Fare politica? Roba da Draghi

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1 Fare politica? Roba da Draghi Lui si definisce «un liberal-socialista» né di destra né di sinistra. Ma ora le sue idee fanno discutere. Perché i tedeschi lo accusano di andare oltre il suo ruolo di Claudio Lindner e Luca Piana

2 ER TROPPO TEMPO IN Europa è mancata una leadership politica capace di affrontare i problemi. Mario Dra- F3 ghi si è dato da fare per riempire quel vuoto». L'autore di un giudizio così impegnativo è uno dei banchieri centrali più rispettati che ci siano in circolazione. Si chiama Paul Volcker, ha 87 anni ed è considerato l'uomo che, alla guida della Federal Reserve americana, riuscì a portare gli Stati Uniti fuori dal trauma della crisi petrolifera degli anni Settanta, gettando le basi per il boom vissuto nell'era di Ronald Reagan. Ha affidato il suo pensiero sul banchiere italiano alla rivista "Fortune", che ha inserito Draghi al secondo posto nella classifica dei cinquanta leader più influenti del pianeta, appena pubblicata. Più in alto, almeno per il 2015, c'è solo il numero uno del colosso Apple, Tim Cook, mentre due personalità come il presidente cinese XiJinping e Papa Francesco sono relegate in terza e in quarta posizione. Per uno che di mestiere fa il presidente della Banca centrale europea (Bce), essere definito un «leader politico» è un'arma a doppio taglio. In Germania, per esempio, il riconoscimento rischia di essere considerato una conferma del fatto che Draghi sta sbagliando tutto. Mario Draghi, Dai tempi della ricostruzione, i tede67 anni, romano, schi vedono infatti l'inflazione come il presidente della diavolo che fece crollare la Repubblica Bce dal 2011 di Weimar, favorendo l'affermazione del nazismo. E reputano la politica monetaria di Draghi, che ha abbassato il costo del denaro e iniziato a comprare titoli di Stato per oltre miliardi di curo per immettere liquidità nel sistema finanziario e aiutare l'economia a ripartire (il cosiddetto "quantitative easing"), come un cedimento ai governi dei Paesi più indebitati, che possono così scansare le riforme. Per questo sui quotidiani di ogni orientamento, dalla "Frankfurter Allgemeine Zeitung" alla "Süddeutsche Zeitung", le critiche si sprecano. La "Bild" ha parlato addirittura di Tsunami-monetario, definendo la manovra della Bce «la più grande bomba monetaria di tutti i tempi», che in Germania rischierebbe di far schizzare verso l'alto i prezzi. Ma Draghi fa davvero politica? Il sospetto che circola insidiosamente in Germania e in alcuni ambienti europei deriva dal fatto che, oggi, il presidente della banca centrale è più che mai stretto tra due fuochi. Da un lato ci sono le accuse dell'establishment tedesco, dall'altro c'è chi va in piazza a manifestare contro la Bce, com'è successo il 18 marzo a Francoforte. Dove diecimila manifestanti, nel giorno dell'inaugurazione del nuovo grattacielo dell'istituto, si sono radunati per protestare contro l'austerity, dando il via a una serie di scontri con la polizia culminati in decine di arresti. Così come risponde senza fare una piega alle critiche tedesche, argomentando senza mai ricorrere a frasi fatte, anche in questo caso Draghi non si è nascosto. Ha respinto il quadro che dipingono i movimenti, che lo giudicano un freddo tecnocrate al servizio delle banche e del capitale. E, affermando di capire perché la Bce è diventata il «punto focale di tutte le frustrazioni» generate dalla crisi, ha invitato i manifestanti a mirare più in alto. Il deficit di democrazia che i cittadini percepiscono nelle scelte dell'europa unita dipende dal fatto che «la nostra unione va rinsaldata» sia dal punto di vista economico che politico, perché non può funzionare «un sistema in cui le decisioni sulle politiche pubbliche sono assunte senza un adeguato grado di rappresentatività e la responsabilità di dar conto del proprio operato». Per superare le difficoltà e gli egoismi nazionali che rischiano di affondare l'euro, la risposta è dunque più Europa, non meno Europa. E più politica, non meno politica, un processo che deve avvenire «potenziando i canali attraverso i quali la