica il mondo e rovina ogni possibilità di pace». Oppure: «Vivere, è rendere credibile l Amore; è vendicare l Uomo, amando». Fondando Emmaus una rete di comunità oggi presente in tutto il mondo l Abbé Pierre ha realizzato un piccolo-grande miracolo: quello di donne e uomini considerati scarti della società al pari dei cartoni, dei vestiti e dei ferri vecchi che da oltre mezzo secolo vanno raccogliendo per le strade e negli scantinati, restituiti alla gioia di vivere. O luxo da lixo, recita il motto portoghese che guida le sue comunità brasiliane: dall immondizia, la ricchezza. Il segreto dell abbé Pierre e di Emmaus è qui: in un amore dolce e gratuito, capace di vincere ogni solitudine, restituendo alle persone innanzitutto la stima per se stessi e la coscienza della propria umanità e dignità. «La livrea del povero è la dignità»: è una frase di don Tonino Bello che l Abbé avrebbe sottoscritto. Ma promuovere la dignità del povero chiede anche di cambiare le strutture di peccato, di battersi contro l ingiustizia. Accadde nel terribile inverno del 1954: l abbé Pierre mobilita la Francia per i suoi senza tetto e ottiene non solo il necessario per la sopravvivenza, ma una legge che promuove abitazioni di emergenza. Nel 1999, nel 50 anniversario di Emmaus, raccontò un aneddoto: «Anni fa, il sindaco di Parigi sembrava deciso nel volerci cacciare. Andai da lui e gli dissi: lei è come un leone, detiene il potere, mentre noi di Emmaus siamo insetti che vengono dall immondizia. Ma non si è mai visto il leone riuscire ad acciuffare gli insetti; mentre questi, se vogliono, possono infastidire il re della foresta. Nella nostra debolezza siamo più forti dei potenti». L augurio, rivolto anche al nostro essere Caritas, è che gli insetti continuino a dar fastidio al leone. In nome e per conto dei poveri. Buona Quaresima. Il segreto dell Abbé Pierre? Un amore dolce e gratuito. Ma promuovere la dignità del povero significa cambiare le strutture di peccato, battersi contro l ingiustizia parola e parole COMUNITÀ PIÙ ALLEGRE, PROPOSITO PER LA QUARESIMA Ma il padre disse ai servi: ( ) portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa ( ). E cominciarono a far festa. (Luca 15, 11-32) Ci accompagna quest anno verso la Pasqua anche il dramma tremendo e meraviglioso di una casa: quella dove un padre vive e lavora con i suoi due figli. Una casa che nella fede, nella preghiera e nella riflessione delle generazioni cristiane ha conosciuto molte letture. A partire dal problema del protagonista : accanto all ipotesi che al centro stia quel figliol prodigo, che solitamente si dà come titolo alla parabola, qualcuno ha visto quella casa come la casa del Padre, l orizzonte geografico e temporale della sua misericordia senza limiti, verso tutti i suoi figli. Si può anche pensare che Gesù in quel racconto abbia voluto lasciare un dubbio angosciante per quella parte del nostro spirito che, identificandosi con il fratello maggiore, si disgusta per l assurda tenerezza del Padre: accetterà di entrare alla festa per il fratello ritrovato? Talvolta si è visto in questo fratello maggiore il popolo della Prima Alleanza, e la sua esitazione a pensarsi in un unica casa in festa insieme al minore, genti molto lontane dalla liturgica bellezza della casa d Israele. E nel fratello piccolo e dissipatore si è arrivati a ipotizzare la rappresentatività di tutta la stirpe di Adamo, divorziata dalla casa del Padre e infelice; e tutta la storia umana come la vicenda di questo grande ritorno a casa. Una famiglia che non capisce Tra tante interpretazioni, quello che in ogni modo è chiaro e ineludibile è proprio l animo di questo Padre: sempre in attesa di chi è fuggito lontano, e capace di vederlo quando ancora è lontano. E precede il suo arrivo penitente a casa, correndogli incontro, saltandogli al collo per baciarlo. Un padre che sembra attento all organizzazione di una grande festa in onore del redivivo, più che al discorsetto di pentimento che que- La fame del figlio minore, le lagnanze del maggiore. Ma il Padre della parabola ordina lo stesso la festa. Anche noi siamo chiamati ad accettare ogni fratello. E a essere lieti di un Padre pieno di misericordia di Giovanni Nicolini sti gli rivolge. Un padre che poi deve subito correre fuori dall altra parte, dove il pierino di casa pianta una grana e denuncia tutta una sua non compensata fedeltà lavorativa che fa pensare più a un regime sovietico-kolkoziano che a un azienda di famiglia. Così, viene infine da pensare a un Padre che deve accettare la delusione di una famiglia che non solo non funziona bene (questo non sarebbe per lui il problema maggiore), quanto una famiglia che proprio non lo capisce. Povero Padre: il piccolo torna, sì, a casa. Ma il pensiero che lo spinge non è certo la nostalgia del babbo, quanto l idea di poter arrivare a mangiare il pane dei servi, certo migliore delle carrube dei porci! Il grande non si è mosso di casa, e il suo dovere l ha sempre fatto: un dovere che non è riuscito a diventare mai piacere, e quindi, anche per lui, una vita da servo e non da figlio. Insomma, fa una grande tenerezza questo padre, che sembra non voler rinunciare a una festa di famiglia, anche se i partecipanti non sembrano entusiasti di parteciparvi. Siamo in Quaresima. È tempo di esami di coscienza e di conversione: potremmo chiederci se le nostre comunità cristiane non dovrebbero essere un po più allegre. Ma per questo occorrerebbe che fossero contente della misericordia di Dio. E il clima generale dovrebbe essere quello di fratelli che, ognuno come può, accettano l altro come è: con i suoi difetti e suoi guai, le sue regole e i suoi peccati. Ma soprattutto un clima di figli stracontenti del proprio Padre: lieti di raccontare a tutti quanto sia buono e pieno di misericordia. Speriamo! 4 ITALIA CARITAS MARZO 2007 ITALIA CARITAS MARZO

4 MENSILE DELLA CARITAS ITALIANA - ORGANISMO PASTORALE DELLA CEI - ANNO XL - NUMERO 2 - paese caritas di Rosalba Sacchi direttrice Caritas Arezzo IN MENSA CIBO E RELAZIONI, LA PASTORALE SI FA INTEGRATA Nel 1997 nacque la mensa diurna per i poveri nel cuore della città di Arezzo, nella zona più ricca e popolata. La parrocchia del Sacro Cuore si rese disponibile ad attivare un servizio concreto e allo stesso tempo attento alle relazioni e al confronto con le diversità. La chiesa aretina non si tirò indietro: così un servizio di emergenza, con il passare del tempo, si è trasformato in una fucina di relazioni permanenti. Nel 2001 l Osservatorio sulle povertà Caritas evidenziò un forte bisogno di attivare una mensa con apertura serale, con un attenzione particolare alla socializzazione. Tale necessità era dovuta all aumento, in città, dei senza dimora, dei giovani girovaghi, degli anziani e delle donne con minori a carico, richiedenti il pasto caldo serale soprattutto nel periodo tra l autunno e la primavera. Ma alla Caritas cosa premeva? L organizzazione efficiente dell erogazione del vitto o la relazione interpersonale, che mettesse in gioco i volontari, favorendo percorsi di testimonianza nella comunità sul tema della carità e delle povertà? Ci siamo chiesti: come coniugare l aspetto del bisogno primario del vitto con l esigenza di una maggiore socializzazione e fraternità? Come evitare la creazione di percorsi di carità che abbiano l unico obiettivo di proporre efficienti servizi, senza però prevedere il coinvolgimento personale e comunitario? Caritas è erogatrice di qualcosa, oppure è chiamata ad andare oltre e tentare di interagire con il cuore delle persone? Donarsi senza nulla attendere Convinti che il tempo potesse aiutare a elaborare risposte, abbiamo coinvolto il vicariato di città, con l obiettivo di sensibilizzare i parroci e di conseguenza le comunità parrocchiali. Al termine del 2003 il nostro messaggio è stato accolto da due parrocchie che prima di allora non Dieci anni di mensa per i poveri nel centro cittadino. Un servizio che, con il tempo, affina la capacità di leggere i bisogni. Ma soprattutto favorisce percorsi di testimonianza. Coinvolge le parrocchie. E parla al cuore delle persone avevano costituto il gruppo Caritas; nel settembre 2004 sono state aperte due nuove mense serali a Saione e Santa Maria delle Grazie. La Caritas diocesana ha mantenuto un ruolo di coordinamento e monitoraggio. Oggi il percorso di animazione prevede incontri periodici con le comunità parrocchiali per la verifica del servizio, rispetto alle motivazioni e ai punti di forza e debolezza; incontri di formazione mensili sul tema Camminare in una vita nuova, ispirati dalla lettera ai Romani (san Paolo ci esorta al dono e all impegno quotidiano alla luce dell amore); momenti di agape fraterna, in cui nella gioia dello stare insieme si riscopre l appartenenza alla comunità. Se prima di attivare il percorso di animazione era scarsa l attenzione ai problemi dei senza dimora e delle povertà, ora possiamo dire che sensibilità e rispetto nei confronti del diverso, chiunque esso sia, sono cresciuti. Così come la capacità di donarsi senza nulla attendere in cambio. E c è di più. Se prima la collaborazione tra i parroci sui temi della carità era scarsa, con il tempo la comunicazione tra le parrocchie cittadine e il coordinamento tra le mense si sono rafforzati: oggi c è la consapevolezza di condividere problemi e bisogni con la Caritas diocesana. Se prima i volontari erano impegnati solo nel proprio settore pastorale, catechetico, liturgico, religioso, grazie al percorso di animazione si respira la dimensione della condivisione in un servizio comune, che aiuta a riscoprire la fraternità nella fede. Così anche la mensa è un piccolo esempio di pastorale integrata. Il tempo dedicato dai volontari alla preparazione del pasto rimane sterile e privo di anima, se non è associato a un tempo in cui ci si sofferma con chi ha bussato alla porta. Con il volto sofferente dell uomo di oggi. un anno con Italia Caritas Nel 2004 abbiamo cambiato veste. Da allora abbiamo migliorato sempre. Contenuti incisivi. Opinioni qualificate. Dati capaci di sondare i fenomeni sociali. Storie che raccontano l Italia e il mondo. Un anno a 15 euro, causale Italia Caritas POSTE ITALIANE S.P.A. SPEDIZIONE IN ABBONAMENTO POSTALE - D.L. 353/2003 (CONV. IN L.27/02/2004 N.46) ART.1 COMMA 2 DCB - ROMA Italia Caritas Italia Caritas le notizie che contano marzo 2007 APPELLI PER IL CAMBIAMENTO, DOPO IL FORUM DI NAIROBI L AFRICA CHIEDE FUTURO TRATTA TRAFFICI D UOMINI, L ITALIA SOMMERSA DEI NUOVI SCHIAVI BOLIVIA MARCIA PER LA TERRA, L ORGOGLIO DEI CAMPESINOS MYANMAR LA SETE DELLA ZONA ARIDA, IL FUTURO IN UNA CISTERNA + Occasione 2007 ABBONAMENTO CUMULATIVO CON VALORI È un mensile di economia sociale e finanza etica promosso da Banca Etica. Propone ogni mese Osservatorio nuove povertà, in collaborazione con Caritas Italiana. Dieci numeri annui dei due mensili a 40 euro. Per fruire dell offerta versamento su c/c postale n intestato a Soc. Cooperativa Editoriale Etica, via Copernico 1, Milano bonifico bancario: c/c n intestato a Soc. Cooperativa Editoriale Etica presso Banca Popolare Etica - Abi Cab Cin A Indicare la causale Valori + Italia Caritas e inviare copia dell avvenuto pagamento al fax Per ricevere il nuovo Italia Caritas per un anno occorre versare un contributo alle spese di realizzazione, che ammonti ad almeno 15 euro. A partire dalla data di ricevimento del contributo (causale ITALIA CARITAS) sarà inviata un annualità del mensile. Per contribuire Versamento su c/c postale n Bonifico una tantum o permanente a: - Banca Popolare Etica, piazzetta Forzaté 2, Padova Cin: S - Abi: Cab: conto corrente Iban: IT23 S Bic: CCRTIT2T84A - Banca Intesa, piazzale Gregorio VII, Roma Cin: D - Abi: Cab: conto corrente Iban: IT20 D Bic: BCITITMM700 Donazione con Cartasì e Diners, telefonando a Caritas Italiana (orario d ufficio) Cartasì anche on-line, sui siti (Come contribuire) (Solidarietà) Per informazioni Caritas Italiana via Aurelia 796, Roma tel fax ITALIA CARITAS MARZO 2007 LEGGI LA SOLIDARIETÀ, SCEGLI ITALIA CARITAS

5 nazionale servizio civile Una ricerca Doxa, commissionata da Caritas, sonda le opinioni dei cittadini riguardo a un esperienza che vive una profonda trasformazione. Bisogna evitare che in futuro il servizio civile sia inteso come un lavoro socialmente utile PROMOSSO DAGLI ITALIANI, CHE SERVIZIO VOGLIAMO? di Piero Rinaldi Cosa sanno gli italiani del nuovo servizio civile nazionale? E quale giudizio ne danno? In una fase di profonda evoluzione di tale esperienza, dopo le battaglie degli obiettori degli anni Sessanta e Settanta, dopo i decenni (Ottanta e Novanta) del riconoscimento legislativo e del boom di giovani in servizio, la fine della leva obbligatoria ha comportato profonde trasformazioni. Caritas Italiana ha così deciso di commissionare all istituto Doxa una ricerca (svoltasi a ottobre 2006 su un campione di persone, rappresentativo della popolazione italiana sopra i 15 anni) per analizzare il grado di conoscenza del servizio civile nazionale da parte degli italiani. Da essa emerge anzitutto che quasi tre italiani su quattro (il 73%) ne hanno sentito parlare, quota che cresce tra gli uomini, in particolare nella fascia di età anni (84%), che fino a tempi recenti ha frequentato il servizio civile come alternativa a quello militare; la conoscenza è assai diffusa anche tra i laureati (89%) e, quanto alle aree geografiche, nel centro e nel nord-ovest del paese (77% e 78%), nonché nei comuni medio-grandi. Gli intervistati hanno una percezione positiva del fe- ELENA GAGLIARDI nomeno (82%, cioè molto positiva per il 37%, abbastanza per il 45%). Gli italiani riconoscono un valore al servizio soprattutto come contributo verso la società o le fasce più deboli (il 40% e il 39% degli intervistati sono molto d accordo con l idea che il servizio civile sia un occasione per svolgere attività di volontariato o servizi di utilità sociale), mentre la considerazione del suo valore formativo viene in secondo piano, e livelli inferiori di accordo riscuotono altre funzioni che il servizio può rivestire (opportunità di formazione sociale o culturale, espressione della difesa della patria in termini non violenti, opportunità di lavoro). Il favore non elevatissimo (19% di molto d accordo) riscosso dall elemento di difesa della patria è la conseguenza di una dimensione più difficile da cogliere spontaneamente, ma anche molto poco evidenziata nelle campagne informative per il servizio civile. L indagine ha riguardato anche l ipotesi, che circola da tempo e si è tradotta in proposte di legge, del servizio civile obbligatorio della durata di sei mesi: il UNO SU QUATTRO NON SA Stand informativo sul servizio civile nazionale: il 73% degli italiani ha sentito parlare dell esperienza. A sinistra, giovane volontario in servizio civile in Eritrea 45% degli italiani si dichiara favorevole, contro il 42% di contrari. Interessante, in proposito, è il dato sulle fasce di età: i favorevoli all obbligatorietà sono soprattutto le donne oltre i 35 anni, mentre tra i giovani prevalgono i contrari (48% contro 41%). Per il 32% degli intervistati favorevoli, l obbligatorietà del servizio civile nazionale aiuterebbe a maturare, per il 27% sarebbe un aiuto per il prossimo. Gli sfavorevoli fanno invece riferimento al fatto che l adesione al servizio civile deve rimanere una libera scelta (62%). Non solo cosa, ma come e perché Fin qui i dati. Che alimentano (o dovrebbero) riflessioni sulla natura attuale e il futuro del servizio civile. Esso è ancora una forma di difesa della patria e formazione della coscienza? O sta diventando qualcosa di simile a un lavoro socialmente utile? Il coinvolgimento delle giovani generazioni nella difesa della patria è sancito dall articolo 52 della Costituzione. Un dovere che può essere assolto con mezzi non armati e non violenti, mediante servizi di utilità sociale. Servizi tesi a costituire e rafforzare i legami che sostanziano e mantengono coesa la società civile, rendono vitali le relazioni all interno delle comunità, allargano alle categorie più deboli e svantaggiate la partecipazione alla vita sociale, attraverso azioni di solidarietà, di inclusione, di coinvolgimento e partecipazione. Recita così la Carta di impegno etico che oggi viene sottoscritta dai giovani volontari, al momento di cominciare l esperienza annuale di servizio. Tale Carta è nata con l attento contributo di Caritas Italiana. Ma è ancora attuale, è veramente il testo a cui circa 40mila giovani l anno fanno riferimento per svolgere il proprio servizio? In effetti resta prioritario, anche oggi, non solo cosa far fare ai giovani, ma soprattutto come e perché. Il metodo di lavoro dell imparare facendo, privilegiato nelle realtà Caritas, ribadisce che i veri maestri di vita, i veri educatori, la vera scuola popolare per i giovani sono i poveri (da non strumentalizzare). Caritas italiana, attraverso la sua partecipazione ai tavoli istituzionali, si batte affinché nell esperienza del servizio civile nazionale possano essere riaffermati alcuni punti cardine: un rapporto con i giovani centrato sulla condivisione delle situazioni di povertà e sulla vita comunitaria; il valore della pace che nasce dalla nonviolenza, dalla giustizia e dalla promozione di una coscienza critica e di denuncia. Tiriamo a campare Il servizio civile, insomma, ha un eredità e un patrimonio ideale importanti da tramandare, e non potrà mai essere una sorta di lavoro socialmente utile. Occorre confrontarsi con tutte le realtà che oggi lo propongono, ma bisogna ribadirne il profondo valore educativo e di impegno civile e per la pace. I soggetti che (non affondando le proprie radici nella stagione dell obiezione di coscienza) si schierano a favore del servizio civile nazionale o regionale, puntando anzitutto e quasi esclusivamente sull esigenza di incrementare le risorse a favore del Fondo nazionale, o sulla ricerca a qualunque costo di modifiche normative sul piano 8 ITALIA CARITAS MARZO 2007 ITALIA CARITAS MARZO

