CAMBIO Rivista sulle trasformazioni sociali

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1 CAMBIO Rivista sulle trasformazioni sociali «Again there were predetermined evaluations at work. A higher value was implicitly placed on the changeless than on the changeable.» Norbert Elias (1970)

2 ... siamo [costantemente] di fronte a un giudizio di valore preconcetto... [che attribuisce] implicitamente un valore superiore a ciò che non cambia rispetto a ciò che cambia Norbert Elias (1970) Direttore: Paolo Giovannini Vice-Direttore: Angela Perulli Comitato scientifico: Franca Alacevich, Giacomo Becattini, Ian Budge, Sergio Caruso, Alessandro Cavalli, Idalina Conde, Franco Crespi, Florence Delmotte, Johan Goudsblom, Paolo Jedlowski, Hermann Korte, Massimo Livi Bacci, Alberto Marradi, Stephen Mennell, Andrea Messeri, Fausto Miguelez, Giovanna Procacci, Teresa Torns, Marcello Verga,Giovanna Vicarelli. Comitato editoriale: Carlo Baccetti, Luca Bagnoli, Francesca Bianchi, Massimo Bressan, Filippo Buccarelli, Dimitri D Andrea, Michael Eve, Paolo Giovannini, Laura Leonardi, Steve Loyal, Emmanuele Pavolini, Angela Perulli, Rocco Sciarrone, Annalisa Tonarelli. Redazione: Andrea Bellini, Filippo Buccarelli, Vincenzo Marasco, Giulia Mascagni (Coordinatore), Andrea Valzania. CAMBIO via delle Pandette, Firenze Tel Fax: ISSN: La rivista si avvale di una rete di referee 2

3 [Indice] Questo numero 5 Coesione sociale, disuguaglianze e salute - a cura di Giulia Mascagni Fare i conti con la disuguaglianza sociale. Presentazione 9 Crisi economica, malattie croniche e diseguaglianze nella salute - Gavino Maciocco 15 La geo-referenziazione dell approccio oggettivo e soggettivo per la misurazione della qualità della vita - Giampaolo Nuvolati Il bello che cura. Benessere e spazi di accoglienza notturna per persone senza dimora - Cristian Campagnaro, Valentina Porcellana Famiglie in affanno: una ricerca sui processi di impoverimento nel Comune di Senigallia - Micol Bronzini Nuove disuguaglianze di salute: il caso degli immigrati - Mara Tognetti Bordogna 59 Interpretazione e mediazione in un sistema di cura interculturale. Pratiche di esclusione e pratiche di inclusione dei pazienti migranti - Federico Farini 73 Malati di SLA in Italia e meccanismi di diseguaglianza - Valeria Cappellato, Nicoletta Bosco 91 La transitional care di adolescenti con malattie rare - Annamaria Perino, Nicole Braida 101 Salute e sanità come beni comuni - Giovanna Vicarelli 113 Temi eliasiani Norbert Elias at the University of Leicester - Hermann Korte 119 Norbert Elias s Networks in the British Intellectual Field before His Appointment in Leicester ( ) - Marc Joly 123 Elias and Freud on Childhood Socialisation - Søren Nagbøl 129 3

4 Saggi e ricerche La coesione interrotta - Simona Gozzo 141 Europa e nuove direzioni di welfare tra autonomia e convergenza: il modello mixed method nell analisi delle politiche sociali - Gabriella Punziano Reddito e percezione della sua adeguatezza: la relazione è cambiata con la crisi? - Marianna Filandri, Nicola Negri, Tania Parisi Interventi Popular Protests Against Financial Austerity: Providing a Unified Rationale - Ian Budge 197 La crisi italiana. Intervista a Luciano Cavalli 207 Book Review Lezioni di sociologia storica di M. Paci - Pietro Causarano, Paolo Giovannini 221 Recensioni e Schede Cina, la società armoniosa. Sfruttamento e resistenza degli operai migranti, di P. Ngai - Fabio Bracci 231 Interpretare l agire, a cura di B. Maggi - Filippo Buccarelli 234 Il Paese reale. Dall assassinio di Moro all Italia di oggi, di G. Crainz - Francesco Marchianò 236 Social Exclusion. Perspectives from France and Japan, by M. Humbert, Y. Sato - Giulia Mascagni 237 Autori 241 Call for papers 247 4

5 [Questo Numero] Con la pubblicazione del numero 5, 2013, CAMBIO è ormai pienamente entrato nella sua fase matura. I tre anni di lavoro editoriale hanno via via permesso di precisare le linee-guida della rivista e dato stabilità al suo format. Questo numero, organizzato come di consueto in Sezioni, presenta però alcune innovazioni: prima fra tutte l introduzione di uno spazio per Book Reviews (questa volta dedicato al bel libro di Massimo Paci sulla sociologia storica) e una sezione di Recensioni e schede. La parte monografica della rivista discute e documenta un problema di grande centralità nel dibattito scientifico e politico di questi anni: e cioè il crescente aggravarsi delle situazioni di disuguaglianza con i rischi che ne conseguono sul piano della coesione sociale. Come vedrà il lettore, il tema è declinato nella specifica e particolarmente avvertita relazione tra disuguaglianza sociale e salute. Curata e introdotta da Giulia Mascagni, ospita un nutrito gruppo di contributi, in molti casi frutto di ricerche sul campo, in altri caratterizzati da finalità definitorie (è il caso di Giovanna Vicarelli) o da un taglio di più libera riflessione sul tema (come gli articoli di Gavino Maciocco, Mara Tognetti e per certi versi dello stesso Giampaolo Nuvolati). Tutti gli altri interventi presentano i risultati di interessanti attività di ricerca: da quella sugli hobos di Campagnaro e Porcellana all indagine di Micol Bronzini sull impoverimento delle famiglie; da un attenzione ai sistemi di cura - Farini sull assistenza sanitaria ai migranti, Perino e Braida sulla transitional care di adolescenti con malattie rare - fino ad un analisi dei meccanismi di disuguaglianza che continuano ad agire anche nelle situazioni più disperate (Bosco e Cappellato sui malati di SLA). La sezione Temi eliasiani ha in questo numero una sua originale compattezza, con tre interessanti contributi su diversi periodi della vita e del lavoro di Elias: dal saggio di Hermann Korte (uno dei migliori studiosi del sociologo tedesco) sulla sua attività all Università di Leicester, a quello di Marc Joly sui dieci anni che precedono l inserimento in questa università, fino al resoconto di Søren Nagbøl a partire da un colloquio con lo stesso Elias sulla sua relazione con Freud. Saggi e ricerche ospita un articolo di Gabriella Punziano sui più recenti percorsi e sviluppi del welfare europeo, un analisi empirica di Simona Gozzo sulle generazioni flessibili dei giovani degli ultimi due decenni, e infine un contributo a tre mani (Filandri, Negri, Parisi) su come stia cambiando la percezione dell adeguatezza del reddito in situazioni di crisi. Quest ultimo articolo introduce all argomento della Sezione Interventi che in questo numero presenta le analisi di due studiosi di altissimo livello sulla crisi dei loro rispettivi paesi: con contributi che fanno uso di approcci teorici, metodologici e culturali molto diversi tra loro. Ian Budge ci offre una brillante analisi della crisi britannica, in un breve articolo cui fa seguire un model manifesto a simulazione di ciò che si potrebbe e si dovrebbe fare per fronteggiarla. Luciano Cavalli, nell intervista che ci ha gentilmente rilasciato, ricerca impietosamente le ragioni dell attuale crisi italiana nella sua storia e nel suo assetto istituzionale. Data la loro forte attualità, la Redazione di CAMBIO invita chi volesse intervenire a commento di questi scritti a proporre un proprio contributo alla discussione sulla crisi, che potrà trovare ospitalità in questa stessa Sezione della rivista. Si segnala infine che nel prossimo numero (III, 6, Dicembre 2013), come indicato dal Call for papers sul nostro sito, la parte monografica sarà dedicata a studi e ricerche sul tema Città e quartieri in trasformazione. Le questioni su cui invitiamo a riflettere sono riconducibili ad una coppia di fenomeni che caratterizzano il cambiamento della città ed in modo particolare dei suoi quartieri: diversità e separazione. Dicotomia esplorabile anche in relazione alle pratiche pubbliche o private che si attivano intorno ai processi che accompagnano il cambiamento: la gestione della diversità e la gestione del conflitto. CAMBIO continuerà ad ospitare articoli in lingua italiana e in inglese. Eventuali proposte di studiosi di altra appartenenza linguistica sono benvenute: qualora siano valutate dal Comitato Editoriale e dai referees idonee e di interesse per la rivista, si provvederà alla loro traduzione in una delle due lingue ufficiali della rivista. 5

6 [This Issue] With the publication of issue 5, 2013 CAMBIO is now fully in its phase of maturity. Our three years of editorial work have gradually enabled us to fine-focus the journal s guidelines and stabilize its format. This issue, while set forth in its customary Sections, features a few innovations: first of all the introduction of a space for Book Reviews (this time dedicated to Massimo Paci s fine book on the historical sociology) and a section of Reviews and Profiles. The journal s monographic section discusses and documents a crucial problem in the scientific and political debate of recent years: namely, the worsening of situations of inequality with the risks entailed in terms of social cohesion. As the reader will see, the subject is treated in the specific and sensitive relationship between social inequality and health. Edited and introduced by Giulia Mascagni, this section hosts a substantial number of contributions, in many cases the result of field research, in others marked by clearly defined objectives (as in the case of Giovanna Vicarelli) or by a freer reflective slant on the subject (such as the articles by Gavino Maciocco, Mara Tognetti and to a certain extent Giampaolo Nuvolati himself). All the other contributions present the results of interesting research projects: from the one on the hobos of Campagnaro and Porcellana to Micol Bronzini s study of family impoverishment; from a focus on care systems - Farini on health care for migrants, Perino and Braida on the transitional care of adolescents with rare diseases - to an analysis of the mechanisms of inequality that persist in even the most desperate situations (Bosco and Cappellato on ALS patients). This issue s Eliasian Themes section is especially weighty and original, with three interesting contributions on different periods in Elias s life and work, from the essay by Hermann Korte (one of the foremost Elias scholars) on his activity at the University of Leicester, to the one by Marc Joly on the ten years preceding Leicester, and finally Søren Nagbøl s report on a talk with Elias about his relationship with Freud. Essays and Researches hosts an article by Gabriella Punziano on the latest developments and trends of the European welfare state, an empirical analysis by Simona Gozzo on the flexible generations of young people over the past two decades, and lastly a three-author (Filandri, Negri, Parisi) contribution on the changing perception of income adequacy in crisis situations. This last article introduces the topic of the Contributions section, which in this issue presents an analysis by two top scholars on the crisis of their respective countries, with contributions that make use of theoretical, methodological and cultural approaches that are very different from each other. Ian Budge provides a brilliant analysis of the British crisis in a short article followed by a model manifesto that simulates what could and should be done to deal with it. Luciano Cavalli, in the interview he has kindly conceded to us, relentlessly analyses the reasons for Italy s present crisis in its history and institutional structure. Given their marked topicality, the Editors of CAMBIO invite readers to contribute comments on this discussion of the crisis, which will appear in this same Section of the journal. Lastly, in our next issue (III, December 6, 2013), as indicated in the Call for papers on our website, the monographic part will be devoted to studies and research on the subject Cities and neighborhoods undergoing transformation. We invite those interested to reflect on the questions related to a pair of phenomena typical of urban change and especially neighborhoods: diversity and separation. A dichotomy which can be explored in connection with public or private practices implemented around the processes accompanying change: diversity management and conflict management. CAMBIO will continue to host articles in Italian and in English. Any proposals in other languages are welcome. If the Editors and referees consider such proposals suitable and of interest to the journal, we will undertake to translate them into one of its two official languages. 6

7 Coesione sociale, disuguaglianze e salute a cura di Giulia Mascagni 7

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9 Giulia Mascagni [Fare i conti con la disuguaglianza sociale] Presentazione Abbiate grandissima cura di avere una buona nascita e una buona educazione. Ciò significa che vostra madre deve avere un buon dottore. Badate di andare a scuola dove esiste ciò che si chiama una clinica scolastica, dove vi sia chi sorveglia il vostro nutrimento, i vostri denti, la vostra vista e tutte le altre cose importanti per voi. Abbiate particolare cura che tutto ciò si fatto a spese della nazione, perché altrimenti non sarà fatto per niente, essendoci circa quaranta probabilità contro una che non possiate pagarlo voi stesso, anche se sapete come cavarvela. Altrimenti sarete ciò che molti individui sono al giorno d oggi: un cittadino guasto in una nazione guasta, privo del buon senso che può renderci vergognosi o infelici di quello che siamo. George Bernard Shaw (1906), Il dilemma del dottore Complesso e potente è il rapporto che lega salute e benessere, individui e società. Semplificando e sintetizzando, si possono indicare alcune linee generali e alcuni aspetti di fondo caratterizzanti tale interrelazione: innanzitutto è opportuno ricordare come la perdita della salute non dipenda solo da elementi di natura genetica, biologica, chimica o fisica, ma anche e non meno da processi propriamente sociali e dalle relative maggiori o minori probabilità di esposizione a fattori di rischio e/o a comportamenti insalubri. Ancora: frequenza, decorso ed esito delle malattie sono fortemente influenzate dalla collocazione sociale degli individui, e a loro volta le stesse malattie possono condizionare negativamente i percorsi di mobilità sociale, intaccare il capitale relazionale, ostacolare i processi di integrazione ed inclusione sociale. I livelli di sperequazione sociale e di salute - sia per quanto riguarda i singoli sia per quanto riguarda la collettività - possono poi essere più facilmente monitorati e corretti in un Paese che si sia dotato di un welfare state articolato e attento anche alla sicurezza sociale e di un sistema sanitario nazionale pubblico e inclusivo. Con l obbiettivo di aggiungere nuovi elementi alla composizione di un quadro più preciso e documentato delle caratteristiche della disuguaglianza sociale e delle politiche necessarie a farvi fronte, l invito dell ultima Call for papers di Cambio. Rivista sulle trasformazioni sociali è stato quello di riflettere sul problema dando specifica attenzione e spazio all analisi della maggiore o minore disponibilità di risorse materiali, culturali e relazionali, e alle loro possibili ricadute in ambito di benessere o di malessere psicofisico: su singoli individui, gruppi, ceti, e nei diversi contesti locali e/o nazionali. Data l ampia gamma di declinazioni possibili del tema e la grande varietà e ricchezza dei contributi selezionati, prima di passare ad una loro veloce presentazione crediamo sia opportuno soffermarci ancora brevemente su alcuni aspetti di carattere teorico e generale che renderanno più agevole dipanare il filo dell analisi su un problema 9

10 Giulia Mascagni così complesso. Le numerose risorse e i diversi elementi che entrano in gioco nel definire i percorsi di vita e di salute possono infatti essere ordinati lungo un continuum che va dal singolo individuo con il suo patrimonio genetico e le sue caratteristiche biologiche, agli stili di vita individuali, alle risorse relazionali, alle condizioni di vita e di lavoro, fino alle più complessive condizioni politiche, sociali ed ambientali. Rielaborando il noto schema di Dhalgren e Whitehead (1993), proviamo a rendere graficamente questo insieme di elementi. Fig. 1 Principali determinanti di salute Seguendo questa rappresentazione grafica come se fosse una vera e propria mappa, proponiamo un percorso di lettura degli articoli a partire dalle analisi degli elementi e delle dinamiche più distanti, passando a considerare forme ed effetti di quelli che la letteratura indica come determinanti distali e determinanti prossimali 1, fino ad affrontare casi di studio riguardanti percorsi di malattia e di cura di soggetti affetti da particolari patologie. Tutto ciò senza mai dimenticare la forte interrelazione tra dimensione individuale e di gruppo, e senza mai ignorare il legame intercorrente tra differenze ascritte e innate (o, per restare in ambito più strettamente medico, congenite) e disuguaglianze intervenute nel corso di vita. Il primo contributo presentato muove proprio dalla dimensione più esterna e vuole renderci un quadro ampio e aggiornato dell attuale crisi dei sistemi sanitari europei e della crescente dilatazione delle diseguaglianze di salute: in Crisi economica, malattie croniche e diseguaglianze nella salute Gavino Maciocco tratteggia rapidamente ma efficacemente gli effetti della ormai consolidata affermazione del neoliberismo e del capitalismo senza 1 Come è noto, per determinanti distali si intendono tutte quelle risorse o condizioni che possono avere effetto indiretto sulla salute, come per esempio la disponibilità di risorse materiali, la condizione di disoccupazione o di vulnerabilità sociale. Per determinanti prossimali si intendono invece tutte quelle condizioni o comportamenti cui conseguono - a livello individuale o collettivo - effetti diretti sulla salute e che presentano un diretto legame con l eziologia di determinate patologie, come l abuso di alcolici, il consumo di tabacco o stupefacenti, l inquinamento atmosferico. 10

11 Giulia Mascagni regole, del progressivo smantellamento dei sistemi di welfare e dei meccanismi di redistribuzione del reddito; soffermandosi poi sulla pericolosa questione - direttamente riguardante i paesi occidentali, sviluppati e benestanti - dell accrescersi della sperequazione sociale e del peggioramento delle condizioni di vita di ampi strati della popolazione, con una conseguente diffusione, che non è inappropriato definire epidemica, delle malattie croniche. Da una prospettiva di analisi delle caratteristiche ambientali e sociali del contesto abitativo e della conseguente qualità della vita urbana si sviluppa invece il saggio di Giampaolo Nuvolati La geo-referenziazione dell approccio oggettivo e soggettivo per la rilevazione della qualità della vita. L articolo, partendo dal modello di Zapf sulle dimensioni oggettive e soggettive del benessere, ne offre una simulazione empirica, senza peraltro tralasciare alcune rilevanti questioni metodologiche sull applicazione concreta del modello. Tutta l argomentazione è tesa ad individuare una vera e propria strategia investigativa della qualità della vita urbana basata sulla geo-referenziazione dei dati. Tale approccio - così come chiaramente illustrato dall autore - ha come obiettivo principale quello di contribuire attraverso la rappresentazione cartografica di una serie di variabili oggettive e soggettive, alla spiegazione degli atteggiamenti di benessere, dissonanza, adattamento e deprivazione degli individui che, come è noto, rappresentano classici esempi di determinanti distali, individuali e collettivi, di salute. Questa più accurata analisi dei bisogni oggettivi e soggettivi espressi dalla popolazione presenta secondo lo stesso autore punti di debolezza seri, ma anche punti di forza estremamente interessanti. Non si possono tacere le ancora oggi attuali problematicità del comparare la qualità della vita in quartieri diversi di una stessa città, e i limiti insiti nello stesso approccio prescelto, efficace nel consentire letture approfondite di territori ristretti ma non nel promuovere una analisi sociologica ad ampio respiro. Nondimeno, il contributo offerto è di indubbio valore: concorrerebbe infatti alla più equa redistribuzione delle risorse pubbliche e sarebbe in grado di favorire sia decisioni più hard rivolte al miglioramento del sistema dei servizi e delle infrastrutture, sia decisioni più soft più direttamente orientate alla predisposizione di strumenti informativi capaci di promuovere il pieno sfruttamento (e godimento) di quanto già esistente e disponibile. Sempre orientato ad una analisi della complessità urbana, ma con una particolare attenzione agli aspetti tra loro interconnessi della povertà, dell emarginazione, del disagio giovanile, dell esclusione sociale è Il bello che cura. Benessere e spazi di accoglienza notturna per persone senza dimora di Cristian Campagnaro e Valentina Porcellana. A partire dalla definizione stessa di senza dimora di per sé complessa e controversa, gli autori - ripercorrendo le tappe fondamentali della letteratura sociologica a partire dalle prime formulazioni della Scuola di Chicago e dagli studi di Nels Anderson sugli hobos fino alle attuali classificazioni europee - propongono un analisi del fenomeno attuale, riportando i primi risultati di un progetto di ricerca a carattere interdisciplinare e partecipativo, avviato nel 2009 e tuttora in corso, Abitare il dormitorio. La ricerca-azione presentata è un tipico percorso di analisi antropologica, attento però alla partecipazione diretta e sensibile alle esperienze e alle esigenze dei frequentatori/ utenti delle stesse strutture. Intrapreso al fine di promuovere una effettiva riqualificazione degli spazi pubblici di accoglienza notturna e dunque ad affrontare le problematiche dell abitare, dell insicurezza sociale e della precarietà economica, apre in modo intelligente e dialettico ai temi della cittadinanza, del sistema di welfare e delle politiche sociali. Argomenti chiave che ritroviamo anche nel contributo seguente di Mara Tognetti Bordogna dedicato ai fenomeni di razializzazione e alle ricadute di questi sulle dinamiche di disuguaglianza - in particolare quelle di salute - che colpiscono la popolazione straniera (extracomunitaria) nel nostro paese. In Nuove disuguaglianze di salute: il caso degli immigrati l autrice analizza e discute, comparando chiavi di lettura e risultati di recenti ricerche internazionali e nazionali sul tema e con il supporto di ulteriori dati quantitativi e qualitativi, lo svilupparsi di nuove forme di disuguaglianza in salute specificamente riguardanti i soggetti migranti, fino a sottolineare, nelle conclusioni, come il far luce sui diversi livelli di vulnerabilità di immigrati ed autoctoni si riveli di estrema importanza non solo per la pianificazione di interventi mirati alla tutela della salute dei soggetti più deboli ma anche per rivelare le effettive capacità (e disponibilità) di inclusione della società ospitante. Il problema delle disuguaglianze che si strutturano a partire da differenze etniche e culturali, e che andandosi ad intrecciare con scarsità di risorse economiche e relazionali colpiscono poi il capitale di salute individuale degli immigrati, è centrale anche in Interpretazione e mediazione in un sistema di cura interculturale. Pratiche di esclusione e pratiche di inclusione dei pazienti migranti di Federico Farini, saggio collocabile trasversalmente rispetto alle aree 11

12 Giulia Mascagni individuate nella nostra figura, toccando i temi sia della crucialità delle reti sociali, sia dell accesso a servizi socio sanitari e delle barriere culturali, sia più in generale delle condizioni di vita e di lavoro. Tenendo sempre ben presente la necessità di dover chiarire la reale funzione della mediazione interlinguistica e interculturale, domandandosi costantemente nelle diverse situazioni se questa fosse realmente in grado di promuovere una partecipazione attiva del paziente migrante, oppure se la sfavorisse, Farini dedica la parte empirica della sua ricerca allo studio dell attività congiunta di traduzione e mediazione interculturale in contesti sanitari, concentrandosi non solo sugli aspetti linguistici, ma anche sulle dinamiche di inclusione ed esclusione in atto tra operatori ed utenti. L analisi del corpus di dati (interazioni medico-paziente mediate da un interprete, raccolte nell anno 2010 in strutture sanitarie pubbliche delle province di Modena e Reggio Emilia) dà conferma di come agli interpreti sia assegnato un ruolo e un potere ben più ampi rispetto a quelli comunemente riconosciuti alla figura del semplice facilitatore linguistico: coordinando la comunicazione sono infatti da considerarsi veri e propri mediatori interlinguistici e interculturali capaci di rendere (semplicemente mediante determinate scelte di traduzione) più o meno invisibili vissuti e richieste dei pazienti immigrati, influenzandone così fortemente e in qualche modo orientandone la partecipazione attiva. Verte invece sulla dimensione socio-economica l articolo di Micol Bronzini Famiglie in affanno: una ricerca sui processi di impoverimento nel Comune di Senigallia. A partire da un progetto sul monitoraggio delle famiglie a rischio di disagio nel Comune di Senigallia, proponendone una accurata lettura dei principali risultati emersi dalla ricerca empirica, l autrice concentra la sua indagine su come il fenomeno della povertà stia cambiando nella realtà locale in esame, e sceglie di prestare particolare attenzione alle famiglie a rischio di disagio. Proprio in virtù del fatto che, pur non potendo essere definite povere in senso tradizionale, risultano essere - per una molteplicità di fattori - a rischio povertà, tali famiglie in affanno rappresentano uno spaccato particolarmente significativo per poter meglio comprendere le dinamiche di mobilità discendente e di irrobustimento delle disuguaglianze, ancor più in una fase di congiuntura economica sensibilmente sfavorevole come quella attuale. I successivi due contributi propongono entrambi una lettura dei percorsi di malattia e di cura di soggetti che si trovino ad affrontare, con tutte le difficoltà ad essi connesse, patologie di origine ereditaria o con eziopatogenesi sconosciuta. Nel primo saggio «là si riuscivano a fare cose che nel resto del territorio non si riuscivano a ottenere». Malati di Sla e meccanismi di diseguaglianza in Italia Valeria Cappellato e Nicoletta Bosco, concentrandosi sul caso del Piemonte e avvalendosi dell analisi di documenti secondari e di 51 interviste semi strutturate rivolte a testimoni privilegiati e ad altri attori, indagano le pratiche di cura della sclerosi laterale amiotrofica e i relativi principali snodi problematici, proponendo importanti riflessioni sulla effettiva uniformazione di cure e aspetti organizzativi, e sulla presenza ancora rilevante, nonostante le recenti linee guida 2, di meccanismi in grado di produrre o accentuare le diseguaglianze tra i malati. Nel secondo La transitional care di adolescenti con malattie rare. Riflessioni sull avvio di un progetto sperimentale realizzato presso l ospedale infantile Regina Margherita di Torino Annamaria Perino e Nicole Braida si occupano dell ancora non risolto - e non sufficientemente considerato- problema della gestione dei pazienti in età adolescenziale che, secondo una prassi obsoleta ma comune dei servizi sanitari e socio-sanitari, passano direttamente dallo status di paziente pediatrico a quello di paziente adulto, spesso senza soluzione di continuità. Le autrici sottolineano come quest indifferenza per gli adolescenti, e per le difficoltà della loro età, abbia conseguenze ancora più importanti nel caso di pazienti con malattie croniche e/o disabilità; e si propongono di dare un contributo alla tematica della transitional care, identificando i bisogni e rilevando le principali criticità dei pazienti in età di passaggio. Insistono poi sulla necessità di strutturare la rete delle cure così da promuovere un continuum assistenziale sia dal punto di vista gerarchico-piramidale dei diversi livelli di assistenza e diversi sistemi di cura, sia dal punto di vista delle collaborazioni orizzontali che si affiancano e sostengono il sapere specialistico, in modo che il sistema riorganizzato riesca a dare risposte pertinenti a tutte le tipologie di utenti adolescenti compresi senza dar luogo a discriminazioni e diventare esso stesso veicolo e/o artefice di disuguaglianze. 2 A partire dalla Consulta sulle Malattie Neuromuscolari, istituita con Decreto Ministeriale del 27 febbraio 2009, per individuare soluzioni efficaci per affrontare le maggiori criticità rilevate rispetto all assistenza erogata, nelle diverse aree del Paese, alle persone con malattie neuro-muscolari progressive, fino ai più recenti accordi del maggio 2011 tra Governo, Regioni, Province autonome ed Enti locali riguardante la presa in carico globale dal punto di vista assistenziale delle persone con patologie neuromuscolari. 12

13 Giulia Mascagni Chiude infine la sezione monografica un breve saggio di Giovanna Vicarelli dedicato al riconoscimento di Salute e sanità come beni comuni. L autrice nota innanzitutto come nel dibattito politico che ha segnato la competizione elettorale degli ultimi mesi e le vicende istituzionali che ne sono seguite sia emerso più volte il tema dei beni comuni entrati ormai nel lessico dei mass media italiani, anche con accenti spesso retorici o del tutto evanescenti. Vicarelli fa notare come dei ben comuni sia stato fatto un uso anche marcatamente strumentale per dare più sostanza ai programmi di alcuni partiti politici o per designare alleanze presenti o future. Ricorda comunque il grande interesse del tema, e anzi la necessità di una seria e scrupolosa riflessione, tanto più se riferita «ai processi di trasformazione delle attuali configurazioni di benessere dei paesi europei». E infine mostra come le tante definizioni raccolte, apportando argomentazioni care tanto alla filosofia quanto al diritto, arrivino a trovare un punto di accordo nel rivendicare quali bene comune sia la salute sia la sanità. Se è dunque vero che i meccanismi che danno luogo o comunque rinforzano le disuguaglianze non sono stati ancora del tutto chiariti, e non è semplice comparare gli interventi messi in atto e valutarne l esito in termini di efficacia, è altrettanto vero che le differenze nello stato di salute non biologicamente determinate sono almeno in buona parte evitabili, in quanto suscettibili di interventi di politica sociale. Affrontare e risolvere, o per lo meno ridurre, le disuguaglianze sociali di salute 3 vuol dire come ben ci ricorda proprio questo ultimo intervento di Vicarelli - perseguire obbiettivi etici e di giustizia sociale, politici e di rafforzamento della coesione sociale ma anche, sul lungo periodo, di convenienza economica poiché il costo degli interventi di contrasto è ampiamente ripagato in termini di benessere e delle dinamiche virtuose a questo legate. È per questi e molti altri motivi che il contributo apportato dalla sociologia e dalle altre scienze sociali, cui vanno ad aggiungersi anche gli ulteriori, nuovi elementi apportati dalle riflessioni ospitate in questa nostra sezione, risulta tanto originale quanto essenziale nell identificare e analizzare le disuguaglianze sociali e in particolare gli effetti di queste sulla salute e nell individuare obbiettivi e disegni dei possibili interventi. Riferimenti bibliografici Dahlgren G., Whitehead M. (1993), Tackling Inequalities in Health: What Can We Learn from What Has Been Tried? in «Working Paper Prepared for the King s Fund International Seminar on Tackling Inequalities in Health» Ditchley Park: Oxfordshire. Woodward A., Kawachi I. (2000), Why Reduce Health Inequalities?, in «Journal of Epidemiology & Community Health», 54(12), Retrieved from: ool=pmcentrez&rendertype=abstract 3 Strategie, obbiettivi e significati della lotta alla disuguaglianza sono presenti a partire dai primi anni 80 in molta della letteratura (soprattutto) internazionale sul tema. Il riferimento particolare è al noto intervento di Woodward e Kawachi (2000). 13

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15 Gavino Maciocco [Crisi economica, malattie croniche e diseguaglianze nella salute] «Per capire quanto siamo caduti in basso, prima dobbiamo renderci conto della portata del cambiamento avvenuto. Dalla fine del XIX secolo agli anni Settanta del Novecento, le società avanzate dell Occidente sono diventate tutte, progressivamente, meno diseguali. Grazie alla tassazione progressiva, ai sussidi pubblici per i poveri, ai servizi sociali e alle tutele contro i colpi della sorte, le democrazie moderne si stavano liberando dal problema degli eccessi di ricchezza e povertà. Certo, restavano grandi differenze. I paesi scandinavi, essenzialmente egualitari, e le società dell Europa meridionale notevolmente più variegate, mantenevano le loro peculiarità, e le contrade anglofone dell Atlantico e dell impero britannico continuavano a riflettere differenze di classe di vecchia data. Ma tutti, a loro modo, subivano gli effetti di un intolleranza sempre più forte verso gli eccessi di diseguaglianza, mettendo in piedi programmi pubblici per compensare l inadeguatezza del settore privato». Così scrive Tony Judt 1 nel suo libro Guasto è il mondo, e poi così continua: «Negli ultimi trent anni abbiamo gettato al vento tutto ciò. Certo, questo varia da paese a paese. Negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, gli epicentri dell entusiasmo per il capitalismo senza regole, sono riaffiorate manifestazioni sfrenate di privilegio privato e indifferenza pubblica. Nazioni disparate come la Nuova Zelanda, la Danimarca, la Francia e il Brasile si sono mostrate periodicamente sensibili a queste sirene, ma l incrollabile, trentennale impegno angloamericano nello smantellamento di decenni di leggi sociali e supervisione dell economia non ha confronti. [ ] Le conseguenze sono evidenti. C è stato un tracollo della mobilità intergenerazionale al contrario dei loro genitori e nonni, in Gran Bretagna e negli Stati Uniti i bambini hanno oggi speranze molto contenute di poter migliorare la loro condizione di partenza. I poveri rimangono poveri. Lo svantaggio economico per la stragrande maggioranza delle persone si traduce in problemi di salute, opportunità scolastiche mancate e (sempre più spesso) nei sintomi tipici della depressione: alcolismo, obesità, gioco d azzardo e piccola criminalità. I disoccupati o sottoccupati perdono le competenze che hanno acquisito e entrano in uno stato di ridondanza cronica per l economia. La conseguenza spesso è ansia e stress, per non parlare di malattie e decessi prematuri». Abbiamo aperto questo articolo con una lunga citazione di Tony Judt perché contiene tutti gli elementi per comprendere in una prospettiva storico- economica l attuale crisi dei sistemi sanitari europei e della crescente dilatazione delle diseguaglianze nella salute nella popolazione: l affermazione, negli ultimi trent anni, del neoliberismo e del capitalismo senza regole; il progressivo smantellamento dei sistemi di welfare e dei meccanismi di redistribuzione del reddito; il peggioramento delle condizioni di vita della popolazione e, quindi, dei determinanti sociali di salute. Capitalismo senza regole e l epidemia delle malattie croniche Si legge sul Lancet: «Le malattie croniche in particolare le malattie cardiovascolari, diabete, cancro e malattie respiratorie croniche ostruttive sono globalmente trascurate, nonostante la crescente consapevolezza del peso 1 Tony Judt (1948, Londra -2010, New York) è uno dei più importanti storici del Novecento. Ha insegnato a Cambridge, Oxford, Berkeley e alla New York University. Si rimanda a Judt

16 Gavino Maciocco sulla salute che esse provocano. Le politiche nazionali e globali hanno fallito nel contrastarle e in molti casi hanno contribuito a diffonderle. Esistono soluzioni molto efficaci e a basso costo per la prevenzione delle malattie croniche; l incapacità di adottarle è oggi un problema politico, piuttosto che tecnico» (Geneau et alii 2010). Nella stessa rivista, in un editoriale dedicato a Cardiovascular health crisis, il problema e una sua possibile via di risoluzione vengono ancor meglio - ancorché a grandi linee - inquadrate: «Se è cruciale che le persone si assumano la responsabilità nei confronti della loro salute cardiovascolare (riducendo il fumo, aumentando l attività fisica, migliorando l alimentazione), è altrettanto necessario che i politici affrontino le questioni delle diseguaglianze nella salute e riducano il potere dell industria del cibo e del tabacco, il cui interesse è perpetuare lo status quo». Per questi motivi Margaret Chan, direttore dell OMS arriva ad affermare: Le malattie croniche sono in forte crescita, spinte come sono da forze potenti e universali come la rapida urbanizzazione e la globalizzazione di stili di vita nocivi. Lasciate senza controllo queste malattie divorano i progressi dello sviluppo economico e cancellano i benefici della modernizzazione. [ ] Le malattie croniche assestano un doppio colpo allo sviluppo: causano perdite di miliardi di dollari al reddito nazionale e spingono milioni di persone al di sotto della soglia di povertà. [ ] Oggi molte delle minacce che contribuiscono alla diffusione delle malattie croniche provengono dalle compagnie multinazionali [del cibo, del tabacco, ndr] che sono grandi, ricche e potenti, guidate da interessi commerciali e assai poco interessate alla salute della popolazione (Chan 2011). Questa della diffusione esplosiva delle malattie croniche su scala globale è un fenomeno del tutto nuovo nella storia dell epidemiologia, abituata a osservare fenomeni del genere esclusivamente nel campo delle malattie infettive: prima le pandemie di vaiolo, peste e colera, poi di influenza (a partire dalla Spagnola ), per arrivare a quella HIV/Aids. La diffusione globale delle malattie croniche è esplosa con l avvio della globalizzazione economica e finanziaria, del capitalismo senza regole, come dimostrano i casi di USA, India e Cina. Obesità in USA Gli USA rappresentano il punto di partenza della pandemia delle malattie croniche, sia dal punto di vista epidemiologico, che da quello della diffusione dei fattori di rischio, veicolati globalmente dalle multinazionali del cibo, delle bevande e del tabacco. Gli USA sono stati protagonisti di uno dei fenomeni più sconvolgenti che hanno riguardato la salute umana nell ultimo secolo: l abnorme, esplosivo aumento dell obesità 2. - Nel 1990 negli USA la situazione era sotto controllo: nessuno stato registrava prevalenze di obesità superiori al 15% e diversi stati avevano prevalenze inferiori al 10%. - Nel 1999 nessuno stato aveva una prevalenza inferiore al 10%, 18 stati avevano una prevalenza di obesità tra il 20 e 24%, e nessuno stato aveva una prevalenza uguale o superiore al 25%. - Nel 2009 solo uno stato (Colorado) e il District of Columbia avevano una prevalenza di obesità inferiore del 20%. 33 stati avevano una prevalenza uguale o superiore del 25%: nove di questi stati (Alabama, Arkansas, Kentucky, Louisiana, Mississippi, Missouri, Oklahoma, Tennessee e West Virginia) avevano una prevalenza di obesità uguale o superiore di 30%. Complessivamente gli USA registrano una prevalenza di obesità del 32%, con gruppi di popolazione con livelli di obesità molto più alti della media; es: le donne afroamericane con circa il 50%. Questo esplosivo aumento dell obesità è stato accompagnato - come era inevitabile che avvenisse - dall incremento della prevalenza del diabete e del prediabete nei soggetti di età superiore ai 20 anni (rispettivamente 12,9% e 29,5% nel 2006, livello raddoppiato in 10 anni) e - a seguire - di altre patologie (es: cardiovascolari, osteoarticolari). L eccesso di patologie croniche rappresenta un importante concausa dell eccesso della spesa sanitaria USA rispetto agli altri paesi dell OSCE. Infatti una parte crescente della spesa sanitaria americana è prodotta dai consumi generati per curare le conseguenze dell obesità: era il 9% nel 1999 (Suhrcke et alii 2006), per diventare il 16% nel In particolare, si fa riferimento al sito: 16

17 Gavino Maciocco (Lenzer 2010). Diabete in India e Cina Nei paesi in via di sviluppo, molti dei quali oggi diventati potenze economiche di primaria importanza, la crescita delle patologie croniche si è sviluppata con ritmi molto più rapidi rispetto a quanto avvenuto nei paesi dell occidente industrializzato. In India il diabete di tipo 2 ha registrato un incremento esplosivo: da una prevalenza del 2% degli anni 70 a una del 12% agli inizi del 2004 (Mohan, Pradeepa 2009). In Cina una survey nazionale (Wenyng 2010) effettuata nel 2008 sulla popolazione al di sopra dei 20 anni rilevava il dato complessivo di prevalenza del 9,7% per il diabete e 15,5% per il pre-diabete (rispettivamente 10,6% e 16,1% per gli uomini e 8,8% e 14,9%). Il diabete è più diffuso nelle aree urbane (12,0%) rispetto a quelle rurali, ma nelle zone più ricche della Cina questa differenza scompare, così come non si registrano differenze tra città e campagna riguardo al pre-diabete. Il ritmo di crescita del diabete (e pre-diabete) è impressionante: le prevalenze erano del 2,5% (e del 3,2%) nel 1994 e del 5,5% (e del 7,3%) nel L epidemia del diabete in Cina e India si caratterizza per i seguenti comuni elementi: - i principali determinanti dell epidemia sono la globalizzazione e l urbanizzazione che hanno prodotto profondi cambiamenti negli stili di vita, facendo dilagare comportamenti a rischio (alimentazione squilibrata, sedentarietà, fumo di tabacco). Un fenomeno decisivo nell esplosione dell epidemia è stato il rapido diffondersi della fast food industry con i suoi ristoranti, shop e supermercati (Pingali e Khwaja 2004). I junk foods, i cibi spazzatura, caratterizzati da un alto contenuto calorico e da scarso valore nutrizionale, sono i più economici e quindi più alla portata dei gruppi più poveri della popolazione che, di conseguenza, sono quelli più colpiti da obesità e diabete; - la rapidità della diffusione e la precocità dell esordio (10-20 anni in anticipo rispetto all età di esordio dei paesi occidentali, generalmente i anni); - l elevata percentuale di forme non diagnosticate e quindi non conosciute dal paziente: 60% in Cina, 40% in India; in molti casi il riconoscimento del diabete avviene a causa della diagnosi di una sua complicazione (cardiovascolare, renale, retinica, etc); - la presenza di sistemi sanitari quasi completamente privi di una rete di protezione sociale, in cui l accesso ai servizi sanitari è a pagamento e dove malattie croniche, che richiedono l assunzione perenne di farmaci, sono una delle principali cause di spese catastrofiche e di impoverimento delle famiglie e di terribile espansione delle diseguaglianze nella salute. Non c è paese al mondo che non registri un forte incremento di persone affette da malattie croniche. In Italia i casi di diabete mellito di tipo 2 (quello più comune), di ipertensione e di cardiopatia ischemica sono aumentati nel periodo rispettivamente del 37,5%, del 30,8% e del 27,0% (Fonte: Health Search). Tali incrementi sono solo in piccola parte attribuibili all aumento della longevità della popolazione e all incremento della componente anziana (65 anni di età e oltre), che è aumentata nello stesso arco di tempo del solo +10,9% (Fonte: Istat). Ancora più preoccupante il dato del sovrappeso-obesità tra i bambini: tra i principali paesi industrializzati siamo secondi solo agli USA (Figura 1). 17

18 Gavino Maciocco Figura 1- Prevalenza di sovrappeso e obesità nei bambini in 17 paesi industrializzati Malattie croniche e diseguaglianze nella salute Sono aumentate le persone affette da una o più malattie croniche e insieme sono aumentate le diseguaglianze nella salute (al pari dell aumento delle diseguaglianze economiche tra differenti fasce della popolazione registrato negli ultimi trent anni). Diseguaglianze nella salute che si sono particolarmente manifestate nel campo delle malattie croniche. L associazione fra deprivazione socioeconomica e prevalenza di malattie croniche è ben documentata da numerose evidenze. I dati di un ampio studio svolto in Scozia e pubblicato recentemente su Lancet (Barnett, Mercer, Norbury et alii 2012), evidenziano come soggetti relativamente giovani residenti nelle aree maggiormente deprivate subiscano un carico di multimorbosità (presenza di due o più malattie croniche) sovrapponibile a quello di persone di anni più anziane viventi in aree più abbienti, come evidenzia la Figura 2, dove due curve la rossa, i pazienti più poveri e la nera, i pazienti più ricchi hanno andamenti molto diversi, esprimendo ciascuna la percentuale di soggetti con multimorbosità in differenti fasi della vita. Ad esempio, nella fascia di età anni la percentuale di pazienti affetti da malattie croniche multiple è del 54,2% tra i più poveri e del 34,8 tra i più ricchi. 18

19 Gavino Maciocco Figura 2 - Prevalenza della multimorbosità in relazione all età e alla condizione socio-economica (linea nera: più ricchi; linea rossa: più poveri). Fonte: Rif. Bibliog. N. 12 Il gradiente socioeconomico diventa poi particolarmente accentuato nei casi di comorbosità fisica e mentale, soprattutto se si tratta di depressione e di esposizione al dolore, a ulteriore conferma della spiccata vulnerabilità sanitaria dei gruppi di popolazione economicamente più svantaggiati. La Figura 3 descrive la comorbosità in pazienti con quattro comuni malattie croniche Figura 3 - Comorbosità in pazienti con quattro comuni malattie croniche. (Malattia coronarica, Diabete, Broncopneumopatia cronica ostruttiva, Cancro) in relazione alla differente condizione socio-economica (most affluent: più ricchi - most deprived: più poveri). Fonte: Barnett K., Mercer S.W., Norbury M. et al. (2012) 19

