Collegamenti i Dicembre 2008

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1 Collegamenti i Dicembre 2008 Il senso di questi fogli di collegamenti è la consapevolezza della esistenza di una soggettività politica frammentata non rappresentata né da un certo radicalismo istituzionalista, né da formali organizzazioni comuniste o rivoluzionarie né da un movimentismo fine a se stesso. Una soggettività che guarda al concreto delle lotte presenti, con la necessità di collegarsi ad un processo più ampio di un vero antagonismo sociale anticapitalista. Un primo e necessario passo che vogliamo fare è contribuire a collegare questa forza senza cadere nel formale organizzativismo, e senza avere la pretesa di porre il solito cappello teorico-politico con furbeschi reclutamenti di militanti. Siamo in una fase in cui si tratta di comporre una ampia soggettività collegata per contribuire a portare in avanti le future lotte nella direzione anticapitalista, antistituzionale, antiparlamentare, internazionalista e classista. Aver posto dei paletti di definizione di un area politica và già oltre la logica dell intergruppo perché parte da una base comune e auspica la partecipazione di tutti i compagni alle iniziative,alle decisioni,all attività, utilizzando tutte quelle energie comuniste oggi confinate e isolate in mille situazioni locali. E un impegno difficile, ma necessario. Più che l unità organizzativa-formale dei comunisti, in questa fase è da puntare all unità d azione dei comunisti, cioè agire per unire, più che unire per agire. E nell azione, nelle lotte e nel collegamento col movimento della realtà che dobbiamo confrontarci e misurarci, solo in questo agire concreto possono essere risolte le differenze che oggi ci separano, ovviamente è in questa matrice operandi che può svilupparsi altresì un elaborazione teorica e strategica comune. Pensare di risolvere tutti i problemi teorici prima di agire è sicuramente il modo più sbagliato di operare, la realtà degli ultimi decenni ha dimostrato che tale procedere ha sempre diviso e atomizzato il movimento comunista. Sarà il procedere reale a porre i tempi e i modi di risoluzione dei problemi politici. E il dialettico procedere dal particolare al generale come dal tattico allo strategico o dal pratico al teorico e viceversa, che forse potrà risolvere i problemi del nostro agire. L attività di collegamenti è a raccogliere le volontà e le energie di chi vuol operare in questa direzione. In questa direzione và la proposta di questo foglio di collegamento: raccogliere contributi da varie realtà e soggettività per promuovere una interazione politica partendo da: -esperienze di intervento politico -esperienze di lotte locali -lavori di elaborazione teorica collettiva -elaborazione di critica ad avvenimenti sociali -coordinamento di lotte dai territori La forza del comunismo non si misura in numero di militanti (che è importante), bensì nella capacità di collegarsi al movimento reale e alle avanguardie di lotta che esso esprime. Dal messaggio di benvenuto nella Mailing List di Collegamenti Internazionalisti: Alcune realtà politiche e singoli compagni hanno avviato da qualche tempo un percorso di confronto e di collaborazione politica a partire dalle tematiche di opposizione alla guerra e dell'internazionalismo. Gli argomenti su cui fino ad ora ci si è trovati d accordo vertono su punti molto importanti, quali per esempio: la constatazione teorica dell imperialismo (contro la teoria dell impero e della globalizzazione), la necessità di lottare innanzitutto contro il proprio imperialismo, di lottare in una prospettiva internazionalista (sia contro l illusione del socialismo in un solo paese che contro l illusione di una lotta antimperialista per fronti e per tappe nazionali), di respingere ogni suggestione di riforma dell Onu che (ancora più della Società delle Nazioni) è strumento delle maggiori potenze imperialiste, la necessità dell opposizione a qualsiasi governo anche di sinistra e sulla scelta di rifiutare la battaglia per una nostra presenza nelle istituzioni rappresentative, il nostro comune posizionamento a sostegno della lotta degli immigrati e contro ogni razzismo, come parte della complessiva battaglia per l unità di classe. Argomenti trattati : Pag 2-14 Pag Pag Pag Pag LOTTE DEL LAVORO LOTTA NELLE SCUOLE LOTTE INTERNAZIONALI CONTRIBUTI DI ANALISI SULLA CRISI LOTTE TERRITORIALI IN ITALIA 1

2 Lotte del lavoro 2

3 FACCIAMO IN MODO CHE IL 12 DICEMBRE SIA UN PASSO ULTERIORE VERSO UNA VERTENZA GENERALIZZATA E CONTINUATIVA CONTRO GOVERNO E PADRONI! Questo sciopero si svolge in un clima movimentato a livello Italiano, e molto movimentato a livello internazionale, un clima segnato da una raffica di mobilitazioni e di lotte. In Francia: scioperi della scuola e sciopero generale previsto a gennaio contro il piano anti-crisi di Sarkozy; in Spagna: mobilitazioni degli studenti contro la riforma della scuola di Zapatero (22/10 e 13/10) e mobilitazione degli operai del settore automobilistico; in Germania: la pressione delle tute blu obbliga IG Metal a convocare uno sciopero agli inizi di novembre cui hanno partecipato mezzo milione di operai (aumenti salariali richiesti, in un settore di massima crisi: + 8%); in Irlanda: manifestazioni degli insegnanti, con persone in piazza, contro i tagli alla scuola, il 6/12; in Argentina: scioperi tra i metalmeccanici (General Motors a Rosario, Iveco-Fiat e altre industrie automobilistiche a Cordoba) contro esuberi e licenziamenti. Negli USA, dove la crisi si fa ogni giorno più forte, la fabbrica Republic Windows & Doors di Chicago è stata occupata dal 5 dicembre per esigere il pagamento degli arretrati. Gli operai, con lo slogan i lavoratori uniti non saranno mai sconfitti, riscoprono uno strumento di lotta l occupazione sostanzialmente dimenticato dalla classe operaia USA dopo i grandi scioperi degli anni Trenta. E, alla fine di questa breve e incompleta carrellata, in Grecia: dopo gli scioperi generali (ricordiamo quello enorme del 23 ottobre) e le manifestazioni degli ultimi anni contro la riforma delle pensioni, contro la privatizzazione della previdenza e dei servizi e contro la riforma scolastica, la temperatura dello scontro di classe si è fatta sempre più alta. È scesa in campo tutta la gioventù operaia e studentesca (la generazione dei 700 euro ), fronteggiata dalla repressione della polizia e da un'ondata di arresti. Di fronte al brutale assassinio politico del quindicenne Alexis Grigoropoulos assassinato per mano della polizia la reazione popolare è stata durissima: scontri con le forze dell ordine in tutta la Grecia, che oggi è in fiamme, e non solo simbolicamente: lo sciopero generale del 10 dicembre esige le dimissioni del Governo. Anche in Italia, come diciamo più diffusamente nell ultimo numero del nostro giornale, Classe contro Classe, sono scesi in campo molti comparti del mondo del lavoro e della società, come espressione del malcontento esistente e diffuso nei confronti della politica del Governo e dell offensiva che Confindustria intende portare avanti, oltre che di una generale e perdurante sfiducia. La crisi e l'esplosivo malcontento sociale spingono le direzioni sindacali a reagire preventivamente Bisogna essere chiari: questo quadro di mobilitazioni sociali (riportato in modo incompleto e non certo esaustivo) deve essere letto e può essere compreso, nel suo reale significato e nei suoi sviluppi futuri, solo a partire dalla crisi economica e quindi sociale che nel concreto delle fabbriche, dei posti di lavoro e dei servizi pubblici sta manifestando tutta la sua terribile esplosività. Queste mobilitazioni sono l anticipo di una escalation di lotte che i lavoratori di tutti i paesi saranno costretti ad intraprendere sotto i colpi della crisi. Solo su questa base possiamo rispondere efficacemente alla domanda: qual è da noi in Italia la situazione attuale delle mobilitazioni, quali sono le spinte reali che hanno portato a questo duplice sciopero generale del 12 dicembre? E, soprattutto, quali saranno gli scenari futuri e i compiti che abbiamo davanti? Sullo sciopero della CGIL, di cui si sono dette e scritte tante cose, è necessario ribadire che il fattore più importante per spiegare questo sciopero e l intero quadro di scioperi e mobilitazioni dei vari settori, (ed anche, per vie diverse, delle straordinarie mobilitazioni del movimento degli studenti) sta appunto nella spinta oggettiva data dalla crisi e dal malcontento sociale. Questa spinta ha indotto (e in una certa misura costretto) la burocrazia sindacale, in primis le Direzioni della CGIL, a muoversi preventivamente. Questo è il primo motivo, al di là di quelli (veri ma secondari) che spiegano tutto solo attraverso lo scontro politico tra correnti dentro il sindacalismo confederale e all interno della stessa CGIL, o attraverso la dialettica politica e i reciproci posizionamenti del movimento degli studenti, dei confederali e dei sindacati di base. La CGIL oggi si muove soprattutto perché non può permettersi di rischiare di perdere il controllo della situazione, perché deve evitare che si sviluppi un reale scontro sociale e quindi deve svolgere in maniera preventiva e anticipata il ruolo di collettore e di fattore di incanalamento della rabbia sociale. Una rabbia che comincia a fare capolino nell ondata attuale di scioperi, manifestazioni, vertenze e lotte. 3

