EUFINTRADE LETTERA MARZO - APRILE LA CRESCITA IN ITALIA E IN EUROPA 2. GLI SCRICCHIOLII DI SHANGHAI 3. LA RUSSIA COME FORNITRICE DI ENERGIA

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1 S.A. Via San Gottardo, LUGANO Casella postale MASSAGNO Tel. +41 (0) Fax +41 (0) Sito web: LETTERA MARZO - APRILE LA CRESCITA IN ITALIA E IN EUROPA 2. GLI SCRICCHIOLII DI SHANGHAI 3. LA RUSSIA COME FORNITRICE DI ENERGIA 4. MALINCONIA NELL'EUROPA DELL'EST 5. I PAESI A VOCAZIONE COMMERCIALE 6. I PAESI PIÙ RICCHI 7. LE FLORIDE METROPOLI DEL FUTURO 8. I MIGLIORI MERCATI FINANZIARI 9. LE ECONOMIE PIÙ LABORIOSE 10. COSTI RETRIBUTIVI NELL'INDUSTRIA 11. MILLE VOLTI DEGLI HEDGE FUNDS 12. LE MIGLIORI BUSINESS SCHOOLS 13. LE SQUADRE DI CALCIO PIÙ RICCHE

2 1. LA CRESCITA IN ITALIA E IN EUROPA Anche se qualcuno (come Luca Ricolfi sul quotidiano La Stampa del 12 marzo) dice che non è vero niente, la maggior parte degli osservatori si rallegra del fatto che nel consuntivo 2006 dell'economia italiana ci siano finalmente molte luci e poche ombre. Si tratta di dati abbondantemente discussi e ormai archiviati, ma vale la pena di passarli in rassegna ancora una volta, dopo anni di delusione, inquietudine e allarme. In Italia, il prodotto interno lordo è cresciuto dell'1,9% rispetto allo 0,1% del 2005 e rispetto alla previsione, che era solo dell'1,6%. Questa crescita è la migliore dall'anno 2000, anche se in questo non ha fatto molta fatica: nel 2002 era stata dello 0,3%, nel 2003 dello 0,0 e nel 2004 dell'1,2. E sembra che durerà: a metà marzo il direttore dell'ocse, Jean-Philippe Cotis, ha detto che la crescita prevista per l'italia nel 2007, inizialmente data all'1,4%, è stata corretta addirittura al 2,2%. Il rapporto deficit/pil sembra allarmante: 4,4% (sia pure contro una previsione del 4,8%). Si tratta in effetti di 64,7 miliardi di euro; ma va tenuto conto che su questa cifra hanno pesato per quasi 30 miliardi alcuni oneri del tutto straordinari, ossia 16 miliardi di rimborsi Iva sulle auto aziendali, 13 miliardi di spese per l'alta velocità accollate allo Stato e 734 milioni di contributi agricoli non riscossi. Al netto di questi oneri, il rapporto deficit/pil sarebbe stato del 2,4%, largamente dentro i parametri del patto europeo di stabilità, con un saldo primario positivo (cioè al netto degli interessi sul debito) del 2,2%, ben superiore allo 0,4% del L'industria manifatturiera ha registrato una crescita del 2,5%. Più modesto il risultato negli altri settori: servizi +1,9%, costruzioni +1,8%. Nel complesso, comunque, questi dati indicano che l'impresa italiana, non più protetta dalle svalutazioni competitive della lira, ha saputo reagire agli effetti dell'apprezzamento dell'euro, e si sta davvero specializzando, come tutti auspicano, nei settori più competitivi. Infatti gli investimenti sono quasi raddoppiati: dal 2,6% del 2005 al 4,8% del Secondo Marco Baldassarri, ex viceministro del Tesoro nel governo precedente, questo "è il punto d'arrivo di almeno tre anni di sofferenze delle imprese". I settori più brillanti sono stati quelli delle macchine utensili e della componentistica. I più in affanno, com'era prevedibile, quelli con minor contenuto tecnologico: tessile e abbigliamento. Un dato confortante è quello delle esportazioni, che sono aumentate del 5,3% (4,4% di beni e 8,8% di servizi). Una crescita del genere non si vedeva in Italia da diversi anni, anche se, ricordiamolo, non è accompagnata da una crescita delle quote di mercato rispetto ai partner europei. Le importazioni sono salite del 4,3%. La domanda interna, però, non è ancora abbastanza robusta per poter pensare che sarà capace di sostenere da sola la ripresa: i consumi delle famiglie sono cresciuti soltanto dell'1,5%. Positivo l'andamento dell'industria turistica, che cresce dal 5,6%. Ancora troppo modesto, invece, l'aumento dell'occupazione: 1,6% (1,3 nell'industria e 1,9% nei servizi). In Europa Su scala europea, il miglioramento della situazione generale è ancora più sensibile. La concorrenza asiatica è stata sostenuta valorosamente grazie ad un aumento del tasso di crescita della produttività rispetto a quello degli ultimi anni. Il vicepresidente della banca centrale europea Papademos attribuisce parte di questo aumento alla particolare fase del ciclo economico, ma per il resto esso dipende dal fatto che le imprese europee hanno fatto esattamente quello che si chiedeva loro: darci dentro, impegnarsi di più.

3 La crescita della zona euro nel 2006 è stata del 2,8%, quasi il doppio rispetto al La ripresa economica è stata soprattutto determinata dalla domanda aggregata (interna + internazionale). Gli investimenti privati sono aumentati fortemente, e anche i consumi privati si sono rafforzati. Le esportazioni sono cresciute molto, e hanno avuto un ruolo importante nello stimolare la domanda interna, ma il loro contributo netto alla crescita del Pil è stato marginale, dato che anche le importazioni sono rapidamente aumentate. Sul fronte dell'offerta, ci sono segnali di miglioramento strutturale del mercato del lavoro che si riflettono nell'ulteriore aumento dell'occupazione. Negli ultimi otto anni la crescita media annua dell'occupazione è stata dell'1,2%, quattro volte superiore a quella che si registrava negli otto anni precedenti, quando non era stata ancora attuata l'unione monetaria. Un segno particolarmente incoraggiante è la crescita simultanea di occupazione e produttività. Gli elementi che possono invitare alla cautela sono, anzitutto, il fatto che l'accelerazione della produttività è recentissima: nei primi tre trimestri del 2006 il passo era ancora quello della media degli ultimi quindici anni. Inoltre, gran parte dell'aumento ha avuto luogo nell'industria, dove ha molte probabilità di essere, in realtà, di natura ciclica; nei servizi, che ormai rappresentano il 70% dell'economia europea, la crescita della produttività è rimasta invariata, anzi nel terzo trimestre del 2006 si è ridotta al +0,3% annuo. Il fatto è che, mentre l'industria europea è rudemente esposta alle sfide della globabizzazione, che quando non ammazzano sono un tonico molto potente, nei servizi la concorrenza è ancora relativamente limitata. La nascita di un vero libero mercato dei servizi (compresi quelli finanziari) è ostacolata da una regulation pignola e da una molteplicità di barriere che, per quanto camuffate sotto una terminologia aggiornata, sono semplicemente il residuo delle corporazioni e delle gilde medioevali. Il risultato è che i fornitori di servizi sentono troppo poco la necessità e l'urgenza di migliorare, e non investono abbastanza in quelle tecnologie dell'informazione e della comunicazione che negli ultimi decenni hanno avuto un ruolo decisivo nell'aumentare la crescita della produttività negli Stati Uniti. In Europa, la direttiva Bolkestein sulla liberalizzazione dei servizi è stata finora criticata, frenata e amputata in base ad argomenti che a volte sfioravano il ridicolo. Quando questa resistenza di retroguardia cesserà, la produttività e la competitività dell'economia europea si libereranno di una vera palla al piede, e il vecchio continente, con una forte crescita sostenuta da un solido sistema di sicurezza sociale, potrebbe anche riuscire ad assumere la leadership prefigurata nell'agenda di Lisbona. 2. GLI SCRICCHIOLII DI SHANGHAI Non é stato certo il battito di un'ala di farfalla, ma forse neppure il soffio infuocato del drago. Il -8,8% del 27 febbraio alla Borsa di Shanghai rende molto perplessi gli analisti perché non solo si è verificato in un momento del tutto normale (questo è un classico), ma è stato sostanzialmente recuperato nella settimana successiva, quando invece da diversi fronti arrivavano notizie sgradevoli: il rallentamento della produttività americana, l'aumento del costo del lavoro, la sinistra valutazione dell'ex presidente della Fed, il tanto venerato Alan Greenspan, sulle probabilità (una su tre!) che l'america vada in recessione. Quest'ultimo è l'unico vero segno di malaugurio che si sarebbe tentati di definire "strutturale", tanta era in passato la credibilità del vecchio Greenspan. Per il resto, sull'orizzonte macroeconomico non si vedono dati concreti che possano far presagire

