LEADER II. La costruzione di percorsi di qualità per la valorizzazione delle produzioni agroalimentari locali. Programma di Iniziativa Comunitaria

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1 Programma di Iniziativa Comunitaria LEADER II Collegamento fra azioni di sviluppo dell economia rurale Comunicazione CEE 94/c/180/12 La costruzione di percorsi di qualità per la valorizzazione delle produzioni agroalimentari locali Ministero per le Politiche Agricole Working Paper Roma, 2001 Commissione Europea

2 Programma d Iniziativa Comunitaria LEADER II Comunicazione CEE 94/C/180/12 dell'1/7/1994 La costruzione di percorsi di qualità per la valorizzazione delle produzioni agroalimentari locali WORKING PAPER ROMA, DICEMBRE

3 INDICE Introduzione... 4 Concetti, metodi e strumenti per la valorizzazione di mercato dei prodotti agroalimentari tipici delle aree rurali: alcune considerazioni introduttive... 8 PARTE I - L EVOLUZIONE DEL CONCETTO DI QUALITÀ L evoluzione del concetto di qualità Alcune considerazioni in merito alla qualità dei prodotti agro-alimentari Audit sulla qualità Qualità del servizio PARTE II - LE POLITICHE COMUNITARIE E NAZIONALI PER LA QUALITÀ Le politiche comunitarie per la qualità La politica nazionale per la qualità Bibliografia PARTE III - I PERCORSI DI VALORIZZAZIONE PER I PRODOTTI ALIMENTARI Il sistema di qualità: la filosofia di valorizzazione dei prodotti tipici come strumento di politiche di marketing Le tre fasi di valorizzazione dei prodotti agroalimentari La mappatura delle produzioni alimentari...62 Dalla valutazione alla progettazione...66 La progettazione delle Azioni di Sviluppo...66 I marchi di qualità..67 Le iniziative in corso Le politiche di comunicazione per la valorizzazione dei prodotti tipici delle aree rurali Allegato 1 - I costi della qualità Allegato 2 Norme relative ai requisiti essenziali di qualità per la commercializzazione dei prodotti alimentari (elenco aggiornato al 1/3/2000) Bilbiografia

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5 Introduzione La valorizzazione delle produzioni tipiche costituisce una strategia efficace per il conseguimento di molteplici obiettivi sia di carattere economico (rivitalizzazione delle colture tipiche, diversificazione delle produzioni, acquisizione di nuovi sbocchi di mercato, ecc.) sia socio-culturali (recupero delle tradizioni e della cultura locale, rafforzamento dell'identità locale, ecc.). Essa si fonda su potenzialità specifiche di un territorio: know how, tradizioni e culture locali che conferiscono alle produzioni la loro immagine specifica (tipicità) e rappresenta un'operazione economica che richiede l'individuazione precisa dei potenziali sbocchi di mercato, la definizione e l'attuazione di strategie commerciali ed il rispetto di un requisito essenziale: la qualità. Il working paper riporta quanto emerso in occasione di un seminario organizzato dalla Rete Nazionale, in collaborazione con il GAL Dstra Piave, sul tema La costruzione di percorsi di qualità per la valorizzazione delle produzioni agroalimentari tipiche (1-2 giugno, Motta di Livenza). I possibili percorsi di valorizzazione dei prodotti tipici delle aree rurali La definizione di prodotti tipici. Fra coloro che si occupano delle prospettive di sviluppo del nostro sistema agroalimentare, si va diffondendo la consapevolezza della irriducibile necessità di ricercare nuovi percorsi produttivi e di mercato, in grado di valorizzare la dimensione locale (territoriale) e artigianale (piccola impresa) della produzione. Su questo tema il dibattito é ampio e diffuso ed é profondamente intrecciato con quello sullo sviluppo rurale (Risoluzione di Corck). In tutte le ipotesi di sviluppo rurale (ad esempio l esperienza dei Leader I e II) si fa riferimento ai sistemi locali di produzione agroalimentari ed emerge con forza il ruolo e l importanza di mercato delle produzioni tipiche. Il prodotto agro alimentare tipico può essere identificato da un complesso di elementi - spesso combinati insieme - riferiti alle sue caratteristiche di origine, di processo, di prodotto e - per ora genericamente - di mercato. Più in particolare: 1) le caratteristiche di origine che conferiscono al prodotto una sua tipicità sono innanzitutto la sua concentrazione in un territorio geograficamente definito. Affinché queste caratteristiche di specializzazione e concentrazione produttiva abbiano effetti di mercato (che siano riconoscibili dal consumatore finale) il territorio rurale deve essere chiaramente identificato, noto e possedere una sua reputazione (ad esempio sul piano turistico - ambientale) in grado di sostenere l immagine qualitativa del prodotto che ne origina. 