6 nazionale servizio civile alla Giornata nazionale 2006 del servizio civile: Il paese vivo, l'italia più aperta al futuro e più fresca di energie siete voi. Grazie per la fiducia che ci date nella possibilità di rafforzare le nostre istituzioni, di rafforzare il tessuto della nostra democrazia, al di là delle distinzioni e delle contrapposizioni di parte. Ribaditi i fondamenti di valore, Caritas chiede comunesclusivamente organizzativo (è il rischio che corrono molti assessorati alle politiche sociali di enti locali, oltre a organismi e associazioni di varia natura e provenienza), rischiano di proporre una concezione del servizio civile eccessivamente centrata sul suo aspetto di utilità sociale. Per tutti può valere il messaggio rivolto dal presidente della repubblica, Giorgio Napolitano, ai partecipanti que alla politica di fare la sua parte anche sul piano delle risorse. Nella Finanziaria 2007 non sono stati trovati i 100 milioni di euro, da aggiungere ai 257 milioni già stanziati, necessari a far svolgere il servizio, quest anno, allo stesso numero di giovani che lo ha svolto nel 2006, oltre 50mila. Tutto ciò, mentre le spese militari aumentano del 10%, superando i 21 miliardi di euro. Malgrado le promesse del ministro della solidarietà sociale, Paolo Ferrero, senza i fondi necessari anche nel 2007 il servizio civile sarà all insegna del tiriamo a campare. Molti progetti salteranno e molti ragazzi resteranno a casa. È la risposta giusta a un paese dove otto cittadini su dieci, come si è detto, apprezzano e incoraggiano un esperienza fondamentale di formazione della coscienza civile? Volontarie di oggi, obiettori di ieri: l obbligo tra favorevoli e contrari Alba vorrebbe sperimentarlo, ma teme che sei mesi siano pochi. Rita pensa che occorre privilegiare la scelta. Invece Gian Luca cita la Costituzione di Francesco Spagnolo Un fossato generazionale. Di là gli adulti (soprattutto le donne), favorevoli all obbligatorietà. Di qua i giovani, che del servizio civile preferiscono salvaguardare, come bene prezioso, la dimensione della scelta volontaria. In base a quali considerazioni si scava questo solco? Alba Lavermicocca, 26 anni, volontaria in servizio civile in un progetto di promozione dell economia solidale per conto della Caritas diocesana di Latina-Terracina-Sezze-Priverno, ha un giudizio in chiaroscuro sulla proposta di un servizio civile obbligatorio di sei mesi per i giovani. «Tra i mille progetti che si fanno a vent anni, probabilmente molti ragazzi possono vedere in un anno di servizio un tempo troppo impegnativo. D altronde, in sei mesi non si acquisiscono le stesse informazioni e la stessa coscienza. Tutto sommato, comunque, penso sia un'idea da sperimentare». In effetti, considera Alba, se l obiettivo di chi propone l idea è farne un esperienza di cittadinanza attiva per i giovani, «il sentirsi cittadino è una coscienza che si può maturare in sei mesi come in un anno». La cosa migliore sarebbe sviluppare messaggi efficaci sul valore del servizio civile, «da far arrivare ai giovani mentre frequentano la scuola o l università, cioè dove studiano e consolidano la propria maturità». Rita Casalini, 23 anni, laureata in scienze della formazione, svolge il suo servizio con la Caritas di Piacenza. Il suo ragionamento è articolato. «L introduzione di un servizio civile obbligatorio potrebbe, in positivo, dare una chiara indicazione sulle intenzioni dello stato, riguardo a cosa intende per difesa della patria: ne guadagnerebbe l accezione pacifista e di tutela sociale. Potrebbe anche essere un occasione per far conoscere a tutti i giovani i valori del servizio e del volontariato: la riduzione a sei mesi potrebbe essere un buon compromesso». Però c è il rovescio della medaglia, altrettanto ricco di motivazioni. «Già oggi in realtà osserva Rita il servizio civile è aperto a tutti i giovani: il criterio di volontarietà credo aggiunga valore all esperienza. Inoltre c è da chiedersi come un tale servizio obbligatorio si concilierebbe con il servizio militare, ormai volontario. In definitiva, forse l obbligatorietà non può proprio rientrare nel concetto di servizio. E nemmeno nel concetto di civile. Piuttosto, bisognerebbe incentivare il servizio volontario, aumentando i posti disponibili, allargando i bandi, facendone più d uno all anno. Diventerebbe molto più conosciuto e forse più apprezzato. Magari una scelta consapevole di molti». Le innovazioni, Rita le immagina piuttosto sul versante dei contenuti del servizio: «Si potrebbe proporre ai giovani anche qualche attività in ambito politico, come osservatori della vita amministrativa di un piccolo comune o città. Oppure introdurre una nuova figura, che partecipi ad assemblee e decisioni come rappresentante dei giovani nelle attività di un comune». ELENA GAGLIARDI GENERAZIONI IN GIOCO Una volontaria in servizio civile impegnata in una partita di carte con alcune ospiti di un centro diurno per anziani no spazio agli interrogativi. Gian Luca Battilocchi, 38 anni, già obiettore di coscienza e attuale responsabile del servizio civile per la Caritas diocesana di Piacenza-Bobbio, parte da qualche dubbio: «La concreta realizzazione della proposta di un servizio obbligatorio andrebbe probabilmente incontro a notevoli difficoltà organizzative e a significative resistenze da parte del mondo giovanile». Però non bisogna buttarla a mare, anzi: «Molto dipenderebbe da alcuni aspetti, che è necessario precisare: la collocazione dell esperienza, più o meno flessibile, nel percorso di vita (formativo-professionale) del giovane e la presenza o meno di incentivi (riconoscimento economico, delle potenzialità formative, ecc)». In definitiva ed emerge lo spirito di uno che il servizio l ha svolto ai tempi dell obbligo «non si può liquidare agevolmente l idea che tutti i giovani cittadini siano chiamati ad assolvere agli obblighi costituzionali di solidarietà e di difesa della patria attraverso il LA FESTA CARITAS Nel ricordo di San Massimiliano, martire per obiezione di coscienza, i giovani in servizio civile di Caritas Italiana e, per la prima volta, di altri enti di ispirazione cristiana, tornano a incontrarsi il 12 marzo Dopo gli appuntamenti degli scorsi anni a Sotto il Monte (Bg), Rondine (Ar) e Trani (Ba), questa volta sarà Cassino (Fr) a ospitare l incontro che, sulla scia della 39a Marcia per la pace ecclesiale, svoltasi l ultimo dell anno a Norcia, e ricordando la figura di San Benedetto, proporrà ai giovani il tema del Messaggio del papa per la Giornata della pace 2007: La persona umana, cuore della pace. La spiritualità del servizio fino al dono di sé. La giornata inizierà alle 10 con una tavola rotonda, per concludersi alle con una celebrazione eucaristica e la visita all abbazia di Montecassino. Tutte le informazioni e i materiali sono disponibili sul sito e Investire sulla cittadinanza attiva Di là del fossato, sul versante degli adulti-favorevoli, le argomentazioni non sono comunque categoriche, e lasciacontatto con i problemi di un territorio, la partecipazione ad attività orientate al bene comune e l inserimento in contesti sociali significativi». E c è di più. Chi propone l idea del servizio obbligatorio vuole farne un esperienza di cittadinanza attiva per i giovani. «È proprio l attribuzione di questa valenza al servizio obbligatorio che rende la proposta interessante, malgrado le obiezioni organizzative. La promozione della cittadinanza attiva dovrebbe essere oggetto di un investimento più complessivo della comunità nazionale, di un impegno da parte di tutte le agenzie educative, in particolare del mondo della scuola. Un progetto di educazione alla cittadinanza attiva, che si sviluppi a partire dalle prime fasi del percorso di crescita personale, costituirebbe forse la premessa e il contenitore ideale di una proposta di servizio civile obbligatorio. Oggi, purtroppo, non mi pare che le cose stiano esattamente così». 10 ITALIA CARITAS MARZO 2007 ITALIA CARITAS MARZO

7 nazionale dall altro mondo nazionale diritti violati DIFFERENZA RELIGIOSA, UNA SFIDA PER LA NOSTRA FEDE di Bruno Mioli Fondazione Migrantes Il panorama multireligioso italiano sembra ormai avere trovato una propria stabilità: i cristiani sono circa la metà del totale degli immigrati e i musulmani circa un terzo. Tutto lascia pensare che, se continueranno a prevalere i flussi migratori dall Europa dell est, questa situazione permarrà per diversi anni. La metodologia di stima del Dossier statistico immigrazione Caritas-Migrantes si basa sulle statistiche relative ai gruppi religiosi nei singoli paesi di origine, che vengono poi applicate alle rispettive comunità presenti in Italia. Gli ultimi dati sono aggiornati a inizio Su una presenza di cittadini stranieri, i cristiani sono : cattolici ( ) e ortodossi ( ) hanno quasi la stessa consistenza (22% e 21,7%), mentre i protestanti si attestano al 3,9%. Nel 2006 i cristiani, pur aumentati di 112mila unità in termini assoluti, sono lievemente diminuiti in percentuale: i protestanti dal 4,7% al 3,9%, i cattolici dal 22,6% al 22%, mentre gli ortodossi sono aumentati dell 1,4%. I musulmani sono passati da (33%) a (33,2%): per capire questo dato, bisogna tenere conto del fatto che il 2005 ha fatto registrare il più elevato numero di ingressi per ricongiungimenti familiari, di cui si sono avvantaggiati in particolare Albania e Marocco. Sostanzialmente invariato è invece rimasto il peso di induisti (2,5% e persone, con un aumento di 8 mila unità), buddisti (1,9% e unità, quasi 5 mila unità in più) e seguaci di religioni tradizionali (1,2% e , quasi 3 mila in più), mentre gli ebrei (0,2%) sono diminuiti di un decimale e di un centinaio di unità in termini assoluti. I restanti 358 mila immigrati sono stati considerati non credenti o appartenenti ad altri gruppi religiosi. Ultima istanza di mediazione Questi sono i numeri della differenza religiosa in Italia. Da Metà cristiani, un terzo musulmani, poi gli altri: il panorama delle appartenenze degli immigrati ha trovato una sua stabilità. Ne scaturiscono interrogativi per i credenti, da affrontare senza paure né relativismi essa bisogna ricavare un messaggio di vita. Per il cristiano è Cristo il perno (o sacramento) della salvezza universale. Questo è il nucleo centrale della sua fede, che non pregiudica affatto il rispetto delle diverse credenze: la coscienza di ogni persona rimane l ultima definitiva istanza di mediazione con la realtà divina, pertanto va sempre rispettata, almeno fino a quando essa non travalichi i diritti altrui. La chiesa cattolica italiana ha considerato l immigrazione un segno dei tempi, nel quale coinvolgersi per proporre il proprio messaggio spirituale e promuovere il dialogo interreligioso, oltre che per assicurare un apporto sul piano culturale e sociale. Senza venir meno a un apertura rispettosa agli altri credenti, l ispirazione all annuncio di Cristo consente di non relativizzare la propria fede e dimenticare la propria tradizione, e neppure minimizzare gli aspetti problematici che possono insorgere, ad esempio nel caso dei matrimoni misti. Non bisogna dimenticare poi la presenza di movimenti religiosi alternativi (il termine sette ormai è in disuso), in particolare tra i sub-sahariani e gli zingari. Questi movimenti sono numerosi, ma prevalgono quelli che si denominano evangelisti-pentecostali: pur prendendo atto di tutte le difficoltà, non si vuole rinunciare ai tentativi di dialogo anche con essi, soprattutto per individuare le istanze profonde di realtà che spesso sembrano animate da autentici sentimenti religiosi. Ma prima di ogni altra considerazione, la presenza di tante persone di altre fedi ci deve interrogare, in quanto cattolici, sui motivi per i quali tanti si sono disaffezionati alla chiesa in cui sono stati battezzati e hanno trascorso parte della propria vita. L ITALIA DEI NUOVI SCHIAVI I MILLE VOLTI DELLA TRATTA Solitamente il fenomeno è associato alla prostituzione. Ma sempre più spesso i traffici di esseri umani e le violenze che ne derivano alimentano lavoro nero, accattonaggio, trapianti e adozioni illegali. Alcune idee per non arrendersi di Giancarlo Perego Tratta di esseri umani: un concetto associato, in questi anni, alle vittime dello sfruttamento sessuale a fini di prostituzione. In realtà il tema della tratta sempre più si collega, nei fatti, anche ai fenomeni dell immigrazione irregolare, al lavoro nero (in casa, in azienda, nei campi, negli alberghi, nell edilizia, nella pesca), alle vicende dei minori sfruttati per accattonaggio, al commercio illegale di organi e di minori per adozioni. Il volto della tratta e delle cosiddette nuove schiavitù, nell Italia e nel mondo contemporanei, si va ampliando e diventa multiforme. È possibile, in ogni caso, mettere a fuoco alcuni punti fermi. Lo consentono alcune ricerche promosse da Caritas Italiana, ma anche l ormai decennale lavoro svolto dal Coordinamento nazionale contro la tratta, avviato e promosso da Caritas Italiana. Fatta salva la distinzione tra traffico e tratta (in base ad alcune norme nazionali ed europee, il primo concetto si riferisce a flussi illegali e a forme di sfruttamento, il secondo presuppone an- ROMANO SICILIANI TRAFFICATI ANCHE DA PICCOLI Bambina in attesa dell elemosina fuori da una gioielleria. 12 ITALIA CARITAS MARZO 2007 ITALIA CARITAS MARZO

