1.3. La nuova geografia economica mondiale

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1 28 A cavallo della tigre 1.3. La nuova geografia economica mondiale Internet, elettronica, auto: da Occidente a Oriente Negli ultimi tre-cinque anni si sono verificati mutamenti molto profondi nell importanza relativa delle componenti di natura geografico-culturale dei grandi mercati globali. Tali mutamenti possono essere appropriatamente illustrati con l analisi della diffusione di Internet. Nel 1997 sei utenti di Internet su dieci erano nordamericani. Passa soltanto un decennio e agli inizi del 2007 il numero degli utenti risulta più che decuplicato: si avvicina infatti a milioni di persone, pari a oltre un terrestre su sei (tabella 1.1), e gli utenti dell America del Nord sono solo poco più di due su dieci. È naturale che, mentre Internet si espande, i paesi in cui Internet è nato perdano più o meno rapidamente terreno, ma, per chi è culturalmente portato a considerare Internet come una creatura tipicamente americana, fa ugualmente un certo effetto scoprire che, agli inizi del 2007, l Asia è in cima alla lista con oltre un terzo degli utenti, pur essendo la penetrazione di Internet ben inferiore a quella nordamericana. Un mondo alla rovescia, si direbbe. La sensazione di un mondo che si sta capovolgendo aumenta se si eseguono alcuni confronti su singoli paesi. In quanto ad allacciamenti, la Tabella 1.1 Utenti di Internet per grandi aree geografiche (gennaio 2007) Utenti Incidenza % Incidenza % Crescita % (in milioni) sulla sul numero popolazione di utenti Asia ,5 35, 240,7 Europa* , 28, 197, America del Nord 232 9,4 21,2 114,7 America Latina 89 1,0 8,1 391,3 Africa 33 3,5 3,0 25,8 Medio Oriente 19 10,0 1,7 490,1 Australia/Oceania 19 53,5 1,7 141,9 Totale mondiale , 100,0 202,9 * Comprende la Russia e la Turchia. Fonte: Interworldstats.com

2 Il mondo capovolto 29 Corea del Sud, con 33,9 milioni, supera Italia e Francia che entrambe sfiorano i 31 milioni, mentre ci sono più collegamenti Internet in Vietnam (14 milioni) e in Malaysia (11 milioni) che nei Paesi Bassi, nei quali pure il tasso di penetrazione è fortissimo. Le cose cambiano di poco se si limita l analisi ai siti a banda larga, ossia ai più moderni: i cinesi si confermano al secondo posto dietro gli Stati Uniti e la Corea del Sud supera tutti i paesi europei presi singolarmente. L inglese è ancora la lingua prevalente su Internet, ma con appena un terzo dei siti totali, mentre al secondo posto si colloca fermamente il cinese, con circa il 15 per cento, seguito dallo spagnolo che sfiora il 10 per cento. E nella classifica dei «motori di ricerca», in base al «traffico», secondo dati raccolti dal sito Alexa, dopo tre classici americani (Yahoo!, Microsoft Network e Google) si colloca il motore di ricerca cinese Baidu, di cui ben pochi in Occidente hanno sentito parlare; altri due siti cinesi si trovano tra i primi dieci, mentre non vi compare nessun europeo. Se da Internet si passa ai telefoni cellulari, il capovolgimento del mondo appare ancora più chiaro. Nel febbraio 2007, il numero dei telefoni cellulari operanti in Cina si avviava a superare il mezzo miliardo 12 ; in gennaio il Brasile aveva superato i cento milioni su una popolazione di circa 190 milioni di abitanti. Anche in questo caso, naturalmente, la penetrazione rimane nettamente più elevata nei paesi di «antica» tradizione del «telefonino», come l Italia o il Giappone, ma è la «massa critica» rappresentata dai grandi numeri a modificare il quadro globale. Tutto ciò può provocare grande sorpresa: molti di noi sono infatti rimasti ancorati alle immagini stereotipate di qualche lustro addietro secondo le quali la sfida commerciale dei paesi emergenti era, al massimo, limitata ai prodotti di bassa gamma dei settori con maggiore intensità di lavoro come il tessile e l abbigliamento. Al contrario, in un tempo inaspettatamente breve, la sfida è giunta a comparti tecnologicamente avanzati. Le vicende dell industria dei semiconduttori, vera «materia prima» dell elettronica, sono emblematiche a questo riguardo. Come si può osservare nella figura 1.2, nel 1980 oltre il 90 per cento del fatturato di questo settore derivava da unità produttive situate nelle tradizionali aree avanzate, e cioè in America, con all incirca la metà della produzione totale, nell Europa occidentale e in Giappone. Alla fine degli anni Ottanta, con la prima, grande trasformazione del settore, il Giappone aveva superato America ed Europa, e comparivano per la prima volta in misura rilevante con una quota attorno al 15 per cento aree esterne ai paesi di industrializzazione tradizionale. Gli anni Novanta vedono la fine del boom giapponese e una piccola ripresa di quota per Europa e America, mentre i paesi nuovi raggiungono all incirca un quarto del totale.

