Gianni Barbacetto Peter Gomez Marco Travaglio Mani sporche. chiarelettere

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1 Gianni Barbacetto Peter Gomez Marco Travaglio Mani sporche chiarelettere Avventura Urbana Torino, Andrea Bajani, Gianni Barbacetto Stefano Bartezzaghi, Oliviero Beha, Marco Belpoliti, Daniele Biacchessi, David Bidussa, Paolo Biondani, Caterina Bonvicini, Alessandra Bortolami, Giovanna Boursier, Carla Buzza, Olindo Canali, Davide Caducei, Luigi Carrozzo, Carla Castellarci, Massimo Cirri, Fernando Coratelli, Pino Corrias, Gabriele D'Autilia, Andrea Di Caro, Giovanni Fasanella, Massimo Fini, Fondazione Fabrizio De André, Goffredo Fofi, Massimo Fubini, Milena Gabanelli, Vania Gaito, Mario Gerevini, Gianluigi Gherzi, Salvatore Giannella, Francesco Giavazzi, Stefano Giovanardi, Franco Giustolisi, Didi Gnocchi, Peter Gomez, Beppe Grillo, Ferdinando Imposimato, Karenfilm, Giorgio Lauro, Marco Lillo, Felice Lima, Giuseppe Lo Bianco, Carmelo Lopapa, Vittorio Malagutti, Luca Mercalli, Lucia Millazzotto, Angelo Miotto, Letizia Moizzi, Giorgio Morbello, Alberto Nerazzini, Sandro Orlando, Pietro Palladino, David Pearson Maria Perosino, Renato Pezzini, Telmo Pievani, Paola Porciello Marco Preve, Rosario Priore, Emanuela Provera, Sandro Provvisionato, Luca Rastello, Marco Revelli, Gianluigi Ricuperati, Sandra Rizza, Marco Rovelli, Claudio Sabelli Fioretti, Andrea Salerno, Ferruccio Sansa, Evelina Santangelo, Michele Santoro, Roberto Saviano, Matteo Scanni, Filippo Solibello, Bruno Tinti, Marco Travaglio, Carlo Zanda. Autori e amici di chiarelettere. "Alla fine il reato più grave diventa quello di chi racconta certe cose, anziché di chi le fa. La colpa non è dello specchio, ma di chi ci sta davanti" ( ). "Vorrei vedere la partita della Lazio in tv: qui in carcere non c'è Sky?" Cesare Previti, ex senatore, deputato e ministro, condannato, ora in affidamento ai servizi sociali. "In Italia un'impresa paga di tasse la metà delle sue entrate. Un professionista paga almeno il 35 per cento. Uno speculatore invece, uno che non produce niente ma vive di rendite finanziarie, se gli va male paga il 12,5. E, se è bravo a usare la legge Tremonti, non paga una lira. E poi si discute del declino industriale dell'italia!" Franco Bassanini, ex ministro della Funzione pubblica, fa parte de La Commhsion pour la iibération de la croissance francaise. "Voi parlate di tremila euro, di cinquemila euro: ma li dobbiamo chiudere quei giornali..." Massimo D'Alema, a commento del ddl Mastella sulle intercettazioni. "Gliela facciamo pagare: vedrai, passerà gli anni suoi a difendersi." "Sono sotto tutela, ma ho una vettura blindata senza benzina. Devo metterla di tasca mia. Quando propongo di usare la mia auto, mi vietano di posteggiarla sotto il Palazzo di Giustizia e, se chiedo come devo fare, mi rispondono 'dovrebbe stare a casa'... Più che dalla piazza, le vere intimidazioni mi vengono dalle istituzioni." "Prima avete fatto l'indulto, poi non avete bloccato la riforma dell'ordinamento giudiziario. Scusa, Mastella, ma perché ci hai ripresentato il testo Castelli? Forse non lo sai, ma questo è il governo dell'unione." MANI SPORCHE A Enzo Biagi, Vittorio Corona e Claudio Rinaldi,

2 che già ci mancano. Tanto. Può stare nel luogo santo chi ha mani innocenti e cuore puro: mani innocenti sono mani che non vengono usate per atti di violenza, sono mani che non sono sporcate con la corruzione e con tangenti. Cuore puro, quando il cuore è puro? È puro un cuore che non si macchia con menzogna e ipocrisia, un cuore che rimane trasparente come acqua sorgiva perché non conosce doppiezza. Papa Benedetto XVI, 1 aprile 2007 Quando non si vede bene cosa c'è davanti, viene spontaneo chiedersi cosa c'è dietro. Norberto Bobbio Nel Ventennio, ai tempi della campagna per la bonifica delle paludi, nei comuni interessati venivano affissi manifesti con la scritta «Guerra alle mosche e alle zanzare» e le istruzioni per la disinfestazione. Un giorno - si racconta - un prefetto si recò in visita a un comune del litorale laziale. Appena scese dall'auto, fu accolto dalle autorità civili, militari e religiose, ma soprattutto da una nuvola di mosche. Allora prese da parte il podestà e lo redarguì: «Ma come, in questo comune non avete fatto la guerra alle mosche?». E quello, allargando le braccia: «Sì, eccellenza, ma hanno vinto le mosche». Piercamillo Davigo Prologo Il 5 luglio 2006, su ordine della Procura di Milano, gli agenti della Digos fanno irruzione in un palazzo in via Nazionale 230, a Roma. Salgono veloci per la scala B fino al sesto piano e raggiungono l'interno 12: un mega-appartamento di quattordici stanze dove vive giorno e notte, ma soprattutto lavora tra una decina di computer perennemente accesi, un omino piccolo, dal forte accento abruzzese e una vaga somiglianza con Renato Rascel. Il suo nome è Pio Pompa, è nato all'aquila il 15 febbraio 1951 ed è un funzionario del Sismi. Il suo compito è quello di preparare analisi, descrivere scenari, segnalare per tempo eventuali pericoli per la sicurezza nazionale e soprattutto tenere i rapporti con televisioni e giornali. L'ha assunto per chiamata diretta Niccolò Pollari, il generale della Guardia di finanza scelto nell'autunno del 2001 dal neopremier Silvio Berlusconi come capo del servizio segreto militare al posto dell'ammiraglio Gianfranco Battelli. In quei giorni sia Pompa sia Pollari sono coinvolti nelle indagini sul sequestro dell'imam egiziano Abu Omar, rapito a Milano il 17 febbraio 2003 da un commando della Cia e tradotto prima alla base di Aviano, poi all'aeroporto di Ramstein, in Germania, infine in un carcere egiziano, dove è stato torturato per sette mesi. Pollari è indagato per sequestro di persona, Pompa per favoreggiamento. Nei cassetti, negli schedari, nelle casseforti e nei computer dell'appartamento di via Nazionale, la Polizia trova centinaia di appunti, report e dossier su politici, magistrati, imprenditori, giornalisti, dirigenti delle forze dell'ordine e dei servizi di sicurezza, oltre alle prove dell'attività di disinformatija svolta da Pompa per conto di Pollari recapitando e facendo pubblicare «veline», perlopiù inattendibili, da giornalisti amici. Tra l'altro, saltano fuori alcune ricevute che documentano i pagamenti a uno dei giornalisti più fidati del giro Pompa: il vicedirettore di «Liberò» Renato Farina che, negli anni, aveva percepito almeno 30 mila euro, in violazione della legge istitutiva dei servizi segreti, per pubblicare notizie tanto «ispirate» quanto false in tema di lotta al terrorismo. Proprio Farina, nome in codice «Betulla», racconterà in un lunghissimo interrogatorio quanto fosse stretto il rapporto tra Pompa e Pollari, tant'è che il generale, quando gli presentò Pio, disse: «Io lo chiamo shadow, la mia ombra». E in effetti il binomio tra i due appare indissolubile. Pompa e Pollari si sono conosciuti nella primavera del A fare da tramite è stato un comune amico: don Luigi Verzè, il prete che ha fondato a Segrate, ai confini con Milano 2, l'impero sanitario multinazionale «San Raffaele» ed è da sempre legato a Silvio Berlusconi. Pollari, che in quel momento è solo il numero due del Cesis, l'organismo di coordinamento tra Sismi e Sisde, sceglie subito Pompa come consulente. E Pompa, che nel suo passato vanta anche una lunga militanza nelle file del Partito comunista, gli scodella sul tavolo dossier su dossier. Legge i giornali, naviga in internet, raccoglie notizie e pettegolezzi, poi mette tutto nero su bianco. Notizie a volte vere. A volte fasulle, inventate di sana pianta, solo per favorire il capo e i suoi amici. Nell'estate del 2001, quando Pollari è ancora al Cesis ma già sa che presto sarà promosso, Pompa gli prepara una relazione dedicata alle manifestazioni per il drammatico G8 che si è tenuto a Genova dal 19 al 22 luglio. Quando stende la prima bozza, scrive:

3 Nell'ambito di un importante organismo d'intelligence, da parte del suo massimo responsabile Battelli, è stata costituita una ristretta task force, affidata a un funzionario, con il compito di produrre prove circa la presenza di estremisti di destra negli incidenti di Genova. Poi depenna dal documento finale il nome dell'ammiraglio - nominato ai vertici del Sismi dal centrosinistra e per questo inviso alla nuova maggioranza - e lo sostituisce con le parole «da parte del vertice». Intanto chi deve capire capirà. Infatti Battelli, così screditato con accuse totalmente false, verrà puntualmente sostituito da Pollari il 26 settembre. Ma, tra le carte archiviate nell'ufficio Disinformatija del Sismi, c'è di più e di peggio. L'attenzione degli investigatori si concentra su un altro appunto anonimo: ventitré pagine, nove delle quali scritte a macchina e datate 24 agosto 2001, in cui si propone di «disarticolare con mezzi traumatici» l'opposizione al governo Berlusconi. A una prima lettura, l'elaborato ha tutto l'aspetto di un piano d'azione redatto per punti (preceduti da numeri o lettere dell'alfabeto); letto col senno di poi, presenta straordinarie analogie con il programma in materia di giustizia, libertà e sicurezza poi seguito dal governo Berlusconi. Sotto i titoli «Area di Sensibilità», «Area di Supporto» e «Sicurezza del Palazzo» sono indicate le iniziative da assumere per proteggere l'esecutivo e le informazioni ricevute da fonti (cioè spie) piazzate in vari tribunali della Repubblica e al ministero della Giustizia. Chi legge ha la sgradevole sensazione che tutto quello che è accaduto nei cinque anni del centrodestra fosse stato pianificato a tavolino: dalla guerra ai magistrati e ai giornalisti scomodi, alle leggi adpersonam per bloccare i processi a Berlusconi & C, fino alle calunnie contro l'opposizione a colpi di commissioni-vergogna, come la Telekom Serbia e la Mitrokhin. La stele di Rosetta Gli appunti spiegano come e perché «disarticolare», «neutralizzare», «ridimensionare» e «dissuadere», anche con «provvedimenti» e «misure traumatiche», i nemici veri o presunti del leader di Forza Italia. Un documento agghiacciante, un progetto para-eversivo che diventa una sorta di «stele di Rosetta», un codice nemmeno tanto cifrato, utilissimo per decrittare ex post le mosse di un governo retto dall'uomo che, per Pompa, era un idolo assoluto. Tant'è che, in un fax inviato a Palazzo Grazioli il 21 novembre 2001, lo spione gli si rivolgeva così: Signor Presidente, sul foglio che ho davanti stento ad affidarmi a frasi di rito per esprimerle la mia gratitudine nell'aver approvato, nel Ciis [Comitato interministeriale per le Informazioni e la Sicurezza, nda] di oggi, il mio inserimento, quale consulente, nello staff del Direttore del Sismi [Pollari, nda] [...]. In due occasioni, prima a Milano e successivamente a Roma, ho colto il Suo sguardo indagatore mentre Le stringevo la mano. Uno sguardo poi divenuto dolce conoscendomi come uomo fedele e leale di don Luigi Verzè. Sarò, se Lei vorrà, anche il Suo uomo fedele e leale [...]. Mio padre contadino, don Luigi e Lei possedete la forza e la volontà di seminare per il futuro, oltre la Vostra esistenza. Desidero, dunque, averla come riferimento e esempio ponendomi da subito al lavoro. Un lavoro che vorrei, come mi ha suggerito don Luigi, concordare con Lei quando potrò, se lo riterrà opportuno, nuovamente incontrarla [...]. Avendo quale ispiratore e modello di vita don Luigi Verzè, che mi ha esistenzialmente e affettivamente adottato, posso solo parlarle con il cuore: insieme a don Luigi voglio impegnarmi a fondo, com'è nella tradizione contadina della mia famiglia, nella difesa della Sua straordinaria missione che scandisce la Sua esistenza [...]. È con il cuore che posso salutarla: dopo aver fatto l'operaio, l'impiegato, il dirigente e quant'altro la Divina Provvidenza mi ha concesso di sperimentare, come la possibilità di poter lavorare per Lei [...]. Il Suo pensiero mi appare profondo, ma di una estrema leggerezza rappresentabile in un verso [di Eugenio Montale, nda] : «Quel tenue bagliore strofinato, laggiù, non era quello di un fiammifero». Interrogato dal Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti (Copaco), Pompa sostiene che le carte sugli oppositori del governo erano in via Nazionale per sbaglio: «Sono arrivate in busta anonima dall'aquila. Le ho conservate solo perché mi ero dimenticato della loro esistenza». Ma è difficile credergli. Lo stesso Pollari, davanti al Copaco, descrive Pompa come un analista abile ed esperto. Impossibile che gli sia sfuggito come la parte dattiloscritta del documento anticipi con profetica precisione gli avvenimenti dei mesi successivi. Anche perché lo stesso Pompa ammette che i fogli scritti a mano erano stati vergati di suo pugno: «L'anonimo era poco comprensibile e così l'ho ricopiato».

