Introduzione a David Hume 1 L IO? NON ESISTE!

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Introduzione a David Hume 1 L IO? NON ESISTE! Siamo allo scozzese Hume. Egli va oltre rispetto allo stesso irlandese Berkeley: per lui non solo la materia non esiste, ma non esiste neppure lo spirito. Cosa ne dici? Mi sembra una tesi che ha una sua coerenza: se l'io (lo spirito) è inconoscibile - alludo al discorso di Locke -, come si potrebbe affermarne l esistenza? Per quanto paradossale possa sembrare, è la convinzione di Hume. Tieni, comunque, presente - per un approccio critico - l'obiezione contenuta nella seconda opzione: come si spiegherebbero le percezioni, se non ci fosse un io (spirito) che percepisse? Scaviamo. Per Hume non esiste lo spirito, cioè (alla Cartesio) una... sostanza pensante. Per Locke, come per Hume, la sostanza (sia materiale che spirituale) non è oggetto di esperienza. Chiariamo la terminologia di Hume. Per lui tutto ciò che è presente alla mente viene chiamato percezioni. Ci sono, però, percezioni e percezioni: le impressioni (le sensazioni, le emozioni, le passioni, desideri, volizioni) e idee (che sono delle pallide copie delle impressioni: vedi ad esempio il ricordo di una cosa). Hume, cioè, avverte l'esigenza di distinguere bene ciò che per Berkeley è idea (per lui tutte le percezioni sono idee ): un conto sono le impressioni che si presentano con vivacità ed un conto le idee che sono solo delle pallide immagini delle impressioni. L'esperienza consiste nelle impressioni, mentre le idee sono causate dalle impressioni. Cosa ne dici? Mi sembra ovvio che le impressioni siano causa delle idee: come potrei avere il ricordo del dolore - cioè l'idea di dolore - se non avessi sperimentato (impressione) - il dolore concreto? Condividi, dunque, la tesi di Hume. Sei già entrato nella sua logica (oppure Hume è - dico bene? - in sintonia con te): non potrei avere l "idea di dolore se prima non avessi "sperimentato (impressione) il dolore concreto. Per Hume l'esperienza non è tout court l'esperienza di Locke: le idee di riflessione, infatti, per Hume non rientrano nell'esperienza, ma nelle idee (le idee di pensare, di percepire, di conoscere... sono troppo pallide per essere delle impressioni!). Nelle idee, poi, Hume mette non solo le idee di riflessione di Locke, ma anche le idee "complesse di Locke, quelle cioè elaborate dalla mente umana. Se per Hume si avesse il sospetto che un termine filosofico sia ambiguo oppure che addirittura tale termine non sia collegato ad alcuna idea, per fugarlo basterebbe verificare se vi sia la corrispondente impressione. Ora vi è rispetto all'idea di "spirito" o al termine "spirito" una corrispondente "impressione? Ovviamente no. Questo almeno alla luce dell'analisi di Locke: la sostanza pensante, in quanto sostanza, è inconoscibile! Anche per Hume: il termine "io" (o spirito) non è neanche un'idea in quanto non vi è nessuna impressione corrispondente. Per Hume, come sai, il valore di un'idea dipende dall'impressione corrispondente. Per Hume un termine (o un'idea) che non ha come supporto alcuna impressione è del tutto privo di significato. E' privo di significato, dunque, anche il termine "io"? Ovviamente sì, se ci riferiamo (come abbiamo già detto) ad una sostanza pensante. Quello che appare, secondo Hume, non è che un flusso di percezioni. Ma... allora in che cosa si distingue ciò che noi tradizionalmente chiamiamo "io" con ciò che chiamiamo "mondo"? Non vi è alcuna distinzione. L'io si riduce ad un flusso di percezioni: non è una sostanza che pensa, ma solo un... teatro ed il mondo, a sua volta, è un flusso di percezioni. 1 Nasce a Edinburgo nel 1711 da famiglia nobile. Nel College di Edinburgo si tuffa negli studi soprattutto classici. Viene avviato agli studi di diritto, ma lui prova un'avversione nei confronti di tutto ciò che non fosse la filosofia. Durante un soggiorno in Francia inizia a scrivere il suo celebre "Trattato sulla natura umana" che viene pubblicato a Londra nel 1739. Nel 1741/42 pubblica ventisette Saggi morali e politici. Nel 1748 esce la sua "Ricerca sull'intelletto umano". Nel 1752 da' alla luce i "Discorsi politici" che vengono tanto apprezzati (anche da Montesquieu). Nel 1763, in Francia al seguito del conte di Herford (che lo ha nominato segretario), viene accolto con entusiasmo dai "salotti" parigini. A Parigi conosce alcuni dei più noti intellettuali illuministici. Muore nel 1776.

