I CORRELATI PSICOLOGICI DELLA DISOCCUPAZIONE

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1 UNIVERSITA DEGLI STUDI DI PAVIA FACOLTA DI LETTERE E FILOSOFIA CORSO DI LAUREA IN PSICOLOGIA I CORRELATI PSICOLOGICI DELLA DISOCCUPAZIONE Relatore: Chiar.mo Prof. Piergiorgio ARGENTERO Correlatore: Chiar.mo Prof. Eliano PESSA Tesi di Laurea di Chiara AIELLO Anno Accademico

2 Alla mia mamma, che mi ha insegnato a camminare da sola, stando comunque al mio fianco. Ad Andrea, che amo da sempre, perché tutto è iniziato con te, perché scommetterei su di noi infinite volte, senza aver mai paura di perdere.

3 I CORRELATI PSICOLOGICI DELLA DISOCCUPAZIONE Indice generale INTRODUZIONE...4 Capitolo 1 Il ruolo psicosociale del lavoro Evoluzione storica del concetto di lavoro L interpretazione psicosociale del lavoro L employment commitment Studi sul rapporto fra personalità e lavoro...19 Capitolo 2 Primi studi psicosociali sulla disoccupazione La disoccupazione: inquadramento storico I mille volti della disoccupazione La percezione sociale della disoccupazione Le prime ricerche empiriche sulla disoccupazione...40 Capitolo 3 Disagi e fattori modulatori della disoccupazione La disoccupazione come evento di vita I fattori colpiti dalla disoccupazione Il benessere psicofisico Le strategie di coping Il Locus of control I fattori modulatori del disagio Caratteristiche socio-anagrafiche Le risorse sociali Il ruolo dell employment commitment...78 Capitolo 4 Disoccupazione e percezione di sé Identità e calo dell autostima Autopercezione Eteropercezione...88 PARTE SECONDA La ricerca sperimentale...90 Introduzione Obiettivi generali Ipotesi Metodo Campione Strumenti Procedura Analisi dati Correlazione tra le variabili Risultati e discussione Conclusioni ABSTRACT RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI APPENDICE A APPENDICE B: APPENDICE C Appendice D...127

4 INTRODUZIONE Le proporzioni che sta assumendo il fenomeno della disoccupazione, rendono interessante un approccio di studio che vada oltre lo stretto inquadramento socio-economico, che riesca a toccare una sfera più profonda della persona, mettendo in evidenza come la condizione di senza lavoro modifichi necessariamente il benessere generale dell individuo. I mass media contribuiscono a portare l attenzione sulla tragicità della vita di persone che si trovano improvvisamente disoccupate, o che vivono in modo continuativo questa realtà. Molte volte si legge di casi drammatici, di famiglie spezzate, tutte queste storie sono caratterizzate da una sofferenza di fondo, un disagio che accomuna tutti i coinvolti in un problema che ormai ha preso le caratteristiche di una piaga sociale, e non solo in Italia. Il nostro è uno dei paesi ai primi posti di questa classifica negativa, mostrando drammatiche peculiarità, come ad esempio la netta differenza tra le realtà del nord e del sud. E per questo che la disoccupazione ed i fenomeni ad essa correlati devono essere osservati a 360 gradi, per poter apportare contributi significativi alla comprensione di uno dei problemi che maggiormente colpiscono al cuore l Italia. Dalla grande crisi degli anni 30, fino alla nuova recessione, avvenuta negli anni 80, gli studi psicologici hanno subito un declino, tuttavia recentemente hanno ripreso forza con un taglio più moderno. Infatti mentre negli anni trenta quello che maggiormente risaltava era l estrema condizione di povertà degli individui, ai quali non era quasi garantita neppure la sopravvivenza, oggi grazie all evoluzione del sistema di previdenza sociale vengono assicurati almeno gli standard minimi di vita. Si ha così la possibilità di concentrarsi sugli aspetti riguardanti il benessere psicologico del disoccupato, portando a galla tutta una serie di problematiche psicosociali correlate alla suo stato di inattività che in passato erano state trascurate.

