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1 UNIVERSITA DEGLI STUDI DI PADOVA DIPARTIMENTO DI SCIENZE ECONOMICHE ED AZIENDALI M.FANNO CORSO DI LAUREA IN ECONOMIA E MANAGEMENT PROVA FINALE A VOLTE RITORNANO. BACK-SHORING: TREND PASSEGGERO O INVERSIONE DI TENDENZA? RELATORE: CH.MO PROF. Alvisi Alberto LAUREANDA: Mantovani Giovanna MATRICOLA N ANNO ACCADEMICO

2 Indice Introduzione... 3 Situazione mondiale... 7 I dati macroeconomici... 7 Il data base: Uni-CLUB MoRe Back-shoring Il contesto italiano La storia del fenomeno Cause e motivazioni del back-shoring I problemi legati all offshoring I benefici apportati dal back-shoring Conclusioni Bibliografia Sitografia

3 Introduzione Negli ultimi anni stiamo assistendo alla crescita di un fenomeno che sta prendendo piede in numerosi settori, da quello dell abbigliamento e delle calzature a quello meccanico, elettronico e delle forniture, e che coinvolge tutta la filiera produttiva, dalle materie prime al prodotto finito. Spesso, infatti, si leggono all interno di riviste economiche e di rapporti ufficiali predisposti da aziende di consulenza, termini come on-shoring, re-shoring, back-shoring, in-shoring, reverse-shoring ecc., però solo da pochi anni il fenomeno ha attirato l attenzione degli accademici. All interno del testo utilizzerò il termine più usato e più rappresentativo che è il cosiddetto back-shoring. Il fenomeno analizzato consiste nel rimpatrio di parte dei processi produttivi oppure, in casi più rari, dell intera filiera. Secondo Holz (2009), la prima persona ad avere pubblicamente utilizzato il termine back-shoring fu Michael Fields, ex presidente di Oracle USA, nel corso di un intervista con il Fortune Magazine. Tuttavia la prima vera definizione del fenomeno sembra essere stata quella proposta dallo stesso Holz (2009, 156), secondo il quale il back-shoring consiste nel trasferimento geografico di un operazione funzionale e a valore aggiunto da una struttura situata all estero alla nazione d origine dell impresa. (Fratocchi, et al., 2013b). Ovviamente nel corso del tempo sono state date molte definizioni al fenomeno, ma quella che descrive meglio e in maniera più approfondita la realtà è stata proposta da Fratocchi et al. Secondo questi autori, il rimpatrio della produzione è una strategia aziendale volontaria riguardante il ri-trasferimento totale o parziale di attività ad alto valore aggiunto per incontrare sia la domanda globale che quella regionale di prodotti preesistenti o nuovi e che può appoggiarsi su modelli di governance interni (controllati) e/o esterni (outsourcing). Se inizialmente si trattava solo di casi isolati, il back-shoring è diventato una vera e propria tendenza a partire dai primi anni della crisi economica. Come si vedrà all interno del testo, i dati disponibili sono ancora piuttosto scarsi. La mancanza di dati affidabili deriva fondamentalmente da due ragioni: in primo luogo le cessioni di precedenti investimenti esteri diretti hanno subito un impennata in seguito all inizio della crisi finanziaria, quindi si tratta di un fenomeno relativamente recente; in secondo luogo queste cessioni sono spesso percepite come dei meccanismi di correzione degli errori, e le imprese preferiscono non rendere disponibili dati riguardanti queste operazioni per evitare di ammettere di aver commesso gravi errori nelle precedenti strategie. (Fratocchi, et al., 2013b). Inoltre, essendo l unità di analisi del back-shoring spesso al di sotto della dimensione di fabbrica, coinvolgendo principalmente 3

