L'Alligatore, il nordest come metafora.

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1 Claudio Milanesi, "L'Alligatore, il Nordest come metafora", in Italies Littérature, civilisation, société. Revue d'études italiennes, 4, 2 voll., Université de Provence, 2000, pp L'Alligatore, il nordest come metafora. Sono lontani i tempi in cui si poteva addurre il mancato sviluppo urbano dell'italia come pretesto per l'impossibilità di un giallo italiano. Il Belpaese è oggi una sterminata realtà urbana interrotta da quelle che sono ormai assurde e anacronistiche isole rurali. E il giallo italiano rappresenta una tradizione che si è sviluppata nel corso di diverse generazioni. All'interno di questa tradizione letteraria, anche le tipologie delle forme e degli elementi del romanzo poliziesco si sono ormai consolidate ; si pensi ai vari sottogeneri come quelli del giallo politico, del giallo storico, del romanzo di mafia ecc., o all'emergere di tipologie dei personaggi indispensabili allo sviluppo del genere, che siano gli investigatori -commissari o marescialli-, i criminali -isolati o organizzati-, serial killer o insospettabili professonisti, o le vittime - giovani professoresse o navigate prostitute-, confidenti della polizia o curati di montagna. Nella tradizione italiana, la tipologia che ha fatto più fatica a fornire modelli credibili è quella dell'investigatore privato. Da sempre priva di una cultura dell'investigazione, l'italia ha potuto dar vita a decine e decine di investigatori onesti servitori dello Stato, il più delle volte più onesti dello Stato stesso, commissari, marescialli, vicequestori o agenti di polizia, a volte prodotti letterari di imitazione, nel migliore dei casi realistiche personificazioni, didascaliche e ormai abusate, dell'onestà e delle dedizione, alla ricerca della verità e della giustizia. Ma nel filone del giallo tendente al noir, il cui principale interesse è la denuncia sociale, e non il rassicurante ristabilimento dell'equilibrio e del Bene, la figura dell'onesto commissario non funziona. Tanto più che il lettore dell'italia che vive la lunga agonia della Prima Repubblica, crede con sempre maggiore difficoltà, e a maggior ragione si identifica sempre meno, nell'onesto servitore dello Stato, subissato com'è di notizie su servizi deviati, guardie di finanza corrotte, o carabinieri che manipolano testimoni e collaboratori di giustizia. In generale, se mai ci ha creduto, l'italiano di fine secolo non crede nella giustizia terrena, né nella purezza dello Stato etico, né nella dedizione assoluta dei loro servitori. Per entrambe queste ragioni, il noir italiano ha bisogno di un investigatore privato. Il giallo italiano ha già partorito alcune figure di detective privati. Si pensi in particolare al Sasà Iovini di Attilio Veraldi, commercialista maneggione, che dopo aver vissuto di espedienti, ha sistemato il suo ufficio nel bar che sta a fianco all'intendenza di finanza ; o al Luca Marotta di Gianni Materazzo, un mezzo avvocato sessantottino che è coinvolto per caso in inchieste in cui collabora col sostituto procuratore Nicola Morace. Il limite di questi due detective privati è però che entrambi collaborano con le forze dell'ordine, finendo così in un modo o nell'altro per schierarsi dalla parte del ristabilimento dell'ordine sociale contro la criminalità che lo minaccia, che sia crimine organizzato, corruzione o crimine endogeno di stampo borghese. Queste le coordinate, letterarie e storiche, in cui si trova a scrivere, a metà degli anni Novanta, Massimo Carlotto: come dare credibilità a un investigatore privato che agisca sullo sfondo geografico del Nordest devastato dallo sviluppo galoppante, dentro a un'italia che non crede più a nulla, in cui anche gli investigatori privati della cronaca sono in genere ex poliziotti col vizio del ricatto e del dossier nell'armadio? In un'italia in cui il clima di diffidenza generale ha investito, oltre che la classe politica e la magistratura anche le forze dell'ordine, e affinché il suo detective sia non paladino del ritorno di un ordine che non è altro che il paramento della corruzione e dell'ingiustizia, ma isolato vendicatore di una particolare, o generazionale, concezione della giustizia, Carlotto deve allora creare una sorta di vendicatore dell'antagonismo radicale, non un