legittimazione democratica si esplica autenticamente», a cominciare dal Parlamento europeo. SOCIALISTA E LIBERALE Il fatto che per Draghi, 67 anni, la politica sia centrale non deve stupire più di tanto. Nato a Roma, figlio di un dirigente dell'iri, orfano di entrambi i genitori fin da quando era adolescente, ha insegnato in varie università prima di diventare, nel 1991, direttore generale del Tesoro. Ha ricoperto l'incarico fino al 2001, attraverso un'epoca di trasformazioni profondissime, la svalutazione della lira, le grandi privatizzazioni, l'avvicinamento all'euro. Ha lavorato con sette ministri diversi - da Guido Carli a Giulio Tremonti, passando per Carlo Azeglio Ciampi e Vincenzo Visco - e nove differenti governi (tra la Dc di Andreotti, il centrosinistra e il centrodestra) senza che nessun osservatore potesse mai dire con certezza come la pensasse politicamente. «Si sente vicino a qualche gruppo politico?», gli ha chiesto infine il settimanale tedesco "Die Zeit", in un'intervista pubblicata il 15 gennaio, perché ai giornali italiani da quando è a Francoforte non ne ha più rilasciate. Risposta: «No. Le mie convinzioni rientrano in quelle idee che oggi verrebbero definite del socialismo liberale, quindi non proprio collocabili in raggruppamenti estremi». Per scavare nel Draghi politico, sono due gli aspetti principali da considerare. Il primo è quello della tattica, fondamentale per muoversi in un sistema come l'eurozona, dove gli interessi da conciliare sono molteplici e spesso divergenti fra loro. Il secondo è quello della direzione di fondo in cui lui >

3 stesso sostiene di muoversi, quella di un'europa che non lasci andare al suo destino nessuno dei Paesi che ne fanno parte. Perché, come ha detto all'università di Helsinki il 27 novembre scorso, «se un Paese può potenzialmente uscire dall'unione monetaria si crea un precedente ripetibile per tutti gli altri». E l'euro «è - e deve essere - irrevocabile in tutti gli Stati membri che l'hanno adottato, non solo perché è scritto nei trattati, ma perché senza irrevocabilità non può esistere una moneta realmente unica», ha spiegato, respingendo le tentazioni che spesso emergono per cacciare la Grecia o gli altri Paesi che non si mettono in regola con i conti. Per capire meglio la strategia del consenso attuata in ogni decisione importante, è interessante raccontare come Draghi sia arrivato a trovarsi solo cin- Un'immagine delle proteste anti-austerity a Francoforte, il 18 marzo scorso que indicazioni contrarie, su un totale di 25 governatori, quando la Bce ha lanciato il "quantitative easing". Supermario, come lo chiamano i fan, partiva da una situazione in cui la banca centrale tedesca - la Bundesbank - e il governo di Angela Merkel erano totalmente contrari a qualsiasi acquisto di titoli di Stato sul mercato secondario. La squadra di oppositori era peraltro anche più ampia e comprendeva gran parte dei Paesi del Nord Europa. PICCONATE ALLA BUNDESBANK Per aprire una crepa nel "muro" di Berlino, il presidente ha scelto di andare per picconate graduali, cominciando nell'aprile 2014 quando ha cercato un accordo sulla «funzione di reazione» della Bce, vale a dire ha chiarito cosa la banca avrebbe dovuto fare in determinate circostanze. Così, una volta queste si fossero verificate, per chi nutriva riserve sarebbe diventato difficile opporsi. Tra settembre e novembre ha poi trovato un accordo sull'espansione del bilancio Bce, con l'intenzione di riportarlo ai livelli del 2012, quando aveva superato per la prima volta la soglia dei mille miliardi. Infine ha affrontato la questione di come suddividere i rischi, che si è risolta soltanto a gennaio, a ridosso del meeting cruciale del giorno 22, e della legittimità dell'acquisto di titoli come strumento di politica monetaria. A quel punto, l'ultima picconata era sul "quando". E, appunto il 22 gennaio, la grande maggioranza ha detto «ora». Non si è arrivati a un voto, ma assolutamente contrari, da tradizione, sono stati i due tedeschi della Bundesbank, Jens Weidmann e Sabine Lautenschlaeger, spalleggiati dall'austriaco Ewald Nowotny («avrei aspettato un po'» ha detto alla tv, rivelando