5 Le osservazioni di Lazarsfeld a livello europeo, e di Gatti a livello nazionale, sulle prime forme disoccupazionali e sui primi fenomeni di distress psicologico fanno emergere chiaramente una realtà decisamente problematica. Da questo presupposto possono trovare spiegazione tutti quei fatti di cronaca, gravi e meno gravi, che portano costantemente l attenzione sul fenomeno. Gli studi sulla disoccupazione evidenzieranno come il disagio sia in grado di generare nell individuo una spirale di learned-helplessness, di tentativi falliti e conferme della propria inadeguatezza, di perdita delle proprie sicurezze, che generano un progressivo isolamento sociale e una sempre più evidente tensione nei rapporti familiari. E comunque necessario tenere presente che, purché il tentativo sia quello di descrivere un fenomeno il più possibile generalizzabile, non esiste un modo unico di vivere il problema disoccupazione, ma esistono tante disoccupazioni ognuna legata agli eventi di vita e alla caratteristiche di ognuno. (Depolo, Sarchielli, 1998) Per questo l obiettivo di questa ricerca sta nel tentativo di estrarre dal grandissimo numero di variabili individuali, che entrano in gioco nel vissuto del disoccupato, quelle dimensioni comuni che rendano possibile una definizione più generale del problema. La ricerca analizzerà quindi, partendo dai primi approcci teorici, per arrivare agli studi moderni, tutti quegli aspetti che riguardano il vissuto del disoccupato. E necessario dedicare il primo capitolo ai significati del lavoro ed alla valenza che esso ha nella vita di ogni individuo, poiché disoccupazione vuol dire, in prima istanza, mancanza del lavoro stesso. Inoltre i disagi psicologici che saranno analizzati nella nostra ricerca derivano proprio dall assenza di questo prezioso strumento di crescita e di confronto sociale. Si è dunque voluto chiarire, per sommi capi, che cosa rappresenti il concetto di lavoro e quali siano i suoi attributi. Particolare importanza riveste il significato di emoployment commitment, che riguarda la valenza positiva che il lavoro assume per la persona.

6 Una delle considerazioni più importanti che emerge, è che i disoccupati attribuiscono al lavoro il medesimo valore degli occupati: sembrano così venire a cadere idee preconcette per cui la disoccupazione colpirebbe persone meno motivate al lavoro. Si è voluto inoltre porre l attenzione sulla crescente importanza che vanno assumendo le caratteristiche intrinseche del lavoro, più che quelle meramente economiche (A. Ahs and R. Westerling, 2005). Nel secondo capitolo verrà fornito un inquadramento storico del fenomeno, da quando negli anni 30, dopo il crollo di Wall Street si comincia a parlare di crisi economica mondiale, fino ai giorni nostri. Da questo approccio storico si può trarre un quadro generale del problema, che tuttavia non è sufficiente se non viene letto in chiave ecologica e psicologica. E proprio l insoddisfazione per una visione così schematica e limitata alle conseguenze economiche che ha portato l attenzione nella direzione più umana della disoccupazione. Si cercherà quindi di fare una panoramica sui primi studi in ambito psicosociale, partendo da quello sul Marienthal, che fu promosso dall istituto di psicologia di Vienna, e compiuto, durante gli anni Trenta, a Marienthal, un piccolo villaggio austriaco nel quale la chiusura di una filanda aveva causato, per quasi tutti gli abitanti, la perdita del lavoro (Jahoda, Lazarsfeld e Zeisel, 1933). Nel terzo capitolo si troverà il concetto di disoccupazione affiancato a quello di "evento di vita"; ovvero la perdita del lavoro sarà descritta come un'esperienza che distrugge la normale attività di un individuo, inducendo una profonda trasformazione del suo equilibrio psichico. Si parlerà quindi, a questo proposito, delle ricerche svolte a riguardo, che valutano l'impatto della perdita o della mancanza di lavoro sul benessere biopsicosociale di individui, famiglie e comunità. Facendo riferimento alla letteratura che studia il benessere, andremo ad osservare che la disoccupazione è sempre correlata con fattori negativi che riguardano la personalità, il locus of control, la self-efficacy, e la capacità