2 paradetective che fa da spalla a delle forze dell'ordine in difficoltà, ma l'esponente di una controsocietà in lotta contro tutto e contro tutti. È così che nasce il trio di investigatori del ciclo dell'alligatore : Marco Buratti, Beniamino Rossini e Max la Memoria, tre investigatori privati con una loro morale, generazionale e/o malavitosa, creazione letteraria ma realisticamente fondata su una rigorosa osservazione e conoscenza del sottobosco del carcere, della malavita e della generazione perduta degli anni di piombo. Per comprendere l'originalità dell'operazione di Massimo Carlotto, vanno ricordate le biografie del trio di investigatori seriali dei quattro - fino ad oggi- romanzi del ciclo dell'alligatore. L'Alligatore, narratore intradiegetico delle quattro storie, si chiama Marco Buratti, ha una quarantina d'anni ; ex studente, ex suonatore di blues, è stato in prigione per sette anni per un errore giudiziario da cui non si è difeso per rispettare la regola del silenzio; in carcere si è costruito una fama di paciere in grado di dirimere senza violenza i conflitti fra i carcerati; uscito dal carcere, ha trasformato questa sua fama per costruirsi una professionalità speciale, quella di consigliere/investigatore privato per avvocati che hanno bisogno di entrature nel mondo della malavita. La sua spalla si chiama Beniamino Rossini; una cinquantina d'anni, fisico sportivo e eleganza ostentata, è un vecchio esponente della malavita milanese, ancora legato al codice d'onore del crimine delle vecchie generazioni; riciclatosi come contrabbandiere fra l'italia e la ex-jugoslavia, ha un debito d'onore col Buratti, di cui costituisce il braccio armato, essendo raffinato conoscitore di revolver e fucili di ogni tipo e di metodi di tortura e eliminazione fisica. Max la Memoria, l'ultimo membro del terzetto, è un ex esponente dei movimenti extraparlamentari degli anni Settanta, condannato a una lunga pena detentiva a causa di una falsa dichiarazione di un collaboratore di giustizia, un " pentito "; possiede un archivio sterminato sulla cronaca nera del Veneto degli anni Ottanta e Novanta, e svolge il ruolo di " analista ", di consigliere strategico della banda; ricercato, vive in clandestinità in una villa fuori città. Certo, i personaggi non sfuggono alle regole del genere, che vogliono che i loro caratteri specifici si innestino su una serie di rassicuranti cliché iterativi, qui declinati il più delle volte sul registro dell'ironia : Buratti incarna il tipo di detective alla Dashiel Hammett, triste e nostalgico, debole con le donne, di cui annega i struggenti ricordi in bicchieri, o spesso in intere bottiglie, di Calvados. L'iteratività delle sue bevute, del suo centellinare cocktail a base dell'unica sua bevanda feticcio, del suo ritmare le fasi dell'inchiesta e della sua vita privata con l'ascolto di classici del blues, è uno stratagemma narrativo proprio alla letteratura popolare e in particolare al giallo, utile a far scattare il processo di identificazione e di attaccamento sentimentale del lettore nei confronti del personaggio. Lo stesso si può dire dei tic e dei vezzi del Rossini, della sua eleganza eccessivamente accentuata tipica del "malavitoso", del tintinnare dei suoi braccialetti che si aggiungono al suo polso ad ogni omicidio commesso, e della passione per la buona cucina, regionale veneta nel suo caso, del grasso Max, che come il Nero Wolfe di Rex Stout, vive recluso senza mai uscire di casa e, come tanti altri investigatori famosi, accompagna la passione per l'indagine a quella per la gastronomia. Il fatto che la classica coppia di investigatori -la ragione e l'azione- assuma qui struttura triadica rappresenta in questo caso una relativa novità, pur finendo poi, ma lo vedremo