Valutazioni tecnico-economiche



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Valutazioni tecnico-economiche

Sommario VALUTAZIONE TECNICA ED ECONOMICA DELL'INTRODUZIONE DI GRANELLE PROTEICHE NON OGM NELLA RAZIONE ALIMENTARE DI BOVINI DA CARNE E OVINI...3 VALUTAZIONE TECNICA ED ECONOMICA DELL'INTRODUZIONE DI GRANELLE PROTEICHE NON OGM NELLA RAZIONE ALIMENTARE DI BOVINI DA LATTE...55 L INTRODUZIONE DI PROTEINE NON GM NEGLI ALLEVAMENTI - INNOVAZIONI ORGANIZZATIVE DELLA FILIERA...83 1

Valutazione tecnica ed economica dell'introduzione di granelle proteiche non OGM nella razione alimentare di bovini da carne e ovini A cura di: Antonio Cioffi e Luigi Mennella, Centro per la Formazione in Economia e Politica dello Sviluppo Rurale (Università degli Studi di Napoli Federico II) Introduzione Il ruolo dell Unità di ricerca del Centro per la Formazione in Economia e Politica dello sviluppo rurale nel Progetto Interregionale Azioni di innovazioni e ricerca a supporto del piano Proteine Vegetali - R_INNOVA PRO_VE è stato finalizzato alla verifica della sostenibilità tecnica ed economica della introduzione di fonti proteiche alternative alla soia nelle razioni alimentari delle aziende zootecniche italiane, in grado di garantire e certificare le tecniche di produzione adottate. In particolare, l obiettivo dell attività di ricerca è stata la valutazione, attraverso modelli di simulazione, degli effetti economici derivanti dall introduzione delle soluzioni innovative messe a punto dal progetto, riguardanti l impiego di fonti proteiche alternative alla soia, in quattro gruppi di imprese zootecniche con bovini da carne ed ovini presenti in aree differenti del territorio nazionale. Come si vedrà più avanti, si tratta di imprese che avendo orientamenti produttivi, caratteristiche strutturali e tecnologie di produzione differenti, ben si adattano alla valutazione dell introduzione di fonti proteiche alternative alla soia. Questo lavoro intende illustrare la metodologia di analisi adottata e discutere i risultati conseguiti. In particolare, la prima parte è dedicata alla descrizione delle caratteristiche tecnico-strutturali delle imprese oggetto d indagine. In essa sono anche discussi i criteri adottati per la stima dei risultati economici delle imprese e per la valutazione dei risultati stessi. La seconda parte è invece finalizzata a sviluppare simulazioni economiche di sostituzione della soia non certificata come ogm free nelle razioni alimentari praticate. Essa è basata sulle soluzioni individuate nella ricerca per la sostituzione della soia ed è finalizzata a valutare e confrontare i risultati economici che ne deriverebbero con quelli ottenuti nella situazione osservata nell anno base. 3

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI 1 REDDITIVITÀ E COSTI DI PRODUZIONE DELLE IMPRESE 1.1 CARATTERISTICHE STRUTTURALI DELLE IMPRESE La base informativa dello studio è stata costituita dalle caratteristiche tecniche, organizzative e strutturali di alcuni gruppi di aziende zootecniche, raccolte attraverso interviste agli allevatori, con l impiego di appositi questionari. In particolare, sono stati studiati quattro gruppi di aziende collocati in altrettante regioni, dei quali tre allevavano bovini da carne (Marche, Toscana e Veneto) ed uno ovini per la produzione di latte e carne (Sardegna). Ciascuno dei gruppi risultava composto da dieci aziende. Il rilevamento dei dati ha avuto luogo nel corso del 2006, eccetto per gli allevamenti ovini, per i quali è stato svolto nel 2007. Le informazioni raccolte hanno consentito di produrre dei bilanci secondo lo schema serpieriano, partendo dai quali sono elaborati diversi indicatori economici, evidenziando, soprattutto, la redditività, i costi di produzione e i costi legati all acquisto degli alimenti per il bestiame. I vari sistemi aziendali presi in considerazione nelle quattro aree presentavano specificità e tecniche di produzione riconducibili ai territori in cui operano. Le aziende venete allevavano bovini da carne, in prevalenza razze francesi (Limousine e Charolaise), effettuando la sola fase d ingrasso, con ristallo, quindi, sempre acquistato all esterno. La superficie foraggera risultava mediamente di 94 ettari (Tabella 1.1), prevalentemente destinati alla coltivazione di mais, per lo più da insilare, che rappresentava la base delle razioni alimentari praticate. Si trattava di allevamenti di notevoli dimensioni, con una media di oltre milleduecento capi allevati e piuttosto intensivi, con un carico di quasi 8 uba/ha, ma con una forte disomogeneità all interno del campione, visto che ben 6 aziende su 10 allevavano mediamente meno di 500 capi e che le due aziende maggiori concentravano oltre metà dei capi complessivamente allevati. Per il lavoro era richiesto mediamente l impiego di quasi 4 unità lavorative, per i due terzi costituiti da manodopera salariata. Le aziende delle Marche, invece, erano costituite da allevamenti di bovini, in prevalenza di razza Marchigiana, che adottavano la linea vacca-vitello. La loro sau media risultava di 74 ha, di cui 57 ha destinati all attività di allevamento, mentre la restante parte era rappresentata da coltivazioni di cereali ed ortive (Tabella 1.1). Tra le foraggere aziendali prevalevano i prati di erba medica, seguiti da pascoli ed altri prati e dall orzo, coltivato 4

Valutazione tecnica ed economica dell'introduzione di granelle proteiche non OGM nella razione alimentare di bovini da carne e ovini generalmente per la produzione di granella. Tra le rimanenti coltivazioni si segnala l impiego del pisello proteico e favino. Il numero medio di capi allevati era pari a 72 unità, di cui 33 rappresentati da vacche. La rimonta risultava prevalentemente interna ma talvolta aveva luogo l acquisto di vitelli e tori da altre aziende, mentre le vendite erano costituite per lo più da vitelloni di peso superiore ai 700 kg e secondariamente da manze e da riproduttori a fine carriera. All attività di allevamento erano dedicate mediamente due unità lavorative, rappresentate quasi esclusivamente da familiari; infatti, solo un azienda su dieci si avvaleva di manodopera salariata. Il campione Toscano era costituito da allevamenti specializzati nell ingrasso di vitelloni da carne (generalmente di razza Chianina), con ristallo acquistato per intero all esterno. La sau media destinata all allevamento era di 11 ha, mentre circa 5 ha erano occupati da altre coltivazioni. Tra le foraggere coltivate prevalevano i prati di erba medica, seguiti da orzo, frumento e mais da granella (Tabella 1.1). Il numero medio di capi allevati era di 21 unità e la vendita dei vitelloni aveva luogo in prossimità degli 800 kg. Mediamente l allevamento richiedeva l impegno di poco più di un unità lavorativa, che, come per le aziende marchigiane, risultava quasi sempre d origine familiare. Le aziende del campione della Sardegna allevavano ovini di razza Sarda per la produzione di latte e secondariamente di carne, ottenuta dalla vendita di agnelli del peso di circa 10 kg e dai capi a fine carriera. Si trattava di allevamenti piuttosto estensivi, con ampio ricorso ai pascoli, ai quali, infatti, era destinata la maggior parte della sau aziendale. Tra gli erbai coltivati prevalevano quelli polifiti seguiti nell ordine da frumento, orzo ed avena (Tabella 1.2). Le greggi risultavano composte mediamente da quasi 300 capi. Le pecore davano luogo a circa quattro lattazioni nel corso della carriera, con produzioni medie di quasi 190 kg di latte ciascuna, prevalentemente non trasformato in azienda. La rimonta risultava generalmente interna. Tutte le aziende si avvalevano esclusivamente di manodopera familiare ed il lavoro impiegato risultava mediamente superiore alle due unità lavorative. 5

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI Tabella 1.1 - Caratteristiche degli allevamenti bovini campione parametro Veneto Marche Toscana a) Superficie foraggera Sau foraggera ha 94 57 11 mais -% 86.3 14.8 frumento- % 7.7 0.6 16.4 orzo - % 0.4 20.0 22.6 avena - % 0.8 1.3 soia - % 4.4 pisello - % 0.9 favino - % 0.4 altri erbai - % 1.2 1.3 erba medica - % 42.8 43.5 prati- pascoli - % 34.4 b) Caratteristiche tecniche degli allevamenti presenza media - n 1,208 72 21 vacche n 0 33 0 uba - n 725 54 12 carico bestiame - uba/ha 7.71 0.94 1.17 peso medio giacenze iniziali kg 476 530 568 capi acquistati - n 2,011 1 18 peso medio acquisti kg 366 310 281 capi venduti - n 1,972 20(17)* 18 peso medio vendite kg 632 717(723) * 782 peso medio giacenze finali kg 503 514 587 incremento medio giornaliero kg 1.32 1.36 1.32 durata ciclo ingrasso gg 201 460 381 produzione netta t 546 15 9 produzione lordo acquisti t 1,282 16 14 c) Lavoro impiegato ulu familiari 1.33 35% 1.86 97% 1.15 99% ulu salariate 2.52 65% 0.05 3% 0.01 1% ulu totali 3.85 100% 1.91 100% 1.15 100% Note : uba (unità bestiame adulto): vacche e tori = 1 uba; vitelloni e manze = 0,6 uba; vitelli = 0,4 uba; * il valore tra parentesi si riferisce alla sola categoria dei vitelloni; ulu (unità lavorativa umana) = 2200 ore lavorative 6

Valutazione tecnica ed economica dell'introduzione di granelle proteiche non OGM nella razione alimentare di bovini da carne e ovini Tabella 1.2 - Caratteristiche degli allevamenti ovini della Sardegna campione parametro a) Superficie foraggera Sardegna Sau foraggera ha 101 mais -% frumento- % 5.7 orzo - % 4.4 avena - % 2.2 soia - % pisello - % 0.4 favino - % 0.4 altri erbai - % 32.7 erba medica - % prati- pascoli - % 54.2 b) Caratteristiche tecniche degli allevamenti Pecore 242 Arieti 6 Agnelle 46 Tot capi allevati 294 Uba - n 41 Carico bestiame - uba/ha 0.41 Età al primo parto mesi 14 Interparto gg 360 Durata lattazione gg 239 Durata carriera anni 6 Produzione latte/lattazione - kg/capo 187 Produzione latte giornaliera - kg/capo 0.78 Latte trasformato in azienda - % 1.4% c) Lavoro impiegato ulu familiari 2.36 100% ulu salariate 0.00 0% ulu totali 2.36 100% Note: uba(unità bestiame adulto): pecore e arieti = 0,15 uba; agnelli = 0,05 uba; ulu (unità lavorativa umana) = 2200 ore lavorative 7

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI 1.2 METODOLOGIA DI ANALISI La stima della redditività delle imprese e dei costi delle produzioni zootecniche principali è stata effettuata con riferimento alla situazione osservata nel 2006, ad eccezione delle imprese della Sardegna per le quali l anno di riferimento è stato il 2007. Rispetto a questi risultati che identificano la performance aziendale nell anno base, sono stati valutati gli effetti dei cambiamenti nell alimentazione del bestiame con la sostituzione della soia con altra soia certificata non gm e con altre fonti proteiche. 1.2.1 Determinazione dei risultati economici delle aziende A. Attivo Per quanto riguarda la determinazione della PLV derivante dalla vendita dei prodotti delle coltivazioni, si è deciso di considerare solo le foraggere, in quanto riconducibili all attività di allevamento. I risultati economici delle diverse imprese sono stati stimati sia con gli aiuti disaccoppiati che senza di questi. Il pagamento unico aziendale e gli altri aiuti sono stati desunti dai questionari. Nelle aziende in cui accanto all attività di allevamento coesistevano altre produzioni, il pagamento unico aziendale è stato attribuito in funzione della superficie destinata alle diverse attività. Viceversa, i premi accoppiati a produzioni non ricollegabili all attività zootecnica non sono stati conteggiati mentre ovviamente i premi accoppiati alle produzioni dell allevamento sono stati considerati in toto. B. Passivo Sono stati calcolati innanzitutto i costi espliciti, vale a dire quelli relativi a tutti i fattori e mezzi tecnici effettivamente acquistati dalle aziende, la cui entità è stata rilevata attraverso le interviste cui sono state sottoposte le imprese studiate. Tali spese comprendevano in particolare le seguenti voci: sementi, antiparassitari, diserbanti, fertilizzanti, contoterzista, spese veterinarie, altri costi generali, altri materiali di consumo, manodopera salariata, affitti. Quando non esplicitate nel questionario, si è reso necessario provvedere alla stima delle quote di manutenzione, ammortamento ed assicurazione. Le quote di manutenzione sono 8

Valutazione tecnica ed economica dell'introduzione di granelle proteiche non OGM nella razione alimentare di bovini da carne e ovini state stimate pari allo 0,5% del valore per i miglioramenti fondiari e del 3% per le macchine, mentre le quote di ammortamento sono state stimate applicando alla metà del valore a nuovo dei beni un coefficiente di 0,03 per i fabbricati e di 0,10 per le macchine. I costi relativi ai fattori di produzione immessi dall imprenditore e dalla famiglia, descritti di seguito, sono stati stimati ricorrendo al criterio dei costi opportunità. La remunerazione del lavoro familiare è stata stimata partendo dalle ore di lavoro destinate all attività di allevamento, desunte dai dati sull impiego della manodopera raccolti nel corso delle interviste. Ad esse è stata applicata la remunerazione oraria ottenuta dai salari medi giornalieri degli operai agricoli, differenziati su base provinciale, stilati annualmente dal Ministero del Lavoro. Come riferimento è stata considerata la categoria degli operai a tempo indeterminato qualificati. I contributi previdenziali, qualora non esplicitati, sono stati stimati sulla base della normativa vigente sui trattamenti pensionistici obbligatori dei coltivatori diretti. La remunerazione del capitale d esercizio è stata stimata applicando al valore medio del capitale un tasso desunto sulla base degli impieghi alternativi dello stesso, risultato pari al 3%. Per quanto riguarda l interesse sulle macchine il tasso scelto è stato applicato al valore medio calcolato: (valore iniziale + valore finale)/2. Le scorte circolanti mediamente presenti sono state ritenute pari a metà del loro valore complessivo, mentre il valore del bestiame mediamente presente in stalla è stato stimato ponderandolo in base al tempo di permanenza dei singoli capi in azienda oppure, in mancanza di dati sufficientemente dettagliati, come media tra il valore delle scorte iniziali e finali. Il capitale di anticipazione è stato considerato trascurabile per le aziende sarde, caratterizzate da cicli di vendita del prodotto piuttosto brevi, mentre per le aziende bovine di Marche, Toscana e Veneto il periodo medio di anticipazione è stato stimato in tre mesi, sulla base dei cicli di produzione e di vendita semestrali attuati. Per il capitale fondiario è stata considerata una remunerazione pari al 2% del valore, in linea con il rapporto esistente tra il valore del capitale fondiario e gli affitti praticati per i terreni agricoli. Partendo dalle elaborazioni descritte si è provveduto, per ciscun allevamento studiato, a stimare il reddito netto aziendale. Tale elaborazione è stata prodotta sia al lordo che al netto dei premi comunitari. Per valutare il risultato economico ottenuto dalle imprese è stato impiegato l indice di efficienza (I eff), finalizzato a valutare la stabilità nel lungo termine dei sistemi aziendali. L indice è ottenuto confrontando il reddito netto aziendale, col reddito netto, stimato ai costi opportunità, dei fattori immessi dall imprenditore e dalla sua famiglia. Ieff = RN RNco RN = lav * co. lav + cap * co. cap + capf * co. capf 9

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI dove: RN= reddito netto lav = lavoro (ore) cap = capitale d esercizio capf = capitale fondiario I eff = indice di efficienza RN co = reddito netto ai costi opportunità co.lav= costo opportunità del lavoro co.cap = costo opportunità del capitale d esercizio co.capf. = costo opportunità del capitale fondiario La natura dell indice fa sì che esso assuma valore pari a uno quando i fattori di proprietà dell imprenditore impiegati in azienda (lavoro, capitale d eserizio e capitale fondiario) sono remunerati secondo il loro costo di opportunità. Questa circostanza rappresenta una situazione di equilibrio di lungo periodo per l impresa. Viceversa se i valori dell indice sono maggiori di uno l impresa oltre a remunerare le risorse aziendali al loro costo di opportunità realizza un profitto positivo. Invece, se l indice è minore di uno, l impresa non riesce a remunerare le risorse al loro costo di opportunità, risultando non competitiva (Cioffi e Sorrentino, 1997). 1.2.2 Determinazione del costo unitario di produzione Le diverse caratteristiche dei quattro campioni di aziende esaminate hanno richiesto l adozione di tre differenti approcci per la stima dei costi di produzione: 1) Allevamento di bovini da ingrasso (campioni di Veneto e Toscana); 2) Allevamento di bovini a ciclo chiuso (Marche); 3) Allevamenti di ovini per la produzione di latte e carne. 1) Per le aziende di bovini da carne a ciclo aperto che praticavano il solo ingrasso si è calcolato il costo unitario di produzione dividendo tutte le spese sostenute (incluso l acquisto dei ristalli) per la carne prodotta al lordo degli acquisti stessi (in quantità), data dalla formula: (Vendite) + (Inventario Finale - Inventario Iniziale). 2) Le aziende delle Marche, invece, come già descritto effettuavano l allevamento di vitelloni a ciclo chiuso adottando la linea vacca-vitello; quindi, solitamente la rimonta era interna, ma non mancavano casi, se pur rari, di acquisto di capi, sia riproduttori che da ingrasso. Per queste ragioni, per il gruppo delle Marche i costi di produzione sono stati calcolati sulla carne prodotta al lordo degli acquisti (Vendite + Inventario Finale - Inventario Iniziale), che appariva la più idonea a valutare mediante lo stesso metodo sia le aziende con rimonta interna che quelle con rimonta mista. Una peculiarità dell allevamento con linea vacca-vitello è la presenza tra le vendite delle vacche a fine carriera. Il valore unitario di questi capi è inferiore a quello dei vitelli, che rappresentano la produzione principale di carne dell azienda. Pertanto nella stima del costo di produzione della carne, si è preferito non includere i riproduttori venduti a fine carriera, ma considerare il valore della loro vendita come un minore costo. 3) Per le aziende ovine della Sardegna la produzione (secondaria) di carne aveva un incidenza non del tutto trascurabile, rappresentando mediamente un quarto del valore 10

Valutazione tecnica ed economica dell'introduzione di granelle proteiche non OGM nella razione alimentare di bovini da carne e ovini della produzione dell allevamento ovino. Per questo motivo i costi di produzione dei due prodotti (latte e carne), sono stati ottenuti ripartendo le spese relative all allevamento in proporzione alla loro incidenza sul valore della produzione complessiva. In tutti i gruppi, per le aziende non completamente specializzate, gli eventuali costi congiunti con altre produzioni sono stati attribuiti in proporzione al contributo dell allevamento alla PLV aziendale. Il costo di produzione è stato poi confrontato col valore delle produzioni e col prezzo di vendita del prodotto. Infatti, mentre nel caso del latte il valore unitario della produzione coincide col prezzo di vendita, ciò può non valere per la carne quando la differenza tra gli inventari di stalla di inizio e fine anno è diversa da zero. Per esplicitare l influenza delle politiche di sostegno del reddito, il valore delle produzioni è stato elaborato anche al lordo di premi. L analisi dei costi è proseguita quindi attraverso la stima dei costi in fissi e variabili, distinti come segue. Costi fissi: remunerazione del lavoro familiare; remunerazione dei salariati fissi; ammortamenti e manutenzioni dei capitali aziendali; imposte, contributi e oneri sociali connessi ai salariati fissi e al lavoro familiare; remunerazione del capitale fondiario di proprietà; remunerazione del capitale di esercizio ivi incluso il bestiame allevato. Costi variabili: remunerazione del lavoro salariato avventizio inclusi oneri sociali e contributi; capitali di scorta relativi all attività di produzione zootecnica e corrispondenti interessi (mangimi, sementi, carburanti, ecc...); assicurazioni; affitti; interessi sul capitale di anticipazione; altri costi generali (telefono, quote associative, consulenze, ecc ). Una particolare attenzione è stata rivolta all incidenza dei costi legati all alimentazione del bestiame allevato, evidenziando in particolare l incidenza dell acquisto di alimenti. 1.3 RISULTATI 1.3.1 Redditività dei sistemi di produzione Nel campione di allevamenti del Veneto l indice di efficienza (I eff) mostrava mediamente il livello più alto tra tutti i gruppi in studio, sia al netto che al lordo dei premi. Tuttavia, andando a valutare le singole aziende è possibile evidenziare come redditività ed efficienza fossero caratterizzate da una forte disomogeneità all interno del campione (Tabella 1.3). Infatti, mentre da un lato vi erano aziende con livello di 11

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI competitività molto elevato, dall altro si riscontravano realtà nelle quali solo in virtù dei premi comunitari il reddito netto dell allevamento riusciva a raggiungere valori positivi. Nel campione delle Marche l I eff medio rimaneva al di sotto livello della soglia di equilibrio sia al netto che al lordo dei premi, ma anche in questo campione si registravano forti differenze tra le diverse aziende. Negli allevamenti di vitelloni toscani si registrava un minor numero di valori negativi del reddito netto rispetto agli altri allevamenti bovini, pur in presenza di un I eff mediamente al di sotto dell unità anche al lordo dei premi. In questa situazione, tuttavia, ben tre aziende superavano tale soglia. Gli allevamenti ovini erano caratterizzati dal più basso livello di efficienza tra i gruppi in studio (sia al netto che al lordo dei premi). Ciononostante l indice di efficienza rimaneva nella totalità dei casi positivo anche in assenza dei premi, in virtù di un incidenza dei costi espliciti complessivamente bassa. In questo campione nessuna delle aziende raggiungeva la soglia dell unità per l I eff, neanche conteggiando il contributo dei premi comunitari. Nel complesso, il livello di efficienza al lordo dei premi appariva tendenzialmente correlato alla dimensione produttiva delle aziende, specie nel gruppo veneto (Fig. 1.1), mentre meno forte risultava questa relazione negli altri campioni, probabilmente anche in conseguenza della maggiore omogeneità interna agli stessi (Figg. 1.2, 1.3, 1.4). 12

Valutazione tecnica ed economica dell'introduzione di granelle proteiche non OGM nella razione alimentare di bovini da carne e ovini Tabella 1.3 Reddito netto e indice d efficienza nei diversi campioni indice al netto dei premi 13 al lordo dei premi azienda RN- I eff RN- I eff VENETO VENETO- 08-21,566-0.45 1,877 0.04 VENETO- 10-27,485-0.37 2,653 0.04 VENETO- 05 94,719 0.53 146,394 0.82 VENETO- 01 140,569 1.43 172,673 1.75 VENETO- 04-17,839-0.19 123,606 1.34 VENETO- 03 49,180 0.53 137,004 1.48 VENETO- 07-4,383-0.03 105,521 0.61 VENETO- 02-17,508-0.08 367,649 1.61 VENETO- 06 1,007,537 2.16 1,393,558 2.99 VENETO- 09 755,446 2.03 1,291,913 3.47 MEDIA 195,867 1.07 374,285 2.05 MARCHE MARCHE- 10-3,547-0.18 3,816 0.19 MARCHE- 05-6,604-0.46 396 0.03 MARCHE- 09 8,355 0.47 11,255 0.63 MARCHE- 07 4,048 0.23 9,898 0.57 MARCHE- 06 9,980 0.46 19,211 0.88 MARCHE- 04 24,876 1.02 34,876 1.43 MARCHE- 03-3,441-0.06 14,059 0.23 MARCHE- 02-24,813-0.37-24,143-0.36 MARCHE- 08 108,974 1.91 146,474 2.57 MEDIA 11,499 0.37 21,520 0.69 TOSCANA TOSCANA- 05 2,789 0.33 2,789 0.33 TOSCANA- 04-1,208-0.12 474 0.05 TOSCANA- 10 2,005 0.23 2,855 0.32 TOSCANA- 07 8,724 0.56 11,074 0.71 TOSCANA- 02 12,091 0.74 15,673 0.96 TOSCANA- 08 2,695 0.15 5,425 0.30 TOSCANA- 01 12,097 0.71 14,077 0.82 TOSCANA- 09 15,279 1.02 21,045 1.41 TOSCANA- 03 17,850 0.84 21,950 1.03 TOSCANA- 06 31,120 0.98 41,850 1.32 MEDIA 10,344 0.64 13,721 0.85 SARDEGNA SARDEGNA- 08-480 -0.01 13,520 0.38 SARDEGNA- 09 5,422 0.11 15,422 0.31 SARDEGNA- 01 4,161 0.13 24,161 0.75 SARDEGNA- 03 9,866 0.14 18,866 0.27 SARDEGNA- 10 10,494 0.30 30,494 0.86 SARDEGNA- 02-6,895-0.07 79,305 0.77 SARDEGNA- 07 13,490 0.19 28,490 0.40 SARDEGNA- 05 13,693 0.32 31,693 0.74 SARDEGNA- 06 23,120 0.50 39,120 0.84 SARDEGNA- 04 27,102 0.37 39,102 0.53 MEDIA 9,997 0.18 32,017 0.57 nota: aziende ordinate per livello produttivo crescente

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI Figura 1.1 - Andamento dell Indice di efficienza all aumentare del livello produttivo Veneto (prezzi 2006) Figura 1.2 - Andamento dell Indice di efficienza all aumentare del livello produttivo Marche (prezzi 2006) 14

Valutazione tecnica ed economica dell'introduzione di granelle proteiche non OGM nella razione alimentare di bovini da carne e ovini Figura 1.3 - Andamento dell Indice di efficienza all aumentare del livello produttivo Toscana (prezzi 2006) Fig. 1.4 Andamento dell Indice di efficienza all aumentare del livello produttivo Sardegna (prezzi 2007) 15

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI 1.3.2 Stima dei costi di produzione Il confronto tra i costi di produzione ed il valore unitario della carne nelle aziende venete mostra come tendenzialmente il primo superasse il secondo al netto dei premi, ma non al lordo dei premi (Tabella 1.4). In particolare, le aziende in maggiore difficoltà erano quelle di dimensione più piccola; infatti, come si nota dalla Fig. 1.5 risultava evidente il legame inverso tra costo unitario di produzione e dimensione produttiva. Questa relazione traspare in maniera piuttosto evidente anche dall analisi sui dati relativi alla produttività (Tabella 1.5). In generale, l acquisto dei capi da ristallo rappresentava la voce di costo più ingente, con una incidenza media del 68%. Altra voce di rilievo era quella relativa ai costi per l acquisto di alimenti che raggiungeva in media il 15% del costo totale (Fig. 1.7), pari a 0,34 /kg di carne prodotta (Tabella 1.6), mentre le spese varie erano il 7%. Tra gli alimenti acquistati, i mangimi composti e la soia erano quelli ad avere la maggiore incidenza sui costi. Il lavoro, in prevalenza salariato, incideva per il 3% sui costi complessivi. Tuttavia, tale quota superava ampiamente il 5% nelle aziende minori, dove, però, la manodopera era prevalentemente di origine familiare. Gli interessi sul capitale rappresentavano in media il 5% dei costi, mentre le quote sfioravano il 2%. Tale struttura dei costi si è tradotta in incidenza molto bassa dei costi fissi, che infatti rappresentavano mediamente solo il 6% del totale, ma è evidente come la loro influenza cambiasse nelle diverse imprese in studio, superando il 17% nelle tre aziende più piccole (Fig. 1.6). Nel campione delle aziende marchigiane il costo unitario superava sempre il valore della produzione sia al netto che al lordo dei premi (Tabella 1.4). Fa accezione la sola azienda n.8, che peraltro presentava decisamente le maggiori dimensioni ed i migliori livelli di produttività (Tabella 1.5). La principale voce di costo era rappresentata dal lavoro, prestato quasi esclusivamente da familiari, che incideva per il 25% sul costo pieno. Altra voce di rilievo era quella relativa all acquisto dei mezzi tecnici, inclusi carburante ed energia, che incidevano per il 24,5 %. La spesa sostenuta per l acquisto di alimenti raggiungeva in media il 9% del costo totale, corrispondente a 0,45 /kg di carne (Tab.1.6), mostrando, tuttavia, una grande variabilità in funzione del diverso grado di autoapprovvigionamento delle aziende (Fig. 1.10). Tra gli alimenti acquistati prevalevano i mangimi composti e la granella di mais, mentre l incidenza della farina di soia era mediamente piuttosto bassa. Tra le altre voci pesavano in maniera rilevante sui costi gli ammortamenti (18%) e gli interessi sul capitale investito (12%), mentre l acquisto del ristallo incideva solo per il 2%. Complessivamente i costi fissi mostravano una forte incidenza in tutte le aziende, nonostante l andamento decrescente in funzione della dimensione produttiva (Fig. 1.9), stabilendosi mediamente intorno al 58%. 16

Valutazione tecnica ed economica dell'introduzione di granelle proteiche non OGM nella razione alimentare di bovini da carne e ovini Anche nel campione di aziende della Toscana si può notare l influenza della dimensione dell attività sul costo di produzione (Fig. 1.11), analogamente a quanto si verificava per indici di produttività (Tabella 1.5). Inoltre, il livello del costo unitario appariva piuttosto prossimo a quello della produzione al lordo dei premi (Tabella 1.4). Così come per le aziende venete, anche in questo caso la principale voce di costo era rappresentata dall acquisto del bestiame da ristallo (46%) seguita a distanza dal lavoro (19%), quasi esclusivamente di origine familiare. La spesa sostenuta per l acquisto di alimenti sfiorava mediamente il 12% del costo totale, pari a 0,46 /kg di carne prodotta (Tabella 1.6), seppur con una certa variabilità interaziendale (Fig. 1.13). I rimanenti costi si suddividevano in maniera piuttosto equilibrata tra interessi (10%), spese varie (8%) ed ammortamenti (6%). In virtù della forte incidenza degli esborsi per l acquisto della rimonta, i costi erano prevalentemente variabili, con una quota media di costi fissi del 32% (Fig. 1.12). Anche negli allevamenti ovini della Sardegna il costo unitario risultava sempre al di sopra della soglia del valore della produzione, sia al netto che al lordo dei premi (Tabella 1.4). La Tabella 1.5 e la Fig. 1.14 mostrano come la dimensione produttiva avesse un effetto sul costo di produzione e sulla produttività non sempre univoco, specie se si escludono le due aziende più piccole. La maggior parte dei costi era costituita da costi fissi, che mediamente si collocavano al 72%, seppur con delle oscillazioni all interno del campione (Fig. 1.15). A determinare questo risultato contribuiva in maniera fondamentale l incidenza del lavoro familiare, che rappresentava quasi il 50% dei costi. La spesa sostenuta per l acquisto di alimenti, costituiti prevalentemente da mangimi composti, pur caratterizzata da una forte variabilità interaziendale (Fig. 1.16), raggiungeva in media il 9% del costo totale, incidendo per 0,10 per kg di latte (Tabella 1.8). Piuttosto importante appariva l incidenza degli interessi sui capitali (11%) mentre gli ammortamenti si collocavano intorno al 5%. Le altre spese, costituite in prevalenza da mezzi tecnici, raggiungevano in media quasi il 17% dei costi. 17

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI Tabella 1.4 Confronto tra il costo e valore unitario delle produzioni nei diversi campioni indice carne ( /kg) azienda cu prod. val. prod. val. prod. +premi prezzo vendita VENETO VENETO 08 2.87 2.27 2.50 2.49 VENETO 10 2.73 2.20 2.35 2.29 VENETO 05 3.00 2.81 2.92 2.30 VENETO 01 2.40 2.52 2.60 2.33 VENETO 04 2.54 2.37 2.59 2.28 VENETO 03 2.38 2.33 2.44 2.65 VENETO 07 2.36 2.24 2.27 2.23 VENETO 02 2.43 2.31 2.49 2.12 VENETO 06 2.29 2.27 2.39 2.16 VENETO 09 2.20 2.38 2.45 2.20 MEDIA 2.35 2.32 2.45 2.26 MARCHE MARCHE- 01 6.62 3.44 4.05 3.36 MARCHE- 10 8.99 3.69 5.28 3.79 MARCHE- 05 7.56 3.35 4.65 2.57 MARCHE- 09 4.40 3.28 3.73 3.26 MARCHE- 07 5.16 3.67 4.50 3.39 MARCHE- 06 4.51 3.58 4.58 3.41 MARCHE- 04 5.29 5.49 6.16 5.62 MARCHE- 03 6.05 3.75 4.47 3.93 MARCHE- 02 6.65 3.71 3.71 3.66 MARCHE- 08 2.48 3.52 4.23 3.52 MEDIA 4.81 3.76 4.41 3.62 TOSCANA TOSCANA- 05 5.34 4.48 4.48 3.85 TOSCANA- 04 5.36 3.58 3.91 3.46 TOSCANA- 10 4.19 3.54 3.65 3.62 TOSCANA- 07 4.67 4.31 4.52 3.65 TOSCANA- 02 4.58 4.41 4.72 4.43 TOSCANA- 08 4.21 3.29 3.49 3.25 TOSCANA- 01 3.28 3.12 3.26 3.31 TOSCANA- 09 3.56 3.29 4.00 3.53 TOSCANA- 03 3.88 3.85 4.01 3.59 TOSCANA- 06 3.50 3.59 3.92 3.36 MEDIA 3.96 3.73 3.96 3.51 18

Valutazione tecnica ed economica dell'introduzione di granelle proteiche non OGM nella razione alimentare di bovini da carne e ovini latte ( /kg) SARDEGNA cu prod. val. prod. val.prod.+ premi carne ( /kg) costo unit. val. prod. val. prod. + premi prezzo vendita SARDEGNA- 08 2.05 0.62 1.21 7.22 2.19 4.25 2.19 SARDEGNA- 09 2.13 0.65 1.00 8.91 2.71 4.17 2.71 SARDEGNA- 01 1.21 0.67 1.09 4.82 2.67 4.40 2.67 SARDEGNA- 03 1.70 0.60 0.77 8.15 2.87 3.70 2.87 SARDEGNA- 10 1.23 0.78 1.18 4.20 2.67 4.03 2.67 SARDEGNA- 02 1.09 0.73 0.99 3.16 2.40 2.79 2.33 SARDEGNA- 07 1.46 0.61 0.84 6.04 2.64 3.45 2.31 SARDEGNA- 05 0.91 0.62 0.80 3.93 2.68 3.46 2.68 SARDEGNA- 06 0.94 0.67 0.87 3.98 2.85 3.69 2.85 SARDEGNA- 04 1.05 0.65 0.76 4.42 2.74 3.21 2.74 MEDIA 1.20 0.66 0.88 4.53 2.64 3.46 2.61 nota: aziende ordinate per livello produttivo crescente 19

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI Tabella 1.5 - Indici di produttività nei diversi campioni indice produttività carne carne prod.-uls(kg) ulu/100uba azienda prod.(kg) kg /capo kg/h lav allevato* VENETO VENETO 08 102,366 48,446 1.21 310.55 19.41 VENETO 10 178,347 82,313 0.88 315.38 27.06 VENETO 05 398,660 172,899 1.07 396.56 28.17 VENETO 01 410,710 211,371 0.74 546.18 52.11 VENETO 04 627,978 281,438 1.08 622.65 43.67 VENETO 03 761,082 234,699 0.62 474.14 57.86 VENETO 07 1,353,630 596,187 0.50 388.14 58.80 VENETO 02 2,063,779 749,896 0.68 553.02 61.63 VENETO 06 3,233,008 1,394,623 0.52 477.94 69.68 VENETO 09 3,688,681 1,691,481 0.30 413.87 104.26 MEDIA 1,281,824 546,335 0.53 452.11 64.44 MARCHE MARCHE- 01 3,200 3,200 3.68 533.33 3.66 MARCHE- 10 4,657 4,657 1.94 310.44 4.66 MARCHE- 05 4,510 5,112 2.19 393.23 5.04 MARCHE- 09 6,430 7,080 2.65 590.00 5.90 MARCHE- 07 7,033 8,033 2.25 446.30 5.56 MARCHE- 06 9,167 9,167 1.81 366.67 6.28 MARCHE- 04 14,887 5,887 1.19 196.22 4.42 MARCHE- 03 24,297 24,297 2.15 485.93 5.99 MARCHE- 02 28,260 25,640 1.90 406.98 6.32 MARCHE- 08 52,900 56,500 1.24 565.00 12.76 MEDIA 15,534 14,957 1.76 450.52 7.17 TOSCANA TOSCANA- 05 4,692 2,672 9.02 534.33 4.49 TOSCANA- 04 5,032 3,232 5.87 403.96 5.21 TOSCANA- 10 7,515 4,845 6.90 605.63 6.65 TOSCANA- 07 11,360 6,430 5.68 401.88 5.36 TOSCANA- 02 11,464 8,254 3.84 412.70 8.14 TOSCANA- 08 13,287 8,887 4.80 444.33 7.01 TOSCANA- 01 13,740 10,840 6.14 722.67 8.91 TOSCANA- 09 17,453 8,253 3.73 434.39 8.82 TOSCANA- 03 26,133 15,883 2.66 429.28 12.22 TOSCANA- 06 32,584 23,074 2.30 404.81 13.35 MEDIA 14,326 9,237 3.92 450.58 8.71 20

Valutazione tecnica ed economica dell'introduzione di granelle proteiche non OGM nella razione alimentare di bovini da carne e ovini SARDEGNA Produzioni (kg) Lavoro Produttività (kg /h) latte carne h lav/capo ulu/100uba latte carne SARDEGNA- 08 15,000 2,530 18.56 6.52 4.17 0.70 SARDEGNA- 09 20,000 2,100 22.43 7.54 3.88 0.41 SARDEGNA- 01 35,000 3,050 12.71 4.43 10.80 0.94 SARDEGNA- 03 40,000 2,460 30.51 10.10 5.56 0.34 SARDEGNA- 10 40,000 3,050 12.71 4.43 12.35 0.94 SARDEGNA- 02 45,000 4,835 19.22 6.44 5.68 0.61 SARDEGNA- 07 51,000 3,330 26.77 9.00 7.08 0.46 SARDEGNA- 05 60,000 4,410 10.00 3.34 16.67 1.23 SARDEGNA- 06 63,500 3,970 11.46 3.80 17.64 1.10 SARDEGNA- 04 80,000 6,650 13.98 4.66 11.11 0.92 MEDIA 44,950 3,639 17.83 6.03 9.49 0.77 nota: aziende ordinate per livello produttivo crescente; * per le Marche = produzione di carne/vacca nutrice allevata 21

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI Tabella 1.6 - Incidenza dell acquisto di alimenti per chilo di prodotto nei diversi campioni gruppo azienda VENETO /kg carne MARCHE /kg carne TOSCANA /kg carne SARDEGNA /kg latte n.1 0.46 0.64 0.34 0.12 n.2 0.42 0.30 0.5 0.20 n.3 0.28 0.75 0.71 0.13 n.4 0.31 0.12 0.53 0.12 n.5 0.18 0.19 0.62 0.09 n.6 0.26 0.46 0.16 0.18 n.7 0.35 0.85 0.52 0.06 n.8 0.45 0.37 0.69 0.03 n.9 0.37 0.55 0.27 0.03 n.10 0.42 1.09 0.67 0.11 MEDIA 0.34 0.45 0.46 0.10 22

Valutazione tecnica ed economica dell'introduzione di granelle proteiche non OGM nella razione alimentare di bovini da carne e ovini Fig. 1.5 - Costo unitario in funzione del livello produttivo Veneto Fig. 1.6 - Incidenza percentuale dei costi fissi sul totale Veneto 23

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI Figura 1.7 - Incidenza percentuale acquisto di alimenti sui costi di produzione Veneto Figura 1.8 - Costo unitario in funzione del livello produttivo Marche 24

Valutazione tecnica ed economica dell'introduzione di granelle proteiche non OGM nella razione alimentare di bovini da carne e ovini Figura 1.9 - Incidenza percentuale dei costi fissi sul totale Marche Fig. 1.10 - Incidenza percentuale acquisto di alimenti sui costi di produzione Marche 25

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI Figura 1.11 - Costo unitario in funzione del livello produttivo Toscana Figura 1.12 - Incidenza percentuale dei costi fissi sul totale Toscana 26

Valutazione tecnica ed economica dell'introduzione di granelle proteiche non OGM nella razione alimentare di bovini da carne e ovini Figura 1.13 - Incidenza percentuale acquisto di alimenti sui costi di produzione Toscana Figura 1.14 - Costo unitario in funzione del livello produttivo Sardegna 27

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI Figura 1.15 - Incidenza percentuale dei costi fissi sul totale Sardegna Figura 1.16 - Incidenza percentuale acquisto di alimenti sui costi di produzione Sardegna 28

Valutazione tecnica ed economica dell'introduzione di granelle proteiche non OGM nella razione alimentare di bovini da carne e ovini 2 LA VALUTAZIONE DEGLI EFFETTI DELLA SOSTITUZIONE DELLA SOIA NELL ALIMENTAZIONE DEL BESTIAME 2.1 PREMESSA La soia e i suoi derivati rappresentano la principale fonte di proteine per gli allevamenti zootecnici. Il suo impiego per la produzione di oli vegetali e per l alimentazione del bestiame ha dato origine a una filiera integrata che è basata sull importazione di granella dai tre principali paesi produttori, Stati Uniti, Brasile ed Argentina, che da soli rappresentano circa l 80% della produzione (FAO media 2003-07) ed il 90% delle esportazioni (FAO media 2002-06), per lo più dirette verso l Europa e la Cina. Già allo stato attuale in questi paesi risultano coltivate prevalentemente varietà geneticamente modificate, specie negli USA ed in Argentina, dove queste cultivar superano il 90% della superficie seminata a soia. Tali quote sarebbero, secondo alcune stime, destinate ad aumentare ulteriormente. In particolare, rimarchevole risulterebbe l incremento della soia gm in Brasile, principale fornitore europeo di soia libera da ogm certificata, dove si passerebbe dal 65% di superficie gm del 2008 all 80% nel 2010 (Cardy-Brown Co. Ltd, 2008). La struttura dei prezzi delle proteaginose nell UE riflette la grande incertezza, se non confusione, che caratterizza la coltivazione e la commercializzazione di prodotti a base di soia. Infatti, se da un lato di fatto nell UE vige un bando diffuso per la coltivazione di varietà gm, dall altro, si importa da paesi che coltivano pressoché esclusivamente soia gm che viene poi impiegata (anche) nell alimentazione del bestiame. Ciò implica che tali prezzi probabilmente sono influenzati dall informazione limitata di cui oggi sono in possesso i consumatori di prodotti di origine animale, derivante dall assenza di una chiara distinzione tra le varie tipologie di allevamento in base dell uso di mangimi. Di conseguenza, se si dovesse pervenire a un assetto istituzionale dove i consumatori fossero 29

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI pienamente informati sulle caratteristiche dei prodotti di origine animale, non è da escludere che il livello dei prezzi delle proteaginose e i loro prezzi relativi potrebbero essere anche molto diversi da quelli attuali. Come si vedrà meglio e in maniera più diffusa più avanti, il lavoro ha simulato gli effetti sui risultati economici delle aziende di vari campioni nel 2006 (2007 per il campione della Sardegna), della sostituzione negli allevamenti analizzati della soia convenzionale con pisello proteico, favino e con soia certificata non gm di importazione. Il livello dei prezzi di questi prodotti osservato nel 2006 riflette, ovviamente, le condizioni di mercato esistenti in quell anno. Tuttavia, come detto sopra, se le condizioni di contesto dovessero spingere verso la sostituzione della soia convenzionale con altre proteiche, ciò potrebbe dare luogo a equilibri del mercato dei mangimi completamente diversi. In particolare, la crescita delle superfici coltivate di soia gm nei maggiori paesi produttori, potrebbe determinare un aumento del prezzo della soia certificata ogm free, a causa dell effetto congiunto derivante dalla crescente difficoltà dei Paesi produttori nel garantire la segregazione delle colture non transgeniche e della minore produzione, mentre il suo prezzo nel 2006 era allineato a quello della soia convenzionale. È evidente che un aumento della quotazione della soia certificata non gm, potrebbe far aumentare la domanda di leguminose alternative per le produzioni zootecniche libere da ogm, con la concreta possibilità che anche i loro prezzi subiscano incrementi rilevanti. L aumento dei prezzi di tali materie prime, ovviamente, avrebbe dirette ripercussioni anche sul prezzo dei mangimi composti ogm free. Inoltre, va anche tenuto presente che il prezzo di vendita di un mangime certificato ogm free potrebbe raggiungere un livello più alto rispetto a quello convenzionale, non soltanto per il maggior costo delle materie prime che lo compongono, ma anche per altre cause quali: la crescita della domanda di questi mangimi, le difficoltà per organizzare la fornitura di quantità adeguate di leguminose alternative (o soia ogm free), possibili comportamenti non concorrenziali delle imprese fornitrici di questa tipologia di mangimi. La stima delle probabili variazioni dei prezzi della soia certificata non gm e delle proteaginose alternative nello scenario descritto richiederebbe un altra ricerca con la costruzione di un vero e proprio modello di simulazione del settore che evidenzi le complesse interrelazioni di mercato esistenti a livello internazionale per la soia e gli effetti incrociati sulle altre proteaginose. Chiaramente questa sarebbe una vera e propria ricerca che richiederebbe risorse ad hoc. Pertanto, nelle simulazioni che andremo a sviluppare da un lato verranno presi in considerazione i prezzi dei prodotti interessati osservati nel 2006 e anche nel 2007. Inoltre verrà anche fatta un analisi di sensitività per valutare come cambierebbero i risultati economici delle imprese al variare dei prezzi dei prodotti di nostro interesse. 30

Valutazione tecnica ed economica dell'introduzione di granelle proteiche non OGM nella razione alimentare di bovini da carne e ovini 2.2 METODOLOGIA DI ANALISI Nei gruppi di aziende analizzati nella ricerca l impiego della soia nelle razioni alimentari appariva piuttosto diffuso (Tabella 2.1). In particolare, nelle aziende toscane e sarde la soia veniva introdotta attraverso i mangimi, mentre in quelle venete l origine della soia della razione appariva più diversificata, costituita, tuttavia, in prevalenza da farina di estrazione. Invece, nel gruppo delle Marche il ricorso alla soia risultava meno frequente e quasi sempre avveniva attraverso l impiego di mangimi composti. Tabella 2.1 - Prospetto riepilogativo sull acquisto di soia nelle aziende in studio PROG./ GRUPPO VENETO MARCHE TOSCANA SARDEGNA AZIENDA 01 farina e mangime no soia mangime mangime AZIENDA 02 mangime no soia mangime mangime AZIENDA 03 farina mangime mangime mangime AZIENDA 04 farina no soia mangime mangime AZIENDA 05 semi no soia mangime mangime AZIENDA 06 farina mangime mangime mangime AZIENDA 07 farina e mangime mangime mangime mangime AZIENDA 08 farina farina *** no soia AZIENDA 09 farina mangime mangime no soia AZIENDA 10 *** *** mangime mangime *** = manca il dettaglio sugli alimenti acquistati e sulle razioni praticate Partendo dal presupposto che la soia acquistata dalle aziende considerate fosse costituita da soia non certificata come priva di ogm, è stata simulata la sua sostituzione attraverso due diverse ipotesi alternative, andandone poi a valutare gli effetti prodotti sugli indicatori economici. Alcuni dati impiegati per le elaborazioni sono provenienti dalle indagini eseguite dalle unità di ricerca del CRPA di Reggio Emilia e dell Università di Pisa. Le due ipotesi alternative prodotte sono state così definite: Hp1 : Sostituzione mediante l impiego di altre leguminose, nello specifico pisello proteico e favino; Hp2: Sostituzione mediante l acquisto di soia non transgenica certificata di origine estera. 31

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI Nell ipotesi di sostituzione Hp1 l impiego di una proteaginosa alternativa (pisello proteico o favino), con caratteristiche nutrizionali diverse rispetto a quelle della soia, ha richiesto preliminarmente la definizione di una nuova razione alimentare, al fine di garantire un analogo contenuto di nutrienti rispetto alle diete rilevate (che indicheremo con razioni baseline). Tale riformulazione, curata dell unità di ricerca del CRPA, è stata effettuata per le aziende che impiegavano soia in semi o sotto forma di farina che, come si desume dalla Tabella 2.1, ricadevano tutte nel Veneto, a meno di un eccezione rappresentata da un azienda marchigiana. Per le aziende venete la soia è stata sostituita dal pisello proteico, mentre in quella marchigiana dal favino. Viceversa, l ipotesi Hp2 che simula la sostituzione della soia convenzionale con soia certificata ogm free, non ha richiesto l elaborazione di razioni diverse rispetto a quelle base. Nelle aziende che introducevano la soia sotto forma di mangimi composti, sotto entrambe le ipotesi, si è ipotizzato l acquisto di mangimi alternativi privi di soia non certificata ma caratterizzati da analoghi valori nutrizionali. Di conseguenza, anche in questo caso, non vi sono state modifiche nella composizione della dieta somministrata. Per simulare tale sostituzione sono stati presi come riferimento due diverse formule di mangimi contenenti soia (uno per le aziende del Veneto e un altro per quelle di Marche e Toscana), ipotizzando che la soia fosse sostituita da pisello e favino nell ipotesi Hp1 e dalla soia certificata non gm per l ipotesi Hp2 (Tabella 2.2). Anche la formulazione di questi mangimi è stata curata dall unità CRPA. Non essendo disponibile un elaborazione dei mangimi per le aziende della Sardegna, in questo caso si è deciso di impiegare i mangimi formulati per Marche e Toscana, dopo aver verificato che le caratteristiche nutrizionali degli stessi li rendevano appropriati all alimentazione degli ovini. Quindi, dei mangimi di partenza e delle relative alternative è stato calcolato un costo di riferimento (indicato come costo formula), utilizzando i prezzi delle materie prime rilevati dalla Camera di Commercio di Bologna e per favino e pisello proteico i prezzi ISMEA (Tabella 2.3). Attraverso le informazioni fornite dall unità dell Università di Pisa, relative ai costi per la produzione e la distribuzione commerciale dei mangimi (Tabella 2.4), è stato stimato un intervallo per il prezzo franco azienda dei mangimi, del quale è stato preso come riferimento per le nostre analisi il livello intermedio. Tali stime sono state effettuate sia a prezzi 2006 che a prezzi 2007 (Tabella 2.2). Va detto che se la produzione convenzionale e ogm free coesistono nello stesso mangimificio, andrebbe considerato un ulteriore costo legato alla pulizia dei mezzi di trasporto e dei macchinari, necessaria per riuscire a mantenere al di sotto dei limiti di legge la quota di soia gm contenuta nel mangime free. In particolare, per ridurre i residui di soia gm nei macchinari viene effettuato un lavaggio mediante soia certificata ogm free, che è impiegata poi per produrre mangime convenzionale fin quando il livello non torna 32

Valutazione tecnica ed economica dell'introduzione di granelle proteiche non OGM nella razione alimentare di bovini da carne e ovini al di sotto dei limiti di sicurezza. Si tratta, in pratica, di attività la cui incidenza sul costo di produzione varia in funzione del volume di mangime libero da ogm prodotto. Ciononostante, nelle nostre simulazioni tale onere non è stato considerato, in quanto dell indagine svolta dall unità di Pisa è emersa, da parte delle ditte mangimistiche, la tendenza a separare le produzioni ogm free dalle altre, collocandole in appositi impianti. Pertanto, in queste condizioni l unico elemento che può determinare una differenza nei prezzi diversi mangimi dovrebbe essere costituito dal prezzo delle materie prime. Per valutare gli effetti economici della sostituzione della soia attualmente impiegata nelle diete secondo l ipotesi Hp1, il costo della soia, dei suoi derivati e dei mangimi in cui è presente è stato sostituito dal costo del pisello proteico ed del favino o dei mangimi ottenuti con questi prodotti. I quantitativi di pisello proteico (favino) da acquistare sono stati stimati a partire dal confronto tra la razione base e l alternativa, supponendo che le quantità di alimenti acquistati dalle aziende fossero proporzionali a quelle dichiarate nelle razioni. In particolare, tale quantità è stata ottenuta moltiplicato il quantitativo di soia acquistato nel corso di un anno nell ipotesi baseline per il rapporto tra la quantità di pisello (favino) nella razione alternativa e quella di soia nella razione baseline. In maniera analoga, sono state stimate le variazioni negli acquisti degli altri alimenti le cui quantità mutavano tra le due razioni. Per il pisello proteico ed il favino sono stati presi come riferimento i prezzi ISMEA, senza applicare alcuna variazione, in quanto risultavano su livelli simili rispetto a quelli riscontrati nei questionari aziendali. La sostituzione in valore della soia (granella o farina) nell Hp2, restando invariate le quantità impiegate, è stata effettuata semplicemente applicando al prezzo baseline rilevato in azienda il differenziale di prezzo ottenuto dai dati della Camera di Commercio di Bologna (Tab 2.3). Analogamente si è proceduto per la sostituzione nei mangimi composti, sia per l ipotesi Hp1 che per l Hp2, applicando al prezzo baseline rilevato in azienda il differenziale di prezzo franco azienda stimato tra i diversi mangimi (Tabella 2.2). Attraverso la metodologia descritta è stato possibile confrontare la spesa sostenuta per l acquisto di alimenti ed il costo unitario del prodotto principale delle diverse ipotesi ai prezzi dell annata indagata, ovvero 2007 per la Sardegna, 2006 per gli altri campioni. Inoltre, considerando che tra il 2006 ed il 2007 i prezzi degli alimenti zootecnici hanno subito incrementi sensibili ma anche piuttosto variabili da un prodotto all altro, si è deciso di effettuare le elaborazioni relative ai costi per l acquisto degli alimenti a prezzi 2007 anche per gli allevamenti bovini, applicando per ognuno degli alimenti e dei mangimi acquistati le variazioni di prezzo di registrate dalla Camera di Commercio di Bologna. Infine, si specifica che per tali elaborazioni non sono state considerate le aziende prive dei dati relativi alle diete somministrate ed al dettaglio degli alimenti acquistati (Veneto: n 10; Marche: n 10; Toscana: n 8). 33

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI Si sottolinea come la stima del costo di produzione sia stata anno effettuata solo per il 2006 (2007 per la Sardegna), a causa della mancanza di dati aggiornati al 2007 per tutti gli altri mezzi tecnici e i fattori di produzione. Tabella 2.2 - Caratteristiche dei mangimi ipotizzati per i diversi campioni MANGIMI VENETO MARCHE/TOSCANA/SARDEGNA CON SOIA NON GM CON SOIA NON GM MATERIE PRIME (%) BASE con soia SENZA SOIA BASE con soia SENZA SOIA Farina Mais 30 25 30 30 24 30 Farina di soia estera 14 0 0 14 0 0 Farina di soia estera non gm 0 0 14 0 0 14 Farinacci - % 15 15 15 15 16 15 Semola glutinata di 10 10 10 10 10 10 mais Crusca 8 8 8 8 8 8 Girasole fe 10 15 10 10 15 10 Frumento 8 4 8 8 4 8 Melasso 4 0 4 4 0 4 Pisello proteico 0 8 0 0 9 0 Favino 0 15 0 0 13 0 UFC/q 90,48 89,64 90,48 90,48 88,24 90,48 UFL/q 93,20 93,48 93,20 93,20 92,28 93,20 PG - % 18,27 18,44 18,27 18,27 18,14 18,27 Costo formula - prezzi 2006 - /q Costo formula - prezzi 2007 - /q Costo franco azienda - prezzi 2006 - /q Costo franco azienda - prezzi 2007 - /q 14,58 14,02 14,78 14,58 13,77 14,78 19,84 21,41 20,18 19,84 21,11 20,18 27,80 27,19 28,01 27,80 26,92 28,01 33,54 35,26 33,91 33,54 34,93 33,91 34

Valutazione tecnica ed economica dell'introduzione di granelle proteiche non OGM nella razione alimentare di bovini da carne e ovini Tabella 2.3 - Variazione nei prezzi delle materie prime impiegate per la formulazione dei mangimi PREZZO 2006 PREZZO 2007 07/06 MATERIE PRIME ( /q) ( /q) % Farina Mais 17,79 23,38 + 31,4 Farina di soia estera 19,98 26,35 + 31,9 Farina di soia estera non gm 21,39 28,82 + 34,7 Farinacci 12,08 18,45 + 52,7 Semola glutinata di mais 11,95 16,30 + 36,5 Crusca 9,53 14,89 + 56,2 Girasole fe 10,79 17,29 + 60,2 Frumento 14,74 17,60 + 19,4 Melasso 10,43 10,23-2,0 Pisello proteico 14,00 31,00 + 121,4 Favino 16,50 28,00 + 69,7 Fonti: ISMEA per il favino e pisello proteico, CCIAA di Treviso per la semola di mais, CCIAA di Bologna per gli altri prodotti Tabella 2.4 - Struttura del costo dei mangimi costo sfridi (perdite tecniche) costo lavorazione industriale spese commercializzazione (pubblicità, assistenza tecnica, ecc ) spese trasporto valore 1% CF 7-8 /q 1,50 /q 1-3 /q provvigioni 3,5-4,5% spese generali (fatturazione, ecc) 3-4% nota: CF = costo della formula; fonte = Consorzio Agrario di Parma 35

