Lex-Operators All together for women victims of intimate partner violence FORMAZIONE LEXOP

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1 Lex-Operators All together for women victims of intimate partner violence FORMAZIONE LEXOP rivolta agli operatori della legge pubblici e privati della Provincia di Torino

2 Incontro formativo target pubblico: 22 febbraio e 7 marzo 2012 target privato: 14 e 22 marzo 2012 Argomento:processo di vittimizzazione e decision making docente: Massimo Giusio Direttore CESC Centro Europeo Studi Criminologi Conduzione e coordinamento: Anna Maria Zucca, presidente di Donne & Futuro (coordinatrice progetto Lexop area torinese Oggi vorrei affronta tare sinteticamente il tema del processo di vittimizzazione e dei decision making. La vittimologia ha poca rilevanza dal punto di vista della autonomia didattica e disciplinare ed è l ultima nata tra le discipline criminologiche. Le prime ricerche scientifiche sulla vittima per ciò che è e per ciò che fa risalgono alla seconda metà degli ani 40, quando si afferma negli Stati Uniti una corrente di criminologi ebrei, tra cui Mendelsohn che ha affrontato il problema dell Olocausto, ovvero della vittimologia di un itero popolo. Questi studiosi hanno allargato il loro ambito di ricerca a tutti quei fenomeni che possono servire ad affrontare il ruolo della vittima nella interrelazione con il reo. Si parla di descotomizzazione che significa riportare alla luce il ruolo del soggetto passivo, prima confinato dalla antropologia e dalla sociologia criminale. Balloni, criminologo italiano, si è occupato di vittimologia, affrontando il tema delle cause e delle conseguenze del ritardo della vittimologia dato che uno studio analitico sulla condizione della vittima, su una possibilità riparatoria e di una assistenza multidiciplinare rivolta alla vittima stessa inizierà solo negli anni 50 quando l attenzione si sposta su quei fattori che, nel binomio criminale, autolegittimano il reo a deumanizzare il suo soggetto passivo, come quelli culturali e di rarefazione degli anticorpi etico religiosi. Si tratta di una tecnica di neutralizzazione endopsichica che contraddistingue l autore, il quale tende a deumanizzare la vittima, a ricondurre il proprio agire aggressivo a motivazioni para razionali ( se lo è voluto, meritato, ha generato la mia invidia ). In criminologia si parla di fattori crimini repellenti e crimino impellenti. Nella mente del soggetto attore ci sono degli elementi crimino impellenti, secondo la psicanalisi già presenti nell inconscio prepuberale, che agiscono positivamente nella determinazione del soggetto a passare all atto (actingout) e fattori crimino repellenti,come il paradigma premiale e penale, non solo giuridico ma anche religioso. La religione ha avuto, infatti, una grande influenza nello studio della vittima. La vittimolgia che nasce nella seconde metà degli anni 40 è sostanzialmente una scienza descrittiva e si occupa di chi sono le vittime; cerca stabilire se ci sono dei soggetti più predisposti ad essere vittimizzati per fattori biologici ed anagrafici, se è possibile intervenire in chiave preventiva e se queste possibilità di analisi possono essere trasferite dall ambito della prevenzione primaria a quello della vittimizzazione secondaria. Dall esperienza criminologica americana e canadese sappiamo che chi è autore di un reato tra i 12 ed i 20 anni è stato egli stesso coinvolto in questioni di violenza in ambito familiare o scolastico oppure è stato spettatore di violenza. Una indagine condotta di recente negli Stati uniti (2008) tra i condannati a morte nel braccio della morte ha evidenziato che, su 500 condannati, più della metà sono stati a loro volte vittime e lo stesso fenomeno è stato riscontrato tra le condannate a morte donne poiché, più della metà, sono uxoricide e quasi tutte hanno subito violenza dall ex partner.