4 la dimensione prodotto se non addirittura la dimensione componente, i dati secondari pubblici sono molto difficili se non impossibili da ottenere. (Gray et al., 2013, 31). Nel mio elaborato, quindi, utilizzerò i dati presenti nel data base Uni-CLUB MoRe Back-shoring sviluppato dal gruppo di ricerca Uni-CLUB, nato dalla collaborazione tra le Università dell Aquila, di Udine, di Catania, di Bologna, di Modena e di Reggio Emilia. Sebbene le testimonianze ad oggi raggiungano le 376 unità, non sono disponibili analisi aggiornate che suddividano per periodo, settore e paese ospitante, specialmente per quanto riguarda il caso italiano. Pertanto ho ritenuto più opportuno condurre una ricerca approfondita basandomi su tabelle di dati risalenti al 2013 che riescono meglio a inquadrare le varie sfaccettature del fenomeno. Esaminando la tabella 1, si nota come questo fenomeno stia diventando di importanza sempre più rilevante. Le strutture produttive lasciate si situano soprattutto in Cina dove il numero totale raggiuge le 164 unità a partire dagli anni 80. A seguire troviamo le altre regioni asiatiche, l Europa orientale, l Europa occidentale, l America centrale e meridionale e da ultimo il Nord America con soli 4 casi fino al Inoltre, si può notare come il numero dei casi empirici sia diventato consistente a partire dal 2007, continuando a crescere negli anni successivi. La tabella riportata non include tutti i casi del 2013, poiché è stata presentata al 115th International Academy of Management and Business (IAMB) a Lisbona ad Aprile I casi di back-shoring del 2013, come si può vedere in Figura 7, sono 75. Tabella 1: Analisi del back-shoring evidenziando host country e periodo. Year China Asia (other Eastern Western Central & North than China) Europe Europe South America America Total 80s s Total Fonte: Uni-CLUB MoRe Back-shoring 4

5 Le motivazioni che spingono al cambiamento di rotta sono tante e colpiscono tutte le aree dell attività aziendale. I numerosi autori di testi accademici ne hanno individuate molte, ma, come riportato da Fratocchi et al. (2014), le ragioni principali che inducono le imprese a rimpatriare la produzione sono legate principalmente al fatto che le attività inizialmente delocalizzate stanno deludendo le aspettative o che i vantaggi stimati si stanno deteriorando con il tempo. Ovviamente la decisione di rimpatriare deve essere esaminata con molta attenzione. Possono essere stati molti gli investimenti effettuati al fine di delocalizzare la produzione e questi variano a seconda dell entry mode adottato. Quindi, imprese che si sono insediate in un territorio estero attraverso un acquisizione saranno più propense a rilocalizzare in maniera più veloce rispetto a quelle che hanno scelto di creare e costituire una filiale ex novo. Questo è dovuto al fatto che gli investimenti necessari per acquisire una struttura già operativa sono inferiori rispetto a quelli necessari per insediarsi in un nuovo territorio e creare una struttura ex novo. Non è ancora chiaro se questo fenomeno sia legato alla crisi finanziaria. Alcuni autori dicono che le due cose non sono perfettamente correlate, altri ammettono che la crisi finanziaria possa aver agito come acceleratore dei processi di back-shoring. Nel seguito analizzerò anche questo aspetto e i dati disponibili al riguardo. Si assiste, quindi, a un ritorno alle origini dovuto alla necessità di maggior controllo, qualità superiore, riduzione dei tempi di consegna ecc. Lo scopo di questo testo è di mettere in luce le cause di questo fenomeno e analizzarne i benefici individuati dalle aziende interessate. La ricerca sarà eseguita attraverso un analisi della letteratura di riferimento, lo studio di business cases riferiti a diversi settori (moda e lusso, nautica, arredamento, automotive) e di dati macroeconomici e statistici (es. UniCLUB More Back-shoring) disponibili da fonti pubbliche. Il testo si divide in due sezioni principali. Nella prima sezione vengono analizzati ed interpretati i dati macroeconomici e statistici riguardanti l argomento oggetto di studio. Questo permette di comprendere ed inquadrare il fenomeno, fornendo un background per la successiva analisi dei casi concreti. Si nota, infatti, come le dinamiche globali influenzino le decisioni aziendali in materia di back-shoring. Nella seconda sezione, in seguito ad una breve parte inerente alla storia del fenomeno, mi dedicherò all esposizione delle cause e motivazioni che hanno portato numerose aziende al rimpatrio della produzione. Saranno analizzati i 5

