FACOLTÀ DI SCIENZE POLITICHE

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1 UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI CAGLIARI FACOLTÀ DI SCIENZE POLITICHE CORSO DI LAUREA SPECIALISTICA IN RELAZIONI INTERNAZIONALI GLI AIUTI ALLO SVILUPPO E LE ISTITUZIONI FINANZIARIE INTERNAZIONALI: DAGLI ACCORDI DI BRETTON WOODS AI GIORNI NOSTRI RELATORE: PROF G. BOTTAZZI TESI DI LAUREA DI MANUELA PODDA ANNO ACCADEMICO 2005/2006

2 Indice Introduzione...5 Capitolo I...11 Storia degli aiuti allo sviluppo ed evoluzione del concetto di sviluppo Gli anni 40 e l alba di una nuova era: Dottrina Truman e Piano Marshall...11 Scheda 1: L Onu Gli anni 50 e la Conferenza di Bandung Gli anni 60 e le teorie della dipendenza Gli anni Scheda 2: i paesi in via di sviluppo e l arma petrolifera Gli anni Gli anni 90: fine del mondo bipolare e nuovo scenario Il presente: cooperazione internazionale e globalizzazione...30 Capitolo II...35 Gli accordi di Bretton Woods Le origini degli accordi di Bretton Woods...37 a) La crisi del Scheda 3: la bilancia dei pagamenti...38 b) L avvio della Conferenza Keynes e White: due tesi a confronto...40 a) Il Piano Keynes...40 b) Il Piano White...43 c) Le due tesi a confronto...44 Scheda 4: Il gold Standard e il gold exchange standard I caratteri salienti dell accordo e il ruolo delle istituzioni create...47 Scheda 5: la conferenza di Bretton Woods secondo Keynes Il crollo dell ordine monetario di Bretton Woods...52 Capitolo III...55 Le Istituzioni Finanziarie Internazionali Il Fondo Monetario Internazionale Gli organi del Fondo Monetario Internazionale Le risorse del Fondo Monetario Internazionale I differenti tipi di aiuto forniti dal FMI I rapporti tra il Fondo Monetario Internazionale e gli stati membri La Banca Mondiale Gli organi della Banca Mondiale Le fonti di finanziamento della Banca Mondiale Gli aiuti forniti dalla Banca Mondiale L Organizzazione Mondiale del Commercio...89 Scheda 6: il dumping L Uruguay Round e i principali obiettivi dell Organizzazione Mondiale per il Commercio...92

3 3.12 Il ruolo dell Organizzazione Mondiale del Commercio La suddivisione organizzativa dell Organizzazione Mondiale del Commercio Capitolo IV Le critiche volte a modificare le Istituzioni Finanziarie Internazionali Spunti per possibili riforme delle Istituzioni Finanziarie Internazionali partendo dalla Commissione Meltzer Il problema della rappresentatività nel Fondo Monetario Internazionale e altre importanti questioni La condizionalità dell aiuto nel Fondo Monetario Internazionale e nella Banca Mondiale Gli schieramenti tra paesi nella concessione di prestiti e i loro interessi strategici e geopolitici Il problema della dipendenza dagli aiuti Gli aiuti che non aiutano I diversi volti dello sviluppo Lo sfacelo dell Uruguay Round e il problema della rappresentatività nella WTO La politica dell esclusione e i suoi dati Il problema del debito I Millennium Development Goals Centralismo, verticismo e decisionismo delle Istituzioni Finanziarie Internazionali La leggenda del Big Push Capitolo V Alcune iniziative di economia solidale volte a migliorare l impatto degli aiuti allo sviluppo L iniziativa di Muhammad Yunus per l eliminazione della povertà: Grameen Scheda 7: chi è Muhammad Yunus? I programmi di microcredito nati sulla scia di Grameen a) Le metodologie in campo di microcredito b) Il microcredito in Italia e in Europa Il commercio equo e solidale Il consumo critico Capitolo VI Casi di studio Aiuti di emergenza forniti dal Fondo Monetario Internazionale Una Letter of Intent per la Repubblica Centrafricana Alcuni progetti portati avanti dalla Banca Mondiale La Banca Mondiale e la Conferenza di Dakar Il discorso sul Kenya del Presidente della Banca Mondiale Paul Wolfowitz all Institut Français des Relations Internationales : Africa: the road of opportunity Il problema energetico in Africa e l intervento della Banca Mondiale L eccezionale caso della Cina

4 6.8 Il crescente ruolo delle ONG Alcune decisioni prese dal tribunale del WTO a) Il Clean air act b) Il caso della carne agli ormoni c) Le banane ACP Gli interessi economici dei donatori: il caso dell Algeria Conclusione Bibliografia Siti Internet

5 Introduzione Le pagine che seguono sono nate dal desiderio di trovare una risposta o in alternativa, diverse possibili risposte ad alcuni quesiti riguardanti gli aiuti allo sviluppo. E stato necessario partire da alcune semplici domande che sono andate a costituire lo schema fondamentale delle prossime pagine, per poi ampliare tale schema per mezzo dei tanti altri quesiti che sono sorti spontaneamente nell arco di tutto il lavoro; molti di questi quesiti vengono riportati in queste prime pagine introduttive. Ci si è innanzitutto chiesti in quale momento la comunità internazionale abbia cominciato a pensare che alcuni paesi necessitassero di aiuti allo sviluppo, e quali strumenti siano stati nel tempo creati per concedere prestiti finalizzati al raggiungimento di uno sviluppo globale equilibrato. Tali strumenti sono stati individuati nell Onu, nel Piano Marshall e in ultimo, non per grado di importanza, negli Accordi di Bretton Woods. Si è pensato di non soffermarsi sull Onu, in quanto quest organizzazione non fu specificatamente creata allo scopo di fornire aiuti allo sviluppo, ma semplicemente di enumerarla fra i vari strumenti di cooperazione internazionale in considerazione del fatto che proprio la cooperazione fa in qualche modo da cornice ai temi trattati. Ci si è poi soffermati sul significato del Piano Marshall e si è stabilito che fosse davvero necessario parlare di questo strumento in apertura al Capitolo I, in quanto antenato di tutti gli aiuti allo sviluppo. Ci si è inoltre domandati in quale momento storico fossero nati gli strumenti che attualmente si occupano di sviluppo e di concessione di aiuti allo sviluppo, e la risposta trovata a tal proposito è Bretton Woods. Per questo motivo si è scelto di fare degli accordi di Bretton Woods e di quelle che per motivi di praticità saranno d ora in poi chiamate semplicemente Istituzioni Finanziarie Internazionali il cuore di questo lavoro, da cui derivano tutte le considerazioni che si avrà modo di analizzare nel corso dei vari capitoli che seguono. Ancora, ci si è domandati se gli aiuti allo sviluppo avessero nel tempo prodotto degli effetti soddisfacenti o insoddisfacenti. In considerazione del fatto che la povertà è un problema ancora irrisolto, si è pensato che i risultati fossero insoddisfacenti, e partendo da tale presupposto ci si è posto come principale obiettivo quello di capire il perché di questo fallimento della cooperazione. Si è pensato al problema del debito, che per molti paesi rappresenta un forte limite al raggiungimento di uno sviluppo equilibrato, ma anche ai possibili legami di dipendenza e alla posizione egemonica degli Stati Uniti all interno delle diverse istituzioni. Inizialmente non si sapeva bene dove gli assunti di partenza avrebbero portato, ma già si intravedeva la possibilità di presentare delle alternative agli aiuti multilaterali forniti dalle Istituzioni Finanziarie Internazionali. In prima battuta si è pensato al microcredito e a Muhammad Yunus, ma in un secondo momento si è deciso di introdurre anche il commercio equo e solidale e il consumo critico all interno di quello che sarebbe poi diventato il Capitolo V, intitolato Alcune iniziative di economia solidale volte a migliorare l impatto degli aiuti allo sviluppo. Per chiudere il cerchio sarebbe stato necessario anche introdurre dei casi pratici esemplificativi di alcune delle tematiche trattate, che sono stati collocati nel Capitolo VI. E essenziale sottolineare che quando si parla di aiuti allo sviluppo e di cooperazione internazionale, non è necessario trovare delle risposte universalmente valide. Lasciare più porte aperte non è un modo come un altro per rimandare al futuro la soluzione di questioni alle quali sarebbe necessario rispondere nell immediato, bensì è l atteggiamento che pare più corretto assumere quando si parla di cooperazione. Scopo della cooperazione, infatti, non dovrebbe essere quello di scegliere fra le varie proposte 5