3 La catena delle vittimizzazioni, che deve essere spezzata, è uno degli oggetti di studio prevalenti della vittimologia; non esiste, infatti, solo la vittimizzazione secondaria con la retorica dei mass media e dei processi, ove la vittima deve ricostruire le tracce del proprio vissuto ed ove il processo rappresenta la sede elettiva del processo di vittimizzazione secondaria. La prevenzione della revittimizzazione è uno degli scenari di indagine più recenti della vittimologia italiana sopratutto ad opera del professore Gulotta che, negli anni 70, ha iniziato ad occuparsi di questa disciplina in termini di autonomia didattica e scientifica all interno nostre università; purtroppo però la vittimologia tende ad essere considerata in italia una sub disciplina secondaria della criminologia. Oggi la nozione di vittima è molto estesa (si parla, ad esempio, di vittime della crisi), c è un abuso straripante del termine vittima perché si è usciti dalla logica degli anni 50 secondo la quale la vittimologia veniva considerata quella scienza che si occupa delle vittime di un reato penale. Bisogna pertanto uscire da una impostazione di tipo riduzionizta. In Italia, su 3 milioni di reati, l autore viene identificato nel 4% dei casi (delitti contro il patrimonio), nell 8% dei casi (reati contro la persona) mentre, rispetto ai casi di violenza intrafamiliare, solo il 3-4% di essi si risolvono in una denuncia e la metà portano o al proscioglimento o alla remissione di querela; questi dati ci fanno pensare che le vittime non trovano quasi mai giustizia. Uno degli elementi che è stato approfondito dalla nostra criminologia, in particolare dal prof. Bisi, riguarda proprio una della tecniche di auto legittimazione culturale ed inconscia che interviene nell autore del reato quando è consapevole che la capacità di punire del sistema penale è sconfortante. Se la risposta penale è debole, si rafforza l impulso criminogeno; a questo fattore, si aggiunge la rarefazione degli anticorpi etico religiosi, ovvero l idea del premio e del castigo, dell inferno e del paradiso. Il paradigma basato sui premi e sui castighi che qualifica e punisce le condotte umane è stato un meccanismo che ha funzionato per molti secoli. Qualche anno fa abbiamo fatto un indagine nelle scuole superiori ed abbiamo rilevato che all inferno ed al paradiso credono ormai solo 10 ragazzi su 100. Come insegna il prof. Mantovani, il più grande insegnante di diritto penale del nostro paese, nel suo testo Il problema della criminalità (1984), più aumentano i fattori crimogeni esterni (famiglia, scuola, cattive compagnie, modelli di identificazione negativa) minore è la necessità di una predisposizione individuale al crimine. Possiamo osservare soggetti molto predisposti al crimine che non commettono crimini poiché non subiscono spinte esterne e, viceversa, soggetti poco predisposti all impulso criminogeno che, in presenza di maggiori fattori esterni, sono spinti ad agire in senso criminale. Si tratta, pertanto, di una legge di proporzionalità inversa. Maggiori sono le agenzie di controllo naturale e spontaneo (la famiglia, gruppi organizzati, la catena sociale) e maggiore sarà la necessità di un sistema penale forte: se tutte e due sono deboli, la società non può pretendere di combattere il crimine potenziandone le cause. In altri termini, non si possono diminuire il numero dei reati se si rafforza l ambiente crimonogeno. Negli anni 40 e 50, quattro grandi criminologi iniziarono a studiare la vittima per ciò che essa è e per ciò che fa. Ricostruirono l archetipo della vittima e la etimologia della parola: vittima deriva da victu, il cibo offerto agli dei per mitigarne la collera. Questo concetto si sviluppa intorno al 2500 e 3000 a.c. ed è presente già nei veda, i più antichi testi sacri identificati dagli storici delle religioni ove si può riscontrare l idea della vittima come pasto. L idea che si sviluppa nel pensiero simbolico e religioso intorno al secondo millennio è proprio quella di un sacrificio dapprima di tipo animale (la mucca più bella, il toro più virile) e, successivamente (X secolo), umano che possa ratificare l alleanza della comunità sociale con la divinità.

