FONTI LETTERARIE ED EPIGRAFICHE SUGLI IMPIANTI FOGNARI ROMANI

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1 UNIVERSITA DEGLI STUDI DELLA TUSCIA VITERBO FACOLTA DI CONSERVAZIONE BENI CULTURALI DIPARTIMENTO DI SCIENZE DEL MONDO ANTICO Tesi di Laurea di Primo Livello in URBANISTICA DEL MONDO CLASSICO FONTI LETTERARIE ED EPIGRAFICHE SUGLI IMPIANTI FOGNARI ROMANI Relatore: Prof. M. Spanu Correlatore: Prof. P. A. Gianfrotta Laureando Francesco Mecucci n. matr Anno Accademico

2 Indice Le fognature pag. 3 Gli impianti fognari nelle città romane pag. 6 Latrine e pozzi neri pag. 13 Pulizia e manutenzione di strade e cloache: aspetti giuridici e amministrativi pag. 16 Le magistrature preposte alla cura aquarum e alla cura viarum pag. 21 Vitruvio e le acque pag. 25 Vitruvio e le cloache pag. 28 Roma e la Cloaca Maxima pag. 30 Il tempio di Venus Cloacina pag. 34 Schede epigrafiche pag. 35 Arpino pag. 36 Atina pag. 38 Ferento pag. 41 Verona pag. 47 Pola pag. 51 Cagliari pag. 53 Thugga pag. 57 Belalis Maior pag. 59 Bibliografia pag. 60 2

3 Le fognature Per fognatura o sistema di drenaggio urbano si intende il complesso di canalizzazioni, generalmente sotterranee, per raccogliere e allontanare da insediamenti civili e produttivi le acque meteoriche (dette bianche) e quelle di scarico (nere). Essa è costituita dalle opere di raccolta e immissione delle acque meteoriche e di scarico nei collettori stradali, dalla rete composta da questi ultimi, dagli eventuali manufatti di controllo idraulico, dai sollevamenti, dai manufatti di scarico e dagli impianti di trattamento dei reflui. Le reti fognarie si distinguono in miste (dette anche semplici o a sistema romano) e separate (o doppie). Le prime raccolgono sia i reflui urbani sia le acque meteoriche, le seconde invece utilizzano due reti separate, denominate rispettivamente fogna nera per i reflui e fogna bianca per le acque meteoriche. Inoltre le fognature possono essere statiche e dinamiche. Le prime realizzano la depurazione e l eliminazione delle acque di rifiuto mediante i pozzi neri, che sostanzialmente sono delle vasche in cui le acque ristagnano e vengono evacuate periodicamente. E il caso, in antichità, delle latrine (bagni pubblici e privati) che spesso non erano collegate con il sistema fognario principale della città. Le seconde realizzano, tramite una rete di canalizzazione, un allontanamento continuo del liquame immettendole in corsi d acqua o nel mare 1. Così fu per la Cloaca Maxima di Roma ( incrollabile ed eterna secondo Plinio il Vecchio 2 ), risalente all età monarchica e considerata la più antica e imponente fognatura del mondo antico. Una delle questioni primordiali a cui deve far fronte tutto il nucleo urbano è l eliminazione dei residui generati dall agglomerato di individui e dalla somma delle loro attività. La città romana e i responsabili della sua amministrazione disponevano di strutture necessarie per far fronte all eliminazione dei rifiuti solidi urbani che malgrado l importanza dei processi di riciclaggio che avvenivano con gli scarti ed i materiali riutilizzabili (a questo proposito è da ricordare come nell economia di una città antica, i cui rifiuti erano incomparabilmente maggiori rispetto a quelli prodotti da una città moderna, era probabilmente praticato ogni riuso possibile, dalle anfore ai vetri, dagli scarti di legname per la combustione alle orine per fulloniche, motivando l attività di varie categorie di rigattieri. Gli animali consumavano i resti commestibili 3 ) erano voluminosi e richiedevano spazi adeguati, preferibilmente extraurbani, in cui essere depositati. 1 Rizzoli-Larousse 1967, vol. VI, p Plin., N.H Panciera 2000, p

4 I tipi di rifiuto liquido sono urina, feci, acqua sporca, acqua piovana e l eccedenza delle fontane e degli acquedotti. I Romani avevano tre differenti sistemi per lo smaltimento di questi tipi di rifiuto: pozzi neri, fogne e smaltimento lungo le strade in pendenza 4. L acqua, ricercata con tanta cura e condotta in città con grandi spese, doveva inoltre essere evacuata quando fosse eccedente o sporca per l uso. Per l eliminazione delle acque reflue, diversi sistemi quali fosse, canali a cielo aperto, fognature e l uso intelligente della pendenza delle strade, frutto di una corretta pianificazione urbanistica, contribuirono a risolvere il problema. Il deflusso delle acque avviene a scolo naturale, cioè per effetto della forza di gravità dovuta alla leggera pendenza secondo la quale si costruiscono i canali. Nelle antiche città fornite di impianto fognario (cloacae), i rami principali delle canalizzazioni sotterranee seguivano i tracciati delle strade e la loro scoperta consente di ritrovare l asse delle vie antiche. Se il rilievo del terreno lo permetteva, si cercava di creare una rete di canalizzazioni secondarie che sboccavano in un collettore principale, il quale conduceva le acque putride all esterno della città. La rete pubblica è collegata alla superficie dalle bocchette di scarico delle acque meteoriche e dai pozzetti di ispezione. I Romani erano considerati dei veri e propri maestri nel dotare le città di strutture capaci di garantire agli abitanti servizi ed igiene. L idea dei canali sotterranei fu probabilmente mutuata dagli Etruschi e dalle loro opere di bonifica. Canali laterizi per lo spurgo o il drenaggio delle acque e resti di fogne a volta sono stati ritrovati un po ovunque nel mondo antico, anche in Grecia e Mesopotamia, ma certamente furono i Romani i più mirabili costruttori di cloache. Il possesso di un impianto fognario era una caratteristica di una città romana, ma molto meno di una città del mondo greco. E degno di menzione, in tal senso, un passo in cui Strabone sostiene che i Romani avevano la migliore lungimiranza in tali questioni, alle quali i Greci diedero scarsa importanza, come l apertura di strade, la costruzione di acquedotti e il disporre nel sottosuolo di cloache che potevano eliminare la sporcizia della città nel Tevere. Inoltre hanno costruito strade attraverso l impero aggiungendo tagli alle colline e terrapieni sulle vallate, in modo tale che i loro carri possono sopportare il peso di navi. E l acqua è portata nelle città tramite acquedotti, che come veri e propri fiumi scorrono attraverso la città e le fogne 5. E significativo che Strabone colleghi fogne e acquedotti: se l acqua è condotta in città in un acquedotto, deve esistere una fogna per portarla via. Allo stesso tempo, fogne e acquedotti erano evidentemente assai meno comuni nel mondo greco. Così quando Strabone descrive l importante città di Smirne, dopo aver menzionato il reticolo rettangolare delle strade, le vie lastricate, due 4 Jansen 2000, p Strabo, 235, V