7 utilizzare adeguate strategie di coping (Hammarström & Janlert, 2002, Holmes e Werbel, 1992; Cuoco & Campbell, 1979;) Si cercherà infine di descrivere i fattori in grado di moderare gli effetti negativi di questi vissuti, come ad esempio l'età (Kulik, Liat, 2000), la classe sociale (Creed, Peter A. 1,2; Klisch, 2005), il supporto sociale (T. Kieselbach, 2003). Nel quarto capitolo verranno discussi i problemi legati alla crisi dell identità e il calo dell autostima nel soggetto disoccupato. Il concetto principale è quello di autostima, che viene considerata come il fulcro della stima positiva che il singolo ha per se stesso. Si vedrà come proprio l autostima, in certe sue sfaccettature, risulti pesantemente attaccata sia dalla condizione di disoccupazione, sia dal contorno sociale e culturale (T. Kieselbach, 2003). Si porrà inoltre l attenzione su una teoria emersa da ricerche recenti, ovvero che sia la percezione dell'individuo del proprio stato di disoccupazione, piuttosto che la disoccupazione in quanto tale, a determinare un influenza sul livello di benessere generale. Questa spiegazione concorda con la teoria secondo la quale la valutazione personale dello stress vissuto è molto più importante dell'esistenza o meno dello stress stesso (Latack ed altri, 1995; McKee-Ryan & Kinicki, 2002). Possiamo affermare che in questa ricerca sono emerse quattro conclusioni importanti sulla correlazione tra benessere psicofisico e disoccupazione. In primo luogo, la centralità che il lavoro assume nella vita dell individuo è associata ad un benessere psicologico minore e scarsa soddisfazione generale durante la disoccupazione. Questi risultati sono confermati dalla teoria dell identità (per esempio, Ashforth, 2001). In secondo luogo, strategie di fronteggiamento adeguate nell affrontare gli eventi di vita stressanti, sono fattori che promuovono il benessere durante la disoccupazione. I risultati indicano che le auto-valutazioni positive, la possibilità di ricorrere a forme di supporto sociale e la possibilità di disporre di mezzi finanziari sono collegati con un maggior benessere (per esempio, McKee-Ryan, Kinicki,2005

8 Blakely, Collings, Atkinson, 2003; Erez e Giudice, 2001; Giudice & Bono, 2001). Inoltre gli individui disoccupati che tendono a vivere le proprie giornate con una scarsa strutturazione del tempo hanno maggiori disagi (Jackson, 1999). Il benessere psicologico infatti risulta più alto per coloro che possono disporre di una strutturazione precisa della propria giornata (per esempio, Wanberg ed altri, 1997). In quarto luogo la ricerca attiva di lavoro può essere considerata un fattore di protezione, infatti livelli elevati di benessere sono stati riscontrati fra coloro che hanno cercato di controllare direttamente la loro condizione e di agire in prima persona per risolverla (Kinicki et. al, 2000).

