GIOVANI IMMAGINARI UNA RICERCA QUALITATIVA SULLA MEDIAZIONE DELL IMMAGINARIO INFANTILE

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1 GIOVANI IMMAGINARI UNA RICERCA QUALITATIVA SULLA MEDIAZIONE DELL IMMAGINARIO INFANTILE «A trent anni la mia vita sarà meravigliosa sarò sposata e con due figlie, spero due gemelle femmine. Se gli dovessi mettere il nome una la chiamerei Giada e una Francesca. Vorrei tanto fare la segretaria per avere un ufficio tutto mio. Infine vorrei vivere in una villa con 3 piscine, una vasca idromassaggio e giardino. Nel tempo libero andrò a fare schopping e se non avrò figlie nel tempo libero farò la barista in discoteca.» S., 9 anni, padre rappresentante, madre casalinga Questa descrizione sintetizza alcune caratteristiche del futuro (tra circa venti anni) immaginato da un gruppo di bambini e preadolescenti di Roma. Un futuro che rispecchia, come vedremo, comportamenti, valori e aspirazioni tendenzialmente presenti nella nostra società: il benessere economico, l iperattivismo, il materialismo connesso al consumismo e un certo tradizionalismo dei ruoli sessuali. Un tratto piuttosto evidente è poi la discrepanza tra l'ordinarietà - come desiderare di fare la segretaria - e la straordinarietà come immaginare, allo stesso tempo, di vivere in una villa con 3 piscine, una vasca idromassaggio e giardino. L'obiettivo dell approfondimento qualitativo della ricerca era quello di analizzare il rapporto tra l'immaginario di bambini e bambine metropolitani dai 9 ai 12 anni, e l'influenza che su di esso possono avere le varie agenzie di socializzazione, media compresi. Sono stati indagati in particolare quattro istituti comprensivi del Comune di Roma 1 di cui sono state prese in esame due classi delle scuole primarie (seconda e quarta) e due delle scuole media inferiori (seconda) per ognuno. L intento era quello di rilevare le rappresentazioni che durante il processo di socializzazione essi elaborano, proiettandosi nelle vesti di giovani adulti, riguardo ad alcune situazioni di quotidianità - in particolare la coppia/famiglia, il lavoro, lo stile di vita e la gestione del tempo libero. L'immaginario da noi indagato ha compreso, quindi, i progetti che il gruppo di bambini e bambine intervistati inizia a formulare, traendo spunto dalle credenze e dalle concezioni acquisite. Per questa analisi abbiamo utilizzato un elaborato a traccia semi-aperta, supportato da eventuali disegni per le scuole primarie. Questa la traccia: immagina di avere trent anni. Com è la tua vita? Che lavoro fai? Dove abiti? Cosa fai nel tempo libero? UN PUNTO DI PARTENZA Nonostante la ricchezza della pubblicistica sul tema dell immaginario, non è stato semplice individuare una definizione unitaria da cui partire per precisare i nostri strumenti di ricerca. Valutando letteratura, psicanalisi, sociologia e psicologia, abbiamo rilevato definizioni tendenzialmente eterogenee. Todorov (1970), per esempio, in ambito letterario, considera l immaginario come il concetto che, posto in relazione oppositiva al reale, serve a spiegare il genere fantastico. Si tratta dunque di una definizione che contrappone l immaginario al reale, avvicinandosi all immaginazione. In psicanalisi, invece, l'immaginario, come il simbolico, non si oppone al reale, ma gli è complementare (Lacan 1971 cit. in Lalli 1995, pp ). Similmente, in senso psicologico, l immaginario è concepibile come una dimensione che comprende le immagini mentali prodotte dall attività immaginativa (Giani, Gallino 1990). Le immagini mentali, a loro volta, sono astrazioni di persone e oggetti noti che avvengono a livello cognitivo. Possono essere considerate fenomeni sia percettivi, in quanto la loro elaborazione si basa su input sensoriali, che mnestici, perché nell elaborarle vengono richiamate le conoscenze sedimentate nella memoria a lungo termine (Marucci, 1995) 2. 1 Le scuole romane in cui è stata effettuata l indagine qualitativa sono state: Cassiodoro, Fontanile Anagnino, Montezemolo e Mozart. 2 S. Capecchi, M.G. Ferrari, Una baby-sitter a Beverly Hills. Immaginario, media e dintorni: la rappresentazione di bambini e bambine, Franco Angeli, Milano,

2 Scegliendo di adottare un punto di vista fenomenologico, abbiamo inteso per immaginario l insieme di rappresentazioni elaborate a livello individuale e collettivo, sulla base delle quali tendiamo ad agire nel nostro reale e quotidiano contesto di vita. In questo modo, immaginario e reale divengono dimensioni complementari, anziché antitetiche. Il reale perde la sua valenza di oggettività, veridicità e ordinarietà, mentre l' immaginario perde quella di falsità, fantasticheria e straordinarietà. Nell elaborare gli strumenti di ricerca prima e nell osservare i dati raccolti poi, abbiamo ipotizzato che fin da piccoli i bambini costruiscono un immagine della realtà quotidiana, su cui basare i progetti futuri partendo dalle risorse e dalle opportunità colte ogni giorno nell ambiente circostante. Queste immagini o rappresentazioni - termini qui usati come sinonimi - possono apparire più o meno ordinarie/realistiche o straordinarie/fantastiche in relazione all'attività immaginativa e alla creatività più o meno ricca di bambini e bambine. «La mia vita è un pò movimentata, sono sposato con una bellissima moglie, ho tre figli (due femmine e un maschio), abito in centro in via bocca di leone 64 e sono un astronauta andato a viaggiare con la mia navicella spaziale (chiamata ADRY 007) personale in diversi satelliti (come la luna) e/o in diversi mondi sparsi nell universo. Di solito nei weekend viaggio o sulla luna o su marte e sui meteoriti; mentre d estate e/o d inverno viaggio insieme alla mia famiglia nell universo in cerca di forme di vita aliene. Nelle feste, tipo pasqua, rimango a mangiare a più non posso. P.S. Scusate se non ho detto i nomi dei miei figli ma si chiamano: Fabio, Lucrezia e Ginevra.» M., 12 anni; padre notaio, madre avvocato. Per comprendere la misura in cui l immaginario giovanile è modellato dai media, abbiamo prestato attenzione al ceto, al tipo di opportunità culturali presenti nella famiglia e nel contesto sociale del nostro campione. Riteniamo infatti che questi fattori possano concorrere al pari delle immagini mediate al processo di rielaborazione del reale e incentivare o meno l'attività immaginativa. Considerando la varietà degli agenti di socializzazione, tra cui includiamo i vecchi e i nuovi media, si può constatare che, al di là della classe sociale di appartenenza, i ragazzini di oggi dispongono potenzialmente di una grande quantità di modalità per conoscere, esplorare e sperimentare molteplici mondi. Sono sostanzialmente tre i contesti con cui essi agiscono: quello dell'esperienza diretta, con cui siamo a contatto personale, senza alcuna mediazione; quello della conoscenza tratta indirettamente, per sentito dire o per interposta persona; infine, il mondo mediale che offre esperienze filtrate e organizzate a priori dai media. Tenendo presente la pervasività di quest'ultimo mondo, abbiamo approfondito l analisi delle visioni del futuro più marcatamente condizionate dall ambito mediale. Benché sia impossibile quantificare il contributo sull immaginario del mondo mediale, a noi questo è sembrato, comunque, prevalere rispetto all'apporto del mondo dell'esperienza diretta. Sorge allora il dubbio che, al di là delle critiche obsolete mosse ai media, i bambini siano lasciati fondamentalmente soli nel processo di conoscenza della realtà e che questo avvenga soprattutto in modo indiretto e mediato. Il mondo mediale - e questa è un'ipotesi - finirebbe così per divenire la subcultura di riferimento principale per i più giovani, fatta di specifici linguaggi, argomenti e valori di riferimento, più o meno traslati rispetto quotidianità. Se l'universo dei media tende a prevalere su quello dell'esperienza diretta, questo non significa necessariamente che i suoi contenuti vengano assorbiti tutti e in modo passivo. Per verificare tale eventualità, abbiamo sondato l'uso che i bambini fanno di alcuni mezzi, uso che emerge nella prima parte della nostra analisi quantitativa. Essa lascia intuire l opportunità di rivedere la prospettiva apocalittica, che tende a domandarsi solo cosa fanno i media e la televisione ai bambini e non anche cosa fanno i bambini con i media e la televisione. Rifiutando di sottolineare, in modo schematico, solo gli aspetti potenzialmente positivi della Tv - come lo sviluppo di certe capacità cognitive 3 - e senza all opposto sopravvalutare quelli negativi - per esempio i suoi contenuti violenti o l effetto passivizzante dalla nostra analisi emerge una posizione intermedia. Da una parte, abbiamo rilevato che la televisione eserciti un forte fascino sui piccoli spettatori, così da diffondere subculture, mode, linguaggi, e rafforzare valori, credenze e opinioni. Dall'altra, crediamo che, come ha dimostrato la prima parte di questa ricerca e non solo 4, i bambini siano un pubblico attivo, capace di selezionare i contenuti e 3 Cfr. S. Johnson, Tutto quello che fa male ti fa bene. Perché la televisione, i videogiochi e il cinema ci rendono intelligenti, Mondadori, Milano