6 quella vincente, bensì di compiere uno sforzo comune al fine di fare in modo che le diverse ipotesi si compenetrino traendo così il maggior giovamento possibile da quanto c è di positivo sul tavolo, e contemporaneamente limando le spigolature che diversamente potrebbero in qualche modo nuocere ai destinatari delle proposte stesse. Si è scelto di partire dall esame del concetto di sviluppo, che si racconta da solo attraverso la descrizione di un percorso storico cominciato negli anni 40 e non ancora concluso. Quello di sviluppo è in qualche modo un concetto camaleontico, mutato nel corso dei decenni, e che difficilmente si lascia intrappolare all interno di definizioni oggettive. Oggi lo sviluppo è qualcosa di diverso dalla piccola creatura che fece capolino sulla scena internazionale, dapprima timidamente negli anni 40 grazie al presidente Truman e al Piano Marshall, e poi prepotentemente soprattutto a partire dagli anni 60, in concomitanza con la decolonizzazione che ebbe per protagonisti soprattutto i paesi africani. Nel Capitolo I ( Storia degli aiuti allo sviluppo ed evoluzione del concetto di sviluppo ) si troveranno le risposte a molte domande, fra le quali rientrano le seguenti. Il concetto di sviluppo è mutato nel tempo? Quali furono le prime forme di aiuto allo sviluppo e a che periodo risalgono? In che modo è nato il concetto di sottosviluppo? Che effetti ha prodotto l indipendenza dei paesi africani in materia di teorizzazioni? Analizzando le varie teorie e i dati disponibili, si può dire che gli aiuti allo sviluppo siano efficaci o, al contrario, inefficaci? I paesi in via di sviluppo sono tutti uguali tra loro o il concetto di sottosviluppo rischia ormai di non essere più adatto a descrivere situazioni tra loro eterogenee? Infine, in questo primo capitolo ci si domanderà se la globalizzazione stia portando al raggiungimento di una crescita generalizzata o, al contrario, stia facendo allargare la forbice fra i paesi più globalizzati e i paesi che purtroppo si trovano ancora ai margini della globalizzazione. Nel fornire la risposta a queste domande, si assisterà virtualmente alla nascita degli aiuti allo sviluppo; dopodichè si analizzerà il contenuto degli Accordi di Bretton Woods nel Capitolo II. Gli Accordi di Bretton Woods, infatti, oltre ad aver rappresentato una pietra miliare nella scena finanziaria internazionale, hanno prodotto enormi cambiamenti dei quali ancor oggi si possono individuare le tracce o meglio ancora dei veri e propri solchi tra quello che era il passato e ciò che è stato e che ancora rappresenta il periodo post- Bretton Woods. Basti pensare al ruolo egemonico degli Stati Uniti, conquistato proprio a Bretton Woods ai danni della Gran Bretagna e poi rafforzato per mezzo di innumerevoli azioni volte ad annullare le resistenze del Paese antagonista. In questo modo gli Stati Uniti sono diventati i dominatori della scena economica e finanziaria internazionale e lo sono ancora oggi. Bretton Woods ha inoltre rappresentato un arretramento nel passaggio dalla commodity standard alla fiat money standard, producendo inconsapevolmente una successiva accelerazione nel compimento di tale passaggio e in ultimo, ma non in ordine di importanza, Bretton Woods ha dato i natali al Fondo Monetario Internazionale, alla Banca Mondiale e all impianto normativo su cui nel 1994 si è innestata l Organizzazione Mondiale per il Commercio. Dopo aver confrontato la tesi britannica con la tesi statunitense e mostrato come fu la seconda fra le due ad uscire vincitrice, si descriveranno alcune delle caratteristiche salienti dell accordo, fino a giungere a quel crollo fittizio avvenuto in data 15 agosto 1971, che in realtà crollo non fu per tante ragioni. Si è ritenuto che la descrizione degli Accordi di Bretton Woods fosse un passaggio quasi obbligato per poter capire a pieno il funzionamento delle tre istituzioni economiche di cui sopra, nonché la loro ragion d essere, quasi a dire che Bretton Woods fosse per ciascuna delle istituzioni una sorta di curriculum vitae. Si analizzeranno le ragioni per le quali si indisse la Conferenza di Bretton Woods, e il portato dei due grandi piani, il Piano Keynes e il Piano White, sempre 6