9 Capitolo 1 Il ruolo psicosociale del lavoro 1.1 Evoluzione storica del concetto di lavoro I diversi termini con cui è stato descritto il concetto di lavoro nelle varie lingue ricordano spesso il concetto di fatica, sforzo, sofferenza. I termini ponos, kopos, labor, lavoro così come il tedesco arbeiten, il russo robotat, il francese travailler esprimono il senso di fatica e di pesantezza che accompagnano l attività lavorativa. Nella lingua spagnola il vocabolo trabajo significava originariamente mettere al mondo, essere partoriente ma alcune fonti lo riconducono al latino tripalium, uno strumento di tortura composto di tre pali. Non sorprende pertanto che in alcune regioni dell Italia nordoccidentale e nelle isole, il verbo travagliare sia ancora oggi impiegato per descrivere un lavoro duro, faticoso, pericoloso. Nel mondo antico prevaleva una concezione negativa dell attività lavorativa, intesa prevalentemente come attività manuale e considerata ora come corrispettivo del dolore richiesto dagli Dei per concedere i beni agli uomini (Senofonte), ora come elemento che soffoca l intelligenza che deve essere applicata a fini politici e speculativi (Aristotele), ora come elemento di distrazione dalla vita contemplativa (Cicerone). Bisogna arrivare al periodo rinascimentale per assistere ad un vero e proprio cambiamento nella considerazione del lavoo, che diventa fondamento della civiltà e del progresso (L.Battista Alberti); nel lavoro l uomo trova la sua autonomia ( Matteo Palmieri). Proprio su queste basi possiamo rintracciare l inizio di nuova società fondata sul lavoro durante periodo della Riforma con l affermazione del Protestantesimo. Una delle figure più importanti di questo periodo storico, e forte nemico dell inattività, è Lutero, che definiva il lavoro come servizio divino, affiancato da Calvino che lo definiva come strumento di ascesi mondana diretto ad instaurare il divino nel mondo.

10 La cultura etica protestante pretende una disciplina rigorosa, introduce una dimensione religiosa in tutti gli ambiti di vita del credente, assegna al lavoro un valore etico e considera la realizzazione professionale come dovere e virtù. E proprio in questi precetti che il capitalismo trova così uno dei suoi fondamenti nell obbligo e nella disciplina rigorosa del lavoro. Nell ambito filosofico si può evidenziare la posizione degli illuministi, interpreti delle istanze borghesi, e che concepisce il lavoro in senso positivo, enfatizzandone i valori morali e sociali. Ad esempio per Voltaire lo sviluppo tecnologico esalta il progresso e l attività lavorativa considerata strumento privilegiato per sconfiggere i grandi mali dell umanità: la noia, il vizio, il bisogno. Facendo un discorso più generale tutto l idealismo moderno registra un esaltazione del lavoro. Per Fichte è una missione religiosa dell uomo, per Hegel è strumento della sua dignità. Lo sviluppo capitalistico e lo sfruttamento porteranno a un ripensamento del significato del lavoro. Inizia così una teoria critica della società capitalistica che continuerà con la scuola di Francoforte (T.W. Adorno, H. Marcuse, C.Fromm), che vedono la realizzazione dell uomo nel superamento dell organizzazione industriale capitalistica. Per quel che riguarda il neo-idealismo italiano il lavoro è il tratto distintivo del vivere umano, pur nell impossibilità di eliminare il suo carattere gravoso. Dice Benedetto Croce: Non c è altro modo di vincere la penosità del lavoro se non di convertirlo da esterno in interno, da imposto in spontaneo, da forzato in voluto, accettandolo e affezionandovisi come a qualcosa in cui si ritrova la profonda soddisfazione del proprio essere migliore. E quando da quel lavoro penoso si torna poi al lavoro congeniale, ci si sente sì sgravati da un peso, ma anche dal peso del rimorso, nessuna società umana può vivere senza disciplina interiore, senza entusiasmo morale che dia forza alla disciplina senza sapersi rassegnare e sacrificare.