4 Sia come sia, il punto di partenza dell'analisi custodita dall'ombra di Pollari è un assioma caro a Berlusconi: l'esistenza di «un dispositivo approntato in sede politico-giudiziaria» che progetterebbe «iniziative di aggressione» contro «esponenti dell'attuale maggioranza di governo e di loro familiari». Chi faccia parte dell'oscuro complotto diventa chiaro scorrendo tre diversi elenchi, numerati con l'i, il 2 e il 3, tutti compresi sotto il titolo «Aree di sensibilità». Giornalisti, politici, intellettuali e soprattutto magistrati (di solito indicati con la sigla della città in cui operano). L'elenco numero 1 è di trentasette nomi, disposti su due colonne. Nella prima sono ventotto: «Violante» (Luciano, ex magistrato, dal 1979 deputato del Pei e poi dei Ds, nel 2001 presidente uscente della Camera); «Colombo» (probabilmente il direttore dell'unità Furio Colombo, visto che il Pm milanese Gherardo compare in seguito insieme ai colleghi); «D'Ambrosio» (forse il magistrato in aspettativa Loris d'ambrosio, consigliere giuridico del Quirinale: l'ex magistrato milanese Gerardo compare più avanti); «on. Brutti» (Massimo, responsabile Ds per i servizi segreti e poi per la giustizia); «Arlacchi» (Pino, sociologo, già consulente della Procura di Palermo, in quel momento responsabile Onu a Vienna per la lotta alla droga); «Caselli» (Gian Carlo, ex procuratore di Palermo, in quel momento rappresentante dell'italia nella nascente superprocura europea Pro- Eurojust); «Flores d'arcais» (Paolo Flores d'arcais, filosofo, direttore della rivista «Micromega», noto per le sue battaglie in difesa della legalità); «De Benedetti» (Carlo, editore del gruppo Repubblica-Espresso); «Bruti Liberati» (Edmondo, sostituto procuratore generale a Milano); «Alderighi RM» (Mario Almerighi, giudice a Roma); «Natoli PA» (Gioacchino, Pm antimafia a Palermo, in quel periodo membro del Csm); «Ingroia PA» (Antonio, anche lui Pm antimafia a Palermo, sostiene l'accusa nel processo Dell'Utri e ha indagato anche su Berlusconi); «Maritati BA» (Alberto, ex magistrato antimafia a Bari, ora deputato Ds); «Principato PA TP» (Teresa, Pm palermitana antimafia, in quel momento procuratore aggiunto a Trapani); «Sabella» (Alfonso, ex Pm a Palermo, ora in forze al Dipartimento amministrazione penitenziaria: l'accenno a Genova potrebbe riguardare Usuo ruolo come responsabile della Polizia penitenziaria intervenuta al G8 di Genova nel luglio 2001); «Mancuso DAP/NA» (Paolo, giàpm antimafia a Napoli, ora anche lui in servizio aldap); «Mancuso BO» (Libero, fratello di Paolo, presidente di Corte d'assise a Bologna); «Milillo NA» (Gianni Melillo, expm a Napoli, poi consigliere giuridico al Quirinale e infine magistrato alla Procura nazionale antimafia); «Monetti GÈ» ( Vito, prima alla Procura generale di Genova, ora Pg in Cassazione); «Salvi RM» (Giovanni, fratello del deputato Ds Cesare, Pm antimafia a Roma); «Cesqui RM» (Elisabetta, Pm a Roma, in passato ha indagato sulla loggia P2); «Lembo BA» (Corrado, Pm antimafia a Bari); «Paraggio RM» (Vittorio, Pm romano); «on. Bargone» (Antonio, deputato Ds molto vicino a Massimo D'Alema, sottosegretario uscente ai Lavori Pubblici, non più ricandidato); «De Pasquale MI» (Fabio, Pm milanese del processo sui diritti Mediaset che vede imputato anche Berlusconi); «Napoleoni MI» (Fabio Napoleone, Pm a Milano); «Casson VE» (Felice, Pm veneziano noto per i suoi processi sulla strategia della tensione e sui reati ambientali); «Perduca TO» (Alberto, Pm a Torino, candidato nel 2001 afarpartedell'olaf, l'organismo europeo antifrodi). Nella seconda colonna, altri nove nomi, tutti di magistrati definiti «Supporters e/o braccio armato». In pratica, l'intero pool di Milano: «Borrelli MI» (Francesco Saverio, procuratore generale); «Davigo MI» (Piercamillo, ex Pm, giudice in Corte d'appello); «Bocassini MI» (Ilda Boccassini, Pm dei processi a Berlusconi e Previti); «Greco MI» [Francesco, Pm specializzato in reati finanziari, pubblico accusatore in vari processi a Berlusconi & C. per falso in bilancio); «Taddei MI» (Margherita, anche lei Pm nel pool di Greco, impegnata in alcuni processi a Berlusconi); «Inchino MI» (Giovanna Ichino, Pm a Milano); «Carnevali MI» (Corrado, procuratore aggiunto); «D'Ambrosio MI» (Gerardo, procuratore capo); «Colombo MI» (Gherardo, Pm anticorruzione, anche lui impegnato nei processi a Berlusconi e Previti). L'elenco numero 2 è composto da otto nomi, alcuni ripetuti dal precedente: «Visco» ( Vincenzo, ministro delle Finanze uscente del governo Prodi); «Scernicola» (Giovanni Sernicola, segretario particolare di Visco); «Veltri» (Elio Veltri, deputato uscente dell'italia dei valori, già socialista lombardiano e poi dipietrista della prima ora, autore di vari saggi su Craxi e poi su Berlusconi e sugli «inciuci» del centrosinistra); «Arlacchi»; «on. Brutti»; «Bruti Liberati»; «Flores d'arcais»; «Leoluca Orlando» (ex De, fondatore della Rete, già sindaco di Palermo noto per il suo impegno antimafia).

5 L'elenco numero 3 conta cinque magistrati, di cui quattro già citati nelle prime due liste. Il titolo «Olaf Bruxelles» li indica presumibilmente come interessati all'organismo europeo antifrode o comunque in ottimi rapporti con colleghi stranieri. Infatti l'unico nome nuovo è quello del giudice anticorruzione spagnolo Baltasar Garzón Real, titolare del processo a carico di Berlusconi e Dell'Utri per le presunte irregolarità nell'affare Telecinco: «Bruti Liberati MI», «Perduca TO», «Colombo MI», «Bocassini MI», «Baldassarre Garzon MADRID». Dopo le liste di proscrizione, che occupano le prime due pagine del dossier di via Nazionale, la terza e la quarta contengono il piano d'azione in sette punti, intitolato ancora «Aree di sensibilità». 1) Disarticolazione, graduale ma costante, del dispositivo approntato in sede politico-giudiziaria, da noto esponente, già appartenente al- l'ordine Giudiziario, che si è proposto quale ideologo e, poi, catalizzatore e garante occulto di un gruppo di appartenenti a quell'ordine [l'allusione, probabilmente, è a Violante, nda. I percorsi di aggregazione sono mutati nel tempo con la costituzione di un movimento trasversale che ha reso nella sostanza obsolete le tradizionali «correnti» dell'ordine [sempre giudiziario, nda. Tale attività implica la considerazione di alcuni personaggi, di rilievo, che in Italia ed, ora, anche all'estero rappresentano strutture di supporto, di mantenimento del consenso e di promozione delle iniziative di aggressione. 2) Disarticolazione, nei medesimi termini, delle iniziative ed attività riconducibili a soggetti - politicamente caratterizzati - che hanno, anche, ricoperto incarichi di Governo nella pregressa Legislatura e che sono da considerare organici al progetto aggressivo di cui al punto precedente. Indicatori, formali, di tale contiguità sono da considerare le persone che hanno assunto posizioni di staff in sussidio di tali personalità e/o che han rappresentato il raccordo operativo per la persecuzione dei soggetti considerati avversari politici di livello e di coloro che, comunque, venivano ritenuti alleati di questi ultimi. 3) Neutralizzazione di iniziative, politico-giudiziarie, riferite direttamente a esponenti della attuale maggioranza di Governo e/o di loro familiari (anche attraverso l'adozione di provvedimenti traumatici su singoli soggetti). Sedi: Milano, Torino, Roma, Palermo. 4) Neutralizzazione o, al più, ridimensionamento di attività aggressive, politiche, giudiziarie, provenienti dall'estero, ma svolte in sinergia con ambiti e soggetti di cui ai precedenti punti. Paesi di interesse: Spagna, Inghilterra [i due paesi in cui Berlusconi e i suoi cari hanno guai giudiziari: Telecinco a Madrid e il caso Ali Iberian-David Mills a Londra, nda. 5) Neutralizzazione di un disegno, in fase di perfezionamento concettuale e operativo, realizzato nell'ambito di organismi investigativi dell'unione Europea, volto ad enfatizzare iniziative aggressive già in corso o promuoverne altre, anche in Paesi ulteriori dell'ue. La strategia in questione è verosimilmente volta a stimolare iniziative giudiziarie e/o di delegittimazione di esponenti di rilievo dell'attuale maggioranza di Governo al fine di promuovere interventi volti a stimolarne le dimissioni o anche proposte di empeachment [impeachment, nda] 6) Esigenza di concettualizzare un team di soggetti di riferimento che prenda come missione prioritaria la valutazione e la diagnosi precoce di ogni iniziativa aggressiva e di studiarne e attuarne misure di neutralizzazione o di deterrenza. Al contempo, il citato team, potrebbe (in parallelo) svolgere attività di dissuasione mediante l'adozione di adeguate contromisure in Italia e all'estero. 7) Tempistica: a) stante la verosimile possibilità che talune misure traumatiche sui singoli siano in corso di perfezionamento e che soggetti portatori di pensieri e strategie destabilizzanti, superato lo shock dell'impatto del risultato elettorale, possano, riorganizzandosi, catalizzare cellule di intervento all'interno di vari organismi fortemente permeati da soggetti vicini ai partiti della passata maggioranza, è indispensabile l'avvio di ipotesi di lavoro conformi allo spirito difensivo, testé delineato debba avviare immediatamente (cioè permettere in positivo di utilizzare il gap temporale offerto dalla sospensione feriale delle attività politico-giudiziarie [allusione al fatto che, dal 30 luglio al 15 settembre, i tribunali e le procure restano aperti solo per gli atti urgenti, nda]. Peraltro ogni iniziativa in tal senso, pur potendo contare sul background e sulla convinta partecipazione di ben individuati uomini «di buona volontà», sconta una indispensabile fase di avvio e di rodaggio che deve essere quanto meno iniziata con effetto immediato.