E' la convinzione di Hume: se non appare una... sostanza-io, lo scenario che appare ha come contenuto le percezioni. Va chiarito, tuttavia, che ciò che appare non coincide con ciò che chiamiamo "mondo". Sottolineiamo - per essere precisi - che quello che chiamiamo "mondo" non coincide tout court con tutto ciò che appare: appaiono anche percezioni interne, le stesse idee complesse, le idee costruite dalla nostra immaginazione. Scaviamo ancora. L "anima" con Hume muore: l'idea di anima (intesa come sostanza che pensa) è un'idea priva di significato. Cosa ne dici? Non riesco ad accettare una tesi così radicale. Mi pare poco credibile il tentativo di distruggere un patrimonio - il concetto di anima con la connessa idea dell'immortalità - comune a gran parte del pensiero occidentale oltre che alla concezione cristiana, esclusivamente sulla base dell'esperienza: non si ricorda Hume che i classici l'anima - come la sua spiritualità e la sua immortalità - l'hanno "dimostrata"? Si tratta, indubbiamente, di una tesi radicalissima, anche se in qualche modo già anticipata da Locke: è legittima, quindi, la tua reazione. Potresti, forse, obiettare, che ogni uomo - al di là del concetto di "anima" - ha l'idea di "io", un'idea che potrebbe derivare solo dall'io stesso. Cosa risponderesti - con l'impostazione di Hume - a tale obiezione? Non credo che il concetto di "io" provenga da un io (inteso come sostanza che pensa), ma dalla credenza che ha l'uomo di essere un "io". E' la convinzione di Hume: l "io" non è che il prodotto di una credenza! Vedo che sei sempre più sbalordito (mi sbaglio?) Hume è perfettamente consapevole delle conseguenze della... morte dell'anima. La credenza nell'anima - nell'io - ha quindi una grande utilità: non se ne può fare a meno. Ma su cosa si fonderebbe questa "credenza"? Prova ad intuire la risposta di Hume. Immagino che si debba applicare qui il discorso che Locke ha fatto a proposito della "sostanza": è l'abitudine a vedere insieme determinate percezioni che ci porta a credere che tale insieme di percezioni abbia come supporto un "io". Hume è sulla scia di Locke. O meglio approfondisce l'analisi di Locke. Egli, infatti, introduce il concetto di credenza e di abitudine : l'uomo è portato a "credere" nell io in quanto è "abituato a... vedere costantemente insieme un gruppo di percezioni interiori. Hume sostiene che noi abbiamo la tendenza ad associare le nostre percezioni secondo i criteri della somiglianza, della contiguità nel tempo e nello spazio (noi tendiamo ad esempio ad associare il colore di una mela al suo sapore) e della causalità. Si tratta, cioè, di criteri comuni a tutti gli uomini. E' la mente umana, in altre parole, che funziona così. L'idea di IO non è che il risultato dell'associazione di percezioni. L'Io non è che una collezione di percezioni. L'Io, quindi, è il prodotto dell'associazione - una collezione - di percezioni mentali, tra cui le nostre emozioni, i nostri sentimenti, che appaiono insieme con una certa costanza. In che senso, allora, l'io è - come detto prima - l'oggetto di una credenza ( belief nel linguaggio dello scozzese Hume)? Immagino perché tale collezione di percezioni non appare costantemente, ma in modo intermittente. E' quanto asserisce Hume: nonostante ci appaia in modo intermittente, noi tendiamo a riempire i vuoti credendo in una identità personale. Noi siamo abituati (e questo ce lo dice la memoria ) a vedere riapparire quella collezione di idee che chiamiamo identità personale tutte le volte che scompare: da qui la credenza che esista un IO (una identità