8 nazionale diritti violati Undicimila persone assistite, migliaia indagati per vari traffici L Osservatorio nazionale sulla tratta degli esseri umani ha esposto a fine gennaio, in un convegno tenutosi a San Benedetto del Tronto, i dati salienti sul fenomeno, ottenuti confrontando informazioni provenienti da diverse fonti ufficiali: ministeri della giustizia e dell interno, Direzione nazionale antimafia e Dipartimento per i diritti e le pari opportunità. Si tratta dei primi risultati di un progetto Equal di cui è titolare e promotrice l associazione On the road. Spesso le cifre, in questo ambito, risultano impossibili da sovrapporre, perché raccolte in base alle competenze di ciascun ente, con sistemi differenti di rilevazione. I dati riguardano comunque il fenomeno emerso, cioè tutti i casi venuti a conoscenza degli operatori sociali o della giustizia. Tra marzo 2000 e giugno 2006, persone vittime di violenza e grave sfruttamento sono state inserite nel Programma di assistenza e inclusione sociale (previsto dall articolo 18 della legge sull immigrazione); 619 erano minori, mentre sono stati i permessi di soggiorno rilasciati per motivi umanitari. Dai dati della Direzione nazionale antimafia risulta invece che 993 persone, tra il 2003 e il 2005, hanno subito reati di tratta e riduzioni in schiavitù: 86 nel 2003, 428 nel 2004, 479 nel Inoltre da settembre 2003 al 2005 sono stati gli indagati per reati di tratta e riduzioni in schiavitù: 828 nel 2005, nel Secondo il ministero dell interno, sono stati invece nel 2004 e nel 2005 gli indagati per tratta, riduzione in schiavitù, sfruttamento della prostituzione e della prostituzione minorile, sfruttamento dei minori nell accattonaggio, favoreggiamento dell immigrazione clandestina. [fonte: Redattore sociale] che una coercizione della libertà e l uso della violenza nei confronti della persona trafficata), è dunque possibile affermare che negli ultimi quattro anni in Italia sono state trafficate 170 mila persone; di esse, 55 mila sono state oggetto di tratta, 50 mila a scopo sessuale, le restanti 5 mila a scopo lavorativo (dato che riguarda soprattutto persone cinesi che vivono nella regioni del centro Italia, in particolare la Toscana). A partire da questi dati e incrociandoli con altre ricerche, si può ritenere inoltre che le vittime di sfruttamento sessuale in Italia siano in media mila all anno, di cui almeno minori. Difficile, invece, fare una stima delle vittime di sfruttamento sul lavoro, anche perché tra i fenomeni dell immigrazione irregolare per lavoro, del lavoro nero e dello sfruttamento lavorativo vi sono confini piuttosto incerti. In sintesi, comunque, in Italia le persone trattate presentano tre volti prevalenti: quello di chi è prostituito a scopo sessuale, quello del lavoratore sfruttato, quello del minore sfruttato. Ogni tragitto, una violenza Per quanto grave e multiforme, il fenomeno della tratta può essere aggredito. A patto di cambiare alcuni atteggiamenti, da parte sia della politica che dei soggetti sociali. Tra le operazioni che bisogna attuare o intensificare, occorre anzitutto vigilare sui tragitti battuti dagli organizzatori della tratta. Dal loro studio si ricavano elementi di conoscenza interessanti. Il tragitto Ucraina-Chioggia, per esempio, è molto pesante, per chi lo compie, sul piano economico e dello sfruttamento: dietro c è un debito contratto nel paese di origine, anche dal nucleo familiare. La tratta Marocco-Crotone si caratterizza soprattutto per i danni che possono derivare alle famiglie delle persone trafficate: se gli emigranti non riescono a pagare, i trafficanti confiscano le case o addirittura uccidono i famigliari. La tratta Marocco- Varese è fondata sull indebitamento delle famiglie nei confronti degli strozzini, la tratta Pakistan-Crotone è legata ancora una volta al debito delle famiglie, la tratta Ecuador- Ventimiglia è legata fortemente allo strozzinaggio, la tratta Cina-Trieste è sovente un viaggio pagato verso l occidente da un imprenditore che ha lasciato il suo paese da tempo e ha fatto fortuna. È necessario, in proposito, che la politica apra gli occhi, dedicando un attenzione particolare al tema della mobilità delle persone, oltre che a quello della difesa della libertà e dei diritti. In secondo luogo, è opportuno rafforzare la protezione sociale. Nel caso della tratta per scopi sessuali, negli ultimi cinque anni almeno 40 mila persone hanno chiesto aiuto al numero verde e alle reti che lavorano per la protezione sociale delle donne vittime di tratta. I progetti, anche finanziati attraverso il Dipartimento delle pari opportunità della presidenza del consiglio, sono stati in grado di accoglierne circa Di queste, solo 700 hanno abbandonato il progetto. Bisogna dunque operare per rafforzare i progetti e la rete che li attua, attraverso un riconoscimento pubblico e la dotazione di risorse, anche da parte dei piani sociali locali. In tempi di riforma della legge sull immigrazione, la battaglia politica più importante è quella per la protezione sociale delle vittime. Bisogna modificare il meccanismo previsto dall articolo 18, che in sei anni ha con- sentito la concessione di permessi di soggiorno (su persone accolte) alle vittime di tratta, di cui il 70% premiali (per chi collabora denunciando sfruttatori e protettori ) e solo il 30% sociali (per le vittime più esposte, anche in caso di ritorno in patria): occorre che l articolo 18 diventi sempre più una misura sociale e uno strumento per recuperare dignità e libertà, oltre che per colpire le reti criminali. Lavorare dentro e fuori Oggi la mobilità degli esseri umani attraverso le frontiere molto spesso è regolata dai meccanismi del traffico. Sulla base di questa constatazione, in Italia appare necessario rivedere la legge sull immigrazione, la cosiddetta Bossi-Fini, per ritornare alla figura dello sponsor e alla concessione di permessi di soggiorno per ricerca di lavoro, e per istituzionalizzare la prova lavoro : legalità e visibilità degli ingressi sono i primi presupposti per la tutela di ogni persona. Quanto alla politica sociale, occorre che non si proceda secondo tre livelli di dignità: della persona, del cittadino, del residente. In caso contrario, si finirebbe per negare diritti fondamentali, magari solo perché una persona non è cittadino né residente. È molto importante, al contrario, proseguire lungo la strada intrapresa da alcuni comuni per dare la cittadinanza sociale ai soggetti che hanno bisogno di essere difesi rispetto ad alcuni diritti fondamentali. Questo aspetto è rilevante sul piano legislativo: oggi i comuni sono i soggetti fondamentali e centrali nel campo della difesa dei diritti della persona, dunque devono essere messi in grado di operare in questa direzione. Da ultimo, sul fronte internazionale c è bisogno di maggiore programmazione. La cooperazione è fondamentale nella lotta alla tratta: è molto importante creare un continuum tra i progetti avviati nel territorio italiano e i progetti che si conducono in Europa e nel mondo. Sulla stessa persona, il cittadino rumeno o il cittadino nigeriano che a un certo punto della loro parabola vengono trafficati in Italia, deve interagire uno stesso progetto da due punti di vista: l attenzione alla tutela della persona e della sua famiglia, per risultare efficace e non dispersiva, deve essere unitaria. ROMANO SICILIANI AIUTO LIMITATO I programmi di protezione per vittime di sfruttamento sessuale sono ancora poco capillari Protezione sociale: l articolo 18 va applicato in modo omogeneo Il Coordinamento nazionale contro la tratta degli esseri umani promosso da Caritas Italiana, di cui fanno parte anche Migrantes e il Gruppo Abele, ha sollecitato più volte negli ultimi anni il ripristino del Tavolo interministeriale di coordinamento per l applicazione dell articolo 18 del testo unico sull immigrazione, raccomandando la presenza di rappresentanti di enti e associazioni che lavorano sul campo. L articolo 18 permette il rilascio del permesso di soggiorno per motivi di protezione sociale anche alle vittime di tratta che non sporgono denuncia né hanno alcun tipo di collaborazione con la polizia o l autorità giudiziaria. Purtroppo, l applicazione non è risultata omogenea sul territorio nazionale. Un valido aiuto sulle modalità di applicazione della normativa può essere dato, in termini di consulenza a enti e associazioni, dallo sportello giuridico InTi, istituito dal Gruppo Abele, dall Asgi (Associazione studi giuridici sull immigrazione) e sostenuto da sempre dalla regione Piemonte. 14 ITALIA CARITAS MARZO 2007 ITALIA CARITAS MARZO

9 nazionale diritti violati nazionale esclusione politiche database sociale sociali Percorsi di dignità oltre la schiavitù «Ma dovremmo lavorare sui clienti» di Pietro Gava Piccoli orizzonti di dignità. Ricostruiti, giorno dopo giorno, sulle macerie di esistenze sfregiate dalla violenza, persino dalla schiavitù. Molte Caritas diocesane, in Italia, si battono a favore delle vittime della tratta di esseri umani. La Caritas di Roma lo fa sin dal «Nella nostra esperienza quotidiana, grazie anche al lavoro dei centri d ascolto, incontriamo donne giovani che cerchiamo di proteggere nelle case di accoglienza, gli istituti delle suore di Nostra Signora degli Apostoli e delle suore Adoratrici del Santissimo sacramento e della carità. Noi li chiamiamo punti di appoggio». Suor Erma Marinelli è referente del progetto Roxanne per la Caritas diocesana della capitale, e conosce bene l odissea, anche interiore, cui va incontro una vittima di tratta, dopo essersi (o essere stata) sottratta a certi giri. «Mentre aspettano i documenti per tornare in patria volontariamente, le ragazze vivono al sicuro un periodo di discernimento sulla loro vita, provano a capire cosa realmente desiderano per ricominciare a vivere. Nel caso vogliano rimanere in Italia, c è l opportunità di imparare meglio la nostra lingua ed essere aiutate nella ricerca di un alloggio e un lavoro. La collaborazione con enti locali e privati sta dando risultati; è importante lavorare in rete per rispondere a più bisogni. Per favorire l integrazione nei quartieri della città, svolgiamo attività di sensibilizzazione nelle parrocchie. Ci sarebbe da lavorare molto anche sui clienti. In più di dieci anni ho ascoltato e parlato con uomini molto giovani o con i capelli bianchi, dovremmo prevedere sostegni psicologici e percorsi di recupero anche per loro...». Il comune di Roma ha realizzato una rete per l accoglienza delle donne vittime della tratta e della prostituzione. Dal 2000 è stato appunto avviato il progetto Roxanne, che prevede attività di prevenzione, aiuto e invio ai servizi di persone vittime della tratta sessuale. Sono stati attivati ambulatori per la prevenzione e la cura della salute, unità di strada con sportelli diurni per informazioni, ascolto e Sono molte le Caritas diocesane che assistono donne uscite dai giri della prostituzione. Però il recupero andrebbe esteso anche a chi compra i loro servizi consulenza, strutture di accoglienza protetta, corsi di apprendistato e formazione lavorativa. Utenti molto giovani In altri contesti, il lavoro dei soggetti sociali sorge dall attenta lettura del territorio. «Negli ultimi anni, da noi, il fenomeno della prostituzione è aumentato in modo proporzionale all aumento della presenza di persone immigrate. Dal 2000 in poi, sulle nostre strade abbiamo visto crescere il numero delle ragazze di colore, spesso provenienti dalla Nigeria. E siamo a conoscenza del fatto che da tempo donne rumene si prostituiscono in casa». Don Mimmo Francavilla, direttore della Caritas diocesana di Andria, ricorda gli inizi di un intervento coraggioso. «Nel 2005, dopo aver ricevuto un invito dalla prefettura di Bari, alcuni operatori hanno partecipato a un corso sugli aspetti legali, sanitari e sociali della tratta di esseri umani. Ciò ha motivato ulteriormente il nostro desiderio di elaborare risposte. Eravamo e siamo consapevoli di come questo triste fenomeno ponga seri rischi sul versante educativo, sanitario, della stabilità delle famiglie e del contrasto della criminalità. Abbiamo deciso di venire allo scoperto, cominciando a impostare il nostro progetto su due cardini: offrire l opportunità di un accoglienza protetta, promuovere attività di sensibilizzazione negli ambiti ecclesiali e civili. Lavoriamo in rete con la Comunità San Francesco Oasi 2 di Trani, dove le ragazze vittime di tratta vengono ospitate per avere la possibilità di tornare a integrarsi nella società. Oltre all impegno nelle parrocchie, abbiamo un occhio di riguardo per le scuole medie e superiori, dove proponiamo e svolgiamo corsi di educazione all affettività. Anche perché, grazie a una ricerca basata su 524 questionari, abbiamo rilevato che non di rado l età dei clienti delle prostitute, nel nostro territorio, è molto bassa». ESSERE MADRI, DESIDERIO REALIZZATO A METÀ di Renato Marinaro Sono stati presentati recentemente i risultati dell indagine Istat Essere madri in Italia, condotta nel 2005 su un campione di 50 mila madri di bambini iscritti in anagrafe al Le donne sono state intervistate a mesi di distanza dalla nascita del figlio, in un momento particolarmente significativo, in cui generalmente matura la scelta di avere o meno un altro figlio e in cui si pongono in modo accentuato i problemi di conciliazione tra impegni lavorativi e familiari. È noto che l Italia è uno dei paesi con il tasso di fecondità più basso al mondo. Ma dall indagine emerge la differenza tra comportamenti reali e desideri di maternità. Nel 2005 il numero medio di figli per donna in età feconda era pari a 1,33, mentre dall indagine risulta che ogni madre italiana desidera in media 2,19 figli. Il dato varia in relazione all età delle madri, tuttavia il numero desiderato di figli rimane sempre superiore a 2. Ciò sembra dimostrare che il modello familiare ideale non è quello del figlio unico, risultato di una serie di fattori che impediscono alle donne di realizzare i propri desideri di maternità. Solo il 25,3% delle madri con un figlio, infatti, si ritiene soddisfatta da tale condizione. Tra i motivi addotti come ostacoli alla nascita di altri figli ci sono quelli economici (circa il 20% delle madri con uno o due figli) e l età (14,5% delle madri con un figlio); con minore frequenza sono segnalati motivi di lavoro, preoccupazioni per i figli, motivi di salute e la fatica per la gravidanza e la cura dei bambini. Rispetto all analoga indagine condotta nel 2002, risulta però aumentata di 5 punti la percentuale di madri che indicano il costo dei figli come motivo prevalente per non volerne altri, indipendentemente dal numero di figli già avuti. Ripensare la conciliazione Un altro fattore che sembra influire in modo determinan- L Italia ha uno dei più bassi tassi di fecondità al mondo. Ma una recente ricerca Istat dimostra che le donne italiane vorrebbero andare ben oltre il figlio unico. Se non ci si riesce, sostengono, è per motivi economici te sul numero dei figli è rappresentato dalle difficoltà che le madri incontrano nel mondo del lavoro. L indagine ha rilevato come il motivo principale che spinge le donne a lavorare sia contribuire al bilancio familiare (54,5%), che va messo in relazione alle necessità di assicurare il soddisfacimento di alcuni bisogni essenziali (in particolare l abitazione). Ma non va sottovalutato il fatto che il 21,9% delle madri lavora per l interesse verso la propria attività professionale e un altro 18,8% per sentirsi indipendente. In ogni caso, risultano evidenti le difficoltà di conciliare lavoro e famiglia. Ci sono madri che lasciano o perdono il lavoro dopo la nascita dei figli (18,8% di quelle occupate all inizio della gravidanza), perché licenziate o dimesse per via degli orari inconciliabili con i nuovi impegni familiari. Nell intenzione di molte madri, lasciare il lavoro è una scelta momentanea; tuttavia un interruzione dell attività lavorativa può comportare il rischio elevato di non reinserirsi nel mondo del lavoro o di rimanerne a lungo fuori. Anche coloro che proseguono a lavorare dopo la gravidanza (la grande maggioranza) incontrano numerosi ostacoli; gli aspetti più critici riguardano la rigidità negli orari di lavoro e lo svolgimento di turni (serali o nei week end). Senza considerare il forte carico aggiuntivo di lavoro domestico. L indagine offre molti altri dati ed elementi di riflessione. Se si intende sostenere la natalità e favorire lo sviluppo di una società più a misura di donna e di famiglia, ciò che emerge in particolare è la necessità di ripensare alle strategie di conciliazione tra lavoro ed esigenze familiari, oltre ad altri aspetti di politiche sociali più complessive (servizi, mercato degli alloggi, ecc.). 16 ITALIA CARITAS MARZO 2007 ITALIA CARITAS MARZO