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI Inoltre, per il gruppo del Veneto, nel quale l ipotesi Hp1 di sostituzione della soia comportava in molti casi modifiche nella composizione della razione alimentare, è stato effettuato anche un confronto tra i costi per capo allevato delle diverse razioni giornaliere, andando a valutare anche il costo delle unità foraggere e delle proteine grezze apportate attraverso la dieta. Anche in questo caso, il confronto è stato effettuato sia a prezzi 2006 che a prezzi 2007. Poiché i prezzi rilevati in azienda si riferivano al 2006, i prezzi 2007 sono stati determinati con lo stesso criterio descritto in precedenza, ovvero applicando ai valori rilevati per ognuno degli alimenti impiegati, dei differenziali ottenuti sulla base delle quotazioni registrate dalla Camera di Commercio di Bologna o ISMEA. Tuttavia, per alcuni alimenti, in mancanza di prezzi di rifermento, sono stati utilizzati i differenziali di prezzo applicati per prodotti analoghi (Tabella 2.5). Infine, in mancanza dei prezzi 2006 rilevati in azienda, è stato utilizzato il valore rilevato dalla Camera di Commercio di Bologna o in alternativa la media dei prezzi rilevati nelle altre aziende del medesimo campione. Tabella 2.5 - Alimenti privi di prezzi di riferimento ALIMENTO ALIMENTO - RIFERIMENTO PER I PREZZI silo mais granella di mais pastone di mais polpe di barbabietola insilate integratori vitaminici nuclei proteici luppolo grassi vegetali insilato di orzo lievito farina di orzo granella di mais polpe di barbabietola essiccate mangimi composti/integrati mangimi composti/integrati sottoprodotti per uso zootecnico derivati dai cerali sottoprodotti per uso zootecnico derivati da oleaginose orzo granella mangimi composti/integrati orzo granella Come discusso in premessa, molte considerazioni inducono a prospettare un aumento ulteriore nei prossimi anni del prezzo della soia ogm free e delle possibili leguminose alternative, per cui è apparso opportuno produrre un analisi di sensitività, valutando i risultati che l aumento del 100% del prezzo delle alternative alla soia gm, vale a dire pisello proteico e favino (Hp1) e soia certificata non gm (Hp2), determinava sugli indicatori economici nelle aziende dei campioni in studio nell anno 2006 (2007 per la Sardegna). 36

Valutazione tecnica ed economica dell'introduzione di granelle proteiche non OGM nella razione alimentare di bovini da carne e ovini Gli indicatori economici valutati sono stati il costo unitario del prodotto principale, la spesa affrontata per l acquisto degli alimenti, nonché la sua incidenza sul costo totale, il reddito netto e l indice di efficienza ( 1.2.1). 2.3 RISULTATI Le Tabelle 2.6 e 2.7 mostrano la variazione della spesa sostenuta per l acquisto di alimenti sotto le diverse ipotesi, nei quattro campioni in studio, rispettivamente per gli anni 2006 e 2007. Dal confronto tra la situazione baseline e l alternativa Hp1, emerge come la sostituzione della soia con altre leguminose risultasse conveniente a prezzi 2006 per tutte le imprese dei vari campioni esaminati, mentre a prezzi 2007 determinasse un incremento dei costi di alimentazione. Ciò è dovuto all andamento dei prezzi del favino e soprattutto del pisello proteico, risultati molto convenienti nel 2006 e invece aumentati in misura considerevole nel corso della successiva annata. Tali variazioni apparivano particolarmente accentuate nelle aziende venete, in virtù del più ingente ricorso alla soia nella formulazione delle razioni, mentre per il motivo opposto risultavano meno marcate in quelle marchigiane. Invece, nell ipotesi di sostituzione della soia convenzionale con soia non transgenica certificata (Hp2) si determinava un lieve incremento dei costi, con risultati analoghi in tutti i campioni e senza particolari differenze tra 2006 e 2007. Ciò è dovuto al fatto che, nei due anni considerati, le quotazioni del prodotto ogm free e di quello convenzionale non si sono differenziate di molto ed hanno assunto andamenti quasi paralleli. I dati mostrano anche come nel confronto tra le due ipotesi di sostituzione, prevalesse la Hp1 per il 2006 e l Hp2 per il 2007. Una conferma di queste tendenze è fornita dalla Tabella 2.8, che mostra l incremento più accentuato dei costi sostenuti per l acquisto di alimenti per l ipotesi Hp1, in tutti i gruppi di allevamenti bovini, mentre minime risultavano le differenze tra l Hp2 e la situazione baseline. 37

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI Tabella 2.6 - Acquisto di alimenti e mangimi sotto le diverse ipotesi (prezzi 2006) ipotesi senza soia con soia non gm baseline Hp1 Hp2 azienda var % var % VENETO VENETO 01 189,100 183,532-2.9 189,807 +0.4 VENETO 02 870,125 857,815-1.4 882,288 +1.4 VENETO 03 211,063 199,942-5.3 218,678 +3.6 VENETO 04 193,581 183,606-5.2 196,169 +1.3 VENETO 05 70,792 59,746-15.6 71,015 +0.3 VENETO 06 849,517 861,372 +1.4 852,830 +0.4 VENETO 07 474,892 468,711-1.3 479,304 +0.9 VENETO 08 46,228 44,550-3.6 46,436 +0.5 VENETO 09 1,362,060 1,285,405-5.6 1,381,493 +1.4 MEDIA 474,151 460,520-2.9 479,808 +1.2 MARCHE MARCHE 01 2,032 2,032 = 2,032 = MARCHE 02 8,560 8,560 = 8,560 = MARCHE 03 18,200 17,646-3.0 18,332 +0.7 MARCHE 04 1,800 1,800 = 1,800 = MARCHE 05 850 850 = 850 = MARCHE 06 4,200 4,067-3.2 4,232 +0.8 MARCHE 07 5,990 5,932-1.0 6,004 +0.2 MARCHE 08 19,500 19,656 +0.8 19,818 +1.6 MARCHE 09 3,535 3,444-2.6 3,557 +0.6 MEDIA 7,185 7,110-1.1 7,243 +0.8 TOSCANA TOSCANA 01 4,611 4,465-3.2 4,647 +0.8 TOSCANA 02 6,771 6,557-3.2 6,824 +0.8 TOSCANA 03 18,472 18,126-1.9 18,556 +0.5 TOSCANA 04 2,659 2,598-2.3 2,674 +0.6 TOSCANA 05 2,898 2,813-2.9 2,919 +0.7 TOSCANA 06 5,367 5,197-3.2 5,409 +0.8 TOSCANA 07 5,881 5,695-3.2 5,927 +0.8 TOSCANA 09 4,751 4,601-3.2 4,788 +0.8 TOSCANA 10 5,054 4,894-3.2 5,094 +0.8 MEDIA 6,274 6,105-2.7 6,315 +0.7 38

Valutazione tecnica ed economica dell'introduzione di granelle proteiche non OGM nella razione alimentare di bovini da carne e ovini Tabella 2.7 - Acquisto di alimenti e mangimi sotto le diverse ipotesi (prezzi 2007) ipotesi senza soia con soia non gm baseline Hp1 Hp2 azienda var % var % VENETO VENETO 01 252,113 269,407 +6.9 254,647 +1.0 VENETO 02 1,083,524 1,118,196 +3.2 1.091,123 +0.7 VENETO 03 253,563 277,591 +9.5 257,877 +1.7 VENETO 04 207,135 238,855 +15.3 211,719 +2.2 VENETO 05 97,254 117,360 +20.7 97,793 +0.6 VENETO 06 1,220,708 1,306,211 +7.0 1,225,847 +0.4 VENETO 07 661,661 728,146 +10.0 667,637 +0.9 VENETO 08 64,669 67,822 +4.9 64,973 +0.5 VENETO 09 1,851,820 2,091,1270 +12.9 1,880,427 +1.5 MEDIA 632,494 690,524 +9.2 639,037 +1.0 MARCHE MARCHE 01 2,707 2,707 = 2,707 = MARCHE 02 11,927 11,927 = 11,927 = MARCHE 03 21,958 21,990 +0.1 22,195 +1.1 MARCHE 04 1,801 1,801 = 1,801 = MARCHE 05 1,159 1,159 = 1,159 = MARCHE 06 5,067 5,278 +4.1 5,124 +1.1 MARCHE 07 7,924 8,008 +1.1 7,947 +0.3 MARCHE 08 27,419 29,612 +8.0 27,880 +1.7 MARCHE 09 4,565 4,747 +4.0 4,602 +0.8 MEDIA 9, 392 9,692 +3.2 9,482 +1.0 TOSCANA TOSCANA 01 5,563 5,794 +4.1 5,625 +1.1 TOSCANA 02 8,169 8,508 +4.1 8,261 +1.1 TOSCANA 03 22,286 24,229 +8.7 23,830 +6.9 TOSCANA 04 3,056 3,152 +3.1 3,082 +0.9 TOSCANA 05 3,496 3,626 +3.7 3,527 +0.9 TOSCANA 06 6,475 6,744 +4.1 6,548 +1.1 TOSCANA 07 7,096 7,390 +4.1 7,175 +1.1 TOSCANA 09 5,732 5,970 +4.1 5,796 +1.1 TOSCANA 10 6,098 6,351 +4.1 6,167 +1.1 MEDIA 7,552 7,974 +5.6 7,779 +3.0 SARDEGNA SARDEGNA 01 5,760 5,999 +4.1% 5,825 +1.1 SARDEGNA 02 15,330 15,903 +3.7% 15,485 +1.0 SARDEGNA 03 6,600 6,874 +4.1% 6,674 +1.1 SARDEGNA 04 12,600 13,123 +4.1% 12,741 +1.1 SARDEGNA 05 7,800 8,124 +4.1% 7,888 +1.1 SARDEGNA 06 14,100 14,498 +2.8% 14,208 +0.8 SARDEGNA 07 4,140 4,312 +4.1% 4,186 +1.1 SARDEGNA 08 620 620 = 620 = SARDEGNA 09 760 760 = 760 = SARDEGNA 10 5,760 5,999 +4.1 5,825 +1.1 MEDIA 7,347 7,621 +3.7 7,421 +1.0 39

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI Tabella 2.8 - Variazioni medie nell acquisto di alimenti e mangimi nei diversi gruppi confronto 2007/2006 ipotesi senza soia con soia non gm baseline Hp1 Hp2 gruppo VENETO +33.4% +49.9% +33.2% MARCHE +30.7% +36.3% +30.9% TOSCANA +20.4% +30.6% +23.2% Il secondo indicatore impiegato per valutare le diverse alternative si è avuto confrontando il costo unitario del prodotto principale (a prezzi 2007 per la Sardegna e a prezzi 2006 per gli altri gruppi) nella situazione baseline e nelle due ipotesi sostitutive (Tabella 2.9). Si può notare come questo indice sia risultato nel complesso poco sensibile alle variazioni di costo registrate in tutti i campioni analizzati. 40

Valutazione tecnica ed economica dell'introduzione di granelle proteiche non OGM nella razione alimentare di bovini da carne e ovini Tabella 2.9 - Costo unitario del prodotto principale sotto le diverse ipotesi ipotesi senza soia con soia non gm baseline Hp1 Hp2 azienda costo /Kg costo /Kg variazione % costo /Kg variazione % VENETO prodotto: carne bovina - prezzi 2006 VENETO 01 2.40 2.39-0.58 2.40 +0.07 VENETO 02 2.43 2.42-0.25 2.43 +0.25 VENETO 03 2.38 2.37-0.63 2.39 +0.43 VENETO 04 2.54 2.52-0.64 2.54 +0.17 VENETO 05 3.00 2.97-0.94 3.00 +0.02 VENETO 06 2.29 2.30 +0.18 2.30 +0.05 VENETO 07 2.36 2.36-0.20 2.36 +0.14 VENETO 08 2.87 2.86-0.58 2.87 +0.07 VENETO 09 2.20 2.18-0.97 2.20 +0.25 MEDIA 2.34 2.33-0.42 2.35 +0.18 MARCHE prodotto: carne bovina - prezzi 2006 MARCHE 01 6.62 6.62 = 6.62 = MARCHE 02 6.65 6.65 = 6.65 = MARCHE 03 6.05 6.02-0.46 6.05 +0.01 MARCHE 04 5.29 5.29 = 5.29 = MARCHE 05 7.56 7.56 = 7.56 = MARCHE 06 4.51 4.50-0.24 4.52 +0.16 MARCHE 07 5.16 5.15-0.24 5.16-0.05 MARCHE 08 2.48 2.48 +0.20 2.49 +0.32 MARCHE 09 4.40 4.39-0.27 4.41 +0.12 MEDIA 4.69 4.68-0.09 4.69 +0.08 TOSCANA prodotto: carne bovina - prezzi 2006 TOSCANA 01 3.28 3.27-0.33 3.28 +0.08 TOSCANA 02 4.58 4.56-0.42 4.58 +0.10 TOSCANA 03 3.88 3.86-0.35 3.88 +0.09 TOSCANA 04 5.36 5.34-0.23 5.36 +0.06 TOSCANA 05 5.34 5.32-0.35 5.35 +0.09 TOSCANA 06 3.50 3.49-0.15 3.50 +0.04 TOSCANA 07 4.67 4.65-0.36 4.67 +0.09 TOSCANA 09 3.56 3.56-0.25 3.57 +0.06 TOSCANA 10 4.19 4.17-0.52 4.20 +0.13 MEDIA 3.88 3.87-0.31 3.88 +0.08 SARDEGNA prodotto: latte ovino - prezzi 2007 SARDEGNA 01 1.21 1.21 = 1.21 +0.12 SARDEGNA 02 1.09 1.10 +0.68 1.09 +0.18 SARDEGNA 03 1.70 1.71 +0.32 1.71 +0.09 SARDEGNA 04 1.05 1.05 +0.47 1.05 +0.13 SARDEGNA 05 0.91 0.91 +0.43 0.91 +0.12 SARDEGNA 06 0.94 0.94 +0.54 0.94 +0.15 SARDEGNA 07 1.46 1.46 +0.18 1.46 +0.05 SARDEGNA 08 2.05 2.05 = 2.05 = SARDEGNA 09 2.13 2.13 = 2.13 = SARDEGNA 10 1.23 1.23 +0.39 1.23 +0.11 MEDIA 1.20 1.21 +0.65 1.20 +0.18 41

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI La Tabella 2.10 riferita al costo delle razioni praticate quotidianamente negli allevamenti veneti conferma come il divario tra l ipotesi baseline e l ipotesi Hp2 risultasse quasi nullo sia a prezzi 2006 che a prezzi 2007 mentre viceversa, l ipotesi Hp1 risultasse conveniente per il 2006, ma decisamente più cara a prezzi 2007. Tabella 2.10 - Costi delle razioni giornaliere per capo con diverse ipotesi nelle aziende Venete costo/ anno 2006 2007 razioni baseline Hp1 Hp2 baseline Hp1 Hp2 1,35 1,31-3,4% 1,36 +0,7% 1,80 1,93 +7,1% 1,82 +1,0% / kg 0,08 0,07-3,5% 0,08 +0,7% 0,10 0,11 +6,9% 0,10 +0,9% / UFC 0,16 0,15-4,0% 0,16 +0,8% 0,21 0,22 +6,4% 0,21 +1,0% / kg PG 1,12 1,10-2,2% 1,14 +0,8% 1,49 1,62 +8,5% 1,52 +1,0% nota: valori medi del campione L analisi di sensitività tra le alternative alla soia e gli indicatori economici considerati mostra come per tutti i campioni in studio l ipotesi di un aumento del prezzo delle alternative si riflettesse con risultati negativi su tutti gli indicatori considerati, seppur con una gamma di situazioni piuttosto ampia. Nel confronto tra le due ipotesi alternative (Hp1 e Hp2) non emergeva una gerarchia ben definita, con una convenienza tra le due ipotesi variabile da un azienda all altra. Come già precedentemente sottolineato, gli allevamenti veneti risultavano quelli nei quali l incidenza dell acquisto di alimenti e l impiego di soia risultavano più elevati. Proprio per questa ragione, il raddoppio del prezzo delle alternative alla soia gm nelle ipotesi Hp1 e Hp2 determinava conseguenze sensibili per tutti gli indicatori economici considerati. In particolare, si registrava una riduzione media del reddito netto intorno al 18% (Tabella 2.13), con un aumento del costo unitario della carne mediamente di 6 cent /kg (Tabella 2.11). L incremento delle spese per l acquisto degli alimenti risultava mediamente del 16% (Tabella 2.12; Fig.2.1), con un valore decisamente più alto per l azienda n.5, specie nell ipotesi di acquisto di soia certificata non gm. Risultati mediamente meno negativi si registravano tra le aziende delle Marche dove erano ben quattro gli allevamenti che non impiegavano soia (n 1,2,4,5), tra questi tuttavia il n 1 utilizzava il favino già nella situazione baseline, motivo per il quale si riscontrava comunque un incremento dei costi nell ipotesi Hp1. Particolarmente penalizzata risultava invece l azienda n.8, caratterizzata da ampio ricorso all impiego di farina di soia (Tabb. 2.11, 2.12, 2.13, Fig. 2.2). Nel gruppo della Toscana l impiego di mangimi interessava tutte le aziende considerate, per cui l incremento del prezzo ipotizzato per alcune delle materie prime mostrava sempre un influenza, seppur in misura diversa, sugli indicatori economici (Tabb. 2.11, 2.12, 2.13, Fig. 2.3). 42

Valutazione tecnica ed economica dell'introduzione di granelle proteiche non OGM nella razione alimentare di bovini da carne e ovini Discorso analogo può essere svolto per le aziende sarde, tra le quali facevano eccezione le n 8 e 9, che non impiegavano soia ma acquistano pisello proteico, il che determinava un peggioramento delle loro performances nella sola ipotesi Hp1(Tabb. 2.11, 2.12, 2.13, Fig. 2.4). In ultima analisi è stato possibile valutare come la variazione dell indice d efficienza (I eff) al netto (Tabella 2.14) ed al lordo dei premi (Tabella 2.15) nelle differenti ipotesi considerate. Anche per questa simulazione erano gli allevamenti veneti a mostrarsi i più sensibili, con un peggioramento dell indice di efficienza (Ieff) intorno al 35% al netto dei premi, che scendeva al 19% conteggiando i pagamenti comunitari. All estremo opposto si collocavano le aziende sarde caratterizzate da una riduzione dell Ieff di poco superiore al 2% al lordo dei premi che saliva al 7-8% al netto dei premi. Per le aziende del campione toscano la perdita d efficienza si colocava tra il 6% (al lordo dei premi) e l 8% (netto premi), valori non lontani da quelli registratisi nel gruppo marchigiano dove si avevano valori del 4% al lordo dei premi e prossimi al 7% senza premi. 43

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI Tabella 2.11 Costo unitario del prodotto principale con aumento del 100% del prezzo delle alternative alla soia gm ipotesi senza soia con soia non gm baseline Hp1 Hp2 azienda /Kg /Kg var % /Kg var % VENETO prodotto: carne bovina - prezzi 2006 VENETO 01 2.40 2.47 +2.7 2.46 +2.6 VENETO 02 2.43 2.46 +1.4 2.46 +1.6 VENETO 03 2.38 2.45 +3.0 2.45 +3.0 VENETO 04 2.54 2.61 +2.8 2.61 +2.7 VENETO 05 3.00 3.09 +2.8 3.14 +4.6 VENETO 06 2.29 2.33 +1.4 2.31 +0.8 VENETO 07 2.36 2.41 +2.2 2.41 +2.1 VENETO 08 2.87 2.91 +1.4 2.91 +1.2 VENETO 09 2.20 2.28 +3.9 2.29 +4.0 MEDIA 2.34 2.40 +2.4 2.40 +2.4 MARCHE prodotto: carne bovina - prezzi 2006 MARCHE 01 6.62 6.69 +0.9 6.62 = MARCHE 02 6.65 6.65 = 6.65 = MARCHE 03 6.05 6.12 +1.3 6.11 +1.0 MARCHE 04 5.29 5.29 = 5.29 = MARCHE 05 7.56 7.56 = 7.56 = MARCHE 06 4.51 4.56 +1.1 4.57 +1.3 MARCHE 07 5.16 5.18 +0.5 5.19 +0.7 MARCHE 08 2.48 2.60 +4.6 2.58 +4.0 MARCHE 09 4.40 4.48 +1.9 4.46 +1.3 MEDIA 4.69 4.75 +1.3 4.74 +1.1 TOSCANA prodotto: carne bovina - prezzi 2006 TOSCANA 01 3.28 3.31 +1.1 3.36 +2.6 TOSCANA 02 4.58 4.71 +3.0 4.73 +3.3 TOSCANA 03 3.88 3.98 +2.8 3.93 +1.4 TOSCANA 04 5.36 5.40 +0.7 5.41 +0.9 TOSCANA 05 5.34 5.40 +1.1 5.41 +1.4 TOSCANA 06 3.50 3.52 +0.5 3.52 +0.6 TOSCANA 07 4.67 4.78 +2.4 4.73 +1.4 TOSCANA 09 3.56 3.59 +0.8 3.60 +1.0 TOSCANA 10 4.19 4.26 +1.7 4.28 +2.1 MEDIA 3.88 3.94 +1.7 3.94 +1.5 SARDEGNA prodotto: latte ovino - prezzi 2007 SARDEGNA 01 1.21 1.22 +1.0 1.22 +1.3 SARDEGNA 02 1.09 1.11 +1.7 1.11 +2.1 SARDEGNA 03 1.70 1.72 +0.8 1.72 +1.0 SARDEGNA 04 1.05 1.06 +1.2 1.06 +1.4 SARDEGNA 05 0.91 0.92 +1.1 0.92 +1.3 SARDEGNA 06 0.94 0.95 +1.3 0.95 +1.6 SARDEGNA 07 1.46 1.47 +0.5 1.47 +0.6 SARDEGNA 08 2.05 2.06 +0.7 2.05 = SARDEGNA 09 2.13 2.14 +0.5 2.13 = SARDEGNA 10 1.23 1.24 +1.0 1.24 +1.2 MEDIA 1.20 1.22 +1.8 1.22 +2.0 44

Valutazione tecnica ed economica dell'introduzione di granelle proteiche non OGM nella razione alimentare di bovini da carne e ovini Tabella 2.12 Spesa sostenuta per l acquisto di alimenti con aumento del 100% del prezzo delle alternative alla soia gm ipotesi baseline senza soia Hp1 con soia non gm Hp2 azienda var % var % VENETO prezzi 2006 VENETO 01 189,100 214,781 +13.6 213,755 +13.0 VENETO 02 870,125 937,001 +7.7 948,148 +9.0 VENETO 03 211,063 263,888 +25.0 264,184 +25.2 VENETO 04 193,581 236,837 +22.3 235,356 +21.6 VENETO 05 70,792 103,818 +46.7 124,247 +75.5 VENETO 06 849,517 942,336 +10.9 903,540 +6.4 VENETO 07 474,892 542,953 +14.3 539,552 +13.6 VENETO 08 46,228 50,216 +8.6 49,590 +7.3 VENETO 09 1,362,060 1,670,958 +22.7 1,678,924 +23.3 MEDIA 474,151 551,421 +16.3 550,811 +16.2 MARCHE - prezzi 2006 MARCHE 01 2,032 2,228 +9.6 2,032 = MARCHE 02 8,560 8,560 = 8,560 = MARCHE 03 18,200 20,057 +10.2 19,694 +8.2 MARCHE 04 1,800 1,800 = 1,800 = MARCHE 05 850 850 = 850 = MARCHE 06 4,200 4,629 +10.2 4,727 +12.5 MARCHE 07 5,990 6,178 +3.1 6,221 +3.9 MARCHE 08 19,500 25,431 +30.4 24,636 +26.3 MARCHE 09 3,535 4,052 +14.6 3,894 +10.1 MEDIA 7,185 8,198 +14.1 8,046 +12.0 TOSCANA - prezzi 2006 TOSCANA 01 4,611 5,081 +10.2 5,745 +24.6 TOSCANA 02 6,771 8,291 +22.5 8,467 +25.0 TOSCANA 03 18,472 21,236 +15.0 19,841 +7.4 TOSCANA 04 2,659 2,855 +7.4 2,900 +9.1 TOSCANA 05 2,898 3,174 +9.5 3,236 +11.7 TOSCANA 06 5,367 5,915 +10.2 6,040 +12.5 TOSCANA 07 5,881 7,143 +21.5 6,618 +12.5 TOSCANA 09 4,751 5,236 +10.2 5,347 +12.5 TOSCANA 10 5,054 5,570 +10.2 5,688 +12.5 MEDIA 6,274 7,167 +14.2 7,098 +13.1 SARDEGNA - prezzi 2007 SARDEGNA 01 5,760 6,348 +10.2 6,482 +12.5 SARDEGNA 02 15,330 16,738 +9.2 17,060 +11.3 SARDEGNA 03 6,600 7,274 +10.2 7,427 +12.5 SARDEGNA 04 12,600 13,886 +10.2 14,180 +12.5 SARDEGNA 05 7,800 8,596 +10.2 8,778 +12.5 SARDEGNA 06 14,100 15,080 +6.9 15,303 +8.5 SARDEGNA 07 4,140 4,562 +10.2 4,659 +12.5 SARDEGNA 08 620 940 +51.6 620 = SARDEGNA 09 760 1,080 +42.1 760 = SARDEGNA 10 5,760 6,348 +10.2 6,482 +12.5 MEDIA 7,347 8,085 +10.0 8,175 +11.3 45

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI Tabella 2.13 - Reddito netto aziendale al lordo dei premi con aumento del 100% del prezzo delle alternative alla soia gm ipotesi base senza soia con soia non gm azienda var % var % VENETO - prezzi 2006 VENETO 01 172,673 146,992-14.9 148,018-14.3 VENETO 02 367,649 300,774-18.2 289,627-21.2 VENETO 03 137,004 84,179-38.6 83,883-38.8 VENETO 04 123,606 80,350-35.0 81,831-33.8 VENETO 05 146,394 113,368-22.6 92,980-36.5 VENETO 06 1,393,558 1,300,739-6.7 1,339,535-3.9 VENETO 07 105,521 37,460-64.5 40,861-61.3 VENETO 08 1,877-2,111-212.5-1,485-179.1 VENETO 09 1,291,913 983,015-23.9 975,049-24.5 MEDIA 415,578 338,307-18.6 338,922-18.4 MARCHE - prezzi 2006 MARCHE 01-638 -834 30.7-638 = MARCHE 02-24,143-24,143 = -24,143 = MARCHE 03 14,059 12,201-13.2 12,565-10.6 MARCHE 04 34,876 34,876 = 34,876 = MARCHE 05 396 396 = 396 = MARCHE 06 19,211 18,782-2.2 18,684-2.7 MARCHE 07 9,898 9,710-1.9 9,667-2.3 MARCHE 08 146,474 140,542-4.0 141,337-3.5 MARCHE 09 11,255 10,738-4.6 10,896-3.2 MEDIA 23,487 22,474-4.3 22,627-3.7 TOSCANA - prezzi 2006 TOSCANA 01 14,077 13,606-3.3 12,943-8.1 TOSCANA 02 15,673 14,152-9.7 13,977-10.8 TOSCANA 03 21,950 19,185-12.6 20,581-6.2 TOSCANA 04 474 278-41.4 233-50.8 TOSCANA 05 2,789 2,513-9.9 2,450-12.1 TOSCANA 06 41,850 41,302-1.3 41,177-1.6 TOSCANA 07 11,074 9,813-11.4 10,337-6.7 TOSCANA 09 21,045 20,560-2.3 20,449-2.8 TOSCANA 10 2,855 2,339-18.1 2,221-22.2 MEDIA 14,643 13,750-6.1 13,819-5.6 SARDEGNA - prezzi 2007 SARDEGNA 01 24,161 23,573-2.4 23,439-3.0 SARDEGNA 02 79,305 77,897-1.8 77,575-2.2 SARDEGNA 03 18,866 18,192-3.6 18,039-4.4 SARDEGNA 04 39,102 37,816-3.3 37,522-4.0 SARDEGNA 05 31,693 30,897-2.5 30,715-3.1 SARDEGNA 06 39,120 38,140-2.5 37,917-3.1 SARDEGNA 07 28,490 28,068-1.5 27,971-1.8 SARDEGNA 08 13,520 13,200-2.4 13,520 = SARDEGNA 09 15,422 15,102-2.1 15,422 = SARDEGNA 10 30,494 29,906-1.9 29,772-2.4 MEDIA 32,017 31,279-2.3 31,189-2.6 46

Valutazione tecnica ed economica dell'introduzione di granelle proteiche non OGM nella razione alimentare di bovini da carne e ovini Figura 2.1 - Incidenza dell acquisto di alimenti sul costo totale con aumento del 100% del prezzo delle alternative alla soia gm Veneto (prezzi 2006) Figura 2.2 - Incidenza dell acquisto di alimenti sul costo totale con aumento del 100% del prezzo delle alternative alla soia gm Marche (prezzi 2006) 47

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI Fig. 2.3 Incidenza dell acquisto di alimenti sul costo totale con aumento del 100% del prezzo delle alternative alla soia gm Toscana (prezzi 2006) Fig. 2.4 Incidenza dell acquisto di alimenti sul costo totale con aumento del 100% del prezzo delle alternative alla soia gm Sardegna (prezzi 2007) 48

Valutazione tecnica ed economica dell'introduzione di granelle proteiche non OGM nella razione alimentare di bovini da carne e ovini Tabella 2.14 - Indice di efficienza al netto degli aiuti sotto le diverse ipotesi ipotesi baseline senza soia con soia non gm senza soia +100% con soia non gm +100% azienda var % var % var % var % VENETO prezzi 2006 VENETO 01 1.43 1.49 +4.1 1.42-0.5 1.16-18.6 1.17-18.0 VENETO 02-0.08-0.02 +70.3-0.13-69.3-0.37-378.8-0.42-441.5 VENETO 03 0.53 0.65 +23.0 0.45-15.6-0.04-107.3-0.04-107.9 VENETO 04-0.19-0.09 +55.8-0.22-14.4-0.66-238.9-0.64-230.8 VENETO 05 0.53 0.59 +11.8 0.53-0.2 0.34-35.1 0.23-56.7 VENETO 06 2.16 2.14-1.23 2.16-0.4 1.96-9.6 2.04-5.6 VENETO 07-0.03 0.01 +141.0-0.05-100.6-0.42-1538.3-0.40-1462.0 VENETO 08-0.45-0.42 +7.7-0.46-1.0-0.54-18.3-0.52-15.4 VENETO 09 2.03 2.24 +10.7 1.97-2.7 1.18-42.0 1.16-43.0 MEDIA 1.14 1.21 +6.3 1.11-2.6 0.73-35.6 0.74-35.3 MARCHE - prezzi 2006 MARCHE 01-0.23-0.23 = -0.23 = -0.25-6.9-0.23 = MARCHE 02-0.37-0.37 = -0.37 = -0.37 = -0.37 = MARCHE 03-0.06-0.05 +16.1-0.06-3.8-0.09-53.9-0.08-43.3 MARCHE 04 1.02 1.02 = 1.02 = 1.02 = 1.02 = MARCHE 05-0.46-0.46 = -0.46 = -0.46 = -0.46 = MARCHE 06 0.46 0.46 +1.3 0.45-0.3 0.44-4.3 0.43-5.3 MARCHE 07 0.23 0.24 +1.4 0.23-0.3 0.22-4.7 0.22-5.7 MARCHE 08 1.91 1.91-0.1 1.90-0.3 1.80-5.7 1.81-4.9 MARCHE 09 0.47 0.47 +1.1 0.47-0.3 0.44-6.2 0.45-4.3 MEDIA 0.41 0.41 +0.6 0.40-0.4 0.37-7.8 0.38-6.6 TOSCANA - prezzi 2006 TOSCANA 01 0.71 0.72 +1.2 0.71-0.3 0.68-3.9 0.64-9.5 TOSCANA 02 0.74 0.75 +1.8 0.74-0.4 0.65-12.8 0.64-14.2 TOSCANA 03 0.84 0.86 +2.0 0.84-0.5 0.71-15.7 0.78-7.8 TOSCANA 04-0.12-0.11 +5.0-0.12-1.2-0.14-16.2-0.14-19.9 TOSCANA 05 0.33 0.34 +3.1 0.33-0.8 0.30-9.9 0.29-12.2 TOSCANA 06 0.98 0.98 +0.6 0.98-0.1 0.96-1.8 0.96-2.2 TOSCANA 07 0.56 0.57 +2.2 0.56-0.5 0.48-14.6 0.51-8.5 TOSCANA 09 1.02 1.03 +1.0 1.02-0.2 0.99-3.2 0.98-4.0 TOSCANA 10 0.23 0.25 +8.0 0.22-2.0 0.17-25.8 0.16-31.7 MEDIA 0.70 0.71 +1.5 0.70-0.4 0.64-8.1 0.65-7.5 SARDEGNA - prezzi 2007 SARDEGNA 01 0.13 0.12-5.8 0.13-1.6 0.11-14.1 0.11-17.4 SARDEGNA 02-0.07-0.07-8.3-0.07-2.2-0.08-20.4-0.08-25.1 SARDEGNA 03 0.14 0.14-2.8 0.14-0.8 0.13-6.8 0.13-8.4 SARDEGNA 04 0.37 0.36-1.9 0.37-0.5 0.35-4.8 0.35-5.9 SARDEGNA 05 0.32 0.31-2.4 0.32-0.6 0.30-5.8 0.30-7.2 SARDEGNA 06 0.50 0.49-1.7 0.49-0.5 0.48-4.3 0.47-5.2 SARDEGNA 07 0.19 0.19-1.3 0.19-0.3 0.18-3.1 0.18-3.9 SARDEGNA 08-0.01-0.01 = -0.01 = -0.02-66.6-0.01 = SARDEGNA 09 0.11 0.11 = 0.11 = 0.10-5.9 0.11 = SARDEGNA 10 0.30 0.29-2.3 0.29-0.6 0.28-5.6 0.27-6.9 MEDIA 0.18 0.17-2.7 0.18-0.7 0.17-7.4 0.16-8.3 49

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI Tabella 2.15 - Indice di efficienza al lordo degli aiuti sotto le diverse ipotesi ipotesi baseline senza soia con soia non gm senza soia +100% con soia non gm +100% azienda var % var % var % var % VENETO prezzi 2006 VENETO 01 1.75 1.81 +3.4 1.75-0.4 1.48-15.4 1.49-14.8 VENETO 02 1.61 1.67 +3.5 1.56-3.4 1.31-18.7 1.26-21.8 VENETO 03 1.48 1.61 +8.4 1.40-5.7 0.90-39.3 0.90-39.6 VENETO 04 1.34 1.45 +8.3 1.31-2.2 0.86-35.7 0.88-34.5 VENETO 05 0.82 0.88 +7.7 0.81-0.2 0.63-22.9 0.51-36.9 VENETO 06 2.99 2.97-0.9 2.99-0.3 2.78-7.1 2.87-4.1 VENETO 07 0.61 0.65 +5.9 0.59-4.2 0.22-64.8 0.24-61.6 VENETO 08 0.04 0.07 +89.5 0.04-11.1-0.04-212.2-0.03-179.0 VENETO 09 3.47 3.69 +6.4 3.41-1.6 2.59-25.3 2.57-25.9 MEDIA 2.14 2.21 +3.4 2.11-1.4 1.73-19.3 1.73-19.2 MARCHE - prezzi 2006 MARCHE 01-0.05-0.05 = -0.05 = -0.07-30.7-0.05 = MARCHE 02-0.36-0.36 = -0.36 = -0.36 = -0.36 = MARCHE 03 0.23 0.24 +4.0 0.23-0.9 0.20-13.3 0.21-10.7 MARCHE 04 1.43 1.43 = 1.43 = 1.43 = 1.43 = MARCHE 05 0.03 0.03 = 0.03 = 0.03 = 0.03 = MARCHE 06 0.88 0.88 +0.7 0.88-0.2 0.86-2.3 0.85-2.8 MARCHE 07 0.57 0.58 +0.6 0.57-0.1 0.56-1.9 0.56-2.4 MARCHE 08 2.57 2.56-0.1 2.56-0.2 2.46-4.3 2.47-3.7 MARCHE 09 0.63 0.64 +0.8 0.63-0.2 0.60-4.7 0.61-3.2 MEDIA 0.72 0.73 0.3 0.72-0.2 0.69-4.4 0.70-3.7 TOSCANA - prezzi 2006 TOSCANA 01 0.82 0.83 +1.1 0.82-0.3 0.80-3.4 0.76-8.2 TOSCANA 02 0.96 0.97 +1.4 0.96-0.3 0.87-9.9 0.85-11.0 TOSCANA 03 1.03 1.05 +1.6 1.03-0.4 0.90-12.9 0.97-6.4 TOSCANA 04 0.05 0.05 +12.8 0.05-3.2 0.03-41.4 0.02-50.8 TOSCANA 05 0.33 0.34 +3.1 0.33-0.8 0.30-9.9 0.29-12.2 TOSCANA 06 1.32 1.32 +0.4 1.31-0.1 1.30-1.3 1.29-1.7 TOSCANA 07 0.71 0.72 +1.7 0.71-0.4 0.63-11.6 0.66-6.8 TOSCANA 09 1.41 1.42 +0.7 1.40-0.2 1.37-2.4 1.37-2.9 TOSCANA 10 0.32 0.34 +5.6 0.32-1.4 0.27-18.2 0.25-22.3 MEDIA 0.91 0.92 +1.2 0.91-0.3 0.86-6.2 0.86-5.7 SARDEGNA - prezzi 2007 SARDEGNA 01 0.75 0.75-1.0 0.75-0.3 0.74-2.5 0.73-3.0 SARDEGNA 02 0.77 0.76-0.7 0.77-0.2 0.75-1.8 0.75-2.2 SARDEGNA 03 0.27 0.27-1.5 0.27-0.4 0.26-3.6 0.26-4.4 SARDEGNA 04 0.53 0.52-1.3 0.53-0.4 0.51-3.3 0.51-4.1 SARDEGNA 05 0.74 0.73-1.0 0.73-0.3 0.72-2.5 0.71-3.1 SARDEGNA 06 0.84 0.83-1.0 0.84-0.3 0.82-2.5 0.82-3.1 SARDEGNA 07 0.40 0.40-0.6 0.40-0.2 0.40-1.5 0.39-1.8 SARDEGNA 08 0.38 0.38 = 0.38 = 0.37-2.4 0.38 = SARDEGNA 09 0.31 0.31 = 0.31 = 0.30-2.1 0.31 = SARDEGNA 10 0.86 0.85-0.8 0.86-0.2 0.84-2.0 0.84-2.4 MEDIA 0.57 0.57-0.9 0.57-0.2 0.56-2.3 0.56-2.6 50

Valutazione tecnica ed economica dell'introduzione di granelle proteiche non OGM nella razione alimentare di bovini da carne e ovini 3 CONCLUSIONI L analisi della redditività e dei costi di produzione ha messo in luce una situazione di partenza (baseline) piuttosto diversificata tra i diversi campioni in studio. Nelle aziende che allevano bovini da carne a ciclo aperto (Veneto e Toscana) predominavano i costi variabili, in virtù soprattutto della forte incidenza della spesa sostenuta per l acquisto della rimonta. Tuttavia, le aziende venete per dimensione economica e produttiva si differenziavano decisamente da quelle toscane, essendo caratterizzate da elevati investimenti di capitali e manodopera prevalentemente salariata. Il campione del Veneto presentava l efficienza media più alta tra tutti i gruppi in studio, seppur con forti oscillazioni interne, ed inoltre in esso era maggiore la dipendenza dall acquisto di alimenti (15% dei costi). Nelle aziende toscane il lavoro era prestato quasi esclusivamente dal conduttore e dai suoi familiari e rappresentava la seconda voce di costo. L acquisto di alimenti, costituiti prevalentemente da mangimi composti, incideva invece mediamente per il 12%. Nelle aziende delle Marche che allevavano bovini a ciclo chiuso il livello di redditività appariva in molti casi basso. In tali realtà i costi erano dominati da due voci: lavoro, quasi esclusivamente fornito da familiari e spese varie, in particolare costituite dai mezzi tecnici e delle spese per l energia. Mediamente l incidenza dell acquisto di alimenti risultava del 9%. Gli allevamenti ovini della Sardegna erano caratterizzati da un livello di efficienza basso e da un costo di produzione superiore al valore del prodotto. L incidenza dei costi fissi era notevole in virtù soprattutto dell influenza del lavoro familiare. L acquisto di alimenti incideva per meno del 9%. Complessivamente, sia nel campione delle Marche che in quello della Sardegna predominavano i costi fissi. In tutti i casi, gli aiuti al reddito, costituiti prevalentemente dal pagamento unico aziendale, contribuivano in maniera determinante alla competitività delle imprese. In queste imprese il mantenimento di condizioni di competitività nel lungo termine dell intero comparto appare oggi alquanto problematico. Nei gruppi di aziende analizzati l impiego della soia nelle razioni alimentari appariva piuttosto diffuso. In particolare, nelle aziende toscane e sarde la soia veniva introdotta attraverso i mangimi, mentre in quelle venete l origine della soia nella razione appariva più diversificata, costituita, tuttavia, in prevalenza da farina di estrazione. Infine, nel 51

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI gruppo delle Marche il ricorso alla soia risultava meno frequente e quasi sempre avveniva attraverso l impiego di mangimi composti. Per la sostituzione della soia convenzionale nell alimentazione delle aziende analizzate sono state elaborate due diverse ipotesi, la prima prevedeva l impiego del favino e del pisello proteico (Hp1), la seconda (Hp2) l utilizzazione di soia certificata ogm free. Di ognuna delle ipotesi di sostituzione sono stati valutati gli effetti prodotti sugli indicatori economici delle aziende in studio. I risultati mostrano per l annata 2006 la maggiore convenienza dell ipotesi Hp1 rispetto al baseline, grazie al favorevole prezzo di mercato dalle leguminose alternative alla soia (favino e pisello proteico). In particolare, nel gruppo del Veneto e della Toscana si riscontravano gli effetti più sensibili, con una riduzione dei costi di alimentazione rispettivamente del 2,9% e del 2,7%, a fronte dell 1,1% medio delle Marche. Viceversa, l ipotesi Hp2 determinava un lieve incremento dei costi sostenuti per l acquisto dei mangimi, prossimo all 1%, per tutti i gruppi di aziende. Poco sensibile appariva invece la variazione del costo unitario della carne prodotta per tutti i campioni. A prezzi 2007 invece l ipotesi Hp1 determinava sempre un aumento dei costi piuttosto sostenuto, per effetto del sensibile incremento del prezzo delle leguminose alternative osservato in quell anno. Anche in questo caso erano le aziende venete a mostrare le variazioni più ampie, con un aumento della spesa per l acquisto di alimenti del 9,2%; all opposto si collocavano le aziende Marchigiane (+3,2%) e Sarde (+3,7%), mentre in Toscana l incremento segnava un +5,6%. L analisi di sensitività dei risultati ottenuti sotto le diverse ipotesi di sostituzione della soia convenzionale ha evidenziato che tale sostituzione ha impatti diversi sulle diverse tipologie di allevamento. In particolare, essa sembrerebbe meno percorribile negli allevamenti a ciclo aperto di grandi dimensioni, nei quali l alimentazione del bestiame assume un peso preponderante nella struttura del costo di produzione. Viceversa, negli allevamenti a ciclo chiuso la sostituzione appare maggiormente fattibile, specie nelle situazioni in cui, sotto l ipotesi di piena informazione del consumatore, il mercato dovesse essere in condizione di realizzare un premio sul prezzo di produzioni zootecniche considerate qualità superiore (es. IGP Vitellone bianco dell Appennino Centrale) in quanto ottenute anche con il ricorso a mangimi privi di ogm. BIBLIOGRAFIA Balducci E., Brunori G. (2006). La coesistenza nelle filiere agroalimentari, l atteggiamento dei consumatori e le strategie di impresa - Atti del Wokshop La 52

Valutazione tecnica ed economica dell'introduzione di granelle proteiche non OGM nella razione alimentare di bovini da carne e ovini coesistenza tra ogm, colture biologiche, convenzionali, di qualità in ambito regionale, Firenze 6-7 novembre 2006 Benbrook, C.(2001). Troubled Times Amid Commercial Success for Roundup Ready Soybeans: Glyphosate Efficacy is Slipping and Unstable Transgene Expression Erodes Plant Defenses, - Ag BioTech InfoNet Technical Paper 4, May 2001 Benbrook C. (2003). GMOs, Pesticide Use, and Alternatives Lessons from the U.S. Experience. Conference on GMOs and Agriculture, Paris France, June 20, 2003 Cembalo L., Cimino O. (2005). Valutazione dell impatto economico derivante al sistema agro alimentare italiano dalla liberalizzazione delle colture transgeniche www.depa.unina.it Cioffi e Sorrentino (1997). La piccola azienda e la nuova politica agricola dell'unione Europea. Problemi economici e strutturali, (a cura di), Franco Angeli, Milano, 1997. Cardy-Brown Co.Ltd (2008). Impacts of EU Unauthorised GM s on the feed & livestock sectors - For submission to the European Sherpa Group 10th October 2008 CRPA (2008). Le colture proteiche nazionali in zootecnia CRPA notizie n.5/2008 FAO (annate varie). Faostat Database Fao, Roma www.faostat.fao.org ISMEA, CRPA (2007). Analisi del costo e della redditività della produzione di carne bovina in Italia Indagine 2006 ISMEA 53

Valutazione tecnica ed economica dell'introduzione di granelle proteiche non OGM nella razione alimentare di bovini da latte A cura di: Kees De Roest - CRPA S.p.A. Alberto Menghi - FCSR Introduzione Il ruolo del Settore Economia e Mezzi Tecnici del CRPA nel Progetto Interregionale Azioni di innovazioni e ricerca a supporto del piano Proteine Vegetali - R_INNOVA PRO_VE è stato finalizzato alla verifica della sostenibilità tecnica ed economica della introduzione di fonti proteiche alternative alla soia nelle razioni alimentari delle aziende bovine da latte. In particolare, l obiettivo dell attività di ricerca è stata la valutazione, attraverso modelli di simulazione, degli effetti economici derivanti dall introduzione delle soluzioni innovative messe a punto dal progetto, riguardanti l impiego di fonti proteiche alternative alla soia, in tre gruppi di imprese zootecniche di bovini da latte presenti in aree differenti del territorio nazionale. Le aziende interessate dalla ricerca rappresentano gruppi di aziende limitrofe, e con il medesimo indirizzo produttivo, delle aziende dimostrative del comparto bovini da latte, e localizzate in aree rappresentative della produzione di latte in Italia: Lombardia, Friuli Venezia Giulia e Puglia. Come si vedrà più avanti, si tratta di imprese con caratteristiche strutturali e tecnologie di produzione differenti. Questo lavoro è finalizzato a illustrare la metodologia di analisi adottata e i risultati conseguiti. In particolare, la prima parte è dedicata alla descrizione delle caratteristiche tecnico-strutturali ed economiche delle imprese oggetto d indagine. La seconda parte è finalizzata a sviluppare simulazioni economiche di sostituzione della soia nelle razioni alimentari praticate. E infine nella terza parte sono stati calcolati i costi di produzione in funzione delle razioni ottimizzate in base alle soluzioni individuate nella ricerca e finalizzata a valutare e confrontare i risultati economici che ne deriverebbero con quelli ottenuti nella situazione osservata nell anno base di riferimento. 55

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI 1 CARATTERISTICHE STRUTTURALI DELLE IMPRESE La base informativa dello studio è stata costituita dalle caratteristiche tecniche, organizzative e strutturali di alcuni gruppi di aziende da latte, raccolte attraverso interviste agli allevatori, con l impiego di appositi questionari. In particolare, sono stati studiati tre gruppi di aziende (tabella 1) collocati in altrettante regioni, (Lombardia, Friuli V.G., Puglia). Ciascuno dei gruppi risultava composto da dieci aziende. Il rilevamento dei dati ha avuto luogo nel corso del 2007 avendo come riferimento i dati reali del 2006. Le informazioni raccolte hanno consentito di produrre dei bilanci aziendali secondo la metodologia utilizzata dal CRPA da diversi anni, sviluppata in collaborazione con l EDF (Associazione Europea Produttori Latte), partendo dai quali sono stati elaborati diversi indicatori economici, evidenziando, soprattutto, la redditività, i costi di produzione e i costi legati all acquisto degli alimenti per il bestiame. I vari sistemi aziendali presi in considerazione nelle tre aree, presentano specificità e tecniche di produzione riconducibili ai territori in cui operano. Nelle aziende lombarde, ubicate nella provincia di Cremona, vengono allevati bovine di razza Frisona altamente specializzate per la produzione del latte e con un alto potenziale genetico. In Friuli invece il campione è costituto da aziende che allevano bovine di razza Pezzata Rossa, si tratta quindi di animali a duplice attitudine in cui la produzione di latte è comunque l attività prevalente di queste aziende. Nel caso pugliese le aziende sono di dimensioni molto ridotte, il tipo genetico delle bovine è differenziato e di livello genetico non sempre elevato come nelle altre aree analizzate e l attività di produzione di latte si associa ad altre attività produttive come la coltivazione della vite e dell ulivo. Le dimensioni degli allevamenti variano molto nelle tre zone analizzate. Le aziende più grandi sono in Lombardia con una media del campione di 149 vacche. In Friuli le media è di 64 vacche, per arrivare a una media di 22 vacche nelle aziende pugliesi. Per quanto riguarda le produzioni, le bovine più produttive sono quelle del campione lombardo con oltre 9.000 kg di latte mediamente prodotti ogni anno. La media del campione friulano è di circa 7.000 kg mentre in Puglia la media è circa la metà di quella lombarda con circa 4.800 kg di latte prodotto. Per quanto riguarda le superfici, come si osserva in tabella, le superfici foraggere totali e quelle dedicate all alimentazione del bestiame variano notevolmente con il variare dei campioni analizzati. In particolare dove le mandrie sono di dimensioni maggiori anche le 56

Valutazione tecnica ed economica dell'introduzione di granelle proteiche non OGM nella razione alimentare di bovini da latte superfici utilizzate per l alimentazione del bestiame aumentano. Nel caso della Lombardia le superfici totali raggiungono i 93,80 ettari dei quali il 91% viene dedicato all alimentazione del bestiame. Nel caso del Friuli a fronte di una superficie totale di 53,58 ettari circa il 72% veniva dedicato all alimentazione del bestiame. Nelle aziende pugliesi le superfici destinate al settore latte erano mediamente di 16,79 ettari ma come si vedrà in seguito si tratta di aziende con un numero di animali molto limitato. Le superfici delle aziende del Nord sono prevalentemente destinate alla produzione di erba medica e mais da insilato, che rappresentano la base foraggera delle razioni Nel caso della Puglia il foraggio è principalmente di prato non specializzato. I carichi di bestiame rispetto alle superfici destinate alla produzione di foraggio sono decrescenti a partire dalla Lombardia in cui si hanno allevamenti più intensivi (1,74 vacche per ettaro) per arrivare a 1,66 vacche/ettaro nel campione di aziende friulano e il limite più basso di 1,3 in Puglia. Le diverse dimensioni aziendali in termini di numero di capi e in termini di superfici coltivate richiedono anche un differente apporto di manodopera che raggiunge quasi 5 unità lavorative nelle aziende lombarde, 3,7 e 1,7 rispettivamente in Friuli e in Puglia. Di questa manodopera come era logico attendersi nelle aziende lombarde per circa il 50% si tratta di manodopera esterna all azienda di tipo salariato, il ricorso a manodopera esterna si riduce nelle altre due zone, è del 16% in Friuli del 6% in Puglia. 57

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI Tabella 1 Caratteristiche degli allevamenti campione parametro campione Lombardia Friuli V.G. Puglia a) Superficie foraggera Sau foraggera ha Erbai annuali Erba medica Mais insilato Mais da granella Prato stabile Frumento tenero Barbabietola da zucchero Soia Altro Totale b) Caratteristiche tecniche degli allevamenti Aziende vacche n Razza allevata Produzione - t Produzione media per vacca/anno -kg carico bestiame - vacche/ha foraggere Sup Totale Sup. Latte Sup Totale Sup. Latte 19,70 19,70 2,53 2,53 Sup Totale Sup. Latte 11,71 11,71 8,11 8,11 3,50 3,50 32,07 32,07 11,76 11,76 1,80 1,80 22,74 16,32 14,11 7,15 7,58 5,44 3,11 0,36 2,67 2,67 5,21 5,21 0,71 0,00 4,01 2,25 6,57 3,70 6,28 6,28 93,80 85,24 53,58 38,54 16,79 16,79 7 10 8 149 64 22 Frisona Pezzata Rossa Frisona/altre razze 1.427 453 106 9.580 7.084 4.835 1.74 1.66 1.31 c) Lavoro impiegato ulu familiari 2,4 49% 3,1 84% 1.6 94% ulu salariate 2.5 51% 0.6 16% 0.1 6% ulu totali 4,9 100% 3,7 100% 1.7 100% ulu (unità lavorativa umano) = 2200 ore lavorative 58

Valutazione tecnica ed economica dell'introduzione di granelle proteiche non OGM nella razione alimentare di bovini da latte 2 L ANALISI DEI COSTI PER I DIVERSI CAMPIONI NEL 2006 2.1 LA METODOLOGIA DI ANALISI Per il computo è stata utilizzata dal CRPA la metodologia sviluppata da diversi anni in collaborazione con l EDF (European Dairy Farmers Associazione Europea dei Produttori Latte) in campo europeo. Il metodo utilizza una scheda di rilevazione predisposta dal CRPA, conforme a quella utilizzata dall EDF utile a rilevare le informazioni tecniche ed economiche necessarie per l elaborazione tramite un programma di calcolo. I costi sono stati distinti in specifici e generali. I costi specifici si riferiscono alle spese interamente imputabili alle produzioni bovine, come ad esempio gli acquisti di alimenti, le spese per la produzione di foraggi aziendali e per i servizi veterinari. I costi generali sono quelli comuni a più attività produttive, come ad esempio le spese di meccanizzazione che sono normalmente sostenute sia per produrre foraggi sia per altre coltivazioni. A loro volta i costi generali e specifici possono essere distinti in espliciti o calcolati. I costi espliciti corrispondono a veri e propri esborsi monetari; i costi impliciti o calcolati sono quelli attribuiti, come ad esempio: il lavoro familiare, gli interessi sul capitale investito e gli ammortamenti. Il costo del lavoro familiare è stato calcolato in base ai tempi di lavoro effettivamente svolti dal conduttore e dalla sua famiglia, valutati in base alle tariffe dei salariati fissi a tempo indeterminato in vigore nell anno. Alla tariffa oraria (comprensiva delle mensilità aggiuntive e del TFR) sono stati aggiunti i contributi per oneri sociali. Gli interessi sul capitale sono stati valutati al 2,8% del valore del capitale agrario (media del rendimento dei BOT a 12 mesi nel 2006). Il costo del capitale fondiario si basa sul livello medio del canone di affitto della terra nelle rispettive aree di riferimento. 59

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI 2.2 LA STRUTTURA DELL ANALISI A. Attivo L attivo si compone dei ricavi dell azienda, trattandosi di aziende specializzate per la produzione di latte, i ricavi sono dati dalla somma dei ricavi della vendita del latte, della carne ottenuta da vacche di scarto, vitelli destinati alla macellazione e animali venduti da vita. Inoltre a comporre i ricavi ci sono i contributi pubblici riconducibili al settore latte. Infine sempre in questa sezione del bilancio vanno aggiunti altri ricavi riconducibili al settore latte che possono includere i ricavi da quote date in affitto, vendita di foraggi, ecc B. Passivo Sono stati calcolati innanzitutto i costi espliciti, vale a dire quelli relativi a tutti i fattori e mezzi tecnici effettivamente acquistati dalle aziende, la cui entità è stata rilevata attraverso le interviste cui sono state sottoposte le imprese studiate. Tali spese comprendevano in particolare le seguenti voci: sementi, antiparassitari, diserbanti, fertilizzanti, contoterzista, spese veterinarie, altri costi generali, altri materiali di consumo, manodopera salariata, affitti. Quando non esplicitate nel questionario, si è reso necessario provvedere alla stima delle quote di manutenzione, ammortamento ed assicurazione. Le quote di ammortamento sono state stimate applicando alla metà del valore a nuovo dei beni un coefficiente di 0,05 per i fabbricati e di 0,08 per le macchine. I costi relativi ai fattori di produzione immessi dall imprenditore e dalla famiglia, descritti di seguito, sono stati stimati ricorrendo al criterio dei costi opportunità. La remunerazione del lavoro familiare è stata stimata partendo dalle ore di lavoro destinate all attività di allevamento, desunte dai dati sull impiego della manodopera raccolti nel corso delle interviste. Ad esse è stata applicata la remunerazione oraria ottenuta dai salari medi giornalieri degli operai agricoli, differenziati su base provinciale. Come riferimento è stata considerata la categoria degli operai a tempo indeterminato qualificati. I contributi previdenziali, qualora non esplicitati, sono stati stimati sulla base della normativa vigente sui trattamenti pensionistici obbligatori dei coltivatori diretti. Gli interessi sul capitale sono stati valutati al 2,8% del valore del capitale agrario (media del rendimento dei BOT a 12 mesi nel 2006). Il costo del capitale fondiario si basa sul livello medio del canone di affitto della terra nelle rispettive aree di riferimento. Per il capitale fondiario è stata considerata la remunerazione relativa ai prezzi di affitto vigenti nella zona. 60

Valutazione tecnica ed economica dell'introduzione di granelle proteiche non OGM nella razione alimentare di bovini da latte C. Le elaborazioni e gli indicatori di bilancio Partendo dalle elaborazioni descritte si è provveduto, per ciascun allevamento studiato, a calcolare costi e ricavi in euro per unità di prodotto (100 kg di latte): I ricavi totali I costi diretti I costi dei fattori di produzione Il costo totale Il profitto Il reddito famigliare La remunerazione per ora di lavoro Il costo netto di produzione Il punto di pareggio 2.3 I COSTI DI PRODUZIONE E LA REDDITIVITÀ NEI CAMPIONI NEL 2006 L analisi effettuata ha permesso di calcolare i valori medi dei costi e ricavi per ogni campione di aziende analizzato. I risultati sono riportati in tabella 2. Un elemento importante da tenere presente in questa analisi è che tra i costi diretti, le spese di alimentazione riguardano i mangimi e i foraggi acquistati. Per cui il valore (il costo) degli alimenti autoprodotti è da ricercarsi nelle altre voci di costo. 61