5 celebrati portici, una biblioteca e un porto il cui ingresso poteva essere chiuso, egli aggiunge che c è un errore, e neppure piccolo, dell architetto, poiché quando pavimentarono lo strade, essi non diedero loro il drenaggio sotterraneo. Così la sporcizia copre la superficie, in particolare durante le piogge, quando i rifiuti sono scaricati nelle strade 6. 6 Strabo, 235, XIV

6 Gli impianti fognari nelle città romane La colonizzazione romana dell Italia fenomeno che si verificò da quando Roma entrò a far parte della Lega Latina fondando le priscae coloniae latinae e, sciolta la suddetta, deducendo in maniera autonoma due tipi di colonie: romane (di diritto romano) e latine (di diritto latino) portò alla consistente progettazione di città e, successivamente, con il fenomeno della municipalizzazione, a ridisegnare la fisionomia urbanistica delle città più antiche. Successivamente alla guerra sociale (89 a.c.), risolta attraverso una serie di leggi che garantivano la cittadinanza romana dal fiume Po in giù, insieme a quella latina alle terre transpadane, e la conseguente trasformazione di tutti gli insediamenti in municipi, si rivelò fortissima la spinta all urbanizzazione. L età sillana è caratterizzata da un impressionante fioritura architettonica: grazie alle nuove disponibilità economiche, tutte le città costruiscono edifici e la nuova tecnica dell opus incertum consente di edificare in tempi brevi e metodi razionali. Con la Lex Municipii Tarentini 7 (89 a.c.) e la Lex Coloniae Genitivae Iuliae 8 (44 a.c.) è data facoltà a qualsiasi magistrato locale di realizzare vie, canali, fognature, mentre prima anche la gestione delle opere pubbliche delle colonie era prerogativa dei censori di Roma. Iniziano a comparire nuovi piani regolatori del tutto autonomi basati su finanze locali. La Lex Roscia 9 del 49 a.c. estenderà infine la cittadinanza romana anche all Italia cisalpina. Sono i magistrati locali a decidere la realizzazione di opere pubbliche, il restauro o l abbellimento di edifici e monumenti. La realizzazione di un opera pubblica da parte di un magistrato era considerato un atto importante, alla stregua di una proposta di legge. Le iscrizioni di opere pubbliche sono numerose non solo a Roma, ma anche nelle città provinciali, dove spesso, in mancanza di fonti letterarie, costituiscono le uniche testimonianze scritte per ricostruire l evoluzione monumentale e urbanistica di una località. Nel primo periodo repubblicano a Roma la cura delle opere pubbliche era affidata ai consoli, i quali in seguito vennero almeno parzialmente sostituiti in questo compito dai censori e dagli edili. A volte l erezione di opere pubbliche in colonie e municipi dell Italia e delle province era finanziata 7 Lex Municipii Tarentini, V (Si* quas vias fossas clovacas IIII vir II vir aedilisve eius municipi causa* publice facere immittere commutare aedificare munire volet intra eos finis* qui* eius municipi erunt, quod eius sine iniuria fiat, id ei facere liceto. Trad.: Se il quattuorviro, il duoviro o l edile vorrà per il suo municipio a spese pubbliche fare, introdurre, mutare, edificare vie, fosse, cloache tra questi confini che saranno del suo municipio, ciò che farà di suo senza danno, gli sarà permesso di fare). 8 Lex Coloniae Genetivae Iuliae, LXXVII (Si quis vias fossas cloacas IIvir aedilisve publice facere inmittere commutare aedificare munire intra eos fines, qui coloniae Iuliae erunt, volet, quot eius sine iniuria privatorum fiet, it is facere liceto. Trad.: Se il quattuorviro, il duoviro o l edile vorrà per il suo municipio a spese pubbliche fare, introdurre, mutare, edificare vie, fosse, cloache tra questi confini che saranno del suo municipio, ciò che farà di suo senza danno, gli sarà permesso di fare). 9 Giannelli 1983, p