10 nazionale vite fragili MINORI CON PIÙ FAMIGLIE, EDUCHIAMO AD ADATTARSI Idi Chiara Berti e Cinzia Canali n Italia aumenta il numero dei divorzi e delle separazioni. E, conseguentemente, aumenta la presenza di forme familiari che si differenziano per composizione (famiglie monoparentali, famiglie post-separazione, famiglie ricomposte a seguito di una seconda unione coniugale), per il genere dei componenti della coppia, per l appartenenza etnica e religiosa. Secondo l Istat (2005), in Italia almeno persone vivono in famiglie che sono libere unioni, in famiglie ricostituite coniugate, o con un solo genitore. Dal 1994 al 2003 l incremento di separazioni e divorzi è stato continuo: si è passati da separazioni nel 1994 a nel 2003 (+59% in dieci anni). Le famiglie si sciolgono e si ricostituiscono: si formano famiglie con genitori non più coniugi, nelle quali i figli possono mantenere o perdere i legami con nonni, zii, cugini, vicini di casa, e contemporaneamente acquisire nuovi legami con persone che compongono una nuova famiglia. Da un trentennio la letteratura scientifica si occupa dei problemi individuali, relazionali e sociali connessi al divorzio e si iscrive nel più ampio campo di studi sulla famiglia. Un punto sulla realtà dei bambini con più famiglie lo realizza anche Vite fragili, il rapporto 2006 su povertà ed esclusione sociale in Italia, curato da Caritas Italiana e Fondazione Zancan. Gli effetti della di- PUZZLE FAMILIARE In Italia più di 5 milioni di persone vivono in nuclei che sono esito di fratture e ricomposizioni ROMANO SICILIANI In Italia divorzi e separazioni frantumano e ricompongono un numero crescente di nuclei. Innegabili gli effetti negativi dei conflitti. Ma si può lavorare sui fattori protettivi sgregazione familiare sui figli, osserva lo studio, sono generalmente analizzati attraverso le reazioni a breve e a lungo termine: problemi di esternalizzazione (disturbi comportamentali, delinquenza, aggressività) e internalizzazione (comportamenti caratterizzati da inibizione, isolamento e problemi del sé); difficoltà sociali e interpersonali; riuscita scolastica; autostima; salute mentale. L adattamento viene analizzato in relazione a variabili quali il genere e l età dei figli, la struttura familiare, il livello del conflitto genitoriale, la qualità delle relazioni familiari precedenti il divorzio, il tempo intercorso dalla separazione, le condizioni socioeconomiche, gli stili educativi. Gli effetti del divorzio sui bambini sono diversi. Ma le ricerche convengono sul fatto che a qualsiasi età questa esperienza influenza negativamente i bambini, almeno per un breve periodo; caratteristiche, intensità e durata degli effetti variano in misura notevole da bambino a bambino. Molti bambini si abituano gradualmente alla separazione dei genitori in due o tre anni, in relazione a una serie di fattori: la continuità di rapporto con il genitore non affidatario, le condizioni economiche del genitore affidatario, l eventualità che questo formi una nuova famiglia, la sua congenialità al bambino. I dati sugli effetti a lungo termine in particolare sulla futura vita coniugale presentano invece delle discordanze. Ciò che costituisce un fattore critico e che determina effetti negativi è il fatto di assistere ai contrasti tra i genitori prima, durante e dopo la separazione. In generale, è stato osservato che i bambini che vivono in una famiglia dove esistono contrasti mostrano più problemi comportamentali dei bambini che vivono in famiglie non conflittuali. Inoltre i bambini che vivono con un solo genitore, a causa della separazione coniugale, in assenza di conflitto tra ex coniugi sono più adattabili, rispetto a bambini che vivono in una famiglia unita ma caratterizzata da forte conflittualità. La presenza di conseguenze negative è più probabile per bambini privati di un genitore a causa del divorzio, piuttosto che per la morte di un genitore. Maggiore è la conflittualità familiare, più probabili saranno le conseguenze negative sui bambini. I problemi comportamentali legati alla conflittualità familiare, infine, si manifestano parecchio tempo prima della separazione: il fattore responsabile non è dunque la rottura dei rapporti dovuta allo scioglimento del matrimonio, quanto piuttosto l atmosfera di discordia e tensione presente nella famiglia. Ipersensibili all aggressività Alcuni studi hanno cercato di capire perché il conflitto tra genitori abbia effetti così distruttivi sui bambini. Queste ricerche hanno mostrato che i bambini non si abituano al conflitto; al contrario, esposti a ripetuti episodi, mostrano una reattività sempre più elevata. Si verifica cioè una sorta di ipersensibilizzazione al conflitto: sapere che cosa li aspetta non migliora, anzi peggiora, le capacità di fronteggiare la situazione. Si indebolisce la capacità di controllare le emozioni e di controllare l aggressività: sull esempio dei genitori, essa verrà manifestata sempre più apertamente. Il mondo familiare di un bambino deve possedere almeno tre caratteristiche di base: la presenza di membri collocati in relazioni asimmetriche, di tipo verticale (almeno un genitore e un figlio); la presenza di una o più figure di riferimento adulte, in grado di garantire la sopravvivenza, rispondere ai bisogni, prendersi cura dei piccoli nella prima infanzia e, nel corso dello sviluppo, permettere lo strutturarsi di legami esterni alla famiglia stessa; la messa in atto di pratiche di organizzazione quotidiane regolari e prevedibili, che si costituiscono come routine e rituali domestici. Oggi una delle difficoltà che incontrano le famiglie riguarda proprio la trasmissione dei miti familiari, e con essi dei valori senza i quali le pratiche quotidiane ed educa- 18 ITALIA CARITAS MARZO 2007 ITALIA CARITAS MARZO

11 nazionale vite fragili nazionale contrappunto tive rimangono prive dell ancoraggio ai fondamenti culturali che dovrebbero sostenerle. Ciò vale per tutte le famiglie: ma cosa ne è di questa trasmissione nei casi di famiglie nelle quali si è interrotto il legame coniugale, dunque le routine almeno alcune, i riti e spesso, con la difficoltà di accesso a entrambi i genitori, il legame con le proprie radici? La ricerca sul rischio psico-sociale si è progressivamente spostata dall indagine sui fattori di rischio a quella sui meccanismi e sui processi che permettono agli individui di resistere a condizioni di vita particolarmente sfavorevoli (resilience). La constatazione dell assenza di evoluzioni devianti e cattivo adattamento in bambini provenienti da situazioni a rischio e della loro presenza, al contrario, in individui cresciuti in contesti privi di rischi, ha dato luogo a una serie di ricerche volte a individuare i fattori protettivi grazie ai quali le esperienze infantili avverse non si sono tradotte in danni irreversibili e permanenti. Per fattori protettivi non si intendono semplici influenze positive, ma processi specifici, che contrastano e neutralizzano il fattore di rischio. Non c è dubbio che l esperienza di un dissidio cronico tra i genitori possa avere effetti deleteri sui bambini. Tuttavia, non tutti reagiscono allo stesso modo. Alcuni possono essere in grado di utilizzare strategie efficaci per affrontare le avversità, come cercare il sostegno degli amici, offrire conforto ai genitori, leggere i loro conflitti in termini di benefici contrasti. Inoltre, anche gli effetti dell essere stati a lungo testimoni del disaccordo tra genitori non sono necessariamente permanenti. Come si è visto riguardo alle conseguenze del divorzio, i ragazzi dopo due o tre anni imparano ad adattarsi alla nuova vita. La possibilità di un adattamento riuscito dipende però dal concorso di molteplici fattori, a livello individuale e relazionale. Rafforzare la resilienza Molto spesso ai servizi sociali arrivano solo alcune delle famiglie che si separano e si spezzano e meno ancora quelle che si ricostituiscono e si allargano. A volte arrivano ai servizi quando è tardi e il lavoro serve a ricucire fili EFFETTI DELETRI I dissidi cronici tra genitori possono causare seri problemi ai figli. Ma non tutti reagiscono nello stesso modo spezzati. Su questa difficoltà si innesta la disciplina dell educazione familiare, che molto può fare per aiutare le famiglie a rafforzarsi nelle loro capacità di far fronte e di adattarsi (la resilienza già citata) ai cambiamenti che accadono nel corso della vita. Gli investimenti economici e professionali nella prevenzione, nella formazione e nell educazione dei genitori potrebbero ad esempio ridurre la spesa sempre alta in risposta ai bisogni dei bambini maltrattati. L investimento nell associazionismo tra famiglie, nel loro rafforzamento, nei corsi di formazione delle coppie, nei centri per le famiglie vanno tutti in questa direzione: aiutare e sostenere la famiglia nel percorso di vita, lavorando sull attivazione delle risorse e sul protagonismo della famiglia stessa. Appare chiaro, dunque, che nella separazione e nel divorzio è fondamentale la responsabilità dei genitori per mantenere la continuità nei rapporti con i figli, sia quando la famiglia si restringe e diventa monogenitoriale, sia quando si allarga e acquisisce nuovi componenti. Va anche fatta attenzione alla presenza e al ruolo dei genitori sociali (acquisiti), considerandoli una realtà presente nella famiglia e nella relazione tra genitori biologici e figli. È fondamentale la gestione del conflitto, così come i percorsi di prevenzione, cura e sostegno sopra descritti. Ma occorre promuovere anche interventi di aiuto economico alle famiglie, favorendo l accesso ai servizi scolastici ed educativi, offrendo ai genitori separati e non affidatari la possibilità di partecipare alle graduatorie per l assegnazione degli alloggi pubblici, al fine di evitare al nucleo monogenitoriale la caduta nella povertà. Assume inoltre un ruolo fondamentale la scuola, che è il primo ambiente in cui si sviluppa il malessere del bambino coinvolto nella separazione, e che quindi prima di altri dovrebbe essere in grado di cogliere le difficoltà e offrire sostegno. Dare sostegno agli insegnanti per aiutarli a capire e affrontare i problemi vuol dire creare basi di ascolto e aiuto. Infine, affinché si attui un passaggio da una famiglia esclusivamente destinataria di interventi a una famiglia soggetto delle politiche sociali, è necessario promuovere collaborazioni e associazioni tra famiglie e con altri soggetti della comunità. FUOCO AMICO IN CORSIA, L IMPORTANTE È PARTECIPARE di Domenico Rosati Un sonetto di Giuseppe Gioacchino Belli ( ), uno dei del grande poeta romano, rende l idea di come certi problemi siano senza tempo. Il titolo è L ammalaticcio : vi si narra di un sor Loreto che descrive a un ignoto interlocutore le proprie precarie condizioni di salute e reagisce con scetticismo ai rituali consigli che ne riceve. Quando si sente chiedere se sia andato a lo spedale, replica con l equivalente romanesco di fossi pazzo e aggiunge: Non zai c a lo spedale ce se more? Eppure dal secolo del Belli a oggi gli anni non sono trascorsi invano. Cicli imponenti di scoperte, progressi e conquiste. Istituzioni sanitarie disposte, almeno nel mondo sviluppato, in modo da assicurare a ogni cittadino cure adeguate e misure di prevenzione estese ed efficaci. Aumento della durata della vita, segno evidente del cammino percorso. E nuovi progetti, per migliorare e qualificare i servizi. Ma è proprio di fronte a un tale quadro positivo che diventano stridenti le note che si raccolgono quando si scopre che in Italia c è del marcio sotto il bianco delle corsie, il nitore dei laboratori e il candore dei camici. Qualcosa che non funziona o funziona male, e che provoca danni cospicui alle persone e alla società: sprechi e dirottamento di risorse, ma anche rischi gravi per la vita dei pazienti che al sistema si affidano per salvaguardare o recuperare la salute. Così, dopo le inchieste giornalistiche, le denunce delle famiglie colpite e le indagini della magistratura, riaffiora il pessimismo del sor Loreto : Nun zai c a lo spedale ce se more? Magagne, non tenerle per sé Si ha coscienza del problema? E come si intende affrontarlo? Almeno per un aspetto, quello del malaffare sanitario in senso stretto, nell ultima Finanziaria sono state inserite misure che consentono di espellere dal Servizio sanitario nazionale gli operatori che abbiano truffato la sa- Nell ultimo secolo scienza medica e sistema sanitario hanno fatto notevoli passi avanti. Eppure in Italia la malasanità è oggetto di ripetute denunce. Ma si può curare solo se il cittadino-paziente diventa impaziente nità e causato danni a cittadini e comunità. Ma non c è ancora una cognizione esatta dell estensione della piaga, perché gli strumenti di accertamento o non esistono o non vengono utilizzati. Quando i bubboni esplodono e si procede a ispezioni a tappeto, l ondata emotiva non dura più della copertura che le tv assicurano ai singoli eventi. Infine dilaga l idea che una quota di fuoco amico è da mettere in preventivo anche nelle migliori organizzazioni. Il suggerimento più sensato è anche il più semplice: chi scopre una magagna o ne ha sentore non se la tenga per sé. Si tratti di un angolo sporco in astanteria, di un ritardo inammissibile al pronto soccorso, di una suggestione di dirottamento verso il privato, di una negligenza (o peggio) in chirurgia, di un atteggiamento arrogante di un sanitario o un portantino: tutti sintomi che, se ignorati, fanno crescere il male, se portati alla luce lo fanno regredire. Ma ci vuole una continuità che oggi manca, se si eccettua l opera del Tribunale del malato. E manca perché nel cittadino comune non si è radicata la coscienza che il servizio non è del medico né del sindaco né del direttore Asl, ma è precisamente suo, del cittadino, del non importa quale sor Loreto. È il tema della partecipazione popolare, aggirato al momento della creazione del Servizio sanitario e affossato da quando anche alla sanità si è voluta applicare una cultura aziendale. Il problema è più generale e sfonda nella politica. Ma si può e si deve partire dai livelli della vita comune. Anche la medicina funziona meglio, se chi vi opera ha la certezza che ogni paziente si fa impaziente quando sente che è offesa la sua dignità di persona. E anche (perché no?) di contribuente. 20 ITALIA CARITAS MARZO 2007 ITALIA CARITAS MARZO