più tardi, col porre alcuni problemi di ordine logico e narrativo. Ma su questi elementi narratologici inevitabili nella struttura del genere, vengono ad innestarsi tematiche legate alle vicende sociali e politiche degli ultimi trent'anni, che danno una coloritura e un contenuto tutto particolare al ciclo di romanzi. Rossini, forse per il fatto che il suo personaggio è direttamente ispirato a una persona realmente conosciuta dal Carlotto, è un ritratto realistico, anche se esasperatamente tratteggiato, ai limiti della parodia, quanto alle sue doti di giustiziere, di un particolare mondo della malavita milanese, che rispetta regole e codici d'onore persino nei rapporti con le forze dell'ordine, e che vive con fierezza questa sua identità se confrontata alla degradazione

3 subita dal mondo del crimine seguita all'imporsi della criminalità organizzata, del traffico degli stupefacenti, e delle nuove bande sanguinarie di criminali provenienti dai paesi dell'ex impero sovietico e dai paesi extraeuropei. Ma sono soprattutto Buratti e Max la Memoria a rappresentare un pezzo di storia d'italia, e a sentirsi legati all'esperienza dei movimenti rivoluzionari come all'imprescindibile principio della propria identità, essendo esponenti di quella generazione che ha vissuto in prima persona gli eventi che hanno segnato gli anni Settanta e, soprattutto, incarnandone la disfatta degli ideali e delle speranze : "non riuscite a staccarvi dal passato. Avete i vostri conti da regolare, soprattutto con voi stessi." "È la maledizione della nostra generazione" "Solo che non doveva finire così"; "Ci è andata male, Max. È inutile menarsela più di tanto" "Siamo destinati a rimanere ai margini. Non è più il nostro mondo. L'abbiamo avuto in pugno per un attimo, poi se lo sono ripreso". L'attività investigativa, e la conseguente opera di giustizia sommaria e privata che ne consegue, diventano così un'occasione di riscatto delle sconfitte di quegli anni, e di rivalsa verso quei settori della società che da quegli anni sono usciti vincenti o almeno indenni, come ben sa chi conosce la storia d'italia di questi ultimi decenni : l'inchiesta sui servizi segreti deviati che manovrano Il mistero di Mangiabarche è allora un' "occasione irripetibile per prendere a calci in culo qualcuno di questi servizi deviati. quelli delle stragi". E le inchieste parallele sugli scandali che coinvolgono i settori rispettabili delle città del Nordest del miracolo - ad eccezione del secondo romanzo, Buratti e gli altri si muovono fra Padova, Venezia, Treviso, Udine- con il loro corollario di complicità fra esponenti del mondo politico, delle professioni, del commercio, delle forze dell'ordine e del crimine, sono un modo, privato e puntuale, di rifarsi delle sconfitte di un'intera generazione: I casi, scoprire delle verità, le piccole schermaglie con il potere corrotto sono il motore che fa girare le nostre vite. Che dà un senso a tutto. Su che cosa indagano l'alligatore e suoi " soci ", come li chiama lui? Sulla scomparsa di un detenuto di Padova in semilibertà, sulle false accuse che hanno infangato l'onore e rovinato la carriera di tre avvocati cagliaritani, su un regolamento di conti interni della mafia del Brenta, sulle false accuse di traffico internazionale di cocaina rivolte a un ex rapinatore riciclatosi nel contrabbando di opere d'arte, che vive a pochi chilometri da Oderzo, nel trevigiano. Ad eccezione della seconda inchiesta, che scivola verso la contaminazione coi romanzi di spionaggio, le inchieste si muovono attraverso una realistica ricostruzione della geografia e della sociologia di quel Nordest additato dai media e dagli studi economici come il miracoloso motore della modernizzazione dell'economia italiana degli ultimi vent'anni, indagandone il lato oscuro, fatto di economia sommersa, di complicità fra potere economico, magistratura e criminalità, di sviluppo parallelo di traffici e attività illegali -prostituzione, racket, contrabbando, immigrazione clandestina-, di perdita di identità collettive, di