7 dagli stessi magistrati locali in sostituzione, parziale o integrale, della summa honoraria che essi erano tenuti a pagare al momento dell entrata in carica. Il collegio dei decurioni (ordo decurionum) rappresentava il senato locale composto dalla classe dirigente della città. Ad esso era affidata la gestione dell'attività dei municipi e delle colonie. I decurioni erano definiti così perché a questa struttura accedeva un decimo dei coloni e ogni membro era considerato il capo di una decuria di cittadini. In ogni città figuravano dai 100 ai 150 decurioni ai quali venne attributo uno status giuridico particolare, quali rappresentanti della curia locale e personalmente responsabili del gettito fiscale prefissato d'autorità nel territorio di competenza. La tavola bronzea di Canosa, che riporta l intero organico dell amministrazione cittadina ad opera dei duoviri quinquennalicii che rivestivano le competenze dei censori, ne è la maggiore testimonianza epigrafica 10. Quando una città decideva di dotarsi di una rete fognaria, essa veniva data in appalto 11 e al servizio degli appaltatori (conductores) erano degli operai detti cloacarii. Di essi si fa menzione nell Edictum de pretiis rerum venalium 12 promulgato da Diocleziano insieme ai tetrarchi nel 301. Nel settimo capitolo, quello relativo ai compensi degli operai e al bronzo, si dice: cloacario omni die operanti pasto diurnos (denarios) viginti quinque. Nel Codice di Teodosio 13, ripreso poi in quello di Giustiniano 14, nel capitolo incentrato sulle opere pubbliche, si parla di una gara da cui nessuno può esentarsi per privilegi di prestigio. Una volta appaltati i lavori, avveniva la costruzione dell opera pubblica avvalendosi delle più efficaci tecniche costruttive. Con la realizzazione delle infrastrutture, in particolare le strade, si dovettero anche realizzare i condotti fognari principali e secondari, secondo disposizioni note anche dalle fonti epigrafiche 15. Questi collettori dovevano servire allo smaltimento delle acque reflue e dei rifiuti liquidi. La rete scolante era organizzata secondo una rigorosa gerarchia funzionale degli impianti: dagli scarichi minori, spesso originati da proprietà private, si passava agli adduttori secondari, frequentemente provenienti da strade laterali, ai conduttori primari, che correvano lungo gli assi principali della città, infine ai canali convogliatori, spesso coincidenti con corsi d acqua, più o meno artificialmente irreggimentati, che potevano correre all interno o nelle immediate adiacenze della città. A tale gerarchia si è notato corrispondere una diversificazione formale e di portata degli scarichi. Inoltre il collegamento tra le canalette di servizio delle case e i collettori pubblici non sempre esisteva e per questo erano particolarmente diffusi i pozzi neri. 10 CIL, X Plin, N.H Edict. Imp. Diocl.VII, C. Th, (De operis publicis). 14 C.J., (De operis publicis). 15 De Ruggiero 1961, vol. II parte I p

8 Ecco lo schema gerarchico ascendente dell impianto fognario di una città romana 16 : SCARICHI MINORI Proprietà private ADDUTTORI SECONDARI Strade laterali CONDUTTORI PRIMARI Assi principali CANALI CONVOGLIATORI Corsi d acqua vicini La costruzione dei grandi impianti deve essere dunque collocata nel momento stesso della pianificazione urbanistica delle città, quello cioè della realizzazione delle infrastrutture, ma restauri e talvolta vere e proprie ristrutturazioni sono noti ancora nel corso del I secolo d.c., soprattutto quando intervengono motivi di carattere urbanistico che conducono a ridisegnare la fisionomia di certi spazi o certe insulae, come ad esempio la disattivazione di vecchi condotti fognari ormai insufficienti o inutilizzati, ampliamenti del tracciato stradale, demolizioni di edifici. I dati archeologici per il periodo della tarda antichità, invece, attestano una sempre meno frequente realizzazione di nuovi collettori. Infatti, dalla seconda metà del II secolo d.c. una mutata situazione politica restituisce a varie zone dell Italia, in particolare al nord, una funzione di terra di frontiera e questo produce effetti spesso devastanti sul tessuto urbanistico. La crisi dell edilizia urbana determina l emergere di ampie aree urbane disabitate che vanno a costituire spazi naturali destinati alla discarica dei rifiuti. Al fenomeno di un progressivo degrado urbano dovette accompagnarsi anche quello di un minore controllo nei confronti delle infrastrutture collegate allo smaltimento dei rifiuti. I prodromi di tale fenomeno si cominciano a riconoscere già nella tarda età imperiale, periodo in cui assistiamo al precoce formarsi di vasti spazi, pubblici e privati, non più abitati e frequentati che costituiscono, con le macerie prodotte da distruzioni violente o degrado progressivo, aree di ricezione dei depositi di rifiuti. Tuttavia ancora in quest epoca il buon funzionamento delle strade dovette garantire anche il funzionamento dei collettori principali. Ma cosa accadeva prima che le città venissero dotate di impianti di scarico? Quando la gente iniziò a muoversi dai villaggi alle città, era necessario trovare soluzioni al problema dell acqua piovana nelle strade, nonché escogitare il sistema di rimuovere gli altri tipi di rifiuto liquido dallo loro case. Le differenze che intercorrono tra villaggio e nucleo urbano sono così riassumibili 17 : 16 Gelichi 2000, p Jansen 2000, p