3 distinguere i piani della realtà e della fiction, confrontando ciò che vedono in Tv con le loro conoscenze personali e le esperienze già acquisite. L analisi dell immaginario dei nostri bambini e preadolescenti va letto, dunque, alla luce delle interazioni che, complessivamente, essi intrattengono ogni giorno con le tante agenzie di socializzazione - famiglia, scuola, chiesa, gruppi amicali, media per comprendere come queste, nella loro globalità e in un'ottica di comunicazione circolare e continua, prendono parte all'elaborazione di rappresentazioni sociali e progetti di vita. IMMAGINARIO, RAPPRESENTAZIONI SOCIALI E MEDIALI Senza mettere in dubbio l esistenza di una realtà fisica e fattuale, dobbiamo ammettere che si sono differenze nel modo in cui ogni persona percepisce, descrive e valuta anche gli stessi oggetti, entità o eventi. Le differenze sono di tipo sia percettivo che valutativo e riguardano, inoltre, la lettura del mondo nella sua totalità, così come l'interpretazione dei suoi singoli componenti, fino agli stati non tangibili - emozioni, sentimenti, paure, ecc. Così come un critico, uno storico e un artista vedono spesso cose diverse osservando la medesima opera, allo stesso modo ogni persona può elaborare un'immagine singolare del mondo, per cui alcuni fatti ed eventi vengono posti in primo piano, mentre altri possono essere del tutto ignorati. Con questo non si intende ammettere il relativismo assoluto: la realtà non può essere concepita come un insieme di elaborazioni assolutamente individuali. È attraverso costrutti di natura psicosociale, come le rappresentazioni sociali - nel senso proposto da Farr e Moscovici (1989) - che si riesce a conciliare il punto di vista soggettivo con la realtà oggettiva, così da spiegare per quale ragione il mondo, anziché apparire uguale per tutti, viene descritto piuttosto come un agglomerato di molteplici e mutevoli fenomeni ed eventi 5. Grazie all'idea di rappresentazione sociale diventa superflua ogni discussione sull'oggettività o meno della realtà, dato che gli individui, pur partendo dalla stessa entità fattuale, finiscono per rielaborarla in base al proprio vissuto, all appartenenza etnica e geografica, alle caratteristiche biologiche, genetiche, cognitive, psicologiche, sociologiche, culturali, economiche. Il prodotto di questa rielaborazione sono appunto le rappresentazioni sociali. La loro funzione principale è quindi quella di costruire la realtà - come sostenevano Berger e Luckmann (1969) - o, meglio, di ricostruirla, come ha poi puntualizzato Moscovici (1989). Gli individui del mondo colgono e notano solo o soprattutto alcuni fatti, che tendono poi a rivalutare secondo i propri punti di vista, dimostrando di interagire con la realtà in modo attivo, senza prescindere da essa. Così, la percezione individuale della realtà è orientata da un terreno di confronto univoco e collettivo, che la sociologia della conoscenza definisce senso comune (Jedlowski, 1994). Questo substrato di conoscenze ovvie per tutti, convenzionali e pertanto condivise esiste grazie ad un insieme complesso di fattori, fra cui la proposta cumulativa e continuativa nel tempo, da parte di più agenzie tra cui sicuramente i media di immagini, azioni, comportamenti, credenze e valori, in cui componenti di una comunità riconoscono l'identità e la forza del proprio gruppo di appartenenza. La trasmissione di determinate immagini, azioni, credenze e la loro introiezione (Palmonari 1989) durante il processo di socializzazione permette alle persone di sentirsi approvate e accettate dalla collettività di riferimento, così da acquisire un'identità sociale, oltre che individuale 6. Nel caso della nostra ricerca, lo abbiamo detto, abbiamo voluto indagare le rappresentazioni elaborate da alcuni bambini e preadolescenti a proposito della loro futura vita familiare e lavorativa, la loro cultura e sottocultura di riferimento, l'universo simbolico che costituisce il loro comune terreno di confronto. L obiettivo era comprendere il tipo di realtà costruita alla 4 Cfr. le ricerche condotte dall Osservatorio Mediamonitor del Dipartimento di Sociologia e Comunicazione della Sapienza, Università di Roma. 5 Attraverso il concetto di rappresentazione sociale si riescono a evitare eccessivi schematismi teorici, per cui diventa di secondaria importanza capire se è il pensiero che dà forma alla realtà, oppure se è quest'ultima che, agendo sul pensiero, degrada ogni sua espressione a una passiva e meccanica risposta all'ambiente. 6 Come gli schemi cognitivi, anche le rappresentazioni sociali offrono indicazioni per leggere e ricostruire il mondo. Fornendo criteri di categorizzazione e interpretazione della realtà, portano generalmente ad associare una certa immagine a un certo significato, e ad attribuire un determinato senso a certi fatti e fenomeni. 3

4 base dell agire di questi giovani attori sociali, partendo dal presupposto che le rappresentazioni circolanti contribuiscano a modellarle. Dall analisi è emerso che i giovani tendono a trarre spunto, nel raffigurarsi il mondo, oltre che dalla comunicazione e dalle interazioni dirette, soprattutto da un tipo di comunicazione indiretta, virtuale. Di conseguenza le idee, le immagini, le opinioni e le credenze, su cui riadattare la scala dei valori, i comportamenti e il modo di agire, devono basarsi anch esse su un intreccio di conoscenze sia dirette e personali, che indirette e mediali. Ma il nostro obiettivo era in particolare quello di vedere come le rappresentazioni vengono trasformate e/o completate per effetto soprattutto dei meccanismi mediali. Vedere cioè quali credenze e valori passano perlopiù dalla società dell'immagine e della multimedialità nell'immaginario giovanile. D altronde è noto che un bambino socializzato alla società contemporanea, contrassegnata dalla moltiplicazione delle risorse (Lalli in Lalli, Dino 1996) e dalla complessità (Bentivegna 1994) vive un processo di ricostruzione della realtà particolarmente laborioso. Fra i vari mondi dell esperienza diretta e indiretta con cui entra in contatto, quello mediale, e televisivo innanzitutto, è il più «ubiquo e ambiguo» (Livolsi 1992, p.17). L ubiquità è data dalla sua massiccia offerta, tanto che i media sono in ogni luogo e tutti o quasi ne sono fruitori. L ambiguità, invece, dipende dal fatto che: «Ciò che si vede in televisione è quanto di più prossimo alla realtà (o la rappresentazione più attendibile anche se non fedele) ( ). L ambiguità si presenta con una parvenza di oggettività-realismo: si vede, come se si fosse presenti, cosa sta avvenendo. Apparentemente nessuno si frappone ( ) tra chi guarda e ciò che si vede ( ). L ambiguità sta nella quasi-realtà così come è proposta» (Livolsi 1992, p. 18). Da questa prospettiva, il mondo mediale diventa la massima espressione del connubio e dell intreccio tra il reale ovvero la sua rappresentazione - e il fantastico. Il mondo mediale contiene, infatti, entrambe le dimensioni, creandone una terza, definibile come quasi-realtà. L atteggiamento nei confronti di questo nuovo mondo, nonostante la sua evidente ambiguità, è tuttavia perlopiù di fiducia (in particolare rispetto al genere informativo) o di blanda accettazione/censura, in base alla presenza, più o meno palese, di elementi verosimili o inverosimili. Il mondo mediale, comunque, per la sua ubiquità e parvenza di quasi-realtà, può arrivare a meta-rappresentare la realtà 7. Pensiamo all attenzione che sanno provocare le notizie narrate dai telegiornali o, ancora, alla capacità dei media di far apparire del tutto ordinari e normali personaggi, fatti e ambientazioni assolutamente straordinari. Qui è il caso delle fiction o delle soap operas - è l inverosimile a rivestirsi di verosimile. Nonostante la sua ambiguità, il mondo mediale dà l idea di sconfinare nel mondo dell esperienza diretta, mischiandosi e sovrapponendosi in parte ad essa, fino ad apparire in alcuni casi più reale della vita vissuta e della quotidianità. Al mondo mediale, alle sue rappresentazioni e alla sua scala di valori, di conseguenza, sembrerebbero riferirsi molte persone, bambini compresi. Così, le rappresentazioni mediali finiscono non solo per intrecciarsi a quelle circolanti globalmente a livello sociale, ma anche per invaderle. A questa ognuno di noi potrebbe trovare facile e immediato rimandare per ottenere indicazioni, spiegazioni, motivazioni e, in ultimo, il senso delle proprie azioni. Dato tuttavia che i media non riescono, necessariamente, a riprodurre la complessità del reale e del vissuto quotidiano, questa meta-rappresentazione potrebbe avere l effetto o il meta-effetto (Livolsi 1992, p. 27) di ipersemplificare la realtà. È quello che accade, per esempio, nelle soap opera, nei serial, nelle fiction, ma talvolta anche nell informazione. In questi generi, la comunicazione mediale arriva infatti spesso a esaltare solo certi aspetti della realtà. In tal modo si può rischiare di tematizzare il nostro ambiente e contesto di vita e di riprodurlo per stereotipi, enfatizzandone a volte soprattutto l amore piuttosto che il lavoro, il denaro, la politica, la bellezza, il successo (Capecchi, Ferrari, 1998). Il reale, così staccato ed epurato dalla sua complessità, appare più semplice, iperreale, ossia eccessivamente centrato su pochi elementi, enfatizzati e ripetuti. 7 Per esempio, possiamo giudicare il mondo dell informazione più reale del reale il termine Tv verità non è casuale senza accorgerci invece di quanto i suoi personaggi, fatti ed eventi siano riportati in modo distorto e/o spettacolare. In questo caso il verosimile si investe di inverosimile e diviene coinvolgente, affascinante. 4