4 Quando si diffonde il sacrificio umano, la vittima diventa un membro della comunità di cui ci si deve dimenticare in fretta dopo che, attraverso di esso, sia stata placata la collera dello spirito. Il sacrificio ha una funzione immediata di espiazione collettiva, ricordandosi della vittima ci si ricorda del male commesso quindi, la vittima deve essere obliterata. A Roma nasce prima il termine victuma poi victima (termine latino tardo imperiale). Intorno al primo secolo dopo Cristo, i sacrifici delle vite umane tendono in tutto il mondo ad essere edulcorati ma la nozione di vittima e scarifico tornano alla ribalta nel medioevo. Il rapporto tra la violenza ed il sacro è importante: tutte le grandi religioni nascono come atti di violenza, si pensi alla storia di Caino ed Abele ed al fatto che il nuovo testamento si conclude con una vittima. La genesi storica e simbolica della scotomizzazione della vittima ha pertanto delle radici archetipiche storiche, religiose e sociali. I vittimologi degli anni 40 le analizzano compiutamente studiando le cause della shoah, ovvero perché il popolo ebraico subisce un destino di vittimizzazione collettiva. Tra questi spiccano il professor Mendelsohn, che ebbe la prima cattedra di vittimologia negli Stati Uniti nel 51, ed il professor Wertham (psichiatra e studioso di vittimologia delle origini) che, quando giunse negli Stati Uniti, eseguì una perizia su uno dei più grandi serial killer del paese, tale Peter Fish, individuando nel criminale una serie di fattori predisponesti alla violenza. Wertham riuscì a convincere il Presidente degli Stai Uniti a fare pressioni sul Governo poiché riteneva che, nella genesi della violenza, avessero un ruolo importante i fumetti. Il governo americano fece una inchiesta e scoprì che i fumetti contenevano tracce di pressioni violente; questa scoperta portò ad una presa di coscienza da parte della politica e della editoria ed alla soppressione dei fumetti ove nel finale vincevano i cattivi. Un altro grande protagonista della vittimologia è Wanettig che ricevette una cattedra di criminologia negli Stati Uniti e coniò il termine di precipitation, secondo il quale la vittima avrebbe un ruolo nello scatenare gradualmente l evento violento. Lo studioso è stato molto attaccato poiché non bisogna cadere nella tentazione di considerare il ruolo della vittima in termini di co-responsabilità (ad esempio pensare che se la sia cercata o che si fosse vestita in maniera provocante). Negli anni 40 il prof Manzini, grande penalista dell epoca, ha elaborato la tecnica difensiva della vis grata puellae, secondo cui esiste una forma di violenza in qualche modo gradita dalla vittima, cercando di dimostrare che non era possibile la penetrazione dinanzi ad una tenace resistenza da parte della vittima. Questa teoria ha avuto dei riscontri nei nostri Tribunali e si sono dovuti attendere gli anni 90 affinché si giungesse ad una visione di questa fattispecie come di un reato contro la persona anziché di un delitto contro la morale. Nella gerarchia piramidale del codice Rocco, ove prevaleva una impostazione gerarchia dei beni ed interessi giuridici tutelati, la morale stava in una posizione di inferiorità gerarchica; immaginate, quindi, quale fosse la degradazione del bene giuridico tutelato. Solo con la modifica dell articolo 609 c.p., avvenuta negli anni 90, questi reati sono stati collocati nella sfera di offensività giuridica più adatta, ovvero quella dei diritti contro la persona. Wanetting ed il suo concetto di precipitation sono stati quindi molto criticati perché non bisogna mai pensare che il comportamento della vittima, per quanto oggetto di studio, possa essere considerato connivente con quello dell autore. Nel nostro codice penale è tuttavia presente una attenuante riferita al comportamento della vittima che abbia in qualche modo concorso. Ci sono pertanto degli strumenti tecnico giuridico razionalizzati al fine di identificare un ruolo alla vittima nella psicodinamica del crimine ma vanno utilizzati con cautela poiché, per quanto possa essere provocatrice la vittima, la responsabilità dell autore deve rimanere inalterata. Si è giunti negli anni scorsi a rielaborare la teoria del campo (psicologia topologica), secondo la quale ogni vittima ha in se delle pulsioni favorenti.