comunque una disponibilità), dall'olandese Klaas Knot, contrario ma con atteggiamento costruttivo, e L'Eurozona rischia di non creare più lavoro di Claire Jones UN LAVORATORE su dieci nell'eurozona resterà disoccupato anche dopo che gli effetti del programma di acquisto di obbligazioni della Banca centrale europea avranno raggiunto tutti gli ambiti dell'economia. Lo dicono le proiezioni della stessa Bce, evidenziando le profonde cicatrici lasciate dalla crisi finanziaria e del debito nell'area della moneta unica. Mario Draghi, il presidente della Bce, lunedì 23 marzo ha spiegato al Parlamento europeo che nell'area dell'euro «la crescita sta accelerando». «L'alleggerimento delle condizioni del credito va di pari passo con una ripresa della domanda di credito destinata agli investimenti del settore produttivo», ha detto Draghi. «In una prospettiva di lungo termine ciò darà potenzialmente una spinta alla produzione». Sorge la domanda, tuttavia, su quanto la ripresa beneficerà chi più è stato colpito da vari anni di recessione e di quasi-stagnazione. La disoccupazione nell'eurozona è ancora dell'11,2 per cento. Le ultime previsioni della Bce suggeriscono che la gravità della crisi nell'area dell'euro sia stata tale che, anche dopo la totale implementazione del programma di alleggerimento quantitativo da miliardi di euro, i tassi di disoccupazione non scenderanno sotto il 10 per cento. Negli Stati Uniti, invece, a febbraio si è registrata una percentuale di disoccupati del 5,5 per cento e si prevede che nell'anno si scenda sotto il 5 per cento. Nel Regno Unito, secondo le stime, la disoccupazione dovrebbe alleggerirsi nel corso dell'anno a meno del 5,3 per cento. «In sostanza, è estremamente deludente che i decisori politici dell'eurozona continuino a tollerare un livello di disoccupazione alto in maniera inaccettabile

4 volte diversi titoli motivo debito crescita banche fiscali proprio IungO Quante riforme possiamo iniziato struttural i livello o troppo a a finanziaria d fine PO BCE persone stesso credi W I inflazione Mdg%láa stato f1"a m sempre basato ba~ competenzeperiodo risorse n l'ao essenziali misure istituzionale secondo solo credibilità devono tempo ansa lavorodobbiamo ridurre necessarie crisi frantntentazione paese ~ti P ma condoni esecut ryo uropa Duerni e modo eu ro g uò lm nallocazlone luogo media 1~ 1 ~ i ntenzi resse nazionale area pubblico potenziiale rispetto ob iett ivo centrale contesto presa oggi fiducia produttività bassa nuove correnza ri economia nazionali a cogliere stato monetaria g1à y;1im t assi lordi euro anni economica accresce re modi altri genera riduzione pol itiche ogn i livelli meno convergenza grado pee molto i operazioni Italia prezzi monte divergenze istituzioni parte levato Oe g~ assicurare fàft riforme es e pericoloso», dice Jonathan Portes, direttore dell'istituto britannico per l'economia e la ricerca sociale. Le previsioni mensili fanno pensare che gli economisti della Bce stiano mettendo in conto uno scenario per fine il momento in cui la Bce prevede che si sarà completata la ripresa ciclica della regione in cui un 9,9 per cento della forza lavoro non avrà ancora trovato una occupazione. Per alcuni economisti le previsioni della Bce sono troppo pessimistiche, ma molti ritengono che il livello sistema sere mercato termine di disoccupazione nell'area euro rimarrà ben al di sopra di quello più basso toccato all'inizio del 2008, del 7,2 per cento. «A causa del protratto periodo di alta disoccupazione, in Europa assistiamo ora a una erosione delle capacità della forza lavoro», dice Lucrezia Reichlin, economista, professore presso la London Business School. «lo credo nella ripresa dell'eurozona, ma è una ripresa modesta. Ciò significa che non recupereremo mai una buona parte di quel che si è perduto in termini di produzione Nella nuvola a fianco la dimensione delle parole indica la frequenza con cui Draghi le ha usate nel suo discorso alla Camera del 26 marzo. Il presidente della Bce ha insistito sull'urgenza di fare riforme strutturali per aumentare il potenziale produttivo italiano dall'estone Ardo Hansson. Anche quel vertice Draghi l'aveva