4 tempesta, se non le "scosse di assestamento" che hanno seguìto, senza una logica apparente, il sisma di Shanghai: ad esempio il calo del 15 marzo, quando queste righe stanno per andare alla stampa. Certo, l'economia va per cicli, e alcuni comparti si avviano forse alla fase calante. Le imprese finanziarie, che hanno attraversato negli ultimi decenni una specie di età dell'oro, al punto da far credere a qualcuno di poter rivaleggiare con l'"economia reale", pare debbano aspettarsi nel prossimo futuro utili inferiori. Ma il fatto è che, se ci si guarda intorno, i giorni della stabilità, del denaro a buon mercato e della liquidità abbondante non sembrano affatto finiti. Perfino lo yen, nonostante la risalita, rimane relativamente sottovalutato, e si dice che stiano per rimettersi all'opera i carry traders, quelli che prendono in prestito yen per investirli in valori più redditizi. La loro manovra viene paragonata ad un raccogliere monetine davanti ad un rullo compressore in movimento: si vede che c'è ancora gente disposta a rischiare tranquillamente le dita. Del resto, il contraccolpo sui rischi in generale è stato appena percettibile: il margine dei corporate bond più lucrosi e rischiosi rispetto ai buoni del Tesoro USA è passato dal modestissimo +2,67% del 26 febbraio al leggermente meno modesto +3,10% del 2 marzo. Uno dei governatori della Federal Reserve ha detto: liquidità vuol dire fiducia. In effetti, ultimamente il numero e la liquidità dei mercati finanziari sono cresciuti in modo spettacolare. Ci si possono comprare non solo azioni, obbligazioni e valute, ma prodotti derivati di ogni specie, compresi quelli che assicurano contro il rischio d'insolvenza di singole imprese o di interi comparti. Ogni tipo di debito, da quello della potente corporation fino al più oscuro mutuo in sofferenza, può essere suddiviso, cartolarizzato, fatto a pezzetti e rivenduto. Si può speculare sugli indici globali di queste operazioni e su una miriade di altri indici. La diversificazione del rischio non è mai stata così agevole. Investimenti che una volta erano riservati agli audaci oggi vengono proposti ai risparmiatori di provincia. Del resto, quando prendere soldi in prestito costa poco, e tutti quelli a cui li presti, o dalla cui insolvenza cerchi di proteggerti, hanno tutta l'apparenza di eccellenti pagatori (perché l'economia vola, o perché possiedono una casa che aumenta di valore), il rischio dov'è? Qualsiasi scommessa si fa a cuor leggero, quando si sa che le innovazioni finanziarie permettono di uscirne con disinvoltura. In parte, il robusto andamento dei prezzi delle case, delle azioni e di molti altri attivi rispecchia la convinzione che l'inflazione, e quindi anche i tassi d'interesse nominali, resteranno bassi ancora per molto. Questa è una delle poche quasi-certezze prodotte dalla globalizzazione: uno dopo l'altro, tutti i fattori di produzione il cui costo "domestico" viene giudicato eccessivo possono essere outsourced, delocalizzati in luoghi dove costano meno. Ma l'homo œconomicus, come si è scoperto di recente, non è del tutto razionale, e la sua capacità di inventarsi cattive notizie è illimitata. Oggi non si teme solo la recessione, o la stagnazione, o la bassa crescita: anche una decelerazione del ritmo di aumento della crescita è vissuta da alcuni con una certa angoscia, che può essere utilizzata da altri per provocare scossoni nei mercati. 3. LA RUSSIA COME FORNITRICE D'ENERGIA Dipendere dalla Russia per le forniture di energia non è tranquillizzante, ma in merito ai recenti problemi, e a quelli dell'anno scorso, il governo di Mosca non ha forse tutti i torti. Quando più di un anno fa la Russia ridusse improvvisamente le forniture di gas per un furioso litigio con l'ucraìna, quasi identico a quello recente con la Bielorussia, l'europa ebbe semplicemente una scomoda dimostrazione di quali rischi corra un