7 domandandosi quali effetti tali piani abbiano prodotto nel tempo. Quale dei due piani si è dimostrato a distanza di anni più innovativo e in che modo questo piano potrebbe aiutare a risolvere le disfunzioni che attualmente si riscontrano nelle Istituzioni Finanziarie Internazionali? Quale fu il ruolo delle istituzioni create a Bretton Woods e cosa è rimasto di queste dopo il crollo del 15 agosto del 1971? L assistenza allo sviluppo prende il nome di Oda, ossia Official Development Aid 1, e si esplica attraverso la concessione di aiuti bilaterali o multilaterali che vanno a favore di paesi che necessitano di sostegno. Nel caso degli aiuti multilaterali entrano in gioco le grandi Istituzioni Finanziarie Internazionali delle quali si parlerà nel proseguo del presente lavoro: si tratta del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale e dell Organizzazione Mondiale del Commercio che verranno descritte in questo stesso ordine per quanto concerne gli aspetti tecnici nel III Capitolo, ma delle quali si continuerà a parlare anche implicitamente man mano che le varie tematiche oggetto del presente lavoro saranno sviscerate. Analizzando gli aspetti tecnici si cercherà di comprendere se si tratti di istituzioni immutabili, rimaste invariate fin dagli accordi di Bretton Woods, o se al contrario queste istituzioni si stiano modificando in risposta alle sfide lanciate dalla globalizzazione. Si cominceranno ad individuare i malfunzionamenti legati al meccanismo di voto e alla rappresentatività, dei quali si parlerà anche nel Capitolo IV; si descriveranno, nella maniera più completa possibile, scopo, organi, risorse, tipi di aiuto concesso, per ciascuna delle organizzazioni in questione. Si avrà modo di comprendere in che modo il Fondo Monetario Internazionale agisca da riequilibratore della bilancia dei pagamenti. All interno del Fondo Monetario Internazionale, qual è il ruolo delle quote versate nella determinazione di diritti e doveri di ciascun Paese membro? Cosa sono i diritti speciali di prelievo? Cos è la letter of intent e qual è il ruolo esercitato dai paesi beneficiari nella concessione di prestiti? Si vedrà come la Banca Mondiale, al contrario del Fondo Monetario Internazionale, conceda prestiti per la realizzazione di progetti specifici, agendo come fosse una vera e propria società per azioni. Ci si domanderà quali siano le tre affiliate della Banca Mondiale e quali le fonti di finanziamento di questa istituzione. Cosa sono i programmi di aggiustamento strutturale e quali sono stati gli effetti di tali programmi lanciati soprattutto negli anni 80? Per quanto concerne l Organizzazione Mondiale del Commercio, qual è il suo ruolo in relazione allo sviluppo? Cosa deve agli Accordi di Bretton Woods? Qual è stata l importanza dell Uruguay Round nella nascita dell Organizzazione Mondiale del Commercio? Cosa sono i GATs e i TRIPs? Nel capitolo successivo, ossia il Capitolo IV, si cercherà di offrire una vasta panoramica delle maggiori critiche rivolte a queste istituzioni. Fra i vari problemi che si riscontrano nel funzionamento delle Istituzioni Finanziarie Internazionali, si affronterà il tema della rappresentatività, della condizionalità, delle ragioni strategiche e geopolitiche che talvolta stanno alla base della concessione di aiuti non del tutto disinteressati. Ancora, si discuteranno importanti temi quali la dipendenza dagli aiuti e il debito legato indissolubilmente alla dipendenza stessa, la soggettività e complessità del concetto di sviluppo, la politica dell esclusione, la difficoltà a raggiungere i tanto agognati Millennium Development Goals e per finire si parlerà di concetti fra loro interrelati quali il centralismo, il verticismo e il decisionismo. Disseminate fra le varie critiche, si troveranno tante piccole ma importanti proposte di riforma, offerte dalla Commissione Meltzer ma non solo, perché come affermato in apertura, le soluzioni possono essere una, nessuna e centomila. Quanto rilevato dalla Commissione Pearson nel 1969 in materia di coordinamento degli aiuti continua a preservare la sua validità? Cosa hanno 1 Alessandro Lanza, Lo sviluppo sostenibile, Risorse naturali e popolazione, consumi e crescita economica: soddisfare i nostri bisogni senza compromettere la vita delle generazioni future, Il Mulino, Bologna, 2000, pag

8 proposto Dannis Leech e Robert Leech a proposito della possibile riforma del meccanismo di voto nella Banca Mondiale e nel Fondo Monetario Internazionale? Le politiche monetarie fiscali del Paese beneficiario hanno un peso nell efficacia o inefficacia degli aiuti allo sviluppo? Quali sono le teorie di Joseph Stiglitz in materia di condizionalità e good governance? Gli interessi strategici e geopolitici e le alleanze tra paesi industrializzati possono influenzare la scelta dei paesi beneficiari di aiuti? E plausibile che gli aiuti a lungo andare possano avere degli effetti droganti come sostiene Amartya Sen? Cosa si intende per fundamental conundrum? In che modo l ingegneria sociale e gli aiuti caritatevoli possono rivelarsi aiuti che non aiutano? L Organizzazione Mondiale del Commercio è realmente l istituzione più democratica fra le tre, o a ben guardare risente anch essa di pesanti limiti di rappresentatività? Gli aiuti allo sviluppo sono ben distribuiti fra i paesi che necessitano di sostegno? Nella scelta dei settori cui destinare gli aiuti si possono individuare degli squilibri a discapito di settori fondamentali? Perché l indebitamento dei paesi beneficiari potrebbe essere visto come uno degli effetti più devastanti degli aiuti allo sviluppo? Qual è la visione di Joseph Stiglitz per quanto concerne il debito? Perché Paul Krugman a proposito di debito parla di una U invertita? Esiste un effetto spiazzamento e la possibilità per il debitore di intrappolare il creditore? Come funziona la Heavily Hindebted Poor Countries Initiative? Ancora, perché per Stiglitz questa iniziativa presenta degli aspetti in qualche modo discriminanti nei confronti dei paesi in via di sviluppo che non rientrano fra gli Heavily Hindebted Poor Countries? Cosa sono i Millennium Development Goals e quali sono le prospettive per il raggiungimento di tali obiettivi entro il 2015? Cos è la leggenda del Big Push? Il Big Push ha dei risvolti reali o è davvero destinato a restare leggenda? Al Capitolo V si fanno largo alcune alternative al funzionamento delle Istituzioni Finanziarie Internazionali, alla prima delle quali si è scelto di dare maggior spazio in quanto proprio quest anno il padre di questa iniziativa è stato meritatamente insignito del Premio Nobel per la pace. Si parla di Muhammad Yunus, quel professore che un giorno entrò in crisi e scese dalla sua cattedra per osservare il mondo che lo circondava, giungendo a mettere in dubbio le leggi economiche di cui aveva sempre parlato ai suoi allievi, riportando le parole che si avrà modo di leggere in seguito. Dire Muhammad Yunus è dire microcredito, e narrando la storia di Grameen si giunge a parlare di tante altre iniziative che proprio sulla scia di questa sono state create. In questo capitolo non si parlerà solo di microcredito, ma anche di commercio equo e solidale e di consumo critico, tutte iniziative che rientrano in quella che viene chiamata economia solidale. Come si è anticipato in apertura, si è infine pensato di porre a coronamento di questo lavoro una serie di casi di studio, presenti nel VI ed ultimo capitolo, che contribuiranno a dare un idea ancora più nitida di quanto affermato in questo lungo percorso articolato in tappe che si intersecano e completano vicendevolmente. Si avrà modo di spostarsi lungo una linea immaginaria che permetterà ai lettori di trovarsi in un batter di ciglia dalla Repubblica Centrafricana all India, dalla Cina al Botswana, passando per l Uganda, il Mozambico, il Senegal, l Algeria... Riassumendo quanto detto finora, circa il possibile futuro delle Istituzioni Finanziarie Internazionali sorgono svariate domande. Si tratta di istituzioni statiche o mutevoli nel tempo e che verosimilmente potrebbero ancora mutare? Le Istituzioni Finanziarie Internazionali hanno preso coscienza dell inefficacia di alcune delle loro azioni in ragione delle critiche mosse al loro operato? I paesi membri possono influenzare con i loro interessi strategici la concessione di fondi? Com è mutato nel tempo il concetto di sviluppo e di aiuto allo sviluppo? Ancora, perché spesso e volentieri gli aiuti allo sviluppo si sono rivelati inefficaci? Queste sono solo alcune delle domande che sono state appositamente disseminate nell arco del presente lavoro, 8

9 ricco di spunti per una riflessione a tutto tondo sullo stato attuale della cooperazione internazionale. Per quanto concerne gli strumenti utilizzati, per realizzare questo lavoro è stato necessario consultare numerosi libri citati in bibliografia, molti dei quali scritti in lingua inglese vista l internazionalità della materia. Si è preferito ricorrere all utilizzo di testi recenti per poter tracciare un quadro il più possibile aderente alla realtà odierna, sia per quanto concerne i dati contenuti nei casi di studio, sia per quanto riguarda la parte critica sulle Istituzioni Finanziarie Internazionali. Alla lettura di libri si è scelto di affiancare la consultazione di siti Internet per poter accedere alle notizie divulgate da canali istituzionali e non ed ottenere in questa maniera un quadro ancor più completo e aggiornato degli argomenti trattati. 9