personale ) non solo come supporto della collezione speciale di idee quando tali idee appaiono, ma anche quando non appaiono. Locke ha sostenuto che l'io (la sostanza pensante) non è che un'idea complessa, un'idea costruita dalla mente umana. Hume va oltre: spiega i fattori (associazione, abitudine, credenza) che spiegano la genesi nell'uomo dell'idea di Io, un Io che fa da supporto anche quando la citata collezione di idee che attribuiamo all'io non appare. L'obiettivo primario di Hume è di indagare la natura umana ed indagarla col metodo sperimentale della scienza. Si tratta, cioè, di applicare alla natura umana lo stesso metodo che la scienza usa nell'indagine dell'universo. In altre parole Hume vuole scoprire la natura dell'uomo attenendosi rigorosamente all'esperienza, senza pregiudizi di alcun tipo. Cosa ne dici?

Ritengo ammirevole il tentativo di Hume. Quello che, però, mi sconcerta, è il risultato del suo tentativo: la vera e propria demolizione dell'uomo, della sua stessa spiritualità, della sua stessa identità personale. E' legittimo il tuo sconcerto. Non dovresti dimenticare, tuttavia, che Hume crede anche lui, come te, nella identità personale. Lo stesso meccanismo che è all'origine della idea di IO (la cosiddetta sostanza pensante), è all'origine dell'idea di materia (di sostanza estesa, secondo la terminologia di Cartesio), cioè... anche nel caso di un corpo (ad esempio un albero), infatti, noi tendiamo a credere che un gruppo di medesime percezioni debba avere un supporto, anche quando tale gruppo non appare. E' grosso modo la convinzione di Hume. Grosso modo perché per Hume le percezioni che appaiono, dopo un intervallo, non sono mai le medesime, ma solo simili, anche se noi tendiamo a leggerle come identiche. Per Hume noi non percepiamo le "cose", ma gruppi di percezioni simili che si presentano a intervalli. La "natura umana", per Hume, tende a cogliere la somiglianza tra loro dei gruppi come identità, cioè come la stessa cosa che esiste anche quando non è presente. Per Hume, quindi, sia lo spirito (la sostanza pensante, l'io, l'anima) che la materia (la sostanza estesa di Cartesio) non sono altro che il frutto dell abitudine a cogliere come "identici" gruppi di percezioni solo "simili" : da qui la credenza nell'esistenza di qualcosa - spirito e materia - che sussiste anche quando i gruppi di percezioni in questione non appaiono. Lo stesso atteggiamento "radicale" lo troviamo nei confronti dell'idea di causalità. Per lui anche tale idea ha origine sulla base dello stesso meccanismo con cui è nata l'idea di sostanza, cioè... noi ad esempio sosteniamo che il fuoco è causa del fumo sulla base dell'abitudine a vedere il fumo ogni volta ci si presenta il fuoco. E' quanto pensa Hume: è solo sulla base dell'abitudine che noi "vediamo" un rapporto causale. Il rapporto causale, cioè, non è oggetto di esperienza, ma è il frutto di un'interpretazione fondata sull'abitudine. LA SCIENZA? UNA CREDENZA! David Hume arriva a mettere in crisi la stessa causalità, il nesso causale (il nesso necessario, ad esempio, tra il fuoco ed il fumo). E con la messa in crisi dell'idea della causalità Hume arriva a mettere in crisi, naturalmente, anche la necessità delle leggi scientifiche : non è dato sapere se posto A, si ha necessariamente B. Cosa ne dici? Mi pare una tesi del tutto sballata per qualsiasi scienziato oltre che per il senso comune: è saputo da tutti che, poste determinate condizioni di temperatura e di pressione, si ha necessariamente il vento. Che dubbio mai potrebbe esistere? La tua reazione è legittima: è vero che