12 panoramacaritas PILLOLE MIGRANTI Cittadinanza alla Camera, legge in vista per rom e sinti CITTADINANZA: RIFORMA ALLA CAMERA A MARZO Il disegno di legge presentato a luglio dal governo abbassa da 10 a 5 gli anni di residenza necessari per chiedere la naturalizzazione. I bambini nati in Italia da genitori, almeno uno dei quali legalmente residente da 5 anni, diventeranno subito italiani; quelli nati all'estero solo dopo 5 anni di residenza e a patto che abbiano frequentato in Italia un ciclo scolastico, un corso di formazione professionale o abbiano lavorato per un anno. Norme più restrittive, invece, per le acquisizioni per matrimonio (oggi il 90% del totale): il coniuge straniero di avrà diritto alla cittadinanza italiana solo dopo 2 anni (non più 6 mesi) di residenza regolare, successivi al matrimonio, o dopo 3 anni se è all'estero. Prevista inoltre una prova di italianità, per accertata la reale integrazione linguistica e sociale. IL GOVERNO SCOMMETTE SULLE POLITICHE A FAVORE DI ROM E SINTI. Una legge su rom e sinti (mai avuta in Italia), l apertura di un tavolo interministeriale per mettere a punto le iniziative più urgenti, la prosecuzione del dialogo con i diretti interessati e le associazioni, infine la convocazione di un coordinamento nazionale di regioni e province: sono le proposte avanzate dal ministero della solidarietà sociale, che si fa promotore di una nuova iniziativa sulla questione. NEL 2006 DIMINUITI GLI SBARCHI DI CLANDESTINI. Dal 1 gennaio al 31 dicembre 2006 sono sbarcati sulle coste italiane clandestini: rispetto al 2005 ( arrivi), il 4,5% in meno. La maggior parte degli sbarchi è avvenuta sulle coste siciliane ( arrivi, nel 2005), mentre in Puglia sono stati solo 243 (19 nel 2005) e in Calabria 282 (88 nel 2005). Tra gli sbarcati, sono marocchini, egiziani, eritrei, tunisini. CPT: I RISULTATI DEL LAVORO DELLA COMMISSIONE D INDAGINE. A fine gennaio è stato reso noto il rapporto (vedi IC 1/2007) della Commissione De Mistura, avviata dal ministero dell interno per verificare le condizioni dei Centri di permanenza temporanea. Il Rapporto non chiede la chiusura dei centri, ma una revisione dell attuale sistema attraverso un processo di svuotamento dalle categorie di persone per le quali non c è esigenza di trattenimento: ex detenuti, persone bisognose di protezione sociale, colf e badanti irregolari. Per i Cpt sono transitate nell ultimo biennio 22 mila persone, ma sono 14 mila se si escludono i romeni, non più trattenibili in seguito all ingresso della Romania nell Ue. Per scaricare il rapporto, PARROCCHIE Nuovo sussidio in 14 fascicoli sull animazione Caritas Italiana ha pubblicato a gennaio Testimoniare la carità. Sussidio per l animazione comunitaria in parrocchia. Il sussidio, 14 fascicoli più una guida all utilizzo (in totale 224 pagine, lo si può richiedere a Caritas Italiana), propone percorsi per la progettazione della pastorale nella dimensione della carità a partire dal contesto parrocchiale. Lo strumento di lavoro offre percorsi tematici riproducibili dalle Caritas diocesane all interno dei propri iter di formazione e accompagnamento delle Caritas parrocchiali, ma è utilizzabile anche da altri animatori pastorali. CARITAS Ad aprile il terzo forum per i direttori Il tema dell animazione è al centro della riflessione che Caritas Italiana propone alle Caritas diocesane per l anno pastorale in corso e in preparazione al 31 convegno nazionale Caritas, in programma dal 25 al 28 giugno a Montecatini. Su questo tema ai direttori delle Caritas diocesane è stato proposto un percorso articolato in tre forum. I primi due si sono svolti a fine novembre e gennaio; il terzo è in programma, sempre a Roma (suore Rosminiane di via Aurelia), giovedì 19 e venerdì 20 aprile sul tema Non ai margini della lotta per la giustizia. Globalizzare la solidarietà. SERBIA Salute mentale, il cambiamento non si arresta Il processo di rinnovamento dell assistenza psichiatrica ha compiuto, in Serbia, passi da gigante dopo la guerra del Caritas Italiana e Caritas Serbia hanno avuto un ruolo importante: i loro programmi per la salute mentale, succedutisi a partire dal 2001, hanno destinato risorse alla ristrutturazione di alcuni ospedali psichiatrici pubblici, ma soprattutto hanno avviato un percorso di formazione degli operatori sanitari (nella foto) e di cambiamento culturale riguardo alla malattia psichica, finalizzato alla deistituzionalizzazione e al reinserimento sociale dei pazienti, oltre che alla umanizzazione di luoghi e processi di cura. Molto del cammino è stato concordato con il locale ministero della salute ed è servito come stimolo per elaborare nuove politiche nazionali in materia. Il 16 febbraio il percorso ha compiuto un nuovo passo avanti, con il seminario, al quale hanno partecipato esperti italiani e serbi, Quali operatori per l assistenza psichiatrica di comunità?, svoltosi su iniziativa delle due Caritas e dell ospedale psichiatrico di Gornja Toponica (con il patrocinio di Oms e ministero della salute serbo) nel centro per la tutela della salute mentale di Medijana, struttura che ospita una sperimentazione pilota finanziata da Caritas, imperniata su un approccio terapeutico comunitario. GUINEA Crisi esplosiva, le chiese: «Serve tavolo negoziale» Scioperi, proteste, un regime in bilico. E, purtroppo, decine di vittime, quasi 100 (conto aggiornato fino a metà febbraio) dall inizio dell anno. La Guinea sta vivendo una delle fasi più travagliate della sua storia. Lo sciopero generale a oltranza proclamato dai sindacati ha bloccato il paese. Il governo, retto dal presidente Lansana Conte, ha cominciato a vacillare. Le manifestazioni di piazza spesso sono state causa, nella capitale Conakry, ma anche in altri centri, di scontri e violenze tra i manifestanti e la polizia e l esercito. Mentre non si escludevano svolte politiche clamorose, Caritas Guinea, per bocca del suo segretario generale Jean-Pierre Curtis, ha ricordato che alle radici della crisi ci sono malgoverno e corruzione (il paese è considerato uno dei più corrotti d Africa e al mondo) e che la Guinea è una nazione potenzialmente molto ricca, ma dobbiamo essere capaci di trasformare il benessere potenziale in un benessere reale, di cui benefici tutta la popolazione. In una nota resa pubblica durante le proteste di gennaio, la terza in un anno, il Consilio dei cristiani di Guinea (che riunisce le chiese cristiane) ha richiamato tutte le parti, politiche e sociali, a sedere a un tavolo di negoziazioni, per impostare un sincero e franco dialogo per risolvere la crisi. Caritas Italiana segue con attenzione i fatti di Guinea, dove è fortemente impegnata, insieme alla fondazione Giustizia e solidarietà della Cei e in partnership con la chiesa, organismi della società civile e le autorità statali locali, a realizzare i progetti di aiuto e sviluppo, resi possibili dalla remissione del debito con l Italia e dalla raccolta di fondi anti-debito, condotta in occasione del Giubileo del I GIOVANI CHE SERVONO Prove di incomprensione, a Belgrado l altro sono io Devo dire la verità scrivere sulla mia esperienza di casco bianco a Belgrado non è facile. Perché si corre il rischio di banalizzare, di eliminare sfumature che sembrano insignificanti. Ma che in realtà fanno crollare il muro di certezze che avevi fino a un minuto prima di cominciare. Non mi ricordo molto che idea avessi su questo lavoro quando sono partita. Qualunque cosa fosse, adesso è cambiata. Belgrado non è l Africa. La gente fa una vita normale, oserei dire quasi benestante, tanto che appena arrivata mi sono seriamente chiesta quale fosse la mia utilità in un luogo simile. Non era possibile che in una città occidentale servisse il supporto di un cb. Pensavo che a questa similitudine di costumi, corrispondesse anche una certa affinità nel modo di pensare, di lavorare, di accostarsi alle cose. Invece no: pensiero tremendamente immaturo e semplicista. Ed è questo che fa più impressione, che mi ha fatto maggiormente crescere nei primi tre mesi di servizio. A molti probabilmente sembrerà scontato, ma a me si è aperto un nuovo mondo. È stato quello il momento in cui ho capito di essere a contatto con l altro. Ok, ci è stato insegnato a guardare al di là delle apparenze, che non dobbiamo avere pregiudizi, ad aprirci al diverso. Va bene, fin qua avevo capito. In teoria, da anni. Ma la pratica il muro dell incomprensione reciproca è un altra cosa. E adesso? Allora fermi tutti! A Belgrado il diverso sono io. Questa presa di coscienza può abbattere o incuriosire: un cocktail di emozioni che fa correre le giornate veloci, cercando di capire quale sia il modo migliore per fare qualunque cosa. Appena partita, i tre mesi di osservazione mi sembravano troppi. Tre mesi in silenzio a guardare e cercare di capire. Adesso invece sono sempre più convinta che tre mesi non siano sufficienti. Non solo: penso che un anno, quest anno che passerò a Belgrado, non sia abbastanza per capire quale sia il modo migliore per lavorare in una terra vicino-lontana da noi. Non è una questione di sfida. Per la prima volta non voglio apprendere solo per arricchire il mio bagaglio più o meno culturale. Voglio apprendere per capire la persona che mi sta davanti e che mi racconta di una vita lontana anni luce dalla mia. Perché non voglio fare domande o osservazioni che possano ferirla o imbarazzarla. So di non sapere. È semplice. Una volta raggiunta questa conclusione, si vorrebbe rimanere in silenzio con cuore e occhi spalancati a guardare/vedere/osservare. Tornata temporaneamente in Italia, ho provato a farlo nel mio comodo mondo semplice e scontato. E non ci ho capito granché Ilaria Banchig 22 ITALIA CARITAS MARZO 2007 ITALIA CARITAS MARZO

13 internazionale progetti > condizione femminile Otto marzo, festa della donna. Il 60% degli adulti analfabeti nel mondo sono donne. In Africa e nel sud-est asiatico la manodopera femminile è tra il 60 e l 80% del totale, ma gli stipendi delle donne sono un decimo di quelli degli uomini. Oltre 500 mila ogni anno sono le morti legate alla maternità, il 99% si verifica nei paesi in via di sviluppo. Occuparsi delle donne, delle disparità tuttora esistenti, significa riflettere sul ruolo che esse hanno nella società. Formazione, reinserimento, microcredito, tutela della salute e dei diritti: sono gli ambiti prioritari dei progetti sostenuti nel mondo da Caritas Italiana in favore delle donne. Eccone alcuni. [ ] MODALITÀ OFFERTE E 5 PER MILLE A PAGINA 2 LISTA COMPLETA MICROREALIZZAZIONI, TEL EL SALVADOR Nelle diocesi di Sonsonate e Santiago de Maria, Caritas Italiana (dal 2003 nella prima, dal 2004 nella seconda) sostiene un programma di promozione della donna, che fa seguito agli interventi di ricostruzione delle abitazioni dopo l uragano Mitch del 1997 e il terremoto del gennaio Il progetto intende favorire la partecipazione attiva delle donne a livello personale, comunitario e anche organizzativo, rinforzando i comitati delle donne lider e sostenendo i Red de mujeres (équipe di dieci donne rappresentanti delle comunità), insieme ad altre organizzazioni locali. Esso punta inoltre a moltiplicare la formazione, creando nuovi gruppi nelle comunità di origine; El Salvador Dopo l uragano e il terremoto, le donne diventano protagoniste della rinascita a sviluppare attività produttive, in cui uomini e donne collaborino insieme; a formare donne imprenditrici, con conoscenze basilari di mercati e commercio. Le donne che partecipano al progetto assumono responsabilità nella sua gestione: si coordinano con le istituzioni locali, si organizzano per programmare e sviluppare le attività. Sono sempre di più le donne che lavorare in attività produttive del territorio (ad esempio la panetteria diocesana); in generale, finora sono circa 500 le donne che hanno beneficiato del progetto. >Costo euro (contributo di Caritas Italiana) > Causale El Salvador / Promozione donna Camerun Congo Pakistan India MICROPROGETTI CAMERUN Servono materiali per il dispensario Il microprogetto è finalizzato a fornire materiale sanitario e medicinali per il dispensario della missione di Essiengbot, che copre undici villaggi, con una popolazione di circa persone. Vengono effettuate visite costanti nei villaggi per la formazione preventiva, quasi sempre rivolta alle donne, contro diverse malattie locali, compreso l Aids. Il materiale richiesto serve per effettuare esami del sangue, delle urine e altri. I medicinali verranno utilizzati per il trattamento di diverse malattie, per circa trenta persone al giorno. > Costo euro > Causale MP 2/07 Camerun REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO Centro agricolo contro la malnutrizione Il centro agricolo rurale Paul VI della parrocchia di Milapu opera, coinvolgendo le donne, per aumentare la produzione rurale e combattere la malnutrizione. Ora necessita di una fornitura di attrezzature. Il contributo locale si concretizzerà nel trasporto del materiale, nella costruzione di un ambiente di stoccaggio dei prodotti agricoli (manioca, mais, fagioli, soia, ecc.) e nella vendita a prezzi accessibili a tutte le famiglie. > Costo euro > Causale MP 6/07 Rep. Dem. Congo INDIA La scuola vuole un bacino per l acqua Il villaggio di Andavoorani necessita dello sbarramento di un bacino per la raccolta dell acqua. Beneficiari diretti dell intervento saranno persone, in particolare le studentesse della Sirumalar Higher Secondary School e relativo convitto, che attualmente hanno serie difficoltà nel reperire acqua potabile, per cucinare, per lavare i piatti e accedere ai servizi sanitari e igienici essenziali. L associazione degli alunni e quella di insegnanti e parenti offriranno un loro piccolo contributo monetario per l opera. > Costo euro > Causale MP 9/07 India PAKISTAN Capre per superare le tempeste Caritas Pakistan e l associazione Flame promuovono un programma produttivo per incentivare l allevamento di capre da parte di trenta famiglie (circa 180 persone) seriamente colpite dalle tempeste di pioggia nelle zone di Goth Ali Muhammad Khaskah, Dawood Khashah Goth, Gadaptown Karachi. Il programma prevede di attribuire una forte responsabilità alle donne, per garantire un buon impiego dei fondi. > Costo euro > Causale MP 12/07 Pakistan 24 ITALIA CARITAS MARZO 2007 ITALIA CARITAS MARZO