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI Tabella 2 I costi di produzione nelle tre aree di indagine nel 2006 Cremona Friuli V.G. Puglia Media 2006 Media 2006 Media 2006 Aziende numero 7 10 8 Vacche numero 149 64 22 Produzione latte in ton 1474 454 173 Ricavi /100 kg Ricavi latte 36,79 36,41 39,86 Ricavi carne 2,68 9,76 3,98 Contributi 4,70 5,43 6,78 Altri ricavi 0,36 1,20 0,89 Ricavi totali 44,53 52,80 51,52 Costi /100 kg Acquisto animali 1,59 1,34 0,03 Alimenti (acquisto mangimi, fertilizzanti, sementi, antiparassitari) 11,98 12,15 20,86 Macchine (manutenzione, ammortamento, contoterzisti) 2,72 5,24 1,16 Carburanti, lubrificanti, elettricità, acqua) 2,62 3,36 3,41 Fabbricati (manutenzione, ammortamento) 2,48 3,36 3,09 Veterinario, medicine, inseminazione 2,06 1,88 0,99 Assicurazione, tasse 2,96 2,63 2,53 Altri costi latte 1,24 1,59 1,67 Altri costi 1,51 0,87 0,60 Costi diretti (esclusi salari) 29,16 32,41 34,33 Costo del capitale fondiario 3,78 2,25 4,80 Costo del lavoro 8,50 13,89 15,73 Costo del capitale 2,55 5,48 2,44 Costo dei fattori di produzione 14,83 21,62 22,98 Costo totale (escluso costo quote) 43,98 54,03 57,31 Indicatori di reddito Reddito familiare Per azienda 115.840 66.638 22.860 per 100 kg 8,66 14,75 14,79 Profitto Per azienda 13.950 493-7.740 per 100 kg 0,09 0,01-0,45 Remunerazione per ora di lavoro (euro/ora) 12,80 10,04 6,30 Prezzo del latte per un reddito familiare positivo ( /100 kg) 28,10 21,58 25,10 Costo netto di produzione (per 100 kg latte) 36,20 37,64 45,70 Dall analisi effettuata risultano evidenti le differenze in termini di costi di produzione e di redditività medie delle aziende dei tre campioni analizzati. 62

Valutazione tecnica ed economica dell'introduzione di granelle proteiche non OGM nella razione alimentare di bovini da latte A. I costi diretti In questa parte dell analisi si nota come nelle aziende lombarde, più produttive, le spese per i mangimi acquistati sono inferiori in valore assoluto rispetto a quelle di altre regioni ma incidono in modo maggiore in termini relativi (27%) rispetto al costo totale se confrontati con i dati del Friuli. Se dal nord si passa al sud in Puglia dove la capacità di produrre foraggi aziendali è ridotta, le aziende devono far ricorso al mercato e quindi l acquisto dei mangimi e foraggi arriva a incidere sul costo totale per circa il 36%. Osservando il totale dei costi diretti nelle tre aree osservate le aziende con maggiore produttività per capo hanno anche una minore incidenza dei costi diretti per unità di prodotto passando dai 29,16 /100 kg in Lombardia, per arrivare a 32,41 in Friuli e 34,33 in Puglia con una differenza quindi di 5,17 100 kg di latte. In termini relativi però nelle aziende Lombarde i costi diretti (esclusi salari) incidono per il 66% sul costo totale mentre negli altri due campioni siamo al 60%. B. I costi dei fattori di produzione In questa parte dell analisi le considerazioni che si possono trarre sono numerose. In particolare si deve ricordare che nei costi dei fattori di produzione c è generalmente una maggiore influenza delle economie di scala rispetto alla produttività che invece ha maggiore influenza sui costi diretti. In particolare questo è vero per le spese di manodopera che sono in proporzione minori in aziende più grandi dove la produttività del lavoro è maggiore si passa infatti da 8,50 /100 kg per la Lombardia fino ai 15,73 della Puglia con una differenza molto significativa di 7,23 /100 kg di latte. Per le altre voci di costo incide in particolare il livello dei prezzi del mercato fondiario e la tipologia di strutture utilizzate. In genere il fattore terra, ha costi inferiori al sud rispetto al nord, e le stalle libere hanno costi relativamente minori rispetto alle stalle fisse. Questi elementi combinati con la produttività e le dimensioni aziendali fanno si che il costo dei fattori di produzione sia di 14,83 /100 kg in Lombardia, 21,62 /100 kg in Friuli e di 22,98 /100 kg in Puglia. C. Il costo totale Sommando i costi diretti con il costo dei fattori di produzione si ottiene il costo totale che è di circa 44 /100 kg di latte nelle aziende lombarde mentre raggiunge i 54 /100 kg in quelle friulane e 57 /100 kg in quelle pugliesi, con differenze quindi molto consistenti di circa 13 /100 kg tra le aziende lombarde e quelle pugliesi. 63

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI D. Il profitto Dalla semplice differenza tra ricavi totali e costi totali si ottiene il profitto e cioè la remunerazione dell imprenditore nell ipotesi che esso non contribuisca con fattori di produzione propri (terra, capitale e lavoro). Nel 2006, anno di riferimento dei dati, i campioni di aziende in questione mediamente ottenevano un profitto positivo di 0,09 /100 kg di latte prodotto in Lombardia 0,01 in Friuli e un profitto negativo in Puglia di circa 0,45 /100 kg di latte. Come si può capire da questi dati l indicatore profitto non può essere sufficientemente utile a spiegare la redditività delle aziende da latte in Italia, tanto che nella situazione pugliese le aziende in questione avrebbero dovuto chiudere rapidamente, per questo motivo si fa più facilmente riferimento in qualità di indicatore di reddito al reddito famigliare. E. Il reddito famigliare Rappresenta la somma del profitto con la remunerazione dei fattori di produzione conferiti dalla famiglia imprenditrice all attività zootecnica di produzione del latte. In base a questo indicatore si vede infatti che in tutti e tre i campioni questo indicatore è positivo ed è pari a 8,66 /100 kg in Lombardia e sale a 14,70 circa negli altri due campioni analizzati, questo vuole dire che per unità di produzione in Friuli e Puglia c è un maggior input di fattori di produzione propri della famiglia. Andando però a calcolare il totale del reddito famigliare medio dei singoli campioni si vedrà che in Lombardia si ottengono circa 115.000 /anno, 66.000 /anno in Friuli e circa 23.000 /anno in Puglia. In queste tre aree vengono rispettivamente impiegate 2,4, 3,1 e 1,6 unità lavorative famigliari. F. Il costo netto di produzione Si tratta del costo necessario per la produzione del solo prodotto latte al netto della produzione di carne e dei contributi. In questo caso si vede l importanza della produzione di carne rispetto alla produzione di latte, in particolare nelle razze a duplice attitudine, come nel caso del Friuli. Il costo netto di produzione calcolato per il 2006 è di 36,20 /100 kg di latte in Lombardia, 37,64 /100 kg in Friuli e 45,70 in Puglia. G. Il punto di pareggio E il livello di prezzo necessario per coprire le spese vive dell azienda, è il livello al di sotto del quale l imprenditore non riesce a pagare le spese aziendali e rischia il fallimento. 64

Valutazione tecnica ed economica dell'introduzione di granelle proteiche non OGM nella razione alimentare di bovini da latte 3 LA SOSTITUZIONE DELLA SOIA NELL ALIMENTAZIONE DEI BOVINI DA LATTE DEI CAMPIONI DI AZIENDE OGGETTO DI STUDIO Anche per il comparto delle vacche da latte, così come per le altre specie, si è intervenuti analizzando e effettuando modifiche nel razionamento delle bovine in lattazione, in allevamenti collocati in zone geografiche in cui erano presenti aziende dimostrative dove si è realizzata l introduzione di proteiche alternative alla soia farina di estrazione nelle diete. La scelta delle proteiche da impiegare è frutto della valutazione della realtà agricola e dell interesse mostrato dalle diverse Regioni per specifiche colture proteiche ad uso alternativo alla soia farina di estrazione (f.e.). Infatti, obiettivo del progetto RInnova ProVe è favorire la produzione nazionale di proteina vegetale, quindi la vocazionalità territoriale verso determinate colture è stata elemento di indirizzo nelle scelte effettuate. In Lombardia le rilevazioni presso le aziende hanno mostrato, come prevedibile, stalle ad alta produzione di latte, le quali utilizzano notevoli quantità di mangime, dove la farina di estrazione di soia rappresenta in larga misura la parte proteica. L interesse espresso dalla Regione stessa per il progetto Rinnova ProVe è stato quello di studiare colture ad alta produttività unitaria. Per questo gli interventi sulle diete per limitare l uso di soia f.e. hanno riguardato prima di tutto l aumento della quota foraggera rappresentata da erba medica, affienata o insilata, cioè la coltura che, notoriamente, dà la maggiore produzione di proteina per superficie investita. Inoltre, alla luce dei risultati delle prove di confronto varietale per il pisello proteico, coltivato con successo anche in Lombardia, si è introdotto nelle razioni anche un certo quantitativo di granella di pisello, la quale contribuisce a sostituire il mangime anche per la quota di energia. La pianura del Friuli Venezia Giulia, insieme al Veneto, costituisce l area di maggiore vocazione, e produzione, per la soia in Italia. Tra l altro, in Friuli si stanno rapidamente diffondendo varietà di soia a basso contenuto di fattori antinutrizionali, le quali possono essere impiegate con successo, e senza alcun trattamento tecnologico, anche in grandi quantità nelle diete dei ruminanti. Queste granelle possono essere coltivate, conservate ed impiegate in loco, anche nella stessa azienda di produzione. Per questo la scelta di razionamento fatta per le vacche da latte nelle aziende friulane è stata verso l impiego di soia integrale. La Puglia rappresenta una importante realtà zootecnica nel panorama del sud Italia, dove l allevamento della vacca da latte è associato alla trasformazione del latte di prodotti di alta qualità. Le aziende pugliesi sono fortemente dipendenti dall industria mangimistica, in quanto localmente vi è una concreta difficoltà di reperire fonti proteiche, ma anche energetiche, per l alimentazione delle bovine. Inoltre, le aziende pugliesi possono contare 65

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI su una scarsa produzione foraggera, che pur occupando il terreno per l annata agraria, fornisce un poco di pascolo ed al massimo uno sfalcio annuale. In questa regione, anche grazie all intervento delle amministrazioni locali, si sta di nuovo diffondendo la coltura del favino, la quale fornisce rese interessanti e rappresenta, dal punto di vista nutrizionale, un valido apporto di proteina ed amido per le bovine. Quindi nel caso delle aziende pugliesi le modifiche apportate al piano alimentare delle vacche in lattazione ha favorito l introduzione del favino. La valutazione delle razioni e le variazioni da apportare sono state realizzate con il supporto del Dipartimento di Morfofisiologia e Produzioni Animali dell Università di Bologna. Ovviamente, le modifiche introdotte nelle razioni hanno sempre considerato i limiti fisiologici degli animali e sono state calcolate per mantenere il livello produttivo rilevato nelle stalle, sia i termini di qualità di latte prodotto che di titolo proteico. Sulle razioni, che hanno sempre evidenziato un cospicuo uso di mangime, si sarebbe potuto intervenire in modo più incisivo con l ottimizzazione. Si è invece preferito non stravolgere completamente la composizione delle razioni, anche nel rispetto della dotazione di alimenti dell azienda. Per questo non è sempre stato possibile eliminare la soia f.e. dalle diete. Questo è accaduto in Lombardia, dove gli animali sono più produttivi ed è irreale pensare di utilizzare più di 3 kg di pisello proteico; quando è stato eliminato il mangime, una quota di soia f.e. è entrata nella razione. In Friuli Venezia Giulia perché, utilizzando la soia integrale, è bene non superare i 2 kg capo giorno, altrimenti il titolo lipidico raggiunto dalle diete può interagire con la qualità del latte. Le diete impiegate nei campioni di aziende oggetto di studio sono state riportate in tabella 3 insieme con gli interventi di ottimizzazione effettuati nei tre gruppi di aziende. Va poi tenuto presente che la composizioni delle razioni rilevata è quella media annuale, quindi gli interventi sull alimentazione sono riferiti a questa razione media e applicata solo alle vacche in lattazione. La dieta della rimonta non ha subito alcuna modifica. 66

Valutazione tecnica ed economica dell'introduzione di granelle proteiche non OGM nella razione alimentare di bovini da latte Tabella 3 - Prospetto delle materie prime impiegate nelle diete nelle aziende in studio per singola Regione LOMBARDIA FRIULI V.G. PUGLIA Produzione media latte 28 kg capo/giorno 19 kg capo/giorno 14 kg capo/giorno rilevata Alimenti in uso Fieno di medica X X Fieno di prato X X Erba silo X Erba fresca X Polpe di bietola X X Silomais X X Pastone di mais X Nuclei proteici X X X Mangime finito X X X Soia f.e. (fuori mangime) X rara Farine di cereale (mais, X X X orzo) Interventi effettuati Riduzione Riduzione Riduzione dal drastica mangime acquistato, eliminato 50% dei casi del nel Proteica introdotta Pisello proteico 3 kg, erba medica al massimo possibile Soia f.e. (fuori mangime) Eliminata nel 60% delle diete; max 2,8 kg in razioni prive di mangime drastica mangime acquistato, eliminato del nel 60% dei casi Introdotto fieno di graminacee Soia integrale cruda fino a 2 kg Eliminata nel 60% delle diete. 30 al 40% della quantità di mangime utilizzato. Favino 2 kg Non era utilizzata. 67

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI Insieme con gli interventi tecnici effettuati sulle diverse razioni, è importante riportare le quotazioni dei diversi prodotti utilizzati nell alimentazione del bestiame nel periodo considerato (2006) e le variazioni delle quotazioni intervenite l anno successivo (tabella 4). Questi dati sono stati utilizzati nelle elaborazioni descritte nei successivi paragrafi. Tabella 4 Variazione nei prezzi delle materie prime impiegate per la formulazione dei mangimi MATERIE PRIME PREZZO 2006 ( /q) PREZZO 2007 ( /q) 07/06 % Fieno di medica 10,22 11,93 Fieno di prato 9,73 9,68 Mais insilato 1,9 2,2 Polpe di bietola 12,04 19,16 Farina Mais 17,79 23,38 + 31,4 Farina di orzo 14,95 21,70 +45,1 Farina di soia estera 19,98 26,35 + 31,9 Farina di soia estera non gm 21,39 28,82 + 34,7 Farinacci 12,08 18,45 + 52,7 Semola glutinata di mais 11,95 16,30 + 36,5 Mangime bovine 24,85 30,00 +20,7 Panello di lino 22,45 28,52 +27,0 Crusca 9,53 14,89 + 56,2 Paglia 4,80 5,62 +17,08 Girasole fe 10,79 17,29 + 60,2 Frumento 14,74 17,60 + 19,4 Melasso 10,43 10,23-2,0 Pisello proteico 14,00 31,00 + 121,4 Favino 16,50 28,00 + 69,7 Fonti: ISMEA per il favino e pisello proteico, CCIAA di Treviso per la semola di mais, CCIAA di Bologna per gli altri prodotti 68

Valutazione tecnica ed economica dell'introduzione di granelle proteiche non OGM nella razione alimentare di bovini da latte 4 RISULTATI DELL OTTIMIZZAZIONE DELLE RAZIONI NELLE AZIENDE OGGETTO DI STUDIO Le Tabelle seguenti mostrano la variazione della spesa sostenuta per l acquisto di alimenti sotto le diverse ipotesi esposte nel paragrafo precedente. Nei tre campioni in studio, l analisi è stata effettuata per il 2006 e ripetuta con le quotazione degli alimenti del 2007 per vedere quanto le oscillazioni dei prezzi dei listini degli alimenti zootecnici possano avere influenza sul risultato di questo tipo di analisi.. 4.1 LOMBARDIA Si tratta delle aziende in cui le bovine sono più produttive con una media annua di 9.580 kg di latte prodotti. In queste aziende è stato effettuato il calcolo del costo delle razioni giornaliere per bovina allevata e il costo riferito al litro latte prodotto. Tale calcolo è stato poi ripetuto utilizzando le razioni ottimizzate come previsto dalle ipotesi descritte in precedenza. Come si osserva in tabella 5, il costo giornaliero della razione è molto simile in tutte le aziende analizzate e porta ad un valore medio di 3,43 /vacca/giorno. Nel momento in cui si effettua l ottimizzazione della razione, il costo unitario giornaliero si riduce in ognuna delle aziende del campione portando ad un valore medio ottimizzato di 2,77 /vacca/giorno, con un calo quindi molto consistente del costo di circa il 19%. Il risultato è ovviamente identico, in termini percentuali, se lo si riferisce al litro di latte prodotto in cui nella razione reale la spesa è di 0,133 /l mentre ottimizzando le razioni si arriva ad un livello di 0,108 /l. 69

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI Tabella 5. Costo della razione giornaliera e per kg di latte di base e ottimizzata nel campione lombardo nel 2006 Costo razione giornaliera / gg Costo razione giornaliera ottimizzata / gg Variazione % Costo litro latte base /kg Costo litro latte base ottimizzata /kg Variazione % Lomb 1 3,467 3,092-10,8% 0,145 0,129-10,8% Lomb 2 3,368 2,509-25,5% 0,123 0,092-25,5% Lomb 4 3,432 2,996-12,7% 0,116 0,101-12,7% Lomb 6 3,350 2,996-10,5% 0,114 0,102-10,5% Lomb 7 3,527 2,804-20,5% 0,165 0,131-20,5% Lomb 8 3,566 2,512-29,5% 0,117 0,082-29,5% Lomb 9 3,346 2,512-24,9% 0,153 0,115-24,9% MEDIA 3,437 2,775-19,3% 0,133 0,108-19,3% Si tratta quindi di un risultato che mette in evidenza due elementi che in un qualche modo concorrono al risultato: in generale si è riscontrato un uso molto elevato di mangimi, che è possono essere sostituiti da materie prime, come il pisello, e da un maggiore uso di foraggi; poi un elmento legato ai prezzi: con molta probabilità in tempi di prezzi degli alimenti concentrati relativamente bassi, gli allevatori utilizzano più i mangimi acquistati che i foraggi, i quali, tra l altro, hanno fatto rilevare negli ultimi anni prezzi decisamente elevati. 4.2 FRIULI VENEZIA GIULIA Nel campione di aziende analizzato in questa regione si parte da due elementi molto importanti: si tratta di bovine di razza Pezzata Rossa e che la produzione media annua è di 7.084 kg. Anche in questo caso si ha un range di variazione per il costo della razione giornaliera sui dati reali piuttosto contenuto con un costo medio della razione giornaliera per vacca di 2,58 /giorno. Anche per le aziende friulane vi erano casi di utilizzazione molto ampia di mangimi. In questo caso a differenza del campione precedente l ottimizzazione della razione secondo le ipotesi di lavoro sono intervenute diminuendo il costo (in 7 casi) mentre in altre 3 aziende il riequilibrio ha portato ad un aumento del costo della razione giornaliera. Il costo medio della razione ottimizzata è stato di 2,45 /vacca/giorno con una diminuzione media di circa il 4,5% rispetto alla situazione reale. In termini di costo unitario si osserva che per produrre un Kg di latte sono stati spesi 0,136 /kg mentre nella situazione ottimizzata 0,129 /kg. 70

Valutazione tecnica ed economica dell'introduzione di granelle proteiche non OGM nella razione alimentare di bovini da latte Tabella 6. Costo della razione giornaliera e per kg di latte di base e ottimizzata nel campione lombardo nel 2006 Costo razione giornaliera /gg Costo razione giornaliera ottimizzata /gg Variazione % Costo litro latte base /litro Costo litro latte base ottimizzata /litro Variazione % Friuli 1 2,419 2,578 6,6% 0,107 0,114 6,6% Friuli 2 2,145 2,709 26,3% 0,104 0,131 26,3% Friuli 3 2,845 2,541-10,7% 0,144 0,128-10,7% Friuli 4 2,632 2,871 9,1% 0,122 0,133 9,1% Friuli 5 2,267 1,922-15,2% 0,110 0,093-15,2% Friuli 6 3,291 2,850-13,4% 0,162 0,141-13,4% Friuli 7 3,001 2,860-4,7% 0,158 0,150-4,7% Friuli 8 2,310 2,266-1,9% 0,145 0,143-1,9% Friuli 9 2,538 2,238-11,8% 0,166 0,146-11,8% Friuli 10 2,527 1,975-21,8% 0,137 0,107-21,8% MEDIA 2,597 2,481-4,5% 0,136 0,129-5,0% 4.3 PUGLIA Il campione di aziende pugliesi si caratterizza per una produzione media per vacca di 4.835 kg. Ed è in linea con i risultati produttivi medi della zona. In questi casi infatti per una serie di fattori concomitanti, difficilmente si riescono ad ottenere risultati migliori. Tabella 7. Costo della razione giornaliera e per kg di latte di base e ottimizzata nel campione lombardo nel 2006 Costo razione giornaliera /gg Costo razione giornaliera ottimizzata /gg Variazione % Costo litro latte base /kg Costo litro latte base ottimizzata /kg Variazione % Puglia2 3,249 3,082-5,1% 0,189 0,179-5,1% Puglia3 4,320 4,224-2,2% 0,167 0,164-2,2% Puglia4 4,628 4,461-3,6% 0,457 0,440-3,6% Puglia5 1,892 1,725-8,8% 0,131 0,119-8,8% Puglia6 1,392 1,225-12,0% 0,180 0,158-12,0% Puglia7 4,148 4,082-1,6% 0,222 0,219-1,6% Puglia8 3,776 3,609-4,4% 0,389 0,371-4,4% Puglia9 3,776 3,609-4,4% 0,305 0,291-4,4% MEDIA 3,397 3,252-4,3% 0,255 0,243-4,8% Dal punto di vista dei risultati dell analisi, si è osservata una forte variabilità nei costi giornalieri delle razioni delle diverse aziende. Il valore medio rilevato è stato di 3,397 71

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI /vacca/giorno. Anche in questo caso l ottimizzazione delle razioni ha comportato una possibile riduzione dei costi in tutte le aziende considerate con una riduzione media del costo della razione del 4,3%. Il valore di costo riportato all unità di prodotto è stato in media di 0,255 /kg di latte nella razione reale mentre il valore in quella ottimizzata è stato di 0,243. 5 L INFLUENZA DELLE QUOTAZIONI DELLE MATERIE PRIME Per vedere quanto la variazione delle quotazioni delle materie prime da un anno all altro possano influenzare questo tipo di analisi, si è provveduto a ripetere i calcoli utilizzando le quotazioni delle materie prime rilevate nel 2007., anno in cui si è avuta una forte impennata dei prezzi. Quindi per ogni campione è stato effettuato il calcolo considerando però che la razione reale e quelle ottimizzate fossero identiche a quelle del 2006. 5.1 LOMBARDIA Nel caso lombardo (tabella 8), l utilizzo dei prezzi vigenti nel 2007 portano ad un costo medio della razione giornaliera di 4,19 /vacca (+ 22% rispetto all anno precedente) e una razione ottimizzata di 3,78 /vacca (+ 36% rispetto all anno precedente). Questo vuol dire che il listino dei prezzi vigente nel 2007 comportava un calo del costo dell alimentazione con le razioni ottimizzate del 9,8%, quindi molto più contenuto di quanto calcolato per il 2006. Il dato conferma comunque la tendenza alla riduzione del costo nel caso di ottimizzazione della razione secondo le ipotesi della sperimentazione. 72

Valutazione tecnica ed economica dell'introduzione di granelle proteiche non OGM nella razione alimentare di bovini da latte Tabella 8. Costo della razione giornaliera e per kg di latte di base e ottimizzata nel campione lombardo nel 2007 Costo razione giornaliera /gg Costo razione giornaliera ottimizzata /gg Variazione % Costo litro latte base /litro Costo litro latte base ottimizzata /litro Variazione % Cremona 1 4,280 4,166-2,7% 0,179 0,174-2,7% Cremona 2 4,257 3,543-16,8% 0,156 0,130-16,8% Cremona 4 4,024 3,947-1,9% 0,136 0,133-1,9% Cremona 6 4,021 3,947-1,8% 0,137 0,135-1,8% Cremona 7 4,174 3,724-10,8% 0,196 0,175-10,8% Cremona 8 4,466 3,571-20,0% 0,147 0,117-20,0% Cremona 9 4,110 3,571-13,1% 0,188 0,163-13,1% MEDIA 4,190 3,781-9,8% 0,163 0,147-9,8% 5.2 FRIULI VENEZIA GIULIA In questo campione di aziende (tabella 9)la tendenza alla riduzione del costo di alimentazione nel caso di una razione ottimizzata con le quotazioni 2007, viene confermata, ma in misura più contenuta rispetto al 2006 (3% rispetto al 4,5%). Viene inoltre confermata l analisi che dice che il costo medio della razione del campione è molto simile sia nel caso della razione reale sia nel caso della razione ottimizzata. Tabella 9. Costo della razione giornaliera e per kg di latte di base e ottimizzata nel campione friulano nel 2007 Costo razione giornaliera /gg Costo razione giornaliera ottimizzata /gg Variazione % Costo litro latte base /litro Costo litro latte base ottimizzata /litro Variazione % Friuli 1 3,019 3,258 7,9% 0,134 0,145 7,9% Friuli 2 2,690 3,399 26,3% 0,130 0,164 26,3% Friuli 3 3,530 3,217-8,9% 0,178 0,162-8,9% Friuli 4 3,269 3,584 9,6% 0,152 0,167 9,6% Friuli 5 2,792 2,458-12,0% 0,135 0,119-12,0% Friuli 6 4,056 3,587-11,6% 0,200 0,177-11,6% Friuli 7 3,662 3,568-2,6% 0,193 0,188-2,6% Friuli 8 2,873 2,852-0,7% 0,181 0,179-0,7% Friuli 9 3,102 2,757-11,1% 0,203 0,180-11,1% Friuli 10 3,128 2,473-20,9% 0,170 0,134-20,9% MEDIA 3,212 3,115-3,0% 0,168 0,162-3,6% 73

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI 5.3 PUGLIA Nel caso delle aziende pugliesi (tabella 10), l impiego delle quotazioni 2007 comportano un incremento del costo medio della razione reale di circa il 21% in linea con le altre zone analizzate. In questo caso però l ottimizzazione della razione è decisamente più contenuta rispetto alla razione reale (-0,5% rispetto al 4,3 dei dati 2006) Tabella 10. Costo della razione giornaliera e per kg di latte di base e ottimizzata nel campione pugliese nel 2007 Costo razione giornaliera /gg Costo razione giornaliera ottimizzata /gg Variazione % Costo litro latte base /litro Costo litro latte base ottimizzata /litro Variazione % Puglia2 3,808 3,768-1,1% 0,222 0,219-1,1% Puglia3 5,414 5,440 0,5% 0,210 0,211 0,5% Puglia4 5,523 5,483-0,7% 0,545 0,541-0,7% Puglia5 2,468 2,428-1,6% 0,170 0,168-1,6% Puglia6 1,719 1,679-2,3% 0,222 0,217-2,3% Puglia7 5,120 5,163 0,8% 0,275 0,277 0,8% Puglia8 4,502 4,462-0,9% 0,463 0,459-0,9% Puglia9 4,502 4,462-0,9% 0,364 0,360-0,9% MEDIA 4,132 4,111-0,5% 0,309 0,306-0,7% In questo caso infatti si osserva che il costo della razione ottimizzata è molto simile a quello della razione reale dimostrando la scarsità di alternative offerte nell alimentazione del bestiame nelle arre meridionali. 6 L IMPATTO SUI COSTI DI PRODUZIONE Le variazioni che intervengono sui costi di alimentazione di una determinata azienda zootecnica in positivo o in negativo non si trasferiscono in modo analogo sul costo di produzione del latte della stessa azienda. Cioè se il costo delle materie prime aumenta del 30%, l impatto sul costo di produzione non sarà del 30%, ma verrà modulato in funzione di molti fattori come ad esempio la quantità di alimenti autoprodotti rispetto a quelli acquistati. Per questo motivo oltre ad analizzare le variazioni del costo di alimentazione della razione nell ipotesi di ottimizzazione come illustrato nei paragrafi precedenti, si è 74

Valutazione tecnica ed economica dell'introduzione di granelle proteiche non OGM nella razione alimentare di bovini da latte provveduto a valutare l impatto del costo di produzione sull intero campione di aziende in funzione quindi della struttura aziendale. Dal punto di vista metodologico si tratta di una simulazione che contempla sempre dei margini di errore importanti per il fatto che l imprenditore nella realtà, non assume un atteggiamento passivo nei confronti delle variazioni di mercato ma effettua delle scelte importanti per reagire ai cambiamenti di mercato, alla continua ricerca degli ottimi di produzione e della tutela del reddito aziendale e famigliare. Per fare un esempio se un prodotto diventa molto costoso sul mercato l allevatore potrebbe decidere di coltivarlo in maniera maggiore in azienda riducendone l acquisto, cambiando sostanzialmente l ordinamento produttivo e di conseguenza la struttura dei costi. L analisi in atto invece tiene conto delle variazioni intervenute a seguito dell ipotesi di ottimizzazione delle razioni lasciando invariati tutti i parametri aziendali rilevati nel 2006. Le uniche variazioni sono relative ai costi, per cui non abbiamo variazioni dal lato dei ricavi. L analisi è stata effettuata nelle tre aree di studio. 6.1 LOMBARDIA Nelle aziende del campione (tabella 11), una riduzione del costo della razione del 19,3% si traduce in una riduzione del costo di acquisto di circa il 16%, perché come abbiamo detto non tutti i prodotti sono acquistati sul mercato. Questa riduzione si traduce in una riduzione dei costi diretti del 7% e del costo totale di circa il 5%, che passa da 43,98 a 42 /100 kg, con una riduzione del costo di produzione di circa 2 /100 kg di latte. Se a prima vista potrebbe sembrare un dato non troppo rilevante, in realtà trattandosi di stalle di una certa dimensione, questo cambiamento si traduce in un aumento del reddito famigliare di 32.600 (+28%). 75

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI Tabella 11. I costi di produzione e la redditività nel campione lombardo nel 2006 nella situazione reale e in quella ottimizzata Cremona Media 2006 Ottimizzata 2006 Aziende numero 7 7 Vacche numero 149 149 Produzione latte in ton 1474 1474 Ricavi /100 kg Ricavi latte 36,79 36,79 Ricavi carne 2,68 2,68 Contributi 4,70 4,70 Altri ricavi 0,36 0,36 Ricavi totali 44,53 44,53 Variazione % Costi /100 kg Acquisto animali 1,59 1,59 Alimenti (acquisto mangimi, fertilizzanti, sementi, antiparassitari) 11,98 10,01-16,4% Macchine (manutenzione, ammortamento, contoterzisti) 2,72 2,72 Carburanti, lubrificanti, elettricità, acqua) 2,62 2,62 Fabbricati (manutenzione, ammortamento) 2,48 2,48 Veterinario, medicine, inseminazione 2,06 2,06 Assicurazione, tasse 2,96 2,96 Altri costi latte 1,24 1,24 Altri costi 1,51 1,51 Costi diretti (esclusi salari) 29,16 27,19-6,8% Costo del capitale fondiario 3,78 3,78 Costo del lavoro 8,50 8,50 Costo del capitale 2,55 2,54 Costo dei fattori di produzione 14,83 14,82 Costo totale (escluso costo quote) 43,98 42,00-4,5% Indicatori di reddito Reddito familiare Per azienda 115.840 148.530 28,2% per 100 kg 8,66 10,67 23,2% Profitto Per azienda 13.950 46.300 per 100 kg 0,09 0,31 Remunerazione per ora di lavoro (euro/ora) 12,80 15,60 21,9% Prezzo del latte per un reddito familiare positivo ( /100 kg) 28,10 26,10-7,1% Costo netto di produzione (per 100 kg latte) 36,20 34,30-5,2% 76

Valutazione tecnica ed economica dell'introduzione di granelle proteiche non OGM nella razione alimentare di bovini da latte 6.2 FRIULI VENEZIA GIULIA Nel caso del Friuli V.G. (tabella 12) la riduzione del 4,5% del costo della razione ottimizzata si traduce in una riduzione del 4,3% delle spese per alimenti acquistati. I costi diretti si riducono dell 1,6% e il costo totale dell 1%. In questo caso come era emerso dalle analisi precedenti, le razioni analizzate erano piuttosto equilibrate e l ottimizzazione non comportava dei grandi cambiamenti in termini di costi della razione e anche nel calcolo del costo di produzione totale l impatto risulta molto contenuto. Anche gli altri parametri e indicatori come si può osservare in tabella, subiscono variazioni molto contenute. Tabella 12. I costi di produzione e la redditività nel campione friulano nel 2006 nella situazione reale e in quella ottimizzata Friuli V.G. Media 2006 Ottimizzata 2006 Variazione % Aziende numero 10 10 Vacche numero 64 64 Produzione latte in ton 454 454 Ricavi /100 kg Ricavi latte 36,41 36,41 Ricavi carne 9,76 9,76 Contributi 5,43 5,43 Altri ricavi 1,20 1,20 Ricavi totali 52,80 52,80 Costi /100 kg Acquisto animali 1,34 1,34 Alimenti (acquisto mangimi, fertilizzanti, sementi, antiparassitari) 12,15 11,62-4,3% Macchine (manutenzione, ammortamento, contoterzisti) 5,24 5,24 Carburanti, lubrificanti, elettricità, acqua) 3,36 3,36 Fabbricati (manutenzione, ammortamento) 3,36 3,36 Veterinario, medicine, inseminazione 1,88 1,88 Assicurazione, tasse 2,63 2,63 Altri costi latte 1,59 1,59 Altri costi 0,87 0,87 Costi diretti (esclusi salari) 32,41 31,89-1,6% Costo del capitale fondiario 2,25 2,25 Costo del lavoro 13,89 13,89 Costo del capitale 5,48 5,48 Costo dei fattori di produzione 21,62 21,61 Costo totale (escluso costo quote) 54,03 53,50-1,0% Indicatori di reddito Reddito familiare 77

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI Friuli V.G. Media 2006 Ottimizzata 2006 Variazione % Per azienda 66.638 68.880 3,4% per 100 kg 14,75 15,28 3,6% Profitto Per azienda 493 2.688 per 100 kg 0,01 0,06 Remunerazione per ora di lavoro (euro/ora) 10,04 10,43 3,9% Prezzo del latte per un reddito familiare positivo ( /100 kg) 21,58 21,04-2,5% Costo netto di produzione (per 100 kg latte) 37,64 37,11-1,4% 6.3 PUGLIA Nel caso pugliese (tabella 13), dove l acquisto degli alimenti per il bestiame è molto elevato e la quota autoprodotta è minima, la riduzione del costo della razione si traduce in modo quasi identico sul costo di produzione con una riduzione del 4,5%. Questo si traduce in una riduzione dei costi diretti del 2,8% e dei costi totali dell 1,7%. Anche in questo caso tutti i parametri analizzati subiscono dei piccoli miglioramenti, senza stravolgimenti nel reddito famigliare che aumenta solamente di 1.330 euro/anno. 78

Valutazione tecnica ed economica dell'introduzione di granelle proteiche non OGM nella razione alimentare di bovini da latte Tabella 13. I costi di produzione e la redditività nel campione pugliese nel 2006 nella situazione reale e in quella ottimizzata Puglia Media 2006 Ottimizzata 2006 Aziende numero 8 8 Vacche numero 22 22 Produzione latte in ton 173 173 Ricavi /100 kg Ricavi latte 39,86 39,86 Ricavi carne 3,98 3,98 Contributi 6,78 6,78 Altri ricavi 0,89 0,89 Ricavi totali 51,52 51,52 Variazione % Costi /100 kg Acquisto animali 0,03 0,03 Alimenti (acquisto mangimi, fertilizzanti, sementi, antiparassitari) 20,86 19,91-4,5% Macchine (manutenzione, ammortamento, contoterzisti) 1,16 1,16 Carburanti, lubrificanti, elettricità, acqua) 3,41 3,41 Fabbricati (manutenzione, ammortamento) 3,09 3,09 Veterinario, medicine, inseminazione 0,99 0,99 Assicurazione, tasse 2,53 2,53 Altri costi latte 1,67 1,67 Altri costi 0,60 0,60 Costi diretti (esclusi salari) 34,33 33,38-2,8% Costo del capitale fondiario 4,80 4,80 Costo del lavoro 15,73 15,73 Costo del capitale 2,44 2,44 Costo dei fattori di produzione 22,98 22,97 Costo totale (escluso costo quote) 57,31 56,36-1,7% Indicatori di reddito Reddito familiare Per azienda 22.860 24.190 5,8% per 100 kg 14,79 15,76 6,6% Profitto Per azienda - 7.740-6.440 per 100 kg -0,45-0,37 Remunerazione per ora di lavoro (euro/ora) 6,30 6,70 6,3% Prezzo del latte per un reddito familiare positivo ( /100 kg) 25,10 24,10-4,0% Costo netto di produzione (per 100 kg latte) 45,70 44,70-2,2% 79

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI 7 SINTESI DEI RISULTATI Questa analisi mette in evidenza come vi siano dei margini di miglioramento nelle razioni delle bovine da latte dei campioni analizzati lavorando su due fronti. Il primo è quello di ottimizzare la razione in funzione dei reali fabbisogni degli animali e il secondo è la possibilità di inserire materie prime diverse dalla soia senza che queste incrementino il costo della razione, ammettendo ovviamente che queste materie prime siano disponibili a sufficienza ai prezzi di mercato dell anno di analisi. Nell ottimizzazione delle razioni si è cercato di tenere conto anche della vocazione di determinati territori a produrre specifiche materie prime e foraggi per l alimentazione del bestiame. Quindi grazie al riequilibrio delle razioni, nella maggior parte dei casi nel computo totale dei costi si è osservata una tendenza alla diminuzione rispetto alla situazione di partenza. Se si fa ad esempio un confronto tra la situazione lombarda e quella del Friuli si nota che per vacca nel campione lombardo si spendono al giorno 0,84 /vacca in più rispetto al Friuli. Si tratta di un valore considerevole visto che mediamente con 149 bovine per azienda si ottiene una spesa aggiuntiva giornaliera di 125 (45.600 /anno). Però se si va ad osservare l incidenza del costo per kg di latte le differenze sono minime pari a circa 0,003 eurocent/kg di latte; infatti, il costo per kg nel campione lombardo è di 0,133 mentre in quello friulano è di 0,136. Differenze che però si accentuano nelle razioni ottimizzate nei due campioni per il 2006. Tabella 14. Quadro riassuntivo dei costi delle razioni giornaliere di base e ottimizzate nel 2006 e nel 2007 nei tre campioni di aziende 2006 2007 2006 2007 Costo razione giornaliera ottimizzata /gg Costo razione giornaliera ottimizzata /gg Var. % Costo razione giornaliera /gg Costo razione giornaliera /gg Var. % LOMBARDIA 3,437 4,190 21,9% 2,775 3,781 36,3% FRIULI V.G. 2,597 3,212 23,7% 2,481 3,115 25,6% PUGLIA 3,397 4,132 21,6% 3,252 4,111 26,4% Visto che negli ultimi anni le quotazioni delle materie prime hanno subito delle oscillazioni considerevoli, si è cercato di valutare come queste variazioni dei listini potessero influenzare l analisi svolta. Dai dati riportati nelle tabelle 14 e 15, si osserva come sia in termini di costo giornaliero sia in termini di costo litro latte le variazioni da un anno ad un altro possono essere consistenti nelle diverse zone e possono dare impatti diversi anche nel costo della razione ottimizzata. Ma viene confermata la tendenza generale alla riduzione del costo della razione sia per i calcolo effettuati nel 2006 che per quelli effettuati nel 2007. 80

Valutazione tecnica ed economica dell'introduzione di granelle proteiche non OGM nella razione alimentare di bovini da latte Tabella 15. Quadro riassuntivo dei costi litro latte di base e ottimizzate nel 2006 e nel 2007 nei tre campioni di aziende 2006 2007 2006 2007 Costo litro latte base ottimizzata /kg Costo litro latte base ottimizzata /kg Var. % Costo litro latte base /kg Costo litro latte base /kg Var. % LOMBARDIA 0,133 0,163 22,6% 0,108 0,147 36,1% FRIULI V.G. 0,136 0,168 23,5% 0,129 0,162 25,6% PUGLIA 0,255 0,309 21,2% 0,243 0,306 25,9% Un altro elemento importante di questa analisi stato quello di capire come queste variazioni nella composizione delle razioni e quindi dei costi di alimentazione potessero impattare sui costi di produzione e quindi sulla redditività complessiva delle aziende. Dall analisi che mette a confronto le medie aziendali nelle diverse regioni analizzate, si osserva che in tutti e tre i casi l ottimizzazione delle razioni e la sostituzione di alcuni alimenti determina una riduzione dei costi di produzione, a patto che tutti gli altri parametri tecnici e ed economici restino invariati. La riduzione del costo totale è stata valutata nel 4,5% della Lombardia all 1 % del Friuli e 1,7% della Puglia. Di conseguenza si ha una riduzione del costo netto di produzione (tabella 16). Trattandosi essenzialmente della riduzione di un esborso monetario tutti gli indicatori di reddito aziendali ne traggono beneficio, dall incremento della remunerazione oraria del lavoro (dal 3,9% al 22%) all aumento del reddito famigliare che aumenta del 3,4% in Friuli e del 28% in Lombardia. 81

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI Tabella 16. Quadro riassuntivo della variazione dei costi di produzione aziendale nella situazione di base e ottimizzata nel 2006 nei tre campioni di aziende Media 2006 Lombardia Friuli V.G. Puglia Ottimizzata 2006 Variazione % Media 2006 Ottimizzata 2006 Variazione % Media 2006 Aziende (n.) 7 7 10 10 8 8 Ottimizzata 2006 Vacche (n.) 149 149 64 64 22 22 Produzione latte (t) 1.474 1.474 454 454 173 173 Variazione % Costi diretti (esclusi salari) /100 kg Costo totale (escluso costo quote) /100 kg 29,16 27,19-6,8% 32,41 31,89-1,6% 34,33 33,38-2,8% 43,98 42,00-4,5% 54,03 53,50-1,0% 57,31 56,36-1,7% Reddito familiare Per azienda 115.840 148.530 28,2% 66.638 68.880 3,4% 22.860 24.190 5,8% / 100 kg 8,66 10,67 23,2% 14,75 15,28 3,6% 14,79 15,76 6,6% Profitto Per azienda 13.950 46.300 493 2.688-7.740-6.440 / 100 kg 0,09 0,31 0,01 0,06-0,45-0,37 Remunerazione per ora di lavoro ( /ora) 12,80 15,60 21,9% 10,04 10,43 3,9% 6,30 6,70 6,3% Prezzo del latte per un reddito familiare positivo ( /100 kg) 28,10 26,10-7,1% 21,58 21,04-2,5% 25,10 24,10-4,0% Costo netto di produzione ( /100 kg) 36,20 34,30-5,2% 37,64 37,11-1,4% 45,70 44,70-2,2% Queste analisi mostrano quindi che nelle aziende da latte italiane c è molto spazio per ottimizzare le razioni delle bovine ottenendo riduzione dei costi di produzione e dei miglioramenti di reddito. L impatto di tale ottimizzazione può portare a risultati notevolmente diversi a seconda della realtà produttiva in cui si opera. 82

L introduzione di proteine non gm negli allevamenti - innovazioni organizzative della filiera A cura di: Antonella Ara, Raffaella Cerruti, Rosalba Saba - Laboratorio di studi rurali Sismondi. SEZIONE 1 Introduzione Nell'ultimo decennio si è assistito ad un forte ridimensionamento della foraggicoltura in Europa, principalmente dovuto sia a una politica comunitaria che ha favorito i cereali piuttosto che le coltivazioni foraggere o le colture proteiche, sia al ridimensionamento e a una sostanziale ristrutturazione della zootecnia europea e nazionale, che è diventata sempre più dipendente dalle importazioni anche a livello di foraggi e mangimi. La situazione relativa allo scarso auto approvvigionamento comunitario di fonti proteiche vegetali per gli allevamenti si è ulteriormente aggravata sia in seguito al bando delle farine animali e dunque alla conseguente esigenza di sostituire l apporto proteico della razione alimentare in seguito alla crisi della BSE, sia per la contemporanea riduzione della produzione europea di fonti proteiche (oleaginose e proteaginose) per motivi che discendono principalmente dall applicazione dei regolamenti comunitari. Anche la recente revisione mid-term della PAC, pur riconoscendo il contributo alla sostenibilità ambientale delle colture proteiche e delle leguminose e introducendo un aiuto specifico per dette colture, non sembra affatto sufficiente a far uscire le proteaginose dalla marginalità. Il deficit dell Europa per le fonti proteiche ha determinato l incremento delle importazione di soia e di suoi derivati da quei paesi che fanno largo uso di OGM 1, con 1 Dal 96 al 2003 la superficie agricola a colture GM è passata da 3 a quasi 70 ml di ha (senza contare il Brasile ) Oltre 80 ml di t. di soia prodotte nel mondo sono GM (quasi la metà della disponibilità planetaria) 66 ml di t. di mais sono GM (11% di tutto il mais mondiale) (Nomisma, 2004) 83

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI conseguente rischio di inquinamento genetico. La necessità di acquistare sul mercato i 2/3 del fabbisogno proteico, rende senz altro problematico il ricorso a forniture di partire di prodotti non OGM. È in questo contesto che diventa sempre più auspicabile e strategico il rilancio delle colture proteiche a livello nazionale e comunitario e la separazione dei due canali di commercializzazione - OGM e no GM/GM-free - sia a livello sementiero che di prodotto finito. In generale, comunque, le prospettive delle leguminose da granella diverse dalla soia sembrano più legata all'interesse degli allevatori non solo biologici di poter disporre di proteine vegetali di qualità più affidabile e con prezzi meno instabili di quelli della soia. Uno scenario che veda un aumento delle colture proteiche, specie quelle non irrigue a ciclo autunno-primaverile (che sono incentivate a livello comunitario e sono più versatili), favorirebbe una maggiore integrazione tra produzioni vegetali e zootecniche, contribuendo a chiudere anche a livello aziendale il ciclo dell'azoto, con indubbi vantaggi di tipo ambientale. Se tali prospettive saranno rosee, ciò dipenderà sia dall'effettivo grado di sviluppo delle filiere legate ai circuiti di qualità e tipicità sia dall'evoluzione della politica comunitaria e dei prezzi mondiali della soia e delle altre leguminose d'importazione. Ma per colmare il gap (apparente) tra il costo di produzione delle leguminose da granella e il costo della soia sul mercato internazionale è necessario lo sviluppo competitivo del sistema produttivo proteine vegetali il quale richiede uno sforzo in ricerca, sviluppo e innovazione e l attribuzione del giusto valore alle funzioni svolte dalle leguminose su ambiente e salute. Prima di entrare nel vivo del nostro lavoro - il cui obiettivo principale è lo studio delle innovazioni organizzative di filiere che prevedono la sostituzione della soia nell alimentazione zootecnica e la valutazione delle opportunità e delle problematiche relative alla creazione di tali filiere - crediamo sia utile tracciare un quadro generale sia dei trend produttivi internazionali delle principali colture proteiche, in particolare la soia, e dei sistemi di differenziazione presenti nelle filiere non OGM, che delle materie prime di interesse zootecnico e del settore mangimistico nazionale. 84

L introduzione di proteine non gm negli allevamenti - innovazioni organizzative della filiera 1 LE COLTURE PROTEICHE: TREND PRODUTTIVI 1.1 LA PRODUZIONE MONDIALE DI LEGUMINOSE DA GRANELLA Il pisello proteico - L UE presenta la maggiore produzione mondiale di pisello (2,8 milioni di t nel 2003) principalmente per uso zootecnico. Recentemente il Canada ha notevolmente incrementato la propria produzione (2,1 milioni di tonnellate) superando dal 2000 la produzione francese (1,7 milioni di t). La produzione dell ex Unione Sovietica (1,6 milioni di t nel 2003) si è ridotta fortemente a partire dall inizio degli anni 90 (7,7 milioni di t nel 1990) a seguito delle problematiche di ordine economico che hanno coinvolto sia il comparto zootecnico sia il settore agricolo complessivo di quel Paese. Fava e favino - La Cina e senza dubbio il maggiore produttore di fava (circa 1,8 milioni di t) ma le esportazioni sono quasi nulle. Australia, Regno Unito e Francia sono i principali esportatori verso il medio oriente di fava principalmente destinata al consumo umano. Lupino - Il lupino viene principalmente coltivato in Australia (circa l 85% della superficie mondiale) e il 50% viene esportato in Europa per uso zootecnico e il rimanente 50% in Asia (uso umano). 1.2 LA SOIA NEL MONDO La soia viene coltivata fin dall'antichità da cinesi, giapponesi e coreani, per i quali costituisce da sempre un'importante fonte alimentare. Nel XVIII secolo fu portata in Europa e agli inizi del XIX secolo negli Stati Uniti, dove per anni fu coltivata come prodotto agricolo secondario, destinato prevalentemente alla produzione di foraggio. Nei primi anni Venti lo sviluppo dell'industria della trasformazione della soia ha dato un notevole impulso alla coltivazione di questo legume. L 85% della soia mondiale è trasformata ogni anno in farina proteica e olio. Circa il 98% della farina è ulteriormente trasformato in farine e proteine utilizzate per i mangimi mentre un 2% circa è ulteriormente trasformato per l alimentazione umana. In Asia il 6% 85

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI della soia è direttamente utilizzato per l alimentazione umana. La componente oleosa della molitura della soia è principalmente utilizzata come olio edibile (95%); il resto è impiegato per produzioni industriali come gli acidi grassi, i saponi e il biodiesel. Negli ultimi 40 anni, la produzione mondiale di soia è aumentata di oltre il 500% e le previsioni sono di continua crescita, soprattutto a seguito della forte domanda di mangimi, specialmente in Cina dove il rapido aumento degli standard della qualità della vita permette al consumatore medio di mangiare più carne rispetto al passato. Inoltre si sta verificando anche una significativa crescita della domanda come materia prima per la produzione di biodiesel. Le varietà di soia geneticamente modificate iniziarono ad essere coltivate e commercializzate a partire dal 1996 e in breve tempo sono diventate predominanti nei principali paesi produttori. Inizialmente la soia è stata geneticamente modificata per essere resistente agli erbicidi (specificamente al popolare glifosato RoundUp Ready). Le più recenti generazioni di soia GM includono invece alcune caratteristiche utili per i trasformatori dei semi oleosi e per i consumatori (quali ad esempio l aumento della conservabilità, la maggiore qualità del prodotto finale, in termini di maggiori quantità di aminoacidi essenziali e di proteine). Chiaramente, in seguito al significativo incremento nell impiego di colture GM a cui si e assistito nell'ultimo decennio, le varietà tradizionali di soia sono diventate sempre più preziose per l'unione europea e per le altre zone particolarmente sensibili all'uso degli organismi transgenici. Nel gennaio del 2008 la produzione mondiale di soia è stata di oltre 220.000.000 tonnellate, e i principali produttori mondiali di soia sono stati gli Stati Uniti, seguiti da 86

L introduzione di proteine non gm negli allevamenti - innovazioni organizzative della filiera Brasile e Argentina 2 e, ad una certa distanza, da Cina e India. Dal 1999 al 2005 Brasile e Argentina hanno accresciuto la loro quota produttiva nel mondo rispettivamente del 25% e dell 81% mentre negli Stati Uniti è diminuita del 18%. Se consideriamo complessivamente la produzione mondiale di fagioli, farina e olio di soia il quadro rimane abbastanza simile in quanto i principali produttori sono sempre gli stessi; si aggiunge, anche se con un certo distacco, l UE a 27 che pur non essendo produttrice di fagioli di soia interviene invece nella trasformazione, producendo sia farina che olio 3. Lo sviluppo su larga scala della produzione e della trasformazione di soia negli USA iniziò nel corso degli anni quaranta e cinquanta del secolo scorso e fu favorito da un rapido aumento della domanda sia nazionale che mondiale di farine proteiche e di olio. La superficie coltivata a soia negli Stati Uniti è più che triplicata tra il 1940 e il 1955 (da 4.8 milioni a 18,6 milioni di ettari), mentre la produzione totale aumentò di quasi cinque volte (da 78 milioni a 374 milioni di staia). Successivamente con l ulteriore crescita del numero di ettari dedicato alla soia nel corso degli anni sessanta, gli Stati Uniti sono diventati una superpotenza mondiale della soia e hanno cominciato ad esportare in Europa ed in Asia grandi quantità di fagioli di soia, farine e oli 4. 2 Nel gennaio del 2008 gli Stati Uniti hanno contribuito alla produzione mondiale con il 32%, il Brasile con il 27% e l Argentina con il 21%. 3 Nel gennaio 2008 la produzione complessiva mondiale di questi prodotti ammonta a quasi 420.000.000 tonnellate metriche a cui gli Usa partecipano con una quota pari al 28%, il Brasile con il 21%, l Argentina con il 20%, la Cina con il 12% e l UE-27 con il 3%. In tutti questi paesi si assiste ad una stabilità o ad una diminuzione (leggera) delle rispettive quote nel periodo che va dal 2003 ad oggi, ad eccezione dell Argentina che vede aumentare la sua quota grazie alla produzione di farina. 4 La soia è coltivata prevalentemente nel Midwest; i principali stati produttori sono Iowa, Illinois, Minnesota, Indiana e Nebraska. Molti agricoltori in questa regione coltivano mais e soia in rotazione. 87

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI Negli ultimi anni la crescita dell'industria statunitense della soia ha subito un rallentamento a causa dell aumento della concorrenza. Infatti sebbene per ora gli USA sono ancora i più grandi produttori ed esportatori mondiale di soia (in realtà nel gennaio del 2008 per la prima volta sono stati sorpassati nelle esportazioni dal Brasile), hanno comunque perso la posizione dominante che avevano nel commercio globale di questo prodotto. Infatti soprattutto il Brasile e l Argentina (ma anche la Cina e l India) giocano un ruolo importante. La produzione ma anche l export in Argentina e Brasile sono molto dinamici; la modernità dei settori argentini e brasiliani può considerarsi equivalente a quella degli USA e dell UE. La prima significativa crescita della produzione di soia in Brasile si e verificata negli anni 70 a causa dell aumento internazionale dei prezzi che incoraggiò la crescita della coltura soprattutto nel sud del Brasile; successivamente nei primi anni 90 un ulteriore significativo incremento della produzione di soia e avvenuto nel quadro di una generale espansione del settore agricolo 5. In Argentina la produzione di soia nonostante sia cresciuta in ritardo rispetto al Brasile ha comunque avuto un boom fin dalla metà degli anni 90; a scapito di tutte le altre tipologie colturali 6. In Cina, dove ha la soia ha iniziato la sua storia, la crescita è stata rallentata da inefficienze e ritardi rispetto ai più importanti paesi produttori; infatti la repubblica popolare cinese è il quarto produttore mondiale di soia, con il 6% della produzione totale nel 2007 - e mostra la sua maggiore dinamicità nel mercato globale come importatrice. Le principali compagnie del settore della soia sono rappresentate principalmente da quattro multinazionali che dominano il commercio mondiale di questo prodotto (e non solo) e hanno una significativa presenza anche nella fase della trasformazione 7. 1.2.1 Export I tre maggiori produttori di soia sono anche i tre maggiori esportatori, sia per quanto riguarda i fagioli di soia ma anche per la farina e l olio. 5 Gli stati brasiliani principali produttori di soia sono Mato Grosso, Paraná and Rio Grande do Sul. 6 L area di produzione della soia copre circa tutta l area agricola argentina ma è particolarmente considerevole in prossimità dei porti per l esportazione, vicino alla città di Rosario. 7 Le quattro multinazionali sono: Archer Daniels Midland Company, Bunge Limited, Cargill, Incorporated and Louis Dreyfus Group. Altre imprese attive nel commercio mondiale della soia sono Itochu Corporation, Marubeni Corporation, Mitsui & Co. Ltd., Noble Group and Sumitomo Corporation. 88

L introduzione di proteine non gm negli allevamenti - innovazioni organizzative della filiera Gli USA fino al gennaio 2007 erano i primi esportatori di fagioli di soia seguiti da Brasile e Argentina; ma nel gennaio 2008 il Brasile balza al primo posto con una quota del 39%, seguito dagli Stati Uniti con il 36% e dall Argentina con il 15%. Inoltre i dati attuali e le previsioni dell evoluzione del settore sembrano consolidare la posizione leader del Brasile nell esportazione di granella di soia e dell Argentina nell esportazione di olio e farine. 1.2.2 Import I principali paesi importatori di soia sono la Cina e l Unione Europea; nel gennaio 2008 essi hanno importato rispettivamente il 45% e il 21% dell import mondiale di fagioli di soia, pari a oltre 72.000.000 di tonnellate. Seguono il Giappone (6%), il Messico (5%) e Taiwan (3%) 8. Per quanto concerne il volume delle importazioni UE di soia e farina di soia, esso è cresciuto costantemente sin dalla fine degli anni 90 e si è stabilizzato negli anni recenti intorno ai 34-35 milioni di tonnellate 9 (cfr. Tabella 1) che rappresentano una quantità molto più consistente rispetto alla produzione interna comunitaria di panelli (intorno ai 12 milioni di tonnellate). I principali fornitori sono l Argentina e il Brasile. 8 Nel gennaio 2008 i principali paesi importatori di farina di soia (import totale di quasi 56.000.000 di t.) sono l UE-27 (43%), la Tailandia, l Indonesia, la Korea e il Vietnam (tutte con il 4%) e le Filippine, mentre i principali paesi importatori di olio di soia (import totale di oltre 10.000.000 di t.) sono la Cina (29%), l'india (11%), l UE-27 (9%) e l Iran (6%). 9 Si tratta di dati leggermente sottostimati rispetto a quelli dell USDA che indicano circa 36-38 milioni di t. 89

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI Tabella 1 - Importazione di fagioli e farine di soia extra UE-27 (milioni di tonnellate) anno 1999 2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006 Argentina 90 82 89 110 111 111 120 144 Brasile 122 127 172 168 177 172 174 154 USA 57 57 60 60 47 28 26 25 altri paesi 12 9 12 8 15 16 17 17 totale 280 275 332 346 349 327 337 340 Fonte: European Commission-DG AGRI REPORT-Economic impact of unapproved GMO s on EU feed imports and livestock production In seguito all incremento della domanda di "bio-combustibili", anche nell UE è previsto un aumento delle superfici coltivate a semi oleosi. Così come l aumento della produzione di piante proteiche alternative alla soia (come piselli, fave e favini e lupini dolci) potrebbe fornire un'altra alternativa all insufficiente produzione comunitaria di semi di soia. A tal proposito sarà necessario un aiuto sostanziale per favorire l ampliamento della superficie coltivata. Tuttavia, viene stimato che l auspicabile incremento delle superfici a piante oleaginose e proteiche potrebbe sostituire al massimo solo il 10-20% delle importazioni UE di soia e farina di soia proteica. 90