11 1.2 L interpretazione psicosociale del lavoro Da qualche anno ormai si parla di fine della centralità del lavoro, molti hanno definito l epoca attuale post-industrialistica osservando che il ridimensionamento dell industria e l avanzamento del terziario sono andati di pari passo con la liberazione di energie umane spendibili nel tempo libero e nel consumo culturale, in funzione di una diminuzione del tempo esistenziale determinato dal lavoro. Il lavoro non ha più quella funzione totalizzante che aveva per i nostri nonni e forse per i nostri padri. Si può capire perchè determinasse tutto il loro stile, il loro prestigio, il loro ruolo sociale. Oggi copre un decimo della nostra vita, ma continua a pretendere un ruolo centrale. Nell immaginario collettivo ognuno è ciò che fa: ma non ciò che fa individualmente, o nelle tante ore passate in famiglia, con gli amici, con se stesso, ma ciò che fa nelle poche ore spese al lavoro. Una specie di "appiattimento dell uomo sulla sua attività lavorativa, come se questa fosse divenuta l unico indicatore di riconoscibilità dell uomo (Galimberti, 1998). Certo è che se l individuo viene riconosciuto solo per il lavoro che fa, quando questo viene a mancare, egli stesso non vi si riconosce, né la società lo riconosce più. (A. Ahs and R. Westerling, 2005) E necessario anche tenere conto che nel lungo periodo di espansione degli scorsi decenni, che sembrava assicurare condizioni di stabilità e benessere economico, si andava consolidando un cambiamento sottocorrente di cui è stata condotta una sistematica analisi qualitativa che coniò il termine Rivoluzione silenziosa (Inglehart, 1977). Rivoluzione che annoverava tra le sue caratteristiche uno spostamento dei valori: da un enfasi preponderante sul benessere materiale e sulla sicurezza fisica, ad una maggior enfasi sulla qualità della vita, sull autoespressione, sul bisogno di appartenenza all ambiente. Contestualmente agli studi di Inglehart si sono sviluppate altre ricerche longitudinali sui Nuovi Valori (Yanchelovich, 1974). Nel mondo del lavoro

12 si conosce sempre più l importanza dei compensi non economici, come la partecipazione alle decisioni, l aspettativa e lo sforzo per un lavoro interessante e significativo. Il lavoro è diventato onnivoro, come se tutto il resto non contasse: come se non contasse la famiglia, non contassero i rapporti politici, sociali. L identità, specialmente quella giovanile, tende a fondarsi su ambiti diversi da quello lavorativo: amicizie, famiglia, cultura. Fenomeni come la disoccupazione endemica, la sottoccupazione e la dequalificazione sono meccanismi sociali che tendono a spingere in ambiti esterni alla sfera del lavoro i fattori di identificazione sociale. Siamo forse in presenza di una pluralizzazione di significati. Poiché le persone in una società complessa possono attingere da diverse fonti per misurare la soddisfazione delle proprie aspettative il lavoro non è che una fra di esse, anche se per molti collocato ancora in una posizione gerarchicamente rilevante. Ma soprattutto, il lavoro può servire a misurare dimensioni diverse: per alcuni il reddito, per altri il prestigio, per altri la possibilità di auto-realizzarsi, per altri infine opportunità di contatti sociali o di condividere valori. (J. E. Askildsen, E. Bratberg, O. A. Nilsen, 2005) Tuttavia queste affermazioni non devono sconfinare nel riduzionismo. Per molti il lavoro conserva una sua importanza, esso è una delle dimensioni fondamentali dell identità. Tra i giovani di estrazione sociale più bassa è presente una percentuale tutt altro che irrilevante che vede nell attività lavorativa addirittura l aspetto più importante della propria vita. (Depolo, Sarchielli 1999; Eden, Aviram 1993; Fraccaroli, 1998). Vi è così la tendenza a conferire al lavoro una rilevanza maggiore mano a mano che decresce il livello di estrazione sociale dei soggetti. Tanto che si potrebbe pensare ad una distinzione ideologica di classe, dove per le classi superiori il lavoro sembra essere uno degli aspetti importanti della vita mentre per quelle inferiori esso conserva la centralità passata.