4 Non è dunque una coincidenza che tutta la situazione internazionale, a diversi livelli, veda coinvolte nelle lotte anche (e talora soprattutto) le principali confederazioni sindacali dei vari paesi: questi sindacati sono tanto concertativi quanto la CGIL e soci di casa nostra. Negli scorsi anni, per esempio, sono state corresponsabili delle controriforme anti-operaie e anti-popolari varate sia dai Governi di centro-sinistra (con l appoggio in Francia e in Italia, ad esempio, dei cosiddetti comunisti) sia da quelli di centro-destra, o hanno sempre fatto di tutto, costantemente, per imbrigliare, controllare e depotenziare le lotte. Unificare le vertenze e le mobilitazioni dal basso, l unico modo per non fare il gioco di Epifani Qual è quindi la strategia migliore per non fare il gioco della CGIL, che è stata corresponsabile delle controriforme in Italia negli ultimi anni, e che solo un anno fa ha appoggiato la micidiale controriforma del protocollo Damiano attuata dal governo Prodi-D Alema-Ferrero? Non pensiamo che passi attraverso la partecipazione acritica alla mobilitazione della CGIL, o magari appoggiando qualche presunta ala sinistra del sindacato come la direzione della FIOM o della Rete 28 aprile. Non passa nemmeno attraverso la scelta, fatta da RdB, di non chiamare alla mobilitazione perché la CGIL quel giorno scende in piazza; e neanche attraverso l appello a manifestare in una piazza alternativa come il 12 farà la maggior parte delle organizzazioni del sindacalismo di base. Pensiamo che passi per la capacità di porre concretamente, a settori di lavoratori più vasti di quelli normalmente toccati dal sindacalismo di base, il problema dei contenuti, delle piattaforme. E pensiamo che per fare questo sia necessario porre anche un problema di metodo, di costruzione delle vertenze, delle mobilitazioni e degli scioperi. È necessario unificare tutte queste vertenze e queste mobilitazioni, unificarle dal basso, e per farlo bisogna intervenire all'interno di queste lotte, per come si presentano nella realtà e non solo se rispondono ai nostri desideri, non solo se sono dirette dal sindacalismo di base. Il problema concreto da porsi è allora: come rimettere in discussione l egemonia ideologica e reale della direzione della CGIL su questi settori? Per farlo è necessario dare battaglia politica, ovunque sia possibile. È necessario lavorare per fare emergere le contraddizioni tra le spinte dei lavoratori e la direzione verso cui le porta la CGIL, fare emergere queste contraddizioni sui luoghi di lavoro, nelle scuole e nelle università, e nelle piazze, senza fuggire ma imponendo il confronto e lo scontro. Siamo noi ad avere interesse a fare chiarezza, e non la direzione della CGIL. Siamo noi che abbiamo interesse a che i lavoratori si confrontino e si scontrino sulle varie posizioni e le varie opzioni politiche. Per andare in quella direzione, sarebbe compito del sindacalismo di base e di tutte le organizzazioni che si collocano su un terreno classista e combattivo, a cominciare dalla sinistra antagonista, creare le condizioni per l unificazione dal basso della mobilitazione e costruire una grande assemblea nazionale operaia e studentesca, basata su delegati eletti democraticamente e revocabili, capace di porre le basi di una direzione alternativa che sia in grado di contendere alla burocrazia sindacale la sua egemonia, per portare avanti lo scontro sociale e far sì che la crisi la paghino padroni e governi. Contro il divisionismo, per l unificazione dal basso di tutte le mobilitazioni e di tutte le vertenze in atto! Per un programma d emergenza operaia per rispondere alla crisi, da discutere e adottare in assemblee di base trasversali! Per un assemblea nazionale operaia e studentesca per discutere delle misure di forza da prendere per portare avanti lo scontro sociale e far sì che la crisi la paghino padroni e governi! La Grecia non è che l inizio della rivolta: Alexis Grigoropoulos è vivo e lotta insieme a noi. È un errore gravissimo ignorare il malcontento espresso da ampi settori di lavoratori solo perché mobilitati sotto le bandiere della CGIL. Lo diciamo chiaramente, pur essendo compagni che nel concreto militano tutti dentro le fila del sindacalismo di base. Manifestare, come fa il sindacalismo di base, in due piazze separate di per sé non incrina minimamente l egemonia della CGIL, anzi le lascia non solo in piazza ma sui posti di lavoro uno spazio politico non conteso. Si lascerebbe fare ad Epifani, indisturbato, quello che ha fatto Cofferati tra il 2001 e il 2004, ossia cavalcare l ondata di mobilitazioni per meglio canalizzarle e per meglio preparare il terreno all Unione e successivamente al governo Prodi-D Alema-Ferrero. Collettivo Comunista di via Efeso Roma (aderente a Collegamenti Internazionalisti) fip, via Efeso, 2a, Roma

5 12 DICEMBRE 2008: SCIOPERO GENERALE Che la paura cambi campo Pestaggi polizieschi, carneficine camorriste, pogrom popolari, padroni schiavisti che uccidono i loro operai, bottegai razzisti che linciano i neri...che sta succedendo? Succede che le leggi speciali dello stato mostrano il loro vero volto: siamo di fronte ad una vera e propria strategia del terrore contro la parte più ricattabile della popolazione: gli e le immigrati/e! Succede che di fronte ad esecutori (apparentemente) così diversi fra loro è giunta l'ora di guardare in faccia i veri mandanti: i padroni! Quelli che finanziano campagne mediatiche che istigano l'odio razziale, e sostengono leggi speciali del loro stato per mettere in pratica una vera e propria strategia del terrore. Di fronte ad una crisi economica che non accenna a fare passi indietro e comincia a produrre già nuove ondate di licenziamenti, l'obiettivo dell'offensiva razzista e di stato è molto chiaro: dividere, schiavizzare per poter sfruttare ancor di più tutti i proletari e le proletarie. Ma non possiamo limitarci a fare un lungo elenco delle "disgrazie" che colpiscono settori sempre più ampi delle classi subalterne. Qualcosa finalmente sembra muoversi. Dagli scioperi selvaggi all'alitalia, alle manifestazioni degli amici di Abba e alle rivolte delle comunità immigrate di Castelvolturno, così come degli immigrati prigionieri nei centri di detenzione, dai blocchi e dalle numerose manifestazioni degli studenti, ai picchetti selvaggi degli operai delle cooperative (dalla Bennet di Origgio (VA), alla S.Carlo di S.Giuliano). Scioperi, manifestazioni, rivolte che non rispettano più le regole del gioco democratico, non accettano "cappelli politici" sulla testa, affrontano apertamente la repressione, impediscono le solite vecchie logiche di recupero che tanti apparati politici e sindacali di "sinistra" hanno praticato per decenni. Selvaggi! Perché carichi di una rabbia accumulata nel tempo a furia di ingoiare rospi aspettando tempi migliori che, da soli, non arriveranno mai. Selvaggi esattamente come il capitalismo che li produce. Rivolte, manifestazioni, scioperi dei lavoratori del tessile in Egitto, dei minatori in Tunisia, degli uomini e alle donne sans-papiers a Los Angeles, dei lavoratori e alle lavoratrici sans-papiers delle grandi industrie francesi. E siamo solo all'inizio. A nulla servirà ai borghesi e ai loro servi politici e intellettuali cercare di salvare il buon nome dell'italia democratica e civile, invocando nuove e più dure misure repressive, non solo verso gli immigrati e le immigrate ma contro tutti coloro che non accettano le regole del loro sporco gioco al massacro. In verità sono terrorizzati dalla possibilità che le lotte, oltre a rompere gli argini, si uniscano dal basso. A nulla servirà alla destra seminare la paura del diverso fra gli indigeni, organizzare la militarizzazione dei territori e delle relazioni sociali per allontanare lo spettro delle banlieues francesi o della Grecia che brucia: la realtà di tutti i giorni ci spinge verso condizioni sempre più uguali e livellate dalla miseria. E ci impone di rafforzare la lotta A nulla servirà alla "sinistra" cercare di rifarsi la faccia versando lacrime di coccodrillo per cercare di cancellare dagli annali il periodo in cui era al governo, quando preparava le privatizzazioni e apriva la strada agli attacchi di Marcegaglia e Berlusconi, quando apriva i CPT e votava pacchetti sicurezza xenofobi e razzisti. A loro tutti diciamo: E' troppo tardi per fare marcia indietro: il tempo è scaduto! Gli ultimi alzano la testa e avvicinano l'ora del riscatto di tutti gli altri Noi siamo già al loro fianco. Senza condizioni Cancelliamo leggi razziali e pacchetti sicurezza. Chiudiamo i CPT. Autorganizzazione e autodifesa contro ogni discriminazione e repressione. Unità dal basso contro i piani di miseria di padroni e governo. Comitato antirazzista milanese

6 Work Speciale sciopero generale 12 dicembre 2008 O una magnifica crisi, ma a condizione di una risposta di classe dei lavoratori La fase attuale del modo di produzione capitalistico è caratterizzato da una grave crisi economica a livello mondiale. Lo sviluppo economico,dagli inizi dal 1970 ad oggi, ha conosciuto tassi di crescita più bassi rispetto alla fase precedente e recessioni generalizzate che hanno elevato il disordine economico del sistema mondiale. Lo sviluppo del sistema del credito, l intervento estensivo dello Stato nell economia, la gestione in funzione anticiclica della massa monetaria e dei tassi di interesse hanno concorso a mitigare l impeto delle recessioni, impedendo che esse imboccassero la strada di una spirale deflattiva di portata devastante. L immissione di questa massa monetaria che ha facilitato lo sviluppo della nuova economia, l informatica, la telefonia cellulare, internet, ecc., creando crisi di sovrapproduzione in questi settori, ha, anche, favorito le attività di speculazione che si sono gonfiate in modo abnorme rispetto al capitale impiegato nella produzione. La finanza internazionale ha preso a scommettere con crescente, incontenibile euforia sul proprio futuro, scambiando sui mercati non masse di profitto reali, ma montagne di titoli giuridici di proprietà sul lavoro, sul plusvalore, con aspettative di profitti futuri, aumentando i rischi di un tracollo generale dell economia. L espansione drogata di tutta l economia ha permesso di superare le crisi che si sono determinate in questi ultimi 25 anni, ma ha creato le condizioni perché si presentasse oggi una crisi più profonda e di difficile soluzione per il sistema borghese. Una crisi, quella attuale, che tenderà ad aggravare tutti i capisaldi su cui si regge l impalcatura capitalistica, e non basterà pulirsi dai pescecani della borsa creandone degli altri più grossi e più voraci, perché la base della crisi è nella produzione, perché la crisi finanziaria è l effetto e non la causa della depressione attuale, anche se a sua volta, l effetto avrà riflessi sulla causa che è data dalla sovrapproduzione di capitali e di merci. Ogni giorno assistiamo ad una farsa, dove i vari governanti di turno affermano che gli interventi fatti e che faranno placheranno il toro infuriato della crisi, ma nei giorni successivi sono costretti a dire il contrario rimangiandosi le parole. E comunque certo, che le assicurazioni di Berlusconi sul fatto che il sistema italiano è solido e che nulla hanno da temere le masse per il prossimo futuro, non serve solo ad attenuare la risposta dei lavoratori, ma soprattutto a ristabilire la fiducia tra le stesse banche le quali non si prestano più denaro perché diffidano dei titoli che girano sul mercato ( perché non sanno di che cosa sono composti ). Di fronte a questa situazione, dove il mercato è pieno di soldi, sono gli Stati ad intervenire immettendo,paradossalmente, liquidità nel sistema finanziario affinchè le banche si prestino il denaro non a tassi proibitivi. In Europa, i vari governi nazionali hanno una diversa opinione sul come intervenire nella crisi che si è aperta, tantè che non sono riusciti a costituire un Fondo Comune di intervento, quello su cui, però, sono d accordo, come sempre, è sulla necessità di aumentare la produttività del lavoro, prolungando la giornata lavorativa, intensificando i ritmi di lavoro e riducendo i salari, aumentando lo sfruttamento, ritardando i pensionamenti e abbassando le pensioni. Ma ciò non basterà! Lo Stato, le classi borghesi al potere possono difendere la condizione di concorrenzialità sul mercato, non solo attaccando il lavoro salariato, ma, in una certa misura, anche le frazioni piccolo e medio borghesi. 6