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11 Capitolo I Storia degli aiuti allo sviluppo ed evoluzione del concetto di sviluppo Scopo di questo primo capitolo è quello di stabilire quando e in che modo siano nati gli aiuti allo sviluppo. Si illustreranno qui alcune fondamentali fasi attraversate dal concetto di sviluppo, fino a giungere a parlare della globalizzazione dei giorni nostri che dà inevitabilmente luogo all insorgenza di esigenze e problematiche nuove. Le Istituzioni Finanziarie Internazionali sapranno adattarsi alle nuove sfide portando davvero allo sviluppo dei paesi ancora oggi per così dire sottosviluppati? I risultati ai quali si è giunti fino ad oggi sono soddisfacenti? Nel corso di questa trattazione si tenterà di rispondere a questi fondamentali quesiti. Posto che il concetto di sviluppo si è modificato nel corso degli anni, dimostrando di essere quasi camaleontico, è essenziale aprire questo capitolo cercando di definire questo concetto. Lo sviluppo del quale ci si occuperà nel presente lavoro è uno sviluppo che implica: ( ) un processo di grande trasformazione e di straordinario potenziamento delle capacità produttive che ha consentito ad una gran parte della popolazione di avere a disposizione una quantità di beni e servizi di molto superiore rispetto ad un passato recente e che ha parallelamente cambiato in modo radicale le strutture e le istituzioni economiche e sociali, i modi di pensare e di essere, i modelli culturali, i comportamenti e le aspettative. 2 Questa definizione non si riferisce ad uno sviluppo meramente economico, ma anche sociale, comportamentale, culturale Il benessere di una popolazione si compone di molteplici aspetti, che non possono essere soddisfatti da uno sviluppo unicamente economico. La comunità internazionale fortunatamente ha nel tempo accolto questa definizione sul piano teorico, ma questo cambiamento sta producendo effetti sul piano pratico? Proseguendo nella lettura si troveranno sicuramente delle risposte a questo quesito. 1.1 Gli anni 40 e l alba di una nuova era: Dottrina Truman e Piano Marshall L Onu (vedi Scheda 1), la cui carta fondamentale fu firmata il 26 giugno 1945 ed entrò in vigore il 24 ottobre 1945, può essere definita come uno strumento di cooperazione internazionale realizzata attraverso la promozione di numerose conferenze e il coinvolgimento in questioni internazionali di ordine economico, sociale, culturale ed umanitario. A tal proposito, in questa sede è quasi doveroso sottolineare che oltre ad essere il primo grande organismo nato allo scopo di garantire la pace e la sicurezza internazionale, l Onu si è nel tempo dotata di numerose organizzazioni specializzate per poter meglio svolgere le sue funzioni e ha inoltre avviato numerosi programmi legati allo sviluppo e alla cooperazione multilaterale, fra i quali spicca l Undp (United Nations Development Programme). 2 Gianfranco Bottazzi, Appunti di sociologia dello sviluppo forniti nell anno accademico , pag. 5 11

12 Figura 1: Truman (a sinistra) e George Marshall Fonte: Se l Organizzazione delle Nazioni Unite con la relativa Carta può essere vista come la prima importante manifestazione di cooperazione internazionale, l European Recovery Program meglio noto come Piano Marshall può essere invece visto come l antesignano di tutti gli aiuti allo sviluppo, e proprio per questo merita sicuramente uno spazio nel presente quadro storico. Il 12 aprile 1945, alla morte del presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt, gli succedette Harry S. Truman. La presidenza Truman si insediò in piena guerra fredda (locuzione formulata per la prima volta in seguito all enunciazione della dottrina Truman da Bernard Baruch 3 ), e dovette affrontarne le conseguenze. Nei primi mesi del 1947 le mire espansionistiche dei sovietici nei confronti dell Europa occidentale divennero ben chiare, ma era già dall estate del 1946 che i sovietici premevano sulla Grecia e sulla Turchia, sull Italia e sulla Francia, il tutto sfruttando l appoggio dei partiti comunisti nazionali. Ciò naturalmente andava a discapito sia della ripresa economica dopo la guerra, sia dei processi democratici che a tentoni cominciavano ad affacciarsi nell Europa occidentale. Per gli americani si faceva sempre più pressante l esigenza di impedire un ulteriore espansione sovietica. Le paure degli Stati Uniti furono chiaramente riassunte nel febbraio del 1947 dall allora assistente segretario di stato Dean Acheson, le cui riflessioni sono passate alla storia. Viene riportato qui di seguito il contenuto di tali riflessioni allo scopo di far meglio comprendere quali furono le tensioni all origine della dottrina Truman: Le pressioni sovietiche sugli Stretti, sull Iran e sul nord della Grecia hanno portato i Balcani al punto che un possibile sfondamento sovietico potrebbe schiudere alla penetrazione sovietica ben tre continenti. Come una mela marcia in un cesto di mele sane, la corruzione della Grecia avrebbe come conseguenza l infezione dell Iran e di tutto l oriente. Attraverso l Asia minore e l Egitto l infezione arriverebbe in Africa, e in Europa attraverso l Italia e la Francia, già minacciate dai loro partiti comunisti nazionali, i più forti dell Europa occidentale. L Unione Sovietica stava tentando 3 Giancarlo Giordano, La politica estera degli Stati Uniti, da Truman a Bush ( ), Franco Angeli s.r.l, Milano, 1999, pag

13 l impresa più rischiosa della storia al minimo costo Noi e noi soltanto possiamo rompere il gioco 4. Questa dichiarazione non passò certo inosservata agli occhi del presidente degli Stati Uniti Harry Truman il quale poco dopo, esattamente il 12 marzo del 1947, enunciò la dottrina Truman, che può essere riassunta riportando qui di seguito le parole del presidente: Io credo che la politica degli Stati Uniti debba essere quella di aiutare i popoli liberi che rifiutano di lasciarsi soggiogare da minoranze armate e da pressioni esterne Credo che il nostro appoggio debba soprattutto consistere in un aiuto economico e finanziario, essenziale per assicurare la stabilità economica e l ordine politico I semi del totalitarismo sono alimentati dalla miseria e dall indigenza. Essi si diffondono e crescono nel cattivo terreno della povertà e dei conflitti. Raggiungono il pieno sviluppo quando la speranza dei popoli in una vita migliore è morta. Noi dobbiamo mantenere viva questa speranza 5. L intenzione di Truman era quella di unire alle azioni politiche e militari di contenimento del comunismo, un programma di aiuti economici per sottrarre i paesi poveri all influenza dei sovietici. Certamente il vero progetto politico era quello di porre gli Stati Uniti alla guida del mondo intero, dopo averlo sottratto definitivamente alle mire sovietiche. Per realizzare questo obiettivo, fondamentale sarebbe stata la collaborazione dei paesi ricchi che avrebbero dovuto aiutare i paesi più poveri ad integrarsi nel libero mercato e ad accettare i valori occidentali. Implicitamente si cominciava a delineare chiaramente la distinzione fra paesi sviluppati e paesi arretrati o sottosviluppati. Si trattava esclusivamente di un cambiamento di terminologia; i selvaggi divenivano in questo momento e sempre più durante gli anni 50 sottosviluppati o Terzo Mondo. In qualche modo si voleva compiere un passaggio dal razzismo al rispetto e all eguaglianza, con la formazione di una corrente paternalistica favorevole alla concessione di aiuti allo sviluppo che trovavano fondamento nel IV Punto del programma di Harry S. Truman. Nel 1951 un gruppo delle Nazioni Unite concluse che una crescita del 2% del reddito pro-capite annuo avrebbe richiesto una spesa per i paesi ricchi di almeno 3 miliardi di dollari l anno 6. Con il Piano Marshall cominciò la lunga lista di Big Plans aventi per obiettivo, forse utopistico, la riduzione totale della povertà. La distinzione tra paesi sviluppati e paesi sottosviluppati non piaceva a molti dei paesi inclusi volenti o nolenti nel secondo gruppo e a riguardo, esemplare fu la protesta di Julius Nyerere, presidente della Tanzania, il quale rivolgendosi direttamente all Assemblea Generale rivendicò il diritto di ogni Paese a scegliere la propria via, in base a cultura, risorse e capacità proprie del Paese stesso. Era questo un palese rifiuto del modello di sviluppo unidirezionale proposto dagli Stati Uniti. Nonostante le proteste, i paesi ricchi non accennarono minimamente a fare un inversione di marcia. Attraverso l Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), creata nel 1948, si consolidò la base ideologica dei paesi ricchi in materia di sviluppo e fu proprio questa organizzazione a costituire il Dac (Development assistance commitee) 4 G. Giordano, op. cit., pag Ivi, pag William Easterly, The white man s burden, Why the west s efforts to aid the rest have done so much ill and so little good, The penguin press, New York, 2006, pag