6 problemi legati all off-shoring, dovuti soprattutto ad un errata valutazione dei costi. All interno di questa sezione analizzerò anche cinque business cases che fanno riferimento ad aziende italiane operanti in diversi settori industriali ma accomunate da una costante ricerca di esclusività ed innovazione. Concluderò il testo riassumendo gli elementi principali analizzati, muovendo alcune critiche e fornendo alcuni punti aperti per ulteriori analisi. 6

7 Situazione mondiale I dati macroeconomici Per una corretta interpretazione del trend emergente del back-shoring, diventa indispensabile fornire un analisi di alcuni dati macroeconomici legati al fenomeno. Le imprese, infatti, nel prendere le decisioni inerenti alla loro attività aziendale, fanno riferimento al contesto a cui appartengono. Uno studio recente legato al processo di off-shoring delle aziende tedesche rileva che un azienda su sei decide di tornare in patria dopo soli quattro anni. Un altro sondaggio riguardante le imprese manifatturiere inglesi dimostra che la produzione delocalizzata tra il 2008 e il 2009 nel 14% dei casi è rientrata. Sembra, quindi, che il fenomeno del back-shoring stia diventando un vero e proprio trend, dovuto al fatto che molte imprese si stanno rendendo conto che non sempre la delocalizzazione è la scelta più azzeccata. Nel panorama mondiale notiamo, infatti, che qualcosa sta cambiando. Questo riguarda soprattutto il paese che maggiormente attirò i nostri imprenditori per i grossi vantaggi che proponeva, ovvero la Cina. I salari cinesi stanno aumentando in maniera piuttosto significativa, in particolar modo nelle aree di Shangai e Tianjin, dove si raggiunge un incremento del 15-20% annuo. La produttività dei lavoratori, però, non si adegua a questa crescita, a causa di una mancanza di investimenti in tecnologia e formazione della forza lavoro. Altri problemi, legati al rafforzamento dello yuan, ai costi logistici, alle difficoltà dovute al fuso orario, alla scarsa tutela della proprietà intellettuale e alla complessità burocratica, stanno riducendo i benefici della delocalizzazione. (Cappellini, 2011) Secondo quanto riportato dall International Labour Organisation, i salari reali asiatici sono aumentati del % annuo tra il 2000 e il 2008, mentre nelle economie avanzate sono saliti solo dello 0.5% - 0.8% annuo. Inoltre, secondo uno studio condotto dall Hay Group, i salari del senior management in paesi come Cina, Turchia e Brasile hanno raggiunto un livello pari, se non superiore, a quelli del senior management in America e in Europa. Per quanto riguarda i salari reali del settore manifatturiero, se in America sono scesi del 2.2% a partire dal 2005, in Cina sono aumentati del 10% annuo tra il 2000 e il 2005, per poi subire un impennata del 19% annuo tra il 2005 e il 2010 (Boston Consulting Group). Il governo 7

8 cinese, per di più, ha stabilito un target pari a +13% per gli incrementi annuali del salario minimo fino al (The Economist, 2013) Viene automatico pensare che un aumento nei salari sia dovuto ad un maggior potere contrattuale dei lavoratori e a condizioni meno restrittive da parte del governo cinese. Le aspirazioni dei lavoratori cinesi stanno crescendo, rendendoli meno disposti a lavorare per tante ore all interno delle fabbriche con mansioni ripetitive e alienanti. Inoltre, una nuova legge sul lavoro, introdotta nel 2008, assicura più protezione ai lavoratori, includendo il diritto ad un contratto indeterminato dopo un anno di occupazione. I lavoratori, in breve, stanno diventando sempre più consapevoli dei loro diritti e questa consapevolezza ha causato una forte ondata di scioperi con conseguenti concessioni da parte dei datori di lavoro. Come riportato in Figura 1, notiamo che la media salariale annua del settore manifatturiero cinese continua progressivamente ad aumentare, riducendo sempre di più il divario salariale tra Oriente ed Occidente. Inoltre, secondo quanto riportato in un documento del Boston Consulting Group, Sirkin et al. hanno predetto che il costo del lavoro cinese nel 2015 si aggirerà intorno al 69% del corrispondente costo americano, mentre nel 2010 questa proporzione era solamente al 31%.( Fratocchi, et al.,2013a) Figura 1: Media salariale annua del settore manifatturiero cinese Fonte: National Bureau of Statistics of China Come possiamo notare anche in Figura 2, il costo del lavoro in Cina si sta progressivamente alzando, e secondo le previsioni potrebbe diventare notevolmente superiore a quello degli altri paesi meno sviluppati, come India e Messico. 8