7 Sanno i capitalisti che piccolo e bello della struttura economica nazionale, non può garantire in una fase di sviluppo capitalistico mondializzato, un aumento della produttività adeguata a sostenere profitti e rendite del passato. Nella crisi, la contraddizione approfondisce non solo il contrasto tra borghesia e proletariato, ma accentua la lotta all interno e tra le varie frazioni borghesi. La situazione non lascia molti spazi di mediazione, ed è quella di un accentuazione di una lotta senza quartiere all interno dei Paesi imperialisti e tra i Paesi imperialisti per decidere quali porzioni del capitale devono pagare e sparire dal mercato. In Italia, la non soluzione di alcuni problemi strutturali accentuerà gli effetti della crisi attuale e mentre il sistema politico, che negli anni passati era centrato sulla D.C., grazie ad un blocco sociale ampio che andava da Agnelli al piccolo artigiano, dall impiegato pubblico, all aristocrazia operaia, in questi anni non è riuscito a darsi un blocco coeso ed esteso dal punto di vista sociale intorno ad un partito come era la DC, perché le crisi non hanno concesso margini per poterlo fare. Il quasi plebiscito delle frazioni borghesi intorno alla nuova esperienza governativa di Berlusconi può assomigliare al canto del cigno, è, se possiamo fare un paragone,come il grido di vittoria lanciato dall imperialismo occidentale, all indomani della disgregazione dell U.R.R.S., faro dello sviluppo del socialismo reale ( capitalismo di Stato ) nel mondo. Come il capitale drogato, manifestava la sua presunta forza con lo sviluppo a dismisura del capitale fittizio, così il sistema capitalistico italiano, ha creato l illusione, attraverso la politica decisionista del Cavaliere, che era possibile arricchirsi all infinito, senza curarsi del fatto che parti rilevanti della struttura portante dell economia sparivano dal mercato, abbassando la concorrenzialità con gli altri paesi capitalisti. La crisi attuale tenderà sempre di più a mettere a nudo queste difficoltà dell imperialismo italiano e, come storicamente già avvenuto, non sono da escludere tentazioni, da parte della borghesia, di andare verso un sistema politico bonapartista mantenendo in equilibrio un blocco sociale reazionario attraverso un deciso, forte attacco alle condizioni dei lavoratori in nome della salvezza nazionale. Il Governo Prodi ha creato le condizioni migliori perché avvenga questo profondo attacco alle condizioni dei lavoratori. Di fronte a questi possibili scenari i lavoratori si trovano in una situazione di estrema debolezza e questa è misurata anche dalle difficoltà che mostrano tutti gli organismi di opposizione, politici, sindacali, sociali. I lavoratori colpiti dalla crisi, ancora in molti casi, si illudono di poter resistere delegando al PD e alla C.G.I.L. la direzione di questo scontro confronto con la destra politica e sociale. Allo sciopero del 12 dicembre parteciperanno milioni di lavoratori per difendere le proprie condizioni di vita, ma essi lo potranno fare solo se impareranno, nelle lotte, ad essere protagonisti ( rompendo con le direzioni opportuniste dei sindacati confederali integrati nello Stato borghese e i partiti politici di sinistra del capitale) per la rinascita di un partito ed un sindacato di classe, alternativi al riformismo della sinistra borghese. In massa, salvo rari casi, i lavoratori si affidano, ancora, alla C.G.I.L., perché pensano sia possibile affrontare la bufera attuale e futura con le armi del riformismo, con l illusione che sia possibile ritornare al bel tempo andato della fase dello sviluppo capitalistico del dopoguerra. Questa fase, dove i capitalisti hanno fatto favolosi profitti, ma anche dei settori operai hanno avuto in cambio la catena d oro intorno al collo ( piccole somme depositate in Bot bancari, case in proprietà, ecc. ), è ormai tramontata, la crisi evidenzia che vi sono pochi margini perché delle fasce di lavoratori migliorino le loro condizioni di vita. L attuale sistema che strabocca di capitali e di merci, costringe alla miseria, sempre di più, i lavoratori delle metropoli imperialiste,e fa morire per fame intere popolazioni dei Paesi arretrati del mondo capitalistico. Il capitalismo, però, nel suo sviluppo ha degli alti e bassi e quando quest ultimi si manifestano rovinosamente le borghesie preparano soluzioni che vanno sempre in maniera più accentuata verso le guerre (lo scontro interimperialista anche sul piano militare diventa inevitabile). Gli scioperi, come quello del 12, possono servire solo alla condizione in cui si opera per rendere palese ai lavoratori il fatto che la C.G.I.L. li mette in movimento per utilizzare la loro lotta per legittimarsi di fronte al governo di Berlusconi come parte essenziale nella difesa dell economia nazionale. Ancora una volta, però, i promotori dello sciopero, alternativo del sindacalismo di base, arrivano impreparati e divisi allo scontro e questo non solo perché la coscienza dei proletari è al di sotto delle necessità attuali, ma anche perché i dirigenti del sindacalismo di base sono al di sotto delle necessità attuali. C è una inadeguatezza dell opposizione politica e diventa sempre più necessario al proletariato darsi un organizzazione di classe all altezza della situazione. La nuova ondata di licenziamenti che la crisi 7

8 determinerà, possono essere contrastati solo se le lotte saranno dirette contro il capitalismo e il suo sistema di sfruttamento. Il sindacalismo di base, le varie opposizioni politiche e sociali, balbettano politiche che risentono ancora di una non totale alternativa al riformismo tradizionale. L unità ricercata è il più delle volte fittizia, basata sugli accordi artificiali dei dirigenti e non quella che può avvenire a livello di base tra i lavoratori più coscienti. L unità di azione, per mobilitazioni su obbiettivi concreti va ricercata non solo sul terreno delle rivendicazioni economiche, ma sul terreno politico di opposizione reale alle politiche borghesi. Il nemico è in casa nostra, la nostra borghesia che al pari delle altre borghesie imperialiste mantiene e perpetua questo modo di produzione che si alimenta attraverso lo sfruttamento, la morte di e per il lavoro e la morte per fame di milioni di popolazioni povere del pianeta. Non si esce dalla crisi rivendicando l unità di interessi tra proletari e padroni seri, ma rivendicando un percorso di alternativa a questo sistema in modo indipendente e classista. Gli operai non hanno nulla in comune con i loro sfruttatori e hanno tutto da guadagnare dalla crisi del sistema in senso rivoluzionario. E una magnifica crisi, che mostra il fallimento di un sistema basato sullo sfruttamento dei lavoratori a favore di una minoranza che detiene il potere e pone sempre più la necessità di schierarsi come classe in un partito dei lavoratori, per una società dove non vi sia più lo sfruttamento dell uomo sull uomo. t LOTTA ALLA BENNET DI ORIGGIO Il punto: a Milano e Provincia le cooperative che si occupano di logistica sono circa 3500 e occupano 70/80 mila lavoratori, in molte di esse si attua il lavoro nero, che è tollerato anche dalle aziende committenti (vedi Ortomercato di Milano che è gestito dalla Sogemi, azienda del Comune). Molte di queste cooperative aprono con dei presta nomi, che alle volte sono la lunga mano della criminalità organizzata, che chiudono facilmente le cooperative, fregando i lavoratori ed il fisco. Lo scenario sembra quello di un capitalismo ottocentesco, mentre nei fatti è parte dell odierno capitalismo, dove è possibile avere manodopera straniera a basso prezzo, gestita da una moderna forma di caporalato, sfruttata, senza godere dei minimi diritti e dove i lavoratori, quando si infortunano o muoiono, possono sparire come fantasmi. E un sistema dove i servizi ispettivi sono quasi inesistenti, sindacati confederali e ispettorato del lavoro sono conniventi con i consorzi. E una vetrina del sistema capitalistico nell età moderna, dove l intermediazione illecita si svolge alla luce del sole, la configurazione dei rapporti di lavoro sono fraudolenti, insomma: una deregulation delle aziende committenti regolate dalla filiera cooperativistica che va dal presidente al caporalato e per ultimo la forza lavoro immigrata. Dopo 5 scioperi (con partecipazione dei lavoratori agli scioperi generali del 17 novembre e 12 dicembre), con picchetti alle entrate del magazzino Bennet di Origgio, i lavoratori delle cooperative (95% immigrati che lavorano in condizioni pessime) riescono a piegare i loro padroni. Dopo cinque mesi di lotta i lavoratori, quasi tutti iscritti allo Slai Cobas, hanno firmato un accordo (valido per tutte le quattro cooperative presenti nel sito di Origgio) che prevede: 1) il rientro in azienda di Dikson, operaio licenziato, dopo una provocazione dei capetti della coop. Leonardo, perché delegato tra i più attivi del nostro sindacato; 2) trasferimento in altri siti di due capetti che in azienda intimidivano ed insultavano con frasi razziste i lavoratori; 3) costituzione di una commissione, dove sono presenti insieme ai responsabili aziendali quattro lavoratori, che ha il compito di ripartire le ore tra i 160 lavoratori presenti nel magazzino Bennet e l organizzazione delle presenze nei turni; 4) l attribuzione dell ultima trance della quota una tantum di 600 euro sulla prossima busta paga (andando contro l accordo nazionale, siglato il 10 dicembre 2008 a Roma tra le associazioni padronali e sindacati confederali, che, Una magnifica lotta oltre alla concessione di ulteriore flessibilità sull orario di lavoro, introduzione dell apprendistato di durata di 36 mesi con una retribuzione pari al 90%, proroga al 31 dicembre del 2009 l erogazione della quota una tantum); 5) 30 euro mensili di aumento per tutti ( tra i lavoratori delle diverse cooperative e con diverse mansioni) sul premio di produttività subito e altri 30 euro di aumento a partire dal primo giorno di luglio 2009; 6) costituzione di una sala medica per il primo pronto soccorso; 7) il riconoscimento della rappresentanza sindacale dei delegati Slai Cobas. E un accordo che anche nella parte economica, va contro ciò che le associazioni padronali e Filt/CGIL, Fit/CISL e UIL trasporti hanno siglato a Roma il 10 dicembre, che va oltre i confini di Origgio, che: 1)crea la premessa per superare la guerra tra poveri che talvolta si sviluppa in queste aziende; 2) estende la lotta ad altri luoghi di lavoro; 3) politicamente ha unito (su un percorso condiviso che ha elevando la combattività complessiva) militanti di diversa appartenenza associativa che sono accorsi a sostegno della lotta. Una battaglia vinta al termine di una settimana di blocco del cottimo, uno sciopero che ha coinvolto i 8