14 internazionale forum sociale mondiale «RAFFORZATE L AFRICA PER CAMBIARE IL MONDO» testo e foto di Emiliano Bos Nairobi, con il settimo Forum sociale mondiale, ha ospitato delegati da tutto il mondo. Ma le riflessioni più incisive sono giunte dai padroni di casa. Migrazioni, commercio, accesso all acqua: appelli per il cambiamento 26 ITALIA CARITAS MARZO 2007 chiediamo assistenza né aiuti economici, ma vogliamo dire ai dirigenti politici che l Africa non ha futuro se non ascolta la sua società civile»: è solo il primo giorno di dibattito, quando Taoufik Ben «Non Abdallah, senegalese, coordinatore della segreteria africana del Forum sociale mondiale, mette sul tavolo le attese di un intero continente. «Vogliamo rafforzare la nostra voce, perché nelle nostre società soffriamo per non essere coinvolti nella definizione del futuro. Questo Forum aggiunge per noi, qui, è il più gran- de appuntamento dell ultimo mezzo secolo». Qui è Nairobi. Dove i 54 paesi del continente erano tutti rappresentati per la prima volta; dove l evento, giunto alla sua settima edizione, svoltosi dal 20 al 25 gennaio, è rimasto mondiale, ma si è fatto anche tanto africano. Nei padiglioni allestiti tra spalti e prati del centro sportivo di Kasarani, alla periferia della capitale del Kenya, è mancata forse l allegra spensieratezza delle precedenti kermesse di Porto Alegre, in Brasile. Sono mancate anche le magliette di Che Guevara e i berrettini pro-lula. In compenso l Africa ha rispolverato le sue icone. Quelle passate, come Thomas Sankara, prontamente stampato su t-shirt di cotone, o Patrice Lumumba, che ha dato il nome a una delle tensostrutture usate come auditorium. E le icone presenti, come il simbolo della lotta anti-apartheid Desmond Tutu, o la ambientalista Wangari Maathai, entrambi premi nobel per la pace. «In questo Forum abbiamo piantato molti semi di speranza, sono sicura che potranno germogliare e crescere», ha dichiarato la Maathai nella manifestazione di chiusura a Uhuru Park. Tra le aspettative della vigilia e i bilanci della conclusione, si sono sviluppati quattro giorni di dibattiti. Durante i quali gli africani si sono chiesti non solo se un altro mondo è possibile, ma se è possibile un Africa diversa da quella schiacciata da un debito estero di 243 miliardi di dollari. Senza 25 milioni di sieropositivi e 5 milioni di sfollati e rifugiati. Dove sia garantito l accesso all acqua potabile e alle fognature. TUTTI I COLORI DELLA PACE Manifestanti al Forum sociale mondiale di Nairobi. Nella pagina a fianco, la cerimonia di apertura Cervelli in fuga, braccia rubate «La mobilità è un diritto, ma dal nostro paese si fugge a causa di una guerra non guerreggiata, che si combatte sul piano economico e culturale», ha spiegato Mamadou Goita del Mali, nel corso di una tavola rotonda sulle migrazioni, durante la quale una delegata delle Filippine ha ricordato che nel mondo «duecento milioni di persone non vivono nei loro paesi, in molti casi senza averlo scelto». Si continua a fuggire soprattutto dall Africa, dove l in- IMAGE/PERIODICI SAN PAOLO gordigia post-coloniale prolunga, spesso nell impunità, il saccheggio di risorse naturali. «Sono necessari investimenti per garantire lavoro ai possibili migranti e impedire l esodo che sta svuotando i nostri paesi e le nostre università», ha aggiunto Goita. Cervelli in fuga dall Africa occidentale. Ma scappano anche le braccia, davvero rubate all agricoltura. «Ovvio, se un litro di latte prodotto in Europa costa cinque volte meno del nostro in Burkina Faso. E se una mucca francese riceve più sussidi di un uomo africano. È davvero una questione di sopravvivenza», ha chiarito Djeneba Diallo, del Burkina Faso, dirigente della Rete delle organizzazioni di contadini e produttori agricoli dell Africa occidentale. «Il nuovo problema sta scritto qui ha ribadito, estraendo alcuni fogli da una cartelletta : accordi di partenariato economico (Epa), che Bruxelles vuole applicare al più presto, strozzando ulteriormente le economie locali africane. Non vogliamo negoziare la nostra alimentazione, è assurdo che dal 2000 siamo costretti a comprare prodotti alimentari che i nostri agricoltori potrebbero immettere sul mercato». Migrazioni, nuove regole del commercio internazionale, accesso all acqua: sono tra le priorità di chi lotta contro povertà e ingiustizie planetarie. Rivendicazioni declinate lungo le tante latitudini del continente. In Sudafrica, per esempio, «una società privata vende l accesso alla rete idrica fornendo alle famiglie una sorta di scheda prepagata per acquistare quantità di acqua prestabilita», ha rivelato Jennifer Makoatsane, della Coalizione contro la privatizzazione dell acqua. Offrendo in comodato gratuito alle singole abitazioni una chiave di accesso alla rete di distribuzione, la società recupera l investimento attraverso quote di acqua venduta. «Questa forma di acquisto prepagato, che viene anche tassato, dovrebbe essere dichiarato fuori legge in un paese in cui la Costituzione garantisce il diritto a un adeguata quantità e qualità dell acqua», ha aggiunto la donna, che vive a Soweto, il grande e famigerato slum alla periferia di Johannesburg. ITALIA CARITAS MARZO

15 internazionale forum sociale mondiale Un delegato della Rete africana per l acqua (Water african network) ha ricordato i quattro obiettivi irrinunciabili della battaglia della sua organizzazione: contrarietà a ogni forma di privatizzazione dell acqua, garanzia di controllo e gestione pubblica delle risorse idriche, abolizione di ogni forma di pre-pagamento, inserimento dell acqua come diritto fondamentale in tutte le costituzioni del continente. «Perché l impatto della privatizzazione delle risorse idriche ha sottolineato Hamida Maalim Harrison, del Ghana colpisce soprattutto i più poveri». Gratis nelle baraccopoli Lo sanno bene i 2,5 milioni di senza-diritti (su 4 milioni di abitanti di Nairobi) che vivono nei 205 slum di lamiere e baracche che punteggiano la capitale del Kenya. Alcuni mesi fa, l ultimo rapporto del Programma per lo sviluppo dell Onu (Undp) è stato dedicato al dramma del difficile accesso all acqua e della mancanza di sistemi fognari nel sud del mondo e in Africa. «We are marching for water, sia- Cattolici, ascolto e relazioni per rilanciare il grido dei poveri Nutrita la presenza di rappresentanti ecclesiali al Forum. Le attese della chiesa locale, le proposte e i propositi della delegazione di Caritas italiana di Patrizia Caiffa mo in marcia per l acqua», scandiva cantando un gruppo di studentesse di Riruta, uno dei quartieri-satellite di Nairobi, durante la manifestazione di apertura del Forum. Più avanti, nel lungo serpentone che si dirigeva verso Uhuru Park, il parco della libertà dal giogo coloniale inglese, sfilavano donne che portavano vasi di terracotta sulla testa: «Di solito li usiamo per trasportare l acqua negli slum, dove siamo costretti a comprarla a caro prezzo», raccontava Susan Onjango, madre di cinque figli. Accanto a lei altre donne, fasciate in un abito tradizionale verde ben curato. Provenivano dal quartiere di Sharui Mojo. «Dove l acqua spiegava Susan non è ancora un diritto. Per questo oggi chiediamo che sia gratuita anche in tutte le baraccopoli». Nairobi, sembra un paradosso, significa fonte di acqua fresca. Bisognerebbero chiederlo ai dwellers, gli abitanti senza nome degli slum. Che conoscono solo i canali di scolo maleodoranti davanti alle loro catapecchie di lamiera e terra. Come a Korogocho, dove vivono ammassati 120 mila disperati in poco più di due chilometri quadrati, nella seconda baraccopoli di Nairobi dopo la gigantesca gabbia a cielo aperto di Kibera. Da Korogocho è partita la marcia per i diritti di base che ha chiuso il World social forum attraversando la città. Una sorta di pellegrinaggio attraverso l Africa che non si vede, nelle baraccopoli e nelle periferie dimenticate. Un itinerario nelle contraddizioni di un continente che vuole cambiare, fino al centro della metropoli, con grattacieli e alberghi di lusso. Ancora slogan, ancora speranze. È rimasta una scritta, sul palazzetto dello sport che ha ospitato i lavori del Forum: Per cambiare il mondo, rafforzate l Africa. Un poliglotta per traduttore, il giro del mondo non si arresta Masai con abiti rossi e vistose collane di perline, bambini di strada con acrobazie e salti mortali al ritmo dei tamburi, donne indiane in sari colorati che sfilavano cantando e scandendo slogan su dignità e diritti. E tanti altri, circa 60 mila registrati da tanti paesi del mondo, secondo le cifre fornite dagli organizzatori del Forum sociale mondiale di Nairobi. Dall Italia erano presenti, tra le altre, oltre 500 persone della delegazione guidata dalla Tavola della pace. Tutti si muovevano in cerchio intorno allo stadio Kasarani, dove erano allestiti gli stand delle associazioni e dei gruppi della società civile di tutto il mondo, mentre all interno, sulle gradinate ricoperte da tendoni bianchi per ripararsi dall implacabile sole dell equatore, si sono svolti ogni giorno centinaia di seminari (in totale eventi) sui temi più disparati, dall accesso all acqua all Aids, dalla tratta all ambiente, dall agricoltura alle baraccopoli: tanti quanti le 184 pagine del programma, che i partecipanti sfogliavano disperatamente alla ricerca del luogo giusto dell incontro. Gli imprevisti erano attesi. E ci sono stati: microfoni che non funzionavano, sala stampa in tilt senza internet e sedie, sistema di traduzione simultanea inesistente fin dal primo giorno. I partecipanti si organizzavano in piccoli gruppetti per farsi tradurre dal poliglotta di turno. Eppure nessuno si è lamentato: un momento di panico, una soluzione alternativa e poi via, verso un altro seminario e un altro giro a piedi intorno allo stadio. Il giro del mondo, in poche centinaia di metri. Una presenza visibile, che ha affermato la sua identità con sicurezza e voglia di esserci. Così la chiesa e la rete Caritas hanno voluto caratterizzare la partecipazione alla settima edizione del Forum sociale mondiale, per la prima volta in Africa, per dare voce soprattutto alla società civile del grande continente. Gli stand della rete Caritas e della piattaforma ecumenica non potevano non notarsi a Nairobi, perché imponenti e sempre affollati. La chiesa era straordinariamente presente al Social forum, per numeri e qualità: 500 operatori Caritas, 150 dalla piattaforma ecumenica africana (con la quale è stato organizzato l evento), 300 religiose provenienti da istituti missionari di tutto il mondo (nella sola Nairobi ci sono strutture formative di 120 congregazioni femminili e 60 maschili) e altre centinaia i missionari e i laici, tra cui 200 gesuiti, 50 francescani, e poi combo- IL VALORE DELL ACQUA Donne africane con vasi in testa: i rischi connessi alla privatizzazione delle risorse idriche sono stati molto discussi al Forum niani, paolini, ecc. Anche Caritas Italiana poteva vantare una numerosa rappresentanza: 40 delegati da tutte le regioni ecclesiastiche e da numerose realtà diocesane. Il soggiorno a Nairobi è iniziato con l incontro ecumenico davanti alla cattedrale e la cerimonia di apertura a Uhuru Park con migliaia di persone. La domenica africana è trascorsa con gli abitanti dello slum di Kangemi, dove sono ammassati in baracche di lamiera oltre 100 mila persone: una festosa celebrazione si è svolta nella parrocchia St. Joseph the worker, dove il team Caritas sostiene il lavoro pastorale affidato ai gesuiti, e da pochi mesi a un parroco keniano. «Siamo qui soprattutto per ascoltare ha detto monsignor Mario Paciello, vescovo di Altamura-Gravina, membro di presidenza di Caritas italiana e guida della delegazione, perché dobbiamo farci voce del grido dei poveri e portare il contributo e la ricchezza della nostra esperienza. È giusto che la chiesa sia capace di entrare in relazione, per mettere in risalto la nostra creatività, in vista di un obiettivo comune». Per monsignor Paciello, «la visita alla baraccopoli è stato un passaggio simbolico, che esprime l attenzione continua della chiesa per queste realtà». Un solo scopo, la dignità La rete Caritas in effetti ha organizzato, durante la settimana di lavori al Forum, una serie di seminari su vari temi, tra cui debito estero, pace e riconciliazione, media e guerra, periferie urbane, ruolo delle ong confessionali. Molto soddisfatto di questo lavoro è apparso l arcivescovo di Kisumu (Kenya), monsignor Zacheus Okot, presidente di Caritas Amebea (la regione di Kenya, Uganda, Tanzania, Zambia, Malawi, Sudan, Etiopia, Eritrea): egli ha auspicato che l evento aiuti la Caritas «a uscire maggiormente allo scoperto, per essere ancora di più testimone del Vangelo attraverso il lavoro sociale, in tutte le diocesi e parrocchie, dove sono i poveri, gli emarginati, i rifugiati. E dove bisogna riportare la pace». Una grande sfida per la Caritas in Africa, ad avviso di monsignor Okot, «è diventare capace di sostenersi da sola: non dobbiamo essere necessariamente autosufficienti, ma impiegare gli aiuti dall Europa per ampliare la nostra rete anche a livello delle comunità parrocchiali, per essere sempre più vicini ai poveri e alle loro necessità». Passeggiando tra uno stand e l altro e partecipando ai diversi seminari, i partecipanti cattolici al Forum hanno scambiato esperienze, maturato progetti e portato a casa nuovi stimoli. «È la prima volta che partecipo a un Forum 28 ITALIA CARITAS MARZO 2007 ITALIA CARITAS MARZO

16 internazionale forum sociale mondiale internazionale casa comune L APPELLO CARITAS Un seminario su media e guerre. Che ha prodotto una proposta concreta di Caritas Italiana, avanzata nella giornata in cui tutti i gruppi partecipanti al Forum hanno esposto le loro. «Dopo l 11 settembre ci sono stati grandi cambiamenti nel modo in cui i media raccontano i conflitti: la prima grande guerra è ora quella al terrorismo, i governi chiamano impropriamente terroristi anche i ribelli interni e i media seguono, usando le stesse parole invece di indagare le situazioni. Queste sono grosse semplificazioni», ha affermato Paolo Beccegato, responsabile dell area internazionale, aprendo il seminario organizzato da Caritas. L importanza e il ruolo dei media alternativi, e di internet in particolare, è stata richiamata da Emiliano Bos, giornalista dell agenzia missionaria Misna: «Dobbiamo chiedere alle Nazioni Unite il diritto a un informazione critica e alternativa». Al seminario sono state portate testimonianze dalla Repubblica democratica del Congo, da Sierra Leone e Sudan: tutte hanno raccontato come le chiese locali sono riuscite a influire positivamente durante i conflitti e nei processi di pace e riconciliazione. La proposta di Caritas italiana, presentata insieme a Koinonia center (centro fondato dal missionario comboniano padre Kizito Sesana), Kutoka network (rete delle parrocchie cattoliche delle baraccopoli di Nairobi) e Radio Waumini (radio promossa dalla Conferenza episcopale del Kenya), parte dalla constatazione che il flusso di informazione è in mano ai poteri forti delle multinazionali della comunicazione e delle grandi agenzie di stampa. Questo succede soprattutto durante una guerra o un conflitto si legge nella proposta, quando la prima vittima è la verità. Ecco perché è urgente identificare fonti alternative di informazione dalla base, ossia società civile, movimenti di base, chiese locali. Si propongono, tra l altro, corsi di formazione alla comunicazione, rafforzamento dei media alternativi locali (radio, giornali e agenzie di stampa) per dare voce ai poveri ed emarginati, sostegno alle reti di fonti e media alternativi. Infine, l azione di lobby presso l opinione pubblica e i grandi media per una migliore considerazione delle notizie provenienti dai canali alternativi. Crediamo con fermezza conclude la proposta che un altra informazione è possibile. Info: mondiale, e ne sono entusiasta ha detto suor Letizia Braga, padovana delle Piccole ancelle del Sacro cuore, in Kenya da 11 anni, che con la sua comunità gestisce a Embu un orfanotrofio con 60 bambini figli di malati di Aids. È come se il mondo per pochi giorni sia tutto qui per uno scopo: il rispetto della dignità dell uomo. Questo ci dà la forza di andare avanti, nonostante le difficoltà». Riportare il grido di povertà E le esperienze e gli incontri sono dilagati anche oltre i recinti fisici del Forum. Molti delegati hanno partecipato alla maratona finale, partita dalla parrocchia comboniana di St. John a Korogocho, percorrendo 14 chilometri attraverso gli slum di Nairobi, mentre altri hanno fatto visita ai centri per bambini di strada e malati di Aids fondati dal UN ALTRA INFORMAZIONE Partecipanti a un seminario: il Forum ha affrontato molti temi solitamente scansati dai media comboniano padre Kizito Sesana, o al carcere minorile di Kamiti, dove opera una struttura di missionarie della Consolata per reinserire i giovani nella società, al termine del loro periodo di detenzione. Il gruppo dei delegati Caritas, dopo una valutazione conclusiva, ha deciso di riportare nelle diocesi e regioni italiane, anche a livello istituzionale, il grido di povertà che viene dall Africa e dal sud del mondo. «Il Forum si è sempre più caratterizzato come una grande piazza ha sintetizzato Paolo Beccegato, responsabile dell area internazionale di Caritas italiana, un arena dove le diverse identità non vengono confuse, annichilite o fagocitate. La chiesa ha avuto meno paura di rendersi visibile. Per noi italiani questo è tanto più significativo, perché in continuità con il convegno di Verona. Per questo non potevamo non esserci». COMPLEANNO TRAMPOLINO PER UNA UNIONE DEL FARE di Gianni Borsa inviato agenzia Sir a Bruxelles Un compleanno importante, da festeggiare in grande stile, «non solo per guardare al passato, a ciò che abbiamo fatto insieme, ma per proiettarci in avanti, nel tentativo di superare i problemi che abbiano dinanzi, rilanciando il processo di integrazione». Era stata Margot Wallstrom, vicepresidente svedese della Commissione europea, a lanciare qualche mese fa le prime iniziative per celebrare il cinquantesimo anniversario della firma dei Trattati di Roma (25 marzo 1957), con i quali erano nate Cee ed Euratom. L avventura comunitaria, che prendeva il via con l adesione di sei paesi Italia, Francia, Germania, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo, giungeva a pochi anni dalle immani tragedie della seconda guerra mondiale e aveva per obiettivi principali la costruzione di una pace stabile, la collaborazione economica, il reciproco sostegno nel difficile cammino di ricostruzione democratica. Si trattava di una grande sogno, ancora più profetico, se si considera la divisione in cui allora versava il vecchio continente, tagliato in due dalla Cortina di ferro. Per la fine di marzo sono stati programmati vari eventi, ai quattro angoli d Europa. Ma gli appuntamenti principali si svolgeranno a Berlino e a Roma. Nel primo caso i 27 capi di stato e di governo dell Unione si ritroveranno, sotto la presidenza tedesca, per firmare una Dichiarazione sul futuro d Europa che dovrebbe rilanciare almeno nelle intenzioni degli euroconvinti i valori fondativi e i principali obiettivi della casa comune. A Roma, nello stesso periodo, la Comece (Commissione degli episcopati della Comunità europea) darà vita, assieme alla Conferenza episcopale italiana, a una grande convention che ribadirà l apprezzamento per la storia comunitaria. I vescovi intendono riaffermare che l Europa dei popoli e degli stati è un orizzonte fondamentale per la nuova evangeliz- A fine marzo in tutta Europa si festeggeranno i 40 anni dei Trattati di Roma, atto fondativo dei primi organismi comunitari. È l occasione per far ripartire il processo di integrazione. Senza limitarsi alle parole zazione, in linea con la Ecclesia in Europa di Giovanni Paolo II e con il magistero di Benedetto XVI. Tra i protagonisti del compleanno Ue svetterà Angela Merkel, cancelliere tedesco e presidente di turno del Consiglio europeo, che intende sfruttare l occasione per serrare i ranghi e convincere i 27 a determinare entro giugno una road map per approvare la Costituzione, passo irrinunciabile per far ripartire la macchina Ue, incagliatasi dopo i falliti referendum francese e olandese del Il compito di Angela Proprio la Merkel ha esposto il programma di lavoro della presidenza tedesca all Europarlamento di Strasburgo. Il motto della presidenza per la prima metà dell anno è L Europa ci riesce insieme. «Intendiamo affermare ha puntualizzato la Merkel che insieme dobbiamo progettare l Europa e insieme possiamo far fronte alle grandi sfide imposteci dalla globalizzazione». Secondo la granitica cancelliera, i pilastri dell Unione, consegnatici da mezzo secolo di integrazione, sono la pace, la libertà in tutte le sue sfaccettature, la molteplicità, la responsabilità. Ma, in puro stile teutonico, Angela Merkel ha affermato che le parole non bastano più: «Dobbiamo muoverci, occorre puntare a risultati concreti». Il suo programma contiene vari capitoli: ampia la parte dedicata alle relazioni esterne, che toccano Balcani occidentali, Medio Oriente, partenariato con gli Stati Uniti, relazioni con la Russia; quindi la questione energetica, la semplificazione della legislazione Ue, il rilancio della competitività delle imprese, senza trascurare occupazione e coesione sociale. Una Unione del dire e del fare, che attende di passare alla prova dei fatti. 30 ITALIA CARITAS MARZO 2007 ITALIA CARITAS MARZO