5 Per quanto riguarda la nostra ricerca, abbiamo cercato di rilevare nell immaginario da noi indagato l effettiva compresenza di elementi tratti dai tanti tipi di mondi oggi a disposizione. Rispetto poi alle rappresentazioni del lavoro e della gestione del tempo libero gli argomenti da noi analizzati è possibile rilevare in esse, intrecciati in modo inscindibile, tratti ricavati da esperienze e conoscenze di varia natura, diretta, indiretta e mediale. Questo insieme di tratti risente ovviamente del vissuto individuale, psicologico e sociale, ma anche di quello mediato collettivamente condiviso. Le rappresentazioni risultano, dunque, differenti da bambino a bambino. Rimandano a mondi diversi: l uno più vicino a quello della quotidianità, l altro più prossimo al mondo mediale. E nella nostra ricerca sono numerosi i quadretti di vita familiare/lavorativa che rinviano a quelli visti, per esempio, in Tv. IPOTESI E OBIETTIVI DI RICERCA Le premesse citate sono alla base dell elaborazione della nostra ipotesi di partenza, ossia che il reale sia il prodotto di un processo di ricostruzione che risente delle intimazioni oggettive dell'ambiente, delle istanze soggettive degli individui e delle interazioni fra di essi. La ricostruzione della realtà comporta poi la divulgazione di idee, credenze e concezioni riguardanti vari aspetti della vita e della quotidianità. A queste, in forza degli scambi che avvengono nel sociale, viene attribuito un significato convenzionale che permette la reciproca comprensione e getta le basi per la condivisione del senso comune. Nel precipitato vengono individuate le rappresentazioni sociali. Le stesse poi, insieme alle rappresentazioni mediali, confluiscono nel più ampio immaginario collettivo. A quest'ultimo infine si rimanda per orientare il nostro agire, oppure per elaborare ulteriori credenze e immagini, che tornano ad arricchire l'immaginario. Il titolo del primo elaborato che abbiamo sottoposto ai bambini e ai preadolescenti di Roma serviva per invitarli a immaginare loro stessi nel futuro, nei panni di persone adulte, per scoprirne fantasie, desideri, aspettative e sogni. L obiettivo era duplice: osservare quali rappresentazioni hanno della realtà che li circonda, e rilevare, all interno di queste rappresentazioni e progetti di vita, l'influenza delle varie agenzie di socializzazione, mondo mediale in particolare. Questi sogni a occhi aperti rivelano molti aspetti dei preadolescenti di oggi: danno l'idea dei valori-indici della contemporaneità a cui le nuove generazioni fanno riferimento e fanno riflettere su tendenze di comportamento e stili di vita verso cui si stanno orientando. REALISMO Inaspettatamente il realismo si è configurato come una qualità più diffusa presso i bambini delle scuole primarie che presso i ragazzi delle scuole medie inferiori. Inoltre, indipendentemente dall età, sono soprattutto le femmine ad avere un immagine del loro futuro verosimile e piuttosto vicina alla realtà. Gli esempi sono molti, ma non costituiscono l orientamento predominante. «Forse sarò una studentessa o forse un lavoratore, questo non lo so. Ora come ora credo proprio che farò la studentessa che lavora e studia come tale per laurearsi. Io penso che nel tempo libero uscirei per vedermi con gli amici, fare due chiacchiere qualche risatina insieme e magari anche mangiare una pizza». M. 12 anni, padre manager, madre impiegata «A trent anni la mia vita sarà felice, avrò una moglie e due bambini. Farò l impiegato e avrò uno stipendio fisso. Abiterò in Via Marconi in una villa a tre piani con un cavallo e una scimmia. Nel mio tempo libero starò con i miei figli e giocherò con loro». L. 9 anni, padre impiegato, madre impiegata. «La mia vita sarà movimentata. Io farò il carabiniere. Io abiterò in Spagna. Andrò in moto.» A. 9 anni, papà archivista, mamma impiegata. «A trent anni la mia vita sarà felicissima con una bella famiglia numerosa; porterò le lenti a contatto. Farò il calciatore e abiterò a Roma, praticamente dove abito ora. Sicuramente aiuterò i poveri e gli ospedali. Sarà una vita bellissima!» C. 9 anni, padre chimico, madre insegnante. 5

6 Le contraddizioni e la commistione di elementi immaginari e fantastici resta comunque la prerogativa di quasi tutte le proiezioni del nostro campione, legata probabilmente alla normale propensione verso l esercizio della fantasia propria dell infanzia. Non è esclusa però una certa influenza delle rappresentazioni mediali, in cui è spesso difficile distinguere gli elementi ordinari da quelli straordinari. D altronde, l immaginario dei bambini può essere meno vario, parlando dei contenuti, di quello degli adulti. In effetti, i più piccoli dispongono di un minore numero di elementi per produrre rappresentazioni, progetti e sogni, dato che per la loro giovane età hanno accumulato meno conoscenze ed esperienze. Per questo motivo, l immaginario preadolescenziale può apparire agli occhi di un adulto piuttosto omogeneo e ripetitivo. Inoltre, se i bambini possono elaborare immagini meno complesse e ricche rispetto a quelle di persone adulte, tendono anche a ricorrere più frequentemente alla fantasia e ai suoi meccanismi, dando origine così a rappresentazioni anche molto originali e spesso caratterizzate dalla mancanza di senso della misura, caratteristica tipica sia del pensiero giovanile, che collegabile alla spettacolarizzazione della realtà operata dai media. Il fatto di credere e immedesimarsi più degli adulti in situazioni e personaggi immaginari dipende, infine, dal bisogno dei preadolescenti di ricerca e costruzione della propria identità e di affermazione del proprio sé. Questi bisogni spingono i ragazzi a calarsi con piacere nei panni di molteplici personaggi, fino a rendere l io anche molto flessibile: alcuni di essi possono proiettarsi in innumerevoli ruoli, spesso contraddittori tra loro o ambivalenti, per il desiderio di soddisfare aspirazioni differenti. È il caso della bambine che vorrebbero diventare contemporaneamente segretarie, forse per prossimità alla professione, fotomodelle per vanità e medici-chirurghi per ambizione. E ancora, è il caso dei bambini che pensano di fare i muratori per necessità, dopo aver immaginato di essere stati calciatori per passione. «Spero che a trent anni io sarò scienziato o calciatore, ma preferisco scienziato. La mia vita sarà normale e piena di soddisfazione. Abiterò a Roma nei pressi del Colosseo e dei Fori imperiali. Nel tempo libero mi dedicherò alla mia famiglia. Comunque il mio vero sogno è scrivere e lavorare a Londra, ma so che è impossibile comunque io ci proverò.» J. 13 anni, padre insegnante, madre casalinga Anche in questa volubilità abbiamo letto, oltre a una tendenza propria della preadolescenza, un altro aspetto della contemporaneità. La multimedialità e l offerta di consumi e opportunità che la contrassegnano non possono infatti che favorire la tendenza alla liquidità dell io 8. Questa fase della ricerca aveva proprio lo scopo di capire come le caratteristiche della contemporaneità interagiscano con alcune peculiarità della preadolescenza, quali la limitata conoscenza del mondo, l abitudine a credere nei propri sogni e a ricorrere spesso alla fantasia, (dissociando-associando-combinando elementi in modo strano, oppure ingigantendolirimpicciolendoli) l egocentrismo, il principio di realtà non del tutto strutturato, una certa mancanza di senso della misura, da rapportare alla tentazione di esprimersi e comportarsi in maniera iperbolica ed eclatante, la volubilità e l ambivalenza dei desideri. Dall analisi effettuata sembra che il processo di socializzazione che porta i più piccoli a far parte del mondo adulto, avvenga velocemente nei bambini contemporanei, constata la loro generale attitudine a ragionare come i grandi, in un vortice di apprendimento che genera quello che è stato variamente definito fine dell innocenza dell infanzia (Giroux, 1999), scomparsa dell infanzia (Postman, 1982) o socializzazione di corsa (Morcellini, 2007). Così, per esempio, essi parlano del loro presente e del loro futuro in modo calcolato, avveduto, pragmatico come negli esempi che seguono. «La mia vita è molto organizzata e ordinata. Ho una bella famiglia con tre figli. Sono un portiere di una serie dove si guadagnano pochi soldi, quelli che bastano per arrivare a fine mese. Abito in una bella città, Roma, dove possiamo osservare molti resti archeologici. Nel tempo libero gioco con i miei compagni di squadra, gioco a biliardo e con la playstation. Mi dedico molto anche ai miei tre figli, a cui bisogna dare una buona educazione che potrà servire loro sempre.» S., 13 anni, padre avvocato; madre impiegata. «Ciao sono Ivan, ho trent anni e sono sposato con un figlio piccolo. Faccio il chirurgo e abito in una villetta fuori Roma e nel tempo libero gioco a calcetto con i miei amici. Mi sono sposato il 12 Dicembre 8 Cfr. Z. Bauman, Modernità liquida, Roma - Bari, Laterza