2) le caratteristiche del processo produttivo tradizionale e che identificano la tipicità di un prodotto, debbono essere note e largamente diffuse fra i produttori ed avere come riferimento metodi che rispettano tradizioni produttive e curve di apprendimento anche non necessariamente codificate ma anche solo trasmesse con mezzi non formali. L innovazione di processo é generalmente molto contenuta ed é ammessa solo se trasferita e accettata da larga parte della platea dei produttori. Il processo produttivo di un prodotto tipico non deve necessariamente essere realizzato per intero (elemento assolutamente necessario per ricevere la certificazione DOP) in un area territoriale geograficamente definita. La tipicità di processo ha valore di mercato se é nota al consumatore e da lui percepita. 3) il prodotto (contenuto di materie prime e altri elementi organolettici) acquisisce requisiti di tipicità quando é chiaramente identificabile dal consumatore e rispondente ai tradizionali attributi che lo caratterizzano. Anche in questo caso la conpresenza delle altre due forme di tipicità é frequente ma non necessaria ad attribuirne l esclusività. 4) elementi riconducibili sostanzialmente alle caratteristiche di mercato: l area di vendita del prodotto, le quantità prodotte e la lunghezza della filiera produzione - distribuzione - consumo. Vi sono infatti prodotti che, pur rispettando le caratteristiche richiamate dai regolamenti comunitari sulle Dop, le Igp e le Specialità alimentari, hanno un consumo prevalentemente locale, una massa critica di prodotto insufficiente a garantirne una minima forma di distribuzione, una filiera fin troppo ridotta (il produttore coincide, talvolta in buona parte, con il consumatore). Questi prodotti, pur essendo tipici, non hanno il riconoscimento della Comunità ne occasioni di mercato che ne possano favorire lo sviluppo o, quantomeno, garantirne la sopravvivenza sul mercato locale. I produttori di questi prodotti dispongono raramente, inoltre, di apparati associativi e/o organizzativi in grado disciplinare la produzione, di sviluppare vaste azioni di comunicazione per ridurre l asimmetria informativa sulle caratteristiche qualitative del prodotto o di intraprendere azioni di lobbing sulle istituzioni per ricevere la certificazione di tipicità. Mentre i requisiti dei punti 1,2,3 sono quelli classici, oggettivi che identificano la tipicità di un prodotto e gli stessi utilizzati come criteri definitori dalle normative sui prodotti DOP e IGP e per le specialità alimentari (Regg.1081 / ) e per le produzioni biologiche, sono del tutto assenti dalle classificazioni tradizionali 4

6 quegli elementi meno oggettivi (racchiusi sostanzialmente nel quarto elemento che potremmo definire neoistituzionale ), e quindi non certificabili, che possono però determinare, da un punto di vista economico, lo sviluppo, la persistenza o la definitiva scomparsa di una produzione agroalimentare tipica. Mercati locali e delocalizzati per i prodotti tipici Se consideriamo il successo di mercato delle produzioni tipiche agroalimentari come una opportunità di sviluppo sia di determinate aree rurali che della piccola impresa che vi opera ed, in definitiva, come un possibile percorso per il rafforzamento della capacità competitiva del nostro Paese nei nuovi scenari di globalizzazione, appare opportuno chiedersi: quali siano le produzioni che rimarranno (ed é giusto che rimangano) all interno di ristretti mercati alla produzione dove si risolvono anche gran parte dei consumi e quali sono viceversa quei prodotti che, pur rispettando i requisiti di tipicità richiesti possono aspirare (con o senza riconoscimento comunitario) a raggiungere dimensioni di mercato delocalizzate cioè all esterno della ristretta area di produzione? In altre parole: quali sono i prodotti tipici su cui il sistema agro alimentare nazionale può fare affidamento per ritagliarsi uno spazio nella nuova divisione internazionale del lavoro, sviluppando componenti anche consistenti del proprio apparato produttivo agricolo e le proprie piccole e medie imprese, senza dover rinunciare alla tipicità e tradizionalità dei propri prodotti che sono elementi di forza nella competizione? La