La tutela dei diritti dei bambini e la sussidiarietà nell adozione internazionale: l esperienza di un servizio pubblico regionale oltre frontiera

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1 La tutela dei diritti dei bambini e la sussidiarietà nell adozione internazionale: l esperienza di un servizio pubblico regionale oltre frontiera

2 La tutela dei diritti dei bambini e la sussidiarietà nell adozione internazionale: l esperienza di un servizio pubblico regionale oltre frontiera a cura di Anna Maria Colella e Antonella Saracco

3 Presentazione Assessore al Welfare e al Lavoro Regione Piemonte, Teresa Angela Migliasso Direttore ARAI-Regione Piemonte, Anna Maria Colella Comitato tecnico-scientifico Anna Abburrà, Chiara Avataneo, Graziana Calcagno, Anna Maria Colella, Giulia De Marco, Pierangela Peila, Daniela Simone Segreteria del progetto Cinzia Cecchetto, Rachele Totaro Si ringraziano Giampaolo Albini e la Direzione Politiche Sociali - Regione Piemonte per il sostegno e la collaborazione all attività dell ARAI-Regione Piemonte. Si ringraziano altresì le autorità, gli esperti italiani e stranieri e le famiglie che hanno raccontato le loro esperienze e messo a disposizione le loro testimonianze. La Regione Piemonte ha una lunga storia in materia di cooperazione a favore dell infanzia in difficoltà. Negli ultimi anni questo impegno si è intrecciato spesso con l operato dell Agenzia Regionale per le Adozioni Internazionali (ARAI), nata in seguito alla scelta della Regione Piemonte di mettere in pratica il dettato della Convenzione de L Aja sulla protezione dei minori e la cooperazione in materia di adozione internazionale (legge 476/98) attraverso la costituzione di un ente pubblico, unico nel suo genere in Italia. Nel rispetto della legge italiana e in ossequio al principio di sussidiarietà, l ARAI, attraverso i fondi messi a disposizione dalla Regione Piemonte, come previsto dalla legge regionale n. 30/2001 di costituzione dell Agenzia, svolge un intensa attività di cooperazione internazionale, considerandola, da un lato, presupposto per la promozione dei diritti dell infanzia e, dall altro, condizione fondamentale per consentire a ogni bambino di crescere in famiglia, in modo da rendere l adozione internazionale sempre più un mezzo residuale per la tutela dell infanzia in difficoltà. La cooperazione intesa e realizzata dall ARAI, diretta ad attuare il principio fondamentale della protezione e promozione dei diritti dei bambini in tutto il mondo senza distinzione alcuna (così come riconosciuto a livello internazionale dalla Convenzione ONU sui diritti dell infanzia), si è concentrata su due aree principali. Da un lato la formazione, rivolta ad operatori pubblici, assistenti sociali, pediatri, psicologi e magistrati, realizzata attraverso seminari formativi e divulgativi sull adozione nazionale e l affidamento familiare, organizzati nel Paese beneficiario del progetto e abbinati ad attività di informazione e formazione in Italia, finalizzati a favorire lo scambio di conoscenze e il confronto con l esperienza dei servizi piemontesi per la tutela dei minori. Dall altro, lo sviluppo di attività di ricerca sulle condizioni di vita dell infanzia, finalizzate a promuovere forme di tutela alternative all istituzionalizzazione, come l affidamento familiare e l adozione nazionale e interventi a sostegno delle esigenze primarie di bambini abbandonati, bambini di strada o allontanati dalle famiglie d origine. Partendo dunque dall esperienza dell ARAI-Regione Piemonte, questa pubblicazione nasce per presentare i risultati degli interventi attuati nelle varie parti del mondo e per favorire la diffusione di una nuova cultura, più attenta e partecipe alle esigenze dell infanzia. Si è voluto dare la parola ai protagonisti della formazione, operatrici ed operatori del settore, italiani e stranieri, in grado di fornire un quadro sincero e personale di ciò che è stato fatto, anche per progettare nel modo migliore possibile quello che si potrà e si dovrà fare. E si è voluto dare spazio anche alle famiglie adottive, capaci di garantire un punto di vista unico sui paesi dove l ARAI opera e sulle attività a tutela dell infanzia attuate dalla stessa Agenzia. Esperienze diverse, ma accomunate da un desiderio: fornire un punto di partenza da cui trarre insegnamenti e spunti per le future politiche e attività da mettere in campo, per un mondo sempre più a tutela dei bambini e delle bambine. Teresa Angela Migliasso Assessore al Welfare e al Lavoro Regione Piemonte Mercedes Bresso Presidente Regione Piemonte

4 Indice Introduzione, di Anna Maria Colella 5 1. Cooperazione e adozione internazionale: contributi multidisciplinari Il principio di sussidiarietà dai lavori preparatori della Convenzione de L Aja alla nascita dell Autorità centrale italiana, di Luigi Fadiga 14 Nozione giuridica di adottabilità e strumenti internazionali di tutela dei minori, di Graziana Calcagno e Giulia De Marco 19 Potenziare la resilienza scolastica dei bambini in adozione internazionale, in una prospettiva di cooperazione, di Cristina Coggi e Paola Ricchiardi 25 Verso una società mondo: il ruolo della formazione per l uso culturale delle risorse, di Renato Grimaldi e Maria Adelaide Gallina ARAI-Regione Piemonte: attività e progetti Brasile 42 Burkina Faso 48 Capo Verde 50 Colombia 51 Corea del Sud 52 Etiopia 54 Federazione Russa 55 Guatemala 58 Lettonia 59 Repubblica Popolare Cinese 61 Romania 62 Slovacchia 63 Sud Est Asiatico 67 Convenzione ARAI-CAI-IDI Esperienze di formatori italiani all estero Costruire percorsi più allargati, di Anna Abburrà 74 Paesi diversi, problematiche simili, di Maria Celeste Anglesio 77

5 Il progetto: un linguaggio comune, di Graziella Bonometti 78 Cogliere le potenzialità, di Lidia Bozzolo 80 Esperienze di formazione in contesti deprivati, di Graziana Calcagno 82 Il terzo settore in Lettonia, di Maria Lodovica Chiambretto 85 Diffondere l esempio, di Giulia De Marco 86 Il volto ricorrente dell abbandono, di Alfonso d Errico 88 Conoscersi per cooperare, di Marina Farri 90 Un progetto di mediazione familiare in Lettonia, di Laura Gaiotti 93 Per una cultura dell affidamento in Burkina Faso, di Enzo Genco 98 Promuovere l adozione in Brasile, di Marialuisa La Ferla 101 Reciproche opportunità di conoscenza, di Costanza Lerda 105 Intesa che genera ricchezza professionale e personale, di Elena Licastro 107 Aspetti giuridici paralleli, di Marta Lombardi 110 Occasioni di verifica in Lettonia, di Sandra Patt 112 Prevenire il disagio a Riga, di Pierangela Peila e Carla Meda 113 In Slovacchia, verso il lavoro sociale, di Carlo Saccani 116 Condividere spazi, tempo e saperi, di Franca Seniga 119 Confrontarsi su temi specifici, di Donatella Simonini La parola ai genitori adottivi Per l adozione occorre prepararsi 144 Siamo diventati una famiglia! 147 Dal Brasile, un bambino speciale 149 Noi, primi genitori adottivi in Corea del Sud 153 In Russia, quasi come a casa 156 Confini che si annullano 159 Adesso anche noi siamo un po slovacchi 166 Burkina Faso: un paese da conoscere e da capire 171 In Slovacchia, per crescere insieme 173 Diario di un incontro 175 Accogliente Slovacchia 179 Dalla parte del diverso 181 Un volto alle nostre fantasie e un via ai sogni 183 Una varietà di emozioni 187 Entrare in contatto con una cultura diversa 190 Il nostro racconto 192 Un attesa infinita 193 Pensare al futuro 196 In viaggio per la Lettonia 197 La famiglia: una patria senza confini Dall estero: tracce di un percorso L attività degli organi di tutela minorile nella Regione di Sverdlovsk, di Irina Anatolievna Kungurtseva 124 L adozione internazionale in Burkina Faso, di Jean-Baptiste Zoungrana 130 Dalla Lettonia: un utile aggiornamento, di Lita Purenina 132 Interessante intreccio tra teoria e pratica, di Mgr. Zdenka Farkasovà 133 Esempi di professionalità, di Zita Nagyidaiovà 135 La formazione: un grande aiuto, di Renata Knapcovà 137 Il Progetto Tessendo Legami: un esperienza di riconquista del diritto alla convivenza familiare, di Stella Mª L. B. Senes, Fernanda M. G. Almeida e Maria de Fátima P. Lepikson 138

6 Introduzione di Anna Maria Colella ARAI-Regione Piemonte: un servizio pubblico oltre frontiera per la cooperazione e l adozione. Tra gli obiettivi primari posti dalla Convenzione de L Aja sulla protezione dei minori e la cooperazione in materia di adozione internazionale del 1993 (di seguito abbreviata Convenzione de L Aja) figura il rafforzamento della collaborazione tra Stati, per promuovere forme di tutela dell infanzia in stato di abbandono e, soprattutto, per garantire che l adozione internazionale avvenga nel pieno rispetto del superiore interesse del minore, favorendo in primis il suo diritto a vivere in una famiglia nel proprio Paese d origine, alla stregua del c.d. principio di sussidiarietà. Ciò presuppone che le Autorità competenti e tutti i soggetti preposti alla salvaguardia dei diritti dell infanzia si impegnino nell implementazione di politiche idonee a garantire il diritto di ogni bambino a vivere in una famiglia: nucleo primario della società all interno della quale il minore può trovare le condizioni ideali per la propria crescita psico-fisica. La legge italiana di ratifica della Convenzione - la Legge n. 476 del vincola l adozione internazionale alla cooperazione tra Stati, scelta, unica nel contesto europeo, che tiene conto della diversità di due ambiti d intervento. Da una parte, infatti, gli enti autorizzati devono adempiere a tutto ciò che concerna l adozione internazionale, fornendo risposte alle diverse esigenze degli aspiranti genitori adottivi; dall altra parte, gli stessi enti hanno il compito e il dovere di sviluppare progetti rivolti alla promozione di politiche sociali finalizzate a contrastare il fenomeno dei minori in stato d abbandono, anche attraverso la formazione degli operatori locali e la creazione di una vera e propria cultura della tutela dei diritti dell infanzia. La legge regionale n. 30 del 2001, istitutiva dell ARAI-Regione Piemonte, riprendendo le disposizioni della normativa nazionale, annovera espressamente, tra le attività in capo all ente, la promozione di progetti di cooperazione da realizzare in collaborazione con i soggetti attivi nel campo dell adozione internazionale e della protezione dei minori nei Paesi stranieri. L ARAI collabora in tal modo all attuazione delle iniziative promosse dalla Regione Piemonte, finalizzate a rendere effettivo il principio di sussidiarietà dell adozione internazionale, in modo da consentire prioritariamente la permanenza del fanciullo nella propria famiglia e nel Paese d origine. Tutto ciò attraverso interventi formativi volti a promuovere forme di tutela dell infanzia alternative all istituzionalizzazione, nonché progetti a sostegno delle esigenze primarie di bambini abbandonati. L attività dell ente si basa su un principio fondamentale, sancito anche dalle Convenzioni internazionali sulla protezione dei minori: Ogni bambino ha diritto a una famiglia. Questa pubblicazione ha lo scopo di focalizzare l attenzione sulle tematiche della cooperazione e dell adozione internazionale attraverso i contributi di studiosi di vari INTRODUZIONE 5