9 Figura 2: Indice del costo dell outsourcing Fonte: AlixPartners Se è vero che in Cina sta crescendo notevolmente il costo del lavoro, esistono però paesi in via di sviluppo, come Bangladesh e Vietnam, dove il costo della manodopera è ancora molto basso. Sebbene possa sembrare conveniente spostare la produzione in paesi che presentano salari ancora più bassi di quelli cinesi, bisogna ricordare che la crescita salariale dipende, almeno in parte, dalla produttività del lavoro, pertanto paesi caratterizzati da bassi livelli salariali potrebbero presentare livelli di produttività altrettanto bassi. Analizzando la Figura 3, infatti, si nota come la maggior parte delle nazioni ha assistito ad una crescita continuativa dei salari reali medi negli ultimi dieci anni seguita da una crescita della produttività del lavoro del 2-4% annuo. In Cina, invece, i salari sono aumentati velocemente ma in maniera più rapida rispetto all aumento della produttività. Questo è dovuto al forte aumento dell occupazione all interno del settore privato e alla migrazione dalla campagna alla città. Al contrario, in India, Sri Lanka e nelle Filippine la crescita salariale risulta minore rispetto all aumento della produttività. Vediamo come, soprattutto nelle Filippine, l aumento percentuale della produttività supera di gran lunga l aumento dei salari. Questa caratteristica dipende dal fatto che molte persone sono passate da avere un lavoro pagato in nero ad un regolare lavoro retribuito. In questo modo la manodopera nel mercato ufficiale del lavoro è aumentata, mantenendo bassa la crescita dei salari. (The Economist, 2011) 9

10 Figura 3: Salari e produttività nei mercati del lavoro asiatici. Fonte: Asian Development Bank In conclusione, non bisogna considerare esclusivamente l aumento del costo del lavoro come motivazione per un operazione di rimpatrio. Anche altri fattori stanno giocando a favore di questo trend mondiale, primo fra tutti l aumento del costo legato alla logistica. Quando si decide di delocalizzare la produzione è necessario tenere in considerazione la localizzazione del proprio mercato di vendita. Il continuo incremento del costo del carburante (si è passati dai 20 dollari al barile nel 2000 ai 100 dollari di oggi) sta comportando un aumento considerevole dei costi di trasporto per le aziende che producono all estero, ma vendono i prodotti principalmente in patria o in regioni attigue. Quindi, se da un lato si registra un risparmio in termini di costo del lavoro, dall altro il continuo aumento dei costi logistici rende meno conveniente la delocalizzazione. Inoltre, i tempi di consegna delle merci da paesi situati oltreoceano sono molto lunghi, arrivando persino a 4-5 mesi dall emissione dell ordine. Per un impresa che ricerca un livello di servizio elevato e un alto grado di flessibilità queste tempistiche potrebbero comportare un grave ostacolo al perseguimento delle proprie finalità. Si può includere all interno dei fattori che favoriscono un processo di back-shoring anche il lento, ma progressivo rafforzamento dello yuan che sta spaventando notevolmente gli imprenditori occidentali. Se si analizza la situazione italiana, i dati riguardanti la produttività del lavoro in Italia sembrano incoraggianti per le imprese del Belpaese. Da quanto riportato in Figura 4, si nota come la produttività sia incrementata notevolmente negli ultimi due anni, dando segni positivi alle imprese che stanno optando per un operazione di back-shoring. (Trading Economics) 10