questione ci sembra tutt altro che marginale e di non facile soluzione. Per di cominciare a dipanare la ingarbugliata matassa che avvolge, allo stato attuale, le prospettive di sviluppo della produzione di prodotti tipici nelle aree rurali del nostro Paese (escludendo a priori di considerare i prodotti indifferenziati di largo consumo), proponiamo una ripartizione di larga massima delle produzioni agro alimentari italiane tenendo conto dei quattro requisiti di tipicità (origine, processo, prodotto, mercato) appena enunciati con la consapevolezza di non avere risposte a tutti gli interrogativi proposti. a) Prodotti tipici perché certificati. Fanno parte di questa categoria i prodotti comunque certificati compresi quelli che, pur avendo caratteristiche e dimensioni di mercato simili a quelli indifferenziati, sono tipici perché dichiarati tali da un Ente di Certificazione che garantisce al consumatore il rispetto di determinate caratteristiche di processo, di prodotto o di origine. Un caso classico é rappresentato dal Parmigiano Reggiano DOP esportato in tutto il mondo. Vi sono inoltre prodotti tipici certificati la cui forza di mercato è ben lontana da quelli tradizionalmente conosciuti ma che possono utilizzare la forza della certificazione comunitaria per acquisire i primi tre elementi di caratterizzazione (processo, prodotto, origine) mentre debbono sviluppare ancora strategie per acquisire il quarto elemento di successo competitivo: la forza di mercato. b) Prodotti tipici locali e con prospettive di delocalizzazione. Questa é certamente la categoria più interessante. I prodotti tipici non certificati rappresentano la zona grigia dove possono attuarsi quelle politiche che consentono la costruzione di percorsi di sviluppo, capaci di riposizionare competitivamente una larga fetta del nostro apparato produttivo agro alimentare, dominato dalle piccole impresa e presente specie nelle aree rurali del Mezzogiorno. All interno di questa vasta categoria di prodotti (per una interessante elencazione di molti di questi prodotti si vedano gli atlanti dei formaggi e salumi tipici pubblicati dall INSOR ), infatti, convivono produzioni di altissima qualità e tradizione le cui dimensioni produttive, gli attributi organolettici, le caratteristiche del territorio e delle imprese da cui originano, possono rendere inopportuna una politica di delocalizzazione di mercato ed altri prodotti le cui caratteristiche, invece, suggeriscono la ricerca di efficaci politiche agro alimentari per la loro emersione sui mercati nazionale ed, in alcuni casi, europeo. I prodotti con scarse opportunità di delocalizzazione possono comunque rafforzare la propria presenza su base locale con strategie di difesa dall aggressività dalle grandi marche di indifferenziati mentre i prodotti con buone prospettive di mercato, almeno nazionale, dovrebbero essere sostenute da adeguate politiche di valorizzazione produttiva, organizzativa e commerciale. Quali percorsi di valorizzazione di mercato per i prodotti tipici di qualità delle aree rurali? Sulla base della semplice osservazione delle numerose liste di prodotti tipici elaborate dai vari GAL dei Leader I e II e possibile immaginare che ve ne sia un buon numero per i quali sarebbe opportuno porre in essere politiche di valorizzazione (cosa che in parte viene già fatta in molte delle aree da cui tali prodotti originano) pena la definitiva scomparsa di tali produzioni. Oltre al danno economico che ne deriverebbe per l area rurale in cui tale prodotto viene realizzato, occorre anche tener conto della sicura perdita di conoscenze, tradizioni, identità territoriale e culturale, relazioni sociale connesse al prodotto tipico. 5

7 La necessità di una politica agro alimentare fortemente impegnata nella valorizzazione dei prodotti tipici tradizionali, trova le sue ragioni di fondo non solo nelle considerazioni di scenario che abbiamo sottolineato in apertura del nostro lavoro ma soprattutto nella profonda convinzione che il rilancio dei prodotti tipici, sia sui mercati locali che delocalizzati, possa rappresentare uno degli elementi strategici di valorizzazione del mondo rurale attraverso l uso di quelle sinergie fra attività economiche, relazioni sociali e risorse naturali del territorio capaci di fornire, a determinate aree e componenti del nostro sistema agro industriale, importanti opportunità di sviluppo. Le politiche di valorizzazione di prodotti tipici in