7 del 2016 a 22 anni con una ragazza della mia stessa età che ho conosciuto all università nella facoltà di medicina. Ho iniziato a lavorare a 28 anni e mi sono subito trovato bene, l anno prima di sposarmi. Ho comprato una villa con un bel giardino e una piscina. Durante il tempo libero gioco a calcetto con i miei amici e gli amici dei miei colleghi.» I. 13 anni, padre dirigente d azienda, madre casalinga «La mia vita è impegnata con dei problemi, ma felice e movimentata. Faccio il vigile del fuoco. Abito a Roma nel quartiere dove abito adesso. Nel tempo libero andrò in barca con i miei amici e in vacanza con la mia famiglia.» M. 12 anni, padre architetto, madre impiegata «La mia famiglia è formata da un marito e due figli e dal mio lavoro che amo: la pediatra. Anche se immersa nel lavoro sono una persona spensierata e piena di vitalità. Nel mio tempo libero, oltre ad uscire con la famiglia prendendomene cura mi scateno entrando in un supermercato e comprando più schifezze possibili.» F. 13 anni, padre commercialista, mamma bancaria Il campione della ricerca, così, dà l idea di riuscire a riconoscere con molta facilità e immediatezza ciò che è "straordinario-fantastico" da quello che è invece "ordinario-realistico". Questo fatto è senz'altro positivo, se consideriamo l importanza che ha distinguere la realtà dalla finzione. D altra parte, nell'immaginario preadolescenziale, se non sono frequenti rappresentazioni e progetti di vita decisamente fantastici o meravigliosi, sono invece numerosi quelli ambigui, connotati da un misto di elementi fra il verosimile-ordinario e l'inverosimilestraordinario. Molti dei sogni straordinari hanno poi poco che fare con il pensiero creativo e la fantasia, dal momento che la loro straordinarietà consiste perlopiù in tratti materiali e valori capitalistici, straordinari non per originalità, ma per esagerazione. «La mia vita è movimentata. Il mio lavoro è la moto GP. Abito nel Quinz in un palazzo sospeso per aria, nel tempo libero sto al bar a bere la Peroni, guido un astronave Spaziale della Cia e fumo Sigari cibori e arresto le baby gang. E comprerò un Aston Martin prudente che spara ai cittadini con la bomba Nucleare.» S., 12 anni, padre ingegnere; madre medico. «Io sono Jessica, ho 30 anni e la mia vita è bellissima, faccio l attrice e una popstar con molti fan. Io abito in una lussuosa villa con una piscina a Holliwood e un po anche qui a via torre di Morena con i miei genitori per alcuni giorni; nel mio tempo libero vado a fare shopping con altre attrici che conosco e con le mie amiche.» J. 10 anni, padre custode, madre casalinga «La mia vita sarà semplice ma divertente. Sposato con due figli. Da grande farò l agente spia dell fbi o il calciatore. Abiterò al centro di Roma dove abito ora. Nel tempo libero giocherò a pallone e mi dedicherò alla mia famiglia.» F. 13 anni, padre impiegato, madre casalinga Talvolta la fantasia si spinge fino a descrivere scenari da Apocalisse. «L effetto serra ha devastato il pianeta e il genere umano si è estinto per sempre. Le poche piante rimaste sono tossiche, la percentuale di anidride carbonica è elevatissima, il pianeta è destinato a esplodere e nonostante qualche migliaio di umani sia sopravvissuto è arrivata un invasione aliena che ha soggiogato il pianeta sterminando gli umani. Di conseguenza io sono morto all età prematura di 22 anni.» M., 13 anni, padre dirigente di banca, madre casalinga. Per tutto questo, abbiamo ritenuto di scorgere nell'immaginario infantile alcuni segni della comunicazione veicolata dai media. In essi, infatti, troviamo elementi decisamente ordinari, mischiati a elementi assolutamente straordinari, proprio come talvolta accade nel mondo mediale. LAVORO E STILI DI VITA. LA MEDIAZIONE QUOTIDIANA Le rappresentazioni presenti nell'immaginario dei giovani sono necessariamente elaborate sulla base di quelle trasmesse loro dagli adulti e, nel complesso, dalla comunicazione circolare, risultato della sinergia delle varie agenzie di socializzazione. È così che riusciamo a dedurre i valori-indici e i tratti tipici della contemporaneità, che investono necessariamente ambiti specifici della quotidianità immaginata, come la vita familiare e lavorativa. 7

8 Per quanto riguarda per esempio la coppia/famiglia, i nostri intervistati l'hanno oggettivata tanto in un nucleo figurativo corrispondente più al quadretto della famiglia perfetta o della famiglia disgregata da terribili fatti di cronaca, entrambi topoi dei contenuti mediali, che non a una più probabile idea della famiglia media italiana. I valori alla base della prima rappresentazione sono quelli della tradizione - almeno rispetto agli aspetti formali della vita a due - con qualche cenno timidamente innovativo, come la rivendicazione della parità da parte delle bambine, in fatto di incombenze familiari. «A trent anni mi immagino sposata, avvocato, con una vita divertente. Due figlie femmine gemelle. Abiterò in un bel quartiere di Roma, con un gattino e un cagnolino. Nel tempo libero mi divertirò ad andare a cavallo e a giocare a tennis con i miei familiari. Mi vedo in sintesi una donna in carriera con una bella famiglia benestante, una buona vita sociale ed un buon rapporto con i miei genitori.» F. 12 anni, padre carabiniere, madre bancaria «Nel tempo libero mi occupo dei miei figli e di mio marito, e se avanza il tempo vorrei andare a fare sport tenendo il mio fisico in allenamento e avendo cura della mia salute.» F. 13 anni, padre otorino, madre logopedista «La mia vita è nè troppo semplice nè troppo difficile. Ho due figli (Giovanni e Michele) sono sposata con un calciatore. Il mio lavoro è il notaio o l attrice. Abito in una casa con 2 piani e una villa con una piscina e tanto prato e fiori come vicini ci sono i miei genitori o i miei cugini o amici. Nel tempo libero faccio shopping mi riposo un po sul letto guardando un telefilm, sto con mio marito e a casa invito una mia amica.» M. 11 anni, padre medico, madre giudice La tradizione formale è evidente nel fatto che ben pochi bambini e preadolescenti pensano di rimanere single spensierati, senza moglie, marito, nè figli da accudire. La vita di coppia descritta si dipinge poi di una certa formalità dal momento che viene considerato un fatto scontato, un evento che capita a tutti intorno ai trent'anni, a prescindere da sentimenti e passioni. All amore romantico, nel senso più autentico del termine, con tutti i suoi drammi e le sue vicissitudini, accennano raramente solo le bambine; allo stesso modo raramente si accenna all amore fedele e per sempre, suggellato da un classico matrimonio in chiesa. Nel declino del romanticismo e del sentimentalismo si può leggere una conferma delle tendenze rilevate dall analisi quantitativa a proposito dei valori dei più giovani. In effetti, nell'immaginario preadolescenziale i riferimenti a valori come l'onestà e la fedeltà, la sincerità, l'attenzione verso il prossimo o lo spirito di sacrificio, sono praticamente assenti. Sono pochi anche i riferimenti all amore incondizionato, mentre abbondano i rimandi all amore televisivo e pubblicitario tutto gioia, apparenza e spensieratezza. Sposarsi sembra spesso per i ragazzini e le ragazzine, semplicemente andare ad abitare con un altra persona, con cui è fuori di dubbio avere dei figli, così come è normale riuscire a fare tutto ciò che si vuole, proprio come se si restasse da soli, in un'atmosfera di perenne, ma forse poco realistica, intesa serena. «Penso e spero che a trent anni la mia vita sarà normale. Spero di fare il notaio. Probabilmente abiterò al centro di Roma con la finestra che si affaccia su San Pietro o magari sul Colosseo. Penso che il mio tempo libero lo userò per giocare a calcio o a tennis, per leggere, per uscire con gli amici, stare con mia moglie, mio figlio la mia famiglia. Comunque il mio futuro per me è sempre stato indecifrabile da capire o da immaginare». S., 12 anni, padre dottore, madre casalinga Per alcuni bambini, poi, la moglie è spesso un oggetto da esibire e che non si può non possedere al pari della Tv al plasma, della piscina e della villa a tre piani. «Sono famoso, ricco sfondato, sono l uomo più ricco del mondo e riguardo il campo tecnologico mi chiamano l erede di Bill Gate. Ho vinto Il milionario e l Eredità e mi chiamano: l asso dei quiz. Ho una moglie bionda alta». L. 12 anni, padre carabiniere, madre commissario di polizia Ogni evento della vita familiare sembra essere razionalmente programmato e calcolato senza imprevisti o intoppi, almeno per la maggior parte dei bambini intervistati: ci si sposa, si trova 8