11 Figura 4: Produttività italiana: da Gennaio 2010 a Gennaio 2014 Fonte: National Institute of Statistics (ISTAT) Questo aumento potrebbe essere dovuto in parte all incremento dell automazione, che assicura una maggiore rapidità nella produzione. Infatti, investire in automazione in patria piuttosto che all estero ha circa lo stesso costo, con il vantaggio però che, investendo in patria, è possibile risparmiare sui costi logistici e di coordinamento e controllo che sarebbero necessari a mantenere le strutture offshore. Bisogna ricordare anche che, come dice Luciano Fratocchi, (Fratocchi L., 2014), i posti di lavoro che si recuperano non sono uguali, né per quantità, né per professionalità, a quelli che si erano persi originariamente con la delocalizzazione. Inoltre, a causa del continuo aumento del tasso di disoccupazione italiano, i lavoratori non facenti parte di sindacati sono disposti ad accettare un salario più basso rispetto a quello che ricevevano una decina di anni fa. Come dimostra il grafico riportato in Figura 5, i salari hanno subìto una brusca caduta nel 2012 per poi riprendere a crescere piuttosto lentamente nel corso dei due anni successivi. (Trading Economics) Figura 5. Indice salariale orario nel settore manifatturiero italiano Fonte: National Institute of Statistics (ISTAT) 11

12 Purtroppo, però, il costo del lavoro per le imprese italiane continua a salire a causa dell alta pressione fiscale. L aumento non va a beneficio dei lavoratori, ma costituisce i cosiddetti costi non salariali, ovvero tasse a carico dei dipendenti e dei datori che non si traducono in aumenti nei salari. (Gamba, 2014) Figura 6. Costo del lavoro italiano Fonte: National Institute of Statistics (ISTAT) Tuttavia, nonostante il maggiore costo del lavoro, sempre più aziende italiane tendono a privilegiare una filiera corta e controllata, che permetta loro di essere sempre a conoscenza dell avanzamento dei processi produttivi, garantendo la qualità dei beni prodotti e mantenendo un livello di servizio elevato. Inoltre, la vicinanza dei processi e il go to market più breve, consentono tempi di risposta ai cambiamenti più rapidi, una flessibilità maggiore e la possibilità di sfruttare al meglio le opportunità. Il data base: Uni-CLUB MoRe Back-shoring Uni-CLUB MoRe Back-shoring è un gruppo di ricerca nato dalla collaborazione tra cinque Università italiane. L acronimo CLUB MoRe indica le iniziali delle Università di Catania, L Aquila, Udine, Bologna, Modena e Reggio Emilia. I dati raccolti provengono da varie fonti, che includono a) riviste e quotidiani internazionali b) white papers pubblicati dalle più famose multinazionali di consulenza c) motori di ricerca disponibili in rete d) studi accademici esistenti. Il data base contiene 376 testimonianze. Con riferimento ai dati raccolti fino al 2012, le operazioni effettuate erano in tutto 294, ma provenivano solamente da 254 aziende. Vi è una discrepanza tra il numero totale delle imprese e il numero effettivo di operazioni, in quanto 25 12

13 imprese (il 9.8%) hanno effettuato più di un operazione di back-shoring. Secondo quanto rivelano i dati, inoltre, gli Stati Uniti risultano essere il paese più attivo in questo fenomeno, con una quota pari al 47% dei casi analizzati. Successivamente troviamo l Italia con il 21%, seguita dalla Germania con il 10%. A livello europeo, l Italia detiene il primo posto per quanto riguarda il numero delle operazioni con una quota pari al 60% dei processi di backshoring. Questa distribuzione delle quote è coerente con il peso delle industrie manifatturiere all interno dei diversi paesi. Infatti, gli USA sono l economia manifatturiera più grande al mondo, mentre Germania e Italia sono rispettivamente la prima e la seconda manifattura più importante dell Unione Europea. Se vogliamo stilare una classifica dei Paesi interessati dal back-shoring prima fra tutte troviamo la Cina con il 59% dei casi, seguita dagli altri paesi asiatici e dall Europa dell Est, entrambi con il 12% dei casi. Com è prevedibile, mentre le testimonianze riguardanti l Asia provengono in ugual misura da imprese americane ed europee, i casi di back-shoring provenienti dall Europa orientale riguardano esclusivamente aziende dell Europa occidentale. Tabella 2: Analisi dettagliata tenendo in considerazione il paese di origine e quello ospitante (dati 2014: Manufacturing reshoring: is it an opportunity for European companies, Fratocchi L.) Home country Host Country Europe North A. Asia Total I D UK F NL E N S CH FIN SLO USA CDN J SK Taiwan China Asia (other than China) Eastern Europe Western Europe Central & South America North Africa & Middle East Japan 3 3 North America Oceania 1 1 Total