aree rurali vengono, opportunamente, sempre riferite ad uno specifico territorio e ad un particolare prodotto oggetto dell intervento per le caratteristiche peculiari sia delle aree che delle produzioni. Posta questa affermazione di principio si avverte però la necessità di individuare alcune linee di ragionamento e modelli di azione molto generali, capaci comunque sia di orientare le specifiche scelte di politiche di valorizzazione dei prodotti tipici nelle realtà rurali più dinamiche. Per queste ragioni é sembrato utile suggerire due filoni di approccio, un po semplificati per le finalità espositive del lavoro, di percorsi di valorizzazione: Il primo percorso è soprattutto destinato allo sviluppo del valore aggiunto delle vendite sui mercati locali che chiameremo politica di FIDELIZZAZIONE sul mercato locale e la seconda destinata all aumento delle quantità vendute che definiamo per comodità come una politica di PROMOZIONE delle vendite in nicchie di mercato delocalizzate. Entrambe questi percorsi, che vanno considerati non in alternativa, hanno una natura operativa prevalentemente aziendale ma possono essere facilmente sostenute da gruppi di imprese e da interventi di politica agroalimentare locale per la valorizzazione delle produzioni tipiche delle aree rurali. Una politica di fidelizzazione sul mercato locale del consumatore al prodotto, é uno strumento che ha l obbiettivo di consentire un aumento del prezzo di vendita ad un livello superiore a quello dei prodotti sostitutivi di largo consumo, senza che vi sia una significativa riduzione delle quantità vendute. Un aumento del prezzo di vendita dovrebbe consentire la remunerazione dei costi sostenuti per l attuazione di tale politica. Per politica di fidelizzazione si intendono dunque, quelle azioni, poste in essere dalle imprese o da un organismo pubblico su base locale o da entrambi questi soggetti, capaci di far conoscere ed apprezzare produzioni locali sul mercato locale. Queste azioni sono prevalentemente rivolte a sostenere la distribuzione e la reputazione del prodotto nell area sia presso i residenti che presso i visitatori a condizione che, al tempo stesso, vengano posti in essere interventi destinati a garantire il miglioramento del processo produttivo per il rispetto delle norme sanitarie vigenti e la diffusione del know how sia sulle caratteristiche del prodotto che sul suo processo produttivo. Strumenti tipici per la fidelizzazione del consumatore al prodotto su base locale sono, ad esempio, le feste paesane, le fiere locali, la diffusione del prodotto presso le aziende agrituristiche, gli alberghi ed i ristoranti dell area di produzione, la vendita diretta in azienda, l organizzazione della vendita diretta da parte degli stessi produttori artigianali, le visite guidate presso le unità locali di produzione, la diffusione delle tradizioni alimentari dell area (ricettario dei prodotti e delle preparazioni tipiche) e delle caratteristiche nutrizionali dei prodotti. Una azione di fidelizzazione nell area rurale di produzione può, a condizione che si verifichino certe condizioni di cui parleremo in seguito, essere propedeutico allo sviluppo di una politica di promozione. Il percorso di valorizzazione attraverso politiche di fidelizzazione, é già parzialmente verificabile su base empirica per molte produzioni tipiche italiane ed è presente fra gli obiettivi dei Gruppi di Azione Locale di molte aree LEADER.. Alcuni di questi prodotti sono infatti introvabili all esterno delle aree di produzione, sono oggetto di tesaurizzazione e di vendita solo a clienti speciali, a prezzi normalmente elevati rispetto a prodotti sostitutivi con diverse caratteristiche di processo, prodotto e di origine. La valorizzazione del prodotto risulta particolarmente efficace in aree di forte vocazione turistica, contribuendo ad un significativo aumento dei redditi dei produttori. Questi stessi produttori risultano però, spesso privi delle capacità imprenditoriali, dell organizzazione e degli investimenti per avviare un processo di delocalizzazione delle vendite che talvolta appare impossibile per l assenza dei requisiti sanitari per la commercializzazione (ad esempio il formaggio con i vermi in vendita solo in alcune particolari aree della Sardegna). In molti altri casi, sono invece le caratteristiche organolettiche o di estrema deperibilità del prodotto che non lo rendono commercialmente valido, salvo che per le abitudini alimentari e di consumo dell area di provenienza del prodotto tipico (si pensi alle preparazioni eccessivamente piccanti di alcuni salumi). Una politica di promozione, invece, ha come obiettivo principale l aumento delle quantità prodotte e vendute reso possibile da una delocalizzazione (ampliamento geografico) del mercato; ciò potrebbe 6