9 due turni di lavoro, che ha bloccato i tir e i camion in entrata, intasando le arterie principali intorno alla zona industriale che portano a Milano, Lainate, Varese, e che ha coinvolto, in diverse fasi, dai 70 a 120 militanti esterni che hanno partecipato al picchetto del magazzino Bennet di Origgio. Pioggia, neve e freddo non hanno fermato la solidarietà di quanti hanno sentito come propria questa lotta, che non è stata ristretta nei confini del magazzino di Origgio (Varese), ma ha coinvolto lavoratori di altre cooperative (di Olgiate, Pieve Emanuele, Lodi, Cremona, Corte Olona, Ortomercato di Milano), numerose realtà politiche e sociali (studenti dell Università Statale e Bocconi di Milano, militanti di Rovigo e Torino, quest ultimi, il 19 dicembre hanno manifestato di fronte alla Bennet di Via Orvieto, il Centro Sociale Vittoria, il Comitato antirazzista milanese, il comitato per la difesa della salute nei luoghi di lavoro e dei territori di S. San Giovanni, il Centro Sociale Cox, la panetteria di Lambrate, il centro la forgia di Cremona, la fucina di Sesto San Giovanni, il Coordinamento dei proletari e lavoratori comunisti e militanti dei vari gruppi politici). stata una magnifica lotta, portata avanti in modo autorganizzato dal basso, rispondendo a provocazioni di ogni genere (nel magazzino, durante gli scioperi) e anche scontri fisici, che non solo ha unificato i lavoratori srilankesi, maghrebini, albanesi, equadoregni, e i pochi italiani presenti, ma ha creato le premesse per allargare il conflitto alle altre cooperative lombarde( dove sono presenti mila stranieri e dove negano i minimi diritti dando paghe da fame). ell assemblea tenuta, dopo la firma dell accordo, nello spazio antistante la portineria principale, è uscita la proposta di una assemblea pubblica da fare verso la metà di gennaio a Milano (domenica 18? per decidere faremo un incontro il 2 gennaio ore nelle sede dello Slai Cobas con tutti quelli che sono interessati) su crisi, attacco padronale, risposta dei lavoratori insieme agli studenti e soggetti politici e sociali antagonisti, per costruire un opposizione organizzata ed intransigente ai padroni e Governo. Per concludere, ringraziamo tutti coloro che hanno partecipato ai picchetti e sostenuto la lotta anche al di fuori di Origgio, in particolar modo siamo orgogliosi per l apporto dato da tutti i militanti Slai che hanno, non solo, fatto enormi sforzi per fornire un adeguato sostegno logistico ed organizzativo (legna da ardere, bevande, chili di roba da mangiare, fornelli a gas, impianto fonico, ecc.), ma, nel periodo della lotta, mantenuto il presidio nei posti di lavoro dove sono, partecipato alla manifestazione operaia e studentesca di Termoli, alle manifestazioni in occasione degli scioperi generali del 17novembre, 12 dicembre e alle varie iniziative, riunioni in preparazione del Congresso che terremo agli inizi di marzo Per l Esecutivo Slai Cobas Aldo Milani 21/12/2008: Torino. Presidio solidale con i lavoratori di Origgio (VA) 19 dicembre. Al Bennet di via Orvieto si sono dati appuntamento un bel gruppo di antirazzisti per un presidio solidale con i lavoratori della cooperativa che ha in appalto la logistica al magazzino Bennet di Origgio (Va). Sono in lotta da mesi per il salario, la sicurezza, la riduzione dell orario e dei ritmi, il reintegro dei licenziati. Questa notte stanno facendo il quinto sciopero in pochi mesi. I lavoratori di Origgio sono in buona parte immigrati, soggetti al continuo ricatto del lavoro, la cui perdita è per loro l anticamera dell espulsione. Importante quindi la solidarietà attiva di altri lavoratori e degli antirazzisti, solidarietà che non mai mancata a Origgio e a Milano e che oggi si è estesa anche a Torino. Aperto uno striscione con la scritta Bennet sfrutta i lavoratori gli antirazzisti hanno distribuito volantini e parlato con chi entrava per fare la spesa. Molti hanno dimostrato solidarietà: una donna che aveva lavorato per Bennet ha ricordato un operaio morto schiacciato da un carrello. I responsabili del Bennet hanno provato senza successo ad intralciare l informazione: dopo un po è arrivata la digos che ha identificato gli antirazzisti più giovani. Mentre era in corso il presidio una donna e sua figlia sono state pescate con della merce non pagata nella borsa della spesa e consegnate ai carabinieri. Gli antirazzisti sono allora entrati nel centro commerciale per denunciare quanto stava accedendo: due persone portate in caserma per una mezza borsata di roba da mangiare. Un segno, anche questo, dei tempi grami che corrono. In serata da Origgio è arrivata la notizia che l azienda aveva annunciato il reintegro di Jackson, un lavoratore dello Sri Lanka licenziato qualche tempo fa per il suo ruolo attivo. Una foto dello striscione a quest indirizzo: presidio è stato organizzato nell'ambito dell'assemblea Antirazzista di Torino Di seguito il testo del volantino distribuito al Bennet di via Orvieto a Torino.

10 Origgio: sciopero ai magazzini Bennet Una storia di lotta, repressione, solidarietà Origgio. Siamo in provincia di Varese, dove si mastica pane e razzismo. Da mesi i lavoratori in gran parte immigrati - della Cooperativa Leonardo, sono in lotta per il salario, la sicurezza, l orario di lavoro, contro i licenziamenti e la repressione. Quelli della Leonardo lavorano al magazzino Bennet, uno dei tanti luoghi dove lo sfruttamento bestiale e il ricatto del lavoro sono la norma. Difficile lottare per chi, come gli immigrati, rischia l espulsione se perde il posto. Ad Origgio, anche grazie al sostegno attivo di altri lavoratori, hanno alzato la testa. Facciamo un passo indietro I lavoratori e lavoratrici delle cooperative di servizi sono nelle mani dei caporali, che impongono le più bestiali condizioni di lavoro: mansioni, orari, turni, senza alcun rispetto per la sicurezza. Chi protesta, viene punito con multe, sospensioni e anche con il licenziamento. Al deposito dei supermercati Bennet di Origgio il lavoro è appaltato a due cooperative (Leonardo e Java): CGIL e UIL hanno sottoscritto un accordo in deroga al contratto nazionale che ha fatto risparmiare alla coop circa euro per ogni socio-lavoratore fino al Non solo, per il biennio , pur avendo sottoscritto un accordo aziendale, che fissava un una tantum di euro in attesa del contratto nazionale, le cooperative non hanno dato nulla. Le cooperative assicurano lavoratori a basso costo (anche a 3/4 euro l'ora) e flessibili: se non c'è lavoro stanno a casa, senza salario. Quando il lavoro c'è, l'orario non finisce più, anche 12/13 ore, ma il salario cresce poco e la maggior parte si ottiene con il cottimo. Due lavoratori del deposito Bennet sono stati licenziati per aver partecipato a scioperi e picchetti. Il 4 luglio per l intera nottata l ingresso dei camion venne impedito, obbligando il responsabile della Cooperativa a a fare qualche promessa, puntualmente non mantenuta. Nella notte tra il 25 e il 26 luglio c è stato un secondo sciopero, più partecipato e duro del primo. Oltre agli antirazzisti hanno dato sostegno attivo per l intera nottata lavoratori di altre aziende. I dirigenti della Leonardo hanno reagito licenziando un giovane operaio dello Sri Lanka. Puntavano sulla paura ma hanno fatto male i loro conti. Nella notte tra il 16 e il 17 ottobre c è stato il terzo sciopero. Quasi tutti i lavoratori del turno, vinta la paura di rappresaglie, hanno scioperato ed impedito ai pochi crumiri, protetti dai carabinieri, di entrare nel deposito. Anche in questo caso determinante è stata la solidarietà di tanti lavoratori e lavoratrici che hanno partecipato al picchetto. L 11 dicembre nuovo sciopero con picchetto cui hanno partecipato tutti i lavoratori del turno di notte e 130 solidali. È seguito uno sciopero del cottimo che sta mettendo in seria difficoltà la coop che credeva poter obbligare a ritmi massacranti chi non aveva altro modo per rimpolpare una paga da fame. I padroni hanno reagito assumendo crumiri e rifiutando di pagare la tredicesima. Un nuovo sciopero partirà stanotte. I lavoratori vogliono gli arretrati, il ritiro dei licenziamenti, riduzione dei ritmi e degli orari. La lotta dei lavoratori di Origgio per il salario, la sicurezza e contro il ricatto del lavoro è la lotta dei tanti, italiani e stranieri, che fanno fatica ad arrivare alla fine del mese, strangolati dalla precarietà, macinati dalla insicurezza del lavoro, senza prospettiva per il futuro. La solidarietà è un arma. Boicottiamo chi lucra sulla miseria. A cura dell Assemblea Antirazzista di Torino 10