14 Fonte: Uni-CLUB MoRe Back-shoring Research Group Andando ad analizzare il periodo nel quale queste operazioni sono state effettuate, notiamo che il fenomeno si è sviluppato notevolmente negli ultimi sei anni: precisamente, circa il 57% delle operazioni sono collocate negli ultimi quattro anni, mentre, andando più nel dettaglio, si può verificare che nell 84% dei casi l operazione è stata attuata a partire dall inizio della crisi finanziaria. Figura 7: Analisi dettagliata tenendo in considerazione il periodo nel quale è avvenuto il processo di back-shoring. (Dati 2014: Manufacturing reshoring: is it an opportunity for European companies, Fratocchi L.) Fonte: Uni-CLUB MoRe Back-shoring Research Group Il contesto italiano Per approfondire maggiormente l analisi del fenomeno nel nostro Paese, occorre introdurre ulteriori informazioni. Le operazioni analizzate dal data base, aggiornate al 2014, sono in totale 79. Non vi è dubbio che siano di più quelle realmente effettuate, tuttavia, a causa del fatto che spesso questo fenomeno viene interpretato come un meccanismo di correzione degli errori, molte imprese sono restie nel comunicare le decisioni di back-shoring in quanto significherebbe ammettere di aver commesso errori di valutazione in precedenza. 14

15 A causa della mancanza di analisi dettagliate aggiornate inerenti alla situazione italiana, esaminerò i dati raccolti da Uni-CLUB MoRe Back-shoring aggiornati al Le testimonianze italiane raccolte fino ad allora erano in totale 68. Cominciando con un analisi dettagliata per settore, si può notare una predominanza di operazioni nel settore tessile e delle calzature, con un numero di casi pari a 31, dei quali quattordici provenienti dalla Cina, nove dagli altri paesi asiatici e otto dall Europa orientale. Il settore in questione è altamente vulnerabile alla concorrenza straniera, ed è per questo motivo che molte imprese italiane decisero di delocalizzare la produzione in aree dove erano presenti bassi salari e manodopera non qualificata, principalmente quindi in Asia e in Europa orientale. Occorre evidenziare, anche, che un numero significativo di operazioni di back-shoring (10 su 31), all interno del settore tessile e calzaturiero, è stato attuato precedentemente alla crisi finanziaria, come si vede in Tabella 4. Questa caratteristica sembra denotare una scarsa correlazione tra il fenomeno oggetto di studio e la crisi globale. Sembra, infatti, che la decisione di rimpatriare sia dovuta soprattutto a decisioni manageriali errate, piuttosto che a fenomeni esterni come la crisi. Tabella 3: casi italiani: analisi dettagliata evidenziando il settore e il paese ospitante. Industry China Asia ( Eastern other Western North Europe than Europe America Total China) Clothing & footwear Mechanical Home furnishing Biomedical Appliances Electric 2 2 Electronic Food & beverage 1 1 Automotive Total Fonte: Uni-CLUB MoRe Back-shoring 15

16 Tabella 4: casi italiani: analisi dettagliata evidenziando l anno e il settore. # of Industry evidences Clothing & footwear Mechanical Home furnishing Biomedical Appliances Electric Electronic Food 1 1 Automotive Total Fonte: Uni-CLUB MoRe Back-shoring La crisi finanziaria, tuttavia, potrebbe aver agito come acceleratore dei processi di backshoring, in quanto i processi di off-shoring precedenti alla crisi sembrano essere durati più a lungo rispetto ai più recenti. Per quanto riguarda l intervallo di tempo tra l iniziale decisione di off-shoring e la successiva decisione di back-shoring, sembra che il range vari tra un minimo di 1 anno e un massimo di 19 anni per quanto riguarda le imprese italiane, risultato molto differente rispetto all indagine condotta sulle imprese tedesche. In quest ultimo mercato, infatti, per ogni 6 operazioni di offshoring 4 operazioni ritornano in patria nei 4-5 anni successivi, supportando l ipotesi che questi cambiamenti di rotta siano delle correzioni di breve periodo rispetto a valutazioni errate riguardanti la decisione di delocalizzazione della produzione. Non sembra, invece, che siano reazioni di lungo periodo all emergere di nuove tendenze di sviluppo regionali.(kinkel & Maloca, 2009) Riprendendo il caso italiano, per tornare in patria dal territorio asiatico si impiegano da 1 a 6 anni, mentre dall Europa dell Est da 7 a 19 anni. Questo risultato potrebbe contraddire, ad onore del vero, la convinzione che i processi di back-shoring siano esclusivamente dei 16

