IL DISPIEGARSI DI UN ESPERIENZA ETICA: IL MIO STARE CON PAZIENTI PSICHIATRICI

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1 Institute of Constructivist Psychology Scuola di Psicoterapia Costruttivista IL DISPIEGARSI DI UN ESPERIENZA ETICA: IL MIO STARE CON PAZIENTI PSICHIATRICI Valentina Moroni corso: c7 a. a. : Questo lavoro dà voce alle riflessioni maturate in seguito al mio ingresso in differenti contesti lavorativi aventi un comune denominatore: l occuparsi di pazienti psichiatrici. Riflessioni che ruotano principalmente attorno alle modalità, più o meno riuscite, di declinare la mia presenza e il mio stare con in termini etici.

2 Follia, mia grande giovane nemica, un tempo ti portavo come un velo sopra i miei occhi e mi scoprivo appena. Mi vide in lontananza il tuo bersaglio e hai pensato che fossi la tua musa; quando mi venne quel calar di denti che ancora mi addolora tra le spoglie, comprasti quella mela del futuro per darmi il frutto della tua fragranza. ALDA MERINI, da Ballate non pagate (1995) 2

3 INTRODUZIONE Questo elaborato rappresenta per me un incentivo e un invito a mettere nero su bianco una lunga serie di riflessioni in cui mi sono imbattuta, una volta accettato l incarico lavorativo propostomi quattro mesi fa. È infatti dall inizio di giugno (2012, ndr) che lavoro come dipendente di una cooperativa all interno di quell area definita salute mentale. Senza voler, qui, approfondire il senso e gli impliciti che questa espressione racchiude, in quanto significherebbe addentrarsi in disquisizioni epistemologiche lontane dal percorso che vorrei intraprendere, do per assodato che il lettore conosca l ambito, e conseguentemente chi vi opera e chi ne è utente, a cui mi sto riferendo. L offerta lavorativa che mi è stata fatta ha generato in me, da subito, entusiasmo. E non perché, o unicamente, ero in incessante ricerca di occupazione, ma per la novità che rappresentava nella mia giovane carriera. Nel lungo percorso formativo a cui siamo chiamati per acquisire il titolo, e si presume le competenze, di psicologi, non mi ero mai imbattuta, o meglio, non avevo mai scelto come sede dei diversi tirocini effettuati strutture che si occupassero di pazienti psichiatrici. Tanto meno avevo ricevuto proposte di lavoro in tal senso. Messa quindi di fronte a un opportunità che costruivo come passaggio indispensabile per l approdo alla futura professione di psicoterapeuta, ho detto con convinzione sì. E questo ha comportato il mio ingresso in un mondo a me estraneo, sul quale mi ero creata un idea approssimativa attraverso esperienze narratemi da altri, e quindi filtrate da sguardi a cui sentivo di potermi affidare, ma non aderire. Mi costruivo come desiderosa di esplorare l orizzonte che si stava dischiudendo di fronte a me, con la cautela, però, di chi in punta di piedi si avventura su un terreno scivoloso. Ma, entriamo nel dettaglio: il contratto che ho firmato a inizio giugno riguardava un assunzione a tempo determinato, che sarebbe scaduta a fine agosto, come addetta all assistenza in una struttura residenziale psichiatrica gestita su turni spalmati sulle 24 ore. Il mio inserimento nell équipe esistente era funzionale alla sostituzione degli operatori che sarebbero andati in ferie nell arco del periodo estivo. Il tempo trascorso tra l accettazione dell offerta e l ingresso in struttura è stato brevissimo: il giorno dopo aver firmato, mi trovavo in co-presenza con l operatore in turno all interno dell appartamento. Ho avuto dunque poche ore per fare chiarezza su quanto stava accadendo, e in particolar modo su come mi stavo preparando all incontro. Ricordo però con precisione come fosse salda la mia intenzione di inserirmi, nonostante non mi fosse specificatamente richiesto, nel gruppo e per gruppo mi riferisco ai colleghi e agli ospiti della struttura come, in primis, Valentina, e dunque persona, ma simultaneamente come professionista in fieri, ovvero come psicologa, ed eventualmente prossima psicoterapeuta, portatrice di un paio di lenti forgiate e indossate in seguito a una puntuale, quanto viscerale, scelta di orientamento. Questa iniziale assunzione di ruolo, e personale prerogativa, ha però acquistato diverse declinazioni con il passare del tempo e, in particolar modo, in seguito a spostamenti in differenti sedi di