9 - In un villaggio, l acqua piovana filtrava nel sottosuolo ma in una città, molto più densamente edificata e che contiene ampie aree lastricate, questo non è possibile. Per prevenire le aree pianeggianti dall allagamento fu necessario trovare soluzioni strutturali. - Nei villaggi una persona può facilmente recarsi nei campi per soddisfare i propri bisogni fisiologici; ovviamente in una città ciò non era praticabile e si dovette creare un luogo dentro o fuori la casa appositamente designato per tale proposito e anche ideare un modo di rimuovere urine e feci al di fuori dall abitazione. - Le città erano molto più popolate e quindi necessitavano di maggiore quantità d acqua rispetto ai villaggi. Una volta che vennero costruiti gli acquedotti, più acqua fu utilizzata e ciò determinava altrettante grandi quantità di acqua sporca che doveva essere smaltita. Gli scavi all interno degli edifici residenziali urbani non attestano l esistenza di aree o strutture appositamente destinate alla discarica dei rifiuti solidi: è possibile, ma solo in parte, che si tratti di un problema di visibilità archeologica, dal momento che il fenomeno è attestato in ambito rurale. La non rilevata presenza di fosse di scarico nei pressi o all interno delle unità abitative (contrariamente a quanto riscontrabile in ambito rurale e, più avanti, nella città tardomedioevale), induce a ipotizzare che, almeno in una fase iniziale, fosse previsto un sistema di raccolta e trasferimento extraurbano dei rifiuti, insieme a forme organizzate di riciclaggio. Ma si tratta di una pratica che dovette avere breve durata. Infatti, un fenomeno abbastanza precoce dovette essere quello dell utilizzo dei canali, naturali o artificiali, che correvano all interno della città o le lambivano, o costituivano, in taluni casi, le originarie fosse di perimetrazione urbana. Questo avveniva per due motivi: perché si aveva necessità di restringere tali fossati oppure per cambiamento funzionale di destinazione di certe zone e dunque per mancanza di manutenzione e utilizzo. Gli abitati tengono a debita distanza i propri rifiuti attraverso collettori scolanti efficienti e continuamente mantenuti, attraverso anche la decentralizzazione delle strutture produttive e la presenza, evidentemente, di strutture organizzate per lo smaltimento di rifiuti solidi. Le immondizie sono alle porte, ma non sembrano che entrare raramente in città, anche se questo non significa che le condizioni igieniche fossero ottimali e l aria del tutto salubre e priva di cattivi odori: i canali convogliatori principali erano spesso a cielo aperto e correvano non di rado all interno dell abitato prima di confluire nei fiumi o in mare. Fiumi e corsi d acqua costituivano in genere un ottima via per lo smaltimento dei rifiuti solidi cittadini. La funzione era in parte spontanea e occasionale, ma nel caso del Tevere, senza il 9

10 suo ruolo di collettore, la capillare ed efficiente rete delle cloache di Roma potenziata da Agrippa primariamente delegata al deflusso delle acque piovane non avrebbe avuto senso 18. Oltre all apporto delle cloache, anche a dispetto di regolamentazioni, il Tevere doveva ricevere materiali di ogni tipo, sia per l intenso movimento commerciale che quotidianamente vi si svolgeva con frequenti scarichi e carichi di merci, sia per il volontario e occasionale getto di rifiuti, oltre che ad irrefrenabile estro popolare, a una vasta gamma di necessità da soddisfare nelle circostanze più diverse: dagli scarichi dei liquami e dei più svariati oggetti, per disfarsene o per occultarli, come ad esempio i corpi di reato: monete, metalli pregiati e perfino cadaveri di imperatori caduti in disgrazia come Elagabalo 19. Le strutture tecniche che venivano usate per la rimozione dei rifiuti differiscono nei vari siti romani in Italia, in termini di costruzione e distribuzione e a seconda del rapporto tra area edificata e territorio. Gli esempi più emblematici per la particolare situazione di conoscenza archeologica sono Pompei, Ercolano ed Ostia. A Pompei si ha prevalenza di pozzi neri ed è presente una diffusa, ma non organica, rete fognaria. Le acque piovane e reflue erano soprattutto smaltite sfruttando la pendenza delle strade. Era una città di 10 mila abitanti costruita su una colata di lava, con un dislivello di circa trenta metri tra punto più alto e punto più basso, con un pendio verso il mare. Il sottosuolo, composto da poroso materiale vulcanico, consentiva un ottimo assorbimento dell acqua piovana. Quindi, la pendenza facilitava lo scarico di acqua piovana o acqua sporca e la qualità porosa e permeabile del sottosuolo era ideale per il trattamento di urine e feci: tutto ciò rendeva possibile collegare le latrine ai pozzi neri ben funzionanti. L acqua piovana e l eccedenza delle fontane potevano essere smaltite in due modi: - tramite la costruzione di una piccola elevazione all ingresso della via per evitare che l acqua fluisse all interno; - tramite una leggera elevazione del pavimento per forzare l acqua a mutare direzione. In tal modo l acqua era deviata senza ostruire il traffico della via. Alle porte, chiuse di notte, l acqua piovana era condotta in un largo canale accanto alla porta che passava attraverso le mura della città 20. Alla luce di quanto illustrato, si potrebbe sostenere che Pompei non necessitava di fogne perché i suoi rifiuti erano smaltiti nei pozzi neri e la pioggia portata via dalle strade. 18 Fedeli 1990, p ; Bauer 1993, p Fedeli 1990, p Secondo un antichissima usanza recepita nel Codex Theodosianus, anche nel fiume, invece che in mare, potevano essere gettati i parricidi cuciti vivi in un culleo, insieme con un cane, un gallo, una vipera e una scimmia, cfr. Nardi 1980, p. 11, 21, Jansen 2000, p