la scienza moderna nasce con la convinzione di scoprire le leggi necessarie ed eterne della natura. Ma... su che cosa è basata la fiducia che in futuro la natura si comporterà come nel passato? Galileo non dimostra per nulla tale fiducia. Hume arriva a sostenere che si tratta solo di una fiducia fondata solo sull abitudine, sulle esperienze passate. Scaviamo. La causalità, per Hume, non ha alcun fondamento: che una palla da biliardo colpisca un'altra palla e le imprima un determinato moto ed una determinata direzione non ha alcun fondamento nell'esperienza. Cosa ne dici? Mi pare credibile: noi, infatti, percepiamo - come nel caso del fuoco e del fumo - non un rapporto di causalità, ma di successione. E' quanto pensa Hume: noi percepiamo una successione o una concomitanza, non un rapporto di causa ed effetto. Noi percepiamo, cioè, che al fuoco succede (o è concomitante) il fumo, non che il fuoco è causa del fumo. La successione (o la concomitanza) tra quello che chiamiamo "causa" e quello che chiamiamo "effetto", per Hume, è data solo dall'esperienza. Cosa ne dici? Ho qualche perplessità ad accettare tale tesi: nella proposizione "2+2=4", il 4 - che è una conseguenza necessaria del soggetto 2+2 - non è ricavato dall'esperienza, ma è dedotto dal soggetto stesso.

Hume distingue nettamente le proposizioni logico-matematiche da quelle che riguardano i "fatti": le prime per lui sono necessarie, le altre no. Approfondiamo. Per Hume, quando parliamo di fenomeni (di fatti), ciò che noi consideriamo "effetto non è deducibile da ciò che chiamiamo "causa" in quanto l'effetto (ad esempio il movimento della palla da biliardo B) è un fatto diverso rispetto alla causa (il movimento della palla di biliardo A in direzione della palla B). Nell'ambito dei fenomeni, cioè, Hume esclude che la conoscenza dell'effetto rispetto alla causa sia a priori. Quello che noi chiamiamo rapporto causale, dunque, è una relazione che noi conosciamo a posteriori. Noi possiamo prevedere che la palla da biliardo A provoca, con l'urto, il movimento della palla da biliardo B solo sulla base dell'esperienza passata. Se noi non avessimo avuto alcuna esperienza, non potremmo prevedere l "effetto. E' qui che gioca il suo ruolo l'abitudine: essendo noi abituati a vedere un certo fenomeno in concomitanza con un altro, siamo portati a credere che tale concomitanza sia necessaria e quindi si verifichi anche in futuro. Tutt'altro discorso, invece, vale per le proposizioni logico-matematiche. O no? Non vedo perché non debba valere lo stesso discorso dato che, per Hume, le cosiddette entità matematiche hanno un'origine dall'esperienza: se è così, abbiamo a che fare con "questo" triangolo, ad esempio, non con l'idea di triangolo. E' vero che per Hume noi non potremmo avere l'idea di triangolo se non avessimo l "impressione di triangolo, ma è anche vero che per Hume il matematico tratta il triangolo prescindendo dalle caratteristiche particolari di questo o di quel triangolo. Per Hume l'idea di triangolo - ed anche le stesse idee di "spazio" e "tempo" - è solo un nome (nominalismo), un segno che sta al posto dei concreti triangoli a, b, c, d..., di oggetti che noi abbiamo l'abitudine di percepire come simili. Da qui, allora, la tesi di Hume secondo cui nel campo delle relazioni tra idee la conoscenza dei rapporti tra idee è a priori. Nel campo dei fatti, per Hume (come per Leibniz), non esistono nessi necessari : possiamo avere constatato miliardi e miliardi di volte la concomitanza tra un fenomeno (fumo) ed un altro (fuoco), ma miliardi e miliardi di fatti non fanno