lavoro. Perché, una volta rinnovatomi il contratto in scadenza, sono stata collocata in progressione in altre due strutture, prima una casa di riposo, poi un centro diurno, dove il differente contesto, inteso come spazio fisico popolato da personale e utenza in interazione, mi ha richiesto la costante revisione di quella che ritenevo fosse la giusta modalità di agire e relazionarmi con. Partendo quindi dalla dimensione temporale dimensione che lo stesso Kelly (1955) identifica come la sola attraverso cui rilevare il cambiamento, scelgo di narrare la mia esperienza inserendo della punteggiatura proprio laddove vi è stato un cambio di scena, con tutte le implicazioni a esso connesse. 5 GIUGNO 30 AGOSTO: STRUTTURA RESIDENZIALE In collisione Ma perché ci guardi così? Noi siamo matti mica scemi. da Si può fare (2008) Come già accennato in precedenza, l incontro con l universo psichiatrico ha coinciso con il mio inserimento in un gruppo appartamento abitato da sette uomini adulti con le più svariate diagnosi. Tra essi, cinque rientrano in quella categoria di pazienti cosiddetti ex- 3

4 istituzionalizzati, ovvero reduci dalla precedente condizione di reclusione in istituti manicomiali, e in seguito alla legge n. 180/1978 1, o Legge Basaglia, ricollocati in strutture abitative distribuite sul territorio, con differenti regimi di trattamento a seconda della loro presunta gravità. Questa precisazione dice molto rispetto all età media degli ospiti e alla loro pluriennale appartenenza a categorie diagnostiche aventi una specifica connotazione: la cronicità. Varcata la soglia dell appartamento, ho iniziato a percepire quelle che nella PCT (Personal Construct Theory) vengono definite transizioni di ansia e aggressività, presenti comunemente nel momento in cui ci si interfaccia con qualcosa di poco familiare. Rappresentando l ansia «la consapevolezza che il proprio sistema di costruzione non si applica agli eventi del momento» (Kelly, 1955, p. 498), è facilmente immaginabile come, rispetto a quegli stessi eventi, possa innescarsi un movimento aggressivo, volto a esplorarli attivamente per favorirne una maggior comprensione. Nella pratica quotidiana, questo si è tradotto nel tentativo costante di diventare parte attiva e presente di un percorso che costruivo come già avviato e consolidato, restituendomi la sensazione iniziale di dover accelerare i miei passi per poter salire su un treno in corsa. Affiancata dai colleghi nei primi tre turni svolti, dopo pochi giorni, passeggiavo anch io su quel treno. E a modo mio. Perché, a parte qualche incursione della coordinatrice, io, come ogni operatore, all interno dei diversi turni previsti (7-14, 14-21, 21-7) ero l unica figura di riferimento per gli ospiti, e dunque libera di muovermi come meglio credevo. Nello svolgimento delle attività quotidiane finalizzate a incentivare la cura e igiene personali, l ordine e pulizia degli spazi condivisi, l autonomia nella gestione delle diarie (quote giornalmente ricevute da ognuno) e degli spostamenti esterni alla struttura, mi sono trovata a possedere ampi margini in cui sperimentare il corollario della socialità. E nel tentativo di giocare un ruolo con l altro, ho raggiunto la consapevolezza di come questo fosse realizzabile solo nelle circostanze in cui consideravo ogni singolo paziente come, a pieno diritto, persona. Perché, citando Epting, «ciò che facciamo in relazione agli altri è basato sulla nostra comprensione di ciò che l altra persona è come persona» (1990, p. 44). Nell agire quotidiano, fatto di piccoli gesti condivisi all interno di un contesto percepito come casa da chi ne era ospite, in breve tempo ho sentito di attribuire lo stesso significato a quello che per me aveva inizialmente l unica accezione di luogo di lavoro. La loro casa era diventata la nostra casa, la mia casa. Mi è capitato spesso di fermarmi oltre l orario di lavoro: in parte, perché vivevo l incrociare l operatore successivo come momento di confronto irrinunciabile rispetto a quanto osservato e vissuto durante il turno assegnato. Ma, e soprattutto, perché lì sentivo di essere parte di un processo di conoscenza che, giorno dopo giorno, mi restituiva la tangibile ricchezza del convivere con persone, nella loro apparente diversità, speciali. Tanto da portarmi a costruire chi incrociavo, passeggiando