7 settori disciplinari, di illustrare l attività svolta dall ARAI nelle esperienze di cooperazione maturate dal 2004 ad oggi, attraverso le testimonianze di esperti italiani che, nell ambito dei diversi progetti di formazione e scambio hanno partecipato, in qualità di relatori, ai seminari di formazione organizzati all estero, e quelle di alcuni operatori stranieri che hanno espresso le proprie considerazioni in merito alle diverse iniziative. Il testo intende presentare anche alcune preziose testimonianze di coppie che hanno realizzato il loro percorso adottivo con l ARAI-Regione Piemonte. Il primo capitolo, nell intento di offrire una chiave di lettura trasversale dei contenuti trattati, affrontata da ottiche diverse e complementari alcuni temi della cooperazione e dell adozione internazionale. Si è intenso focalizzare infatti l attenzione sull interpretazione, proposta da Luigi Fadiga, del principio di sussidiarietà che chiama in causa ampie considerazioni sui presupposti concettuali che lo sostengono, in ordine sia alle prassi giuridiche, sia agli assunti di natura culturale di cui è interessante cogliere la trasformazione nel tempo. Una ricerca presentata da Graziana Calcagno e Giulia De Marco invita poi ad approfondire la nozione di abbandono e degli strumenti di tutela messi in atto su scala internazionale nell interesse dei bambini, attraverso l esame comparativo di fascicoli per l adozione di minori che provengono da alcuni Paesi stranieri. Cristina Coggi e Paola Ricchiardi propongono efficaci strategie di carattere pedagogico-didattico per incrementare la resilienza scolastica in una prospettiva di cooperazione, a vantaggio sia dei bambini adottati, sia di quelli che rimangono in strutture di accoglienza nel loro Paese. A tale riguardo presentano l esempio del progetto Fenix - in parte sostenuto dall ARAI per l applicazione attuata nello Stato di Bahia (Brasile) - creato per supportare la crescita cognitiva e motivazionale dei bambini in difficoltà attraverso l uso di risorse in Rete. Infine, l analisi sociologica di Renato Grimaldi e Maria Adelaide Gallina, relativa al ruolo della formazione per un uso culturale delle risorse, apre orizzonti e riflessioni critiche per lo scambio e l impegno transnazionale, anche tramite l ausilio delle tecnologie info-telematiche, per orientare al superamento delle condizioni di disuguaglianza sociale a favore dell infanzia. Il secondo capitolo reca la documentazione dei numerosi progetti internazionali, già realizzati o in via di attuazione in aree geografiche diverse, offrendo interessanti spunti di riflessione sull attività che l ARAI pratica da anni attraverso interventi differenziati di tutela dell infanzia. Il profilo delle iniziative qui descritte restituisce un intento di cooperazione che si concretizza in azioni mirate al potenziamento e all innovazione del sistema dei servizi sociali dei diversi Paesi d intervento, al fine di creare una solida base per contrastare l abbandono dei minori. I primi programmi di cooperazione, incentrati sulla formazione degli operatori sociali e di esperti impegnati nei servizi preposti alla tutela dell infanzia, hanno preso avvio nel 2004 con la realizzazione di un progetto pilota, di durata biennale, rivolto proprio ad assistenti sociali, operatori pubblici, psicologi, pediatri, magistrati e alle famiglie avente lo scopo di diffondere la cultura dell accoglienza dei minori in stato di bisogno. Tale progetto, adattato alle diverse situazioni dei Paesi d intervento, è stato realizzato in Brasile, nella città di São Paulo e nello Stato di Bahia, nella Regione di Sverdlovsk (Federazione Russa), nella Repubblica Slovacca e nella Repubblica di Lettonia, Paesi nei quali l ARAI ha privilegiato come partner soggetti pubblici locali, in modo tale da instaurare una collaborazione tra istituzioni ed enti volta a realizzare interventi strutturali sostenibili. Di recente sono stati avviati percorsi formativi anche nel Comune di Vargem Grande Paulista (Stato di São Paulo) e a Campo Grande (Stato del Mato Grosso del Sud). Il progetto pilota prevedeva un iniziale approfondimento teorico dei temi legati all affidamento familiare e all adozione nazionale quali strumenti giuridici di deistituzionalizzazione. I primi seminari erano rivolti a un gruppo rappresentativo delle diverse figure professionali impegnate nei servizi locali per l infanzia e la famiglia. Il percorso formativo continuava attraverso una serie strutturata di incontri rivolti sia ad altri operatori del Paese, in un ottica di diffusione degli strumenti teorici acquisiti, sia alle famiglie interessate all affidamento familiare o all adozione nazionale. Volendo promuovere con tali progetti la formazione degli operatori coinvolti nel lavoro di supporto e accoglienza dei minori in difficoltà, si è cercato di favorire l incontro e lo scambio di conoscenze e di esperienze tra esperti stranieri e italiani. Per questo, nell ambito dei diversi percorsi formativi, sono stati organizzati seminari di formazione in Italia per gruppi selezionati di operatori che avevano l opportunità di conoscere direttamente l esperienza dei servizi piemontesi in materia di sostegno all infanzia in difficoltà, confrontandosi con gli operatori dei servizi. Al fine di fornire agli operatori locali uno strumento utile sia alla loro formazione, sia alla preparazione delle coppie aspiranti all adozione, il progetto pilota ha consentito inoltre di distribuire e tradurre, con i dovuti adeguamenti alla normativa e alle realtà di ogni singolo Paese, l ABC dell Adozione, un testo adottato dalle équipe adozioni della Regione Piemonte fin dal 2001 per la preparazione e la formazione delle coppie aspiranti all adozione nazionale e internazionale. Il manuale, adeguato nei contenuti e tradotto, è stato adottato dagli operatori dei servizi sociali della Regione di Sverdlovsk (Federazione Russa), della Repubblica Slovacca e della Repubblica di Lettonia. In Slovacchia sono state realizzate inoltre altre iniziative quali: il Progetto per la tutela dei minori in difficoltà: promozione degli affidamenti familiari e dell adozione nazionale, destinato alla formazione degli operatori sociali ed esperti giuridici impegnati nei servizi di tutela dell infanzia in difficoltà; il progetto Formazione ed aggiornamento del personale degli istituti per bambini in stato di difficoltà per migliorare la qualità dell assistenza ai minori mediante lo scambio di know-how e, infine, il progetto Supporto integrato al sistema di protezione sociale e giuridico del minore e della sua famiglia nella Repubblica Slovacca per il potenziamento della rete locale di servizi sociali pubblici attraverso la formazione degli attori istituzionali implicati per mezzo dello scambio di know-how con le istituzioni italiane coinvolte (tra cui l Associazione Italiana dei Magistrati per i Minorenni e per la Famiglia). 6 INTRODUZIONE INTRODUZIONE 7

8 In Lettonia, al fine di promuovere una nuova cultura dell accoglienza a vantaggio dei minori privi di un nucleo familiare adeguato, è stato realizzato il Progetto per la tutela dei minori in difficoltà: promozione degli affidamenti familiari e dell adozione nazionale. Successivamente è stato avviato il progetto Family support centres: supporto alla creazione di centri o consultori famigliari per l erogazione di servizi integrati per famiglie in difficoltà nella Repubblica di Lettonia, incentrato sul supporto istituzionale alla formazione del personale operante nei Centri per le Famiglie creati in Lettonia per offrire servizi integrati per le famiglie in difficoltà. Per quanto riguarda lo sviluppo di azioni mirate al potenziamento e all innovazione dei sistemi di servizi sociali locali, si segnalano in particolare gli interventi che l ARAI ha realizzato con diversi partner in Slovacchia, con la Segreteria per l Assistenza e lo Sviluppo Sociale della Città di São Paulo (Brasile), con il Foster Service Centre della Provincia di Chungbuk (Corea del Sud). Il Progetto Pilota Famiglia Affidataria, realizzato in collaborazione con la Segreteria Municipale per l Assistenza e lo Sviluppo Sociale della Città di São Paulo, prevedeva la sperimentazione degli affidamenti familiari in due quartieri della città di São Paulo. Il progetto costituiva la continuazione dell attività formativa realizzata con i partner brasiliani sin dal In altri Paesi, quali Repubblica Popolare Cinese, Corea del Sud e Burkina Faso, sono stati approvati e avviati - in accordo con i partner locali e in funzione delle specifiche esigenze di ciascuno Stato - progetti d intervento per l accoglienza di minori in situazione di disagio. Tali progetti miravano a sostenere centri di accoglienza sia per minori in stato d abbandono, sia per minori in situazione d indigenza e prevedevano parallelamente il supporto e l accompagnamento delle famiglie d origine, qualora possibile, al fine favorire il reinserimento familiare dei minori. In Burkina Faso, per esempio, è stata realizzata una comunità di accoglienza per minori e giovani madri in situazione di rischio nella città di Ouagadougou (Burkina Faso) denominata Hotel Maternel. Una struttura nata per contribuire alla garanzia del diritto fondamentale del fanciullo a crescere in un ambiente idoneo al suo sviluppo psico-fisico, con particolare attenzione ai minori in situazioni di rischio, promuovendo la cultura dell accoglienza ed estendendola alle giovani ragazze madri, in un ottica di prevenzione dell abbandono. All interno dell Hotel Maternel vengono realizzati servizi di assistenza sanitaria e di istruzione di base per i minori e per le giovani madri adolescenti e corsi di formazione professionale. In Corea del Sud il progetto La Casa della Speranza era finalizzato a promuovere l affidamento familiare quale principale strumento giuridico in grado di garantire l accoglienza in famiglia di bambini e adolescenti in particolare stato di necessità. In Romania l ARAI ha invece sostenuto un progetto per minori di strada denominato Brutto Anatroccolo a Baia Mare, frutto della partnership tra l ARAI e i Padri Somaschi nel corso del quale è stata promossa la realizzazione di una ricerca finalizzata alla creazione di una banca dati sulla situazione dei minori in stato d abbandono su base regionale. I progetti fin qui citati sono solo alcuni di quelli sviluppati dall ARAI negli ultimi anni, in collaborazione con le autorità locali competenti o con altri enti autorizzati all adozione. Le schede raccolte nel secondo capitolo descrivono anche i progetti sviluppati in collaborazione con alcune ONG piemontesi nelle zone colpite dallo Tsunami, nello specifico le aree geografiche del sud-est dell India e alcune isole dell Indonesia. Iniziative legate a un intervento del Consiglio Regionale che ha permesso all ARAI di intervenire a sostegno di proposte progettuali incentrate su azioni a favore dell infanzia e di nuclei familiari in difficoltà a seguito dello tsunami. Vengono inoltre descritte in maniera sintetica le attività di cooperazione avviate di recente a Capo Verde, in Colombia e in Guatemala e le attività previste nell ambito dell Intesa conclusa con l Istituto degli Innocenti di Firenze. Un Programma definito d intesa con la Commissione per le Adozioni Internazionali presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, che intende favorire lo scambio di esperienze e di conoscenze tra operatori italiani e operatori brasiliani e russi, essendo il Brasile e la Federazione Russa i due paesi interessati e coinvolti nel Programma di formazione. Le relazioni raccolte nel terzo capitolo costituiscono il significativo contributo di magistrati minorili, responsabili di servizi e operatori sociali che hanno condotto attività di formazione organizzate dall ARAI in diversi Paesi stranieri. Dalle testimonianze si evince che tale iniziativa si è rivelata finora un efficace strumento di collaborazione internazionale, in quanto occasione di confronto su tematiche connesse all assistenza di bambini deprivati o in stato di abbandono. Lo scambio di opinioni, di esperienze e metodi d intervento rappresenta un valore aggiunto, rispetto alle consuete prassi operative dei vari contesti nazionali, sia per gli stranieri, che possono riflettere sulle strategie già messe in atto, in modo da utilizzare al meglio le risorse esistenti e da attivarne di nuove, sia per gli operatori italiani, che possono acquisire utili informazioni dalle realtà di quei paesi, non solo per formare le coppie aspiranti all adozione internazionale, ma anche per comprendere più a fondo le problematiche dei minori provenienti da quelle aree e presenti nel nostro territorio. In un momento come questo, in cui la multiculturalità in Italia è un dato evidente, ma critico, poiché richiede apertura e informazione, oltre alla capacità di costruire nuove forme di integrazione e di scambio, tale preziosa opportunità potrebbe infatti offrire importanti spunti per l azione e, quindi, variegare maggiormente gli strumenti a difesa dei minori, creando le condizioni per facilitarne l accoglienza e l integrazione, ma soprattutto incentivando la valorizzazione delle diversità come risorsa. È perciò importante sistematizzare, trasmettere e discutere tali contenuti sia nell ambito della Regione Piemonte, sia in quello nazionale. I partecipanti esprimono il loro apprezzamento per un esperienza che, se da un lato, ha costituito per loro il piacere di scoprire realtà nuove e mondi diversi, dall altro rappresenta anche un riconoscimento: quello di poter raccontare motivazioni, strategie, difficoltà e risultati di percorsi intrapresi nel tempo. 8 INTRODUZIONE INTRODUZIONE 9