8 consentire alle imprese di realizzare importanti economie di scala e per questa via sopportare i maggiori costi di produzione e delle politiche di vendita. Una politica di promozione delle vendite su mercati delocalizzati non solo è molto impegnativa sul piano finanziario ma anche complessa per gli strumenti utilizzati. L adozione di una tale politica prevede, innanzitutto, che quelle unità produttive presenti sul territorio e che non sono in grado sul terreno finanziario, tecnico ed operativo di sviluppare la promozione delle vendite in forma autonoma, abbiano la possibilità di operare scelte collettive con forme di coordinamento spontanee o organizzate sulla quantità e qualità della produzione (comunque sottoposta ai limiti delle risorse naturali, di conoscenze disponibili nell area di produzione ed ai suoi vincoli infrastrutturali). Il vantaggio competitivo del territorio / prodotto / impresa chiaramente definiti, sarebbe determinato proprio dalla tipicità di origine dei prodotti e dalle specifiche caratteristiche del processo (conoscenze accumulate) e prodotto (materie prime utilizzate). Il complesso delle attività produttive e dei servizi presenti sul territorio possono acquisire, per quanto riguarda le tecniche e le politiche di vendita, i modelli di comportamento simili a quelli di una impresa (impresa a rete, distretto, sistema locale di produzione, ecc.). Lo sviluppo di una politica di promozione, di una singola impresa o consorzio, consiste inoltre nel dotare il territorio ed il prodotto da valorizzare di una loro chiara identità, riconoscibilità, reputazione e questo secondo aspetto è assimilabile, con le ovvie distinzioni, ad una efficace politica di marketing. Fra le specifiche azioni per determinare le condizioni adatte allo sviluppo di una politica di promozione di un prodotto tipico di una area rurale chiaramente identificata, possono essere richiamate quelle connesse: alla costituzione di strutture di servizio alle imprese; alla creazione di una massa critica di prodotto in grado di soddisfare una domanda crescente; alla realizzazione di adeguate politiche di comunicazione giacché solo riducendo l asimmetria informativa sulle caratteristiche qualitative del prodotto si può competere nelle nicchie di mercato con i prodotti sostitutivi di largo consumo; ed infine, alla organizzazione e gestione di un sistema logistico (stoccaggio, trasporto, distribuzione) che consenta di raggiungere anche mercati lontani. L esistenza di un forte sistema di imprese e di un prodotto adatto alla delocalizzazione consente attivare campagne pubblicitarie rivolte a quei targhet di consumatori più curiosi ed pronti ad accettare uno stile alimentare tradizionale e le produzioni di nicchia. Anche sul terreno delle politiche di promozione emergono numerosi casi empirici nella realtà produttiva agro alimentare del nostro Paese. La politica di promozione posta in essere per molti prodotti DOP e IGP, ad esempio, ha consentito una loro delocalizzazione di mercato; ma vi sono altri prodotti tipici della zona grigia le cui caratteristiche qualitative (deperibilità, aspetti organolettici, facilità d uso, consonanza con i nuovi stili alimentari dei consumatori, ecc.) fanno ritenere possibile, ed in alcuni casi necessario, l avvio di una politica di promozione delle vendite su mercati diversi da quello di origine per partecipare in piano al processo di sviluppo del nostro sistema agro alimentare senza rinunciare alle caratteristiche di tradizionalità e tipicità dei nostri prodotti. Se si prendono in considerazione le numerose proposte di prodotti tipici da valorizzare della zona grigia presentate dai GAL, emerge immediatamente la difficoltà, sia per la sua numerosità che per la specificità ed eterogeneità dei prodotti che vi sono racchiusi, di definire alcuni criteri in grado di individuare quelli che possono essere oggetto di politiche di delocalizzazione e quelli viceversa che troverebbero convenienza a sviluppare il proprio mercato locale. Si pone dunque il problema, per un qualunque sistema produttivo posto in una area rurale, di scegliere se seguire l uno o l altro percorso di valorizzazione delle proprie produzioni tipiche (o una combinazione dei due. Per poter operare una simile scelta é innanzitutto necessario distinguere i prodotti potenzialmente delocalizzabili da quelli che possono essere, invece, solo destinati al mercato locale. Gli elementi da prendere in considerazione per esprimere valutazioni su quale sia il percorso migliore (o la combinazione dei percorsi proposti) per la valorizzazione del prodotto possono essere considerati almeno quelli proposti nel riquadro che segue. 7