5 continente che non solo importa circa metà del gas di cui ha bisogno, ma che di qui a vent'anni ne importerà probabilmente l'80 per cento, in gran parte proprio dalla Russia. La paura legata alle guerre dell'energia ha ormai una lunga storia. Quando i produttori di petrolio comandavano le danze, l'embargo del si fece sentire dolorosamente: i membri arabi dell'opec, il club degli esportatori di petrolio, tagliarono le forniture seminando scompiglio e provocando una recessione mondiale. Quando invece, nei primi anni 1990, erano i consumatori ad avere la maggior forza contrattuale, si fece un contro-embargo: dopo l'invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein, il resto del mondo, nel tentativo di ricacciare indietro l'invasore, ridusse l'importazione dai due paesi di 5 milioni di barili al giorno. Oggi, con il prezzo del petrolio a 60 dollari al barile, cioè cinque volte il prezzo nominale del 1999, e con i prezzi spot del metano a livelli record in certi mercati europei e americani, il potere, per la prima volta da vent'anni a questa parte, è tornato nelle mani dei produttori. La vicenda del gas fra Russia, Bielorussia e Ucraìna è un po' la vicenda della sicurezza energetica in miniatura. Quando si parla di idrocarburi, geologia e geopolitica diventano inestricabili. E questo è un problema per molte repubbliche dell'europa orientale, che vorrebbero tanto acquistare l'energia da paesi amici, mentre sono costretti a tenersi l'ex-padrone come fornitore principale, e a volte unico. Ma il torto della Russia è solo quello di andare un po' troppo per le spicce nel perseguire un legittimo obiettivo: ricavare il massimo dalla vendita delle proprie ricchezze naturali sui mercati mondiali. Dal punto di vista russo, i paesi ex-satelliti sono dei rompiscatole che ancora scroccano gas a prezzo politico, si dimenticano di pagare e per di più sàbotano le forniture all'occidente imbrogliando sui diritti di transito. Non è tranquillizzante che in Russia la Gazprom abbia il monopolio del gas; ma sembra efettivamente provato che il suo gas sia stato per molto tempo prelevato abusivamente, e l'ucraìna e la Georgia hanno ammesso sistematici ritardi di pagamento. In Moldavia, la centrale energetica che serve la maggior parte del paese non paga le fatture. Nel 2005 l'ucraìna ha pagato il gas russo meno di 40 euro al decametro cubo (mille metri cubi), mentre l'unione Europea ha sborsato quasi 190 euro. Ora la Gazprom vuole vendere in tutti questi paesi a condizioni puramente di mercato. Questo non è facile, perché gli ex-satelliti sostengono che la tariffa di 40 euro fa parte di un accordo-quadro molto più complesso che dovrebbe restare formalmente in vigore fino al La Gazprom, comunque, non vuole praticare subito a tutti la tariffa UE. Le repubbliche baltiche, per esempio, hanno due anni di tempo per prepararsi; la Georgia e l'ucraìna, che mordono il freno per emanciparsi completamente dalla Russia, devono aspettarsi un raddoppio dei prezzi; la Bielorussia, che l'anno scorso il Cremlino giudicava ancora amichevole e affidabile, tanto da lasciarle il prezzo agevolato in cambio di un controllo condiviso dei gasdotti, dovrà rassegnarsi anche lei a pagare in contanti la propria indipendenza. Il recente incidente con la Bielorussia non è stato ancora ricostruito nei particolari, ma quasi certamente è un replay di quello dell'anno scorso. Quando il 1 gennaio 2006 la Russia, per sollecitare energicamente i pagamenti arretrati, interruppe il flusso nel gasdotto chiamato "Fratellanza", che attraversa l'ucraìna, ridusse anche (con il consenso, pare, dei governi interessati) il flusso del gas proveniente dal Kazakhstan e dal Turkmenistan (grossi fornitori dell'ucraìna), lasciando solo la quantità destinata all'europa occidentale. Ma gli ucràini, senza fare una piega, prelevarono dai tubi la quantità di gas corrispondente ai loro normali approvvigionamenti. "Furto!", esclamò la Gazprom; gli ucràini replicarono che si erano presi semplicemente le forniture di gas kazako e turkmeno cui avevano diritto. L' Europa occidentale non riuscì ad

6 appassionarsi alle sottigliezze della disputa, dato che nel frattempo, in pieno inverno, le forniture all'italia si erano ridotte di un quarto, quelle alla Francia di un terzo, e quelle all'ungheria, all'austria e alla Repubblica Ceca ancora di più. La questione di fondo è che la Russia, per motivi strettamente economici, vuole arrivare a vendere il proprio gas a prezzo di mercato a tutti i consumatori, indipendentemente dai loro rapporti politici con Mosca; però non riesce a dissipare il sospetto che voglia anche, allo stesso tempo, dare una lezione ai più riottosi fra i suoi ex-vassalli. I paesi est-europei, comunque, devono pur imparare a vivere senza i sussidi russi, e devono rinunciare alla ritorsione consistente nel sabotare le forniture russe agli altri paesi. Se non si trovano altre soluzioni, il miglior modo per evitare problemi è quello di instradare l'energia direttamente dalla Russia all'europa occidentale, per esempio con il gasdotto "North Stream", che collegherà la Russia alla Germania sotto il mar Baltico. Certo, la Russia di Putin non è un partner completamente rassicurante, ma le diffidenze si possono superare solo intensificando i rapporti. Il 13 marzo, in occasione della visita di Putin a Roma, si è raggiunto un accordo per la costituzione di un "veicolo societario" che provvederà alla distribuzione diretta in Italia del gas prodotto dalla Gazprom. Sarà una joint venture italo-russa, probabilmente paritetica, i cui soci italiani saranno individuati al termine degli incontri che Sergey Chelpanov, dirigente della Gazprom, sta avendo con varie imprese italiane fra cui Eni, Enel, Edison, Hera, Sorgenia e Gas Plus. 4. MALINCONIA NELL'EUROPA DELL'EST Con il loro saldo ancoraggio nella NATO e nell'unione Europea, i paesi dell'europa orientale hanno vissuto ultimamente anni di stabilità, democrazia e prosperità. Il loro prodotto lordo è stato sorprendente: perfino un paese marginale come la Macedonia sta crescendo al ritmo del 4% annuo, molto più della "vecchia Europa". Negli altri paesi dell'est la crescita media è superiore al 5%, e in due repubbliche baltiche, Estonia e Lettonia, supera il 10%. Eppure, in tutta quella fascia geografica gli umori tendono vagamente al depresso. Un problema oggettivo è che milioni di persone giovani sono espatriate in cerca di redditi più alti, causando un'impennata dei salari locali, facendo calare la competitività e rendendo molto perplessi gli investitori. Ma è entrato in gioco anche un raffreddamento della volontà politica. I paesi che non sono ancora stati ammessi nell'ue temono di non riuscire più ad entrarci. Nei dieci nuovi paesi membri excomunisti, le riforme con cui si son guadagnati l'ammissione sembrano entrate in stallo. Lo spirito di disciplina che la Romania aveva sfoggiato davanti alla Commissione di Bruxelles si è clamorosamente sfaldato. In Slovacchia, le riforme sembrano aver ingranato la marcia indietro. E quanto all'adozione dell'euro, nessuno di quei paesi sembra pronto ad ottenere i requisiti necessari per seguire l'esempio della Slovenia. La preoccupazione immediata è quella di un grippaggio del motore economico, che potrebbe cominciare a manifestarsi proprio in riva al Baltico. Ai primi di marzo l'agenzia di rating Fitch ha avvertito la Lettonia che, se non metterà a posto in fretta certi parametri economici fondamentali, dovrà aspettarsi un downgrading. Come si vede dalla tabella, il disavanzo di conto corrente della Lettonia nel 2006 ha raggiunto il 20% del prodotto lordo, la cifra peggiore di tutta l'unione.