6 b) In questi termini una iniziale reattività è prefigurabile fin dalla prima quindicina di settembre, mentre una congrua messa a regime del sistema richiede un periodo temporale minimo di almeno sei mesi. Detto, fatto. Delirii di uno o più spioni in cerca d'autore? Nemmeno per sogno. Progetti che verranno messi in opera dal governo Berlusconi e dalla sua maggioranza - come raccomanda il dossier nell'agosto 2001 «fin dalla prima quindicina di settembre» e nei mesi immediatamente successivi. Se la Spectre anti-cavaliere da «disarticolare» si muove sul fronte della corruzione e dei reati finanziari, ecco subito la legge che depenalizza il falso in bilancio. Se il nemico si annida anche nelle magistrature del resto d'europa, ecco pronta la legge che, di fatto, cestina le rogatorie internazionali. E se il nuovo governo deve guardarsi dagli «organismi investigativi dell'unione Europea», come l'olaf e l'eurojust (l'organo che facilita la collaborazione tra le magistrature), ecco il sabotaggio di entrambi gli organismi, seguito dal no del governo italiano al mandato di arresto europeo. Come vedremo, il 23 novembre 2001 il governo Berlusconi blocca la nomina ali'olaf di tre magistrati italiani, Perduca (citato due volte nelle liste di via Nazionale), Mario Vaudano e Nicola Piacente, che hanno vinto un regolare concorso. L'Olaf invita i tre a insediarsi lo stesso, anche senza il consenso di Palazzo Chigi. Vaudano lo fa e il neoministro della Giustizia, Roberto Castelli, apre contro di lui un procedimento disciplinare. Vaudano sarà costretto a dimettersi da magistrato per lavorare all'olaf. Sua moglie, la giudice francese Anne Crenier, scoprirà e denuncerà di essere stata spiata dal Sismi, addirittura con intrusioni nella sua posta elettronica. Il 13 marzo 2002 si replica con Eurojust: Caselli fa già parte dell'organismo embrionale della superprocura europea, Pro-Eurojust, e come tutti i colleghi rappresentanti degli altri Stati membri attende di essere riconfermato. Ma il governo Berlusconi, unico in Europa, cambia cavallo, nonostante un appello dei vertici di Eurojust che lo invitano a mantenerlo nell'incarico. Estromesso da Bruxelles e sostituito dal procuratore di Terni, Cesare Martellino (gradito si dice - a Cesare Previti), Caselli viene nominato procuratore generale a Torino. E quando tenterà di concorrere per la Procura antimafia, il governo tornerà a sbarrargli la strada con due leggi contra personam, per escluderlo dal concorso del Csm. Fra gli altri magistrati citati nel rapporto, Boccassini e Colombo verranno perseguitati dal ministro della Giustizia con continue ispezioni e procedimenti disciplinari. E così i fratelli Mancuso. Natoli e Ingroia saranno estromessi dal pool antimafia di Palermo. E in ogni caso quasi tutti i magistrati citati saranno oggetto di «iniziative traumatiche»: tra i primi provvedimenti del governo Berlusconi c'è il taglio delle scorte alle toghe in prima linea. Il documento del Sismi denuncia poi il pericolo di «attività aggressive svolte in sinergia» tra Pm italiani, spagnoli e inglesi. Anche questo delirio produrrà ben presto contromisure concrete. Il 14 dicembre 2001 il giornalista e senatore forzista Lino Jannuzzi, buon amico di Pollari, «rivela» su «Panorama» e sul «Giornale» che Ilda Boccassini s'è incontrata in un albergo di Lugano con i colleghi Carlos Castresana, Carla Del Ponte ed Elena Paciotti (eurodeputato Ds) per «incastrare Berlusconi» e «trovare il modo di arrestarlo». Naturalmente è tutto falso, ma la smentita non arriverà mai. L'estensore del piano vanta ottime fonti. In un passaggio, fa esplicito riferimento a qualcuno che si è appena insediato nello staff del ministro della Giustizia. In un altro parla di un anonimo magistrato con un incarico di «supporto governativo». In un terzo cita una giornalista (senza nome) che avrebbe partecipato a Milano a un incontro tra Pm in cui si era discusso il cambio d'imputazione in un processo alla Fininvest. Pare che l'informatissimo spione disponga di una struttura in grado di controllare le mosse della parte più attiva della magistratura. E infatti «L'espresso» scoprirà che sotto il governo Berlusconi, oltre al covo di via Nazionale, il Sismi aveva almeno altri due uffici - uno a Palermo in via Notarbartolo, l'altro a Milano in piazza Sant'Ambrogio - in cui si spiavano le inchieste delle Procure più «calde» d'italia. Una rete informativa parallela agli stessi servizi, che non rispondeva più allo Stato, ma a pochi esponenti politici. L'ufficio di Palermo viene smantellato il 5 novembre 2003, il giorno dopo l'arresto di due marescialli della Dia e del Ros, accusati - insieme a mafiosi, imprenditori e politici del calibro del governatore Totò Cuffaro - di raccogliere notizie segrete sulle indagini in corso. Uno dei due, in una telefonata intercettata, annunciava all'altro di aver parlato con un collega del «coordinamento», il quale gli aveva spiegato «tutta la situazione, tutte le cose

7 come stanno, tutte le notizie delle telefonate contro di me, contro di te. Come sono state fatte... da chi sono state fatte, il perché e tutta una serie di cose». I Pm di Palermo si convincono che questo fantomatico coordinamento sia proprio l'ufficio di Notarbartolo e la sua chiusura, precipitosa e apparentemente immotivata, fa aumentare i sospetti. Per saperne di più, nel 2004 i magistrati ascoltano come testimone il generale Pollari, il quale cade dalle nuvole. Lui, assicura, di quell'ufficio fantasma a Palermo non ha mai saputo nulla. Invece Marco Mancini, il direttore della Prima divisione del Sismi (addetta al controspionaggio, alla criminalità organizzata e al terrorismo), racconta alla Procura che in via Notarbartolo il Sismi aveva aperto un «ufficio antenna» per il controspionaggio economico e per controllare la Libia. Possibile che Pollari non ne sapesse niente? L'ufficio di Milano funziona, invece, almeno fino al maggio del 2005, quando «L'espresso» ne svela l'esistenza. Anche lì si spiava il lavoro dei magistrati impegnati nelle inchieste su Berlusconi. Nell'appartamento al pianterreno di un antico palazzo in piazza Sant'Ambrogio, utilizzato da un colonnello dei Carabinieri in servizio alla presidenza del Consiglio, si seguiva l'andamento delle indagini milanesi su Mediaset, il Cavaliere e la presunta corruzione dell'avvocato inglese David Mills. L'alto ufficiale aveva lavorato per anni alla Dia e si era occupato di molte indagini delicate: a partire da quelle sui rapporti tra la Fininvest, Dell'Utri e la mafia. In particolare aveva gestito il pentito Gioacchino Pennino, un medico massone e mafioso, un tempo ai vertici della De siciliana: l'unico pentito del processo Dell'Utri a ritrattare le accuse contro il braccio destro del premier. Nell'autunno 2004 il colonnello scopre che i Pm di Milano discutono con il Serious Fraud Office inglese se chiedere l'arresto per corruzione dell'avvocato Mills. Una notizia segretissima, nota in quel momento soltanto a una ristretta cerchia di investigatori milanesi e londinesi che si scambiano documenti, telefonate ed sulle modalità da seguire per l'eventuale cattura del professionista inglese. La questione è politicamente esplosiva: da una parte coinvolge il presidente del Consiglio italiano, dall'altra la famiglia di un esponente di primo piano del governo inglese (Mills è sposato con il ministro della Cultura dell'esecutivo di Tony Blair). E i Pm sono convinti che nessuno sappia nulla. Invece gli uomini della rete di piazza Sant'Ambrogio sanno tutto. Che uso fa il colonnello di un'informazione così delicata? Non si sa. È un fatto però che, pochi mesi dopo, passa a lavorare alle dipendenze della presidenza del Consiglio. Cioè di Berlusconi. E anche suo figlio, agente del Sismi, fa carriera: inizialmente si occupa della sicurezza delle comunicazioni cifrate tra le ambasciate, poi viene promosso al controspionaggio. Del resto già nel 2001 il documento di via Nazionale, sotto il titolo «Sicurezza del Palazzo», raccomandava una profonda ristrutturazione dello staff di Palazzo Chigi: È necessario pensare alla costituzione di un dispositivo «fiduciario» limitato a poche persone da inserire in ambiti diversi delle strutture. Tali soggetti non dovranno ovviamente costituire un corpo a parte, ma dovranno essere formalmente integrati nelle varie articolazioni. In tale modo sarà disponibile un apparato di sensori e di cartine di tornasole utile a prevenire e, se nel caso, a reprimere (potendoli conoscere) eventuali atteggiamenti impropri posti in essere da taluni appartenenti alla struttura. Un altro appunto manoscritto, intitolato «Attività di tutela di eminenti personalità di governo», spiegava il da farsi per proteggere l'esecutivo: A) Al livello interno. 1) Nei rapporti con le istituzioni: - Valutazione costante degli «atteggiamenti impropri» propalati, adottati o adottandi, da Organi o persone, da attivarsi secondo programmi preventivamente illustrati all'autorità o su sue specifiche indicazioni. - Monitoraggio dei settori «notoriamente sensibili». - Studio di fattibilità di eventuali ipotesi di lavoro volte a «neutralizzare iniziative improprie». - Attivazione di procedure indicate dall'autorità di volta in volta interessata. 2) A livello di Organi diversi dalle Istituzioni. - Attività di «monitoraggio costante» di ogni iniziativa o ipotesi di iniziativa volta a incidere sul regolare funzionamento, sul corretto esercizio e sulla credibilità di organi e/o soggetti di Governo. - Approfondimento cognitivo di situazioni di minaccia riferite ad aree sensibili, di cui si è attinta autonoma notizia o per cui sono richieste adeguate attività. - Valutazione delle «prospettive di rischio» e conseguente studio di fattibilità degli atteggiamenti e dei provvedimenti da assumere.

8 - Valutazione, a livello di intelligence economica, delle fonti, delle notizie, degli indirizzi e delle prospettive di interesse, desunte dal programma di Governo, o, di volta in volta, indicate dall'autorità [quest'ultima voce appare nell'appunto relativo al «Supporto di sicurezza generale», nda. La storia si ripete Ora, che i servizi o parti «deviate» di essi, per obbedire (o compiacere) a questo o quel governo, abbiano sempre tenuto d'occhio i settori più indipendenti e attivi della magistratura, del giornalismo, dell'imprenditoria e della politica, è storia vecchia. Nel libro Mani Pulite abbiamo visto come, nel 1996, il Copaco dovette occuparsi della fantomatica «fonte Achille» del Sisde, che fin dall'inizio di Mani Pulite raccoglieva dossier sui Pm milanesi. «La raccolta di materiale informativo comincia tra la primavera e l'estate del 1992, quando appare chiaro che le inchieste non si fermano dopo i primi arresti», si legge nella relazione del 6 marzo 1996, che denunciava manovre da più parti per intromettersi nelle indagini, conoscere il loro svolgimento, acquisire in tempo reale informazioni riservate su atti giudiziari che dovevano essere ancora compiuti, esercitare un controllo illegittimo sui singoli magistrati e sulla loro vita, costruire dossier che servivano a delegittimarli. Il Copaco parlava poi di altri dossier raccolti da uomini della Guardia di finanza: Note informative sui magistrati (tra i quali il dr. Di Pietro, il dr. Colombo e altri), sulla loro vita, sulle indagini, sui rapporti dell'uno o dell'altro con i colleghi e con individuati elementi della Polizia giudiziaria. Fascicoli a disposizione anche di Bettino Craxi (il Copaco parlava di «sinergia informativa»), sequestrati nel luglio '95 dalla Digos in un ufficio di via Boezio a Roma: «Una serie cospicua di schede informative, idonee a gettare sospetti infamanti e a demolire l'immagine del dr. Di Pietro». E poi rapporti anonimi sui Pm milanesi Dell'Osso, Colombo, Davigo, Di Maggio e Borrelli. E ancora gli appunti di Craxi che, dalla latitanza, dava la linea ai politici amici: Il caso Di Pietro deve diventare un caso simbolo: bisogna andare a fondo dato che ne esistono tutte le condizioni. Il crollo del mito determina conseguenze a catena [...]. Ci sono obiettivi essenziali: il pool milanese innanzitutto. Sono magistrati che hanno usato strumentalmente il potere giudiziario [...]. Bisognerebbe avere il coraggio di chiederne l'arresto, magari prima che lo chiedano loro. Non se ne farà nulla, ma lo scontro di fronte al Paese sarà portato a un livello alto e forte. Insomma, attaccare e non difendersi perché i mezzi di sola difesa sono insufficienti. Bisogna denunciare i guasti della «rivoluzione giudiziaria» [...]. Occorre usare la forza parlamentare con tutti i mezzi possibili, ivi compresa la richiesta di clamorose inchieste e denunce contro abusi di potere [...]. Denunciare con forza la criminalizzazione delle regioni meridionali condannate a uno stato di crisi endemica... trattate come se fossero una specie di Far West senza pionieri, in balia di magistrati, sceriffi e militari. Inchiesta parlamentare sui suicidi. Sulle intercettazioni telefoniche [...]; sul deputato Violante e i suoi rapporti con la magistratura (solo dai tabulati Telecom Italia si possono trarre risultati miracolosi). All'epoca parevano farneticazioni di un uomo disperato. In realtà erano un modus operandi, una filosofia di vita destinata a sopravvivere e ad affinarsi, fino a diventare metodo di governo. E infatti dall'archivio di via Nazionale saltano fuori documenti, analisi e spiate, questa volta certamente indirizzati da Pompa a Pollari (lo si evince dall'intestazione), che nulla hanno a che fare con le finalità istituzionali del Sismi, ma che possono invece interessare, e molto, chi sta al governo. In un «appunto al Direttore», datato 3 agosto 2002, si legge: Dallo studio preliminare delle ultime attività di Medel [organizzazione europea che raccoglie giuristi e magistrati, nda] e soprattutto dal suo principale sostegno italiano (Magistratura democratica) emerge quanto segue: 1) Settori di attività: a) impegno per la garanzia dello status di magistrato di opposizione a legislazione speciale sul terrorismo, che affiderebbe maggiori poteri all'autorità di Polizia ai danni della magistratura; e) opposizione a politiche e legislazione restrittive in materia di immigrazione. 2) Principali contatti in Italia: a) Gruppo Abele; Arci; Associazione di promozione sociale; Centro di iniziativa per l'europa del Piemonte; Associazione di studi giuridici sull'immigrazione; Agenzia testimoni di Genova; Associazione «Carta». Allegato: per quanto riguarda i progetti specifici promossi da enti e associazioni «non profìt», benché non sia esplicito alcun legame con Medel, può essere interessante approfondire la natura e i contenuti del «progetto Melting pot» promosso da «Sherwood Comunicazione e Comune di Venezia». I redattori sono:

9 avv. Marco Paggi; Rosanna Marcato; Cris Tommesani; Gianfranco Bonesso; Milena Zappon; Barbara Barbieri; Claudio Calia; Jelena Momcilovic; Nait Salah Mourad; Leen Elen; Vojsava Zagali; Jonas Chinedu Okonkwo; Graziano Sanavia. Cinque mesi dopo, il 13 febbraio 2002, sul tavolo del direttore del Sismi arriva un'analisi sulle difficoltà politiche che potrebbe incontrare «la Commissione di inchiesta su Tangentopoli», invocata a gran voce da tutto il centrodestra e parte del centrosinistra: Presso ambiti qualificati si è appreso che, ben prima dell'istituzione della Commissione di inchiesta su Tangentopoli, il movimento dei «giuristi» democratici militanti avrebbe verosimilmente predisposto una strategia di contrasto sia a livello nazionale che internazionale. I giuristi si sarebbero avvalsi, da un lato, del supporto delle componenti politiche, mediatiche e antagoniste a essi contigui o organici, dall'altro del network internazionale facente capo a Medel. Nello specifico è stato riferito di incontri e contatti riservati intercorsi nei giorni immediatamente successivi al varo della Commissione tra Bruti Liberati, Livio Pepino, Ignazio Patrone, Giovanni Salvi, Cesare Salvi, Sergio Cofferati, il segretario del Fnsi Paolo Serventi Longhi. In tale contesto, sarebbero emersi i seguenti orientamenti: adottare forme di pressione sul Presidente della Repubblica strumentalizzando anche una presunta volontà da parte del Governo di porlo in difficoltà attraverso il caso Telekom Serbia. [...] appoggiare strenuamente il disegno, che farebbe capo al fronte antiriformista e al movimento venutosi a costituire intorno a Cofferati, teso a boicottare l'attività di Governo in attesa di eventuali esiti negativi delle vicende giudiziarie del Premier. Ossessionati dall'inesistente complotto internazionale anti-premier, gli uomini di Pollari cercano anche di individuare i canali attraverso i quali l'internazionale dei cospiratori comunica. In base alle carte sequestrate al Sismi, il Csm denuncerà che il servizio segreto ha «controllato», oltre a mezza Procura di Milano, 10 consiglieri (o ex) del Csm, 2 ex presidenti dell'anm e 203 giudici di dodici Paesi europei (di cui quarantasette italiani). Uno dei casi più clamorosi è quello del giudice francese Emmanuel Barbe. Dice di lui il dossier del Sismi: Secondo talune indicazioni, il magistrato di collegamento presso il ministero di Grazia e Giustizia, Emmanuel Barbe risulterebbe da tempo in stretti rapporti con diversi esponenti di Medel [...]. Sembrerebbe che Barbe abbia avuto modo di diventare un profondo conoscitore delle vicende politiche e giudiziarie riguardanti il nostro Paese sulla scorta di frequentazioni e di legami, agevolati dalla stessa Medel, con Luciano Violante, Antonio Di Pietro, Giancarlo Caselli, Ignazio Patrone, Edmondo Bruti Liberati, Alessandro Perduca, Livio Pepino, Claudio Castelli, Maria Giuliana Civinini, Giovanni Salvi, Luigi Marini [...]. Fonte di buona affidabilità ha riferito in merito al previsto incontro tra l'esponente del movimento Batasuna, Joseba Alvarez, e il magistrato del tribunale di Roma Domenico Gallo, membro di Medel. Tale incontro dovrebbe svolgersi nella serata del 28 aprile a margine di un'assemblea fissata per le sulla situazione nei Paesi Baschi, organizzata dal Centro sociale Intifada, via di Casalbruciato 15, Roma. In particolare, è stato riferito che il magistrato in questione risulterebbe contiguo ad ambienti della sinistra eversiva sia a livello nazionale che internazionale e segnatamente con i CARC, l'età basca, il movimento bolivariano di Evo Morales, l'ezln del Subcomandante Marcos e con le FARC colombiane. Su tale versante, egli fungerebbe inoltre da collegamento con esponenti politici, sindacali e della magistratura, tra cui: Sergio Cofferati, Nunzia Penelope (giornalista), Cesare Salvi, Giovanni Salvi, Papi Bronzini (Md), Ignazio Patrone (Medel), Edmondo Bruti Liberati (Md), Laura Curcio (Md), Amelia Torrice (Md), Amedeo Santosuosso (Md), Paolo Mancuso (Md), Giacinto Bisogni (Md), Letizio Magliaro (Md), Gianni Palombarini (Md), Marco Paternello (Md), Mario Vaudano (Md). Telekom e Mitrokhin «Logico» quindi che il Sismi si occupi anche di politica e soprattutto della commissione Telekom Serbia, come vedremo montata ad arte intorno alle calunnie di Igor Marini, un ex addetto alle pulizie del mercato ortofrutticolo di Brescia fatto assurgere al rango di gola profonda. In un appunto del 26 luglio 2002 rinvenuto nell'ufficio di Pompa e intitolato «Situazione politica e alcuni suoi possibili risvolti», si legge: Trasmetto per le valutazioni di interesse. A disposizione per ogni ulteriore chiarimento, mi è gradita l'occasione per porgerle cordiali saluti. Ambiti bene informati hanno fornito indicazioni inerenti il significato e le motivazioni che, verosimilmente, sarebbero sottesi al recente messaggio alle Camere da parte del capo dello Stato. Motivazioni e significato rappresenterebbero l'esito di una serie di incontri e contatti intercorsi tra il Segretario generale del

10 Quirinale, dr. Gaetano Gifuni, e i leader Ds, Piero Fassino e Massimo D'Alema. Tali incontri, sollecitati fortemente anche da Lamberto Dini, avrebbero avuto come finalità la definizione di una strategia tesa a tutelare il Presidente della Repubblica e alcuni uomini politici dalle vicende che potrebbe assumere la vicenda Telekom Serbia. Nell'ambito della suddetta strategia, il messaggio alle Camere, in realtà, avrebbe perseguito lo scopo di dare un preciso segnale sullo scontro politico e istituzionale che verrebbe a determinarsi qualora la Commissione parlamentare di inchiesta sull'affare Telekom Serbia dovesse orientarsi per una chiamata in causa del capo dello Stato, all'epoca ministro del Tesoro, unitamente a determinati esponenti del governo e della maggioranza di quel periodo. In particolare, l'intervento sul pluralismo dell'informazione, contenente l'auspicio di estendere le prerogative della Commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai alle reti private, costituirebbe l'anticamera di una ancora più decisa forma di pressione da attuarsi tramite lo sbarramento dell'opposizione e l'alea del rinvio alle Camere della legge sul conflitto di interessi. Dal documento si evince che il Sismi spiava addirittura il Quirinale, monitorando i colloqui del braccio destro di Ciampi e attribuendo poi agli atti del capo dello Stato - che si presumeva ricattato nel caso Telekom Serbia - finalità di ritorsione o di estorsione nei confronti dell'opposizione. Un quadro che riporta il Paese ai tempi bui dei dossier del Sifar. Ovviamente Pompa si occupa anche della commissione Mitrokhin, l'organismo parlamentare dove il millantatore Mario Scaramella, consulente dell'ufficio di presidenza legato alla Cia e al Sismi, fabbrica bufale contro alcuni esponenti dell'opposizione e addirittura contro il presidente della Commissione europea Romano Prodi. Da ex iscritto al Pei ed ex sindacalista, Pompa conserva molti buoni contatti nella sinistra. E così «rivende» al suo capo qualunque pettegolezzo riesca a raccogliere. Il 6 giugno 2002 scrive: Fonte vicina ad ambienti dell'opposizione ha informato che esponenti di spicco dei Ds, appartenenti all'area cui fa ancora capo la leadership del partito, avrebbero manifestato l'intenzione di non voler ostacolare l'accertamento, da parte della Commissione, dell'eventuale coinvolgimento di determinati uomini politici della sinistra. Ciò al fine di indebolire l'asse venutosi a costituire tra la parte più ortodossa del partito, la Cgil e il suo leader, Rifondazione comunista, Comunisti italiani e l'area movimentista ricomprendente i no global e le frange più estreme dell'antagonismo. L'obiettivo sarebbe quello di ricostituire una forte sinistra, cosiddetta di Governo, in grado di ricompattare l'opposizione e mantenerne la guida su basi programmatiche. Parte di questo materiale verrà utilizzato mediaticamente. In qualche caso Pompa passa le veline e i relativi veleni a giornalisti amici, che le pubblicano, anzi le fotocopiano, sui loro quotidiani. Emblematico il caso di Eric Jozsef, corrispondente a Roma di «Liberation», che verrà impallinato da «Libero», il giornale vicediretto da Renato Farina, con toni e contenuti molto simili a un «appunto per il direttore (cioè per Pollari) trasmesso nel gennaio del 2003» e intitolato «Attacchi contro il presidente del Consiglio alla vigilia del semestre italiano» (di presidenza Ue). Si è avuta notizia che, sui recenti attacchi portati da alcune testate giornalistiche, avrebbero essenzialmente interagito: il nutrito gruppo di giornalisti e «giuristi» militanti raccolto intorno alla «Voce della Campania» diretta da Andrea Cinquegrani e Rita Pennarola; Michele Santoro; Giuseppe Giulietti; Paolo Serventi Longhi; Ignazio Patrone; Sandro Ruotolo e Giulietto Chiesa; il presidente della stampa estera in Italia Eric Jozsef, corrispondente del giornale francese «Liberation», autore di durissimi articoli contro il governo italiano ripresi e diffusi ad opera del magistrato belga Marie Anne Swartenbroeks. Quanto poi al ruolo mediatico esercitato dalla «Voce della Campania» esso risulterebbe caratterizzato dalle forti connessioni stabilite con ambienti dei cosiddetti «giuristi militanti», dal rappresentare una delle principali componenti del complesso circuito telematico facente congiuntamente capo ai siti «Centomovimenti» e Errore. Riferimento a collegamento ipertestuale non valido. [nati al fianco dei Girotondi, nda] che alimenta il processo di delegittimazione del premier. Prestigiosi opinionisti hanno scritto negli ultimi anni per la «Voce». Tra questi, «Percy Allum», cittadino inglese il cui nome sarebbe Antony Peter Allum, che, oltre ad essere punto di riferimento di alcuni corrispondenti come quelli del «Guardian», dell'«economist» e del «Financial Times», godrebbe di solidi legami (in ciò agevolato dall'essere docente presso l'orientale di Napoli) con ambiti del fondamentalismo islamico napoletano, fungendo anche da collegamento con quelli attivi in Gran Bretagna.