13 Molti fattori rendono ancora il lavoro uno strumento imprescindibile per l uomo: in un epoca di egualitarismo e livellamento la professione svolge ancora un ruolo di distinzione e prestigio; a fronte del crescente anonimato e isolamento del tempo libero il lavoro assieme alla famiglia e ai circoli privati è l ambiente principale in cui nel bene e nel male l uomo è portato a contatto con altri uomini. Vengono aggiunti, a queste osservazioni, altri spunti: il lavoro è la fonte principale attraverso cui la maggior parte delle persone accede all acquisizione di molti diritti di cittadinanza: le prestazioni lavorative sono sovente agganciate nelle moderne società ai diritti di sicurezza sociale, alla previdenza, alla tutela sanitaria e pensionistica. L idea che il lavoro sia solo strumentale è inconsistente: il lavoro influenza ancora la vita, ed è capace di orientare atteggiamenti e valori, comportamenti e significati, in sfere ad esso non direttamente collegate. (Romagnoli, 1984; Fraccaroli, 1998; Depolo, 1998) Infine l importanza del lavoro risalta maggiormente allorquando, come nel nostro caso, la si analizza partendo dal malessere provocato dalla sua assenza; quando cioè si studiano fenomeni come le patologie, la perdita di identità, il disorientamento temporale che rivelano quale importanza, nei limiti di certe settorializzazioni, rivesta ancora il lavoro (Wanberg, Sorenson et al.2005) Dopo esserci soffermati sul concetto di lavoro e sulla sua modernità è necessario analizzare i suoi significati. Dal punto di vista psicosociale possiamo distinguere, riguardo il modello tracciato dal sociologo americano Slocum, sei funzioni principali del lavoro salariato: 1) il lavoro rappresenta una forma di reddito: un lavoro significa avere il necessario per vivere, ma anche per poter fruire di opportunità e quindi, anche se non sempre, saper o poter scegliere e determinare il proprio destino. Vedremo poi le differenze di classe nell'atteggiamento nei confronti del lavoro. E interessante ricordare i risultati dello studio "Senza lavoro" (Depolo, 1998) che poneva questa domanda: "Se ti capitasse di avere abbastanza soldi per vivere come vuoi per tutta la vita, che cosa faresti?" Ad essa il 54,5% degli

14 interpellati ha risposto che vorrebbe lavorare lo stesso, il 32% che per ora non lavorerebbe ma in seguito forse sì, e solo il 13% non lavorerebbe proprio; 2) il lavoro struttura il tempo: come vedremo meglio in seguito uno dei problemi più grandi che un disoccupato, soprattutto di lunga durata, deve risolvere, è come affrontare la monotonia delle giornate senza lavoro. La routine lavorativa divide il tempo in segmenti, ciascuno dei quali ha uno specifico obiettivo e significato: determina l'ora in cui bisogna alzarsi, quanto si sta lontani da casa e come passerà l'intera giornata. Ma il tempo di lavoro regola anche il suo opposto, ovvero lo svago e le vacanze. E' difficile per un disoccupato dare un senso al proprio tempo libero se non ha un'occupazione (Pombeni, Guglielmi, 2000). 3) Il lavoro permette e facilita i contatti sociali: l'organizzazione del lavoro offre l'opportunità per una maggiore socializzazione dell'individuo (almeno fino a che la tecnologia non cambi radicalmente le forme del lavoro). Vedremo in seguito l'importanza del rapporto sociale per un disoccupato. Herzberg, prendendo in considerazione una quindicina di studi effettuati su un complesso di oltre lavoratori, ha verificato che la caratteristica più pregnante legata al lavoro riguardava proprio il suo aspetto sociale; 4) il lavoro forma l'identità: ritorna qui il concetto di centralità del lavoro nella vita; questa può essere considerata un affermazione troppo estrema e poco rispondente alla realtà attuale (Guichard, Huteau, 2001). 5) Il lavoro fornisce uno scopo alla vita: anche se questa può essere considerata un affermazione troppo estrema e poco rispondente alla realtà attuale (Sarchielli et al., 1999). Certo è che, in ogni caso, si stabilisce un vincolo tra l'uomo e la società; in questo senso è lecito domandarsi se la disoccupazione non porti ad una difesa del proprio ego consistente nello svalorizzare l importanza del lavoro per ridurre i connotati della frustrazione (Bartley, M; Ferrie, J Glossary, 2001). 6) Il lavoro mantiene in attività: può contribuire a rafforzare le energie fisiche e psichiche e permette di esercitare ed ampliare le doti, le caratteristiche e le attitudini individuali (Saks, Ashforth, 2000).