7 DEFICIT DI CONTO CORRENTE COME % del PIL, 2006 (e crescita % del PIL, 2006) Lettonia 20 (11,6) Slovacchia 16 (7,5) Bulgaria 16 (6,0) Ungheria 6,5 (4,0) Estonia 13 (11,5) Repubblica Ceca 4,4 (5,9) Lituania 11,8 (7,4) Slovenia 2,3 (5,1) Romania 11 (7,8) Polonia 2,1 (5,8) Fonte: Economist Intelligence Unit La corsa ai mutui ipotecari concessi ai locali dalle banche straniere, per lo più in euro, ha gonfiato il mercato immobiliare a livelli che appaiono non sostenibili anche in Estonia e Lituania. I prezzi delle case nelle capitali baltiche sono oggi più alti che a Berlino, Francoforte o Vienna. E qui la bolla potrebbe scoppiare prima che altrove: le imprese di costruzione hanno difficoltà a trovare gli operai necessari per finire gli appartamenti per i quali sono state già pagate dalle società immobiliari, con denaro che i loro clienti si sono già fatti prestare da finanziatori esteri. Un chiaro segno di affanno: certe imprese estoni stanno addirittura reclutando operai dalla Finlandia. Per le banche non sembra ci sia da preoccuparsi, almeno a breve termine. Le banche baltiche sono in gran parte sussidiarie di solidi istituti scandìnavi che, all'occorrenza, potrebbero permettersi di togliere dai guai le loro affiliate locali. L'unica banca autòctona di grandi dimensioni è la Parex, in Lettonia, e ha operato finora con una certa prudenza. Tutti e tre i paesi baltici hanno tassi di cambio fissi, sostenuti da currency boards (cioè da riserve di valuta pari al circolante) in Estonia e Lituania, e da un solido ancoraggio nel caso della Lettonia. Il debito pubblico verso l'estero non è in generale elevato, e le valute e i titoli locali sono oggetto di un volume di scambi modesto, che non offre molta presa a manovre speculative. D'altra parte, però, la rigidità dei cambi non consente eventuali strette monetarie, e i governi poggiano su coalizioni politiche deboli, che riuscirebbero difficilmente ad attuare misure fiscali rigorose o riforme strutturali a difesa della competitività. Il rischio è quello di finire come il Portogallo, che dopo un boom esagerato si è trovato intrappolato in una palude di alti costi e bassa crescita. Qualcun altro potrebbe subire la stessa sorte? Sembra di no. Fra gli altri paesi dell'est europeo, solo la Slovacchia ha un ritmo di crescita paragonabile ai baltici: 9,6% su base annua nell'ultimo trimestre del 2006, con un aumento della produzione industriale del 17,4% annuo. Ma l'economia è più flessibile, grazie al tasso di cambio fluttuante e all'ottima conduzione della banca centrale. Il governo slovacco insiste nel suo proposito di adottare l'euro nel 2009, ma all'interno di eurolandia ci sono ancora diffidenze sulla veridicità dei dati relativi all'inflazione, che potrebbe essere giudicata "insostenibile" al momento dell'esame finale. Quella che preoccupa di più è l'ungheria. Il governo sta tentando di riacciuffare le redini della finanza pubblica dopo le intemperanze fiscali compiute per vincere le elezioni dell'anno scorso. Gli ungheresi hanno contratto enormi debiti in valuta, dando per scontato il futuro accesso alla zona dell'euro. Così si è venuta determinando una condizione critica che, secondo i più pessimisti, potrebbe causare svalutazione, insolvenza e recessione. Esiste un programma di austerità che è stato approvato dalle banche, ma le riforme della spesa pubblica devono ancora cominciare a farsi sentire, e le retribuzioni del settore pubblico sono già aumentate oltre i limiti preventivati. In tutta l'europa dell'est, con poche eccezioni, la grande delusione degli osservatori (anche e soprattutto locali) riguarda la scarsa qualità delle classi dirigenti che sono via

8 via emerse alla guida delle nuove istituzioni democratiche. Da Varsavia a Praga, da Bratislava a Budapest e a Bucarest, i leader politici si contendono le posizioni di potere come se fossero feudi personali, in una regione nella quale, per consolidare le istituzioni, sarebbe indispensabile una lunga stagione di buongoverno. 5. I PAESI A VOCAZIONE COMMERCIALE Si sa che per alcuni piccoli paesi (a volte semplici territori autonomi), come Singapore o Hong Kong, la fonte di ricchezza predominante, se non unica, è il commercio, e più precisamente il trading, cioè l'intermediazione commerciale. Ma vi sono anche vere e proprie nazioni che hanno sviluppato, nel corso della loro storia, una spiccata vocazione commerciale, tanto che l'insieme delle loro esportazioni e importazioni ha un valore superiore a quello del loro prodotto interno lordo. Questo è da secoli il caso dell'olanda, la cui flotta ha gestito in passato un impero mercantile vasto come metà del pianeta. Ed è oggi il caso dell'ungheria, la cui vocazione commerciale ha una storia breve e recentissima, ma che, anche grazie alle sue società di trading, muove oggi un volume d'affari pari ad una volta e pezzo il Pil. La Germania occupa ancora una buona posizione in classifica, essendo il maggior esportatore mondiale; ma è tallonata dalla Cina, il cui peso nell'universo dei commerci è ovviamente destinato ad aumentare. Gli Stati Uniti compaiono all'ultimo posto della nostra tabella, a testimonianza di quanto la loro economia si affidi alle vaste dimensioni del mercato interno. Il caso dell'india ha aspetti contraddittori. Da un lato, i dazi doganali indiani sono tuttora molto più alti di quelli americani: la tariffa media che l'india impone agli altri membri dell'organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) è stata nel 2005 del 18%, contro il 4% degli Stati Uniti. Dall'altro lato, alcuni importanti parametri di integrazione globale indicano che l'economia indiana è più aperta di quella americana: il complesso dell'import-export ha raggiunto nel 2006 quasi il 50% del prodotto lordo, contro il 28% dell'america. EXPORT-IMPORT DI BENI E SERVIZI (% del Pil, 2006) Singapore 470 Germania 84 Russia 54 Hong Kong 402 Cina 69 India 49 Ungheria 149 Canada 68 Australia 45 Olanda 144 Gran Bretagna 64 Giappone 33 Taiwan 139 Francia 59 Stati Uniti 28 Fonte: Economist Intelligence Unit 6. I PAESI PIÙ RICCHI Paese fondatore dell'unione Europea, situato nel cuore del vecchio continente, il Lussemburgo viene normalmente indicato dalle statistiche come l'economia più ricca del mondo in termini di prodotto lordo pro capite. Ma se, oltre ai paesi dotati di un minimo di estensione geografica e di tradizione sovrana, si considerano anche certe ex-colonie, certi arcipelaghi tropicali e certi minuscoli stati indipendenti che in tempi recenti hanno abbracciato la vocazione di offrire santuario fiscale a persone fisiche e giuridiche, allora si vede che il Granducato è superato, sia pure di poco, dalle isole