11 Ma Pompei aveva comunque una rete fognaria. Non era una rete completa ma consisteva in differenti e separate diramazioni, costruite per risolvere problemi specifici. Molte delle ramificazioni erano collegate agli edifici dove grandi quantità di acqua dovevano essere smaltite, come i bagni o la grande palestra, ben connessi alla fogna. Una ramificazione fu specificatamente predisposta per drenare il Foro, onde evitarne l allagamento. La piazza pendeva verso sud e la pioggia fu condotta nella fogna tramite piccoli tombini. Ricapitolando, a causa del sottosuolo poroso, i rifiuti pompeiani potevano essere raccolti nei pozzi neri e in seguito portati via da lì nei giardini urbani o fuori città. Grazie alle vie in pendenza o con una piccola manipolazione, pioggia e acqua sporca potevano essere indirizzate fuori città. Un certo numero di ramificazioni fognarie fu costruito per sopperire a problemi specifici, quali la necessità di portar via la grande quantità di acqua sporca dai bagni e drenare l area forense. Pertanto, a Pompei i differenti tipi di rifiuto furono smaltiti con differenti metodi. Ercolano 21, che aveva la metà degli abitanti di Pompei, aveva pozzi neri in quantità inferiore rispetto alla suddetta, ma comunque erano presenti. La sua rete fognaria era molto più sistematica. Le acque piovane erano condotte fuori dalla città tramite le vie lastricate: la pendenza più ripida delle vie evitava il bisogno di rialzare il pavimento. Il sottosuolo, invece, composto di duro tufo vulcanico, non risultava adatto ai pozzi neri perché i liquidi non filtravano. La fogna sotto il cardo III era collegata a un bagno e al Foro o al decumano massimo. L acqua piovana del foro e l eccedenza di due fontane in vie adiacenti furono raccolte in due canaletti di scolo che scaricavano nella fogna del cardo III, sita sotto l asse mediana longitudinale della via. La realizzazione della fognatura consentì agli Ercolanesi di avere bagni a livello anziché a nicchia. La fogna sotto il cardo V era invece composta da due canali collegati. Uno era molto grande e doveva condurre fuori l acqua sporca dalle due grandi piscine della palestra. L altro veniva da nord, parallelo alla via. La sua funzione consisteva nel rimuovere l eccedenza della fontana di una via vicina. Il pavimento è leggermente elevato e l acqua indirizzata verso un apertura nella fogna. L acqua in eccedenza delle fontane fu indirizzata nelle fogne per tenerle pulite, secondo un usanza comune che ci tramanda Frontino 22. A Ercolano le condizioni per lo smaltimento dei rifiuti erano quindi estremamente favorevoli: l acqua piovana poteva defluire facilmente grazie alla forte pendenza del terreno. Il problema maggiore era l impermeabilità del suolo e tale inconveniente fu prima affrontato in modo provvisorio con l uso di latrine a nicchia invece che di latrine a livello, e quindi con le fogne. 21 Jansen 2000, p Frontin., aq

12 A Ostia 23, la cui popolazione è generalmente stimata sui 20 mila abitanti, non ci sono pozzi neri, bensì una rete fognaria completa e uniforme. La città sorge su un terreno pianeggiante che presenta soltanto qualche lieve depressione nell area centrale. Il Tevere era stagionalmente propenso a straripare e l alto livello dell acqua sottostante solo 2 o 3 metri sotto la superficie rese impossibile costruire pozzi neri perché sarebbero stati riempiti dall acqua. Gli Ostiensi furono quindi costretti a pianificare un sistema fognario estensivo in cui potessero essere scaricati i rifiuti di tutte le case. Un simile sistema era molto costoso e richiedeva adeguata manutenzione. L unica acqua che defluiva tramite le vie in pendenza era la parte di pioggia che cadeva su di esse ma, a causa della scarsa pendenza, ciò veniva il più possibile evitato. Nella fogna confluiva l eccedenza delle fontane e l acqua piovana raccolta dagli edifici. A causa dell elevato livello dell acqua sottostante e la piattezza del luogo, Ostia ebbe problemi nel liberarsi dell acqua sporca. I suoi abitanti risolsero il problema costruendo una rete fognaria sistematica ed estensiva che poteva essere usata per smaltire ogni tipo di rifiuto. Particolare menzione merita infine la città di Timgad (Thamugadi) 24, fondata nel 100 d.c. su precisi assi ortogonali e dotata fin dall inizio di una rete di fognature sistemata sotto l asse di ogni via, con gallerie larghe m 0,40 e alte da m 0,80 a m 1, visitabili tramite pozzetti, che si riversavano tutte nel collettore principale del cardo. L aspetto e la struttura delle gallerie fognarie variano poco e si ritrovano ovunque in dimensioni paragonabili a quelle di Timgad, con copertura in volta a botte o aggetto, tetto a doppio spiovente con due tegole, due lastre o una sola lastra disposta di piatto. 23 Jansen 2000, p. 44 e segg. 24 ; Baller 1911; Courtois 1951 ; Adam

13 Latrine e pozzi neri Poco conosciamo delle latrine pubbliche e private presso i Greci, mentre nelle rovine di città romane gli scavi archeologici hanno riportato alla luce un gran numero di questi ambienti. Mentre l acqua dei tetti veniva fatta affluire nelle cisterne in opera signina 25 e rivestite di cocciopesto, le latrine delle case ai piani superiori erano evacuate per mezzo di grossi tubi di terracotta che scaricavano i residui in una fossa detta pozzo nero (lacus), oppure direttamente sul selciato. Nelle insulae mancava lo scarico fognario e inoltre a Roma la Cloaca Maxima non era collegata alle latrine private dei cenacula (le case ai piani alti) e delle ville. Catone aveva ordinato di pavimentare i lacus 26, ripulire le cloache ed estenderle fino all Aventino. Anche Lucrezio, Livio e Giovenale parlano dei lacus. 27 Un pozzo nero era un tipo di cavità che funzionava per assorbimento: il materiale liquido filtrava nel terreno e quello solido rimaneva nella fossa. Si otteneva questo risultato costruendo i muri del pozzo in maniera tale che i liquidi potevano percolare attraverso gli interstizi dei mattoni. Un pozzo nero poteva essere rotondo o quadrato, con una profondità fino a 11 metri. Molte latrine situate nell area di cucina delle case di Pompei erano costruite in modo che esse potevano essere svuotate e l acqua sporca condotta verso il pozzo nero della casa 28. Sebbene il liquido lasciasse il pozzo nero, non esisteva un reale sistema di smaltimento grazie al quale, a un determinato momento, il pozzo pieno andasse svuotato. Per la loro profondità e nel caso di Pompei per la porosa qualità del sottosuolo, ciò non sembra accadesse molto spesso. L apertura tramite cui un pozzo nero andava svuotato era spesso ubicata in un marciapiede di una strada vicina o in un giardino adiacente. In tal modo il pozzo poteva essere liberato senza causare sporcizia all interno della casa. C è ragione di credere che i contenuti dei pozzi erano portati nei campi fuori città o nei giardini urbani (a Pompei sono state rinvenute ossa e ceramiche nei giardini). La Cloaca Maxima servì quindi solo a raccogliere lo scolo dei pianterreni (detti domus e considerate abitazioni privilegiate) e al massimo delle latrine pubbliche direttamente inserite nel suo percorso, ma come detto non si pensò a metterla in comunicazione con le latrine private dei cenacula. Anche a Pompei in ben poche ville le latrine poste nel piano elevato potevano mandare i loro rifiuti nella fogna, sia per un condotto che le unisse a quelle sottostanti sia per tubature indipendenti. 25 Vitr., VIII, 6, Plut., Cato Ma., Lucr. Rer. Nat., VI, 1022; Liv., Hist. XXXIV, 44; Giov., Sat.VI, 602 e III, Jansen 2000, p