11 Uniti si vince : Origgio in ogni luogo di lavoro La lotta paga, come dice il famoso adagio. E ha pagato ancora di più se si considera che a Origgio (Varese) si è consumata positivamente una battaglia che ha in sé caratteristiche che ne fanno un esempio di lotta globalizzata. Una lotta contro il lavoro e un tipo di struttura del lavoro particolare, che possiamo chiamare, senza ombra di dubbio, criminale, cioè quella delle cooperative, dove i diritti dei lavoratori spesso sono pure utopie. Poiché i lavoratori delle cooperative non sono formalmente dei dipendenti, ma soci lavoratori, non rispondono ai contratti collettivi di lavoro e sono alla mercé di chiunque: se alzano la testa, nella migliore delle ipotesi, vengono cacciati a calci. Spesso queste sedicenti organizzazioni del lavoro sono gestite da ex sindacalisti o comunque supportate dai sindacati confederali. La lotta alla Bennet di Origgio è stata anche una lotta antirazzista, dove decine di lavoratori cingalesi, albanesi, filippini, africani, marocchini, italiani della cooperativa Leonardo e Giava (appartenenti al consorzio CAL) si sono uniti per combattere contro lo sfruttamento del lavoro, contro il potere dei caporali, contro la ghettizzazione categoriale, affermando una forte capacità auto-organizzativa e di vedere oltre i paraocchi della politica sindacale e politicante. Dopo il primo sciopero a fine giugno, che ha dato inizio alla partita, si sono moltiplicate le iniziative di sciopero e blocco dei cancelli. A luglio Dikson, iscritto allo Slai Cobas, viene fatto oggetto di una provocazione: un capo si finge aggredito e l operaio viene licenziato pensando così di terrorizzare gli operai. Ma la paura non abita nei cuori dei lavoratori della Bennet: le iniziative di lotta si sono intensificate, fino ad arrivare a proclamare lo sciopero del cottimo, in un crescendo che ha portato all atto finale di venerdì notte e sabato mattina. E sabato si è piegato il padrone, anzi i padroni, perché la lotta era sì contro la Leonardo e la Giava, ma anche contro la Bennett, che beneficia del lavoro super sfruttato delle cooperative. Il blocco dei cancelli iniziato venerdì 19 dicembre alle 21.00, era segnato dall arrivo di un fax dell azienda Bennett e della Leonardo che si impegnavano alla riassunzione di Dikson, l operaio licenziato per rappresaglia. Tentativo tanto ingenuo quanto inutile di dividere i lavoratori, sperando così di fermare le lotte e chiudere per le feste natalizie. La risposta dei lavoratori è stata compatta e senza defezioni: blocco a oltranza per arrivare a trattare su una piattaforma vera, a 360 gradi. Alle 5/6 del mattino il picchetto dei lavoratori si è ingrossato a dismisura: sono arrivati lavoratori di altre fabbriche, studenti delle Università Statale e della Bicocca, lavoratori immigrati che avevano sentito parlare di questa LOTTA. Tutti i cancelli della Bennet sono stati presidiati: la fila dei TIR e camion che non potevano entrare si è ingrossata talmente tanto che si stavano intasando anche le arterie principali che vanno verso Milano. Ai camionisti la situazione è stata spiegata dai lavoratori individuando i veri responsabili, i padroni e sono stati invitati a venire a ristorarsi davanti ai cancelli. Pochi ci avrebbero scommesso, ma anche i camionisti hanno mantenuto un atteggiamento solidale e, anzi, si sono anche incazzati con la direzione che non voleva firmargli l ordine di arrivo delle merci. Polizia e carabinieri non sapevano più che pesci prendere: dopo aver cercato per tutta la notte di provare a rompere l unità dei lavoratori, ma non trovando il terreno disponibile ad uno scontro con i lavoratori, hanno praticamente sollevato il culo dei responsabili della Bennet e la Leonardo e li hanno portati prima al comando dei carabinieri e poi in fabbrica, dove è cominciata la trattativa con i lavoratori. Dikson, tra gli applausi, era tra i lavoratori al tavolo delle trattative. Intorno alle 12 i lavoratori e un compagno dello Slai Cobas sono scesi con la bozza di accordo che prevedeva la riassunzione di Dikson, la cacciata di due capi reparto responsabili di aver contribuito a creare un clima intimidatorio e razzista, circa 500 euro di una tantum (fino ad oggi bloccata da accordi firmati dai Confederali), diritto alla mensa, messa a norma dell'infermeria, riconoscimento dei diritti sindacali dei lavoratori e dei loro delegati eletti. L'unica nota parzialmente stonata è stata il misero aumento salariale ottenuto (40 centesimi all'ora): forse è mancato un pizzico di coraggio in più necessario a concretizzare maggiormente la trasformazione dei rapporti di forza che si è data sotto gli occhi di tutti; ma in ogni caso, anche quel piccolo aumento, ha avuto il suo significato politico: innanzitutto si tratta di un aumento extra-contrattuale (mediamente quello che CGIL-CISL-UIL ottengono in due anni a livello nazionale) e, soprattutto è stato definito sulla base di un principio di egualitarismo fra dipendenti di cooperative diverse e fra operai con mansioni differenti, cosa che fino ad oggi era stato motivo di astuta divisione tra lavoratori, operata dai padroni. Quindi non possiamo che salutare come una prima importante vittoria questo risultato. Una lotta solidale, una lotta che sembrava folle solo a pensarla e che è diventata realtà solo grazie alla lucidità visionaria di attivisti sindacali, compagni di qualche centro sociale, del Comitato antirazzista milanese, degli studenti universitari, dei compagni di altre città. Compagni e compagne hanno capito il fatto che a Origgio si giocava una partita che andava oltre i confini del luogo di lavoro e hanno deciso di stringersi intorno agli operai, mobilitarsi per estendere la lotta e sostenerla concretamente fino alla fine. Compagni e compagne di generazioni e con percorsi politici diversi, ma che sono riusciti a trovare l unità su obiettivi finalmente concreti e condivisi e hanno quindi messo in campo una forza capace di favorire e moltiplicare la combattività. 11

12 Certo sappiamo che il percorso è appena all inizio, ma adesso sappiamo anche che l organizzazione dei padroni è debole e che i lavoratori uniti e auto-organizzati ce la possono fare. Origgio smuoverà sicuramente dinamiche di lotta nuove sul fronte delle cooperative e della capacità solidale e dell auto organizzazione: sta anche a chi ci ha creduto fin dall'inizio, e per tutto il tempo necessario a vincere, dargli il valore che si merita. Sicuramente lavorando per realizzare in tempi rapidi una riunione cittadina con i lavoratori che servirà per approfondire e analizzare la situazione e dare forza ad un percorso che guarda con fiducia e determinazione ad una lotta generalizzata verso un mondo senza classi e sfruttamento. Comitato Antirazzista milanese Origgio, 24 dicembre 2008 Comunicato Centro sociale Vittoria VINCE LA LOTTA DEI LAVORATORI DI ORIGGIO! Oggi sabato 20 dicembre, dopo l ennesima notte di blocco della produzione e al termine di una settimana di sciopero del cottimo, i lavoratori delle cooperative Leonardo e Giava (appartenenti al consorzio CAL) in appalto al magazzino generale della catena di supermercati Bennet di Origgio (VA) hanno riportato una vittoria politica molto significativa. Una vittoria che rappresenta un segnale importante per tutti i lavoratori, precari e non, che travalica l aspetto puramente sindacale per assumere una valenza più complessiva di ripresa e rilancio del conflitto di classe. E stato questo il risultato evidente per tutti una volta che è stato letto l accordo che ha sancito il reintegro del compagno Dixon pretestuosamente licenziato - e il cui rientro era stato posto quale pregiudiziale per ogni trattativa -, l allontanamento di due capetti protagonisti in passato di intimidazioni anche razziste e del clima terroristico all interno dei reparti e il riconoscimento dello Slai Cobas e dei suoi rappresentanti quali interlocutori ufficiali nelle trattative. Altri elementi che qualificano in senso assolutamente positivo il risultato di questa lotta sono, da un lato, l eliminazione di ogni forma di discriminazione e privilegio nell assegnazione dei carichi di lavoro e dei turni e, dall altro, in applicazione del principio egualitaristico il riconoscimento degli aumenti salariali a tutti i lavoratori delle cooperative appaltate alla Bennet. Dal punto di vista sindacale, sempre in virtù del principio di egualitarismo che ha caratterizzato sin dall inizio questa lotta, è stato riconosciuto per tutti i lavoratori - a prescindere dalla cooperativa di appartenenza - di un primo, seppur minimo, aumento salariale. Questo seppur minimo risultato è stato accompagnato dall istituzione di un presidio medico stabile nel capannone, di una mensa aziendale, di un corso di qualificazione professionale per tutti i carrellisti operanti e la messa in sicurezza degli impianti e dei mezzi utilizzati per il lavoro. Ci interessa comunque sottolineare, a prescindere dall aspetto di mera natura sindacale, come la lotta autorganizzata dei lavoratori abbia finalmente aperto una breccia sul fronte del conflitto contro le cooperative di produzione e servizi, centrali dello sfruttamento di classe, che rappresentano oggi uno degli elementi paradigmatici di quella organizzazione capitalistica del lavoro contro la quale quotidianamente lottiamo in termini conflittuali e antagonisti. Invitiamo tutte le realtà politiche e sindacali, i lavoratori e le lavoratrici, precari/e e non, gli studenti a un momento di confronto assembleare per gennaio finalizzato alla generalizzazione del conflitto sul territorio metropolitano. Contro lo sfruttamento capitalista! Contro la precarietà! La lotta paga! I compagni e le compagne del Centro Sociale Autogestito Vittoria ViaFriuli ang.viamuratori Tel.02/

13 Dalla manifestazione alla Thyssen : COME FACCIAMO A MORIRE IN FABBRICA SE CI AMMAZZATE PRIMA? questo si leggeva su uno striscione a Torino durante una protesta studentesca per la morte di Vito Scafidi al Liceo Darwin di Rivoli. Il riferimento alla tragedia della Tyssen è chiaro, mentre cresce il disgusto per come il nostro Presidente del Consiglio ha liquidato il problema della sicurezza degli edifici scolastici con faciloneria, addossando alla tragica fatalità ciò che invece è stato causato dal malcostume e dalla mancanza di controlli. E' oramai tristemente risaputo che qui in Italia le cose si fanno in risposta alle tragedie e non in prevenzione delle stesse : ora Bertolaso prontamente ha dichiarato necessari 13 miliardi di euro per mettere in sicurezza tutte le scuole italiane, dimostrando quindi che la situazione di degrado è conosciuta da tempo e quindi è palese la responsabilità nella negligenza criminale. Soprattutto se poi il giorno dopo il Governo dichiara di voler stanziare 16,6 miliardi di euro per le Grandi Opere, come TAV, inceneritori, ponte sullo Stretto di Messina, ecc. che è ampiamente dimostrato sono opere superflue, che danneggiano l ambiente e non creano occupazione stabile come invece crea, per esempio, una continua manutenzione e puntuale cura dell esistente. Assume quindi un'importanza ancora più calzante la scadenza del 6 dicembre, giornata nella quale Torino sarà attraversata da un corteo ad un anno dalla strage dell'acciaieria della ThyssenKrupp: manifestazione a cui parteciperanno studenti e studentesse dell'onda, legando tristemente i fatti della fabbrica tedesca con il dramma della morte di Vito. LA MOBILITAZIONE HA DATO UN PRIMO RISULTATO: Giovedì 15 gennaio 2009 si aprirà, in Corte di assise il processo ai dirigenti torinesi della Thyssenkrupp per l'eccidio del 6 dicembre Le accuse di cui dovranno rispondere i sei imputati sono: per l'amministratore delegato Harald Hesphenhahn "omicidio volontario con dolo eventuale", mentre per gli altri cinque - Gerald Prigneitz, Marco Pucci, Giuseppe Salerno, Daniele Moroni e Cosimo Cafueri - "omicidio colposo e omissione delle misure di sicurezza". Quella di lunedì 17 novembre 2008 è indubbiamente una sentenza storica: per la prima volta i padroni dovranno affrontare un processo per omicidio volontario di alcuni dipendenti; quale sia il grado di timore che questo avvenimento incute loro - si tratta senza dubbio di un bel precedente - lo si può evincere dalle dichiarazioni rilasciate dall'esponente di Confindustria Samy Gattegno e dall'allievo di Marco Biagi - che ricordiamo essere stato l'autore del libro bianco, ed ispiratore della legge 30 sul mercato del lavoro, che aprì le porte al precariato a vita - Michele Tiraboschi, rispettivamente a "la Repubblica" ed al "Corriere della Sera" del giorno successivo. Il primo sbraita con un cinico qualunquismo: una decisione eccessiva, muore più gente sulle strade, mentre il secondo - pieno di rancore verso un giudice che ha semplicemente fatto il suo dovere - sbotta in una dichiarazione dal significato inequivocabilmente classista, da vero e proprio servo dei padroni qual è: assurdo, non si trasformano i manager in criminali. PROSEGUIAMO LA MOBILITAZIONE PER GENERALIZZARE QUESTE SENTENZE! Comunicato della rete nazionale per la sicurezza sul lavoro Sabato 6 dicembre alla Thyssen di Torino... cinquemila in corteo contro le stragi in nome del profitto...ha avuto torto chi non c'era Il corteo nazionale di sabato 6 dicembre a Torino è stato un grande successo politico. Ne avremmo fatto volentieri a meno, perché ciò avrebbe significato l'estirpazione della piaga delle morti da lavoro nel nostro Paese, ma purtroppo così non è, come stiamo denunciando da più di un anno quando si è costituita la Rete Nazionale per la Sicurezza sui posti di lavoro. E, invece, ci siamo ritrovati/e in a stringerci intorno alle famiglie dei 7 operai morti nel rogo della Thyssen di un anno fa e a rilanciare la mobilitazione per fermare questa vera e propria guerra, che fa 1400 morti l'anno e più di un milione di feriti. Tutti abbiamo puntato il dito contro la vera causa di questa piaga sociale, il profitto, il guadagno di industriali e finanzieri diventato l'unico (dis)valore che va salvaguardato. E per far questo bisogna incrementare la flessibilità di orario, la precarietà lavorativa, tagliare i salari, sventrare territori e quartieri, abbattere la scuola e l'università pubbliche, avvelenare lavoratori e città, uccidendo molti dei suoi abitanti. Vogliamo ringraziare innanzitutto i lavoratori della Thyssen e i familiari delle vittime raccolti intorno all'associazione "Legami d'acciaio" che con noi hanno costruito questa grande manifestazione e che, a partire dal 15 gennaio, inizieranno la parte più dura della battaglia giudiziaria che vede imputati 6 dirigenti della multinazionale tedesca, uno dei quali per omicidio volontario. 13