20 Gavino Maciocco - Malattia coronarica, Diabete, Broncopneumopatia cronica ostruttiva, Cancro - in relazione alla differente condizione socio-economica. Se prendiamo in esame il diabete si nota, ad esempio, che la prevalenza della malattia è maggiore tra i più poveri e che la comorbosità della depressione e delle condizioni dolorose è quasi doppia tra i più poveri rispetto ai più ricchi (rispettivamente 21% vs 13% e 28% vs 14%). Una situazione simile è presente anche in Italia dove secondo l Istat (2007) nel 2005 soffrivano di una patologia cronica grave l 8,2% delle persone con laurea o diploma e il 32,5% di quanti hanno al massimo la licenza elementare. A Firenze le persone con basso titolo di studio hanno il 67-79% di maggiore probabilità di morire precocemente di infarto miocardico rispetto a chi ha un diploma o una laurea (Figura 4). Figura 4 - R.R. Mortalità per Malattia ischemica di cuore per livello d istruzione, Età anni. Firenze Fonte: Studio Longitudinale Toscano. Diseguaglianze socio-economiche nella mortalità e anche nell esposizione ai fattori di rischio (fumo, sedentarietà, sovrappeso, etc): sempre secondo l Istat 13, negli uomini la quota dei fumatori aumenta al decrescere del titolo di studio conseguito: tra i laureati è 21,9% ed è il 31,7% tra coloro che hanno conseguito la licenza media; tra gli adulti con un titolo di studio medio-alto la percentuale degli obesi si attesta intorno al 5% (per le persone laureate è pari al 4,6%, per i diplomati è del 5,8%), mentre triplica tra le persone che hanno conseguito al massimo la licenza elementare (15,8%). La Figura 5 mostra la relazione diretta tra sedentarietà e livelli di istruzione/condizioni economiche. 20

21 Gavino Maciocco Figura 5 - Sedentarietà.Prevalenze per caratteristiche socio-demografiche Fonte. Rapporto nazionale Passi 2011 E ben vero che i comportamenti dipendono dalla volontà delle persone, ma ritenere che l aderenza a un determinato stile di vita sia nient altro che il frutto della libera e consapevole scelta dell individuo è la banale semplificazione di un problema molto complesso. A testimoniare la complessità della questione sta la constatazione che i comportamenti nocivi per la salute si concentrano, come abbiamo visto, nelle fasce meno favorite della popolazione. Non è semplice promuovere stili di vita salutari e ancor più difficile cercare di modificare i comportamenti francamente insalubri. Infatti, agli elementi soggettivi che inducono le persone a seguire stili di vita nocivi (vedi la condizione di stress cronico) si aggiungono i fattori di mercato che condizionano le scelte delle persone: la pubblicità, la moda e anche banali e spesso decisivi calcoli economici (es: i cibi ad alto contenuto calorico e a basso contenuto nutritivo sono in generale a più basso prezzo). 21

22 Gavino Maciocco Conclusioni Negli anni del capitalismo senza regole le malattie croniche si sono diffuse su scala globale con la rapidità e la forza di un epidemia, sono cresciute le diseguaglianze economiche e in Europa, nella grande maggioranza dei paesi, si è verificato un impoverimento delle famiglie anche a causa della crescita della disoccupazione, creando le condizioni per un aggravamento delle condizioni di salute della popolazione. Così come abbiamo iniziato, possiamo concludere questa rapida riflessione sui temi complessi e articolati della crisi economica, delle diseguaglianze in salute e delle nuove malattie citando un recente articolo intitolato Financial Crisis, Austerity, and Health in Europe e pubblicato sul Lancet: «La disoccupazione è il fenomeno più preoccupante della crisi, a cui si attribuiscono effetti particolarmente deleteri per la salute. La disoccupazione è infatti associata a un forte aumento dei disturbi mentali e psicosomatici, dei comportamenti insalubri (es: alcolismo) e, in conclusione, a un aumento della mortalità, dovuto in parte anche all incremento del numero dei suicidi. Nei momenti di crisi economica dovrebbero essere rafforzate le reti di protezione sociale per mitigare gli effetti negativi sulla salute. Invece le politiche di austerità attuate dagli stati in crisi hanno tagliato le spese sociali e reso più difficile l accesso ai servizi sanitari, con la riduzione dell offerta sanitaria pubblica e con l aumento dei ticket, rendendo la crisi ancora più dolorosa e dilatando le diseguaglianze sociali. Nonostante che la Commissione Europea avesse l obbligo di valutare gli effetti sulla salute delle politiche di austerità, questa si è limitata a fornire ai ministri della sanità i consigli su come tagliare i loro budget» (Karaniolos et alii 2013). 22

23 Gavino Maciocco Riferimenti bibliografici Barnett K., Mercer S.W., Norbury M. et al. (2012), Epidemiology of Multimorbidity and Implications for Healthcare, Research, and Medical Education: A Cross-Sectional Study, in «The Lancet», 380: Chan M. (2011), The Rise of Chronic Noncommunicable Diseases: An Impending Disaster, Opening Remarks at the WHO Global Forum: Addressing the Challenge of Noncommunicable Diseases, Moscow, Russian Federation, 27 April Editorial (2010), Cardiovascular Health Crisis, in «The Lancet» 376: Geneau R. et al. (2010), Raising the Priority of Preventing Chronic Diseases: A Political Process, in «The Lancet», 376: Gregg E.W., Albrigth A.L. (2009), The Public Health Response to Diabetes: Two Steps Forward, One Step Back, in «The Journal of the American Medical Association», 301 (15): Istat (2007), Indagine Multiscopo. Condizioni di salute, fattori di rischio e ricorso ai servizi sanitari, Anno Judt T. (2010), Guasto è il mondo, Roma-Bari: Laterza. Karanikolos M. et al. (2013), Financial Crisis, Austerity, and Health in Europe, in «The Lancet», 381, 9874: Lenzer J. (2010), Obesity Related Illness Consumes a Sixth of the US Healthcare Budget, in «BMJ. British Medical Journal», 341:c6014. Mohan V, Pradeepa R. (2009), Epidemiology of Diabetes in Different Regions of India, in «Health Administrator», XXII,1&2: Pingali P., Khwaja Y. (2004), Globalisation of Indian Diets and the Transformation of Food Supply Systems, ESA Working Paper No Suhrcke M. et al. (2006), Chronic Disease: An Economic Perspective, The Oxford Health Alliance. Wenying Y. et al (2010), Prevalence of Diabetes Among Men and Women in China, in «The New England Journal of Medicine», 362:

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25 Giampaolo Nuvolati [La geo-referenziazione dell approccio oggettivo e soggettivo per la rilevazione della qualità della vita] Abstract: The main aim of the paper is to start from the Zapf model concerning the objective and subjective dimensions of well-being in order to suggest an investigative strategy oriented toward studying urban quality of life by geo-referencing data. In particular, this approach has the main objective of explaining - thanks to the mapping of objective and subjective variables - well-being, deprivation, dissonance and adaptation attitudes of individuals. For this purpose a simulation model has been developed. The text also deals with methodological issues linked to the concrete application of the model itself. Keywords: Well-being, Neighborhood, Georeferencing. Introduzione Il tema della qualità della vita è da tanto tempo al centro del dibattito accademico e politico. E pressoché impossibile sintetizzare l imponente mole di studi e ricerche che è stata condotta su questo argomento da 50 anni a questa parte quando l attenzione per la qualità della vita prese corpo nelle organizzazioni governative statunitensi attraverso quello che è conosciuto come il Movimento degli indicatori sociali per poi svilupparsi in tutto il mondo. Forse è più utile ricordare l istituzione internazionale di riferimento, l ISQOLS (The International Society for Quality-of-Life Studies), e la rivista principale, Social Indicators Research, An International and Interdisciplinary Journal for Quality-of-Life Measurement, fondata nel , attorno alla quale si è sviluppato nel tempo il dibattito sulla qualità della vita (Nuvolati 2010). L intento più specifico di questo articolo è quello di partire dal noto modello di Zapf sulle dimensioni oggettive e soggettive del benessere per proporre una conseguente strategia investigativa della qualità della vita urbana basata sulla geo-referenziazione dei dati. Non essendo al momento disponibili dati utilizzabili a tal fine, l articolo intende offrire una simulazione che si giudica comunque utile per lo sviluppo di futuri studi. Il presente articolo muove dunque da alcune considerazioni di carattere sociologico per poi approdare ad una possibile rilettura territoriale dei fenomeni. 1 Altre due riviste di riferimento del settore sono: Journal of Happiness Studies, An Interdisciplinary Forum on Subjective Well-Being e Applied Research in Quality of life. La continuità nel tempo dell attività svolta dal Movimento degli indicatori sociali è stata infine garantita anche dall uscita della newsletter SINET (Social Indicators Network News: a Quarterly Review of Social Reports and Research on Social Indicators, Social Trends and the Quality-of-Life) che ha funzionato da strumento per l aggiornamento delle iniziative promosse nel campo degli studi sugli indicatori sociali e qualità della vita. 25

26 Giampaolo Nuvolati Il modello di Zapf Tradizionalmente gli studi sul benessere si sono articolati rispetto alla distinzione tra bisogni materiali e bisogni immateriali. I termini: livello di vita e qualità della vita sono stati ampiamente utilizzati in letteratura per distinguere i due ambiti e per analizzare come i vari bisogni umani fossero riconducibili all una o all altra sfera. Accanto a questa discussione che peraltro vedeva in Maslow (1954) uno dei primi precursori andava anche prendendo corpo il dibattito relativo alla percezione e valutazione espressa dagli individui nei confronti delle condizioni di vita proprie o della comunità di appartenenza. A monte di tale interesse vi era la consapevolezza che gli indicatori sociali rappresentavano strumenti importanti per studiare la realtà e migliorare le condizioni di vita delle popolazioni a patto però che tali strumenti sapessero anche cogliere gli atteggiamenti e le opinioni espresse dalle persone. Una importante dicotomia concettuale cui si è sempre fatto riferimento nella modellistica sulla qualità della vita si basa pertanto sulla distinzione tra benessere oggettivo e benessere soggettivo. Con il primo termine si intende comunemente la disponibilità di un ammontare di risorse non solo economiche ma anche sociali, culturali, umane e di relazione tale da garantire alla popolazione intera che ne fruisce un certo livello di qualità della vita, mentre con il secondo si entra maggiormente nel merito del processo di percezione soggettiva del benessere stesso. In particolare Zapf (1984), prendendo in considerazione la relazione tra condizioni oggettive di benessere e percezione soggettive delle stesse, delinea uno schema basato su quattro possibilità volte ad indagare i cosiddetti paradossi della soddisfazione. Una in cui ad una condizione positiva di benessere oggettivo corrisponde una percezione altrettanto positiva (benessere); un altra caratterizzata da una condizione oggettiva positiva ma da una percezione soggettiva negativa (dissonanza); una terza in cui nonostante le condizioni oggettive di vita risultino negative la percezione soggettiva risulta positiva (adattamento), ed infine un ultima in cui sia il benessere oggettivo che quello soggettivo sono di segno negativo (privazione) (Tabella 1). Tab. 1 Condizioni oggettive di vita e percezione soggettiva Condizioni soggettive di vita Condizioni oggettive di vita buone cattive buone benessere dissonanza cattive adattamento privazione Fonte: Zapf (1984) Rispetto alla categoria dell adattamento è facile richiamare le critiche che Sen (1993) muove nell utilitarismo e cioè che molte persone possono risultare soddisfatte non tanto perché le loro condizioni di vita sono oggettivamente elevate quanto perché le modeste aspettative egli individui stessi incidono fortemente sulla valutazione positiva della propria esistenza. Possiamo ipotizzare che in linea di massima saranno le persone culturalmente e socialmente più deboli, meno informate e consapevoli dei loro diritti ad adattarsi a circostanze spesso difficili. Sen, allo stesso tempo, accusa il neo-contrattualismo, fondato su di una equa ed oggettiva re-distribuzione delle risorse, di costituire un approccio altrettanto fuorviante per stimare la qualità della vita in quanto le persone presentano bisogni e valori fortemente differenziati e non necessariamente risolvibili grazie alla disponibilità di un certo numero di beni e servizi standard garantiti a tutti: è questa la situazione della dissonanza. Saranno presumibilmente le persone più colte, che hanno accumulato esperienze o che presentano gusti estremamente personali a giudicare negativamente circostanze nel complesso positive ma che non corrispondono alle loro esigenze più specifiche 2. 2 Come noto, per Sen (1993) la qualità della vita sarà data non tanto da ciò che un individuo possiede (in termini di beni e risorse: le commodities) e neppure da un fuorviante livello di soddisfazione soggettiva espresso, quanto da ciò che egli è effettivamente in grado di essere e di fare (functionings) scegliendo tra un ampia gamma di opportunità e nel rispetto dei propri valori (capabilities). In linea con 26

27 Giampaolo Nuvolati Ora, se guardiamo al modello di Zapf possiamo dire che due posizioni (benessere e deprivazione) ci sembrano immediatamente comprensibili e perfettamente logiche, mentre altre due (adattamento e dissonanza) nella loro apparente illogicità presuppongono una ulteriore spiegazione. Pensiamo che esistano due modi per spiegare l illogicità sia dell adattamento che della dissonanza: quello che concerne la dotazione oggettiva delle risorse e quello che riguarda la percezione soggettiva delle stesse. Consideriamo l adattamento: molte persone ad esempio possono accontentarsi dei pochi servizi disponibili in un determinato quartiere perché si tratta comunque di servizi a buon prezzo, facilmente accessibili e di discreta qualità (lato oggettivo). Oppure, come già osservato, le persone si accontentano perché hanno basse aspettative e poca consapevolezza dei loro diritti (lato soggettivo). Allo stesso modo per quanto concerne la dissonanza: l insoddisfazione delle persone può derivare dal fatto che pur esistendo in zona numerosi servizi non sono oggettivamente utilizzabili o sono particolarmente costosi (lato oggettivo). Oppure sono i soggetti che hanno eccessive pretese (lato soggettivo). Una simulazione Con questo articolo si intende affermare che una strategia per spiegare le situazioni di benessere, deprivazione, adattamento e dissonanza nella loro apparente logicità e illogicità è costituita dalla geo-referenziazione dei dati. Nelle pagine che seguono si propone pertanto una simulazione delle verifica delle situazioni di benessere, deprivazione, adattamento e dissonanza in relazione ad una amenity particolare quale può essere rappresentata dalla dotazione di verde pubblico (parchi, giardini, etc.) in due quartieri confinanti. Supponiamo di non disporre in partenza di alcuna geo-referenziazione dei dati ma semplicemente di sapere alla luce delle informazioni statistiche ufficiali e di dati di sondaggio che il quartiere A è un quartiere con una buona dotazione di verde sulla base dell indicatore: mq di verde pubblico per 100 abitanti e dove la percentuale di persone che si è detta soddisfatta del verde stesso è particolarmente elevata, pari all 80% (benestanti), questo pertanto significa che esiste un 20% di dissonanti, cioè di persone non soddisfatte pur vivendo in un quartiere di pregio. Il quartiere B, al contrario, è un quartiere con una ridotta dotazione di verde pubblico per 100 abitanti e con una percentuale di insoddisfatti del verde pubblico pari al 70% (deprivati), cui dunque si aggiunge un 30% di adattati (Tab. 2). Tab. 2 Composizione percentuale delle condizioni di benessere, dissonanza, adattamento e deprivazione Condizioni soggettive di vita Condizioni oggettive di vita buone cattive buone benessere 80% dissonanza 20% cattive adattamento 30% deprivazione 70% Per spiegare quel 20% di dissonanti e quel 30% di adattati che per certi versi possiamo considerare anomali, crediamo che un passo importante possa essere costituito da una mappa grazie alle quali geo-referenziare le informazioni statistiche. In particolare, la mappa puramente immaginaria e stilizzata (Fig. 1) mostra i due quartieri e le rispettive aree verdi oltre alla localizzazione della residenza degli intervistati che nel sondaggio hanno espresso la loro soddisfazione (in blu) o insoddisfazione (in rosso) rispetto alla dotazione di aree verdi. questa visione Allardt (1993), afferma che il benessere non corrisponde all having (bisogni materiali e impersonali) ma al loving (bisogni sociali) e al being (bisogni di crescita personale) in cui la dimensione oggettiva e soggettiva si tengono insieme. 27

28 Giampaolo Nuvolati Fig. 1 La geo-referenziazione dei dati Come si può osservare dalla figura successiva (Fig. 2), D1 e D2 rappresentano i due casi di dissonanza: cioè persone insoddisfatte pur essendo residenti nel quartiere con maggiore dotazione di verde. A1, A2 e A3 sono invece i casi di adattamento, cioè di coloro che si dichiarano soddisfatti pur vivendo nel quartiere con minore dotazione di verde 3. Fig. 2 L individuazione dei casi illogici 3 E interessante osservare come la mappatura dei dati ci consenta di giustificare i sette soggetti deprivati del quartiere B in quanto sono abbastanza vicini ad una area verde ma si tratta di un area verde di modeste dimensioni. 28

29 Giampaolo Nuvolati La dissonanza però si registra solo in un caso: D2 perché questa persona pur essendo residente in prossimità dell area verde si dichiara insoddisfatta, mentre il caso D1 è assolutamente giustificabile: il soggetto infatti risiede nel medesimo quartiere ma molto lontano dalla area verde. Anche per quanto riguarda l adattamento abbiamo un solo caso reale A3, cioè un individuo soddisfatto pur abitando lontano dalle aree verdi. Gli altri due casi A1 e A2 non rivelano in realtà alcun adattamento perché i soggetti risiedono molto vicini ad una ampia area verde seppure collocata nel quartiere limitrofo. Supponiamo nel passaggio successivo (Fig. 3) di inserire nella nostra mappa anche gli elementi morfologici e infrastrutturali del territorio. Come si noterà una strada a doppia corsia (tratteggiata) impedisce un facile accesso di D2 alla vicina area verde e pertanto ne giustifica la dissonanza. Una strada diretta da A3 all area verde dell altro quartiere ne facilità l accesso e pertanto giustifica l adattamento. Rispetto alle considerazioni precedenti abbiamo dunque introdotto elementi che spiegano l iniziale illogicità di certi atteggiamenti e che una lettura in chiave aggregata e non geo-referenziata non avrebbe assolutamente potuto rilevare. Fig. 3 L introduzione delle infrastrutture Come si evince dalla tabella che segue (Tab. 3) a conclusione di questa simulazione, attraverso un processo giustificatorio che ha guardato alla localizzazione degli individui e ai vari ostacoli che si frappongono o facilitano l accessibilità alle aree verdi, abbiamo eliminato i casi illogici: in particolare quelli afferenti alla categoria della dissonanza sono confluiti in quelli della deprivazione, mentre quelli in prima battuta ascrivibili alla categoria dell adattamento sono stati inglobati nella categoria del benessere. Tab. 3 Distribuzione ex ante ed ex post dei casi secondo le condizioni di benessere, dissonanza, adattamento e deprivazione Condizioni soggettive di vita Condizioni oggettive di vita buone cattive buone benessere 8 à 11 dissonanza 2 à 0 cattive adattamento 3à 0 deprivazione 7 à 9 29

30 Giampaolo Nuvolati Naturalmente altre soluzioni finali potevano emergere dalla simulazione: ad esempio nel caso in cui non fosse stata riscontrata la presenza di una strada che collegava A3 al parco più grande, A3 sarebbe rimasto un caso di adattamento. Volendo riassumere gli esiti di questa simulazione in cui abbiamo combinato il modello puramente teorico di Zapf ad una rilevazione della qualità della vita urbana attraverso la georeferenziazione dei dati, potremmo far riferimento ai seguenti due punti: gli indicatori a livello di quartiere di cui i ricercatori solitamente dispongono (siano essi frutto di analisi ecologiche: indicatori oggettivi, che di survey: indicatori soggettivi) non restituiscono una immagine chiara circa il rapporto tra i livelli di dotazione e accessibilità dei servizi e la soddisfazione che ne può derivare da parte degli individui; la georeferenziazione consente di stimare oggettivamente non solo la reale distribuzione dei servizi, ma anche la vicinanza ai servizi stessi da parte degli individui intervistati e gli ostacoli che si frappongono al loro accesso, e pertanto permette di appurare i paradossi di cui parlava Zapf anche nell ottica seniana delle functionings, come obiettivo finale da perseguire per il miglioramento della qualità della vita. L applicazione del modello L approccio appena illustrato presumibilmente si presta ad essere applicato a contesti territoriali circoscritti. Il campo di studio da privilegiare è infatti la città, nelle sue varie parti, anche se è possibile lavorare a varie scale 4. Peraltro, la lettura incrociata di dati sociologici a di dati territoriali resta alquanto complessa e al sociologo si richiedono anche competenze e scambi con le discipline geografiche e urbanistiche nel quadro di quelli che nei paesi anglosassoni vengono chiamati gli Urban Studies, ancora poco diffusi in Italia. Ciononostante pensiamo che tale approccio costituisca una strategia analitica da implementare e sia meritevole di maggiore attenzione da parte tanto degli studiosi quanto dei decisori. In alternativa a questo metodo possiamo pensare a quello solitamente adottato (ma a nostro avviso limitato) per compendiare la dimensione oggettiva e quella soggettiva del benessere. Si tratta di survey che nel questionario contengono domande direttamente riguardanti non solo la soddisfazione soggettiva espressa dagli intervistati nei confronti di una serie di servizi (aree verdi comprese) ma anche la vicinanza, la accessibilità e la frequentazione degli stessi, partendo dal presupposto che sia lo stesso soggetto a fornire indicazioni oggettive sulla dotazione di servizi. Resta il fatto che queste risposte sono comunque il frutto di conoscenze e di giudizi personali non necessariamente rispondenti alla realtà dei fatti dal punto di vista della effettiva disponibilità di servizi. Molto probabilmente la possibilità di somministrare un questionario ricco di domande ad individui successivamente da geo-referenziare su mappe tematiche e geografiche sufficientemente complete di informazioni sulla connotazione del territorio e delle strutture disponibili costituisce la soluzione migliore. In ogni caso, per restare nel campo delle survey, merita di essere menzionato un indicatore selezionato anche per il progetto BES (Benessere Equo e Sostenibile, che costituisce l iniziativa promossa dal Cnel e dall Istat forse più avanzata nel nostro paese per la rilevazione del benessere. Si tratta dell Indice sintetico di accessibilità ad alcuni servizi: Percentuale di famiglie che dichiarano molta difficoltà a raggiungere alcuni servizi essenziali (farmacie, pronto soccorso, ufficio postale, polizia, carabinieri, uffici comunali, asilo nido, scuola materna, scuola elementare, scuola media inferiore, negozi di generi alimentari, mercati, supermercati). Come recita la nota esplicativa: L indice sintetizza il grado di soddisfazione dei cittadini rispetto ad un folto gruppo di servizi diversi ma di grande rilevanza; è una misura della capillarità di diffusione dei servizi ai cittadini sul territorio. Il dato è disaggregabile per ciascuno dei servizi considerati nella produzione dell indice e quindi utilmente impiegabile per poter osservare quali aspetti registrino le maggiori criticità. (http://www.misuredelbenessere.it/) 4 Il bacino di utenza di alcuni servizi di uso meno quotidiano trascende abbondantemente i confini comunali e provinciali e richiede comunque una analisi dei livelli di accessibilità rispetto alla configurazione del territorio diversa da quella richiamata in questo articolo. 30

31 Giampaolo Nuvolati Peccato che si tratti di un dato raccolto a livello regionale o per dimensione demografica dei comuni in occasione delle indagini Istat annuali sugli Aspetti della vita quotidiana e dunque non consenta alcun tipo verifica puntuale del modello di Zapf in termini di corrispondenza o meno tra la reale dotazione dei servizi, la percezione soggettiva degli stessi e l organizzazione del territorio. Di maggiore interesse è forse l indicatore sempre citato nello stesso progetto BES e denominato: Indice di accessibilità alle reti di trasporto: Percentuale di popolazione che risiede a più di X minuti da una stazione ferroviaria principale. Gli autori al riguardo ricordano come: L accessibilità agli snodi principali del sistema ferroviario garantisce ai cittadini una maggiore facilità di spostamento nel paese, a supporto tanto degli spostamenti occasionali quanto di quelli sistematici come il pendolarismo tra comuni diversi per motivi di lavoro o studio. Si tratta di una elaborazione GIS abbastanza onerosa che, a partire da grafi commerciali, calcola la distanza in tempi di percorrenza stradale (o in km) tra un punto (comune) e un altro (la stazione ferroviaria principale). Le stazioni ferroviarie principali sono state già geo-riferite al territorio. Si tratta di un indicatore molto innovativo che ben coglie la marginalità del territorio italiano rispetto all accesso ad alcuni servizi di trasporto. Il calcolo dell indicatore richiede uno sforzo di calcolo non indifferente in quanto vanno calcolati i tempi di percorrenza di comuni da almeno 8 punti per comune (calcolo di oltre distanze). Va definita arbitrariamente la soglia di X minuti. L indice testimonia quanto le questioni sollevate in questo articolo stiano diventando di comune interesse anche per le istituzioni preposte alla rilevazione ed elaborazione dei dati: le sole cui è possibile guardare con fiducia nella speranza che un domani si possa disporre di informazioni statistiche sistematizzate e sempre più riconducibili a specifici territori. Se mettiamo a confronto i due indicatori (Tab. 4) ne potremo rilevare le potenzialità ma anche le omissioni rispetto al modello di Zapf verso il quale si dovrebbe invece tendere e che ha come presupposto la combinazione della dimensione oggettiva e di quella soggettiva. Va da sé che, per entrambi gli indicatori identificati dal BES, più sarà possibile costruire campioni e disaggregare dati ad un livello territoriale minuto e più sarà facile georeferenziarli con i vantaggi che ne possono conseguire in termini di stima della qualità della vita e di ostacoli/ facilitazioni territoriali alla sua realizzazione. Se si esclude un crescente ma ancora generica sensibilità nei confronti della geo-referenziazione dei dati sociologici, la realtà attuale delle ricerche concrete sulla qualità della vita rimane comunque abbastanza lontana dalla impostazione qui proposta. Tab. 4 Valutazione dei due indicatori BES da svilupparsi per testare il modello di Zapf Indice sintetico di accessibilità ad alcuni servizi Indice di accessibilità alle reti di trasporto I quadranti verdi riguardano l orientamento attuale degli indicatori I quadranti trasparenti il loro completamento Dati oggettivi distanza (in minuti) dai servizi essenziali distanza (in minuti) dalle stazioni ferroviarie Dati soggettivi difficoltà dichiarata di accesso ai servizi essenziali difficoltà dichiarata di accesso alle stazioni ferroviarie Conclusioni Nella ricerca sociologica raramente si raccolgono e integrano dati di natura oggettiva e soggettiva rispetto ad una stessa porzione di territorio. Eppure questa metodologia, almeno nelle intenzioni, ha caratterizzato una fase pioneristica della ricerca sulla qualità della vita soprattutto nell ottica della programmazione dei servizi. Si fa riferimento alle esperienze realizzate nella città di Milano e che vanno sotto il nome di Bilanci Sociali di Area degli anni 70 (Bona, Merighi, Ostello 1979; Martinotti 1979). 31

32 Giampaolo Nuvolati Di fatto, in quella occasione furono raccolte informazioni sulla dotazione dei servizi (Tab. 5) e sulle caratteristiche socio-economiche dei residenti a livello delle 20 Zone di decentramento del Comune, così come fu realizzato un sondaggio nel 1981 e replicato nel 1986 che consentiva una rappresentatività dei dati sugli stili di vita e la qualità della vita a livello di 10 macro-aree (Martinotti et alii 1988). L intento era infatti quello di incrociare questi due tipi di informazioni al fine di stimare in che misura bisogni e stili di vita dei cittadini milanesi incrociavano l offerta dei servizi. Dunque, sebbene non fosse prevista una mappatura delle informazioni statistiche e una georeferenziazione della residenza degli intervistati, l impianto del lavoro richiamava alcune delle considerazioni proposte in questo articolo. Tab. 5 Elenco dei servizi considerati nello studio dei Bilanci Sociali di Area - scuole dell obbligo - scuole materne - asili nido - sport - verde - centri civici - servizi culturali - servizi sociali - igiene mentale - consultorio - consigli di zona - anziani Fonte: Martinotti (1988). Trascorso quel periodo caratterizzato da una profonda fiducia nei confronti della ricerca sociologica come strumento fondamentale per la programmazione del territorio e la realizzazione di politiche pubbliche mirate, l attenzione per una maggiore integrazione tra i dati oggettivi e quelli soggettivi è andato progressivamente calando. E sicuramente paradossale che al crescere dell informazione statistica sugli aspetti sociali, economici e culturali del vivere urbano non si sia accompagnata una concreta analisi territoriale dei fenomeni oggetto di studio. Tant è che risulta a tutt oggi ancora estremamente problematico comparare la qualità della vita in quartieri diversi di una stessa città. Questa lacuna ha peraltro impedito di analizzare più compiutamente il tasso di conversione tra la dotazione di beni e servizi locali e l effettiva fruizione degli stessi in termini di functionings acquisite dalla popolazione e di forme di disuguaglianza che ne derivano. Eppure la valutazione dei casi di benessere, deprivazione, adattamento e dissonanza, la ricostruzione delle loro origini, l attribuzione di responsabilità alle istituzioni (lato oggettivo) o ai singoli (lato soggettivo) per tali situazioni, non può che essere ricostruita in chiave territoriale e rappresenta sicuramente uno snodo cruciale per lo sviluppo di azioni correttive finalizzate al miglioramento complessivo della qualità della vita 5. 5 La consapevolezza della fallacia ecologica, del fatto che nei dati aggregati si nascondono nessi causali inattesi e situazioni fortemente differenziate, è peraltro alla base delle critiche più frequentemente mosse alle ricerche sulla qualità della vita basate su indicatori sociali e inadatte a cogliere una serie di dinamiche che si manifestano a livello più locale e individuale. Tuttavia, il livello di analisi sub-comunale rimane ancora molto spoglio dal punto di vista delle informazioni statistiche utili a valutare la qualità della vita. Lo stesso vale per le indagini il cui campione viene spesso costruito nel rispetto delle quote di popolazione per genere ed età ma raramente contempla una suddivisione per quartieri. In pratica gli approfondimenti su fette di territorio limitato che consentirebbero di meglio stimare le relazioni tra le componenti oggettive e soggettive del benessere sono ancora piuttosto rari. Per queste ragioni l analisi secondaria basata su dati 32

33 Giampaolo Nuvolati L impasse sembra oggi superabile facendo riferimento ad una rappresentazione territoriale del benessere e trova risconto nella possibilità di geo-referenziazione, superando i problemi di privacy, i dati rilevati attraverso indagini campionarie. In questa direzione si muovono alcuni degli studi presentati nel volume a cura di Marans e Stimson, Investigating Quality of Urban Life (2011) che costituisce una interessante rassegna delle ricerche in cui si è fatto uso di dati di varia natura per combinare gli elementi oggettivi e soggettivi della qualità della vita. Il ricorso ai GIS, ai GPS, ai tracciati dei telefoni cellulari sono le nuove frontiere 6. Pur riconoscendo i limiti insiti in una simulazione che non si basa su dati reali e, più in generale, in un approccio che probabilmente consente letture approfondite di territori ristretti ma non una analisi sociologica ad ampio respiro, ci sembra comunque di poter affermare che l esempio proposto possa costituire un punto di partenza in direzione di una più accurata analisi dei bisogni oggettivi e soggettivi espressi dalla popolazione. Tale approccio eviterebbe di ridistribuire risorse pubbliche semplicemente guardando a dati di sondaggio relativi ai livelli di soddisfazione espressi dagli individui facendone automaticamente derivare una valutazione circa l insieme delle risorse oggettivamente disponibili. Favorirebbe inoltre le decisioni in merito a due tipi di azioni: un tipo più hard rivolto al miglioramento del sistema dei servizi e delle infrastrutture ed un altro di tipo più soft orientato non tanto o soltanto alla edificazione di nuovi impianti e costruzioni quanto alla predisposizione di strumenti informativi capaci di indirizzare gli individui nello sfruttamento pieno di ciò che già esiste 7. In sintesi la qualità della vita delle città non può essere disgiunta da un governo locale che riconosca la complessità del territorio urbano e che rispetto ad essa adegui i suoi strumenti di analisi. La complessità da riconoscere non è però solo di ordine metodologico ma deve tenere conto di una teorizzazione che sta a monte e che riguarda i significati che oggi attribuiamo al concetto stesso di qualità della vita, di disuguaglianza, di equità sociale. L operativizzazione di tali concetti e la possibilità di analisi a livello locale, costituiscono le principali sfide che attendono le scienze sociali. il più delle volte a livello di capoluoghi o di provincia rappresenta ancora una strada assai praticata per lo studio del benessere, sebbene inadatta a mostrare le diverse situazioni presenti nel medesimo territorio. 6 Per il caso italiano in particolare è da ricordare il programma di ricerca: Individuals and groups in movement: sociological tools and new technologies for the study of mobility, touristic events and urban transformations sviluppato dal Dipartimento di Sociologia e ricerca sociale dell Università degli studi di Milano Bicocca 7 E questa, ad esempio, la filosofia che ha determinato lo sviluppo di politiche temporali urbane (Bonfiglioli et alii 1995, Mareggi 2000, 2011) in cui l apertura e la chiusura dei servizi (definiti in chiave cronotopica), la loro accessibilità spaziale e temporale, rappresentano temi importanti in direzione del miglioramento della qualità della vita dei cittadini. 33

34 Giampaolo Nuvolati Riferimenti bilbiografici Allardt E. (1993), Having, Loving, Being: An Alternative to the Swedish Model of Welfare Research, in: M. Nussbaum, A. Sen (1993, eds), The Quality of Life, Oxford: Clarendon Press, pp Bona B., D. Merighi, A. Ostello (1979), Un modello per la ripartizione di fondi alle zone di decentramento, in «Cittàclasse», anno V, n. 18, pp Bonfiglioli S., Brioschi L., De Cugis A., Mareggi M., Martinotti G., Zajczyk F. (1995), Il piano regolatore degli orari urbani, in «Urbanistica», n. 103, pp Marans R., Stimson R. (2011), Investigating Quality of Urban Life. Theory, Methods and Empirical Research, New York: Springer. Mareggi M. (2011), Ritmi urbani, Rimini: Maggioli. Mareggi M. (2000), Politiche temporali urbane in Italia, Firenze: Alinea. Martinotti G. (1988), Problemi di metodo per una analisi della qualità della vita urbana nelle grandi città italiane, in: P. Schmidt di Friedberg (a cura di), Gli indicatori ambientali: valori, metri e strumenti nello studio dell impatto ambientale, Milano: Franco Angeli, pp Martinotti G. (1979), Filosofia e schema del bilancio sociale di area, in «Cittàclasse», anno 5, n. 18, pp Martinotti G., Micheli G., Vicari S., Muti E., Natale P. (1988, a cura di), Milano ore 7: come vivono i milanesi, Rimini: Maggioli. Maslow A. (1954), Motivation and Personality, London: Harper and Row. Nuvolati G. (2010), La qualità della vita. Tradizione di studi e nuove prospettive di ricerca nella sociologia urbana, in «Quaderni di sociologia», Vol. LIV, n. 52, pp Sen A. (1993), Capabilities and Well-Being, in M. Nussbaum, A. Sen (1993, eds), The Quality of Life, Oxford: Clarendon Press, pp Zapf W. (1984), Individuelle Wohlfahrt: Lebensbedingungen und wahrgenommene Lebensqualität, in: W. Glatzer, W. Zapf (1984, eds), Lebensqualität in der Bundesrepublik. Objektive Lebens bedingungen und subjektives Wohlbefinden, Frankfurt: Campus, pp

35 Cristian Campagnaro, Valentina Porcellana [Il bello che cura] Benessere e spazi di accoglienza notturna per persone senza dimora Abstract: Looking into the housing services for homelessness leads to think about development of territory, citizens welfare, social recovery, reintegration into society and citizenship. Since 2009 the actionresearch, named Living in the dorm, has been investigating how architecture hosts services delivered to homeless people and how users interact with places and products in there. Spaces, pieces of furniture, tools, have been investigated and re-thought as part of the educational work carried out. Attention has been paid to the way spaces and objects interact with the biographies of the users and the operators and how these can qualify the service and act as enablers in the process of social inclusion. Keywords: Homelessness, Inclusion, Health, Social design, Anthropology. Abitare senza casa 1 Studiare il fenomeno dei senza dimora significa riflettere su aspetti tra loro connessi della complessità urbana, della povertà, dell emarginazione, del disagio giovanile, dell esclusione sociale di fasce deboli della popolazione (donne, anziani, immigrati). Apre inoltre ai temi dell abitare, della cittadinanza, dell insicurezza sociale, della precarietà economica, del sistema di welfare e delle politiche sociali. La definizione stessa di senza dimora è di per sé complessa e controversa, dalle prime formulazioni della Scuola di Chicago e dagli studi di Nels Anderson sugli hobos, fino alle attuali classificazioni europee, come ETHOS 2. La multidimensionalità problematica che caratterizza le persone senza dimora impone inoltre, sia in fase di ricerca sia in fase di attuazione di servizi, una risposta complessa, che tenga conto di tutte le diverse componenti del disagio. Si tratta, infatti, di una popolazione in continuo mutamento, sia per quanto riguarda le caratteristiche anagrafiche, sia per le modalità di utilizzo dei servizi sociali. La mancanza di casa o di lavoro o di salute sono concause della difficoltà o, nei casi più gravi, della perduta capacità di dare risposte adeguate ai propri bisogni, soprattutto in momenti di crisi. Luigi Gui sottolinea il fatto che molte persone senza dimora o adulti in stato di grave emarginazione partano già svantaggiati a causa di una dotazione particolarmente carente, soprattutto sul piano delle relazioni affettive: 1 Anche se l articolo è frutto di una riflessione comune, a Valentina Porcellana si devono i paragrafi 1, 2 e 9; a Cristian Campagnaro i paragrafi 3, 4, 5, 6, 7 e 8. 2 ETHOS (European Typology on Homelessness and Housing Exclusion) è la classificazione della grave esclusione abitativa proposta da Feantsa (Federazione Europea delle organizzazioni che lavorano con persone senza dimora). La griglia di indicatori che compongono la classificazione è reperibile all indirizzo: 35

36 Cristian Campagnaro, Valentina Porcellana È facile comprendere, allora, che l insuccesso su una delle dimensioni più importanti del nostro equilibrio, la dimensione affettiva, diventi una pesante premessa nella difficoltà di comporre equilibri di benessere. Se poi, come accade, la dotazione è carente anche sul piano culturale, socio-economico, comportamentale, ecc., gli eventi stressanti o di insuccesso su molte dimensioni nell esperienza di vita non consentono più agevoli ricomposizioni di nuovi equilibri di benessere franano tutte le sponde. D altro lato, in molti è carente la capacità di riconversione, cosicché ben presto si trovano inadeguati al contesto che muta» (Gui 2003: ). In molti casi l adattamento per rinuncia, che cela la paura del fallimento, riduce il margine di progettualità delle persone già in difficoltà. Nel momento in cui la percezione di sé è un immagine svilita e rassegnata, il rimando sociale potrebbe invertire la rotta. Qui dovrebbe inserirsi il lavoro degli operatori sociali, anche attraverso gli spazi di accoglienza diurna e notturna, prima che l adattamento alla nuova condizione sia completa e che ogni progetto a medio o lungo termine diventi un obiettivo impossibile anche soltanto da immaginare (Meo 2000). Il compito dell operatore sociale è molto delicato, poiché, se da una parte deve fare in modo che l utente modello conosca i servizi e i suoi meccanismi, che sappia chiedere e ottenere ciò di cui ha bisogno e a cui ha diritto, dall altra deve decostruire l utente a favore della persona e della sua autonomia. Se si riesce a raggiungere soltanto il primo obiettivo, si rischia di compiere un azione assistenzialistica che favorisce la cronicizzazione: «Proprio perché non esige contraccambio né cambiamento, l utente rischia di confermarsi nella condizione permanente di bisognoso aiutato» (Gui 2003: 121). Chiara Saraceno e Antonio Schizzerotto sottolineano come la disguaguaglianza si concretizzi nella disparità «di ottenere ricompense e privilegi; di influire sul comportamento altrui in modo che quest ultimo risulti vantaggioso (o, almeno, non dannoso) per sé e per il proprio gruppo nel suo complesso; di scegliere autonomamente i propri destini di vita e i modi della propria esistenza quotidiana» (Saraceno, Schizzerotto 2009: 10). Le disuguaglianze di agency, incidendo sulle capacità dei soggetti più deboli, sono quelle che impediscono ad alcuni individui di trasformare i beni in possibilità (Bergamaschi 1999). Lo stigma, poi, in quanto processo sociale, fa il resto (Goffman 2003). L abitare è una delle dimensioni importanti della costruzione di sé, del benessere, della progettazione della propria vita. La qualità dell abitare, il luogo in cui si vive e il contesto riflettono la struttura delle disuguaglianze nella società (Poggio 2009). Abitare senza casa non significa non abitare nessun luogo, significa costruire la propria esistenza in rapporto a spazi diversi, spesso provvisori e condivisi con persone sconosciute (come nei dormitori pubblici). Più la casa moderna diventa luogo privato e intimo, riservato alla famiglia e all individuo, più le forme abitative che si discostano da questo modello sono stigmatizzate (Tosi 1994). E la stigmatizzazione può tradursi in predizione creatrice quando gli abitanti introiettano la rappresentazione negativa che viene loro dallo sguardo esterno. In questo contesto, il centro di accoglienza notturno è solo uno spazio per dormire o può essere un luogo significativo per il miglioramento delle condizioni di vita degli individui che vi risiedono per tempi più o meno lunghi di permanenza? Che tipo di relazioni sociali produce il dormitorio? Attenua o rinforza i legami sociali di chi lo abita? È un contesto che integra o che produce nuova separazione? È possibile parlare di benessere in questo tipo di strutture? La ricerca-azione Abitare il dormitorio si inserisce nella riflessione sulla capacità dei luoghi di determinare lo stato di benessere di chi li abita. Abitare il dormitorio: una ricerca-azione interdisciplinare Abitare il dormitorio è il titolo di una ricerca-azione avviata nel 2009 e tuttora in corso incentrata sull analisi antropologica e la riqualificazione degli spazi pubblici di accoglienza notturna per persone senza dimora nella città di Torino. La ricerca-azione, che ha carattere interdisciplinare e partecipativo, è condotta dagli antropologi del Dipartimento di Filosofia e Scienze dell Educazione dell Università di Torino e dagli architetti del Dipartimento di Architettura e Design del Politecnico di Torino in collaborazione con la Divisione Servizi Sociali e Rapporti con le Aziende Sanitarie (Servizio Adulti in Difficoltà) della Città di Torino, gli operatori di alcune cooperative sociali 36