17 meccanismi di correzione degli errori a breve termine. Sembra, infatti, che le aziende italiane decidano di tornare in patria per garantire maggiore qualità al prodotto e per controllare con maggiore attenzione i processi produttivi. Come vedremo in seguito, anche il made-in effect gioca un ruolo importante nella scelta di rimpatrio. La storia del fenomeno Gli anni novanta sono stati caratterizzati da una forte integrazione economica e dalla liberalizzazione del commercio. Ne sono la prova due trattati, il Trattato di Maastricht del 1992 e il North American Free Trade Agreement (NAFTA) del 1994, e la costituzione del World Trade Organization (WTO), avvenuta nel Questi hanno permesso una maggiore integrazione dei mercati facilitando il commercio tra i diversi stati. L integrazione e la liberalizzazione del commercio sono stati facilitati dai miglioramenti nella memoria, nella velocità di clock dei computer e nella maggiore lunghezza di banda permessa dalla tecnologia di fibra ottica. (Leibl, Morefield, & Pfeiffer, 2011) Data l apertura dei mercati, le imprese si sono trovate a competere in un contesto molto eterogeneo. L ottica cui si mirava non era più quella nazionale, ma quella globale. Per tenere il passo con imprese di dimensioni maggiori e che quindi sfruttavano le economie di scala, molte piccole e medie imprese italiane hanno dovuto trasferire la produzione in aree dove il costo del lavoro fosse più basso. Questo avrebbe permesso loro di risparmiare in termini di costo per unità e quindi riuscire a sopravvivere alla forte concorrenza estera. Bisogna anche tenere conto che il rigido sistema di tassazione italiano e gli incentivi proposti nei paesi di destinazione hanno giocato un ruolo favorevole per l operazione di off-shoring. Perciò la tendenza a delocalizzare la produzione da paesi con elevati costi del lavoro, come Europa occidentale e Stati Uniti, a paesi con costi del lavoro più bassi ha preso piede proprio in questo periodo. Purtroppo, però, la maggior parte delle decisioni di delocalizzazione è stata presa senza avere una corretta visione di tutti i costi e dei rispettivi benefici che queste operazioni comportavano. Trovando quindi l off-shoring più problematico di quello che si aspettavano, molte aziende hanno deciso di fare dietrofront e quindi hanno scelto di rimpatriare tutta o parte della produzione trasferita all estero. La prima testimonianza italiana del fenomeno del back-shoring risale al 2004 con il caso Belfe. L impresa, operante nel settore dell abbigliamento, dopo aver delocalizzato la produzione in Cina e in altri Paesi del Sud Est asiatico negli anni 90, nel 2004 decise di attuare un operazione cosiddetta ibrida, 17

18 ovvero che associa tratti del back-shoring a tratti del near-shoring. Quest ultimo consiste nel trasferimento totale o parziale della produzione non in patria, ma in una nazione confinante oppure fisicamente più vicina rispetto alla precedente. Belfe, infatti, decise di servirsi di fornitori italiani, greci e rumeni. Occorre attendere, però, ancora alcuni anni affinché il fenomeno diventi d importanza consistente. Solo negli ultimi tre anni, infatti, il termine backshoring o re-shoring sta diventando di uso comune, riempiendo le testate giornalistiche e impegnando numerosi accademici. Che sia solamente un fenomeno passeggero o che sia una vera e propria inversione di tendenza non possiamo ancora saperlo, ma si prevedono ancora numerosi rientri dovuti alle ragioni che presenterò nella prossima sezione del testo. 18