11 Tra i vari giornalisti spiati o «monitorati» dalle barbe fìnte, spuntano anche l'allora direttore dell'«unità» Furio Colombo (puntualmente silurato nel 2005) e tutti e tre gli autori di questo libro. Disarticolare, spiare, calunniare magistrati, giornalisti e intellettuali scomodi per il governo. Questo si progettava e si faceva negli uffici del Sismi, mentre Berlusconi sedeva a Palazzo Chigi. Per cinque lunghi, interminabili anni. Prima parte Primo capitolo Il ritorno del Cavaliere Il 13 maggio 2001 Silvio Berlusconi vince le elezioni e torna a Palazzo Chigi. Molte cose sono cambiate rispetto al 1994, l'anno della sua «discesa in campo». Al Quirinale non siede più Oscar Luigi Scalfaro, ma - dal Carlo Azeglio Ciampi, eletto anche con i voti del centrodestra (contrarie soltanto la Lega e Rifondazione comunista) in seguito a uno dei tanti accordi bipartisan che hanno costellato il quinquennio dell'ulivo. Nel 1994 il Cavaliere era, almeno personalmente, intonso da accuse giudiziarie. Nel maggio 2001 è un pluriimputato con un cumulo impressionante di carichi pendenti: la prescrizione in Cassazione per la tangente di Ali Iberian a Craxi; la prescrizione in appello per le mazzette alla Guardia di finanza; l'indagine non ancora archiviata a Caltanissetta per le stragi di Capaci e via d'amelio; l'inchiesta aperta in Spagna per Telecinco; cinque processi in corso: tre per falso in bilancio (Lentini, Ali Iberian-2, consolidato Fininvest) e due per corruzione in atti giudiziari (Sme-Ariosto e Lodo Mondadori). Mai, nella storia dell'occidente industrializzato, un personaggio in queste condizioni ha potuto soltanto pensare di candidarsi alla guida del governo del suo Paese. Un personaggio al quale la Corte d'assise d'appello di Caltanissetta dedica un intero capitolo della sentenza - depositata il 23 giugno che condanna 39 boss di Cosa nostra (di cui 29 all'ergastolo) per la strage di via d'amelio. Un capitolo intitolato «I contatti fra Salvatore Rima e gli on.li Dell'Utri e Berlusconi», nella sezione dedicata a «I moventi» dell'eccidio che costò la vita a Paolo Borsellino. Un capitolo in cui si scrive, fra l'altro, che Cosa nostra intrecciò con Berlusconi e Dell'Utri «un rapporto fruttuoso, quanto meno sotto il profilo economico»; che per anni il gruppo Berlusconi versò alla mafia «regalie» sotto forma di «consistenti somme di denaro»; che all'incasso provvedeva inizialmente Vittorio Mangano, il fattore della villa di Arcore, finché dagli anni Novanta Totò Riina decise di gestire il rapporto in prima persona: infatti, «nell'ottica di Cosa nostra, questo rapporto era certamente da coltivare, e ciò spiega il diretto interessamento di Riina e l'estromissione di Mangano dal ruolo assegnatogli». Dunque - concludono i giudici nisseni - anche in questa direzione bisognerà «indagare per individuare i convergenti interessi di chi all'epoca era in rapporto di reciproco scambio con i vertici di Cosa nostra» e per dare un volto ai «non improbabili mandanti occulti delle stragi» del Ma dei temi della legalità, nella lunga campagna elettorale iniziata sul finire del 2000, si parla poco o nulla. La questione morale pare definitivamente accantonata dalle principali forze politiche. Il centrosinistra - che candida a Palazzo Chigi come premier Francesco Rutelli e come vice Piero Fassino - evita di insistere sull'argomento. Anzi, il 2 febbraio 2001 alcuni suoi leader organizzano una cerimonia di riabilitazione di Craxi, scomparso in latitanza un anno prima: a Palazzo San Macuto, sede distaccata della Camera, il presidente Luciano Violante invoca una «pacificazione» con Tangentopoli e rilancia l'idea craxiana della commissione parlamentare d'inchiesta. L'ex ministro socialista e ora giudice costituzionale Giuliano Vassalli sostiene che «Craxi è morto in doloroso esilio». Il tutto alla presenza dei familiari di Craxi, ma anche di Berlusconi, Giuliano Amato, Francesco Cossiga, Massimo D'Alema e vari ex socialisti, molti dei quali condannati. Al termine Stefania Craxi consegna a Violante «le carte dell'archivio privato di Craxi». Nessuno ricorda che, nell'archivio sequestrato nel 1995 in via Boezio a Roma, c'era anche un dossier dedicato a Violante. Così la campagna elettorale scivola via scandita dalle promesse del Cavaliere, effigiato in mega manifesti accanto a slogan del tipo «Meno tasse per tutti», «Pensioni più dignitose», «Più lavoro per tutti», «Città più sicure», «Aiutare chi è rimasto indietro». Ma, il 14 marzo 2001, il tema giustizia si riaffaccia prepotentemente alla ribalta per via di un programma umoristico di Rai2, Satyricon di Daniele Luttazzi, che ospita un giornalista autore (insieme a Elio Veltri) del libro L'odore dei soldi: una raccolta di documenti su «origini e misteri delle fortune di Berlusconi». Compresi i rapporti stilati per la Procura di Palermo dalla Dia e da un dirigente della Banca d'italia, Francesco

12 Giuffrida, sui misteriosi capitali (250 milioni di euro circa al valore di oggi, di cui una parte in contanti) confluiti a cavallo fra il 1978 e il 1983 in ventidue delle trentasette holding che controllano la Fininvest; e un'intervista rilasciata dal giudice Borsellino il 21 maggio 1992, poco prima di morire, sui rapporti fra Berlusconi, Dell'Utri e Mangano: la trascrizione da un video ritrovato dalla famiglia Borsellino e censurato dai principali programmi Rai. Criticata da destra e, in parte, da sinistra, la trasmissione innesca una furibonda polemica politica che arroventa l'ultimo scorcio di campagna elettorale e attira l'attenzione della stampa internazionale sull'anomalia del caso italiano. Quasi tutte le più prestigiose testate del mondo pubblicano articoli che riassumono le accuse e i sospetti che gravano sul candidato favorito alle elezioni in Italia. Il più dirompente è il servizio di copertina pubblicato a fine aprile dall'«economist»: «Perché il Signor Berlusconi è inidoneo (unfit) a governare l'italia». A tener desta l'attenzione provvedono anche alcune puntate sui temi mafiapolitica-giustizia dei programmi televisivi Il raggio verde di Michele Santoro e Il Fatto di Enzo Biagi. Poi le frustate, sul «Corriere della Sera», di Giovanni Sartori e di Indro Montanelli (il grande giornalista morirà a novantadue anni il 22 luglio, due mesi dopo il voto, denunciando fino all'ultimo i pericoli di «questa destra della corruzione, della menzogna e del manganello»). E un appello in difesa della «democrazia minacciata» lanciato da un gruppo di intellettuali (Norberto Bobbio, Alessandro Galante Garrone, Paolo Sylos Labini, Paolo Flores d'arcais, Antonio Tabucchi), subito bollati «demonizzatori di Berlusconi» da altri intellettuali della sinistra «dialogante» e bipartisan (Augusto Barbera, Franco Debenedetti, Michele Salvati e Paolo Mieli), firmatari di un controappello promosso dal «Foglio» di Giuliano Ferrara. Il clima politico si surriscalda sempre più e l'ultima fase della campagna si polarizza in una lotta all'ultimo voto fra chi sta con e chi sta contro Berlusconi. Rutelli recupera terreno sul Cavaliere, che all'inizio dell'anno era dato vincente con punti di vantaggio. Pubblicazioni come i quaderni de «La Primavera di Micromega» e gli speciali del settimanale «Diario» di Enrico Deaglio («Berlusconeide» 1 e 2) vanno a ruba nelle edicole. «La Repubblica» manda in edicola a puntate i risultati della consulenza affidata dalla Procura di Milano all'istituto di auditing Kpmg su sessantaquattro società offshore del «comparto B» della Fininvest, che il Cavaliere prima nega pubblicamente di possedere, salvo poi rimangiarsi tutto alla vigilia del voto («Certo che posseggo società estere, mi servono per pagare meno tasse»). Su «L'espresso» Claudio Rinaldi e Giampaolo Pansa incitano l'ulivo a una maggior grinta nella polemica contro Berlusconi, osteggiato anche da giornalisti non «comunisti» come Massimo Fini, uomo libero, che scrive su testate di destra come «Il Tempo», «Il Giorno» e «Il Borghese». Nelle ultime settimane di legislatura il centrosinistra cerca di rimediare ai ritardi accumulati in cinque anni di governo, con gli affannosi tentativi di approvare la legge sul conflitto d'interessi e la convenzione italo-svizzera del 1998 sulle rogatorie, rimaste per anni nel cassetto. Ma entrambi i provvedimenti, fortemente osteggiati dal Polo, passano soltanto in un ramo del Parlamento. Vengono invece approvate altre due leggi in materia di giustizia molto gradite al Polo: quella sulle indagini difensive e quella sui (anzi, contro i) pentiti. Poi il tempo scade. Si vota. 1. Il Parlamento degli inquisiti Il 13 maggio la Casa delle libertà - la nuova alleanza fra il Polo e la Lega - si aggiudica 368 deputati (l'ulivo 247, Rifondazione 11, altri 4) e 176 senatori (l'ulivo 128, Rifondazione 4, Democrazia europea 4, l'italia dei valori dipietrista 1, altri 4). Nel maggioritario alla Camera, il divario fra Casa delle libertà e Ulivo è piuttosto esiguo: voti (45,5 per cento) contro (43,8 per cento). Ma sul proporzionale, sempre per la Camera, il distacco aumenta sensibilmente: (49,6 per cento) alla Casa delle libertà, (35 per cento) all'ulivo, (5 per cento) a Rifondazione comunista e (3,98) ai dipietristi. Questi ultimi mancano di un soffio il quorum che garantirebbe loro una significativa rappresentanza in Parlamento. Per circa quarantamila voti l'ex Pm di Mani Pulite rimane fuori dal Parlamento (anche perché il suo unico eletto, il neosenatore Valerio Carrara, passa subito con la maggioranza). L'ex magistrato paga a caro prezzo la rottura consumata con l'ulivo nel maggio 2000 quando, caduto il governo D'Alema, il centrosinistra ripescò Giuliano Amato. E Di Pietro rifiutò prima di diventare suo ministro, poi di votargli la fiducia («Non potevo perdonargli - spiega oggi la partecipazione alla direzione socialista "del poker d'assi", nel 1992, quando

13 Craxi tirò fuori i dossier dei servizi per bloccare Mani Pulite e Amato, lì presente, non disse una parola, salvo poi raccontare che era andato al bagno...»). Per quel «no» Di Pietro è stato espulso dai Democratici, il nuovo partito che ha appena fondato insieme a Prodi, Rutelli e Cacciari, e alle elezioni ha dovuto correre da solo, anche in polemica con lo scarso impegno dell'ulivo sul tema della legalità e con la presenza di «troppi candidati riciclati e inquisiti». Mai come questa volta, infatti, le liste elettorali sono state infarcite di personaggi nei guai (provvisori o definitivi) con la giustizia. Quasi tutti candidati in collegi sicuri, e quindi eletti con ampio margine. Oltre alle scontate conferme di Berlusconi, Cesare Previti, Marcello Dell'Utri, Umberto Bossi, Giorgio La Malfa, Massimo Maria Berruti, Gaspare Giudice, Giuseppe Firrarello e Vittorio Sgarbi, spiccano le ne tv entry di noti protagonisti di Tangentopoli come Aldo Brancher (poi promosso viceministro delle Riforme istituzionali), Giampiero Cantoni, Romano Comincioli; e i ritorni di pregiudicati come Antonio Del Pennino, Egidio Sterpa, Alfredo Vito e Gianstefano Frigerio. Quest'ultimo, dirottato in Puglia e ribattezzato «Carlo» per renderlo meno riconoscibile, viene regolarmente eletto nel proporzionale con Forza Italia, ma non riuscirà nemmeno a metter piede alla Camera: il primo giorno della nuova legislatura verrà raggiunto da un ordine di carcerazione in ospedale, lì piantonato dai Carabinieri e poi tradotto agli arresti domiciliari, dovendo scontare tre condanne definitive a un totale di sei anni e otto mesi per concussione, corruzione, ricettazione e finanziamento illecito. Poi entrano in Parlamento i figli d'arte, eredi di inquisiti e/o condannati illustri: Chiara Moroni (figlia di Sergio), Bobo Craxi (figlio di Bettino), Alessandro Forlani (figlio di Arnaldo), Ivano Leccisi (figlio di Pino), Filippo Drago (figlio di Nino). Tutti eletti nel Polo. Anche l'ulivo schiera almeno due pregiudicati di Tangentopoli: Enzo Carra (Udeur) e Auguste Rollandin (Union Valdotaine-Ds-Democratici). Più una serie di indagati e imputati. Nutritissima anche la pattuglia degli avvocati: ricandidati e rieletti i numerosi difensori ed ex difensori di Berlusconi e Previti (Biondi, Contestabile, Pecorella, Saponara, La Russa), con l'aggiunta di due new entry. Carlo Taormina, subito promosso sottosegretario all'interno, e il giovane collega padovano Niccolò Ghedini, che difende Berlusconi nei processi di Milano da quando ha scalzato la vecchia guardia dei Dominioni, De Luca e Amodio (poco propensi al nuovo modello di difesa berlusconiana: non «processo, ma dal processo). Pecorella, come presidente della commissione Giustizia della Camera, e Ghedini, come membro influente del medesimo consesso, saranno fra gli artefici di una serie di riforme che risolveranno molti problemi giudiziari del loro cliente Berlusconi. Anche il vicepresidente della commissione Giustizia è un avvocato forzista, si chiama Nino Mormino, viene da Palermo, difende il gotha di Cosa nostra e sarà presto indagato per concorso esterno in associazione mafiosa (e poi prosciolto). Il ritorno degli inquisiti e dei condannati è un fenomeno inarrestabile e ben più generale. Massimo Guarischi, sotto processo per gli appalti truccati del dopo-alluvione in Lombardia, viene designato dal presidente forzista della regione Roberto Formigoni nel consiglio di amministrazione della Bocconi: poi esplode lo scandalo, e viene sostituito. Ercole Incalza, già numero uno della Tav, coinvolto nei processi sull'alta velocità, collabora gomito a gomito col ministro delle Infrastrutture Pietro Lunardi, anche se al ministero precisano che «è solo un collaboratore del ministro, e peraltro non è nemmeno pagato». Il primo giornale a segnalare la «nuova» anomalia italiana è un quotidiano straniero, lo spagnolo «El Mundo», notoriamente conservatore, che il 18 maggio pubblica due foto sorridenti di Previti e Dell'Utri sotto il titolo: «Nel nuovo Parlamento italiano siederanno ventitré membri condannati e undici indagati. Fanno parte tutti del gruppo di Berlusconi, tranne uno dell'ulivo». Il calcolo si rivelerà approssimato per difetto: fra condannati, imputati e indagati, il totale si aggira intorno alla novantina. Un parlamentare su dieci. Una settimana dopo se ne accorge anche Violante: «Con le elezioni del 13 maggio - osserva - ci ritroviamo un Parlamento con il più alto numero di imputati eletti. Questa indifferenza della pòlitica all'etica pubblica è il massimo di delegittimazione dell'intervento giudiziario». «Nella Prima Repubblica - sintetizza brutalmente il comico Beppe Grillo - prendevi un onorevole e, dopo un po', diventava un delinquente. Nella Seconda, invece, prendi un delinquente e, dopo un po', diventa onorevole.» Lo stesso concetto lo esprime più elegantemente una ricerca dell'itanes (Italian National Elections Studies): un programma condotto da un gruppo di studiosi (fra cui Ilvo Diamanti, Gianfranco Pasquino e Renato Mannheimer) per l'istituto Carlo Cattaneo di Bologna. Dalle interviste, dopo il voto del 13 maggio, di un