una necessità. E' solo l abitudine che ci porta a credere che anche in futuro si verifichi la stessa concomitanza. Che la natura si comporti in modo uniforme è, quindi, solo una credenza. LE DIMOSTRAZIONI RAZIONALI DELL ESISTENZA DI DIO? NON VE N E UNA CHE SI SALVI! Secondo Hume il rapporto causale nasce dall'abitudine di vedere ripetutamente lo stesso collegamento tra fenomeni. Ma... come è possibile che sia nata tale abitudine se tra il mondo e Dio non vi è alcuna somiglianza? Questo il quesito di Hume. Cosa ne dici? Non mi convince: l'esistenza di Dio non è il frutto dell'abitudine, ma di una dimostrazione. Un'opinione rispettabile: con te ci sono molti... big del pensiero sia del mondo classico che moderno. Hume, tuttavia, è convinto che l'esistenza non si possa dimostrare in quanto l'esistenza la si può conoscere solo grazie all'esperienza. Per Hume non vi è un essere la cui non esistenza comporti contraddizione: qualsiasi essere - in quanto "fatto" - è contingente, non ha in sé come essenza l'esistenza. L'esistenza, quindi, non si può dedurre dall'essenza. La prova ontologica, quindi, non ha alcun fondamento. Cosa ne dici? Non mi convince. Come potrebbe non esistere un essere Perfettissimo? Se non esistesse, non sarebbe Perfettissimo e avremmo quindi un'idea contraddittoria, cioè avremmo l'idea di un essere Perfettissimo che non è Perfettissimo. Sei in sintonia con S. Anselmo, con Cartesio... Cerca, però, di vagliare anche, con grande attenzione, l'obiezione della seconda risposta: non vi è un passaggio indebito tra piano logico (del pensiero) al piano ontologico (dell essere, dell esistenza)?. No alla prova ontologica, no alla prova cosiddetta cosmologica (dal mondo a Dio grazie al principio di causalità). E l'argomento che parte dall'ordine dell'universo e approda ad una Intelligenza ordinatrice? Hume sostiene che, sulla base di tale argomento, al massimo si potrebbe arrivare ad un Essere Imperfetto: considerato che l'effetto è imperfetto, non può che essere imperfetta la stessa Causa. Ma se la causa è imperfetta, è finita e non è esclusa una molteplicità di Cause finite dell'universo. Nessun fondamento razionale, quindi, all'esistenza di Dio. Come è nata allora l'idea di Dio nella testa degli uomini? Dal terrore della morte, dalla paura di fronte ad eventi naturali. E' questa

l'origine della religione che appare originariamente come "politeista" (sono molteplici le cause segrete a cui vengono attribuiti i beni e i mali che capitano all'uomo), religione che diventa successivamente "monoteista" a causa del bisogno dell'uomo di adulare la divinità. E' il bisogno dell'uomo - spinto dalla paura, dalla preoccupazione, dall'ansia - di adulare la divinità per ingraziarsela che porta l'uomo a gonfiare gli attributi della divinità stessa fino a concepirla come infinita. Cosa ne dici? Hume - mi pare di capire - approda così all'ateismo, una concezione a mio parere in contrasto con l'impostazione di fondo della sua filosofia (un'impostazione scettica). Hume, coerentemente con la sua impostazione, non approda all'ateismo: per lui il problema- Dio è un problema, un enigma. Da qui l'esigenza di sospendere il giudizio. Hume precisa solo che il monoteismo può essere fonte di intolleranza, mentre l'intolleranza non alberga nel politeismo. Per Hume, poi, non si può utilizzare Dio come fondamento dell'etica, in quanto questa è basata sul sentimento, non sulla religione. Hume infine sostiene che la religione ha una funzione positiva (di freno dalle passioni): un popolo senza religione, per lui, si differenzia di poco dai bruti.