9 Bermude, ed è seguito da un concorrente improbabile come la Guinea Equatoriale, il minuscolo paese africano incastonato fra il Camerun e il Gabon che, anni fa, un giornalista americano portò agli onori delle cronache con un libro intitolato Tropical Gangsters. La nostra tabella è stata costruita interpolando i dati del Fondo Monetario Internazionale, che riguardano i paesi "normali", con quelli forniti nientedimeno che dalla Central Intelligence Agency degli Stati Uniti, sicuramente ben informata sui movimenti di denaro in qualunque angolo del pianeta, compresi i "paradisi offshore". Per consentire un valido confronto nonostante le forti differenze di livello dei prezzi nelle varie parti del mondo, i dati sono calcolati a parità di potere d'acquisto (ppp). Ciò ha l'effetto di ridimensionare la classifica di alcuni paesi ricchi in cui il costo della vita è molto alto, come la Norvegia, la Svizzera o il Giappone PRODOTTO INTERNO LORDO PRO CAPITE ( euro a ppp, arrotondati) Isole Bermude Jersey Australia Lussemburgo Isole Vergini brit Olanda Liechtenstein Islanda Giappone Guinea Equatoriale Danimarca Gran Bretagna Emirati Arabi Uniti Hong Kong Germania Norvegia Canada Svezia Guernsey Austria Francia Cayman Islands Svizzera Italia Irlanda Finlandia Spagna Stati Uniti Belgio Portogallo Fonti: FMI, CIA World Factbook. 7. LE FLORIDE METROPOLI DEL FUTURO Già oggi certe grandi metropoli hanno un peso economico pari a quelli di intere economie nazionali. Il prodotto lordo di Tokyo o di New York, per esempio, è dello stesso ordine di grandezza di quello del Canada, un paese del G7. Le due megalopoli, seguite da Los Angeles, manterrano le loro posizioni di testa nella classifica delle economie urbane anche nel 2020, secondo le previsioni elaborate dalla società di revisione PricewaterhouseCoopers. Londra sorpasserà Parigi e Chicago, conquistando il quarto posto grazie alla sostenuta espansione dei servizi commerciali e finanziari. Attualmente, fra le 15 maggiori economie urbane predominano in modo assoluto le città dei paesi sviluppati; ma entro il 2020 la lista comprenderà quanto meno San Paolo, e molte altre metropoli dei paesi in via di sviluppo si saranno fatte strada nelle zone alte della classifica mondiale. LE CITTÀ PIÙ RICCHE NEL PIL stimato in miliardi di euro a ppp (e graduatoria 2005) 1. Tokyo (1) 6. Parigi 470 (5) 11. Buenos Aires 315 (13) 2. New York (2) 7. Città del Messico 467 (8) 12. Boston 312 (11) 3. Los Angeles 703 (3) 8. Filadelfia 344 (9) 13. San Paolo 310 (19) 4. Londra 530 (6) 9. Osaka / Kobe 330 (7) 14. Hong Kong 308 (14) 5. Chicago 490 (4) 10. Washington 322 (10) 15. Dallas 303 (12) Fonte: PricewaterhouseCoopers

10 8. I MIGLIORI MERCATI FINANZIARI Da quasi vent'anni il Milken Institute, una società californiana di ricerche e analisi economiche, effettua una valutazione dell'ambiente finanziario di numerosi paesi di tutto il mondo, assegnando un punteggio a parametri come la solidità del sistema bancario o la varietà degli strumenti offerti dai mercati finanziari, in genere i fattori da cui dipende in gran parte la vitalità delle iniziative imprenditoriali. Il giudizio complessivo, espresso con un voto compreso fra zero e dieci, dà un'idea abbastanza precisa delle condizioni ambientali in cui operano gli imprenditori e gli investitori locali. La graduatoria per il 2006 comprende in tutto 121 paesi, che rappresentano complessivamente il 92 per cento del prodotto lordo mondiale. L'ambiente finanziario migliore, cioè quello che che consente un accesso al capitale comparativamente più semplice e meno costoso, è quello della Gran Bretagna, a conferma della ritrovata supremazia della piazza finanziaria di Londra. Hong Kong e Singapore superano gli Stati Uniti, costretti ad accontentarsi del quarto posto. La nostra tabella elenca ventitre paesi, tutti compresi entro i primi trentun posti dell'indice generale FACILITÀ DI ACCESSO AL CAPITALE DA PARTE DEGLI IMPRENDITORI (massimo=10) Gran Bretagna 8 Australia 7,64 Olanda 7,25 Austria 6,4 Hong Kong 7,9 Norvegia 7,49 Nuova Zelanda 7,07 Portogallo 6,3 Singapore 7,8 Finlandia 7,47 Germania 6,92 Belgio 6,2 Stati Uniti 7,75 Irlanda 7,42 Spagna 6,79 Grecia 5,83 Svezia 7,68 Canada 7,42 Giappone 6,77 Italia 5,7 Danimarca 7,65 Svizzera 7,4 Francia 6, Fonte: Milken Institute 9. LE ECONOMIE PIÙ LABORIOSE Nella maggior parte dei paesi ricchi il lavoratore medio trascorre al proprio posto di lavoro meno tempo che nella prima metà degli anni In Giappone il numero di ore lavorate è diminuito del 6,5% rispetto al Anche in Gemania le ore di lavoro annue si sono ridotte, ma di recente la tendenza si è invertita, e fra il 2003 e il 2004 le ore lavorate sono leggermente salite. Nel pubblicare i dati da cui abbiamo ricavato la nostra tabella n. 1, l'organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE, in inglese OECD) avverte che essi non possono servire per fare comparazioni e trarre conclusioni su chi lavora di più e chi di meno, perché le cifre nazionali non sono confrontabili. Questo non è del tutto vero. Certo, la struttura degli orari, le festività, le ferie, i turni e via dicendo rendono difficili i confronti; ma ci sono anche altre due ragioni. Una è la "correttezza politica", che suggerisce di evitare giudizi comparativi potenzialmente antipatici. Un'altra è il fatto che le ore lavorate non dipendono tanto da chi lavora, quanto da chi dà lavoro: e il sistema delle imprese vuole esser libero di modulare la richiesta di lavoro secondo le necessità, senza che per questo le statistiche accusino di pigrizia l'intera popolazione.

11 1. ORE LAVORATE ANNUE MEDIE PER OCCUPATO Australia Giappone Francia Nuova Zelanda Canada Belgio Stati Uniti Portogallo Germania Italia Gran Bretagna Olanda Spagna Svezia Norvegia Fonte: OCSE Se però, invece di fare il confronto fra due dati spot (il 1994 e il 2005), si confrontano tra loro le tendenze in atto nei due periodi immediatamente precedenti, e cioè i ritmi di crescita media annua delle ore lavorate complessive (e non più per occupato) nei periodi e , il quadro, come si vede dalla tabella 2, è molto diverso. Negli anni più recenti la crescita delle ore lavorate ha mostrato una tendenza a rallentare in diversi paesi extraeuropei famosi per la loro laboriosità, come la Corea, la Cina e gli Stati Uniti, mentre ha avuto una forte accelerazione in Europa, e specialmente nei paesi dell'unione. Il risultato di queste due opposte tendenze sarà probabilmente quello di correggere le differenze tradizionali, arrivando ad una maggiore uniformità su scala mondiale: uno degli effetti della globalizzazione CRESCITA DELLE ORE LAVORATE - Variazione % annua media Spagna 0,5 3,9 Cina 3,2 1,1 Gran Bretagna - 0,1 0,7 Irlanda 1,2 3,1 Olanda 1,1 1,1 Svezia - 0,3 0,4 Messico 3,1 2,4 Italia - 0,2 0,9 Francia - 0,1 0,3 India 1,7 1,8 Stati Uniti 1,6 0,9 Svizzera 0,6 0,2 Canada 0,9 1,8 Turchia 2,2 0,8 Germania 0,2-0,2 Australia 1,9 1,7 Corea Sud 2,3 0,8 Giappone - 0,2-0,7 -- Fonte: The Conference Board 10. COMPENSI ORARI NELL'INDUSTRIA Le statistiche internazionali riguardanti le retribuzioni richiedono molto tempo per essere elaborate. Le più recenti a disposizione del pubblico, fornite dalla società di ricerche Capital Economics, si riferiscono all'anno Da esse risulta quel che molti imprenditori sanno già, e cioè che i lavoratori europei ed americani, per quanto bravi, non rendono abbastanza in rapporto a quel che costano. La produttività di un operaio americano, confrontata con quella di un operaio messicano, non giustifica la differenza di paga. A Detroit un saldatore produce in un'ora un valore medio di 35 dollari, mentre il collega di Monterrey ne produce appena 10,25; però i salari di Detroit sono dieci volte quelli di Monterrey. Peggio ancora con gli europei: nel 2004 gli operai tedeschi guadagnavano in un'ora quasi il 40% in più rispetto agli americani, e producevano il 13% in meno.