9 La possibilità di trarre spunto dalle differenti realtà, inoltre, aiuta a capire meglio quanto gli operatori siano simili e/o diversi nelle varie parti del mondo e, quindi, a valorizzare e a promuovere professionalità più forti, più riconosciute. Il quarto capitolo illustra i rimandi che alcuni rappresentanti delle istituzioni, magistrati e operatori sociali stranieri hanno restituito in merito alla loro partecipazione a iniziative di formazione e di cooperazione a progetti inerenti la tutela dell infanzia svolte nel loro Paese o in Piemonte. I partecipanti ai seminari considerano le attività molto stimolanti e istruttive e riferiscono che essi hanno potuto verificare direttamente, sul territorio, esperienze di servizi di base dell assistenza sociale e conoscere esempi di buona professionalità, che gli esperti italiani hanno trattato questioni interessanti e che gli interventi sono stati perfettamente gestiti, sia a livello di contenuti, sia a livello tecnico e umano. Gli esperti stranieri asseriscono, inoltre, di aver ottenuto numerose informazioni sul sistema di servizi in Piemonte e sui provvedimenti per il sostentamento dei bambini e delle famiglie in situazioni critiche, grazie allo scambio di esperienze e di conoscenze avvenuto attraverso la collaborazione con l ARAI. Per quanto riguarda l orientamento per l adozione internazionale, l intento unanime è quello di agire affinché il massimo interesse dei minori consista nel diritto di ogni Paese di provenienza a trovare per il bambino la migliore famiglia possibile e non invece il migliore bambino possibile per quella data famiglia. Il quinto ed ultimo capitolo del presente volume viene riservato ai racconti delle coppie adottive che descrivono i vissuti relativi all iter adozionale con l ARAI, le loro aspettative, le preoccupazioni, le difficoltà, le gioie, ma anche il bisogno di condivisione con altri aspiranti genitori adottivi che si apprestano ad affrontare la stessa impresa. Essi intendono offrire l opportunità di condividere esperienze emblematiche che trovano nessi comuni nell espressione di un intimità generosa, ora individuale, ora di coppia, attraverso l elaborazione, puntuale e appassionata, di vissuti e stati d animo contrastanti ma intensi. Tali sentimenti sono connessi alla scelta di una genitorialità allargata che si concretizza in un incontro, che è un destino. Il figlio atteso diventa allora la piena realizzazione del desiderio, ma anche la compiutezza di quel tempo sospeso, che assume proporzioni e consistenze differenti, che si dilata e si contrae, prendendo il ritmo del racconto, per nutrirsi, passo passo, di speranza. Dar voce alle emozioni, dar spazio e ascolto alle domande, ai dubbi e alle paure attraverso la narrazione familiare, significa perciò intessere una storia comune tra quel bambino e quella coppia, tanto da rendere l adozione un progetto nuovo, possibile e praticabile, un ponte fra passato, presente e futuro. Il bambino adottato ha bisogno di qualcuno che possa ricordare per lui e con lui. Gli eventi più significativi della sua vita sono impressi soprattutto nella memoria degli altri, in particolare dei nuovi genitori, e diventano qualcosa di reale: un patrimonio di informazioni affettive a cui attingere per la costruzione della propria identità personale e sociale. Tutto ciò proprio nel momento in cui si crea un filo conduttore, storico ed emozionale, per la continuità della sua esistenza. L adozione è dunque una vicenda particolare che va raccontata ai figli adottivi perché sentano progressivamente di appartenere alla storia della propria famiglia, alle altre coppie perché arricchiscano il bagaglio di conoscenze, agli operatori perché possano, immedesimandosi, far cultura ed educazione sull infanzia. La raccolta di queste testimonianze, oltre a rappresentare un prezioso strumento educativo per tutti gli attori dello scenario adottivo, consente anche di tracciare un utile percorso di riflessione di natura socio-culturale e, soprattutto, di sollevare interrogativi, inquietanti e urgenti, sulla domanda affettiva dei bambini del mondo. Questa pubblicazione non intende connotarsi come celebrazione, né semplice sintesi dei progetti realizzati. Piuttosto, partendo dalla raccolta delle esperienze di formatori e operatori, italiani e stranieri, che hanno partecipato ai progetti di formazione in Italia e all estero e dalla testimonianza delle famiglie che, attraverso l adozione, sono giunte a conoscenza delle attività di cooperazione dell ARAI si vuole offrire uno spunto di riflessione per stimolare il dibattito, e aprire interrogativi, prima ancora che fornire risposte. È il risultato di un eccezionale lavoro a tutela dei diritti dei bambini in difficoltà in vari Paesi, che si è concretizzato grazie all indispensabile collaborazione dell Amministrazione regionale, della Direzione Politiche Sociali, dei magistrati minorili, delle Autorità e degli esperti stranieri, degli operatori sociali e sanitari dei servizi territoriali, dei rappresentanti delle associazioni di volontariato e degli Enti Autorizzati e delle famiglie. A tutti coloro che a vario titolo hanno collaborato alle iniziative e ai progetti ARAI va quindi un sincero ringraziamento. Infine un ringraziamento particolare a tutti i funzionari e collaboratori ARAI che con professionalità e dedizione hanno reso possibile in questi anni l esperienza di un servizio pubblico oltre frontiera. 10 INTRODUZIONE INTRODUZIONE 11

10 1. Cooperazione e adozione internazionale: contributi multidisciplinari Solo attuando in pieno il principio della sussidiarietà e sviluppando l azione di aiuto e sostegno in loco dei bambini in difficoltà da parte degli Stati che recepiscono bambini da adottare, si eviterà di realizzare nel settore minorile un nuovo colonialismo, ancor più inaccettabile e spregevole di quello del passato, perché tendente a sfruttare i bambini e la miseria di tante famiglie solo per appagare i desideri degli adulti economicamente provveduti delle nazioni cosiddette sviluppate. Alfredo Carlo Moro

11 Il principio di sussidiarietà dai lavori preparatori della Convenzione de L Aja alla nascita dell Autorità centrale italiana di Luigi Fadiga 1. Prima ancora che nella Convenzione de L Aja del 29 maggio 1993 sulla protezione dei minori e sulla cooperazione in materia di adozione internazionale, il principio di sussidiarietà è stato oggetto di apposite norme nella Convenzione delle N.U. sui Diritti del Fanciullo del 20 novembre 1989, ratificata dall Italia con la legge 27 maggio 1991 n Questo fondamentale documento afferma infatti nel suo art. 20 che ogni fanciullo rimasto privo della propria famiglia ha diritto a una speciale protezione e assistenza, che può in particolare concretizzarsi - in base al diritto interno - con l affidamento familiare, la kafalah di diritto islamico, oppure con l adozione. In caso di necessità (if necessary), la protezione può consistere nel collocamento in adeguati istituti per l infanzia. A sua volta il successivo art. 21, prendendo specificamente in esame nella sua lettera b) l adozione internazionale, stabilisce che essa può essere presa in considerazione come un altro mezzo di protezione del fanciullo privo di famiglia (as an alternative means of child s care) qualora egli non possa essere collocato in una famiglia affidataria o adottiva o non possa essere allevato in maniera adeguata (in any suitable manner) nel Paese d origine. Da queste disposizioni, il principio di sussidiarietà appare tratteggiato nella Convenzione sui Diritti del Fanciullo quasi come una serie di cerchi concentrici, dove è consentito passare a quello più esterno solo dopo avere accertato che non esiste soluzione in quello più interno. Il cerchio più interno - il primo - è la famiglia naturale; il successivo, cioè il secondo, l affidamento familiare; il terzo l adozione nazionale. Solo quando tutto ciò è impossibile nel Paese d origine, e nemmeno esiste ivi un alternativa adeguata di cura (da valutarsi tenendo anche conto del contesto socioculturale: art. 20 comma 3, ultimo inciso), si prende in considerazione l adozione in un Paese straniero quale strumento per realizzare il superiore interesse del minore. 2. Non così nettamente si è espressa invece appena quattro anni dopo la Convenzione de L Aja del 1993 (ratificata dall Italia con la legge 31 dicembre 1998 n. 476), che appare sul punto piuttosto timida. Essa afferma nel preambolo che ogni Stato dovrebbe prendere prioritariamente (should take as a matter of priority) delle misure appropriate per permettere al fanciullo di crescere nella propria famiglia, e, nell art. 4 lettera b), subordina l opzione dell adozione all estero alla valutazione della sua conformità al superiore interesse del minore, rapportato alle altre possibilità di assistenza esistenti nel Paese d origine: An adoption within the scope of the Convention shall take place only if the competent authorities of the State of origin... have determined, after possibilities for placement of the child within the State of origin have been given due consideration, that an intercountry adoption is in the child s best interests. È, come si vede, un approccio diverso, che attenua in misura sensibile le scelte della Convenzione sui Diritti del Fanciullo e dei suoi artt. 20 e 21 sopra citati. È vero che la Convenzione de L Aja richiama il principio del preminente interesse del minore, ponendo così in essere un solido legame con la Convenzione sui Diritti del Fanciullo che ne afferma la preminenza nel suo art. 3. Tuttavia, l applicazione concreta di quel principio non è semplice. La Convenzione sui Diritti del Fanciullo non specifica cosa debba intendersi per superiore interesse del minore, ed anzi a questo proposito va notato che l espressione in lingua inglese non è al singolare ma al plurale: the best interests, vale a dire gli interessi superiori. Dunque, più d uno, tra cui occorre scegliere: e tale scelta compete, secondo l art. 4 della Convenzione de L Aja, al Paese di origine. È comunque importante notare fin d ora che l accertamento dello stato di abbandono del minore non è fra i requisiti richiesti dalla Convenzione, essendo invece condizione necessaria e sufficiente che le autorità del Paese d origine abbiano stabilito che egli è adottabile. Ciò può verificarsi in vario modo, a seconda degli ordinamenti interni, che non di rado prevedono - diversamente dal nostro - forme di adozione consensuale. 3. I lavori preparatori della Convenzione de L Aja del 1993 non mettono particolarmente in luce questi problemi, e nemmeno evidenziano in modo esplicito, in tema di sussidiarietà, la difformità di approccio rispetto a quella della Convenzione sui Diritti del Fanciullo. Il Rapport explicatif della Convenzione de L Aja giustifica l attribuzione al Paese d origine della competenza a valutare l inesistenza di valide soluzioni interne con la considerazione che, normalmente (usually) esso si trova nella posizione più adatta per decidere che non esistono soluzioni nazionali per quel determinato minore. Ciò sembra precludere successive e diverse valutazioni da parte del Paese di accoglienza. Lo stesso Rapport explicatif richiama però a questo proposito l art. 17 lettera c) della Convenzione, che consente al Paese di accoglienza di rifiutare la propria cooperazione (to refuse its co-operation) nelle adozioni non conformi alle norme interne, incluse quelle di diritto internazionale privato. Ma si tratta di norma dalla formulazione alquanto sfumata e di carattere generale, attinente più ai rapporti fra Paesi che al rifiuto di riconoscimento del singolo provvedimento di adozione. Si può quindi concludere che il principio di sussidiarietà è fatto salvo dalla Convenzione de L Aja, sia pure con le attenuazioni di cui si è detto. 4. Il nostro Paese, nella legge di ratifica 31 dicembre 1996 n. 476, non ha fatto proprie quelle attenuazioni, preferendo invece un concetto di sussidiarietà più rigoroso e più vicino a quello della Convenzione sui Diritti del Fanciullo. Infatti la legge 4 maggio 1983 n. 184 sull adozione e l affidamento familiare (come modificata dalla legge di ratifica appena citata), a salvaguardia del principio di sussidiarietà introduce una duplice serie di controlli, l uno di carattere amministrativo e l altro di carattere giurisdizionale. Il primo è preventivo, e lo effettua la nostra autorità centrale al momento di dichiarare la conformità dell adozione al superiore interesse del minore e di autorizzarne l ingresso in Italia (art. 32 comma 1); il secondo è successivo, e lo effettua il tribunale per i minorenni al momento di ordinare la trascrizione del provvedimento straniero di adozione (art. 35), e dunque quando il minore si trova già nel nostro Paese. Nel suo controllo COOPERAZIONE E ADOZIONE INTERNAZIONALE: CONTRIBUTI MULTIDISCIPLINARI 1. COOPERAZIONE E ADOZIONE INTERNAZIONALE: CONTRIBUTI MULTIDISCIPLINARI 15