14 campione di 2325 elettori, risulta che la corruzione politica è soltanto al decimo posto fra i problemi ritenuti prioritari dagli italiani. Solo il 5,5 per cento la colloca al primo o al secondo posto: si tratta per metà di ulivisti e solo per un terzo di berlusconiani (gli altri, il restante 15 per cento, sono quasi tutti dipietristi). Un altro 5,5 per cento di elettori si dice preoccupato soprattutto dall'evasione fiscale: per il 61,8 per cento vota Ulivo e solo per il 22,4 Casa delle libertà. 2. L'Ingegner Guardasigilli Se gli elettori del centrodestra sono freddissimi sul fronte di Tangentopoli, i suoi vertici invece non sembrano pensare ad altro. Ai limiti dell'ossessione. Infatti le trattative per il nuovo governo si arenano per giorni e giorni proprio sul ministero della Giustizia. Perduto l'interno (assegnato al coordinatore di Forza Italia Claudio Scajola, ex sindaco di Imperia, arrestato per due mesi a Milano nel 1983 per lo scandalo dei casinò e poi prosciolto in istruttoria), la Lega rivendica per sé almeno la poltrona di Guardasigilli. Oltretutto il candidato forzista più accreditato, Marcello Pera, autore del programma della Casa delle libertà sulla giustizia, è stato eletto a sorpresa presidente del Senato (alla Camera è andato Pierferdinando Casini). Ma il candidato di Bossi, Roberto Maroni, viene bloccato da un veto del Quirinale. Probabilmente per via della condanna in primo grado a otto mesi (per resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale, in seguito agli scontri con la Digos nella sede milanese del Carroccio) e dell'indagine aperta a Verona per le presunte attività illegali delle «camicie verdi», con l'accusa di attentato all'integrità dello Stato. Per il resto, le pendenze giudiziarie non sono considerate un handicap, in un governo presieduto da Berlusconi che annovera tra le sue file Bossi (condannato definitivo per Enimont), Brancher (condannato in appello per finanziamento illecito e falso in bilancio), Sgarbi (pregiudicato per truffa ai Beni culturali, il ministero di cui diventa sottosegretario), Mario Pescante (già coinvolto nello scandalo del cosiddetto laboratorio antidoping dell'acquacetosa e promosso viceministro dello Sport). All'elenco si aggiungeranno presto - come vedremo - i ministri Girolamo Sirchia (FI), Francesco Storace (An), Roberto Calderoli (Lega), Altiero Matteoli (An), Enrico La Loggia (FI), Gianni Alemanno (An) e il viceministro Ugo Martinat (An). Ma un condannato alla Giustizia, almeno per Ciampi, sarebbe troppo. Così, il 3 giugno, Bossi ritira Maroni (che andrà al Lavoro) e designa un incensurato: Roberto Castelli, classe 1946, ingegnere meccanico di Lecco esperto nell'abbattimento dei rumori. Gian Antonio Stella, nel suo imperdibile Tribù Spa (Feltrinelli, 2005), lo descrive così: Rampollo della Lecco più pia e bigottina, compagno di classe e di oratorio di Bobby Formigoni, presente in prima fila al Giubileo dei politici per «testimoniare quanto importanti siano i valori che trasmette la religione cattolica» (anche se i concittadini qualche risata se la fanno visto che ha «sposato in seconde nozze la Sara con rito celtico e tanto di druido»), il «Corsaro verde» oltre alla velocità e alla barca a vela ha una fissa: la montagna. Al punto di piccarsi di aver raggiunto con il forzista Jas Gawronsky e due colleghi della sinistra («ma è arrivato su tre ore dopo di me, l'ho incrociato scendendo» precisa ridendo il diessino Fausto Giovannelli) anche la vetta del Monte Bianco. La scalata di cui va più orgoglioso, però, è di un metro e mezzo. Quello necessario ad arrivare al collo della statua di Alberto da Giussano, sul romano Pincio, per allacciargli un fazzoletto verde padano [...]. Laureato in ingegneria al Politecnico di Milano, dove è docente di «Elementi di controllo del rumore negli edifici», specialista di acustica, impegnato per anni con il figlio Gabriele nello studio dell'«abbattimento elettronico del rumore», titolare di una società per il rilascio di certificazioni e omologazioni Cee, ha per la sua materia una passione tale che bacchettava aspramente Mancino perché suonava la campanella troppo vicino al microfono. Odiando l'eccesso di decibel, fa tutte le sue sparate col silenziatore. Se dice che Amato gli «ricorda Hitler quando ordinò di bruciare Parigi di fronte all'avanzata dei liberatori, durante la Seconda guerra mondiale», lo sussurra. Se denuncia il «Codice penale in vigore antilibertario e antidemocratico che nega in larga parte ai cittadini la facoltà di esercitare appieno la propria libertà», lo borbotta. Se inveisce contro «l'unione Sovietica europea dei tecnocrati senza volto, della droga libera, della famiglia omosessuale», abbassa la voce. Se bolla come «fascista» la legge usata dalla magistratura per indagare Bossi, reo d'aver detto «ho ordinato un camion a rimorchio di carta igienica tricolore», lo bisbiglia. Silenziatore o no, nessun ministro della Giustizia ne ha mai sparate quante lui. «Chiederemo un referendum sull'euro: lo relegherà a moneta da collezione». «La sinistra italiana vuole distruggere il popolo italiano per sostituirlo con un popolo islamico». «Se nel 2006 vincerà la sinistra l'unica cosa che potrà esporre sarà la bandiera della mezzaluna». «A Bruxelles è in corso di

15 definizione una direttiva quadro che intende codificare i reati di razzismo e xenofobia per i cui contenuti siamo molto preoccupati, perché si entra nel terreno minato della libertà di pensiero». «Questa sinistra europea che difende assassini, che difende latitanti, rappresenta una cultura aberrante e che io cerco di combattere con ogni mezzo. La cultura della morte, la cultura della difesa di chi compie delitti». Dotato di un orecchio sensibilissimo, è in grado di cogliere il fracasso di una foglia d'acero che si posa al suolo. Una sola volta non ha sentito niente. La notte che fece visita alla caserma di Bolzaneto, nelle ore più dure dei giorni maledetti di Genova e del G8, senza avvertire una botta di manganello, un pianto disperato, un urlo di dolore... Chiese anzi di testimoniare: «Posso dire di non aver visto e sentito niente». Niente? «Forse qualcuno è stato troppo tempo in piedi, ed è un fatto gravissimo. Però i metalmeccanici lavorano in piedi da trentacinque anni e non si sono mai lamentati». Spiegò anzi che lui, premurosamente, aveva domandato come mai tenessero tutti in piedi con le mani in alto appoggiate al muro: «Mi è stato risposto che avevano fatto così per evitare il pericolo che gli uomini potessero dar fastidio alle ragazze». E non gli sembrò una risposta oscena? «Ripensandoci, mi è sembrata non del tutto esaustiva». Un capolavoro. In linea con quanto, battendosi contro l'introduzione del reato di razzismo, ha sostenuto più volte: «In democrazia un cittadino deve avere il diritto di dire le sciocchezze più grandi che crede». Ai tempi di Mani Pulite, come tutti i leghisti della prima ora, Castelli è un fan sfegatato del pool di Milano e un nemico giurato della partitocrazia, soprattutto di Craxi. Un tipo talmente fanatico da accreditare le poche accuse false mosse contro il leader socialista. Come quando, il 4 agosto 1993, urlò a squarciagola: «A Craxi avrei voluto gridare: "Bettino, dov'è finita la fontana di Milano?"» (che Craxi avesse rubato anche la celebre fontana davanti al Castello Sforzesco era una leggenda metropolitana). O quando, mentre Craxi cercava un salvacondotto per rientrare in Italia per motivi di salute senza passare dal carcere, lo stroncò: «Non posso credere alla malattia di Craxi: piuttosto condivido l'opinione di chi propone che Craxi sia posto sotto tutela coatta» (22 ottobre 1997). Se Castelli avesse saputo, allora, che cos'avrebbe detto qualche anno più tardi dei giudici che allora idolatrava, si sarebbe insultato da solo. Ora, appena insediato nel ministero di via Arenula, i giornalisti gli domandano: «Che ne sa lei di giustizia?». Lui risponde: «Assolutamente niente. Zero». In fondo, Berlusconi aveva promesso «una riforma dei Codici pari a quella di Giustiniano». E se l'ingegnere di giustizia non sa nulla, si circonda di personaggi - se possibile - ancor meno competenti di lui. Il 9 luglio 2001 individua subito l'uomo giusto per sistemare l'annoso problema dell'edilizia carceraria: una «professionalità di particolare qualificazione ed esperienza è in grado di seguire i problemi dell'amministrazione penitenziaria in genere e in particolare quelli dell'edilizia penitenziaria». Tale Giuseppe Magni. Chi è costui? Il suo vecchio amico, nonché regista della campagna elettorale, ex artigiano metalmeccanico (fili da saldatura) ed ex grossista di pesce, sindaco leghista di Calco in quel di Lecco nonché (recita il curriculum) «parlamentare eletto dalla provincia di Lecco al parlamento di Chignolo Po»: cioè il «parlamento padano» dove i bossiani giocavano alla secessione. Dotato di auto blu, scorta armata e 48 milioni di lire di stipendio per i primi sei mesi (paga poi raddoppiata il 2 gennaio 2002, in linea con la nuova moneta: euro a semestre), Magni si mette all'opera, anche se non è ben chiaro che cosa faccia. Quel che è certo è che il suo contratto verrà rinnovato di semestre in semestre per ben sette volte, cioè per oltre tre anni. Finché incapperà nella maglie della Corte dei conti, che ricostruirà così le sue mansioni di «esperto»: relazioni insulse «senza alcuna documentazione» e «senza allegati», «affermazioni del tutto generiche», allusioni ad «alcuni progetti (quali?)». Insomma, aria fritta. Ma fritta così bene da dare «la netta impressione che egli si consideri a capo dell'amministrazione carceraria». Una patacca che la magistratura contabile accollerà non soltanto a Magni, ma anche a Castelli, denunciando «l'eclatante illegittimità e illiceità del comportamento del ministro» e condannando i due a risarcire lo Stato, in solido, con ,96 euro, fiftyfifty. Ma non è finita. Come rivelerà Marco Lillo su «L'espresso», Magni viene videoripreso di nascosto nell'ufficio dell'imprenditore Angelo Capriotti mentre parla di appalti e di sue «esigenze» (la Procura di Roma sospetta che «possano essere mazzette» ma archivierà l'inchiesta). E poi c'è la registrazione di un colloquio in cui Antonello Martinez, l'avvocato di Castelli (firmatario della querela contro Franca Rame, rea d'aver definito il ministro «un pirla», termine