5 Ritengo sia pericoloso questo discorso perché non bisogna mai cadere nel tranello di considerare minore la responsabilità dell autore sulla base di presunti comportamenti della vittima. È vero invece che la tolleranza o la passività della donna vittimizzata, seppur giustificata, tende a far sedimentare nella mente dell autore una autolegittimazione dell agire aggressivo e di folli convinzioni di meritevolezza e giustificazionismo. E una nuova responsabilità della vittima quella di tutelarsi appena può (discorso del decision making), vincendo quelle resistenze come l abitudinarietà della violenza e tutti quei meccanismi inibitori che, seppur comprensibili, tendono ad allontanare la donna dalla decisione di denunciare il compagno. Il compito degli studiosi, operatori, avvocati è quello di aiutare la donna ad esplicitare la violenza attraverso delle tecniche codificate che facilitino la narratività della vittima; un atteggiamento di grande interesse per ciò che la donna dice favorisce la narratività. In merito ai fattori della narratività cito il testo di Mastronardi sulla tecnica del colloquio che è rivolto ai clinici ma può essere interessante anche per i legali, i magistrati e gli agenti di polizia. Arriviamo agli anni 60 quando, anche in Italia, cominciano ad arrivare i germi della ricerca vittimologica, ovvero le prime indagini sul campo che riguardano le vittime nel rapporto con l autore del reato. L interesse non è ancora focalizzato sulla vittima in quanto tale (ad esempio sui fattori predisponenti) ma al suo rapporto con l autore della violenza. Non siamo ancora alla analisi vittimologica vera e propria, ovvero alla vittimalistica che considera la vittima in quanto tale, ovvero come individuo che ha subito un danno o un torto non necessariamente di rilevanza penale. Il secondo elemento di progresso degli anni 60. deriva dal fatto che le Nazioni Unite iniziano ad assumere delle risoluzioni sulla vittima nelle quali si formalizza un allargamento definitorio: si inizia a parlare di vittime collettive, vittime di catastrofi ambientali, dell ambiente sociale, economico finanziario. Il concetto di vittima diventa esteso, non più di vittima di un fatto penalmente rilevante, ma vittima di un fatto ingiusto o di una violazione di un diritto; la vittima diventa quel soggetto che, nel suo paese, è stato spossessato di un diritto di cui è titolare. Questa interpretazione evolutiva è stata rilevante nella giurisprudenza delle commissioni per il riconoscimento dello status di rifugiato. Negli anni 70 Guglielmo Gulotta raduna un gruppo di criminologi, psicologi e sociologi e fonda la società italiana di vittimolgia che si occupa di svolgere le prime indagini sul campo della violenze sessuale. Si arriverà a risultati sconcertati come quello secondo cui esiste una simmetria tra l esperienza di violenza vissuta e quella agita, un automatismo deterministico in base al quale, ad esempio, chi è stato vittima di pedofilia tende a riprodurne gli effetti in età adulta come autore. La psicologia sociale si sforza di ricostruire la eziogenesi di questo automatismo nel concetto di imitazione e riproduzione ( per approfondimenti si vedano Mastronardi e Balloni). Una delle modalità per spezzare la catena della violenza è quella di responsabilizzare la vittima che si trova spesso ad affrontare dei fattori antagonisti che le impediscono di tutelarsi adeguatamente nel processo di vittimizzazione. Si tratta dei fattori cosiddetti esorepellenti che incidono nella mente della vittima e le impediscono di tutelarsi; questi si differenziano dai fattori esoimpellenti che favoriscono invece l uscita della donna dalla violenza. Tra i fattori esorepellenti annoveriamo, in primis, lo stress che colpisce tutte le vittime di violenza. Un altro fattore importante è la carenza di elementi conoscitivi da parte della donna che non conosce i meccanismi o li conosce in modo distorto. Altri fattori di scoraggiamento sono la carenza del senso di giustizia individuale che è un concetto relativo (ciascuno ha il proprio senso di giustizia) e la presenza di tecniche di giustificazione della violenza subita che toccano il culmine con la sindrome di Abele.