12 preventivo, l autorità centrale italiana non può autorizzare l ingresso del minore in Italia ove dalla documentazione ricevuta non emerga la situazione di abbandono del minore e la constatazione dell impossibilità di affidamento o di adozione nello Stato di origine (art. 32, comma 2 lett. a). Sennonché la Convenzione de L Aja non parla di minore in situazione di abbandono, ma di minore adottabile: e tale adottabilità viene valutata - come si è detto - dalle autorità del Paese di origine, in base al diritto interno. Dal canto suo l autorità giudiziaria italiana (e cioè il tribunale per i minorenni) può ordinare la trascrizione del provvedimento straniero nei registri dello stato civile solo dopo avere accertato, tra l altro, che l adozione non sia contraria ai principi fondamentali che regolano in Italia il diritto di famiglia e dei minori nonché - per i Paesi non aderenti né firmatari della Convenzione - che il minore straniero sia in una condizione di abbandono o che i genitori abbiano consentito a un adozione legittimante e irrevocabile. 5. Sono dunque maggiori le cautele dell ordinamento italiano e vale la pena di riflettere un poco sulle ragioni di questo atteggiamento. Una di esse va individuata nell impronta fortemente solidaristica data dal nostro legislatore all adozione dei minori fin dalla riforma del 1967, dove già l interesse del minore era considerato preminente. Un altra ragione sembra essere l esperienza maturata dal nostro Paese in materia di adozione internazionale nei quindici anni che separano la legge 1983 n. 184 dalla legge di ratifica della Convenzione de L Aja del È un periodo che ha visto una fortissima e disordinata crescita delle adozioni internazionali, non sempre controllata e caratterizzata da un largo uso ed abuso del fai da te, vale a dire della privata ricerca nel Paese straniero del bambino sognato, ricerca condotta talora con mezzi di dubbia liceità o del tutto illeciti. Di qui, l opzione del legislatore del 1998 per un sistema limpido e rigoroso, rispettoso dei diritti del minore, fra i quali primeggia il diritto a trovare anzitutto nella sua terra d origine una risposta alle situazioni di abbandono, e il diritto a non diventare merce da esportazione. Infine, un altra ragione può essere vista nella ferma volontà del legislatore della ratifica di non differenziare, nella misura del possibile, le garanzie previste per i minori stranieri da quelle molto forti già previste per i minori italiani, e di riportare l adozione internazionale nell alveo della stessa cultura solidaristica che aveva originato in Italia la normativa sull adozione dei minori abbandonati a partire dalla fine degli anni Sessanta Se queste possono essere le ragioni (o alcune delle ragioni) del maggior peso e della maggiore enfasi dati dal nostro ordinamento al principio di sussidiarietà, è anche interessante individuare una particolare espressione di questa scelta all interno della nuova normativa sull adozione internazionale introdotta dalla legge 1998 n Si tratta della disposizione dell art. 39 bis lettera f) che elenca, tra i requisiti necessari agli enti per l autorizzazione ad operare, non solo la competenza professionale, l idoneità morale e organizzativa, l assenza di fini di lucro e di pregiudiziali ideologiche o religiose, ma anche il requisito dell impegno a partecipare ad attività di promozione dei diritti dell infanzia... e di attuazione del principio di sussidiarietà... nei Paesi di provenienza dei minori. Sarebbe vano cercare, fra le disposizioni convenzionali, una norma che prevede il possesso di tale requisito da parte degli enti di intermediazione, né esso è previsto tra le caratteristiche dell autorità centrale. Esso inoltre non trova riscontro nelle legislazioni degli altri Paesi europei in materia di adozione internazionale, e costituisce una particolarità tutta italiana. La norma in esame non ha mancato di suscitare critiche nella dottrina. Tra queste, la più puntuale sembra quella secondo cui essa è ambigua nel suo significato operativo perché - pur condivisibile nel fine dichiarato - produce una grave confusione di ruoli 2. L obiezione non è di poco peso. La scelta del legislatore italiano di escludere l autorità centrale dall attività di intermediazione, affidandola agli enti autorizzati non per delega dell autorità centrale ma ex lege, è stata forse una scelta incauta. Tutti gli enti di intermediazione (tranne la lodevole eccezione della Regione Piemonte) sono infatti il prodotto di un privato sociale che non è terzo rispetto all attività che svolge, ma è espressione di una sola delle parti in gioco, e cioè degli aspiranti genitori adottivi. Ma l adozione dei minori è un fenomeno a soggetto plurimo. Essa infatti riguarda non solo gli aspiranti genitori adottivi ma anche i minori che hanno bisogno di una nuova famiglia. E quella dei minori stranieri adottabili è una categoria portatrice di un diritto a una famiglia, diversamente da quella degli aspiranti genitori, che non è portatrice di alcun diritto al figlio ma solo di una disponibilità all accoglienza di un minore abbandonato. Ciò risulta in modo esplicito dall art. 29 bis della legge 1983 n. 184, introdotto dalla legge di ratifica 1998 n. 476, ed è stato più volte affermato dalla Suprema Corte e dallo stesso Giudice delle leggi. In tale situazione può facilmente accadere che la pressione degli aspiranti genitori adottivi finisca per influenzare le politiche dell ente incaricato di curare la procedura, favorendo scelte di promozione dei diritti dell infanzia solo apparenti, finalizzate invece ad acquisire benemerenza presso le autorità e gli organismi del Paese straniero e a facilitare il reperimento di bambini per l adozione trascurando e violando il principio di sussidiarietà. 7. Questo rischio non sembra sufficientemente percepito dalla legge, ma traspare dai nuovi Criteri per l autorizzazione alle attività degli enti, approvati dalla Commissione per le Adozioni Internazionali con delibera del 28 ottobre Essi infatti precisano nell art. 19 comma 1 che le attività di promozione dei diritti dell infanzia e del principio di sussidiarietà devono avere carattere di continuità ed essere sviluppate con progetti condivisi dalle autorità locali o da affidabili partner, verificabili con un adeguato sistema di monitoraggio. La mera raccolta di fondi o il solo invio di beni, medicinali o altro non può essere considerato sufficiente ad integrare il requisito in esame (art. 19 comma 2). La disposizione è quanto mai opportuna, tenuto conto delle condizioni 1 In tal senso A. C. Moro, in Adozioni internazionali, l attuazione della nuova disciplina, in Quaderni del Centro di documentazione per l infanzia e l adolescenza, n. 16, Firenze, 2000, pp P. Morozzo della Rocca, La riforma dell adozione internazionale, Torino, 1999, p. 169 e s COOPERAZIONE E ADOZIONE INTERNAZIONALE: CONTRIBUTI MULTIDISCIPLINARI 1. COOPERAZIONE E ADOZIONE INTERNAZIONALE: CONTRIBUTI MULTIDISCIPLINARI 17

13 di estrema povertà materiale e delle sacche di corruzione esistenti in molte zone dei Paesi di origine. Appare infatti evidente in quelle situazioni la facilità di ottenere come contropartita di una donazione assai modesta per il donante ma di elevato valore per il donatario una riconoscenza traducibile in bambini da adottare. Per evitare queste pericolose deviazioni, che costituiscono non solo violazione del principio di sussidiarietà ma vere forme mascherate di mercato dei bambini, sono necessari rigorosi controlli, la cui possibilità ed efficacia è anche in funzione del numero di enti autorizzati e delle loro dimensioni. 8. Il principio di sussidiarietà è messo in pericolo anche sotto altri profili da due fenomeni che possono trasformarsi in canali paralleli all adozione internazionale come regolamentata dalla Convenzione de L Aja e dalla nostra legge. Ad essi sembra opportuno dedicare qui almeno un cenno. Si tratta delle cosiddette adozioni a distanza e dei soggiorni solidaristici, fenomeni sociali numericamente assai rilevanti ma insufficientemente o per nulla disciplinati dall ordinamento. Entrambi creano un rapporto interpersonale tra un minore straniero residente all estero e persone o famiglie residenti in Italia, certamente mosse da un apprezzabile desiderio di aiuto. Ma mentre l adozione a distanza - più correttamente designata come sostegno a distanza - non determina alcuna convivenza tra il minore e coloro che lo aiutano, nel caso dei soggiorni solidaristici il minore straniero viene accolto in Italia da una persona o da una famiglia a ciò disponibili, e il soggiorno si può prolungare fino a 150 giorni all anno. È chiaro che un periodo così lungo, ripetuto per più anni, finisce col creare rapporti affettivi profondi. A questi rapporti si desidera e spesso si riesce a dare una veste giuridica tramite l adozione ottenuta nel Paese d origine, o anche in Italia forzando alquanto l interpretazione dell art. 44 lettera d) della legge 1983 n A questo risultato si giunge però del tutto al di fuori delle procedure previste dalla Convenzione de L Aja e dalla nostra legge sull adozione, e quindi del tutto al di fuori dei controlli e delle garanzie che quelle procedure hanno stabilito a tutela dei minori, a contrasto del mercato dei bambini, e a rispetto del principio di sussidiarietà. 9. In conclusione, l esortazione di Alfredo Carlo Moro, che già dieci anni or sono segnalava la necessità di una profonda revisione culturale da parte di tutti coloro che sono in qualche modo coinvolti nell adozione internazionale 3, è tuttora valida: e se va dato atto dei notevoli passi avanti che si sono fatti in quella direzione, non va dimenticato il pericolo che una diminuita sensibilità sociale o il sopravvenire di normative sull adozione più facili e meno controllate riporti la situazione italiana al punto di partenza. Abbiamo appena celebrato il ventennale della Convenzione delle N.U. sui Diritti del Fanciullo, e ci apprestiamo a celebrare i venti anni della Convenzione de L Aja del 1993 sull adozione internazionale. Non sarebbe, quello temuto, un bel modo di festeggiare la ricorrenza. 3 A. C. Moro, op. cit. Nozione giuridica di adottabilità e strumenti internazionali di tutela dei bambini di Graziana Calcagno e Giulia De Marco Premessa Abbiamo consultato, su incarico dell ARAI, circa 50 fascicoli relativi all adozione di minori provenienti dall Europa dell Est, dall America del Sud, dal Sud Est Asiatico, dall Africa, allo scopo di conoscere come la nozione giuridica di stato di abbandono venga interpretata nei vari Paesi. Il limitato numero di casi esaminati non consente assolutamente di attribuire pretese scientifiche al nostro studio. Tuttavia i risultati cui siamo arrivate offrono uno spaccato molto interessante sugli strumenti di tutela realizzati nei vari Paesi a favore dei bambini. Europa dell Est Sono stati presi in esame 9 Paesi (Bulgaria, Kazakhstan, Lettonia, Lituania, Polonia, Russia, Slovacchia, Ucraina, Ungheria). Dalla lettura dei fascicoli e dai testi normativi ci è sembrato che in quei Paesi l atto qualificante della procedura sia la dichiarazione di decadenza dalla potestà più che la dichiarazione dello stato di abbandono. A differenza di quanto previsto nel nostro codice civile, spesso, come ad esempio nel codice russo, le condotte genitoriali che comportano la perdita della potestà sono molto specificate ( I genitori o uno di loro possono essere privati della potestà nel caso in cui si sottraggono agli obblighi genitoriali compreso l inadempimento grave del pagamento degli alimenti; rifiutano senza giustificazione plausibile di riprendere il loro bambino dall ospedale ostetrico oppure da altra struttura ospedaliera o ente di istruzione, ente di difesa sociale della popolazione oppure dalle organizzazioni analoghe; abusano dei loro diritti genitoriali, trattano brutalmente i figli, comprese la violenza fisica o psichica esercitata sui bambini, abusi sessuali; affetti da alcolismo cronico o tossicodipendenza; hanno commesso un reato premeditato contro la vita o la salute dei loro figli oppure contro la vita o la salute del coniuge ). La ratio di questo sistema è duplice: 1) in quei Paesi la regola generale è che per l adozione di un minorenne è necessario il consenso dei genitori. Il consenso non è necessario solo se i genitori sono sconosciuti o sono stati privati della potestà; 2) l adozione del minore, nel caso di privazione della potestà genitoriale, è possibile dopo sei mesi dalla dichiarazione di decadenza. Quindi è dalla perdita della potestà che discende l adottabilità del bambino, principio che rivela, assieme alla previsione dell obbligatorietà del consenso, ancora il persistere della concezione privatistica del figlio, anche se alcune delle condotte elencate nelle disposizioni relative alla perdita della potestà evidenziano la tendenza a riconoscere al bambino una soggettività COOPERAZIONE E ADOZIONE INTERNAZIONALE: CONTRIBUTI MULTIDISCIPLINARI 1. COOPERAZIONE E ADOZIONE INTERNAZIONALE: CONTRIBUTI MULTIDISCIPLINARI 19