19 Cause e motivazioni del back-shoring La situazione mondiale, analizzata nella prima parte del testo, riguardante i dati macroeconomici e statistici, costituisce un ottimo strumento da usare nella presentazione delle cause e motivazioni del fenomeno oggetto di studio. Infatti, le problematiche legate all incremento nel costo del lavoro cinese, all aumento dei costi logistici, alla perdita di flessibilità dovuta ai lunghi tempi di attesa hanno un importanza cruciale nelle scelte delle imprese. Queste ultime, oltre ad analizzare la situazione aziendale, studiano e s interessano a quello che succede a livello nazionale e globale. I problemi legati all offshoring Esistono molte definizioni per il termine off-shoring. Viene definito come un tipo di outsourcing che va al di là dei confini della nazione (Leibl, Morefield, & Pfeiffer, 2011). Secondo Fratocchi et al. (2013c), l off-shoring consiste nel trasferimento transfrontaliero di operazioni, precedentemente eseguite all interno della nazione di origine dell impresa, in località distanti e mira a servire sia il mercato locale sia quello globale. Per alcuni, invece, l off-shoring non viene considerato un modo per avere accesso al mercato nel quale vanno ad insediarsi gli stabilimenti produttivi. Secondo quanto riportato nel white paper sviluppato da Accenture (2011), con il termine off-shoring si intende il trasferimento dei processi produttivi all estero pur continuando a vendere i prodotti finiti nel mercato locale in patria. Sostanzialmente è l atto che separa la produzione e le operazioni inerenti alla filiera dalla domanda. Questa manovra, quindi, si differenzia dalla decisione strategica di delocalizzare la produzione per avere accesso ad un nuovo mercato. (Accenture, 2011) Sebbene alcune definizioni possano essere discordanti, possiamo affermare che lo scopo principale dell off-shoring sia quello di ridurre il più possibile i costi di produzione, sfruttando non solo i bassi salari, ma anche risorse meno costose, come le materie prime, le utenze, i servizi ecc. Secondo Ferdows (1997) questa è stata una delle strategie più comuni adottate dalle imprese per creare e mantenere un vantaggio competitivo sostenibile. Come riportato in Figura 8, i produttori analizzati dallo studio condotto da Accenture nel 2011, hanno citato cinque motivazioni principali che li hanno spinti a delocalizzare la 19

20 produzione scegliendo specifiche aree. Queste motivazioni si focalizzano sul costo del lavoro, sulla prossimità al cliente/mercato, sulla disponibilità di forza lavoro a basso costo, sul sistema di tassazione e sui costi di trasporto. Nella scelta di una determinata località incidono anche il sistema normativo locale, le capacità sviluppate dai fornitori che risultano essere tipiche della regione in cui ci si insedia, gli incentivi messi a disposizione dal governo e anche i tassi di cambio. Figura 8: Percentuali riguardanti le motivazioni principali che hanno spinto le imprese americane a delocalizzare. Labor costs Proximity to the customer/market Skills of workforce Taxes Transportation costs Government regulations Unique regional supplier capabilities Government incentives Currency exchange rates Other 5% 12% 45% 44% 37% 31% 24% 61% 67% 74% Fonte: Manufacturing s Secret Shift, Gaining Competitive Advantage By Getting Closer To the Customer, Accenture (2011) I problemi si presentano, tuttavia, quando vi è una scarsa conoscenza del mercato in cui si decide di insediarsi, quando le distanze fisiche e culturali sono molto marcate e quando vi è il rischio di comportamenti opportunistici da parte del personale del posto. Di conseguenza aumentano i costi di transazione e di coordinamento necessari a controllare e monitorare lo svolgimento delle attività. (Kinkel & Maloca, 2009) Per di più la maggior parte delle aziende, al momento della decisione di delocalizzazione, non valuta il costo totale del trasferimento della produzione, ma bensì quelle componenti di costo che per loro natura sono più facilmente calcolabili, poiché incidono direttamente sul costo del prodotto finito. Vengono tralasciate, invece, componenti che seppur avendo un impatto 20

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