L introduzione di proteine non gm negli allevamenti - innovazioni organizzative della filiera 1.3 LA PRODUZIONE DI COLTURE PROTEICHE IN EUROPA Le leguminose da granella - A livello europeo, le leguminose da granella rappresentavano nel 1999 solo il 3% della superficie destinata a seminativi. Le principali colture proteiche destinate all uso zootecnico sono rappresentate dal pisello proteico, dal favino e dal lupino dolce e dalla soia. Le quattro colture non hanno concorso tutte nella medesima misura all evoluzione della produzione europea di proteaginose, che nel periodo 2000/04 è stata di 6 milioni di tonnellate (il 3% circa della produzione mondiale, pari a 240 milioni di tonnellate), di cui almeno 3,5 milioni di tonnellate sono passati nell industria mangimistica 10. La soia ha contributo alla produzione globale per il 75%, il pisello proteico per il 52%, la fava e il favino per il 18% 11. L UE rappresenta la maggiore produzione mondiale di pisello proteico (2,8 milioni di tonnellate nel 2003). I lupini dolci raffigurano il gruppo di colture proteiche di più recente coltivazione nella UE; il loro sviluppo e stato promosso dal regime di aiuti comunitari. La situazione produttiva risulta fortemente condizionata dalle politiche comunitarie. Nel recente passato tali aiuti hanno portato, in funzione delle diverse condizioni pedoclimatiche, a una rapida diffusione della soia in Italia, del pisello e del favino in Francia, di altre leguminose da granella in Spagna; diffusione comunque quantitativamente poco significativa se rapportata al fabbisogno complessivo europeo. Negli ultimi anno cambiamenti dell organizzazione comune di mercato hanno determinato un decremento delle superfici a semi oleosi e proteici. Le proteoleaginose - La coltivazione della soia nell UE e scesa da 500.000 ettari a poco più della metà nel 2004 (270.000 ettari), peggiorando il grado di auto approvvigionamento sia dei semi che delle farine. La soia prodotta in Italia, seppur scarsa rispetto al fabbisogno, rappresenta il 70% della soia prodotta in Europa. Allo stato attuale, non è possibile incrementare la coltura della soia per soddisfare il fabbisogno di proteine vegetali in Europa: ciò sia per condizioni agronomiche, sia per una serie di vincoli contenuti negli accordi Wto, sia in applicazione della revisione di medio termine della PAC, a seguito dello svincolamento degli aiuti all ordinamento produttivo. Le leguminose foraggere - In Europa le superfici investite a prato di medica hanno subito un andamento decrescente e nel nostro Paese si trova più del 40% delle superfici a medica dell Europa che assommano nel 2004 a 1.843.660 ettari, seguano Francia, Spagna e Ungheria. Va anche detto che tutti gli osservatori del settore prospettano per gli anni a venire un incremento delle superfici, come conseguenza diretta dell applicazione della nuova PAC. L erba medica potrebbe quindi rappresentare una valida alternativa per la 10 I maggiori segmenti sono rappresentati dai monogastrici e dai ruminanti (un segmento minore è quello ittico); inoltre il pisello è utilizzato principalmente per i suini, la fava e il favino per il pollame, il lupino per i ruminanti. 11 Per quanto riguarda la destinazione, l 85% della produzione europea di pisello e il 58% di quella di fava e favino, sono state utilizzate nell industria mangimistica (Francia, Germania e Spagna) 91

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI produzione di proteine vegetali 12. Per ridurre il deficit di proteine vegetali, l Unione europea ha avviato uno studio per arrivare alla definizione di un piano proteine vegetali che punta all aumento della produzione interna, sia con colture oleaginose e proteaginose che con altre colture, come ad esempio i foraggi disidratati a base di erba medica. 1.4 IL FABBISOGNO EUROPEO DI PROTEINE Nell UE esiste un deficit ormai cronico di produzione di fonti proteiche per l industria mangimistica. Il fabbisogno di proteine grezze in Europa negli ultimi anni è sensibilmente cresciuto a seguito della messa a bando delle farine animali dopo l allarme BSE, ma anche in seguito all aumento delle produzioni avicole e suinicole e a un maggior uso di alimenti commerciali nell alimentazione dei bovini. Come già accennato, il recente aumento di questo deficit è il risultato del bando all uso delle farine animali nel novembre del 2000 (1,8 milioni di tonnellate utilizzate nel 1999/2000) e anche della contemporanea riduzione della produzione domestica di fonti proteiche (oleaginose e proteaginose) per motivi che discendono principalmente dall applicazione dei regolamenti comunitari. La carenza in prodotti ricchi in proteine, che raggiungeva quasi il 70% alla fine degli anni 90, è aumentata ulteriormente dal 2000-2001 per raggiungere il picco del 77% nelle ultime stagioni. Nel 2000 la produzione europea di pisello e colza e scesa rispettivamente a 1 e a 2 milioni di tonnellate, contemporaneamente si e assistito ad un aumento di utilizzazione di 1,2 milioni di t di farina di soia di importazione. Dal 2001 le produzioni sono rimaste relativamente stabili fra le 5 e le 6 milioni di tonnellate, mentre il consumo di farina di soia e aumentato da 28 milioni di t nel 2000/2001 a 30,5 milioni di tonnellate nel 2002/2003. Inoltre la disponibilità di pisello in Europa si è ridotta significativamente a seguito di un forte aumento dell esportazione di piselli gialli per uso umano verso il subcontinente indiano. Questi quantitativi esportati, che nel 2002-2003 hanno raggiunto i 0.7 milioni di tonnellate, provenivano prevalentemente dalla Francia e non sono stati bilanciati da equivalenti import da paesi terzi, come il Canada che rappresenta il maggior fornitore di pisello per l Europa. Le importazioni di pisello hanno raggiunto il record di 1.15 milioni di t nel 2000-2001, ma sono state solo di 0.5 e 0.2 milioni di tonnellate, rispettivamente, nel 2001/2002 e 2002/2003 a causa degli scarsi raccolti canadesi. 12 Vale la pena ricordare che l erba medica disidratata, confezionata in balloni a fibra lunga, rappresenta già da alcuni anni nell allevamento delle bovine da latte una componente basilare della razione alimentare, contribuendo a migliorare la qualità del prodotto. 92

L introduzione di proteine non gm negli allevamenti - innovazioni organizzative della filiera L incremento delle importazioni di soia e dei suoi derivati acuisce ancora di più il problema relativo agli alimenti geneticamente modificati. La necessità di acquistare sul mercato i due terzi del fabbisogno proteico rende senz altro problematico il ricorso a forniture di partite di prodotti non OGM. L espansione del mercato degli OGM sta conducendo su una strada diversa il processo di riorganizzazione del sistema agroalimentare. Dalla produzione di beni di massa destinati all'allevamento o alla trasformazione primaria, l'industria biotecnologica si riposiziona in mercati altamente differenziati, che esigono la diffusione di infrastrutture per la segregazione e la conservazione dell'identità dei prodotti. 2 LA RIVALUTAZIONE DELLE COLTURE PROTEICHE IN EUROPA E IN ITALIA Uno scenario che veda un aumento delle colture proteiche diverse dalla soia e la chiara e netta separazione dei due canali di commercializzazione - OGM e OGM-free -, dipende e dipenderà sia dall'effettivo grado di sviluppo delle filiere legate ai circuiti di qualità e tipicità (allevamenti biologici, DOP, IGP e GM-free), sia dall'evoluzione della politica comunitaria e dei prezzi mondiali della soia e delle altre leguminose d'importazione, oltre allo sviluppo competitivo del sistema produttivo proteine vegetali che richiede uno sforzo in ricerca, sviluppo e innovazione e l attribuzione del giusto valore alle funzioni svolte dalle leguminose su ambiente e salute. La re-introduzione delle colture proteiche di leguminose negli avvicendamenti colturali si rende necessaria anche in un contesto di recepimento dei nuovi orientamenti della PAC, recentemente approvati nella revisione di medio termine della stessa, che danno come indicazione prioritaria la riduzione dell impatto delle attività agricole sull ambiente. Le leguminose, infatti, grazie all attività dei rizobi, hanno la specifica capacità di fissare l azoto atmosferico, consentendo risparmi nella concimazione azotata. Inoltre, è nota l azione miglioratrice dell apparato radicale sulle caratteristiche fisico-chimiche del terreno. A questi aspetti specifici si aggiungono i benefici dell avvicendamento colturale, i quali si manifestano nella semplificazione delle strategie di lotta contro fitopatie ed erbe infestanti. Inoltre la loro produzione è strategica per l economia locale e per la loro valenza ambientale (consumo di energia, riscaldamento globale, ecc.). Un rilancio di alcune di queste colture per l alimentazione animale è prevedibile e auspicabile per una serie di motivi: 93

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI insicurezza alimentare a livello comunitario derivante dalla ridotta autosufficienza di proteine vegetali per gli allevamenti la necessità di sostituire le farine animali messe al bando dalla BSE la necessità di garantire l approvvigionamento di proteine No-GM/GM-free nelle filiere alimentari agro zootecniche, in particolare per quanto riguarda la produzione di prodotti tipici e biologici il ruolo chiave che le colture proteiche possono svolgere un nell incrementare la sostenibilità e ridurre l impatto ambientale dell attività agricola; da questo punto di vista infatti sono colture ottime per i programmi ambientali dei PSR. A testimoniare l interesse che si è concentrato intorno a tale argomento basti vedere le ricerche compiute ed in atto sia per quanto riguarda gli aspetti agronomici che per quelli connessi al razionamento degli animali da reddito 13. Tuttavia le prospettive di una auspicabile rivalutazione delle colture proteiche diverse dalla soia a livello nazionale e comunitario sembrano attualmente oscurate da non poche difficoltà. In primo luogo, come è stato già accennato, esiste una forte dipendenza dell Europa dalle importazioni di proteine vegetali. L emergenza determinata dalla BSE, che ha implicato il bando delle farine animali dall alimentazione degli animali e la necessità di una loro sostituzione con fonti proteiche alternative, ha messo in evidenza alcune criticità già esistenti in relazione al mercato internazionale delle proteine vegetali e alle politiche comunitarie. I sistemi foraggero-zootecnici hanno subito nel tempo una radicale trasformazione dovuta in particolare alla semplificazione e all intensificazione degli ordinamenti colturali incentrati in pratica sull omosuccessione cerealicola, con un conseguente enorme sviluppo del silo mais (elemento funzionale della semplificazione); al ridimensionamento delle colture prative proteiche; alla specializzazione produttiva degli allevamenti e alla semplificazione dei modelli alimentari (unifeed). Tale semplificazione ha anche determinato un significativo incremento dell introduzione proteica per soddisfare esigenze della dieta che prima erano maggiormente coperte dalle foraggere proteiche. L intensificazione degli ordinamenti colturali ha determinato rese produttive ed economiche significative ma anche esternalità negative per quanto riguarda la conservazione delle risorse ambientali e territoriali. Nell ultimo decennio si è quindi assistito ad un forte ridimensionamento della foraggicoltura europea ed italiana, principalmente dovuto sia a una politica comunitaria che ha favorito i cereali piuttosto che le coltivazioni foraggere o le colture proteiche (fino al 2004 queste colture non hanno mai ricevuto nessuna particolare forma di sostegno), sia al ridimensionamento e a una sostanziale ristrutturazione della zootecnia europea e nazionale, che è diventata sempre 13 Vedere l elenco (assolutamente non esaustivo) riportato in bibliografia 94

L introduzione di proteine non gm negli allevamenti - innovazioni organizzative della filiera più dipendente dalle importazioni anche a livello di foraggi e mangimi. Inoltre i prezzi relativamente favorevoli delle proteine di soia nel mercato internazionale hanno consentito una facile integrazione proteica delle diete animali e non hanno stimolato politiche comunitarie per un efficace piano proteico europeo. Già prima della messa al bando delle farine animali, il bilancio europeo delle materie prime ad alto contenuto proteico faceva registrare una dipendenza dalle importazioni extra-ue pari al 67%; (fonte: Commissione europea, Informazioni statistiche ed economiche); attualmente il deficit proteico è salito al 75%, anche perché la recente modifica della PAC, pur comportando un regime favorevole di sostegno, non ha ancora avuto un effetto favorevole sulle colture proteiche. Circa il 74% dei materiali ricchi in proteine, cioè con un contenuto proteico superiore al 15%, viene importato per l utilizzazione da parte dell industria mangimistica europea; due terzi di tale deficit sono coperti dalle importazioni di semi e panelli di soia (cfr. Box 1). Box 1 Bilancio tra produzione e consumi di materie ricche in proteine nell'ue a 25 (Unip 05/06) Deficit 74% 3% farina di pesce 9% glutine di mais, copra, cotone, ecc. 3% foraggi disidratati 15% panelli di colza e girasole 66% panelli e semi di soia 4% pisello, fava-favino, lupini Nell industria mangimistica europea circa il 74% degli alimenti proteici viene importato. Due terzi di questo deficit è coperto dalle importazioni di semi di panelli di soia. Fonte: Supplem. PROTEINE VEGETALI Informatore Agrario 36/2007 Per di più le ragioni della crisi delle proteaginose e della progressiva perdita d'importanza della loro produzione sono prevalentemente da ricercare nella loro scarsa convenienza economica, soprattutto nei terreni più fertili e irrigui del Nord Italia, in quanto la bassa 95

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI produttività per ettaro combinata a prezzi di mercato contenuti si traduce in un margine operativo molto inferiore rispetto a quello di colture concorrenti come il mais. Se si guarda poi in particolare alle leguminose "tradizionali" da granella (pisello proteico e fava, ma anche lupino), il loro svantaggio rispetto alla leguminosa "importata" per eccellenza, cioè la soia, è eclatante. In un'azienda medio-grande (oltre 20 ha di SAU) "a parità di costi variabili, il margine lordo del pisello proteico si riduce di oltre il 40% rispetto a quello della soia" (Menguzzato, 2006). Infine il recente sviluppo dei biocarburanti sta contribuendo ulteriormente alla promozione della coltivazione del mais, sottraendo ulteriore terreno alle colture proteiche e al mais per uso zootecnico, con il risultato di un ulteriore aumento delle importazioni per gli allevamenti. Tuttavia lo sviluppo di biodiesel e bioetanolo potrebbe portare ad un significativo aumento di disponibilità di panello di colza e sottoprodotti della distillazione dei cereali per le industrie mangimistiche. A conclusione di questo capitolo riportiamo alcuni risultati relativi a due progetti europei sull utilizzo delle leguminose da granella: la rete GL-Pro 14 e il progetto GLIP 15 ; quest ultimo rappresenta al momento il più grande consorzio di ricerca e sviluppo che sta studiando come le leguminose da granella possano essere maggiormente utilizzate soprattutto in zootecnia, contribuendo così ad una agricoltura europea più sostenibile, con particolare riferimento alle problematiche di tipo agronomico e nutrizionale. I risultati della rete GL-Pro hanno dimostrato che l introduzione di una leguminosa da granella in una rotazione colturale che comprende il 75% di cereali e il 25% di oleaginose può far risparmiare per ettaro e per anno circa il 10% delle fonti di energia non rinnovabile e ridurre in maniera analoga l emissione di gas a effetto serra (Nemecek e Baumgartner, 2006). Nell ambito del progetto GLIP è stato effettuato il confronto tra l uso di panello di soia brasiliano e di pisello tedesco nell allevamento di maiali in Germania attraverso il modello Life cycle analisys (LCA), e i risultati relativi ai criteri consumo di energia e potenziale di riscaldamento globale mostrano un chiaro vantaggio ambientale a favore del pisello coltivato localmente; i benefici sono ancora più evidenti quando la granella è coltivata e utilizzata direttamente nell azienda zootecnica. Il progetto GLIP tra l altro mette in evidenza il più ampio potenziale di utilizzo che le leguminose da granella hanno in Europa rispetto al contesto attuale, determinato in particolare dalla composizione nutrizionale della granella, dalle restrizioni tecniche esistenti e dai prezzi di mercato. Nell ambito del progetto è stato analizzato il trend dell utilizzazione potenziale del pisello nei mangimi composti per diverse specie animali. Nel caso della Germania metà del consumo apparente è destinato ai mangimi composti, e secondo il modello impiegato, al prezzo di mercato osservato, l uso potenziale potrebbe 14 European extension network for the development of grain legume production in the EU, 2003-2006, QLK5-CT-2002-02418 15 Grain legumes integrated project, 2004-2008, Food-CT-2004-506223 96

L introduzione di proteine non gm negli allevamenti - innovazioni organizzative della filiera raddoppiare. Sondaggi condotti presso alcuni produttori tedeschi di mangimi composti mettono in evidenza le ragioni dell attuale sottoutilizzazione del pisello: un atteggiamento negativo nei confronti di tale fonte proteica da parte degli acquirenti un prezzo più alto in Germania dovuto alle esportazioni remunerative di pisello verso l Olanda problemi di disponibilità in alcuni periodi dell anno o presso alcuni produttori. La disponibilità è un elemento cruciale per la diffusione del pisello e delle leguminose da granella in generale; infatti la discrepanza tra consumi zootecnici reali e potenziali nei diversi paesi dell UE, oltre alla questione della qualità e del prezzo, è strettamente legata ad una mancanza di conoscenza da parte degli utilizzatori e all insufficiente disponibilità sul mercato. Come già precedentemente evidenziato quantitativi sufficienti e regolarmente disponibili sul mercato delle materie prime e a prezzi convenienti rappresentano la condizione di utilizzazione delle leguminose da granella da parte dell industria mangimistica. Secondo Cereopa 16 quando la loro disponibilità è bassa, le leguminose da granella sono utilizzate soprattutto nella dieta dei suini, mentre se la loro possibilità di impiego dovesse aumentare potrebbero trovare un interessante sbocco nella dieta della vacche da latte. Il pisello rappresenta una materia prima che può essere facilmente introdotta nell industria mangimistica; il suo prezzo è direttamente correlato a quello delle principali materie prime utilizzate in tale industria, e tra queste la soia è la concorrente principale delle leguminose da granella nell UE. Infatti la composizione del panello di soia risponde molto bene alle esigenze nutrizionali degli animali, in particolare per quanto riguarda la produzione intensiva. Quindi i semi di altre leguminose da granella più ricchi in amido potrebbero diventare interessanti per le produzioni meno intensive, tanto più che la loro produzione nell UE è di interesse strategico per l economia locale di paesi e regioni. Inoltre le leguminose da granella possono essere complementari a fonti proteiche presenti in Europa e molto interessanti per la zootecnia quali panelli di colza e girasole, glutine di mais, copra, cotone, foraggi disidratati ecc, per la diversa qualità del seme; il pisello ha un elevato contenuto in amido, un buon valore energetico e una proteina specialmente ricca in lisina che ben complementa le proteine dei cereali che invece ne sono povere; a sua volta il panello di colza è più ricco in proteine rispetto al pisello e le sue proteine sono ricche in aminoacidi solforati che ben vanno a integrare quelle del pisello. Come già evidenziato, negli ultimi anni una massa critica di risorse scientifiche è stata mobilizzata per le leguminose, sia a livello europeo che internazionale; sono stati ottenuti progressi scientifici per diversi caratteri agronomici delle colture e per la qualità del seme e così, per esempio, sono stati ridotti gli inibitori della tripsina in tutte le varietà di pisello, ridotta quasi a zero la presenza di alcaloidi nei lupini dolci, creata una varietà di favino, Fevita, senza tannini e senza vicina e convicina, ecc.., ma è necessario migliorare 16 Centre d'etude et de Recherche sur l'economie et l'organisation des Productions Animales, Paris 97

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI ulteriormente i livelli e la stabilità delle rese di queste colture, per aumentare il più possibile il loro utilizzo soprattutto in campo zootecnico. L analisi del progetto GLIP mette anche in evidenza il paradosso esistente tra il possibile e auspicabile maggior impiego delle leguminose da granella nella situazione attuale e la diminuzione delle superfici coltivate a tali specie negli ultimi anni. Diverse sono le opportunità che potrebbero essere sfruttate soprattutto in presenza di un aumento dei costi energetici. Il futuro di queste colture proteiche è legato quindi a molteplici fattori e obiettivi: l evoluzione della politica comunitaria, quindi un sistema di incentivi che riconosca appieno il valore strategico e ambientale di tali colture l evoluzione dei prezzi mondiali della soia e delle altre leguminose d'importazione l allineamento su valori europei del prezzo di mercato l efficienza tecnico-economica delle colture, in particolare la resa, per cui è necessario investire in ricerca ed innovazione per selezionare varietà più performanti la disseminazione delle informazioni scientifiche su queste materie prime il collegamento tra produzioni vegetali e allevamento, in quanto condizione necessaria per sviluppare sistemi agricoli sostenibili, basati sulla reintroduzione di colture foraggere e leguminose da granella ad uso zootecnico in rotazioni aziendali più razionali ed efficienti; l ottimizzazione dell uso delle materie prime prodotte localmente la necessità di assicurare una fornitura quantitativamente e qualitativamente stabile (la sfida chiave del settore) per poter incrementare l utilizzo delle proteiche alternative alla soia in campo mangimistico/zootecnico. lo sviluppo e l ottimizzazione delle filiere interessate (in particolare quelle legate ai circuiti di qualità e tipicità: allevamenti e prodotti biologici, DOP, IGP, No OGM, quindi con caratteristiche di tracciabilità ed ecocompatibilità). 98

L introduzione di proteine non gm negli allevamenti - innovazioni organizzative della filiera 3 LA SITUAZIONE DELLE MATERIE PRIME DI INTERESSE ZOOTECNICO E DEI MANGIMI IN ITALIA 3.1 LA DISPONIBILITÀ DELLE MATERIE PRIME DI INTERESSE ZOOTECNICO In Italia le materie prime di interesse zootecnico sono principalmente rappresentate da cereali, in particolare il mais e l orzo, dai foraggi di medica sia essiccati in campo che disidratati, e dalle proteoleaginose, in special modo dalle farine e dai panelli ottenuti dai semi di soia e da quelli di girasole; inoltre vengono utilizzati diversi sottoprodotti come i cruscami, le polpe di barbabietola da zucchero essiccate e cubettate, che vengono utilizzati sia nel settore suinicolo che quello bovino da latte e da carne. Questi prodotti, che - ad esclusione dei fieni - nell industria mangimistica vengono indicati singolarmente come mangimi semplici, vanno a rappresentare, opportunamente e variamente dosati, la parte preponderante tanto nella preparazione dei mangimi composti quanto delle razioni di stalla con il completamento delle integrazioni oligominerali e vitaminiche; quindi la loro disponibilità e il loro costo influenzano notevolmente il rendimento tecnico, economico e qualitativo degli allevamenti zootecnici. Le produzioni foraggere complessive, permanenti e temporanee, dovrebbero interessare circa 900.000 di ettari di cui soltanto 50.000 sono utilizzati per la produzione di erba medica disidratata. L Italia vanta il 45% della produzione europea di erba medica e fornisce circa 700.000 tonnellate di alimenti disidratati e i fabbisogni nazionali sono interamente coperti dalla produzione nazionale; infatti nonostante negli ultimi anni ci siano state importazioni di medica in balloni dalla Spagna, il quadro d insieme, che ci vede anche esportatori in misura crescente verso il medio oriente e il nord Africa, non viene modificato. 99

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI Tabella 2 - Disponibilità di cereali ad uso zootecnico in Italia, 2006 (000 t.) Produzio Disponibilità Disponibilità Import Export ne totale uso zootecnico Avena 394,9 23,5 9,7 408,7 360,0 Frumento tenero 3.193,0 4.700,7 25,5 7.868,2 1.300,0 Frumento duro 3.988,7 2.184,0 55,1 6.117,6 - Mais 9.626,4 1.538,9 46,1 11.119,2 8.890,0 Orzo 1.297,4 701,0 5,5 1.992,9 1.497,0 Segale 8,6 16,3 1,6 23,3 18,0 Altri cereali 248,4 118,4 58,0 308,8 305,0 totale 18.757,3 9.282,8 201,6 27.838,5 12.370,0 Variazione percentuale 2006/2005 Avena -8,0-25,1 320,3-10,8-7,7 Frumento tenero -2,8-4,3-37,1-3,6-0,3 Frumento duro -10,0 37,1-44,3 3,3 - Mais -7,7 30,7 58,8-4,0-2,2 Orzo 6,9-15,1 290,2-2,2-5,7 Segale 9,2-29,8 144,5-23,4-14,3 Altri cereali 16,0 125,9-9,4 52,5 51,7 totale -6,3 7,7-14,9-1,9-1,8 Fonte: ISTAT; annuario 2008 Assalzoo Per il comparto cerealicolo, nel 2006 gli ettari investiti ai principali cereali zootecnici in Italia, mais, orzo, avena e sorgo, sono pari a circa 1.600 ha; la produzione nazionale cerealicola totalizza quasi 19 milioni di tonnellate, -6,3% rispetto al 2005 (cfr.tabella 2). La disponibilità complessiva di cereali per uso zootecnico in questi ultimi anni sta decrescendo. Nell anno analizzato questa diminuzione è dovuta soprattutto alla minore disponibilità di avena (-8% la produzione e -25% Ie importazioni) e di mais (-7,7% la produzione e +30,7% Ie importazioni, ma aumenta l export quasi del 59%). La produzione di grano duro, non particolarmente importante per la mangimistica, se non indirettamente per la sua complementarietà nell'utilizzo delle superfici di semina con il frumento tenero, ha fatto registrare il maggior decremento produttivo (-10%). Aumenta invece la produzione di orzo e segale (6,9% e 9,2%) mentre ne diminuisce l import (rispettivamente -15% e quasi -30%; per quanto riguarda gli orzi, cìrca la metà dei nostri consumi viene importato dai grandi paesi produttori comunitari come la Francia). La minore produzione nazionale, che come visto è imputabile principalmente al frumento duro, all avena e al mais, è stata accompagnata da un generale aggiustamento al rialzo delle importazioni (che rappresentano il 33% della disponibilità totale); per quanto 100

L introduzione di proteine non gm negli allevamenti - innovazioni organizzative della filiera riguarda il mais, il rapporto Nomisma presentato ad inizio 2008 17 mostra come l Italia non sia più autosufficiente, per cui si presume che l importazione di tale prodotto acquisterà maggiore rilievo. Le esportazioni, che comunque hanno un peso modesto, mostrano invece un calo globale (pur con un buon aumento percentuale di avena, orzo e segale). La disponibilità totale dei cereali diminuisce dell 1,9% e anche all alimentazione del bestiame viene destinata una quota minore di cereali con un decremento dell 1,8%. La disponibilità totale di panelli e di farine di estrazione di semi oleosi nel 2006 (cfr. Tabella 3) è pari a quasi 4,5 milioni di tonnellate (+0,9% rispetto all'anno precedente), ed è sostanzialmente rappresentata dai derivati dei semi di soia e poi da girasole, da germe di granone e da colza e ravizzone. Sono cresciute Ie disponibilità di girasole, colza e ravizzone ed è rimasta sostanzialmente stabile quella di soia, ma le nostre produzioni di semi di soia e girasole sono estremamente modeste rispetto ai fabbisogni, come avviene anche nel resto dell UE (infatti le farine di estrazione di semi di soia decorticata ed integrale sono le più utilizzate in assoluto in tutti i comparti zootecnici). La materia prima proveniente dall estero è pari al 66% della disponibilità; in particolare la quota di soia estera rappresenta il 68,9%, il girasole il 58% e colza e ravizzone il 54,6%. Tabella 3 - Disponibilità di panelli e farine di estrazione di semi oleosi in Italia, 2006 (000 t) Panelli e f.e. Disponibilità Produzione Import Export Disponibilità di semi oleosi uso zootecnico Colza e ravizzone 16,8 51,6 4,0 94,5 - Germe di granone 76,8 0,3 76,4 - Girasole 258,4 353,4 7,3 604,5 - Sesamo 2,8 2,8 - Soia 1.299,9 2.507,8 165,6 3.642,0 - Altri 37,4 29,8 0,7 36,6 - totale 1.692,0 2.942,6 177,8 4.456,8 4.456,8 Variazione percentuale 2006/2005 Colza e ravizzone 50,7 63,0 414,2 31,1 - Germe di granone 55,5 - - 54,8 - Girasole 15,3-5,0 205,0 1,8 - Sesamo 5,2 - - 5,2 - Soia - 2,0 1,7 1,3 0,4 - Altri 2,4-53,5 396,5-48,2 - totale 2,5 0,3 6,6 0,9 0,9 Fonte: annuario 2008 Assalzoo, dati ISTAT 17 OGM ed approvvigionamento di mais nel medio periodo: criticità ed opportunità del caso italiano 101

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI L'andamento delle importazioni di soia nel nostro paese riflette specularmente l'evoluzione della produzione nazionale: nel 1995, con una importazione di 1,3 milioni di tonnellate, l Italia occupava il nono posto nella classifica dei maggiori acquirenti di soia al mondo; nel 2000 l'import si era ridotto a circa 732 mila tonnellate; nel 2004 le importazioni tornano nuovamente ai livelli di dieci anni prima raggiungendo 1,5 milioni di tonnellate e 2,5 nel 2006. Ma i cambiamenti maggiori sono quelli relativi alla provenienza geografica della soia introdotta in Italia; nel 1995, Stati Uniti d America, Argentina e Brasile erano i principali paesi di importazione. Nel 2000, il Brasile e gli Stati Uniti si dividono quasi interamente la "torta", mentre nel 2004 il Brasile diviene il principale partner commerciale con una quota pari al 63% delle importazioni nazionali di soia, seguito a grande distanza dalla "new entry" Paraguay. Nel gruppo altri mangimi semplici (cfr. Tabella 4) rientrano prodotti tra loro molto eterogenei, quali polveri di siero, farine di pesce e crusca; la loro disponibilità totale è di 2,83 milioni di tonnellate ed è cresciuta sull'anno precedente del 3,8%, così come la produzione nazionale (+4,9%). La polvere di siero e la farina di pesce hanno accresciuto la loro disponibilità grazie soprattutto alla provenienza estera, mentre la crusca è quasi esclusivamente di provenienza nazionale. Tabella 4 - Disponibilità di altri mangimi semplici in Italia, 2006 (000 t.) Altri mangimi semplici Produzione Import Export Disponibilità Siero di latte in polvere 61,5 60,6 92,7 29,4 Farina di pesce 8,2 54,1 6,8 55,5 Crusca 2.750,0 67,9 74,0 2.743,9 Totale 2.819,7 182,6 173,5 2.828,8 Variazione percentuale 2006/2005 Siero di latte in polvere -4,4 16,6 21,2-99,9 Farina di pesce 2,5-13,6 48,7-16,0 Crusca 5,2-20,6-9,3 4,8 Totale 4,9-8,7 6,7 3,8 Fonte: annuario 2008 Assalzoo, dati ISTAT 3.2 L EVOLUZIONE DELLE COLTURE PROTEICHE NAZIONALI Tracciamo ora, anche se brevemente, un quadro più approfondito relativo all evoluzione produttiva delle colture proteiche, in particolare soia, erba medica, fava da granella e 102

L introduzione di proteine non gm negli allevamenti - innovazioni organizzative della filiera pisello proteico 18, partendo dal fatto che le leguminose da granella tradizionali della nostra agricoltura (pisello, fava, cece, fagiolo, lenticchia, lupino bianco, cicerchia) hanno subito un drastico calo nella loro coltivazione passando da circa 1.200.000 ha a poco più di 60.000 nell arco di 50 anni. Nel 2004 le colture proteiche destinate all uso zootecnico costituiscono più del 99,8% del totale della produzione di proteaginose e circa il 98% del totale delle superfici investite (cfr.tabella 5). Le quattro colture più rappresentative (soia, erba medica, fava da granella e pisello proteico) non hanno concorso tutte nella medesima misura all evoluzione della produzione italiana di proteaginose (periodo 1995-2004; cfr. Tabella 6) Tabella 5 - Totale colture proteiche, superfici, rese e produzioni ad uso zootecnico in Italia totale complessivo colture proteiche totale colture proteiche uso zootecnico % zootecnico su totale anni % SAU Resa Produzione SAU Resa Produzione % SAU prod. (ha) (t/ha) (t) (ha) (t/ha) (t) zoot./ zoot./ totale totale 1995 1.122.002 25,63 28.760.825 1.099.302 26,13 28.722.326 99,87 97,98 1996 1.125.810 25,15 28.311.487 1.106.063 25,57 28.277.342 99,88 98,25 1997 1.145.500 23,32 26.710.189 1.126.237 23,69 26.676.648 99,87 98,32 1998 1.274.964 23,39 29.820.646 1.256.326 23,71 29.788.872 99,89 98,54 1999 1.146.069 25,39 29.100.051 1.127.315 25,78 29.064.735 99,88 98,36 2000 1.136.127 23,5 26.703.210 1.117.596 23,86 26.671.142 99,88 98,37 2001 1.095.915 23,8 26.085.815 1.077.259 24,18 26.051.635 99,87 98,30 2002 1.004.455 26,39 26.511.497 985.796 26,86 26.478.407 99,88 98,14 2003 997.299 21,83 21.772.783 978.118 22,23 21.746.280 99,88 98,08 2004 988.824 26,13 25.834.731 969.676 26,61 25.804.789 99,88 98,06 Fonte: Le colture proteiche in Italia 18 Questo paragrafo è in gran parte ripreso da: Le colture proteiche in Italia, di Marie-Reine Bteich, Francesco Solfanelli, Raffaele Zanoli, che è anche la fonte delle tabelle utilizzate 103

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI Tabella 6 - Produzione superficie e rese delle colture proteiche italiane Variazione Variazione Produzione Superfici Produzione Superficie Rese Colture (t) e (ha) 95-96/03-04 95-96/03-04 03-04 03-04 2003-04 % % Variazione Rese 95-96/03-04 % Soia 463.574-41,34 151.210-27,74 3,07-18,74 Erba medica 23.211.500-15,94 771.188-7,67 30,11-8,91 Fava da granella 75.978-16,47 44.108-21,85 1,72 6,73 Pisello proteico 24.483 322,48 7.392 335,85 8,27 169,41 Lenticchia 1.202 42,10 1.732 71,57 0,69-17,18 Cece 64.493 88,19 5.569 90,05 1,16-1,01 Fagiolo 13.784-41,62 9.213-32,98 1,50-13,09 Pisello da granella Totale colture proteiche 6.788-19,59 2.651-25,06 4,39 85,68 23.861.800-16,47 993.062-11,64 50,91-5,47 La coltura che ha contribuito in misura maggiore a tale evoluzione è stata l erba medica, la cui produzione pur complessivamente in calo nel decennio ha "tenuto" di più. Tale coltura costituisce la parte prevalente oltre il 95% della produzione proteica totale italiana e nel decennio analizzato ha incrementato tale posizione dominante se non a livello di produzione sicuramente a livello di superfici investite(cfr. Tabella 7 e Tabella 8) 19. Tabella 7 - Composizione della produzione nazionale di colture proteiche (valori %) Produzione 1995 2000 2004 Soia 2,56% 3,47% 2,05% Erba medica 97,01% 96,10% 97,40% Fava da granella 0,35% 0,28% 0,33% Pisello proteico 0,03% 0,02% 0,10% Tot. Zootecnico 99,96% 99,87% 99,88% Lenticchia 0,01% 0,00% 0,00% Cece 0,01% 0,02% 0,03% Fagiolo 0,01% 0,08% 0,06% Pisello da granella 0,00% 0,02% 0,03% Tot. Umano 0,04% 0,12% 0,12% Tot. Colture Proteiche 100% 100% 100% 19 Nel 2005 in Italia la produzione totale di erba medica è stata stimata intorno alle 700 mila tonnellate; un quantitativo appena sufficiente a soddisfare il fabbisogno del 25% del patrimonio bovino da carne nazionale, che è di circa 4 milioni di capi. 104

L introduzione di proteine non gm negli allevamenti - innovazioni organizzative della filiera Tabella 8 - Variazione di superfici rese e produzione dell erba medica per circoscrizione Superfici (ha) Resa (t/ha) Produzione (000 t) 95-00 00-04 Var. % 95-00 00-04 Var. % 95-00 00-04 Var. % Nord 467.832 441.807-5,6 36,89 37,49 1,6 17.269,8 16.554,5-4,1 Centro 228.260 223.026-2,3 25,06 23,30-7,0 5.726 5.196-9,3 Sud e Isole 130.666 126.531-3,2 28,97 29,09 0,4 3.774 3.663-2,9 Italia 826.758 791.363-4,3 32,37 32,13-0,7 26.770 25.414-5,1 La soia prodotta a livello nazionale rappresenta ancora, dopo l'erba medica, la principale produzione proteica, anche se nell'ultimo decennio si è assistito a un suo progressivo ridimensionamento e a un recente rinnovato interesse per alcune colture "minori", in particolare per il pisello proteico; ciò è dovuto prevalentemente al drastico calo della produzione nazionale di soia e alla sua sostituzione con prodotti d'importazione e solo in parte all'effettivo aumento di alcune colture. Il Nord Italia ha un ruolo dominante nella produzione di soia; la specializzazione è notevole e sostanzialmente immutata nel periodo dei tre anni di riferimento (1995, 2000, 2004), mentre il Sud e il Centro sono relativamente despecializzati, senza variazione nel decennio. Tuttavia, nelle regioni settentrionali, la soia ha subito fra il quinquennio 1995-2000 ed il quadriennio 2000-2004 una diminuzione sia al livello di superfici (-9,8%) che di rese (-3,4%), mentre nelle aree centro-meridionali, nonostante il miglioramento della resa per ettaro +7,6% nelle regioni centrali e +17,7% nel Mezzogiorno il drastico calo delle superfici investite ha reso inevitabile la riduzione della produzione totale, soprattutto al Centro (-38,8%) (cfr. Tabella 9). Comunque le variazioni dei valori nazionale sono quasi uguali a quelle delle regioni settentrionali, sottolineando il peso di questa coltura nel nord del paese. In termini di superficie il Centro Italia è l area più specializzata in erba medica con riguardo al complesso delle colture proteiche ad uso zootecnico, specializzazione che ha registrato un lieve aumento nel 2000. Tabella 9 - Variazioni di superfici, rese e produzioni della soia per circoscrizione Superfici (ha) Resa (t/ha) Produzione (000 t) 95-00 00-04 Var. % 95-00 00-04 Var. % 95-00 00-04 Var. % Nord 222.215 200.499-9,8 3,73 3,60-3,4 826.236 725.374-12,2 Centro 1.514 855-43,6 2,69 2,89 7,6 4.014 2.454-38,8 Sud e Isole Italia 191 154-19,2 2,13 2,51 17,7 405 381-6,0 223.91 9 201.50 8-10,0 3,72 3,60-3,2 830.65 5 728.20 9-12,3 105

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI La fava da granella non ha registrato a livello nazionale grandi variazioni in termini di superfici o di produzioni, nel decennio 1995-2004. Tuttavia osservando meglio le variazioni tra il quinquennio 95-00 e il quadriennio 00-04, notiamo un miglioramento (+10,3%) (cfr. Tab 10) della resa per ettaro ma una diminuzione delle superfici (-17,2%) a livello nazionale. Il Sud e le Isole sono le regioni più specializzati in fava da granella e registrano indici di specializzazione sempre positivi ed a valori costanti negli anni di riferimento (0,74 nel 1995; 0.71 nel 2000 e 0,70 nel 2004). Quanto al Centro Italia, poco specializzato in questa coltura, registra un avvicinamento alla linea media nazionale di specializzazione con il tempo. E invece il nord Italia mostra una despecializzazione costante nel 1995 e 2000 ma un lieve miglioramento della situazione nel 2004. Tabella 10 - Variazioni di superfici, rese e produzioni della fava da granella per circoscrizione Superfici (ha) Resa (t/ha) Produzione (000 t) 95-00 00-04 Var. % 95-00 00-04 Var. % 95-00 00-04 Var. % Nord 186 925 397,0 2,32 2,64 13,6 435 2.776 537,4 Centro 9.180 9.005-1,9 1,96 1,79-8,6 18.045 16.024-11,2 Sud e Isole 46.183 36.050-21,9 1,51 1,72 14,0 69.781 61.391-12,0 Italia 55.549 45.979-17,2 1,59 1,75 10,3 88.262 80.191-9,1 Nonostante le rese siano in diminuzione sia a livello nazionale (-7,8%) che circoscrizionale (cfr. Tabella 11), soprattutto a Sud (-32,4%), la produzione di pisello proteico registra un aumento di produzione. La crescita è imputabile all incremento delle superfici (+115,3%) messe a coltura a livello nazionale, in gran parte dovuto al deciso aumento nelle superfici investite nelle regioni settentrionali (316,5%). Importante anche l aumento registrato nel mezzogiorno (63,6%). In controtendenza il Centro Italia che registra una diminuzione delle superfici investite (-51%). Tabella 11 - Variazione di superfici, rese e produzioni del pisello proteico per circoscrizione Superfici (ha) Resa (t/ha) Produzione (000 t) 95-00 00-04 Var. % 95-00 00-04 Var. % 95-00 00-04 Var. % Nord 1.130 3.577 216,5 4,46 4,27-4,3 4.936 13.430 172,1 Centro 505 247-51,0 3,57 3,12-12,6 1.900 763-59,8 Sud e Isole 589 964 63,6 2,31 1,56-32,4 1.082 1.523 40,7 Italia 2.224 4.787 115,3 3,53 3,25-7,8 7.918 15.716 98,5 106

L introduzione di proteine non gm negli allevamenti - innovazioni organizzative della filiera Se le proteiche nel loro complesso non decollano, all'interno di esse, come abbiamo visto, si è assistito a una certa rivoluzione, sia nelle colture destinate all'alimentazione umana che in quelle destinate all'alimentazione zootecnica. In particolare, se la soia prodotta a livello nazionale rappresenta ancora, dopo l'erba medica, la principale produzione proteica, nell'ultimo decennio si è assistito a un suo progressivo ridimensionamento e a un recente rinnovato interesse per alcune colture "minori", in particolare il pisello proteico. Se la sua produzione è ancora assai marginale rispetto a quella della soia, l'incremento in superfici e in produzione è stato notevolissimo. In generale, comunque, le prospettive delle leguminose da granella diverse dalla soia sembra più legata all'interesse degli allevatori non solo biologici di poter disporre di proteine vegetali di qualità più affidabile e con prezzi meno instabili di quelli della soia anche a causa dei problemi derivanti dalla quasi impossibilità di garantire che la soia importata sia esente da OGM. Uno scenario che veda un aumento delle colture proteiche, specie quelle non irrigue a ciclo autunno-primaverile (che sono incentivate a livello comunitario e sono più versatili), favorirebbe inoltre una maggiore integrazione tra produzioni vegetali e zootecniche, contribuendo a chiudere anche a livello aziendale il ciclo dell'azoto, con indubbi vantaggi di tipo ambientale. 3.3 LA PRODUZIONE DEI MANGIMI IN ITALIA Per delineare un quadro del settore dei mangimi e dell industria mangimistica faremo riferimento in particolare all annuario 2008 Assalzoo 20 e al rapporto ISMEA 2006 Il mercato del latte (da noi aggiornato con dati Assalzoo e Istat). Una misura, anche se indiretta, della tendenza in atto della domanda di mangimi si può ricavare dall'andamento del patrimonio zootecnico nazionale; secondo i dati Istat (cfr. Tabella 12) considerando il periodo 2000-2007 si riscontra un decremento delle consistenze in particolare dei caprini, ma anche dei bovini e degli ovini, mentre suini e bufalini tengono. Per quanto riguarda il 2007, il settore avicolo sembra ormai aver superato l emergenza e la crisi degli ultimi anni che aveva richiesto l intervento diretto del governo per fronteggiare la recessione del settore; invece il comparto suinicolo presenta alcune problematiche dovute all eccesso di offerta produttiva che ha determinato 20 Assalzoo è l Associazione nazionale dell'industria mangimistica italiana che rappresenta almeno il 50-60% della produzione mangimistica industriale realizzata in Italia. 107

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI un sensibile calo dei prezzi con la conseguente erosione della redditività del settore, aggravata dal forte aumento dei prezzi delle materie prime nel settore mangimistico. I dati vanno comunque a confermare una delle preoccupazioni dell industria mangimistica, vale a dire l impoverimento del patrimonio zootecnico italiano, in particolare di quello bovino, anche se il 2007 ha invertito la tendenza regressiva, e dal conseguente deficit produttivo (attualmente il grado di approvvigionamento è del 66,9% per la carne bovina, del 64,5% per gli ovicaprini e del 67% per il latte). Tabella 12 - Patrimonio zootecnico nazionale al 1 dicembre, anni 2000-2007 (capi in migliaia) Var. % Var. % 2000 2004 2005 2006 2007 CATEGORIE 2007/00 2007/06 bovini 7.021 6.305 6.256 6.117 6.283-10,5 2,7 bufalini 190 210 205 231 294 54,7 27,3 suini 8.329 8.972 9.200 9.281 9.273 11,3-0,1 ovini 9.089 8.106 7.954 8.227 8.237-9,4 0,1 caprini 1.375 978 945 955 920-33,1-3,7 avicoli 570 572 547 567 573 0,5 1,1 Fonte: nostra elaborazione dati ISTAT e Assalzoo Alcuni dati interessanti, anche se riferiti al 2005 (cfr. Tabella 13), rilevano che i mangimi hanno rappresentato il 25,4% dei consumi intermedi del settore agricolo, in assoluto la maggiore voce di costo tra tutti i fattori impiegati nella produzione agricola. Inoltre il 36% del valore della produzione zootecnica viene destinato alla copertura della voce di spesa "industria mangimistica". Nel 2005 la produzione zootecnica ha manifestato una contrazione a prezzi correnti, cioè in valore, del 13,1 %, a cui corrisponde la contrazione in quantità dell'1,5%. Analogo l'andamento, sia pur con intensità diversa, all'interno dell'aggregato "produzione zootecnica": Le carni subiscono una contrazione pari a 8,2 punti percentuali, in valore e 2,4 in quantità che nel caso del latte valgono rispettivamente -2,8% e -0,7%. 108

L introduzione di proteine non gm negli allevamenti - innovazioni organizzative della filiera Tabella 13 - Incidenza del fatturato dell industria mangimistica sulla PLV e sui consumi intermedi dell agricoltura in Italia nel periodo 2000-2005 (miliardi di euro) Valori correnti 2000 2004 2005 Var.%05/04 Var.%05/00 a Produzione agricola (1) 47,48 51,41 48,08-6,5 1,3 b Produzione zootecnica (1) 14,05 14,60 13,61-6,8-3,1 di cui: carni (1) 8,85 9,19 8,43-8,2-4,7 latte (1) 4,23 4,44 4,31-2,8 1,9 c Consumi intermedi 17,73 19,78 19,32-2,3 9,0 d Fatturato mangimi 3,90 5,10 4,90-3,9 0,0 e Valore aggiunto (a-c) 29,76 31,63 28,76-9,1-3,4 f (d/c)* 100 27,6 25,8 25,4 g (d/b)* 100 34,9 34,9 36,0 Valori a prezzi 1995 a Produzione agricola 47,48 48,18 47,20-2,0-0,6 b Produzione zootecnica 14,05 14,10 13,84-1,8-1,5 di cui: carni 8,85 8,89 8,67, -2,4-2,1 latte 4,23 4,20 4,17-0,7-1,5 c Consumi intermedi 17,73 17,73 17,44-1,7-1,6 d Fatturato mangimi (stime) 3,90 5,69 5,43-4,6 10,8 e Valore aggiunto (a-c) 29,76 30,44 29,76-2,2 0,0 f (d/c)* 100 27,6 32,1 31,1 g (d/b)* 100 34,9 40,4 39,2 (1) A seguito dell'introduzione del pagamento unico aziendale, per effetto del disaccoppiamento della PAC, il dato del 2005 non è comparabile con quelli degli anni precedenti. Fonte: Ismea, il mercato del latte 2006 Le imprese dell industria mangimistica operano in un mercato caratterizzato dalla presenza di un oligopolio con frangia concorrenziale. Nel 2005 (cfr. Tabella 14) più della meta produzione (51,4%) era controllata da 9 imprese, di dimensione nazionale o, quanto meno, interregionale, quando solamente 5 anni prima occorrevano 15 imprese per accumulare la meta del valore della produzione nazionale. Anche in quantità il livello di concentrazione è analogo: 9 imprese (51,1%) contro le 16 che erano necessarie nel 2000. Continua ad aumentare la distanza che separa le due principali imprese dal resto degli operatori del mercato sia in termini di quota in valore, ma ancor più in termini di quantità. Ricordiamo che nel 2005 operavano 677 mangimifici, 250 in meno rispetto al 2000 (- 27%). Questo trend negativo è sempre in corso, dato che nel 2007 risultano operanti 642 stabilimenti con un ulteriore decremento del 5,2% rispetto al 2005. 109

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI Tabella 14 - Quote di mercato in valore ed in quantità delle principali imprese sul mercato dei mangimi in Italia nel periodo 2000-2005 Impresa 2000 2004 2005 milioni Impresa 2000 2004 2005 produzione Veronesi 15,9 16,4 17,1 di 500 euro Veronesi 17,4 18,4 19,5 2005 2.300,0 Gruppo Martini 3,7 5,3 5,2 154 Gruppo Martini 4,7 5,3 5,2 610,0 Zoogramma 2,8 3,7 4,9 143,5 Gesco Amadori 1,8 4,6 4,7 555,0 Gruppo Mignini 6,5 4,7 4,6 132,5 Raggio di Sole 4,5 4,2 4,1 483,1 Gesco Amadori 1,8 4,5 4,5 132,3 Cargill 3,7 3,7 3,9 463,0 Raggio di Sole 4,2 4,5 4,4 130,1 Progeo 3,6 3,7 3,6 429,3 Cargill 3,4 3,6 4,0 118 Magic n.d. 3,0 2,9 343,5 Progeo 3,5 3,9 4,0 117,9 Gruppo Arena n.d. 2,6 2,6 307,0 Magic n.d. 2,8 2,7 80,1 Gruppo Mignini 6,5 4,7 2,4 275,5 Gruppo Arena n.d. 2,4 2,3 68,2 G.I.MA. n.d. 2,0 1,9 228,5 G.I.MA. n.d. 2,1 2 60 Valigi Italy n.d. 1,2 1,2 145,0 Valigi Italy 0,6 1,2 1,1 33,3 CAP PR 1,0 1,3 1,2 143,1 CAP CR 1,2 1,1 1 30,2 CAP CR 1,4 1,3 1,2 135,9 Frabes 1,1 0,8 1 30,5 Zoogramma 0,6 1,0 1,1 124,0 CAP PR 0,9 1,1 1 30,2 CAP RA 0,9 1,0 1,0 112,0 CAP RA 0,8 0,9 0,9 25 Ferrari 0,7 0,8 0,7 85,0 Hendrix 1,1 0,7 0,8 23 La Faraona n.d. 0,7 0,7 78,2 A.S.A. 1,8 0,9 0,7 20 Rieper n.d. 0,6 0,6 75,9 Rieper n.d. 0,6 0,7 19,4 Mangimi Superstella n.d. 0,6 0,6 68,4 Ferrari 0,7 0,7 0,7 19,3 CAI MI-LO n.d. 0,6 0,5 57,7 La Faraona n.d. 0,6 0,6 17,8 A.S.A. 1,7 0,8 0,5 54,0 Mangimi Superstella n.d. 0,5 0,5 16 Moretti 0,6 0,4 0,4 49,6 CAI MI-LO n.d. 0,5 0,4 13,1 Casini & Marani n.d. 0,5 0,4 49,3 Casini & Marani n.d. 0,4 0,4 11,3 CAP RE 0,5 0,4 0,4 45,5 Moretti 0,5 0,4 0,4 10,8 Hendrix 0,8 0,3 0,3 39,0 CAP RE 9.36 0,3 0,4 10,3 Mangimi Brianza n.d. 0,3 0,3 33,5 Mangimi Brianza n.d. 0,3 0,3 7,7 Frabes 0,2 0,2 0,2 24,0 Werisan n.d. 0,2 0,2 6,2 Werisan n.d. 0,2 0,2 21,8 Di Pasquale 0,1 0,2 0,2 4,4 Di Pasquale 0,1 0,1 0,1 16,1 Modicana n.d. 0,1 0,1 2,6 Modicana n.d. 0,1 0,1 11,1 CAP BO-MO n.d. n.s. n.s. 0,7 CAP BO-MO n.d. n.s. n.s. 2,6 Altri 41,9 34,4 32,8 961,6 Altri 44,5 35,4 35,2 4.142,7 Totale % 93,0 100,0 100,0 Totale % 96,0 100,0 100,0 Totale Milioni di 2.930 Totale tonn. 11.509,8 Fonte: Ismea, il mercato del latte 2006 In base ai dati ufficiali dell'istat nel 2006 (cfr. Tabella 15) in Italia la produzione di mangimi ammonta a 14,2 milioni di tonnellate prodotte da oltre 600 stabilimenti distribuiti su tutto il territorio nazionale e destinati alle varie specie animali (avicoli, 110

L introduzione di proteine non gm negli allevamenti - innovazioni organizzative della filiera bovini, suini, conigli, ovini, equini, pesci, animali familiari, ecc.), con fatturato complessivo di circa 5 miliardi di euro. L Emilia Romagna si attesta come la maggiore produttrice di mangimi, seguita dal Veneto, dalla Lombardia, che è la regione dove maggiormente si concentra la produzione da parte degli allevatori, e dal Piemonte; tale concentrazione produttiva, quasi l 80%, non sorprende in quanto queste regioni rappresentano le zone di punta del patrimonio zootecnico italiano. Tabella 15 - Produzione di mangimi, per regione, anno 2006 (quintali) Regioni Industria Allevatori Totale Piemonte 16.112.432 695.563 16.807.995 Valle d'aosta - - - Lombardia 26.274.174 3.803.975 30.078.149 Trentino-Alto Adige 1.284.660-1.284.660 Veneto 27.871.521 771.905 28.643.426 Friuli-Venezia Giulia 1.484.677-1.484.677 Liguria - - - Emilia-Romagna 35.953.236 1.445.348 37.398.584 Toscana 1.912.424 10.888 1.923.312 Umbria 6.842.673 92.600 6.935.273 Marche 3.676.241 17.280 3.693.521 Lazio 397.873-397.873 Abruzzo 2.977.806-2.977.806 Molise 2.180.695-2.180.695 Campania 1.790.468 2.000 1.792.468 Puglia 2.185.267-2.185.267 Basilicata 875.039-875.039 Calabria 81.310-81.310 Sicilia 1.712.964-1.712.964 Sardegna 1.974.577-1.974.577 ITALIA 135.588.037 6.839.559 142.427.596 Nord 108.980.700 6.716.791 115.697.491 Centro 12.829.211 120.768 12.949.979 Mezzogiorno 13.778.126 2.000 13.780.126 Fonte ISTAT Le produzioni dell industria mangimistica sono essenzialmente costituite da mangimi composti completi e da mangimi composti complementari 21 (cfr. Tabella 16). Nel 2006, 21 I mangimi composti sono miscele di prodotti di origine animale o vegetale, freschi o conservati, allo stato naturale o derivati dalla loro trasformazione, addizionati di sostanze organiche ed inorganiche (sali minerali ed integratori). I composti completi sono quelli che per la loro composizione sono sufficienti per assicurare una razione completa giornaliera alla 111

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI secondo i dati Istat, la produzione nazionale di mangimi composti completi è stata di oltre 9 milioni di tonnellate e di 5 milioni di tonnellate quella dei mangimi complementari; se andiamo a vedere tali produzioni divise per categorie di animali i mangimi composti completi sono pari a 8,7 milioni di tonnellate; ad essi va aggiunta la produzione ottenuta miscelando i mangimi composti complementari con cereali foraggeri o altri mangimi semplici. I mangimi completi sono, nella stragrande maggioranza, destinati a non ruminanti; il loro consumo avviene principalmente da parte dei volatili (54,6%) e dei suini (28%). I maggiori utilizzatori dei mangimi complementari sono le bovine da latte (60%), i bovini da carne (18,6%) e i suini (10,7%). Considerando l aggregato dei mangimi composti e complementari, con un totale di 13,6 milioni di tonnellate prodotte, i volatili ne sono i principali utilizzatori con il 35% seguiti dai bovini (vitelli, vacche latte e bovini da carne) con il 30% e dai suini con quasi il 22%. I mangimi semplici (esclusi i fieni), che vanno a completare il quadro degli alimenti utilizzati negli allevamenti, comprendono i cereali, i panelli e Ie farine di estrazione di semi oleosi, la polvere di latte, Ie farine di pesce e la crusca; sono prodotti acquistabili tali e quali dal mercato, che generalmente vengono somministrati agli animali insieme con i mangimi composti complementari o utilizzati dalle aziende mangimistiche per la produzione dei mangimi composti, completi e complementari. Abbiamo già trattato della loro produzione e disponibilità nel paragrafo La disponibilità delle materie prime di interesse zootecnico. categoria animale specifica. I composti complementari invece sono quelli che hanno un contenuto elevato di alcune sostanze (sali minerali, zuccheri, proteine ecc) e che vanno accompagnati/miscelati con mangimi semplici per poter garantire la razione giornaliera. 112