14 La decadenza dalla potestà spesso è stata dichiarata dopo molti anni dall inserimento in istituto, apparentemente senza una valida ragione, o almeno senza una ragione di cui si desse atto nel procedimento. E altrettanto spesso trascorre un lungo intervallo di tempo fra la decadenza e l adozione. Emblematici alcuni casi. Un bambino lettone viene istituzionalizzato all età di 2 anni; i suoi genitori vengono dichiarati decaduti dopo due anni; va in adozione dopo altri 3 anni. Un bambino lituano all età di 3 mesi viene portato in istituto dalla nonna perché la madre si rifiuta di allevarlo; il padre è ignoto. La madre viene dichiarata decaduta dopo 5 anni e il bambino va in adozione dopo altri due anni. Una bambina bulgara, con padre ignoto, viene abbandonata alla nascita dalla madre. Viene iscritta nel registro degli adottabili solo dopo 5 anni. In tutti i Paesi, tranne l Ungheria, è l Autorità Giudiziaria a dichiarare la decadenza della potestà e l adozione. La Slovacchia ha un complesso di norme sostanziali e processuali molto simile a quello italiano. Dai fascicoli emerge che viene pronunciato un primo provvedimento di educazione istituzionale che dispone il ricovero in istituto; segue la sentenza di adottabilità su istanza dell Ufficio del Lavoro e quindi la sentenza di affido preadottivo. L adottabilità è dichiarata per mancanza di assistenza morale e materiale dovuta a cause di varia natura, fra cui la tossicodipendenza e l alcolismo dei genitori, ma anche se per un periodo di sei mesi i genitori non hanno visitato il bambino, non hanno mostrato interesse nei suoi confronti, non hanno modificato il loro stile di vita. I tempi della procedura sono comunque lunghi, perché è sufficiente che un genitore o un parente manifesti la volontà di occupasi del bambino perché tutto si fermi. La Russia prevede addirittura che tutti i parenti vengano interpellati e invitati a dare il loro consenso all adozione; solo nel caso di mancato consenso si motiva sull esistenza dello stato di abbandono. In Kazakhstan sembra che non si possa prescindere dal consenso dei genitori. In un caso la madre scappata dall ospedale subito dopo la nascita è stata ricercata per farle firmare il consenso all adozione del figlio. Abbiamo avuto la sensazione, leggendo gli atti che li riguardano, che molti di questi bambini siano sospesi nel tempo, quasi che vengano dimenticati in istituto, e che solo con l arrivo di una coppia adottiva si riattivino le autorità preposte alla loro tutela. Non è dato saperne la ragione, tuttavia riteniamo che questo tempo sospeso, stando almeno a ciò che emerge dalla lettura dei fascicoli dell adozione - per uno stesso bambino ne possono esistere altri che non necessariamente vengono allegati ad esso -, possa dipendere dallo scollamento fra l Autorità (amministrativa o giudiziaria) che sovrintende alla prima fase e l Autorità giudiziaria che interviene nella fase dell adozione. America Latina I casi esaminati si riferiscono a sette Paesi: Bolivia, Brasile, Cile, Colombia, Costa Rica, Messico e Perù. La legislazione di alcuni di questi Paesi in materia di filiazione e di diritti dei bambini contiene l enunciazione di principi importanti e condivisibili. Per esempio, la Carta Magna del Brasile consacra il principio dell uguaglianza tra filiazione biologica e filiazione adottiva: i figli avuti dalla relazione di matrimonio, o per adozione, avranno gli stessi diritti e qualifiche; è proibito qualunque accenno discriminatorio relativo alla filiazione. Inoltre, chi lascia il figlio in stato di abbandono perderà la potestà genitoriale.... In Colombia, il codice del minore considera l abbandono di un bambino non solo l assenza definitiva o temporale dei genitori, ma anche quando questi ci sono e non hanno le qualità morali e mentali per assumere la cura e l educazione dei loro figli e assicurare la corretta formazione del minore. Analogamente il Cile, con una formulazione davvero felice, consacra il diritto del bambino di avere un identità, che non significa solo avere un nome bensì di poter preservare le proprie relazioni familiari come pure il diritto di conoscere i propri genitori e di ricevere le loro cure, ma anche la possibilità di essere adottato nel suo interesse superiore ; e ancora: sono suscettibili di essere adottati i minori, fra le altre ipotesi, quando i genitori non sono abilitati fisicamente o moralmente a prendersene cura o quando non gli dedicano attenzioni personali od economiche durante un periodo di quattro mesi. Questo concetto di abbandono, al di là della fissazione di una condizione temporale (peraltro apprezzabile), è comune alla legislazione e alla giurisprudenza di tutti i Paesi considerati e caratterizza, sotto questo aspetto, la situazione dell America Latina, differenziandola da quella dei Paesi del Sud Est Asiatico o dell Africa. Infatti la sussistenza dell abbandono non viene considerata con riferimento esclusivo alla volontà dei genitori o dei parenti di non prendersi cura del bambino ma, in ragione della difesa del diritto del bambino a ricevere una corretta formazione, viene presa in esame e sottoposta a valutazione anche l idoneità degli adulti a farsi carico delle necessità del bambino, con riferimento sia alle condizioni materiali, sia a quelle morali ed emozionali. A tale scopo non è infrequente l esperimento di una perizia psicologica o psichiatrica sul genitore o sul parente che si propone per la cura del bambino ed è altresì interessante constatare che la valutazione delle capacità genitoriali e della loro adeguatezza viene condotta anche attraverso l analisi delle condizioni di sviluppo fisico, emozionale e relazionale del bambino. Naturalmente le prassi e gli approfondimenti non sono identici per tutti i Paesi presi in esame. In Brasile e in Colombia abbiamo trovato che i servizi di assistenza vengono incaricati di realizzare un piano d azione in favore dei bambini e del gruppo familiare ; il fallimento degli interventi giustifica la successiva dichiarazione di abbandono. Anche il Cile prende in esame la disponibilità dei genitori a superare i motivi che hanno imposto misure di protezione per i bambini, così come il Messico dà rilevanza alla scelta dei genitori di rifiutare l aiuto e il sostegno loro offerto per superare la dipendenza dall uso di sostanze stupefacenti. La Costa Rica e la Colombia praticano COOPERAZIONE E ADOZIONE INTERNAZIONALE: CONTRIBUTI MULTIDISCIPLINARI 1. COOPERAZIONE E ADOZIONE INTERNAZIONALE: CONTRIBUTI MULTIDISCIPLINARI 21

15 l affidamento familiare in sostituzione dell istituto.quanto alle procedure, il Cile prevede un curatore ad litem dei bambini durante le fasi di accertamento dell abbandono e in tutti i Paesi viene nominato un avvocato che rappresenti i genitori contumaci. Ovunque le procedure sono di competenza dell autorità giudiziaria, sia quelle relative all accertamento dello stato di abbandono e contestuale dichiarazione di decadenza della potestà, sia quelle di adozione; soltanto in Perù il provvedimento di adozione è emesso dalla Segreteria Nazionale per le Adozioni del Ministero della Donna e dello Sviluppo Sociale, quindi da un organo amministrativo, ma, anche in questo Paese, l accertamento dell adottabilità del bambino compete al potere giudiziario. I casi presi in esame riguardano complessivamente ventisette bambini; otto dei provvedimenti dichiarativi di abbandono si riferiscono a due o più fratelli. I provvedimenti raccontano le storie familiari, analizzano le condotte dei genitori, descrivono le condizioni psico-fisiche dei bambini al momento in cui essi sono stati accolti nelle strutture di assistenza. Emergono in chiara evidenza due considerazioni: 1) la procedura di accertamento della condizione di abbandono riguarda esclusivamente bambini che già si trovano in istituto o, talvolta, in affidamento etero-familiare, per essere stati trovati abbandonati per strada o ricoverati su richiesta di familiari in situazioni di indigenza o di vicini di casa o su segnalazione di strutture sanitarie. Si tratta di un aspetto che ricorda da vicino la situazione dei bambini in Italia al tempo dell entrata in vigore della prima legge sull adozione legittimante (anno 1967) e protrattasi per almeno una decina di anni, allorché l attenzione dei tribunali minorili rispetto ai minori in possibile stato di abbandono si rivolgeva esclusivamente ai bambini già ricoverati in istituto, mentre nessuna indagine veniva disposta su chi vivesse in famiglia, quali che fossero le condizioni di rischio o di grave pregiudizio in atto. 2) Le condizioni di tutti i bambini dichiarati adottabili, indistintamente, risultano di gravità estrema: piccoli di cinque o sei anni mandati via di casa e mai più cercati, segni visibili sul corpo di aggressioni fisiche e maltrattamenti, denutrizione grave, bambini anche piccolissimi abusati sessualmente. Un altro dato di rilevante interesse è la lunga permanenza dei bambini in istituto, anche quando essi non siano stati riconosciuti dai genitori (lasciati in ospedale alla nascita o messi nella ruota del servizio di assistenza) o quando le ripetute ricerche dei parenti siano risultate infruttuose. Conosciamo troppo poco della realtà di questi Paesi per comprendere le ragioni delle lunghe attese, soprattutto dopo che il bambino è già stato dichiarato adottabile. Una spiegazione plausibile potrebbe essere il richiamo al principio di sussidiarietà, che viene sempre applicato rigorosamente, in virtù del quale il bambino deve essere dato in adozione preferibilmente a una coppia di connazionali e, solo in caso di ricerca infruttuosa, a una coppia di stranieri. Purtroppo, il prezzo di questo sbocco adottivo privilegiato è, di fatto, il protrarsi della permanenza del bambino in istituto per almeno tre o quattro anni dalla dichiarazione di adottabilità, salvo rare eccezioni; ma si può arrivare anche ad otto anni di attesa per una bimba abbandonata all età di un mese. Anche in questa parte del mondo, dunque, c è un ampio divario tra i diritti dichiarati e i diritti riconosciuti ai bambini nella realtà. Sud Est Asiatico Sono stati presi in esame provvedimenti di affidamento preadottivo o di adozione dei seguenti Paesi: Corea del Sud, Filippine, India, Tailandia, Vietnam. Caratteristica comune a tutti i casi è che si tratta di bambini abbandonati alla nascita, in ospedale o lasciati all ingresso di istituti di assistenza, oppure bambini rispetto ai quali i genitori, più di frequente la sola madre essendo il padre ignoto, hanno sottoscritto una dichiarazione di rinuncia alla potestà e di consenso all adozione. Di regola, dunque, si tratta di neonati o di bambini di pochi mesi; ma nelle Filippine vi sono casi di rinuncia dei genitori anche rispetto a bambini di quattro, cinque, sei anni. Le motivazioni dei provvedimenti di Affidavit, emessi sempre da organi amministrativi, sono di conseguenza molto semplici, si fa riferimento all abbandono in senso fisico e, talvolta, all inutilità delle ricerche di parenti, oppure si richiama la dichiarazione dei genitori di consenso all adozione. È interessante il fatto che la Corea del Sud pratichi l affidamento professionale, nelle more del procedimento che si concluderà con l affidamento preadottivo a coniugi italiani. Nonostante si tratti in tutti i casi di stato di abbandono conclamato, anche in questi Paesi, i tempi di attesa prima dell affidamento a scopo di adozione sono di regola molto lunghi, anche sei, sette e sino a nove anni. Solo la Corea del Sud rappresenta un caso differente poiché la procedura termina nell arco di un anno al massimo. In questi Paesi sembra di cogliere, innanzitutto, una forte resistenza rispetto alla possibilità di allontanare un bambino dalla propria famiglia biologica, come dimostrano le ricerche, talvolta esasperate, dei genitori e dei parenti di piccoli abbandonati alla nascita e, ove rintracciati, i tentativi di persuadere i familiari a farsi carico del piccolo (in un caso ricerche e pressioni si sono protratti per cinque anni e finalmente il bambino è stato affidato a scopo di adozione all età di quasi sette anni, pur essendo stato abbandonato in ospedale alla nascita). Ed è percepibile anche la convinzione che l adozione del bambino da parte di stranieri debba essere considerata l estremo rimedio, nonostante l evidente difficoltà di trovare sul luogo famiglie disponibili all accoglienza. Purtroppo le conseguenze di siffatti sentimenti, pur apprezzabili, ricadono pesantemente sui bambini che devono attendere anni prima di conoscere, per la prima volta, l esperienza di vivere in una famiglia. Africa I fascicoli consultati si riferiscono a sei Paesi: Etiopia, Nigeria, Congo, Senegal, Benin, Burkina Faso. Abbiamo rilevato un dato costante che accomuna i bambini africani a quelli del Sud Est asiatico: tutti i bambini sono stati abbandonati o per la strada o sulla soglia di istituti di assistenza. In Etiopia, da un rapporto di Polizia, emerge che in un giorno sono stati trovati sei bambini per strada, mai più reclamati. Si tratta, nella maggior parte dei casi, di neonati; in due casi si tratta di bambini nati da relazioni incestuose (ma il concetto di parentela è molto più vasto rispetto al nostro ordinamento) COOPERAZIONE E ADOZIONE INTERNAZIONALE: CONTRIBUTI MULTIDISCIPLINARI 1. COOPERAZIONE E ADOZIONE INTERNAZIONALE: CONTRIBUTI MULTIDISCIPLINARI 23