15 Dopo questa trattazione sulle funzioni del lavoro è necessario soffermarsi sulle aspettative che i lavoratori hanno per la propria attività. Uno degli aspetti, a questo riguardo, che emerge è il contrasto fra attributi espressivi e di realizzazione personale e quelli che, al contrario, rappresentano i valori estrinseci. In questo contesto sarebbe dunque interessante capire perché i significati espressivi stanno assumendo prevalenza rispetto a quelli economici negli ultimi anni. Un'ipotesi è che il bisogno di espressione personale nel lavoro si sovrapponga alle esigenze economiche, più che prenderne il posto. Non è corretto affermare che il reddito abbia perso significato, ma oggi esso è più sicuro: dunque se le necessità economiche non vengono più citate non è perché questo problema sia stato ormai completamente risolto. Esso resta vivo e fondamentale soprattutto in quei lavoratori ancora privi di mezzi, e ridiverrebbe tale per tutti, dal momento in cui dovesse venire meno da un giorno all'altro un certo tipo di benessere (Sarchielli, 1999). Un'altra ipotesi è che il bisogno di soddisfazione personale venga espresso con maggior frequenza perché trova sempre minor soddisfazione. Non è quindi il bisogno ad essere cresciuto ma la frustrazione. I disoccupati sembrano dedicare maggiore attenzione alla sicurezza e alla stabilità del posto di lavoro, piuttosto che al prestigio.?in secondo luogo appare ridimensionato il rilievo dato allo stipendio, considerato l'aspetto più importante dal campione nazionale di occupati. In terzo luogo le qualità "intrinseche" del lavoro sembrano mantenere una posizione preminente anche fra i disoccupati (Depolo, Sarchielli, 1997). L'essere privi di occupazione sembra quindi favorire un accentramento dell'attenzione sulle caratteristiche di stabilità e sicurezza del lavoro a scapito degli aspetti retributivi. Importante è che questa tendenza non sembra essere invece accompagnata da una parallela svalorizzazione degli obiettivi del lavoro non strettamente legati ad un ritorno economico, come ad esempio la possibilità di sviluppare interessi e capacità e la ricerca di relazioni significative.

16 Ciò che sembra peculiare nel significato attribuito al lavoro da parte del disoccupato è quindi l'esito del bilancio complessivo che il soggetto conduce fra attese di stabilità, di benefici intrinseci e risorse materiali (A. Ahs and R. Westerling, 2005). E anche necessario porre attenzione al rapporto fra classe sociale, livello di istruzione e attributi estrinseci e intrinseci. Qui la situazione è abbastanza articolata: in linea di massima si può affermare che gli aspetti remunerativi del lavoro appaiono assai più importanti per i lavoratori di origine sociale inferiore che non per i loro coetanei di classe più elevata e lo stesso vale per l'opportunità di avere buoni rapporti sia con i compagni di lavoro che con i superiori. Al contrario, l'interesse intrinseco per il tipo di lavoro svolto, l'autonomia e la possibilità di prendere decisioni sono aspetti assai più apprezzati al vertice che non alla base della scala sociale. Se possiamo quindi dire che il nuovo modello culturale, il ripetuto emergere dei valori espressivi, è senz'altro il portatore di livelli crescenti di cultura e classe sociale, nel senso che una popolazione giovanile più istruita e che proviene da ambienti familiari più colti tende a privilegiare gli aspetti espressivi del lavoro rispetto agli aspetti strumentali, è però vero che anche le classi inferiori non risultano impermeabili all'influenza del nuovo modello e che il vecchio modello in base al quale "bisogna lavorare per guadagnarsi da vivere" ha perso molto della sua capacità di motivazione al lavoro. In linea di massima, il quadro che emerge è il seguente: quanto più i soggetti privilegiano da un lato fattori tradizionalmente acquisiti come prestigio, notorietà e carriera e dall'altra il fattore sicurezza dell'impiego, tanto più il lavoro viene valorizzato. Al contrario quanto più si cerca nel lavoro un appoggio intrinseco, badando più a tutto il suo contesto, tanto più si tende a considerare l'attività professionale come una sfera importante ma non decisiva nella vita; atteggiamento questo in ascesa.