14 6 DICEMBRE : GIORNATA DI LOTTA CONTRO GLI INFORTUNI SUL LAVORO Quel triste 6 dicembre di un anno fa titolavamo così la nostra denuncia : Profitto assassino, ThyssenKrupp assassina Governi-Sindacati-Massmedia complici. Un anno è passato: centinaia di pagine di stampa, di dibattiti, di promesse e buone intenzioni si sono ritualmente consumate, mentre altre centinaia di morti hanno ancora insanguinato i luoghi del lavoro. Spudoratamente si parla di fatalità, di piaghe, mentre è ormai largamente confermato che le cause stanno nei bassi redditi, nella precarieta e nell esasperato sfruttamento ottenuto con lo straordinario sfrenato a cui sono sottoposti, in condizioni di ricatto, i lavoratori. A questo si aggiunge l affannosa bramosia per alti guadagni e alti profitti dei padroni piccoli o grandi che siano : ecco il fenomeno: il massacro di migliaia di lavoratori. Non sono morti bianche, il movente è il profitto e l accumulazione di ricchezza, i mandanti sono l avida e la noncurante borghesia imprenditoriale a cui và il nostro più sentito odio e disprezzo. Padroni, governi, sindacati, istituzioni, enti e mass media convivono in un ipocrita e apparente sdegno, con una sostanziale complicità sullo stato di cose, essi hanno a cuore la produttività delle industrie e quindi dei sacrosanti profitti dei padroni. Non possiamo concepire che una società si trova continuamente a piangere morti e disastri assurdi, mentre con i mezzi tecnologici e organizzativi disponibili potrebbe prevenire e superare le moderne tragedie. Ci uniamo a quanti si stanno adoperando affinché il 6 dicembre diventi il giorno della memoria e della lotta contro gli infortuni sul lavoro e il profitto assassino, augurandoci che si vada oltre i limiti dell adesione formale agli appelli, allargando il più possibile l informazione e il coinvolgimento di più ampi strati di lavoratori, giovani e cittadini. Perchè i mezzi tecnologici e organizzativi devono diventare elementi di difesa della vita umana e non strumento dello sfruttamento e dell'arricchimento dei pochi, e la logica del profitto nient'altro che il ricordo di un periodo di barbarie. Circolo Internazionalista Collegamenti Internazionalisti Via Baveno 23-Torino Riunioni tutti i lunedì ore CIP 5/12/08 ALLE CARROZZERIE E ALLE MACCANICHE FIAT MIRAFIORI BOCCIATA LA PIATTAFORMA DEL CONTRATTO INTEGRATIVO Avevamo pubblicato l Inchiesta fatta tra i lavoratori Fiat Mirafiori per costruire una piattaforma che fosse espressione delle esigenze dei lavoratori da contrapporre a quella dei sindacati confederali, che a detta della stessa FIOM CGIL avviene nella piena consapevolezza delle attuali difficoltà del sistema economico e finanziario e in particolare del Gruppo Fiat con l attivazione della Cassa Integrazione in molti siti industriali. le nostre rivendicazioni mettono al centro i problemi relativi allo sviluppo di tutti i siti produttivi del nostro paese e le necessarie scelte sul terreno dell innovazione e della qualità del prodotto. Il miglioramento delle condizioni normative e retributive è parte inscindibile di un progetto mirato alla ripresa produttiva. I sindacati di base Cobas e SDL avevano invece denunciato come gli aumenti salariali fossero direttamente collegati ad indici di sfruttamento della forza lavoro (redditività, produttività), si desse per scontato il lavoro al sabato e alla domenica, si creassero disparità salariali fra lavoratori con la stessa qualifica, per cui invitavano a votare NO e sostenere le richieste della piattaforma costruita insieme Il referendum si è svolto a Mirafiori nelle giornate del 28, 29, 30 ottobre 2008 : la piattaforma sindacale è passata in complesso nello stabilimento, ma è stata bocciata alle Carrozzerie (52% no) e alle ex Meccaniche (51% no), dove era stata svolta in modo più diffuso l inchiesta. La Fiom-Cgil ha commentato il risultato che denota quanto i lavoratori siano preoccupati dell'estendersi della crisi e di quanto vada ripensato il ruolo delle rappresentanze sindacali aziendali (!?).Per noi si evidenzia la possibilità con l informazione e l organizzazione di difendere gli interessi dei lavoratori! Circolo internazionalista di Torino 14

15 LOTTA NELLA SCUOLA UNA FERMA RISPOSTA DI LAVORATORI e STUDENTI al modello borghese per il prossimo futuro Le recenti vicende italiane sono l ennesimo esempio di come, se lasciata agire impunemente, la borghesia intende gestire le future relazioni sindacali: i padroni decidono e i lavoratori si adeguano. Lo dimostra la vicenda Alitalia, con l imposizione ai lavoratori di una accordo per affaristi e banchieri - avvoltoi, i cui costi saranno pagati anche da tutti gli altri lavoratori chiamati con le tasse a ripianare i debiti, mentre la polpa resta agli amici degli amici. Per l ennesima volta i vertici sindacali confederali si sono divisi secondo le rispettive aree partitiche di riferimento e, salvo qualche blando tentativo di opposizione, si sono adeguati alle esigenze del capitale, mentre le lotte di resistenza vedono le categorie spesso divise. Un gran brutto precedente in vista della riforma del sistema di contrattazione. Governo e Confindustria impongono un importante svolta nel modello di relazioni sindacali: al sindacato non basta essere compatibile per essere ammesso al tavolo, deve recepire in TOTO i programmi elaborati dal padronato. Anche la manovra sulla scuola (troppo onore chiamarla riforma) vede la borghesia imporre il suo gioco senza alcuna contrattazione, neanche di facciata, un provvedimento blindato, che impone anche per i lavoratori pubblici il suo nuovo modello di relazioni sindacali. Anche qui si prepara una pesante strage di posti di lavoro. L accorpamento delle classi, la chiusura dei plessi di piccole dimensioni, il taglio del tempo scuola dall infanzia alle superiori, permetterà di eliminare 150 mila lavoratori nei primi tre anni, fra insegnanti e personale ausiliario e amministrativo. e senza ammortizzatori sociali. Se elimini un precario infatti non devi neanche licenziarlo, basta non riassumerlo! Obiettivo principale il taglio della spesa pubblica, sul cui altare, in base alla legge 133, saranno sacrificati a breve 90 mila precari di Comuni, Province, Regioni e Università. Ma non solo: da un lato si toglie, soprattutto nella scuola dell obbligo, un servizio importante per le famiglie che lavorano (e soprattutto per le donne che lavorano), a vantaggio di evasori fiscali e datori di lavoro che assumono in nero e non rispettano le norme di sicurezza, tutti premiati dalla L.133. Dall altro si spazza via un settore dove il precariato era relativamente protetto dal contratto. Lo scopo non è solo risparmiare, ma costringerli ad accettare ogni sorta di ricatto anche ideologico. Lo scopo è cioè anche avere insegnanti asserviti alle ideologie dei gruppi dominanti. Nella manovra Gelmini si massacrano istituti professionali e i corsi per adulti, dove si affollano figli di lavoratori e immigrati, cui si offrono percorsi scolastici brevi e impoveriti, cui seguirà un titolo di studio svalutato. segue Per tutti un modello unico di pensiero (a partire dall infanzia col maestro unico), poche essenziali conoscenze di base, utili a diventare produttori e consumatori, ma possibilmente non pensanti, asservibili a una borghesia sempre più arrogante, che propone il modello: produci, consuma e crepa! I figli della borghesia avranno a disposizione le scuole private, religiose e non, finanziate dalla dote del Formigoni di turno e dai contributi del governo di turno (tutti soldi provenienti dalle tasse dei lavoratori), e avranno le scuole più attrezzate e gli insegnanti migliori. Il disegno di legge Aprea, prevede docenti assunti tramite concorsi indetti da ciascun istituto e la distinzione dei docenti in tre fasce, in base alla loro preparazione: indovinate a chi andranno i peggiori? Per i figli degli immigrati le classi ghetto. Anche qui lo scopo è chiaro: separiamoli da piccoli perché non lottino insieme da grandi! I figli dei proletari dovranno accontentarsi di maestri non solo unici ma soli, soli di fronte alle richieste sociali, abbandonati da uno stato che in Italia non è mai stato welfare, in una scuola che è sempre stata di classe perché specchio della società, ma che ora esplicitamente taglia il tempo di istruire e integrare, limitandosi a fornire istruzioni per l uso, per diventare passivi esecutori all interno del sistema produttivo. Questa è la valenza reazionaria delle riforme dello stato borghese. Ai disegni padronali si contrappone però la ripresa delle lotte di opposizione, tanto in settori del lavoro salariato privato, quanto nelle scuole. Esemplari in questo senso le lotte dei lavoratori Alitalia, gli scioperi della scuola e la forte mobilitazione studentesca. A questo si aggiunge l'interesse mostrato da una parte del movimento studentesco verso le lotte dei lavoratori attivi. E' un segnale positivo la richiesta, da parte degli studenti dell'onda, di uno sciopero generale per l'abrogazione immediata della legge 133 e della legge 169 (decreto Gelmini), sulla strada di una possibile unificazione dei fronti di lotta. COLLEGAMENTI INTERNAZIONALISTI (Collettivo Collegamenti Internazionalisti di Bergamo Collettivo Comunista via Efeso di Roma Collettivo Red Link Comitato di Lotta Internazionalista torino / Gruppo Comunista Rivoluzionario, Pagine Marxiste 15