37 Cristian Campagnaro, Valentina Porcellana che gestiscono i dormitori per conto del Comune e le persone senza dimora che li frequentano 3. La prima fase della ricerca ha inteso mettere in evidenza la percezione dello spazio-dormitorio da parte di chi vive e lavora in questo luogo attraverso interviste semi-direttive, focus group, osservazione partecipante e etnografia degli spazi. L analisi si è interessata alle modalità in cui gli spazi e gli oggetti interagiscono con le biografie degli utenti e con l attività di accoglienza degli operatori. Questa prima fase della ricerca è stata propedeutica al coinvolgimento di architetti e designer e all intervento diretto sugli spazi che ha coinvolto, con modalità partecipative, gli ospiti dei dormitori, gli operatori sociali, i designer e gli antropologi. Le case di accoglienza notturna del Comune di Torino sono servizi pubblici, affidati nella gestione a cooperative sociali, volti ad offrire a persone senza dimora una risposta ai bisogni primari di ricovero notturno, ristoro e igiene personale e a ulteriori bisogni, non meno essenziali, quali l accoglienza e la relazione attraverso cui procedere alla ricostruzione di nuovi orizzonti di senso per la propria esistenza 4. Fino ad oggi nessuno dei dormitori della città di Torino è stato pensato e progettato per accogliere adulti in difficoltà: i dormitori trovano spazio in strutture edilizie di proprietà comunale, mutuate da altri usi per i quali hanno cessato di essere impiegati. Alcuni edifici erano scuole o fabbriche, altri sono prefabbricati che dovevano avere una funzione di accoglienza temporanea e che, invece, in uso ormai da anni, sono in stato di grave degrado. In città esistono oggi sei dormitori pubblici di primo livello (o bassa soglia) che non hanno un nome proprio, ma che sono identificati, dagli operatori e dai frequentatori, con il nome della strada in cui si trovano 5. Osservare i dormitori nella loro fisicità, nelle loro dotazioni, nella loro collocazione spaziale rispetto alla città è servito a decifrare anche le politiche che stanno alla base di questo servizio pubblico. Come afferma il sociologo Paolo Pezzana, ex presidente della Fio.PSD, la Federazione Italiana degli Organismi per le Persone Senza Dimora 6, «la grave marginalità può essere considerata come il principale indicatore di malfunzionamento delle politiche sociali pubbliche. Più in generale essa costituisce un autentica sfida, dolorosa e silenziosa, lanciata al cuore del modello di sviluppo contemporaneo» (Pezzana 2006: 17). Pensare e progettare gli spazi dell accoglienza notturna o ripensarli in rapporto alla funzione e al tipo di attività e di utenza che devono accogliere può contribuire a migliorare le relazioni che si svolgono all interno, andando incontro ai bisogni inespressi. Un luogo bello, che si percepisce essere pensato e voluto per il benessere, spiazza positivamente chi ha introiettato un immagine negativa di sé. La bellezza stimola a prendersi cura di sé, degli spazi, degli altri e lo «spazio diventa un sistema di opportunità per esperienze possibili» (Fortunati 2008). La strada, l emergenza, l accoglienza notturna, il bisogno di intimità, di un posto consono alla consumazione del cibo, alla lettura e al riposo; il bisogno di comunicare, di condividere regole, di curare la propria persona, di rispettare doveri e di vedere riconosciuti i diritti; il lavoro degli operatori e il coinvolgimento dei cittadini: lungo questi assi tematici si è mossa la seconda fase del progetto che ha coinvolto, nell anno accademico , 120 studenti del Corso di Laurea di Design e Comunicazione Visiva del Politecnico di Torino e un gruppo di studenti dei Corsi di Laurea in Scienze dell Educazione e Educazione Professionale socio-sanitaria dell Università di Torino. La raccolta e la sistematizzazione delle informazioni utili a delineare lo scenario di fruizione dei servizi e, più in dettaglio, dei problemi che esso fa emergere è stata condotta a due scale: quella della ricerca sul campo tramite visite alle strutture, focus group e incontri tematici con esperti del settore mediati dalla presenza degli antropologi, e quella della ricerca desk orientata a ricostruire lo stato dell arte sulla progettualità per la marginalità sociale 3 Dal 2013, in collaborazione con Fio.PSD, Federazione Italiana degli Organismi per le Persone Senza Dimora, il gruppo di ricerca è impegnato anche in altri contesti urbani oltre a Torino, in particolare Milano e Verona per la messa a punto teorica e metodologica del progetto. Sull esperienza partecipativa veronese si rimanda al blog 4 Si farà riferimento in particolare a dormitori maschili, frequentati da utenza italiana e straniera con permesso di soggiorno. 5 Durante l inverno le strutture aumentano la ricettività di alcune unità. Inoltre ogni anno da novembre a marzo viene attivato un Servizio di Accoglienza Notturna Invernale. Altre decine di posti letto sono messi a disposizione ogni notte da associazioni di volontariato e strutture del privato sociale. Sono in corso ulteriori accorpamenti tra i dormitori esistenti, anche in funzione della ristrutturazione degli spazi di un grande edificio in via Ghedini, nella Circoscrizione 6. Proprio su questi spazi sta lavorando in questi ultimi mesi l équipe di antropologi e designer in collaborazione con il Comune di Torino

38 Cristian Campagnaro, Valentina Porcellana e l homelessness con una specifica attenzione a soluzioni di prodotto e di servizio che rappresentassero situazioni di concreta discontinuità con queste forme di disagio. Dopo un anno di lavoro a stretto contatto con educatori, antropologi e ospiti delle strutture di accoglienza notturna, gli studenti di Design hanno realizzato 45 progetti che hanno dato vita ad una mostra inserita tra le iniziative del progetto nazionale C è in gioco la povertà con il contributo del Ministero del lavoro e delle politiche sociali 7. Creare benessere I temi rispetto ai quali si è organizzata la ricerca relativa ai modi di vivere gli spazi rispecchia una visione per unità ambientali che è stata giudicata più coerente con il modello d uso di edifici che è spesso dedotto da altre funzioni, talvolta neppure residenziali 8. In particolare, sulla base delle attività dell utente, contestuali spazialmente e temporalmente fra loro, sono stati isolati i differenti temi dell indagine. Quello che emerge è la fotografia di un sistema complesso di funzioni e di fruitori in uno spazio troppo semplice per governarne, senza forme di autoritarismo, le contemporaneità e le possibili conflittualità conseguenti a queste forme dell abitare. Alcuni problemi emersi nel corso dell indagine sono di ordine percettivo, cognitivo ed emotivo e sono trasversali ai processi di fruizione: l assenza di orari propri, l impossibilità di aprire o chiudere a chiave le porte, l uniformità, la condivisone forzata che tuttavia si contrappone all assenza pressoché totale di un senso di comunità, le tante attese a cui non ci si può sottrarre, gli odori dei luoghi e il senso di transitorietà che è palpabile in ogni momento. A partire dal complesso dei problemi emersi, l attività dell équipe di ricerca multidisciplinare è proseguita con una fase di sperimentazione orientata a perfezionare e completare quella che nel design, e più in generale nella progettazione, viene definita fase meta-progettuale. Si tratta di un attività progettuale di natura interdisciplinare che ha per obiettivo la gestione e l indirizzo strategico del processo di transizione tra la fase di istruttoria del progetto (raccolta dei dati e analisi) e la fase di formalizzazione e sintesi dello stesso (Van Onck 1964, Colombo 2005). Come nella fase precedente di costruzione dello scenario relativo alle interazioni tra spazi e utenze, antropologia e design hanno condiviso saperi e strumenti; in questo modo è stato possibile articolare lo scenario in un sistema di iniziative potenzialmente praticabili (Manzini 2005). Esse agiscono al livello delle strategie e indicano gli assi tematici di un ripensamento funzionale e percettivo che possa favorire, secondo i principi del progetto condiviso tra utenti, stakeholders e progettisti, la transizione degli spazi di accoglienza in luoghi della convivenza, del benessere e del recupero sociale. Si afferma un agire capace di essere creatore di benessere (Dominioni 2006) e di andare oltre l assenza di malattia e sofferenza, per tendere invece ad un comfort psicofisico in cui l elemento umano sia centrale. Il processo è corale e, nello sviluppo di soluzioni efficaci per facilitare l affermarsi di elementi di innovazione, intervengono anche psicologia e scienze dell educazione al fianco del design e dell antropologia. La risposta ai bisogni primari Nelle case di accoglienza notturna si dorme in tre o quattro per ambiente; si dorme insieme anche senza conoscersi; si va a dormire ad una data ora perché a quell ora si spengono le luci, non importa che si abbia sonno o no. Ogni utente ha a disposizione un armadietto, a volte un comodino, una sedia e un letto con coperte marchiate con il logo-tipo dell amministrazione comunale. Gli spazi sono anonimi e impersonali e manifestano una disconnessione con qualsivoglia sistema simbolico legato alle biografie degli ospiti: le molteplici gestualità dello svestirsi, del coricarsi e del risveglio, che si moltiplicano per ogni persona, per le molte religioni e le differenti culture ospitate dai servizi, non trovano risposte qualitative nelle attrezzature a disposizione. In questo contesto diventa difficile ricavarsi forme di intimità o di individualità e il letto e i pochi metri che lo circondano sono privi 7 La mostra Sei mai stato in dormitorio?, patrocinata dal Comune di Torino, è stata inaugurata il 15 dicembre 2010 a Torino. 8 UNI 7867 (1978), Terminologia per requisiti e prestazioni. Specificazione di prestazione, qualità e affidabilità; UNI (1999), Terminologia riferita all utenza, alle prestazioni, al processo edilizio e alla qualità edilizia. 38

39 Cristian Campagnaro, Valentina Porcellana di dotazioni in virtù delle quali esso possa essere vissuto come nucleo personale. Le strategie sviluppate nella fase propositiva del processo metaprogettuale parlano di migliorate prestazioni percettive e di accresciute funzionalità che garantiscano una maggiore disponibilità del proprio spazio in modo personale, forme di personalizzazione transitoria e azioni di isolamento volontario. Nei dormitori è vietato cucinare eppure il cibo entra in dormitorio e vi si mangia. Talvolta il dono di un benefattore, l iniziativa di qualche volontario genera occasioni di convivialità impreviste. Tutto ciò avviene nella sala più grande, dove nel frattempo qualcuno legge un libro, guarda la tv; si determinano sovrapposizioni non gestite e non programmate che rendono ulteriormente difficile la vivibiltà della sala stessa. Gli spazi e la relativa dotazione non incidono con efficacia rispetto all esigenze di un atto, quello del consumare il pasto, che darebbe senso compiuto al dimorare in questi luoghi. Una riprogettazione del servizio e delle dotazioni accessorie dovrebbe agire sugli aspetti cognitivi ed ergonomici, nella direzione di una maggiore adesione alle esigenze dell individuo e dei gruppi di pratica. La visione che è emersa dai processi di condivisione della progettualità rappresenta soluzioni che permettano a chiunque lo voglia di poter conservare piccole quantità di cibo nei tempi brevi della fruizione del servizio, di farlo nel rispetto dell igiene propria e altrui e della proprietà del cibo nell ambito di una condivisione di spazi e di attrezzature. Rispetto ai momenti del vero e proprio consumo del cibo, sentito come uno dei momenti chiave attraverso cui passa il processo di normalizzazione e umanizzazione del servizio, l azione progettuale ha avuto come prospettiva la costruzione di un sentire comunitario e la promozione di condizioni di una quotidianità domestica oggi non sostenuta: scegliere il cibo, mangiare a tavola, scegliere se mangiare insieme ad altri o da soli, condividere il proprio pasto, gestire il proprio coperto, riscaldare la pietanza, lavare le stoviglie e raccogliere i rifiuti. Nei centri accoglienza notturna le persone senza dimora possono farsi una doccia e prendersi cura della propria persona. I bagni però sono stati pensati originariamente e come tali dedotti per usi saltuari e di breve durata. Così culture, percepiti, sensibilità e gestualità differenti subiscono un livellamento verso risposte meramente quantitative, legate ai tempi ristretti e all efficienza. Ogni sera all ingresso viene consegnata una dotazione minima di shampoo e sapone, carta igienica, agli uomini anche schiuma da barba e un rasoio usa e getta. I prodotti detergenti sono razionati e consegnati in bicchierini di plastica. I luoghi deputati alla cura della propria igiene non riescono a espletare adeguatamente la funzione auspicata: l acqua calda finisce prima che tutti abbiano fatto la doccia; sul pavimento, in breve tempo, si raccoglie uno strato di umidità che rende insicuro il passo e poco piacevole la permanenza; sono pochi gli appoggi dove sistemare i propri accessori per la cura. Tutto avviene sotto gli occhi di altri che fanno gli stessi gesti e altri ancora che attendono il proprio turno. Dall indagine è emerso inoltre il difficile rapporto con la propria immagine fisica e in particolare con il proprio volto, che molti non accettano di osservare. Le attività legate all igiene personale si svolgono invece sempre in presenza di uno specchio stabilmente fissato alla parete e il confronto con la propria figura non è evitabile né procrastinabile ad altri momenti. Un controllo del degrado ambientale e delle superfici uso dopo uso, la dotazione di attrezzature che garantiscano un appoggio sicuro e igienico dei propri accessori e indumenti nonché una somministrazione dei prodotti che vada oltre la precarietà di strumenti e gesti occasionali, la possibilità di ricavare istanti di privacy e scegliere come e quando specchiarsi sono requisiti da perseguire e che darebbero ai gesti della cura della persona una qualificazione emotiva, percettiva ed ergonomica adeguata al riconoscimento della propria dignità. Convivere e condividere Nei dormitori esistono spazi transitori come il corridoio che, a dispetto della loro funzione originaria, assumono senso per il tramite delle attività svolte dagli ospiti in attesa di coricarsi: ci si incontra in piccoli gruppi, ci si isola, ci si raccoglie in attività personali, ci si informa e si comunica. Sono spazi pensati per il transito e come tali sono carenti nelle dotazioni che li potrebbero rendere adeguati alle funzioni in atto, promuovendoli a luoghi della coabitazione, della comunità, dello scambio, dell autonomia, dell informazione e dell accessibilità. A dispetto dei luoghi comuni, le persone senza dimora hanno molti oggetti personali che li accompagnano nel 39

40 Cristian Campagnaro, Valentina Porcellana loro quotidiano. Alcuni di questi oggetti li seguono nell interno della struttura, a volte anche sotto le coperte: sono le cose più care, i documenti senza i quali non si entra in dormitorio, i pochi abiti e gli oggetti personali, alcuni legati al proprio passato, altri essenziali per il presente, qualche libro, qualche attrezzo di ferramenta, il telefono cellulare. Il senza dimora guarda con apprensione al momento in cui, durante il sonno, dovrà separarsene perché in quel momento quegli oggetti saranno in pericolo, a rischio di furti e sottrazioni; è proprio sotto questa pressione psicologica legata alla percezione di pericolo e di assenza di una reale comunità tra pari che il senza dimora arma di lucchetti ogni mobile a sua disposizione. Ci sono poi gli oggetti che, per regolamento, devono essere lasciati nel magazzino della struttura. Voluminosi e anonimi sacchi neri li contengono e sostano per settimane nel magazzino senza segni di riconoscimento, senza poter essere aperti dagli operatori, i quali lamentano questa difficile gestione. Dopo un mese il sacco dovrebbe lasciare il magazzino, ma diventa impossibile il riconoscimento e così dopo anni vengono rinvenuti oggetti dimenticati da persone ormai lontane. Le strategie, sviluppate e condivise tra gli attori coinvolti nel progetto Abitare il dormitorio, orientano la revisione del servizio nel rispetto delle esigenze di due utenze, operatori e utenti, e nella direzione della gestione e dell accessibilità, della tutela della proprietà e della privacy. Gli operatori vorrebbero essere messi in condizioni di sapere cosa c è nella struttura e a chi appartiene, nonché poter monitorare rapidamente da quanto tempo determinati oggetti o contenitori sono all interno della struttura. Allo stesso modo occorre restituire una corretta centralità alle esigenze di chi riceve il servizio. Gli ospiti dovrebbero poter conservare, con un adeguato grado di sicurezza, le loro cose il più possibile vicino a loro stessi. Le modalità dovrebbero garantire e promuovere un senso di sicurezza che limiti la militarizzazione degli spazi di ricovero dei beni personali. Quotidianità e tracce di sé Chi soggiorna nei dormitori, se non fosse per l iniziativa e la caparbietà degli operatori, non lascia traccia; resta qualche disegno, una scritta sul muro di un bagno. Per il resto, il vissuto di ogni persona che dimora in questi spazi, le relazioni costruite, la storia del recupero di una progressiva autonomia non trovano posto negli spazi dei centri di accoglienza. Sono dati e testimonianze che agirebbero efficacemente contro la rassegnazione ad una cronicizzazione del servizio, ma non c è nessun luogo, né servizio, né supporto che possa concretizzare questo scopo. I vissuti di ogni utente possono essere intesi come elemento progettuale del luogo; quest ultimo dovrebbe avere dotazioni utili ad intercettare le storie di chi vi ha abitato e valorizzarle, contribuendo, tra l altro, all implementazione dell apparato di comunicazione utile a contrastare lo stigma che accompagna le persone senza dimora e i servizi ad essi dedicati. I temi della memoria e del ricordo trovano anche una traduzione quotidiana in argomenti quali la scansione del tempo presente e la programmazione del futuro prossimo. Essi dimostrano di essere questioni di una particolare sensibilità in relazione agli impegni e alle scadenze che i senza dimora sono tenuti a rispettare. Il senza dimora vive una condizione di parziale sospensione sociale che tuttavia non lo esime dal rispettare precise scadenze legate alla salute, alla cittadinanza, al lavoro oltre che alla sopravvivenza. È anche nella gestione degli impegni quotidiani che trova senso l accompagnamento educativo che gli operatori offrono ai loro assistiti. In relazione a questo orizzonte prossimo a cui il senza dimora deve provvedere, le linee guida del progetto tendono allo sviluppo di metodi e strumenti che agevolino l aggiornamento dell agenda periodica di ogni utente e che, contemporaneamente, permettano una progressione verso quell autonomia che ci si aspetta che ogni utente abbia nella nuova vita che egli sta costruendo con il sostegno degli operatori. 40

41 Cristian Campagnaro, Valentina Porcellana Abitare ed essere cittadini La principale conflittualità tra ospiti di uno stesso dormitorio e tra questi e gli operatori si genera rispetto alle regole riguardanti i tempi e i modi in cui va abitata la struttura. Direttamente proporzionale al mancato rispetto delle regole, un altro motivo di attrito è legato alla rivendicazione dei propri diritti nei confronti degli altri utenti e al rispetto di quelli altrui. È possibile ricondurre questi problemi alla mancanza di un condiviso senso di comunità: si vive insieme ma non c è comunione, si è simili per le sorti che si vivono ma non si è né pari né uguali. Peraltro, il sistema di regole è affidato a modalità di comunicazione precarie e casuali prive di qualunque autorevolezza e che spesso si rivolgono a una audience multilinguistica e multiculturale. È parso ragionevole prevedere sistemi di segnaletica non verbali, né retorici né eccessivamente didattici in ragione dell età, della provenienza geografica, dei trascorsi e dell estrazione culturale e sociale degli utenti. Linguaggi e supporti di information design dovrebbero permettere la trasmissione di un eterogeneità di messaggi in una molteplicità di situazioni ambientali e spaziali. Si dovrebbe, inoltre, conservare una coerenza formale che dia omogeneità alla complesso della comunicazione all interno di tutti i centri di accoglienza pubblici della città, su cui peraltro ruotano tutti gli utenti del servizio. Il rapporto con la città è uno dei principali problemi che incontra chi gestisce il servizio e chi lo amministra. L accoglienza notturna è offerta in architetture il più delle volte anonime, spesso inserite in contesti urbani già consolidati. Una targa blu sulla facciata recita Città di Torino. Divisione Servizi Sociali e Rapporti con le Aziende Sanitarie. Casa di ospitalità notturna ; ci sono grate alle finestre, cancelli, recinzioni. Gli abitanti dei quartieri circostanti ne conoscono superficialmente la funzione e a queste strutture guardano con preoccupazione poiché, se ci si affida al percepito, è facile incorrere nell errore di pensare che siano luoghi di reclusione di soggetti a pericolosità sociale. Molti accorgimenti tecnici possono sembrare destinati a limitare la fuga. Al contrario si tratta di soluzioni volte principalmente a tutelare i soggetti deboli che vi soggiornano, a salvaguardare i loro effetti personali e a non fare entrare chi non ha trovato una sistemazione all interno del centro. Una progettualità che si possa dire volta al benessere dell individuo e della comunità dovrebbe invertire l introversione di cui vivono le architetture su cui si insedia il servizio. Emerge uno scenario in cui esse dovrebbero promuovere e manifestare la qualità sociale del servizio e il valore dell elemento umano che al suo interno vive e si rigenera. I confini dovrebbero essere dotati di funzioni pratiche o comunicative tali da promuovere relazioni positive con la città. La gestione del servizio e gli operatori L operatore ha tempi di lavoro precisi e intensi; oltre a mansioni di gestione della struttura ci si aspetta che egli assista chi arriva in dormitorio con la sensibilità che la formazione in campo educativo gli ha permesso di acquisire. La serata lavorativa è scandita dalla registrazione degli ingressi in dormitorio, dall aggiornamento del diario delle presenze e delle attività svolte, dalla distribuzione dei prodotti per l igiene e per la notte, dal mantenimento dell ordine, dalla gestione dei conflitti e dai colloqui con gli utenti. Lo spazio dell operatore è una stanza tra le molte, sempre troppo piena e sempre troppo piccola; è il luogo deputato alla maggior parte delle attività dell educatore in turno ed è rifugio nei rari casi in cui la conflittualità tra utenti raggiunga lo scontro fisico. È un luogo ibrido, aperto e di transito, ma è anche l unico in cui l operatore potrebbe, dato che è autorizzato a farlo, salvaguardare la propria privacy durante la notte; tuttavia i confini temporali e spaziali della privacy non sono mai chiari, la porta non è mai realmente chiusa, anche quando potrebbe esserlo, e l ufficio degli operatori si trasforma spesso in meta di continui pellegrinaggi degli utenti alla ricerca di un ascolto attento. Agli operatori andrebbero riconosciuti i momenti di privacy che la struttura oggi non è in grado di dare, mettendoli in condizione di poter chiudere la porta della propria stanza comunicando le ragioni e la durata di questa chiusura e rivendicandone il rispetto. Si dovrebbe perseguire la promozione della giusta immagine dell operatore tra accoglienza, autorevolezza e servizio; ciò si potrebbe raggiungere con il ripensamento delle gestualità e delle modalità con cui gli operatori stessi sono chiamati a svolgere le azioni di più ordinaria quotidianità. Il momento del colloquio con l utente è molto importante; esso ha un senso costruttivo per l utente e professionale per l operatore a cui, mai come in quel momento, vengono riconosciute le proprie responsabilità educative. In questo senso il progetto dovrebbe 41

42 Cristian Campagnaro, Valentina Porcellana realizzare una prossemica di raccoglimento e di dedizione reciproca, nel rispetto di un rapporto che in quel momento, programmaticamente, non deve essere gerarchico. La ricerca-azione Abitare il dormitorio, attraverso la costruzione dello scenario di fruizione che emerge nei paragrafi precedenti, ha potuto articolare una visione condivisa su cui converge il sentire di tutti i portatori di interesse coinvolti. È nella successiva fase metaprogettuale che gli attori sono stati indotti, sulla base della comune consapevolezza di criticità, opportunità e vincoli, a partecipare, con il design e l antropologia, a produrre un pensiero sui temi di una migliorata vivibilità degli spazi dell accoglienza notturna. Questo pensiero si declina in strategie di prodotto e servizio, esposte in precedenza in relazione alle relative analisi di scenario, che contribuiscono a rappresentare il possibile riorientamento del servizio e a promuovere il dialogo e il confronto tra gli attori coinvolti, al di fuori dei ruoli consueti. La domanda ribaltata L antropologia medica critica, in particolare quella che può essere ricondotta agli studi di Nancy Scheper- Hughes, propone di ribaltare la domanda foucaultiana che tipo di corpo la società vuole e di cui ha bisogno?, chiedendosi invece, riportando al centro della propria indagine il corpo soggettivo, che tipo di società è quella che il corpo desidera, sogna e di cui ha bisogno?. In questa prospettiva «il corpo è il terreno più prossimo, più immediato, dove le verità sociali vengono forgiate e le contraddizioni messe in scena, così come anche il luogo di resistenza personale, di creatività e di lotta» (Scheper-Hughes 2000: 284). Partendo da questa posizione ribaltata, la ricerca-azione Abitare il dormitorio rimette al centro dell attenzione e dell agentività quelle vite di scarto (Bauman 2004), non-persone (Dal Lago 1999), invisibili, senza (dimora) che tornano a prendere forma nella loro umanità e riscoprono il gusto di prendere decisioni e di indirizzare scelte che ricadranno anche sulla vita altrui. Una delle parole chiave del progetto che va ben al di là degli intenti di tipo scientifico è rispetto, nell accezione di Richard Sennett: il rispetto è inteso come performance situata nella relazione e che soltanto nella relazione, che è scambio, può trovare completezza. «La mancanza di rispetto sottolinea il sociologo statunitense, anche se meno aggressiva di un insulto diretto, può ferire in maniera altrettanto viva. Non c è insulto, ma nemmeno riconoscimento; la persona coinvolta semplicemente non viene vista come essere umano pieno, la cui presenza conti qualcosa» (Sennett, 2004, p. 21). Alla luce della questione ribaltata, la ricerca-azione si sviluppa mettendosi in ascolto di ciò che le persone senza dimora che frequentano i dormitori pubblici desiderano, dei bisogni che esprimono, a partire dalla possibilità stessa di farlo. L ascolto attivo su temi inediti, che non riguardano la propria condizione di utente, ma che valorizzano i saperi e le competenze, la partecipazione diretta e la condivisione delle scelte riguardo a spazi e oggetti innesca meccanismi positivi nell intero sistema di accoglienza e si trasforma in un gesto di attenzione e di cura. Il corpo soggettivo delle persone senza dimora troppo spesso soggiace al volere del corpo sociale e al potere del corpo politico (Scheper-Hughes 2000), tanto da convincersi di non essere altro che utenti di un servizio, ospiti che non hanno il diritto di esprimere desideri, esigenze e bisogni specifici. L incorporazione della disuguaglianza, della violenza strutturale a cui sono sottoposte le non-persone e i loro non-corpi si esprime in frasi come quella pronunciata da Aldo, 45 anni, italiano senza dimora che frequenta da qualche anno il circuito dell assistenza sociale e i dormitori torinesi: «Non ci meritiamo altro» 9. Altro, per Aldo, è l esistente, cioè un servizio pubblico che garantisce il minimo indispensabile. Una frase come questa, che ricorre spesso nelle parole delle persone senza dimora, sembra dare ragione a Foucault: la società modella i corpi e plasma, spesso attraverso la violenza strutturale, le persone, in particolare quelle più fragili ed esposte a processi di emarginazione. Il progetto Abitare il dormitorio tenta, invece, di restituire protagonismo a chi si sente ormai ai margini, inutile, inascoltato, compresi gli operatori sociali che lavorano a contatto quotidiano 9 Le citazioni sono tratte dai focus group organizzati tra il 2009 e il 2013 con persone senza dimora e operatori sociali dei servizi di accoglienza notturna di primo livello del Comune di Torino. 42

43 Cristian Campagnaro, Valentina Porcellana con la grave emarginazione adulta, resi fragili essi stessi da un welfare in crisi, spesso senza stipendio per mesi, non riconosciuti nel loro ruolo sociale. Ma il tentativo della ricerca-azione è anche di ribaltare un atteggiamento culturale di molti cittadini e amministratori pubblici che sostengono che il bello sia un lusso per chi si trova in difficoltà, addirittura deleterio per il percorso di reinserimento 10 : «Altrimenti si abituano e non vanno più via», «Non dobbiamo farli sentire troppo a casa, troppo comodi», «Il dormitorio non deve essere un albergo a 5 stelle». La sociologia ci ricorda, però, che sono proprio i contesti sociali deprivati, compresi i luoghi dell abitare, che «favoriscono l adozione di stili di vita insalubri» (Cardano 2009: 137) che contribuiscono a creare una spirale di malessere, con un costo sociale (ed economico) altissimo. L attivazione di processi partecipativi all interno dei servizi sociosanitari creano nuove alleanze tra le scienze sociali, il territorio, le amministrazioni pubbliche, ma soprattutto costruiscono relazioni inedite, che si alimentano di ascolto non giudicante, dell incontro di persone con esperienze di vita molto diverse, del benessere che deriva dal riconoscimento reciproco. «Nessuno mi aveva mai chiesto che cosa pensavo» ha commentato Patrizia dopo una visita insieme al nuovo dormitorio che l accoglierà. «Ma davvero posso dire come voglio i mobili?» si è stupita Carla. «Io ho sempre fatto un sacco di cose. So anche lavorare il legno. Posso aiutarvi a fare i mobili?» ha chiesto Antonio. Il postulato teorico che informa tutta la ricerca è l idea che la qualificazione degli spazi e la loro trasformazione in luoghi progettati e ricchi di contenuti simbolici e di opportunità di relazione contribuisca a migliorare la qualità della vita delle persone che vivono forme di disagio, stimolando, inoltre, negli operatori sociali la consapevolezza di svolgere un compito strategico e apprezzato dalla collettività, soprattutto in questo momento storico caratterizzato dalla grave crisi economica e vulnerabilità sociale. Attraverso percorsi partecipativi, i progetti che emergono dal confronto fra progettisti, utenti, educatori che lavorando insieme superano la definizione rigida di ruoli e condividono un percorso e un risultato definiscono apparati, strumenti, componenti, accessori e prodotti utili a concretizzare migliori relazioni tra soggetti e spazi dell accoglienza e, allo stesso modo, sono da intendersi come rappresentazioni del cambiamento possibile. Le soluzioni di design parlano il linguaggio positivo della trasformazione, del bello che cura, rappresentando una realtà di azioni, gesti e comportamenti a cui tendere per ripensare il servizio di accoglienza. Riferimenti bibliografici Anderson N. (1961), The Hobo: The Sociology of the Homeless Man, Chicago, Chicago University Press. Bauman Z. (2004), Wasted Lives. Modernity and Its Outcasts, Cambridge/Oxford: Polity Press/Blackwell Publishing Ltd; trad. it. Vite di scarto, Roma-Bari: Laterza, Bergamaschi M. (1999), Ambiente urbano e circuito della sopravvivenza, Milano: Franco Angeli. Brandolini A., Saraceno C., Schizzerotto A. (2009, a cura di), Dimensioni della disuguaglianza in Italia: povertà, salute, 10 Sulla retorica del reinserimento sociale delle persone senza dimora si veda Gaboriau 2004; Tosi Cambini

44 Cristian Campagnaro, Valentina Porcellana abitazione, Bologna: Il Mulino. Campagnaro C., Porcellana V., Habiter le dortoir, in Deschamps C., Proth B., Edifices remarquables et espaces ordinaires aux XXe et XXIe siècle. Dialogue entre architecture et anthropologie, «Journal des anthropologues», 2013 (accettato). Cardano M. (2009), Disuguaglianze sociali, povertà e salute, in Brandolini A., Saraceno C., Schizzerotto A. (a cura di), Dimensioni della disuguaglianza in Italia: povertà, salute, abitazione, Bologna: Il Mulino. Colombo F. (2005), Metaprogetto, in Colombo F. (a cura di), Atlante della comunicazione, Milano: Hoepli. Dal Lago A. (1999), Non-persone: l esclusione dei migranti in una società globale, Milano: Feltrinelli. Dominioni A. (2006), Design degli ambienti estremi, in Bertola P., Manzini E. (a cura di), Design multiverso. Appunti di fenomenologia del design, Milano: Edizioni POLI.design. Fortunati A. (2008), Pedagogia infantile e spazio educativo: l ambiente come progetto di relazioni per esperienze possibili, in Fortunati A., Fumagalli G., Galluzzi S., La progettazione dello spazio nei servizi educativi per l infanzia, Azzano S. Paolo: Edizioni Junior. Gaboriau P. (2004), Mettre les questions à la question. Travail de terrain et raisonnement sur les sens-logis, in «Espaces et sociétés», (1): Goffman E. (1963), Stigma: notes on the management of spoiled identity, Englewood Cliffs, N.J.: Prentice-Hall; trad. it. Stigma: l identità negata, Milano: Giuffré, Gui L. (2003), Una ricerca di nuovi percorsi d aiuto, in Bergamaschi M., Landuzzi C., Pieretti G. (a cura di), Servizio sociale e povertà estreme. Accompagnamento sociale e persone senza dimora, Milano: Franco Angeli. Manzini E. (2005), Localismo cosmopolita, Prospettive per uno sviluppo locale sostenibile ed ipotesi sul ruolo del design, Milano: Agenzia SDI. Meo A. (2000), Vite in bilico: sociologia della reazione a eventi spiazzanti, Napoli: Liguori. Pezzana P. (2006), Introduzione, in FIO.psd (a cura di), Grave emarginazione e interventi di rete. Strategie e opportunità di cambiamento, Milano: Franco Angeli. Poggio T. (2009), Le principali dimensioni della disuguaglianza abitativa in Italia, in Brandolini A., Saraceno C., Schizzerotto A. (a cura di), Dimensioni della disuguaglianza in Italia: povertà, salute, abitazione, Bologna: Il Mulino. Porcellana V. (2011, a cura di), Sei mai stato in dormitorio? Analisi antropologica degli spazi d accoglienza notturna a Torino, Roma: Aracne. Scheper-Hughes N. (2000), Il sapere incorporati: pensare con il corpo attraverso un antropologia medica critica, in Borofsky R. (a cura di), L antropologia culturale oggi, Roma: Meltemi. Sen A.K., (1992), Inequality Reexamined, Oxford, Oxford University Press; trad. it. La disuguaglianza, Bologna: Il Mulino, Sennett R. (2003), Respect in a World of Inequality, New York, Norton&Company Inc.; trad. it. Rispetto, Bologna: Il Mulino, Tosi A. (1994), Abitanti. Le nuove strategie dell azione abitativa, Bologna: Il Mulino. Tosi Cambini S. (2004), Gente di sentimento. Per un antropologia delle persone che vivono in strada, Roma: CISU. Van Onck A. (1964), Metadesign, «Edilizia moderna»,

45 Micol Bronzini [Famiglie in affanno] Una ricerca sui processi di impoverimento nel Comune di Senigallia Abstract: In recent years in Italy economic hardship has afflicted an increasing range of the population: single-parent families, single-earner couples, elderly persons living alone, families in which a wageearner has lost his/her job. To better understand the biographies and experiences of these families in distress, a partnership has been set up between the Interdepartmental Research Center of the Polytechnic University of Marche, the Municipality of Senigallia, Caritas and an important company, which has financed a three-year research program on these issues. The research project, entitled Corporate Social Responsibility in an Integrated Perspective:families at risk of poverty in Senigallia, focuses on how the phenomenon of poverty is changing in the local context. In particular, it analyses families at risk of hardships, that is those families that cannot be defined as poor in a traditional way but that risk, for a variety of factors, being dragged into poverty. The article presents the main results of this empirical research. Keywords: New poverties, Economic hardship, Economic crisis. Premessa: la ricerca sulle famiglie a rischio di disagio nel Comune di Senigallia Nel 2006, per la prima volta, il Rapporto della Caritas sulle povertà e l esclusione sociale in Italia poneva l attenzione su un fenomeno inedito: il progressivo impoverimento di una fascia crescente della popolazione, costituita da nuclei monogenitoriali, coppie monoreddito, anziani soli, famiglie nelle quali un componente aveva perso il lavoro. Per comprendere meglio le biografie e i percorsi di queste famiglie in affanno, come vengono definite nel Rapporto, è nato un partenariato tra il Centro di Ricerca Interdipartimentale dell Università Politecnica delle Marche (CRISS), l Assessorato ai Servizi alla Persona del Comune di Senigallia, la Caritas Diocesana e una importante azienda senigalliese, la Fiorini Industrial Packaging, che ha voluto finanziare un programma di ricerca triennale dal titolo La responsabilità sociale di impresa in un ottica integrata: le famiglie a rischio di disagio nel Comune di Senigallia. La ricerca si è focalizzata su come il fenomeno della povertà si vada trasformando, nella realtà locale in esame, con particolare riferimento alle famiglie a rischio di disagio, ossia a quelle famiglie che, pur non potendo essere definite povere in senso tradizionale, sono soggette, per una molteplicità di fattori, a dinamiche di impoverimento, che rischiano di trascinarle in una condizione di povertà. La scelta di approfondire questo tema attraverso lo studio di caso di un sistema sociale di piccole dimensioni nasce dalla convinzione che, data la natura complessa e sfaccettata del fenomeno, un simile contesto si presti quale luogo privilegiato di osservazione, nonché possibile laboratorio di ricerca e di intervento 1. Nel primo anno di ricerca (2008) l indagine sul campo ha avuto il duplice obiettivo di analizzare il fenomeno delle nuove povertà sia dal punto di vista della sua estensione che dal punto di vista qualitativo (cercando di capire 1 Il progetto è ascrivibile al campo della ricerca-azione dal momento che l obiettivo ultimo era quello di arrivare a promuovere politiche pubbliche mirate e a definire, assieme a tutti gli attori coinvolti, adeguate azioni di sostegno. In quest ottica si è previsto che la progettazione si articolasse su tre livelli tra loro consequenziali: un primo momento di approfondimento teorico e di ricerca empirica, un secondo momento di condivisione e di formazione per gli operatori (pubblici e del terzo settore), finalizzato alla restituzione dei risultati, alla discussione e all ideazione di strumenti di intervento, e un terzo momento di implementazione di quanto proposto. 45

46 Micol Bronzini se si vadano configurando nuove forme di disagio). Per l anno 2009, in conseguenza dell inasprirsi dello scenario economico, che ha messo a dura prova la tenuta economica e sociale, si è voluto porre attenzione alla condizione delle famiglie senigalliesi nel loro complesso, valutando la percezione soggettiva di impoverimento, e cercando di comprendere le strategie di fronteggiamento dell attuale crisi finanziaria di portata internazionale, nonché le modalità con cui chi ha perso l occupazione si muove nel mercato del lavoro per trovarne una nuova. Per raggiungere tali obiettivi la ricerca si è sviluppata attraverso diverse fasi e con molteplici metodologie di analisi 2 ; nelle pagine seguenti, dopo una breve presentazione dello scenario, così come emerso dal focus group con i testimoni privilegiati, verranno presentati i principali risultati emersi dall indagine empirica. Si tralascia, invece, in questa sede, il ricco dibattito teorico in merito alla definizione e alla misurazione della povertà, e soprattutto delle cosiddette nuove povertà, nonché i modelli di analisi sottostanti (modello utilitaristico, modello delle capabilities, ecc.) per i quali si rimanda alla letteratura sul tema (Negri e Saraceno 2003; Atkinson 2000; Sen 1985, 2000, 2007). È, tuttavia, opportuno richiamare brevemente alcune caratteristiche di quella vulnerabilità sociale che costituisce l oggetto privilegiato della presente analisi. Secondo la definizione proposta da Ranci (2002a, 13) la nuova vulnerabilità sociale risulta «caratterizzata da un mix di instabilità lavorativa, fragilità familiare e territoriale, incertezza sulle garanzie sociali ed economiche acquisite, difficoltà crescente a fronteggiare le difficoltà derivanti da problemi di tipo abitativo, finanziario, sanitario, relazionale». Così definito, il concetto di vulnerabilità costituisce uno dei due poli del continuum di situazioni di rischio che possono sfociare nell esclusione sociale. La condizione di vulnerabilità si connota, dunque, per l esposizione a una serie di incertezze e di rischi potenziali. Proprio tale dimensione di potenzialità può essere letta sia in termini negativi, come possibilità che si realizzi nella forma dell esclusione sociale, sia in termini positivi, come possibilità che ciò non si verifichi, con un apertura a possibili strategie di fronteggiamento. In ogni caso, il concetto di vulnerabilità non intende cogliere tanto gli stati estremi, quanto tutte quelle situazioni intermedie, che creano meno allarme sociale e che risultano, pertanto, più difficili da rilevare (Ranci 2002a). Prima di entrare nel vivo dell analisi è opportuno premettere che nel periodo della ricerca, nelle Marche, secondo i dati Istat, l incidenza della povertà relativa sulla popolazione era stimata al 5,4%, a fronte di una media delle regioni del Centro del 6,7% e di una media italiana dell 11%. Con un simile valore le Marche si posizionavano al quinto posto nella graduatoria delle regioni italiane per minore incidenza della povertà relativa, precedute solo da Emilia Romagna, Lombardia, Veneto e Toscana. Il Comune in esame afferisce, dunque, a un territorio che si caratterizza per un relativo benessere, almeno rispetto al resto del Paese; tuttavia, dalla ricerca sono emersi segnali preoccupanti rispetto alle possibilità di tenuta 3. Ciò induce a riflettere su come le stime ufficiali sulla povertà, 2 La ricerca si è articolata nelle seguenti fasi: raccolta e analisi dei dati disponibili sul Comune di Senigallia, riferiti alla struttura della popolazione e ai contributi economici erogati nel 2006 e nel 2007; focus group con testimoni privilegiati al fine di individuare linee di analisi condivise sul tema delle nuove povertà; interviste strutturate agli utenti: nel periodo 22 Gennaio-22 Aprile 2008 è stato somministrato un questionario strutturato a coloro che hanno presentato una richiesta di contributo economico ai Servizi Sociali del Comune di Senigallia e a coloro che si sono rivolti al Centro di ascolto Palazzolo della Caritas; indagine a carattere esplorativo sulle imprese attraverso la somministrazione di un breve questionario strutturato a 9 imprese con più di 50 dipendenti esercenti la loro attività nei Comuni compresi nell ATS di Senigallia al fine di cogliere l andamento, nell ultimo triennio, delle varie forme di anticipi-prestiti per i dipendenti; interviste in profondità con 11 utenti dei Servizi Sociali del Comune di Senigallia al fine di ricostruire, con maggiore dettaglio, le problematiche e le cause del disagio economico. Analisi di 37 schede anagrafiche degli utenti che, nel periodo di rilevazione considerato, si sono rivolti al Centro di Ascolto Palazzolo (limitatamente all utenza italiana) al fine di ricostruirne la storia della persona, le richieste e gli interventi attivati; indagine quantitativa (telefonica) su un campione di 100 famiglie residenti nel Comune di Senigallia (da luglio a settembre 2009); indagine quantitativa (da settembre 2009 a aprile 2010) su 63 soggetti registrati nella banca dati del Centro per l impiego, l orientamento, la formazione. 3 Senigallia ha circa abitanti (dati 2010), con una presenza di cittadini stranieri pari al 7,5%. Secondo le ultime rilevazioni disponibili (2012), la composizione per età della popolazione risulta così articolata: prevale la fascia d età centrale (16-45 anni) in cui si concentra il 36% dei cittadini senigalliesi, seguita dalla classe di età compresa tra 46 e 65 anni (il 28%), il 23% ha più di 65 anni, mentre il restante 13% ne ha meno di 16. Sotto il profilo economico-produttivo, se si guarda alla distribuzione delle imprese per settore economico, al primo posto si colloca il settore del commercio (30%), seguito dalle costruzioni (14%), dall agricoltura, silvicoltura e pesca (12%) e dalle attività nel campo dell alloggio e della ristorazione (10%) (dati Sistar Marche, anno 2010). Il tessuto economicoproduttivo si basa, cioè, in prevalenza su micro-imprese turistiche, commerciali, artigianali, edili e su imprese conto terziste per il vicino distretto tessile. In particolare, Senigallia presenta una forte vocazione turistica, che fa di questo territorio una delle principali località 46