14 del quale fanno parte a tuttoggi 22 7 paesi. Se la suddivisione fra paesi in via di sviluppo e paesi sviluppati venne proposta negli anni 40, certamente ancor oggi se ne fa largo uso a distanza di decenni. Tornando alla dottrina Truman, questa fu la base ideologica del Piano Marshall, antenato di tutti gli aiuti allo sviluppo. Infatti, Truman richiese l immediato stanziamento di ben 400 milioni di dollari per aiutare Grecia e Turchia sia dal punto di vista economico che dal punto di vista militare, e a ciò seguì la nascita del Piano Marshall per il rafforzamento degli aiuti e la loro estensione all intera Europa occidentale. Aiutare solamente la Grecia e la Turchia non avrebbe portato a miglioramenti consistenti, in considerazione del fatto che la situazione economica in Italia, Francia, Inghilterra e Germania non era certo delle migliori. La produttività di questi paesi non era sufficiente a risollevarli da quella situazione, inoltre i dollari con cui acquistare beni dagli Stati Uniti scarseggiavano, ciò unitamente ad un tasso elevatissimo di inflazione. Era necessario un piano di aiuti che contribuisse a tenere l Europa occidentale fuori dall orbita sovietica. Il 29 aprile 1947 il segretario di stato da cui prese nome il piano, George Marshall, ordinò all ufficio di pianificazione politica guidato da George Kennan di preparare un piano d aiuti per la ricostruzione dell Europa. Il 5 giugno 1947 all Università di Harvard, Marshall affermò: E logico che gli Stati Uniti facciano tutto ciò che è in loro potere per aiutare il mondo a ritrovare la salute economica normale, senza la quale non vi può essere né stabilità politica, né sicurezza di pace 8. La nostra politica non è diretta contro un Paese o una dottrina, ma contro la fame, la povertà, la disperazione e il caos. ( ) Il compito degli Stati Uniti dovrebbe consistere in una assistenza amichevole per l elaborazione di un programma europeo e, più tardi, in un appoggio a tale programma, nella misura in cui per noi sarà pratico farlo 9. Da queste parole si può comprendere come il Piano Marshall possa essere quindi collocato nell ambito degli aiuti allo sviluppo. Certamente, non bisogna dimenticare quale fosse la priorità degli Stati Uniti, e cioè quella di allontanare i paesi destinatari di tali aiuti dall orbita sovietica, sebbene tale priorità fosse appunto malcelata dall intenzione di fornire assistenza a paesi in difficoltà. In ogni caso, a prescindere dalla reale volontà politica degli americani, gli aiuti furono concessi e in seguito si tentò di imitare proprio l esempio del piano Marshall per tentare di risollevare i paesi in via di sviluppo dalla loro situazione di stagno, senza tener però conto del fatto che la situazione dell Africa, dell Asia e dell America Latina era completamente diversa da quella dell Europa postbellica. In quello che viene ancora chiamato Sud del mondo, mancavano quasi del tutto i quadri istruiti che potessero materialmente risollevare le sorti dei paesi di quest area, nonostante l arrivo degli aiuti. Ciò in molti casi comportò il fallimento delle prime politiche di aiuto, soprattutto per paesi africani e asiatici che non possedevano il capitale umano necessario al rapido adattamento alle più moderne tecniche e tecnologie occidentali. Si può citare l esperienza di paesi quali la Tanzania, l Uganda e lo Zambia, nei quali si tentò di introdurre le moderne tecniche agricole occidentali con risultati a dir poco fallimentari che comportarono ingenti perdite 7 Luciano Carrino, Perle e pirati, critica della cooperazione allo sviluppo e nuovo multilateralismo, Edizioni Erikson, Gardolo (Trento), 2005, pag. 45: tali paesi sono, in ordine di indice di sviluppo umano: Norvegia, Svezia, Australia, Canada, Olanda, Belgio, Stati Uniti, Giappone, Irlanda, Svizzera, Regno Unito, Finlandia, Austria, Lussemburgo, Francia, Danimarca, Nuova Zelanda, Germania, Spagna, Italia, Grecia e Portogallo G. Giordano, op. cit., pag

15 materiali ma anche danni all agricoltura di tipo tradizionale, come spesso accade quando non si cerca preventivamente un filo conduttore tra la realtà del paese beneficiario e i programmi di modernizzazione che si vogliono realizzare. Più avanti si toccheranno nuovamente queste tematiche, ma proseguendo in questa breve storia del piano arriviamo al luglio 1947, quando si venne a creare un gruppo di 16 paesi interessati alle sorti del piano stesso. Fra questi figuravano Francia e Inghilterra in primis, seguiti da Italia, Portogallo, Irlanda, Grecia, Belgio, Olanda, Islanda, Svizzera, Lussemburgo, Danimarca, Turchia, Austria, Norvegia e Svezia. Le delegazioni dei 16 paesi lavorarono senza soluzione di continuità per ben due mesi, alla fine dei quali approvarono un documento da trasmettere al governo americano, attraverso il quale si chiedeva l ottenimento di aiuti per un totale di 22 miliardi di dollari in 48 mesi. Questa cifra esorbitante venne ridotta da Truman e il Congresso a 17 miliardi, per poi arrivare ai 13 miliardi effettivamente spesi nell ambito del Piano Marshall. Se andiamo a vedere in che modo questi aiuti vennero suddivisi, notiamo che la maggior parte degli stessi andò in favore della Gran Bretagna, seguita in ordine progressivo dalla Francia e dall Italia con Trieste. Ciò si verificò poiché secondo quanto stabilito tali paesi avevano bisogno di maggiori fondi per trainare i paesi più arretrati nel processo di sviluppo. Come vedremo, la cattiva allocazione dei fondi non è estranea ai tempi moderni, che purtroppo devono registrare una quasi totale inefficacia e inefficienza degli aiuti. Si può avere un idea dell entità degli aiuti offerti dal piano Marshall analizzando la tabella 1 qui di seguito esposta: Tabella 1: Ripartizione fondi Piano Marshall Assistenza economica durante l Erp dal 03/04/1948 al 30/06/1952 (valori espressi in mln di $) Paese Aiuti Prestiti Totale Austria 677, ,8 Belgio e Lussemburgo 491,3 68,0 559,3 Danimarca 239,7 33,3 273,0 Francia 2488,0 225, ,6 Rep. Fed.Tedesca 1173,7 216, ,6 Grecia 706, ,7 Islanda 24,0 5,3 29,3 Irlanda 19,3 128,2 147,5 Italia e Trieste 1413,2 95, ,8 Olanda e Indie Orientali 916,8 166, ,5 Norvegia 216,1 39,2 255,3 Portogallo 15,1 36,1 51,2 Regno Unito 2805,0 384, ,8 Svezia 86,9 20,4 107,3 Turchia 140,1 85,0 225,1 Totale ,7 1505, ,8 Fonte: Come si può ben vedere, la tabella conferma perfettamente quanto precedentemente annunciato. Paradossalmente, Grecia e Turchia, in favore delle quali nel progetto iniziale di Truman sarebbe dovuta andare la parte più consistente di aiuti, in realtà non presero che le briciole dei benefici del piano (rispettivamente 706,7 e 140,1 milioni di dollari). Quasi del tutto inutile sottolineare il fatto che i paesi con i più forti partiti comunisti vennero relegati alle ultime posizioni per quanto riguarda gli aiuti ricevuti! Ma al di là del reale funzionamento del Piano, con i suoi difettucci, resta comunque fermo il fatto che una collaborazione stretta fra paesi contribuì a rafforzare un senso di appartenenza 15