6 Tra le cause di questa sindrome ritroviamo un senso di accettazione rassegnata per il proprio destino di vittima e la minimizzazione della rilevanza del danno in nome di una bilancia costi benefici del destino familiare. Un altra causa della sindrome di Abele si ritrova negli archetipi cristiani, come quello della beatificazione della sofferenza; si pensi che nella morale cristiana comune si ascolta spesso questo concetto della sofferenza, del sacrificio, della rinuncia, del patire come viatico per la salvezza. Infine, anche l incapacità della donna di essere autonoma economicamente sta alla base della sindrome descritta. Mastronardi sostiene che, tra le tecniche del colloquio con la vittima, sia importante insistere sul tema della necessità del cambiamento radicale poiché la vittima deve essere portata a percorrere tale sentiero. Una operatrice racconta di una donna che ha deciso di querelare il marito perché il figlio di 10 anni un giorno le ha detto: appena divento grande ammazzo io papa. Il bambino quando è spettatore di violenza tende a vestire i panni del giustiziere ed a diventare autore della violenza. Il nocciolo vero della questione sta allora nella opportunità di responsabilizzare la vittima. Il ruolo della vittima nella realizzazione del fatto assume diverse connotazione quindi dobbiamo capire i fattori inibitori e le persone che più agevolmente possono essere vittimizzate. Una indagine condotta presso le scuole piemontesi sul bullismo ha evidenziato una serie di vittime predisposte; si può parlare di predisposizioni vittimogene che sono legate a fattori di consolidamento di stereotipi sociali, ad esempio vengono vittimizzati con una percentuale doppia i ragazzi soprappeso e con gli occhiali. La scelta della vittima non è dunque causale. Stiamo parlando di vittime fungibili e infungibili, la cui distinzione viene di seguito descritta. Ci sono reati per cui la vittima ha una rilevanza essenziale, delitti in famiglia, delitti contro il patrimonio (truffe) e reati per i quali la vittima è fungibile, è casuale, pensiamo ai reati di terrorismo, di strage ove per l autore del fatto è irrilevante chi sarà la vittima. La vittima può incrementare con il suo comportamento certi stereotipi. A tal proposito stati condotti di recente degli studi da parte della associazione italiana di sessuologia di Roma su un campione di 3 mila italiani aventi ad oggetto i fattori che facilitano la violenza sulla donna. Il 43% degli uomini ha risposto che una diversa condotta della donna diminuirebbe le condotte violente. Se la ragazza fosse più costumata, ci sarebbe una minore propensione ad agire violenza su essa. Da questi risultati emergono i condizionamenti, gli stereotipi logori che inficiano il senso di giustizia collettivo. A settembre verrà rifatto questo questionario, ed a Torino ne saranno distribuiti mille. Lo stereotipo che la vittima se le è andata a cercare non è stato sconfitto e ci vorrà ancora del tempo prima che scompaia. Un altro stereotipo riguarda l abbigliamento della donna e persino gli operatori della forza pubblica domandano alla donna, in sede di denuncia, come fosse vestita al momento dei fatti. Domanda: in sede processuale l avvocato del reo può fare delle domande del genere alla vittima, ovvero chiedere come fosse vestita al momento della violenza, considerato che sono delle domande irrilevanti? Risposta: certamente perché l unico divieto che ha il legale è quello di fare delle domande suggestive che, secondo il pensiero prevalente, sono quelle a risposta implicita e che contengono già il germe dialettico finalizzato ad ottenere una risposta univoca. Succede di frequente che la destrutturazione della vittima è uno degli strumenti difensivi degli stupratori. Indagare sulle abitudini della vittima, sull abbigliamento, sulle sue frequentazioni serve a deumanizzarla per liberare la coscienza dell autore. Pensate alle vittime della omofobia: il fatto che molti ragazzi con un orientamento sessuale diverso non si rechino a fare denuncia trova ragione nella paura di quello che potrebbero sentirsi