9 un buon lavoro, si va a vivere in una bella casa e si fanno dei figli. Rari sono i casi in cui si accenna a litigi o all ipotesi del divorzio, ma quando lo si fa i riferimenti televisi alle soap operas appaiono in tutta la loro evidenza. «Sarò stilista e mi sposerò con un uomo ricco sfondato, bello, biondo con gli occhi azzurri, pompato ricoperto di muscoli su tutto il corpo. Insieme faremo due figli, un maschio e una femmina, che si chiameranno Simona e Francesca. Dopo quattro anni divorzieremo e mi sposerò (di nuovo) con un famoso attore molto giovane e muscoloso. Con lui avrò altri tre figli che si chiameranno: Sarah, Edoardo e Silvia. Con lui la mia vita cambierà radicalmente: vivremo in una super villa colmata da ori e chiwawa di tutti i generi e poi due askie e quattro volpini. Insieme vivremo una vita felice e d amore, e soprattutto di soldi! Insieme la nostra storia durerà fino a quando dopo vent anni morirà avvelenato da nostro figlio Edoardo. Allora torno dal mio ex marito, ma lui mi caccia perché si era risposato anche lui, però dopo poco tempo capirà che io, la sua vecchia fiamma, voglio tornare veramente con lui e uccide la sua nuova moglie. Una volta compiuti i miei 80 anni andiamo tutti a vivere a Las Vegas. E vivremo tutti felici e contenti». S. 12 anni, padre geologo, madre professoressa Tutto, nei bisogni e desideri di lui e di lei, deve continuare a coincidere al millimetro proprio come nei film, sicché le esigenze dell'uno combaciano con quelle dell'altro, pena, si potrebbe intuire, il fallimento del matrimonio. Niente sembra essere più importante di sé stessi e di quello che ognuno, egoisticamente, vuole. Tutto, inoltre, dall incontrarsi, al conoscersi, all andare a vivere insieme, avviene a ritmi accelerati, com'è consuetudine nella vita di oggi, cosicché ogni rapporto sembra rivestirsi di fretta e superficialità, persino quelli che dovrebbero segnare un punto di non ritorno, come il matrimonio. Sembra che conti, nella vita di coppia, non l'amore e la comprensione reciproci, ma la capacità di lasciar vivere e il possesso, da parte del compagno o della compagna, di determinate caratteristiche. «Io a trent anni avrò una famiglia con due figli. Mia moglie dovrà essere una straniera, preferibilmente un americana che lavorerà in banca. Io vorrei fare l agente che ha i cani per trovare sostanze stupefacenti ed esplosive.» D. 12 anni, padre guardia giurata, madre maestra L'importante è che il marito o la moglie rispettino non tanto la personalità dell altro quanto il suo individualismo e la sua esigenza di fare senza limiti. La sensazione che ne deriva è che solo in questo modo possa reggere un organizzazione familiare e lavorativa tanto piena di impegni e incombenze. Lo spirito di sacrificio non sembra quindi far parte del mondo previsto dai ragazzini, nemmeno in minima parte. Lo stesso senso del dovere espresso dalle bambine nei confronti della parità in casa e nella famiglia può essere letto più come un retaggio scontato, dovuto, che come un impegno responsabilmente assunto. In questo quadretto idilliaco, non c'è posto per nonni o altre persone da accudire. Al massimo si tengono volentieri in casa animali domestici. Un ulteriore requisito richiesto al compagno o la compagna è la ricchezza necessaria per condurre una vita agiata, piena di oggetti e passatempi. Il benessere materiale diventa pertanto una prerogativa fondamentale per consolidare l'amore a due o quattro al massimo, includendo la prole. La famiglia immaginata, in quest ottica utilitaristica, si trasforma allora in un luogo-spazio ideale dove avere e godere di tante cose. La stessa casa in cui i bambini immaginano di vivere perde la tradizionale connotazione di rifugio, magari piccolo, per diventare una gigantesca villa lussuosa, completa di parchi, piscine, campi da tennis e palestre per il fitness. La famiglia descritta dai preadolescenti trova quindi la propria fondamentale ragion d'essere nel fatto di avere ciò che si desidera. E ciò è particolarmente evidente in quella categoria di bambini intervistati da noi denominata i milionari. «Ho una bellissima vita di lusso: sono milionario. Ho appena iniziato la mia carriera di cardiochirurgo. Abito in America in una villa immensa con una mega piscina. Ascolto musica e guardo la Tv». F., 12 anni, madre insegnante; padre dirigente d azienda. «La mia vita sarà bellissima sarò milionario e vivrò in una casa come quella del Grande Fratello (più grande) e avrò una piscina gigante e due cani (Labrador) e 5 figli e faccio il calciatore e nel tempo libero andrò a fare dei ponti». P. 12 anni, padre carabiniere, madre ristoratrice. 9

10 «Ho trent anni, lavoro ai computer, ho una villa all Eur, con piscina, campo da calcio, tennis ed altri, ho un televisore al plasma 42 pollici, 30 camere, 3 bagni, un sacco di saloni e di camere da letto, cucine ecc La mia vita è bella, ho un sacco di amici e nel tempo libero vado al cinema, a volte gioco a calcio, navigo su internet». D. 11 anni, padre poliziotto, madre impiegata. Queste rappresentazioni, seppure caratterizzate da evidenti eccessi infantili, non sembrano coincidere esclusivamente con quelle trasmesse ai bambini da genitori e adulti. È piuttosto chiaro che i bambini, nell elaborarle, abbiano tratto spunti, oltre che dalla vita familiare di tutti giorni, anche e soprattutto dal mondo mediale. Risulta altrimenti difficile comprendere l abbondanza di copioni tanto stereotipati, inverosimilmente gioiosi e così in bilico fra ordinarietà - rintracciabile nell'elenco preciso e attento delle azioni quotidiane - e ordinarietà dei componenti la famiglia, del loro modo di comportarsi e delle abitazioni in cui si muovono. I riferimenti al mondo dei media sono espliciti ed evidenti nella tipologia di case descritte, nelle carriere ipotizzate o desiderate, nello scenario sentimentale e lavorato immaginato. «Se avessi trent anni in questo momento avrei gli occhiali, piccoli che cadrebbero leggeri sul naso concentrato sul computer sforzando le meningi per cercare di elaborare un buon articolo per il giornale da me diretto. Luca, arriva a passo svelto dal salone si avvicina e mi bacia leggero sulle labbra; ha un graffio sulla guancia e la pistola sotto la giacca ormai non dà più troppe attenzioni, sa bene che sua moglie ha capito che fa l agente segreto, è proprio al suo lavoro che dobbiamo il nostro portafoglio sempre pieno e la nostra casa Holliwoodiana su piazza di Spagna». S. 13 anni, padre dirigente Alitalia, madre medico Infine, per il gruppo di preadolescenti intervistati, è come se non esistessero problemi come la disoccupazione, la possibilità di trovare un lavoro confacente alle proprie aspettative, la fatica, i sacrifici e le responsabilità. Ciò rafforza i risultati della prima fase della ricerca relativi a ciò che importante per i bambini e i ragazzi intervistati. La rappresentazione sociale del lavoro viene gettata in un mondo a parte, poco o per niente noto. La sua descrizione appare così generica, non ancorata ad alcun tipo di schema, categoria e riferimento preciso, al punto che i commenti raccolti fanno pensare che i giovani abbiano avuto poche occasioni per conoscere direttamente, grazie a qualche racconto vero o esempio concreto, cosa significhi lavorare, complici in questo gli adulti e le varie agenzie di socializzazione. Si deve pertanto credere che i preadolescenti arrivino a conoscere il mondo lavorativo in base soprattutto a come viene loro narrato e raffigurato, in modo indiretto, dai prodotti-giocattoli per l'infanzia e dai programmi televisivi. Ciò spiega anche l alta percentuale di calciatori e cantanti o attrici. Tra le tante professioni esistenti vengono così citate ripetutamente solo alcune, e di queste vengono enfatizzati certi aspetti piuttosto che altri, in modo spesso spettacolare e necessariamente parziale. Così, può accadere che i più giovani, stando alle conoscenze di tipo indiretto e mediale, elaborino della realtà e di certe sue dimensioni un'idea ipersemplificata, a metà fra ordinarietà e straordinarietà. Queste infatti viene rappresentata e riassunta in poche tipologie di coppiafamiglia e di adulti-professionisti. Fra queste tipologie non esistono grandi differenze ed è facile individuare dei fili rossi che le percorrono trasversalmente. Accade così che su valori-indici della contemporaneità come l'individualismo, l'edonismo e il materialismo, i nostri intervistati modulino atteggiamenti e progetti di vita. Nell'orientamento omogeneo verso questi valori riconosciamo, quindi, il substrato culturale che sottende nel complesso rappresentazioni sociali non solo della famiglia o del lavoro, ma più in generale dello stile di vita attuale. In esso, inoltre, individuiamo il sistema o il paradigma di rappresentazioni e credenze che guidano e offrono consenso ad agire sociale e odierno. Questo sistema di rappresentazioni è evidentemente affine all 'American way of life, stile di vita d oltreoceano che rimanda alla ricerca della massima realizzazione personale e del massimo benessere materiale. Livelli di realtà e rappresentazioni diverse si mescolano, dando vita a un immaginario collettivo caratteristico dei nostri tempi. Fra questi tratti di natura un po' ibrida troviamo la disordinata commistione di elementi ordinari e straordinari. Ordinario, per esempio, è sperare di diventarle un ingegnere, un veterinario o una segretaria; è straordinario, però, pensare di diventare ingegneri, veterinari o segretarie capaci di guadagnare molto denaro con facilità e in poco tempo, circondati da un'abbondanza di oggetti status-symbol, abitanti di ville megagalattiche, visibili più nei film americani che nel contesto di vita reale italiano. E ancora è normale ambire a diventare un avvocato o un 10