12 Le analisi di Capital Economics non prendono in esame l'italia. Si può considerare, comunque, che le retribuzioni dell'industria italiana sono storicamente più o meno allineate con la media dei paesi dell'ocse. Si tenga conto che i valori indicati nella tabella non rappresentano la paga oraria, ma la quota del costo orario di produzione destinata alla retribuzione del lavoratore. COSTO DELLA MANO D'OPERA NELL'INDUSTRIA (2004, euro/ora) Danimarca 26,56 Giappone 17,19 Ungheria 3,98 Germania 25,78 Canada 16,79 Hong Kong 3,90 media UE-15 21,09 media OCSE 15,47 Brasile 2,03 Gran Bretagna 19,53 Corea Sud 9,37 Messico 1,90 Francia 18,75 Singapore 5,48 Cina 1,09 Stati Uniti 18,35 Taiwan 4,06 India 1,01 Fonti: Capital Economics, British Labour Statistics 11. I MILLE VOLTI DEGLI HEDGE FUNDS Più si parla di hedge funds, più la loro natura sembra inafferrabile; e come vedremo subito, questa è una delle loro attrattive. Finché erano un settore marginale del mercato dei capitali, li si poteva lasciare nella loro penombra. Ma diventano sempre più invadenti, e di fronte a chi ne elogia l'utilità e l'effetto stabilizzante c'è chi li considera pericolosi: non solo per chi ci investe, ma per l'intero mondo finanziario. Tanto vale, allora, aver chiare almeno alcune delle loro caratteristiche essenziali. Un hedge fund (letteralmente: "fondo di copertura", ma sarebbe una definizione fuorviante, perché troppo limitativa) è un pool di capitali, gestito a beneficio di investitori istituzionali o comunque facoltosi, che adotta una determinata strategia (fra varie possibili) consistente nel comprare e vendere azioni, obbligazioni o prodotti finanziari derivati, nella loro enorme varietà, con l'obiettivo di realizzare guadagni sfruttando le "inefficienze" dei mercati e coprendo, in una certa misura, i relativi rischi. (Le inefficienze dei mercati sono le temporanee sottovalutazioni o sopravvalutazioni di certi titoli o prodotti dovute ad un imperfetto incontro fra domanda e offerta). Gli hedge funds sono regolati in modo vago, blando ed elastico, e da questo in parte dipende la loro fortuna. Ciò li rende, com'è logico, anche poco trasparenti rispetto ai fondi d'investimento tradizionali. I loro meccanismi, e il complesso incastro dei loro rendimenti e dei loro costi, vengono spesso descritti agli investitori in modo alquanto sommario; non con intenzioni fraudolente, ma sulla base del presupposto che chi investe in questi fondi è un soggetto esperto e consapevole, il quale sa di muoversi in un terreno dove vale il principio per cui chi compra lo fa a suo rischio: caveat emptor. La regolamentazione vaga e la scarsa trasparenza permettono ai gestori di hedge funds di operare con notevole libertà, compiendo transazioni il cui obiettivo finanziario non è immediatamente evidente, e con cui si possono quindi sfruttare più facilmente le inefficienze dell'incontro domanda-offerta. Per investire in hedge funds bisogna rispettare certi requisiti minimi di importo e di durata dell'impegno, e le commissioni da pagare sono correlate sia all'entità dell'investimento che al rendimento ottenuto. Molti esperti osservano che non è esatto parlare degli hedge funds come se costituissero una classe di attivi (assets) omogenea. In effetti, questo comparto finanziario comprende un'ampia gamma di strategie d'investimento differenti. La scelta della strategia più appropriata per un

13 determinato investitore dipende soprattutto dalla struttura del suo portafoglio; se, per esempio, ne ha investito una quota preponderante in azioni, può convenirgli una strategia di semplice copertura che controbilanci i rischi inerenti alle azioni. Dunque, qualsiasi discorso basato sul confronto fra i rendimenti di strategie diverse ha senso unicamente se ci si riferisce a portafogli simili. Gli hedge funds utilizzano tecniche d'investimento normalmente precluse ai fondi di impostazione più tradizionale. Un esempio può essere la vendita di azioni allo scoperto (short selling), che consiste nel prendere in prestito azioni per venderle nella speranza di riacquistarle più tardi ad un prezzo minore. In maniera generale, gli hedge funds fanno largo uso di operazioni leveraged, cioè finanziate mediante vari tipi di titoli e valori di cui sono in possesso solo temporaneamente. Ciò è possibile perché in ogni genere di transazioni, anche in quelle di concezione innovativa, si stabilisce, prima o poi, una certa routine; il gestore di un hedge fund è quindi in grado, di solito, di valutare i tempi e le probabili variazioni dei valori in questione in modo da poter chiudere l'operazione con successo prima che cessi il possesso temporaneo della leva finanziaria. Naturalmente l'esperienza e l'abilità professionale del gestore giocano un ruolo notevole; si spiega così come mai, alcuni anni fa, la concorrenza fra i principali hedge funds abbia preso una certa colorazione agonistica che ha contribuito a farne un fenomeno di moda (nei mercati finanziari, la moda è un fattore di evoluzione non trascurabile). Gli operatori più esperti sanno, però, che qualsiasi routine viene prima o poi interrotta da momenti di anomalia. Movimenti di mercato contrari, o impreviste variazioni dei tempi preventivati, possono portare a dover chiudere transazioni in perdita; e alcune delle tecniche impiegate dagli hedge funds (anche tra quelle che dovrebbero avere funzione di semplice copertura dei rischi) presentano la caratteristica di non permettere previsioni esatte circa l'entità delle possibili perdite. La maggior parte degli investitori istituzionali, come i fondi pensione, tengono conto del rischio, e si astengono da questo tipo di investimenti; altri, recentemente, sembra vogliano abbandonare questa regola prudenziale. In Italia c'è chi teme che una parte dell'ingente liquidità liberata dalle nuove norme sul trattamento di fine rapporto possa essere gestita, in futuro, con eccessiva intraprendenza. Le strategie Si può tentare di offrire una sintetica descrizione di alcune delle principali strategie di investimento praticate dagli hedge funds, con l'avvertenza che la terminologia effettivamente usata dagli specialisti potrebbe anche essere diversa. La lista non comprende probabilmente le tecniche più innovative, di solito piuttosto complesse, che vengono abitualmente coperte da un velo di riservatezza. Arbitraggio di titoli convertibili (convertible arbitrage) Consiste nel prendere "posizioni lunghe" (going long, cioè speculare al rialzo) in titoli convertibili (di solito azioni o obbligazioni) che possono essere scambiati con un determinato numero di titoli di altro tipo (di solito azioni ordinarie) ad un prezzo prefissato, prendendo contemporaneamente "posizioni corte" (cioè speculando al ribasso, ad esempio mediante vendite allo scoperto) sulle quotazioni delle società corrispondenti, per abbassarne il valore attuale e accrescere quello delle "posizioni lunghe". Questa strategia ha funzionato bene per diversi anni, ma ultimamente è divenuta meno efficace.