17 1.3 L employment commitment L employment commitment può essere definito come il grado di importanza attribuita al lavoro dai lavoratori stessi, oppure come coinvolgimento lavorativo. Indica anche il grado di importanza effettivamente attribuito al lavoro, inteso come "attività umana", distaccandosi da ogni riferimento ad una specifica occupazione. Attraverso l'employment commitment si cerca di valutare fino a che punto il lavoro possa contribuire alla definizione dell'identità personale, ad una più elevata stima di sé e soddisfazione personale, in senso non meramente economico. Un punto di una certa importanza è appunto stabilire se l'employment commitment sia diverso negli occupati rispetto ai disoccupati. Se i disoccupati attribuissero un importanza inferiore al lavoro, si potrebbe leggere la perdita del lavoro come "effetto", ovvero come una selezione tra quegli individui scarsamente motivato. Se invece si considerassi la disoccupazione come "causa" il livello di employment commitment potrebbe essere variabile. Chi è privo di lavoro potrebbe registrare un minore coinvolgimento lavorativo rispetto agli occupati, dovuto a meccanismi di scoraggiamento o di ristrutturazione cognitiva (Cote, Frank, 1995). Depolo e Sarchielli hanno condotto un "controllo" di queste ipotesi in forma cross-sectional. Nel loro questionario sono state introdotte domande che rilevano appunto il grado di importanza del lavoro, quanto esso rappresenti una risorsa indispensabile per la soddisfazione personale e per una positiva immagine di sé. E' stata anche rilevata un'altra dimensione che è denominata "non-financial employment commitment". Essa si differenzia dalla precedente in quanto si presta a misurare l'importanza attribuita al lavoro indipendentemente dal suo ruolo economico, tenendo in primo piano le qualità intrinseche del lavoro.

18 Dall analisi dei dati ottenuti dai due ricercatori possiamo osservare che l'importanza attribuita al lavoro dai disoccupati intervistati è pari a quella registrata fra gruppi di occupati Sembrerebbe anche che i disoccupati non svalutino in modo difensivo l importanza del lavoro. E questo il risultato più sorprendente, forse da collegare al fatto che il campione intervistato da Depolo e Sarchielli era costituito da giovani per i quali forse le aspettative sul ruolo del lavoro sono meno sensibili al ridimensionarsi. Le stesse indicazioni emergono rispetto al NFEC (non financial employment commitment), la ricerca svolta dai ricercatori Snir e Harpal (2002), su un campione di 501 Israeliani di età media 40 anni, vuole indagare sulla connessione tra non financial employment commitment ed i bias desiderabilità sociale. I soggetti intervistati telefonicamente alla domanda su cosa avrebbero fatto in seguito ad una consistente vincita alla lotteria hanno dato risposte significative. Infatti analizzando i dati raccolti è emerso che la volontà di continuare ad impegnarsi nel proprio lavoro era correlata con una condizione sociale medioalta, mentre nelle persone socialmente più svantaggiate era più consistente il desiderio di lasciare l attuale lavoro. Questo stimola un ulteriore riflessione, ovvero che per avere una stima esatta del livello di importanza del lavoro per il soggetto, devono essere prese in considerazione numerose variabili tra cui appunto la polarizzazione sociale. Come appena affermato l'employment commitment non è impermeabile a fattori come il sesso o la scolarità specialmente nella sua versione non economica. La percentuale di giovani disposti a lavorare anche senza la necessità economica varia dal 36% dei maschi con diploma di III media, al 54% delle femmine con pari scolarità, al 61% delle femmine diplomate al 67% dei maschi diplomati. Il gruppo dei meno scolarizzati mostra quindi propensione al lavoro se a questo vengono tolte le valenze economiche, rispetto ai più scolarizzati.

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