per le vie del centro di Udine, come alieno, estraneo. In una sorta di rovesciamento categoriale, per cui coloro che erano considerati socialmente normali mi apparivano incomprensibili e lontani, mentre sperimentavo una comunanza inattesa e spontanea verso i cosiddetti matti. Ho iniziato a interrogarmi rispetto a cosa stava accadendo al mio sistema di costruzione. Forse questa è l ipotesi che ho formulato la continua tensione nel modulare il mio esserci per e con ogni componente del gruppo, mettendo in atto progressivi esperimenti relazionali, ha fatto sì che acquisissi un know-how sempre più affine e compatibile alle loro modalità di costruzione. Un esempio. Silvio, durante la consegna della terapia farmacologica, era solito benedire l acqua con la quale avrebbe assunto le pastiglie, alzando e abbassando ripetutamente il braccio in maniera solenne e dedita, come un celebrante nel momento dell eucaristia. Pur nella convinzione che il rituale non avrebbe avuto alcun effetto, lasciavo che Silvio potesse ritagliarsi il tempo necessario per infondere ai farmaci quel potere benefico e salvifico che costruiva come indispensabile, essendo rievocando le sue parole l unico modo per guarire dalla schizofrenia cronica diagnosticatagli. Impedendogli di esercitare la benedizione, considerandola tempo perso o intralcio alla consegna della terapia agli altri ospiti, lo avrei privato della speranza che infondeva in quel gesto. Certamente avrei faticato a comprenderne il senso, se non avessi adottato un approccio credulo, anteponendo contrariamente il mio sguardo, e l annesso sistema di valori, senza prendere in considerazione cosa con quel comportamento Silvio mi stava raccontando di sé. 1 Il testo integrale è facilmente consultabile on-line. 4

5 Ma ancora mi era poco chiaro se fosse giusto sentirmi così coinvolta, tanto da preferire la compagnia di sette uomini psicotici, piuttosto che quella di persone, da un punto di vista normativo, sane. Ho così rievocato gli sguardi colmi di disgusto, scherno, indifferenza, compatimento, che leggevo negli occhi delle persone che mi/ci osservavano quando organizzavo delle uscite, accompagnando, di volta in volta, qualche ospite al di fuori della struttura. E ho trovato risposta nelle seguenti parole di Maturana e Varela (1987, p. 204): [ ] senza amore, senza accettazione dell altro da parte di ciascuno, non c è socializzazione, e senza socializzazione non c è umanità. Qualunque cosa che distrugga o limiti l accettazione dell altro da parte di qualcuno, dalla competizione al possesso della verità, passando per la certezza ideologica, distrugge o limita colui che si dà il fenomeno sociale, e cioè l essere umano, perché distrugge il processo biologico che lo genera. [ ]. Non considerare l amore come fondamento biologico del sociale, così come non considerare le implicazioni etiche che questo comporta, sarebbe come ignorare tutto quello che la nostra storia di esseri viventi ci dice. Nella convinzione che, essere consapevoli di quanto appena scritto, può liberarci da una cecità fondamentale (1987, p. 205): quella di non renderci conto che abbiamo a disposizione solo il mondo che creiamo con gli altri, e che solamente l amore ci permette di creare un mondo in comune con gli altri. Negli occhi dell altro c è il fondamento della nostra identità Dunque ci sei? Dritto dall attimo ancora socchiuso? La rete aveva solo un buco, e tu proprio da lì? Non c è fine al mio stupore, al mio tacerlo. Ascolta come mi batte forte il tuo cuore. WISLAWA SZYMBORSKA, da Ogni caso (1972) Non solo per strada, ma anche all interno dell appartamento, mi sono accorta di quanto frequentemente gli ospiti fossero oggetto di sguardi carichi di pregiudizio, tesi a cogliere e marcare la linea, a mio parere illusoria, di separazione tra normalità/anormalità. Per primi, alcuni psichiatri, chiamati in circostanze ritenute critiche da parte dell équipe, mostravano la tendenza a non considerare il senso soggettivo dell esperienza di estremo dolore e smarrimento del paziente, ridotto superficialmente a una faccenda da sbrigare. Dico questo non perché è mia intenzione screditare o giudicare l operato di altri professionisti, ma perchè strumentale alle riflessioni che voglio sviluppare. L intolleranza e la rabbia suscitate da quegli sguardi che percepivo