9 Elementi di cui tener conto per la definizione di una percorso di valorizzazione dei prodotti tipici delle aree rurali. a) Caratteristiche organolettiche che consentono una chiara individuazione del prodotto; b) Requisiti sanitari e di processo minimi per la commercializzazione; c) Possibilità di una chiara identificazione dell area di produzione da parte del consumatore; d) Una base di massa critica di prodotto adeguata alla delocalizzazione progettata; e) Presenza turistica (o prospettive di sviluppo delle presenze turistiche) nell area di produzione; f) Diffusione di conoscenze omogenee fra i produttori di quel prodotto; g) Vocazione produttiva agricola per la materia prima di base; h) Efficaci sistemi spontanei o organizzati (ad esempio associazione dei produttori) di diffusione delle informazioni produttive e di mercato; i) Diffusa consapevolezza delle caratteristiche qualitative del prodotto e della possibilità di una sua valorizzazione commerciale; l) Infrastrutture logistiche per la commercializzazione; m) Propensione del prodotto ad entrare negli stili alimentari e abitudini di consumo; n) Possibilità di commercializzazione attraverso la distribuzione organizzata. Alcuni esempi di applicazione dei politiche per la fidelizzazione sul mercato locale e di valorizzazione su mercati delocalizzati possono essere descritte, a titolo esemplificativo, nei due percorsi di azione contenuti nel diagramma che segue. Concetti, metodi e strumenti per la valorizzazione di mercato dei prodotti agroalimentari tipici delle aree rurali: alcune considerazioni introduttive Considerando le prospettive e le sorti del sistema agroalimentare del nostro Paese, sembrano manifestarsi i sintomi dell apertura di una nuova fase caratterizzata dall inserimento dell Italia in una profonda ridefinizione della divisione internazionale del lavoro anche in campo agroalimentare. Questa ridefinizione segue sostanzialmente il ciclo del prodotto trasferendo le produzioni a basso valore aggiunto e di modesto contenuto tecnologico e di Know How organizzativo e culturale dai paesi industrializzati verso i paesi emergenti (paesi Peco, del bacino mediterraneo e del sud - est asiatico per fare alcuni esempi) che godono di vantaggi comparati sul terreno della disponibilità di risorse umane, di terra e che beneficiano di sistemi di relazioni sociali tipici delle giovani democrazie (si pensi al ruolo delle organizzazioni sindacali). Nei ricchi paesi europei, emerge e si afferma un percorso di sviluppo del sistema agroalimentare destinato ad affrontare nuove frontiere dell organizzazione della produzione e del lavoro, basate sugli aspetti qualitativi del prodotto, su ferree regole sanitarie e di certificazione e su forme di innovazione di processo e di prodotto capaci sia di rispettare che di valorizzare le tradizioni produttive. Questo processo di ulteriore differenziazione delle produzioni basato sulle caratteristiche di naturalità e tradizione, assume specie in tempi recenti sempre maggiore diffusione. In questi stessi paesi si assiste, sul fronte della domanda, ad una lenta ma progressiva modificazione del sistema di preferenze dei consumatori sempre più interessati al carattere di tradizionalità e tipicità degli alimenti. Le recenti tendenze evolutive del sistema agroalimentare nazionale ed il dibattito attualmente in corso sui temi e i problemi connessi ai processi di globalizzazione e alle modalità di riorganizzazione dei sistemi produttivi su base locale, ci forniscono alcuni spunti di riflessione per interpretare le trasformazioni in atto e tracciare alcune linee guida sui possibili percorsi di sviluppo dei prodotti tipici, specie in aree territorialmente definite come quelle interessate dai progetti LEADER. Una prima riflessione sulle trasformazioni cui stiamo assistendo può essere generata da una attenta, seppur parziale, osservazione dei segnali che l evoluzione dell offerta e della domanda di prodotti agrolimentari ci invia quasi quotidianamente. 8