L introduzione di proteine non gm negli allevamenti - innovazioni organizzative della filiera Tabella 16 - Produzione industriale di mangimi composti in Italia per specie e categorie di animali, periodo 2000-2006 (000 tonn.) Mangimi 2000 2003 2004 2005 2006 var. % 2000/ 2006 var. % 2005/ 2006 quota per tip. animale, 2006 A -Mangimi composti completi per: Vitelli 200,2 171,7 191,3 169,7 189,4 0,9 1,1 2,2 Suini 2.042,5 2.342,2 2.461,3 2.453,0 2.445,8 1,2 1,0 28,1 Conigli 591,0 538,8 563,8 538,9 581,7 1,0 1,1 6,7 Volatili 3.907,2 4.995,5 5.339,0 5.110,2 4.760,8 1,2 0,9 54,6 Pesci 115,3 99,5 91,4 89,0 98,3 0,9 1,1 1,1 Altri animali 335,4 543,1 580,3 587,6 636,5 1,9 1,1 7,3 Totale 7.191,7 8.690,8 9.227,0 8.948,4 8.712,5 1,2 1,0 100,0 B -Mangimi composti complementari per: Vitelli 127,2 148,1 137,5 125,3 104,5 0,8 0,8 2,2 Vacche latte 2.603,0 2.837,9 3.029,8 2.907,0 2.914,2 1,1 1,0 60,1 Bovini carne 950,0 933,0 947,5 902,3 903,1 1,0 1,0 18,6 Suini 427,2 414,3 470,7 506,3 518,1 1,2 1,0 10,7 Conigli 28,3 24,2 25,2 22,8 21,6 0,8 0,9 0,4 Equini 67,4 92,3 98,5 96,2 89,9 1,3 0,9 1,9 Ovicaprini 185,0 246,8 244,9 211,5 217,6 1,2 1,0 4,5 Volatili 58,6 45,6 55,0 59,9 54,9 0,9 0,9 1,1 Altri animali 23,5 29,4 28,0 25,9 22,3 1,0 0,9 0,5 Totale 4.470,1 4.771,7 5.037,2 4.857,3 4.846,3 1,1 1,0 100,0 (A+B) - Mangimi composti completi e complementari per: Vitelli 327,4 319,8 328,7 295,0 293,9 0,9 1,0 2,2 Vacche latte 2.603,0 2.837,9 3.029,8 2.907,0 2.914,2 1,1 1,0 21,5 Bovini carne 950,0 933,0 947,5 902,3 903,1 1,0 1,0 6,7 Suini 2.469,7 2.756,5 2.932,0 2.959,3 2.963,9 1,2 1,0 21,9 Conigli 619,3 563,0 589,0 561,7 603,3 1,0 1,1 4,4 Equini 67,4 92,3 98,5 96,2 89,9 1,3 0,9 0,7 Ovicaprini 185,0 246,8 244,9 211,5 217,6 1,2 1,0 1,6 Volatili 3.965,8 5.041,2 5.394,0 5.170,1 4.815,7 1,2 0,9 35,5 Pesci 115,3 99,5 91,4 89,0 98,3 0,9 1,1 0,7 Altri animali 358,9 572,5 608,3 613,6 658,9 1,8 1,1 4,9 Totale 11.661,8 13.462,5 14.264,2 13.805,7 13.558,8 1,2 1,0 100,0 Fonte nostra elaborazione dati ISTAT Andiamo ora ad analizzare i dati Assalzoo 22, che ci forniscono alcuni spunti interessanti e alcune informazioni aggiornate al 2007. Nel 2006 (cfr. Tabella 17) la produzione mangimistica totale nazionale ha realizzato 18,8 milioni di tonnellate, di cui 13,7 milioni di tonnellate sono rappresentate dai mangimi prodotti dall industria, il 64% dei quali è imputabile agli associati dell Associazione nazionale dell'industria mangimistica italiana. La produzione industriale, che negli ultimi 22 Assalzoo nel suo annuario precisa che i dati Istat denotano un andamento diverso rispetto ai propri, imputabile principalmente al dato relativo agli alimenti per gli avicoli. I dati Assalzoo vengono elaborati sulla base dei dati forniti dalle ditte associate e forniscono un quadro verosimile della reale produzione industriale di mangimi. 113

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI anni ha assistito ad una diminuzione del volume prodotto, è divisa tra una quota messa in vendita libera (65%) o integrata (35%). Inoltre Assalzoo stima che oltre 5 milioni di tonnellate di mangimi, pari al 27% della produzione totale, vengono prodotti in azienda per autoconsumo, soprattutto per l alimentazione bovina e poi per suini e ovini. Tabella 17 - La produzione mangimistica italiana (2006) Produzione (000 t.) % % Produzione industriale totale 13.700 100 73 di cui mangimi prodotti dalle ditte associate Assalzoo 8.700 64 di cui mangimi prodotti da ditte non Assalzoo 5.000 36 di cui mangimi prodotti per il mercato libera impresa 8.900 65 di cui mangimi prodotti per il mercato integrato 4.800 35 Produzione mangimi aziendali per autoconsumo 5.100 27 Totale produzione mangimi 18.800 100 Fonte: nostra elaborazione stime Assalzoo (IZ n.14/2007 Diminuisce il bestiame mangimisti in allarme) Nel 2007 l industria mangimistica riporta la produzione di mangimi ai livelli più alti degli ultimi anni con oltre 14 milioni di tonnellate di alimenti composti e un fatturato di oltre 6 miliardi di euro e un aumento rispettivamente del 3,6% e del 22% rispetto all anno precedente. Considerando il periodo 2000-2007 (cfr. Tabella 18) si riscontra un aumento sia della quantità industriali prodotte che del fatturato, pari rispettivamente al 27% e al 52%. Si assiste però ad un peggioramento della bilancia commerciale nazionale (sempre negativa) a causa delle esportazioni che crescono costantemente di anno di anno, mostrando un incremento del 98% contro un aumento delle importazioni pari al 32%. Tabella 18 - I principali dati economici dell industria degli alimenti per animali, anni 2000-2007 variabili 2000 2004 2005 2006 114 2007 (stime) Var. % 00/07 Var. % 06/07 Fatturato milioni di 3.980 5.100 4.900 4.950 6.050 52,0 22,2 Produzione 000 t. 11.150 14.624 14.000 13.700 14.200 27,4 3,6 Importazioni milioni di 467 485 537 593 615 31,7 3,7 Esportazioni milioni di 94 152 132 171 186 97,9 8,8 Saldo milioni di -373-333 - 405-422 -429 15,0 1,7 Fonte: Assalzoo L aumento della produzione da parte delle associate Assalzoo, è dovuto all aumento dei mangimi per tutte le specie animali ma in particolare per quelli destinati a suini ed avicoli, ed è da porre in relazione non tanto ad un aumento delle consistenze degli animali

L introduzione di proteine non gm negli allevamenti - innovazioni organizzative della filiera allevati, ma all andamento di mercato delle materie prime destinate all alimentazione animale, dominato da un forte aumento dei prezzi (iniziato già dalla seconda metà del 2006). Infatti nonostante l aumento della produzione in termini quantitativi, le industrie mangimistiche sono estremamente preoccupate per la situazione economica in cui versa il settore zootecnico nel suo complesso e l industria mangimistica in particolare. 3.4 LE PROBLEMATICHE DELL INDUSTRIA MANGIMISTICA ITALIANA Dopo il 2000 in seguito all uscita del Libro Bianco sulla sicurezza alimentare della Commissione U.E. sono state emanate una serie di normative specifiche per il settore dell alimentazione animale che hanno modificato sensibilmente il quadro legislativo. L innovazione più sostanziale è probabilmente ascrivibile al Regolamento 178/2002 sulla sicurezza alimentare che, oltre ad una serie di requisiti per il settore dell alimentazione animale tra cui in primis quello della rintracciabilità obbligatoria ha sancito un concetto fondamentale: la legislazione mangimistica rientra in quella alimentare. Inoltre il Regolamento CE 183/2005 sull igiene dei mangimi stabilisce l obbligo di una registrazione per tutti gli attori delle filiere zootecniche, compresi i produttori di materie prime, i primi trasformatori, i distributori e i produttori di mangimi, additivi e premiscele. Un aspetto particolarmente innovativo di questa Regolamento, entrato in vigore dal 1 gennaio 2006, è l obbligo per le aziende mangimistiche di applicare e mantenere un sistema HACCP alla pari delle aziende e dei soggetti operanti nel campo dell alimentare. Questa vasta e complessa normativa impone ai produttori di mangimi e agli allevatori una serie di problemi operativi facendole però rientrare appieno quali attori principali della filiera alimentare Conseguentemente anche l attività delle industrie dell alimentazione animale è variata in maniera considerevole. Questo nuovo approccio al mondo dell alimentazione animale è già presente nella realtà operativa con rapporti di collaborazione e di scambio sempre più stretto e proficuo tra aziende del settore mangimistico, industrie alimentari, consorzi di produttori e catene di distribuzione (GDO). Secondo Assalzoo questo nuovo quadro, pur comportando un percorso oneroso, rappresenta una passo necessario per la zootecnia e il consumatore finale. A questo proposito Assalzoo si è dotata di un proprio Codex che nasce appunto dalla presa di coscienza del ruolo chiave che l industria mangimistica svolge nella sicurezza alimentare e dalla volontà di svolgere un ruolo attivo nel sensibilizzare i propri soci verso le tematiche di sicurezza e di igiene e di fornire un servizio concreto nel promuovere la produzione responsabile di alimenti zootecnici. 115

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI Il Codex Assalzoo rappresenta uno strumento con cui stabilire le regole da rispettare ai fini di una corretta prassi per la produzione di alimenti zootecnici che sia in grado di evolversi con le normative e le esigenze dei diversi attori della filiera, dai fornitori di materie prime agli allevatori. L obiettivo è quello di promuovere e garantire la sicurezza e la qualità degli alimenti nell ottica della salute animale e umana attraverso la valutazione dei fornitori, l autocontrollo in base ai principi Haccp, i piani di controllo dei prodotti finiti secondo criteri oggettivi, la gestione dei rilavorati; vengono analizzate fasi di produzione, progettazione degli impianti, formazione del personale, stoccaggio, trasporto, consegna, comprese le procedure necessarie a garantire la tracciabilità e l igiene degli alimenti. Il MIPAF - che ribadisce la validità della scelta di redigere disciplinari volontari da parte dei diversi protagonisti della filiera agroalimentare nell ottica di un percorso sicurezza - ha concesso il patrocinio al Codex nel giugno 2007 e la stessa cosa è avvenuta nel dicembre 2007 da parte del Ministero della Salute. Attualmente il Codex è arrivato alla fase operativa di applicazione per tutti i soci Assalzoo e il suo rispetto è certificato da un ente terzo. Quindi Assalzoo gioca la carta della certificazione per dare alle aziende socie uno strumento in più per confrontarsi con il mercato e diventare partner doc dell industria di trasformazione. Assalzoo ribadisce l importanza della funzione svolta dall industria mangimistica nel processo che porta al raggiungimento dell eccellenza dei prodotti alimentari di origine animale, come lo sono tanti prodotti tipici italiani; anche se questa realtà viene spesso dimenticata per la collocazione a monte che il settore mangimistico ha all interno della filiera. La nuova legislazione migliora questo situazione, ma esistono diverse problematiche. Uno dei punti critici è la registrazione degli operatori primari, spesso rappresentati da aziende agricole che producono per l autoconsumo o la messa in commercio; queste aziende, che numericamente sono molto maggiori rispetto agli impianti del settore mangimistico, spesso non hanno la sufficiente preparazione ad applicare la parte di regolamento che le riguarda, soprattutto per quanto concerne la dimostrazione documentale del loro assolvimento o l applicazione di un piano di controlli, in quanto i processi sono molto più numerosi e diversificati rispetto ad un mangimificio. Inoltre la stessa definizione di operatore primario non è univoca: ad oltre due anni dalla data di applicazione del reg. CE 183/2005, l Autorità non ha ancora reso disponibili gli elenchi degli operatori registrati e ancora non si conosce l approccio definitivo adottato per la stesura degli stessi; per cui le regioni hanno sviluppato degli elenchi specifici utilizzando anche parametri diversi tra loro; per esempio gli essiccatori sono considerati operatori primari in alcune regioni e operatori della produzione secondaria in altre; quindi alcuni sono obbligati ad implementare un sistema Haccp, mentre altri svolgendo la stessa attività, ma in un altra regione, non sono obbligati a farlo; quindi viene richiamata la necessità di una applicazione paritaria delle norme dei mangimi. E poi oltre ai produttori di mangimi composti, rientrano anche altre categorie come i fornitori di 116

L introduzione di proteine non gm negli allevamenti - innovazioni organizzative della filiera materie prime e i produttori di additivi, a cui dovrebbero essere estesi i regolamenti europei. Altra problematica è quella dell introduzione della formula aperta. La direttiva europea 2002/2/CE prevede la dichiarazione degli ingredienti utilizzati dai produttori di mangimi con una tolleranza del 15% rispetto alla dichiarazione in etichetta, per proteggere la formula industriale, ma prevede anche l obbligo di dichiarare l esatta composizione del prodotto dietro richiesta del cliente; l industria ha posto una ferma opposizione a questa parte della direttiva arrivando fino alla Corte di Giustizia Europea, in quanto mette a rischio la salvaguardia della proprietà intellettuale poiché ogni azienda ha il diritto di tutelare gli investimenti necessari per sviluppare un mangime migliore rispetto a quello della concorrenza; la Corte ha dichiarato non valida questa parte della direttiva e di conseguenza il Consiglio di Stato italiano con un ordinanza dell agosto 2006 ha sospeso il decreto ministeriale di applicazione della direttiva, riguardo al punto in questione; nel giugno 2007 è stata infine pubblicata la Decisone 623/2007/CE che reca modifiche alla Direttiva 2002/2/CE, con cui viene eliminato l obbligo di fornire dietro richiesta la composizione esatta del mangime; anche se, sempre secondo Assalzo la tolleranza del 15% non consente in ogni caso di tutelare appieno la proprietà intellettuale delle aziende; inoltre la formula è un concetto dinamico, che può mutare anche giornalmente causando non pochi problemi nella gestione dei cartellini. Comunque la posizione dell industria mangimistica italiana è stata condivisa anche da Gran Bretagna, Francia, Olanda, Irlanda, Germania e Slovenia e inoltre in altri paesi in cui la direttiva è stata subito adottata non è stata poi applicata per i motivi più disparati. Assalzoo afferma che l industria mangimistica vorrebbe guardare al problema della sicurezza con un approccio più integrato, modificando la schema sanzionatorio introdotto dal legislatore europeo sull onda emotiva della mucca pazza e di altre emergenze alimentari, in quanto non possono essere messe sullo stesso piano azioni che mettono a rischio la salute del consumatore con le possibili non conformità di carattere merceologico che non hanno nulla a che fare con la sicurezza del prodotto. Infatti secondo la normativa, basta un errore nel cartellino per andare incontro a contenziosi di carattere penale, e Assalzoo intende portare avanti una richiesta per ottenere una revisione del sistema sanzionatorio, con una depenalizzazione rispetto a quello attuale. Questo non per tirarsi indietro dalle proprie responsabilità, ma per focalizzare l attenzione su norme che possono realmente rappresentare uno strumento di tutela per il consumatore, senza avere le mani legate da leggi troppo penalizzanti. Infatti, come già accennato, Assalzoo vede con grande favore il pacchetto igiene in quanto il fornitore di materie prime e l allevatore che autoproduce il proprio mangime vengono equiparati in termini di responsabilità alle imprese mangimistiche (e non potrebbe essere altrimenti in quanto tutti protagonisti della catena che arriva fino alla tavola). Gli operatori dell industria mangimistica richiedono quindi una legislazione chiara ed applicabile che consenta a tutti di misurarsi con le stesse regole e quindi anche con gli 117

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI stessi ordini di costo; lo scopo della normativa deve essere triplice, ovvero sia garantire al consumatore la salubrità del prodotto, a chi produce regole applicabili e a chi controlla parametri controllabili, ma ad oggi anche per quel carattere emergenziale di cui si parlava prima, la legislazione ha spinto sì a porre maggiore limiti ma senza un indirizzo chiaro e preciso e presenta zone a duplice lettura o castelli legislativi svuotati di significato ed applicabilità; invece è necessaria una legislazione che sia frutto dell interazione fra tutti i protagonisti del comparto, dal produttore primario al consumatore finale, con l ausilio di organi deputati all azione di indagine, per poter essere applicabile anche in realtà molto diverse (dall allevatore che produce mangimi, al mangimificio familiare a quello industriale con stabilimenti specializzati) e tra paesi diversi (con la necessità di uniformare i diversi regolamenti nazionali per non creare turbative di mercato) e che sia in grado di fornire maggiori garanzie nei confronti delle produzioni che provengono dai paesi terzi. Come abbiamo già accennato alla fine del paragrafo precedente, le industrie mangimistiche sono estremamente preoccupate per la situazione economica in cui versa il settore zootecnico nel suo complesso e l industria mangimistica in particolare. Secondo Assalzoo, il settore mangimistico deve innanzitutto confrontarsi con l evoluzione del quadro della zootecnia italiana; entro il 2015 l associazione prevede una riduzione del 5% del patrimonio bovino, un incremento del 20% di quello avicolo e una stabilità di quello suino; sul fronte dei consumi di alimenti di origine animale sono attesi lievi incrementi delle carni bovine e delle uova, modesti decrementi per carni suine e latticini, un deciso aumento della domanda di pollame; nello stesso periodo la produzione di cereali rimarrà sostanzialmente stabile, il che significa il mantenimento dell autosufficienza produttiva italiana per quanto riguarda il mais e l importazione di grano tenero, orzo e soia. Inoltre gli italiani avranno una maggiore cultura alimentare e una maggiore conoscenza delle filiere che accompagnano il cibo dai campi o dalle stalle alla loro tavola e il concetto di filiera dovrà sfociare in sistemi di impresa che saranno in grado di gestire questo percorso; per cui continuerà a diminuire il numero delle aziende mangimistiche nazionali e resteranno sul mercato solo quelle più specializzate, quelle che sapranno appunto creare alleanze di filiera. Inoltre il settore mangimistico si è trovato a dover fronteggiare già a partire dagli ultimi mesi del 2006 un pesante scenario economico: il forte e continuo aumento dei prezzi delle materie prime, dell energia e del gasolio per autotrazione, seguiti dagli oneri relativi all intensificarsi dei controlli qualitativi e alla rintracciabilità, si è riflesso inevitabilmente sul costo dell alimentazione animale. Il rialzo generalizzato dei costi delle materie prime ha impedito operazioni di sostituzione vantaggiosa in termini di compressione di costi tra cereali alternativi; il rialzo dei prezzi dei cereali è stato accompagnato da quello dei cruscami dovuto ad una minore macinazione del volume di frumento e delle polpe di barbabietola utilizzati a tale scopo. Inoltre si è assistito ad un incremento non atteso e improvviso della farina di estrazione di soia tostata che ha trascinato al rialzo tutti gli altri 118

L introduzione di proteine non gm negli allevamenti - innovazioni organizzative della filiera proteici e le fonti di azoto chimiche, come l urea. Tale contesto viene ulteriormente aggravato dal fatto che il mercato nazionale dei mangimi è ormai maturo e che si affaccia una temibile concorrenza extra-ue che non produce secondo le rigide norme igienico sanitarie con cui l Europa intende tutelare la salubrità degli alimenti e la salute dei consumatori. E anche in virtù di tale situazione la necessità di una normativa adeguata e praticabile diventa ancora più rilevante. Assalzoo stima che, nel 2007, il prezzo dei mangimi sia cresciuto, in media, di circa del 15-20% rispetto all anno precedente e ciò tenendo conto soltanto dell aumento del costo delle materie prime, senza considerare quindi il costo dell energia e del trasporto mentre nei primi mesi del 2008 vi è stato un ulteriore 15% di aumento. Solo per citare alcuni esempi, nel 2007 i prezzi sono aumentati mediamente del 35% per il mais, del 44% per l orzo, del 47% per il grano tenero, quasi del 30% per la farina di soia e quasi il 60% per i cruscami. A questi rincari va aggiunto un ulteriore aumento del 15% nella prima metà del 2008 con una inevitabile ricaduta sull economia degli allevamenti. Nonostante questa situazione, nel 2007 la domanda dei mangimi è aumentata, in quanto il forte rialzo del costo delle materie prime ha fatto sì che molti allevatori, che prima ricorrevano alla produzione di mangimi in azienda acquistando le materie prime direttamente dal mercato, abbiano riscontrato maggiore convenienza ad utilizzare i mangimi prodotti dall industria mangimistica traendone un duplice vantaggio: procurarsi un mangime a prezzo più vantaggioso rispetto all autoproduzione aziendale e ottenere dilazioni dei pagamenti del prodotto acquistato, cosa che non sarebbe stata possibile con l acquisto diretto delle materie prime. Inoltre le industrie mangimistiche non hanno riversato per intero gli aumenti dei costi di produzione, ma si sono limitate a trasferire a valle soltanto i due terzi di questi aumenti, per non gravare sulle già precarie condizioni economiche di molti allevatori che non riescono a coprire i costi di produzione. La situazione è particolarmente pesante nel settore suinicolo dove i prezzi di vendita dell animale sono particolarmente bassi, ma la situazione è difficile anche nel settore bovino ed in quello avicolo, pur se in ripresa dopo la crisi dell influenza aviaria. Le aziende mangimistiche si trovano costrette a fronteggiare, da un lato, una riduzione dei propri margini di vendita ridotti al limite della sopravvivenza e, dall altro lato, soffrono le difficoltà economiche degli allevatori che non riescono a pagare le forniture di mangime: le fatture vengono pagate nei casi migliori a 120/150 giorni, con punte che superano anche i 200 giorni in settori come quello suino. Quindi nonostante il fatturato del settore mangimistico valga sulla carta il 20% circa in più rispetto a quello del 2006, nella realtà è del tutto fittizio in quanto mancano alle aziende gran parte degli incassi a causa dei forti ritardi nei pagamenti da parte degli allevatori. Per produrre 14 milioni e 200 mila tonnellate di mangimi composti l industria deve disporre di notevoli quantità di materie prime: dai cereali, alle farine proteiche vegetali, agli altri prodotti come crusche, farina di erba medica, semi proteici, o quelli di origine animale (latte, farine di pesci, grassi) o ancora ai minerali o alle vitamine. 119

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI Come già evidenziato, l Italia è fortemente deficitaria per una parte consistente di queste materie prime - in termini di deficit proteico la situazione media italiana non si discosta molto da quella europea (anche se l Italia è un produttore marginale di pisello, mentre in Europa la gran parte della produzione di leguminose da granella è rappresentata da questa specie) e dipende dall estero in particolare per la gran parte del grano tenero e dell orzo, per una quota preponderante della farina di soia e, ultimamente, anche per una parte del mais (per il quale fino al 2006 l autosufficienza era pari a circa il 96%). L importazione di soia (anche se mediamente inferiore a quella EU, almeno fino al 2006) e l importazione di farine di estrazione di semi di soia (le più usate in assoluto in tutti i comparti zootecnici) è pari circa al 70% del fabbisogno. I due terzi delle farine di estrazione e dei panelli di soia provengono da paesi produttori in gran parte di soia GM (Brasile USA, Argentina, Canada). Secondo Assalzoo, nel 2007 si sono utilizzati poco meno di 4 milioni di tonnellate di farina di soia di cui solo il 7% è di produzione nazionale, mentre il restante 93% proviene dal mercato sud americano; inoltre a fronte di una produzione italiana di mais in calo, sono stati importati quasi due milioni di tonnellate da mercati esteri, vale a dire circa il 20%. Per concludere il quadro delineato, riportiamo brevemente i risultati di uno studio di Nomisma sulla percorribilità di una scelta non OGM per le produzioni zootecniche italiane, con particolare attenzione alle filiere delle produzioni tipiche a denominazione comunitaria (DOP e IGP), che confermano come la rivalutazione e il sostegno alle proteine alternative sia necessario ed auspicabile, ma che esistono problematiche, di varia natura e a diversi livelli, da risolvere. Nomisma parte dall analisi (con dati riferiti all anno 2001) dei fabbisogni di soia relativi alle filiere tipiche dei formaggi vaccini e delle carni suine, e stima un valore di 1,1 milione di tonnellate di panelli di soia, consumo che sarebbe coperto dalla produzione interna di panelli con soia nazionale (se questa fosse integralmente destinata alle filiere dei prodotti tipici) solo per una quota pari al 36%. Nel caso del mais, si stima che gli animali coinvolti nelle stesse produzioni assorbano un totale di 3,7 milioni di tonnellate (circa il 48% del mais disponibile). Estendendo l analisi ai fabbisogni delle principali filiere zootecniche (le filiere vaccina e suina, la filiera bovina da carne e la filiera avicola) si ricava una stima di circa 3,1 milioni di tonnellate di panelli di soia e 8,8 milioni di tonn. di mais (valore, quest ultimo, dal carattere puramente indicativo, a causa dell elevato utilizzo negli allevamenti di alimenti sostitutivi al mais quali orzo, avena e tutti i cereali in genere); ancora una volta emerge l incapacità del sistema zootecnico nazionale di trovare un adeguato livello di approvvigionamento nella produzione interna di soia, mentre per il mais non sussistono criticità evidenti (tale affermazione risulta essere attendibile al momento dell analisi, ma attualmente anche il mais inizia a mostrare problemi di approvvigionamento). Lo studio si conclude con le seguenti considerazioni: 120

L introduzione di proteine non gm negli allevamenti - innovazioni organizzative della filiera una opzione ogm free per tutte le filiere di produzioni DOP/IGP italiane sembra non essere attualmente percorribile e diviene ancora più problematica se si considera l intera filiera zootecnica italiana; il ricorso ad altri prodotti a contenuto proteico realizzati nel nostro paese (pisello, fava, favino, ecc.) come sostitutivi della soia presenta alcuni importanti vincoli. Tali prodotti sono infatti generalmente caratterizzati da un contenuto di proteine inferiore alla soia e pertanto richiedono, da un lato, modifiche di rilievo nella produzione dei mangimi e nella stessa tecnica di alimentazione zootecnica e, dall altro, per soddisfare i fabbisogni sarebbero necessari elevati quantitativi produttivi, che l Italia non pare attualmente in grado di garantire; un riequilibrio dei flussi di importazione dai paesi con colture gm a quelli che impiegano colture tradizionali presenta margini di manovra minimi, dato che la maggior parte dei grandi esportatori mondiali di soia ha già approvato l impiego delle biotecnologie nelle colture vegetali. 121

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI SEZIONE 2 4 INNOVAZIONI ORGANIZZATIVE DELLE FILIERE: CASI DI STUDIO Introduzione La dipendenza dall importazione di soia GM e la sua utilizzazione nella mangimistica nazionale sono fattori che sicuramente indeboliscono la competitività economica dei prodotti tipici (DOP e IGP), che basano il loro vantaggio competitivo sul mercato proprio su una qualità tipica legata ai fattori naturali e umani di una area delimitata e su metodi di produzione sostenibili e rispettosi dell ambiente circostante; questi prodotti quindi, oltre a rappresentare per i produttori una importante fonte di reddito, costituiscono anche uno scudo protettivo per il nostro sistema agricolo. La garanzia dell esclusione di alimenti OGM nella razione alimentare degli animali risulta dunque importante per non incrinare la fiducia del consumatore disposto a pagare per un prodotto tipico di alta qualità. E evidente quindi la necessità di incrementare il più possibile la produzione italiana di soia - qualificando e tracciando nello stesso tempo tale produzione in funzione del non OGM e di altre proteaginose (fava, favino, pisello proteico, ecc.) che possono apportare un contributo significativo alla copertura dei fabbisogni proteici della nostra zootecnia tipica, rivolgendo particolare attenzione al miglioramento e alla ottimizzazione delle formulazioni alimentari al fine di ridurre la quota proteica dei mangimi. Da questo punto di vista è opportuno ricordare che il problema è particolarmente serio nell alimentazione dei monogastrici, mentre per quanto riguarda la produzione di latte, il ricorso a foraggi di medica di buona qualità (frutto di oculate scelte varietali, epoche di sfalcio precoci e tecniche di fienagione e conservazione ottimali) permette di ridurre fortemente, se non può completamente sostituire, la quota proteica della razione apportata da soia o derivati senza che questo vada a scapito della produzione quali-quantitativa di latte e della salute delle bovine/ovine. 122

L introduzione di proteine non gm negli allevamenti - innovazioni organizzative della filiera Inoltre l incremento dell utilizzazione zootecnica di proteaginose diverse dalla soia in sostituzione parziale o totale della stessa, può anche consentire una drastica riduzione dell esigenza di cereali (mais nello specifico) nelle razioni. Questa possibile riduzione nell uso del mais ad esempio, oltre a contenere anche in questo caso il rischio di un eventuale inclusione nella razione del cereale GM di importazione, permetterebbe di controllare meglio il problema delle micotossine (aflatossine in particolare) che lo contaminano. In ogni caso il rilancio della produzione di leguminose domestiche, che è strettamente legato all ottimizzazione delle relative filiere e alla loro competitività in termini di reddito, consentirebbe: - una maggiore diversificazione colturale con l introduzione della coltura delle colture leguminose da granella nei sistemi foraggeri delle aziende agro-zootecniche con interruzione alla tendenza alla monocoltura cerealicola - un minor impiego di fattori di produzione, con una diminuzione dell input di concimi di sintesi grazie alla coltivazione di specie azotofissatrici - un miglioramento dell autoapprovvigionamento aziendale e nazionale di alimenti zootecnici, con riduzione della posizione di vulnerabilità del sistema legato alle importazioni di materie prime; la coltivazione del pisello e di altre proteaginose potrebbe valorizzare aree marginali contribuendo di conseguenza ad aumentare il legame al territorio dei prodotti tipici zootecnici. L introduzione di fonti proteiche non OGM negli allevamenti animali richiede una serie di aggiustamenti organizzativi sia a livello aziendale che a livello extra aziendale (sistema locale e filiera). Obiettivo della presente azione del progetto è quello di studiare le possibili e percorribili innovazioni organizzative della filiera per la creazione di una linea di alimentazione basata prevalentemente sull utilizzo di fonti proteiche alternative (pisello, favino, ceci, soia non-gm), dunque con minor rischio di contaminazione OGM, nelle razioni degli animali allevati. 4.1 LA METODOLOGIA Sulla base di quesiti derivati dall analisi bibliografica, che ha prodotto le ipotesi di lavoro di un indagine ad hoc su base territoriale tramite il coinvolgimento di testimoni rappresentativi di diversi livelli della filiera, sono stati messi a punto due diversi questionari (cfr. allegati), uno rivolto agli allevatori e uno ai mangimifici. Per quanto riguarda quest ultimo, dobbiamo precisare che nel corso dell indagine abbiamo utilizzato due diversi questionari, in quanto con l acquisizione di una maggiore conoscenza e 123

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI consapevolezza delle problematiche da trattare, abbiamo rivisto e riformulato alcune domande per meglio aderire allo scopo del nostro lavoro; questo è il motivo per cui nell analisi condotta sui mangimifici, alcuni dati presentati non sono del tutto omogenei. I questionari sono stati somministrati sia tramite interviste dirette con registrazione dei colloqui, sia attraverso l invio per fax o per email; l invio di questi ultimi è stato accompagnato da una lettera e/o da una telefonata di presentazione del progetto. Inoltre, seguendo la falsariga delle domande presenti nei questionari, ma in maniera più allargata e aperta sono stati intervistati anche alcuni operatori/esperti del settore così da ottenere maggiori informazioni sul contesto in cui le aziende zootecniche e mangimistiche si muovono. Dobbiamo inoltre evidenziare che abbiamo incontrato grossi problemi nel contattare le aziende mangimistiche; abbiamo telefonato a diverse aziende, sia locali che nazionali, da noi identificate come particolarmente rappresentative del contesto oggetto del nostro studio, e inviato il questionario, accompagnato dalla lettera di presentazione del progetto, alle principali aziende del settore, in particolare a quelle con prodotti no ogm e/o biologici, ma il feedback è stato negativo (tra l altro l invio è stato duplice in quanto abbiamo rimandato a tutte le aziende la versione aggiornata del questionario). In totale sono stati intervistati (sia direttamente che tramite l invio del questionario): dodici allevatori appartenenti a diversi contesti produttivi e che utilizzano sia razioni e alimenti completamente prodotti in azienda, sia mangimi prodotti in azienda a partire da alimenti anche acquistati, sia mangimi interamente acquistati tre aziende mangimistiche private il direttore del consorzio agrario di Parma (in veste di responsabile del mangimificio ma anche quale esperto del contesto economico-produttivo locale) il direttore del mangimificio di Cosmaremma, un consorzio di cooperative fra produttori con sede in Tarquinia (VT) Inoltre, per completare l indagine effettuata tramite la somministrazione dei questionari e per meglio comprendere alcune dinamiche territoriali e di filiera sono stati intervistati: la segretaria generale di Assalzoo il presidente dell associazione provinciale degli allevatori di Pisa il direttore della Cooperativa Agricola Fiorenzuola-CAF il direttore della Cooperativa Produttori Agricoli Pieve Santa Luce, Pisa il funzionario tecnico di BOVINMARCHE di Ancona (Marche) il responsabile del settore commerciale del CAP di Pesaro. Queste interviste, ad eccezione di quella ad Assalzoo, sono state utilizzate come ulteriori casi di studio, che vengono riportati nel paragrafo intitolato La dimensione territoriale dei casi di studio. 124

L introduzione di proteine non gm negli allevamenti - innovazioni organizzative della filiera L elaborazione dei dati e delle informazioni raccolte è stata condotta attraverso un analisi trasversale degli argomenti affrontati. Per quanto riguarda l indagine sugli allevamenti, al fine della valutazione delle eventuali innovazioni organizzative a livello aziendale legate alla sostituzione della soia OGM nella razione degli animali, sono state considerate le seguenti variabili: un eventuale cambiamento della razione e dell ordinamento colturale la scelta di fonti di approvvigionamento e dunque la (ri)considerazione dei fornitori un diverso quadro di convenienze tra acquistare e produrre in azienda un diverso sistema di conoscenze l attivazione di un sistema di qualità onde garantire agli acquirenti l assenza di OGM una diversa strategia di comunicazione volta a valorizzare l assenza di OGM una diversa organizzazione dei canali commerciali. L importanza delle variabili sopra menzionate è stata analizzata in quattro diversi contesti produttivi: allevamenti appartenenti alla filiera di produzione del Parmigiano Reggiano (in provincia di Parma); allevamenti appartenenti alla CAF (provincia di Firenze); allevamenti ricadenti nella provincia di Pisa; allevamenti ricadenti nella provincia di Grosseto. Relativamente all organizzazione dell alimentazione del bestiame, nell ambito del campione di aziende analizzate, si distinguono 3 tipologie aziendali: aziende con razioni e alimenti completamente prodotti in azienda; aziende con mangimi prodotti in azienda a partire da alimenti anche acquistati (es.) aziende che acquistano direttamente i mangimi finiti. L integrazione proteica avviene principalmente mediante mangimi pre-miscelati/nuclei, ed in misura notevolmente inferiore, tramite l utilizzo della sola farina di soia o, in sostituzione di questa, di quella di favino o pisello proteico. Come noto, le razioni alimentari adottate - ed in particolare le integrazioni proteiche - dipendono sia dal tipo genetico allevato sia dalle specificità che contraddistinguono i diversi sistemi produttivi presenti sul territorio, oltre che dalla propensione individuale e dalla sensibilità territoriale all uso di fonti proteiche OGM free. A questo proposito, sono stati analizzati sia allevamenti convenzionali, ovvero che fanno utilizzo nella razione di mangimi OGM, che allevamenti biologici o aderenti a particolari disciplinari di produzione (come ad esempio, integrato) che fanno ricorso esclusivamente ad alimenti OGM free e/o a fonti proteiche alternative alla soia. L indagine svolta presso il campione di allevamenti ha permesso non solo di individuare le scelte strettamente relative alla razione adottata (in termini di eventuali cambiamenti degli alimenti proteici e dell ordinamento colturale), ma anche di comprenderne il ruolo 125

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI all interno degli orientamenti strategici aziendali in cui si collocano, individuando i fattori decisivi che hanno orientato le scelte strategiche delle imprese. Per quanto riguarda l indagine sui mangimifici, l analisi del campione costituto dalle imprese mangimistiche, per nella sua esiguità, congiuntamente alle informazioni emerse dall intervista alla segretaria nazionale di Assalzoo (che, ricordiamo, raffigura un campione rappresentativo del panorama mangimistico nazionale), al direttore della CAF, al presidente provinciale dell APA pisana, al direttore del mangimificio Consmaremma (che individuano diversi contesti economico-produttivi) ci ha consentito di comprendere le principali strategie adottate e l atteggiamento del settore mangimistico riguardo le proteine alternative, e ci ha fornito utili indicazioni al fine di delineare un quadro esaustivo in merito alle eventuali innovazioni organizzative e alle problematiche legate alla sostituzione della soia OGM anche a livello extra- aziendale. 4.2 L INDAGINE PRESSO GLI ALLEVAMENTI 4.2.1 Le caratteristiche del campione di allevamenti Come accennato sopra, l indagine presso gli allevamenti è stata svolta facendo riferimento a quattro diversi contesti produttivi: zona di produzione del Parmigiano Reggiano (provincia di Parma); cooperativa Agricola Firenzuola -CAF (provincia di Firenze); provincia di Pisa; provincia di Grosseto. Nella provincia di Parma l'allevamento di bovini, condotto prevalentemente su media/larga scala, è caratterizzato da una marcata specializzazione nella produzione di latte destinato alla produzione di Parmigiano Reggiano 23. Nelle due aziende oggetto di indagine, le quali differiscono sensibilmente in termini di numerosità dell allevamento (contando 350 capi in produzione la prima azienda e 100 la seconda), si rivelano buoni dati produttivi (mediamente 85,5 q di latte all anno per vacca che vengono integralmente consegnati al caseificio). Relativamente all organizzazione dell alimentazione del bestiame, in entrambe le aziende solo i foraggi sono di produzione aziendale mentre i mangimi vengono acquistati sul mercato. 23 Sono coinvolte più di 5.000 aziende (2004) localizzate all interno dell area regolamentata dal disciplinare di produzione. 126

L introduzione di proteine non gm negli allevamenti - innovazioni organizzative della filiera Tabella 19 - Caratteristiche del campione allevamenti aziende Parma 1 specie allevata bovini indirizzo produttivo latte con trasformazione dimensione produttiva 350 capi in produzione Parma 2 bovini latte 100 capi CAF 1 bovini latte 160 capi CAF 2 bovini carne 150 fattrici CAF 3 suini carne Pisa 1 ovini latte con trasformazione 150 scrofe; 2500/3000 suinetti anno 308 capi Pisa 2 suini carne 15.000 capi Gr 1 bovini latte e misto per passaggio a carne 21 da latte; 5 chianine; 4 blu belga Gr 2 bovini latte 230 capi Gr 3 bovini carne 38 capi tipo di allevamento stabulazione libera stabulazione libera stabulazione libera brado/semibra do stabulazione libera brado/ semibrado stabulazione fissa brado; semibrado / stabulazione llibera/ stabulazione fissa stabulazione libera stabulazione libera; ingrasso vitelloni tipo di produzione Convenzionale No OGM; disciplinare P.R. Convenzionale; disciplinare P.R. biologico/disci plinare CAF biologico/disci plinare CAF integrato/ disciplinare CAF biologico convenzionale convenzionale convenzionale Disciplinare IGP-COOP Vitellone bianco tipo di razione foraggi, mais (farina di estrazione e fiocco), soia, lino estruso foraggi, concentrati fieno, silofieno, silo mais, orzo, triticale, soia, pisello p., favino, panello di soia bio, mais granella foraggi erba medica fieno misto mais insilato triticale favino pisello proteico miscela pellettata mais, orzo, favino, soia decorticata OGM free, crusca, integratori foraggi, avena, favino mais, frumento, orzo, crusca, integratori minerali fieno, fieno silo, mais, nucleo proteico fieno, fieno medica, insilato di mais, polpa barbabietole, cotone, farina orzo, mais, soia fieno medica, loietto e biada, silo mais, miscela da ingrasso, farina di mais, favino, orzo A differenza dell Emilia Romagna, l allevamento in Toscana presenta una minore specializzazione produttiva; la produzione di latte si caratterizza per la piccola dimensione degli allevamenti, mentre la produzione della carne bovina ruota prevalentemente attorno all'allevamento di vacche nutrici per la produzione di vitelli di razze tipiche italiane o francesi che raggiungono l'età di macellazione nello stesso allevamento di nascita, o che vengono venduti come ristalli ad allevamenti da ingrasso 127

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI locali. La CAF 24 in provincia di Firenze può essere considerata come il maggiore punto di riferimento della Toscana per l allevamento bovino estensivo, attività tipica dell'economia locale. Le particolari condizioni climatiche, idrografiche e orografiche di questo territorio creano un'area ottimale per le attività agro-zootecniche imperniate sulla qualità. Le tre aziende oggetto di indagine appartenenti alla cooperativa sono rappresentative di tre diverse realtà produttive, quali l allevamento di bovine da latte, di bovine da carne e di suini. Nelle province di Grosseto e di Pisa l allevamento si caratterizza per una ancora più accentuata polverizzazione all'interno del territorio. In provincia di Grosseto sono stati analizzati sia allevamenti di bovini da carne che da latte, mentre nelle due aziende campione appartenenti alla provincia di Pisa vengono allevati rispettivamente capi ovini e suini. 4.2.2 Le innovazioni organizzative adottate a livello di allevamenti 4.2.2.1 Cambiamenti della razione e dell ordinamento colturale Le differenze che contraddistinguono le aziende analizzate sono innanzitutto relative ad una diversa sensibilità al problema degli OGM, mostrando una diversa propensione ad eventuali cambiamenti dell integrazione proteica della razione. Le aziende facenti parti della CAF a partire dal 2001 sono vincolate ad utilizzare mangimi OGM free sulla base del disciplinare di produzione della cooperativa stessa 25. Diversamente il disciplinare di produzione del consorzio del Parmigiano Reggiano non esclude ancora l impiego di mangimi contenenti Ogm, anche se negli ultimi tempi tale possibilità ha rappresentato oggetto di intenso dibattito all interno del consorzio. Tuttavia una delle due aziende intervistate appartenenti al comprensorio del Parmigiano Reggiano ha già completamente sostituito la soia OGM con quella non OGM in seguito all adesione al disciplinare di produzione no GM di una catena di distribuzione (Carrefour) a cui conferisce l intera produzione di formaggio. Gli allevamenti di bovini da latte appartenenti alla provincia di Grosseto che sono stati intervistati mostrano una scarsa sensibilità al problema delle OGM e dunque una scarsa propensione a compiere dei sacrifici rivolti alla sostituzione della soia OGM; solo nell allevamento di bovini per la produzione di carne Chianina IGP, coerentemente con il disciplinare di produzione, la soia OGM é completamente assente nella razione degli animali; tuttavia il mancato inserimento di colture proteiche alternative rende tale azienda fortemente dipendente dal mercato per integrare l alimentazione. 24 La CAF è una società cooperativa a scopo mutualistico con sede a Firenzuola. La Cooperativa ha per oggetto la lavorazione, la conservazione e la commercializzazione delle carni di alta qualità conferite dai soci. 25 A partire dal 2001 la CAF intraprende il progetto di tracciabilità secondo il Regolamento UE 1760/2000, definendo un disciplinare di produzione al suo interno, riconosciuto dal Ministero italiano, ed arrivando così a distinguere la carne CAF come prodotto di alta qualità e di origine garantita. 128

L introduzione di proteine non gm negli allevamenti - innovazioni organizzative della filiera Bisogna inoltre considerare che mentre nel campione di aziende dell Emilia Romagna le fonti proteiche alternative alla soia sono assenti dalle razioni utilizzate 26, al contrario, in alcune aziende toscane, ed in particolare quelle orientate verso la produzione di carne bovina, la somministrazione di proteine alternative alla soia sostituisce del tutto o si accompagna a quella della soia. Tra le fonti proteiche diverse, usate in sostituzione parziale o totale della soia, il favino risulta il più comune, e sta assumendo un incidenza sempre maggiore rispetto alla soia sulla composizione della razione. Nelle regioni del centro Italia, infatti, il favino viene preferito ad altre colture proteiche, quali ad esempio il pisello o il lupino, in quanto risulta caratterizzato da un maggiore potenziale produttivo oltre che da una resa più stabile nel tempo. Tra le fonti proteiche alternative figura anche la medica disidratata; tuttavia nel campione di aziende analizzate non si osserva un significativo incremento né delle superfici a prato di medica, come invece previsto nell ambito di un generale aumento degli investimenti in foraggere in conseguenza dell applicazione della nuova PAC, né tanto meno un incremento dell uso della medica disidratata nella razione degli animali. Per quanto riguarda la produzione di carne bovina, (azienda CAF2, Mugello e azienda Gr3, Grosseto) il ricorso al favino (soprattutto di produzione aziendale), ha permesso di ridurre fortemente in un azienda (az. Gr3) o di sostituire completamente in un altra azienda (az. CAF2) la quota proteica apportata dalla soia o derivati senza che questo sia andato a scapito della produzione quali-quantitativa di carne e della salute delle bovine. Diversamente, negli allevamenti di bovini da latte, il problema della sostituzione della quota proteica apportata dalla soia nei mangimi e particolarmente sentito. In uno degli allevamenti analizzati (azienda CAF1) sono state fatte delle prove di completa sostituzione della soia con il favino, ma ciò è andato seriamente a scapito dei livelli produttivi di latte ( tre litri di latte in meno a capo, a parità di costi di produzione ). L utilizzazione di altre proteaginose non sembra utile per sostituire la soia in diete di bovine altamente produttive come nell azienda in esame. Viceversa nell azienda di ovini da latte pisana il favino è stato convenientemente introdotto nella razione alimentare, attraverso approvvigionamenti locali. L introduzione delle colture proteiche di leguminose negli avvicendamenti colturali si rende, invece, necessaria negli allevamenti biologici, nei quali l alimentazione deve essere finalizzata ad una produzione di qualità piuttosto che a massimizzare la produzione stessa (Regolamento (CE) n. 1804/1999; Decreto Ministeriale 4 Agosto 2000). Gli allevatori di bovini allevati secondo il metodo biologico che sono stati intervistati concordano nel dire che l utilizzo del favino permette di differenziare il proprio prodotto carne sul mercato, sia per quanto riguarda il colore, il quale risulta essere di un rosso più intenso, sia per quanto riguarda il gusto. 26 Negli allevamenti dell Emilia Romagna la soia da sempre rappresenta la principale integrazione proteica della razione, sia per la maggiore facilità di reperimento sia per la diffusione del modello di razionamento americano (vedi di seguito). 129

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI Contrastanti invece sono risultati i pareri degli allevatori di suini. L impiego di fonti proteiche alternative alla farina di estrazione di soia comporta la presenza di fattori antinutrizionali 27, i quali da un punto di vista del tutto generale provocano un calo di performance di accrescimento, che può risultare particolarmente evidente nei soggetti più giovani. Inoltre secondo gli allevatori intervistati l utilizzo di fonti proteiche alternative non permette un adeguata valorizzazione commerciale del prodotto in quanto le caratteristiche del prodotto finale, che risulta di colore più scuro e meno tenero, non vengono apprezzata dal consumatore finale. La copertura dei fabbisogni proteici ed aminoacidici dei suini rappresenta la principale problematica alimentare connessa all impiego del metodo biologico o della certificazione OGM free che non permette il ricorso alle farine di estrazione e agli amminoacidi di sintesi. Tuttavia, dall indagine effettuata emerge ancora una scarsa sensibilità all utilizzo di fonti proteiche alternative per l alimentazione del bestiame, quali il pisello proteico e il lupino. Solo in un allevamento di suini appartenente alla cooperativa agricola del Mugello sono stati inseriti nell ordinamento colturale sia il favino che il pisello proteico. Più in generale potremo dire che nell orientare la scelta tra l acquisto di un mangime completo a base di soia e l approvvigionamento di colture proteiche alternative, quali favino o pisello, intervengono fattori legati principalmente alla disponibilità in loco di tale colture e al trend dei prezzi. Tutti gli allevamenti bovini appartenenti al campione intervistato concordano nella non convenienza delle colture proteiche alternative rispetto alla soia, il cui prezzo di mercato si posiziona generalmente su livelli molto inferiori, oltre nella scarsa disponibilità di colture proteiche a livello locale. In una delle aziende appartenenti al comprensorio del Parmigiano Reggiano, per esempio, pur avendo sperimentato con successo l introduzione del pisello proteico nella dieta delle bovine da latte, tale progetto é stato abbandonato proprio a causa dell elevato prezzo di mercato. Infine nel disincentivare la scelta dell inserimento di colture proteiche alternative alla soia nell ordinamento colturale intervengono anche fattori legati alla generale mancanza di strutture aziendali adeguate allo stoccaggio ed eventuale trasformazione degli alimenti. Laddove presenti, infatti, si tratta di strutture vetuste, non in grado di garantire un adeguata segregazione e conservazione degli alimenti, con rischi evidenti di ordine igienico sanitario o di contaminazione accidentale da OGM (nel caso in cui l azienda aderisca ad un disciplinare OGM-free) che ricadano direttamente sulla responsabilità del conduttore dell azienda. Sarebbe dunque necessaria la dotazione di nuove strutture ad hoc, i cui costi di gestione però andrebbero a compromettere la sostenibilità economica dell azienda. Di conseguenza, l approvvigionamento di mangimi completi e certificati da parte di fornitori esterni permette in questo senso di de-responsabilizzare l imprenditore agricolo, oltre che presentare degli indubbi vantaggi in termini economici rispetto alla produzione e segregazione aziendale. 27 Inibitori tripsinici e chimotripsinici, lecitine e proteine antigeniche 130

L introduzione di proteine non gm negli allevamenti - innovazioni organizzative della filiera 4.2.2.2 Approvvigionamento, logistica dei prodotti e riconsiderazione dei fornitori Nel caso delle aziende che acquistano direttamente l integrazione proteica, la sostituzione nella razione degli animali della soia GM con la soia no GM o GM-free vincola l acquisto dei mangimi dagli impianti che dispongono di un proprio sistema di certificazione no OGM, controllato da un ente terzo che sia in grado di fornire ad ogni partita la relativa certificazione. Uno degli allevamenti di bovine da latte appartenente al comprensorio di Parma ha sottolineato il fatto che pur esistendo diversi mangimifici che si sono specializzati nella linea di produzione no OGM o OGM-free, le difficoltà di approvvigionamento di soia non transgenica di origine nazionale risultano essere ancora molto rilevanti. Come vedremo in seguito, ad oggi, soltanto pochi mangimifici di grandi dimensioni produttive hanno messo a punto più segmenti produttivi, OGM, no OGM e/o GM-free, mentre nella generalità delle piccole medio imprese non vi è la convenienza da parte dell imprenditore a dotarsi della doppia linea produttiva, in quanto i costi di gestione sarebbero insostenibili. Tabella 20 Cambiamenti nella composizione razione e origine alimenti utilizzati aziende cambiamenti nella razione Introduz. soia OGM free origine introduzione di fonti proteiche alternative origine Parma 1 sì sì mangimificio no - Parma 2 sì no - favino CAP Parma CAF 1 no sì mangimificio favino; pisello; aziendale e Milano medica disidratata produttori in loco CAF 2 sì: soia sostituito con medica; favino; no - favino pisello aziendale CAF 3 sì sì consorzio agrario favino; pisello aziendale Pisa 1 no no - favino locale Pisa 2 no no - no - Gr 1 no no - no no Gr 2 no no - fieno di medica aziendale Gr 3 si sì Progeo favino aziendale e produttori in loco Se l integrazione con la soia, per far fronte all insufficiente produzione aziendale, rende le aziende fortemente dipendenti da pochi e grandi mangimifici che operano a livello nazionale, l introduzione di colture alternative ad essa nell alimentazione del bestiame contribuisce effettivamente ad aumentare il grado di autonomia delle aziende nonché il legame con il territorio dei prodotti zootecnici. Nell area pisana, per esempio, la maggior parte degli allevamenti si rifornisce presso mangimifici piuttosto raramente, privilegiando invece l acquisto dell integrazione proteica della razione, principalmente favino e pisello, dai produttori locali o dai centri di stoccaggio (come avviene anche nelle Marche, per il caso Bovinmarche e CAP di Pesaro, successivamente trattati). Come già sottolineato in precedenza, la trasformazione aziendale dei mangimi ottenuti da materie prime proteiche 131

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI alternative alla soia e il successivo stoccaggio sono in larga parte disincentivati per una generale mancanza di strutture aziendali adeguate, e allo stesso tempo non vi e la convenienza da parte del singolo imprenditore agricolo a dotarsi di tale linea produttiva, in quanto i costi di gestione sarebbero insostenibili. Complessivamente dalle interviste emerge la convinzione di dover operare in un ottica di filiera, come testimoniato anche dal tentativo, promosso dal presidente dell APA della provincia di Pisa, di stipulare dei contratti di filiera con un azienda mangimistica appartenente all area di produzione; l azienda mangimistica, infatti, disponendo di un impianto di estrusione avrebbe consentito di ottimizzare le principali caratteristiche chimiche e nutrizionali del favino, oltre che migliorarne l appetibilità 28. Purtroppo tale progetto è fallito in quanto le quantità di favino richieste dall azienda, per poter attivare una linea ad hoc di trasformazione, erano troppo elevate rispetto alla reale disponibilità e alle richieste del mercato locale. Questi tentativi di rafforzare la filiera locale evidenziano il bisogno di innovazione nel senso di una progettualità collettiva, che abbia come presupposto il coinvolgimento attivo dei diversi soggetti appartenenti al territorio, consentendo di offrire nuove opportunità alle imprese agricole con importanti risvolti di tipo socioeconomico. 4.2.2.3 Il sistema di conoscenza Alla luce dell indagine effettuata si osserva che i rappresentanti delle aziende mangimistiche svolgono un ruolo determinante nell orientare le scelte degli allevatori in merito alla razione degli animali, soprattutto negli allevamenti di bovini da latte e di suini, e, più in generale, laddove l atteggiamento adottato è stato quello di continuare ad usare la soia OGM o di passare a mangimi a base di soia non OGM. Nel caso del comprensorio del Parmigiano Reggiano, dall indagine effettuata emerge una scarsa autonomia dell imprenditore agricolo nei confronti della razione degli animali, il quale si affida totalmente alla consulenza del rappresentante o tecnico dei mangimifici, senza avanzare richieste specifiche in merito alla composizione o all origine delle materie prime. Oltre a questa scarsa propensione alla conoscenza della razione, interviene poi una difficoltà oggettiva nel rintracciare la provenienza degli alimenti a base di soia, in quanto sull etichetta del prodotto che viene acquistato dall azienda agraria spesso viene indicato solo il luogo dell industria di trasformazione o del fornitore. Il ricorso ad un alimentarista indipendente è stato osservato solo nel caso di realtà aziendali di maggiori dimensioni ed altamente strutturate, inserite perciò in sistemi relazionali efficaci ed efficienti nel generare e trasmettere conoscenza e informazioni. In uno degli allevamenti di bovini da latte appartenente al comprensorio del Parmigiano Reggiano, per esempio, la consulenza di un alimentarista ha contribuito ad indirizzare l azienda verso la sperimentazione di fonti proteiche alternative alla soia, quali il pisello 28 I prodotti estrusi hanno un elevato carattere di digeribilità e appetibilità in quanto gli elementi volatili di sapore sgradevole vengono rapidamente evaporati durante il processo di trasformazione. 132

L introduzione di proteine non gm negli allevamenti - innovazioni organizzative della filiera proteico. Tuttavia, in molte aziende intervistate, soprattutto allevamenti di bovini da carne e di ovini, l esperienza personale del conduttore svolge ancora un ruolo importante nel guidare le decisioni in merito alla razione degli animali. Tabella 21 - Criteri di determinazione della razione degli animali (4 il più importante, 1 il meno importante) aziende esperienza/ consulenza consulenza altro conoscenze rappresentante alimentarista (veterinario) pregresse mangimificio Parma 1-3 3 - Parma 2-3 4 - CAF 1 4-4 - CAF 2 4 - - 2 CAF 3-2 - 4 Pisa 1 4 - - - Pisa 2-3 4 - Gr 1-4 3 - Gr 2 2 4-4 Gr 3 4 1 - - L indagine effettuata presso gli allevatori in merito al livello di conoscenza delle fonti proteiche alternative alla soia ha rilevato una situazione piuttosto disomogenea. Nel comprensorio del Parmigiano Reggiano i vincoli all inserimento di fonti proteiche alternative alla soia nella razione degli animali è stato attribuito, tra le altre cose, anche alla dominanza di un sistema di conoscenza altamente standardizzato e basato sul modello di razionamento proposto dalla Scuola di Cornell (1998) 29, il quale permette l ottimizzazione degli apporti azotati e glucidici, consentendo cioè di rispondere ai diversi input nutrizionali al minor costo possibile. In particolare, tale modello prevede l inserimento della soia come principale frazione proteica dell alimentazione e ignora la possibilità dell introduzione di fonti proteiche alternative ad essa, sia per la loro scarsa disponibilità in USA, sia per i costi di approvvigionamento. L indagine effettuata ha mostrato, inoltre, che tale modello di alimentazione si sia diffuso non solo nell ambito dei distretti produttivi di riferimento a livello nazionale, quale appunto quello del Parmigiano Reggiano, ma da questi fino anche a quelli più marginali e meno importanti in termini di produzioni zootecniche, quale la provincia di Grosseto. La scelta di sperimentare l integrazione della razione degli animali con le colture proteiche alternative alla soia si accompagna molto spesso alla presenza di intense relazioni con le cooperative, ma anche con le associazioni di categoria o attraverso l attuazione di progetti specifici che coinvolgono i diversi attori della filiera. La CAF, per 29 Con le successive modifiche ed integrazioni e l ultima edizione dell NRC (2001) 133