7 dire in caserma, dagli amici e dai compagni. Ciò deve farci riflettere poiché la vita privata, le abitudini, la vita di relazione, le amicizie della vittima vengono spesso utilizzate come espedienti a favore del violentatore e contro di essa che, per qualche giorno, gode della simpatia dei mass media e poi viene dimenticata. Pensate al caso di Garlasco: i primi giorni dopo il fatto sembravano una occasione mondana di retorica e spettacolarizzazzione (i settimanali di gossip facevano le interviste alla cugina della povera vittima) ma si è finiti per arrivare ad una scotomizzazione della vittima che viene dimenticata. Le vittime che arrivano ad un reale risarcimento sono assai poche. Da anni, nel nostro sistema processuale penale, ci sono proposte di legge per ampliare i diritti processuali della parte civile ma si è ancora lontani da un cambiamento, la vittima è ancora vista come una sorta di testimone muta del crimine mentre quello che viene illuminato dal rito del processo penale è l autore. Qualcuno ha sostenuto che il processo penale sia strutturato come una forma di complotto della stato contro l imputato che deresponsabilizza se stesso attraverso una serie di tecniche di neutralizzazione (si veda Matza che ha studiato tali tecniche). Troviamo queste tecniche di neutralizzazione sia nella criminalità dei colletti bianchi che nelle bande giovanili analfabeti. Una di queste riguarda la fedeltà al patto, ovvero l impossibilità di venire meno al patto fatto con i complici. Una delle grandi scuole di pensiero della sociologia criminale rispetto alle cause della genesi dell impulso criminale (anni 40) è la teoria delle associazioni differenziali. Secondo questa teoria, quando il giovane esce da un percorso ove frequentava associazioni conformi, si identifica in associazioni differenziali, microgruppi ove la violenza, la gerarchia interna, il lessico criptico sono modalità consuete della azione. In questi microgruppi sostitutivi della famiglia e del nucleo sociale conforme, il giovane riorganizza la propria personalità. A tal proposito Luigi Berzano, sociologo della devianza di Torino, ha studiato il fenomeno dei giovani che lanciano i sassi dal cavalchia. Rispetto alla genesi dell impulso emerge che un depotenziamento dei legami familiari incrementa l appetibilità del microgruppo alternativo; quest ultimo prevede un percorso di leadership interno che passa attraverso una serie di prove iniziatiche di coraggio e di antisocialità. Più c è sfida al sistema normativo prevalente più c è l affermazione di una leaderschip nel gruppo. Per Berzano il depotenziamento del legame familiare e del valore della assertività paterna sono degli elementi che portano l adolescente ad affidarsi al microgruppo alternativo. Questa teoria delle associazioni differenziali ha avuto molto peso nella sociologia criminale americana ove è stata studiata tantissimo, ad esempio rispetto al fenomeno delle bande. Una delle forme di comunicazione interna delle associazioni differenziali è la criptolalia: i membri del gruppo si nutrono di criptolalia semplificata, un gergo interno comprensibile solo ai fratelli. Uno studio interessante è stato fatto alla professoressa Setten che ha confermato queste teorie. La rarefazione del legame familiare e del modello di identificazione paterna fa si che l adolescente vada alla ricerca di modelli di identificazione eroica esterna e li trovi nei microgruppi differenziali alternativi nei quali, per percorrere una carriera interna di affermazione, egli deve commettere dei gesti che frequentemente hanno la connotazione dell illecito penale. Altro scenario è quello vandalismo e della appartenenza ai non luoghi, ad es. i centri commerciali, che avrebbero sviluppato una vera mutazione sociale all insegna della spersonalizzazione dei rapporti anche se il sentirsi nell anonimato viene descritto come un rimedio ansiogeno. Una ricerca francese ha rilevato come questi non luoghi siano oggetto di vandalismo, di segni lasciati e di scritte. I non luoghi fanno insorgere il bisogno di lasciare un segno proprio perché al loro interno c è una spersonalizzazione del vissuto. Se volete approfondire il tema, consiglio il testo di Franco Angeli, Non luoghi e devianza. Una delle cose che ha più affascinato la vittimologia è la sindrome di Stoccolma.

8 Quali sono i meccanismi che la generano? Come possiamo trasferire questo paradigma sia al nostro oggetto di studio? Perché nella vittima c è ancora tanta resistenza a denunciare? Nell analisi dei meccanismi reattivi dell io, Freud prendeva in considerazione delle tecniche difensive inconsce che hanno una certa struttura e funzione, tra cui il meccanismo di identificazione con l autore. Secondo una prospettiva post freudiana, dopo un giorno o due, si sedimenta nella psiche della vittima un fenomeno di simpatia e neutralizzazione del danno subito. Nel 1973, in una banca di Stoccolma, avviene una rapina e gli ostaggi, già dopo le prime ore dal sequestro, sviluppano una forma di solidarietà verso i sequestratori. Questo fenomeno sarà molto studiato poiché, dopo pochi giorni dal sequestro, vi sono già rapporti fisici tra sequestratori e sequestrati, una signora-ostaggio si sposerà addirittura con uno dei rapinatori. Come è possibile che nella civilissima Svezia si avveri la