16 dialettale «fatto risalire al latino pilus, che letteralmente significa pestello ma che veniva regolarmente adottato per indicare il membro maschile»), spiega a due imprenditori del settore carcerario che lui è in grado di offrire «chiavi in mano: un abbonamento annuo che è consistente come importo, però è omnicomprensivo di contrattualistica, questioni giudiziarie, pareri». Le parcelle, è vero, sono salate, ma i soldi «li meritiamo in termini di professionalità» e anche «in termini di entrature» giacché «è innegabile ci siano» visto che Martinez e soci sono «avvocati di tre ministri». Castelli risponde a «L'espresso» da par suo: Premetto che l'avvocato Martinez non mi difende più dall'aprile scorso e non ha mai avuto alcun compito al ministero. Ciò detto, se davvero ha fatto i discorsi che riportate, e ripeto «se», si tratta di un caso classico di millantato credito. Occhiutissimo quando si tratta di sabotare le indagini a carico di Berlusconi (lo vedremo più avanti impegnato in continue ispezioni ministeriali contro la Procura di Milano, leggi e provvedimenti ad personam, attacchi ai magistrati più esposti e boicottaggi di rogatorie scottanti), l'«ingegner ministro» - come perfidamente lo chiama Borrelli - si rivela distrattissimo sui traffici dei suoi collaboratori. Altri episodi di sbadataggine li racconta Stella. A fine marzo del 2004 si apre a Milano il processo alla curatrice del tribunale fallimentare Carmen Gocini, che secondo il Pm aveva fatto sparire almeno 35 milioni di euro. Molti dei quali in favore dei coimputati, Angelo e Caterino Borra, proprietari di Radio 101, accusati di aver riciclato i soldi anche attraverso la Credieuronord, la banca della Lega, fallita e salvata dalla bancarotta dalla Banca Popolare di Lodi di Gianpiero Fiorani. A sorpresa, accanto alle scontate costituzioni di parte civile dei legali delle varie curatele spogliate negli anni di almeno 70 miliardi di lire, ieri non si è registrata la costituzione dell'avvocatura dello Stato. L'ufficio guidato da Dante Corti aveva regolarmente segnalato a via Arenula l'esistenza di questo processo, l'indicazione come «parte offesa», e l'opportunità di costituirsi in giudizio per chiedere agli imputati sia i danni materiali sia quelli arrecati al prestigio dell'amministrazione [...]. Ma dal dicastero del ministro Castelli non è arrivata a Milano alcuna risposta. E in assenza di direttive, l'avvocatura dello Stato non ha un autonomo potere di costituirsi. Così è fatto Castelli: ogni tanto ha un vuoto di memoria. Un altro vuoto di memoria lo colpisce proprio mentre si oppone legittimamente alla grazia a Sofri scontrandosi col presidente Ciampi e, sul caso del latitante Cesare Battisti rifugiato in Francia, tuona contro «questa sinistra europea che difende assassini e latitanti mentre i cittadini hanno sete di giustizia e certezza della pena» e dichiara: «Molti sono dalla parte di Caino, io penso prima ad Abele. Chi sbaglia deve pagare». Eppure Castelli dà una mano a Carlo Cicuttini, il neofascista autore della strage di Peteano del 1972 (due Carabinieri uccisi, un terzo rimasto invalido). Il ministero retto da Castelli, nell'ottobre 2002, concede parere favorevole al trasferimento di Cicuttini dalla Francia (dov'era agli arresti) alla Spagna. Ma lì avrebbe beneficiato di un'amnistia, avendo ottenuto la cittadinanza spagnola. Il trasferimento alla fine viene bloccato dalla Corte d'appello di Venezia e poi dalla Cassazione. Castelli viene affiancato da tre sottosegretari sicuramente più esperti di lui in materia penale: l'avvocato torinese Michele Vietti del Ccd, ex membro laico del Csm; l'avvocato calabrese Giuseppe Valentino di An; e l'avvocatessa, anch'essa calabrese, Jole Santelli, trentatré anni, che ha fatto pratica nello studio Previti e in seguito ha lavorato con Marcello Pera. Poi c'è lo staff dei collaboratori. Curiosamente il ministro lumbard si circonda di magistrati romani: capogabinetto Settembrino Nebbioso; vice-capogabinetto Augusta Iannini (la moglie di Bruno Vespa), che sarà presto promossa direttore generale degli Affari penali, lo stesso incarico che ricopriva Giovanni Falcone; capo del dipartimento Affari di giustizia Gianfranco Tatozzi (lo stesso che seguì le ispezioni contro il pool e contro Di Pietro sotto il ministro Biondi); responsabile della giustizia minorile Rosario Priore (il giudice noto per l'indagine-fiume su Ustica); vicecapo dell'organizzazione giudiziaria Angelo Gargani, fratello del deputato forzista Giuseppe (che si precipita al ministero abbandonando, sul più bello, il mega-processo sulle tangenti per la cooperazione col Terzo mondo, che ripartirà così da zero). E poi c'è il capo dell'ispettorato, Arcibaldo Miller, discusso Pm napoletano al quale una parte del Csm ha cercato di sbarrare la strada ministeriale ricordando un paio di vecchie indagini a suo carico (poi archiviate) per corruzione e favoreggiamento della prostituzione, che avevano originato un procedimento al Csm per trasferirlo per incompatibilità ambientale (respinto dal plenum con quindici voti contrari e tredici favorevoli). Vicende di nessuna rilevanza penale ma, secondo i consiglieri di Magistratura democratica (Md) e del

17 Movimento per la giustizia, non proprio compatibili con la missione di ispezionare e giudicare i colleghi. L'ingegner Castelli promette di «rifare da cima a fondo i Codici entro il giugno 2002», come aveva preannunciato il Cavaliere in campagna elettorale. E mette subito al lavoro due commissioni di studio: quella che deve riscrivere il Codice penale, presieduta dal Pm veneziano Carlo Nordio, e quella che si occupa del civile, guidata dal professor Romano Vaccarella, il civilista di fiducia di Previti e Berlusconi (che nel 2002 diventerà giudice costituzionale anche con i voti del centrosinistra). Nessuna delle due produrrà alcun risultato concreto. Una terza commissione, incaricata di ridisegnare il diritto societario, è presieduta da Vietti che chiama subito a farne parte un commercialista torinese, Alberto Morano, che ha appena patteggiato undici mesi di reclusione ad Asti per bancarotta. 3. Guerra totale alla Giustizia Il tempo di formare il governo e di ritemprarsi dalla vacanze estive. Poi - come da dossier Sismi - in settembre la Casa delle libertà inizia una frenetica produzione di leggi salva-imputati eccellenti, di pari passo con l'attacco quotidiano non soltanto alle solite Procure, ma anche al Tribunale di Milano che sta celebrando i processi «toghe sporche» sui casi Sme-Ariosto, Imi-Sir e Mondadori. Un attacco martellante che scandisce ogni tappa significativa dei dibattimenti contro il presidente del Consiglio e l'avvocato-deputato Previti, trasformati in autentiche gimkane dalle leggi ad hoc varate a getto continuo dal governo e dalla maggioranza. La cronologia del primo anno di governo Berlusconi fa davvero impressione. 2001, sei mesi di fuoco Il 14 giugno 2001 il nuovo governo, prim'ancora di ottenere la fiducia, vara il suo primo decreto urgente: quello che consente ai ministri di spostare i magistrati, adibendoli a funzioni amministrative, senza passare per il Csm. Il 18 giugno, presentando il governo (23 ministri, 7 viceministri e 53 sottosegretari) al Senato, Berlusconi annuncia tre nuove commissioni parlamentari d'inchiesta: sul dossier Mitrokhin, sull'affare Telekom Serbia e su Tangentopoli (o meglio: su Mani Pulite). Il 25 giugno la Corte d'appello di Milano ribalta le assoluzioni decise un anno prima dal gup Rosario Lupo nel processo per il Lodo Mondadori e rinvia a giudizio tutti gli imputati con l'accusa di corruzione in atti giudiziari. Tutti, tranne uno: Berlusconi, per il quale il reato di corruzione giudiziaria viene derubricato in corruzione semplice, con la conseguente prescrizione grazie al generoso riconoscimento delle attenuanti generiche. Per tutti gli altri - gli avvocati Previti, Attilio Pacifico e Giovanni Acampora e il giudice Vittorio Metta - si farà il processo. Il senatore avvocato forzista Domenico Contestabile propone l'amnistia per Tangentopoli, per «mettere una pietra sopra al passato». Il 28 giugno il ministro dell'economia Giulio Tremonti annuncia l'abolizione della tassa di successione per patrimoni oltre i 350 milioni di lire (fino a quella cifra, l'imposta era già stata abolita dall'ulivo): il presidente del Consiglio ha cinque figli e beni stimati in 25 mila miliardi di lire. Il 30 giugno la Corte d'assise di Milano condanna all'ergastolo i neofascisti Carlo Maria Maggi, Delfo Zorzi e Giancarlo Rognoni per la strage di piazza Fontana (gli imputati saranno poi assolti in appello e in Cassazione). Pecorella, che difende Zorzi nonostante negli anni Settanta avesse assistito alcune parti civili nel processo per la strage di piazza Fontana, parla di «sentenza politica». Il sottosegretario Taormina, che difende Maggi in un altro procedimento, accusa i giudici di «riscrivere la storia d'italia con la penna rossa». Il 1 luglio la Corte d'appello di Palermo condanna il giudice Corrado Carnevale (assolto in primo grado) a sei anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Il sottosegretario Vietti insorge: «Così si aumenta la sfiducia dei cittadini nella giustizia, mai così in basso come in questi giorni». Il 21 luglio, nel Documento di programmazione economica e finanziaria depositato dal governo, il ministro Castelli s'impegna a istituire il giudice unico di primo grado e a introdurre la competenza penale del giudice di pace: non sa che entrambe le riforme sono già in vigore da tempo, realizzate dall'ulivo nella precedente legislatura. In compenso il governo diminuisce gli stanziamenti per la Giustizia. Il 22 agosto il ministro delle Infrastrutture Pietro Lunardi (titolare di società specializzate in gallerie e trafori autostradali, prontamente passate alla moglie «per evitare conflitti d'interessi») comunica che «mafia e camorra ci sono sempre state, purtroppo, e quindi dovremo convivere con questa realtà». Pina Grassi, moglie di Libero, il commerciante assassinato perché con la mafia