16 comune nell animo degli europei, che pareva preannunciare una futura collaborazione e cooperazione. Scheda 1: L Onu L Onu è un organizzazione internazionale a tendenza universale e con molteplici compiti, la cui finalità complessiva è quella di vigilare sul mantenimento della pace internazionale e sull eliminazione delle cause di guerra. Nacque soprattutto su impulso degli Stati Uniti e degli alleati che avevano sconfitto il nazifascismo, allo scopo di mantenere la pace e la sicurezza internazionale, sviluppare relazioni amichevoli tra i popoli fondate sull eguaglianza dei diritti e sull autodeterminazione, e infine attuare la cooperazione per risolvere problemi di ordine economico, sociale, culturale ed umanitario. I primi germi delle Nazioni Unite si svilupparono il 26 agosto dell anno 1941, attraverso l emanazione della Carta Atlantica frutto di trattative tra Churchill e Roosevelt. La Carta Atlantica prevedeva l istituzione di un sistema di sicurezza generale stabilito su basi più larghe. La spinta prevalente fu quella proveniente dagli Stati Uniti, i quali si dimostrarono di gran lunga i più propositivi se paragonati alla Gran Bretagna e all URSS. La Dichiarazione delle Nazioni Unite, anche detta Dichiarazione di Washington, scaturì dal soggiorno di Churchill tenutosi a Washington in data 1 gennaio 1942 e venne firmata dalle nazioni che avessero già dichiarato guerra alla Germania o al Giappone. In tutto queste nazioni erano 26. A dimostrazione del ruolo chiave esercitato dagli Stati Uniti, il progetto originario venne stipulato dal dipartimento di Stato americano e aveva per obiettivo la creazione di un sistema di pace e di sicurezza da realizzarsi ai danni dell Asse, che non esaurisse le sue funzioni neanche a guerra conclusa. Nell ottobre del 1943 il segretario di Stato Cordell Hull ottenne anche l adesione dei sovietici a tale progetto. A questa adesione seguirono poi numerose conferenze fra le quali, nell ordine, vi sono le conferenze di Dumbarton Oaks tra il settembre e l ottobre del 1944 alle quali parteciparono le delegazioni britannica, cinese, russa e statunitense; la conferenza di Yalta nel febbraio del 1945; la conferenza di San Francisco che si riunì dal 25 aprile al 26 giugno A quest ultima conferenza parteciparono 51 stati, membri originari dell Organizzazione. Gli scopi generali di tali conferenze furono: determinare la struttura dell Organizzazione delle Nazioni Unite, stabilire attraverso quali meccanismi di voto in seno al Consiglio di sicurezza si sarebbero prese le decisioni nonché redigere la carta dell organizzazione, fatto che avvenne in occasione della conferenza di San Francisco. La Costituzione dell Organizzazione passò alla storia con il nome di Carta delle Nazioni Unite e fu il frutto di numerosi incontri tenutisi per l appunto tra il 25 aprile e il 26 giugno del 1945 (giorno in cui fu firmata la Carta). Tale Costituzione entrò in vigore qualche mese dopo, in data 24 ottobre 1945, in seguito alla ratifica della maggior parte degli stati che parteciparono alla conferenza, nonché degli stati che vengono ancora oggi ricordati come i cinque grandi e che, indicati per ordine alfabetico, altri non furono che la Cina, la Francia, la Gran Bretagna, gli Stati Uniti e l U.R.S.S. La Carta delle Nazioni Unite contiene 19 capitoli e 111 articoli. Nel preambolo e nel primo capitolo sono descritti i principi e gli scopi dell organizzazione, mentre nelle restanti parti trovano spazio la descrizione degli organi e il relativo funzionamento di questi. Ai sensi del preambolo della Carta, l Organizzazione delle Nazioni Unite persegue le seguenti finalità: 1) Mantenimento della pace e della sicurezza internazionale attraverso misure collettive efficaci. Importante è anche il proposito di preservare le generazioni future dal flagello della guerra. Per adempiere a quanto stabilito dalla Carta, i Paesi membri si impegnano a muoversi sempre in un quadro di uguaglianza e in maniera pacifica, senza ricorrere alla minaccia o all impiego della forza. L Organizzazione delle Nazioni Unite attribuisce a sé stessa il potere di obbligare anche gli stati non membri al rispetto dei propri principi, reprimendo lo spirito di intolleranza e aggressività. 2) Enunciazione e tutela dei diritti dell uomo senza distinzioni di razza, sesso, lingua o religione. I firmatari della Carta proclamarono la loro fede nei diritti fondamentali dell uomo, nella dignità della persona umana e nell uguaglianza fra uomini e donne, ma anche fra nazioni grandi e nazioni piccole. Importante è l affermazione del diritto dei popoli a disporre di sé stessi, evitando di intervenire nelle questioni che appartengono essenzialmente alla competenza interna di uno stato. 3) Difesa delle garanzie sociali ed economiche, favorendo così il progresso sociale e incrementando il tenore di vita e la libertà individuale. Per fare questo il mezzo migliore individuato fin da subito fu la cooperazione internazionale, volta alla risoluzione di questioni internazionali di ordine economico, sociale, culturale e umanitario. Al riguardo, nel tempo è stato possibile creare delle istituzioni e dei procedimenti internazionali volti proprio ad incrementare il progresso economico e sociale di tutti i popoli. L ONU nacque come fautrice della cooperazione internazionale e fu il primo grande organismo difensore della pace e della sicurezza internazionale, che nel tempo si è dotato di numerose organizzazioni specializzate, da essa dipendenti allo scopo di meglio svolgere le sue funzioni. Basti pensare alla creazione dell Epta (Expanded Programme of Technical Assistance) nata nel Questo organismo 16