3 30 A cavallo della tigre Il capovolgimento della situazione si verifica però in maniera improvvisa nell arco di pochissimi anni, tra il 2000 e il 200: a fronte di un aumento della produzione mondiale di semiconduttori di circa il 10 per cento, si registra in America una contrazione di oltre un terzo, in Europa di oltre un sesto e un modestissimo aumento giapponese (-7 per cento). In Asia, invece (il che significa soprattutto Cina compresa Taiwan, Singapore e Malaysia), la produzione risulta più che raddoppiata. Per conseguenza, i paesi dell area Asia-Pacifico superano il 50 per cento del totale mondiale. Figura 1.2 Fatturato mondiale dell industria dei semiconduttori! " ""!! Fonte: elaborazione su dati Semiconductor Industry Association ( (prev. Asia) ( ) 5 ( Con poche eccezioni, anche se non con la stessa rapidità, lo spostamento delle produzioni industriali da Ovest verso Est e da Nord verso Sud riguarda tutti i settori dell industria: da quelli classici, come l acciaio, a quelli relativamente moderni, come l automobile. Nel periodo il numero di automobili prodotte nel mondo è aumentato dell 11 per cento (da meno di 42 a oltre 4 milioni) e la distribuzione della produzione si è fortemente modificata, come si può vedere dalla tabella 1.2. Complessivamente i paesi produttori «tradizionali» hanno perduto 10,5 punti percentuali, pari a quasi il 15 per cento della loro quota, a favore dei paesi produttori «nuovi», i quali si avvicinano al 40 per cento del totale, con un aumento della loro quota superiore al 30 per cento. La produzione dei paesi produttori «tradizionali» è complessivamente scesa di oltre un milione e mezzo di unità (il solo Giappone presenta un aumento), quella dei paesi produttori «nuovi» è aumentata di circa sei milioni. Non si è trattato di una semplice delocalizzazione dei produttori dei paesi avanzati: quasi sempre, infatti, questi agiscono in joint venture con

4 Il mondo capovolto 31 produttori locali, i quali cominciano a sviluppare modelli propri e ad avviare esportazioni verso i paesi tradizionali. È il caso della Cina, passata in questi cinque anni da una produzione di circa a oltre 3 milioni di auto (e divenuta esportatore netto nel 200), mentre da tempo società della Corea del Sud sono presenti sui mercati mondiali. Tabella 1.2 Produzione mondiale di automobili (valori percentuali) Unione Europea (a 15 membri) 35,7 30,5 Europa centro-orientale 5,7,5 Russia e altri ex Urss 2,4 2, America settentrionale 20,0 14,4 America meridionale 3,9 4,9 Asia 32,3 41,1 Totale 100,0 100,0 Paesi produttori «tradizionali» 72,7 2,2 Paesi produttori «nuovi» 27,3 37,8 Totale 100,0 100,0 Fonte: elaborazione su dati OICA Questi dati non tengono ancora conto dello spostamento (questo sì, con prevalente natura di delocalizzazione) dall Europa occidentale a quella centrale e orientale per una capacità produttiva stimata in circa 1, milioni di veicoli l anno 13. E il quadro non è sostanzialmente diverso per gli autocarri pesanti e leggeri e per un numero crescente di altri beni di consumo durevoli: nella produzione mondiale di televisori, sono i cinesi ad aver conquistato da qualche anno il primo posto, con una quota di circa il 35 per cento, seguiti da altri paesi asiatici. Produzione industriale: per i paesi ricchi meno di fifty-fifty Se dalle vicende di singoli settori produttivi si passa all esame dei dati aggregati, si ottiene una vistosa conferma di questi rivolgimenti. Elaborando i dati della Banca Mondiale, emerge che la produzione industriale dei paesi a reddito elevato raggiunse un massimo storico nel 2000, in coincidenza con la fine del lungo boom americano, per declinare in maniera moderata nel 2001 e nel 2002 e riprendere lentamente a salire a partire dal I livelli del 2000 sono stati raggiunti, per il totale di questi pae-