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI esempio, sta cercando di elaborare una progettualità collettiva in merito allo sviluppo di adeguati strumenti di conoscenza per tutti i suoi soci allevatori, attraverso l organizzazione di riunioni periodiche in cui viene chiamato ad intervenire anche un alimentarista. Ciò si è reso necessario in quanto gli allevatori non sembrano disposti ad investire risorse specifiche per la consulenza di un alimentarista. In altre realtà produttive, come in alcune delle aziende appartenenti alla provincia di Grosseto, dove è alto il grado di invecchiamento dei conduttori zootecnici, predomina invece uno scarso livello di interesse e conoscenza in merito alle colture proteiche alternative alla soia, denotando un atteggiamento piuttosto passivo nei confronti delle scelte relative alla razione degli animali. Ciò che appare dunque evidente dalla interviste è la necessità di sviluppare adeguati strumenti di conoscenza per implementare le capacità imprenditoriali/strategiche non solo a livello del singolo conduttore (facilitando le sperimentazioni con altre fonti proteiche alternative alla soia e, più in generale, stimolando un cambiamento culturale delle imprese stesse) ma, anche e soprattutto, a livello di filiera o di sistema locale, per costruire una conoscenza condivisa sull importanza delle colture proteiche alternative alla soia. 4.2.2.4 Le strategia di comunicazione e l organizzazione dei canali commerciali La sostituzione della soia GM nella razione degli animali e l introduzione di colture proteiche alternative nell ordinamento colturale, rivela la volontà degli imprenditori agrari di adottare strategie mirate alla valorizzazione di prodotti non standardizzati (quali, ad esempio, la produzione di vitello chianino facente parte del marchio IGP Vitellone bianco dell Appennino centrale, le produzioni biologiche, e altri schemi di certificazione di prodotto volontari, come il marchio della Regione Toscana Agriqualità) attraverso la capacità di riorganizzare le scelte relative ai canali di vendita e alla relative strategie di comunicazione. Le produzioni senza l impiego di OGM risultano particolarmente vocate ad essere commercializzate attraverso canali commerciali brevi e soprattutto circuiti diretti allo scopo di rafforzare il legame con il territorio e di ottenere una migliore valorizzare commerciale del prodotto. E questo il caso di un allevamento biologico di bovini da carne appartenente alla provincia di Pisa, il quale utilizza principalmente la vendita diretta della carne presso lo spaccio aziendale. Tuttavia, appare evidente che non tutti i circuiti brevi sono in grado di assicurare il collocamento di ingenti quantità di prodotto e di innescare, di conseguenza, un processo di forte sviluppo di un segmento di mercato, funzione che invece può assolvere la grande distribuzione. Nel caso della cooperativa del Mugello, ad esempio, la scelta di creare una filiera non OGM è avvenuta in seguito ad un esplicita richiesta di mercato, anche in relazione alla necessità dettata dallo statuto di commercializzare in forma collettiva la produzione di tutti i soci. Infatti, la cooperativa ha deciso di rivolgere principalmente la propria produzione ad alcune catene di distribuzione che hanno deciso di mettere al bando 134

L introduzione di proteine non gm negli allevamenti - innovazioni organizzative della filiera i prodotti transgenici, tra cui Esselunga e Coop 30. Un comportamento similare è stato seguito dalla azienda bovina da carne grossetana che ha cambiato alimentazione per aderire al disciplinare no OGM della COOP. Ancora analogamente, in una delle aziende di bovine da latte appartenente al comprensorio del Parmigiano Reggiano la sostituzione della soia GM con quella no GM è avvenuta coerentemente con le disposizioni contenute nel disciplinare di produzione di una catena di distribuzione (Carrefour) alla quale viene conferita l intera produzione aziendale. 4.2.3 L attivazione di sistemi di qualità Non esiste un vero e proprio protocollo ufficiale in materia di sistemi di qualità e controlli al fine di garantire agli acquirenti l assenza di OGM, ed alcune considerazioni possono essere fatte solo grazie ad alcune iniziative che, negli ultimi anni, sono state prese in questo ambito dalle realtà aziendali osservate durante l indagine. Come e stato già accennato precedentemente, la cooperativa agricola del Mugello già a partire del 2001 ha deciso di mettere al bando gli OGM e nel 2004, in seguito al passaggio degli acquisti di mangimi dal livello collettivo a quello individuale, voluto fortemente dagli stessi allevatori soci, la cooperativa ha deciso di attivare un sistema di controlli periodici onde garantire ai clienti l assenza di OGM (meno dello 0,9%) coerentemente al disciplinare di produzione. Attraverso il prelevamento ed analisi di campioni di mangimi da parte della CAF (generalmente due volte all anno), gli allevatori sono tenuti a dimostrare l assenza di OGM o quanto meno il fatto che l eventuale presenza possa considerarsi come dovuta a cause accidentali (analogamente a quanto si verifica nel caso di Studio Bovinmarche, riportato più avanti) Più in generale, la presenza di sistemi di certificazione che sono a carico dei singoli allevatori da un certo punto di vista potrebbe essere considerata una limitazione alla diffusione dell uso di materie prime locali: l allevatore, infatti, per alleggerirsi delle responsabilità della certificazione potrebbe essere incentivato a ricorrere a mangimi già pronti e certificati. 30 Le iniziative della GD sono mirate a garantire una filiera OGM free al 100% coerentemente alle disposizioni normative. Le catene distributive assicurano l esclusione degli OGM dalle linee private label, ovvero i prodotti venduti con proprio marchio. Secondo l iniziativa di Esselunga, i fornitori hanno l obbligo di segnalare quali prodotti siano esenti da ingredienti e additivi GM. 135

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI 4.3 L INDAGINE PRESSO LE IMPRESE MANGIMISTICHE 4.3.1 Le caratteristiche del campione delle imprese mangimistiche L indagine svolta presso il campione di imprese mangimistiche e i consorzi, pur nella sua esiguità numerica, ci ha fornito comunque utili indicazioni per completare il quadro in merito alle possibili innovazioni organizzative della filiera per la creazione di una linea di alimentazione basata prevalentemente sull utilizzo di fonti proteiche alternative. Più nello specifico, l indagine a livello extra-aziendale ha coinvolto i seguenti soggetti: cinque produttori di alimenti zootecnici comprendenti tre imprese mangimistiche private (Progeo, Preti e Profenda) il Consorzio Agrario di Parma Cosmaremma, un consorzio di cooperative agricole con sede in Tarquinia (VT) l Associazione nazionale dei produttori di alimenti zootecnici - ASSALZOO. Di seguito alcune informazioni generali sui soggetti intervistati. Il Consorzio Agrario Provinciale di Parma è stato fondato oltre cento anni fa nel 1893; la sua attività va dall assistenza tecnica al sostegno finanziario agli agricoltori, dalla gestione degli ammassi all attività di ricerca e sperimentazione, dalla valorizzazione delle produzioni agricole alla fornitura degli strumenti e dei mezzi necessari alle coltivazioni ed agli allevamenti; quindi macchine ed attrezzature agricole, concimi, sementi, fitofarmaci e mangimi. All interno del complesso industriale in Parma è situato l importante impianto di produzione mangimistica del Consorzio Agrario, che colloca l impresa in posizione di leader nella zona di produzione del parmigiano Reggiano. Il marchio EMILCAP, gestito in società consortile con i Consorzi agrari di Piacenza, Reggio Emilia e Bologna-Modena rappresenta il brand della linea mangimistica. Consmaremma è un Consorzio di Cooperative fra Produttori Agricoli (Cooperativa Agricola di II grado) con sede in Tarquinia (Viterbo). Il Consorzio associa 36 Cooperative Agricole delle Regioni Lazio e Toscana ed i due Enti Regionali di Sviluppo Agricolo ARSIAL e ARSIA. Si occupa in particolare di selezioni delle sementi e di mangimi; questi ultimi vengono prodotti in un mangimificio sito a Tarquinia, rivolto prevalentemente alla realizzazione di alimenti zootecnici per vacche da latte produttrici di latte di Alta Qualità. Progeo, nata nel 1992 dall'unificazione di tre aziende cooperative del comparto agrozootecnico dell'emilia-romagna, è fra le più importanti aziende in Italia nel settore dei mezzi tecnici e servizi per l'agricoltura e dell'industria molitoria; tra le diverse attività agroalimentari, la produzione dei mangimi riveste un ruolo importante, rappresentando oltre il 50% del fatturato totale. Nel 2006 ha prodotto 460.000 tonnellate tra mangimi da reddito e da compagnia; è leader nel settore dei mangimi bio, coprendo tutte le tipologie 136

L introduzione di proteine non gm negli allevamenti - innovazioni organizzative della filiera di allevamento (bovini da carne e da latte, suino, avicolo, cunicolo e ovicaprino); produce anche una linea NO OGM. Preti si occupa di produzione e commercializzazione di alimenti zootecnici; è un azienda leader del settore, realizza mangimi per bovini, suini, polli, conigli e presenta una linea di prodotti bio (per suini) ed una NO OGM (per bovini). Profenda è una giovane realtà aziendale, nata nel 2004, che si affaccia sul mercato sardo sviluppandosi in tutti i settori della zootecnia (bovini, suini, ovini, equini, conigli e avicoli). Le aziende mangimistiche coinvolte nel nostro caso di studio (sia quelle private che il consorzio e la cooperativa), si caratterizzano per una elevata dimensione economica (fatturato maggiore di 5 ml nel 2007), anche se con diversi gradi di ampiezza : Progeo opera su tutto il territorio nazionale, Preti è prevalentemente rivolta al centro-nord Italia mentre le altre tre aziende lavorano a livello regionale (cfr. Tabella 22). Tabella 22 - Sede e areale di distribuzione dei mangimifici intervistati Progeo Preti Consmaremma CAP Parma Profenda Macomer sede azienda Masone (RE) Revere (MN) Tarquinia (VT) Parma (NU) areale di distribuzione Italia centro-nord Italia 137 regionale (Lazio- Toscana) regionale fatturato (mln. ) 144* 9* > 5 > 5 > 5 *Fonte: Mercato Italia/Agroalimentare-Edizione 2007; dati riferiti al 2004-2005 regionale Per quanto riguarda le materie prime utilizzate per la produzione dei mangimi (cfr. Tabella 23), i cereali e le proteiche rappresentano ovviamente la parte preponderante degli alimenti zootecnici prodotti. I cereali mostrano la quota più rilevante, che varia dal 40 al 70%, mentre le proteiche oscillano tra 20 e il 45%; inoltre, andando ad analizzare anche i dati relativi alla provenienza, si nota come una buona parte delle materie prime utilizzate non sia di origine locale e/o regionale (anche se, ovviamente, in misura diversa); infatti solo una quota dei cereali utilizzati da Progeo, Preti e Consmaremma (rispettivamente il 20%, il 30% e il 30%) e la totalità del favino trattato da Cosmaremma sono prodotti localmente o regionalmente; per il resto gran parte dei cereali sono di provenienza nazionale, mentre le materie prime proteiche sono sia nazionali, che UE che extra-ue (in quest ultimo caso si tratta sempre di soia). Una informazione inattesa ci viene fornita dal direttore del CAP di Parma; nelle materie prime trattate, molto spesso la provenienza indicata è quella relativa al trasformatore o al fornitore: i panelli vengono dalla frangitura e se dentro ci sono soia o girasole nazionale od estero noi non lo vediamo più; noi vediamo farina di estrazione prodotta a Cesena ( ); se poi il prodotto lo prendiamo direttamente dal porto è più facile, se la nave viene dall Argentina, la materia prima è argentina però per quello che viene dai

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI fornitori è più difficile sapere la provenienza con i fornitori abbiamo contratti che hanno delle specifiche sulla qualità (proteine, fibra ecc ) ma non sull origine 31. Per conoscere effettivamente l origine bisognerebbe fare un percorso a ritroso tramite il lotto indicato sul prodotto. Tale circostanza ci fa ragionevolmente supporre che l entità delle materie prime di origine UE-extra UE sia stata sottostimata dai mangimifici, in particolare quella delle materie prime proteiche e soprattutto della soia. Il quadro che si delinea rispetto alle proteine alternative è abbastanza sconfortante: i mangimifici che le utilizzano - nella fattispecie favino, pisello proteico, lupino e medica - ne trattano solo piccolissimi volumi. A tal proposito va comunque specificato che, pur non essendo state inserite nella tabella (in quanto non abbiamo il dato relativo alla percentuale utilizzata), tutti i mangimifici del campione utilizzano proteine alternative: alcune miscele del CAP di Parma comprendono favino e/o pisello, così come tra le materie prime trattate da Preti, sono presenti favino, lupino, pisello ed erba medica disidratata. 31 Tutte le frasi virgolettate e in corsivo presenti nei paragrafi relativi al campione oggetto di studio sono citazioni degli intervistati 138

L introduzione di proteine non gm negli allevamenti - innovazioni organizzative della filiera Tabella 23 - Quantità di materie prime trattate; percentuale sul totale materie prime trattate e per origine Materia prima Quantità % sul totale di cui Locale/ regionale % Nazionale % UE % Extra- UE % Progeo a. Cereali 40 14 56 30 100 b. Proteiche 45 10 90 100 di cui soia 25 10 90 100 di cui favino 0,5 100 100 di cui pisello proteico 0,5 100 100 di cui medica disidratata 2,5 100 100 c. Altro 15 Totale mangimi prodotti 100 Preti a.cereali 70 30 30 40 100 b. Sottoprodotti industria alim. (es. panelli e farine di estrazione soia)* 30 30 70 100 Totale mangimi prodotti 100 Profenda a.cereali 50 b.proteiche 30 di cui soia 10 di cui girasole 5 di cui pisello proteico 10 di cui medica disidratata 5 c. Sottoprodotti (crusca ecc ) 20 Totale mangimi prodotti 100 CAP Parma a.cereali 47 100 100 b.proteiche 20 20 20 60 100 di cui soia (%) 60-70 100 c.sottoprodotti (crusca ecc ) 33 100 100 Totale mangimi prodotti 100 Consmaremma a.cereali 45 30 70 100 b.proteiche 30 100 di cui soia 60 100 100 di cui girasole 15 100 di cui favino 5 100 100 di cui lupino 1 100 100 di cui pisello proteico 1 100 100 di cui medica disidratata 5 100 100 c. Sottoprodotti (crusca ecc ) 20 100 Totale mangimi prodotti 100 *comprendono sia le proteiche, come i panelli e le farine di estrazione di soia, girasole ecc,che altri sottoprodotti come la crusca Tot. % 139

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI Per quanto riguarda le caratteristiche organizzative relative all approvvigionamento delle materie prime sono stati considerati diversi aspetti, quali la tipologia dei fornitori, i criteri di approvvigionamento e la presenza di meccanismi di feedback (cfr. Tabella 24 per uno schema riassuntivo). L analisi dei dati relativi alla tipologia dei fornitori conferma la minore rilevanza dei prodotti locali/regionali: Preti si rifornisce principalmente da importatori e da grossisti internazionali (rispettivamente per un 40% e un 20% di materia prima totale trattata); il 60-80% delle materie prime trattate da Profenda è fornito da importatori; il CAP di Parma e Cosmaremma si approvvigionano principalmente da grossisti nazionali. Questo contesto viene confermato in qualche modo anche da Assalzoo, per il quale l approvvigionamento a cui ricorre buona parte delle aziende mangimistiche avviene principalmente sui mercati internazionali. Tabella 24 - Organizzazione dell' approvvigionamento delle materie prime Progeo Preti Profenda CAP Parma Consma remma Tipologia dei fornitori (le % rappresentano la quantità della materia prima conferita sul totale degli approvvigionamenti aziendali) produttori X 1-20% 1-20% cooperative o associazioni di prodotto X 21-40% consorzi agrari 20% 3% 1-20% grossisti nazionali X 21-40% 51% 61-80% grossisti internazionali/esteri 20% 1-20% importatori X 40% 61-80% mercato 20% 33% 1-20% Criteri di approvvigionamento (1 individua il criterio più importante, 3 quello meno importante) in base agli ordini 1 1 1 1 1 in base a disponibilità materie prime 2 3 in base ad analisi dei fabbisogni delle aziende/clienti di riferimento 1 in base a dimensione e tipologia dei potenziali clienti/target individuato 2 in base alle formulazioni individuate dal proprio centro di ricerca/alimentarista 2 2 2 Presenza di meccanismi di feedback in base alla tipologia dei prodotti (esempio soia vs favino) Si Si Sì - Si in base agli aspetti qualitativi (es.: umidità, tenore proteico ecc.) Si Si - Sì Sì I criteri di approvvigionamento dei quantitativi di materie prime per la produzione di mangimi complementari/complessi, con particolare riferimento a quelle proteiche, evidenziano che il nostro campione si approvvigiona prevalentemente in base agli ordini, lavorando ad hoc sulle specifiche richieste di ciascun cliente. Anche secondo Assalzoo il criterio fondamentale di approvvigionamento si basa in particolare sulle formulazioni, quindi sul raggiungimento dei fabbisogni alimentari richiesti dal cliente. Altri criteri individuati dal campione, anche se meno rilevanti, sono rappresentati dalle formulazioni 140

L introduzione di proteine non gm negli allevamenti - innovazioni organizzative della filiera indicate dal proprio centro di ricerca/alimentarista e dalla disponibilità delle materie prime. Inoltre Progeo e il CAP di Parma identificano alcuni punti critici dell approvvigionamento, quali rispettivamente la difficoltà di pianificare la produzione dei mangimi legata alla scarsa propensione alla programmazione delle consegne da parte degli allevatori (variazioni nei consumi, timore di invecchiamento del prodotto in azienda, desiderio di tenersi le mani libere ), e la mancanza di costanza qualitativa di alcune materie prime. Altra informazione richiesta al campione riguarda l esistenza di meccanismi di feedback rispetto alle qualità delle materie prime sia in relazione alla tipologia delle materie prime (esempio soia vs favino) che agli aspetti qualitativi (in base alla composizione chimica, quindi umidità, tenore proteico ecc.). Progeo, Preti e Consmaremma presentano entrambi i meccanismi di feedback; Preti specifica che questi si basano sul controllo statistico della qualità del prodotto/servizio per quanto riguarda la tipologia delle materie prime (anche se in prevalenza i fornitori sono collaudati e referenziati in merito alla loro capacità di rispettare i requisiti speciali delle materie prime quali NO OGM, BIO, etc); invece in relazione agli aspetti qualitativi vengono effettuate analisi di cartellino (composizione nutrizionale, umidità, peso specifico, stato del prodotto) e analisi chimico-fisiche e microbiologiche (in accordo con il piano HACCP). Profenda presenta meccanismi di feedback legati alla tipologia (non specificati), mentre presso il CAP di Parma viene effettuato il controllo degli aspetti qualitativi basato sulla non conformità qualitativa del prodotto, che viene monitorata settimanalmente tramite la rispondenza al l ISO 9001; se un fornitore non è conforme viene fatta una segnalazione; se poi il fornitore non si adegua, si può arrivare alla sua esclusione ( maggiori difficoltà sussistono per le derrate importate dove c è poco da escludere: se arriva una nave con delle merce carente, un girasole basso di proteine, ne teniamo conto ma non è che possiamo escludere certe aziende ). Per quanto riguarda eventuali criticità connesse a questo aspetto dell approvvigionamento, Preti le individua nell evenienza della presenza di aflatossine nel mais destinato ad alimenti zootecnici per vacche da latte e nell aderenza ai requisiti speciali richiesti per particolari linee di prodotto come quelle no ogm e bio. La criticità correlata alla presenza di aflatossine viene segnalata anche dal CAP di Parma (che a tal proposito afferma: in generale questo problema è ormai abbastanza superato, ma si può sempre presentare ). In relazione all organizzazione delle linee produttive e alla segregazione, abbiamo ricercato informazioni relativamente alla tipologia dei mangimi prodotti e all organizzazione delle linee produttive (cfr. Tabella 25) per meglio comprendere come avviene la segregazione; più nello specifico abbiamo chiesto quali tipi di mangimi vengono prodotti, considerando i mangimi semplici (ulteriormente divisi tra cereali - 141

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI farine e panelli - latte, farina di pesce, crusca ecc), i mangimi composti completi e i mangimi composti complementari (nuclei proteici, sali minerali e zuccheri), e se questi sono convenzionali (con un contenuto in OGM superiore allo 0,9%), convenzionali non OGM (con un contenuto in OGM inferiore allo 0,9%) e biologici o GM-free (con un contenuto in OGM inferiore allo 0,1%). Ovviamente chi realizza esclusivamente prodotti convenzionali OGM non ha problemi di segregazione. Preti e Progeo presentano prodotti convenzionali OGM, non OGM e bio, mentre Profenda, CAP di Parma e Consmaremma producono solo quelli convenzionali; più dettagliatamente Preti incentra la sua produzione sui mangimi semplici quali i cereali (di cui il 75% convenzionali, il 20% non OGM e il 5% bio), sui mangimi composti completi e su quelli complementari (entrambi 70% convenzionali, 20% non OGM e 10% bio); Profenda, produce in particolare mangimi composti complementari (46%), mangimi semplici quali cereali (30%), farine e panelli (10%), siero, latte in polvere, farina di pesce, crusca ecc (10%); il CAP di Parma realizza soprattutto mangimi composti complementari (65%) seguiti dai mangimi composti completi (22%) e dai cereali (12,6%); Consmaremma infine impernia la sua produzione sui cereali e i mangimi composti completi. Tabella 25 - La tipologia dei mangimi prodotti e delle linee produttive Linee Produttive mangimi semplici: cereali % mangimi semplici farine e panelli % mangimi semplici: siero, latte, farina pesce, crusca % mangimi composti completi % mangimi composti complementari % Progeo Impianti separati multilinee non fornisce indicazioni a proposito delle % di mangimi prodotti; produce mangimi convenzionali, convenzionali No OGM e biologici. Preti Impianti separati multilinee Convenzionale (OGM > 0,9%) 75 70 70 Convenz. No GM (OGM < 20 20 20 0,9%) Biologico (OGM < 0,1%) 5 10 10 Profenda Unico impianto, unica linea (N.B. il biologico viene prodotto da un altra azienda su commissione) Convenzionale (OGM > 0,9%) 30 10 10 2 46 Biologico (OGM < 0,1%) 2 CAP Parma Unico impianto, unica linea Convenzionale (OGM > 0,9%) 12,6 0,4 22 65 Consmaremma Unico impianto, unica linea Convenzionale (OGM > 0,9%) 20 80 142

L introduzione di proteine non gm negli allevamenti - innovazioni organizzative della filiera Per quanto riguarda l organizzazione delle linee produttive, Profenda, CAP e Consmaremma, che realizzano presso i propri impianti mangimi esclusivamente convenzionali OGM, presentano un unico impianto con una unica linea; invece Preti e Progeo, che producono mangimi convenzionali, convenzionali No OGM e biologici, lavorano con impianti separati, ognuno dei quali realizza più linee produttive; ad esempio Preti precisa che ha impianti separati per la produzione dei mangimi medicati e dei non medicati, e che quest ultimo realizza più linee produttive, tra cui il bio e il No OGM. Profenda commercializza anche mangimi biologici (il 2% del prodotto aziendale) che vengono realizzati da un altro mangimificio su commissione. In altre parole una strategia di segregazione è quella che si realizza mediante l utilizzo di impianti separati per specifici prodotti (ad esempio convenzionali OGM e bio); inoltre, così come esemplifica Preti, il rischio di contaminazione incrociata nella fase di produzione di linee diverse nello stesso impianto viene gestito mediante la pulizia dell impianto prima della produzione, l uso di silos dedicati per materie prime e prodotti finiti e l uso di mezzi dedicati, o pulizia del mezzo prima del carico; e, sempre nel caso in cui si realizzino prodotti convenzionali e non, si effettua a valle un controllo analitico delle materie prime per quanto riguarda la presenza di DNA transgenico. 4.3.2 Le strategie delle imprese mangimistiche Come già accennato l intervista ad Assalzoo si è dimostrata fondamentale per poter definire le problematiche connesse alla creazione di una filiera alternativa. Infatti le informazioni ottenute ci hanno permesso di confermare e/o meglio chiarire alcuni aspetti emersi dall analisi del nostro campione che nella sua esiguità non ci ha permesso di poter comprendere appieno alcuni aspetti importanti. Dall indagine svolta emerge che complessivamente le imprese mangimistiche stanno rivolgendo crescenti sforzi organizzativi nel rafforzamento di sistemi di gestione e qualità che, a partire da uno stretto controllo sulle materie prime in ingresso e sulla selezione dei fornitori, consentono una corretta gestione delle risorse nelle varie fasi e un attento controllo sui prodotti finiti in applicazione delle normative e gli obblighi vigenti, non ultime le disposizioni europee e nazionali in tema di rintracciabilità e tracciabilità. 4.3.2.1 Organizzazione della produzione e segregazione In merito alle strategie di segregazione, l orientamento prevalente nelle imprese mangimistiche italiane è quello della specializzazione produttiva ovvero nella produzione di mangimi esclusivamente convenzionali (OGM > 0,9%) che rappresentano circa l 80% dei mangimi, oppure esclusivamente convenzionali non OGM (OGM<0,9%) o esclusivamente biologici (OGM<0,1), oppure ancora medicati o non medicati - mediante la realizzazione di stabilimenti dedicati, data la generale insostenibilità dei costi di gestione (e anche della gestione stessa) derivanti dall eventuale adozione di più linee produttive in un unico impianto. 143

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI Attualmente, sono veramente poche le imprese mangimistiche tra quelle leader sul mercato nazionale (una decina in tutto, tra cui Preti e Progeo) ad essere dotate di più linee produttive, quali il convenzionale, il non ogm ed eventualmente anche il biologico. Nella maggior parte dei casi in cui una azienda mangimistica commercializza mangimi convenzionali e/o convenzionali non OGM e/o biologici, si verifica che la produzione di una particolare linea produttiva viene affidata ad un altra azienda con impianto dedicato, tramite accordi tra ditte, su commissione; a tal proposito si possono osservare iniziative di collaborazione tra alcune imprese mangimistiche leader sul mercato nazionale e piccole imprese altamente specializzate, che ne diventano i principali fornitori per una determinata linea produttiva e, nel caso delle imprese orientate alla produzione di mangimi Non OGM, vengono sviluppati programmi commerciali in grado di garantire e certificare l assenza di organismi geneticamente modificati nei prodotti contrattati. Nel perseguire l obiettivo di segregazione e gestire il rischio di contaminazione incrociata ogm e non ogm/bio- le imprese hanno ridefinito il proprio processo produttivo e la propria struttura organizzativa. I momenti nei quali il controllo di qualità viene esercitato, in tal senso, sono in forma semplificata i seguenti: valutazione, selezione e approvazione dei fornitori; controlli analitici sulle materie prime (in particolare per verificare la presenza di DNA transgenico); pulizia dell impianto prima della produzione; uso di silos dedicati per le materie prime e per i prodotti finiti; l uso di mezzi di trasporto dedicati o la pulizia del mezzo di trasporto prima del carico. 144

L introduzione di proteine non gm negli allevamenti - innovazioni organizzative della filiera Box 2 Un esempio di gestione dei rischi di contaminazione OGM nella produzione di mangime Bio La gestione dei rischi OGM nella produzione di mangime Bio ha come strumento operativo un Piano Qualità in cui si riassumono tutte le azioni volte al soddisfacimento dei requisiti contenuti nel Reg. 2092/91. Alcuni punti: -Trasporto materie prime: istruzioni di Lavoro e Schede di Registrazione distribuite ai trasportatori/fornitori per evitare contaminazioni con materie prime OGM -Ricezione materie prime: campionamenti di tutte le materie prime entrate ed analisi secondo il Piano dei Controlli. - Materie prime maggiormente a rischio: Soia farina No-OGM (Origine Brasile) con analisi preventiva durante le operazioni di sbarco nelle navi in una cella identificata ed a campione su quella poi scaricata in stabilimento; Mais No-OGM con analisi a posteriori in funzione dei magazzini fornitori e secondo le garanzie contrattuali; Soia Seme Bio con campionamento nei magazzini del fornitore ed analisi di tutte le partite entrate in stabilimento. - Produzione Mangime: prima delle produzione Bio pulizie della linea da eventuali e limitati residui OGM da mangimi No-OGM. - Stoccaggio prodotti finiti Bio in silos dedicati - Analisi sul prodotti finiti Bio: pool di tutte le produzioni settimanali (Qualificazione processo) - Carico su camion: istruzioni di Lavoro e Schede di Registrazione per la pulizia di eventuali e limitati residui OGM da mangimi No-OGM precedentemente trasportati. Tutti i camion sono dedicati al trasporto di mangimi o prodotti No-OGM. - Analisi per verifica efficacia pulizia (Qualificazione processo) - Tracciabilità di tutte le operazioni svolte: ingresso materie prime, dosaggi, assegnazione lotti di produzione, carico camion, sono registrate e memorizzate nel PC di produzione. Lo stoccaggio e manipolazione nei porti dopo lo sbarco, seppur in celle identificate, pone evidentemente qualche problema di gestione di non facile soluzione. Fonte: Niccolai Nutrizioni Animali, Gruppo Novelli, 2008 4.3.2.2 Le materie prime proteiche trattate (e la richiesta di materie prime proteiche alternative da parte dei mangimifici) Per le imprese mangimistiche la soia rappresenta ancora una fonte proteica insostituibile, sia in termini di percentuale proteica sia in termini di facilità di approvvigionamento. Infatti quando i mangimisti parlano di frazione proteica intendono in particolare la soia (con percentuale sulla razione o sulla produzione che varia molto a seconda della specie animale) e poi il girasole, mentre le proteine alternative rappresentano al massimo una fonte di integrazione della parte proteica della razione; da questo punto di vista la quantità 145

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI di soia che si può sostituire dipende anche dalle specie considerate, in quanto sussistono dei limiti e dei parametri da rispettare sia nei confronti della capacità di ingestione che del contenuto in proteine della razione. L approvvigionamento a cui ricorre buona parte delle aziende mangimistiche avviene principalmente sui mercati nazionali ed internazionali, evidenziando criticità connesse all andamento dei prezzi, al costo dei trasporti e non ultimo alla qualità delle materie prime. Problematica emergente è rappresentata infatti dalla crescita esponenziale di derrate derivate da OGM e dalla difficoltà di approvvigionamento di soia non transgenica di origine nazionale. A fronte di tali criticità, le fonti proteiche alternative quali favino, lupino, pisello proteico ed erba medica stanno timidamente iniziando a suscitare l interesse del settore mangimistico, come si evidenzia anche dal nostro campione; alcune aziende (poche) hanno creato linee produttive di mangimi caratterizzate dalla presenza di proteine vegetali alternative; Progeo in particolare ci spiega che ha fatto questa scelta sia per rispondere alla richieste da parte dei suoi clienti sia in seguito alle proposte da parte dei fornitori; per questa azienda il pisello proteico ed il favino sarebbero particolarmente indicati per la produzione di mangimi biologici, mentre la medica potrebbe essere largamente utilizzata dal settore cunicolo. Infatti sono proprio il bio, il non ogm e altre produzioni particolari a rappresentare le nicchie che possono attirare l attenzione del settore mangimistico verso le proteine alternative. Infine tale interesse è connesso anche agli elevati prezzi della soia verificatesi negli ultimi anni che spingono a cercare prodotti concorrenti. Tuttavia, ciò che emerge dalla nostra indagine è ancora uno diffuso scarso interesse mostrato dalle imprese mangimistiche nei confronti delle proteine alternative, anche laddove può sussistere una certa richiesta (attuale o ancora potenziale) da parte degli allevatori; Assalzoo stessa ci conferma che non si è riscontrato un reale aumento di richiesta di proteine alternative da parte del mercato mangimistico, ribadendo che le aziende mangimistiche che utilizzano proteine alternative sono poco numerose; poi esistono casi particolari, come per esempio quello della Toscana o del Lazio, ovverosia quelle zone che hanno propri disciplinari di produzione e quindi spingono all utilizzo di materie prime locali; infatti in Toscana e in Lazio di fatto ci sono buona parte di mangimisti che fanno bio e non ogm, sono molto vocati, hanno più mangimifici (piccoli) di questo tipo di tutto il resto di Italia; è una realtà diversa da quella della massa zootecnica. I motivi sostanziali dello scarso interesse sono legati fondamentalmente a due aspetti: la disponibilità di tali materie prime (a tal proposito bisogna ricordare che i mangimifici lavorano sull assicurazione della costanza e della qualità del prodotto, per cui utilizzando materie prime il cui approvvigionamento è discontinuo, questo importante aspetto verrebbe a mancare) e la loro minore componente proteica rispetto alla soia. Quindi al massimo si può arrivare ad 146

L introduzione di proteine non gm negli allevamenti - innovazioni organizzative della filiera integrare ma è difficile sostituire anche dal punto di vista economico, nonostante il prezzo della soia. D altra parte se l integrazione con la soia rende le aziende fortemente dipendenti dai mangimifici, l utilizzo di colture ad essa alternative nell alimentazione del bestiame contribuisce effettivamente ad aumentare il legame con il territorio. Nell area pisana, per esempio, molti allevamenti raramente si riforniscono presso i mangimifici, privilegiando invece l acquisto dell integrazione proteica della razione, principalmente favino e pisello, da altri produttori locali o dai centri di stoccaggio. Spesso infatti le fonti proteiche alternative non passano dai circuiti delle imprese mangimistiche (come avviene anche per l erba medica) in quanto, come già evidenziato, le quantità richieste di proteine alternative per poter attivare una linea ad hoc di trasformazione sarebbero troppo elevate rispetto alla reale disponibilità e alle richieste del mercato locale. Quantitativi sufficienti e regolarmente disponibili sul mercato delle materie prime e a prezzi convenienti rappresentano la condizione sine qua non di utilizzazione delle leguminose da granella alternative alla soia da parte dell industria mangimistica. 4.4 LA DIMENSIONE TERRITORIALE DEI CASI DI STUDIO 4.4.1 Parmigiano Reggiano Il caso di studio sul Parmigiano Reggiano ha analizzato in particolare due allevamenti e il Consorzio Agricolo Provinciale ricadenti nella provincia di Parma. Il Parmigiano Reggiano viene prodotto in una zona che comprende le province di Parma, Reggio Emilia, Modena, Bologna alla sinistra del fiume Reno e Mantova alla destra del fiume Po, zona dove avviene sia la produzione del latte sia la trasformazione in formaggio. L estensione di questi territori e la loro differenziazione danno origine ad un prodotto fortemente diversificato; in ogni caso il Parmigiano Reggiano é la sintesi di una serie di procedimenti antichissimi che fanno tesoro di doni naturali legati alle caratteristiche geo-morfologiche del territorio: il formaggio ottenuto deve così la sua unicità ai pascoli e alle mucche allevate e alle capacità dei casari che lo producono. Il Parmigiano Reggiano, che ha ottenuto la DOP nel 1996, è oggi considerato un prodotto rappresentativo della tradizione agroalimentare 147

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI italiana riconosciuto a livello mondiale. E proprio sulla base della sua qualità tradizionale che il Parmigiano-Reggiano ha sviluppato negli anni una fiorente attività imprenditoriale che lo ha portato ad ottenere un giro di affari nel 2007 di quasi 900 milioni di euro alla produzione (cfr. Box 3). Il formaggio Parmigiano- Reggiano è un prodotto a Denominazione di Origine Box 3 I numeri del Parmigiano Reggiano 445 caseifici produttori di Parmigiano-Reggiano 4.291 aziende agricole conferenti il latte ai caseifici 244.000 vacche che forniscono il latte per il Parmigiano- Reggiano 15% circa della produzione nazionale di latte 3.080.605 numero indicativo di forme prodotte nel 2007 880 milioni di euro, stima del giro d'affari alla produzione (prod. 2006 venduta nel 2007) 1.460 milioni di euro, stima del giro d'affari al consumo 18% circa il volume delle esportazioni sul totale prodotto (principali destinazioni sono Germania, Stati Uniti, Svizzera, Francia e Gran Bretagna). Fonte: www.parmigiano-reggiano.it; dati riferiti all'anno 2007 Protetta (in base al Reg. CEE 2081/92), e come tale è collegato in modo molto stretto alla regione di cui porta il nome, sottolineando il legame fra qualità del prodotto e l origine geografica. Il Parmigiano-Reggiano è un formaggio semigrasso, a pasta dura, che si ottiene impiegando latte vaccino della mungitura serale, scremato per affioramento, e miscelato con quello intero della mungitura del mattino successivo. Il latte semigrasso è coagulato esclusivamente con caglio di vitello e siero innesto del giorno precedente, segue la rottura della cagliata, lo spurgo e la cottura, la salatura avviene in soluzione salina satura di cloruro di sodio per circa venti giorni, la stagionatura dura almeno 12 mesi. Le modalità di produzione e di trasformazione che vietano l uso di qualsiasi additivo e i tempi di stagionatura di questo formaggio sono tali da garantire buone caratteristiche igienico-sanitarie eccellenti, che lo rendono un alimento sicuro per il consumatore. Per quanto riguarda il controllo della DOP, ricordiamo che il Reg. CEE 2081/92 all art. 10 prescrive l istituzione a livello nazionale di strutture di controllo aventi il compito di garantire che i prodotti agricoli e alimentari recanti una Denominazione Protetta rispondano ai requisiti del Disciplinare. Con la Legge n. 128/98 art. 53, modificata con la Legge n. 526/99, il Ministero delle Politiche Agricole e Forestali (MIPAF) è diventata l autorità nazionale preposta al coordinamento dell attività di controllo e responsabile della vigilanza; l attività di controllo può essere svolta sia da organismi privati che pubblici secondo le condizioni stabilite nella norma EN 45011. Con la creazione degli Organismi di Controllo e la loro autorizzazione si sono quindi differenziate le attività svolte tra Consorzi di Tutela e Organismi di Controllo. Per quanto riguarda il formaggio Parmigiano-Reggiano vengono ad operare il Consorzio del Formaggio Parmigiano-Reggiano e il Dipartimento Controllo Qualità P.R.. 148

L introduzione di proteine non gm negli allevamenti - innovazioni organizzative della filiera Il Dipartimento Controllo Qualità P.R. (DCQ P.R.) è l organismo di controllo autorizzato dal MIPAF che appunto controlla la certificazione di conformità della DOP Parmigiano-Reggiano all interno della zona di origine, in ogni fase di produzione, trasformazione e stagionatura del prodotto, compresa la produzione di Parmigiano- Reggiano grattugiato e l emissione del Certificato di Conformità per caseifici e laboratori di grattugia. L operatività del DCQ P.R. è regolata da una documentazione di riferimento costituita essenzialmente dalla Norma UNI CEI EN 45011, dal Decreto Ministeriale 29.5.1998, dal Disciplinare della DOP Parmigiano-Reggiano e dal Piano dei controlli dei formaggi DOP del Ministero delle Politiche Agricole e Forestali (cfr. Box 4). Box 4 Operatività del Dipartimento Controllo Qualità P.R. (DCQ P.R.) L attività del (DCQ P.R.) è regolata da: la Norma UNI CEI EN 45011 inerente i requisiti generali relativi agli organismi che gestiscono sistemi di certificazione di prodotti; il Decreto Ministeriale 29.5.1998 individua le procedure concernenti le autorizzazioni degli Organismi di Controllo in materia di Indicazioni Geografiche Protette e di Denominazioni di Origine Protette; il Disciplinare della DOP Parmigiano-Reggiano, costituito da: documento Standard di produzione, Regolamento per l alimentazione delle bovine Regolamento di marchiatura estensione della denominazione di origine del formaggio Parmigiano Reggiano alla tipologia «grattugiato». il Piano dei controlli dei formaggi DOP del Ministero delle Politiche Agricole e Forestali, che evidenzia soggetto di filiera (allevamenti, caseifici, magazzini di stagionatura, laboratori di grattugia); procedura o fase di processo; requisito; autocontrollo; attività di controllo; tipo di controllo; entità del controllo per anno (in %); elemento controllato; documentazione comunicata al MIPAF; non conformità; gravità della non conformità; trattamento della non conformità; azione correttiva. Fonte: Il formaggio Parmigiano-Reggiano ed il controllo della Denominazione di Origine Protetta; Bonazzi G., Manghi E. 149

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI Il DCQ P.R. ha creato un piano di controlli e uno schema per il formaggio Parmigiano- Reggiano che è stato approvato dal Gruppo Tecnico del MIPAF ed è applicato dal 2002. Le fasi necessarie per poter accedere alla certificazione del Parmigiano-Reggiano DOP sono rappresentate dall Accesso al sistema, dall Attività di controllo, dall Apposizione del Marchio identificativo della DOP e dall Emissione del Certificato di Conformità (cfr. Box 5). Box 5 Accesso alla Certificazione della DOP Parmigiano Reggiano Accesso al sistema I soggetti interessati (allevamenti, caseifici, magazzini di stagionatura, laboratori di grattugia) richiedono al DCQ P.R. l accesso al sistema di certificazione DOP e dichiarano di accettare il Piano di controllo relativo al Disciplinare che viene fornito assieme alla domanda di accesso. Tutti i soggetti vengono iscritti in appositi elenchi di soggetti autorizzati dai quali possono essere sospesi in caso di non conformità. Attività di controllo Si basa essenzialmente sul riconoscimento con verifica ispettiva iniziale del soggetto, sull identificazione/rintracciabilità in entrata per materia prima o per semilavorato, sulla Conformità Disciplinare per processo e sulla Conformità Disciplinare per prodotto. Ogni anno vengono controllati, una volta, almeno il 35% degli allevamenti, caseifici, partite di prodotto e magazzini di stagionatura, per i grattugiatori si prevedono invece tre controlli all anno. Per le prove analitiche sono previste analisi grasso formaggio 30 analisi/anno; analisi origine del caglio (di vitello) 20 analisi/anno; analisi sensoriale del formaggio 50 analisi/anno; analisi antifermentativi 200/anno (minimo). Apposizione del Marchio identificativo della DOP Una volta che il DCQ P.R. ha terminato l attività di controllo ed ha constatato l idoneità del prodotto a fregiarsi della DOP trasmette l autorizzazione al Consorzio il quale è detentore dei marchi e provvede ad apporre sulle forme il bollo ovale a fuoco che costituisce il marchio identificativo della DOP Parmigiano-Reggiano. Emissione del Certificato di Conformità Il Comitato di Certificazione una volta verificata la conformità emette il Certificato di Conformità, in cui si attesta che il prodotto Parmigiano-Reggiano e l intero processo di produzione sono conformi al Disciplinare di produzione secondo quanto previsto dal Reg. CEE 2081/92. Il soggetto certificato viene quindi iscritto nell apposito registro delle aziende certificate. Il certificato può essere sospeso o revocato in seguito a specifiche mancanze da parte dei soggetti certificati. Fonte: Il formaggio Parmigiano-Reggiano ed il controllo della Denominazione di Origine Protetta; Bonazzi G., Manghi E. Il Consorzio del Formaggio Parmigiano-Reggiano associa gli allevatori produttori di latte, i caseifici produttori del formaggio e gli stagionatori e/o grattugiatori; svolge funzioni di tutela e vigilanza del prodotto (cfr. Box 6) ed è il detentore dei marchi della DOP Parmigiano-Reggiano che si distinguono in marchi d origine e marchi di selezione. 150

L introduzione di proteine non gm negli allevamenti - innovazioni organizzative della filiera Box 6 Le funzioni del Consorzio del Formaggio Parmigiano-Reggiano tutelare il Parmigiano Reggiano, valorizzare il prodotto e perfezionarne e migliorarne la qualità per salvaguardare la tipicità e le caratteristiche peculiari, la promozione e la diffusione e l informazione al consumatore, la cura generale degli interessi relativi alle denominazioni, proporre i regolamenti di produzione, provvedere alla vigilanza sulla produzione e sul commercio del prodotto; per tale funzione il Consorzio si avvale di propri agenti vigilatori aventi la qualifica di agenti di Pubblica Sicurezza; provvedere alla apposizione dei marchi e contrassegni, segni distintivi della conformità al Disciplinare di produzione, attestata dalla struttura di controllo. Fonte: Il formaggio Parmigiano-Reggiano ed il controllo della Denominazione di Origine Protetta; Bonazzi G., Manghi E. I marchi d origine, apposti alla nascita del formaggio, sono rappresentati da: i segni impressi con la fascera marchiante lungo tutto lo scalzo della forma, che riportano i puntini con la scritta "PARMIGIANO-REGGIANO", il numero di matricola del caseificio, il mese e l'anno di produzione, la scritta "D.O.P.", la scritta "CONSORZIO TUTELA"; la placca di caseina, applicata sulla superficie, che riporta l'anno di produzione, la scritta "C.F.P.R.", ed un codice alfanumerico che identifica in modo univoco ogni singola forma. I marchi di selezione invece identificano le diverse tipologie di prodotto, come, ad esempio il Parmigiano-Reggiano forma e punta, come riferimento visivo di identificazione e di riconoscimento del Parmigiano-Reggiano in parti di forma; il Parmigiano-Reggiano extra che indica che il prodotto così marchiato, trascorsi 18 mesi di stagionatura, ha superato un ulteriore esame di "espertizzazione" richiesto volontariamente dal detentore del formaggio, e così via. Il Consorzio del Formaggio Parmigiano-Reggiano e il Dipartimento Controllo Qualità P.R. agiscono in rapporto agli stessi soggetti : allevamento, caseificio e prodotto; il primo attraverso la definizione del Disciplinare di Produzione e il secondo attraverso il Controllo di Conformità al Disciplinare di produzione. L espertizzazione del formaggio e la marchiatura sono fatte dal Consorzio del Formaggio Parmigiano-Reggiano previa validazione dell espertizzazione da parte del Dipartimento Controllo Qualità P.R. (DCQ P.R.). Le azioni di controllo svolte garantiscono l applicazione e il rispetto del Disciplinare di produzione e rendono possibile la gestione della rintracciabilità nella filiera. Il rispetto del Disciplinare di produzione permette di ottenere un prodotto che trova nel legame con il territorio la propria differenziazione e l origine del vantaggio competitivo. I marchi sono lo strumento per certificare e comunicare al consumatore le caratteristiche del prodotto. 151

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI Proprio nell ambito del legame con il territorio e delle caratteristiche qualitative di questo prodotto, nell aprile 2007 Greenpeace ha lanciato la campagna Salviamo il Parmigiano Reggiano dagli OGM, che denuncia la presenza degli OGM nell alimentazione delle bovine utilizzate per la produzione del Parmigiano Reggiano; nella campagna che è poi rimbalzata sui mass media e ha in qualche modo reiterato l interesse di cittadini e consumatori sulla delicata questione degli organismi geneticamente modificati si afferma che le mucche del Consorzio del Parmigiano Reggiano mangiano ogni giorno soia Ogm della Monsanto. ( ) Il Parmigiano-Reggiano, uno dei prodotti italiani più famosi e apprezzati al mondo - sicuramente uno dei prodotti più imitati - viene fatto utilizzando Ogm nella filiera produttiva. È in gioco la genuinità di un prodotto della nostra tradizione, che ha fatto della qualità il suo punto di forza. Il Consorzio del Parmigiano ha risposto a Greenpeace affermando che il Parmigiano- Reggiano non contiene alcuna traccia di Ogm ( ), che nessuno studio pubblicato ha mai evidenziato la presenza di Dna transgenico nel latte (come evidenziato dal dossier prodotto da Greenpeace stesso), ( ) che il tema Ogm è stato già affrontato dal Consorzio con i produttori di mangimi; nonostante il latte e a maggior ragione il formaggio non contengano tracce di Ogm, e nonostante la soia sia una componente assolutamente marginale nell alimentazione delle bovine, ci stiamo dunque occupando attivamente di una questione che sebbene oggi non lasci dubbi sulla sua inconsistenza - riteniamo comunque doveroso approfondire nell interesse dei consumatori e dei produttori, che comunque già tuteliamo nel rispetto di tutte le norme vigenti e con adeguate azioni informative. ( ) A questo proposito non va dimenticato che il Consorzio ha istituito uno specifico Albo dei produttori di mangimi, e questi debbono sottostare a regole rigide che riguardano i temi del benessere dei consumatori, della salvaguardia dell ambiente, della valorizzazione del territorio e delle condizioni sanitarie delle bovine: vi sono dunque requisiti specifici che nessun altro mangime possiede (cereali selezionati, assenza di impurità, ecc.) Come già accennato precedentemente, nel disciplinare di produzione del Parmigiano Reggiano non esiste nessun specifico riferimento agli organismi geneticamente modificati; per esempio per quanto riguarda il razionamento delle vacche e l origine dei foraggi, il disciplinare indica che il razionamento delle vacche da latte si basa sull'impiego di foraggi locali. Nella razione giornaliera, almeno il 50% della sostanza secca dei foraggi deve essere rappresentata da fieni. La razione di base, costituita dai foraggi, deve essere convenientemente integrata con mangimi in grado di bilanciare l'apporto dei vari nutrienti della dieta. La sostanza secca dei mangimi nel loro complesso non deve superare quella globalmente apportata dai foraggi (rapporto foraggi/mangimi non inferiore a 1). Non possono essere somministrati alle vacche da latte alimenti che possono trasmettere aromi e sapori anomali al latte e alterarne le caratteristiche tecnologiche, alimenti che rappresentano fonti di contaminazione e alimenti in cattivo stato di conservazione (Art. 2 Principi generali per il razionamento) e che 152

L introduzione di proteine non gm negli allevamenti - innovazioni organizzative della filiera nell'alimentazione delle vacche da latte almeno il 35% della sostanza secca dei foraggi utilizzati deve essere di produzione aziendale e almeno il 75% della sostanza secca dei foraggi deve provenire dal Comprensorio. Si considera adeguata, ai fini del comma precedente, l'azienda che dispone di un rapporto terra/bestiame (SAU) non inferiore a 0,33 ha per vacca in lattazione in pianura e 0,50 ha in montagna. Qualora la disponibilità dei terreni sia inferiore, il produttore deve documentare la provenienza dei foraggi acquistati. (Art. 3 Origine dei foraggi); anche per quanto riguarda i prodotti e i mangimi vietati non vi è alcuna specifica per quanto riguarda l uso degli OGM. Il probabile utilizzo di alimenti GM per la produzione del Parmigiano Reggiano emerge indirettamente anche dal nostro caso di studio. Il CAP di Parma è uno dei mangimifici presenti nell elenco ufficiale dei fornitori degli allevamenti di bovine impiegate per la produzione del latte; è un mangimificio di grandi dimensioni con 9 centri di stoccaggio/raccolta e 32 agenzie; nel 2007 ha prodotto 150.000 tonnellate di mangimi; i sottoprodotti dell industria alimentare comprendenti le farine e i panelli di estrazione della soia, rappresentano circa il 20% della materia prima utilizzata per la produzione degli alimenti zootecnici; a sua volta la soia costituisce il 70-80% (21.000-24.000 tonnellate) di tutti i sottoprodotti impiegati, ed è tutta di provenienza extra UE; dato che il consorzio non produce mangimi certificati no OGM o biologici possiamo ragionevolmente supporre che gran parte della soia utilizzata sia GM. In base all esperienza del direttore del consorzio (considerando gli oltre 4.000 allevamenti che forniscono il latte per la produzione del Parmigiano Reggiano) le aziende che usano soia certificata non OGM sono pochissime ; poi vanno considerate le aziende biologiche anch esse molto poche e anche piccole ; la richiesta di mangimi esenti da OGM è limitata alle aziende che producono in regime biologico o entrano in filiere certificate no OGM. Per quanto riguarda i controlli effettuati sulle materie prime utilizzate dal consorzio, sono previsti quelli inerenti agli aspetti qualitativi in base alla composizione chimica (umidità, tenore proteico, F.G. ecc.), e alla presenza di aflatossine, che vengono monitorati settimanalmente; non sono previsti controlli sulla presenza di OGM. A proposito di tali controlli sui mangimi, uno degli allevatori intervistati afferma che questi vengono effettuati nella sua azienda da Carrefour (due volte l anno, nell ambito di una filiera no OGM a cui il produttore conferisce il Parmigiano prodotto), mentre il Consorzio del Parmigiano Reggiano non esegue questo tipo di accertamenti, che comunque non sono previsti dal disciplinare di produzione. Indipendentemente da questo particolare argomento, il caso di studio mette in evidenza alcuni aspetti relativi all utilizzo delle proteine alternative alla soia GM e ai motivi che lo ostacolano: Il modello americano (metodo Cornell, cfr. il paragrafo Indagine sugli allevamenti) impiegato per formulare il razionamento delle bovine; tale modello (che è molto diffuso in Italia congiuntamente ad un altro, anch esso americano, in quanto considerato aderente all alta produzione delle stalle italiane) ignora l uso di 153

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI materie prime non conosciute in America (come appunto favino, pisello, lupino ecc.), mentre invece impiega la soia quale componente proteica basilare delle razioni. Il costo di alcune proteine vegetali alternative (in particolare, per quanto riguarda questo caso di studio, il pisello proteico) e la loro scarsa disponibilità. Il più basso contenuto proteico (e anche la minore appetibilità per quanto riguarda il pisello proteico) delle colture alternative rispetto alla soia; dal punto di vista nutrizionale favino e pisello sono prodotti interessanti per la qualità della frazione proteica (albumine e globuline) e amilacea (presente in maggiore quantità rispetto alla soia), soprattutto per l alimentazione dei maiali, in quanto vi è maggiore bilanciamento tra parte proteica ed energetica, gli amidi arrivano all intestino insieme alla fibra e le proteine sono facilmente digeribili; però i valori proteici sono medi, non raggiungono quelli della soia. Dal punto di vista dei mangimifici, gli aspetti relativi al prezzo, al contenuto proteico e alla disponibilità fanno sì che la soia continui ad essere la regina incontrastata della razione delle bovine allevate per il Parmigiano Reggiano (e non solo); a tal proposito il direttore del CAP di Parma ci ha illustrato il funzionamento del programma utilizzato per il razionamento (che combina i nutrienti - e le loro caratteristiche - della razione al miglior costo possibile); considerando i prezzi di 380 /q. per la soia e di 320 /q. per il pisello, ci ha mostrato come, anche imponendo l utilizzo del pisello al programma attraverso l abbassamento del suo prezzo (247 euro/q.), la soia continua ad entrare prepotentemente nella razione contro una presenza del pisello pari appena al 2%; in una ulteriore prova, impedendo alla soia di entrare nel razionamento, il pisello va a costituire solo il 6,6% della formulazione. Il direttore del CAP ha affermato che ciò si verifica anche perché il pisello è cattivo; invece la soia è molto appetita da tutti gli animali non è un caso che sulla soia ci hanno messo le mani le multinazionali, per le sue grandi virtù e prospettive ; questi prodotti (le proteiche alternative) potrebbero diventare veramente interessanti se la loro produzione aumentasse e di conseguenza diminuissero i prezzi; in questo modo il quantitativo di soia nella razione potrebbe essere ridotto (ma non totalmente sostituito). Inoltre non essendoci molti studi approfonditi sul tema ( agli americani non interessa per niente perché tanto hanno la soia e vanno avanti con quella ) c è poca conoscenza su questi prodotti e questo determina una certa cautela nella sostituzione della soia con altre materie prime. La scarsa conoscenza delle proteine alternative da parte degli allevatori; alcuni prodotti alternativi nel nord Italia si fa un po fatica a produrli ; se si chiede cosa è il lupino ad un agricoltore non sa nemmeno cosa sia ; anche il favino non esiste come prodotto, ma è stato introdotto dalle aziende mangimistiche del centro Italia (come Petrini) in quanto in centro e sud Italia è molto apprezzato e quindi si è cominciato ad usarlo in piccole quantità; in zona il favino è il prodotto tipico del biologico ; il pisello proteico viene abbastanza bene da noi; ma le nostre 154

L introduzione di proteine non gm negli allevamenti - innovazioni organizzative della filiera coltivazioni sono molto poche, i cerali, erba medica, pomodoro, cipolla, le barbabietole ce le hanno tolte, e un po di mais". La sostituzione della soia con proteine alternative; è inattuabile nel caso di allevamenti intensivi e di determinate tipologie produttive, come quella delle bovine da latte; l unica ipotesi realistica è quella di una parziale integrazione nella razione, fermo restando una maggiore disponibilità delle proteine alternative, un calo dei prezzi e una azione di informazione e di sensibilizzazione rivolta sia agli allevatori, così da aumentare la domanda delle alternative, sia agli agricoltori per incentivarne la coltivazione. La prospettiva dell utilizzo delle proteine alternative; può essere particolarmente interessante per i mangimifici interessati alle produzioni non GM e bio, in considerazione del fatto che la soia è quasi tutta GM ( quella argentina è tutta inquinata, in Romania idem... Monsanto ha vinto la guerra, in Brasile, il Paranà che era rimasto libero, visto che il non OGM fa guadagnare meno, Lula ha dato via libera anche lì ) ma d altra parte c è necessità di zone libere per poter soddisfare la domanda dei produttori non OGM; per questi motivi il discorso delle proteine alternative è importante anche la colza è GM ormai, quindi rimangono il girasole e i prodotti come il favino, il pisello. 4.4.2 La provincia di Grosseto Su questo caso di studio, che comprende due allevamenti bovini da latte e uno da carne, puntualizziamo alcuni aspetti, in parte già rilevati nel paragrafo inerente l Indagine sugli allevamenti: le proteine alternative, nella fattispecie il favino, sono conosciute e utilizzate nella produzione di carne, ma non in quella di latte; l orgoglio mostrato da uno degli allevatori intervistati nell affermare che le sue bovine da latte sono alimentate come quelle che producono il Parmigiano Reggiano; inoltre egli sostiene che la soia è insostituibile, comprovando come il metodo americano sia diffuso sul territorio nazionale e che il concetto della insostituibilità della soia sia ad esso fortemente connesso; la problematica legata al controllo e all autocontrollo aziendale in relazione ai mangimi acquistati. Nell azienda con bovini da carne IGP con disciplinare COOP, che prevede l utilizzo di mangimi no OGM, l allevatore si è visto consegnare una partita di mangime con soia GM senza esserne stato preventivamente informato e a seguito della verifica aziendale della conformità del prodotto ricevuto a quello richiesto e immediata contestazione al mangimificio si è sentito rispondere che sul mercato l soia no GM al momento non era disponibile. 155

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI 4.4.3 La Cooperativa Agricola Firenzuola - CAF La cooperativa oggetto del caso di studio è situata nel Mugello, un'area collinare e montagnosa della parte Nord-Est della Toscana, nella Provincia di Firenze. Il territorio è suddiviso in due diversi contesti geografici: l'alto Mugello, più montagnoso e più marginale, e il basso Mugello, collinoso, più vicino all'area urbana e quindi meno marginale. Nell'alto Mugello l'impiego nel settore industriale è molto esiguo, a causa di una mancanza di specializzazione (Salvini, 1997), mentre il settore agricolo e l'industria di trasformazione rappresentano circa il 6% dell'occupazione, contro il 4,4% della Regione Toscana e il 2,3% della Provincia di Firenze. Nel basso Mugello circa il 54% della popolazione attiva è occupata nell'industria, il 40% nei servizi e solo il 4,7% nell'agricoltura, anche se questo dato è comunque più alto della media della provincia. Inoltre è importante sottolineare che il territorio è occupato per il 60% da foreste, e quindi anche le attività economiche legate a queste risorse giocano un certo ruolo nell'economia locale, come nel caso della produzione della castagna, che nel 1996 ha ricevuto il riconoscimento di "marrone del Mugello" IGP (Guglielmi, 2003). Le particolari condizioni climatiche, idrografiche e orografiche di questo territorio creano un'area ottimale per le attività agro-zootecniche imperniate sulla qualità, e l'allevamento bovino, attività tipica dell'economia locale, è diventato nel tempo un settore produttivo importante e produttivo. Il sistema produttivo agricolo è caratterizzato principalmente da 156