17 non era altro che il primo nucleo dell Undp (United Nations Development Programme), ossia la più importante struttura dell ONU interamente dedicata allo sviluppo e di conseguenza alla cooperazione multilaterale. Insieme all Undp sono poi nati numerosi programmi, fondi e agenzie specializzate che hanno contribuito a far lavorare assieme persone con culture profondamente diverse, nonostante i limiti fin dall inizio mostrati dalla cooperazione multilaterale. Al momento della prima riunione dell Assemblea generale, avvenuta il 10 gennaio 1946, l Onu poteva contare 51 membri, cui nel tempo si sono aggiunti tutti gli stati la cui richiesta di ingresso sia stata accettata da almeno due terzi dei componenti l Assemblea generale, dietro proposta del Consiglio di sicurezza. Dal momento della creazione al 1965 i paesi aderenti divennero 117, fra cui 46 ex colonie. Nel 2002, i paesi aderenti erano già 191. Oggigiorno, quasi tutti gli stati fanno parte dell Organizzazione, cui hanno aderito 192 paesi (l ultimo Paese in ordine di adesione è il Montenegro, che è entrato a far parte delle Nazioni Unite il 28 giugno 2006). Ne sono esclusi, tra gli altri, la Città del Vaticano e Taiwan. 1.2 Gli anni 50 e la Conferenza di Bandung La Conferenza afroasiatica di Bandung, dal nome della città indonesiana capoluogo di provincia a Giava occidentale, si tenne nell aprile del 1955 fra i rappresentanti di trenta Paesi asiatici e africani. L iniziativa aveva avuto origine già nel 1954 ad opera di Nehru (per l India), di Nasser, di Tito, di Sukarno (per l Indonesia) e di Kofelawala 10 (per lo Sri Lanka). In questa occasione si manifestò l intenzione di avviare una maggiore cooperazione fra gli Stati del Terzo Mondo, sostenendo il principio secondo il quale i paesi sviluppati fossero in dovere di garantire aiuti ai paesi cosiddetti in via di sviluppo. Cominciò a prendere forma il Movimento dei paesi non allineati, anche detto movimento dei terzomondisti, che aveva come fondamentale obiettivo la modernizzazione e l industrializzazione del Terzo Mondo. Fra i leaders di questo movimento spiccavano il presidente Nehru in rappresentanza dell India, e il presidente Nkrumah in rappresentanza del Ghana. Secondo l economista Samir Amin, sarebbe stato proprio quello che egli definisce in maniera abbastanza originale Progetto Bandung la causa scatenante dell integrazione dei paesi del Terzo Mondo, che nel tempo si sono avviati alla ricerca dell industrializzazione così come in precedenza era avvenuto per i paesi occidentali. In particolare il sostegno dei paesi dell Est al progetto in questione avrebbe stimolato il cambiamento a detta di Samir Amin, il quale si pone in netta contrapposizione con coloro che invece parlano di logica dell espansione capitalistica 11 come fautrice di una trasformazione della divisione internazionale del lavoro e in qualche modo distruttrice della classica polarizzazione centro/periferia. Si tratterebbe per Samir Amin, di un progetto nazionale borghese 12 che avrebbe in seguito gestito il fenomeno della nuova indipendenza dei paesi africani. Nell ottica di tale progetto il reddito prodotto venne incanalato in direzione dell espansione delle nuove classi medie, anziché delle classi popolari. La gestione di questi redditi in molti casi non fu oculata, tanto che non si riuscì a realizzare il processo di equilibrata modernizzazione auspicata nel progetto originale. A provocare le disfunzioni non furono solo motivi pratici quali l effettiva carenza di risorse, ma anche questioni politiche e sociali (quali la scelta, fatta in alcuni casi, di espandere il settore privato a detrimento del settore pubblico) o politiche (prima fra tutti la diffusa corruzione che ancora si registra in molti paesi africani resisi indipendenti negli anni 60 così come discuteremo nel paragrafo seguente). La Conferenza di Bandung segnò innegabilmente anche la nascita dei forti contrasti che, se non furono sempre veri e propri scontri fisici, furono perlomeno scontri ideologici tra i paesi occidentali e i paesi che parteciparono alla conferenza in questione, i quali 10 L. Carrino, op. cit., pag Samir Amin, Il capitalismo nell era della globalizzazione, la gestione della società contemporanea, Asterios Delithanassis Editore, Trieste, 1997, pag Samir Amin, Il capitalismo op. cit., pag

18 avevano come fondamentale obiettivo quello di proporre la loro via autonoma allo sviluppo. Non a caso proprio in questo paragrafo è comparsa la locuzione Terzo Mondo. Questa locuzione ha fatto la sua comparsa proprio in questo periodo 13, poiché i paesi che parteciparono alla Conferenza sentivano soprattutto ora la necessità di creare una loro identità, ben distinta sia dal Primo Mondo, ossia l Occidente capitalistico, sia dal Secondo Mondo, vale a dire il blocco comunista orientale. Fu il demografo Alfred Sauvy 14 a coniare per primo l espressione Terzo Mondo, proprio per indicare i paesi che non facevano parte di nessuno dei due blocchi, ma a partire dalla fine della guerra fredda in poi, ci si rese conto del fatto che la locuzione fosse ormai datata in quanto dà implicitamente un giudizio di valore. Si cominciò quindi a preferirle altri termini privi di connotazione peggiorativa, quali Nord e Sud, decisamente neutri rispetto al precedente sinonimo. 1.3 Gli anni 60 e le teorie della dipendenza Gli anni 60 del secolo scorso furono caratterizzati dall inizio del progressivo abbandono del sistema coloniale, che già un decennio dopo poteva dirsi completamente estirpato. Nel continente africano, in particolare, cominciarono a diffondersi con maggior veemenza i movimenti nazionalistici fra i quali è possibile citare la négritude, il pan-africanismo e il pan-islamismo. Le due guerre mondiali avevano contribuito alla perdita di fiducia nella mission civilisatrice 15 o fardello dell uomo bianco, per cui anche le possibilità concrete di tenere in vita un così vasto impero per l Occidente si affievolirono sempre più. Gli africani stessi, se continuiamo a prendere l Africa ad esempio di questo processo, sentivano sempre più l esigenza di voler realizzare autonomamente le opere svolte in precedenza attraverso la guida dell uomo bianco in campo agricolo, tecnologico, industriale ed economico in senso lato. Già a partire dagli anni 50 gli europei avevano capito che sarebbe stato controproducente respingere le istanze di indipendenza in Africa come altrove a causa dell atteggiamento ormai ostile delle popolazioni nei loro confronti. La decolonizzazione potè quindi quasi senza ostacoli avviarsi, per quanto riguarda l Africa, dapprima nella parte situata a nord del Sahara, e via via nel resto del continente fino ad arrivare alla metà degli anni 70, in un susseguirsi di proclamazioni d indipendenza. A titolo esemplificativo basti pensare all Egitto, resosi indipendente nel 1953 con la nascita della Repubblica e la proclamazione di Nasser a presidente, al Sudan indipendente dal 1956, all Algeria indipendente dal 1961, alla Nigeria libera dal 1960, al Senegal dal e così via dicendo fino a poter parlare anche di indipendenza della parte meridionale del continente che fu l ultima a veder realizzato questo obiettivo. L Africa è l esempio lampante delle disfunzioni che seguirono all indipendenza, con la comparsa di forme di vero e proprio neocolonialismo. Il problema del sottosviluppo cominciò a farsi sentire in maniera sempre più forte, e ciò comportò un incremento degli aiuti multilaterali che caratterizzò gli anni 60, in contrapposizione al fiorire degli aiuti bilaterali che aveva caratterizzato invece il decennio precedente. L uomo occidentale, che con la sua politica estera aveva contribuito a creare forti legami di dipendenza fra il centro e la periferia, si sentiva ora in dovere di porre in qualche modo rimedio a ciò. 13 Maggie Black, La cooperazione allo sviluppo internazionale, pag L. Carrino, op. cit., pag J. D. Fage, Storia d Africa, SEI, Società Editrice Internazionale, Torino, 1995, pag Ibidem 18