16 consegnati all istituto dal consiglio di famiglia. Anche se si tratta di casi di abbandono conclamato, la dichiarazione di abbandono è subordinata al formale consenso all adozione da parte dei genitori o del consiglio di famiglia, ovvero alla mancanza di visite per oltre un anno. Di fatto, rispetto alla data dell abbandono materiale, quando manca il consenso formale, peraltro revocabile, trascorre molto più di un anno prima che il bambino vada in adozione. Dagli atti non è chiaro che cosa avvenga durante quel tempo; forse si ricercano i genitori (almeno in un paio di casi risulta che sono state fatte delle ricerche). Sorge però anche il dubbio che lo stato di abbandono venga dichiarato solo quando c è una coppia disponibile ad adottare. Molto spesso, infatti, lo stato di abbandono viene dichiarato incidenter tantum nella stessa sentenza di adozione. Il Senegal sembra distinguersi dagli altri Paesi sia per la brevità dei tempi, sia per le garanzie processuali nei confronti del bambino. Infatti è il Pubblico Ministero che chiede al Tribunale di accordare una misura di sorveglianza o di assistenza educativa appena riceve la segnalazione della Polizia dell avvenuto ritrovamento del bambino, con la motivazione standard: atteso che la salute, la sicurezza, la moralità, l educazione del bambino non sono sufficientemente salvaguardati. Il Tribunale concede la misura in tempi brevissimi. In tutte le procedure si dà atto che l adozione è nell interesse del bambino e che egli viene dato in adozione a una coppia straniera a causa della mancata disponibilità da parte di coppie locali. Conclusioni Perché? Perché tanto tempo in istituto se risulta dalla sentenza che da quando è in istituto nessuno l ha mai visitato o ha dimostrato di interessarsi a lui?. È stato questo l interrogativo che il più delle volte ci siamo poste, chiudendo un fascicolo dopo averlo attentamente letto. La domanda è rimasta senza risposta, ma, oltre al dubbio già enunciato sullo scollamento fra chi dichiara la decadenza dei genitori e chi pronuncia l adozione, se ne è insinuato un secondo, che riguarda il carattere sussidiario dell adozione internazionale. E se il concetto di sussidiarietà fosse interpretato nel senso che solo in ultima ratio il bambino può essere adottato da una coppia straniera? Se, cioè, si ritenesse che bisogna aspettare che proprio nessuna coppia nazionale vorrà mai quel bambino prima di procedere a un abbinamento con genitori di altra nazionalità? Se così fosse, allora la nozione di sussidiarietà introdotta dal legislatore nell interesse del bambino, per non fargli perdere le sue radici, le sue tradizioni, la sua religione, finirebbe col risolversi in un grave pregiudizio, posto che ogni ritardo, come ha recentemente affermato Maria Teresa Pedrocco Biancardi, in un convegno tenutosi a Torino, è dannoso e costoso per tutti i bambini, ma anche per la famiglia che l adotterà e per la società che l accoglierà. Potenziare la resilienza scolastica dei bambini in adozione internazionale, in una prospettiva di cooperazione di Cristina Coggi e Paola Ricchiardi 4 L adozione di un bambino in difficoltà raggiunge il suo scopo principale quando il minore riesce a conseguire una piena maturazione personale, un adeguata integrazione sociale e arriva a realizzare il suo progetto di vita, fino all autonomia e alla soddisfazione lavorativa. Si tratta però di un traguardo complesso da raggiungere, perché i bambini che hanno subito traumi importanti nei primi anni di vita faticano a liberarsi costruttivamente dai retaggi della deprivazione, dei maltrattamenti, degli sradicamenti, anche quando vengono accolti da famiglie adottive attente e amorevoli. I traguardi evolutivi vengono così, a volte, ritardati se non elusi. Una sfida fondamentale in questo cammino è rappresentata dalla riuscita scolastica, intesa come messa alla prova delle risorse di apprendimento del bambino, come indicatore di un buon equilibrio psico-fisico, di adattamento e di riuscita sociale. I genitori adottivi, consapevoli di questo, spesso investono molto nel successo scolastico, ricercando esiti positivi immediati. Con queste attese si rischia però di insistere più sulle performance che sull incremento del gusto di apprendere e sulle strategie di conoscenza. L effetto è spesso quello di accrescere l ansia del bambino, con esiti opposti a quelli desiderati. Gli insegnanti e la scuola in generale tendono, invece, a volte, ad abbassare le aspettative, focalizzandosi sulle carenze linguistiche e sulle lacune conoscitive e dando meno rilevanza all età anagrafica, con il rischio di favorire lo scollamento del bambino dal gruppo dei pari. Nel presente contributo, illustreremo preliminarmente, a partire dalla letteratura di ricerca, le carenze e le difficoltà specifiche dei bambini che hanno sperimentato situazioni di grave carenza nei primi anni di vita. Descriveremo quindi, a partire da tali difficoltà, interventi mirati allo sviluppo della resilienza, in particolare quella scolastica, dei minori in adozione, che possono coinvolgere le strutture dove si realizza la prima accoglienza, da un lato, la famiglia adottiva e la scuola, dall altro. 1. Difficoltà dei bambini in adozione internazionale In letteratura compaiono studi di casi che descrivono adozioni pienamente riuscite e mettono in luce come l incontro tra una famiglia accogliente e un bambino bisognoso di cure e affetto consenta a molti aspiranti genitori di realizzarsi come tali e a molti bambini di trovare le condizioni necessarie per crescere e diventare persone adulte, sicure di sé, consapevoli, autonome e capaci a loro volta di donare amore (Marasco, 2008; Cope, 2009; Schinkel, 2009). La complessa situazione di partenza 4 C. Coggi è autrice dei paragrafi 1, 2 e 4. P. Ricchiardi è autrice del paragrafo 3. Introduzione e conclusione sono comuni COOPERAZIONE E ADOZIONE INTERNAZIONALE: CONTRIBUTI MULTIDISCIPLINARI 1. COOPERAZIONE E ADOZIONE INTERNAZIONALE: CONTRIBUTI MULTIDISCIPLINARI 25

17 di molti di questi piccoli è ormai ben nota. Questo non deve ovviamente scoraggiare, ma rendere i futuri genitori adottivi e tutti gli adulti che accompagneranno la crescita dei bambini adottati più consapevoli e preparati per incoraggiare la loro resilienza, ovvero la loro capacità di raggiungere un buon equilibrio psico-fisico pur essendo stati sottoposti ad importanti fattori di rischio nella prima infanzia. Le carenze iniziali possono infatti essere recuperate, almeno in parte, con interventi tempestivi ed adeguati. Le difficoltà, specie dei bambini in adozione internazionale, sono state molto studiate, in diversi Paesi. Risulta particolarmente rilevante il contributo dato al tema dagli studiosi americani, anche perché, negli Stati Uniti, sono stati adottati contingenti molto numerosi di bambini stranieri. Per esempio, dal 1993 al 2002 sono giunti in America quasi bambini (e il fenomeno si sta attualmente incrementando, in quanto vengono addottati dall estero quasi minori l anno). I piccoli accolti in USA provengono attualmente soprattutto da Cina, Russia, Bielorussia, Ucraina e altri Paesi del blocco sovietico, Romania e Est Europa, Vietnam e in minima parte da Sud Corea e Sud America. Si tratta per la maggior parte di Paesi in cui ancora sono diffusi istituti di accoglienza tradizionali, tipo orfanotrofi (Weitzman, 2003). Per questo gli studi angloamericani continuano ad approfondire in particolare i danni permanenti dell istituzionalizzazione, già segnalati ampiamente in letteratura negli anni passati. Le ricerche recenti sui minori in adozione internazionale in USA continuano a denunciare in primo luogo ritardi nello sviluppo fisico, legati all impatto con l istituzionalizzazione, oltre che alla denutrizione prenatale e/o all abuso di droga e alcool da parte delle madri in attesa. Al momento dell arrivo, molti bambini presentano quindi spesso problemi di salute e precarie condizioni psicofisiche. Il loro peso, la loro statura e la circonferenza della testa sono al di sotto delle norme per età, a causa dei deficit nutrizionali e della deprivazione psicosociale (Miller, 2000; Pomerleau et al., 2005). I bambini postistituzionalizzati trascinano, però, non solo effetti negativi sullo sviluppo fisico, ma anche su quello cognitivo, motorio, affettivo, relazionale e linguistico, legati alle scarse opportunità di sviluppo proposte all interno di strutture di tipo assistenziale. Gli istituti presentano normalmente una limitata opportunità di stimolazione cognitiva e del linguaggio. In questi contesti il rapporto inadeguato tra il numero degli operatori e quello dei bambini accolti non favorisce la personalizzazione delle relazioni e riduce le interazioni verbali a rapide istruzioni. Allo stesso modo il turn over frequente di operatori, spesso poco formati, sottopagati, con scarsa vocazione specifica e bassa motivazione allo svolgimento di una professione votata al sociale, non consente l instaurarsi di un rapporto privilegiato di affetto e cura (Johnson, Dole, 1999). Vengono così minati lo sviluppo cognitivo, quello linguistico e anche la possibilità di instaurare un legame di attaccamento sano con una figura adulta di riferimento. Tali svantaggi emergono con maggior evidenza nel momento in cui si confrontano le caratteristiche dei bambini in stato di abbandono, provenienti da Paesi con modelli di accoglienza e assistenza differenti. Per esempio, nel nord America risultano molto più in difficoltà i bambini adottati attualmente rispetto a quelli degli anni precedenti. In passato, infatti, i minori in adozione internazionale giungevano prevalentemente dalla Corea, dove gli orfani venivano accolti e assistiti in case-famiglia nel periodo di affidamento preadottivo. L accoglienza di tipo familiare favoriva così un regolare sviluppo e un passaggio meno traumatico nella famiglia adottiva. Con la trasformazione della rete di riferimento per l adozione internazionale, giungono negli Stati Uniti prevalentemente bambini adottabili da Paesi che hanno, come si è visto, prevalentemente strutture di accoglienza a grandi numeri, tipo orfanotrofio. Arrivano, così, frequentemente bambini che hanno sofferto vari gradi di deprivazione e trascuratezza in grandi istituti, dove l assistenza è ridotta al minimo e le condizioni igienico-sanitarie sono precarie 5. A questo si aggiunge l innalzamento dell età all adozione internazionale, fenomeno in crescita, legato alle trasformazioni normative dei singoli Paesi, finalizzate a tutelare il bambino e la sua famiglia. Con il crescere dell età del bambino aumentano, però, spesso i danni che lo stesso porta con sé, e cresce la difficoltà a promuoverne lo sviluppo e il buon adattamento, anche scolastico. Questo richiede una diagnosi più attenta e articolata, che si avvalga di strumenti che via via si adattino alle trasformazioni della popolazione degli adottati. L incremento delle difficoltà richiede inoltre un lavoro più consistente nelle misure di preparazione e di accompagnamento post-adottivo. 2. I problemi scolastici dei bambini adottati Mentre le difficoltà fisiche, cognitive ed emotive dei bambini adottati, specie in adozione internazionale, sono da tempo conosciute, invece più di recente sono state approfondite dalle ricerche le lacune scolastiche degli adottivi. Ampie inchieste hanno segnalato il problema. Per esempio, un inchiesta francese dell EFA 6, che ha coinvolto 595 famiglie con un totale di 1070 bambini accolti da altri Paesi 7, ha evidenziato una riuscita scolastica di questi alunni nettamente sotto la norma. Tali difficoltà vengono attribuite principalmente a ritardi nello sviluppo cognitivo (derivati dalle condizioni di vita preadottive e in particolare dall ipostimolazione) e carenze nello sviluppo del linguaggio. I deficit cognitivi sono legati soprattutto all assenza di un caregiver costantemente presente con il bambino nelle prime fasi di vita, che sappia: orientare l attenzione dei piccoli sugli oggetti e prolungarne progressivamente la capacità di concentrazione; dare un senso all ordine temporale, accompagnando le routines con una verbalizzazione costante; sostenere la capacità di risolvere problemi; stimolare l astrazione e promuovere l autoregolazione. In estrema sintesi, le difficoltà cognitive sono rappresentate: da una scarsa continuità nell attenzione; da una carente capacità di sequenzializzare gli eventi e le fasi di un processo; da deficit nella 5 Anche in Italia, l analisi dei dati relativi ai bambini adottati dal 2000 al 2007 mette in luce che i bambini sotto l anno mentre erano il 10,6% degli adottati nel 2000, costituiscono solo più il 7,4% del totale nel 2007 e l 8,6% del totale del primo semestre 2009; i bambini di età compresa fra 1 e 4 anni passano dal 53,18% al 45,9% nel 2007 e scendono ancora al 36,1% nel 2009; gli adottati dai 5 ai 9 anni invece crescono, passando dal 28,32% al 36,8% nel 2007 e al 42,7% nel Così anche i ragazzi con più di 10 anni passano dal 7,8% nel 2000 al 9,9% nel 2007 per arrivare al 12,6% nel (Rapporto della commissione per le adozioni internazionali sui fascicoli dal 16/11/2000 al 31/12/2007 e Rapporto della commissione per le adozioni internazionali sui fascicoli 1/01/2009 e 30/06/2009-Presidenza del Consiglio dei Ministri, per-una-famiglia-adottiva/rapporto-statistico. aspx). 6 EFA: Federazione francese di 90 associazioni, che raccoglie famiglie adottive. 7 Accueil, revue d Enfance et familles d adoption, vol. 8, n 3, 2005, pp COOPERAZIONE E ADOZIONE INTERNAZIONALE: CONTRIBUTI MULTIDISCIPLINARI 1. COOPERAZIONE E ADOZIONE INTERNAZIONALE: CONTRIBUTI MULTIDISCIPLINARI 27