47 Micol Bronzini ancorché relativa, rischino di cogliere solo la punta visibile di un fenomeno di dimensioni molto più ampie. Lo scenario Attraverso il Focus Group si è voluto avviare un analisi condivisa sul tema delle nuove forme di povertà a partire dalle riflessioni di alcuni attori, che si confrontano quotidianamente con tale problematica e che, a vario titolo, costituiscono dei testimoni privilegiati della fragilità economica: parroci, insegnanti, medici di medicina generale, assistenti sociali 4. Dal Focus Group è emersa la percezione condivisa di un incremento della fragilità economica, supportata da una serie di esempi riscontrati dai partecipanti nell esercizio del proprio ruolo e del proprio mandato professionale. Nello specifico, i parroci continuano a rappresentare un punto di riferimento per i membri della comunità parrocchiale, quando questi versano in difficoltà sotto il profilo non solo spirituale ma anche materiale, soprattutto nel caso di persone anziane, restie a rivolgersi ai servizi. I parroci hanno fornito indicazioni utili in riferimento sia alle esplicite richieste di aiuto che ricevono abitualmente, sia alle difficoltà che le famiglie incontrano in occasione di specifici sacramenti. In proposito è emerso, ad esempio, come da parte delle famiglie del ceto medio e medio-basso sia in crescita il ricorso all indebitamento, per sostenere le spese connesse a cerimonie (in primis matrimoni, ma anche comunioni, cresime o battesimi), divenute sempre più costose, alle quali non sono disposte a rinunciare, per motivi culturali e di legittimazione sociale. Similmente, le insegnanti delle scuole primarie hanno confermato di entrare in contatto quotidianamente con situazioni di disagio economico, sia come testimoni indiretti, attraverso i racconti dei propri alunni e il confronto con i genitori, sia come interlocutori diretti, in occasione della richiesta di contributi alle famiglie per le varie attività extracurricolari promosse. In particolare, è stato sottolineato come a rischio di disagio siano soprattutto le famiglie numerose provenienti dal Sud del Paese, prive, nel contesto locale, di reti parentali sulle quali fare affidamento, sia per il sostegno economico, che per l accudimento dei figli. Le docenti hanno ricordato, inoltre, gli ulteriori disagi che incontrano i minori immigrati e le loro famiglie, per i quali le difficoltà di tipo relazionale si intrecciano con quelle più strettamente economiche, con le prime che possono contribuire ad alimentare le seconde, quando l integrazione passa attraverso l assimilazione dei medesimi modelli di consumo. La scuola registra, inoltre, un aumento preoccupante di famiglie che non riescono a sostenere le spese per la mensa scolastica prevista nei casi di orario prolungato. È parso utile raccogliere anche il punto di vista dei Medici di Medicina Generale, di cui troppo spesso si sottovaluta il ruolo di sensori sociali, per verificare se anch essi rilevino un impoverimento crescente tra i loro assistiti e quali siano i segnali del fenomeno che arrivano alla loro attenzione. I Medici intervenuti hanno sottolineato, in particolare, le difficoltà degli anziani che, a causa dell entità modesta delle pensioni, fanno fatica ad acquistare i farmaci loro prescritti totalmente a carico del paziente. Altro aspetto richiamato è il legame sempre più stretto, a molteplici livelli, tra malattia e povertà. Laddove un familiare manifesta problemi di salute importanti, in aggiunta agli aspetti relazionali connessi con l alterazione dell organizzazione familiare, degli equilibri e degli stili di vita, possono insorgere notevoli difficoltà economiche, come conseguenza delle spese sanitarie e assistenziali. In simili situazioni di disagio, i medici riscontrano un aumento delle forme depressive, che a loro volta si ripercuotono negativamente sulle dinamiche lavorative, innescando vere e proprie spirali di malattia e povertà. Inoltre, balneari delle Marche. In passato, la carenza nel territorio in esame di insediamenti industriali di rilievo ha costituito, al contempo, un elemento di debolezza ma anche un fattore di tenuta, grazie alla flessibilità garantita dalla presenza di un economia turistica di stampo famigliare e del piccolo commercio, come testimonia l incidenza significativa degli occupati indipendenti sul totale di occupati (Goffi 2009). Tuttavia, l attuale crisi economica, nazionale e internazionale, ha pesantemente investito anche il settore turistico nazionale, per sua natura meno tutelato rispetto a quello manifatturiero sotto il profilo degli ammortizzatori sociali, mettendo in seria difficoltà le famiglie senigalliesi. 4 Hanno partecipato al Focus Group: tre parroci (il Direttore della Caritas, il Responsabile della Pastorale della salute, il Parroco della parrocchia più numerosa di Senigallia); tre medici (il Responsabile ambulatorio Caritas e due Medici di Medicina Generale); due insegnanti della scuola primaria; due Assistenti Sociali; il Responsabile del Centro di Ascolto Palazzolo della Caritas e la Responsabile dei Servizi Sociali del Comune di Senigallia. 47

48 Micol Bronzini l invecchiamento della popolazione, l aumento di patologie croniche invalidanti e l accorciamento della degenza media in ospedale, anche a fronte di condizioni gravi, si traducono nella necessità di assicurare l assistenza per le situazioni di non autosufficienza nel momento del rientro a casa. Quando diventa necessario il ricorso al mercato - o per il contenuto professionale richiesto (es. riabilitazione, assistenza infermieristica) o per l impossibilità di garantire una presenza continuativa - non sempre le famiglie riescono a sostenere una simile spesa, se non sono riuscite a risparmiare nell arco della loro vita o, comunque, si trovano a dover dare fondo proprio a tali risparmi. Le assistenti sociali hanno delineato ulteriori tipologie di utenti in difficoltà, offrendo un quadro complessivo del fenomeno: donne anziane che, rimaste vedove, si ritrovano con disponibilità economiche notevolmente ridotte, nuclei familiari senza particolari elementi di criticità, ma con figli adulti (sopra i 25 anni), che non riescono ad entrare stabilmente nel mondo del lavoro 5. Altra riflessione condivisa è stata quella relativa alle sempre più frequenti rotture della vita di coppia; i soggetti coinvolti in una separazione devono fare i conti, infatti, non solo con il disagio psicologico derivante dalla perdita del legame affettivo, ma anche con le minori risorse a disposizione per la gestione della vita quotidiana. In proposito è emerso come il disagio maggiore, solitamente, ricada sulle donne, spesso costrette a ritornare a vivere con la famiglia di origine, non riuscendo a far fronte alle spese per sé e per i figli, soprattutto se minorenni e con la necessità di essere seguiti durante le ore di lavoro. Dal canto loro, gli uomini che escono da una separazione si trovano a sostenere spese aggiuntive per l affitto di una nuova abitazione 6 e per l eventuale versamento degli alimenti o degli assegni di mantenimento. Molti dei partecipanti hanno evidenziato, infine, le problematiche economiche delle giovani coppie che pagano cifre considerevoli, rapportate agli stipendi medi, per le rate dei mutui contratti per l acquisto della casa, difficoltà che aumentano in presenza di figli minori che necessitano di cure mediche di routine (odontoiatriche, oculistiche, ortopediche). È apparso, inoltre, evidente come sempre più spesso saltino i meccanismi di redistribuzione e di compensazione interni alle reti familiari, dal momento che le famiglie in una fascia di età centrale si trovano a dover sostenere (economicamente e in termini di impegno assistenziale), contemporaneamente, sia i genitori anziani, soprattutto in presenza di difficoltà economiche o di salute di questi ultimi, sia i nuovi nuclei costituiti dai figli e dai nipoti. Gli utenti che si rivolgono ai Servizi sociali e alla Caritas Per approfondire le fattispecie di disagio emerse dal Focus group, nei primi mesi del 2008, è stato somministrato un questionario a coloro che hanno presentato una richiesta di contributo economico ai Servizi Sociali del Comune di Senigallia, e a quanti si sono rivolti al Centro di ascolto della Caritas. A conclusione della rilevazione sono stati somministrati complessivamente 80 questionari, di cui 33 presso il Comune (a fronte di 120 richieste pervenute nello stesso periodo) e 47 presso la Caritas (a fronte di circa accessi) 7. L esiguo numero di soggetti intervistati non può considerarsi statisticamente rappresentativo dell utenza afferente ai due servizi nel periodo considerato, tuttavia, i dati possono essere letti come indicativi rispetto alle forme di disagio da questi espresse. Sono state condotte, inoltre, 11 interviste in profondità con utenti dei Servizi Sociali del Comune e sono 5 A riprova di come anche insospettabili nuclei familiari del ceto medio possano rapidamente scivolare in una condizione di povertà è stato portato l esempio concreto di una famiglia di quattro persone nella quale il capo famiglia cinquantenne si è trovato senza lavoro, con il solo stipendio della moglie insufficiente per pagare l affitto di circa 500 euro e mantenere i figli all università. 6 Da questo punto di vista l Italia è in ritardo nello sviluppo di misure di cohousing, di cui potrebbero beneficare proprio giovani single di ritorno, così come gli anziani. 7 L esiguo numero di utenti raggiunti dalla rilevazione va imputato al fatto che gli operatori del centro di ascolto della Caritas, dato l inaspettato afflusso di richiedenti nel periodo considerato, spesso non sono riusciti a trovare il tempo necessario per la somministrazione del questionario. Anche il numero delle schede raccolte dai Servizi sociali del Comune è risultato più basso del previsto poiché, per eguali motivi di afflusso inaspettato di richieste, i referenti comunali hanno deciso di escludere dalla ricerca le situazioni cronicizzate, ossia tutti coloro per i quali era stato elaborato, da molti anni, un progetto di presa in carico in collaborazione con il Servizio per le dipendenze patologiche, il Dipartimento di salute mentale o altri servizi specialistici presenti sul territorio. 48

49 Micol Bronzini state analizzate le schede anagrafiche 8 di coloro che nel periodo considerato si sono rivolti al Centro di Ascolto per ricostruire i frammenti delle loro storie. Nel prosieguo verranno presentati congiuntamente i principali risultati dell indagine quantitativa e dell approfondimento qualitativo con particolare riferimento alle problematiche rilevate e alle tipologie emergenti di nuovi poveri. Dall analisi dei questionari pervenuti trova conferma, innanzitutto, che i due servizi non si sovrappongono, in quanto rispondono a un utenza differente per provenienza 9, età e profilo socio-culturale 10. Tra gli utenti del Comune prevalgono nuclei familiari non del tutto privi di redditi, per i quali la condizione di disagio economico si lega, per lo più, a situazioni di saltuarietà o di inadeguatezza del livello reddituale rispetto alle necessità della famiglia. In questi casi i soggetti si rivolgono ai servizi per ottenere un contributo - come il pagamento delle utenze domestiche - con il quale tamponare una difficoltà percepita come momentanea. Dall analisi delle schede anagrafiche della Caritas sono emerse, invece, situazioni multiproblematiche, nelle quali la mancanza di un occupazione si intreccia con problemi di alloggio, di salute, di dipendenza. Come anticipato dal Focus Group, la condizione abitativa costituisce la criticità prioritaria e sostanzialmente comune a tutti gli intervistati. Dall indagine quantitativa è risultato che il 58% dei rispondenti, tra gli utenti del Comune, e il 44% di coloro che afferiscono al Centro di ascolto vivono in appartamenti in affitto, il cui canone di locazione arriva a coprire la metà dei redditi percepiti. Per quanti dispongono, invece, di una casa di proprietà, le difficoltà economiche nascono dal ripianamento del muto contratto con gli istituti di credito per l acquisto della stessa, soprattutto nel caso di mutui pluriennali a tassi variabili. Sono in affitto, pago 500 euro di affitto più 100 di condominio 600 euro se ne vanno solo per la casa, tutto il resto non vivi per niente lo stipendio è di 900 euro, togli 600 per l affitto, con 300 euro che ci fai?...allora quello che penso io è che con i soldi faccio mangiare i bambini e poi, per l affitto, quello che verrà, verrà, non ho intenzione di pagarlo ( ) non posso levare da mangiare ai figli miei per pagare l affitto, poi mi buttano fuori e si vedrà, io lo so che tanto prima o poi mi buttano fuori. Sono cinque anni che sono qui e due che sto in pensione Pagavo un affitto e allora dico: perché pagare quei soldi? Ci prendiamo una casetta. La banca mi ha aiutato molto, perché non avendo una busta paga mi hanno fatto il mutuo per 20 anni. Io ho 61 anni sapevo di andare in pensione, però loro non mi hanno consigliato il tasso fisso e allora, di conseguenza... a 400 euro (di mutuo) si poteva vivacchiare, certo sempre facendo sacrifici, però adesso mi è aumentato di 150 euro al mese e ora ho sentito dire che aumenterà ancora e sono angosciata se venderla o meno, perché se continuo così non si può pagare meglio vivere 8 In ogni scheda vengono riportati sia i dati anagrafici, sia le informazioni che gli operatori raccolgono nei colloqui con l utenza per aggiornare la situazione nel corso del tempo. L analisi è stata limitata all utenza di nazionalità italiana. 9 I l 76% dei rispondenti tra gli utenti dei servizi sociali del comune è di nazionalità italiana, mentre l utenza Caritas risulta molto più diversificata, con una maggiore presenza di stranieri, pari al 57%. 10 La maggior parte delle persone intervistate, sia tra gli utenti del Comune che tra quelli della Caritas, ha un età compresa tra i 36 e i 55 anni (rispettivamente il 36% e il 47%). Tuttavia, coloro che accedono all Ente locale hanno mediamente un età più elevata, mentre tra gli utenti della Caritas la consistenza degli over 65 è minima e sono più numerosi i giovani sotto i 35 anni. A richiedere aiuto sono, in entrambi i casi, in prevalenza donne, un dato che non sorprende dal momento che generalmente è la componente femminile a farsi carico e portavoce delle situazioni di disagio, anche quando queste coinvolgono in prima persona altri membri del nucleo familiare (nell utenza Caritas questo dato è ancora più evidente: 71% femmine e 18% maschi). Gli utenti della Caritas possiedono mediamente titoli di studio più elevati (seppure spesso difficili da verificare) rispetto a quelli del Comune, dove la gran parte degli utenti presenta un grado di istruzione basso (49%), medio basso (36%) o nessun titolo (6%). Ciò dimostra che, nel caso di soggetti immigrati, l istruzione non si dimostra un elemento di per sé sufficiente a garantire una sicurezza economica, o perché i titoli posseduti non sono riconosciuti dallo Stato italiano o perché la procedura di riconoscimento è lunga e costosa (se non impossibile a causa della situazione di irregolarità della persona che ne é titolare). Infine, le persone intervistate sono principalmente coniugate/conviventi (40% dell utenza del Comune e 44% dell utenza Caritas), sebbene sia rilevante e analoga presso entrambi i servizi - la consistenza numerica dei separati/ divorziati (24%). 49

50 Micol Bronzini La mancanza di lavoro costituisce l altra fonte di incertezza e di insicurezza economica 11, sia che si sostanzi in una difficoltà d accesso a opportunità di lavoro stabili, sia che si leghi all espulsione dal mercato del lavoro, dovuta alla crisi economica strutturale del Paese, o alle fragilità individuali dei soggetti in esame. La questione della precarietà occupazionale a Senigallia è risultata molto grave: essendo una città di mare, con una prevalente connotazione turistica, coloro che non hanno titoli di studio forti da spendere nella ricerca di un occupazione stabile, in larga parte, devono far conto sulle richieste nel campo dei servizi alberghieri e della ristorazione, concentrate prevalentemente nel periodo estivo. Da questo punto di vista la presenza di lavori stagionali, da un lato, costituisce un importante polmone, in grado di far respirare, almeno per alcuni mesi, chi è privo di un lavoro sicuro, dall altro, contribuisce essa stessa a mantenere una condizione di instabilità e ciclicità del mercato del lavoro locale. I questionari somministrati, le interviste in profondità e la lettura delle schede anagrafiche della Caritas hanno confermato la presenza di diverse tipologie di soggetti a rischio di povertà: dalle donne sole con figli a carico, alle giovani coppie monoreddito con minori, agli anziani soli. In particolare, le donne separate o divorziate con figli a carico riferiscono problemi legati alla precarietà abitativa e lavorativa, all assenza o alla inadeguatezza del reddito e, spesso, all impossibilità di contare sugli alimenti o sugli assegni di mantenimento. Molte intervistate hanno sottolineato anche le difficoltà che incontrano nell assolvere alle responsabilità di cura dei figli: impegnate per l intera giornata, lamentano la mancanza di servizi ai quali affidare i figli, soprattutto nel periodo estivo, che, come detto, è quello in cui si trova una maggiore offerta di lavoro, ma anche quello in cui i minori, liberi dagli impegni scolastici, rischiano di rimanere soli in casa. Sono separata e sono sola qui a Senigallia, non ho famiglia. Sono separata con due ragazzi e quindi ero in difficoltà di brutto. Finché ce l ho fatta da sola sono andata avanti, dopo fisicamente e moralmente non ce l ho fatta più e mi sono rivolta anche perché mi hanno detto che ai servizi sociali ti danno una mano Intervistatore: le difficoltà sono nate dopo la separazione? Sì, anche perché giù a *** l affitto è molto di meno rispetto a qui, è di euro, e se sono due persone che lavorano in casa bene o male ce la fai ad andare avanti. Ho fatto la domanda per un sussidio provinciale e al comune per quanto riguarda i buoni pasto per mio figlio. Io vivo da sola e ho mio figlio al 100% a carico mio e quindi pagando un affitto, avendo le bollette e un figlio a carico, avendo uno stipendio a livello sindacale non è che Quando io lavoro mio figlio va all asilo, anche d estate va all asilo estivo, fa luglio e agosto i centri estivi. A luglio c è l asilo estivo comunale, ad agosto ci sono quelli privati. Costa anche quello e niente, per tenere il lavoro Io qui ho solo mia mamma che mi aiuta a tener il bambino la sera perché io ho il lavoro a doppio turno spezzato cioè la mattina e la sera; la mattina è sistemato, però la sera alle 6 me lo guarda mia mamma. Se le famiglie monogenitoriali sono tra le più a rischio di impoverimento, anche le coppie monoreddito con minori rischiano sempre più frequentemente di scivolare in una condizione di povertà, come emerge dalle testimonianze seguenti: Pago l affitto, 500 euro, metà del mio stipendio, io prendo euro, e con l altra metà non arrivo alla fine del mese...io ho tre bambini sono venuto a chiedere gli assegni familiari faccio i turni di notte, di mattina, di pomeriggio, ma non arrivo alla fine del mese ( ). Mia moglie sta cercando lavoro, con uno solo non si può andare avanti La donna che si rivolge alla Caritas per la prima volta a settembre del 2000: vive in affitto da un ente pubblico insieme 11 Dato il diverso profilo anagrafico, la percentuale di disoccupati fra i soggetti intervistati presso il Comune risulta di gran lunga inferiore a quella riscontrata tra gli utenti della Caritas, rispettivamente il 18% e il 44% (mentre tra i primi si registra una forte presenza di pensionati, rispettivamente il 27% e il 2,3%). Ad entrambi i servizi si rivolgono, però, anche persone occupate, sia a tempo determinato (9% in entrambi i servizi), sia a tempo indeterminato (24% per l ente locale, 22% per il Centro di Ascolto). 50

51 Micol Bronzini con il marito operaio e due figli piccoli. Sono venuti dal Sud d Italia da quattro anni con la speranza di trovare lavoro, ma la situazione occupazionale del marito è molto precaria e instabile e lei non lavora perché non ha nessuno a cui lasciare i figli. Altra condizione di fragilità è quella delle vedove, che in alcuni casi si ritrovano in ristrettezze economiche a causa delle pensioni di reversibilità inadeguate o degli indebitamenti contratti nell ultimo periodo di vita del coniuge, per far fronte alla malattia di quest ultimo. Le difficoltà economiche e la necessità di rivedere improvvisamente in tarda età i propri standard di vita, rinunciando ad alcune abitudini consolidate, contribuiscono ad aggravare il peso del lutto e la percezione di una rottura biografica. Oltre alla dimensione economica, in queste situazioni, a seguito del vissuto negativo della perdita, emergono problematiche di solitudine che sfociano, a volte, in gravi esiti depressivi. Quando m hanno levato quasi la metà di quello che guadagnava mio marito la pensione è di 600 euro, io prendo la reversibilità ecco pago le tasse anch io, quindi non è che e le medicine che mi debbo pagare? Io è due mesi che vado avanti con l herpes, e l oculista, le pomate le gocce, e ancora me lo porto dietro. Perché? Perché sono debilitata, mi mancano le vitamine perché non è che si mangia noialtri la sera si prende un caffè e latte, una fetta di melone io non compro olio, io faccio il bagno con l acqua fredda, non posso sprecare il metano perché ho paura, perché il metano di novembre l ho pagato adesso, 652 euro, che quando mio marito d inverno stava male io dovevo accendere è morto a Natale. Io sono sette mesi che lotto dicono di mangiare frutta e verdura, ma come fai? Anche un ceppo d insalata costa, io non la compro la frutta ( ). A me m è rimasto da pagare euro del funerale e poi li ho dovuti chiedere alla banca e la banca mi prende 65 euro al mese siccome eravamo clienti la direttrice è stata gentile e m ha fatto questo prestito. (Prima) era tutta un altra cosa, sebbene siano stati 5 anni di via crucis all ospedale. Adesso mi ha lasciato sola cosa faccio io sola quando mangio, quando dormo...io non lo so, il coraggio verrà col tempo ma a 72 anni, non lo so... Se nel frammento precedente è evidente il profondo legame tra emarginazione economica e solitudine, gli esempi a seguire rivelano, all opposto, l indigenza in cui versano alcuni nuclei familiari numerosi. La Signora vive in un appartamento in affitto assieme al marito operaio, due figli (di 14 e 9 anni), il fratello carpentiere, la cognata casalinga e tre nipoti (di 3, 4 e 9 anni). Pagano un canone di locazione di 600 euro mensili e gli unici a lavorare nel nucleo familiare sono il marito, il cui stipendio è di euro, e il fratello di lei. Noi siamo cinque persone a casa, con affitto, condominio e tutto così. C ho tre figli, sono a scuola tutti e tre. Lavora mio marito, io due ore tutti i giorni, non di più perché sto male con la schiena, mi piace tanto lavorare, ma non ce la faccio. Anche mio figlio lavora il pomeriggio quattro ore perché non è abbastanza per pagare tutto. Non basta perché i figli a scuola Nelle interviste in profondità viene più volte richiamato, implicitamente, lo stretto rapporto tra salute e povertà. Da un lato, la mancanza di risorse economiche può compromettere le condizioni di salute, nella misura in cui implica una rinuncia a visite di controllo, esami diagnostici o terapie prescritte, dall altro, spesso, è proprio il sopraggiungere di problemi di salute a innescare un progressivo impoverimento, a causa sia della conseguente perdita del lavoro che delle spese sanitarie. L uomo vive con la moglie e un figlio in un appartamento in affitto, per il quale corrisponde un canone di locazione mensile di 400 euro. Ha aperto un attività che ha richiesto investimenti superiori rispetto alle sue disponibilità, pertanto l incasso viene assorbito dalle spese e mensilmente può contare solo su 600/700 euro. La moglie ha sempre lavorato ma alcuni anni fa si è ammalata, ha subito un intervento chirurgico e nel momento in cui ha chiesto di lavorare part time è stata licenziata. Ora sta cercando lavoro, solo per mezza giornata, perché vuole occuparsi del figlio. Hanno dei debiti per l accensione di un fido bancario e per un mutuo. Sono stati sempre aiutati dalle famiglie 51

52 Micol Bronzini di origine, ma al momento in entrambe è presente una malattia grave. Il caso precedente, oltre a evidenziare come situazioni già precarie possano essere travolte dall urto con la malattia, mette in luce che, a volte, a scivolare in una condizione di povertà sono persone giovani che hanno compiuto investimenti rischiosi nel tentativo di avviare un attività in proprio, così come piccoli artigiani e commercianti, che non riescono a mantenere la propria attività. Dall analisi delle schede anagrafiche della Caritas inizialmente erano stati esclusi i senza dimora che, data la loro condizione di povertà estrema, sembravano esulare dallo specifico interesse del progetto di ricerca. Tuttavia, dalla lettura di alcune schede è emerso come spesso i confini tra le diverse fattispecie di disagio siano estremamente labili: la strada non rappresenta necessariamente una soluzione estrema, cui si arriva solo al termine di un lungo processo di caduta e di emarginazione sociale. In assenza di una rete di supporto, si può finire sulla strada anche inciampando sui normali ostacoli della vita, come la perdita del lavoro e la conseguente impossibilità a pagare l affitto. La donna chiede di essere ospitata per la notte: ha una invalidità al 35%, ha lavorato presso diverse famiglie come colf, poi in un ristorante, ma è stata licenziata e da un mese è senza casa perché non ha i soldi per pagare l affitto. L uomo vive ormai per strada da 10 anni, da quando, in seguito ad un incidente che lo ha reso inabile al lavoro, non ha più potuto pagare il canone di locazione dell abitazione presso cui abitava. Per concludere, vale la pena una riflessione sulla popolazione immigrata, che si è scelto volutamente di non considerare come tipologia a se stante, dal momento che al suo interno essa risulta eterogenea e ricomprende le diverse tipologie di soggetti a rischio, illustrate in precedenza. Indubbiamente, però, la condizione di immigrato contribuisce ad acuire le problematiche da queste evidenziate: gli intervistati hanno denunciato come spesso si trovino a dover accettare di lavorare con minori garanzie dei colleghi italiani o a dover pagare canoni di affitto più alti, a parità di condizioni dell offerta abitativa. Mio marito qua aveva la sorella, poi dove lavora il marito di mia cognata cercavano una persona brava e l ha chiamato e così noi siamo venuti per vivere meglio e anche per risparmiare un po di soldi perché la casa, là in Albania, è tutta rotta ma per adesso forse quando mio figlio e mia figlia avranno finito la scuola Mio marito prende come un italiano, Euro, però l italiano non paga l affitto come noi ho i genitori in Albania e aiuto anche un po là, sono due vecchi, mio padre ha 95 anni e mia madre 87, perché là soffrono di più là io ho dei fratelli ma sono tutti senza lavoro, io sono qua e tutti guardano a me però anche io Nella maggior parte dei casi, i processi di impoverimento si legano all isolamento sociale, spesso come conseguenza della scelta migratoria. Per lo più le reti familiari e amicali degli intervistati risultano assenti o, quando presenti, a loro volta impossibilitate a offrire un sostegno concreto nelle situazioni di difficoltà: devo dire la verità, c ho 3-4 persone che mi aiutano tantissimo psicologicamente, ma anche quando ho bisogno con i ragazzi, se li devo andar a prendere, a portare, sono a disposizione però non puoi contare sempre sugli amici, perché comunque oggi ci sono e domani no, perché comunque c hanno anche loro una famiglia, non è una sicurezza questa Mamma e mio padre non ce l ho più, c ho 10 fratelli e sorelle e se ne stanno più o meno nella mia stessa situazione perché bene o male tutti lavorano ma sono tutti in nero, e non si trovano niente neppure loro mi possono aiutare sì, ma una volta, due, ma poi devi fare le cose per forza per te. In altri casi ancora, le reti familiari, anziché rappresentare una possibile risorsa, sono, a loro volta, fonte di 52

53 Micol Bronzini multi problematicità: La donna si rivolge al servizio per la prima volta nel 97 per trovare lavoro. Ha una situazione familiare molto precaria: un marito malato di cuore, un figlio trentenne disoccupato da qualche anno, con disturbi mentali, un altro figlio sposato, a sua volta padre di un bambino di 3 mesi. Usufruiscono della pensione di invalidità del marito e di un ulteriore entrata della signora ma pagano l affitto e tra luce gas acqua non arrivano a fine mese. Nel 2003 il quadro familiare si aggrava e la signora è molto sfiduciata. Nel 2007 la situazione risulta ulteriormente peggiorata perché il marito ha bisogno di cure costose. A fronte dell impossibilità di attivare meccanismi di reciprocità entro le proprie reti sociali, è emerso come sempre più frequentemente le famiglie ricorrano all indebitamento, sebbene questa si riveli spesso una scelta incauta, che finisce con l aggravarne la situazione economica già precaria. Nella maggior parte dei casi, i debiti sono stati contratti per l acquisto della casa (12% degli utenti del Comune; 11% di quelli del Centro di Ascolto), ma anche per il pagamento dei canoni di locazione e delle utenze. Quanto alla natura dei soggetti creditori, si tratta prevalentemente di istituti di credito, società finanziarie e negozi, mentre sono rari i casi di debiti con amici, conoscenti o parenti, poco presenti, come si è visto, nel capitale sociale di entrambi i gruppi analizzati. Accanto alla possibilità di accedere al credito al consumo, dilazioni nei pagamenti o altre agevolazioni finanziarie, i soggetti con una regolare posizione lavorativa possono usufruire della cessione del quinto dello stipendio o, nei casi espressamente previsti, degli anticipi sul trattamento di fine rapporto. Pertanto, al fine di valutare se simili richieste da parte dei dipendenti siano in crescita, si è deciso di indagare ulteriormente questo aspetto, realizzando una indagine, a carattere puramente esplorativo, su nove aziende con una pianta organica superiore alle cinquanta unità, esercenti la loro attività nel territorio in esame 12. Nel triennio , nelle nove imprese intervistate, il numero di richieste di anticipi sul tfr è passato dal 7,5% del 2005 al 9,8% del 2007, gli anticipi sullo stipendio sono rimasti stabili al 3,5%, mentre i prestiti sono saliti dall 1,8% al 2,7%. Quanto ai motivi prevalenti, al primo posto figura l acquisto dell automobile, seguito dalle spese universitarie e per altri motivi familiari. Questi pochi dati parziali suggeriscono come in un contesto caratterizzato da piccole e medie imprese, spesso con legami personali tra datori di lavoro e dipendenti, la concessione di prestiti per venire in contro a difficoltà familiari temporanee, anche al di fuori dei casi espressamente previsti dalla normativa, potrebbe rivelarsi molto più diffusa di quanto le statistiche correnti riescano a cogliere e meriterebbe ulteriori approfondimenti. La crisi economica e le dinamiche di impoverimento delle famiglie Alla luce dell aggravarsi della crisi economico-finanziaria, nel secondo anno di ricerca, il campo di analisi si è ampliato al più generale processo di impoverimento della popolazione senigalliese e alle dinamiche occupazionali a esso sottostanti. A tal fine è stata realizzata una survey su un campione di 100 famiglie senigalliesi, individuato tramite la collaborazione con i Servizi Demografici del Comune di Senigallia, e su un campione di 63 soggetti, residenti nel Comune di Senigallia e registrati nella banca dati del Centro per l impiego, l orientamento e la formazione (Ciof) 13, individuati tra coloro che, a partire dal 01/10/2008, risultavano aver subito una interruzione o una sospensione del contratto di lavoro. Il questionario somministrato presentava una parte comune - concernente i dati anagrafici 14, la struttura familiare, la situazione economica, le eventuali modifiche dei comportamenti o 12 A tal fine è stato somministrato un brevissimo questionario per rilevare l andamento negli ultimi tre anni delle richieste di anticipo sul TFR, sullo stipendio e di prestiti, le motivazioni prevalenti e alcune caratteristiche dei soggetti richiedenti (cittadinanza ed età). 13 Per semplificare nel prosieguo si farà riferimento nel primo caso al campione famiglie e nel secondo caso al campione Ciof. 14 Andando ad analizzare alcune caratteristiche socio demografiche degli intervistati si può rilevare che il 19% del campione famiglie risulta possedere un profilo culturale basso (licenza elementare), a fronte di appena il 2% del campione Ciof. Questa discrepanza può essere spiegata dal fatto che il primo campione è rappresentato per il 43% da soggetti con età compresa tra i sessanta anni e più, a differenza del secondo campione, costituito perlopiù da soggetti con età compresa tra 40 e 49 anni (34%). In entrambi i campioni va, inoltre, evidenziata la rilevante presenza di nuclei familiari composti da tre o quattro persone; in modo particolare, nel campione Ciof 53

54 Micol Bronzini delle abitudini di consumo, gli accorgimenti adottati per risparmiare sulle spese e le misure di policy ritenute prioritarie - e una parte specifica per il secondo campione, relativa alla perdita del lavoro e alle misure di contrasto alla disoccupazione. Analizzando quanto emerso dall indagine, si osserva, innanzi tutto, come la maggior parte degli intervistati abiti in case di proprietà, in linea con la propensione tipicamente italiana all acquisto della casa: nel campione delle famiglie questo dato risulta ancora più evidente (il 77% vive in una casa di proprietà e solo il 12% in affitto), mentre nel campione Ciof si registra una percentuale più alta di soggetti in affitto (23%). Tuttavia, non pare trascurabile la quota di coloro che dichiarano un diverso titolo di godimento dell abitazione: per lo più nuclei familiari giovani che usufruiscono gratuitamente della casa di proprietà di altri membri della famiglia (rispettivamente l 11% e il 18%). Si tratta di un elemento significativo, perché rappresentativo delle forme di sostegno informali, che hanno luogo entro le reti famigliari, con la rinuncia alla percezione di un affitto per sostenere chi risulta più vulnerabile. Ciò evidenzia come, specialmente nell ambito delle problematiche abitative, la famiglia agisca da sostituto del sistema di welfare, grazie a meccanismi di compensazione interni e trasferimenti economici, diretti o indiretti. Complessivamente il 41% degli intervistati sostiene spese per l affitto o per le rate del mutuo; di questi, circa un quarto, nei 12 mesi precedenti l intervista, si è trovato in arretrato nei pagamenti, un valore di gran lunga al di sopra del dato nazionale del 7% e del dato medio regionale del 9,9% (Istat 2008). Particolarmente indicativi anche i risultati relativi agli arretrati nel pagamento delle utenze: un intervistato su quattro del secondo campione ha dichiarato di essersi trovato in arretrato con simili pagamenti, una percentuale quest ultima superiore sia a quella relativa al campione di famiglie senigalliesi (11%), sia alla media marchigiana (10%) e nazionale (11,9), sempre confrontando dati Istat Tuttavia, anche nel primo campione si nascondono profonde differenze legate alla tipologia famigliare: nei nuclei con minori tale percentuale sale al 25%. Ancora più allarmante, sotto il profilo delle conseguenze sociali, è la frequenza con cui gli intervistati dichiarano di aver rinunciato o rinviato, per motivi economici, visite mediche o trattamenti diagnostici: anche in questo caso il campione Ciof versa in maggiori difficoltà (44,1%) rispetto al campione famiglie (24%). Ulteriore testimonianza della latente situazione di disagio e di fragilità è l elevata percentuale di rispondenti che non saprebbero far fronte, con risorse proprie, a una spesa imprevista di 750 euro: rispettivamente il 37% e il 41% (valori questi ultimi al di sopra della media italiana del periodo, attestata sempre secondo rilevazioni Istat 2008, al 32%). In entrambi i campioni, emerge, inoltre, una sostanziale contrazione della capacità di risparmio: più della metà delle famiglie non è riuscita ad accantonare parte delle risorse guadagnate nel corso dell anno (rispettivamente il 62% nel campione famiglie e il 67% nel secondo campione). Si tratta di un aspetto particolarmente rilevante nella misura in cui, come ricorda Saraceno (2002), l impossibilità di risparmiare costituisce l indicatore più importante per la vulnerabilità economica. Anche in questo caso è bene evidenziare, però, alcune differenze per tipologia familiare: tra le famiglie con minori, infatti, tale percentuale sale al 71%. Emerge, infine, una sostanziale contrazione dei redditi disponibili con riferimento agli ultimi dodici mesi (che ha interessato rispettivamente il 66% del campione famiglie e l 89,8% del campione Ciof). Nello specifico, mentre nel secondo caso questa è dovuta essenzialmente alla perdita di lavoro o alla cassa integrazione (71,4%), nel primo caso gli intervistati chiamano in causa l aumento del costo della vita (43%). A tale proposito è possibile osservare come, a fronte di una limitata disponibilità di risorse economiche, l indebitamento diventi talvolta l unico canale per affrontare le spese di carattere straordinario, o per mantenere uno stile di vita ormai acquisito, al quale difficilmente si è disposti a rinunciare. Complessivamente in entrambi i campioni un intervistato su quattro ha ricevuto prestiti da banche o società finanziarie, in prevalenza per l acquisto di un autovettura (10% nel campione di famiglie senigalliesi e 11% nel campione Ciof). Nella maggior parte dei casi, però, le famiglie asseriscono di aver modificato il proprio stile di vita negli ultimi sei mesi (rispettivamente il prevalgono i nuclei composti da quattro o più persone, ossia coppie con due figli conviventi (36%), mentre nel campione di famiglie vi sono perlopiù i nuclei composti da tre persone, ossia coppie con un figlio convivente (25,3%). Quanto alla distribuzione delle famiglie intervistate per numero di componenti e classi reddituali, è possibile osservare alcuni dati significativi. Nel caso di nuclei uni personali nel campione famiglie prevalgono coloro che dispongono di un reddito tra 1000 e 2000 euro (54%), mentre nel campione Ciof coloro che hanno un reddito al più di 1000 euro (75%). Nel caso di nuclei con quattro o più elementi, il 50% del campione famiglie dichiara un redito tra i 2000 e 3000 euro e il 58,3% tra i 1000 e 2000 euro. 54

55 Micol Bronzini 54% di intervistati nel campione famiglie e il 66% nel campione Ciof). I tagli hanno riguardato principalmente il tempo libero e le attività di socializzazione, quali cene fuori casa (rispettivamente il 46% e il 56% degli intervistati ha dichiarato di aver rinunciato, o ridotto, questo tipo di spese) e viaggi (cui hanno rinunciato rispettivamente il 40% e il 58% degli intervistati), ma anche i consumi accessori, come le spese per l abbigliamento (contenute dal 76% dei rispondenti del campione Ciof). Significativa la contrazione delle spese per le sigarette: il 28% dei fumatori, tra gli intervistati del secondo campione, dichiara di avervi rinunciato per motivi economici, mentre minore è la percentuale di intervistati disposti a una simile privazione nel campione delle famiglie (il 9%). Infine, tra gli accorgimenti messi in atto per risparmiare sulle spese, è possibile evidenziare alcune modifiche nei comportamenti di consumo: si acquista con maggiore consapevolezza facendo attenzione alle offerte promozionali; si effettuano perlopiù acquisti di prodotti non di marca (rispettivamente il 42% e il 55%), ricorrendo sempre più frequentemente a canali che offrono una maggiore convenienza, come gli hard-discount (vi fa ricorso rispettivamente il 39% e il 48% dei rispondenti); non trascurabile è, poi, la produzione in proprio di alcuni beni alimentari, come il pane e le conserve. Va, infine, sottolineato come solo il 10% degli intervistati, nel campione famiglie, abbia dichiarato di aver beneficiato di contributi pubblici, percentuale che sale al 23,4% nel campione Ciof (un dato comprensibile vista la particolare condizione della popolazione di riferimento); le situazioni di difficoltà fotografate non si riferiscono, dunque, a un disagio conclamato, già in carico ai servizi, ma a quanti rientrano piuttosto in una condizione di vulnerabilità sotto traccia. In conclusione, l indagine conferma il carattere pervasivo della crisi attuale, che ha indebolito fortemente la capacità di spesa e di risparmio delle famiglie. Va, però, considerato che «la somiglianza di rischi ed esperienze di vulnerabilità in una fase della vita per famiglie di individui appartenenti a classi sociali diverse può non avere gli stessi esiti nel medio lungo periodo» (Saraceno 2002, XX). Sebbene, dunque, alcuni effetti della crisi abbiano riguardato, seppure in diversa misura, la maggior parte delle famiglie, se si passa ad analizzare le conseguenze sotto il profilo della vulnerabilità sociale, la crisi sembra aver avuto, per lo più, un carattere fortemente selettivo (sulla base delle caratteristiche anagrafiche dei nuclei famigliari, delle strutture familiari e delle tipologie occupazionali o contrattuali). In particolare, dalla ricerca è emerso con evidenza come le famiglie che hanno avuto la possibilità di attingere a risparmi pregressi siano riuscite a farvi fronte con risorse proprie. Al contrario, quanti non disponevano di un simile paracadute hanno dovuto fare ricorso all indebitamento e a una contrazione significativa dei consumi. Nello specifico del mercato del lavoro, il mancato turn over e il mancato rinnovo dei contratti di lavoro precari o di quelli stagionali ha penalizzato, soprattutto, i giovani, le donne e molti lavoratori stranieri, mentre gli ammortizzatori sociali, laddove previsti, hanno offerto delle garanzie, seppure parziali, al capofamiglia breadwinner. Ciò ha consentito l operare di trasferimenti intergenerazionali e di meccanismi di compensazione dei redditi aggregati all interno dei nuclei familiari, che hanno permesso di contenere, in parte, gli effetti della crisi. Tuttavia il prolungarsi della stessa mette in discussione la tenuta degli ammortizzatori sociali, con la conseguenza di possibili cedimenti anche nelle classi sociali e nelle generazioni centrali. Inoltre, il sistema economico in esame, per sua natura frammentato, fortemente sbilanciato sul lavoro indipendente e sulle micro imprese nel settore del commercio, dei servizi, della ristorazione, e quindi scarsamente tutelato, ha risentito in particolar modo della mancanza di misure universalistiche di sostegno al reddito. Del resto, già un decennio fa Micheli e Ranci (2003) osservavano che «le forme di regolazione del lavoro hanno conosciuto negli ultimi anni una trasformazione ben più radicale di quanto abbia interessato il sistema di protezione sociale, che è ancora in buona parte fondato sul modello della società salariale», e da allora, sotto questo profilo, non molto è cambiato. Conclusioni: percorsi e intersezioni Nei due anni di ricerca empirica si è voluto osservare il disagio economico delle famiglie senigalliesi da diverse angolature, per poter arrivare a una prima panoramica del fenomeno. Il fatto stesso di aver sentito la necessità di ampliare il focus dell indagine nel secondo anno di ricerca dimostra come «la rappresentazione dualistica 55