profezia freudiana, secondo cui la vittima si identifica con l autore? Analizzando i fatti, si possono osservare tre meccanismi: in primis i sequestrati accolgono la liberazione dai sequestratori sbeffeggiando le forze dell ordine, i sequestrati tendono ad elaborare tecniche di neutralizzazione della colpa a favore dei sequestratori (si tratta di una dipendenza dell ostaggio dal sequestratore) ed, infine, dopo la liberazione i sequestrati mantengono dei contatti con i sequestratori. La criminologia e la psicologia cercano di approfondire quanto accaduto e, nel merito, vengono definiti tre modelli interpretativi. Il primo è quello freudiano e si riconduce al meccanismo di difesa inconscia fondato sulla identificazione: chi subisce una violenza tende incosciamente a mettersi dall altra parte, a capire le ragioni dell altro. Il secondo modello interpretativo è offerto dalla psicologia clinica non freudiana e riguarda la dipendenza della vittima dal carnefice. Secondo tale modello, nei momenti in cui la vita della vittima è legata a quella del sequestratore ed il sequestratore non uccide la vittima, si insatura un meccanismo di dipendenza psichica della vittima nei confronti dell autore. Pensiamo a quanto violenze quotidiane subiscono le donne sulla base di questa forma di dipendenza. Il terzo modello esplicativo fa riferimento al forte sentimento di gratitudine che prova la vittima verso l aggressore per la violenza più grande che avrebbe potuto subire e che non si è consumata. È stato notato che questo fenomeno è reciproco, anche l offendere inizia a coltivare sentimenti positivi verso la vittima. Dopo Stoccolma ci sono state decine di casi simili analizzati dai vittimologi che hanno rinforzato questa terza interpretazione, ovvero di un senso di gratitudine che scaturisce nella vittima dal convincimento che poteva uccidermi ma non l ha fatto. A mio avviso è fondamentale padroneggiare le tecniche del colloquio e vorrei sintetizzarvi alcuni comandamenti frutto della elaborazione di trenta anni di studio. Mastronardi e Gullotta hanno cercato di estrapolare, tra i vari stili di colloquio, una tipologia di colloquio criminologico. Noi eravamo abituati a studiare il colloquio con l autore del reato, si pensi che Lombroso si era fatto dare una autorizzazione per intervistare i condannati a morte. Lombroso era un personaggio eclettico, negli ultimi anni della sua vita si occupò di studiare le correnti medianiche durante le sedute spiritiche. Aveva l ossessione della misurazione di qualsiasi meccanismo che potesse orientare il comportamento umano ed, in particolare, dall idea che il comportamento umano fosse dominato da meccanismi deterministici, ovvero che in alcuni soggetti vi fosse la rielaborazione di tipi umani primordiali (il delinquente, il omicida, il violento). Secondo lo studioso i soggetti dominati da tali meccanismi erano dei malati da curare e non da punire. Questa prospettiva sposta il paradigma della funzione della pena: se il soggetto non è libero nella volontà, come può lo stato porre il fondamento della responsabilità e della colpa? Lombroso studiò a fondo la malvagità umana e la negò, ritenendo non fosse altro che il portato degenerativo della volontà umana.

9 Questa teoria fu molto utile alla classe borghese dell epoca poiché si sentì legittimata a sostenere che la colpa della devianza non fosse imputabile alla società. Lombroso aveva offerto un alibi a queste classi affermando che il criminale fosse un malato di stigmate degenerative che si può solo neutralizzare ed isolare. In tal senso non sarebbe stato utile lo strumento del carcere poiché il delitto è un inclinazione deterministica biologica dell individuo, circostanza che esclude il fondamento della punibilità. Queste teorie portarono pertanto Lombroso a riscuotere un grande consenso che gli valse sia l autorizzazione di analizzare i cadaveri dei più grandi criminali italiani, che quella di poter parlare con i condannati a morte e di ricostruire i loro percorsi interni durante le ultime ore prima della esecuzione. Nella sua opera palinsesti dal carcere ritroviamo proprio le interviste che Lombroso fece a questi condannati ove emergono una serie valori archetipici che egli codificò in maniera minuziosa. Questo libro ci fa inoltre comprendere l impostazione positivistica che considerava il comportamento umano non libero ma condizionato da fattori biologici. L impostazione dell autore fu contrastata dalla chiesa ed, in particolare, da padre Agostino Gemelli, incaricato dal Papa di fare una perizia su padre Pio. I risultati di questa perizia si possono trovare su google. Padre Gemelli demolì l edificio lombrosiano sulla base di una ricostruzione