come incapaci di cogliere la gentilezza e la fantasia, il mistero e l originalità, che attribuisco all esperienza psicotica, parlano di me. E credo siano l esito della personale etica a cui ho fatto riferimento nell inserirmi in un contesto umano contraddistinto da una profonda sofferenza, spesso negata o non riconosciuta. Ripercorrendo ciò che ho sperimentato entrando a contatto con gli ospiti della struttura residenziale, mi è stato facile rintracciarvi quelle che Giliberto (2010) identifica come caratteristiche proprie dell etica intesa come un particolare tipo di esperienza, di natura processuale e svincolato da un approccio normativo e razionale: 1. EVIDENZA L evidenza, contrariamente a una sua definizione in termini realisti, può essere pensata come a una costruzione dell esperienza largamente condivisa. Comparando e fondendo i contributi apportati da Kelly (1955) e Varela (1992) 2 in tale direzione, si potrebbe affermare che ogni evidenza è una modalità di costruzione profondamente radicata nell esperienza e strettamente connessa alle strutture di base dell essere conoscente. Ma cos è che costituisce un evidenza in un esperienza etica? È possibile rispondere a questa domanda rifacendosi a un costrutto, la compassione, considerato a partire dal significato che 2 Francisco Varela, negando l esistenza di un dualismo tra pensiero e azione, formula il concetto di enazione, secondo cui il mondo non è qualcosa di dato, ma che emerge dal modo in cui ne prendiamo parte. Se la conoscenza emerge dall azione del conoscere, essa è soprattutto un know-how. 5

6 evoca la sua etimologia. Dal latino, cum-patior, ovvero sentire con, la compassione ci restituisce il senso incarnato della partecipazione alla sofferenza dell altro. 2. IMMEDIATEZZA L immediatezza è qui intesa nella sua accezione di esserci (essere presenti). Nell esperienza etica e qui emerge l identità esistente tra conoscenza e azione individuata da Maturana e Varela (1987) agiamo istintivamente, come se possedessimo una conoscenza incarnata, un know-how che ci guida nel costruire qualcosa come buono o cattivo. 3. INTERPERSONALITÀ Parlando di etica, non si può non considerare la dimensione relazionale in cui essa si manifesta. L etica ha a che fare con l altro, e non un altro generico: l altro nell evidenza e nell immediatezza dell esperienza. Ma come posso affermare che io sono una persona? È solo nell interazione con gli altri che ha origine il mio mondo e la costruzione di me stessa come persona. Io posso, dunque, sviluppare la mia identità come essere umano e persona solo in relazione ad altre persone. Fermiamoci qui, perché credo che parlando di Marco questo discorso possa acquistare un senso più compiuto e concreto. Marco era, o meglio è, un ospite con cui ho instaurato un profondo rapporto di intesa, stima, affetto reciproci. È stato Marco a farmi comprendere in maniera evidente e palpabile come negli occhi dell altro trovi fondamento e si sedimenti la compiutezza della nostra identità. In un pomeriggio assolato e caldo, seduti su una panchina, stavamo conversando come eravamo soliti fare, ritagliandoci dei momenti solo nostri. Marco, però, sembrava stranamente infastidito da qualcosa: era sfuggente, distratto. Avevo come la sensazione che non volesse essere lì con me in quel momento. E ho iniziato a interrogarmi, prima intimamente, poi esplicitandogli verbalmente, quella che era la mia impressione. A un tratto, tutto mi è diventato chiaro: Marco non poteva guardarmi negli occhi perché indossavo un paio di occhiali da sole. E, nell impossibilità di accedere al mio sguardo, costruendo cosa stessi provando nell interagire con lui, faticava a sentirmi. Io non ero più la Valentina a cui confidava le sue più intime paure e speranze, ma un altra persona che non sentiva più di riconoscere e in cui riconoscersi. Un esperienza potente e destabilizzante, perché nel processo c eravamo entrambi: e anch io, come lui, ho percepito che qualcosa di me era andato perso. Allo scadere di agosto, e quindi del mio contratto a tempo determinato, non avendo ancora notizie in merito, ho scelto di comunicare in anticipo a Marco l eventualità di un imminente separazione. Turbato da questa notizia, mi ha comunicato che sarebbe andato negli uffici amministrativi della cooperativa (collocati, come la