56 Micol Bronzini appare riduttiva soprattutto perché, contrapponendo in e out, nasconde quella che Castel definisce la progressiva erosione delle posizioni intermedie» (Ranci 2002a, 23). Ne sono emerse molteplici tipologie di soggetti a rischio : coppie anziane che non sono riuscite a risparmiare e che hanno pensioni con un basso potere di acquisto, anziani soli (prevalentemente donne) con la sola pensione di reversibilità del coniuge, famiglie in difficoltà per il sopraggiungere di una malattia grave o della perdita di lavoro del breadwinner, famiglie con figli adulti che non riescono ad inserirsi nel mondo del lavoro, (giovani) donne separate o divorziate con figli a carico, famiglie monoreddito con minori, giovani coppie con figli piccoli che fanno fatica a sostenere la spesa per il canone di affitto o per i mutui, famiglie numerose (soprattutto se provenienti da altri comuni del sud d Italia) e famiglie immigrate. Il fatto che l elenco dei soggetti vulnerabili sia così lungo induce ad alcune riflessioni: può essere fuorviante ragionare per categorie o tipologie. La povertà non è uno status né una condizione statica, quanto un percorso in cui facilmente si può entrare, da cui si può uscire, e in cui si può anche ricadere. Pertanto, piuttosto che considerare i singoli fattori esplicativi occorre guardare ai vettori di povertà e alle loro sedimentazioni. Riassumendo, i vettori di rischio emersi dalla ricerca sono, innanzi tutto, quelli connessi con la sfera lavorativa: in primis la mancanza o la perdita del lavoro, ma anche i lavori intermittenti o i cattivi lavori. Subito dopo la carenza e la discontinuità dei redditi, sono le spese per l abitazione a contribuire all impoverimento famigliare. Sia i costi degli affitti che le annualità di reddito necessarie per compare casa sono aumentati significativamente dagli anni 90 (per subire una flessione, per via della crisi, solo nell ultimo periodo) e costituiscono la voce principale del bilancio famigliare. Anche la casa di proprietà, da bene rifugio, può diventare una trappola, quando le rate del mutuo superano la soglia ritenuta sostenibile (30% del reddito). Da questo punto di vista, si è passati dal modello cosiddetto di proprietà di carriera, in cui si diventava proprietari dell abitazione in una fascia centrale della vita, dopo aver risparmiato parte delle risorse necessarie attraverso il lavoro (o dopo averle ereditate), a un modello di proprietà in entrata (Poggio 2009), per cui le giovani coppie, in ingresso nel mercato del lavoro e nel mercato abitativo, propendono da subito per l acquisto, a causa della mancanza di soluzioni convenienti e sicure sul versante degli affitti. Questo significa, però, che, rispetto al passato, si fa maggiore ricorso al mercato del credito per l acquisto della casa, esponendosi al rischio finanziario e sostenendo uno sforzo economico rilevante, che può mettere in seria difficoltà chi lo contrae, soprattutto, nel caso in cui il progetto famigliare fallisca. Terza area di rischio è quella che attiene alla salute: i progressi della medicina nella cura delle malattie hanno fatto sì che si viva mediamente più a lungo e che si sopravviva a patologie un tempo mortali, ma hanno comportato anche un aumento della cronicità. La malattia, in generale, e la cronicità in particolare, possono trascinare un nucleo famigliare in condizione di povertà, per effetto della riduzione della capacità reddituale (sia quando è il principale percettore del reddito a essere colpito dalla malattia, sia quando, in seguito all evento, un famigliare rinunci a lavorare per dedicarsi all assistenza) e per i costi che le famiglie si trovano a sostenere sul versante della riabilitazione e, soprattutto, dell assistenza. Altri fattori di rischio sono collegati alle dipendenze - non solo a quelle di tipo tradizionale, ma soprattutto alle nuove forme di dipendenza da gioco, in crescita sia tra gli immigrati che tra gli italiani (spesso tra gli anziani) -, e al sovra indebitamento per l acquisto di beni diversi dall abitazione. Si possono, dunque, individuare una serie di fattori di vulnerabilità, le cui «concatenazioni», però, risultano «affatto scontate» (Micheli e Ranci 2003: 15). Come si è visto, talvolta singoli imprevisti, non necessariamente di natura economica (come nel caso di una perdita o di una rottura affettiva), possono trascinare in una situazione di profondo disagio famiglie altrimenti considerate non a rischio. Altre volte, a determinare la fuoriuscita dai circuiti di inclusione sociale non è un singolo fattore, quanto un susseguirsi di episodi negativi; vi sono, infatti, situazioni nelle quali il disagio economico dipende dal cumularsi di eventi avversi, di varia natura, o risiede nelle intersezioni contingenti di percorsi di vita e di carriere (personali, lavorative, di mobilità, ecc) normali. Alcune storie di povertà nascono da eventi occasionali che si cronicizzano, altre sono episodiche e si alternano a momenti di fuoriuscita dallo stato di bisogno. Risulta avvalorato, dunque, il doppio livello di lettura proposto da Micheli e Ranci (2003: 23), che suggeriscono di distinguere tra «eventi precipitanti», da un lato, e «un accumularsi e stratificarsi di fattori vulneranti», dall altro. Le storie raccolte o ricostruite nella prima fase della ricerca confermano, dunque, la compresenza di soggetti, o famiglie, poveri occasionalmente, poveri stabilmente e poveri in modo ricorrente (Brandolini, Saraceno, Schizzerotto 56

57 Micol Bronzini 2009). Nelle testimonianze raccolte non sono emerse, invece, traiettorie «precocemente vulnerabili», ereditate dalla famiglia d origine, mentre prevalgono percorsi caratterizzati da «eventi-svolta» (separazioni/lutti/perdita del lavoro) entro traiettorie lineari, così come traiettorie connotate da elementi di «continuità» nel disagio (come l alternanza di lavori precari o di sacrifici sistematici che consentono di barcamenarsi ) (Bonica e Cardano 2008). In ogni caso, i passi iniziali dei percorsi di povertà in genere sono pesantemente condizionati da elementi esterni, che riducono le possibilità di scelta e l assunzione di decisioni autonome nel senso più pieno, e da cui si sviluppa la successiva catena di eventi. Seguendo le riflessioni di Ranci (2002: 28) la vulnerabilità è «una situazione di vita in cui l autonomia e la capacità di autoderminazione dei soggetti è permanentemente minacciata da un inserimento instabile dentro i principali sistemi di integrazione sociale e di distribuzione di risorse». In alcuni casi si riscontrano svantaggi cumulativi che danno luogo a veri e propri loop di impoverimento: la precarietà lavorativa impedisce, ad esempio, di contrarre mutui o finanziamenti a lungo termine che permettano l acquisto di una casa e ciò si riflette sulla dipendenza dal mercato delle locazioni; problemi di salute riducono la capacità lavorativa, portando a un impoverimento che, a sua volta, rende difficoltoso un adeguato accesso alle cure. Si tratta di vere e proprie spirali involutive entro cui le famiglie restano intrappolate. Osservati da vicino, alcuni casi mostrano come, con un sostegno temporaneo, i soggetti possano rialzarsi e riprendere le loro traiettorie di vita. D altra parte, però, non è infrequente trovare esempio di contatti continuativi o ripetuti nel tempo, magari a distanza di anni, che testimoniano la difficoltà a uscire definitivamente da una condizione di fragilità. Alla luce della diversità di situazioni evidenziata in precedenza, è importante ragionare sulle possibilità di agency, sulle strategie di coping e di resilienza, superando un atteggiamento paternalistico, basato sul presupposto di una condizione di passività dell assistito. Proprio perché si tratta di percorsi di impoverimento e di povertà, andrebbero considerati come una sequenza di microtransizioni (Bonica e Cardano 2008) frutto di un continuo processo di decisione e di azione dei soggetti, ponendo maggiore attenzione all analisi delle circostanze, dei contesti e dei vincoli entro cui i soggetti si trovano a decidere. Del resto, richiamando ancora una volta il contributo di Ranci (2002: 34), la vulnerabilità sociale ha a che fare più con l effettiva capacità di fare scelte che con la mancanza di per sé di mezzi. Se si ragiona, allora, in termini di decisioni e di scelte, per quanto condizionate da elementi strutturali di contesto, anche le crisi e le rotture possono rappresentare momenti aperti a possibili svolte biografiche, da rivisitare nell analisi come generatrici di nuovi spazi d azione 15. In quest ottica, il timing dell intervento viene ad assumere un rilievo fondamentale: un intervento anticipato a sostegno di una strategia di coping, quando il soggetto conserva ancora le capacità per affrancarsi autonomamente, può essere molto più efficace di una copertura successiva, che si attivi solo a fronte di una caduta, quando, cioè, gli spazi d azione risultino ormai ulteriormente compromessi. Ma, soprattutto, occorre immaginare soluzioni differenziate, a seconda delle tipologie di bisogno: misure caratterizzate da un forte sostegno assistenziale e da percorsi di accompagnamento per le situazioni di povertà stabile; misure di sostegno al reddito universaliste per chi si trova senza lavoro (reddito minimo di cittadinanza); micro credito, fondi di garanzia e prestiti sociali per i soggetti occasionalmente poveri; misure preventive di educazione al consumo e accompagnamento alla gestione dei bilanci famigliari per le situazioni di povertà ricorrente. Come ricorda Ranci (2002: 10) siamo in presenza di «profili di rischio più frammentati che in passato e che non possono essere coperti attraverso una politica di trasferimenti finanziari, ma che richiedono un repertorio più articolato e flessibile di interventi». È evidente, cioè, la necessità di agire da (e su) più fronti; si pensi, ad esempio, alla improcrastinabilità di servizi socio-assistenziali, volti a evitare l impoverimento legato alle condizioni di salute e a rispondere alla nuova domanda sociale di cura, o di inedite politiche abitative (edilizia agevolata, social housing, cohausing, ecc.). 15 Si pensi, ad esempio, alle diverse modalità con cui investire il tempo forzatamente liberato dal lavoro. Nell indagine sul campione Ciof, è emerso che, sebbene poco meno di due terzi dei rispondenti (il 61%) abbia vissuto comprensibilmente tale periodo con angoscia e preoccupazione, il 35,6% lo ha vissuto come «un opportunità per dedicarsi a interessi che coltivava da tempo», il 13,6% come occasione per impegnarsi a livello associativo e l 11,9% seguendo corsi di formazione o di riqualificazione professionale. 57

58 Micol Bronzini Riferimenti bibliografici Atkinson A. (2000), La povertà in Europa, Bologna: Il Mulino. Berlotto G., Giojelli G., (2007), I nuovi poveri. Storie di ordinaria emarginazione nell Italia di oggi, Casale Monferrato: Piemme. Bonica L., Cardano M. (2008, a cura di), Punti di svolta. Analisi del mutamento biografico, Bologna: Il Mulino. Brandolini A., Saraceno C., Schizzerotto A. (2009, a cura di), Dimensioni della disuguaglianza in Italia: povertà, salute, abitazione, Bologna: Il Mulino. CARITAS - Fondazione Zancan (2006), Rassegnarsi alla povertà? Rapporto 2007 su povertà ed esclusione sociale in Italia, Bologna: Il Mulino. CARITAS - Fondazione Zancan (2007), Vite fragili, Rapporto 2006 su povertà ed esclusione sociale in Italia, Bologna: Il Mulino. CARITAS - Fondazione Zancan (2008), Ripartire dai poveri. Rapporto 2008 su povertà ed esclusione sociale in Italia, Bologna: Il Mulino. Commissione d indagine sull esclusione sociale (2000), Rapporto annuale sulle politiche contro la povertà e l esclusione sociale, Roma. Goffi G. (2009), Sempre più donne. Indagine sulla disoccupazione e sulla condizione femminile nell area senigalliese, Milano: Angeli. Istat (2008), Condizioni di vita e distribuzione del reddito in Italia, Roma: Istituto Nazionale di Statistica, Micheli G.A. (1999), Cadere in povertà, Milano: Angeli. Micheli G.A., Ranci C. (2003), Equilibri fragili. Vulnerabilità e vita quotidiana delle famiglie lombarde, Milano: Guerini e Associati. Negri N., Saraceno C. (1996), Le politiche contro la povertà in Italia, Bologna: Il Mulino. Negri N., Saraceno C. (2000), Povertà, disoccupazione ed esclusione sociale, in «Stato e mercato», 2. Poggio T. (2009), Le principali dimensioni della diseguaglianza abitativa, in A. Brandolini, C. Saraceno, A. Schizzerotto (2009, a cura di), Dimensioni della disuguaglianza in Italia: povertà, salute, abitazione, Bologna: Il Mulino. Ranci C. (2002a), Le nuove disuguaglianze sociali in Italia, Bologna: Il Mulino. Ranci C. (2002b), Fenomenologia della vulnerabilità sociale, in «Rassegna italiana di sociologia», 43, n.4. Rovati G. (2006), Le dimensioni della povertà. Strumenti di misura e politiche, Roma: Carocci. Saraceno C. (2004), Le dinamiche assistenziali in Europa: sistemi nazionali e locali di contrasto alla povertà, Bologna: Il Mulino. Saraceno C., Negri N. (2003, a cura di), Povertà e vulnerabilità sociale in aree sviluppate, Roma: Carocci. Sen A. (1985), Commodities and capabilities, Amsterdam: North-Holland. Sen A. (1999), Development as Freedom, Oxford: Oxford University Press; trad. It. Lo sviluppo è libertà. Perché non c è crescita senza democrazia, Milano: Mondadori, Sen A. (2007), La povertà genera violenza?, Milano: Il Sole 24 Ore libri. Siza R. (2009), Povertà Provvisorie. Le nuove forme del fenomeno, Milano: Franco Angeli. 58

59 Mara Tognetti Bordogna [Nuove disuguaglianze di salute: il caso degli immigrati] Abstract: The theme of inequalities in health conditions is taking on an increasingly important role in our society, because these inequalities are growing, and only if individuals are in good health can they be full citizens. In this paper we analyze and discuss new forms of inequality in health conditions, in relation to the presence of immigrants. In particular, we show how a society with racist tendencies contributes to increasing inequalities in health conditions, particularly as regards access to health services. We use quantitative and qualitative data. Keywords: Inequalities in health conditions, Race, Immigration, Access to health services, Sociology of health. Introduzione Analizzando la letteratura sul tema (Marinacci et al. 2011) e la più recente Relazione sullo stato sanitario del paese (Ministero della Salute 2012), si può osservare che in Italia, al pari del resto del mondo, permangono disuguaglianze di mortalità e nello stato di salute (Costa et al. 2012), ed in particolare le disuguaglianze di salute specificamente associate alla stratificazione sociale si mantengono stabili, e in alcuni casi addirittura si estendono o diventano più profonde. Vivere nel Mezzogiorno con una bassa posizione sociale, ad esempio, comporta un aggravamento degli effetti sfavorevoli sulla salute. Le donne meno istruite e i disoccupati presentano maggiori svantaggi di salute fisica e psichica rispetto a quelli riscontrati in altre regioni. Andamento stabile fra gli uomini, in aumento fra le donne. Nonostante la forte attenzione da parte dei decisori pubblici e dei sistemi sanitari regionali alla questione dell equità, resta tuttora aperto l interrogativo circa quali disuguaglianze permangono e come esse possano e debbano essere controllate. Problematica riscontrabile in tutti i paesi occidentali, in quanto l accesso ai servizi continua ad essere diseguale (Marmot, Wilkinson 1999; Gulliford, Morgan 2003) nonostante la presenza di sistemi sanitari moderni, e le differenze continuano ad interessare i vari gruppi sociali nelle specifiche realtà nazionali (van Doorslaer, Masseria 2004; Kunst, Mackenbach 1992; Bago d Uva, Jones 2009). Il quadro delle disuguaglianze di salute interessa sia nei diversi paesi (livello macro), in particolare se appartenenti alla stessa area geografica, sia i differenti gruppi socio economici della medesima nazione (livello meso), (Bartley 2004; Leclerc, Kamiski, Lang 2008; Lucchini, Tognetti Bordogna 2010), sia gli individui del medesimo contesto (livello micro) (Costa et al. 2012). La pubblicazione del 1980 del Black Report, nel Regno Unito, contribuì a sfatare il mito circa la capacità dei sistemi sanitari universalistici di ridurre l eterogeneità delle condizioni di salute delle persone sia a livello individuale sia a livello di gruppo. Inoltre il successivo studio inglese sull influenza del contesto sociale e della posizione di classe sulla distribuzione dei rischi per la salute, l Acheson Report del 1998, ha evidenziato che i livelli di mortalità sono inversamente correlati con il livello della classe sociale. Anche il Rapporto Lalonde (1974) aveva mostrato che, rispetto alla salute, fossero rilevanti le modalità di 59

60 Mara Tognetti Bordogna organizzazione della società, più di quanto lo fosse il sistema sanitario nel suo complesso. Da qui la necessità di investire in modo forte nel miglioramento delle condizioni generali di salute. La presenza e la persistenza di disuguaglianze di salute nei diversi paesi hanno spinto il Consiglio Europeo di Lisbona del 2000 a individuare le stesse come una delle priorità da affrontare. Secondo gli epidemiologi (Marmot e Wilkinson 2001; Costa, Spadea, Cardano 2004) esse sono uno dei più gravi scandali della nostra epoca, in particolare per i paesi sviluppati e democratici. Esse inoltre sono una delle forme di iniquità più ingiuste e gravi in quanto la salute è condizione essenziale per poter vivere a pieno la propria vita (Daniels 1985; Anand 2004; Sen 2005). La salute costituisce un prerequisito per consentire che tutte le capacità individuali possano essere sviluppate; essa rappresenta, secondo Sen (2005), una delle condizioni principali della vita umana, una componente significativa delle capacità umane di cui è necessario riconoscere la preminenza. L aspetto più stupefacente e sorprendente delle disuguaglianze nella salute è la loro regolarità nella scala sociale. A qualsiasi livello della scala ci si ponga, il livello inferiore presenta un profilo epidemiologico più sfavorevole di quello immediatamente superiore (Costa et al. 1998). Sono molti e differenti i fattori che concorrono a determinare le disparità nello stato di salute degli individui: essi sono raggruppati nei determinanti della salute (Breilh 1979; CSDH 2007) i quali vengono distinti in distali, che hanno a che fare con l organizzazione che una società si è data (economia, lavoro, cultura, grado di coesione, ruolo del welfare) e in determinanti prossimali costituiti da quei fattori che influiscono direttamente sulla salute (fattori psicosociali, comportamentali, ambientali, accesso ad un appropriato sistema di cura). Le disuguaglianze di salute costituiscono dunque una questione di estrema attualità e di grande rilevanza nella nostra società (Blane 1985; Bartley 2004; Cardano 2008; Genova 2008; Leclerc, Kamiski, Lang 2008; Lucchini, Sarti, Tognetti Bordogna 2009; Macintyre et al. 2002). Tale rilevanza diviene ancora più importante poiché il processo di globalizzazione, e in particolare la presenza di flussi migratori, evidenzia il formarsi di nuove disuguaglianze, anche nei paesi occidentali. In tutti i paesi occidentali oltre al permanere di significative iniquità di salute se ne producono di nuove proprio in presenza di soggetti migranti (Fassin 2006). Sono proprio le disuguaglianze legate alla presenza di questi ultimi che verranno discusse nel nostro paper. In particolare, dopo una sintetica analisi sul piano teorico delle nuove disuguaglianze di salute - cioè quelle che riguardano gli immigrati e la loro presenza - nel nostro contributo ci focalizzeremo su alcune di esse, anche facendo riferimento a dati di tipo epidemiologico, per poi individuare alcune linee d intervento per il loro superamento. Immigrati e disuguaglianze di salute In questo paragrafo, sulla base della letteratura prima internazionale e poi italiana 1, cercheremo di descrivere le principali disuguaglianze che interessano i soggetti migranti 2. La prevalenza della convinzione che la salute sia condizionata dalle caratteristiche genetiche, dagli stili di vita, dalla capacità di intervento della medicina, lascia in secondo piano il peso che riveste il cambiamento del contesto. Infatti, fin dagli anni settanta (Costa 2009) gli studi sui migranti hanno mostrato che cambiando l ambiente si modificava anche il rischio di malattia. In particolare gli studi sui giapponesi (Marmot et al.1975) hanno attestato che quanti attraversavano il Pacifico per stabilizzarsi nelle Hawaii o in California, nel corso del loro processo d inclusione nella società americana perdevano la loro tradizionale protezione nei confronti della malattia coronarica ma miglioravano il loro rischio di ictus, cosi come cambiava il loro rischio per i tumori alla mammella, 1 Ricordiamo che il tema delle disuguaglianze di salute fra gli immigrati è ancora poco studiato in Italia, cosi come sono ancora poche le ricerche condotte in merito. 2 Le fonti e le ricerche a cui faremo riferimento hanno carattere e sistematicità difforme fra contesto internazionale, europeo, nazionale e regionale a conferma ulteriore della scarsità degli studi in merito. 60

61 Mara Tognetti Bordogna allo stomaco e all intestino (Kolonel et al.1980). Le circostanze sociali e ambientali pesavano dunque visibilmente sulla loro salute. Una conferma ulteriore, e in linea con il Black Report (DHSS1980) e il Rapporto Lalonde (1974), di come l organizzazione stessa della società contribuisca a determinare i rischi e le potenzialità di salute per gli individui che in essa vivono. Analizzeremo ora come e se sono state studiate le disuguaglianze di salute che interessano gli immigrati 3. Secondo alcuni autori (Dressler 1993; Fassin 2006), le disuguaglianze di salute fra gruppi etnici differenti sono ben documentate; ciò nonostante restano ampiamente non teorizzate, fenomeno tutt ora presente anche nel nostro Paese. Ciò detto, la letteratura internazionale (Dressler 1993) mostra come le disparità di salute siano una costante della nostra società e come all interno di esse, vi sia una forte razializzazione ed etnicizzazione delle disuguaglianze di salute (Hummer et al. 2000). La razializzazione della società è diventata una realtà pubblica (Fassin 2006; Perocco 2012) in quanto vi sono delle frontiere interne fondate sulla differenza somatica fra le persone. Ed è proprio in relazione alla presenza di individui che provengono da altri paesi che le disuguaglianze debbono essere studiate, non più solo in base alle categorie di classe sociale, professione, nazionalità, ma anche in relazione all origine geografica ed al colore della pelle (Fassin 2006). Confrontando i diversi gruppi razziali americani emerge come i neri presentino alti tassi di mortalità e morbilità per quasi tutte le malattie, alti tassi di disabilità, aspettative di vita breve, un accesso minimo alle cure, bassissimi livelli dell uso delle moderne tecnologie nei loro trattamenti (Hayward, Heron, 1999). Da tempo altri studi (Heymsfield et al. 1977; Ford, Cooper 1991) mostrano una maggior incidenza (37%) di malattie coronariche fra le donne afroamericane che vivono negli Stati Uniti rispetto alle donne autoctone (18%). Sempre negli Stati Uniti sono state evidenziate disuguaglianze nell accesso alle cure sanitarie, anche se nel tempo queste tendono a diminuire (Jaynes, Williams 1989). Nel Regno Unito (Cooper 1984) è stato sottolineato come gli svantaggi economici influiscano sulle disuguaglianze sia di genere che di razza (Jones 2001). Gli studi sui determinanti sociali di salute mostrano, inoltre, come le discriminazioni razziali, perpetuate in diverse sfere di attività, producono disuguaglianze nelle aspettative di vita (Wilkinson 1996). Altre ricerche (Black 1980; Acheson 1998; Brian et al. 2002; Marmot 2002) evidenziano la presenza di processi sociali che discriminano chiaramente alcune classi di persone fra cui gli immigrati. Processi che influenzano la differente incidenza e gravità delle malattie e l accessibilità ai servizi sanitari da parte di questi gruppi rispetto alla popolazione generale, ed in misura maggiore di quanto non facciano le loro caratteristiche etniche o culturali. La loro riproduzione va attribuita, come mostrato dalle ricerche, all insieme delle risorse di informazioni, di fiducia e di supporto sociale di cui un individuo dispone se collocato in una rete sociale stabile (Cohen et al. 2000). In questa direzione vanno gli studi che evidenziano come l assenza di una rete di supporto, gli squilibri nel capitale sociale (Diez Roux et al. 2001) costituiscano fattore di rischio per la salute (Wieckrama et al. 1997). Gli immigrati, proprio perché tali, hanno una rete relazionale limitata e su base etnica, in quanto molto del loro capitale sociale ascritto è rimasto nel paese di origine. Come detto, e pur usando con precauzione il termine razza, le discriminazioni e le disuguaglianze di salute che interessano gli immigrati sono ascrivibili alla provenienza geoculturale, all etnia (Bartley 2004). Già da tempo era stato evidenziato (Nazroo 1997) l «approccio epidemiologico tradizionale» (traditional epidemiological approach), fenomeno per cui, quando si scoprono malattie in gruppi sociali considerati differenti etnicamente o razzialmente, i medici tendono a pensare che la prima causa sia di tipo biologico o culturale. Altri studi (Fassin 2006) mostrano come le disuguaglianze di salute che interessano gli immigrati siano fra le più rilevanti. Rispetto alle aspettative di vita inoltre la discriminazione razziale produce ineguaglianze (Wilkinson 1996). 3 Non essendo obiettivo del saggio una analisi teorica degli studi sulle disuguaglianze in salute si rimanda alla letteratura in merito: Marmot, Wilkinson 1999; Costa, Spadea, Cardano 2004; Genova 2008; Sarti 2006; Tognetti Bordogna Ricordiamo a solo titolo esemplificativo alcune famiglie di disuguaglianze di salute che riguardano anche i soggetti migranti: innanzitutto quelle biologichegenetiche che sono inscritte nel DNA degli individui; quelle riconducibili alle condizioni socio economiche e agli stili di vita; quelle perinatali e neonatali imputabili alle cattive condizioni di vita della madre del concepito (Kuh et al. 2003); quelle provocate da inquinamenti chimici e dal contesto ambientale in generale; quelle d accesso/nell accesso/nell utilizzo/nella qualità di servizi e prestazioni particolarmente rilevanti per le persone svantaggiate che ricorrono ai servizi in modo intempestivo; quelle derivanti dalle capability; e infine, particolarmente rilevanti per gli immigrati, quelle legate alla razza, o meglio, al processo di razializzazione. 61

62 Mara Tognetti Bordogna Infatti i gruppi di popolazioni che hanno fatto l esperienza migratoria hanno mediamente un aspettativa di vita inferiore alla popolazione autoctona, una mortalità infantile maggiore e presentano più frequentemente, una cattiva salute (Nazroo et al. 2005). Gli studi relativi alle disuguaglianze di salute mettono anche in evidenza l importanza della variabile residenza o effetto contesto: ancora una volta ci riferiamo a persone che in quanto appartenenti ad una minoranza etnica tendono ad essere collocate in occupazioni meno vantaggiose e a più basso reddito, ed in aree svantaggiate sul piano ambientale. Bartley (2004) sottolinea come le ricerche mostrino chiaramente che le disuguaglianze di salute siano riconducibili alla posizione socio economica, e che siano altrettanto importanti le variabili ambientali in cui le persone vivono. Ricordiamo che di norma le aree con alta concentrazione di gruppi etnici sono anche quelle con livelli di servizi e di condizioni ambientali più bassi. In letteratura (Dressler 1993) in riferimento agli americani bianchi e agli americani neri sono stati individuati quattro modelli nelle disuguaglianze di salute che riguardano i migranti: - il modello raziale-genetico (racial-genetic model) che differenzia i gruppi sulla base delle diversità fenotipiche e i cui studi hanno mostrato secondo Dressler che sia utile usare la categoria gruppo etnico e come il termine razza non abbia alcuna rilevanza; - il modello dei comportamenti di salute e degli stili di vita (health behaviour or lifestyle model). Gli studi riconducibili a questo modello sono sempre secondo Dressler importanti ma ignorano largamente il peso del contesto sociale ; - il modello dello status socio-economico (socioeconomic status model). Anche questo modello presenta dei limiti in quanto può produrre un effetto di confondimento fra modello del gruppo etnico e quello dello status socio economico; - il modello socio strutturale (social structural model) viene proposto come possibile modello che meglio è in grado di cogliere le disuguaglianze di salute fra individui immigrati e individui autoctoni 4. In Italia alcuni autori (Gallino 1993; Bianco 2001; Tognetti Bordogna 2008; Nuti, Maciocco, Barsanti 2012; Perocco 2012) hanno da tempo cominciato ad analizzare le disuguaglianze di salute relative agli immigrati, proprio all interno del processo di razializzazione della nostra società. Tema quest ultimo sempre più rilevante anche se i dati empirici e le ricerche in tal senso sono ancora limitate. Nonostante gli ancora scarsi studi relativi alle disuguaglianze di salute della popolazione immigrata, aumentano le evidenze in tal senso (Istat 2008; Nuti et al. 2012). L etnicizzazione delle disuguaglianze è una realtà nuova per il nostro paese, ma la presenza di disuguaglianze di salute, vecchie e nuove, come ci ricorda Marmot (2004) è un fenomeno transnazionale stabile. Gallino (1993), ad esempio, mostra come la classe sociale sia centrale nella determinazione delle disuguaglianze, ma anche come questa variabile non costituisca l unica dimensione portante, entrando in gioco il genere, l etnia e l età. Secondo altri (Marceca et al., 2006; Tognetti Bordogna 2008; Perocco 2012), la discriminazione razziale aggrava ed oltrepassa le disuguaglianze causate dalla condizione socio economica. Gli studi condotti in Italia (Ires Piemonte 1992; Quaranta, Ricca 2012; Geraci 2005) riguardanti gli atteggiamenti nei confronti degli immigrati mostrano come l attribuzione etnica, di tipo gerarchizzato, sia collegata ad una gerarchizzazione valoriale: conseguentemente, gli immigrati sono collocati sui diversi gradini della stratificazione sociale, in relazione alla provenienza geo-culturale. Anche autori italiani hanno messo in evidenza quanto pesi, sulle disuguaglianze a carico degli immigrati, il capitale sociale (Bianco 2001). Sono proprio gli studi che per primi hanno mostrato che anche in Italia è in atto un processo di razializzazione che pesa particolarmente sulle disuguaglianze di salute (Tognetti Bordogna 2008; Perocco 2008), a delineare alcune tendenze: Fra gli immigrati vi sono aree di salute peggiori rispetto alla realtà degli autoctoni e in generale rispetto alla media nazionale (Geraci 2005; Marceca et al. 2006) pur in presenza di un profilo generale di salute discreto fra la 4 Poiché obiettivo del nostro saggio è analizzare le disuguaglianze di salute nella popolazione immigrata in Italia non approfondiamo ulteriormente sul piano teorico i quattro modelli rinviando a Dressler

63 Mara Tognetti Bordogna popolazione immigrata. All effetto migrante sano, cioè partivano coloro che godevano di buona salute per poter fronteggiare la fatica della migrazione, si è sostituito l effetto migrante esausto a causa delle condizioni di vita e di lavoro nel contesto migratorio le quali hanno contribuito ad erodere velocemente il patrimonio di salute (Ministero della salute 2005) dei migranti. Anche per i migranti i principali determinanti 5 di salute e di malattia hanno carattere sociale, a partire dalle condizioni di lavoro precarie, seguite dal disagio abitativo, dall esclusione sociale, dalla precarietà. Tendenze ricondotte, da un lato, alle condizioni lavorative degli immigrati che sono peggiori, nella maggior parte dei casi, rispetto alle condizioni degli autoctoni e che producono un mal da lavoro ; dall altro lato, al tipo di relazioni che la società italiana e lo stato hanno stabilito con questa nuova popolazione (Perocco 2012). I dati Lo studio delle disuguaglianze di salute che riguardano gli immigrati oltre ad evidenziare il livello del processo di razializzazione nel nostro Paese consente di comprendere il loro livello di inclusione nella società ospitante (Tognetti Bordogna 2012), ma anche il loro livello di vulnerabilità rispetto agli autoctoni (Reyneri, 2007). Studiare la salute dei migranti assume dunque un importanza non solo per essi ma anche per comprendere come e se i soggetti migranti siano individui inclusi a pieno titolo nella società. Nonostante ciò lo studio delle disuguaglianze di salute non è cosi semplice in quanto non esistono fonti sistematiche a livello nazionale e tanto meno a livello regionale. Quadro informativo che si ripropone a livello europeo (Rechel et al. 2013) poiché le informazioni sulla salute dei migranti in Europa sono poco sistematiche, ed è difficile monitorare e migliorare la loro salute. In generale le informazioni relative alla salute, nella maggior parte dei paesi europei, non sono disegnate per identificare la popolazione con lo status di migrante. E anche gli studi sulle disuguaglianze di salute ignorano largamente il fattore immigrazione (Rechel et al. 2013:3). Particolarmente carente però risulta essere il quadro informativo e statistico a livello nazionale. La fonte maggiormente attendibile è quella Istat (2008) relativa a individui regolarmente presenti in Italia e a coloro che godono di qualche diritto di accesso riconosciuto ai servizi sanitari pubblici (SPT ecc.) e che quindi rientrano a pieno titolo nelle rilevazioni ufficiali e sistematiche 6. Allo stato attuale non abbiamo informazioni sui mancati accessi, così come non vi sono fonti a livello nazionale che rilevano il tipo di utilizzo dei servizi sanitari da parte dei soggetti irregolari. Alcuni, pochi, dati sono rilevati a livello locale, dagli stessi servizi di terzo settore che erogano prestazioni a favore degli irregolari, ma essi sono scarsamente rappresentativi della realtà nazionale. Dati comunque che evidenziano un andamento discontinuo dell accesso dell utenza irregolare (AUSL di Reggio Emilia, Caritas di Roma, ecc.). Possiamo dunque affermare che le discriminazioni e la razializzazione che riguarda la popolazione immigrata trovano una conferma anche sul piano delle informazioni per la salute. Quanto fino ad ora esemplificato ci consente di sottolineare la carenza informativa dell Italia inerente la popolazione immigrata: ciò rende ancora più complesso affrontare il tema delle disuguaglianze di salute relative ai soggetti migranti. Osservare la salute della popolazione straniera sulla base delle fonti sistematiche significa considerare solo coloro che vengono rilevati dalle medesime fonti, quindi i soli soggetti regolari, escludendo così tutti gli altri. Pur in presenza di un quadro statistico parziale si evincono le molte forme di disuguaglianze in salute a carico degli 5 I determinanti di salute sono quei fattori la cui presenza modifica, positivamente o negativamente, lo stato di salute di un individuo e in generale di una popolazione. Secondo Dahlgren e Whitehead (1991) sono distinguibili in determinanti prossimali (età, sesso, patrimonio genetico, ecc.) non modificabili, e determinanti distali (condizioni e stili di vita, istruzione,ambiente di lavoro, ecc.) modificabili. 6 La quasi totalità delle ricerche condotte in Italia si rifanno a questa fonte quindi non le prenderemo in considerazione singolarmente. Solo poche ricerche locali hanno rilevato direttamente dati circoscritti (AA.VV. 2011a; AA. VV b; Nuti et al. 2012). 63

64 Mara Tognetti Bordogna immigrati. Andremo a discuterne nel prossimo paragrafo. L accesso I dati di cui disponiamo (Agenas 2011) evidenziano come le patologie che interessano gli immigrati siano, nella maggioranza dei casi, legate alle condizioni abitative, lavorative, agli stili di vita, alle difficoltà relazionali e di socializzazione, al tipo di rapporto che s instaura con le istituzioni. Particolarmente rilevante è la relazione fra esclusione abitativa e sociale, con conseguenze nocive sulla salute. Gli immigrati inoltre hanno frequentemente un alimentazione squilibrata o carente. Sembrano poi particolarmente rilevanti per i soggetti migranti le disuguaglianze di salute riconducibili all accesso alle risorse per la salute. Come la letteratura internazionale (Mackenbach e Kunst 1997; van Doorslaer, Koolman, Jones 2004) e nazionale (Tognetti Bordogna 2004; 2008; 2011; 2012; Nuti et al. 2012) hanno evidenziato, sono proprio le difficoltà nell accesso e nell utilizzo dei servizi sanitari a costituire elementi importanti delle disuguaglianze sociali di salute per i migranti 7. Esse poi tendono a sommarsi, per i soggetti svantaggiati, a tassi di mortalità e morbilità più alti di quelli riscontrati nei gruppi sociali con un elevato status socio-economico. Lo stesso Sen (2002), sottolinea che le disuguaglianze non sono imputabili solo alla distribuzione dei mezzi, ma anche alla differenziazioni nelle capacità di accesso. Queste ultime sono attribuibili sia alla scarsità dei mezzi, sia alla difficoltà di convertire i mezzi disponibili in capacità (ASR 2007). Vi sono poi disuguaglianze derivanti dai difformi sistemi di welfare sanitari, dalle loro specifiche modalità di cura, particolarmente evidenti se siamo in presenza di utenti i cui modelli di salute, di malattia e di sistemi per la salute sono diversi (e frequentemente sono molto diversi) da quelli in cui si trovano a vivere la loro esperienza migratoria e quindi la loro stessa esperienza di malattia (Kleiman 1980). Molte altre variabili incidono sull accesso: la conoscenza da parte degli immigrati del diritto alla salute e degli strumenti necessari per esercitare tale diritto; la conoscenza da parte degli operatori dell esistenza del diritto e delle procedure per esigere tale diritto; le risorse all interno del sistema per la salute per concretizzare tale diritto. La ricerca, condotta nell Azienda Usl di Cesena nel corso del 2007, evidenzia che gli immigrati si inseriscono con maggiore difficoltà nei percorsi di assistenza, rispetto agli italiani, con conseguenti rischi di salute. Tale disuguaglianza nell accesso ai servizi era già stata evidenziata in una precedente rilevazione ( ). Gli studi hanno ormai svelato anche in Italia (Tognetti Bordogna 2004; Padovan, Alietti 2008) che l accesso ai servizi da parte degli immigrati è condizionato da diversi fattori 8 di natura organizzativa, conoscitiva e burocratico. Ciò conferma, a nostro avviso, che non basta la sola offerta dei servizi sanitari per renderli esigibili, ma è necessaria l attivazione di azioni di tipo promozionale, conoscitivo, affinché tali risorse diventino effettive, concrete, riconosciute, per una popolazione che proviene da contesti differenti e con welfare disomogenei Sui mancati accessi, alcune stime (AA.VV.2011b) mostrano come l entrata in vigore del decreto sicurezza abbia determinato un calo generalizzato nell accesso alle risorse di salute della popolazione immigrata, indipendentemente dal loro status giuridico. Fenomeno ulteriormente confermato da una ricerca condotta a Reggio Emilia (AA.VV. 2011a) sull accesso ai servizi sanitari che in linea con quanto già mostrato dalla letteratura internazionale - evidenzia una forte domanda della popolazione immigrata al Pronto Soccorso. Gli immigrati ricorrono a tale servizio in misura maggiore rispetto gli autoctoni a causa di un inadeguato utilizzo di altri servizi. Inoltre i soggetti irregolari si rivolgono al Pronto Soccorso più dei regolari e degli autoctoni, e frequentemente sono accessi inappropriati. Anche i bambini 7 Ciò nonostante, sono ancora numericamente limitati gli studi empirici inerenti tali questioni. 8 Possiamo così schematizzare i diversi fattori che incidono sull accesso ai servizi sanitari: variabili socio-demografiche (età, sesso, scolarità, occupazione, cittadinanza), variabili culturali (idea e vissuto della malattia, modello epistemologico di salute e di malattia, percezione del dolore, medicina tradizionale) variabili relazionali (progetto migratorio, famiglia, rete/capitale sociale, articolazione nel contesto territoriale, conoscenza dei servizi), culture organizzative. 64

65 Mara Tognetti Bordogna e i ragazzi immigrati utilizzano il Pronto Soccorso più frequentemente dei loro coetanei autoctoni. A livello nazionale (ISTAT 2008) accede al Pronto Soccorso il 5,7 % degli immigrati contro il 3,8 % degli italiani, i maschi immigrati vi ricorrono nella misura del 7%, contro il 4,2% dei maschi italiani. In letteratura (Nuti et al. 2012) sono state evidenziate alcune variabili che incidono sul maggior accesso a tale struttura: innanzitutto gli immigrati conoscono poco i servizi sanitari e il loro funzionamento; hanno poi problemi di orario in quanto i loro impegni lavorativi mal si conciliano con la scansione oraria dei servizi pubblici e, frequentemente, non vengono rilasciati permessi dal lavoro, incrementando anche l accesso tardivo. Essi possono poi presentare problemi economici e quindi non accettano di pagare il ticket. La complessità di funzionamento dei servizi territoriali, solo apparentemente più facili da usare, può determinare in popolazioni non abituate ad utilizzare tali risorse, un mancato o solo parziale accesso a tali servizi. La mancanza di permesso di soggiorno poi può provocare un rinvio della domanda di salute, l immigrato si muove così in ritardo rispetto alla prestazione e solo quando non può farne a meno, accedendo in urgenza al Pronto Soccorso, il quale eroga prestazioni senza particolari vincoli burocratici. Infine questo servizio fornisce una maggior certezza della prestazione gratuita, oltre ad evitare le lunghe attese che normalmente si scontano nel sistema sanitario pubblico. Non va poi sottovalutato che la risposta altamente medicalizzata che ricevono in questo contesto dà loro la sensazione di ottenere una risposta al loro problema di malattia. Inoltre lo stare male in immigrazione a causa del maggior isolamento, dell assenza di una rete di relazioni densa, determina uno stato emotivo tale per cui diventa urgente una risposta al proprio bisogno, incrementando così l accesso al Pronto Soccorso. Esso poi rappresenta un punto di riferimento universalmente noto che consente anche di evitare il meccanismo della prenotazione. Altre ricerche (DHHS, 1999) hanno evidenziato che gli immigrati sono poco tutelati nella loro salute, presentano un più basso accesso ai servizi sanitari hanno una scarsa conoscenza del funzionamento dei servizi, ricevono prestazioni di bassa qualità rispetto agli autoctoni. Per gli immigrati dunque oltre ai determinanti di ordine economico, sociale, culturale, politico e giuridico, vi sono anche quelli organizzativi. Le disuguaglianze di salute a carico degli immigrati dipendono dalla qualità dell assistenza, dal tipo di accesso ai servizi, dal tipo di trattamenti, a cui gli individui sono sottoposti (Tognetti Bordogna 2011). Essi ricorrono ai servizi territoriali in misura minore rispetto ai nativi (Nuti et al. 2012), fenomeno che può essere attribuito alla presenza di diverse barriere: quella linguistica, quelle organizzative, alla scarsa conoscenza dell esistenza dei servizi territoriali; al mancato o parziale funzionamento di tali servizi. Sono differenti, fra italiani e immigrati (ISTAT 2008) le motivazioni che spingono a scegliere una struttura per effettuare visite specialistiche. Fra gli stranieri prevale la motivazione della vicinanza, rispetto agli italiani (31,6% gli stranieri, contro il 22,6%degli italiani). Un esigenza pratica, particolarmente rilevante fra gli uomini immigrati, 36,6 %, rispetto alle donne straniere 28,8%. Come abbiamo visto per questa popolazione è complesso in generale ricorrere ai servizi per la salute, lo diventa ancora di più se le strutture di riferimento sono distanti dalla abitazione o dal lavoro con un dispendio aggiuntivo di tempo che non si concilia con le forti esigenze lavorative e con le difficoltà a muoversi in un territorio non noto. Anche il peso del motivo economico risulta rilevante per gli immigrati (19,8), in misura oltre il doppio sia fra gli uomini sia fra le donne, se confrontati con gli italiani (8,1). L elemento fiduciario sembra determinare la differenza nell accesso, anche se è più elevato fra gli italiani (54% per gli italiani, contro il 43,1% per gli stranieri). Il medico di famiglia è un punto di riferimento importante nelle decisioni sulla propria salute. Più elevata la fiducia nei confronti di questo professionista da parte degli stranieri (68,6 % fra gli stranieri, contro il 60% degli italiani) siano essi maschi o femmine. E invece rilevante fra gli italiani rispetto agli stranieri, la fiducia nei confronti degli specialisti. Per quanto concerne le visite specialistiche i dati Istat disponibili (2008), mostrano come queste siano maggiormente eseguite dagli italiani rispetto agli immigrati, in particolare fra le donne (27% per le donne italiane contro 17% per quelle straniere). L indagine sui ricoveri ospedalieri degli stranieri, del Ministero della Salute del 2003 ha mostrato un impatto limitato della popolazione immigrata sui servizi ospedalieri. Rispetto al 1998, i ricoveri in day hospital sono quasi triplicati, segno di un utilizzo più appropriato dei servizi da parte degli immigrati. Le prime quattro cause di 65