14 Molto diffuse erano le latrine pubbliche che la gente considerava luoghi di incontro e conversazione. Esse, a pagamento, erano gestite da appaltatori detti conductores foricarum e la molteplicità di tali latrine è un indice della rilevanza della loro clientela in quanto la maggioranza dei privati cittadini aveva a propria disposizione solo le latrine pubbliche ed erano ben pochi i ricchi che avevano la possibilità di far realizzare una latrina nella loro abitazione. Lo svuotamento avveniva verosimilmente a pagamento da parte degli stercorarii 29 - che trasportavano il materiale fetido su grossi carri detti plostra stercoraria 30 i quali avevano il permesso di circolare anche durante le prime dieci ore del giorno, possibilità invece vietata a tutti gli altri veicoli 31 e una parte era venduta come fertilizzante: gli autori antichi parlano ampiamente di tale impiego in agricoltura 32. Era vietato scaricare in città, ma è chiaro che esisteva la tentazione di liberarsi di una parte dei rifiuti gettandoli nelle fognature attraverso i foramina più o meno protetti che si aprivano sulle vie. Le latrine di Roma (la forica posta tra il Foro Romano e il Forum Iulii era perfino riscaldata in inverno da un ipocausto 33 ), Ostia, Pompei, Timgad, erano pubbliche in tutto il significato del termine. L ambiente rettangolare o semicircolare aveva una ventina sedili di marmo lungo le pareti, sospesi sopra un canale dove scorreva l acqua. La tavoletta forata si incastrava tra due mensole scolpite in forma di delfino, che fungevano da appoggio e separazione. Talvolta, al di sopra dei sedili, c erano nicchie con statue di eroi e divinità oppure, come a Ostia, un altare della Fortuna, o ancora un gioco d acqua, come a Timgad 34. Un piccolo spiazzo in laterizi, in leggera pendenza verso il canale di scolo sottostante, era realizzato vicino al sedile della latrina 35. Le latrine pubbliche non erano frequentate né dagli avari né dai miserabili; costoro non intendevano o non erano in grado di lasciare nemmeno un asse ai gestori delle foricae (foricarii 36 ) che se ne occupavano pagando una tassa al fisco; preferivano adagiarsi sugli orci sbreccati, che, ad esempio, il gualchieraio (addetto alla follatura di tessuti e pelli) dirimpetto pagando una tassa, aveva comprato il diritto di esporre davanti al suo laboratorio affinché quelli li riempissero dell urina necessaria alla sua industria; oppure si precipitavano dai loro appartamenti per vuotare i vasi (lasana) e le seggiole (sellae pertusae) nel recipiente (dolium) posto nel vano della scala. Oppure, se tale possibilità non era stata loro concessa dal padrone dell insula, se ne andavano in un pozzo nelle vicinanze. 29 CIL, IV (da Ercolano, graffito nel peristilio di una casa). 30 Dig. 7, 12, 10 (Ulp.); Tac., Ann., 11, 32, Tab. Heracl., vv Varro, Rust. 1, 13, 4; Colum., Arb. 21, 2; 23, 1; Rust. 1, 6, 24; 2, 14, 1-3; 2, 14, 8; 5, 10, 10; 5, 10, 15; 10, 84 sg.; 11, 3, Carcopino 2003, p Carcopino 2003, p Jansen 2000, p Mart., 6, 93, 1-2; Suet., Vesp., 23, 3; Dig. 22, 1, 17, 5 (Paul.) ; Macr., Sat. 3, 16,

15 Nella Roma imperiale più di una stradina era impestata dai pozzi neri, che esistettero almeno fino all età di Traiano e in cui vi si poteva anche veder giungere sia le donne di malaffare decise a sbarazzarsi della loro prole, le quali venivano addirittura protette da una legge a esporvi i loro neonati, sia le matrone afflitte da sterilità, avvicinarsi a raccogliere di nascosto i fanciulli esposti per trovarne uno da presentare al marito 37. I muri delle latrine come del resto avviene anche oggi nei gabinetti pubblici erano ricoperti di graffiti che spesso ci offrono utili e interessanti indicazioni sulla vita quotidiana di allora. Sappiamo dell esistenza di orinatoi collocati in angiporti scarsamente frequentati e costituiti da anfore o doli spezzati a giusta altezza. Tali recipienti venivano svuotati dai fullones o coriarii perché l urina era usata per tingere e conciare stoffe e pelli o per imbiancare la lana prima di essere filata. 37 Giov. Sat. VI,