18 memoria di lavoro; da scarsa autoregolazione e iperattività; da una bassa capacità di concettualizzazione astratta; da carenze nel pensiero logico e analogico. Per quanto riguarda, invece, le difficoltà nello sviluppo linguistico, occorre sottolineare che il bambino in adozione internazionale deve acquisire non solo una nuova lingua, ma anche un nuovo sistema di codici culturali. I problemi nell acquisizione del nuovo linguaggio in realtà spesso derivano anche da una scarsa acquisizione linguistica precedente, legata alle carenti stimolazioni verbali nella prima infanzia e alle limitate esperienze di vita condotte in un ambiente monotono. Il nuovo idioma viene dunque a innestarsi su una povertà linguistica ed esperienziale, che inficia anche le capacità cognitive e simboliche di acquisizione ulteriore. Altre volte la rapidità di acquisizione della nuova lingua nasconde in realtà un apprendimento superficiale di concetti, che non consente la comprensione profonda del linguaggio scolastico e quindi la riuscita (Mese, 2002). I danni sono particolarmente gravi se lo sradicamento del bambino, con l adozione internazionale, avviene nel periodo critico di acquisizione del linguaggio (Gindis, 2000). In questo caso, infatti, si interrompe lo sviluppo linguistico nell idioma materno, viene dimenticata in poco tempo la lingua del Paese d origine (anche in 3-6 mesi), in quanto quest ultima diventa una lingua morta, non più esercitata, e con essa si perde però tutto il patrimonio concettuale già elaborato accanto a quello linguistico. Il bambino quindi non diventa bilingue, ma monolingue con un apprendimento ritardato. 3. Potenziare la resilienza scolastica Le difficoltà scolastiche dei bambini in adozione internazionale non vanno considerate, nonostante la loro importanza e diffusione, deficit permanenti. Si tratta, invece, di lacune che possono essere, in parte o totalmente, rimosse con interventi mirati che favoriscono la resilienza scolastica. Quest ultima rappresenta una parte importante della resilienza più generale, che consente al soggetto di raggiungere un buon adattamento scolastico e una buona riuscita, nonostante l esposizione a numerosi fattori di rischio. Per incidere sulla resilienza scolastica occorre agire sia su fattori interni che esterni alla persona. Per quanto riguarda i fattori interni, è possibile, in primo luogo, attivare interventi di potenziamento cognitivo, specie sulle competenze più deficitarie nei bambini che hanno vissuto situazioni precoci di ipostimolazione (attenzione, sequenzializzazione, memoria di lavoro, abilità di problem-solving e in specifico capacità critica e creativa). È utile inoltre favorire capacità socio-relazionali del soggetto (assertività; empatia; capacità di entrare in relazione con gli altri) e di controllo emozionale (capacità di identificazione, controllo delle emozioni negative e utilizzo di quelle positive) (Edward, Mumford e Serra-Roldan, 2007). Per incidere sui fattori esterni di resilienza, è possibile favorire relazioni positive di supporto, con gli adulti significativi (genitori, insegnanti, tutor e compagni) e creare reti di sostegno che coinvolgano la famiglia, la scuola e la comunità (Ungar, Dumond e Mcdonald, 2005). Per incrementare la resilienza scolastica, possono adoperarsi la scuola, le famiglie adottive e le stesse strutture di accoglienza, da cui i bambini in adozione internazionale derivano. Le famiglie adottive hanno infatti l opportunità di effettuare con i loro figli un lavoro personalizzato di potenziamento cognitivo e motivazionale e continuativo nel tempo. La scuola può favorire l integrazione positiva del bambino e creare le condizioni perché il minore in difficoltà esperisca situazioni di successo. D altra parte, l opera della famiglia adottiva e degli insegnanti può essere enormemente favorita da un preliminare intervento educativo, da parte degli istituti di accoglienza nei Paesi di origine. Adoperarsi per migliorare le condizioni di cura iniziale, in un ottica di cooperazione, consente inoltre di favorire la resilienza, specie quella scolastica, di numerosi minori che continueranno a vivere nel Paese di nascita e forse, potranno meglio contribuire a migliorare il proprio contesto di vita. Presenteremo sinteticamente di seguito gli interventi che si possono attuare negli istituti di accoglienza originaria, nelle famiglie adottive e a scuola. 3.1 Potenziamento delle risorse delle strutture di accoglienza La riflessione internazionale sulle strutture di accoglienza per i minori che per vari motivi non possono vivere con la loro famiglia, evidenzia, come s è detto, i danni gravi derivanti da una permanenza prolungata in istituto. Tali constatazioni hanno portato in molti Paesi a sostituire gli orfanotrofi con comunità familiari 8, strutture di accoglienza in cui il rapporto tra caregiver e minori affidati è più intenso e quindi consente l instaurarsi di relazioni significative, capaci di contrastare le carenze affettive gravi e i disturbi di attaccamento, tipici dei bambini in stato di abbandono. Per favorire la resilienza dei minori che hanno affrontato innumerevoli difficoltà nel corso della loro breve vita, occorre innanzitutto creare degli ambienti psicologicamente supportivi, luoghi strutturati di relazioni e di legami significativi, in cui i piccoli accolti possono sostare, elaborare la propria storia e crescere, costruendo percorsi possibili di ridefinizione del proprio progetto di vita e di passaggio verso l autonomia 9. In questi contesti ciascuno deve sentirsi accolto come persona, unica e irripetibile, e non come un utente del servizio, un numero tra i tanti. La condizione perché questo si realizzi è dunque venire integrati in un nucleo che presenti una rete di relazioni significative e coese, di interscambio positivo, quali quelle di tipo familiare. Un altra condizione è che gli adulti si mettano in gioco nella relazione educativa, dimostrando autentica empatia e capacità di assumere la varietà delle funzioni genitoriali. Un minore che non ha avuto figure di riferimento familiari vive uno sradicamento esistenziale importante, sorgente di ansia, oltre che di disturbi comportamentali e di disordini emozionali. Per questo necessita di qualcuno che sappia ri-generarlo alla vita, coinvolgendosi totalmente. Un accompagnamento personalizzato consente anche di favorire lo sviluppo cognitivo dei piccoli, fornendo loro gli stimoli adeguati. Si tratta, in primo luogo, di selezionare le proposte ludiche con cui volentieri gli stessi si intrattengono, privilegiando quelle che maggiormente possono incidere sui processi cognitivi 8 In Italia, la Legge 149 del 28 marzo 2001 ha decretato, per il 31 dicembre 2006, la chiusura degli orfanotrofi, trasferendo i minori in case-famiglia o, ove possibile, presso famiglie affidatarie o adottive. 9 Gruppo Minori del CNCA (a cura di), Responsabilità comuni. Chiudere gli istituti per minori non basta, Roma, Comunità Edizioni, 2006, p COOPERAZIONE E ADOZIONE INTERNAZIONALE: CONTRIBUTI MULTIDISCIPLINARI 1. COOPERAZIONE E ADOZIONE INTERNAZIONALE: CONTRIBUTI MULTIDISCIPLINARI 29