66 Mara Tognetti Bordogna ricovero ospedaliero dei pazienti stranieri sono correlate alla gravidanza e al parto (gravidanza e parto normale 3,7% contro il 3,2% del valore nazionale; complicanze del parto 2,9% contro l,2% a livello nazionale; altre complicanze della gravidanza 2,9% contro lo 0,7%; perdita ematica in gravidanza 1,9% contro lo 0,6% del dato nazionale) sia fra gli autoctoni sia fra gli immigrati (63, 2% fra gli italiani, contro il 60,6% fra gli immigrati). Più elevato il tasso di ricovero (AA.VV. 2008) fra i cittadini italiani rispetto a quelli immigrati (216%o fra gli italiani contro il 139%o degli immigrati), ciò è attribuibile, anche alla minor età della popolazione immigrata. Per quanto riguarda invece il tasso di ospedalizzazione, per acuti in regime di ricovero ordinario, emerge come i cittadini stranieri abbiano tassi pari a 119% (118% per i cittadini stranieri esclusi PSA e 129% per cittadini UE) contro un tasso complessivo dei cittadini italiani pari a 167%, quindi un minor ricorso al ricovero da parte degli immigrati, in regime di ricovero ordinario. Dato interessante quello relativo alla bassa quota dei ricoveri ordinari fra gli immigrati (101%o contro il 147%o fra gli italiani), ancora più bassa (mai superiore all 1%) se riguarda gli immigrati clandestini. La percentuale di ricoveri ordinari che avvengono in urgenza, è più alta per gli immigrati, che per gli autoctoni. Il ricovero in queste condizioni, può essere considerato una proxy del livello di utilizzo dei servizi sanitari territoriali e della capacità di questi servizi di prendersi in carico il paziente. I ricoveri in urgenza significano anche: gravità del problema, scarsa conoscenza e utilizzo dei servizi territoriali da parte degli immigrati, scarsa informazione e mal funzionamento dei servizi territoriali. Anche altre ricerche (ISTISAN 2006; Scamuzzi et al. 2008) evidenziano che tra le cause di ricovero degli immigrati prevalgono eventi legati a stati fisiologici, in particolare gravidanza e parto per le donne, o a traumatismi accidentali, per i maschi. L accesso ai servi sanitari si conferma essere determinato e condizionato dall urgenza della prestazione sia per le donne (parto) che per gli uomini (traumatismi). Appare chiaro che il bisogno di salute, le modalità di accesso al welfare sanitario sono legate alle condizioni di vita e di lavoro degli immigrati più che alle loro condizioni di salute fisiche (Geraci 2005). Sulla base dei dati illustrati si può desumere un uso differenziato dei servizi fra i maschi e le femmine immigrate, ma anche fra italiani e stranieri; un accesso limitato ad alcune, poche, strutture per la salute quando riguarda gli immigrati. Sempre sulla base dei dati nazionali e di fonte ufficiale non è possibile considerare alcune variabili che le ancora scarse ricerche locali fanno emergere come determinanti per l accesso ai servizi per la salute quali la competenza linguistica e il periodo di permanenza in Italia. Le ricerche (Rechel et al. 2013; Catanzaro et al 2009; ORIM 2005) mostrano come oltre allo status giuridico sull accesso pesino la competenza linguistica e la permanenza nel territorio italiano. Al crescere di queste variabili aumenta l accesso ai servizi. Vi sono poi ulteriori fattori che incidono negativamente sull accesso quali i costi aggiuntivi da sostenere per le prestazioni (ticket, ecc.), gli orari di apertura e di funzionamento dei servizi, nonché la complessità burocratica. Tutte variabili queste che nelle statistiche ufficiali non vengono rilevate. Le evidenze empiriche fin qui presentate, per quanto limitate e non esaustive, mostrano un utilizzo inadeguato ed inappropriato dei servizi sanitari da parte degli immigrati e il permanere di forte disuguaglianze di accesso fra migranti e autoctoni. Le disuguaglianze fra gli uomini e le donne Come illustrato nella breve ma esaustiva rassegna presentata nei paragrafi precedenti, le ricerche e i dati della letteratura mostrano come la presenza di disuguaglianze di salute nella popolazione immigrata sia differenziata tanto per genere quanto rispetto all accesso alle strutture (ISTISSAN 2005, ISTAT 2008). Inoltre (Perocco 2012) l inserimento lavorativo degli immigrati è avvenuto seguendo traiettorie che incorporano elementi di discriminazione: concentrazione nei segmenti più bassi del mercato del lavoro, nelle occupazioni e nelle mansioni più faticose, precarie, insalubri, nocive e rischiose, con conseguenti alti livelli di infortunio ed in misura più rilevante rispetto ai lavoratori autoctoni con impatti negativi sulla salute. In particolare sono gli infortuni a pesare decisamente sui lavoratori immigrati, in costante aumento, cosi come sono rilevanti gli incidenti con esiti mortali a loro carico (6,8% nel 2000 contro il 13,2% del 2004), di 66

67 Mara Tognetti Bordogna conseguenza si ha un rilevante accesso al Pronto Soccorso e ai ricoveri non programmati. I dati mostrano l elevato tasso infortunistico pari al 9.1% tra i lavoratori migranti nel 2011, contro il 4.2% dei lavoratori autoctoni, cioè più del doppio, ed in crescendo (INAIL 2005): nel 2002, nel 2003, nel 2004, mentre nel 2009 sono stati registrati casi di infortunio e nel Come abbiamo visto essi rappresentano la maggior causa di ricovero per i maschi immigrati. Nonostante l incremento numerico siamo di fronte ad un fenomeno spesso sottostimato poiché le condizioni lavorative possono portare gli immigrati a non denunciare sempre l infortunio, a non fare richiesta di assistenza, ad attribuire ad altre cause l incidente (incidente domestico o al di fuori dell ambito lavorativo). La stessa Commissione per le politiche di integrazione degli immigrati segnalava, già nel 2001, come il fenomeno della mancata denuncia degli infortuni lavorativi fosse una questione da non sottovalutare. Più che da inadeguatezza professionale, da insicurezza negli ambienti di lavoro, scarsa competenza linguistica, tali eventi sono da ricondurre al livello di sfruttamento, ai ritmi di lavoro, all irregolarità del lavoro (Perocco 2012). Ricerche condotte in Emilia Romagna (ASR 2007), mostrano come l asma e le infezioni acute alle vie respiratorie siano tre volte superiori fra gli immigrati rispetto agli italiani, mentre le ferite e i traumatismi intracranici sono due volte più alte, cosi come sono rilevanti le lombalgie, la tendinite, il mal di schiena. Se a questi fattori lavorativi aggiungiamo quelli abitativi, la qualità delle abitazioni, spesso povere e malsane, circa il 40% degli immigrati vive in alloggi di fortuna o ospiti dei datori di lavoro (Caritas 2005), mentre la situazione di esclusione abitativa riguarderebbe il 3% immigrati (Tosi 2001), appare ovvio che lo stato di salute e l aspettativa di vita per questi lavoratori non possono che peggiorare. Infatti oltre che alla crescita dell asma fra di essi si rileva anche la crescita delle allergie. Al pari degli uomini e in quantità superiore rispetto agli autoctoni la donna immigrata è esposta a incidenti, a traumatismi, a malattie professionali. Le ricerche (CENSIS 2010) hanno evidenziato l esistenza di una correlazione fra incidenti e lavoro domestico. Il 44% degli intervistati ha avuto un incidente domestico nell ultimo anno. Nel 2008 sono stati gli infortuni del personale domestico, di cui 2 mortali. Le maggiori cause degli incidenti sono la disattenzione (55,7%), l imperizia, i comportamenti azzardati (18,2%), la mancata o cattiva manutenzione di oggetti e impianti (10,9%), la rottura di strutture (9,5%), la disattenzione e imperizia altrui (7,6%). E la salute riproduttiva a rappresentare un punto di osservazione privilegiato per comprendere la situazione di salute delle donne immigrate, il capitale di salute dei loro bambini, ma anche per la realizzazione di programmi e strategie di politica sanitaria (Spadea, Cois 2004). Come già discusso le cause di ricovero sono riconducibili alla gravidanza e al parto. Le donne che accedono ai servizi per la gravidanza, parto e cura dei figli, vivono situazioni di isolamento riconducibile al fatto che il loro reticolo familiare e amicale è rimasto, nella sua composizione principale, nel paese di origine. Esse spesso partoriscono in ospedali poco accoglienti in cui gli operatori hanno difficoltà a comprenderle. Il tutto è aggravato da condizioni di lavoro pesanti, ambienti abitativi, inadeguati o a volte condivisi con altre famiglie o altri immigrati, il difficile accesso ai servizi socio-sanitari. Le ricerche mostrano gravidanze ravvicinate, nascite pre-termine, basso peso alla nascita, IVG, pratiche contraccettive non conosciute e non capite (ISTISSAN 2005). L indagine condotta dall Istituto Superiore di Sanità ( ) in 5 ospedali romani, evidenzia che l 8,8% delle intervistate ha partorito prima della 37 settimana di gestazione. Questo valore è inferiore a quello rilevato tra le immigrate nel (12,2%), ma superiore a quello osservato tra le italiane (4,6%). Sulla base della ricerca condotta dall Istituto Superiore di Sanità (2000), emerge che le donne immigrate effettuano un minor ricorso ai controlli e agli esami durante la gravidanza, il 42,5% delle donne immigrate non si era sottoposta ad un controllo nel primo trimestre di gravidanza, contro il 10,7% delle italiane; il 68% delle italiane aveva eseguito almeno quattro prelievi del sangue, contro l 11% delle immigrate. L indagine evidenzia poi barriere culturali e linguistiche nell accesso alle visite ginecologiche e alle diagnosi perinatale, nonché un alimentazione sbilanciata o insufficiente, condizioni abitative insalubri e solitudine. Analizzando il percorso di maternità emerge come le donne immigrate ricorrano maggiormente, a differenza delle donne italiane, a strutture pubbliche sia per il ginecologo (57,6% contro il 16,5% delle italiane) che per il 67

68 Mara Tognetti Bordogna consultorio (38,3% contro il 13,7%). Pur ricorrendo le donne immigrate a controlli entro il primo trimestre, sono in numero minore rispetto alle italiane, coloro che eseguono tempestivamente tali pratiche. Infatti si è sottoposto alla prima visita entro il primo trimestre di gravidanza l 88,5% di tali donne, contro il 94,6% delle italiane. Mentre si sono sottoposte ad ecografia entro il terzo mese il 68,5% delle straniere rispetto all 88,3% delle italiane. Le donne italiane effettuano mediamente 5,0 ecografie contro le 4,4 delle donne straniere. Più bassa fra le donne immigrate la percentuale di coloro che partoriscono con taglio cesareo 24,9% contro il 35,9% delle italiane. Più elevato fra le donne straniere l allattamento al seno (88% contro l 80,7%). Le donne immigrate residenti in Italia ricorrono meno agli screening dei tumori femminili, se confrontate con le donne italiane. Differenze di comportamento rilevabili in tutte le fasce d età, ma più marcate al crescere dell età. Se consideriamo la fascia di età anni, il 51,6% delle donne straniere si è sottoposta ad un paptest contro il 71,8% delle donne italiane. Anche per la mammografia si riscontra un minor ricorso da parte delle donne straniere comprese nella fascia di età 50-64, pari al 42,9%, contro il 73,1% delle donne italiane (ISTAT 2008). Comportamenti attribuibili sia ad una minor informazione che ad un tempo inferiore da dedicare alla salute. Conclusioni I dati riportati evidenziano forme molteplici di disuguaglianze di salute a carico degli immigrati, sia maschi sia femmine, riconducibili sia alle condizioni di vita e di lavoro, sia al funzionamento dei servizi sanitari. In particolare quelle più macroscopiche sono legate all accesso ai servizi sanitari, al loro funzionamento, indipendentemente dallo status giuridico del migrante. Le nuove disuguaglianze a carico dei soggetti migranti come mostrano i dati discussi, non solo rappresentano una novità per il nostro Paese e una conferma del processo di razializzazione in atto ma costituiscono una realtà che non può essere ignorata sia dai decisori pubblici sia dalle fonti informative. I dati mostrano che la riduzione delle disuguaglianze di salute per i migranti non può che passare attraverso l eliminazione delle disuguaglianze sociali. In particolare poi il sistema per la salute e i suoi attori debbono prestare specifiche attenzioni nei confronti di questa popolazione che fonda per larga parte il proprio progetto migratorio sulla base del capitale di salute. Sevizi più attenti e culturalmente orientati sono alla base dell equità nella salute, ma anche buone condizioni di vita e di lavoro risultano essenziali. E altrettanto importante definire percorsi e procedure finalizzati ad adeguare l offerta dei servizi per la salute anche ai soggetti migranti dedicando particolare attenzione all equità, alla qualità e alla transculturalità. Come abbiamo mostrato nei paragrafi precedenti, anche la rilevazione di dati sistematici che tengano conto della specificità migratoria costituisce un obiettivo importante per un Paese che fa della lotta alle disuguaglianze di salute un obiettivo di cittadinanza. La creazione di set di indicatori orientati alla popolazione immigrata e ai loro bisogni di salute - a partire dai ricoveri ospedalieri, alla salute materno infantile, agli infortuni sul lavoro e ai traumatismi, alle malattie infettive e alla mortalità - diviene un imperativo sempre più rilevante. La formazione e la sensibilità degli operatori deve essere affiancata ad un incremento degli studi e delle ricerche relative alle disuguaglianze di salute che riguardano gli immigrati, potenziando le fonti informative nazionali e locali di fonte ufficiale onde evitare che si abbia un quadro epidemiologico dei soli soggetti regolari che accedono alle strutture di ricovero e quindi di tipo parziale. Particolare attenzione nello studio delle disuguaglianze di salute fra gli immigrati dovrebbe infine essere prestata anche da parte della sociologia della salute: è anzi fortemente auspicabile che questo tema possa in breve tempo costituire un ambito di ricerca particolarmente fecondo sia per la stessa sociologia della salute sia per una nuova sociologia economica. 68

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73 Federico Farini [Interpretazione e mediazione in un sistema di cura interculturale] Pratiche di esclusione e pratiche di inclusione dei pazienti migranti Abstract: This paper examines the joint activity of translation and intercultural mediation carried out by interpreters in health care contexts. The analysis presented concerns not only the linguistic aspects, but also the processes of inclusion and exclusion of migrant patients, produced in consequence of the cultural effects of mediation. The corpus of data we analyze consists of physician-patient interactions mediated by an interpreter, collected in 2010 in public health facilities in the provinces of Modena and Reggio Emilia. The following question guided our analysis: Does interlingual and intercultural mediation promote or discourage active participation by the migrant patient? Our analysis confirms that the interpreters not only act as facilitators of language, but above all as coordinators of communication, and for this reason are considered as interlingual and intercultural mediators. The different ways in which the mediators coordinate these interactions affect the participation of migrant patients, which can be rendered more or less invisible in accordance with the choices of translation. Keywords: Interpretation, Mediation, Empowerment, Intercultural health, Emilia-Romagna, Doctorpatient interaction. I significati sociali della mediazione interlinguistica ed interculturale In una società multiculturale l intensità dei flussi migratori comporta conseguenze rilevanti ed esigenze di cambiamento per molte istituzioni. Tra queste, ci sono sicuramente quelle sanitarie, che per la loro funzione entrano spesso in contatto con i migranti. Nel sistema della cura medica, medici e pazienti condividono lo stesso obiettivo, ossia, il ripristino o mantenimento di una condizione di salute, o meglio, di assenza di malattia. Questo assunto può essere ritenuto una condizione operativa del sistema, ed accettato come dato di fatto. Tuttavia, in contesti multiculturali, la comunicazione medico-paziente può diventare interculturale, cioè evidenziare una diversità di presupposti e identità culturali che determina diversi significati assegnati alla malattia, alla cura e al modo di partecipare all interazione (Meeuwesen et al. 2006, Zandbelt et al.2006). Gli stessi principi fondativi della medicina, ossia, uguaglianza di trattamento dei pazienti, responsabilità di scelta del paziente, scientificità, attenzione scrupolosa e informazione accurata (cfr. Codice Deontologico Medico, artt. 3, 12, 17, 18) possono essere minacciati da incomprensioni linguistiche. Nella concretezza dell interazione queste differenze possono concretizzarsi come resistenze verso diagnosi e prescrizioni, richieste di prestazioni sanitarie non necessarie, rifiuto del trattamento sanitario. A fronte delle possibili conseguenze negative della mancata condivisione dei presupposti culturali della comunicazione, alla mediazione interlinguistica e interculturale è richiesto non solo di assicurare la comprensione linguistica, ma anche di promuovere forme di coordinamento 73

74 Federico Farini tra il sistema sanitario ed il paziente. Su questo sfondo, molte aziende sanitarie si sono attrezzate per dare visibilità ai problemi di salute dei pazienti migranti (Luatti 2011), nella consapevolezza che l applicazione del principio universalistico della cura per tutti richiede attenzione per la specificità dei sempre più numerosi migranti che accedono ai servizi medici. L idea che la funzione della mediazione debba essere mirata alla promozione della persona del paziente migrante è la conseguenza di un evoluzione delle aspettative generalizzate che orientano la comunicazione sanitaria, che consiste nel riconoscimento della rilevanza della prospettiva del paziente. Negli anni 50 e 60 del XX secolo (Heritage e Maynard 2006) le emozioni e l affettività erano bandite dalle interazioni tra personale sanitario e pazienti, centrate invece sul ruolo del medico quale depositario di un sapere scientifico e di una competenza tecnica di cui il paziente è privo (Parsons 1951, Mishler 1984). Utilizzando la distinzione tra discorso tecnocratico e orientato allo scopo (voce del sistema) e discorso comunitario orientato al consenso (voce del mondo della vita), Mishler (1984), riconosce nella comunicazione medica un esempio di voce del sistema, che definisce voce della medicina, empiricamente rilevata da un linguaggio specialistico e tecnicizzato, dove domande o asserzioni riguardano eventi e sintomi espressi in forma oggettivata, quindi distaccati dal contesto personale e sociale. In un approccio del tipo voce della medicina, la funzione della mediazione potrebbe essere intesa in senso ristretto come al servizio dell azione del medico e a sostegno della cooperazione del paziente. Sebbene i presupposti della voce della medicina rappresentino ancora spesso le strutture fondamentali della comunicazione medica, si sta affermando una nuova forma di comunicazione che combina voce del mondo della vita da una parte, valorizzando il significato sociale e personale degli eventi così come esperiti dal paziente all interno di un rapporto affettivo, ed orientamento al risultato dall altra, poiché l affettività è osservata come un fattore-chiave sia per la relazione medico-paziente sia per il successo del percorso terapeutico (Arora 2003, Barry et al. 2001, Charles et al. 1999, Epstein et al. 2005, Mead e Bower 2000, Robinson 2001, Zandbelt et al. 2006). In questo approccio, l espressione delle emozioni da parte del paziente in luogo dell enumerazione di sintomi oggettivati e il coinvolgimento affettivo del medico in luogo del controllo dell azione del paziente (Kiesler e Auerbach 2003) sono considerati un risultato fondamentale della comunicazione. In questa comunicazione incentrata sulla persona del paziente quello che segna una differenza rispetto a una comunicazione centrata sui ruoli tecnicizzati di medico e malato, è che domande e asserzioni contestualizzano fatti, eventi e sintomi nel loro ambito sociale e personale, promuovendone la narrazione attraverso commenti affettivi. Il successo del processo di centralizzazione della persona nella comunicazione medica fa sì che nei sistemi sanitari occidentali la funzione della medicina sia individuata non solo nella risoluzione dei disturbi dal punto di vista bio-medico, ma anche nella promozione del benessere del paziente in senso emotivo e sociale (Baraldi et al. 2008). I modi per rendere visibili i pazienti migranti ed occuparsi dei loro problemi sono vari, ma, se prendiamo come riferimento la comunicazione tra medico e paziente, non si può anzitutto prescindere dalla necessità di assicurare che gli interlocutori quantomeno si comprendano. La mediazione interlinguistica e interculturale, anzitutto, si concretizza come a facilitazione linguistica. Nella comunicazione tra medico e paziente ha un importanza fondamentale la comprensione della lingua: il mediatore è molto spesso chiamato in servizio per tradurre, in situazioni che vedono la compresenza di un medico e di un paziente con limitata, o nulla, conoscenza della lingua del medico. La traduzione permette a medici e pazienti di partecipare alla comunicazione, assicurando una comprensione reciproca. Tuttavia, la ricerca empirica sulla traduzione nei servizi pubblici dice che questa attività è in se stessa mediazione, poiché regola i tempi, i modi e le possibilità di comunicazione nel corso dell interazione, permettendo di trattare nella comunicazione anche le identità e le differenze culturali (cfr. Davidson 2000; Hsieh 2010; Farini 2012; Gavioli 2009; Gavioli e Baraldi 2011). Poiché la traduzione regola i tempi, i modi e le possibilità di partecipazione all interazione da parte degli interlocutori principali, nel tradurre il mediatore svolge anche un ruolo di coordinamento della relazione tra medico e paziente. La comprensione linguistica, infatti, permette di: 1) approfondire i presupposti taciti della comunicazione che dipendono dalle diverse culture di appartenenza dei pazienti; 2) trattare problemi culturali che possono interferire con la cura medica (ad es. i vincoli alle visite che riguardano le donne pazienti, le abitudini 74

75 Federico Farini alimentari, i possibili significati difformi assegnati alle malattie). D altra parte, nel prodursi di una relazione circolare tra mediazione linguistica e culturale, la partecipazione degli interlocutori è una condizione fondamentale della traduzione: senza comunicazione non c è nulla da comprendere, quindi non c è bisogno di traduzione. Per fare riferimento a questa attività congiunta di traduzione e mediazione si parla quindi di Mediazione Interlinguistica ed Interculturale. L analisi della mediazione interlinguistica e interculturale riguarda quindi non solo gli aspetti linguistici, ma anche i processi di inclusione ed esclusione dei partecipanti che si producono conseguentemente alle forme culturali che si realizzano nella mediazione (Baraldi e Gavioli 2008; Barbieri e Farini 2009). Questo secondo aspetto è stato quello su cui si è incentra questo lavoro. Metodologia L unità di base della nostra analisi è l interazione, concepita come concatenazione di azioni dei partecipanti che si alternano facendo riferimento le une alle altre, fino a costruire processi comunicativi dotati di senso; per organizzazione dell interazione si intende il modo in cui i partecipanti si coordinano e raccordano le loro azioni. Una caratteristica generale dell organizzazione dell interazione, che prescinde dal grado di formalità/ informalità, dal contesto in cui si situa e dal numero di partecipanti coinvolti, è il suo carattere sequenziale, in virtù del quale ciascun enunciato prodotto da un parlante compie un azione che proietta un azione complementare da parte dell interlocutore. In base al principio di sequenzialità dell interazione, ogni enunciato è determinato dal contesto fornito dall enunciato precedente e al tempo stesso fornisce il contesto per l enunciato successivo. Oltre a vincoli sequenziali, che sono vincoli di natura interna poiché si creano azione dopo azione nel corso dell interazione, esistono vincoli socio-strutturali, che rappresentano l esito di lunghi processi evolutivi, i quali trascendono la singola interazione. Questi vincoli, di natura esterna perché non si creano nella singola interazione, sono le forme culturali composte da presupposti culturali che riguardano significati della comunicazione, forme dei contributi ed aspettative verso gli esiti della comunicazione (Gumperz 2005; Baraldi 2012). I presupposti culturali sono strutture che orientano i partecipanti alla comunicazione nell azione e nella comprensione dei significati dell informazione e delle intenzioni dell interlocutore. Una ricerca sociologica sull interazione osserva gli indicatori che segnalano e rendono rilevanti presupposti culturali i quali rendono possibile la partecipazione degli interlocutori e che si manifestano a livello di scelte lessicali, di formato dei turni di parola, di collocazione di un certo turno di parola in un determinato punto dell interazione. La nostra ricerca si è posta il problema delle forme di coordinamento che la mediazione interlinguistica e interculturale ha prodotto nelle interazioni. La ricerca socio-linguistica ha rilevato come la mediazione interlinguistica e interculturale possa promuovere due forme di coordinamento: 1) coordinamento culturale, 2) coordinamento interculturale (Baraldi e Gavioli 2008). Il coordinamento culturale consiste nella riproduzione di una forma culturale unitaria attraverso l interazione, quella del sistema della cura medica oppure quella (ma questa possibilità è molto rara) del gruppo minoritario del paziente. Il coordinamento interculturale, invece, consiste nella promozione di adattamento interculturale: le parti riconoscono le reciproche aspettative inerenti ai rispettivi presupposti culturali e ne tengono conto nella loro azione e nella comprensione dell altro Il coordinamento interculturale può prodursi a condizione che la diversità culturale emerga nella comunicazione, e sia trattata come rilevante; per questo motivo, il coordinamento interculturale richiede alla mediazione interlinguistica e interculturale di aprire spazi di espressione personalizzata del paziente immigrato, poiché l espressione della persona rappresenta il medium fondamentale dell espressione di eventuali diversità culturali. L interrogativo che ha guidato l analisi del corpus di dati, quindi, è stato il seguente: la mediazione interlinguistica e interculturale promuove la partecipazione del paziente e quindi i presupposti del coordinamento interculturale, oppure favorisce la riproduzione di una forma culturale unitaria centrata sul sistema di cura medica? Il corpus di dati da noi analizzato consiste in interazioni medico-paziente mediate da un interprete, raccolte 75

76 Federico Farini nell anno 2010 in strutture sanitarie pubbliche (principalmente ospedali e consultori) delle province di Modena e Reggio Emilia. I flussi migratori sono stati e sono ancora molto intensi nell area territoriale in oggetto. Dati recenti segnalano che i migrati residenti sono il 12,7% della popolazione residente in provincia di Modena ed il 13% in provincia di Reggio Emilia (Osservatorio regionale sul fenomeno migratorio, 2012). Il corpus consta di 42 incontri tra parlanti di lingua italiana ed inglese. La durata degli incontri varia da cinque a oltre trenta minuti a seconda che si tratti di una semplice prescrizione o di una visita medica più o meno completa. La quantità totale di conversazioni registrate e trascritte ammonta a 14,5 ore; soggetti coinvolti sono medici e altri operatori sanitari (infermieri e ostetriche), pazienti migranti e mediatori linguistico-culturali. I mediatori sono tutte donne, così come la maggior parte dei pazienti; le questioni affrontate durante le visite sono quindi per lo più legate alla salute riproduttiva femminile (contraccezione, gravidanza, interruzione volontaria di gravidanza). Gli operatori sanitari sono tutti italiani, mediatrici e pazienti provengono invece da diversi paesi dell Africa occidentale, specialmente Nigeria e Ghana. La prospettiva metodologica adottata in questo lavoro è di tipo interazionista e, per essere più precisi, conversazionale. L analisi della conversazione sostiene un approccio microanalitico basato su un attenta osservazione dell interazione, considerata come continua negoziazione di ruoli e attività da parte dei parlanti. Un aspetto fondamentale della conversazione è il suo carattere sequenziale (Atkinson & Heritage 1984; Sacks et al. 1974), in virtù del quale ciascun enunciato prodotto da un parlante compie un azione, che proietta, cioè rende rilevante, un azione complementare compiuta da parte di un interlocutore con l enunciazione del turno successivo. Questo meccanismo, noto come rilevanza condizionale (Schegloff 1972) è illustrato al meglio dalle cosiddette coppie adiacenti (Sacks et alii 1974: 716), del tipo saluto-saluto, domanda-risposta, invito-accettazione/rifiuto, ecc. Tali sequenze hanno carattere normativo, poiché chi produce la prima parte della coppia verificherà in che misura quanto segue funziona come seconda parte, facendo delle inferenze rispetto all eventuale assenza di tale seconda parte. Per esempio, l assenza di risposta a una domanda potrebbe essere interpretata come mancata comprensione o ricezione acustica di quest ultima, o anche presa come segno di maleducazione, risentimento, imbarazzo, sfiducia, e così via. Si tratta di un lavoro congiunto di costruzione locale del senso della conversazione ha chiare implicazioni di tipo sequenziale, perché fa sì che ogni enunciato sia determinato dal contesto fornito dall enunciato precedente e al tempo stesso fornisca il contesto per l enunciato successivo. Questo meccanismo caratterizza la conversazione a prescindere dal suo grado di formalità/informalità, dal contesto in cui si situa e dal numero di partecipanti coinvolti. In tal senso, anche l interazione mediata da interprete non fa eccezione e gli interpreti, in qualità di partecipanti a pieno titolo all interazione (o ratificati, nelle parole di Goffman, 1976) non potranno che considerare le traiettorie proiettate dagli enunciati dei cosiddetti partecipanti primari (Wadensjö 1998: 148) e disegnare i loro contributi (traduttivi e non) di conseguenza, contributi che determineranno a loro volta l andamento della conversazione (Mason 2001; Wadensjö 1998). I vincoli alle possibilità di azione nell interazione, però, non sono solo di natura conversazionale e il principio di rilevanza condizionale non basta a spiegare la costruzione di lunghissime catene di comunicazioni, che si riproducono nel tempo, e che danno vita a sistemi di comunicazione complessi, come il sistema politico, il sistema economico, il sistema sanitario. Oltre a vincoli interni, che si creano localmente azione dopo azione nel corso dell interazione, esistono vincoli di natura socio-strutturale, esito di lunghi processi evolutivi, che trascendono la singola interazione. Si tratta dei presupposti culturali che riguardano (1) significati della comunicazione, (2) aspettative di ruolo, (3) risultati attesi dell interazione, e orientano i partecipanti alla comunicazione nella comprensione dei significati dell informazione e delle intenzioni dell interlocutore. L analisi dell interazione è importante proprio perché nell interazione si rendono visibili gli indicatori che a livello di scelte lessicali, di formato dei turni di parola, di collocazione di un certo turno di parola in un determinato punto dell interazione, segnalano e rendono rilevanti specifici presupposti culturali. L interazione, anche quella medica, riproduce i presupposti culturali che la rendono possibile azione dopo azione, e così facendo li rende osservabili empiricamente. Da questo punto di vista, le azioni dei partecipanti alle interazioni mediche, ed in primo luogo delle mediatrici, saranno osservate come indicatori di una comunicazione in cui la mediazione interlinguistica ed interculturale sostiene l espressione della persona del paziente, creando le condizioni per possibili forme di adattamento interculturale nel sistema della medicina ovvero rende più probabile la riproduzione di una forma culturale unitaria, quella del sistema della cura medica. 76

77 Federico Farini A titolo di esempio verranno presentati alcuni estratti, scelti perché rappresentativi del nostro corpus di fati, relativamente a tipo di visita, partecipanti e forme di coordinamento che vengono prodotte. Gli estratti proposti, così come il resto dei dati, riproducono audio-registrazioni trascritte e annotate secondo le convenzioni proprie dell analisi della conversazione (cfr. appendice). Per tutelare la privacy dei soggetti registrati, le trascrizioni sono state rese anonime, alterando qualsiasi riferimento a luoghi e persone. I partecipanti all interazione sono identificati attraverso le seguenti lettere: D per il medico o il personale sanitario, M per la mediatrice, P per la, o il, paziente. Discussione Traduzione sospesa e separazione dei partecipanti primari - La nostra analisi conferma un osservazione prodotta da precedenti ricerche sulla mediazione interlinguistica e interculturale svolte in Italia (cfr., tra gli altri, Gavioli 2009; Barbieri e Farini 2009; Cirillo 2010) ossia che l organizzazione dell interazione sia caratterizzata non tanto dall alternarsi di turni e traduzioni, in sequenze del tipo partecipante A, mediatore che traduce, partecipante B, mediatore che traduce ma dall alterarsi di sequenze diadiche monolingue che sospendono la traduzione per diversi turni, escludendo uno dei partecipanti principali, che può essere coinvolto nuovamente nell interazione da una traduzione sintetica o riepilogativa. La traduzione turno per turno si produce in situazioni non problematiche, ad esempio nelle fasi di raccolta dei dati anagrafici, oppure quando è il medico a renderla rilevante, formulando domande puntuali, che proiettano risposte precise, e riprendendo subito la parola dopo la traduzione. La traduzione sospesa risulta molto più frequente rispetto alla traduzione turno per turno; nei nostri dati, la traduzione sospesa è conseguente a diverse tipologie di azioni, del medico o della mediatrice, ed il suo risultato consiste nel prodursi di sequenze diadiche monolingue. Un tipo di azione del medico che può inaugurare sequenze diadiche monolingue è la selezione della mediatrice come interlocutrice diretta, ad esempio spiegandole che cosa è richiesto al paziente o fornendo istruzioni su che cosa dire, delegandole alcuni compiti propri del ruolo di esperto. Le deleghe sono attivate in caso di spiegazioni di procedure mediche standard, oppure in caso di raccolta dei dati anagrafici del paziente. Estratto 1. Il medico delega alla mediatrice la spiegazione di procedure mediche 47 D: ok le spieghi allora come (.) eh funziona (.) cioè che noi adesso le- le abbiamo fatto il certificato (.) con questo certificato (.) che le faremo firmare lei va in ospedale (.) e in ospedale mh: le daranno l appuntamento per fare l interruzione di gravidanza (.) vuol farla (.) con anestesia generale o con anestesia locale (.) e le spieghi com è l anestesia generale e l anestesia lo[ca]le 48 M: [ok] (.) eh:: he will give you the certificate (2) then (.) the certificate you signed (.) you go to the hospital (.) Santa Maria (.) and you give it to them (2) they will tell you what- when to come (.) and what to do (.) and then eh: the question is (.) would you want to be awake (.) when you re doing the: >abortion< or you want to sleep 49 P: I want to sleep 50 D: I want to sleep (14) ok (.) dopo l aborto noi mh::: lei può utilizzare un metodo anticoncezionale per evitare di tornare a essere in gravidanza (.) spiega che:: siccome lei ha rapporti appunto:: e il condom può succedere che (.) si rompa come è successo già una volta (2) vuole utilizzare dopo un altro metodo? (.) potrebbe utilizzare presempio la pillola (.) che- perché io alla visita non ho trovato elementi di (.) contrari (.) mh? 51 M: mh after doing- after this abortion you have to take- to take eh prevention 52 P: ya 53 M: so you not get pregnant again. (2) well because in some condoms sometimes is not trustworthy (.) you have used it and you have seen disadvantage (.) so you can use other method of contraceptives like (.) pills (2) ok? after the abortion (.) so you have to come (2) the doctor said when he visit he didn t see any reason why maybe you should not take condom to prevent- no you should not use (.) any contraceptive (2) ok? (2) so which one would you prefer Nell estratto 1, al turno 47, il medico delega alla mediatrice la spiegazione di procedure mediche standardizzate. 77

78 Federico Farini La fiducia che il medico accorda alla mediatrice, a prescindere da quelli che possono essere i suoi fondamenti (conoscenza personale, esperienza professionale della mediatrice o altro) segnala che il medico riconosce alla mediatrice uno status di collaboratrice esperta. Come si potrà apprezzare nell analisi di ulteriori estratti, quando le mediatrici accedono al ruolo di rappresentanti dell istituzione, questo ha importanti conseguenze sulle forme di coordinamento promosse dalla mediazione, favorendo forme di adattamento unilaterale della paziente ai presupposti culturali del sistema della cura medica. Al turno 48 la mediatrice produce una traduzione ridotta del turno del medico dove offre una versione semplificata di termini tecnici anestesia locale o totale, proponendo alla paziente la scelta tra restare svegli o dormire. La traduzione esclude le possibili conseguenze mediche delle due forme di anestesia, che dovrebbero essere tenute in considerazione dal paziente che sceglie tra le due. Per questo motivo, la decisione della paziente (almeno per quello che emerge nell interazione) non appare essere una decisione pienamente informata. La delega che il medico affida alla mediatrice, conseguentemente alla fiducia nella sua adesione ai presupposti culturali del sistema della cura medica, separa i due interlocutori principali, disincentivando la paziente dal rivolgersi al medico per comunicare eventuali dubbi, preoccupazioni, esigenze che vadano oltre le prestazioni standardizzate all interno della routine di una visita ginecologica. Anche se il medico appare in grado di comprendere le risposte della paziente (turno 50), questo non incide sulla distanza tra essa le paziente, poiché poco dopo viene rinnovata la delega alla mediatrice ( spiega ) la quale, unita al sistematico riferimento alla paziente in terza persona, riproduce aspettative di separazione tra i due interlocutori principali. La distanza tra le parti lascia spazio ad iniziative discorsive della mediatrice, che hanno importanti conseguenze anche sui significati prodotti nell interazione. Al turno 51 la mediatrice traduce può con have to, sovraccaricando quindi di normatività il turno del medico; al turno 53 l assunzione della pillola viene presentata come una procedura obbligatoria, a cui la paziente deve aderire, piuttosto che come decisione contingente. L assunzione della pillola è presentata come unico comportamento sociale desiderabile, in opposizione a tutte le altre possibili opzioni; l iniziativa discorsiva della mediatrice pone la paziente di fronte ad una scelta che, almeno in questi termini, non era stata proposta dal medico, ossia la scelta tra adesione ad aspettative normative del sistema di cura e comportamento deviante. L esito di questa azione è l introduzione di forme culturali quali desiderabilità sociale, devianza, rischio di etichettamento che possono condizionare le decisioni della paziente, rendendo probabile un coordinamento culturale, con l adesione della paziente alle aspettative del sistema di cura, senza spazio per l espressione di esigenze, preferenze, timori personali. Dal punto di vista empirico, l indice di questa subordinazione è la forma in cui la paziente partecipa all incontro medico: essa si limita a scegliere tra opzioni proposte dagli esperti, e ad offrire feedback che segnalano la sua comprensione delle loro istruzioni. La sostituzione del medico da parte della mediatrice, e la conseguente produzione di sequenze diadiche monolingue, può derivare anche da azioni della mediatrice, nei casi in cui essa istruisce il paziente sulle procedure da seguire aggiungendo istruzioni non specificate dal medico, oppure nei casi in cui fornisce direttamente risposte al paziente, proponendosi così come co-esperto, sostituendo il medico. Estratto 2. La mediatrice sostituisce il medico come esperto 254 D: Quello li va bene. (02) E: questi qua sono esami del sangue generali per vedere se questa tachicardia è data da qualcosa che non va 255 M: Mhm, [is, eh: a general control] exam 256 D: [Okay? Quando li hai fat-] 257 M: Blood and urine test 258 D: quando li hai fatti li porti qua che li guardiamo 259 M: When you go to do it on Monday then, maybe it will be ready on three days (on something) so they will tell you the day you will go and collect it. Go then collect it and bring it on Saturday morning 260 P: Okay. 261 M: and write your name, okay? So I will see the results and see if the, the: heart beating fast you have 78

79 Federico Farini depends, has something to do, if something is wrong. The blood test (may) show it 262 P: Okay 263 M: Okay? 264 P: Next week Monday? 265 M: Yes, next week Monday in the morning go to Santa Maria, (??) before you go you urinate here and take it along with you 266 P: Okay 267 M: Then they will take your blood also. 268 P: Okay 269 M: don t take appointment for the exams, the exams you go directly there. While (??) they give you a card. With this paper, they will give you, collect this one and give you the (??) card, the card 270 P: Okay 271 M: Alright? 272 P: Okay (02) Grazie. 273 M: Okay 274 P: Ciao 275 D: [Arrivederci, ciao 276 M: [Okay, bye bye Nell estratto 2, nella sequenza di turni si produce una sovrapposizione tra medico (256) e mediatrice (255). Il medico non lascia spazio alla traduzione della mediatrice che arriva troppo presto, prima che il medico abbia tempo di completare la spiegazione delle procedure da seguire, una volta che la paziente avrà ricevuto gli esiti degli esami. La competizione per lo status di parlante si conclude con la rinuncia da parte del medico, che lascia spazio alla mediatrice. Al turno 257, la mediatrice offre dettagli sul tipo di esami che il medico non aveva comunicato, di fatto sostituendola come rappresentante del sapere esperto. Solo al turno 258 il medico ha modo di completare le istruzioni a beneficio della paziente; nuovamente (turno 259) la mediatrice prende un iniziativa discorsiva aggiungendo più informazioni rispetto a quelle comunicate dal medico in merito tempistica degli esiti, probabilmente in base alla propria conoscenza delle procedure sanitarie. La mediatrice si propone come rappresentante dell istituzione a fianco del medico, piuttosto che assumere una posizione intermedia tra le parti. Questo posizionamento della mediatrice nella rete di relazioni che struttura l incontro medico rende rilevante una condizione di minoranza della paziente migrante, che ne disincentiva la partecipazione attiva all interazione. In effetti, è possibile osservare come la paziente limiti la propria partecipazione al comunicare la propria comprensione alla mediatrice (turno 260), assumendo un ruolo passivo tipico del tradizionale rapporto pazientemedico, plasmato dal primato della voce del sistema rispetto alla voce del mondo della vita dei pazienti. La diade monolingue prosegue al turno 261, quando la mediatrice sostituisce il medico non solo comunicando procedure di cura, ma anche spiegando la funzione degli esami clinici, in forma semplificata. Al turno 265 a mediatrice continua a sostituire il medico, offrendo direttamente alla paziente la spiegazione di procedure sanitarie di routine, proseguendo così fino alla chiusura dell incontro, senza che la partecipazione della paziente vada oltre l offrire feedback di comprensione delle istruzioni ricevute. Traduzione sospesa e produzione di coordinamento interculturale - Gli estratti 1 e 2 hanno testimoniato il prodursi di sequenze diadiche monolingue, l esito delle quali è la separazione tra i due interlocutori principali, ossia medico e paziente. Da qui, emerge l importanza della traduzione quale azione fondamentale per promuovere il coordinamento interculturale, poiché la traduzione consente il continuo coinvolgimento di tutti i partecipanti nell interazione. Dal punto di vista empirico, il legame tra traduzione e coordinamento interculturale può essere descritto come un processo a due fasi (Beach e Dixson 2001; Baraldi e Gavioli 2008): 79