11 medico; significa però ipersemplificare la realtà e averne una visione limitata e poco conforme al vero se quasi tutti i bambini desiderano fare gli stessi mestieri; se i lavori possibili e ideali vengono riassunti in una rosa ristretta di professioni; e se di tutti i lavoratori vengono evidenziate aspirazioni e orientamenti valoriali molto simili fra loro. Del resto, bisogna dire che la comunicazione circolare e mediale non fa che mostrare e mettere in primo piano professionisti come avvocati, architetti, stilisti e medici piuttosto che operai, panettieri, artigiani e commercianti. Nel bene e nel male, dunque, i protagonisti di racconti, fiction, serial, film o telefilm sono perlopiù professionisti affermati, in ascesa o in rovina, ma pur sempre professionisti. Nel mondo della quasi-realtà non paga infatti, in termini di pubblico, mettere in scena la normalità e l ordinarietà, con le sue più consuete vicissitudini. In sintesi, sembra che i bambini confondano o abbiano sostituito la concezione del lavoro con la sua funzione più materialista e utilitarista. Per i nostri ragazzi le professioni sono ciò che permetterà loro di comprare molti oggetti, passatempi e divertimenti. Il senso del lavoro risiede così, quasi esclusivamente, nel suo servire a ottenere benessere, tanto da essere oggettivato nel denaro e ridotto ad essere ben retribuito. Perde, in genere, qualunque significato che rimandi non solo alla sua primaria finalità di sostentamento, ma anche alla passione, all'interesse, al coinvolgimento, alla voglia di specializzarsi, di misurarsi, di scoprire, di progredire. UNO SGUARDO DI INSIEME In genere, i preadolescenti nel costruire alcuni momenti della realtà quotidiana, ne hanno dato una rappresentazione ipersemplificata, iperrealistica, sospesa tra verosimile e inverosimile. Nonostante l loro immagine del futuro non rispetti la varietà del reale e sia anzi, per certi aspetti, più vicina al mondo mediale che a quello della quotidianità, la stessa tende a diventare la metarappresentazione della realtà, indicando di quest'ultima quali debbano essere i tratti e i valori peculiari. Capita così che i bambini guardino a essa nel pensare e progettare il loro futuro. Questa rappresentazione a sua volta non fa che proteggere e confermare il sistema di valori che sottostà alla contemporaneità. Ne deduciamo che il consenso collettivo e il senso comune si basino attualmente sul sistema di valori, tipicamente occidentale, volto soprattutto alla massima realizzazione personale e alla ricerca del massimo benessere materiale. Desiderio di denaro e consumismo, più o meno intensi, sono il comune denominatore dei sogni qui riportati, così come averi e oggetti di lusso appaiono il corollario per chi è bello e ha raggiunto fama e successo. «La mia vita sarà piena di cose nuove e molto felice farò il calciatore o l avvocato abiterò o a Roma o Parma nel mio tempo libero io lavorerò e mi sposerò e farò dei figli e vado in vacanza con loro al mare in campagna quando avrò una casa in campagna.» G., 10 anni, padre pubblicitario, madre ricercatrice. Dalla frequente combinazione di queste aspettative con un lavoro e uno stile di vita tradizionalista, se non un po' sotto tono, emerge una certa distanza - altro tratto tipico di quest'immaginario giovanile - associata a una sorta di scarso senso delle misura, per cui ambientazioni e situazioni decisamente eccezionali o straordinarie vengono ritenute del tutto normali o ordinarie. In particolare, i ragazzi che appaiono più tradizionalisti rappresentano il macrogruppo più consistente e rispecchiano, in modo più o meno pratico e spettacolare, la concezione del vivere di un Italia borghese, come quella attuale del centro-nord, ben ancorata ai propri privilegi e che aspira a un benessere ancora maggiore, senza però rinunciare ai buoni sentimenti casalinghi e alle più semplici distrazioni. Forse anche a causa di questo proverbiale provincialismo e attaccamento alle cose domestiche tutto italiano, succede che la voglia di cambiamento e di sviluppo si esprima perlopiù nel desiderio di consumare e stare al passo con le mode. Lo stile di vita prevalente continua così a guardare verso valori e comportamenti collaudati pur con alcuni cenni di innovazione - come l esterofilia e una maggiore tendenza alla mobilità - che comunque stentano a imporsi. La rappresentazione del futuro che emerge dalle descrizioni della maggior parte dei bambini e delle bambine riflette insomma l immagine di un paese in equilibrio precario tra vecchio e nuovo. Fa da contrappasso a quest'italia fondamentalmente tradizionalista, rappresentando il nuovo in modo eclatante, il gruppo meno esteso degli sportivi, divi e ambiziosi. La sensazione è che, 11

12 nell'immaginario giovanile, questi tipi stiano prendendo il posto di altre precedenti tipologie mitiche. Sono loro i nuovi emergenti, accomunati dall'essere circondati da beni e figure indici di prestigio come macchine, abitazioni sontuose, camerieri, cuochi, mogli e mariti dalla bellezza stereotipata. È un nuovo, quello rappresentato da questi idealtipi, connotato da forte ambizione, affermazione personale, competitività, edonismo e da una più urlata voglia di ricchezza, tanto che, nel loro caso in particolare, il superfluo diventa necessario. Vista la forte connotazione di spettacolarizzazione, questo gruppo probabilmente trae gran parte dei suggerimenti dal mondo mediale. Nonostante le differenze, i due macrogruppi individuati rivelano nei rispettivi sogni una comune e netta prevalenza di tratti ed elementi ordinari e omogenei tra loro. Non mancano tuttavia iperboli, esagerazioni ed eccessi, che però riguardano il lato materialistico dell'esistenza, mentre hanno a che fare molto poco con la fantasia e la creatività. I bambini e le bambine che invece immaginano lavori ordinari in contesti straordinari rappresentano la tipologia che fa da ponte fra quelle precedenti. Chi sogna lavori ordinari in contesti straordinari sta infatti a metà tra coloro che pensano in modo calcolato e utilitaristico e quanti invece sognano in modo meno convenzionale e più fantastico. Nelle loro descrizioni si notano pertanto diversi elementi inconsueti; alcuni di questi, tuttavia, nonostante la loro maggiore originalità, rimangono connotati dai soliti valori materialistici. Anche in questo caso, quindi, la realizzazione di sè sembra dipendere più dell'avere tante cose che non dall'essere e dall'agire in qualche modo particolare. Ancora una volta, inoltre, i centri di interesse principali sono gli oggetti posseduti, nella cui immagine simbolica i ragazzi sembrano ricercare la propria identità, dallo sforzo di avere-fare-essere tutto. Solo tra i ragazzini che pensano a lavori straordinari in contesti ordinari e i sognatori troviamo una certa attenzione all'essere e una maggiore originalità, frutto, questa volta, del pensiero più creativo e fantasioso. L ipotesi, in tal caso, è che un contesto di vita ricco di opportunità di ogni genere riesca a favorire l'ideazione di descrizioni tanto particolari. Considerando poi il lavoro e lo stile di vita immaginato in relazione al genere sessuale, abbiamo notato l'innovativa tendenza delle femmine ad aspirare a professioni gratificanti, in modo più accentuato rispetto i maschi. Questo fatto può essere interpretato come un segno dei cambiamenti avvenuti nella società per quanto riguarda il ruolo delle donne, e la loro stessa percezione. A tale proposito, è significativo che le bambine di oggi immaginino con disinvoltura di svolgere attività un tempo considerate tipicamente maschili come quelle di avvocato, giornalista, architetto, ingegnere, medico, o veterinario. Le ragazzine, tuttavia, nonostante questa maggiore tendenza all'innovazione ed emancipazione, manifestano una minore esuberanza e sicurezza di sé rispetto ai coetanei maschi. L'iperbole e le esagerazioni sono inferiori nelle loro descrizioni, mentre sono presenti in misura superiore la preoccupazione per il proprio futuro e più in generale per la situazione economica del paese. Nel complesso, anche se il desiderio di lavorare è accentuato, per le ragazzine il fulcro dei progetti continua a rimanere la casa e la famiglia. Verso le faccende domestiche, queste donne di domani esprimono infatti senso del dovere, mentre tendono a pensare all'occupazione extra domestica più in termini di gratificazione e soddisfazione personale che di vera e propria necessità. Per bambini, al contrario, il punto obbligato del loro futuro rimane il lavoro, verso cui versano una preoccupazione maggiore di quella esibita verso le faccende di casa e la cura dei figli, nonostante si registrino, anche nel loro caso, indubbi atteggiamenti innovativi (senso della paternità, disponibilità ad aiutare la moglie). L'atteggiamento e le aspettative dei maschi circa la professione risultano quindi meno liberi di quelli delle femmine. Riguardo, invece, alle differenze o alle analogie correlate all'estrazione socio-culturale dei nostri intervistati, abbiamo notato che solo alcuni bambini di ceto inferiore non pensano al lavoro e allo stile di vita con ottimismo. In essi abbiamo individuato coloro che si distinguono dagli altri per la mancanza pressoché totale nelle descrizioni di elementi straordinari e fantastici, anche solo in termini materialistici, e per la mancanza di interesse verso il cambiamento. Negli elaborati di questi ragazzini si parla di passatempi abituali e diffusi come la televisione, mentre sono pochi i riferimenti a occupazioni più originali o multimediali. Nel loro caso, prevale l ordinarietà e la rassegnazione verso ciò che il destino riserva. «La mia vita è semplice e serena e sono fidanzata farò la carabiniera o la poliziotta. Abiterò al monte Circeo con il fidanzato. Nel mio tempo libero andrò all università.» 12