10 Le principali trasformazioni della domanda a)ad una maggiore richiesta di salubrità e naturalità da parte di consumatori attenti ed evoluti che richiedono crescenti livelli di garanzie sanitarie e di certificazione; b)ad una crescente disponibilità all acquisto di prodotti time seaving ad alto contenuto di servizi incorporati nello spazio e nel tempo; c)ad una ricerca dei valori simbolici ed edonistici contenuti nell alimentazione che perde i suoi connotati semplicemente nutritivi per acquistare valenza sociale e culturale. Le principali trasformazioni della offerta a) ad una aumento della gamma di servizi offerti dal sistema agroalimentare (produzione, trasformazione, distribuzione) in termini di reperibilità, conservabilità, facilità d uso e sicurezza alimentare aggiunti al prodotto; b) ad una continua ricerca di miglioramento dell efficienza aziendale sul terreno dell organizzazione della produzione e della logistica nonché del sistema commerciale caratterizzato da una particolare attenzione al consumatore e alle sue esigenze; c) al riposizionamento competitivo di alcune produzioni (in particolare nei comparti dei prodotti tipici) non solo grazie ai risultati del miglioramento della efficienza aziendale, non sempre ottenuti sul terreno della organizzazione della produzione all interno dell impresa quanto nel territorio e, soprattutto, nei rapporti con il mercato (differenziazione, identificazione e fidelizzazione del consumatore al prodotto). La Politica Agraria Comune, specie negli anni 90, sembra accompagnare, anche se con molte incertezze e ritardi, come dimostrano i risultati scarsamente innovativi dell accordo di Berlino, il processo di riposizionamento competitivo dell Europa (e quindi dell Italia) nella divisione internazionale del lavoro dettando, ad esempio, nuove regole di certificazione, normalizzando gli standard dei prodotti, accentuando i controlli sulle garanzie sanitarie di base per la commercializzazione, identificando produzioni con caratteristiche di origine, processo e prodotto particolari (Reg / 92 che istituiscono il regime dei DOP, IGP e delle specialità alimentari). Qualche osservatore interpreta alcuni degli aspetti innovativi della Politica Agricola Comune (ed esempio la Certificazione di Qualità ed i Regg e 2082 /92) come possibili dispositivi in grado di instaurare nuove forme di protezionismo per rispondere ad un processo di globalizzazione che appare, allo stato dei fatti, inarrestabile e non certo favorevole - almeno nel breve periodo - alle potenzialità competitive dell Unione Europea in campo agro alimentare. E opinione diffusa, invece, che tale competitività, riferita in particolare alle prospettive del sistema agroalimentare italiano, sia almeno in parte riconducibile allo sviluppo dei comparti dei prodotti tipici. A questo proposito valgono alcune considerazioni generali con riferimento agli scenari appena evocati: a) Le politiche di promozione e valorizzazione possono costituire uno strumento che, affiancato a quelli attualmente utilizzati dai governi sul fronte dei prezzi e del controllo della quantità prodotta, può efficacemente governare la transizione verso "una nuova agricoltura". Tali azioni di politica agroalimentare da attuare sul piano interno (nazionale e comunitario) appaiono piuttosto un percorso obbligato tracciato chiaramente dalle "misure ammesse" dalla Scatola Verde dall'accordo GATT e quindi non soggette a restrizioni. Appare evidente inoltre che, in un futuro non lontano, le azioni dei governi si concentreranno proprio su queste "misure ammesse" ed un ulteriore ritardo dell'italia nella loro piena adozione potrebbe aumentare il divario di competitività del nostro sistema agroalimentare con quelli degli altri paesi nostri concorrenti. b) Secondo l approccio tradizionale, infine, l accentuata competizione nel campo dei prodotti per i quali soffriamo i "vantaggi comparati" dei paesi dotati di grandi risorse naturali e di basso costo del lavoro (ad esempio nella produzione di cereali, semi oleosi, carne, latte, ecc.) può essere in parte compensata dall adozione di politiche che sappiano esaltare gli elementi di forza di mercato nei settori in cui, invece, godiamo di vantaggi competitivi, come ad esempio nel comparto dei prodotti tipici. 9

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