16 Pulizia e manutenzione di strade e cloache: aspetti amministrativi e giuridici Nonostante la plurima presenza delle latrine pubbliche, molti rifiuti domestici venivano gettati dalla finestra durante le ore notturne. C erano infatti degli sciagurati che ritenevano gli opportuni luoghi di scarico troppo lontani dalla loro abitazione e per risparmiarsi la fatica di recarsi fin là, lanciavano direttamente dalla finestra sulla strada il contenuto dei loro vasi da notte. Il risultato di questa pratica fu la tendenza a far salire il livello del manto stradale, a meno che tutti questi depositi non fossero stati prontamente portati via e ciò non sempre accadeva. Papiniano definiva la pulizia delle strade l azione di riportare la via al suo reale livello, eliminando tutto ciò che vi si era depositato sopra 38. Ma l effetto più temuto non era certo questo. Infatti, i passanti erano costantemente esposti al rischio di trovarsi a tiro di tali disgustose traiettorie e ai malcapitati, insudiciati o addirittura storpiati se non peggio non restava che sporgere denuncia contro ignoti. Giovenale 39 avvertiva la gente di fare perfino testamento prima di avventurarsi nottetempo per le vie, poiché un pesante vaso di ceramica scagliato da una qualsiasi finestra poteva colpire mortalmente una persona e c era solo da pregare di non essere colti in pieno oppure di venire di inondati di liquame, prospettiva di certo non più allettante ma almeno priva di effetti perniciosi sulle proprie condizioni di salute. Il rischio di danno ai passanti era tuttavia riconosciuto dalle leggi, che individuavano due aspetti relativamente alla cura delle strade: - la possibilità che le persone potessero essere danneggiate da rifiuti tirati da una finestra o altrimenti depositati; - il pericolo che la strada potesse essere ostruita. Il Digesto 40 per la precisione Ulpiano riporta passi in cui viene regolata nel dettaglio la rispettiva responsabilità di proprietari, locatari e subaffittuari se qualcuno che cammina sotto un appartamento è colpito da liquido lanciato da una finestra o da oggetti contundenti. C è anche una completa discussione sul risarcimento dovuto alle vittime. Ecco gli estratti più significativi: Se l appartamento (cenaculum) è stato diviso tra parecchi abitanti, si potrà far ricorso solo contro quello che risiede nel punto dell appartamento dall alto del quale è stato precipitato il liquido. Se poi il locatario effettua il subaffitto (cenaculariam exercens), ma tuttavia riserva a sé stesso la maggior parte dell appartamento, egli solo sarà ritenuto responsabile. Se, al contrario, il 38 Dig. 43, 11, 1, Giov., Sat. III, 268 e segg. 40 Dig., 9, 3, 5, 1 e segg. 16

17 locatario trattiene per sé solo uno spazio modesto, saranno dichiarati responsabili in solido tanto lui che i suoi subaffittuari. E sarà lo stesso se il colpo o il getto sono partiti da un balcone. Se qualcosa scagliata da un edificio su un luogo dove la gente comunemente passa, ripassa o sosta, il pretore garantirà un azione legale per il danno causato. Se l oggetto cadente determina la morte di un uomo libero, il pretore garantirà un azione legale per l indennità di cinquanta aurei 41. Quando in seguito alla caduta di uno di siffatti proiettili da una casa, il corpo di uomo libero avrà sofferto una lesione, il giudice dovrà accordare alla vittima, oltre il rimborso degli onorari delle cure mediche e delle altre spese concorse nel trattamento e sopportate fino alla guarigione, l ammontare delle retribuzioni salariali di cui sarà rimasto e rimarrà privo per l inabilità al lavoro risultata come conseguenza della ferita 42. Ma il danno solamente estetico è esentato da ricompensa: Per sfregi e cicatrici che possono riportarsi da tali ferite, nessun danno può essere calcolato in questo conto, perché il corpo di un uomo libero non ha prezzo. Altre norme riguardavano l ostruzione delle strade. Così erano predisposti ufficiali incaricati di controllare che nessuno scavi buche nella via e che i proprietari delle case tengano bene la via davanti alla loro casa. Bottegai e artigiani non potevano lasciare oggetti fuori dei loro negozi, tranne un follatore che aveva la facoltà di lasciare tessuti ad asciugare e un falegname a cui era permesso lasciare le ruote dei carri fuori della sua bottega. Gli ufficiali devono fermare chi combatte nelle strade e non devono permettere a nessuno di tirar fuori pelli, animali morti o letame 43. Si delinea quindi un rapporto tra attività commerciali-produttive ed esigenze di nettezza urbana in base al quale soltanto fullones e falegnami possono occupare la strada ma solo rispettivamente per far asciugare le stoffe 44 e per una temporanea esposizione delle ruote dei carri. Non solo: i bottegai erano obbligati svolgere il servizio obbligatorio di ripulire le fogne della città, un lavoro pericoloso nel corso del quale gli uomini potevano anche morire. Per questo motivo il compito fu espletato soprattutto in modo finanziario: a loro era consentito pagare sostituti, se erano in grado di permetterselo 45. L importante era che non risultassero inadempienti nei confronti degli edili, responsabili affinché i proprietari degli edifici con fronte sulla strada provvedessero alla manutenzione della medesima Dig. 9, 3, 5, Dig., 9, 3, 5, 7 (Ulp.); 54, 7, 5, 18 (Gaius). 43 Dig., 43, 10, 1, CIL VI, Libanio, Or. XLVI, Panciera 2000, p