struttura residenziale, all interno del comprensorio dove un tempo aveva sede il manicomio) contestando la scelta di allontanare una professionista, ai suoi occhi, necessaria al buon funzionamento della struttura. Nonostante il tentativo di dissuaderlo dal farlo, si è presentato dal mio responsabile d area, sostenendo la mia causa. E, una volta venuta a conoscenza del fatto, pur rimproverandolo per non avermi ascoltata, ho compreso il senso dell importanza che attribuiva alla mia presenza da queste sue parole: «tu mi devi restare accanto come un lupo fedele». Purtroppo questo non è stato possibile, perché il rinnovo del contratto ha coinciso con lo spostamento in un altra sede. Il 21 settembre, però, sono tornata a effettuare un turno, sapendo che sarebbe stato l ultimo. Il tempo passato con Marco in quelle ore ha rappresentato per me un momento di intensa ed emozionante condivisione. Era un giorno che attendevo con trepidazione, perché mi mancava molto quella casa: la sua atmosfera, la quotidianità, ogni singolo ospite, i colleghi. Poco prima delle 14, mentre ero intenta a scrivere le consegne sul quaderno contenente le annotazioni giornaliere, Marco è apparso sulla porta con una composizione floreale di straordinaria bellezza. Con le lacrime agli occhi, si è avvicinato e l ha appoggiata sul tavolo, sedendosi di fronte a me. Senza pensare, mi sono alzata e l ho, a mia volta commuovendomi, abbracciato. Perché ho sentito che quello era il modo con cui ringraziarlo per essere stati, l uno per l altro vicendevolmente, fonte di riconoscimento, in un susseguirsi di breakdowns (Varela, 1992) caratterizzanti un esperienza etica indimenticabile. 6

7 31 AGOSTO 23 SETTEMBRE: CASA DI RIPOSO Il fallimento del Criterio di Persona Come già anticipato, il giorno prima che mi scadesse il contratto, mi è stata fatta una proposta di rinnovo che ho costruito nei termini di o mangi questa minestra o salti dalla finestra. Perché nel caso in cui non avessi accettato, creando un gap nella prosecuzione del rapporto lavorativo, avrei dovuto aspettare, come regolato da recenti direttive in materia, due mesi perché potessi firmarne uno nuovo. Avrei, comunque, continuato a essere seguita dalla stessa coordinatrice: e questo mi faceva ben sperare rispetto a un eventuale rientro, non appena possibile, nella struttura residenziale dove avevo lavorato fino ad allora con impegno e gratificazione. Mi anticipavo dunque che fosse una collocazione temporanea, che sarebbe durata fino allo scadere del nuovo contratto (fine gennaio), con la possibilità di integrare le ore, drasticamente ridotte, con turni aggiuntivi in appartamento. Con questi presupposti mi adattavo, dunque, a essere inserita in una casa di riposo con un area riservata a pazienti psichiatrici. La cooperativa aveva da circa due anni attivato un progetto sperimentale, attraverso cui faceva confluire utenti non più idonei a vivere in un contesto residenziale, in diverse case di riposo appartenenti alla stessa holding (di cui non faccio nome). La struttura in cui ho lavorato ospitava, nell area appunto cosiddetta psichiatrica, otto donne e tre uomini. Le donne, introdotte dall inizio del progetto, avevano un età media piuttosto alta (prossima ai 70 anni, con due signore sopra gli 80) e presentavano un livello di deterioramento fisico e psichico avanzato; mentre i tre uomini, inseriti da poco più di due mesi, erano prossimi ai 60 e fisicamente integri, autosufficienti. In sintesi, mi trovavo a interagire con un utenza diversa e in un contesto diverso, verso cui per vicissitudini personali (entrambe le mie nonne hanno passato le loro ultime settimane di vita in residenze per anziani) nutrivo una lunga serie di pregiudizi e una viscerale repulsione, che ha fatto da sottofondo alla mia permanenza, incarnandosi in una voce interiore che non faceva che urlare scappa. Avevo forti difficoltà a entrare in relazione con gli/le utenti, con cui era impossibile stabilire un dialogo che andasse oltre qualche minuto di conversazione: presto le parole venivano risucchiate nei meandri del delirio, mettendomi nella posizione di non riuscire a costruire il punto di vista dell altro, perché inafferrabile. In aggiunta, risultava problematico per me condividere il turno ( /14-20) con le operatrici socio-sanitarie dipendenti della casa di