17 internazionale bolivia IN MARCIA PER LA TERRA, IL RISCATTO DEI CAMPESINOS In Bolivia l agricoltura sostenta il 58% della popolazione. Ma il 93% delle terre sono in mano a latifondisti e imprese straniere. A fine 2006 i contadini hanno camminato per mille chilometri verso la capitale. Ottenendo importanti modifiche alla legge testi di Sara Pozzi, diocesi di Cochabamba, commissione conflitti, volontaria in servizio civile all estero Nonostante la Bolivia disponga di un esigua percentuale di terre adatte all agricoltura, questa attività costituisce la principale forma di sostentamento per circa il 58% della popolazione, concentrata in particolare nelle comunità indigene delle quattro regioni climatiche: dal Tropico al Valle, dall Altopiano al Chaco. Dei 108 milioni di ettari di terre del paese, solo il 7% é ripartito tra i campesinos delle comunità rurali; al contrario, imprese straniere e grandi proprietari terrieri hanno da sempre controllato la risorsa-terra e oggi dispongono di circa il 93% dei terreni coltivabili. Il contrasto tra l immensa ricchezza di pochi e la scarsità di risorse di cui soffre la maggior parte della popolazione si riflette anzitutto in una dicotomia di carattere geografico. La maggior parte dei grandi latifondi si trova, infatti, nella parte orientale della Bolivia, principalmente nella regione di Santa Cruz, dov é diffusa la coltivazione della soia e della canna da zucchero. Solo il 15% sono produttivi: i grandi proprietari, operando da speculatori, preferiscono mantenerli incolti, per rivenderli quando aumenta il loro valore. In questi territori, come nel Chaco e nelle regioni amazzoniche di Beni e Pando, i lavoratori sono ancora soggetti a condizioni di semi-schiavitù, soprattutto per quanto riguarda l estrazione della gomma e il taglio del legno. Dati recenti evidenziano che la vita del campesino del Chaco é ancora legata in maniera indissolubile alla terra, lavorata in cambio di solo cibo: il bracciante arriva persino a essere venduto con essa! Inoltre, soprattutto nella parte Amazzonica, l assenza di controlli lungo la frontiera brasiliana e la totale assenza di forme di tutela dei lavoratori fanno sì che molte risorse naturali vengano sfruttate, senza che la popolazione locale ne tragga beneficio. Diversa, ma pur sempre difficile, é la situazione nella parte centro-occidentale del paese (Valle e Altopiano), dove la scarsità delle terre determina la presenza di surcofundios: piccoli minifondi, soggetti a costante frammentazione. Gli appezzamenti a conduzione famigliare vengono ripartiti di generazione in generazione tra la prole; la continua suddivisione compromette la produttività del terreno. La questione della terra, in Bolivia, è dunque caratterizzata da un accesso fortemente disomogeneo, che rende problematico il sostentamento di migliaia di famiglie, che spesso si riversano nelle principali città, ingrossando le periferie urbane e soffrendo situazioni di disagio, delinquenza e sfruttamento. Vari sono stati i tentativi di trovare una soluzione. La storia contemporanea della Bolivia insegna che spesso sono state le masse di campesinos, stanche di essere inascoltate, a mobilitarsi per il cambiamento. Così fu per la rivoluzione agraria del 1952, che portò alla storica riforma del E così é stato nello scorso ottobre, quando migliaia di persone si sono messe in marcia per indurre il parlamento ad approvare le modifiche IN MARCIA PER IL CAMBIAMENTO alla legge Inra. Sopra e nella pagina a fianco: indigeni boliviani sulle terre che le comunità abitano da secoli Dopo la riforma del 1953, con la quale ebbe inizio la redistribuzione delle terre con il motto la terra é di chi la lavora, venne infatti promulgata la legge 1715, che istituiva l Istituto nazionale per la riforma agraria (Inra). Purtroppo l applicazione è andata in senso decisamente contrario allo spirito della prima riforma, sancendo l idea, in definitiva, che la terra é di chi se la può comprare. La Pachamama, ovvero la Madre Terra, elemento centrale della cultura indigena, si é convertita in un semplice oggetto di scambio, in una merce da vendere al miglior offerente, in un privilegio per pochi. A questa logica si sono opposti non solo i vari movimenti di tutela dei diritti dei campesinos; anche la Conferenza episcopale boliviana ha espresso il suo monito nel documento Tierra Madre fecunda para todos, in cui nel 2000 ha condannato il latifondo e ricordato che la terra é un bene comune, e come tale deve compiere la sua funzione sociale. Nonostante ciò, secondo la Fondazione Terra (che dal 1991 promuove lo sviluppo nelle aree rurali e l accesso alle risorse naturali) a dieci anni dalla sua nascita la legge Inra aveva realizzato il saneamiento, ovvero la ridistribuzione delle terre improduttive alle comunità indigene, solo riguardo a una minima percentuale (l 11%) delle terre da regolarizzare. Invece di favorire la redistribuzione degli appezzamenti, la legge aveva incentivato la presenza di latifondi improduttivi nell Oriente e di minifondi sempre più parcellizzati nell Altopiano. Terreni alle comunità Così, per ottenere una legge che permetta la redistribuzione equa delle risorse del paese, i contadini si sono messi in marcia. Il 31 ottobre centinaia di campesinos hanno cominciato un cammino per fare pressione sul senato e indurlo ad approvare le modifiche alla legge Inra, già accolte dall altro ramo del parlamento. Alla prima marcia, partita da Santa Cruz e diretta alla capitale La Paz, sostenuta anche da molti organismi ecclesiali, se ne sono unite altre, anch esse dirette alla capitale. In un mese i marcisti, almeno duemila persone, hanno percorso circa 920 chilometri, passando dai 250 ai metri di altitudine, portando con sé quanto possibile e ricevendo cibo, assistenza medica e umanitaria dagli abitanti delle località lungo il percorso. La marcia ha avuto un tale impatto politico da spingere anche l opposizione al governo del presidente indigeno Evo Morales ad approvare le modifiche alla legge, giusto in tempo per l arrivo dei marcisti a La Paz. Esse prevedono la redistribuzione delle terre prive di titoli di proprietà e di quelle con una funzione puramente speculativa alle comunità campesine, perché possano essere rese produttive. È un grande successo politico: nonostante le modifiche per ora siano solo sulla carta, ben lontane da una reale attuazione, costituiscono un traguardo importante per migliaia di campesinos e per le loro famiglie: aprono la possibilità di disporre di un terreno da coltivare. E di tornare a un legame autentico con la Pachamama, dunque a ritmi di vita non forzosamente sconvolti dalle migrazioni obbligate verso la città. 32 ITALIA CARITAS MARZO 2007 ITALIA CARITAS MARZO

18 internazionale bolivia internazionale guerre alla finestra Wilston, lo sconforto e l orgoglio: «Resto in cammino, per i miei figli» Arriva da una zona rurale. Ha conosciuto i patimenti causati dall inurbamento. E racconta la determinazione che l ha spinto, per chiedere terra, verso La Paz Davanti a me siede Wilston: ha 35 anni ed é originario di Tiraque, un piccolo pueblo nell omonima provincia della regione di Cochabamba. Come molti ha lasciato la sua comunitá d origine per trasferirsi in cittá, dove ricopre l incarico di segretario nella Federazione dei lavoratori contadini. Gli chiedo come sia la sua vita in cittá, come si sia abituato a un contesto tanto differente da quello della sua infanzia, come riescano a farlo i molti suoi compaesani, giunti qui alla ricerca di fortuna. Wilston dice che quella di migrare é una scelta dolorosa, dettata dall esigenza di cercarsi di che vivere: nell Altopiano la terra ormai é finita, gli originari appezzamenti di sette ettari per famiglia si sono ridotti, nel passaggio da una generazione all altra, a scampoli di terra impoverita e scarsamente produttiva. Ma la vita della cittá é dura, soprattutto per chi, venendo dalle comunitá rurali, é discriminato proprio per il fatto di essere campesino. Così é ancora piú difficile trovare lavoro; spesso, non potendo contare su un sistema comunitario, che permetterebbe la condivisione di quello che offre la terra, tocca mendicare per vivere. Wilston riassume sconfortato: «La gente costretta a lasciare le proprie comunitá per spingersi verso i centri urbani é lo specchio della povertá vera di questo paese, che non ci permette di vivere coltivando la terra. Essa ci appartiene, ma ci é stata usurpata». PER UN EQUA REDISTRIBUZIONE Indigeni boliviani: hanno marciato verso la capitale, in ottobre, per chiedere di ottenere terreni dai latifondi Il corpo si è abituato Chiedo a Wilston della marcia per l approvazione delle modifiche alla legge Inra, alla quale ha partecipato. «É stata la risposta a una necessitá di tutti i compañeros campesinos, una necessitá che ci ha uniti: abbiamo marciato affinché ci venisse restituita la Terra dei nostri avi, i quali lottarono perché fosse di chi la lavora e non di chi se la puó comprare per farne il proprio giardino, come poi é stato. Durante la Marcia abbiamo sofferto freddo, sete, stanchezza, mancanza di cibo, ma poi anche il corpo si é abituato e quello che ci spingeva avanti era il pensiero, la determinazione di arrivare a La Paz e realizzare l obiettivo per il quale ci eravamo dati appuntamento. Quando siamo arrivati e abbiamo saputo che le modifiche sarebbero state approvate, ci siamo sentiti forti perché i nostri sforzi avevano avuto un esito: noi, le nostre mogli, i nostri figli, non avevamo camminato invano per settimane, soffrendo ogni tipo di malessere». Mentre Wilston parla, si susseguono nella mia mente le immagini dei marcisti. Con la Caritas diocesana li abbiamo raggiunti durante il riposo nella palestra dell universitá di Cochabamba per distribuire aiuti umanitari: una moltitudine di persone con bandiere, bambini malnutriti e disidratati, uomini e donne con i piedi emaciati, affamati di viveri e vestiti Un popolo in cammino, con nessun altra arma se non la determinazione (a prescindere dalla fede politica) che la terra per la quale camminavano era il loro stesso futuro. Ora rimane ancora molto da fare e il peso degli interessi in gioco fa temere che l equa distribuzione delle terre non sará un processo semplice. Rimaniamo in cammino, conclude Wilston, «senza stancarci di difendere, ieri come oggi, il diritto alla terra. Che è il diritto al futuro dei nostri figli». CONFLITTI ASIMMETRICI? CAMBIAMO LA LORO STRUTTURA di Paolo Beccegato Le guerre sono cambiate profondamente negli ultimi cinquant anni. Si combatte sempre più all interno dei confini delle nazioni; le parti in conflitto non sono più soltanto gli eserciti regolari, ma anche movimenti di guerriglia o gruppi più o meno organizzati; le vittime sono sempre più spesso i civili. È quanto anche Caritas verifica tutti i giorni nei diversi contesti dove opera al fianco delle popolazioni colpite da eventi bellici (in Sri Lanka, Colombia e Sudan, per citare alcuni esempi) e quanto tutti possono rilevare tramite i media più attenti. Per risolvere un conflitto asimmetrico come quelli che sempre più spesso si combattono nel mondo e che non hanno (solo) come attori gli eserciti regolari di due o più stati, e come sono definiti quelli che coinvolgono formazioni terroristiche è necessario cambiare la struttura del conflitto, quindi aiutare chi è oppresso, se necessario, a confrontarsi con chi sta sopra. Talvolta il conflitto è latente e le persone non sono consapevoli delle ingiustizie e dell iniquità nella distribuzione del potere; una terza parte può facilitare la fase del confronto, attraverso l educazione. Così rende le ingiustizie manifeste e alimenta il desiderio di relazioni più giuste. Il costruttore di pace agisce a partire dalla prospettiva dei più deboli: la migliore consapevolezza delle ingiustizie, dei propri bisogni e interessi, conduce la parte oppressa a chiedere di cambiare la situazione. Potenziare le capacità locali Le negoziazioni di primo livello si rivolgono ai leader che stanno al vertice della piramide delle gerarchie politicomilitari. I mediatori sono spesso personalità di spicco del panorama internazionale, con mandato delle Nazioni Unite o di nazioni forti. Nel caso di un conflitto armato, le negoziazioni di solito hanno come primo obiettivo la ces- I conflitti contemporanei sempre meno si combattono tra stati ed eserciti regolari. Per risolvere queste situazioni, non bastano i negoziati tra leader di alto livello. Bisogna lavorare nella società, a partire dalla base sazione dello scontro armato, in secondo luogo l accordo di pace. Questo è stato l approccio tradizionale delle relazioni internazionali, che forse aveva una sua utilità nel caso dei conflitti internazionali, ma ha dimostrato di essere insufficiente nei conflitti all interno dei confini delle nazioni. In questi casi, ogni livello della società deve essere coinvolto nella costruzione della pace. Il secondo livello delle negoziazioni punta sui leader di medio calibro e consiste in attività di formazione sulla risoluzione del conflitto, nella costituzione di commissioni per la pace (sul modello del Commissione per la verità e riconciliazione in Sud Africa) e sulla formazione di squadre di negoziatori locali che conoscono il conflitto per esperienza diretta. Il terzo livello agisce invece sulle comunità di base, cioè la maggioranza delle persone colpite dal conflitto e senza cui non è possibile costruire una pace durevole. Occorre lavorare con leader di villaggio o consigli delle famiglie, esponenti religiosi, attivisti di ong locali, persone che hanno un ruolo riconosciuto e ben accetto nelle comunità di base. Possibili approcci alla costruzione della pace a questo livello includono: formazione alla trasformazione nonviolenta dei conflitti, servizi psicosociali per alleviare i traumi della guerra, aiuti concreti alle persone per ricominciare. L esperienza della Caritas e di molte altre organizzazioni impegnate nella costruzione della pace con mezzi pacifici, dimostra che le negoziazioni di alto livello non bastano e che è necessario agire a tutti i livelli della società, fino alle comunità di base, e individuare, promuovere e potenziare le capacità locali, se si vuole raggiungere una situazione di pace reale, diffusa, radicata nel corpo sociale. 34 ITALIA CARITAS MARZO 2007 ITALIA CARITAS MARZO