18 Sempre nel Digesto 47 si parla di un cloacarium, da intendere come un imposta da pagare per l utilizzo e la manutenzione delle cloache, simile al solarium (imposta fondiaria). Quello della pulizia a Roma sembra delinearsi come un problema serio, data la sussistenza di una serie di abitudini documentate dalle fonti quali l abbandono dei cadaveri per le strade 48, il getto di vasi da notte o del loro contenuto dalle finestre 49 e in genere strade piene di buche, fangose e sporche 50, battute da animali randagi e non. E Svetonio 51 a tramandarci due macabri aneddoti: il cavallo dell imperatore Nerone in fuga poco prima della morte si sarebbe impennato per il fetore di un cadavere abbandonato in mezzo alla strada e un cane randagio avrebbe portato una mano umana nella sala da pranzo imperiale mentre Vespasiano cenava. Lo stesso iniziatore della dinastia Flavia aveva iniziato la sua ascesa al trono, in qualità di edile, lavorando come controllore della raccolta dei rifiuti e fu incaricato di assicurare la pulizia delle pubbliche strade 52. A Roma la responsabilità della pulizia e della manutenzione delle strade esternamente alle case 53 restava al proprietario o locatario. Se falliva nel compiere il suo dovere, gli edili o i loro funzionari subordinati 54 facevano svolgere il lavoro tramite appaltatori e caricavano il costo sul proprietario negligente. Se egli non pagava immediatamente, il prezzo raddoppiava. Gli edili controllavano lo stato delle vie quattro volte all anno e negli intervalli una discreta quantità di rifiuti poteva accumularsi. Lo svolgimento del compito di mantenere le strade della città pulite e agibili richiedeva mezzi materiali (veicoli, strutture, spazi) e umani non trascurabili. La scarsità o l inesistenza di fonti ha fatto più volte ricavare l opinione che un vero e proprio servizio di pulizia delle strade urbane non sia mai esistito nell antichità 55 e che tenere libere le strade e l area urbana da macerie e rifiuti non era normalmente un servizio offerto dalla pubblica amministrazione, la quale si limitava a imporre qualche obbligo o divieto e incaricare ufficiali per assicurare che gli abitanti facessero il loro dovere 56. Tenerle pulite sarebbe toccato infatti ai proprietari con fronte sulla via e l amministrazione pubblica sarebbe entrata in gioco, addossando loro le spese, solo nel caso che questi non provvedessero. 47 Dig. 30, 39, 5 (Ulp.); 7, 1, 27, 3 (Ulp.). 48 Mart., 10, 5, 11 e segg.; Suet., Nero, 48 e Vesp. 5, 4, Dio. 65,1; Petr. 134, 1; Aus. Epigr Giov. e Dig., op. cit. 50 Mart. 7, 61, 6; Sen. De ira, 3, 35, Suet., Nero, 48 e Vesp. 5, Suet., Vesp Attività indicata come curatio nella Lex Municipalis, V. infra. 55 Panciera 2000, p Liebeschuetz 2000, p

19 Un eccezione di valenza sociologica fu introdotta da Traiano il quale, nelle città di Nicea e Nicomedia, decise che i criminali condannati fossero impiegati nei bagni, nel pulire le fogne e nella pavimentazione delle strade 57. Le iniziative assunte dall autorità per fronteggiare il problema dei rifiuti possono essere distinte in interventi di tipo negativo (= divieti) e positivo (= obblighi o elaborazione di servizi): - gli interventi negativi sono i meglio documentati ed erano indirizzati a ridurre sporcizia e malattie, con queste ultime spesso conseguenze della prima, ma anche mossi da senso del decoro e dalla volontà di assicurare alla città un sufficiente livello di funzionamento. La più semplice via d intervento era quella di vietare tutta una serie di comportamenti punendo le eventuali trasgressioni, principalmente il getto di rifiuti e l abbandono di cadaveri 58. Un testo di Papiniano ripreso nel Digesto 59 presuppone inoltre un divieto generale di gettare sulla strada immondizie, animali morti e pelli, verosimilmente per il disgustoso odore che sprigionavano corrompendosi. - gli interventi positivi riguardano l obbligo di mantenere la pulizia delle strade ai proprietari di edifici con fronte sulle medesime. Se ne parla nella Tabula Heracleensis di tarda età repubblicana, in alcuni capitoli pertinenti alla gestione delle strade di Roma 60. Ma le enormi dimensioni di Roma, antica rendono difficile credere che la città abbia potuto sussistere e funzionare senza alcuna organizzazione pubblica per lo smaltimento dei suoi rifiuti. La suddetta Tabula Heracleensis è inerente alla tuitio (manutenzione per garantirne efficienza e funzionalità) e non alla purgatio (pulizia), per cui non ci si può appellare unicamente a questa tavola per sostenere che l autorità scaricava sui cittadini l onere di tener pulita Roma. Quindi resta da vedere se in materia di nettezza urbana la pubblica amministrazione si sia limitata solo a divieti e imposizioni o abbia anche elaborato qualche forma, sia pur rudimentale, di servizio pubblico. Dopo aver parlato di manutenzione e pavimentazione 61, pure condizioni essenziali per il mantenimento della pulizia, la Tabula si limita a dichiarare che per quanto riguarda la purgatio delle vie cittadine, fino al primo miglio da Roma, ci si continuerà a comportare secondo leggi, plebisciti e senatoconsulti già vigenti in materia. Da ciò si deduce che non solo la tuitio ma anche la purgatio delle strade era a Roma regolamentata e sottoposta al controllo di appositi magistrati. 57 Plin., Ep. X, Cippo del Foro (CIL I, 1); Lex Lucerina (CIL I, 401), Lex Libitinariorum di Pozzuoli (AE 1971, 88). 59 Dig., 43, 10, Tab. Heracl. CIL I, 593, vv Tab. Heracl. CIL I, 593,

20 Dunque tale testo non solo non attribuisce ai privati il compito di pulire le strade, ma fa intravedere (è il caso dei plostra stercoraria) un servizio pubblico di nettezza urbana regolato da una legislazione non ben conosciuta, affidato verosimilmente per appalto, da magistrati che ne avevano la competenza e che avevano messo a disposizione anche luoghi adibiti a discarica. C erano dei dipendenti, i viatores triumvirum et quattuorvirum viarum curandarum 62, la cui schola si trovava sull Aventino 63, e un sistema di appalti che affidava a dei mancipes il servizio vero e proprio per il quale occorrevano raccoglitori (stercorarii), carri (plostra) e punti di raccolta attrezzati nelle città e discariche pubbliche fuori di essa. 62 CIL, VI Castagnoli 1946, p

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