13 L., 10 anni, padre carabiniere, madre segretaria. «La mia vita è tranquilla. Faccio la barista e abito in una casa normale. Nel mio tempo libero mi faccio una passeggia, guardo la televisione oppure vado al mare.» V., 9 anni, padre portiere, madre figurante programmi Rai. Fra gli sportivi, i divi e gli ambiziosi troviamo invece bambini e bambine di ogni ceto. Nel loro caso, è come se la cultura delle mode e dell effimero fosse riuscita ad annullare, almeno a livello immaginario, le barriere e le differenze sociali, proponendo a tutti le stesse immagini e gli stessi prodotti, per cui i ricchi come i poveri possono ambire a sogni di bellezza, ricchezza e fama. «La mia vita è bellissima, il lavoro che farò è il calciatore e abiterò a Roma. Nel mio tempo libero giocherò a calcio.» L., 9 anni, padre direttore banca, madre direttore amministrativo di una scuola. «Sarò sposato, avrò un figlio, sarà una bella vita. (Farò) Il calciatore. A Roma. Insegno ai miei figli a giocare a calcio.» E. 10 anni, padre avvocato, madre avvocato. «La mia vita sarà bella sarò sposato e avrò due figli, un maschio e una femmina. Farò il calciatore, vorrei stare nella Roma. Abiterò a Roma. Gioco a calcio.» A., 10 anni, padre insegnante, madre casalinga. Questi preadolescenti, così omogenei, avveduti e materialisti, dovrebbero essere circa i figli della generazione beat, idealista e innovatrice. È strano pensare che la rivoluzione 13

14 antropologica degli anni Sessanta e Settanta, così fertile di cambiamenti e propositiva verso il sociale, la solidarietà, la parità sessuale e l'emancipazione, abbia dato origine ad una generazione tesa, in gran parte, verso valori utilitaristici, e, in buona percentuale, tradizionalisti anche rispetto i ruoli sessuali. «La mia famiglia è formata da un marito e due figli e dal mio lavoro che amo: la pediatra. Anche se immersa nel lavoro sono una persona spensierata e piena di vitalità. Nel mio tempo libero, oltre ad uscire con la famiglia prendendomene cura mi scateno entrando in un supermercato e comprando più schifezze possibili.» F., 13 anni, padre commercialista, madre bancaria «A trent anni mi immagino di essere una madre di due bambini che fa la veterinaria, e moglie di un uomo simpatico che mi faccia ridere ogni giorno e che mi ami veramente. Vorrei abitare a re di roma ( zona san giovanni) perché è la zona dove sono nata e che purtroppo ho dovuto abbandonare verso i sei sette anni. Nel tempo libero farò giardinaggio e uscirò con le amiche a fare shopping.» V., 14 anni, padre portiere, madre casalinga 14

15 QUALI EFFETTI SULL IMMAGINARIO INFANTILE? Secondo George Gerbner, sostenitore della teoria della coltivazione, elaborata negli anni 70, la televisione è diventata per tutti una sorta di nuova religione, in quanto influisce con il suo flusso continuo e standardizzato di immagini e suoni su un pubblico sostanzialmente passivo. In modo particolare, influenza i bambini, fino a prendere il posto delle agenzie di socializzazione tradizionali: Prima dell avvento delle televisione, le predisposizioni risultavano dall apprendimento di gusti e valori inculcati a casa e a scuola ed era possibile esporsi selettivamente ai media. Ma la precoce esposizione dei bambini alla televisione può influenzare e continuare nel tempo ad imporre la formazione di queste predisposizioni. (Gerbner 1990, p. 254) Gerbner, nei confronti dell audience, opera una distinzione tra chi vede molta (heavy viewers) o poca (light viewers) televisione, ipotizzando che chi passa molto tempo di fronte al televisore non può sottrarsi al suo fascino e non può non assorbirne i contenuti, fino ad arrivare a sovrapporre e a confondere la realtà con la fiction. Questo capita specialmente ai più piccoli, che della vita hanno accumulato poche conoscenze ed esperienze. Questa posizione non tiene conto però di variabili psicologiche che intervengono nel processo di fruizione del mezzo televisivo, anche perché ciò che si sosteneva non era supportato da adeguate analisi sul pubblico, ma derivava quasi esclusivamente da deduzioni fatte sulla base delle ricerche sul contenuto mediale. 15

16 A partire dagli anni 80 sono state invece condotte numerose ricerche sull audience, sia adulta che infantile, che hanno ridimensionato l assunto e il timore di una totale passività del pubblico. Come sottolinea Barrie Gunter, sostenitore della seletcive viewing hypotesis: Il modello adottato dagli studiosi degli effetti in genere è stato quello per cui si pensa che la televisione agisca su un pubblico passivamente ricettivo. Oggi sappiamo che questo modello è troppo semplicistico. Gli spettatori esibiscono un grado di attività nel selezionare quel che guardano in televisione, ciò a cui fare attenzione e cosa ricordare delle cose che passano davanti agli occhi. Persino i bambini rispondono in maniera selettiva rispetto a particolari personaggi o eventi televisivi, e le loro percezioni, ricordi e comprensione di ciò che hanno visto possono spesso essere mediati dalle predisposizioni che portano con loro al contesto della fruizione. (Barrie Gunter, 1986, p. 60). Predisposizioni, informazioni, conoscenze che, in questo caso, si presume siano trasmesse anche dalla famiglia, dalla scuola e dal gruppo amicale, considerate agenzie di socializzazione non meno importanti della televisione e soprattutto non sostituibili da essa. Ulteriore apporto alle ricerche sull audience infantile è stato dato dall approccio psicologico cognitivistico, che è servito di mostrare come, crescendo, i bambini acuiscano molte abilità cognitive: ad esempio distinguere i contenuti televisivi, fare delle selezioni sulla base di ciò che preferiscono, memorizzare solo ciò che per loro ha significato, rielaborare in base ai propri schemi cognitivi le informazioni ricevute, fare indifferenza sempre più complesse, e soprattutto non essere assorbiti o ipnotizzati dal mondo televisivo, ma riuscire a distinguere la finzione dalla realtà, attraverso il confronto tra ciò che viene visto e le loro, seppur estingue, esperienze e conoscenze precedenti. Secondo questa posizione anche più giovani, come gli adulti, possono essere considerati spettatori attivi nel senso che le loro capacità cognitive agiscono come un filtro tra l esposizione al contenuto televisivo e i suoi effetti (Dorr 1986, Doubleday, Droege 1993). Il dibattito sugli effetti della televisione resta però tuttora aperto e non si risolve in una rigida contrapposizione di punti di vista, ma semmai si rende necessario un confronto dialettico tra questi, senza arrivare a schematizzazioni teoriche come effetti forti/audience passiva ed effetti deboli/audience attiva. Esiste infatti oggi, a livello internazionale e anche in Italia, una sempre più consistente posizione intermedia (o terza via ) riguardo alla televisione che considera i minori come fruitori attivi, senza però sottovalutare i possibili effetti della tv (Manna 1982, Bertolini, Manini 1988, Statera, Bentivegna, Morcellini 1990, Menduni 1996, D amato 1997). Condividendo questa posizione, riteniamo che il problema sia estremamente complesso: se da un lato il potere televisione, e dei media in genere, non va senz altro ridimensionato, d altro canto le variabili da tenere in considerazione sono molteplici, e vanno dalle capacità individuali di comprensione e rielaborazione del contenuto televisivo o mediale, agli stimoli culturali passati dalla famiglia, dalla scuola e dal contesto sociale in cui bambini e bambine vivono. Non basta quindi dare per scontata una fruizione attiva, anche perché ciò non toglie che ci si lasci comunque influenzare dai messaggi mediali, a volte deliberatamente, più spesso inconsciamente, nonostante le varie abilità cognitive sviluppate nel tempo, e sulla base dei nostri gusti, dei desideri e sogni più profondi o delle nostre paure e insicurezze. Nè, al tempo stesso, si può dare per scontata una fruizione totalmente passiva come continuano sostenere studiosi come Karl Popper che paventano l enorme potere assunto oggi dal mezzo televisivo, ritenendolo capace di manipolare in particolare le menti deboli di bambini e bambine. Così, i risultati precedentemente illustrati vanno collocati in una prospettiva più ampia, necessariamente correlata a ciò che i bambini fanno con i media e alle molte variabili del contesto in cui li usano. Senza negare, tuttavia, i loro possibili effetti, piuttosto evidenti soprattutto sull immaginario. LE PAURE DI MARCO Oltre alla valutazione dell influenza dei media sull immaginario di bambini e adolescenti intervistati, l analisi qualitativa della ricerca Comunicare a scuola aveva un secondo obiettivo più specifico: quello di approfondire la correlazione tra paure infantili e mass media. 16