80 Federico Farini 1)sequenza diadica monolingue, che rappresenta un micro-contesto protetto dove è più facile attuare le azioni che promuovono l espressione della persona, che definiremmo di ascolto attivo o rispecchiamento, ad esempio azioni di apprezzamento e di empatia, ma anche brevi turni di parola come mhmh, eh, okay, che comunicano comprensione e disponibilità all ascolto; 2)traduzione differita, che offre al secondo partecipante principale, ad esempio il medico, l opportunità di reagire all espressione personalizzata del paziente. Le azioni che concretizzano ascolto attivo, rispecchiamento emotivo ed apprezzamento richiedono la sospensione della traduzione, a cui segue una traduzione sintetica o riepilogativa dei turni precedenti. Il ritorno all interazione triadica con il (ri)coinvolgimento del medico, è necessario, poiché le azioni che esprimono la persona del paziente non hanno rilevanza per l incontro medico fino a quando restano confinate all interazione diadica monolingue. La traduzione è il momento decisivo per il prodursi di coordinamento interculturale; se è vero che la traduzione sospesa crea distanza tra le parti, poiché un interlocutore non ha accesso diretto ai turni dell altro interlocutore, è anche vero che crea un contatto molto stretto tra la mediatrice e l interlocutore, che nella diadica riceve feedback immediati e che ha più spazio per esprimersi. Ma questo duplice movimento di chiusura ed apertura ha bisogno del passaggio traduttivo. La traduzione è l azione che include il terzo partecipante nell interazione, in modo da permettergli di partecipare attivamente. Le sequenze diadiche monolingue sono necessarie per permettere l auto-espressione dei partecipanti, il ristabilimento di un organizzazione triadica è necessario per creare una condivisione di aspettative affettive. Estratto 3. Promozione dell espressione personalizzata in sequenze diadiche, poi traduzione per coinvolgere di nuovo il medico 29 D: Okay dimmi adesso. 30 M: So what s your problem now? 31 P: My heart is worrying me, my heart. 32 M: How is it worrying you? 33 P: Ehm: my heart is- 34 M: Beating faster? 35 P: Yes, yes, beat fast (.) fast fast. 36 M: Or you feel pain? 37 P: Ye-yes, I feel pain. (As straight work) 38 M: It beats faster? 39 P: Yes. 40 M: Eh:: ha il cuore che batte forte. Ha anche dolore (..) dice. 41 D: Da quanto? 42 M: Since when? 43 P: Almost two weeks (now) 44 M: Da due settimane adesso 45 D: Cioè, è da due settimane che-ogni tanto o sempre? 46 M: It was eh:: once a while or always? 47 P: Always (.) Sometimes it finished one day, aft[er that (??) 48 M: [Sempre, a volte è per-smette un giorno e poi dopo ricomincia. 49 D: Ricomincia. (04) E fa anche fatica a respirare? 50 M: You have difficulty in breathing? 51 P: No. 52 M: No. 53 D: No. Riesce a fare tutto quello che fa di solito? 80

81 Federico Farini 54 M: You: you: you can do what you normally do? 55 P: I can do it but always (I feel) 56 M: Weak? 57 P: Weak, yes. 58 M: Si lo fa ma sempre sente debole. (03) 59 D: e dice che la testa si sente più- 60 P: testa is worrying me sometimes. 61 M: You have (.) pain. 62 P: Yes. 63 M: Headache? 64 P: Yes. 65 M: Ha:: sempre mal di testa. Si, a volte ha sempre, ha mal di testa. Nell estratto 3, al turno 32, la mediatrice prende l iniziativa, sospendendo la traduzione per esplorare il significato del sintomo narrato dal paziente al turno precedente. La sospensione della traduzione inaugura una sequenza diadica monolingue, che produce una definizione più precisa del sintomo. All interno di questa sequenza diadica è possibile osservare l impegno della mediatrice nel sostenere la partecipazione del paziente, che si concretizza come serie di domande polari, che proiettano una risposta in forma dell espressione di accordo o disaccordo. Il sostegno alla partecipazione del paziente all interno della diade monolingue passa attraverso la contemporanea limitazione delle possibilità di partecipazione del paziente. Il paziente partecipa, ma all interno della limitata gamma di azioni proiettate dalle domande della mediatrice. Al turno 40 la mediatrice realizza la mediazione interlinguistica e interculturale offrendo al medico una traduzione differita, evidenziando il paziente come autore dei significati tradotti ( dice ), in accordo con la preoccupazione, propria del sistema della cura medica, per la precisione e l aderenza alla realtà delle narrazioni dei sintomi. La lunga sequenza triadica ai turni esemplifica un organizzazione della traduzione turno per turno, a cui la mediatrice si orienta rigidamente. Ad esempio, al turno 53 la mediatrice offre una traduzione non necessaria ( no ), che serve per confermarne il ruolo di traduttrice neutrale. Al turno 56, la mediatrice ricontestualizza il proprio ruolo, sospendendo la traduzione turno per turno, per rivolgere al paziente una domanda di chiarimento, in forma di una proposta di completamento, verso cui egli può esprimere accordo o disaccordo. La nuova diade monolingue è molto breve, e vede il ricoinvolgimento del medico nell interazione attraverso una traduzione, che rende rilevante nell interazione complessiva la partecipazione del paziente prodotta nel contesto della diade monolingue. Al turno 60, il paziente risponde direttamente alla domanda, formulata in italiano, del medico; nuovamente mediatrice deroga al ruolo di interprete neutrale, non traducendo la risposta del paziente, ma rivolgendogli una domanda volta ad esplorarne il significato, per ricostruirla in termini medici, ossia come sintomo preciso. La nuova sequenza diadica monolingue inaugurata dall iniziativa discorsiva della mediatrice si sviluppa nuovamente come sequenza di domande polari da parte della mediatrice, le quali proiettano un azione del paziente nei termini dell espressione di assenso o dissenso. Al turno 65, la mediatrice offre una traduzione differita, che rende disponibili al medico i significati prodotti nella sequenza diadica monolingue, attraverso cui l originaria narrazione del paziente è stata trasformata in un sintomo con precisi riferimenti biomedici. Una situazione problematica: la gestione interattiva della reticenza del paziente - Si è ritenuto di verificare che cosa accade quando nell interazione si creano condizioni sfavorevoli alla partecipazione del paziente, poiché è in tali situazioni che si evidenziano le potenzialità della mediazione interlinguistica e interculturale di creare i presupposti del coordinamento interculturale. 81

82 Federico Farini Una situazione che si verifica frequentemente nel nostro corpus di dati, è quella in cui il paziente migrante appare reticente nell offrire informazioni sul proprio stato di salute, sui propri sintomi e sulle proprie preoccupazioni. Questo comportamento rappresenta un pericolo sia per la procedura di cura in senso tecnico che per la costruzione di forme di adattamento interculturale, che presuppongono entrambe la partecipazione attiva del paziente. Precedenti ricerche sulla mediazione interlinguistica e interculturale hanno messo in evidenza come questa situazione viene affrontata dai mediatori in due modi: 1. come opportunità empatica potenziale offerta dal paziente (Beach e Dixson 2001). La reticenza del paziente viene problematizzata dal mediatore: se il paziente partecipa in modo limitato è perché c è qualcosa che lo preoccupa, o che comunque lo coinvolge emotivamente. La ritrosia è quindi utilizzata come indicatore dello stato emotivo del paziente. Questo approccio è reso evidente nell interazione da domande aperte, apprezzamento, ascolto attivo e rispecchiamento delle emozioni. La priorità è assegnata all espressione della persona del paziente, intesa come passaggio cruciale verso un coordinamento interculturale basato sul sostegno affettivo; 2. come comportamento strategico (Baraldi et al., 2012), attuato dal paziente allo scopo di occultare comportamenti che il paziente sa essere sanzionabili, sia dal punto di vista medico sia moralmente. La reticenza del paziente viene osservata come strategia volta all evitamento della sanzione. Questo approccio è reso evidente nell interazione da interruzioni, da domande che proiettano una specifica risposta (domande che hanno spesso un formato polare, limitando quindi la possibilità di azione del paziente), da valutazioni esplicite e da rifiuti opposti ai contributi del paziente. Un dato interessante è che nel nostro corpus di dati le reticenze del paziente non sono mai trattate come opportunità empatiche potenziali. La relativa marginalità di questo approccio, già evidenziato da altre ricerche, diventa nei nostri dati completa assenza. L interpretazione della reticenza del paziente come comportamento strategico rappresenta quindi l approccio delle mediatrici, ed appare costruito interattivamente attraverso domande strutturate lessicalmente, sintatticamente e collocate in punti specifici dell interazione in modo da convogliare una marcata preferenza per una risposta che concordi con le presupposizioni della mediatrice, in modo da proiettare un corso dell interazione dove le priorità, per la mediatrice, consistono nell impedire che la reticenza della paziente ostacoli la cura medica, trattando questa reticenza come indicatore di un bisogno di educazione sanitaria e morale. In questo approccio, le azioni della mediatrice non esplorano se la reticenza della paziente nasconde difficoltà emotive nel narrare dubbi, preoccupazioni, significati sociali e personali del disturbo. L utente migrante è osservata non come persona ma come ruolo, da cui ci si aspetta allineamento all azione dei rappresentanti del sistema della cura medica. A questo proposito, un atteggiamento reticente segnala il mancato adeguamento della paziente alle azioni del medico (mancate, o incomplete, risposte alle domande) e quindi il suo bisogno di educazione. Nell estratto 4, riportato sotto, la paziente accede all ambulatorio di medicina generale lamentando dolori addominali che, come emerge nel corso dell anamnesi, attribuisce ad una caduta. Tuttavia, nel corso dell incontro, contraddistinto dalla sua reticenza nel rispondere alle sollecitazioni del medico, si configura la possibilità che possa essere incinta. Estratto 4. Reticenza del paziente osservata come strategia di nascondimento 78 D: Ti fa male li? 79 P: Mhm 80 M: You felt on something? 81 P: No, I felt on [ the pavement 82 M: [on the pavement? 83 P: Yeah 84 D: Sul pavimento? (..) Quindi- 85 M: Non dovrebbe fare male, giusto? (.) Cioè, così. 82

83 Federico Farini 86D: ((sospira)) Non hai preso dei [colpi? 87 M: [Infatti ho chiesto se è [caduta= 88 D: [Eh 89 M: =sopra a qualcosa. 90 D: No? 91 M: No. 92 D: Sul pavimento? 93 D: Sister, indaga sulle mestruazioni [Hai già buttato via la pipì? 94 M: [(??) 95 D1: Si. 96 D: Eh. 97 D1: [(??) 98 M: [Niente, tornerà. 99 D1: No, no ma aspetta. 100 D: Eh no, chiedi. 101 M:Your last menstruation? 102 P: On the 8 th of next, eh, last month. 103 M: Have you seen it this month? 104 P: No, it doesn t come (.) I don t feel e::hm 105 M: You had unprotected sex? 106 P: Yeah I don t take prevention 107 M: You knew you are pregnant 108 P: Mhm? 109 M: You knew you are pregnant. 110 P: Pregnant. 111 M: You knew you could be pregnant? 112 P: (That s true) 113 M: Bene, you come here and you wasted my time. Okay, now you was supposed to go to the other side, not here. 114 P: Eh:[: 115 M: [We wasted (all that time) 116 D: [Eh, però quel dolore li potrebbero essere tante cose. 117 M: Mhm (.) è vero Al turno 80, la mediatrice assume un iniziativa discorsiva formulando una domanda, non precedentemente formulata dal medico, che esplora le modalità dell incidente domestico, proponendo alla paziente di allinearsi alla narrazione di un modo normale di farsi male cadendo, ed utilizzando a questo scopo una domanda polare. Al turno 81, la paziente non offre la risposta attesa, ossia la conferma, proponendo una narrazione alternativa: la mediatrice sollecita quindi la paziente a ripetere la narrazione, segnalandone così l eccentricità (turno 82). La debole conferma della paziente, offerta con lo stesso basso tono di voce con cui aveva offerto la narrazione alternativa, viene accettata dal medico (turno 84) ma non dalla mediatrice, che rende rilevanti i propri dubbi nell interazione comunicandoli al medico, a cui chiede, rivolgendosi ad essa come ad un rappresentante del sapere esperto, di confermare la natura sorprendente della narrazione della paziente (turno 85). Al turno 86, il medico esprime il proprio scetticismo nei confronti del racconto della paziente, offrendole la possibilità di correggerlo ( non hai preso dei colpi? ); al turno 87, la mediatrice non si allinea al ruolo di interprete neutrale, non traducendo la domanda (che peraltro aveva già formulato precedentemente anticipando il medico) ma rivendicando preso il medico l appropriatezza dell iniziativa discorsiva assunta al turno

84 Federico Farini Al turno 93, e poi ai turni 99 e 100, i due medici (D e D1) che partecipano all incontro delegano alla mediatrice quello che è un compito incorporato al loro ruolo, ossia esplorare la possibilità che la paziente sia incinta. Questa duplice delega crea le condizioni per una sospensione della traduzione, in favore della creazione di una sequenza diadica monolingue tra mediatrice e paziente. All interno di questa diadica monolingue, la mediatrice inizialmente rispetta la delega ricevuta dai medici ma, al turno 105, dopo una risposta esitante della paziente, assume un iniziativa discorsiva ed esplora la possibilità che la paziente attui un comportamento sessuale che potrebbe sostenere l ipotesi della gravidanza. Dopo la conferma della paziente, al turno 107 la mediatrice formula una vera e propria accusa: alla luce del suo comportamento la paziente non poteva non sospettare di essere incinta; tuttavia, ha nascosto questa informazione. L accusa non prende la forma di una domanda, ma di una asserzione, che proietta una limitata gamma di azioni successive possibili, nello specifico l espressione di accordo/disaccordo, con una marcata preferenza per l espressione di accordo. Al turno 108 la paziente invoca un problema di comprensione, che svolge la funzione di allentare la pressione temporale esercitata dall asserzione della mediatrice, andando a riempire il vuoto conversazionale causato dall assenza di risposta. Tuttavia, la mediatrice non si allinea a questo tentativo della paziente e ripropone l asserzione, per rinnovare la pressione sulla paziente. La reticenza della paziente è trattata empaticamente, come segno di difficoltà sociali o personali, ma come strategia per nascondere comportamenti meritevoli di disistima. Le richieste di feedback sulla propria comprensione, le domande che hanno preparato la formulazione dell accusa, e le successive asserzioni della mediatrice, si inseriscono tutte nella cornice di un processo alla paziente, piuttosto che in quella di una mediazione interlinguistica e interculturale che promuove l espressione della persona. L eco prodotta dalla paziente al turno 110, è un equivalente funzionale dell invocazione di problemi di comprensione al turno 108, e come quella configura il tentativo di prendere tempo. Un apparente svolta si produce al turno 111, quando la mediatrice allenta la pressione sulla paziente, che fino al momento non aveva abbandonato la sua reticenza, riformulando l asserzione aggiungendo il verbo modale could. In questo modo, la mediatrice offre alla paziente la possibilità di ammettere la propria consapevolezza di una possibile gravidanza, senza per questo dover contestualmente ammettere di aver tenuto nascosta una informazione importante dal punto di vista medico. Nascondere l ipotesi di essere incinta ( could ) è meno grave che non nascondere la certezza di essere incinta: tuttavia, quando la paziente approfitta di questa apertura per ammettere di essersi presentata sapendo di poter essere incinta (turno 112), la mediatrice mette in evidenza, in modo molto brusco, i danni all istituzione (quindi ad altri pazienti) causati dal suo comportamento (turno 113). L iniziativa discorsiva della mediatrice, presa all interno di una diadica monolingue, dalla quale il medico è escluso, stravolge la mediazione in censura morale, collocando sulla paziente un etichetta di inadeguatezza sociale: una persona che si rivolge al sistema di cura non dovrebbe mentire, con il conseguente spreco di risorse a danno della collettività. La reazione della paziente alla sanzione è debole, e si concretizza in un riempitivo ( eh, turno 114) che serve per mantenere il turno di parola pur senza produrre enunciati di senso compiuto, creandosi il tempo per costruire qualche giustificazione. La mediatrice non lascia spazio alla paziente, e neutralizza il tentativo di prendere tempo sovrapponendosi al prolungamento del riempitivo. Nel turno di parola conquistato a spese della paziente la mediatrice ribadisce i danni causati, in termini di spreco di risorse del sistema, dal suo comportamento. Ormai la condanna della paziente è stata formulata, e qualsiasi spiegazione è irrilevante; è però possibile chiedersi se la chiusura di ogni spazio di espressione della paziente, anche nelle forme di giustificazioni, non provochi la possibile perdita di informazioni utili dal punto di vista medico, oltre a bloccare di fatto la possibilità di espressione della persona, rendendo così possibili solo forme di coordinamento culturale centrate sulle aspettative del sistema della cura medica di cui la mediatrice si fa portavoce. Certamente, l etichettamento della paziente come deviante che, ricordiamolo, è prodotto dalla mediatrice senza alcun coinvolgimento del medico, non crea le condizioni favorevoli ad una sua partecipazione attiva all incontro medico. Se da una parte è vero che paziente rimanga sulla difensiva, limitando i propri contributi fino alla reticenza, dall altra parte è vero che la sua ricostruzione sociale come imputata di un processo morale allestito dalla mediatrice non può che assecondare questa tendenza. 84

85 Federico Farini Il trattamento della reticenza come comportamento strategico è sistematicamente seguito, una volta che il comportamento che la paziente voleva nascondere è reso pubblico, dalla sanzione morale da parte della mediatrice; all interno delle sequenze diadiche monolingue si producono traiettorie giuridiche, che partono dall indizio (la reticenza) per sviluppare un istruttoria che portano alla condanna (sanzione morale). Al turno 116 è il medico che si auto-seleziona come parlante, sfruttando le prerogative connesse al proprio ruolo di rappresentante del sapere esperto, per chiudendo in questo modo la lunga sequenza diadica monolingue. Obiettivo dell auto-selezione del medico è riportare al centro dell interazione la cura del corpo, collocando in secondo piano la sanzione del comportamento della paziente; la mediatrice, al turno 117, si allinea alla posizione del medico, che resta la superiore autorità nel contesto dell interazione. L estratto 4, nella sua parte conclusiva, testimonia un fenomeno ricorrente nei nostri dati, ossia il prodursi di dissonanza tra il medico, che è orientato dalla distinzione fondamentale tra salute e malattia e quindi assegna la priorità alla tutela della salute, a prescindere dai comportamenti della paziente, e la mediatrice, interessata invece a sanzionare il comportamento della paziente, individuando nella sanzione il primo passo di un percorso di educazione. Conclusioni L attenzione verso le emozioni del paziente è invocata da numerosi testi come requisito base di una pratica efficace di mediazione, in linea con una graduale trasformazione dei presupposti culturali della comunicazione sanitaria (cfr., tra gli altri, Angelelli 2004; Heritage e Maynard 2006; Leanza et al. 2010; Luatti 2011; Mangione- Smith et al. 2003). In virtù di questa trasformazione ci si aspetta che il medico, pur nel suo ruolo, ascolti attivamente la prospettiva del paziente e ne apprezzi i suoi contributi, poiché l espressione personale del paziente è considerata vantaggiosa nella relazione e nella cura della malattia. Concetti affascinanti, ma non sempre chiari, come ascolto attivo o promozione della persona hanno bisogno di essere supportati dall analisi dell interazione. Per questo motivo, riteniamo che le pratiche di mediazione potrebbero beneficiare dell apporto di studi sociologici e linguistici incentrati sull interazione e quindi in grado di evidenziare in che modo differenti tipologie di azione del mediatore, in particolare durante la traduzione di sequenze triadiche, possano promuovere, o inibire, l espressione della persona del paziente. I significati del ruolo di mediatore possono essere diversi; il mediatore assume diversi ruoli nel corso dell interazione in base a specifici presupposti culturali che ne orientano le scelte traduttive, le quali, a loro volta, rendono questi presupposti culturali rilevanti, favorendo certe forme di partecipazione piuttosto che altre. La metodologia che abbiamo delineato permette di esaminare le pratiche interattive in cui si concretizzano tali presupposti. La nostra analisi conferma che i mediatori non solo e non tanto operano come facilitatori linguistici, ma soprattutto coordinano la comunicazione, distribuendo possibilità di partecipazione tra gli altri interlocutori. I diversi modi di coordinare l interazione da parte dei mediatori influiscono soprattutto sulla partecipazione dei pazienti, che può essere resa più o meno invisibile dalle scelte traduttive dei mediatori. Come illustrano gli esempi che abbiamo riportato, rappresentativi dell intero corpus di dati, i mediatori possono promuovere la partecipazione dei pazienti, rendendo l invisibile più visibile (cfr. estratto 3) oppure possono sostituirli, attribuendo loro azioni e intenzioni, rendendo i loro contributi difensivi o addirittura nulli, escludendone quindi la persona, l emotività, i bisogni sociali e personali dell interazione (cfr. estratto 4). Se si prendono in considerazione le caratteristiche strutturali della mediazione interlinguistica e interculturale come interazione, la traduzione sospesa risulta molto più frequente rispetto alla traduzione turno per turno. La traduzione sospesa può essere attivata nella fase di raccolta dei dati e nella spiegazione di procedure standardizzate, in seguito a deleghe concesse dal medico alla mediatrice (cfr. estratto 1) o in seguito ad iniziative della mediatrice che si propone quale co-esperto a fianco del medico (cfr. estratto 2). In considerazione della sua maggior frequenza relativa, la nostra analisi si è concentrata sulla traduzione sospesa, focalizzando la ricerca sui modi in cui questa forma di organizzazione della mediazione interlinguistica e interculturale crea i presupposti del coordinamento 85

86 Federico Farini culturale oppure del coordinamento interculturale. Si è osservato se, e come, la traduzione sospesa inibisce o promuove l emersione della persona del paziente, che rappresenta il medium dell espressione di diversità nell interazione, quindi il presupposto del coordinamento inter-culturale. I nostri dati confermano come la traduzione, che restituisce al terzo interlocutore i significati prodotti nelle sequenze diadiche monolingue conseguenti alla sospensione della traduzione, sia la variabile decisiva per la produzione di coordinamento interculturale (cfr. estratto 3). Senza coinvolgimento del terzo partecipante nell interazione non si ha coordinamento interculturale ma la creazione di due flussi di coordinamento culturale, imperniati sulla mediatrice, che isolano i due partecipanti primari, medico e paziente (cfr. estratto 2). La traduzione, però, non è l unico aspetto importante: anche le forme di coordinamento tra i due partecipanti delle sequenze diadiche monolingue hanno una influenza decisiva sull andamento dell interazione. Mediare significa anche permettere che i turni di parola vengano prodotti, una funzione che può essere compiuta in diversi modi e che, conseguentemente alla maggior frequenze della traduzione sospesa, trova nelle sequenze diadiche monolingue il suo contesto principale. A questo proposito, abbiamo notato come le sequenze diadiche monolingue siano raramente occasione di promozione della voce del paziente. Gli indici di questa forma di comunicazione, ossia domande aperte, apprezzamento, brevi turni che segnalano comprensione e disponibilità all ascolto, assenza di valutazione, appaiono raramente nei turni delle mediatrici (cfr. estratto 3). Nella società tardo-moderna si sta affermando un significato di cura medica che comprende non solo la risoluzione dei disturbi dal punto di vista bio-medico, ma anche la tutela del benessere del paziente in senso emotivo e sociale, e che per questa ragione richiede alla comunicazione di mettere al centro la persona del paziente ( 1.2). La mediazione interlinguistica e interculturale è parte integrante di questa evoluzione, e ha l obiettivo istituzionale di promuovere la persona del paziente migrante. Si è quindi ritenuto importante concentrarsi sulle situazioni che mettono alla prova la capacità della mediazione interlinguistica e interculturale di rendere rilevante la voce del paziente. Nel nostro corpus di dati, una di queste situazioni, la più frequente, è quella in cui il paziente appare reticente, bloccando alla base il coordinamento interculturale. Nelle situazioni in cui il paziente appare reticente, le mediatrici osservano sistematicamente la reticenza del paziente come strategia di nascondimento di comportamenti che il paziente sa essere meritevoli di biasimo, poiché scorretti dal punto di vista morale e sanitario, e si impegnano a sovvertirla. All interno di questo approccio, le sequenze diadiche monolingue assumono l aspetto di una vera e propria istruttoria, volta a costringere il paziente ad ammettere il comportamento scorretto che la reticenza vorrebbe nascondere. Gli indici di questo approccio sono sovrapposizioni, serie di domandi polari, asserzioni che obbligano la paziente ad esprimere assenso o dissenso all interno di una traiettoria dell interazione coerente con l agenda della mediatrice (cfr. estratto 4). Il risultato atteso di queste sequenze diadiche monolingue è la confessione della paziente, che rappresenta il presupposto della sanzione morale da parte della mediatrice. Ovviamente, all interno di questo approccio l espressione della persona del paziente è secondaria rispetto alla ricostruzione delle sue responsabilità ed alla loro sanzione; la partecipazione delle pazienti è limitata alla scelta tra difesa dalla, o allineamento alla, interpretazione della sua reticenza costruite dalla mediatrice. La paziente reticente rientra nell interazione triadica solo come rappresentazione che ne offre la mediatrice riportando al medico i propri giudizi morali sulla paziente e proponendo all esperto di collaborare nella sanzione del suo comportamento, e la sua voce resta quasi inaudibile. Quando le mediatrici accedono al ruolo di rappresentanti dell istituzione, perché delegate dal medico o perché invocano tale ruolo, così come quando assumono il ruolo di censori morali di comportamenti scorretti delle pazienti, la mediazione interlinguistica ed interculturale ha esiti paradossali, rendendo improbabile che le preoccupazioni, le incertezze, i bisogni, le preferenze, insomma, la persona del paziente oltre il ruolo standardizzato di malato, acquisti rilevanza nell interazione sanitaria. In queste situazioni, la mediazione interlinguistica ed interculturale non realizza il proprio obiettivo istituzionale, ossia la promozione di un coordinamento interculturale che pone al centro della comunicazione sanitaria la persona del paziente ma, al contrario, alimenta esclusione sociale ed ostacola l accesso delle pazienti migranti a pratiche di cura sensibili alla voce del loro mondo della vita. 86

87 Federico Farini Un approccio microanalitico del tipo adottato in questo saggio può far luce sui meccanismi che regolano l interazione mediata e contribuire ad accrescere la consapevolezza dei mediatori rispetto agli effetti che le loro iniziative, siano essere traduttive o conversazionali, hanno sui delicati equilibri delle interazioni che li vedono coinvolti. Appendice: convenzioni di trascrizione testo volume basso testo enfasi test- parola troncata te::sto prolungamento di un suono (maggiore il numero di : più lungo il suono). intonazione discendente, intonazione ascendente-discendente? intonazione ascendente! intonazione discendente-ascendente hh espirazione (maggiore il numero di h più lunga l espirazione).hh inspirazione (maggiore il numero di h più lunga l inspirazione) = continuità di emissione vocale tra due espressioni [testo] inizio e fine di una sovrapposizione (.) pausa percepibile, ma brevissima/breve (<0.2 secondi/<0.5 secondi) (#) pausa indicata in secondi (testo) espressioni dubbie 87

88 Federico Farini Riferimenti bibliografici Angelelli, C.V. (2004), Medical Interpreting and Cross-cultural Communication. Cambridge: Cambridge University Press Arora, N.K. (2003), Interacting with Cancer Patients: The Significance of Physicians Communication Behaviour, «Social Science & Medicine», 57: Atkinson J.M., Heritage J.C. (1984), Structures of Social Action. Studies in Conversation Analysis, Cambridge: Cambridge University Press. Baraldi C. (2012), La comunicazione nella società globale. Le parole chiave, Roma: Carocci. Baraldi C., Gavioli L. (2008), La mediazione interlinguistica come dialogo tra culture?, pp In: Baraldi, C., Ferrari, G. (a cura di) «Il dialogo tra culture. Diversità e conflitti come risorse di pace», Roma: Donzelli Editore. Baraldi C., Barbieri V., Giarelli G. (a cura di) (2008), Immigrazione, mediazione culturale e salute, Milano: Franco Angeli. Baraldi C., Farini F. & Gavioli L. (2012). La mediazione sanitaria e la visibilità del paziente (migrante). In: Baraldi C. (a cura di) «Gli invisibili. La condizione degli immigrati nella società», Acireale-Roma: Bonanno. Barbieri V., Farini F. (2009), Mediated Doctor-patient Interaction. An Italian Case Study. In: Busch D., Mayer C.H., Boness C. (eds) «International and Regional Perspectives on Cross-Cultural Mediation», Berlin: Peter Lang Verlag. Barry, C.A., Stevenson, F.A., Britten, N., Barber, N., Bradley C.P. (2001), Giving Voice to the Lifeworld. More Human, More Effective Medical Care? A Qualitative Study of Doctor-Patient Communication in General Practice, «Social Science & Medicine», 53: Beach W.A., Dixson C.N. (2001), Revealing Moments: Formulating Understandings of Adverse Experiences in a Health Appraisal Interview, «Social Science & Medicine» 52: Charles C., Gafni, A., Whelan, T.(1999), Decision-making in the Physician-Patient Encounter: Revisiting the Shared Treatment Decision-making Model. «Social Science & Medicine», 49: Cirillo L. (2010), Managing Affect in Interpreter-Mediated Institutional Talk: Examples from the Medical Setting, «The Journal of Specialised Translation», 14: Davidson, B. (2000) The Interpreter as Institutional Gatekeeper: The Social-Linguistic Role of Interpreters in Spanish-English Medical Discourse, «Journal of Sociolinguistics», 4(3): Epstein, R.M., Franks, P., Fiscella, K., Shields, C.G., Meldrum, S.C., Kravitz, L.R., Duberstein, P.R. (2005), Measuring Patient-centered Communication in Patient-Physician Consultations: Theoretical and Practical Issues, «Social Science & Medicine», 61: Farini F. (2012), Interpreting as Mediation for the Bilingual Dialogue between Foreign Citizens and Institutions in Italian Healthcare Settings, «Diversity in Health and Care», 9: Gavioli L. (2009), La mediazione Linguistico-Culturale: una prospettiva interazionista, Perugia: Guerra. Gumperz, J.J. (2005), Interethnic communication. In S.E Kiesling e C.B. Paulston (eds.) Intercultural Discourse and Communication. The Essential Readings», pp , Oxford: Blackwell. Heritage, J.C., Maynard, D.W. (2006), Communication in Medical Care. Interaction between Primary Care Physicians and Patients, Cambridge: Cambridge University Press. Hsieh E. (2010), Provider interpreter Collaboration in Bilingual Health Care: Competitions of Control over Interpreter- Mediated Interactions, «Patient Education and Counselling» 78: Kiesler, D.J., Auerbach, S.M. (2003), Integrating Measurement of Control and Affiliation in Studies of Physician-Patient Interaction: The Interpersonal Circumplex, «Social Science & Medicine» 57:

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91 Valeria Cappellato, Nicoletta Bosco [ là si riuscivano a fare cose che nel resto del territorio non si riuscivano a ottenere 1 ] Malati di Sla e meccanismi di diseguaglianza in Italia Abstract: Despite the fact that guidelines on amyotrophic lateral sclerosis (Andersen et alii 2012, Ministero della Salute 2010) have established criteria to regulate health cures and organizational aspects, many mechanisms tending to produce or accentuate inequalities among patients can still be observed. The very choice of the category in which to fit them (people affected by rare disease, handicap, disability, nonself-sufficiency, chronic or terminal illness) is not to be overlooked, as it affects people s rights and the institutional forms of support available to them. The following reflections are part of a wider research which, starting from the national legal framework, focused on the Piedmont region to investigate health care practices and problem areas. This research was carried out by analyzing secondary sources as well as 51 semi-structured interviews with privileged witnesses on a national level and participants involved in ALS interventions on a regional level. Keywords: Integrated health care systems, Cure inequalities, Amyotrophic lateral sclerosis, Access to health care. La Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA) è una patologia rara a carattere cronico degenerativo e prognosi infausta che porta progressivamente all incapacità di muoversi, parlare, deglutire e respirare. La SLA rientra nel più ampio insieme delle malattie cronico-degenerative multidimensionali, così definite per la necessità di servizi e interventi che richiedono il coinvolgimento di professionisti di discipline cliniche e comparti assistenziali differenti. Non esistono, allo stato attuale delle conoscenze mediche, terapie specifiche a eccezione di un farmaco (il Riluzuolo) che sembra rallentarne la progressione. La sopravvivenza dalla diagnosi è in media di 3-5 anni, sebbene in alcuni casi a superi i dieci. Nonostante tra le malattie rare la SLA sia una tra le più diffuse, la stessa possibilità di raggiungere una diagnosi non è scontata, dal momento che non esistono test specifici che ne consentono la rilevazione. Per arrivare a stabilire se una persona ne è affetta, i neurologi si avvalgono di criteri internazionali convenzionali (Brooks 1994; Brooks et alii 2000; Andersen et alii 2012) che permettono di ricondurre il quadro clinico a SLA sospetta, possibile, probabile, certa. A complicare la situazione, e di conseguenza la successiva organizzazione della cura, contribuisce il fatto che i sintomi si manifestano in modo variabile da individuo a individuo, così come può cambiare in modo considerevole il decorso e la velocità di progressione della malattia che, in alcuni rari casi, può arrivare a stabilizzarsi per periodi relativamente lunghi. La difficile condizione dei malati è poi ulteriormente appesantita dalla necessità di prendere alcune decisioni in grado di modificare sostanzialmente speranze di vita e qualità della stessa: in presenza di insufficienza nutrizionale e/o respiratoria, è infatti la scelta dei trattamenti a determinare la sopravvivenza o il sopraggiungere della morte. Data l incredibile quantità di complicazioni pratiche ed emotive che ne accompagnano il manifestarsi, tra le malattie di questo tipo la Sclerosi Laterale Amiotrofica sembra rappresentare l emblema delle sfide che il malato e la sua rete devono affrontare per integrare istituzioni, servizi, interventi e gli altri attori della cura. La letteratura medica sottolinea infatti il carattere multi-sintomatico della SLA che può arrivare a manifestare contemporaneamente tutti i possibili tipi di compromissione: motoria, respiratoria, nutrizionale, della 1 Tratto da un intervista al rappresentante di una associazione di malati di Sla. 91

92 Valeria Cappellato, Nicoletta Bosco comunicazione e, a volte, cognitiva. Ciò rende difficile più di quanto non accada in altre patologie basarsi su modalità standardizzate di cura e di organizzazione. Un quadro di questo tipo rende particolarmente centrale (e altrettanto complessa) l integrazione tra saperi e pratiche mediche da un lato e saperi e pratiche socioassistenziali dall altra, facendo sì che la possibile realizzazione della continuità assistenziale 2 appaia come una scommessa continua dall esito incerto. La non scontata disponibilità e la difficile integrazione delle risorse istituzionali non esaurisce però le complicazioni che accompagnano la malattia. I percorsi di cura si costruiscono a partire dall intreccio tra reti formali e informali, tra attori individuali e collettivi, in contesi in continua trasformazione sia sul versante del sistema sanitario (Maino 2001; Vicarelli 2002) e di quello sociale (Ascoli e Ranci 2003; Gori 2004), sia per il riconfigurarsi delle reti di relazione familiari e amicali a cui tradizionalmente è stato delegato il compito di intervenire a sostegno dei soggetti in stato di bisogno (Esping-Andersen 1990; Saraceno 2003). Se la centralità del malato è il concetto attorno al quale si sviluppano i progetti individualizzati per rispondere adeguatamente ai suoi bisogni e a quelli dei suoi familiari, occorre essere consapevoli della inevitabile insorgenza di effetti inattesi e indesiderati per l accesso e la fruizione delle cure, anche nei contesti più attrezzati come la regione Piemonte su cui si è concentrata la ricerca. Ma come si sviluppano queste trame complesse, tra attori istituzionali e non, tra professionisti della salute e profani? Quale ruolo ricoprono le istituzioni nell accompagnare il malato e la sua famiglia lungo la traiettoria della malattia? Quali i punti di snodo il cui monitoraggio si rivela particolarmente cruciale per la tenuta della rete che circonda il malato? In questo contributo l intento è innanzitutto di descrivere l eterogeneità dei contesti entro cui si collocano i percorsi di care per le persone affette da SLA in Italia, di evidenziare l ineguale distribuzione delle opportunità 3 di cura sul territorio e riflettere sui meccanismi che le producono. In un quadro così complesso è infatti presente il rischio che si accentui il localismo dei diritti (Zincone 1994) e una più o meno esplicita delega delle responsabilità di care e di coordinamento degli interventi alla famiglia proprio quando essa è più fragile e bisognosa di aiuto. Gli stessi malati descrivono strategie di fronteggiamento della patologia tra loro eterogenee, ma non sono le differenze a costituire un problema. Queste potrebbero ad esempio essere ricondotte alle caratteristiche o alle preferenze individuali «piuttosto che a carenze di tipo istituzionale [che hanno] a che fare con la vita vissuta delle persone [e con] la natura delle istituzioni che le circondano» (Sen 2010: 7). Lo studio dei fattori che determinano le differenze tra i malati o di quelli che possono produrre o accrescerne le disuguaglianze, si colloca all interno di un filone di ricerca ampio e consolidato. Il punto di vista che muove dalle malattie cronico degenerative permette però di mettere a fuoco alcune peculiari declinazioni della produzione di diseguaglianze in relazione alla condizione dei malati lungo le diverse fasi che caratterizzano la patologia. Non è dunque solo agli «svantaggi di natura biologica, economica e comportamentale» (Lucchini, Sarti 2009: 57-58) a cui occorre prestare attenzione. A definire il quadro concorrono infatti anche fattori di natura diversa, variamente posizionati lungo la «traiettoria della malattia» (Corbin, Strauss 1991: 155). L articolo propone una riflessione su alcuni di questi aspetti, a partire da una ricostruzione dell eterogeneità dei contesti. La ricerca Le considerazioni seguenti prendono forma a partire da un più ampio lavoro (Cappellato 2012) sulle reti del disagio (Negri 1994: 132) lungo la traiettoria di malattia. Queste si originano dalle interconnessioni tra una particolare condizione (in questo caso la SLA), le carriere personali, familiari, lavorative (Meo 2000) e il modo in cui gli specifici bisogni indotti dalla patologia sono sostenuti da servizi e figure - professionali e non - presenti in un determinato contesto. Adottare una prospettiva che si interroga sulle relazioni tra tutti gli attori coinvolti ha 2 Il concetto di continuità assistenziale nasce nell ambito della letteratura medica anglosassone con riferimento alla gestione delle malattie croniche e ai percorsi di long term care. In particolare, vengono individuate tre dimensioni rilevanti: informativa, gestionale e relazionale (Haggerty et alii 2003; Hjortdahl 2004). 3 Il concetto di opportunità è da intendersi in riferimento alle libertà che il soggetto può esercitare, al modo e al processo della scelta, oltre che agli esiti conclusivi. Per un approfondimento cfr. Sen (2010). 92

93 Valeria Cappellato, Nicoletta Bosco richiesto l osservazione di molteplici aspetti: innanzitutto le caratteristiche del sistema socio-sanitario, le politiche nazionali e regionali rivolte specificatamente alla SLA o alle condizioni a essa legate (cronicità, bassa prevalenza, disabilità, non autosufficienza, ecc.) e i modelli organizzativi previsti per la continuità assistenziale. Tra gennaio e dicembre 2010 sono state inoltre realizzate 51 interviste face to face e una di gruppo con familiari e caregiver. Oltre ad alcune rivolte a esperti a livello nazionale, sono state condotte in Piemonte 47 interviste semi strutturate ai componenti delle due équipe dei centri SLA 4 (neurologi, logopedisti, pneumologi, fisiatri, foniatri, dietologi, dietisti, psicologi, assistenti sociali, infermieri professionali e personale addetto alla segreteria); a professionisti dei servizi territoriali (direttori di distretto sanitario e responsabili delle commissioni invalidità; componenti dell unità di valutazione handicap e geriatrica, medici di medicina generale, medici responsabili e infermieri professionali dell ADI, responsabili di strutture residenziali sanitarie, medici palliativisti, funzionari del settore socio assistenziale, direttori di enti gestori dei servizi sociali, assistenti sociali); ad alcuni malati e familiari. A partire dal più ampio materiale raccolto, qui l attenzione si rivolge all analisi dei vincoli e delle opportunità all interno di specifici contesti locali per la messa a punto di percorsi di cura che si vorrebbero caratterizzati dalla già richiamata continuità assistenziale. Ci concentreremo in particolare sull esplorazione di alcuni dei meccanismi che posso contribuire a produrre o accentuare le diseguaglianze tra i malati attraverso una riflessione che richiede un articolazione a differenti livelli di analisi, tra i quali: il soggetto malato [e la famiglia n.d.r.] che agisce e riflette sulle sue scelte, pur nei limiti della debolezza che lo caratterizza, gli erogatori dei servizi che agiscono nei riguardi del malato e si relazionano tra loro in forma processuale e di rete, le norme, i valori nonché le risorse materiali che definiscono i limiti entro cui tali azioni ed interazioni possono avvenire, i vissuti, infine, soggettivi e collettivi che scandiscono il processo (Vicarelli 2002: 159). La Sla: differenze tra malati e diseguaglianze nei sistemi della cura I malati di SLA manifestano sintomi caratterizzati da gradi differenti di limitazioni funzionali che si possono combinare in modo variabile e modificarsi ulteriormente nel tempo rendendo il decorso incerto e l articolazione dei percorsi di cura eterogenea. Non sono però ovviamente solo gli aspetti funzionali a distinguere tra loro i malati. Come accade anche per altre patologie, aspetti non secondari dipendono dalla fase del corso di vita in cui si sviluppa la malattia, dall età, dall essere uomo o donna, dall essere stati in prevalenza curati o curanti, dalla eventuale presenza di figli e dalla loro età, dall essere ancora attivi e impegnati in un lavoro, dall avere una più o meno ricca vita sociale, eccetera. E naturalmente non sono secondarie le diseguaglianze tra malati che precedono l insorgenza della malattia. Ad esempio la condizione economica costituisce un fattore rilevante in grado di incidere sull accesso a prestazioni e servizi che il sistema sociosanitario non è in grado di garantire o può solo parzialmente coprire, come accade quando si rendono necessarie modifiche dell abitazione per consentire la mobilità e la gestione del malato. É così abbastanza evidente che queste caratteristiche della vita del malato e della sua rete, in aggiunta ai tratti di personalità, modifichino i vissuti individuali nei confronti della malattia e influenzino i bisogni e le modalità per farvi fronte, anche se non è altrettanto facile comprendere come il sistema possa raccogliere e aggiornare questi aspetti, al fine di erogare le opportune modalità di intervento e di sostegno. Ciò in parte può spiegare la presenza di diversi percorsi assistenziali. Ma sono anche altri gli elementi che accrescono le possibili differenze e/o disuguaglianze: dal momento che gli attori non agiscono come unità isolate e indipendenti occorre osservare più da vicino caratteristiche e specificità dei contesti di cura. Per quanto riguarda il più generale assetto sanitario occorre ricordare che in anni recenti il sistema italiano 5 ha accentuato la sua peculiarità di sistema di sistemi sanitari (Mapelli 2007) con regioni e, a volte, singole Aziende 4 I centri ospedalieri rilevanti sul territorio sono stati individuati con riferimento alla Deliberazione della Giunta Regionale del dicembre Si tratta del CreSLA delle Molinette a Torino e del Centro Malattie del Motoneurone presso l Ospedale Maggiore di Carità di Novara. 5 Il D.Lgs. 229/99 e la Riforma del Titolo V della Costituzione nel 2001 hanno lasciato allo Stato solo i compiti di indirizzo, controllo, definizione e ripartizione del budget, assegnando alle regioni le competenze sanitarie e la responsabilità dell erogazione dei Livelli Essenziali di Assistenza ai cittadini del territorio. 93