14 Mercati emergenti Una strategia molto semplice e abbastanza rischiosa, nonostante l'apparente disinvoltura con cui viene praticata oggi: si investe in titoli ed obbligazioni di entità pubbliche o private delle economie emergenti. Ma i rendimenti non sono più quelli di una volta, mentre il rischio è solo marginalmente minore. Fondi di fondi (funds of funds) Si investe in un paniere di hedge funds opportunamente selezionati in base alle esigenze particolari dell'investitore. Alcuni funds of funds puntano su singole strategie, altri su strategie multiple. L'inconveniente è che spesso questi fondi comportano anche il pagamento di commissioni multiple. Global macro Si investe puntando su variazioni dei parametri macroeconomici su scala globale. Gli strumenti più efficaci sono i prodotti finanziari derivati (derivatives), che permettono di speculare sui movimenti dei tassi d'interesse o dei cambi. Market neutral Strategia consistente nell'investire somme uguali prendendo contemporaneamente posizioni "lunghe" e "corte", cioè cercando di neutralizzare il rischio mediante l'acquisto di titoli sottovalutati e la simultanea vendita allo scoperto di titoli sopravvalutati. Ma il rischio c'è lo stesso, ed è quello di sbagliare nel valutare i titoli. Le "opportunità" dell'effetto serra Riscaldandosi, l'atmosfera diventa più dinamica, e i suoi fenomeni si fanno più intensi e mutevoli, cioè, come dicono gli statistici, volatili. La volatilità è il terreno di caccia tipico della speculazione finanziaria, e gli hedge funds hanno messo a punto tre tipi di strumenti legati alle conseguenze dei cambiamenti climatici: i meteoderivati (weather derivatives), i catastrophe bonds (o cat bonds) e i sidecars. Si tratta di innovazioni che sono utili per la gestione dei rischi climatici inerenti in molte attività economiche, e vengono particolarmente apprezzate dai grandi istituti di bancassicurazione. Come si vede dalla tabella, il 2006 è stato l'anno del boom per questi prodotti, la cui domanda, purtroppo per il pianeta, è destinata senza dubbio a crescere notevolmente. VALORE FIGURATIVO TOTALE DEI CONTRATTI DI RISCHIO CLIMATICO (miliardi di euro) Contratti bilaterali Chicago Mercantile Exchange Totale ,13 = 2, ,12 = 3, ,09 0,7 3, ,18 1,84 4, ,61 4,29 7, ,05 34,10 36,15 Fonte: PricewaterhouseCoopers I weather derivatives, o meteoderivati, si usano di solito per coprirsi da bruschi e inattesi cambiamenti delle condizioni climatiche. Quelli disponibili alla Borsa di Chicago sono contratti standard, pre-formattati in rapporto a certi territori e parametri meteorologici, come la temperatura e le precipitazioni in determinate città. I contratti bilaterali possono trattare i rischi in modo più mirato su situazioni particolari,

15 considerando ad esempio l'altezza delle onde o i tassi di umidità. Gli investitori sono, per il 46% del mercato, aziende energetiche o hedge funds che gestiscono la copertura di rischi energetici, per esempio la volatilità dei prezzi del gas naturale dovuta alle variazioni del clima. L'agricoltura conta solo per il 12% di questi prodotti, data la concorrenza delle forme assicurative sovvenzionate o gratuite che i governi offrono sotto forma di "stati d'emergenza", "stati di calamità" e simili. I cat(astrophe) bonds permettono alle compagnie assicurative di condividere con i mercati dei capitali i rischi collegati a grandi disastri naturali come gli uragani e i terremoti. Mediante i cat bonds, gli assicuratori e i riassicuratori collocano sui mercati secondari certi rischi, molto ben definiti, nel caso che l'evento temuto produca perdite oltre un certo livello. Se prima della scadenza del bond l'evento non si verifica o non raggiunge quel livello, l'investitore ottiene il rimborso del capitale più un premio. Nel 2005, anno di grandi uragani, sono stati emessi cat bonds per un miliardo e 640 milioni di euro (il 75% in più rispetto all'anno precedente), e nel 2006 questa cifra è stata certamente superata. Molti investitori hanno incassato il loro premio, ma alcuni sono rimasti scottati. I sidecars sono il terzo tipo di strumenti usati dagli hedge funds per gestire i rischi climatici. Anch'essi, come i cat bonds, offrono una forma di riassicurazione collocando obbligazioni strutturate presso gli investitori, ma richiedono di regola investimenti di un ordine di grandezza decisamente superiore (oltre i 150 milioni di euro) e hanno scadenze più brevi; si liquidano o si rinnovano in non più di due anni. Nei nove mesi fra il novembre 2005 e il luglio 2006 gli hedge funds, solo in America, hanno trattato sidecars per oltre 3 miliardi di dollari (2 miliardi e 340 milioni di euro). Il mondo degli hedge funds, quindi, prende molto sul serio il cambiamento del clima terrestre come fonte di volatilità delle condizioni economiche, ed è evidentemente convinto che i rischi climatici siano sufficientemente concreti per alimentare un mercato di strumenti finanziari di copertura in rapido sviluppo. In effetti, il quarto rapporto della commissione intergovernativa sui cambiamenti del clima (IPCC), pubblicato lo scorso autunno, ha eliminato molte delle incertezze che caratterizzavano le conclusioni dei rapporti precedenti, e afferma con sicurezza che, anche con le migliori politiche di contenimento fra quelle fino ad oggi prospettate, la temperatura media dell'atmosfera raggiungerà entro il 2100 un aumento minimo di 2,4 gradi centigradi rispetto all'epoca preindustriale. Secondo gli esperti, questo aumento minimo sarebbe già sufficiente per produrre non solo una volatilità molto accentuata, ma anche mutamenti climatici irreversibili. Il fatto che gli hedge funds siano capaci di guardare più lontano di altri settori del mercato non basta, però, per considerarli un investimento "tranquillo". I fondi pensione si sono finora tenuti alla larga dai weather derivatives e simili diavolerie. Ma quanto durerà la prudenza? Qualche banca cerca di attirarli su questo rischioso versante. L'olandese ABN AMRO ha confezionato di recente crediti strutturati con componenti prese dal mercato delle catastrofi: ha impacchettato assieme nove diversi tipi di swaps sugli uragani americani, le tempeste di vento europee, i terremoti giapponesi, ecc., e li ha venduti in tranches agli investitori, fra cui altre banche e compagnie di assicurazione. Più che mai, caveat emptor! 12. LE MIGLIORI BUSINESS SCHOOLS Chi, per sé o per i propri figli, si interessa di business schools, sa che l'opinione corrente dice una cosa sola: America. La parte alta delle classifiche che valutano questi corsi di studi, in cui i giovani aspiranti manager di tutto il mondo cercano di