17 Una critica spesso mossa ai mezzi di comunicazione di massa, la Tv in particolare, si concentra infatti sui possibili pericoli fisici e psichici in cui i forti fruitori di media potrebbero incorrere per imitazione dei comportamenti mostrati in Tv, per traumi conseguenti all esposizione a contenuti inadatti alla loro sensibilità, per la diseducazione morale operata da programmi e personaggi televisivi, ecc. A partire da queste preoccupazioni diffuse e alla luce dei risultati dell analisi qualitativa legati alle paure dei bambini, abbiamo deciso di costruire una seconda traccia di tema, somministrata agli stessi bambini che hanno descritto la propri vita a trent anni. La traccia aveva l intento di associare esplicitamente l idea di paura alla televisione, per valutate quale tipo di contenuti televisivi inducono timore e cosa fanno bambini e ragazzi per superare l eventuale paura. Questo il titolo: Marco è un ragazzo di dodici anni (o un bambino di 7 o 9 anni) 9. Un giorno accende la tv e vede qualcosa che gli fa paura. Immagina cosa può aver fatto paura a Marco, perché ne è spaventato e come si comporta per superare la paura. L obiettivo era, come per la prima composizione, quello di attivare un meccanismo proiettivo che portasse bambini e adolescenti a calarsi nei panni di qualcun altro, ammettendo dunque, con meno inibizioni, le proprie paure, emozioni e convinzioni. La proiezione sembra aver funzionato, tanto che alcuni bambini lo dichiarano in modo esplicito, altri parlano di Marco in prima persona. «Io mi metto nei panni di Marco di solito una delle cose che mi spaventano di più sono le scene terribili che fanno vedere delle guerre in Iraq di tutti quei bambini morti. Di solito per superare la paura alzo il telefono e chiamo i miei amici oppure m incuffio e metto la musica a tutto volume e mi isolo dal mondo.» L., 13 anni «Ho acceso la Tv e mi ha colpito subito la strage del killer che ha fatto esplodere 10 bombe a Roma, Londra, New York, Washington, Mosca, Parigi, Beffast, Amsterdam, Madrid, Lisbona. Ho avuto tanta paura perché penso che colpisca di nuovo e per passare la paura ho spento la Tv e mi sono addormentato.» L., 12 anni Le indicazioni che abbiamo ottenuto in questa fase della ricerca sono state piuttosto eterogenee, ma estremamente interessanti. Tutte sono chiaramente e prevedibilmente - riconducibili a contenuti o personaggi televisivi. La prima paura che si crede possa venire dalla televisione risiede nella visione di scene di film particolarmente cruente o raccapriccianti. «Marco ha visto un programma vietato ai minori di diciotto anni. Da quel momento è terrorizzato. Vede scene molto violente ovunque. Cosa fare per dimenticare? marco chiede ad amici di uscire con lui per distrarsi un po. In quei moment si scorda di tutte le sue paure.» F. 13 anni «Gli può aver fatto paura un film horror. Si sarà spaventato perché ha visto una scena inquietante. Per superare la paura si deve solo convincere che è tutta una finzione che, nelle vita vera non succedono omicidi da fantasmi o cose così!!» C., 13 anni «Marco ha paura di The Ring : è terrorizzato e in preda al panico, perché pensa che lo acchiappi e lo porti via durante la notte. Allora spegne la tivù, si chiude in camera, chiude la finestra e per far passare il tempo si mette davanti ad un videogame.» L., 9 anni «Marco ha paura della parte che recita un attore, perché si vede che rapisce i bambini. Oltretutto il film era un giallo e un horror messi insieme. Per far passare lo spavento va nella sua cameretta, abbraccia il suo orsacchiottone e accende la radio, mettendo una musica calma e rilassante così non pensa più a niente, e quindi non pensa neanche al film e si addormenta.» B., 9 anni e mezzo 9 L età di Marco variava in funzione dell età dei bambini componenti il campione. 17

18 Dopo la paura per le immagini dei film, i bambini immaginano che Marco sia spaventato dalla violenza delle immagini dei Tg. «Secondo me Marco è stato terrorizzato da un immagine di violenza vista al telegiornale. Una scena di violenza fisica o morale, violenza di guerra. Secondo me Marco è spaventato perché pensa che tutte quelle cose che vede potrebbero accadere anche a lui. Però supera la paura pensando che lui è un bambino fortunato e che forse quando sarà grande potrà fare qualcosa per salvare il mondo da tutte le violenze di qualsiasi tipo.» C., 13 anni e mezzo. «Forse ha visto un telegiornale dove c erano delle immagini di guerra e di terrore o magari di qualche povera donna morta. Forse ha visto un film horror. Per superare la paura può pensare che forse la guerra un giorno avrà fine, che gli assassini verranno messi in carcere. Oppure, per sentirsi meglio potrebbe andare dai suoi genitori e farsi rassicurare.» M., 11 anni. «Un immagine che salta sotto gli occhi dei bambini spaventandoli è l immagine della guerra, dei bombardamenti e di città distrutte. Turba tutti, anche gli adulti, ma i bambini come i genitori superano la paura sapendo che prima o poi nel mondo tornerà la pace, e nei volti in pianto che vedono al telegiornale comparirà un sorriso e le lacrime spariranno come la distruzione in quella cittadella.» F., 12 anni. 18

19 La soluzione prospettata da quasi tutti gli intervistati per superare la paura si collega all uso dei media o al recupero della dimensione relazionale. Nelle composizioni sopra citate, per esempio, Marco vince il timore uscendo con gli amici, ascoltando musica, magari incuffiandosi, o giocando ad un videogame. Rari sono stati i casi in cui i bambini hanno attribuito alla televisione e ai suoi contenuti gravi effetti fisici o psichici. Eppure i primi studiosi di Tv si sono concentrati principalmente su questa tipologia di conseguenze, soprattutto all epoca della sua comparsa. Allora infatti tre corporazioni sono intervenute in difesa delle giovani prede della televisione: i medici, i religiosi e gli insegnanti. Ognuna di esse ha cercato di attribuirsi il monopolio della protezione legittima - fisica e psicologica, morale e culturale - dell infanzia e dell adolescenza. Alcuni medici americani, credendo di scoprire un giacimento di clientela ancora non sfruttato, hanno studiato i molteplici sintomi del male televisivo. Così, a parere dei podologi, la Tv sembrava in grado di deformare i piedi dei ragazzi, a causa dell inattività prodotta da sedute troppo prolungate sul divano. Altri specialisti hanno individuato i sintomi della cosiddetta malattia della rana (frogitis) in grado di colpire i legamenti degli arti inferiori dei bambini che guardano la televisione con le gambe ripiegate su un lato. Dalle ginocchia la malattia si è propagata alle natiche, tanto che c è stato chi ha studiato il dolore che provano ai glutei i bambini che stanno seduti a lungo (in inglese questo disturbo di chiama eufemisticamente Tv bottom). Alcuni neurologi, poi, hanno sostenuto che la presenza sullo schermo di situazioni o personaggi terrificanti può provocare malattie del sistema nervoso e crampi allo stomaco. E certi dentisti hanno individuato nella posizione assunta quando i ragazzi guardano la Tv, la causa di una cattiva occlusione della mascella (Tv jaw). Anche gli psichiatri, infine, hanno messo in guardia dalla televisione, possibile generatrice di sindromi di autismo ed ebetismo. 19

20 Se questi sono i timori nati quando la Tv diventava una cosa seria e nascevano, con essa, le sue malattie, la semiologia, i rimedi e gli specialisti, non bisogna cadere nell errore di ritenere antiquate e ormai non più diffuse queste preoccupazioni. Anche uno dei bambini del nostro campione, d altronde, ha attribuito alla Tv effetti che sembrano richiamare le preoccupazioni dei primi studiosi dei media. «Marco scappa perché vede un programma che a metà fa venire l epilessia. Quindi va di là e aspetta che finisce il programma.» F., 12 anni Si tratta comunque di una posizione decisamente minoritaria, sebbene suggestiva. Alcune composizioni inoltre si caratterizzano per una certa originalità. Una in particolare sembra rintracciare in alcuni personaggi e nel loro modo di fare televisione la causa dei più terribili orrori della Tv. «Marco è assonnato, sono le 11 di notte. Accende la TV e mette su Raidue. C era una trasmissione condotta da Bruno Vespa, più orrendo che mai, e da Pippo Baudo. Come se non bastasse compare Mike Bongiorno. A quel punto Marco è spaventato e annoiato. Mette su Canale5 e vede un film dove c è un maniaco senza un occhio che al posto della mano ha una vecchia e arrugginita motosega. Quest uomo gira di notte di casa in casa e con la sua motosega uccide tutti gli abitanti di queste case. Il sangue non viene risparmiato. Come se ciò non bastasse il maniaco prende gli organi delle persone e li mangia.» L., 12 anni Sulla stessa lunghezza d onda il tema di un bambino che immagina che Marco sia terrorizzato dalla stupidità di alcuni programmi e dall ignoranza dei loro protagonisti. «Marco ogni giovedì vede Un medico in famiglia allora un giorno decide di cambiare canale e non vedere la pubblicità. Preme Canale 5 perché pensava ci fosse un telefilm divertente ma invece ascolta e vede quei senza cervello dei partecipanti al Grande Fratello 7 (GF7). Marco si spaventa perché sente che le persone non sanno i vari luoghi d Italia.» M., 13 anni Qualunque sia la ragione della paura, che risieda in un film, nella crudezza delle scene di un Tg o nell immaginario dipinto da alcuni programmi televisivi, i bambini sembrano in grado di difendersi. La famiglia è infatti la prima ancora di salvezza citata, insieme all uso di altri media per distrarsi dalla paura provata. «Secondo me Marco può essere stato spaventato da immagini di guerra, violenza o di un futuro spaventoso. Per superare lo spavento può trovare conforto nella sua famiglia.» B., 9 anni E i bambini spesso si dimostrano più saggi degli adulti che gli sono accanto, riconoscendo alla Tv un potere percepibile, ma certamente limitato. «A Marco può aver fatto paura una scena di troppa violenza o semplicemente di sangue. Marco è spaventato perché ha paura che qualcuno possa fare la stessa cosa con lui Per superare la paura Marco cambia canale, pensa ad altro, si distrae telefona ad un amico o legge un libro. Ci sono tanti modi per superare la paura; il primo è andargli addosso abbattendola. Ma la paura non nasce dalla Tv, ma è sempre dentro di noi.» S., 12 anni e mezzo 20

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