L introduzione di proteine non gm negli allevamenti - innovazioni organizzative della filiera aziende agricole di piccole dimensioni a gestione familiare: la media di impiegati per azienda è meno di un'unità, dato che indica che il lavoro principale in azienda è ancora svolto dal proprietario e dai suoi familiari (Guglielmi, 2003). II contesto produttivo L'allevamento del Mugello gioca un ruolo cruciale per la produzione animale della provincia di Firenze: nel 2003 il Mugello, insieme all'area della Val di Sieve, rappresentava circa il 55% dell'allevamento bovino della provincia, con il 72% dei capi (cfr. Tabella 26). Nonostante questo, negli ultimi decenni si è assistito ad una forte diminuzione del numero di aziende agricole, a causa della scomparsa di quelle più piccole e del fenomeno di conversione delle aziende che producevano latte in aziende per la produzione di carne (le seconde richiedono un apporto minore di manodopera). Tabella 26 - Aziende con allevamenti bovini nella provincia di Firenze bovini e bufalini aree geografiche n. aziende n. capi % aziende % capi Area fiorentina 35 279 7,4 2,0 Empolese-valdelsa 79 1.084 16,7 7,6 Valdarno superiore 33 700 7,0 4,9 Chianti 11 254 2,3 1,8 Mugello 256 10.300 54,1 72,6 Valdisieve 59 1.576 12,5 11,1 Totale provincia 473 14.193 100,0 100,0 Fonte: Guglielmi 2003 La conseguente riduzione di capi che è stata molto rilevante nella provincia di Firenze, ha avuto nel Mugello una minore incidenza, e per questo l'allevamento bovino di quest'area ha acquisito sempre maggior importanza. Attualmente la dimensione media di un'azienda ad allevamento bovino è di 70 capi, ma esistono ancora allevatori che dispongono di 20-30 capi, la soglia minima per poter garantire il funzionamento economico dell'azienda. Una risorsa importante per l'allevamento bovino nel Mugello è la presenza di diverse razze, fra cui anche due razze autoctone come la Chianina e la Romagnola. La Cooperativa Agricola Firenzuola - CAF con sede a Firenzuola, è una cooperativa mutualistica che ha per oggetto la lavorazione, la conservazione e la commercializzazione delle carni di alta qualità conferite dai soci; è stata creata nel 1972 da un gruppo di allevatori dell'alto Mugello per rispondere alla debolezza dei produttori di carne bovina sul mercato: negli anni '70 le aziende agricole della zona erano indirizzate principalmente alla produzione di latte, e i vitelli erano considerati solo come prodotti secondari della filiera casearia. L'obiettivo della cooperativa, in questo contesto, era dunque di migliorare il potere negoziale degli allevatori locali all'interno della filiera, evitando la dipendenza dai mediatori, e creando la possibilità di macellare e vendere direttamente la carne in loco. 157

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI Da allora, la CAF ha messo in atto diverse strategie per poter controllare l'intera filiera della carne bovina, dalla produzione alla vendita, offrendo ai propri soci il supporto dalla fase di macellazione, fino al taglio e alla vendita. Nel 1997 la CAF diventa il gestore di un macello pubblico, e apre diversi punti vendita nell'area dell'alto Mugello, garantendo ai suoi soci il vantaggio di costi controllati per la macellazione e di una vendita in tempi brevi. A partire da questa fase sia il numero di soci della cooperativa, sia il volume di vendite aumentano rapidamente: da un lato gli allevatori sono attratti dalla cooperativa, che facilita la risoluzione di molti loro problemi, dall'altro i consumatori reagiscono in modo molto positivo alla possibilità di comprare carne prodotta a livello locale. Nel 2004 i punti vendita CAF erano circa dieci, dislocati principalmente nell'area del Mugello e in parte a Firenze, mentre il volume di vendita tramite la cooperativa è di 19.200 kg/anno. La carne bovina dei soci CAF viene venduta tramite il marchio "CAF Le Mugellane", diventato nel tempo molto reputato fra i consumatori a livello locale per il riferimento all'allevamento estensivo, per le qualità organolettiche della carne, e per la completa tracciabilità del prodotto: a partire dal 2001 la CAF intraprende il progetto di tracciabilità secondo il Regolamento UE 1760/2000, definendo un disciplinare di produzione al suo interno, riconosciuto dal Ministero italiano, ed arrivando così a distinguere la carne CAF come prodotto ad origine garantita. Nel 1995 prende piede l'iniziativa di costruire una filiera di produzione di carne biologica all'interno della Cooperativa, quando alcuni soci decidono di convertire la loro produzione al biologico, seguiti negli anni successivi da altri membri della cooperativa, sostenuti dall allora Presidente, egli stesso produttore biologico Dal punto di vista istituzionale il Piano di Sviluppo Rurale (PSR), approvato dalla Regione, ha svolto un ruolo importante, in quanto ha, in passato, posto chiare misure a sostegno dell'agricoltura e degli allevamenti biologici, misure infatti hanno spinto molti allevatori, e particolarmente quelli di piccole dimensioni, a convertirsi al biologico negli anni '90. Proprio in questo senso anche i primi membri della CAF sono stati facilitati a convertirsi al biologico, dato che le loro tecniche di allevamento estensive si adattavano bene ai requisiti richiesti per la conversione. Inoltre la conversione al bio rientra nell'ottica di valorizzare la produzione della zona e di togliere le aziende qui collocate dal loro isolamento. Gli allevatori biologici mirano anche al mantenimento delle tecniche tradizionali di allevamento: il bestiame, che comprende le razze Limousine, Charolais, Chianina e Romagnola, viene tenuto dalla primavera all'autunno sui pascoli di alta montagna, i vitelli vengono svezzati verso 6-8 mesi e macellati verso i 18-20 mesi; in ogni caso quasi tutte le aziende utilizzano i pascoli, e tengono i vitelli al chiuso per il solo periodo dell'ingrasso. A partire dal 2000 la gestione da parte della CAF del macello di Vicchio (Centro Carni) dà un notevole supporto agli allevatori biologici. Infatti gli allevatori locali erano stati notevolmente penalizzati dalla chiusura di numerosi macelli locali, a causa della difficoltà 158

L introduzione di proteine non gm negli allevamenti - innovazioni organizzative della filiera di rispettare le nuove norme imposte sia dall'ue sia dalle leggi italiane, mentre il macello di Vicchio è non solo conforme ai requisiti di legge, ma è anche attrezzato per la macellazione dei bovini da allevamento biologico. Attualmente la CAF è costituita da 130 aziende agricole associate, di cui 17 aziende zootecniche certificate da agricoltura biologica; 82 soci producono per la filiera CAF (prodotti bovini), gli altri producono carne suina, ovina, formaggio, olio, miele, ecc.. La maggior parte dei soci produttori CAF ha aziende a conduzione familiare, e solo una minima parte delle attività associate è costituita da allevamenti di grandi entità. L'ingresso all'interno della Cooperativa ha rappresentato per molte di queste piccole realtà la possibilità di portare avanti e gestire con soddisfazione la propria attività produttiva, spesso tramandata di padre in figlio, in tempi molto difficili per gli allevatori e i produttori di carni bovine. Il periodo "mucca pazza" ha segnato profondamente la produzione della carne bovina e molti dei soci CAF non sarebbero sopravvissuti sul mercato se non avessero aderito alla Cooperativa. La CAF si propone di migliorare la caratterizzazione delle aziende associate e di favorirne il senso di appartenenza alla Cooperativa rafforzando la condivisione delle proprie politiche di produzione. Per questo opera attivamente con azioni di supporto alla crescita culturale delle aziende associate e sostiene l'implementazione di processi orientati a consolidare e incrementare la qualità delle produzioni. Il mercato presidiato dalla Cooperativa ha un legame molto forte con il proprio territorio di produzione. Negli ultimi anni la CAF ha assunto un peso sempre più rilevante in questa area territoriale, grazie ad un impegno costante rivolto al controllo della qualità dei prodotti presentati. La cura di questo particolare aspetto lungo tutta la filiera produttiva ha portato la CAF a ricoprire un ruolo di primo piano nell'ambito della produzione di carni in tutta la provincia di Firenze e nelle reti di vendita della distribuzione alimentare locale. La CAF presenta tre principali linee di prodotto: la linea normale, dedicata alla produzione di carne con qualità convenzionale, la linea BIO, dedicata alla produzione di carne biologica certificata, e la linea IGP, imperniata sulla produzione a marchio di Indicazione Geografica Protetta. Per quanto riguarda la produzione di carne si contano 260 referenze. I prodotti sono confezionati sottovuoto, in ATM e in preincarto filmato. La specie bovina comprende tagli derivanti da vitelloni, sia maschi sia femmine, di differenti razze allevate in purezza (Chianina, Romagnola, Charolaise, Limousine, Pezzata rossa, Marchigiana, Maremmana, Podolica, Calvana e incroci F1 delle varie razze con tori da carne in purezza) macellati prima dei 24 mesi di età, e tagli di vitelli di latte, appartenenti a tutte le razze e loro incroci, di età non superiore a sette mesi e peso della carcassa non superiore ai 160 Kg. La specie ovicaprina comprende tagli di agnelli e capretti di ambo i sessi delle razze da carne allevate in purezza e/o incrociati con montoni puri ed allevati fino a 90 giorni e tagli di agnello leggeri delle razze da latte e loro incroci, allevati un minimo di 25 fino ad un massimo di 45 giorni. 159

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI La specie suina comprende tagli derivanti da suini di ambedue i sessi delle varie razze allevate in purezza (Durok, Landrace, Large-whaite, Cinta Senese e incroci in F1 delle varie razze) macellati prima dei 12 mesi, e tagli derivanti da suini di latte appartenenti a tutte le razze e loro incroci, di età non superiore ai 40 giorni e del peso vivo da 10 a 20 Kg. Tutti gli animali devono essere nutriti con alimenti esclusivamente vegetali e certificati non OGM. Inoltre gli alimenti utilizzati nelle produzioni biologiche devono essere certificati BIO al 100%, senza possibilità di deroghe. Le norme che disciplinano la produzione delle carni provenienti dagli allevamenti dei soci della Cooperativa sono raccolte in un Disciplinare di produzione che deve essere seguito e rispettato da tutte le aziende zootecniche che vi aderiscono, socie e non socie ma ubicate nel territorio di produzione, pena l'esclusione dalla Cooperativa o la cancellazione dall'elenco delle aziende di produzione nel caso di violazioni o inosservanze. La filiera produttiva della CAF Le fasi in cui si articola la filiera CAF prevedono l'attivazione di specifiche procedure di produzione atte a garantire un nesso documentale tra il bovino e le sue carni, assicurando una correlazione fra i capi in entrata e quelli in uscita. Le suddette procedure sono le seguenti: procedure di allevamento; procedure di macellazione/sezionamento/trasformazione; procedure di distribuzione o punto vendita. L'osservanza di tali procedure è monitorata dalla CAF in base a quanto specificato nel piano dei controlli della Cooperativa. Ciascuna fase produttiva prevede, a sua volta, l'impiego di strumenti di autocontrollo individuale, gestiti dalle singole strutture coinvolte nella filiera, e strumenti di autocontrollo gestiti direttamente dalla CAF, con verifiche sia di sistema sia di corretta attuazione dell'autocontrollo individuale. Per le aziende BIO, oltre al controllo diretto della CAF, vi è il controllo dei tecnici dell'organismo prescelto dalle singole aziende (ICEA, CCPBI, Istituto Mediterraneo di Certificazione, ecc). L'attività di controllo sull'intera organizzazione di filiera è svolta a cura della SGS Italia s.r.l. di Milano, un organismo di controllo indipendente che opera in conformità della norma europea EN 45011, e che verifica la corretta applicazione delle procedure a tutti i livelli. Per espletare la propria attività, SGS ha libero accesso ai siti della Cooperativa e a quelli individuali e può operare sia con controlli documentali sia con verifiche dirette sul campo. La CAF dispone di un Sistema informativo centrale (Banca Dati CAF) informatizzato che ha ruolo di server centrale e contiene il database anagrafico completo degli operatori di filiera convenzionati e l'elenco di tutti gli animali appartenenti ad ogni singolo allevamento convenzionato, con il relativo numero di matricola conforme ai regolamenti dell'anagrafe animale nazionale per ciascun bovino interessato e il relativo numero di iscrizione all'anagrafe nazionale per ciascun allevamento. Il Sistema informativo centrale 160

L introduzione di proteine non gm negli allevamenti - innovazioni organizzative della filiera è situato presso il Centro Carni Comprensoriale gestito dalla CAF e registra, oltre ai dati sopraelencati, i dati del controllo e dell'autocontrollo, l'elenco dei trasportatori animali vivi, l'elenco delle strutture di macellazione, l'elenco dei laboratori di sezionamento e confezionamento, l'elenco dei punti vendita con il rispettivo codice univoco di identificazione, e, infine, l'identificazione dei capi e dei lotti in carico e scarico negli allevamenti, nei macelli e nei punti vendita. La procedura di allevamento è affidata operativamente al singolo allevatore aderente alla Cooperativa e registrato in un "elenco di allevatori" ed è così strutturata: anagrafica (marcatura auricolare e passaporto); accettazione dei controlli (CAF, organismo terzo); conservazione documentazione relativa alla rintracciabilità dei bovini (corretta tenuta registri stalla); rispetto degli obblighi previsti dal DPR 317/96 e successive modifiche ed integrazioni e del Disciplinare di etichettatura carni bovine CAF in merito a ristalli, nascite, morti, registro di stalla e avviamento dei bovini al macello. Entrano a far parte del circuito di etichettatura facoltativa della CAF solo i capi bovini nati esclusivamente in Italia. Nel caso di arrivo di nuovi capi di bestiame in azienda, di nascita o di morte di animali, l'allevatore ha un tempo massimo di ventinove giorni per avvertire la CAF e fornire tutti i dati contenuti nel passaporto dell'animale: numero matricola, sesso, paese di nascita, data di nascita dei singoli capi, data di ingresso in stalla, tipo genetico. Tali dati saranno registrati dalla CAF nel proprio sistema informativo direttamente collegato al sistema centrale. In tal modo ha inizio il percorso di tracciabilità del bovino. Ogni allevatore potrà far registrare la razza del proprio animale nel sistema informativo solo se produrrà copia del certificato di Libro Genealogico alla CAF. Le procedure di macellazione/sezionamento/trasformazione e commercializzazione sono affidate operativamente alle strutture gestite direttamente dalla CAF o aderenti alla Cooperativa e sono così strutturate: anagrafica (controllo dei bovini in ingresso con i dati presenti nella Banca Dati CAF); accettazione dei controlli (Ente di Certificazione, altri Enti preposti); conservazione della documentazione relativa alla rintracciabilità dei bovini macellati ed etichettati dalla CAF; rispetto degli obblighi previsti dal Disciplinare etichettatura carni bovine CAF in merito a corrispondenza auricolari-passaporti e collegamento con il numero progressivo di macellazione; aggiornamento Banca Dati CAF; creazione di lotti interni di lavorazione con tutte le indicazioni da fornire in etichetta nel caso di carne preconfezionata; 161

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI invio, insieme ai documenti fiscali, dell'attestato con l'indicazione di tutti i dati identificativi delle carni ai punti vendita aderenti alla Cooperativa e/o ai Centri di distribuzione (anche in via telematica). La macellazione dei bovini avviene nel Centro Carni Mugello gestito dalla stessa Cooperativa e provvisto di un moderno mattatoio per bovini, suini e ovini e di un laboratorio di Sezionamento e Preparazioni di prodotti a base di carne, con il riconoscimento comunitario CE 2417 M (macellazione) S (sezionamento) P (macinate e prodotti preparati). La struttura, di circa 200 metri quadrati, è localizzata a Vicchio di Mugello in località Mattagnano, in provincia di Firenze, ed è riconosciuta idonea alla macellazione e lavorazione anche della carne biologica e IGP prodotta dagli allevatori associati. Il Centro Carni è iscritto dal 31 dicembre del 2000 all'elenco Regionale (Regione Toscana) degli "operatori Biologici" ai sensi della legge regionale della Toscana n 49/97. Gli allevamenti convenzionati conferiscono i capi di bestiame agli impianti di macellazione corredati di marca auricolare, documento di identificazione (passaporto), documento di trasporto ed eventuale certificato di libro genealogico. All'arrivo degli animali un incaricato del macello si occupa di verificare che il trasportatore sia iscritto nell'elenco trasportatori approvato dalla CAF. Prima di effettuare la macellazione, la CAF identifica ciascun capo da abbattere confrontando l'auricolare del bovino con il documento di trasporto e con il passaporto di accompagnamento. Al termine delle verifiche viene compilato il modulo di accettazione capi, che certifica la corretta acquisizione delle informazioni riguardanti il capo da abbattere. Ulteriori controlli sono effettuati prima dell'ingresso dei bovini nella catena di macellazione, grazie all'inserimento del numero di auricolare del dell'animale sulla tastiera del macello, direttamente collegata alla Banca Dati CAF. L'inserimento del capo è autorizzato solo se i dati dell'animale risultano presenti nella Banca Dati CAF. Per gli animali in regola il supporto informatico assegna in automatico la partita, che corrisponde al singolo fornitore, e il relativo codice progressivo univoco, che rappresenta la singola mezzena degli animali appartenenti alla stessa partita. Per ciascuna carcassa macellata, in base ai dati inseriti dall'operatore, vengono stampate e applicate in automatico otto etichette di macellazione riportanti tutte le indicazioni obbligatorie, così come previsto dal Decreto Ministeriale 30 agosto 2000, e quelle facoltative, riportate nel Disciplinare di etichettatura CAF. Il macello gestisce e conserva un registro di carico e scarico della carne. Terminate le operazioni di macellazione la carne è avviata verso una delle seguenti destinazioni: laboratorio di sezionamento punti vendita al dettaglio. Per quanto riguarda il sezionamento, la trasformazione e la commercializzazione, la struttura di sezionamento è il luogo in cui avviene la lavorazione e la divisione delle carcasse bovine con pezzature inferiori a quelle ottenute dal Centro di macellazione, il 162

L introduzione di proteine non gm negli allevamenti - innovazioni organizzative della filiera confezionamento e l'etichettatura dei singoli tagli anatomici. Al laboratorio di sezionamento giungono i tagli primari provenienti dal Centro di macellazione. Nell'apposita postazione di carico lotti viene emessa, in base ai dati sull'animale ricavati dalla Banca Dati CAF, l'etichetta di lotto interno che permette di identificare la merce che sarà oggetto di sezionamento e confezionamento in unità di vendita. Viene creato un unico lotto interno per ogni animale lavorato. I numeri di lotto vengono archiviati nella Banca Dati CAF. Una volta create le etichette di lotto gli operatori addetti al sezionamento effettuano il disosso e la porzionatura dei vari lotti in serie progressiva, mantenendo il nesso con il numero di marca di auricolare. I tagli di risulta possono essere confezionati sottovuoto, in ATM oppure preincartati. A ciascuna confezione verrà applicata una nuova etichetta con l'indicazione dei dati di tracciabilità. Le procedure di trasformazione e commercializzazione, comprendenti il confezionamento della carne per la vendita diretta al consumatore, la preparazione di prodotti a base di carne e l'etichettatura delle singole unità di vendita, si svolgono nel laboratorio di preparazione presente nel Centro Carni. La commercializzazione dei prodotti CAF si avvale di differenti canali di distribuzione: una propria rete di vendita composta da sei punti vendita CAF, ubicati nel territorio di riferimento del Mugello e nella città di Firenze e da quindici punti vendita convenzionati, negozi e piccoli supermercati situati nel Mugello e nell'area fiorentina; il canale di vendita della Grande Distribuzione ESSELUNGA. La vendita dei prodotti viene effettuata dal responsabile della Cooperativa attraverso un'apposita postazione dalla quale vengono letti direttamente dal codice a barre dell'etichetta del taglio in vendita, con l'ausilio di un lettore, i dati di tracciabilità del prodotto. Al termine della vendita dei prodotti, il sistema stampa in automatico una distinta riepilogativa dei tagli venduti contenente tutte le informazioni riguardo alla tracciabilità per ciascun capo bovino. L'operatore addetto verifica se il punto vendita di destinazione è in filiera e, se la verifica ha un esito positivo, viene stampata l'etichetta/certificato di accompagnamento della merce con tutti i dati di tracciabilità concordati con la Cooperativa. Se il punto vendita non è in filiera non sarà possibile stampare alcuna etichetta e la merce in questione non può essere etichettata a marchio CAF. Tutte le operazioni di emissione delle etichette vengono scrupolosamente registrate nella Banca Dati CAF e archiviate su supporto informatico a chiusura della giornata, al termine delle verifiche sulle operazioni effettuate. La procedura di distribuzione è demandata operativamente ai punti vendita aderenti alla Cooperativa. Essa si compone di: accettazione dei controlli (CAF, Ente di certificazione); rispetto degli obblighi previsti dal disciplinare di etichettatura carni bovine CAF in merito a: tagli anatomici, esposizione dell'attestato dati identificativi delle carni, 163

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI etichettatura preincarti, separazione fisica delle carni etichettate con logo CAF dalle altre carni vendute nello stesso locale. I punti vendita della carne bovina etichettata CAF hanno differenti tipologie distributive: dettaglio tradizionale, Distribuzione Organizzata, Grande Distribuzione. I punti vendita possono essere esclusivisti, i negozi CAF che costituiscono il canale proprietario di vendita della Cooperativa, oppure non esclusivisti. I punti vendita non esclusivisti ricevono i prodotti, insieme ai documenti fiscali e ai dati identificativi delle carni, già provvisti di etichetta. L'operatore incaricato del punto vendita si occupa, all'arrivo dei tagli primari, del controllo dei documenti fiscali e verifica la corrispondenza tra il codice alfanumerico riportato sulla carne e i dati presenti sul documento cartaceo "informazioni per il consumatore" allegato ai documenti fiscali. Le operazioni di disosso per l'esposizione e la vendita dei prodotti devono essere eseguite in modo tale da preservare le etichette CAF sui tagli primari. L'esposizione dei tagli per la vendita nelle macellerie al banco con taglio tradizionale dovrà essere effettuata in modo tale che siano ben visibili per il consumatore le etichette dei tagli primari e le etichette/informazioni per il consumatore contenenti i dati identificativi della carni. Al cliente, al momento dell'acquisto della carne, sarà consegnato, oltre allo scontrino fiscale, uno scontrino di bilancia riportante il numero di lotto del pezzo acquistato. Nel punto vendita non esclusivista, le operazioni di disosso devono essere eseguite separatamente dalle altre carni. Inoltre le carni etichettate CAF dovranno essere separate dalle altre carni sia nel frigorifero sia nel banco di vendita. In ogni punto vendita, sia esclusivista sia non esclusivista, le carni etichettate CAF appartenenti a lotti differenti dovranno essere tenute separate tra loro, sia nel frigo sia nel banco di vendita. Nel caso in cui il punto vendita provveda al preincarto della carne in porzioni destinate all'acquisto a libero servizio, come nei supermercati dove la carne viene confezionata in vaschetta, l'operatore incaricato del ricevimento verifica che tutte le carni consegnate siano provviste di etichetta contenente i dati identificativi. La procedura può presentare due differenti modalità, determinate dalle dimensioni della singola tipologia distributiva: Il punto vendita mantiene il codice dell'etichetta "tagli primari" (partita/progressivo) come codice lotto - l'operatore imputa nel sistema di etichettatura interno tutte le informazioni relative a ciascun codice partita/progressivo presente sull'etichetta tagli primari. Al momento del confezionamento, l'operatore stampa le nuove etichette richiamando il codice "lotto" precedentemente inserito e appone sul prodotto confezionato le etichette stampate in automatico dalla bilancia con tutte le indicazioni imputate. Il punto vendita crea un "lotto di lavorazione" dai codici etichetta "tagli primari" l'operatore crea "lotti di lavorazione" omogenei per tutte le indicazioni da fornire in etichetta al consumatore inserendo nel sistema informatico di etichettatura carni il codice lotto e tutte le informazioni relative al lotto in oggetto presenti nelle etichette/informazioni per il consumatore. Al momento del confezionamento, l'operatore 164

L introduzione di proteine non gm negli allevamenti - innovazioni organizzative della filiera stampa le nuove etichette richiamando il codice "lotto" interno e appone sulle confezioni le etichette stampate in automatico dalla bilancia con tutte le informazioni caricate. In entrambi i casi, al termine della lavorazione l'operatore stampa automaticamente l'elenco delle etichette emesse per lotto e il peso complessivo della carne etichettata CAF e messa in vendita. Ulteriori controlli di tipo quantitativo sono eseguiti in ciascun punto vendita mediante una rilevazione, giornaliera e settimanale, della carne CAF in entrata e in uscita. Tutti i punti vendita, inoltre, gestiscono un registro di carico e scarico delle carni conservando la documentazione archiviata per un tempo minimo di tre anni. La tracciabilità completa lungo la filiera è garantita da: verifica della marca auricolare dei capi macellati, rispondenza con i dati riportati sul passaporto; abbinamento di un numero progressivo di macellazione ad un numero progressivo di identificazione attribuito dall'anagrafe bovina e trascrizione sul registro di macellazione; trascrizione dell'etichetta e della destinazione delle carni sul registro di scarico del macello o del Centro di sezionamento; lavorazione ed etichettatura loto per lotto della carni ricevuta dal Centro di sezionamento; sistema di inviolabilità dei dati informatici e impossibilità di caricare lo stesso dato. Per quanto riguarda l alimentazione degli animali, come già evidenziato, essa deve essere totalmente vegetale e esente da OGM per disciplinare; essendo il Mugello una zona abbastanza incontaminata, la scelta sugli OGM è venuta abbastanza naturale e poi il mercato questa cosa l apprezzava, apprezzava il fatto che la nostra filiera fosse OGM free (intervista al direttore della CAF); inoltre, data anche la tipologia delle aziende della cooperativa, una parte della razione è sempre composta da alimenti di origine aziendale; tale quota varia dal 20 al 90% della razione, ma molti sono i casi in cui almeno la metà proviene dalle colture realizzate in azienda. Infatti essendo ubicate in collina e in montagna dove non è possibile praticare l'agricoltura intensiva, lo scopo principale delle aziende socie è quello di valorizzare le produzioni di montagna. Gli allevamenti sono a ciclo chiuso e seguono il sistema della "linea vacca-vitello", nel quale il vitello nasce libero e resta con la madre fino allo svezzamento, un sistema di allevamento sviluppato per la valorizzazione zootecnica della collina e, in particolare, della montagna mugellana. Le mandrie vengono allevate dalla primavera all'autunno nei pascoli (alpeggi montani in alto Mugello), mentre i vitelli destinati a produrre carni bio vengono svezzati a sei mesi e portati nel centro aziendale dove vengono allevati liberi in box ed alimentati prevalentemente con prodotti aziendali, quali cereali e foraggi essiccati, alimenti per l'apporto di sali minerali e proteine esclusivamente di natura vegetale e non OGM (così come previsto dalla normativa Europea sull'alimentazione degli animali biologici). In generale la fase di ingrasso è eseguita nei centri aziendali nel rispetto delle attuali normative comunitarie e regionali sulle produzioni zootecniche biologiche e sul 165

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI benessere animale. Infatti nel basso Mugello, dove si collocano molti centri aziendali per l ingrasso, grazie alla presenza del fiume Sieve è più facile coltivare il mais, la soia e le proteaginose in genere, ma anche granella orzo ecc., cioè tutto quello che serve per finissare gli animali. Tale scelta è legata anche al discorso della qualità, in quanto l animale che sta fuori al pascolo e si alimenta con il latte della madre, si struttura in una certa maniera per cui quando gli ultimi 6-7 mesi si mette in stalla per l ingrasso è un animale che ha una resa migliore. Fino a qualche anno fa gli acquisti dei mangimi venivano effettuati collettivamente da parte della cooperativa stessa, nell ottica di una politica di acquisti comuni di prodotti non OGM e di qualità; ma dal 2005 a causa della pressione di alcune aziende che volevano avere la possibilità di procurarsi liberamente i mangimi, l acquisto collettivo è cessato; probabilmente, secondo il direttore della CAF, gli allevatori stessi non hanno creduto fino in fondo a tale scelta collettiva, che oltre tutto è stata ostacolata dai mangimifici concorrenti rispetto a quelli selezionati per gli acquisti, che hanno cercato di dividere gli allevatori, offrendo per esempio lo stesso prodotto a prezzi più bassi; a questo proposito il direttore della CAF afferma comunque che se oggi gli allevatori andassero a vedere quanto hanno speso in più rispetto ad un acquisto collettivo, molti dovrebbero ripensarci ). La cessazione degli acquisti collettivi ha determinato il passaggio da una fase di controllo eseguita direttamente sull approvvigionamento ad un controllo attuato in stalla, direttamente nella mangiatoia, almeno due volte l anno. Sul fronte dei controlli relativi alla presenza di OGM tale condizione si è verificata solo per la soia (e non su altri prodotti, come ad esempio il mais) e con una percentuale che non ha mai superato il 2,5-3%. Comunque il problema di fondo che viene registrato è relativo all approvvigionamento dei cereali e delle proteine vegetali da parte delle aziende, a causa dell insostenibilità dei costi dei prodotti; se si rimane a questi prezzi (il problema) sarà stratosferico ; la situazione è al limite, nel senso che basta che in azienda qualcosa vada storto per rischiare di andare sotto. Entrando più nello specifico della questione, un aspetto rilevante è quello relativo alla sostituzione della soia con altri prodotti: come già precedentemente evidenziato, la sostituzione può funzionare, ma non per le alte produzioni e specialmente per le bovine da latte (dove però si può ricorrere ad una integrazione). Nel nostro caso di studio, le tre aziende intervistate coltivano e utilizzano proteine alternative per l alimentazione degli animali, in particolare favino e/o pisello e/o erba medica che rientrano nell ordinaria rotazione aziendale (cfr. Tabella 27); inoltre l azienda che alleva bovine da latte acquista favino e pisello, preferenzialmente da produttori locali (come per altri alimenti quali il mais). L azienda che alleva le bovine da latte, tra gli alimenti di origine extra-aziendale (pari al 30% della razione) annovera la soia sotto forma di panello (con una quota che non supera l 8% della razione); essa rappresenta l unico alimento che non viene acquistato 166

L introduzione di proteine non gm negli allevamenti - innovazioni organizzative della filiera localmente per motivi di irreperibilità; questa azienda ha anche provato ad escludere la soia dalla razione, ma ciò ha comportato un calo produttivo. L azienda suinicola acquista un 20-25% dei componenti la razione, di cui circa la metà è rappresentato dalla farina di estrazione della soia; questa viene reperita da consorzi regionali senza difficoltà, anche a causa del basso quantitativo richiesto (1.000 q.li/anno) essendo un allevamento di nicchia. L azienda che alleva i bovini da carne produce in azienda l intero quantitativo di alimenti (99%); il mangime che viene acquistato, composto dagli stessi alimenti aziendali (ma è pellettato invece che farinoso), viene utilizzato una o due volte l anno durante il periodo di pascolamento per comodità, quale chicchino per gli animali ( agli animali piace il pellettato ); sia l alimentazione aziendale che quella acquistata non prevedono l uso della soia, confermando che la produzione bovina da carne non intensiva può essere realizzata senza l uso di tale prodotto. Il problema semmai è di altra natura, come fa notare l azienda suinicola, in quanto il favino e il pisello hanno un costo elevato, costano più della soia e quindi non sempre sono economicamente convenienti (sia per quanto riguarda l acquisto ma anche la coltivazione); o quanto meno possono esserlo nel caso di aziende a conduzione familiare ma non lo sono per aziende con salariati, come l azienda suinicola, che tuttavia coltiva il favino per seguire una buona rotazione agronomica e perché in zona la sua utilizzazione per l alimentazione animale è prassi diffusa. 167

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI Tabella 27 - Gli alimenti di origine aziendale ed extra-aziendale degli allevamenti CAF intervistati Azienda biologica bovine da carne (150 vacche) Alimenti di origine aziendale 99% Alimenti di origine extra-aziendale 1% erba medica (gran parte; circa 80-90%) fieno misto/maggese mais insilato triticale favino pisello proteico Azienda bovine da latte (160 capi) Alimenti di origine aziendale =70% sulla s.s. fieno silofieno (in gran parte di medica) silo mais orzo triticale soia (poca) pisello proteico e favino in rotazione miscela pellettata Alimenti di origine extra-aziendale= 30% (materie prime bio) panello soia (8% razione) mais granella favino pisello Azienda suinicola (150 scrofe; 2.500/3.000 suini/anno) Alimenti di origine aziendale 75-80% Alimenti di origine extra-aziendale 20-25% mais 50% soia farina estrazione decorticata nazionale gm free; orzo 20% 10% favino 5-6% e/o pisello proteico crusca; 10% integratori; 1% Un allevatore evidenzia la necessità di aggiornamento tecnico per gli agricoltori proprio per trovare soluzioni alle problematiche connesse alla coltivazione del favino e del pisello (bassa resa, problemi di mietitrebbiatura per il pisello, scelta delle varietà ecc) così da migliorarne la produttività e stimolare il loro utilizzo. Infine un altro aspetto che emerge dal caso di studio è connesso alla colorazione più scura che il favino conferisce alla carne (in questo caso suina, ma il discorso vale anche per quella bovina); tale caratteristica può determinare il rifiuto del prodotto da parte di molti macellatori in quanto non riescono a posizionare la carne sul mercato poiché non gradita dai consumatori; nel caso delle aziende CAF invece, i macelli ritirano la nostra carne proprio perché è apprezzata, in quanto migliore di altre per sapore e consistenza ; in questo caso quello che generalmente è considerato un problema diventa invece una caratteristica positiva, quasi un segno di riconoscimento di un prodotto particolare; da qui l importanza e anche la necessità di saper creare percorsi di valorizzazione di prodotti 168

L introduzione di proteine non gm negli allevamenti - innovazioni organizzative della filiera ottenuti seguendo pratiche virtuose e di far conoscere al consumatore finale gli elementi distintivi del prodotto. Per concludere, riassumiamo brevemente le peculiarità di questo caso di studio: il forte legame con il territorio e il carattere non intensivo degli allevamenti; lo stretto collegamento tra allevamento e colture aziendali che assicura che almeno una certa quota della razione del bestiame allevato sia di provenienza aziendale (o quanto meno locale); la coltivazione delle proteine alternative quale elemento basilare di una buona rotazione agronomica aziendale (aspetto che va oltre la mera considerazione della resa economica della coltura). L insieme di tali condizioni permette una ottimizzazione delle razioni in cui le proteine alternative possono sostituire in toto (bovini da carne) o in parte la soia, determinando comunque un uso più ponderato di questa materia prima anche quando, appunto, non è del tutto sostituibile. 4.4.4 La provincia di Pisa e il Consorzio Consmaremma Il caso di studio relativo alla provincia di Pisa ha compreso, oltre i due allevamenti presentati nel relativo paragrafo, l intervista al direttore provinciale dell APA (che ci ha parlato della sua esperienza sia di allevatore che istituzionale), al direttore della Cooperativa Pieve di Santa Luce (PI), al direttore del consorzio Consmaremma e al direttore del mangimificio afferente; la cooperativa Santa Luce conferisce gran parte del favino prodotto al mangimificio di Consmaremma, che si trova nel Lazio, in provincia di Viterbo, ed è per questo che, pur non ricadendo nella provincia pisana, lo riportiamo nell ambito di questo caso di studio. 169 Colta Santa Luce Il direttore dell Associazione Provinciale Allevatori di Pisa (Salvadori Furio) È proprietario, insieme ai fratelli, e conduttore dell azienda omonima situata nella località di Coltano (Pisa) all interno dell area del Parco Regionale Migliarino San Rossore. Acquisita dal padre, negli anni 70, l azienda è stata oggetto di una grande ristrutturazione che ha visto, come interventi salienti, l aumento della superficie aziendale a 300 ettari, 20 ha dei quali in affitto, l introduzione dell allevamento semi-brado di bovini da carne, linea vacca-vitello, di razza Limousine, con 155 vacche nutrici e 4 tori, e la costruzione di

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI un impianto di disidratazione dell erba medica. Nel 1985 la mandria è stata ingrandita attraverso l inserimento di un gruppo di fattrici di razza Mucca Pisana, razza autoctona in via di estinzione per la quale esiste un programma regionale di salvaguardia. Nel 2001 l azienda apre uno spaccio aziendale per la vendita della carne con la denominazione Carne bovina di Pisa, marchio collettivo creato dall Associazione Provinciale Allevatori di Pisa. Sempre negli stessi anni l azienda entra in riconversione verso il metodo di coltivazione e allevamento biologico e diventa, nel 2002, azienda certificata sotto il controllo del marchio ICEA Toscana. L ordinamento colturale ruota intorno all allevamento per garantire l autosufficienza alimentare ed è costituito per 2/3 da prati e prati-pascoli e per 1/3 da coltivazioni di cereali e leguminose da granella. Fino al 2003-2004 l azienda ha utilizzato l impianto di essicazione per produrre medica disidratata a partire sia dalle produzioni aziendali che da quelle acquistate in campo nelle aziende limitrofe nel raggio di 4-5km. La destinazione del prodotto finale era il reimpiego aziendale e la vendita ad aziende zootecniche. L impianto era stato dimensionato, infatti, non solo sulla produzione aziendale di erba ma anche sulle produzioni delle aziende del comprensorio di Coltano che grazie alla rotazione grano/medica/rinnovo garantivano una produzione costante negli anni. Dopodiché, poiché l impianto era stato costruito con la tecnologia degli anni 70 e quindi era ormai divenuto obsoleto dal punto di vista tecnologico con costi di gestione altissimi, questo è stato abbandonato. Il motivo dell abbandono della produzione dell erba medica disidratata, e quindi la scelta di non effettuare l ammodernamento dell impianto, è legato però anche a motivazione diverse. Il 2005, infatti, è stato il primo anno di applicazione della riforma di medio termine della PAC, che ha previsto il disaccoppiamento totale per i seminativi e per gli allevamenti, pertanto le aziende hanno iniziato a riscuotere l aiuto al reddito in base al valore della media dei premi percepiti nel triennio 1999-2001; premi che in quegli anni erano determinati in base alle superfici e qualità delle colture e in base al numero e categorie degli animali allevati. Il disaccoppiamento ha riguardato anche la produzione di medica disidratata, ciò ha significato che anche il premio percepito per questa produzione nel triennio di riferimento è stato inglobato nel valore dei titoli assegnati all azienda. L azienda si è trovata quindi ad avere una rendita derivante dalla disidratazione dell erba medica pur non producendola più. Questo è valso come disincentivo per effettuare nuovi investimenti. A questo aspetto se ne è aggiunto un altro legato alla riduzione delle superfici dedicate a questa coltura nel comprensorio di Coltano e che quindi hanno reso ancor meno giustificato l impianto stesso per mancanza di materia prima da disidratare. Negli ultimi 15 anni per effetto delle politiche comunitarie si è assistito all abbandono delle rotazioni e all introduzione della monocoltura e del setaside, fenomeno che ha scompaginato il tessuto territoriale sia dal punto di vista produttivo che paesaggistico. 170

L introduzione di proteine non gm negli allevamenti - innovazioni organizzative della filiera Secondo il conduttore, il disaccoppiamento ha disincentivato la coltivazione dei terreni meno fertili e marginali e gli agricoltori hanno quindi eseguito su queste superfici solo le lavorazioni di sfalcio previste dal regolamento. Nel 2008, con il fatto che è stata data la possibilità di seminare anche su i terreni a setaside e con la congiuntura legata ai prezzi dei prodotti in rialzo, le superfici messe a coltura sono aumentate, gli agricoltori hanno ripreso a coltivare. Dal punto di vita alimentare l azienda è comunque in grado di soddisfare i fabbisogni dei capi presenti. D altra parte questo aspetto fa parte di una scelta strategica dell azienda che tende ad avere il massimo controllo su tutti gli aspetti della produzione e conseguentemente la certezza della qualità del prodotto alimentare somministrato agli animali ( nei mangimi non si sa cosa c è dentro ). Il conduttore sostiene che gli allevatori che hanno superficie aziendale a disposizione dovrebbero cercare di essere autosufficienti per quanto riguarda l alimentazione dei propri animali e solo quelli che hanno superfici limitate dovrebbero far ricorso alle ditte mangimistiche. Molti hanno abbandonato la coltivazione per l aumento dei costi dovuto al rialzo delle materie prime e si sono affidati ai mangimifici che danno la possibilità di ridurre i costi dell alimentazione ma in questa maniera il rischio che loro corrono è che per risparmiare qualche lira scelgano dei mangimi non sicurissimi. A seguito dell abbandono dell attività di disidratazione dell erba medica è sorto quindi il problema di trovare un sostitutivo a questa come fonte proteica concentrata. Il conduttore ha introdotto la coltivazione di favino (e pisello) in azienda e quindi la granella nella razione alimentare. I risultati sono stati eccellenti. Ha verificato che l introduzione del favino nella razione alimentare non crea problemi di sorta a dispetto di quanto viene normalmente creduto in merito alla durezza e al colore scuro che conferirebbe alle carni. Portando il favino fino ad una percentuale pari al 30% dei concentrati della razione non ha riscontrato problemi digestivi e gli incrementi ponderali medi giornalieri sono intorno a 1-1,1 kg/d nei maschi e 1 kg/d nelle femmine. Per quanto riguarda il colore delle carni il colore più intenso è una caratteristica necessaria per la carne biologica che si deve distinguere da quella normale come anche per quanto riguarda il sapore. Il sapore della carne di un bovino alimentato con il favino è notevolmente superiore rispetto a quello alimentato con la soia, sia che sia granella sia che siano panelli di estrazione. Vendendo la carne in azienda l attenzione a questi aspetti organolettici è molto importante. E chiaro che favino e pisello sono alimenti che si prestano bene per le razze da carne non particolarmente spinte, rustiche e ad allevamenti estensivi come quelli biologici; condizioni, cioè, dove non si possono utilizzare razioni spinte per forzare gli accrescimenti o le produzioni in generale. Circa cinque anni fa Salvadori si era interessato all attivazione di un accordo di filiera con una ditta mangimistica del nord (Cremona) che produceva soprattutto estrusi di soia e panelli, partendo dal presupposto che, in Toscana, le superfici coltivate a favino sono importanti e che sottoponendo il favino al processo di estrusione o alla fioccatura si 171

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI potevano ridurre i problemi digestivi (che comunque lui non ha mai riscontrato) 32, e aumentarne l utilizzo nella razione e quindi stimolarne la diffusione negli allevamenti. L idea era quella di creare un centro di raccolta della produzione toscana per conferirlo alla ditta che avrebbe fatto il trattamento termico (fioccatura o estrusione) e quindi ridistribuirlo agli allevatori. L idea si è arenata di fronte al timore manifestato dalla ditta mangimistica che le quantità disponibili non fossero sufficienti a giustificare l attivazione di una linea dedicata. L idea è morta sul nascere proprio nel momento in cui era maggiore l attenzione e l interesse verso le fonti proteiche alternative alla soia essendoci una grossa attenzione nonché preoccupazione per il diffondersi incontrollato della soia gm. In questo momento la situazione contingente è cambiata; pian piano l opinione pubblica si è abituata all idea di dover utilizzare, se non anche dover produrre, i prodotti gm e quindi c è meno interesse. Sarebbe interessante creare una filiera specifica per il favino in quanto il pisello è meno adatto per le aziende tradizionali con allevamenti bovini da carne, è più problematico da coltivare (soprattutto le operazioni di semina e di raccolta, la lotta alle infestanti,..) e non dà certezze sul raccolto. La coltivazione del favino è semplice, ha dimostrato una resa stabile di 30-40kg/ha (la qualità a buccia nera secondo Salvadori è il migliore ora sta sperimentando quello rosato), è una pianta rustica che garantisce sempre la produzione di granella, migliora il terreno e lascia fertilità residua per le colture successive quindi è una buona opportunità per la rotazione. Il processo produttivo prevede poche lavorazioni, praticamente solo semina e raccolta e la raccolta non crea grossi problemi per la mietitrebbiatrice a differenza del pisello che invece si butta per terra. Ha contenuto proteico del 22% e 53% di amido. Ha una PLV inferiore al grano ma ha tanti vantaggi agronomici e se ne potrebbe fare una coltivazione di punta per la Toscana. Se si trovasse una ditta mangimistica con la tecnologia per i trattamenti termici ed esperienza in materia si potrebbe veramente attivare una filiera specifica per il favino. Inoltre il prezzo del favino è interessante anche se ha un contenuto inferiore di proteine rispetto alla soia. La Cooperativa Produttori Agricoli Pieve Santa Luce (intervista Dr. Palmieri) La Cooperativa Santa Luce fu costituita nel 1953, su iniziativa dell'ente Maremma nel quadro dei propri compiti istituzionali. I primi soci furono solo gli assegnatari della Riforma Agraria, sostanzialmente ex braccianti; successivamente lo statuto fu adeguato alla mutata realtà sociale, accogliendo prima i coltivatori diretti e quindi tutti gli imprenditori agricoli. 32 se estruso ha una quantità di proteina digeribile simile alla soia: 143g/kg ss di proteine by-pass contro 110 della soia, Masoero 2005. 172

L introduzione di proteine non gm negli allevamenti - innovazioni organizzative della filiera Il comprensorio operativo si é gradualmente esteso e, dagli originari comuni di Santa Luce e Orciano Pisano, oggi interessa quelli di Lorenzana, Casciana Terme, Castellina M.ma, Fauglia e Lari in provincia di Pisa, Rosignano M.mo e Collesalvetti in provincia di Livorno. Il territorio sul quale opera la Cooperativa é di natura prevalentemente collinare, ad un'altitudine 200-300 m. slm. I terreni, a prevalente giacitura collinare, sono di natura argillosa; questa condizione agro-pedologica consente ristrette scelte colturali, limitate alla ripetizione di cereali, alternati a leguminose foraggiere. Buona é l'importanza dell'olivicoltura, scarsa é la coltivazione della vite, mentre la zootecnia riveste un'importanza marginale. Tabella 28 - La produzione e l impiego di favino nella cooperativa Soci produttori 309 Superfici totale 4.800 ha Superficie mediamente coltivata a favino 100-150 ha Resa media del favino 2 t/ha Produzione totale media annuale di favino 200-250 t Favino- conferito alla soc. CONSMAREMMA 50-60 % Favino- reimpiego come semente selezionata % 10% Favino- vendita diretta a commercianti/clienti % 30-40% L'attività della cooperativa consiste nel fornire ai propri associati una serie di servizi e di prestazioni, così sintetizzabili: Ritiro, stoccaggio e commercializzazione dei prodotti conferiti rappresentati da: cereali - con una quantità media di 90/100 mila quintali di cui 75% grano duro, 20% avena, 5% altri cereali e favino leguminose foraggiere - trifoglio alessandrino, medica e sulla per un totale di 1.200/1.500 q.li olio d'oliva - con un quantitativo di 250/300 q.li in progressiva crescita Approvvigionamento di mezzi tecnici, quali concimi, sementi, fitofarmaci, lubrificanti per un volume complessivo di 1.7 miliardi di lire. Servizi di lavorazione meccanica dei terreni, con trattori gommati, cingolati e relative attrezzature, mietitrebbiatrici auto-livellanti, per un parco macchine di oltre 20 macchine agricole. Servizio di frangitura delle olive, per una quantità lavorata mediamente di 4500 q.li di olive con una produzione di olio di circa 800 q.li. La Cooperativa Pieve Santa Luce commercializza i prodotti conferiti dai soci che principalmente consistono in granelle di cereali (come grano duro, avena e altri) e di leguminose (favino), leguminose foraggere (trifoglio alessandrino, medica e sulla) e olio d'oliva. 173

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI Le colture possibili sul territorio sono poche e quella principe è il grano duro. Fra le colture in rotazione con il grano duro, è molto diffusa, soprattutto in questi ultimi anni, quella del favino. La coltura del favino è una coltura povera, molto diffusa in Toscana. La varietà coltivata dai soci della cooperativa è quella a buccia nera; altre varietà non sono state provate. E una coltura che dà risultati produttivi variabili in funzione del tempo di semina e dell andamento stagionale. Per garantire il raccolto è necessario seminare ai primi di novembre, le semine effettuate oltre questo periodo danno risultati incerti. Le semine nel 2008, per esempio, sono saltate per via delle piogge intense per cui solo chi è riuscito a seminare prima ha la coltura in campo; gli altri o hanno seminato molto tardi o hanno dovuto ripiegare su colture alternative con semina tardiva a gennaio. Gli ettari di favino in campo quest anno sono notevolmente inferiori alla norma. La programmazione delle semine viene effettuata a fine agosto di ogni anno attraverso un momento di incontro assembleare tra soci e staff tecnico in cui vengono analizzati i problemi riscontrati, sia a livello agronomico che a livello di andamento di mercato, nel corso dell annata agraria passata. Si stabiliscono i piani colturali e si procede, da parte dei soci, alla coltivazione e, da parte della struttura organizzativa della cooperativa, agli ordini dei mezzi tecnici necessari per i soci. La scelta del favino come coltura in rotazione al grano duro viene giustificata sostanzialmente dal suo ruolo di coltura miglioratrice cioè dalla sua importanza dal punto di vista agronomico. La scelta in funzione di valutazione economiche, in base cioè all andamento del mercato del prodotto, soprattutto in questi ultimi anni, è abbastanza aleatoria. Il prodotto che quest anno ha dato buoni risultati non è detto li dia la stagione successiva. Sembrerebbe addirittura quasi consigliabile scegliere le colture che non vanno ora ma che magari possono avere successo il prossimo anno. In ogni caso ci si attiene agli ordinamenti e avvicendamenti tradizionali sia perché ci sono pochi margini di scelta sia perché si potenzia il prodotto principale, alias grano duro, sia perché si è visto che per le aziende dei soci è una soluzione che garantisce, nonostante la piccola dimensione (circa 15 ha per azienda), un reddito stabile nel tempo e quindi la loro sopravvivenza. La coltivazione del favino in questi ultimi anni è un pò cresciuta. Prima, poiché i quantitativi prodotti erano più limitati, la granella veniva venduta a piccoli mangimifici che lavoravano mangimi per colombi, ora che le quantità prodotte sono più importanti (2000-2500q) e il prodotto viene per lo più conferito alla cooperativa di II ordine Consmaremma (vedi paragrafo successivo) di cui la cooperativa Pieve è socia. Il prodotto viene lavorato dal mangimificio di Tarquinia e sostanzialmente rappresenta quasi il totale degli approvvigionamenti di favino del mangimificio. D altra parte il favino viene sopratutto coltivato in queste zone collinari ed è una coltura povera quindi poco attraente per le zone costiere, dalla maremma toscana a quella laziale (fino a Latina), che possono scegliere fra colture ben più redditizie. In Toscana un altra zona di produzione potrebbe essere la provincia di Siena. 174

L introduzione di proteine non gm negli allevamenti - innovazioni organizzative della filiera Il prezzo liquidato ai soci viene determinato dalla media ponderata dei lotti venduti a prezzi differenti. I prezzi in questi anni hanno avuto grandi variazioni: nel 2006 il prezzo liquidato ai soci è stato di 155 /t, nel 2007 di 230 /t, nel 2008 si aggirerà sui 200 /t. La campagna delle vendite del 2008 è partita con 300 /t, prezzo del tutto anomalo, poi è sceso piano piano e in questo momento (gennaio 2009) è sui 200 /t. Per la campagna 2008 si prevede di liquidare un prezzo medio di 200 /t. Questo è il prezzo di riferimento per il favino. Quando i prezzi sono molto alti arrivano ai porti italiani stocks di favino ungherese che fanno da calmiere. I prezzi dipendono ovviamente dalle quantità esitate sul mercato. Se la produzione della cooperativa fosse 4000q, invece che 2000q, probabilmente il prezzo medio sarebbe più basso. In realtà la domanda di favino sul mercato non corrisponde a grandi quantitativi. 200 /t può essere considerato in queste zone il prezzo di equilibrio. Gli equilibri di mercato sono molto instabili. L aumento dei prezzi delle materie prime porta ad un aumento del prezzo dei mangimi da parte dell industria mangimistica e chi viene penalizzato è l allevatore che diminuisce la sua richiesta che si riflette a monte fino a ridurre il prezzo delle materie prime, arrivando così ad un nuovo equilibrio. 200 /t è il prezzo di equilibrio che rende pari le entrate con le uscite. Con 2t/ha di resa la PLV/ha è di 400 e le spese (tenuto conto che la coltura richiede solo una lavorazione superficiale, una leggera concimazione fosforica alla semina, 100kg/ha di seme e la raccolta), si aggirano sui 300-400 /ha. Per garantire questo punto di pareggio sono necessarie rese di 2 t/ha. Nel 2007 i prezzi sono stati più alti ma le rese sono state molto basse intorno a 1t/ha. Il Consorzio Consmaremma (intervista dott. P. Buono direttore mangimificio, integrata con materiale seminariale del dott. Molinari, direttore del consorzio) Consmaremma è un Consorzio di Cooperative fra Produttori Agricoli (Cooperativa Agricola di II grado), ha sede in Tarquinia (Viterbo) ed è stato promosso nel 1955 dall Ente Maremma (Ente di Riforma Agraria). 175

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI Box 6 - La struttura di Consmaremma 37 Cooperative Agricole delle Regioni Lazio e Toscana, tra cui la cooperativa Santa Luce in provincia di Pisa 2 Enti Regionali di Sviluppo Agricolo: ARSIAL e ARSIA cap. sociale 640.773 Il consorzio comprende: un mangimificio per la produzione di mangimi in prevalenza per vacche da latte produttrici di latte di Alta Qualità, a Tarquinia (VT) due stabilimenti per la produzione di sementi selezionate con particolare riferimento alle sementi di grano duro indispensabile per la produzione di pasta di ottima qualità a Grosseto e Tarquinia (VT) tramite la controllata Agricom, un centro per lo stoccaggio cereali della capacità di qli 150.000, un impianto di essiccazione cereali ed un magazzino per la vendita di prodotti utili all agricoltura a Canino (VT) Il consorzio gestisce presso il Comune di Guidonia (RM) nel Nuovo Centro Agroalimentare di Roma, uno stand per la vendita di prodotti ortofrutticoli conferiti dalle Cooperative Socie. Provvede anche all acquisto per conto delle Cooperative Socie di mezzi tecnici utili all agricoltura come fertilizzanti, fitofarmaci ecc.. e al collocamento sul mercato del grano duro da macina e del girasole da disoleazione conferito dalle Cooperative Socie. Consmaremma cerca di affiancare la fornitura di sementi ad un puntuale ed innovativo supporto tecnico con lo scopo di valutare e scegliere direttamente i migliori percorsi di coltivazione. E impegnato nella ricerca di strategie innovative che mirano al miglioramento ed allo sviluppo del settore agricolo ed alla sua filiera, potendo far fronte alle necessità tecnica-produttive avendo a disposizione strutture, superfici idonee, attrezzature e consolidata esperienza nel settore. Nella sede di Tarquinia è collocato il mangimificio che si approvvigiona per la gran parte dei prodotti quali cereali e leguminose alternative alla soia dalle cooperative associate. La 176

L introduzione di proteine non gm negli allevamenti - innovazioni organizzative della filiera lavorazione degli impianti non avviene in continuo ma in base agli ordini e ai prodotti richiesti. Non viene fatto, quindi, magazzino. Vengono fatte miscelate di 20 q ciascuna, normalmente alternando 2 miscelate di sfarinati e 2 di prodotti pellettati. Normalmente si alternano le linee prodotto sfuso con prodotto insaccato. Mediamente vengono prodotti mangimi sfusi in cisterna per 2-3 giorni e mangimi insaccati per 5-6 gg. Questa organizzazione, ossia la lavorazione su richiesta, comporta dei costi di lavorazione abbastanza alti se confrontati con i grandi mangimifici che lavorano su prodotti standardizzati. Tabella 29 - Struttura del costo totale medio di un mangime (al netto di IVA) 33 valori % costo formula CF (alimenti base a prezzi Borsa Merci Milano) 70,0 sfridi (perdite tecniche) 0,2 costo lavorazione industriale mangimi a bocca di silos 15,0 spese commercializzazione (pubblicità, assistenza tecnica) 1,0 spese trasporto 7,0 provvigioni 3,0 Spese generali (fatturazione, ecc. ) + utile d impresa 3,5 Incidenza del costo della certificazione: 0,3 Totale costo produzione = prezzo al cliente 100 L entrata in vigore del regolamento CE 183/2005 che stabilisce i requisiti per l igiene dei mangimi, e che deve essere recepita anche dagli allevatori, influenza in modo importante la conduzione degli allevamenti con particolare riferimento alla conservazione dei mangimi, alla preparazione delle razioni ed alla loro distribuzione. Negli ultimi anni prima dell entrata in vigore del regolamento, molti allevamenti (con particolare riferimento alle stalle più grandi) si sono indirizzati all acquisto delle singole materie prime da stoccare in azienda. Questo ha creato situazioni problematiche poiché il prolungato stoccaggio in azienda agricola di varie materie prime facilmente deperibili, in locali poco adatti come fienili e/o tettoie, è molto rischioso in quanto soggetto ad inquinamenti dovuti al transito di volatili ed altri animali ed alla esposizione agli agenti atmosferici che le possono alterare vista la facile deperibilità. Tali alterazioni risultano poi molto evidenti nel riscontro della qualità del latte prodotto. (vd. presenza oltre i limiti di aflatossina M1 ecc.) Per cercare di ovviare in parte alle difficoltà che queste nuove normative creano agli allevatori, Consmaremma dal 2006 ha apportato delle modifiche al proprio impianto al fine di produrre i cosiddetti misceloni (mangimi composti da tre-quattro materie prime che possono essere utilizzate tal quale senza subire il processo di macinazione e/o 33 Il calcolo è stato fatto a partire da un mangime con prezzo medio di 30 /q 177