18 non voleva convivere, protesta. Ciampi interviene. Lunardi tenta di correggersi, ma peggiora la situazione: «Siamo costretti a convivere con la mafia come con altre realtà: per esempio, i settemila morti sulle strade». Il 6 settembre Tremonti rimuove il direttore del dipartimento Entrate del ministero delle Finanze, Massimo Romano. Si era occupato dei presunti abusi commessi da Mediaset per accedere ai benefici fiscali della legge Tremonti. Il 18 settembre, mentre tutto il mondo alza la guardia contro il terrorismo dopo l'attacco dell' 11 settembre alle Twin Towers e al Pentagono, il ministro dell'interno Scajola ordina con una circolare a prefetti e questori di ridurre di un terzo le scorte e le tutele (definite «una vergogna nazionale»). Le prime vittime del provvedimento sono magistrati, compresi quelli che sostengono l'accusa nei processi al presidente del Consiglio: Boccassini, Colombo e Greco. E poi altre decine di giudici e Pm impegnati contro la criminalità organizzata e il terrorismo. Compresi quelli che, da Napoli a Palermo, da Reggio Calabria a Bari, hanno chiesto o inflitto condanne a mafiosi e terroristi. Borrelli solidarizza con i colleghi e rinuncia anche lui alla tutela. Intanto il Viminale toglie poteri al commissario straordinario antiracket Tano Grasso, leader dei commercianti di Capo d'orlando, che si dimette. Il 24 settembre Luciano Violante, sulla «Stampa», denuncia «gli eccessi giustizialisti» di Mani Pulite: «Qualche magistrato si è sentito troppo protagonista, qualche grande processo forse non andava fatto. C'è stata una fase in cui c'è stato un di più di nella politica della giustizia». Il 25 settembre il governo vara il decreto Tremonti sul rientro dei capitali dall'estero. Il 27 settembre il governo presenta il disegno di legge sul conflitto d'interessi firmato dal ministro Franco Frattini (che però non scatta nel caso di «mera proprietà» di un'azienda da parte di un membro del governo: cioè nel caso di Berlusconi): verrà approvato soltanto tre anni dopo. Il 28 settembre la Cdl approva la legge delega che di fatto depenalizza il falso in bilancio. Il 3 ottobre la Cdl approva la legge sulle rogatorie che cestina le prove trasmesse dai giudici stranieri ai loro colleghi italiani. Il 17 ottobre Berlusconi assegna, dopo mesi di rinvii, le deleghe ai sottosegretari: al Viminale, Taormina si occuperà di lotta al racket e all'usura e di sostegno alle vittime della mafia. Lo stesso Taormina difende diversi boss della mafia, del contrabbando, del narcotraffico, contro i quali il suo stesso ministero è parte civile. In commissione Giustizia, Forza Italia propone di estendere il patteggiamento ai reati di strage: sarebbe l'abolizione dell'ergastolo anche per gli stragisti mafiosi, come chiede da tempo Cosa nostra. Ma An e Ccd si oppongono. Il 19 ottobre, a sorpresa, la VI sezione della Cassazione assolve Berlusconi per le tangenti alla Guardia di finanza per «insufficienza probatoria», dopo che in primo e in secondo grado il Cavaliere era stato giudicato colpevole (prima condannato, poi salvato dalla prescrizione). Confermate tutte le altre condanne, anche quelle ai manager Fininvest Salvatore Sciascia (corruzione) e Massimo Maria Berruti (favoreggiamento). In una lettera aperta al «Corriere della Sera», Berlusconi pretende che gli venga «restituito l'onore». D'Alema gli chiede prontamente «scusa», non si capisce bene a quale titolo. Il 24 ottobre Berlusconi accusa: «La giustizia sta uscendo faticosamente dall'emergenza che ha consentito in alcuni casi di costruire indagini senza riscontri e pronunciare condanne senza prove». Il 25 ottobre Piero Fassino riabilita Bettino Craxi in un forum del «Foglio» con Giuliano Ferrara ed Emanuele Macaluso: a suo dire, il leader socialista «fu coraggioso» quando disse alla Camera che rubavano tutti, ma «nel 1992 prevalse nella sinistra una timidezza nell'affrontare problemi che richiedevano molta più determinazione». E Macaluso: «No, fu scelto di far fare ai magistrati il "lavoro sporco" per poi ereditare il controllo di tutta la sinistra». Fassino propone di «trovare una soluzione politica» per Tangentopoli. Immediato il plauso di Bobo Craxi. Intanto Violante, capogruppo Ds alla Camera, si dice «favorevole a una commissione parlamentare» su Tangentopoli appena proposta dal centrodestra, «per favorire una ripresa civile e un confronto politico» con la maggioranza. Ma gran parte dell'ulivo, eccetto lo Sdi, si dissocia. E, sconfessato dai suoi, Violante si rimangia tutto. Il 26 ottobre Castelli affida a una società privata di consulenza la scelta dei criteri di valutazione dell'efficienza dei magistrati. Il 31 ottobre Berlusconi, intervistato per il nuovo libro di Bruno Vespa, paragona Mani Pulite a una «guerra civile».

19 Il 1 novembre il Pm milanese Massimo Meroni accusa il governo di non far nulla per l'estradizione di Delfo Zorzi, difeso da Pecorella e condannato all'ergastolo in primo grado per la strage di piazza Fontana e latitante in Giappone. Il 3 novembre Berlusconi, di ritorno da un vertice con Tony Blair, incontra a Portofino, in una lunga quanto misteriosa conversazione, l'ex latitante Maurizio Raggio, prestanome dei conti cifrati di Craxi e imputato a Milano per riciclaggio. Il 7 novembre il sottosegretario Taormina chiede di incriminare i magistrati che hanno indagato e processato Berlusconi per la Guardia di finanza. Il 13 novembre Berlusconi, in visita a Granada, ripete al collega spagnolo Josemaria Aznar che negli ultimi anni, in Italia, si è combattuta una «guerra civile»: l'inchiesta Mani Pulite, «un'azione lungamente studiata dai comunisti» e condotta da «magistrati infiltrati dal Pei». Il 17 novembre il sottosegretario Taormina si appella alla Procura di Brescia perché «arresti in flagrante» i giudici di Milano che processano Berlusconi. L'Ulivo chiede al governo di ritirargli le deleghe e presenta una mozione di sfiducia individuale. Il 23 novembre Berlusconi e Castelli bloccano la nomina di tre magistrati italiani all'olaf, l'organismo europeo antifrodi. Proteste del Csm e dell'opposizione. Il 24 novembre il governo propone una riforma dei servizi segreti che dà mano libera al Sismi e al Sisde: potranno perquisire e intercettare chiunque e anche commettere reati, con la semplice autorizzazione del presidente del Consiglio, senza alcuna possibilità di controllo da parte della magistratura. Il 29 novembre il Parlamento europeo approva un documento critico sulla legge italiana in materia di rogatorie, che «rende difficili se non impossibili le rogatorie con la Svizzera per reati quali il riciclaggio di denaro e il contrabbando di armi, stupefacenti e sigarette». I magistrati italiani scioperano per quindici minuti per protestare contro i continui attacchi alla loro autonomia. Si insedia la nuova commissione parlamentare Antimafia, presieduta dal forzista Roberto Centaro. Il 4 dicembre Taormina si dimette da sottosegretario prima di essere sfiduciato dagli stessi alleati Ccd, Lega e An. Castelli, in pieno Parlamento, attacca frontalmente i magistrati «che vogliono ribaltare per via giudiziaria il verdetto politico e intendono fare lotta politica utilizzando impropriamente le azioni giudiziarie e godendo dell'immunità costituzionale che altera la parità dei poteri». Ce l'ha «con quella parte della magistratura che, in un certo periodo storico della nostra Repubblica, si è organizzata utilizzando a fini politici l'enorme potere che le conferisce la Costituzione per neutralizzare il potere legislativo democraticamente eletto, surrogandolo con un'elite giacobina che, in nome di non si sa bene quale investitura, doveva guidare il popolo». Il 5 dicembre la maggioranza della Cdl al Senato approva una mozione programmatica sulla giustizia in dodici punti: il preambolo censura le inchieste del pool su Berlusconi e alcune ordinanze del Tribunale di Milano, sempre nei processi a Berlusconi e Previti. Lo scontro istituzionale è senza precedenti. Mai, neppure sotto il fascismo, il Parlamento italiano aveva censurato i provvedimenti di un tribunale italiano. La giunta dell'anni si dimette in blocco, denunciando la «risoluzione in contrasto con il modello di giurisdizione e di assetto dei poteri disegnato dalla Costituzione». Il 6 dicembre l'italia, a Bruxelles, vota da sola contro il «mandato di cattura europeo» (che in realtà è solo una semplificazione delle procedure di estradizione per gli imputati di reati commessi all'estero, decisa da vari trattati internazionali sottoscritti da due anni anche dall'italia) e ne blocca l'approvazione. Il no riguarda soltanto cinque dei trentadue reati da assoggettare alle nuove regole: il governo Berlusconi vuole escludere la corruzione, la frode, il riciclaggio e gli altri crimini finanziari (compresi tutti quelli di cui Berlusconi deve rispondere in Italia e in Spagna). Dure proteste degli altri quattordici partner europei: soprattutto del Belgio, che ha la presidenza di turno dell'ue. Il ministro Bossi replica: «Pare che il prodotto tipico del Belgio sia la pedofilia», mentre la giustizia europea è una «Forcolandia ex comunista». Il ministro Castelli, con scarsissima competenza giuridica, spiega che il mandato di cattura europeo consentirebbe addirittura a giudici di qualunque altro paese di venire in Italia «ad arrestare i leghisti solo perché manifestano con Bossi contro l'immigrazione clandestina». Poi proclama: «Non posso svendere il popolo italiano e il popolo padano». Per Berlusconi il mandato di cattura «mette a rischio le libertà individuali». Il ministro degli Esteri, Renato Ruggiero, europeista convinto, si dissocia dai colleghi: «Così ci isoliamo». «Newsweek» scrive che Berlusconi si oppone al

20 mandato d'arresto europeo perché teme di essere arrestato dai giudici spagnoli per l'inchiesta Telecinco. L'I 1 dicembre, al vertice europeo di Laeken, il governo italiano ottiene un compromesso: recepirà l'accordo sul mandato di cattura europeo, ma solo nel 2004 e solo se - annuncia Berlusconi - «il Parlamento italiano avrà modificato la Costituzione e l'ordinamento giudiziario per renderli compatibili con quelli degli altri Paesi». Il governo punta a separare le carriere, a sottrarre le procure dalle garanzie di indipendenza dalla politica e ad abolire l'obbligatorietà dell'azione penale (articoli 107, 108, 112 della Costituzione). «Queste modifiche ce le impone l'europa», allarga le braccia il premier. Ma è vero il contrario. Nell'accordo di Laeken fra Berlusconi e il collega belga Guy Verhofstadt si legge testualmente: «Per dare esecuzione alla decisione quadro sul mandato di cattura europeo, il governo italiano dovrà avviare le procedure di diritto interno per rendere la decisione compatibile con i principi supremi dell'ordinamento costituzionale e per avvicinare il suo sistema giudiziario ed ordinamentale ai modelli europei, nel rispetto dei principi costituzionali». Dunque modificare le leggi ordinarie senza toccare la Costituzione, anzi ispirandole proprio alla Costituzione. D'altra parte è stato il governo italiano a mostrarsi diffidente sul garantismo degli altri ordinamenti europei, e non viceversa: non si comprende, dunque, perché mai l'italia dovrebbe ora avvicinarsi a quei modelli che esponenti autorevoli del governo non esitano a bollare come «Forcolandia». Il 15 dicembre, ancora al vertice di Laeken, Berlusconi mette in guardia gli esterrefatti colleghi europei da una non meglio precisata «internazionale giacobina dei magistrati» che minaccerebbe l'intera Europa. Il 21 dicembre Castelli licenzia dal Dipartimento amministrazione penitenziaria Alfonso Sabella, già Pm antimafia a Palermo: Sabella ha appena denunciato le manovre del boss Salvatore Biondino per concordare con gli altri capimafia in carcere una strategia per la trattativa con lo Stato, finalizzata alla revisione dei processi e alla cancellazione degli ergastoli. Sabella, tornato a fare il magistrato a Firenze, sarà privato della scorta, benché altamente a rischio per aver fatto arrestare, quand'era a Palermo, alcuni tra i più pericolosi boss latitanti di Cosa nostra, come Leoluca Bagarella e Giovanni Brusca. Il 31 dicembre Castelli, sollecitato con «urgenza» dai difensori di Previti e venendo meno a una prassi generalizzata, nega la proroga in Tribunale al giudice Guido Brambilla, membro del collegio giudicante del processo Sme-Ariosto (imputati Berlusconi, Previti, Squillante e altri) e dispone la sua «immediata presa di possesso» al Tribunale di sorveglianza, dov'è stato trasferito e dove dovrà insediarsi fin dal 2 gennaio La Corte d'appello rimedierà «applicando» Brambilla al Tribunale ordinario fino al termine del processo. 2002, «Resistere resistere resistere» Il 5 gennaio 2002 si dimette il ministro degli Esteri Ruggiero, per la politica anti-europeista del premier e di altri ministri. Il 12 gennaio si inaugura l'anno giudiziario in tutti i tribunali d'italia. Centinaia di magistrati di ogni sede aderiscono alla protesta indetta dall'anni contro le riforme del governo e si presentano alla cerimonia in toga nera. A Milano Borrelli si appella ai cittadini italiani: «Ai guasti di un pericoloso sgretolamento della volontà generale, al naufragio della coscienza civica nella perdita del senso del diritto, ultimo, estremo baluardo della questione morale è dovere della collettività resistere, resistere, resistere come su una irrinunciabile linea del Piave». Borrelli ricorda poi che il governo ha levato la scorta ai Pm che sostengono l'accusa contro il presidente del Consiglio. E invoca sanzioni contro chi usa le garanzie per «sabotare» i processi. Il ministro degli Affari regionali Enrico La Loggia commenta: «C'è un manipolo di pochi magistrati facinorosi che devono essere messi in condizione di non continuare a fare questo attacco alla democrazia. Forse varrà la pena anche di farne un breve elenco». Il 14 gennaio il vicepresidente del Csm Giovanni Verde (Ppi) propone di reintrodurre «l'autorizzazione parlamentare a procedere per i reati commessi da deputati e senatori, con effetto anche per i processi in corso»: il che bloccherebbe tutti i processi a carico di parlamentari, a cominciare da quelli a Berlusconi, Previti e Dell'Utri. Immediato plauso dall'onorevole avvocato Ghedini e da ampi settori della Cdl. Pecorella invece preferisce «l'amnistia» o, in alternativa, la sospensione dei processi ai parlamentari fino al termine del mandato. Il 16 gennaio «la Repubblica» svela un «accordo segreto» fra maggioranza e opposizione basato sul ripristino dell'immunità parlamentare e il blocco dei processi a Berlusconi in cambio della sostituzione del ministro Castelli con l'ex presidente della Consulta Vincenzo Caianiello. Berlusconi smentisce.

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