5 32 A cavallo della tigre si, nel 2004 (ma gli Stati Uniti li hanno raggiunti soltanto nel 200). I paesi a reddito medio e a reddito basso non conoscono questa fermata e vivono, semmai, un breve rallentamento di crescita. Tra i maggiori, solo Indonesia e Brasile mostrano vere e proprie sia pure temporanee flessioni, che invece non si verificano in Cina e in India, dove a partire dal 2000 la crescita continua a tassi vorticosi, quasi sempre a due cifre. Complessivamente, come mostra la figura 1.3, nel 2001, per la prima volta nella storia, i paesi a reddito elevato contribuiscono per meno della metà alla produzione industriale mondiale, mentre i paesi a reddito medio mostrano una quota quasi equivalente (44 per cento contro il 48 per cento dei paesi avanzati). Nel 2005 i paesi a reddito medio superano per la prima volta i paesi a reddito elevato in questo fondamentale comparto produttivo. Naturalmente, adottando basi di calcolo diverse si possono ottenere risultati lievemente differenti, ma le tendenze di fondo non sono in dubbio, così come non è in dubbio ed è chiaramente visibile nella figura l accelerazione della tendenza, rispettivamente crescente e decrescente, delle quote dei paesi a medio e alto reddito. Figura 1.3 Produzione industriale mondiale, % $ #! ' ' ' "%$ "% " " "% "" ""# "" """!!!$ Fonte: elaborazione su dati contenuti in World Bank Indicators, 200 A livello di singoli paesi, la figura 1.4 mostra chiaramente il grande «balzo in avanti» della Cina, e quello un po inferiore dell India. La quota di produzione industriale cinese sul totale mondiale, rimasta statica nella seconda metà degli anni Ottanta, all incirca raddoppia nella prima metà degli anni Novanta per poi aumentare ancora di oltre il 50 per cento nel periodo Complessivamente, dal 7 per cento del 1988 passa al 21,1 per cento del 2003; elaborando i dati della Banca Mondiale, si giunge alla stu-

6 Il mondo capovolto 33 Figura 1.4 Quote di Cina e India sulla produzione industriale mondiale, !$! $ $ * - "%$ "% " " "% "" ""# "" """!! Fonte: elaborazione su dati contenuti in World Bank Indicators, vari anni pefacente conclusione che quasi i due terzi della produzione industriale aggiuntiva di questo lungo periodo di tempo derivano dalla Cina. Nel solo anno 2003, la produzione industriale mondiale aumentò infatti di circa 580 miliardi di dollari; di questi, circa 320 sono di origine cinese, 50 di origine indiana e circa 70 derivano da Indonesia, Brasile e Russia; il contributo alla nuova produzione industriale di tutti a paesi a reddito elevato fu complessivamente di 112 miliardi di dollari, ossia meno del 20 per cento del totale. Come già si è osservato a proposito del settore automobilistico, non si tratta prevalentemente di produzione «spostata» da grandi imprese per trarre vantaggio dal costo più basso di alcuni fattori produttivi. Sempre nel 2003, il valore aggiunto delle filiali estere delle società industriali multinazionali degli Stati Uniti risulta superiore al 5 per cento del prodotto lordo solo per nove paesi per lo più piccoli. In Cina e India tale quota è rispettivamente pari allo 0, e allo 0,4 per cento 15. Che l iniziativa imprenditoriale derivi largamente da imprese locali si evince indirettamente, oltre che dall esame di investimenti e acquisizioni internazionali delle multinazionali di quei paesi, dal già citato innalzamento della qualità tecnologica delle loro produzioni. Secondo le stime di Science and Engineering Indicators 200 pubblicazione del National Science Board, una fondazione americana, l incidenza del settore high tech sul comparto manifatturiero era pari al 17 per cento in Cina e al 23 per cento medio in India e Malaysia, contro il 15 per cento del Giappone e il 12 per cento dell Unione Europea. Solo gli Stati Uniti potevano vantare un incidenza superiore (30,5 per cento). Il volume esportazioni del settore high tech della Cina e di questi paesi asiatici aveva già superato nel 2003 quello degli Stati Uniti e del Giappone 1.

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