riposo, perché spesso, partendo da presupposti differenti, lavoravamo seguendo direzioni inconciliabili. Presto, mi sono accorta di come quello che costruivo essere il mio potenziale umano e professionale fosse ridotto a una campo d azione meramente assistenziale, fatto di docce, bidet, sollecitazioni nel cambio di indumenti intimi e abiti, riordino dei letti e delle stanze, supporto nelle manovre di spostamento, e via dicendo. Facevo, in sostanza, da spalla alle OSS, sentendomi deprezzata rispetto alla mia formazione. Subodoravo una minaccia di colpa: come potevo accettare di continuare a svolgere mansioni così lontane dal mio essere e sentirmi psicoterapeuta in formazione? Sono uscita da questo dilemma, divenendo consapevole del fatto che le difficoltà che sperimentavo nell interazione non erano da imputare unicamente agli assistiti o al personale, ma anche a mie precise scelte e responsabilità. In una sorta di circolo vizioso, per cui messa di fronte alla fatica e complessità della relazione mi sottraevo dal cercare vie alternative che non fossero la fuga, mi sono accorta di come tendevo a strutturare le persone con cui mi trovavo a lavorare come differenti e lontane da me. In altre parole, rendendo scalare il costrutto persona, come meno persone. E quindi, al di fuori di un dominio etico, e con il fallimento del Criterio di Persona (Giliberto, 2010) 3, non vi era spazio perché potessi sperimentare un esperienza di compassione e reciproco riconoscimento. Come direbbero Bannister e Fransella (1986, p. 40), «se non riusciamo a capire le altre persone, cioè se non riusciamo a costruire la loro costruzione, allora possiamo fare delle cose a loro, ma non metterci in relazione con loro». 3 The Criterion of Person is «the awareness that we are a person only among other persons, in a relationship of reciprocal identity validation» (p. 10). 7

8 24 SETTEMBRE 31 GENNAIO: CENTRO DIURNO State of emergency, how beautiful to be. State of emergency, is where I want to be. Björk, da Joga (1997) In questo domani Dal 24 settembre lavoro in un Centro Diurno, fisicamente collocato all interno di un Centro di Salute Mentale. Questo ennesimo spostamento, a cui ho felicemente aderito visto l impasse lavorativo e umano in cui sentivo di essere cascata in casa di riposo, rappresenta una nuova sfida. Il Centro ha riaperto i battenti con il mio arrivo, dopo un mese di chiusura dovuto alla sovrapposizione delle maternità di entrambe le educatrici che ci lavoravano e forti polemiche. Mi trovo quotidianamente a interagire con persone, di volta in volta, nuove, visto che ogni paziente ha un proprio programma di frequenza, con cui strutturare attività precedentemente impostate. E sto cercando, lasciando che siano gli utenti a esprimere le loro preferenze, di revisionare ciò che è stato imposto finora, in modo che possano sperimentare il sentirsi parte di un processo da loro generato. Ci sto provando. Con il monito e la volontà di non ricadere in una situazione in cui possa perdere di vista l altro. Perché se l etica è «il modo attraverso il quale possiamo prenderci cura del nostro destino e di quello degli altri, sopportando continuamente il peso dell insicurezza della nostra esperienza» (Giliberto, 2010, p. 12), questo peso sono pronta a sostenerlo. 8

9 BIBLIOGRAFIA BANNISTER, D., FRANSELLA, F. (1986). L uomo ricercatore. Firenze: Martinelli. EPTING, F. R. (1990). Psicoterapia dei costrutti personali. Firenze: Martinelli. GILIBERTO, M. (2010). An Invitation to Elaborate Ethics Through PCP. In D. Bourne, M. Fromm (Eds.), Construing PCP: New Contexts and Perspectives: 9 th EPCA Conference Proceedings. KELLY, G. A. (1955). The Psychology of Personal Constructs. 2 voll. New York: Norton. MATURANA, H. R., VARELA, F. J. (1987). L albero della conoscenza. Milano: Garzanti. MERINI, A. (1995). Ballate non pagate (a cura di L. Alunno). Torino: Einaudi. SZYMBORSKA, W. (2008). Opere (a cura di P. Marchesani). Milano: Adelphi. VARELA, F. J. (1992). Un know-how per l etica. Roma-Bari: Editori Laterza. FILMOGRAFIA BOLDRINI PARRAVICINI, F. (produttore), & MANFREDONIA, G. (regista). (2008). Si può fare [film]. Italia: Warner Bros. DISCOGRAFIA BJÖRK (1997). Joga. On Homogenic [CD]. London, England: One Little Indian Records. 9

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