preparato con cura. Il 14 gennaio aveva visto in forma privata la cancelliera Merkel, come sua abitudine alla vigilia di decisioni significative, anche per non provocare sorprese negative. Le ha strappato in sostanza un "no comment" (a tutela dell'autonomia della Bce, hanno spiegato a Berlino) in cambio di una concessione sui rischi: garantisce che l'80 per cento degli acquisti di titoli vada in carico alle banche centrali nazionali, e solo il 20 alla Bce. Una rassicurazione alla Germania che non è piaciuta a molti osservatori, che vi vedono il rischio di un'eurozona in cui comunque ognuno deve cavarsela da solo. Ma anche un falso problema, nell'idea di Draghi, perché se fallisse un Paese i costi sarebbero comunque distribuiti tra tutti. Fatto sta che, alla fine, la maxi-operazione è passata a larghissima maggioranza e che, secondo una ricostruzione della Reuters, almeno due governatori importanti hanno cambiato idea tra novembre e gennaio. Tra questi il lussemburghese Yves Mersch, molto autorevole e considerato un falco filotedesco. Per inciso,weidmann resta fieramente contrario, e non esita a ripeterlo, pur ribadendo il reciproco rispetto che lui e Draghi provano fra loro. Per il numero uno della Bundesbank, il "quantitative easing" - facendo calare il costo degli interessi pagati sui titoli di Stato nei Paesi più deboli - porta al rischio che «la disciplina dei conti pubblici venga trascurata». E rafforza le «pressioni politiche a tenere i tassi d'interesse permanentemente bassi», quando un ritorno dell'inflazione dovrebbe spingere ad alzarli. La capacità tattica di raggiungere gli obiettivi che si prefigge è però solo il primo aspetto politico di Draghi. Che, nei suoi > La Bce sostiene che i governi e di occupazione». possano contribuire ad Il tasso di disoccupazione riferito all'area euro attenuare la disoccupazione complessivamente maschera, insistendo su quelle riforme inoltre, i profondi divari che che rendano i rispettivi mercati esistono tra aree ricche e aree del lavoro più flessibili e povere. I giovani hanno finora competitivi. Alcuni economisti, pagato il prezzo più alto della invece, premono affinché la crisi, con tassi di politica, inclusi i banchieri disoccupazione tra centrali, faccia di più. gli under 25 di oltre Traduzione di Guiomar il 50 per cento in Parada Spagna e in Grecia, mentre sull'intera Copyright The Financial Times forza lavoro i Limited, disoccupati sono FTNANCTAL 2015 The Financial circa un quarto TIMES del totale. Times Limited FT

5 E l'italia vince il campionato delle poltrone interventi, cerca sempre di inquadrare il suo operato in un orizzonte più ampio, quello di un'europa che non può fermarsi se non vuol fallire. E che resta necessaria per tutti, perché con la globalizzazione tutti avrebbero da perderci. IL TRADIMENTO DI CAFFÈ TROPPE POLTRONE e troppi banchieri. E alla fine, a pagare il conto, sono i clienti degli istituti di credito. Giovedì 26 marzo, nell'audizione in Parlamento a Roma, Mario Draghi è andato dritto all'obiettivo. Il presidente della Bce preme per un ulteriore consolidamento del sistema, «perché», ha spiegato, «fino a poco tempo fa l'italia aveva 750 banche con i relativi consigli di amministrazione». Come dire che banche e banchette sono un esercito, spesso gestite da organi pletorici. E allora, per recuperare efficienza, bisogna tagliare anche al vertice, nelle stanze del potere. Messaggio chiaro, quello di Draghi. I numeri gli danno ragione. Tra le banche quotate in Borsa si fatica a trovarne una con meno di 15 amministratori. Qualche esempio. Unicredit, a quanto pare, non può fare a meno di un board con 19 poltrone. Alla Popolare dell'emilia Romagna, i consiglieri sono 18, al Banco Popolare addirittura 24. Poi ci sono le banche governate con il sistema duale. All'organo di gestione si affianca il consiglio di sorveglianza e le poltrone aumentano di conseguenza. Il vertice di Intesa, per dire, è affollato da ben 28 amministratori, quattro in meno di Ubi Banca, che stipendia addirittura 23 consiglieri di sorveglianza e altri nove componenti del comitato di gestione. Tutti indispensabili, a quanto pare. Altrove le