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI pellettatura, come ad esempio le farine di estrazione di soia e girasole, le polpe di barbabietola, i cruscami, pannelli, ecc.) La produzione da parte del mangimificio dei misceloni può essere ottenuta con notevole risparmio sui tempi di lavorazione e sui costi energetici, rispetto alla preparazione di un mangime tradizionale. Nel solo anno 2005 i costi dell energia elettrica nel nostro paese hanno subito aumenti dell ordine del 20% e aumenti ci sono stati negli anni successivi. La fornitura alle aziende di misceloni, scaricati in silos igienicamente idonei presenti ormai in tutti gli allevamenti, semplifica gli adempimenti dell allevatore in merito all applicazione del regolamento CE 183/2005 sui requisiti per l igiene dei mangimi ed alle buone pratiche di alimentazione degli animali, migliorando la conservazione degli alimenti e in conseguenza l igiene e la qualità del latte prodotto. Tabella 30 - Tipologia di prodotto del mangimificio Consmaremma Misceloni 20% Mangimi completi e complementari (nucleo) 80% Produzione totale 140.000 q Per quanto riguarda i mangimi composti invece, vengono fatti solo i trattamenti meccanici di macinatura e pellettatura (in questo caso c è un parziale trattamento termico corrispondente all insuflazione di vapore durante la pellettatura). Nei mangimi sono presenti comunque anche degli elementi fioccati. In questo caso la fioccatura viene effettuata da una ditta esterna. 178

L introduzione di proteine non gm negli allevamenti - innovazioni organizzative della filiera Box 6 Struttura organizzativa-produttiva del mangimificio di Nel 2006 il mangimificio ha iniziato a produrre mangimi sia senza soia gm che del tutto senza soia sostituendo questa con favino o erba medica disidratata e pochissimo lupino o pisello proteico. Per quanto riguarda le colture transgeniche, le regioni Toscana e Lazio si sono orientate sul divieto di coltivazioni ed utilizzazione di sementi e/o prodotti provenienti da organismi transgenici. In considerazione di ciò, l Azienda già da tempo ha introdotto nei propri formulati l utilizzo del favino e del pisello proteico, per contenere il consumo della farina di estrazione di soia e del mais. Nella campagna 2007-2008 il mangimificio ha lavorato circa 2.000 quintali di favino conferito dalle cooperative, afferenti al consorzio, sia laziali (Viterbo e Roma) che toscane (Grosseto e Pisa). Per la campagna 2008-2009, visto il trend in crescita delle richieste e la scarsità del prodotto disponibile a causa delle ridotte produzioni del 2008, le quantità raccolte dal mercato e stoccate sono state maggiori, circa 3.000 quintali, ma al momento non è ancora chiaro se saranno sufficienti o meno al soddisfacimento delle 179

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI richieste poiché molto dipende dall andamento del comparto ovino che è quello che fa maggiore richiesta di prodotti a base di favino. La richiesta degli allevamenti ovini infatti dipende molto dall andamento stagionale che influenza la produzione foraggiera pascoliva. Se le produzione foraggiere, sia pascoli che affienati, sono alte allora viene ridotto il consumo dei mangimi se, viceversa, sono scarse allora fabbisogni e consumi di mangimi aumentano notevolmente. I consumi di mangimi e quindi le produzioni del mangimificio per gli allevamenti ovini variano molto da un anno all altro, in anni medi si aggirano sui 20.000q (vedi tab). La programmazione comunque è molto difficile nel settore dei mangimi poiché è forte la dipendenza dai cicli naturali degli animali. Nel 2009 per esempio, sempre per quanto riguarda gli ovini, i parti sono in ritardo di 1-2 mesi per cui anche i fabbisogni/consumi lo sono e conseguentemente c è incertezza sulla sufficienza o eccedenza delle quantità stoccate. Un altro problema è relativo all andamento dei prezzi. Avendo stoccato il favino alla raccolta, per i motivi scritti sopra, il prezzo pagato è stato particolarmente alto. Il prezzo del favino sul mercato nazionale è successivamente calato e gli allevatori hanno chiesto l adeguamento del costo del mangime al prezzo contingente ma avendolo acquistato ad un prezzo alto, Consmaremma non poteva ridefinire il prezzo del mangime. D altra parte lo stesso acquisto al momento della raccolta era stato fatto per garantire il soddisfacimento delle richieste degli allevatori. La programmazione delle materie prime necessarie si fa bene con gli allevamenti di bovini da latte ma questi però sono gli allevamenti dove è minore la richiesta di proteine alternative. Un pò più difficoltosa è la programmazione per gli allevamenti bovini da carne perché dipende dall andamento del mercato della carne. Per quanto riguarda l utilizzo dei favino negli allevamenti è stato verificato che non ci sono problemi né in termini di appetibilità, digeribilità né in termini di produzione. Negli allevamenti bovini da latte, dove le razioni sono composta mediamente da 20-25 kg di silomais, 6-7 kg di fieno e 10-12 kg di concentrati, il favino può entrare nella razione fino a 1-1,5kg/die senza nessuna flessione della produzione. Questa quantità d altra parte, in relazione alla quantità di alimenti concentrati, corrisponde al 10% o poco più. Per quanto riguarda il lupino l azienda in pratica non lo usa o ne usa pochissimo poiché non è apprezzato dagli animali (che quindi lo rifiutano). Gli ovini lo tollerano più degli altri poiché normalmente i mangimi a loro dedicati sono additivati con edulcoranti per cui in parte viene smorzato l amaro del lupino. Con le bovine da latte non hanno mai fatto delle prove. Con i bovini da carne miscele con fino al 10% di lupino non hanno creato problemi. Nel 2008 è iniziata una sperimentazione insieme all ARSIAL, l agenzia per l innovazione in agricoltura della regione Lazio, sulla preparazione e utilizzo di un mangime complementare senza soia, destinato ai bovini da carne, la cui sperimentazione inizia nel gennaio 2009. Per un periodo di 6 mesi verranno monitorati stato di salute e incremento 180

L introduzione di proteine non gm negli allevamenti - innovazioni organizzative della filiera in peso dei capi da ingrasso. La quantità iniziale di mangime preparato per la sperimentazione è stato di 600 q. La composizione è riportata nella Tabella 31. Tabella 31 - Composizione mangime complementare senza soia % s.s. % t.q. P.G. 20,5 18 Estr. Inazotati 40 35 componenti % Favino 36 Mais 20 Crusca 18 Lupino 10 Orzo 5,5 Medica disidratata 4 Melassa 3 Carbonato di calcio 2,25 Cloruro di sodio 0,55 Fosfato bicalcico 0,25 Bicarbonato 0,25 Complesso vitaminico 0,25 La scelta aziendale di indirizzarsi verso le produzioni no GM è dovuto al fatto che agli allevatori, che fanno parte di una filiera del latte ovino o della carne bovina, viene richiesto con sempre più insistenza di alimentare i propri animali con mangimi che non presentino nelle loro composizioni prodotti provenienti da OGM. Il consorzio serve allevatori toscani e laziali anche se prevalgono leggermente i primi. Per gli allevamenti ovini, i mangimi no-ogm vengono richiesti indifferentemente da entrambe le regioni. Gli allevatori che devono usare mangimi no-ogm preferiscono usare mangimi che non abbiano del tutto la soia anche se c è disponibilità di soia no-gm. Per gli allevamenti bovini da carne la domanda è un po differente in quanto più che chiedere mangimi nogm richiedono mangimi composti da prodotti di origine locale. Questa richiesta è legata al fatto che nell area di interesse di Consmaremma questo tipo di allevamento ha una forte connotazione territoriale, essendo legato a razze locali quali la Maremmana o gli F1 della Maremmana (incroci), e il legame con il territorio di origine è molto forte quindi da parte degli allevatori c è il desiderio/scelta che questo legame venga rafforzato da tutte le componenti/fasi dell allevamento e quindi anche dall alimentazione. Per la razza Chianina, altra razza indigena toscana, il discorso è diverso poiché rientra tra le razze tutelate dal Consorzio delle razze bianche dell Appennino centrale IGP (Chianina, Romagnola, Marchigiana) e in questo caso il disciplinare di produzione prevede in modo esplicito che l alimentazione sia no GM. 181

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI Per due, tre anni (2006-2007/2008) l azienda ha prodotto mangimi NO GM per la filiera carne COOP-Italia. Il contratto con COOP-Italia si è interrotto perché ci sono stati alcuni problemi in merito ai prezzi dei mangimi. Nel momento in cui i prezzi delle materie prime sono impazziti, l azienda non è riuscita a rientrare nei costi per cui ha dovuto fare un passo indietro e riprendere ad utilizzare soia gm. Durante il periodo di produzione no GM, il mangimificio ha offerto agli allevatori ovini, che conferivano il latte ai caseifici, il servizio aggiuntivo di certificazione di uso dei loro mangimi no GM a garanzia della qualità dell alimento impiegato negli allevamenti. Nel momento in cui per motivi di costo sono dovuti ritornare alla produzione di mangimi con materie prime GM, l azienda ha perso questa parte di clienti che richiedevano mangimi certificati e la conseguente riduzione delle produzioni aziendali di mangimi è stata abbastanza consistente. In questa fase stanno valutando il ritorno alla produzione di mangimi GM poiché, avendo una unica linea produttiva, deve essere riconvertita tutto la produzione dell impianto. La valutazione riguarda la sostenibilità della maggiorazione di prezzo dovuto ai mangimi GM per gli allevatori convenzionali che non sono interessati al cambio di mangime o non devono rispondere a richieste di disciplinari e quindi la continuità del rapporto con questi allevatori. Il ripristino della linea no GM è molto veloce: nell arco di un mese dalla sostituzione delle materie prime la produzione è già no GM e certificabile. Dopo un mese vengono fatte le prime analisi per la verifica dell assenza di materiale gm e quindi si passa alla certificazione. 34 Il ripristino della produzione no GM comporterà il recupero dei rapporti con gli allevatori di bovini da carne, e quindi con COOP-Italia, e con i produttori di latte ovino e bovino al fine di riposizionarsi all interno della filiere certificate no GM. 4.4.5 Il caso della regione Marche: Bovinmarche e CAP di Pesaro Gas Sibilla e il Consorzio BOVINMARCHE (intervista con dott. Fabietti dirigente di Bovinmarche, animatore nel GAL SIBILLA per l azione proteine; integrazione con materiale bibliografico) 34 Il pericolo maggiore di inquinamento, paradossalmente, riguarda i mangimi senza soia. Per i mangimi con soia infatti già dopo 1-2 giorni dal cambio di materia prima, da gm a no-gm, la percentuale di materiale genetico modificato scende sotto lo 0,9% poiché l eventuale residuo/presenza viene rapportata alla soia presente. Questo dipende da un limite della legge che regolamenta l impiego di materiali gm e la determinazione delle soglie: l inquinamento è espresso non in termini assoluti ma in termini percentuali. 182

L introduzione di proteine non gm negli allevamenti - innovazioni organizzative della filiera BOVINMARCHE è una cooperativa consortile agricola di allevatori marchigiani, nata nel 1987 con sede ad Ancona, che ha come obbiettivo principale quello di identificare la carne di qualità della regione Marche. A tal fine ha sviluppato e implementato nel 1996, primi in Europa e anticipatori del Reg. 820/97, un sistema di certificazione elettronica della carne in grado di garantire provenienza e caratteristiche di ogni singolo taglio di carne. Il sistema di etichettatura predisposto da Bovinmarche, primo ad essere approvato dal Ministero delle Politiche Agricole in base al Reg. 1760/2000, è un sistema integrato che utilizza le più avanzate tecnologie di automazione e telecomunicazione. Tabella 32 - I numeri di Bovinmarche Allevamenti soci 615 Capi/azienda mediamente presenti 15 Allevamenti soci no-gm 160 Allevamenti soci no-soia 33 Capi bovini allevati totali 12.000 Capi bovini certificati 5.000 di cui: solo marchio Bovinmarche 3.500-4.000 marchio Bovinmarche e IGP 1.000-1.500 Mattatoi convenzionati 21 Macellerie convenzionate 78 Attraverso la tracciabilità, Bovinmarche è riuscita a creare, nel corso degli anni, una filiera certificata che ha messo in rete i vari operatori della filiera della carne bovina e ha ampliato le sue attività fino ad arrivare a richiedere lo status di Organizzazione Professionale (O.P.) per il prodotto carne bovina certificata alla regione Marche. Per avere tale riconoscimento è necessario che la produzione commercializzate nelle marche sia almeno pari al 5% di quella regionale e che commercializzi almeno il 75% della produzione di ogni socio. Il 75% della produzione dei soci deve essere commercializzata al 50% direttamente da Bovinmarche, 25% da macellerie convenzionate con Bovinmarche e il restante 25 attraverso altri circuiti di certificazione. Diventare Organizzazione di Produttori comporta il perseguimento di finalità che riguardano la collocazione del prodotto sul mercato, la politica dei prezzi nei confronti del mercato, la ricerca continua di nuovi sbocchi di mercato, la priorità nei servizi forniti dalla Bovinmarche, la partecipazione diretta ai progetti di sviluppo della O.P. e l accesso a finanziamenti pubblici da parte dell O.P. da reinvestire sulla filiera Bovinmarche ha partecipato come partner nel progetto di cooperazione interterritoriale Sviluppo di modelli economici per lo sviluppo di un sistema agricolo-zootecnico a basso impatto-ambientale dell azione azione 5.1.3 del PSL Leader + Piceno cui ha partecipato anche l Università Politecnico delle Marche. 183

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI Il progetto ha visto coinvolti diversi soggetti: allevamenti, associazioni di categoria, APA, tecnici dei mangimifici, Bovinmarche che ha fatto da collegamento e si è occupato dell animazione in tutte le fasi del progetto e l Università Politecnica delle Marche che ha seguito le fasi sperimentali e divulgative in relazione alle prove in campo e verifica qualitativa di colture foraggiere e di piani alimentari. L obbiettivo del progetto era quello di valorizzare il sistema agricolo regionale mediante l adozione di processi di produzione e trasformazione sostenibili. Uno degli obbiettivi principali è stato quello di creare un collegamento tra agricoltura e zootecnia ossia studiare e stimolare la reintroduzione di colture adatte alle condizioni pedoclimatiche della Sibilla da destinare alla alimentazione zootecnica. Bovinmarche da consorzio che si occupa prevalentemente della tracciabilità dalla stalla alla tavola ha allargato i suoi orizzonti e obbiettivi per arrivare al controllo dal campo alla tavola. Le azioni principali del progetto sono state: verifica attraverso prove in campo delle caratteristiche quantitative e qualitative di erbai autunno-vernini per verificarne la reintroducibilità nei cicli colturali delle aziende marchigiane, analisi degli accrescimenti ponderali dei bovini da carne alimentati con materie prime locali e con materie no-ogm, le prove sono state svolte presso aziende pilota e divulgate attraverso incontri dimostrativi con gruppi di aziende. La parte del progetto implementata in relazione alla alimentazione dei bovini da carne ha previsto lo studio preliminare dei piani alimentari adottati negli allevamenti, incontri tecnici di aggiornamento sull introduzione di tecniche di alimentazione alternative (specie fonti proteiche alternative alla soia e fonti energetiche alternative al mais), incontri con i tecnici dei mangimifici per la verifica dei formulati da utilizzare, introduzione in allevamento, verifica dei risultati, incontri tra mangimifici e consorzi per l avvio di accordi di collaborazione per la realizzazione di mangimi dedicati a produzioni di qualità, 184

L introduzione di proteine non gm negli allevamenti - innovazioni organizzative della filiera in particolare mangimi NON-OGM e per il reperimento di materie prime ubicate nella regione Marche. Il consorzio ha quindi introdotto nel proprio disciplinare delle specifiche relative alla alimentazione precedentemente non previste essendo questo sostanzialmente, come è stato già sottolineato, un disciplinare di tracciabilità come da reg. 1760/2000. Tabella 33 - Disciplinare di Bovinmarche Caratteristiche obbligatorie Territorio Marche e regioni limitrofe Razze e tipo genetico Periodo di allevamento Maschi e femmine di razza o tipo genetico: Marchigiana - Chianina - Romagnola - Podolica - Maremmana - Piemontese - Limuosine - Charolaise - Pezzata Rossa - Blu Belga Garronese Frisona Bruna. Mai inferiore a 120 giorni se nato e vissuto in allevamento aderente al disciplinare Mai inferiore a 210 giorni in allevamento aderente al disciplinare se nato e parzialmente allevato in allevamento non aderente al disciplinare Identificazione Solo se venduto in punti vendita legati a Bovinmarche da apposita Bovinmarche convenzione Caratteristiche facoltative Sistema di Stabulazione fissa, stabulazione libera in box, stabulazione libera in recinti, al allevamento pascolo Solo alimenti No-ogm sia che siano mangimi acquistati sia che siano preparati in azienda con materie prime acquistate (anche solo in parte) - Alimentazione acquisto mangimi no-ogm solo da mangimifici qualificati - archiviazione e conservazione per almeno di 1 anno dei cartellini e documento di acquisto mangimi Le specifiche prevedono l impiego nella alimentazione di mangimi non-ogm se acquistati e di materie prime non-ogm qualora il mangime venga preparato in azienda utilizzando in parte prodotti aziendali e in parte materie prime acquistate. L adesione al sistema di alimentazione non-ogm è facoltativa. E stata introdotta in due fasi successive: prima come scelta del tipo di alimentazione e tipo di controllo e dopo come metodologia per i prelievi dei campioni di controllo e la selezione dei mangimifici a cui i soci si possono rivolgere per l acquisto dei prodotti non-ogm. In questo momento si sta approntando un contratto di fornitura per gli allevatori che riconosce una differenza di prezzo tra prodotto carne certificabile non-ogm e uno convenzionale (sempre certificato Bovinmarche). L ordine di grandezza del differenziale è di 10-20 cent. al kg a peso morto. Il consorzio pertanto commercializza due linee di prodotto: carne bovina da allevamenti soci con alimentazione convenzionale e carne bovina da allevamenti soci con alimentazione no-ogm. Il consorzio raccoglie dai propri soci e commercializza anche 185

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI carne bovina da allevamenti di razza Marchigiana con marchio di tutela IGP del Vitellone Bianco dell Appennino Centrale. I capi quindi possono avere da una sola certificazione (Bovinmarche) a tre (Bovinmarche, IGP, no OGM). Box 6 - Prodotti certificati Bovinmarche Il consorzio certifica la tracciabilità a tutti i suoi soci sia che i capi vengano conferiti a Bovinmarche sia che vengano conferiti alle macellerie convenzionate. Tabella 34 - Le caratteristiche dei soci Bovinmarche n. % Soci 615 100 Soci fornitori 35 220 36 Soci fornitori IGP 198 32 Soci fornitori non-ogm 160 26 Soci fornitori non-ogm con uso di mangimi Bovinmarche 34 5,4 Media capi/azienda soci che usano mangimi Bovinmarche 50 Per quanto riguarda la commercializzazione i bovini marchiati Bovinmarche, quale che sia il marchio volontario aggiuntivo, possono essere ritirati e commercializzati 35 per soci fornitori s intendono i soci Bovinmarche che conferiscono, tutta o in parte, la loro produzione di capi da macello al Consorzio stesso che si preoccupa della commercializzazione. 186

L introduzione di proteine non gm negli allevamenti - innovazioni organizzative della filiera direttamente dal Consorzio, oppure l allevatore può fornire direttamente le macellerie purché queste siano convenzionate con il Consorzio. Molti allevatori hanno un rapporto privilegiato con le macellerie che, dal loro canto, preferiscono andare negli allevamenti e scegliere i capi direttamente senza affidarsi al Consorzio. Le aziende socie hanno una media di 15 capi in allevamento. Le aziende che conferiscono i capi al Consorzio sono in media di dimensione più grande; ciò assicura al Consorzio un flusso discreto di capi tanto è vero che nel giro di pochi anni ha acquistato una fetta significativa del mercato delle carni locale certificate specie all interno della nicchia carne bovina IGP attraverso la GDO. La potenzialità del consorzio sta proprio in questo, ossia nel fatto che raccogliendo i capi si propone alla GDO come interlocutore privilegiato. Rapporto con i mangimifici Il Consorzio nell ottica di costruire rapporti di filiera stabili che garantiscano costanza e qualità del prodotto carne certificato, ha allargato la sua azione anche sugli aspetti dell alimentazione e, a tal fine, ha selezionato una lista di mangimifici presso i quali gli allevatori soci possono rifornirsi per i mangimi e quindi stipulato due tipi di convenzione. Convenzione A. Con il mangimificio Mignini è stata firmata una convenzione privilegiata. Il mangimificio infatti ha collaborato con il Consorzio per garantire da una parte la disponibilità di mangimi non-ogm e dall altra, come frutto della sperimentazione avviata durante il progetto citato sopra, di preparare un formulato concordato con il Consorzio, per i bovini da ingrasso. Infatti è stata creata una linea da ingrasso, che accompagna i capi bovini da carne dallo svezzamento fino al finissaggio, a marchio Bovinmarche. I formulati, differenti ovviamente per ogni fase dell ingrasso, in prima battuta dovevano avere la caratteristica di essere prodotti con materie prime tipiche regionale, soprattutto per quanto riguarda la parte proteica e quindi con favino, pisello proteico e lupino. In un secondo momento l accordo è stato rivisto per alcune problematiche scaturite in fase di prima applicazione. Da una parte gli allevatori che hanno sempre usato mangimi con soia vedevano il cambio di composizione del mangime come fonte di incertezza nei risultati e pertanto hanno richiesto la presenza della soia fra i componenti. Dall altra parte il mangimificio dopo aver fatto un accordo per il conferimento di un certo quantitativo con il Consorzio Agrario Provinciale di Pesaro (vedi paragrafo successivo) per la produzione dei mangimi con prodotti locali, si è visto consegnare, a causa dell annata agraria avversa, meno di un quinto dei quantitativi richiesti. In base a queste problematiche la convenzione è stata modificata prevedendo due linee di mangimi, uno tradizionale con la soia e uno senza 187

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI soia con favino, pisello e lupino, Quest ultimo viene identificato dalla parola VERDE presente nel nome. Sugli approvvigionamenti locali nella convezione è stata introdotto un quantitativo minimo di prodotto locale che deve essere presente nel formulato in modo che il mangimificio possa avere maggiore agio nella ricerca delle materie prime qualora siano carenti quelle locali. La presenza di prodotti locali nei mangimi va inoltre incontro ad un'altra esigenza degli allevatori. Il nuovo PSR nonché anche una legge regionale specifica sugli allevamenti, prevede di dare priorità nei finanziamenti dei piani di miglioramenti aziendali alle aziende che garantiscono l approvvigionamento e l alimentazione con materie prime regionali. Gli allevamenti quindi che utilizzano mangimi OGM dovrebbero essere esclusi dai contributi regionali. Una volta modificato il disciplinare introducendo le norme facoltative sull alimentazione, sono iniziati i controlli. Il passaggio da un sistema di alimentazione ad un altro comporta degli aggiustamenti aziendali che richiedono un po di tempo. I primi controlli, comunque, su 160 aziende che hanno aderito alla norma volontaria sulla alimentazione non-ogm, 112 sono risultate negative al controllo. Nelle altre sono state avviate delle procedure per l eliminazione dei problemi emersi. La convenzione non è esclusiva per il mangimificio Mignini, che attualmente però è il solo a produrre i formulati Bovinmarche. Anche gli altri mangimifici possono richiedere i formulati marchiati Bovinmarche e produrli. Nel 2008, primo anno di entrata in vigore dell accordo, la quantità di mangimi marchiati Bovinmarche sono stati 450q. Convenzione B. La convenzione con gli altri mangimifici riguarda solo quelli che possono garantire alimenti non-ogm per poter soddisfare le prescrizioni della norma aggiuntiva e facoltativa del disciplinare. Sono circa 5-6 (Raggio di Sole, etc.). La convenzione ovviamente prevede una lista di mangimifici cui l allevatore si può rivolgere in base a convenienze individuali sia di tipo relazionale (rapporto fiduciario) o di tipo economico (contrattazione sui prezzi) o ancora di tipo logistico (distanza o meno dall azienda). I mangimi Bovinmarche sono pellettati, per cui le materie prime sono sottoposte alla operazione di macinatura e pellettatura con la melassa di canna da zucchero che fa da collante 36. Sono state fatte delle prove di estrusione ma non hanno dato risultati particolarmente positivi, specie per i bovini da carne, e il costo dell operazione risulta particolarmente elevato. In termini di prezzi, i mangimi marchiati Bovinmarche si posizionano su un valore di 1-2 euro/q superiore a quello del mangimificio, pure esso non-gm. La maggiorazione del 36 su questo componente i NAS avevano fatto opposizione considerandolo sottoprodotto industriale, l aspetto è stato successivamente chiarito poiché quello che rientra fra i sottoprodotti industriali è la melassa di barbabietola da zucchero. 188

L introduzione di proteine non gm negli allevamenti - innovazioni organizzative della filiera prezzo dipende da due fattori: la ricetta bloccata con l impiego di materie prime nobili e l etichetta. I mangimi Bovinmarche, infatti, riportano in etichetta solo quanto prescritto dalle legge, ossia il semplice elenco delle materie prime e la composizione percentuale in principi nutritivi (ss, PG, NDF, EE, Estr. Inaz, minerali e vit., ceneri, ecc.) ma le formule, che sono state concordate con il Consorzio, possono essere visionate dagli allevatori su richiesta. Questo rientra in uno degli obbiettivi principali del Consorzio che è quello di garantire un servizio agli allevatori che possono controllare che cosa stanno effettivamente somministrando agli animali allevati e dall altro di sicurezza e tracciabilità verso l intermediario e il consumatore finale. E stata eseguita una prova di confezionamento di un mangime Bovinmarche più economico con etichetta normale ed è risultato che il prezzo finale sarebbe stato inferiore a quello dei mangimi standardizzati dei mangimifici. Il prezzo del mangimi comunque varia anche in funzione di altri fattori quali ad esempio l acquisto sfuso o insaccato 37, e le quantità acquistate. I piccoli allevatori che acquistano il mangime insaccato non riescono a spuntare i prezzi pagati dagli allevatori più grandi che si riforniscono di prodotto sfuso che viene consegnato in autotreno e scaricato direttamente nei silos aziendali. La capacità di contrattazione da questo punto di vista cambia notevolmente. Esiste anche una differenza di prezzo tra mangime no-gm e mangime no-soia (linea verde) che si aggira intorno a 1,5 /kg. 37 se insaccato ha un sovrapprezzo di 1,8 /q. 189

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI Il Consorzio Agrario di Pesaro (intervista dott. Giordano Berloni, responsabile settore commerciale) La capacità di raccolta in provincia di Pesaro delle proteiche alternative è limitata al favino e pisello proteico. La coltura più tradizionale era il favino ma soprattutto negli ultimi anni, causa dell andamento meteorologico avverso, i risultati produttivi sono stati così scarsi che gli agricoltori si sono orientati sul pisello proteico che, al momento, sembra dare produzioni più stabili. Per il pisello esiste qualche problema di ordine fitosanitario nel controllo di alcune patologie (peronospora) ma, risolte queste, le produzioni sono più stabili. Lo stesso CAP ha spinto molto sul pisello in quanto è richiesto dai mangimifici maggiormente che il favino, e, di conseguenza, le aziende hanno sostituito il favino con il pisello proteico. Negli anni precedenti il 2007, anno di minimo storico delle rese del favino, le produzioni provinciali medie conferite al CAP erano intorno a 8.000-10.000q mentre nel 2008 sono state solo di 300q. Nel 2008 invece la produzione di pisello proteico conferito al CAP è stato di 8.500 q 38 mentre prima era quasi completamente inesistente. Le rese medie del favino in anni normali sono intorno a 20-25q/ha mentre per il pisello sono tra 25-30. In termini di prezzo non ci sono grosse differenze. La scelta dei coltivatori si basa in conclusione più sulla garanzia della produttività che non sulla differenza di prezzo. I prodotti conferiti dagli agricoltori in conto vendita vengono venduti dal CAP sia direttamente alle aziende, o come seme o come materia prima per mangimi, sia ai mangimifici. Nel 2008 alla vendita diretta è andato circa il 30-40% del prodotto mentre ai mangimifici circa il 60-70%. Nel 2009 l andamento sarà diverso: è infatti, in netto aumento la vendita diretta alle aziende e in calo quella ai mangimifici, per cui il rapporto finale si dovrebbe attestare al 50-50. Questo andamento è frutto dell impennata dei prezzi dei cereali. In conseguenza di ciò, infatti le aziende, che possono, producono da sole i cereali e poi acquistano le materie prime proteiche per preparare il mangime direttamente in azienda. I cereali li conferiscono al CAP alla raccolta, lasciandoli in conto deposito. Al bisogno, durante l annata agraria, lo prelevano insieme all acquisto delle materie prime proteiche e preparano il mangime aziendale normalmente una volta ogni una o due settimane. In questo modo, anche se non hanno strutture adatte allo stoccaggio, riescono a conservare facilmente il mangime poiché l arco di tempo di conservazione in azienda è molto ridotto per cui è difficile che insorgano problemi di infestazioni o ammuffimenti. Il CAP con il servizio di deposito offre un servizio agli agricoltori che non hanno strutture idonee allo 38 secondo i dati ISTAT annuali sulle superfici e coltivazioni, nel 2008 le superfici a pisello proteico sarebbero, a livello regionale, pari a 271 ha con una produzione totale di 7.046q di cui raccolta 6.904q. 190

L introduzione di proteine non gm negli allevamenti - innovazioni organizzative della filiera stoccaggio dei prodotti aziendali e che avrebbero quindi problemi a rispettare le norme del pacchetto igiene sulla conservazione dei prodotti. Normalmente le aziende, comunque, hanno strutture sufficientemente adeguate e recenti. Per quanto riguarda il progetto con il Consorzio Bovinmarche, nel 2007 era stato siglato un accordo con il mangimificio Mignini per il conferimento delle proteiche alternative, in particolare del favino. L accordo prevedeva la consegna di 5.000 q. di favino. L andamento meteorologico di quell anno è stato particolarmente avverso per cui sono stati raccolti solo 1.000 q., quindi quello consegnato effettivamente al mangimificio è stato inferiore ad un quinto di quello previsto dall accordo 39. L accordo è quindi saltato. La riconversione delle superfici a pisello permette al momento di garantire una certa stabilità delle produzioni per cui si spera che questo possa mettere le base per recuperare il contatto con il mangimificio. La difficoltà a stabilire un accordo con i mangimifici e a mantenerlo non dipende comunque solo dagli andamenti stagionali e dalle produzioni. La difficoltà sta nel fatto che si scontrano due obbiettivi divergenti. I mangimifici hanno necessità di forniture costanti poiché, lavorando in continuo e su prodotti standardizzati, devono avere sempre a disposizione le materie prime necessarie. I CAP, ma questo vale anche per le cooperative e tutte le tipologie di organizzazione che funzionano da centri di raccolta, si trovano a gestire le materie prime in conto-deposito e in conto-vendita. I prodotti stoccati in conto-deposito sono venduti su richiesta degli agricoltori che decidono in base ai listini prezzi settimanali e ognuno di loro segue le proprie strategie al fine di massimizzare il reddito. I prodotti conferiti e lasciati in contovendita possono essere gestiti direttamente dal CAP ma la gestione è rischiosa perché anche il CAP deve prestare attenzione agli andamenti dei prezzi e al controllo delle entrate e uscite di magazzino e quindi non sempre la gestione è agevole. Un altro progetto in corso interessante per la creazione di rapporti di filiera corta è quello relativo alle coltivazioni per il bio-fuel. I sottoprodotti, infatti, panelli e f.e., sono ricchi in proteine e potrebbero essere convenientemente utilizzati negli allevamenti come fonte proteica. 39 una piccola parte è comunque andata o trattenuta dai produttori. 191

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI 4.5 CONCLUSIONI. LE PROTEINE ALTERNATIVE: OPPORTUNITÀ E LIMITI. Come abbiamo già evidenziato nel capitolo precedente, il fabbisogno in soia della zootecnia destinata a produzioni DOP e IGP in Italia è stato stimato in circa 1 milione di tonnellate (e quello della zootecnia italiana nel complesso in circa 3 milioni di tonnellate). Ne consegue che per coprire le necessità delle filiere tipiche, oltre ad utilizzare tutta la produzione italiana di soia non GM occorrerebbe ricorrere ad importazioni di soia o derivati non GM per oltre il 60% del fabbisogno. Ovviamente si tratta di una impresa ardua in considerazione del fatto che la stragrande maggioranza di questo prodotto proviene da Paesi in cui sono autorizzate le colture transgeniche. Questi dati sottolineano il problema della impossibilità a sostenere con prodotti non GM tutte le produzioni a denominazione di origine della nostra zootecnia, produzioni che hanno un peso estremamente rilevante nel panorama dei prodotti tipici italiani rappresentandone circa il 96% del valore al consumo. La contraddizione tra prodotto tipico italiano, come il Parmigiano Reggiano, il caso più eclatante, e la sua dipendenza per alcuni fattori della produzione dalle importazioni (soia) difficilmente può essere sanata. L alta produttività delle vacche richiede apporti energetici e proteici elevati che non possono essere soddisfatti con l introduzione delle proteine alternative alla soia, dato il loro tenore proteico più basso rispetto a quest ultima. La tipicizzazione del prodotto nazionale attraverso la italianizzazione di tutti le parti del processo produttivo dovrebbe comportare l aumento delle superfici a coltura proteica: soia e le altre. Questo porterebbe a eliminare due ordini di problemi: il rifornimento di proteine dall estero e la eliminazione di materie prime transgeniche (giacché in Italia non possono essere coltivate). Quanto sopra evidenziato è di difficile realizzazione per una serie di problematiche legate a: la produttività delle colture indicate, che è abbastanza contenuta e, più che altro, presenta ancora una certa instabilità nelle produzioni da un anno all altro; i prezzi di mercato. Sul fronte della produzione primaria la coltivazione di proteiche può essere fortemente incentivata da una adeguata remunerazione del prodotto, ma d altra parte un adeguata remunerazione della produzione primaria deprime il suo utilizzo nella trasformazione operata dai mangimifici per la produzione di mangimi. Le aziende mangmistiche per preservare la loro penetrazione nel mercato devono potersi presentare con prezzi accessibili agli allevatori che, stante la scarsa remuneratività delle produzioni zootecniche, potrebbero essere indotti all abbandono di fronte a rialzi dei prezzi, come infatti è successo in questi ultimi due anni a seguito dell abnorme rincaro dei prezzi delle materie prime riversatosi in quello dei mangimi. Nel 2008 i mangimifici hanno 192

L introduzione di proteine non gm negli allevamenti - innovazioni organizzative della filiera ridotto del 5% il loro utile per venire incontro alle difficoltà in cui si sono venuti a trovare gli allevatori (Assalzoo, 2008); la scarsa autonomia degli allevatori nella gestione delle razioni alimentari dovuto ad un sistema di dipendenza tecnica e, alla fine, anche in termini di conoscenze, generata dalla sempre maggiore specializzazione produttiva degli animali che ha richiesto, e richiede, apporti sempre più rilevanti di energia e proteine. Dalla nostra indagine e dai casi di studio esaminati sono emerse alcune realtà ed esperienze che indicano possibili soluzioni o strade percorribili per avviare un processo di innovazione nelle filiere zootecniche in relazione all uso delle proteiche anche se questo, come abbiamo visto, non può riguardare solo questo aspetto ma deve rientrare in un processo molto più ampio di integrazione delle azioni dei diversi attori delle filiere zootecniche al fine della caratterizzazione e della valorizzazione dei prodotti. Pertanto la costruzione di innovazioni nelle filiere zootecniche deve necessariamente passare attraverso: lo sviluppo di maggiore autonomia degli allevatori nella produzione delle materie prime necessarie per le razioni da somministrare ai bestiame, con il recupero di un approccio più imprenditoriale verso la propria attività; accordi territoriali con gli agricoltori per la produzione di materie prime, soprattutto proteiche, da destinare agli allevamenti; adeguamento delle razioni alimentari per il bestiame in funzione dei diversi indirizzi produttivi; accordi con mangimifici per la produzione di linee di mangimi dedicate ai prodotti caratterizzati da alta territorialità; accordi commerciali che puntino alla valorizzazione del prodotto e del suo processo produttivo legato al territorio attraverso il controllo della tracciabilità. Gli obbiettivi indicati possono essere raggiunti attraverso una serie di azioni che prevedano: la costruzione di percorsi di formazione e di aggiornamento delle conoscenze e delle competenze degli allevatori e degli agricoltori; l incentivazione alla costruzione di questi percorsi attraverso supporti tecnicoscientifici per la sperimentazione e premi per la loro realizzazione. Le regioni e le province, attraverso il PSR e il PSL o leggi regionali specifiche per la zootecnia, possono svolgere un ruolo di orientamento non indifferente verso l introduzione o il recupero delle coltivazioni necessarie; l individuazione di soggetti (consorzi, cooperative, associazioni di prodotti, ecc.), che raccogliendo e rappresentando realtà significative diventino massa critica e fungano da collegamento tra parte agricola, zootecnica, industriale e commerciale. 193

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI L aspetto che comunque raccoglie l unanimità dei consensi nel settore è che la sostituzione della soia con proteiche alternative sia possibile solo per prodotti di nicchia, di qualità, no GM o bio, ossia prodotti che hanno un forte legame territoriale di superficie. Vale a dire che le produzioni tutelate devono essere legate alla dimensione della superficie dell area di produzione e, tenuto conto che parliamo di produzioni zootecniche che richiedono un rapporto molto alto tra prodotto animale finale e superficie, potenzialmente devono realizzare produzioni quantitativamente limitate, non intensive, che quindi possono essere valorizzate sul mercato attraverso quei consumatori che sono attenti alla provenienza e alla tecnica produttiva seguita per arrivare al prodotto. La sostituzione della soia con proteine alternative si collega strettamente anche con la tematica della produzione a chilometro zero perché a questo sostanzialmente si vuole arrivare, cioè alla riduzione della distanza tra prodotto vegetale e prodotto animale. Questo obbiettivo può essere raggiunto giustappunto solo per produzioni di nicchia che puntino a soddisfare le esigenze di una tracciabilità completa dal campo alla tavola (cfr. in particolare i casi Bovinmarche e CAF). Alcuni osservatori vedono nel divieto di coltivazione in Italia della soia e mais transgenici il limite al raggiungimento dell autosufficienza produttiva per la frazione proteica delle razioni alimentare, in particolare per bovini e suini. La produzione del Parmigiano Reggiano, come anche quella di altri prodotti tipici italiani con la denominazione di origine, a causa della spinta produttivistica e dell'estrema specializzazione degli allevamenti, ha perso obiettivamente il legame con le risorse del proprio territorio, giacché anche se tutte le superfici del comprensorio del Parmigiano fossero destinate alla produzione delle materie prime necessarie per l'alimentazione zootecnica, a prescindere dall utilizzo della soia GM o meno, esse non sarebbero sufficienti. Abbiamo sconfinato in un campo non nostro queste le parole del funzionario tecnico del consorzio Bovinmarche che, secondo noi, esplicitano la strada possibile da percorrere per raggiungere l obbiettivo di creazione di filiere integrate. L integrazione di filiera per produzioni significative non è altro che la filiera chiusa a livello aziendale riproposta a livello territoriale collegando strettamente tutti i diversi operatori. 194

L introduzione di proteine non gm negli allevamenti - innovazioni organizzative della filiera BIBLIOGRAFIA www.usda.gov; www.fas.usda.gov/grain; www.fas.usda.gov/psdonline/circulars/oilseeds. www.soyatech.com Stato della normativa sulla coesistenza in Italia; Daniel Schatzer Provincia Autonoma di Bolzano Dipartimento Agricoltura 24 aprile 2008 Normativa e notizie tecniche in materia di coesistenza tra coltivazioni o.g.m. e non o.g.m. Riccardo Russu, Dirigente ARSIA Settore Servizi agroambientali di vigilanza e controllo 23 gennaio 2006; intervento presso Centro Interdipartimentale di Ricerche Agro-ambientali Enrico Avanzi, Università di Pisa Regole per la coesistenza delle colture di mais e soia, Il coltivatore piemontese n.1 gennaio 2008 Il mercato del latte, rapporto ISMEA 2006 Le problematiche dell industria mangimistica italiana: aspetti tecnici e quadro normativo europeo e nazionale; Convegno 21-22 novembre 2005 Villa Gualino Torino www.fobiotech.org/attivita_2005/mangimi_2005.htm Annuario 2008 Assalzoo Aumenta la produzione di mangimi, ma le aziende si presentano con i bilanci in rosso. Comunicato Stampa Assalzoo, Roma, 19 giugno 2008; www.assalzoo.it/allegati/comunicatistampa/080619_comunicatostampa_defin.pdf Zootecnia: Assalzoo, la situazione italiana è allarmante (Agi) FOODWEEK 1 agosto 2008 http://foodweek.wordpress.com/2008/08/01/zootecnia-assalzoo-la-situazioneitaliana-e-allarmante-agi/ Un nuovo dipartimento per la mangimistica, Margherita Molfino, in Informatore Zootecnico n. 2/2006 Regole uguali per tutti, la richiesta di Assalzoo, Giovanni De Luca, in Informatore Zootecnico n. 14/2006 La carta della qualità dei mangimisti italiani, Margherita Molfino, in Informatore Zootecnico n. 21/2006 L altalena dei mercati per le materie prime; Luigi Amadei, in Informatore Zootecnico n. 14/2007 195

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI Diminuisce il bestiame mangimisti in allarme, Claudia Grisanti Informatore Zootecnico n.14/2007 Le buone pratiche del Codex Assalzoo, Lea Pallaroni, in Informatore Zootecnico n. 14/2007 Mais, alimento e energia? Dario Casati, Informatore Zootecnico n. 6/2007 Istat, le stalle italiane sono sempre più vuote, Luca Rinaldi, Informatore Zootecnico n. 15/2007 Soia Ogm, senza visti UE Europa a corto di mangimi, Luigi Farinelli, in Informatore Zootecnico n. 11/2007 Leguminose da granella come colture proteiche; P. Annicchiarico; L'Informatore Agrario n. 39/2003 La reintroduzione delle colture proteiche nelle filiere agrozootecniche marchigiane, S. Tavoletti, S. Mattii, M. Pasquini, M.F. Trombetta, Informatore Agrario n. 21/2004 Resa proteica di alcune varietà di pisello, fava e lupino nell' Italia settentrionale; S. Colombini, P. Annicchiarico, M. Odoardi, in Speciale colture proteiche, Informatore Agrario n. 39/2004 Rese di cultivar di specie proteiche in ambienti mediterranei, P. Annicchiaro, A. Carroni, A. Iannucci, in Speciale colture proteiche, Informatore Agrario 39/2004 Valutazione di varietà di pisello proteico e di favino in ambienti centro-merdionali; M. Monotti, F. Stagnari, D. Conti, A. Petrini, S. Cappelli, A.G. Cocchiarella, V. Raggi, E. Gargano, M. Orfei, M. Quattrucci, in Speciale colture proteiche, Informatore Agrario 39/2004 Mangimi gm e produzioni tipiche, una convivenza forzata, A. Mordenti, P. De Castro, in L'Informatore Agrario 14/2005 Favino, il mangime bio che può sostiuire la soia;. C. Piazza, H. Foutry, L. Dal Re, C. Grassi, A. Innocenti; in Agricoltura, settembre 2006 Un progetto per rilanciare le proteine vegetali Piano Efisio; in Proteine Vegetali, Supplemento a l Informatore agrario n. 36/2007 Prospettive in zootecnia per le leguminose da granella, A. Schneider, F. Pressenda, K. Crépon.; in Proteine Vegetali, Supplemento a l Informatore agrario n. 36/2007 Pisello, fava e lupino nella dieta di animali da reddito; V. Dell Orto, G. Savoini, M. Ferroni; in Proteine vegetali supplemento all Informatore Zootecnico 36/2007 196

L introduzione di proteine non gm negli allevamenti - innovazioni organizzative della filiera Le colture proteiche in Italia, Marie-Reine Bteich, Francesco Solfanelli, Raffaele Zanoli. Università politecnica delle Marche The co-existence between GMO maize agriculture and "organic" maize agriculture in Catalonia and Aragon is in practice impossible. www.alarmproject.net/alarm/news.php?pid=17 An impossible coexistence: transgenic and organic agriculture. Science Daily, July 2, 2008 www. Sciencedaily.com/release/2008/06//080630102731.htm La sfida della coesistenza tra OGM e non Ogm, di M. T. Pacchioli e M. C. Landi, in Agricoltura, 16 ottobre 2006 Biotecnologie e zootecnia; scenari, potenzialità e ambiti di scelta per le produzioni italiane di qualità. Pubblicazione Nomisma, febbraio 2004 Il Formaggio Parmigiano-Reggiano ed il controllo della denominazione di origine protetta Bonazzi G., Manghi E. Ann. Fac. Medic. Vet. di Parma (Vol. XXV, 2005) - pag. 231 - pag. 246 Salviamo il Parmigiano Reggiano dagli OGM, Greenpeace www.parmigianogm.it Problematiche ambientali e sanitarie relative all utilizzo di colture geneticamente modificate (OGM) per l alimentazione animale Il caso Parmigiano-Reggiano. Report di Greenpeace. Giugno 2007 www.greenpeace.it/parmigiano/documenti/mangimi-ogmreport.pdf Non ci sono Ogm nel Parmigiano-Reggiano. Il Consorzio risponde a Greenpeace 22/06/2007 www.parmigianoreggiano.it/comunicati_dettaglio/17703/non_ci_sono_ogm_nel_parmigiano_ REGGIANO_IL_CONSORZIO_RISPONDE_A_GREENPEACE.aspx Lo sviluppo rurale e i dilemmi della crescita: la Cooperativa Agricola Fiorenzuola, Gianluca Brunori, Raffaella Cerruti, Stefania Medeot, Adanella Rossi. Laboratorio di Studi Rurali Sismondi, 2007 Materiale sulla filiera produttiva della CAF: www.lemugellane.it/ Il disciplinare di etichettatura della CAF: www.lemugellane.it/htm_2/etichettatura.aspx Zootecnia di qualità nella Regione Marche. Dalla tracciabilità alla filiera NON OGM. Pubblicazione realizzata nell ambito del Progetto di cooperazione Interterritoriale Sviluppo di modelli economici per lo sviluppo di un sistema agricolo-zootecnico a basso impatto ambientale. 197

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI PRINCIPALI SITI WEB CONSULTATI www.usda.gov www.istat.it www.assalzoo.it www.consorzioagrarioparma.net www.progeo.net www.pretimangimi.it www.profenda.it www.parmigianoreggiano.it www.lemugellane.it (sito della CAF) www.bovinmarche.it ALCUNE RICERCHE E PROGETTI SULLE PROTEINE VEGETALI CO-EXTRA - GM and non-gm supply chains: their CO-EXistence and TRAceability; 2005-2007. Integrated project Sixth Framework Programme Priority 5 Food Quality and Safety Incremento delle produzioni di proteine vegetali per l alimentazione zootecnica progetto finanziato dal Mipaf nell ambito delle misure contro la BSE (legge 9-3-2001 n. 49), coordinato da Efisio Piano Programma di sperimentazione su pisello e favino (2001-2004). Iniziativa Arusia- Umbria, Arsia-Toscana, Assam-Marche, Ersam-Molise Programma di sperimentazione su favino (2003-2006), coordinato da CRPV e Prober, cofinanziamento regione Emilia Romagna Qualificazione delle produzioni zootecniche della regione toscana con particolare riguardo alla fase di alimentazione. Progetto triennale di ricerca (2004-2006) della Regione Toscana attuato in collaborazione con Arsia e Facolta di Agraria di Firenze e Pisa, Istituto Zooprofilattico Sperimentale Delle Regioni Lazio e Toscana, Organizzazioni Professionali Agricole, Associazioni Zootecnici, Associazioni Cerealicole. Sviluppo di modelli economici per lo sviluppo di un sistema agricolo zootecnico a basso impatto ambientale, responsabile: Prof. Stefano Tavoletti; Progetto di cooperazione 198

L introduzione di proteine non gm negli allevamenti - innovazioni organizzative della filiera Interterritoriale AZIONE 5.1.3 DEL PSL LEADER+ PICENO realizzato con la collaborazione dell Università Politecnica delle Marche GL-Pro-European extension network for the development of grain legume production in the EU, 2003-2006, QLK5-CT-2002-02418 GLIP-Grain legumes integrated project-, 2004-2008, Food-CT-2004-50622 199

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI ALLEGATI Questionario somministrato agli allevatori Informazioni generali Denominazione azienda: Località: Specie allevata: Bovini / Ovini / Suini / Avicoli / Cunicoli / Equini / altri Libro genealogico: Iscritto/ non iscritto Rimonta: interna / esterna Indirizzo produttivo: latte carne Tipo di allevamento: brado-semi-brado / stabulazione libera / stabulazione fissa Tipo di produzione: convenzionale / biologica / con disciplinare (specificare che tipo) Dimensione allevamento: numero di capi in produzione Tipo di razione: tradizionale / unifeed Iscritto a- o si avvale di-: cooperativa di produzione cooperativa di mezzi tecnici associazione di prodotto associazione italiana degli allevatori (AIA, APA) associazione categoria consulente privato agronomo/veterinario altro (specificare) Composizione della razione 1. Indichi quali alimenti sono di origine aziendale e quali di origine extra-aziendale Alimenti di origine aziendale Alimenti di origine extra-aziendale 2. Nel tempo ha cambiato alimenti che compongono la razione? SI / NO 200

L introduzione di proteine non gm negli allevamenti - innovazioni organizzative della filiera 3. Se SI quali ha sostituito e con quale altro alimento? 4. Come fa a determinare la razione per gli animali? - + In base all esperienza/ conoscenze pregresse No SI 1 2 3 4 Si avvale della consulenza di un alimentarista, APA No SI 1 2 3 4 Si avvale della consulenza dei rappresentanti dei mangimifici No SI 1 2 3 4 Si avvale della consulenza dei tecnici delle rivendite dei No mezzi tecnici SI 1 2 3 4 Altro; specificare Le riposte possono essere anche multiple indicare il livello di importanza 1 (-) a 4 5. Qual è il contenuto proteico della razione delle diverse categorie di animali allevati in azienda? (% ss) Proteine della razione 6. Per quanto riguarda la parte proteica della razione, se ricorre ad integrazione dall esterno (vedi dom.1), acquista: descrizione % sugli acquisti Alimenti/mangimi semplici Mangimi completi Mangimi complementari 7. Quali sono i canali di approvvigionamento degli alimenti/mangimi proteici acquistati dall esterno? alimenti acquistati Distanza dall azienda km Produttori agricoli Consorzi/similari Mangimifici 8. Ha mai avuto difficoltà a trovare alimenti proteici? Se sì di che tipo? 201

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI 9. Se usa mangimi proteici complementari o completi ha mai pensato di cercare alimenti proteici diversi/alternativi (ad es. semplici, locali, non GM, altro) NO/ SI Se SI, perché, che difficoltà ha avuto e che soluzioni ha trovato? 10. Di fronte a sue richieste particolari di alimenti proteici, che tipo di accoglienza e risposta ha avuto da parte dei suoi fornitori? 11. Che informazioni ha rispetto agli alimenti proteici alternativi? Favino Lupino Pisello proteico Medica disidratata 12. Ha mai usato qualcuno di questi alimenti? Se sì come/dove li reperisce? Favino Lupino Pisello proteico Medica disidratata Uso si/no Reperimento 13. Il fatto che gli alimenti a base di soia siano OGM è per lei una preoccupazione? SI/NO Se SI, per cosa 14. Sarebbe interessato concretamente, e quindi disposto a fare qualche sacrificio per esempio in termini di prezzo pagati, a cercare alimenti alternativi? GRAZIE PER LA PREZIOSA COLLABORAZIONE 202

L introduzione di proteine non gm negli allevamenti - innovazioni organizzative della filiera Questionario somministrato ai mangimifici Informazioni generali -Denominazione: -Sede amministrativa: -Distribuzione territoriale degli impianti: Nota per la compilazione del questionario: tutte le percentuali richieste si intendono come VALORI MEDI STIMATI Numero, sede e funzionalità della distribuzione territoriale degli impianti (per tipologia di approvvigionamento, di prodotto, di filiera): Dimensione quantitativa (anno di riferimento: 2007 o dato medio ultimi anni) Quantità di materie prime trattate; percentuale su totale materie prime trattate e per origine. Locale/ Quantità Nazional regional UE Extra- Materia prima % sul e e % UE % totale % % totale % a.cereali 100 b.proteiche totali 100 di cui soia (% su proteiche totali) 100 di cui girasole (% su proteiche totali) 100 di cui favino (% su proteiche totali) 100 di cui lupino (% su proteiche totali) 100 di cui pisello proteico (% su prot. tot.) di cui medica disidratata (% su prot. tot.) 100 c. Sottoprodotti (crusca ecc ) 100 Totale mangimi prodotti (a+b+c) 100% 100 Dimensione economica fatturato numero di dipendenti areale di distribuzione piccolo (< 1 milione di ) medio (1-5 ml ) grande (> 5 ml ) 203

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI Organizzazione della produzione I fornitori Tipologie Numero fornitori (*) % materia prima conferita sul totale degli approvvigionamenti (mettere una X nelle caselle delle classi % corrispondenti) 1-20% 21-40% 41-60% 61-80% 81-100% Produttori Cooperative o associazioni di prodotto Consorzi agrari Grossisti nazionali Grossisti internazionali/esteri Importatori Mercato Altro: specificare (*) specificare l ordine di grandezza: poche decine, diverse decine, poche centinaia, diverse centinaia Determinazione dei quantitativi di approvvigionamento. Quali sono i criteri di scelta degli alimenti o delle materie prime (in particolare quelle proteiche) e i parametri di preparazione delle miscele/mangimi composti? 1 2 3 4 in base agli ordini in base alla disponibilità delle materie prime in base ad analisi dei fabbisogni delle aziende/clienti di riferimento in base alla dimensione e tipologia dei potenziali clienti/target individuato in base alle formulazioni individuate dal proprio centro di ricerca/alimentarista altro; specificare N.B.: se la risposta è multipla assegnare un numero in termine di importanza: 1 al più importante e gli altri a seguire (barrare le caselle appropriate) Indicare eventuali punti critici e/o commenti: 204

L introduzione di proteine non gm negli allevamenti - innovazioni organizzative della filiera I vostri fornitori/produttori di materie prime sono in grado di recepire, nel breve periodo, le eventuali variazioni nelle vostre richieste in merito alla tipologia di mangime proteico (esempio soia al posto del favino o viceversa)? NO SÌ e in relazione agli aspetti qualitativi? (in base alla composizione chimica; es: umidità, tenore proteico, F.G. ecc.) NO SÌ Se sì, specificare: Indicare eventuali punti critici dell approvvigionamento e/o commenti: Avete ricevuto richieste da parte dei vostri clienti relative a mangimi contenenti proteine vegetali alternative? Viceversa, avete mai avuto proposte da parte dei vostri fornitori in merito a partite di proteine vegetali alternative? Se non lo fate già, avete mai pensato di proporre/creare una linea produttiva di mangimi caratterizzata dalla presenza di proteine vegetali alternative? Un commento generale sulle prospettive della diffusione delle proteine vegetali alternative (lupino, favino, pisello proteico, erba medica). 205

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI Segregazione Che tipologia di prodotto producete? (indicare con una X o, se possibile, con la % stimata) Mangimi Mangimi Mangimi semplici: Mangimi Mangimi composti semplici: siero latte, semplici: composti complementar farine e farina cereali completi i: sali minerali panelli pesce, % % e zuccheri % crusca % % Convenzionale (OGM>0,9%) Convenzionale free (GM<0,9%) Biologico (OGM<0,1%) GM Pre miscele proteiche Organizzazione delle linee produttive (barrare le caselle appropriate) Unico Unico Impiant impianto impianto, i Linee produttive per più unica linea separati linee Convenzionale (OGM>0,9%) Convenzionale GM free (GM<0,9%) Biologico (OGM<0,1%) Medicate Non medicate Filiera tracciata Altro (specificare) Altro (specificare) Altro (specificare) Impiego di proteine vegetali alternative nelle singole linee produttive 206

L introduzione di proteine non gm negli allevamenti - innovazioni organizzative della filiera Criticità delle linee produttive Criticità Contaminazione approvvigionamenti Pulizia mezzi di trasporto Pulizia silos Pulizia impianto Difficoltà reperimento materie prime Qualità materie prime Capacità stoccaggio materie prime Deperimento materie prime Altro (specificare) Altro (specificare) Altro (specificare) barrare le caselle appropriate Efficienza controllo aziendale della criticità (%) Le proteine vegetali alternative possono determinare delle specifiche criticità? NO SÌ Se sì, quali: Il costo di produzione delle premiscele proteiche convenzionali (OGM>0,9%), convenzionali GM free (GM<0,9%) e biologiche (OGM<0,1%) La composizione del costo di produzione in termini percentuali % (premiscela convenzionale) costo materie prime costo industriale di produzione costo di certificazione (per i mangimi certificati) costo di distribuzione Altri costi (specificare): COSTO TOTALE DI PRODUZIONE 100 100 differenza prezzo franco azienda % (premiscela convenzionale GM free) % (premiscela biologica) La struttura della rete commerciale Come è costituita la vostra rete commerciale? (barrare con una X le caselle appropriate) 207

AZIONI DI INNOVAZIONE E RICERCA A SUPPORTO DEL PIANO PROTEINE VEGETALI Rappresentanti/agenti di commercio ( tramite consorzi, cooperative mezzi tecnici ecc.) Tecnici rappresentati (contatto diretto con i clienti) Grossisti nazionali Grossisti esportatori Altro (specificare) Indicare eventuali punti critici e/o eventuali commenti: Nell ambito della vostra esperienza fino a che punto gli allevatori seguono le indicazioni dei mangimisti (tecnici, rappresentanti, alimentaristi )? PER NIENTE POCO ABBASTANZA MOLTO Il grado di dipendenza degli allevatori dai mangimi % sul fabbisogno della dieta bovini carne bovini latte suini ovicaprini volatili conigli energia proteina integratori Eventuali commenti: Come è organizzato il flusso delle informazioni e della comunicazione tra i diversi attori coinvolti: produttori di materie prime/raccoglitori di materie prime, produttori di mangimi/distributori, allevatori? In altre parole, per esempio, è codificata la rilevazione di esigenze particolari da parte dei clienti? Indicare i punti critici e/o eventuali commenti: GRAZIE PER LA PREZIOSA COLLABORAZIONE 208

ISBN 978-88-904312-1-0 Edito da Centro Ricerche Produzioni Animali C.R.P.A. S.p.A. Corso Garibaldi, 42-42100 Reggio Emilia Pubblicato in Italia nel giugno 2009