19 internazionale myanmar UNA VITA APPESA ALL ACQUA IL FUTURO È UNA CISTERNA di Raffaele Teodonno U Nella zona arida, Myanmar centro-occidentale, le comunità fanno tesoro della poca acqua piovana. Quando si esaurisce, ricorrono a pozzi privati, costosi e distanti. Ora un progetto cerca di migliorarne le condizioni sociali e sanitarie na vasta distesa di erba bruciata e piccoli arbusti, per lo più acacie, sotto un sole implacabile e una temperatura vicina ai 50 gradi. Scenario africano? In realtà siamo nella parte centro-occidentale del Myanmar, già Birmania. Questa regione va sotto il nome di zona arida, ed è davvero bizzarro come la varietà di micro-climi di questo grande paese (oltre due volte l Italia) riesca a dar vita ad ambienti tanto diversi tra loro: giungle intricate e rigogliose, e d altro canto una grande regione semi-desertica. Il Myanmar è un paese povero, molto arretrato rispetto a tutto il resto del sud-est asiatico, in fondo alla lista dei L IMPEGNO CARITAS Caritas Italiana è impegnata in Myanmar al fianco di Karuna (Caritas Myanmar) e collabora in loco con le ong New Humanity e Progetto Continenti. I campi di intervento: Acqua: costruzione di cisterne e vasche di raccolta nella zona arida (diocesi di Mandalay). Sviluppo rurale: sostegno ai contadini; formazione tecnica e attività generatrici di reddito; costruzione fattorie (diocesi di Kyaing Tong). Educazione: formazione insegnanti e appoggio alla scolarizzazione e all alfabetizzazione (diocesi di Kyaing Tong). Sanitario: prevenzione Hiv-Aids; formazione ostetriche; disabilità (diocesi di Kyaing Tong e Mandalay). SENZ ACQUA NIENTE SCUOLA Bambini delle comunità della zona arida in Myanmar: quando la siccità li costringe a lunghi spostamenti, non riescono ad andare a scuola paesi del continente, davanti soltanto al martoriato Afghanistan. Le spese pubbliche per sanità ed educazione sono tra le più basse al mondo, nell ordine dello 0,3-0,5% del prodotto interno lordo. Nelle zone rurali le strutture scolastiche e sanitarie sono molto rade, tanti chilometri tra una scuola e l altra, per non parlare degli ospedali attrezzati. Secondo le cifre ufficiali, persino nelle zone rurali oltre l 80% dei bambini frequentano la scuola, ma in realtà si osserva facilmente in una giornata qualsiasi che, sebbene formalmente iscritti a scuola, la gran parte dei bambini sono intenti a fare ben altro, dando il loro contributo all economia familiare. In quanto alla sanità, sono ancora frequentissimi i decessi di donne partorienti, così come quelli per malattie non gravi, per la mancanza di strutture adeguate. Tanti problemi, dunque, e tanta gente povera. E pensare che il Myanmar è ricco di risorse naturali: combustibili (gas e, in misura minore, petrolio), metalli, pietre preziose, gomma naturale, legname pregiato. E nonostante l estrema povertà di alcune aree, in cui manca addirittura il cibo, il Myanmar viene annoverato tra gli esportatori di prodotti alimentari! Se si torna indietro di qualche decennio, agli anni 50-60, l allora Birmania era il paese meno povero della regione, quello con le maggiori potenzialità di sviluppo. Malesia e Singapore erano un gradino sotto, Tailandia e Indonesia ancora un po peggio, Vietnam e Cambogia ben più miserabili. Tutti questi paesi, nel volgere di trenta-quarant anni, hanno superato il Myanmar, e di molto. Sui motivi di questo enorme divario tra lo sviluppo delle cosiddette tigri asiatiche e il Myanmar è inutile soffermarsi in questa sede, ma resta la considerazione di fondo: il paese ha perso il treno dello sviluppo e ora è tremendamente difficile coprire il divario che lo separa dai vicini. Persino Bangladesh e Laos, paesi confinanti e per tanti anni sinonimo di miseria diffusa, stanno registrando progressi maggiori. Moderazione e rispetto L impegno per alleviare l estrema povertà in cui sono costrette a vivere molte comunità del paese si fonda, tra le altre cose, sulle grandi doti umane della sua gente. In Myanmar, come nel resto dell Oriente, vivono popoli calmi e riflessivi, meno affetti, almeno in apparenza, dallo stress quotidiano, meno ossessionati dall apparire, più inclini alla meditazione e alla spiritualità. Oltre a queste doti tipiche degli asiatici, il popolo birmano spicca per le sue caratteristiche di moderazione e rispetto. Per moderazione si intende la virtù che permette di non estremizzare mai comportamenti e sentimenti, positivi o negativi che siano. I birmani, in effetti, non sono mai eccessivi nei comportamenti, nei giudizi e nell esteriorizzare le sensazioni interiori: persino la pessima situazione socio-economica viene vissuta con calma, cosa che induce molti osservatori stranieri a definire il popolo birmano come rassegnato alla propria sorte. Certo la religione buddista, prevalente nel paese, contribuisce a creare questo atteggiamento pacato e all apparenza poco reattivo. Ma quello birmano non è un popolo debole e rassegnato, bensì soprattutto un popolo pacifico e moderato nel pensiero e nell azione. Altra caratteristica, come detto, è il grande rispetto dei birmani gli uni verso gli altri, in particolare per alcune categorie di persone. Anzitutto verso gli anziani, in modo davvero rimarchevole. Nella capitale Yangon esiste una casa di riposo per gli anziani, ma qui si trovano solo coloro che non hanno famiglia, o provengono da famiglie miserabili. A nessuna famiglia birmana verrebbe in mente di disfarsi dei propri genitori e nonni, circostanza che manifesta un grado elevato di civiltà. Un rispetto molto intenso viene riservato anche ai monaci buddisti, ben più di quanto accada in Italia con i sacerdoti, benché non tutti i monaci si comportino in maniera impeccabile e pochi siano quelli davvero venerabili. Ma il fedele birmano rispetta comunque il loro ruolo e offre elemosine ai monasteri ben al di là di quanto gli consentirebbero le proprie magre risorse economiche. Il rispetto della religione e dei suoi ministri supera nella maggioranza delle famiglie il desiderio di benessere economico. E un forte rispetto viene anche garantito ai più poveri, 36 ITALIA CARITAS MARZO 2007 ITALIA CARITAS MARZO

20 internazionale myanmar internazionale contrappunto VIVERE CON DIECI LITRI Bambino con animali presso una pozza nella zona arida : qui l acqua è un elemento prezioso e viene riutilizzata anche per due o tre scopi differenti... ai mendicanti, agli storpi, ai malati... La gente del Myanmar appartiene a nove gruppi etnici distinti, in alcuni casi anche molto diversi gli uni dagli altri. Dominante è la religione buddista, anche se vi sono etnie prevalentemente cristiane, per esempio i Keren. Popolo straordinario, quest ultimo, fatto di gente onesta e gentile, come testimonia il fatto che la maggior parte del personale di fiducia, nella città di Yangon, venga selezionato tra di essi. Ma in generale un po tutti in Myanmar sono tendenzialmente portati all aiuto compassionevole, che è alla base dell insegnamento millenario del Budda. Camminare per chilometri Questa gente pronta ad aiutare gli altri merita dunque un aiuto. Soprattutto in considerazione degli enormi problemi che il paese si trova ad affrontare. Ignari e innocenti rispetto ai grandi giochi di potere che si svolgono sopra le loro teste, i tanti poveri del Myanmar sono costretti ad affrontare ogni giornata con pena e molta fatica, in particolare nella zona arida dove persino l acqua da bere è un lusso che si paga caro. In effetti, in molte comunità di villaggio non esistono punti d acqua permanenti e durante la stagione secca le famiglie sono costrette a viaggiare anche per 5-10 chilometri fino al pozzo più vicino, dove, tra l altro, devono pagare per poter prelevare l acqua. Per molte famiglie l acquisto dell acqua costituisce la spesa più elevata e in alcuni casi assorbe fino al 60-70% del reddito annuale. Davvero, l oro del nuovo millennio! Eppure l acqua sarebbe diritto di tutti e bene dell umanità, non soggetta al controllo di pochi individui. Da molti secoli le comunità rurali, anche nella zona arida del Myanmar, hanno imparato a far tesoro dell acqua che cade dal cielo, conservandola preziosamente nei mesi di siccità. Ancora oggi, nonostante le grandi scoperte tecnologiche, questo sistema di raccolta dell acqua piovana rappresenta il più semplice e tutto sommato efficace sistema di approvvigionamento. Molti villaggi hanno le proprie ponds (vasche di raccolta) comunitarie, che si riempiono durante i mesi di pioggia e vengono poi utilizzate nei mesi successivi. A queste ponds si accede con ogni tipo di recipiente (grosse lattine, giare di coccio, bidoni, otri di vari materiali): ogni famiglia si procura un contenitore adatto allo scopo. Raccogliere l acqua alle ponds è un occupazione quotidiana abbastanza faticosa, ma niente in confronto a ciò che occorre fare quando questi invasi esauriscono il loro prezioso contenuto: quando non vi è più acqua disponibile nel villaggio, come detto, le famiglie, per lo più donne e bambini, devono camminare anche molti chilometri per andare ad acquistare l acqua da qualche pozzo privato. Oltre al costo elevato, ciò impedisce alle donne di accudire alla propria casa e ai bambini di frequentare la scuola. Una situazione che crea grave pregiudizio allo sviluppo sociale ed economico delle comunità. Ecco perchè tutte le indagini conoscitive fatte in questo territorio evidenziano che l accesso all acqua è la priorità per tutti. È difficile immaginare, in effetti, come si può vivere con soli 5-10 litri d acqua pro capite al giorno. Ma nella zona arida è la normalità: l acqua già impiegata si riutilizza per due-tre scopi differenti. E quando proprio non se ne ha più, non ci si lava e si finisce con il bere di tutto, anche acqua contaminata. Nella stagione secca nelle comunità sono frequentissimi i casi di diarrea, infezioni della pelle e altre patologie dovute alle precarie condizioni igieniche. L intervento dell ong Progetto Continenti, sostenuto da Caritas Italiana e realizzato nel territorio della diocesi di Mandalay, in piena zona arida, ha dunque lo scopo di consentire la costruzione di cisterne e vasche di raccolta più moderne, capienti e igieniche, proprio per impedire che la carenza d acqua continui a causare gravi problemi sociali e sanitari. La disponibilità di acqua pulita consentirà di liberare energie e risorse per sviluppare altre attività. Un intervento sostenibile, nel rispetto delle tradizioni locali, per un futuro meno prigioniero di una natura difficile, meno precario, capace di consentire un autentico sviluppo sociale. GEOPOLITICA DEL PATIBOLO, CHI DIFENDE LA MORTE DI STATO? di Alberto Bobbio non è scontato, neppure questa volta. Tuttavia c è almeno una coalizione dei volonterosi, anche se ha troppi timori L esito verso i paladini del patibolo. Dopo l impiccagione di Saddam Hussein e il suo sfruttamento mediatico, è tornata sulla scena l iniziativa per una moratoria internazionale della pena di morte. Ma essa fatica e arranca. Perché la pena di morte non è un concetto unico, né le esecuzioni sono tutte uguali. Bisogna tenere conto della geopolitica della pena di morte. Ci sono esecuzioni democratiche, negli Stati Uniti. Ci sono esecuzioni che vanno rubricate sotto il nome di scorciatoie militari, quando non si sanno affrontare le questioni sociali e quando la giurisprudenza non sa giudicare la storia, come è accaduto in Iraq. Ci sono esecuzioni pedagogiche, messe in campo dalle dittature, e può essere il caso della Cina. Fondare il rifiuto delle pena di morte solo su ragioni di ordine morale, senza tenere conto delle complessità della geopolitica delle esecuzioni, oppure fondare la necessità della pena capitale sui sondaggi d opinione, di solito mette la coscienza a posto, ma abbassa il ruolo di parlamenti e diplomazie, mette al riparo le leadership e riduce il dibattito a un populismo plebiscitario. Nascere e morire nella contea di Harris Oggi sul pianeta i diritti umani dipendono dalla geografia, scienza intrecciata all economia. Chi nasce in Asia ha più possibilità di essere giustiziato di chi nasce in Europa. E all interno dell Asia i cinesi sono i più sfortunati. Negli Stati Uniti accade la stessa cosa. Chi nasce in Texas (metà delle esecuzioni americane) ha molte più probabilità di essere ammazzato dallo stato; se poi nasce nella contea di Harris (metà delle esecuzioni texane), la percentuale sale ancora. E se anche il 90% delle esecuzioni nel mondo è di marca cinese, buona parte delle responsabilità della mancata mo- In Usa esecuzioni democratiche, in Cina pedagogiche. Il rispetto dei diritti umani dipende dalla geografia. E l iniziativa per una moratoria della pena di morte lanciata dall Italia stenta a decollare. Anche per colpa dell Europa ratoria è dell Europa. Siamo il primo continente al mondo senza la pena, ma siamo anche quello dove sulla pena di morte ci sono divisioni tra gli stati e all interno delle stesse nazioni, nelle opinioni pubbliche (persino in Italia). C è un massimalismo politico e diplomatico, in materia, che è ora di superare. E che invece viene strumentalizzato dai pigri amanti del patibolo, a tutte le latitudini. Olanda, Regno Unito, Danimarca e Ungheria sono contrari alla proposta italiana di moratoria. In tutto il pianeta, ad essa hanno aderito solo 85 paesi. Troppo pochi. Si punta alla soglia di 90, sarebbe un risultato clamoroso. Mette tristezza scrivere queste righe, in un tempo in cui schiavitù e tortura sono ritenute barbarie, mentre sedia elettrica, impiccagione, fucilazione e avvelenamento sono considerati metodiche umane e democratiche per rendere giustizia. Novanta paesi non sono nemmeno la metà di quelli del pianeta. E ne sono bastati quattro, in Europa, per far naufragare l iniziativa italiana, che voleva almeno riaprire il dibattito alle Nazioni Unite. I due paesi che oggi applicano la pena con maggior disinvoltura, Cina e Stati Uniti, sono anche quelli che muovono risorse e comprano consenso. E sono in grado di rovesciare schieramenti al Palazzo di vetro, dove ogni voto ha un prezzo. La diplomazia italiana sta cercando di acquisire consensi in Africa e usa gli strumenti della persuasione morale. Ma rischia il fiasco di fronte alla Cina, che si compra l Africa a suon di dollari. Forse bisogna spostare la questione e smetterla di accettare che i diritti umani, anche quello alla vita, materia che non è mai nella disponibilità di alcun uomo, dipendano dalla geografia e dall economia. Così potremmo allontanare la paura di vincere. 38 ITALIA CARITAS MARZO 2007 ITALIA CARITAS MARZO

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