16 INSIEME A SCUOLA OGGI, INSIEME PER DIFENDERE LE CONDIZIONI DI VITA E DI LAVORO DOMANI! All interno del complessivo attacco alla scuola, la Lega ha colto l occasione per una sua mozione discriminante e fomentatrice di razzismo nei confronti degli alunni stranieri; la Camera ha approvato sia pure per una manciata di voti. Secondo questa mozione l ammissione in classe dello studente straniero è condizionata dal superamento di test e specifiche prove di valutazione ; in caso di insuccesso lo si dirotta nelle classi di inserimento. La mozione della Lega richiama dati di fatto oggettivi (gli alunni stranieri nelle classi sono ormai quasi 700 mila, si concentrano nel Centro Nord e in alcuni quartieri raggiungono 50% dei frequentanti; in Italia sono presenti circa 170 nazionalità, eterogeneità che rende più complicato l inserimento). Lo Stato italiano ha reagito all aumento esponenziale degli alunni stranieri nelle classi con la politica dello scaricabarile: ampie e generose indicazioni pedagogiche e morali, pochi mezzi. In altre parole, ha scaricato la soluzione dei problemi sulle scuole e le comunità locali, che hanno reagito con maggiore o minore sensibilità, professionalità e accoglienza. La Lega può così avere buon gioco a raccogliere e utilizzare le paure di una parte dei genitori: la presenza degli stranieri inciderà negativamente sul rendimento scolastico degli alunni italiani? Diventeremo minoranza in casa nostra? Perderemo la nostra identità culturale? Paure comprensibili nei singoli individui, ma da respingere come risposta collettiva. Ma la Lega raccoglie anche il senso di solitudine e la frustrazione dei docenti. È inaccettabile che la Lega mascheri la volontà di creare classi ghetto con la dichiarazione che la proposta mira al successo scolastico degli alunni stranieri. E non meglio fanno coloro che negano il problema o sostengono che va bene come funziona adesso. Segue---- Alla faccia dell ipocrita immagine di una Italia accogliente che anche certa sinistra tende ad accreditare, i ghetti erano una pratica diffusa nell Italia degli anni 70: nelle classi differenziali del Nord finivano i ragazzi meridionali o veneti, quelli con handicap più o meno grave, i ragazzi difficili o semplicemente i poveri. Gli studenti di queste classi raramente proseguivano gli studi. L Italia ancora si trascina come una palla al piede la modesta scolarizzazione della sua forza lavoro. Oggi spesso gli immigrati adulti, i cui costi di formazione sono stati sopportati da altri paesi, hanno un titolo di studio più alto degli italiani. Ma non si vuole che i loro figli acquisiscano, assieme ai nostri, un istruzione adeguata. La mozione della Lega propone anche di limitare il numero per classe di quei ragazzi stranieri che non si possono escludere. Ma perché ci sono classi in cui gli studenti stranieri sono così tanti? Talvolta è una scelta degli istituti o, più spesso, perché i ghetti esistono nelle condizioni abitative prima che nella scuola. Ed è profondamente ipocrita sottacerlo. La segregazione è un fattore sociale prima che etnico, linguistico o religioso. E si vuole separare i bambini per impedire che si conoscano e solidarizzino da grandi. Non a caso l educazione separata è diffusa in Gran Bretagna, l esclusione dalla classe se non si sa la lingua vale in Germania. In Francia si è tentata la via dell integrazione a scuola, ma l esistenza di ghetti abitativi e la discriminazione nelle opportunità di lavoro ha fatto scoppiare la rivolta delle banlieues. Una condizione di esclusione e di supersfruttamento dell immigrato, di prima seconda e terza generazione, giova a chi nella divisione dei lavoratori e dei loro figli vede uno strumento di controllo e di profitto. Ieri la divisione da sottolineare e utilizzare era fra lavoratori del nord e lavoratori meridionali, oggi fra lavoratori italiani e stranieri. Pagine Marxiste 16

17 Milano, venerdì 12 dicembre A conclusione di una mattinata di sciopero generale, durante la quale più cortei avevano attraversato la città, un folto spezzone decideva di non terminare la giornata in piazza del Duomo e, dopo un rapido passaggio in piazza Fontana (per ricordare il volto assassino dello Stato) e un tentativo di raggiungere Assolombarda (per ricordare il volto assassino dei padroni), si dirigeva verso l Università Statale di via Festa del Perdono per dare vita a un assemblea vòlta a lanciare una lotta all altezza del presente. Studenti universitari e medi, lavoratori, precari, disoccupati, pensionati, scioperanti, individui qualunque e realtà di vario genere e provenienza, giovani e anziani, belli e brutti, alti e bassi, si muovono, senza alcuna identità di riferimento se non quella di un incazzatura sociale condivisa e di una determinazione contro lo stato attuale delle cose. Nell aria e nell animo di molti vibra la viva percezione che si stia profilando un inedita composizione di forze sensibili all urgenza del momento. Un sentimento diffuso è quello di occupare l aula magna (cosa che a Milano non accadeva, nella congiuntura tra studenti e lavoratori, da trent anni). Letteralmente si apre l Università alla città, scardinando le porte dell Aula Magna per un incontro del quale è difficile sovrastimare il potenziale. Si stava producendo un evento, un momento di rottura con l andamento inerziale del presente. Ma non c è evento che non produca agenti antievenemenziali che, volendo gestire le situazioni, fanno in modo che nulla accada. Una parte degli studenti della Statale, appoggiati da qualche figuro politico, decide di rompere con l assemblea dell Aula Magna e di andare in un altra aula, prendendo a pretesto la forzatura effettuata nello scardinare l entrata, cosa che sarebbe stata fatta, a loro dire, da persone esterne al movimento. Disertando l assemblea e cercando di farla fallire costoro si sono assunti una responsabilità politica chiarissima e gravissima. Non crediamo che, in merito, ci possano essere molte sfumature. A costoro diciamo comunque che nelle situazioni di lotta l unica esteriorità che conosciamo è quella tra chi partecipa alle lotte e chi non vi partecipa, e che il passaggio che si stava vivendo non era un momento della lotta degli studenti della Statale. Non riuscire a comprendere questo dato elementare è sintomo di pochezza intellettuale o di una precisa volontà politica gestionale o di entrambe. Al contempo, rivendichiamo l apertura della porta, non solo necessaria da un punto di vista pratico, ma anche significativa da un punto di vista simbolico, come un gesto collettivo condiviso da molti. Certo, non da tutti. Il rettore, ad esempio, non era d accordo. Un dato è certo: il movimento studentesco è morto. Bene, non c è da dolersene. Né da rallegrarsene. Notoriamente, i movimenti sono fatti per finire. Molti hanno riconosciuto alcuni aspetti positivi in questo movimento (soprattutto la sua capacità di muoversi differentemente nella città e l incuranza per le appartenenze di parrocchia in alcune modalità d intessere rapporti orizzontali). In una città socialmente asmatica, si è respirata inaspettatamente una ventata di aria fresca. Ma ormai una certa inconsistenza universitaria cominciava a essere stucchevole nella sua incapacità di andare oltre se stessa. Alcuni studenti hanno sentito l esigenza di compiere questo passo e lo hanno tentato in vari modi. Altri hanno dimostrato di non riuscire a vedere al di là del ristretto orizzonte in cui sono socialmente costretti e accettati. Ai primi diciamo che è bene insistere sulla scia delle intensità vissute, consolidare rapporti e inventarsi le modalità organizzative necessarie per essere all altezza della situazione attuale. Ai secondi, inviamo i migliori auguri per il proseguimento degli studi ai quali ritorneranno alla fine della ricreazione. A tutti gli altri diciamo che in certi passaggi non è possibile stare nel mezzo o ricercare sfumature. Sulla soglia o ci si ferma, o la si varca. Alcuni studenti e lavoratori dell Assemblea dell Aula Magna. 17

18 Volantino distribuito a Torino DOCUMENTO POLITICO DELL ASSEMBLEA NAZIONALE DICEMBRE 2008, TOR VERGATA ROMA Il 13 e 14 dicembre 2008 si è tenuta all'università di Tor Vergata un'assemblea nazionale di movimento, nata da un esigenza largamente condivisa da quei singoli e realtà politiche che hanno attivamente preso parte, in questi mesi, alle proteste contro la legge 133 e contro tutte le misure governative in materia di Scuola, Università e Ricerca. Dopo una prima fase di mobilitazione, in cui l agitazione spontanea è stata predominante, si sono infatti cominciate a definire le rivendicazioni e a costruire le piattaforme politiche, entrando nel merito delle tante questioni aperte dal movimento. In questa seconda fase ci siamo resi conto che, condividendo punti di vista e prospettive, era necessario socializzare i percorsi di lotta e le analisi politiche maturate negli ultimi mesi e negli anni precedenti. Naturalmente quest'assemblea non ha rappresentato che un primo passaggio, necessario ma non sufficiente: quello conseguente è lavorare insieme per incidere in maniera efficace sul tessuto sociale e sulla realtà quotidiana. La due giorni di intensi dibattiti si è articolata in due momenti di confronto assembleari sull'autorganizzazione, e in due tavoli di lavoro plenari, che hanno affrontato il rapporto fra Scuola e Università, Capitale e Lavoro e fra Università e movimenti sociali. La prima necessità dell'assemblea è stata infatti quella di fare il punto sulle varie esperienze di mobilitazione, e di portare avanti l'analisi teorica in modo da strutturare meglio le proprie pratiche. 18