16 ottenere il master, contiene di solito sei o sette scuole americane. Ma la graduatoria compilata l'anno scorso dalla Economist Intelligence Unit è stata diversa: per la prima volta due scuole fra le più prestigiose, la Harvard Business School e la Wharton School di Filadelfia, che nella classifica del 2004 occupavano rispettivamente la quarta e l'ottava posizione, non sono state incluse, perché per motivi di privacy non avevano voluto fornire le necessarie informazioni, specialmente quelle relative alle impressioni e al giudizio degli studenti. Dato che la prossima graduatoria, cioè quella relativa al 2006, sarà disponibile solo in settembre, quando le iscrizioni ai nuovi corsi saranno già chiuse, la nostra tabella riporta la lista delle migliori scuole del 2005 (senza Harvard e Wharton) e il confronto con la posizione in graduatoria nel LE MIGLIORI SCUOLE DI BUSINESS (secondo l'economist Intelligence Unit) grad grad IESE Business School (Universidad de Navarra) 1 9 Kellogg School of Management (Northwestern University) 2 1 Tuck School of Business (Dartmouth College) 3 3 Stanford Graduate School of Business (Stanford University) 4 2 IMD - International Institute for Management Development 5 5 Graduate School of Business, University of Chicago 6 6 Leonard N. Stern School of Business (New York University) 7 10 Stephen M. Ross School of Business (University of Michigan) 8 11 Columbia Business School (Columbia University) 9 7 Haas School of Business (University of California, Berkeley) Harvard Business School (Harvard University) = 4 Wharton Business School (University of Pennsylvania) = 8 Come si vede, in cima alla lista non c'è una scuola americana, bensì l'iese, la scuola di business dell'università di Navarra, i cui campus si trovano a Barcellona e a Madrid. L'IESE si è assicurata il primato per il 2005 grazie agli alti punteggi in due categorie: l'apertura di nuove opportunità di carriera e gli stipendi iniziali dei suoi diplomati. Pare che il master della scuola spagnola assicuri fin da subito un introito annuo medio di euro, più alto di quello che si ottiene con qualsiasi master americano. Questa, naturalmente, non è l'unica classifica in circolazione. Quella del Wall Street Journal, che esce anch'essa in settembre, mette al primo posto la Tuck School of Business del Dartmouth College, che nella nostra tabella è terza, mentre rélega l'iese al 19 posto. Però il Journal non si interessa del punto di vista degli studenti, e si basa soltanto sui giudizi dei reclutatori e dei docenti. Ciò gli permette di includere anche Wharton e Harvard, collocandoli rispettivamente in sesta e quattordicesima posizione. E va considerato che gli interessi della scuola non coincidono necessariamente con quelli degli studenti: i reclutatori favoriscono le scuole che assicurano un flusso costante di iscritti, mentre gli studenti apprezzano quelle che procurano più offerte di lavoro. 13. LE SQUADRE DI CALCIO PIÙ RICCHE Se vostro figlio è più portato per il pallone che per il master, niente panico. Il gioco del calcio è un settore d'attività che, in ognuno dei principali paesi europei, occupa parecchie migliaia di persone a livello professionistico e parecchie decine (forse

17 centinaia) di migliaia a livello semiprofessionistico. È vero che molti addetti ne ricavano appena abbastanza da sbarcare il lunario, ma la maggior parte guadagna, sia pure per un periodo limitato, somme equivalenti ad un buono stipendio. Ad un livello più alto, cioè nelle società calcistiche che si disputano le migliori posizioni nei campionati nazionali e partecipano spesso a tornei come la Champions League o la Coppa Uefa, i calciatori stabilmente in organico incassano cifre di livello decisamente dirigenziale. Infine, le poche decine di supercampioni del calibro di Ronaldinho, Drogba o Messi percepiscono introiti pari a quelli di una rockstar o di un divo di Hollywood. L'economia del calcio è alimentata in parte dagli incassi che provengono dagli spettatori paganti, e in parte ancora maggiore dalla pubblicità, sia direttamente, dalle somme che versano gli sponsor in cambio del loro nome sulle maglie e le scarpe, sia indirettamente, attraverso la vendita dei diritti di trasmissione televisiva, a loro volta pagati dalle aziende che trasmettono spot pubblicitari prima e durante le partite. La graduatoria dei club più ricchi viene compilata ogni anno, col titolo di Football Money League, dalla società di revisione Deloitte. La nostra tabella riporta le cifre incassate dai primi dieci club della stagione , e, tra parentesi, la posizione in graduatoria che ogni club occupava nella stagione precedente. I CLUB PIÙ RICCHI. Incassi in milioni di euro, stagione (e posizione in graduatoria nella stagione ) 1. Real Madrid 292 (1) 6. Chelsea 218 (5) 2. Barcellona 259 (6) 7. Internazionale 207 (9) 3. Juventus 251 (4) 8. Bayern Monaco 204 (7) 4. Manchester United 242 (2) 9. Arsenal 193 (10) 5. Milan 237 (3) 10. Liverpool 176 (8) Fonte: Deloitte Il Real Madrid ha mantenuto anche nella scorsa stagione il primato degli incassi, con 292 milioni di euro. Gli eterni rivali del Barcellona sono saliti al secondo posto, incassando 259 milioni di euro grazie alla conquista della massima coppa europea, alla vittoria in campionato e ad un'eccellente contratto per i diritti televisivi; appena tre stagioni fa, il Barcellona occupava solo la tredicesima posizione. Il Manchester United ha pagato la deludente stagione passata scivolando dal secondo al quarto posto, ma potrebbe risalire verso la vetta grazie alla costruzione del nuovo stadio e ad un nuovo contratto di sponsorizzazione. Nell'élite del calcio europeo, quanto a giro d'affari, continuano a dominare i club britannici, che occupano otto delle venti migliori posizioni, mentre le squadre italiane, che vengono subito dopo quelle inglesi, sono soltanto quattro. La Spagna ha solamente due società nelle "Top 20", ma nel 2006 erano la prima e la seconda; difficilmente potranno mantenere le stesse posizioni anche quest'anno, visto che l'eliminazione dalla Champions League farà loro perdere i grossi incassi delle fasi finali del torneo e raffredderà, probabilmente, l'entusiasmo degli sponsor. Se invece è vostra figlia a voler fare la calciatrice, provate ad insistere per il master: il calcio femminile è ancora, sostanzialmente, un hobby.

18 La Eufintrade S.A. è stata fondata nel 1980 per finanziare le esportazioni delle imprese industriali mediante la tecnica del forfaiting, cioè acquistando "pro soluto" i loro crediti verso i compratori esteri. Nel corso degli anni la Eufintrade S.A. ha contribuito a stabilire una vasta rete di rapporti fra le imprese esportatrici, soprattutto italiane, e le banche e istituzioni finanziarie internazionali interessate ad investire in crediti export. La Eufintrade S.A. è membro dell'ifa (International Forfaiting Association) e del VEFI (l'organismo che associa i forfaiters della Confederazione Elvetica), ed è uno dei più noti specialisti del settore. La consociata Eufingest S.A., società fiduciaria di gestione patrimoniale, svolge anche attività di supporto e consulenza alla gestione di tesoreria.

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