sfrenata corsa al profitto e di rottura dei legami familiari e sociali. Nordest come metafora, si potrebbe dire parafrasando un libro-intervista di Leonardo Sciascia, metafora di un'italia che, messe nel cassetto, o nei faldoni delle Commissioni Parlamentari, le vicende degli scontri sociali e delle stragi degli anni Settanta, abbandonate le speranze collettive e cancellatane la memoria, digerita la bufera delle inchieste di Mani Pulite e dei maxi processi alla Mafia, abbandonatasi felicemente al sogno del profitto e dell'arrichimento personale, si rivela alla fine della sua Prima repubblica come un enorme terreno di scontro e/o di complicità fra lobby e poteri, dove nessuna regola è rispettata, e la legge è solo paravento di interessi privati : Con la benedizione e la copertura, penso inconsapevole, di una parte del clero, questa struttura in realtà raccoglie tutto il marcio di questa città (Padova)- da vecchi arnesi fascisti implicati in Gladio e varie trame nere, a esponenti corrotti del mondo politico, finanziario, giudiziario e militare- ed è a sua volta trasversale ad altre strutture, lobby, o logge massoniche, anche estere (.) Sono passati indenni attraverso tutti gli scandali, tangentopoli compresa.

4 Il giro cagliaritano che gestisce i veri affari è un misto di massoneria, politici, costruttori, grossi commercianti, ma alla base di tutto, a fornire i quattrini da riciclare, c'è la malavita. Quali sono i metodi di indagine del terzetto? Certo, l'alligatore possiede un certo fiuto da detective e una buona conoscenza del milieu della malavita che gli permette di raccogliere informazioni riservate, e Max la Memoria possiede un aggiornatissimo archivio della cronaca nera oltre che una lucida capacità di analisi delle complesse articolazioni dei poteri e degli interessi in gioco negli affari criminali della zona. Entrambi sono in grado di utilizzare i media, giornali, radio e televisioni locali, per spingere i protagonisti degli scandali a venire allo scoperto. Ma questi metodi classici, tutti mutuati dalla tradizione del genere, per quanto utili, si rilevano ogni volta insufficienti per la risoluzione del caso e il raggiungimento degli scopi che il terzetto si è proposto. E allora ecco la necessità di ricorrere a Beniamino Rossini, il quale non lesina a dispensare e praticare i metodi che gli sono più affini: corruzione, ricatto, tortura, violenza, omicidio, patti e compromessi con le forze in gioco, siano bande di trafficanti o settori delle forze dell'ordine e della magistratura i quali, da parte loro, non esitano a utilizzare gli stessi metodi illegali: violenza fisica, ricatto e denaro sono le molle che fanno scattare nella gente la voglia di parlare Ed ecco perché nei romanzi del ciclo dell'alligatore il caso da cui è partita l'indagine viene di solito risolto verso la metà del libro. A partire da quel momento, i tre protagonisti cominciano allora la loro opera di giustizieri della loro guerra privata contro i fantasmi del passato e i corrotti del presente: i gironi successivi di corruzione di città di provincia come Padova e Cagliari, dalla prostituzione agli ambienti sado maso dove si incontrano insospettabili professionisti, dal carrierismo fondato sullo scambio di favori, dallo schiavismo delle nuove mafie all'intreccio fra politici, giudici e malavita nelle lobby segrete che reggono la città, dall'utilizzazione dei "pentiti" da parte di giudici senza scrupoli all'uso della provocazione e della falsa testimonianza per la realizzazione di operazioni speciali di polizia. In questi meandri della degradazione, Buratti non si fa scrupoli, e minaccia, ferisce, tortura, uccide, senza la minima esitazione, sentendosi perfettamente legittimato ad usare sui propri avversari quei metodi che essi non hanno esitato a utilizzare per la propria carriera, il proprio interesse, i propri traffici. In questa ricostruzione del lato oscuro del Nordest, e dell'italia di fine secolo, Carlotto esita fra due visioni della società; la prima che la descrive come una sorta