cose vanno diversamente. Sergio Marchionne governa Fiat Chrysler con altri 10 amministratori, mentre il board di un colosso come l'eni conta appena su nove componenti e l'enel si ferma a otto. Va detto che un consiglio di amministrazione ristretto non è garanzia di buona gestione. A Siena ricordano che il Monte dei Paschi travolto dai guai giudiziari aveva una dozzina di amministratori. Di certo, però, una sforbiciata agli incarichi frutterebbe risparmi milionari. Sarebbe anche un gesto simbolico di condivisione delle difficoltà nei confronti delle migliaia di impiegati bancari che hanno perso il posto durante la crisi globale. Del resto, all'estero ci sono giganti del credito come la svizzera Ubs, che si accontentano di 11 directors. La francese Bnp-Paribas è amministrata da un board di 15 componenti, mentre, in Spagna, il Banco Bilbao Vizcaya, non va oltre i 14 amministratori. In Italia, invece, molto spesso le banche maggiori derivano dall'unione di più istituti. E così i posti in consiglio vengono spartiti con il bilancino della lottizzazione tra le varie componenti azionarie che hanno promosso l'aggregazione: fondazioni, enti locali, dipendenti-soci. Una poltrona per tutti. Vittorio Malagutti Per molti critici questo aspetto è difficile da conciliare con il sostegno sempre fornito al rigore sui conti pubblici che Bruxelles e la Germania chiedono ai Paesi più deboli, a cominciare dalla Grecia. O, su un altro fronte, con la convinzione che sia stato Draghi, l'estate passata, a imporre al premier Matteo Renzi la flessibilità del lavoro arrivata con il Jobs Act. Sul Web e nei convegni fioriscono le accuse di tradimento nei confronti di Federico Caffè, il celebre economista che Draghi ama ricordare come uno dei suoi maestri più importanti, nonché relatore della sua tesi di laurea (nel 1970, con uno studio sul fatto che a quei tempi mancavano le condizioni per dar vita alla moneta unica). Antonio Lettieri, un sindacalista della Fiom che a Caffè ha dedicato diversi studi, di recente ha ricordato una provocazione dell'economista scomparso nel1987: con gli operainon sipuò fare come con le patate, se c'è un'eccedenza (ovvero disoccupazione) non basta diminuirne il prezzo per collocarcondo che sia in grado «di reagire con li tutti. «Invece oggi la flessibilità del rapidità agli shock a breve termine, lavoro è la nuova ortodossia», ha scritanche attraverso l'aggiustamento salato Lettieri, anche a Francoforte, «dove riale», perché con la moneta unica non esiste più la possibilità di svalutare la pure un orgoglioso discepolo di Caffè siede al vertice della Bce». lira. Solo in questo modo sarà possibile Su entrambi i fronti, rigore e flessibiun'unione diversa, dove le differenze lità, la difesa di Draghi è affidata a socio-economiche tra i vari Paesi non si un'idea possibile di Europa. Il senso è faranno più profonde a ogni crisi, con questo. Negli Stati Uniti, in Germania, maggiori meccanismi di solidarietà e con quel grado di flessibilità sui conti in Italia, ci sono zone povere che ricevono un flusso continuo di finanziamenti pubblici necessario per superare i moda quelle ricche. Nell'Eurozona questi menti di difficoltà. E solo così si potrà La cancelliera tedesca Angela Merkel trasferimenti non sono possibili e, duninvestire seriamente sull'istruzione, un que, serve «un approccio diverso per pallino su cui torna appena possibile. assicurare che ogni Paese stia meglio all'interno dell'unione Draghi fa davvero politica? Di certo ci tiene alla distinzioche al di fuori di essa», ha ripetuto a Helsinki, altrimenti ne dei ruoli, tra tecnici e politici, e non è un caso se non ha l'euro si spezzerà. Per arrivarci i requisiti sono due: il primo valutato nemmeno per un attimo l'ipotesi di lasciare Franè che ognuno sia in grado di «trovare e sfruttare i propri coforte per andare al Quirinale quando Giorgio Napolitano vantaggi comparati, in modo da beneficiare del mercato unisi è dimesso. Di fatto, però, il suo è un programma non da poco. Da leader politico, direbbe Paul Volcker. co», attraendo investimenti e generando occupazione. Il se-

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