19 fondamentali per l apprendimento. Tali strumenti ludici possono essere realizzati facilmente anche con materiale povero. Quello che è più rilevante è la scelta delle attività e la qualità dell interazione che l adulto è in grado di mettere in atto. L educatore può attivare l attenzione del bambino e guidare il ragionamento attraverso domande aperte durante il gioco. Lo stesso, con sussidi ludici adeguati, può incrementare la capacità di memorizzazione (per esempio utilizzando il memory), di osservazione (con i puzzle, con il lotto, il domino...), di discriminazione (per esempio proponendo incastri), di classificazione (usando giochi con i colori, con gli animali, con la frutta...), di seriazione (ricorrendo a storie da riordinare; pupazzi da vestire; giochi con eduzione di relazioni, come sopra-sotto, grande-piccolo, destra-sinistra...). Può attivare inoltre la capacità critica (con giochi tipo caccia all errore ) e la creatività (proponendo attività artistiche; storie da completare; costruzioni; gioco simbolico...). Può inoltre arricchire il patrimonio lessicale dei piccoli, per esempio durante il gioco simbolico, accompagnando le attività con la verbalizzazione e stimolando le interazioni linguistiche dei bambini. Per perseguire in maniera sistematica tali obiettivi, è necessario assumere un modello completo dei processi cognitivi, adeguato all età, e strutturare attività per ciascuna delle dimensioni da potenziare (Coggi, Ricchiardi, 2009). All interno degli istituti, gli operatori possono dunque attivare interventi specifici di potenziamento cognitivo, volti a contrastare l ipostimolazione del primo periodo di vita. Per i bambini in età scolare, è fondamentale che le strutture di accoglienza prestino attenzione anche all accompagnamento negli studi, per lo sviluppo di strategie efficaci di apprendimento e un attenta rimotivazione verso la conoscenza. A questo scopo, è rilevante che si riesca a stimolare l apprendimento attraverso l interazione con ambienti particolarmente accattivanti, colorati, interattivi, capaci di attirare l attenzione del bambino o ragazzo e di coinvolgerlo in attività di apprendimento adeguate al suo livello cognitivo. 3.2 Valorizzazione delle risorse delle famiglie adottive e della scuola Quando i bambini dagli istituti giungono in famiglia, tocca a quest ultima e alla scuola del Paese di accoglienza attivarsi per il loro pieno sviluppo. I minori possono, infatti, presentare problemi importanti, come si è visto, a cui la famiglia e la scuola si trovano a dover far fronte. La famiglia adottiva può riuscire a sostenere il bambino in grave difficoltà se è capace in primo luogo di instaurare una relazione calda e accogliente, di comprendere i bisogni profondi del minore e di creare l intesa, base per un attaccamento sicuro (Cummings, Davies, 1996). La famiglia inoltre può favorire la realizzazione di esperienze di successo del bambino e accompagnarne il potenziamento cognitivo, fattore centrale della resilienza scolastica. In specifico, l intervento può risultare più efficace se i genitori adottivi e gli insegnanti della scuola accogliente vengono preparati ad affrontare i problemi di apprendimento dell adottato. Si tratta di assumere come obiettivo prioritario la motivazione del bambino verso l acquisizione di competenze scolastiche, limitando le attese nei confronti di performance immediate e centrando l attenzione sulle strategie che meglio attivano il piccolo e sui contenuti che più lo interessano e in cui riesce meglio. Tenendo conto che le attuali generazioni subiscono particolarmente il fascino delle tecnologie, con cui hanno un interazione spontanea ed efficace, è possibile, allo scopo, utilizzare ambienti interattivi, in cui il bambino si coinvolga volentieri. Sembra promettente, dunque, un approccio all apprendimento di tipo ludico, che si avvalga del computer. In tal modo la mediazione cognitiva, realizzata dal genitore e dall insegnante, può diventare un contesto che incoraggia anche le relazioni affettive. L utilizzo di software didattici divertenti e accattivanti crea le condizioni naturali perché l adulto possa valorizzare la riuscita del bambino, stimolare la fiducia in sé dello stesso e incoraggiarlo ad aprirsi alla nuova cultura in maniera piacevole e rassicurante. Si evitano invece i conflitti generati tipicamente dall esecuzione dei compiti a casa, le estenuanti ripetizioni da parte dei genitori e degli insegnanti di concetti o esercizi mal compresi dai bambini. Per i bambini più piccoli tale stimolazione può avvenire anche con una scelta di giochi concreti, in aggiunta a quelli al computer. La letteratura dimostra il valore di queste attività (Castellazzi, 2000). 4. Una proposta polivalente: il progetto Fenix Il progetto Fenix è nato in contesti di estrema deprivazione, al fine di supportare la crescita cognitiva e motivazionale dei bambini in difficoltà. Si tratta di un programma laboratoriale che prevede l utilizzo di una metodologia ludica e di mezzi informatici per favorire l apprendimento. In particolare, richiede la realizzazione in un programma sistematico di software didattici di tipo ludico volti a potenziare le competenze cognitive dei bambini, con giochi in ambito matematico, linguistico e logico. Le competenze scelte sono quelle di base, strettamente correlate con i programmi scolastici, per quanto riguarda la matematica e la lingua, e sono legate al potenziamento dei processi cognitivi più carenti nei bambini deprivati per l ambito trasversale. Per i bambini più piccoli è prevista una valigetta di giochi concreti, da utilizzare, in integrazione al software, per stimolare i processi di memorizzazione, conoscenza e comprensione (eduzione di relazioni, classificazione, seriazione, associazione), ragionamento, capacità critica e creatività. Il programma, pur essendo stato attuato in origine principalmente in ambito scolastico, è stato recentemente esteso proficuamente, con alcune varianti, anche all utilizzo familiare, specie alle famiglie con bambini in adozione internazionale e in affidamento, e nell ambito di istituti di accoglienza 10. Genitori ed educatori possono fruire allo scopo del sito i cui è riportata la banca dati dei giochi Fenix, con cui realizzare programmazioni personalizzate, anche con l aiuto dell apposito motore di ricerca. Le famiglie possono utilizzare per le attività Fenix un approccio attento ai ritmi e alle difficoltà specifiche del figlio, svolgendo i giochi in tempi percepiti dal bambino come ricreativi. Negli istituti di accoglienza e nella scuola è possibile non solo seguire i bambini in maniera personalizzata, ma anche creare piccoli gruppi per il potenziamento cognitivo, in cui inserire i bambini in difficoltà. Occorre che il laboratorio Fenix diventi un occasione privilegiata di apprendimento, per un gruppo che si costituisce con 10 Una ricerca pilota è stata condotta a Salvador de Bahia con i bambini della brinquedoteca dell Abrigo Sant Ignazio dell OAF COOPERAZIONE E ADOZIONE INTERNAZIONALE: CONTRIBUTI MULTIDISCIPLINARI 1. COOPERAZIONE E ADOZIONE INTERNAZIONALE: CONTRIBUTI MULTIDISCIPLINARI 31

20 un identità e un forte senso di appartenenza. In tal modo, è possibile fruire anche degli effetti positivi delle dinamiche che si instaurano quando si hanno più bambini solidali copresenti. Nelle diverse modalità, è rilevante la mediazione dell adulto, che deve essere capace di stimolare l acquisizione di strategie di conoscenza nei bambini, induzioni, deduzioni e astrazioni, approfittando del coinvolgimento creato dal software didattico di tipo ludico. Il mediatore deve inoltre adottare un atteggiamento incoraggiante, capace di valorizzare i successi e di stimolare i bambini quando incontrano le difficoltà. Perché l azione sia efficace è rilevante che l adulto diventi anche una figura di riferimento educativa e supportiva importante. Conclusione La metodologia adottata nel progetto Fenix, come è attestato da dati di ricerca (Coggi, 2009), può essere molto utile per incrementare la resilienza scolastica, valorizzare e accrescere le competenze di chi risulta molto deprivato dalle condizioni della vita. Si tratta di una metodologia adeguatamente flessibile per poter essere utilizzata nella scuola, in famiglia e anche nelle strutture di accoglienza, andando così a vantaggio non solo dei bambini che verranno adottati, ma anche di coloro che rimarranno in strutture di accoglienza nel loro Paese. Si salvaguarderà in questo modo il diritto di ogni bambino ad avere un educazione di qualità in qualunque contesto si trovi a crescere. Riferimenti bibliografici Castellazzi V.L. (2000), Quando il bambino gioca. Diagnosi e psicoterapia, Roma, LAS. Coggi C, Ricchiardi P. (2009), Gioco e potenziamento cognitivo in contesti deprivati, in R. Quaglia, L. Prino, E. Sclavo, Il gioco nella didattica, Trento, Erickson, pp Coggi C. (a cura di) (2009), Potenziamento cognitivo e motivazionale dei bambini in difficoltà. Il Progetto Fenix, Milano, Franco Angeli. Cope P. (2009), Il Paese dei bambini che sorridono, Casale Monferrato, Piemme. Cummings M.E., Davies P. (1996), Emotional security as regulatory process in normal development and the development of psychopathology, Development and Psychopathology, 8, pp Edwards O.W., Mumford V.E., Serra-Roldan R. (2007), A positive Youth Development Model for Students Considered At-Risk, School Psychology International, 28, pp Gindis B. (2000), Language-related problems and remediation strategies for internationally adopted orphanage-rased children. In T. Tepper, L. Hannon, D. Sandstrom, International adoption: Challenges and opportunities, Meadowlands, Parent Network for Post Institutionalized Children, pp Johnson D.E., Dole K. (1999), International adoption: Implications for early intervention, Infant and Young Children, vol. 11, n. 4, pp Judge S. (2004), Adoptive Families: The Effects of Early Relational Deprivation in Children Adopted European Orphanages, Journal of Family Nursing, vol. 10, n. 3, pp Marasco E. (2008), La memoria impossibile. Storia felice di un adozione, Milano, TEA. Meese R.L. (2002), Children of intercountry adoptions in school: A primer for parents and professionals, Westport, Bergin & Garvey. Miller L.C. (2000), Initial assessment of growth, development, and the effects of institutionalization in internationally adopted children, Pediatric Annals, 29, pp O Connor T.G., Marvin R.S., Rutter M., Olrick J.T., Britner P.A. & The English and Romanian Adoptees Study Team (2003), Child-parent attachment following early institutional deprivation, Development and Psychopathology, 15, pp Pomerleau A., Malcuit G., Jean-François C., Séguin R., Belhumeur C., Germain P., Amyot I., Jéliu G. (2005), Health status, cognitive and motor development of young children adopted from China, East Asia, and Russia across the first 6 months after adoption, International Journal of Behavioral Development, 29, 5, pp Schinkel A. (2009), Figlia della seta, Milano, TEA. Ungar M., Dumond C., Mcdonald W. (2005), Risk, Resilience and Outdoor Programmes for At-risk Children, Journal of Social Work, 5, 3, pp Verso una società mondo: il ruolo della formazione per un uso culturale delle risorse di Renato Grimaldi e Maria Adelaide Gallina Globalizzazione e disuguaglianze sociali Il concetto sociologico di disuguaglianza sociale, contrapposto a quello ideale di uguaglianza, sorto con la modernizzazione delle società europee, chiama in causa, a livello globale, i molteplici aspetti che sottendono le condizioni di disparità economica, connesse all impossibilità di produrre e fruire di mezzi materiali, e sovente, di conseguenza, anche morali, per il sostentamento, il miglioramento della qualità della vita, lo sviluppo delle potenzialità umane, individuali e collettive, e la riproduzione biopsichica dei membri di una data popolazione. Un interpretazione di natura socio-politica di tale fenomeno tenderebbe inevitabilmente a focalizzare l attenzione sulle varie forme di organizzazione statuale e intersocietaria quali organismi che, se da un lato possono, almeno virtualmente, garantire l equità dell accesso alle risorse su scala planetaria, dall altra sembrano anche dimostrare un implicita impotenza nella gestione degli scambi internazionali in maniera efficace, costante e diffusa. La permanenza di condizioni di insufficienza esistenziale che caratterizza interi popoli ed etnie è la causa di quel danno umanitario che si può misurare oggettivamente, osservandolo attraverso atteggiamenti e comportamenti concreti, e che viene soggettivamente percepito sia dagli individui che, all interno del proprio contesto deprivato di vita, dispongono di criteri di giudizio che fanno appello alla giustizia sociale, sia da coloro (singoli o gruppi volontaristici o professionali) che si rappresentano mentalmente la situazione sociale connotata da disagio come terreno di un azione volta a introdurre o a ripristinare un equilibrata distribuzione di beni e di servizi. Tra i fattori di disuguaglianza su cui l azione sociale può incidere positivamente per indurre trasformazioni profonde e durature, si delineano indubbiamente quelli che concernono le opportunità di istruzione e di formazione professionale e umana. L accesso ai codici interpretativi della realtà, in ogni contesto di appartenenza, passa infatti attraverso la trasmissione di modelli e valori che sono perlopiù veicolati da sistemi di insegnamento/apprendimento consolidati nel tempo e adattati allo spazio di vita e allo spettro di prospettive presente nell area di appartenenza dei soggetti e/o dei gruppi sociali. Secondo un originale lettura sistemica di Gallino (1980, p.61), la cultura viene infatti descritta come un insieme di definizioni, istruzioni e programmi di comportamento, Weitzman C.C. (2003), Developmental Assessment of the Internationally Adopted Child: Challenges and Rewards, Clinical Child Psychology and Psychiatry, vol. 8, n. 3, pp R. Grimaldi ha scritto il paragrafo 1 e M. A. Gallina il paragrafo COOPERAZIONE E ADOZIONE INTERNAZIONALE: CONTRIBUTI MULTIDISCIPLINARI 1. COOPERAZIONE E ADOZIONE INTERNAZIONALE: CONTRIBUTI MULTIDISCIPLINARI 33

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