teologica, sostenendo che fosse impensabile la responsabilità dell uomo senza la categoria teologica del libero arbitrio. Si trattava anche essa di una posizione dogmatica che ha trovato, negli anni 40, un punto di equilibrio con la formulazione della volontà condizionata, secondo cui la volontà è libera ma esistono fattori di condizionamento. Si parla quindi, in criminologia, di libertà morale condizionata. Nel parlare con i condannati a morte, Lombroso inventò la tecnica del colloquio criminologico, nell ambito del quale cercava di capire come era nato l impulso e perché il reo aveva scelto una carriera di assassino o di grassatore. Uno dei reati più diffusi nel codice penale della seconda metà dell 800 era la grassazione, ovvero l estorsione. Gia all epoca di Carlo Alberto era prevista la pena di morte poiché si trattava di un danno grave per l economia piemontese. In merito alla metodica del colloquio, sappiate che questa rimase inalterata per un secolo. In una prima fase si cerca di ricostruire la personalità dell interlocutore ed, in particolare, il suo percorso formativo, di strutturazione della personalità, le vicende scolastiche e familiari ed il suo rapporto con le figure di autorità. È stato infatti stabilito un nesso tra la strutturazione delle personalità devianti ed un deficit di integrazione nel rapporto con le figure di autorità, legate sia al mondo delle istituzioni come la scuola che a quello della famiglia, ove i modelli educativi gentoriali troppo permissivi o troppo repressivi generano un impulso criminogeno più accentuato. La seconda fase del colloquio deve essere polarizzata al fatto, ovvero tendere alla ricostruzione minuziosa dei fatti subiti. È importante dimostrare interesse, dare del tu all interlocutore perché sembra che questo ne faciliti la narratività. La ricostruzione non può prescindere dalla selezione delle tracce amnestiche originarie ovvero dei ricordi strutturati. Pensiamo all episodio centrale nella storia del pensiero umano: la resurrezione di Cristo. Il primo a parlarne è Paolo, usando il termine anastasis. Noi abbiamo quattro ricostruzione della resurrezione di Cristo, che corrispondono ai quattro vangeli, quindi se fossimo giurati in un processo ed avessimo quattro versioni diverse del fatto, dovremmo rintracciare le tracce amnestiche, ovvero quei ricordi che ogni singolo testimone riferisce. Queste tracce sono importanti nell ascolto della donna che riferisce un fatto di violenza e noi abbiamo il dovere di chiederle se ha parlato con altri di ciò che ci sta riferendo. Nell ambito della prova più difficile del processo, ovvero la genuinità della prova testimoniale, si andranno a cercare le tracce amnestiche originarie che sono le più genuine poiché riguardano fatti di cui la donna non ha parlato con nessuno (quelle secondarie riguardano fatti narrati ad altre persone). Se la donna vittima di violenza ha parlato con qualcuno di quanto ha subito (ad es. i parenti prossimi), la sua testimonianza non sarà genuina, poiché saranno intervenuti dei

10 condizionamenti; quando si parla di un fatto con qualcuno, questo si modifica in relazione all opinione altrui. Se la richiesta di colloquio proviene dalla vittima stessa, da una associazione specializzata o dal servizio sociale, la collaborazione sarà maggiore. Il victim supporting è nato in Inghilterra negli anni 50 e vanta una tradizione incredibile. Secondo una delle acquisizione maggiori del victim supporting, se la donna si rivolge direttamente alla polizia, l ufficio che la riceve le chiede se vuole essere seguita da una associazione di victim supporting che la prenderà in carico fino alla definizione del problema, fino al completamento del suo percorso di riadattamento sociale, aiutandola da un punto di vista psicologico ed accompagnandola nel processo di devittimizzazione. In questa esperienza si collocano le attività dell Osservatorio Internazionale di Vittimologia, istituzione nata in Russia che quest anno avrà la sede a Torino, con il quale potremo portare avanti il nostro percorso di indagine statistico e scientifico su tali fenomeni. Un campo importante di studio riguarda le vittime di sette, nell ambito delle quali avviene il controllo mentale tramite la religione e le credenze immanentistiche. A Torino è presente una importante realtà che si rifà ad Akenaton, faraone egizio che cercò di introdurre il culto di una unica divinità, eliminando il politeismo. L osservatorio internazionale di vittimologia, oltre a fare ricerca e formazione, cercherà di fare in modo che la donna denunciante venga contattata velocemente da una agenzia di victim supporting.

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