19 Quasi ovunque in Africa il processo di liberazione nazionale era avvenuto in maniera incruenta, con il graduale inserimento dei leaders nazionalisti in luogo dei precedenti dominatori europei. I nuovi stati indipendenti divennero tutti membri dell Organizzazione per l Unità Africana 17 formatasi nel 1963 con sede ad Addis Abeba, e la formazione di un organizzazione sopranazionale non fu certo un traguardo da poco per le popolazioni africane. Nonostante la nuova esigenza di cooperazione le disfunzioni non mancarono, primo fra tutte il sistema di apartheid in Sudafrica che solo nel 1994 vide la sua eliminazione. Oltre a ciò è impossibile non dimenticare che la maggior parte degli stati africani continuò a combattere con gli stessi problemi nonostante il raggiungimento dell indipendenza, e questa situazione ha potuto protrarsi fino ai giorni nostri nonostante i numerosi aiuti allo sviluppo che hanno interessato queste aree. Questi paesi si dimostravano ancora totalmente dipendenti dai guadagni esteri ricavati dall esportazione, spesso e volentieri in competizione con le più sviluppate agricolture dei paesi europei. L industrializzazione risentiva di parecchi limiti, fra i quali la scarsità endemica di popolazione con la quale dovevano fare i conti molti paesi. Basti pensare che ancora nel 1980 solo nove stati potevano contare una popolazione superiore ai 10 milioni, come si può ben vedere nella tabella 2: Tabella 2: Abitanti paesi africani Paesi con abitanti > ai 10 mln Paesi con abitanti < a 1 mln Nigeria Guinea equatoriale Etiopia Gibuti Zaire Swaziland Tanzania Gambia Sudan Gabon Kenya Guinea-Bissau Uganda Botswana Ghana Mozambico Fonte: Fage J. D., op. cit., pag. 489 Questa tendenza si è poi invertita in brevissimo tempo (addirittura nel decennio successivo) soprattutto a causa della somministrazione di cure mediche offerte dagli enti di soccorso internazionale, tanto che oggigiorno si riscontra il problema opposto, quello della sovrappopolazione in rapporto alle risorse disponibili, quali le vitali risorse idriche. Si noti come spesso gli aiuti allo sviluppo possano paradossalmente acuire problemi già di per sé esistenti o addirittura crearne di nuovi confermando purtroppo la tesi di un generale fallimento degli aiuti! Già a partire dagli anni 70 l incremento naturale (eccesso delle nascite sulle morti) in tutto il continente era di circa il 3% 18 annuo, con le disastrose conseguenze che noi tutti conosciamo. Come anche Alessandro Lanza 19 sostiene nel suo Lo sviluppo sostenibile la transizione demografica ha attraversato tre differenti fasi: nella prima fase la natalità supera di poco la mortalità; nella seconda fase per ragioni legate allo sviluppo economico (quali le vaccinazioni, unite alle migliori condizioni igienico-sanitarie) la mortalità decresce e la natalità resta alta. Nella terza fase, infine, la natalità decresce per cambiamenti degli stili di vita, e il nuovo equilibrio natalità mortalità si ferma ad un tasso decisamente inferiore 20. E evidente che molti paesi siano rimasti alla seconda fase, con disastrose conseguenze per quanto riguarda la distribuzione delle risorse. Certamente se anche la sopraggiunta crescita economica in paesi prima poveri o poveri 17 J. D. Fage, op. cit., pag Ivi, pag A. Lanza, op. cit., pag Ivi, pag

20 tra i poveri ha come svantaggio quello di un incremento repentino della popolazione, la soluzione più appropriata non può essere quella di impedire il normale corso del progresso e limitare gli aiuti allo sviluppo. Come sostenuto anche da William Easterly nel suo The white s man burden, non bisogna attribuire troppi mali agli aiuti allo sviluppo, sarebbe come accusare le ambulanze di provocare troppi incidenti stradali solo per il fatto che queste si trovano quasi sempre sul luogo dell incidente. Tornando agli anni 60, in breve i tanti problemi che attanagliavano i paesi di recente indipendenza fecero il giro del mondo portando alla definitiva affermazione del concetto di mondo in via di sviluppo nell uso comune. Un enorme fetta del mondo collocata quasi interamente ai tropici per quello che nonostante le varie teorizzazioni in proposito pare essere un puro caso, chiedeva di essere aiutata dal Primo o dal Secondo mondo ad uscire dalla povertà. Ad essere richiesti a gran voce erano soprattutto i benefici dei capitali e delle conoscenze tecniche dell occidente e tali rivendicazioni furono indubbiamente di grande stimolo per l avvio di uno sviluppo internazionale 21 di cui soprattutto gli Stati Uniti si fecero fin da subito promotori. In molti casi in questi anni si cominciò a creare una commistione di lingue e idee, forse alle origini del processo di globalizzazione al quale assistiamo oggi e al quale si rimanda nell ultima fase di questo percorso storico. Come già preannunciato in testa al presente paragrafo, gli anni 60 si contraddistinsero per un rilevante incremento degli aiuti multilaterali. Fu proprio negli anni 60 infatti, a diretta testimonianza di ciò, che il presidente degli Stati Uniti John F. Kennedy inaugurò il Decennio dello sviluppo dell Organizzazione delle Nazioni Unite. I paesi industrializzati si posero un obiettivo ben preciso nell ambito di questa iniziativa: devolvere l 1% del loro Prodotto Interno Lordo in favore di programmi di aiuto pubblico allo sviluppo o programmi di cooperazione. Tutto ciò trovava come substrato ideologico i concetti di giustizia sociale e welfare che ben si innestavano con la necessità di una più equa redistribuzione della ricchezza fra paesi. Si pensava che la povertà sarebbe stata debellata entro massimo dieci anni con il beneplacito dei leaders nazionalisti dei paesi in via di sviluppo che avevano appena contribuito all ottenimento dell indipendenza per i loro paesi. Citare le parole del presidente Kennedy è certamente d aiuto per comprendere quale fosse il clima speranzoso all interno del quale si collocò tale iniziativa: A coloro che vivono nelle capanne e nei villaggi di mezzo mondo e lottano per spezzare le catene della miseria di massa, promettiamo il nostro massimo sforzo per aiutarli ad aiutarsi ( ). Se una società libera non è in grado di aiutare i molti che sono poveri non potrà mai servire i pochi che sono ricchi 22. E da sottolineare l intenzione di aiutarli ad aiutarsi, che non dovrebbe mai essere dimenticata quando si parla di aiuti allo sviluppo. Gli aiuti d emergenza sono ben altra cosa, anche se certo non si può dire che siano meno importanti per la sopravvivenza di una popolazione! Qui si ritiene che sia l intervento umanitario necessario in caso d emergenza che i veri e propri aiuti allo sviluppo, rivestano un ruolo importante e complementare, ma certamente salvare una vita non significa garantire un futuro migliore se non si forniscono contemporaneamente i mezzi per potersi appunto aiutare autonomamente in altre occasioni. Questo dovrebbe essere l obiettivo fondamentale degli aiuti allo sviluppo, unito alla fondamentale politica di responsabilizzazione del Paese beneficiario, della quale si avrà modo di discutere in seguito. Nell ambito del Decennio dello sviluppo presero il via altre importanti iniziative quali la creazione dei Peace Corps, l Alleanza per il progresso e il programma Food for 21 M. Black, op. cit., pag Ivi, pag

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