di blocco compatto di interessi impermeabile a qualsiasi mutamento di equilibri, in cui i diversi poteri -magistratura, forze dell'ordine, potere politico, mondo degli affari, criminalità, mass media- invece di controbilanciarsi si reggono l'un l'altro in una sorta di complicità che ne garantisce gli interessi reciproci; la seconda, più foucaultiana, che guarda alla società come a un sistema di micropoteri in conflitto, in una sorda guerra dove nessuna mossa è esclusa, dove la legge è calpestata e a prevalere sono i settori che meglio sanno amministrare la violenza, il ricatto e il danaro. Non è detto che le due visioni si escludano a vicenda. Quello che conta è comunque che entrambe giustificano la reazione dei protagonisti della serie romanzesca, la loro volontà di rivalsa sulle forze che ne hanno spezzato i sogni giovanili, la loro marginalità, il loro adeguamento ai metodi degli avversari, la loro lucida volontà di farsi giustizia da soli. "Marco, questi sono quelli che fanno le porcherie e se ne sbattono della legge. La stessa razza di quelli che ci hanno fottuto" "E allora?" "E allora si pareggiano i conti una volta tanto". In una recente intervista, Massimo Carlotto è tornato su questa sua scelta della marginalità e del distacco: La continuità tra la mia esperienza di vita e la mia scrittura è che io sono rimasto un marginale di fatto e quindi non ho nulla da spartire con quello che mi circonda.

5 Un'autorappresentazione di purezza che sembra una riedizione della torre d'avorio, o una riproposizione in chiave anni Novanta del calviniano Apologo sull'onestà nel pase dei corrotti: essendo la società diventata un criminale sistema circolare, ecco che la salvezza sta nella marginalità, nella soluzione individuale della presa di distanza. Finiti gli ideali, scomparsi i sogni di redenzione collettiva, non restava per Calvino che la scelta della marginalità, della controsocietà che non è più riparo del crimine ma della purezza individualistica Con una sostanziale differenza : che l'antieroe di Carlotto, Marco Buratti detto l'alligatore, legandosi a Rossini e trasformandosi in giustiziere, prosegue la sua ricerca della redenzione, individuale se non collettiva, ma attraverso la violenza, il ricatto, la tortura, l'omicidio, la trattativa e il compromesso, e facendo appello come ultimo residuo di valori ai codici del vecchio mondo del crimine, dove valgono ancora la parola data, la legge del silenzio e della vendetta. Anche se infatti Buratti si prende continuamente gioco delle regole della malavita, finisce per considerarle regole e valori di livello superiore a quelle della ipocrita società della provincia piccolo borghese del Nordest travolto dal benessere e dall'immigrazione selvaggia. Nei quattro romanzi del ciclo né la giustizia né la verità trionfano mai. Certo, i casi sono risolti, e alcuni dei colpevoli sono scoperti e in qualche caso direttamente giustiziati. Ma il livello superiore della corruzione conserva la propria impunità. I professionisti corrotti torneranno a galla ("sosterranno di essere vittime di una macchinazione di forze oscure e cercheranno di limitare i danni"); gli insospettabili avvocati cagliaritani a capo del traffico di stupefacenti e i magistrati che hanno colpevolmente fatto finta di credere ai pentiti, resteranno nell'ombra; i professionisti che riciclano il denaro sporco della mafia del Brenta non sono nemmeno sfiorati delle indagini ("certamente non vennero mai assicurati alla giustizia gli investitori regolari che riciclavano i quattrini della banda"). E nell'ultimo romanzo, tutti perdono e nessuno si salva: il Corradi, ingiustamente accusato, resta in carcere, il Celegato, l'amico che lo ha tradito, sarà ammazzato, il finanziere corrotto viene scoperto, i trafficanti italiani vengono scoperti con lui, alcuni dei loro collaboratori vengono ammazzati dal Rossini, la trafficante colombiana perde il proprio mercato in Italia, l'amante colombiana diventa la schiava della trafficante, Buratti non riesce a liberare il Corradi e vede