19 Non è quindi un caso che il perno della discussione in tutte le assemblee sia stata la lettura della crisi economico-finanziaria. Differentemente da tutti quelli che hanno sprecato fiumi di inchiostro sostenendo che la crisi è solo crisi della finanza, noi siamo convinti della necessità di ribadire che si tratta sì di crisi, ma di una crisi di accumulazione capitalistica che viviamo da almeno trent'anni, e di cui la recente deflagrazione finanziaria è soltanto l ultimo, violento, momento di svolta. I meccanismi di speculazione e indebitamento, che oggi vediamo crollare, non sono infatti il prodotto di alcune mele marce, ma una delle strade battute a partire dagli anni '70 per sopperire alle difficoltà di valorizzazione dei capitali. Mettere in discussione il capitalismo significa quindi prima di tutto chiarire che non può esistere un lato 'buono' di un sistema fondato su sfruttamento ed oppressione: finanza ed economia reale sono due aspetti dello stesso modo di produzione. Condannare il capitalismo rapace degli speculatori e delle banche, lasciando intendere che ve ne sia uno buono da difendere, o uno sostenibile, significa mistificare la realtà, e cedere le proprie armi critiche al nemico. Per tentare di uscire da questa crisi di accumulazione, il capitale ha messo in campo diverse strategie: oltre alla finanziarizzazione e al controllo dei fondi e delle politiche monetarie attraverso organizzazioni transnazionali, è ricorso anche alla guerra globale e allo sfruttamento massiccio dei paesi del Sud del mondo (sia delocalizzando lì la produzione, sia abusando delle ingenti risorse naturali di quei territori). I governi e gli imprenditori, con la collaborazione di finte opposizioni politiche e il ruolo attivo dei sindacati concertativi, hanno poi attaccato direttamente le condizioni di vita delle classi subalterne. Hanno tentato di ridisegnare tutta la società, modificando alcuni aspetti fondamentali della sua organizzazione: il ruolo dello Stato, il mercato del lavoro, il sistema pensionistico, la sanità, i trasporti, incentivando lo scempio ambientale e la privatizzazione di risorse quali l'acqua e l'aria. In questo modo hanno limitato e depotenziato la conflittualità sociale, aperto incessantemente nuovi spazi di mercato, suscitato ad arte nuovi, redditizi bisogni. In questo vasto processo di precarizzazione e sfrenata mercificazione, l istruzione e la ricerca non sono state risparmiate, ma riformate rispondendo all esigenza di costruzione di un economia basata sulla conoscenza. È per costruire uno Spazio Europeo dell Educazione Superiore e della Ricerca (funzionale, insieme all'esercito europeo, all'aspra competizione sullo scenario mondiale) che i governi dei paesi membri dell UE stanno armonizzando i sistemi di istruzione, portando avanti, pressoché ovunque, riforme di stampo neoliberista (si pensi alla Francia, alla Spagna, alla Grecia). Indagare le connessioni che esistono tra il sistema formativo, il quadro economico generale e le ristrutturazioni che avvengono a livello europeo ci ha permesso di comprendere in che modo i meccanismi di selezione di classe e di disciplinamento si sono evoluti e si evolvono, proprio a partire da scuole ed università. Da questo punto di vista, l introduzione del 3+2, di stage e tirocini obbligatori durante il corso di studi, del sistema dei crediti formativi (CFU), il nuovo ruolo dei privati negli atenei, il life-long learning, lo smantellamento di ciò che resta del diritto allo studio (mense, residenze, borse di studio), sono solo alcuni degli elementi concreti emersi durante la discussione assembleare. Il credito formativo è stato uno dei punti dirimenti del confronto: la posizione suggerita dai report della Sapienza (workshop del 15 novembre), ovvero l abolizione del sistema dei CFU attraverso un loro inflazionamento, è stata messa duramente in discussione. Il credito è definito come la misura del volume di lavoro di apprendimento, compreso lo studio individuale, richiesto ad uno studente in possesso di adeguata preparazione iniziale per l'acquisizione di conoscenze ed abilità nelle attività formative previste dagli ordinamenti didattici dei corsi di studio (cfr. Decreto Ministeriale, 3 nov. 1999, n. 509). Non è altro che una misurazione matematica del tempo di apprendimento (e non della conoscenza) che ha contribuito all'ulteriore dequalificazione della didattica. Esso racchiude la somma di lavoro che va dalla didattica frontale (apprendimento formale), allo studio a casa, fino all acquisizione di skill e dispositivi pratici sui luoghi di lavoro (apprendimento informale). Non importa dunque l'acquisizione di un metodo, o una complessiva crescita culturale e personale, ma solo il riempimento di tempo vuoto con una serie di nozioni parcellizzate. Se dunque da una parte il credito formativo spinge ulteriormente in avanti il processo di mercificazione dei saperi (si pensi anche alle vergognose convenzioni con corporazioni di ogni tipo che le Università hanno sottoscritto per fare cassa, rese possibili proprio dall'introduzione del CFU), dall altro contribuisce a creare uno standard comune di accesso al mercato del lavoro a livello europeo. Così, l ipotesi di inflazionamento dei CFU è paradossale e segna un arretramento delle nostre lotte: si dice di criticare il contenuto, ma non si tocca il contenitore. Piuttosto si collabora e legittima il sistema dei crediti, gli si conferisce credibilità presso gli studenti, e si portano, già nella fase della formazione, logiche baronali e di cooptazione, attraverso lo sviluppo di rapporti privilegiati con i docenti e con le autorità accademiche che devono riconoscere il controcorso (e che non hanno troppi problemi a farlo, visto che nel quadro di un assoggettamento totale dei percorsi curriculari alle esigenze del capitale, viene prevista quest'irrisoria valvola di sfogo: già la legge Ruberti del 1990 prevedeva attività formative autogestite dagli studenti; Zecchino consente poi che una piccolissima percentuale dei crediti formativi sia riservata ad attività formative autonomamente scelte dallo studente cfr. stesso Decreto Ministeriale). L'autoformazione con i crediti è così perfettamente 19

20 compatibile con le esigenze dei poteri accademici e economici, non li scalfisce, ma anzi li rafforza, svolgendo la funzione di moderare le lotte. L'unica posizione possibile e necessaria è quella di lottare senza ambiguità per l'abrogazione del sistema dei crediti, portando avanti iniziative culturali, incontri, dibattiti davvero autogestiti e orientati in modo antagonista; non facendo tesoro di qualche lezione calata da professori o da ricercatori in cerca di visibilità, ma del confronto orizzontale fra i soggetti mobilitati e con soggetti esterni alle università, come lavoratori, migranti, realtà di movimento. Non si tratta insomma di rinchiudersi nelle aule privilegiate del sapere, ma di rendere l'università un luogo di transito per le lotte aperte nelle metropoli e nei territori. Perché l'università non è degli studenti, è, o dovrebbe essere, di tutti, al servizio della collettività. Bisogna quindi anche mettere in questione tutte quelle proposte volte a sgravare lo Stato dagli oneri del sistema formativo. Si pensi alla spinta pubblicitaria verso i prestiti d'onore, che mirano a far acquistare allo studente il proprio pacchetto formativo. Viene caldamente proposto allo studente di indebitarsi, per avere la speranza che con la laurea trovi un lavoro ben remunerato, che possa estinguere il debito contratto nei confronti del finanziatore (che può essere una banca, ma anche un'azienda alla quale ci si lega fideisticamente). Così è lo studente che investe su se stesso, con buone prospettive di finire doppiamente ricattato: dal padrone a lavoro e dal finanziatore del prestito d'onore. Un tale sistema (proprio come quello dei mutui drogati ) è in crisi persino negli stessi paesi dove è più radicato, e ha come principali conseguenze l'esclusione sociale, la ricattabilità dello studente, il suo indottrinamento forzato, la spinta a una competizione feroce con i suoi compagni. Anche i tentativi di abolizione del valore legale del titolo di studio, supportati non a caso da grandi multinazionali, vanno in questo senso. In generale l'obbiettivo del capitale è quello di costruire da un lato un'università di massa adeguatamente dequalificata, dove si sfornano lavoratori a basso costo, esposti alla precarietà, costretti a cicli di formazione continua e a pagamento (master, corsi di specializzazione etc), che possano rappresentare un esercito di disoccupati disperati e in competizione fra loro, e dall'altro lato di creare invece pochi luoghi di formazione altamente selettivi in cui si forma la classe dirigente solidale alle sue esigenze. Da questo punto di vista l' emergenza, lo spreco e la meritocrazia sono i paraventi ideologici con cui si cerca di veicolare riforme che in effetti rafforzano proprio l'arbitrio baronale e la dequalificazione dell'università pubblica. Per questo motivo un altro punto cruciale sul quale si è concentrata l attenzione del movimento è quello della trasformazione delle università in fondazioni di diritto privato. Una tale possibilità, che per molti atenei diventerà obbligo, comporterà da una parte che l ingresso dei privati nei dipartimenti diventerà sempre più stabile, dall altra che quei corsi di laurea che non rispondono a criteri di produttività verranno tagliati limitando inevitabilmente la libertà di studio nonché quella di insegnamento e ricerca. In generale, la trasformazione delle università in fondazioni, che è l'estremo effetto della privatizzazione (non si incide più con riforme curriculari o con una generica collaborazione con soggetti privati, ma tagliando nettamente i fondi, e costringendo dunque gli atenei a immettere al loro interno le uniche realtà capaci di erogare liquidità), non farà che aumentare le molteplici contraddizioni in cui l'università è inserita. Contraddizioni articolate su più livelli: fra logiche baronali e politico-clientelari; fra le diverse cordate d'interesse; fra il personale tecnico amministrativo e le dirigenze accademiche; fra le masse sempre più numerose di studenti esclusi dai livelli più alti della formazione e i meccanismi sempre più rigidi di selezione, repressione e controllo; fra le aspettative professionali degli studenti che completeranno il proprio percorso di studi e la loro crescente dequalificazione; fra i capitali stessi, in competizione per assicurarsi corsi di laurea favorevoli e prestazioni d'opera vantaggiose ; fra Dipartimenti Atenei, Centri di ricerca, in opposizione, contro il buon senso e le pratiche di condivisione in uso fino a qualche decennio fa nella ricerca pubblica, per la registrazione di un brevetto o per accaparrarsi una fetta più grande di finanziamenti. In questo quadro gli stage ed i tirocini sono un altro aspetto del riassetto dell istruzione tutta, in funzione del mercato: acquisire conoscenze, attraverso la pratica sul posto di lavoro, è considerato formativo per gli studenti fin dalle scuole medie superiori. Ancora una volta, viene cancellata persino la parvenza di una cultura critica e slegata da logiche aziendalistiche: se da un lato parliamo di prestazioni di lavoro gratuite che permettono, in molti casi, di abbassare i costi per il personale di università e aziende non assumendo per gli incarichi coperti da stagisti, dall altro il costo della formazione dei soggetti in ingresso (prima integralmente a carico dei privati) viene scaricato sulla collettività. Stage e tirocini si delineano, quindi, come ulteriore ricatto per i lavoratori, in una fase in cui aumenta giorno dopo giorno il numero dei disoccupati, dei cassa-integrati e dei licenziati e in cui peggiorano visibilmente le condizioni di lavoro dello stesso personale nelle scuole e nelle università: si pensi all'esternalizzazione dei servizi, delle mense, delle biblioteche, che vengono affidate a imprese appaltatrici o subappaltatrici le quali non applicano ai lavoratori nemmeno le poche tutele tradizionali, e su cui il pubblico non ha più alcun controllo (con conseguente aumento del costo dei servizi e diminuzione della qualità). 20

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