rapidamente invecchiare i suoi metodi di indagine a favore della guerra per bande, Max non conclude nulla nemmeno lui, Rossini vede minacciato il suo lavoro da contrabbandiere dalla violenza delle nuove mafie, e la polizia, ridotta a una banda fra le altre, non opera più per la giustizia ma per regolare i propri conti in sospeso con metodi illegali. La giustizia non trionfa mai, e nemmeno la verità ("È questo paese che ha perduto il senso della verità, o forse non l'ha mai avuto"). Il tradizionale manicheismo della letteratura popolare è venuto meno: Bene e Male si sovrappongono e si confondono. A una società malata e corrotta si contrappone una banda di giustizieri che agisce dandosi buona coscienza ("da che parte stiamo, Max?". "Dalla parte degli innocenti"), ma che di innocente non ha più granché: non tengono la parola, trattano e scendono a compromessi con trafficanti di cocaina e con giudici che non rispettano la legge, si arricchiscono personalmente, ricattano, torturano, uccidono senza remore. Da questo punto di vista, più che di sovrapposizione fra il Bene e il Male, bisognerebbe parlare di presenza invasiva del Male e di scomparsa progressiva del Bene e dell'innocenza. Tanto che la dimensione etica che è una delle costanti del romanzo di genere viene di fatto scartata dal suo orizzonte. E che questo costituisce al tempo stesso uno dei caratteri originali del ciclo ma anche la sua debolezza: se verità e giustizia non si ristabiliscono mai, se nessuno più è depositario del Bene, si arriva certo a una forte visione critica della società italiana dei nostri anni, ma si depotenzia uno dei meccanismi stessi del pathos narrativo, la tensione verso il ristabilirsi di una giustizia e il suo scioglimento nel trionfo del polo positivo rappresentato dall'eroe. Qui invece, smascherata l'assenza di valori dei colpevoli come dei giustizieri, della società come della controsocietà, finita l'epoca del

6 rispetto reciproco delle regole, cadute cioè ideologie e speranze collettive, l'unico sistema di valori che rimane da rispettare è quello della malavita, un complesso codice fatto di regole non dette, di esaltazione della forza e del coraggio, di omertà e di rifiuto di qualsiasi legge. Di quel Nazzareno Corradi, la cui vicenda ha ispirato il quarto romanzo del ciclo, realmente recluso per anni sulla base di false accuse, ma che scelse di non denunciare chi l'aveva accusato per rispsettare la regola secondo la quale "non si esce dal carcere accusando qualcuno", Carlotto scrive: Non ha voluto accettare le regole della legge e dalla sua bocca non è uscito il nome che gli avrebbe aperto le porte del carcere. Ha preferito rimanere fedele ai principi di una vita. E io sono fiero del suo silenzio. Una fierezza che più che proposta di un sistema di valori condivisibili da contrapporre come polo positivo al male che ha investito la società, e con essa sia i suoi membri "ufficiali" che i suoi oppositori marginali, suona come un'ennesima ammissione di sconfitta delle speranze di redenzione e una ben misera consolazione rispetto al trionfo della corruzione e dell'interesse privato che sembrano contrassegnare la società italiana che vive la lunga agonia della sua Prima repubblica. Il ciclo di romanzi assume allora tinte così fosche da trascinare con sè anche il suo protagonista, che da tentativo di personificazione del polo della ragione e dell'etica, tende via via a passare in secondo piano, rivelando così la natura artificiosa della triade investigativa : nel quarto romanzo, infatti, il ruolo del Buratti è ormai quello di semplice narratore della storia, e il suo personaggio si limita sempre più all'ironico contrappunto, attraverso le sue ubriacature da calvados e il suono dei suoi blues, di vicende i cui protagonisti sono i personaggi più solidi e più ancorati alla tradizione delle tipologie del genere, i due giustizieri animati da sentimenti di rivalsa e di riscatto, Max la Memoria, o l'intelligenza, e Beniamino Rossini, l'azione.

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