94 Valeria Cappellato, Nicoletta Bosco Sanitarie Locali che hanno implementato differenti modelli di intervento (Bissolo, Fazzi 2005). Nonostante l eterogeneità della cornice, non si può certo sostenere che la cura e il sostegno delle persone affette da SLA in Italia avvengano in un vuoto di regolazione dal momento che, oltre alle delibere specifiche a livello regionale, sono presenti norme più generali riconducibili per alcuni aspetti anche ai bisogni di questi malati. Sebbene il quadro legislativo appaia piuttosto articolato, proprio in ragione del fatto che include non solo ambiti specifici, ma norme e prestazioni rivolte a popolazioni solo parzialmente simili (anziani, non autosufficienti, disabili, ecc.), ricostruire la cornice istituzionale è utile anche per individuare i temi considerati rilevanti e quelli trascurati (Bosco 2012) nonché la loro variabilità nel tempo e nei diversi contesti regionali. Una volta identificate le fonti operazione come si è detto non scontata - queste possono essere interrogate per fare emergere le forme dei problemi legati alla disabilità grave, gli interventi immaginati per contenerne gli effetti, ad esempio per riconoscere e contrastare il possibile collasso sociale nella carriera relazionale delle persone malate e dei loro familiari (Meo 2000), la vulnerabilità e il rischio di caduta in povertà (Negri 2002) e per sviluppare il massimo grado di libertà di wellbeing e di agency dei soggetti (Sen 1994; 2000). Per entrare nel merito, con riferimento alle patologie rare il Piano Sanitario Nazionale del rappresenta un punto di svolta. Tra le priorità viene infatti indicata la «tutela dei soggetti affetti da malattie rare» e, tra gli interventi più urgenti, la realizzazione di una rete nazionale. Il successivo Decreto Ministeriale 279/2001 Regolamento di istituzione della rete nazionale delle malattie rare e di esenzione dalla partecipazione al costo delle relative prestazioni sanitarie ne definisce i criteri di realizzazione, sollecitando le regioni a individuare i Presidi per la prevenzione, la sorveglianza, la diagnosi e le terapie e a costruire tra questi una rete di collegamento. Oltre alle caratteristiche dei sistemi sanitari, delineate da norme e regolamenti e dalla loro traduzione pratica, la variabilità dei percorsi di cura dipende anche da quanto accade nel settore assistenziale che, a discapito della robusta contrazione di risorse, è comunque chiamato a svolgere importanti funzioni di supporto in presenza di condizioni di disabilità. Nonostante alcuni tentativi (ad esempio con la Legge Quadro 328/2000) per gestire l eterogeneità dei livelli assistenziali (Liveas/Lep) e delle modalità di programmazione garantendo un livello minimo comune nei diversi territori, la frammentarietà dei servizi e delle prestazioni sociali continua a rimanere una costante del sistema italiano. Anche in questo caso le ragioni sono molteplici (e non possono che essere qui appena accennate), ad esempio il debole coordinamento fra i diversi livelli di governo, l elevata differenziazione territoriale, l articolazione delle competenze assistenziali tendenzialmente subordinate ad altri saperi forti come quello sanitario possono accrescere l incertezza e la disuguaglianza dei diritti (Ferrera 1998; Bifulco, Centemeri 2007). Proprio lo squilibrio a favore dell ambito sanitario rende particolarmente difficile la realizzazione della frequentemente richiamata integrazione sociosanitaria che, com è noto, presuppone il coordinamento tra organizzazioni, attori e pratiche e rappresenta uno degli obiettivi del sistema della cura dalla fine degli anni Novanta ad oggi 6. Ci sembra a questo punto necessario ribadire che di per sé l eterogeneità descritta non rappresenta un elemento negativo e potrebbe, anzi, essere intesa come lo sforzo del sistema sociosanitario di individualizzare le risposte in base ai bisogni del malato. Se questa prendesse forma a partire dalle peculiarità dei territori e degli attori coinvolti, si potrebbe addirittura sostenere che possa rappresentare un modello auspicabile. Come si cercherà di mostrare nel paragrafo seguente, la situazione è ancora una volta più articolata e complessa e le inevitabili differenze in condizioni di incertezza in merito ai diritti tendono ad alimentare le diseguaglianze tra i malati. Regionalizzazione della cura e dis-continuità assistenziale Malgrado le indicazioni nazionali (Ministero della Salute 2003; 2010) sulla necessità di costruire percorsi che 6 Un esempio è rappresentato dal D.Lgs. 229 del 1999 che definisce le prestazioni sociosanitarie come: «tutte le attività atte a soddisfare, mediante percorsi assistenziali integrati, bisogni di salute della persona che richiedono unitariamente prestazioni sanitarie e azioni di protezione sociale in grado di garantite, anche nel lungo periodo, la continuità tra le azioni di cura e quelle di riabilitazione». Le aree di bisogno sociosanitario sono individuate in: materno infantile, anziani, handicap, dipendenze, patologie in fase terminale, inabilità o disabilità conseguenti a patologie cronico degenerative. 94

95 Valeria Cappellato, Nicoletta Bosco tengano conto sia dei bisogni sanitari sia di quelli socio assistenziali attraverso la predisposizione di commissioni e tavoli di esperti a livello regionale, alcune regioni non vi hanno ancora provveduto e, anche laddove si sono costituiti tavoli tecnici di lavoro, ciò non si è tradotto in modo automatico nella regolazione dei percorsi. La ricerca ha consentito di ricostruire un ampio ventaglio di pratiche e di logiche sottostanti alle scelte intraprese. Vediamo qualche esempio. Alcune regioni nell individuare le malattie oggetto del lavoro dei tavoli - si sono rivolte in modo esclusivo alle persone affette da SLA (Sardegna, Puglia, Marche, Toscana, Lazio e Piemonte), altre (Emilia Romagna, Lombardia, Veneto) si sono indirizzate verso la regolazione di forme differenti, seppure affini, di malattie. Ad esempio, in Emilia Romagna, il gruppo di lavoro Hub and Spoke Neuroscienze ha accolto al suo interno sottogruppi interessati a patologie neurologiche, mentre i tavoli di lavoro di Lombardia e Veneto si sono occupati del più ampio insieme delle malattie rare. In aggiunta alla variabilità dei tavoli che svolgono funzioni istruttorie, ogni regione ha poi proceduto secondo logiche proprie anche per diversi altri aspetti, ad esempio per individuare i requisiti necessari e la forma organizzativa dei centri SLA accreditati, abilitati a effettuare la diagnosi, certificarla e successivamente a fornire il trattamento medico adeguato ai malati che risiedono nel territorio di competenza. Anche in relazione alla raccolta di documentazione sull incidenza della patologia, la situazione è articolata. È per altro piuttosto evidente che, in assenza di dati che descrivono la popolazione e quindi di una conoscenza empirica del fenomeno, qualsiasi ragionamento sulla relazione tra bisogni delle persone malate, distribuzione territoriale e risposte dei servizi a livello locale poggia su basi non adeguatamente documentate. Ad oggi, l unica regione che dispone di un registro sulle persone affette da Sla è il Piemonte che raccoglie i dati anche sulla Valle d Aosta e recentemente hanno avviato un attività di ricognizione la Puglia e la Lombardia. Alcune informazioni sono desumibili dai registri regionali sulle malattie rare tra le quali la SLA. Anche in questo caso, però, non tutte le regioni si sono attrezzate per la raccolta dei dati che risultano quindi incompleti e frammentari. Figura 1 Presidi accreditati per la SLA in Italia (dicembre 2010) La stessa designazione dei centri di riferimento regionali (cfr. Fig. 1) è stata orientata da razionalità difformi: in alcuni casi si è scelto di individuare strutture di riferimento a livello provinciale, privilegiando la vicinanza 95

96 Valeria Cappellato, Nicoletta Bosco ai destinatari, in altri casi è prevalsa la logica della competenza e si è optato per designare centri altamente specializzati, a scapito della capillarità e della prossimità. Ancora una volta si tratta di decisioni con evidenti ricadute per i malati e la loro rete, ad esempio in termini di costi e di facilità di trasporto dal domicilio al centro esperto, ma anche di qualità e articolazione dell assistenza sanitaria offerta (Chiò et alii 2006). Un ulteriore aspetto che delinea profili differenti attiene alla dimensione organizzativa e gestionale della cura. In alcuni territori i centri corrispondono ai dipartimenti di Neuroscienze interni ad Aziende Ospedaliere, in altri a reparti presso Aziende Sanitarie Locali. le équipe possono essere variamente composte e alcuni Presidi non riescono a garantire la multidisciplinarietà, disattendendo di fatto le linee di indirizzo ministeriali (Ministero della Salute 2003; 2010) e internazionali (Andersen et alii 2005; Andresen et alii 2012) e influenzando la qualità di vita dei malati (Chiò et alii 2006; Angeli et alii 2008). Quando la malattia progredisce e diviene necessaria l attivazione delle cure domiciliari, il quadro dei professionisti coinvolti si modifica ancora sia sul fronte sanitario che su quello assistenziale. In Italia lo specialista ospedaliero - in questo specifico caso il neurologo - che nella prima fase della malattia è spesso anche il coordinatore degli interventi, non può recarsi a casa del malato salvo casi eccezionali in cui Azienda Ospedaliera e Azienda Sanitaria Locale abbiano formulato una convenzione. Naturalmente non tutte le abitazioni sono adatte per accogliere i malati e la permanenza a domicilio richiede una attenta valutazione di aspetti quali la possibilità di adattare l ambiente in modo da renderlo vivibile per una persona in carrozzina prima, allettata ed eventualmente ventilata artificialmente poi. In questi casi, come si è detto, disporre di risorse economiche e di spazi adeguati fa la differenza in termini di opportunità di cure e di qualità della vita. Le cure domiciliari, fortemente sostenute nel dibattito pubblico per la possibilità di ridurre il tempo e i costi dell ospedalizzazione e accrescere la soddisfazione dei malati, sono poi possibili solo in presenza di una rete informale articolata e robusta, dal momento che il monte ore di assistenza domiciliare erogato dal sistema pubblico è spesso largamente insufficiente. Anche in questo caso ciò di cui possono avvalersi i malati che risiedono in regioni, città o addirittura Distretti Sanitari diversi, varia da un minimo di un ora settimanale a 24 ore nell arco della giornata. Quando le disponibilità economiche dei malati e il potenziale di cura informale sono insufficienti, ci si rivolge alle strutture residenziali, spesso carenti nel numero e non sempre attrezzate nel garantire forme idonee di supporto per patologie complesse. Un ulteriore elemento in grado di produrre diseguaglianze tra i malati dipende dalle esigenze di raccordo al moltiplicarsi degli attori coinvolti. Anche se alcune regioni hanno individuato figure di coordinamento nel case o nel care manager del malato 7, tale pratica è ancora largamente sottoutilizzata. Nelle Marche e nel Lazio, ad esempio, è il neurologo responsabile del caso fino a quando il malato è trasportabile dal domicilio all ospedale. Nella fase successiva tale ruolo passa al medico di famiglia per gli interventi sanitari, mentre l infermiere professionale è il care manager responsabile della cura complessiva della persona. Altre regioni, come Toscana e Lombardia, hanno privilegiato l esternalizzazione dei servizi, delegando di fatto alla famiglia il ruolo di coordinamento. Nella ricognizione dei meccanismi che possono influire sulle diseguaglianze tra i malati non possono non essere menzionate le cure palliative, la cui ormai consolidata tradizione nei paesi anglosassoni non sembra essere ancora pienamente riconosciuta in Italia (Pezzoli 2011). Il numero di strutture pubbliche o private competenti per la gestione di questi interventi, in regime residenziale o domiciliare, risulta infatti ancora ampiamente insufficiente. Molte aree ne sono prive, alcune accolgono esclusivamente malati oncologici, altre vincolano l accesso alla condizione di terminalità definendola in termini di una prospettiva di vita che non superi i sessanta giorni, impossibile da accertare nel caso di numerose patologie dal decorso incerto tra le quali la SLA. Nel nostro paese, inoltre, manca la figura del neurologo-palliativista e i professionisti che si dedicano all accompagnamento 7 Si trovano in letteratura diversi modelli di case management che si distinguono per le funzioni e le caratteristiche che vengono attribuite al responsabile del caso (Payne 1998; Bortoli 2003; Bissolo e Fazzi 2005; Folgheraiter 2006). In alcuni casi il ruolo è attribuito a un medico, medical case management, o a un infermiere, care management, in altri a un assistente sociale, come previsto dal social case management. Nel modello sociosanitario integrato o multidisciplinare del medical social management, la gestione del caso è condivisa tra figure professionali diverse, sanitarie e sociali, come per i progetti di Assistenza domiciliare integrata dove la realizzazione richiede che esista un integrazione non solo professionale, ma anche gestionale e istituzionale. L obiettivo del case management è quello di coordinare le prestazioni e gli attori coinvolti nell erogazione dei servizi. Gli interventi si costruirebbero così attorno al caso per compensare carenze o disfunzioni del malato (Raineri 2004). 96

97 Valeria Cappellato, Nicoletta Bosco al fine vita intervengono solo nell ultima fase, mentre gli altri specialisti che accompagnano i malati nelle fasi precedenti non sono messi nelle condizioni di poter seguire adeguatamente il paziente nella fase terminale, malgrado sia stata riconosciuta la necessità di adottare un approccio palliativo sin dalla diagnosi (Borasio et alii 2001; Andersen et alii 2012). In un contesto così definito, in particolare nei territori privi di servizi di palliazione, non avendo valore legale le disposizioni anticipate di fine vita espresse dai malati, il medico che interviene in caso di insufficienza respiratoria può esercitare un ruolo fondamentale. Se sopraggiunge l urgenza, spesso a intervenire è un anestesista-rianimatore che non conosce il malato e non ha quindi informazioni circa le sue volontà. In assenza di disposizioni vincolanti possono prodursi esiti drammatici qualora i malati vengano tracheotomizzati senza la possibilità di vedere riconosciuto il loro diritto a rifiutare il trattamento. Si tratta di situazioni limite in cui gli specialisti procedono alla tracheotomia per il timore di conseguenze legali (Iatrona 2001), con l idea che la morte possa essere considerata il risultato di una non azione legata alla responsabilità diretta del medico (Gristina, Mazzon 2006; Tomelleri 2007). Riflettere sui meccanismi Le persone affette da Sclerosi Laterale Amiotrofica richiedono un assistenza ad alta intensità sanitaria e sociale immaginata e realizzata con il coinvolgimento di numerosi attori. La ricerca ha consentito di rilevare differenze significative interne al territorio nazionale e di mettere a fuoco alcuni passaggi nei quali queste si possono trasformare in diseguali opportunità di accesso ai sostegni di cure e di care. Osservare quanto accade concretamente permette inoltre di mettere a fuoco i meccanismi specifici che in ciascun territorio possono influire sulle diseguaglianze dei malati e la necessità, nello studio dei modelli gestionali, di chiarire gli elementi di contesto che definiscono di volta in volta vincoli e opportunità dei percorsi di cura. Ricostruendo le norme e l implementazione delle politiche specificatamente rivolte ai malati di SLA o quelle più generali per cronici o non autosufficienti è stato possibile individuare criteri differenziati di accesso e fruizione dei servizi, ad esempio nell attribuzione della responsabilità di gestione dei casi, nella predisposizione di interventi di supporto alla domiciliarità e nella differente declinazione dell integrazione sociosanitaria. Nonostante la definizione di linee guida e, in alcuni casi di norme specificamente dedicate alla SLA, non si è ancora arrivati a definire un livello minimo uniforme di prestazioni. Anche all interno di ciascuna regione, pur in presenza di un quadro legislativo condiviso, si rilevano ulteriori frammentazioni e criticità per la mancanza di raccordo tra attori e interventi. Il «sistema di sistemi sanitari» (Mapelli 2007) di cui si è detto sembra ulteriormente articolarsi come «sistema di sistemi sanitari, socio assistenziali e sociosanitari locali». Se si intende la salute come un bene pubblico (de Leonardis 2010) allora le questioni emerse dovrebbero rappresentare un problema collettivo che richiederebbe di ampliare le riflessioni sulle tensioni interne al sistema sanitario, sul rapporto tra sociale e sanitario (variamente declinato nelle dimensioni dell integrazione gestionale e professionale), ma anche tra sistema sociosanitario, malato e famiglia (Vicarelli, Bronzini 2009). Gli elementi sino ad ora delineati si combinano invece in modo frammentato, lasciando molti dei bisogni del malato privi di risposte adeguate e soprattutto non configurando diritti esigibili. Le carenze del sistema sociosanitario e la difficoltà di individuare un responsabile del caso legittimato a svolgere funzioni di raccordo tra tutti gli attori coinvolti si traducono frequentemente in una delega alla famiglia per quanto riguarda gli aspetti gestionali, assistenziali, ma anche per gli elementi a carattere sanitario ad alta tecnicalità, dimenticando che spesso è essa stessa vittima della malattia. Può accadere che un familiare, ritiratosi dal mercato del lavoro per assistere il malato, debba affrontare la perdita del reddito e i costi della cura rischiando spesso, oltre alla rarefazione delle relazioni sociali (Meo 2000), anche processi di fragilizzazione che possono in alcuni casi determinare la caduta in povertà. D altra parte, l assistenza domiciliare è possibile solo in presenza di qualcuno che si renda visibile agli attori del sistema sociosanitario per il ruolo che assume in qualità di caregiver. Per riconoscere il diritto del malato a restare presso il domicilio occorre fare affidamento sulla capacità di protezione della famiglia la quale, se non adeguatamente sostenuta, può trovarsi ad affrontare ulteriori complicazioni. Ma a quali condizioni si può ritenere che tale 97

98 Valeria Cappellato, Nicoletta Bosco sostegno, se presente, sia adeguato? È anche per rispondere a domande di questo tipo che occorre proseguire la ricerca, aumentano il confronto tra tutte le figure coinvolte nella malattia e nella sua gestione. In conclusione vorremmo ancora richiamare due elementi che riguardano le definizioni della malattia e la sua visibilità nel dibattito pubblico. Il primo, spesso sottovalutato, è relativo all ampia gamma di definizioni utilizzate dai diversi attori per connotare i malati, ricorrendo di volta in volta a termini quali disabilità, non autosufficienza, cronicità, terminalità, bassa prevalenza. Ciascuna di queste etichette si accompagna a schemi di cura e di relazioni tra professionisti e non piuttosto eterogenei, con conseguenze rilevanti per l accesso a o l esclusione da determinate politiche e pratiche di cura. Per quanto riguarda la non autosufficienza, ad esempio, nel classificarla e accertarla alcune regioni hanno fatto riferimento alla limitazione funzionale dell individuo, altre alla perdita di autonomia di chi ha superato determinati limiti di età (65 anni), altre ancora hanno valutato oltre alle condizioni cliniche anche quelle sociali. Il governo nazionale, invece, nel vincolare alcuni dei Fondi per la non autosufficienza a progetti di sostegno per la SLA, ha di fatto stabilito criteri di esclusione determinati dal tipo di patologia e non dalla disabilità. L ambiguità dei termini ai quali si ricorre per inquadrare la patologia e la loro solo apparente intercambiabilità - ha ripercussioni anche sulla definizione degli obiettivi della cura. Le diverse logiche curare o guarire - spingono infatti a seguire criteri impliciti antitetici che tendono ad apparire naturali. In altre parole, mentre le malattie acute sono certamente da curare, quelle croniche, in particolare se degenerative, pongono ai professionisti interrogativi sull opportunità di investire in interventi che non consentono al malato di guarire. Il sistema sanitario è costretto, così, a scegliere se demandare a quello sociale le persone inguaribili rinunciando a prendere in carico chi versa in tali condizioni, o se assumere un nuovo mandato che orienta i medici a farsene carico. Nel caso della SLA il linguaggio svolge un ulteriore funzione. La possibilità di mettere a tema la patologia nel dibattito pubblico data la sua incidenza in un gruppo come quello dei calciatori (Chiò et alii 2005) che canalizza l interesse dei media, consente a questo specifico segmento del sistema della cura di disporre di finanziamenti molto superiori a quelli che ci si potrebbe attendere in una «economia delle risorse scarse» (Elster 1995). La sola disponibilità economica non è però sufficiente. L incertezza che connota le traiettorie di malattia costruite in contesti frammentati e mutevoli richiede risposte flessibili e governate. Non esiste una ricetta in grado di descrivere a priori gli elementi che si devono combinare e l esito che si otterrà. Esistono però modi, parziali e mutevoli, per prendersi cura di malati affetti da patologie cronico degenerative che si possono costruire e ricostruire- di volta in volta. I punti di equilibrio possibili sono molteplici e inevitabilmente incardinati all interno di territori che, seppure variabili nelle loro articolazioni interne e nelle risorse di cui dispongono, richiedono attenzione collettiva per individuare le risposte più adeguate alle nuove emergenze e domande della popolazione, a partire dalla capacità di riflessione sui nodi che inevitabilmente le accompagnano. 98

99 Valeria Cappellato, Nicoletta Bosco Riferimenti blibliografici Andersen P.M., Borasio G.D., Dengler R., Hardiman O., Kollewe K., Leigh P.N., Pradat P.F., Silani V., Tomik B. (2005), EFNS Task Force on Management of Amyotrophic Lateral Sclerosis: Guidelines for Diagnosing and Clinical Care of Patients and Relatives. An Evidence-based Review with Good Practice Points, in «European Journal of Neurology», 12. Andersen P.M., Abrahams S., Borasio G.D., de Carvalho M., Chio A., Van Damme P., Hardiman O., Kollewe K., Morrison K.E., Petri S., Pradat P.F., Silani V., Tomik B., Wasner M., Weber M. (2012), EFNS Guidelines on the Clinical Management of Amyotrophic Lateral Sclerosis (MALS) - Revised Report of an EFNS Task Force, in «European Journal of Neurology»,19(3). Angeli S. Mayadev, Michael D. Weiss, B. Jane Distad, Lisa S. Krivickas, Gregory T. Carter (2008), The Amyotrophic Lateral Sclerosis Center: A Model of Multidisciplinary Management, in «Physical Medicine and Rehabilitation Clinics of North America», 19(3). Ascoli U., Ranci C. (2003), Il welfare mix in Europa, Roma: Carocci. Bifulco L., Centemeri L. (2007), La partecipazione nei Piani sociali di zona: geometrie variabili di governance locale, in «Stato e Mercato», 80. Bissolo G., Fazzi L. (2005, a cura di), Costruire l integrazione sociosanitaria. Attori, strumenti, metodi, Roma: Carocci. Borasio G. D., Shaw P. J., Hardiman O., Ludolph A. C., Sales Luis M. L., Silani V. (2001), Standards of Palliative Care for Patients with Amyotrophic Lateral Sclerosis: Results of a European Survey, in «Amyotrophic Lateral Sclerosis», 2(3). Bortoli B. (2003), Che cos è il case management?, in Folgheraiter F. (a cura di), La liberalizzazione dei servizi sociali, Trento: Erickson. Bosco N. (2012), Non si discute. Forme e strategie dei discorsi pubblici, Torino: Rosenberg & Sellier. Brooks B.R. (1994), El Escorial World Federation of Neurology Criteria for the Diagnosis of Amyotrophic Lateral Sclerosis. Subcommittee on Motor Neuron Diseases/Amyotrophic Lateral Sclerosis of the World Federation of Neurology Research Group on Neuromuscular Diseases and the El Escorial Clinical Limits of Amyotrophic Lateral Sclerosis workshop contributors, in «Jounal of Neurological Science», 124 Suppl. Brooks BR, Miller RG, Swash M, Munsat TL (2000), World Federation of Neurology Research Group on Motor Neuron Diseases. El Escorial Revisited: Revised Criteria for the Diagnosis of Amyotrophic Lateral Sclerosis, in «Amyotrophic Lateral Sclerosis and Other Motor Neuron Disorder», 1. Cappellato V. (2012), La difficile integrazione sociale, sanitaria e sociosanitaria nella cura della Sclerosi Laterale Amiotrofica. Il caso della Regione Piemonte, tesi di Dottorato, Università di Torino. Chiò A., Bottacchi E., Buffa C., Mutani R, Mora G. (2006), Positive effects of Tertiary Centres for Amyotrophic Lateral Sclerosis on Outcome and Use of Hospital Facilities, in «Journal of Neurology, Neurosurgery, and Psychiatry», 77. Chiò A., Gauthier A., Calvo A., Ghiglione P., Mutani R. (2005), Caregiver Burden and Patients Perception of Being a Burden in ALS, in «Neurology», 64. de Leonardis O. (2010), Vincere la scommessa della salute, in «Animazione sociale», XL(241). Elster J. (1992), Local justice. How institutions allocate goods and necessary burdens, New York: Russel Sage Fondation; trad it. Giustizia locale. Come le istituzioni assegnano i beni scarsi e gli oneri successori, Milano: Feltrinelli, Esping-Andersen G. (1990), The Three Worlds of Welfare Capitalism, Cambridge: Polity Press. Ferrera (1998), La trappole del welfare, Bologna: Il Mulino. Folgheraiter F. (2006), La cura delle reti. Nel welfare delle relazioni (oltre i Piani di zona), Trento: Erickson. Gristina G., Mazzon D. (2006), Le cure di fine vita e l anestesista-rianimatore: raccomandazioni SIAARTI per l approccio al malato morente, in «Minerva Anestesiologica», 72. Gori C. (2004) La riforma dei servizi sociali in Italia, Roma: Carocci. 99

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101 Annamaria Perino, Nicole Braida [La transitional care di adolescenti con malattie rare] Abstract. The article approaches the subject of transitional care, presenting the first phase of a project dedicated to teenagers with rare diseases. Research began in March of 2012 at the Regina Margherita Children s Hospital of Turin. The project, whose objective is to compensate for the lack of attention of the Italian Health Care System to the needs of adolescent patients with chronic or rare diseases, started with a qualitative survey whose aim was to explore the needs and expectations of key stakeholders (health professionals, patients and parents). The results suggest the need to promote a change in cultural outlook which will prepare doctors, patients and their family members to the transition from pediatric to adult services. Adolescents should be considered as persons who are neither children, grownups nor small adults, but as persons who require specific, integrated responses provided by different professionals. Keywords: Adolescence, Rare disease, Transition. Introduzione 1 Il sistema sanitario italiano è tutt oggi lacunoso rispetto all attenzione prestata alla fascia di pazienti in età adolescenziale. È prassi comune dei servizi sanitari e socio-sanitari passare da una gestione del paziente prettamente pediatrica a una gestione orientata al paziente adulto, spesso senza soluzione di continuità. Ovviamente, quest indifferenza per il mondo degli adolescenti, con tutte le sue criticità, ha conseguenze ancora più importanti nel caso di pazienti con malattie croniche e/o disabilità. Anche in Italia, così come in altri Paesi, soprattutto a partire dalla fine degli anni 90, è cresciuto l interesse per le tematiche connesse alla salute in età evolutiva (Simonelli 2000). Purtroppo, però, la letteratura sul tema della transizione dalla pediatria alla medicina dell adulto risulta essere ancora piuttosto scarna, benché negli ultimi anni siano stati realizzati progetti dedicati alla transizione per adolescenti con malattie rare, tra i quali quello presentato dalla Fondazione IRCCS dell Ospedale Maggiore Policlinico Mangiagalli e Regina Elena di Milano (Lalatta 2010). L articolo che qui si introduce ha l obiettivo di dare un contributo alla tematica della transitional care, a partire da una esperienza di stage svolta, da una delle due autrici, presso il reparto di Endocrinologia dell Ospedale infantile Regina Margherita di Torino 2. Nel corso del suddetto stage si è avuta la possibilità di partecipare alla prima fase del progetto dedicato alla transitional care di adolescenti con malattie rare e/o disabilità 3, fase che si poneva l obiettivo di identificare i bisogni e rilevare le principali criticità del passaggio dei pazienti con malattie rare e/o disabilità dalla pediatria alla medicina dell adulto. 1 Le due autrici hanno collaborato attivamente nella stesura dell articolo. Tuttavia è possibile attribuire ad Annamaria Perino l Introduzione, il paragrafo Gli adolescenti e il sistema delle cure e le Considerazioni conclusive; a Nicole Braida i restanti paragrafi. 2 Lo stage è stato realizzato a completamento della partecipazione da parte di Nicole Braida al Corso di Alta Formazione Dalla programmazione alla progettazione sociale. Nuovi strumenti di intervento socio-sanitario (Università degli Studi di Bologna A.A ). 3 Il progetto nasce nel marzo 2012 in seguito alla constatazione del fatto che sono ancora rari, all interno del sistema sanitario italiano, i percorsi di transizione formalizzati che guidino il paziente dalla pediatria alla medicina dell adulto. Ciò rende difficile per gli operatori sanitari stessi rapportarsi correttamente al mondo degli adolescenti, e lo è ulteriormente nel caso di pazienti che necessitano di assistenza medica in maniera permanente e con l aggravante della malattia rara. Il progetto, di durata annuale, vede come principale ente coinvolto la neonata Azienda ospedaliera Città della Salute e della Scienza di Torino, frutto della fusione tra l Azienda ospedaliera O.I.R.M. (Ospedale Infantile Regina Margherita)-Sant Anna, l Azienda ospedaliero universitaria S. Giovanni Battista e l Azienda ospedaliera C.T.O./Maria Adelaide. 101

102 Annamaria Perino, Nicole Braida Per ottenere ciò si è scelto di realizzare una ricerca-azione (o ricerca-intervento) 4, ritenuta particolarmente adatta allo scopo in quanto potenzialmente idonea a creare costanti rimandi tra teoria e operatività, a promuovere la collaborazione e il confronto tra ricercatori e attori sociali, ad individuare soluzioni e risposte e ai problemi e ai bisogni emersi, ponendosi come veicolo di cambiamento e di emancipazione (Lewin 1972; Guala 2003; Bertolazzi 2004). Ciò su cui si cercherà di porre l attenzione, a partire dai risultati della suddetta ricerca, condotta al fine di avviare il progetto di transitional care, è la necessità di strutturare la rete delle cure in modo tale che ci sia un continuum assistenziale sia dal punto di vista gerarchico-piramidale (diversi livelli di assistenza e diversi sistemi di cura), sia dal punto di vista delle collaborazioni orizzontali (reti familiari, reti sociali, ecc., che si affiancano e sostengono il sapere specialistico) (Giarelli, Venneri 2009), affinché il sistema così organizzato riesca a dare risposte pertinenti a tutte le tipologie di utenti adolescenti compresi senza dar luogo a discriminazioni e produrre disuguaglianze, soprattutto se si tratta di prendere in carico persone affette da malattie rare e/o invalidanti. Partendo dall assunto che i luoghi deputati alla produzione di salute dovrebbero essere quelli in cui ciascuno dei partecipanti (professionisti, utenti, produttori) accetta «la necessità del proprio contributo al raggiungimento dell obiettivo di costruire nell interesse della persona e senza distinzioni sociali il principio di continuità, fatto di prevenzione, spesso extra sanitaria, e di presa in carico del problema di salute, prima e dopo l acuzie del suo esordio» (Artesio 2009: 10), ci si proietta nella promozione e costruzione di una continuità assistenziale equa e sostenibile che fa perno sulla responsabilizzazione e sulla collaborazione di tutti gli attori chiamati in causa nella realizzazione di percorsi di salute, a maggior ragione in periodi storici in cui la pressione della crisi finanziaria fa sentire la sua presenza ossessiva. Gli adolescenti e il sistema delle cure Affrontare il tema della transizione dalla pediatria alla medicina dell adulto significa prendere in considerazione una fase della vita che, non potendosi ascrivere meramente al dato anagrafico, presenta problemi di definizione, coincidendo con cambiamenti di status che dipendono da diversi fattori. In ambito internazionale, l Organizzazione Mondiale della Sanità situa l adolescenza nel periodo che va dai 10 ai 20 anni. L Unione Europea, invece, definisce giovani le persone comprese tra i 15 e i 25 anni, mentre in altri Paesi (Nuova Zelanda e Canada, ad es.) il limite per essere considerati giovani è quello dei 24 anni (Cappellini 2010). Al di là delle limitazioni anagrafiche, si tratta comunque di una fase della vita peculiare, essendo caratterizzata da intensi e repentini cambiamenti emozionali, sociali e psicologici, connessi con quelli fisici dovuti allo sviluppo puberale (Simonelli 2000; Cappellini 2010). Cambiamenti che essendo rapidi e molteplici 5 producono un rimaneggiamento dell identità dell individuo e lo portano ad impegnarsi in un processo di controllo, contenimento e attribuzione di senso rispetto a ciò che sta accadendo (Bertelloni 2010). A maggior ragione se accanto ai suddetti mutamenti sussistono stati di morbilità o situazioni che incidono sul benessere complessivo della persona. Non è raro che, al fine di descrivere i processi di trasformazione che connotano l adolescenza, si faccia riferimento al tema dell identità, incrocio importante per molte discipline (Tonolo 1999), dalla filosofia alla sociologia, dall antropologia alla psicologia. L identità assurge a categoria interpretativa unificante dell adolescenza, che tiene conto di tutti i fattori che ne condizionano la dinamica: tratti individuali, relazioni con altri soggetti significativi, ambiente socio-culturale. Posto quindi che l adolescenza possa essere vista «come fenomeno giocato continuamente tra interazione intrapsichica e relazionale, individuale e sociale» (Tonolo 1999: 261) e che ciò comporta il non poter fare riferimento né a rigide scansioni cronologiche né a caratteristiche uniformi (si pensi alla sempre più precoce maturazione fisica e sessuale e all influenza che esercita sulla maturazione psico-fisica 4 Benché originariamente i due termini identificassero due tipologie di ricerca differenti per ipotesi, oggetto di studio e applicabilità, nel corso del tempo si è diffuso il loro uso con valore sinonimico, giustificato dal fatto che entrambe propongono regole e principi metodici fortemente connessi e orientati a coniugare l indagine speculativa con le finalità applicative della stessa (Bertolazzi 2004). 5 Avvengono in un arco di tempo limitato e coinvolgono diverse sfere (morfologica, sessuale, psicologica, ecc.) 102

103 Annamaria Perino, Nicole Braida l ambiente di appartenenza), non si può non tener conto del fatto che i cambiamenti sociali in atto hanno portato ad una sorta di liquefazione degli apparati simbolici che ha contribuito ad accrescere la precarietà e l incertezza anche nell universo adolescenziale (si pensi agli incerti ruoli genitoriali, agli incerti valori di riferimento, all incerto modo di agire degli adolescenti, ecc.) (Casoni 2008) e che, di conseguenza, per esaminare la transizione all età adulta si deve prestare attenzione all intreccio tra dimensione spazio-temporale, opportunità ambientali e dimensione psicologica (Bonica e Cardano 2008). Se è vero che la transizione va intesa come passaggio da uno stadio all altro e che fa riferimento a diversi ambiti di vita, a soggetti e strutture differenziati, è altrettanto vero che la sua importanza dipende dal momento e dal luogo in cui avviene, nonché dalla sua durata: si tratta di «una faccenda che impegna a identificare i rapporti tra i livelli sia micro che macro del sistema sociale (ovvero a investigare entità e natura dei gradi di libertà dell agire individuale entro un sistema di vincoli e, viceversa, la trasformabilità o la correggibilità del sistema macro per effetto di mosse micro)» (Bonica e Cardano 2008: 28). In questa ottica la malattia va vista come una rottura biografica, una aggressione alla propria identità e alla capacità di azione, che risultano pesantemente indebolite; un punto di svolta, un essere altrimenti rispetto a ciò che si è stati fino a quel momento. Rottura che assume una valenza ancora più forte nel caso degli adolescenti. Essi, infatti, pur ammalandosi con minor frequenza degli adulti, presentano modalità peculiari sia di rappresentare la malattia sia di relazionarsi ad essa. L opportunità e l esigenza dell adolescente di diventare protagonista della propria vita rende faticoso il dover guardare al futuro in maniera diversa, proprio perché c è una forte tensione in direzione del futuro; non è facile neanche dover dipendere dalle cure degli adulti in un momento in cui ci si sforza di rendersi autonomi, cosi come percepirsi diversi dai coetanei, che costituiscono l unico vero riferimento per la crescita (Vanni 2005). La malattia soprattutto se rara e se richiede ricoveri in ospedale o interventi chirurgici giunge a complicare lo sviluppo adolescenziale perché interferisce con le preoccupazioni connesse all aspetto fisico, con il processo di sviluppo dell indipendenza, con le relazioni con coetanei e adulti significativi. Essa sconvolge tutti i processi di affermazione dell adolescente, minando la sua integrità fisica e arrestando il suo desiderio di emancipazione. Avere a che fare con adolescenti affetti da malattie rare comporta, quindi, il dover tener presente diversi elementi: la complessa natura dell adolescenza, vista come transizione obbligata del corso di vita degli individui; la dimensione soggettiva dei cambiamenti adolescenziali; la necessità di evitare che l adolescente venga trattato come un grande bambino o come un piccolo adulto, costringendolo in ruoli che non gli appartengono (non limitarsi a prestare attenzione alle caratteristiche bio-socio-psicologiche dell adolescenza); l opportunità di dotarsi di un sistema di protezione assistenziale in grado di prevedere l integrazione di aspetti medici, etici e psico-educativi 6. Se, in questa fase della vita, difficoltosi risultano essere, in generale, i rapporti con gli adulti di riferimento, ancora più difficili appaiono quelli con gli operatori dei servizi sanitari, a maggior ragione se i servizi non sono pensati per un soggetto con una identità in divenire, eccessivamente medicalizzati e troppo incentrati sulla dimensione assistenziale (Casoni 2008). Gli adolescenti, infatti, sembrano mostrare una certa reticenza nel rivolgersi con fiducia al personale sanitario. Le cause che a detta dei giovani stessi paiono inibire l uso dei servizi di cura sono così riassumibili (The Intercollegiate Working Party on Adolescent Health 2003): la mancanza di informazioni chiare; il timore che non possa essere garantito l accesso riservato quando si tratta di doversi rivolgere al medico per questioni delicate; la difficoltà di percepire i servizi sanitari come youth-friendly, per una serie di motivi. Perché viene rilevata una mancanza di esperienza e continuità da parte dei professionisti; perché non vengono rispettate le idee dei ragazzi; perché in ospedale ci si trova di fronte a due alternative, quella che propone come vicini di letto dei bambini e quella che propone come vicini persone considerate anziane ; le difficoltà aggiuntive di accessibilità per alcuni gruppi di adolescenti, quando ai problemi di salute si associano disabilità, povertà, differenze di etnia, di orientamento sessuale, ecc. Posto quindi che gli adolescenti presentano esigenze specifiche anche per ciò che attiene l accesso e la fruizione 6 Questo è proprio ciò che si propone di fare l adolescentologia, branca della pediatria che dovrebbe completare il bagaglio culturale di ogni pediatra, essendo le caratteristiche della morbilità e mortalità degli adolescenti assai diverse da quelle dei bambini da una parte e degli adulti dall altra (Bertelloni 2010). 103

104 Annamaria Perino, Nicole Braida dei servizi sanitari e socio-sanitari, esigenze che differiscono sia da quelle dei bambini sia da quelle degli adulti, va da sé che i sistemi sanitari dovrebbero tenerne conto, anche al fine di evitare che si sviluppino modelli di comportamento distorti sia negli stili di vita sia nelle modalità di accesso al sistema dei servizi. Tenuto conto di quanto sopra esposto, risulta evidente l importanza assunta dal concetto (e, conseguentemente, dalla pratica) di transizione, intesa come passaggio del paziente adolescente dalla pediatria alla medicina dell adulto, con il conseguente passaggio di competenze e responsabilità dal team di cure pediatriche al team di cure per l adulto. Il concetto di transitional care Varie sono le definizioni di transizione rinvenibili in letteratura; ciascuna di esse pone l attenzione, di volta in volta, su aspetti precisi e tra loro differenziati. Nella definizione fornita dalla Society for Adolescent Medicine (1993) ci si riferisce alla transizione come «the purposeful, planned movement of adolescent and young adults with chronic physical and medical conditions from child-centered to adult-oriented health care systems» (Viner 1999: 271). I punti chiave sembrano essere: l intenzionalità e pianificazione del passaggio, il fatto che i soggetti del passaggio siano gli adolescenti e i giovani, la presenza di condizioni di malattia croniche. Scal, Horvath e Garwick (2009: 52), invece, definiscono la transizione come «the process by which youth with chronic conditions develop the skills and secure the resources to assure that their health care needs are met as they transition from adolescence to adulthood». È evidente che, in questo caso, si dà maggior rilievo al ruolo dei giovani come soggetto attivo e non passivo della transizione; essi, proprio attraverso questo processo, acquisiscono le competenze adeguate e si assicurano le risorse necessarie affinché i loro bisogni specifici vengano soddisfatti. Davies, Rennick e Majnemer (2011) focalizzano, piuttosto, l attenzione sul fatto che la transizione debba iniziare presto e sull azione del team multidisciplinare. In particolare, evidenziano l impegno che esso deve mettere a servizio della famiglia per la valutazione, la pianificazione e la gestione degli interventi. Selicorni (2010), invece, distingue tra visione minimale e visione completa della transizione. Definisce la prima come «trasferimento più o meno preparato e guidato a referenti clinici dell età adulta» e la seconda come «processo di adozione graduale di nuovi ruoli, nuove esperienze, sensibilità, prospettive di vita per la persona [ ] e la sua famiglia» (Selicorni 2010: 33). La distinzione fondamentale che si rinviene nelle due visioni è tra trasferimento e transizione. L obiettivo a cui si deve cercare di puntare è, ovviamente, la transizione; il trasferimento è visto solo come una parte del più ampio processo di transizione. Al di là delle definizioni, va sottolineato il fatto che l esigenza di una buona prassi di transizione si è fatta sempre più evidente negli ultimi anni, in particolare a causa sia dell aumento della prevalenza di malattie croniche come asma e diabete, sia dei progressi in campo biomedico, grazie ai quali è migliorata l aspettativa di vita dei bambini con malattie croniche congenite. Il nuovo scenario, però, proprio perché non supportato da cambiamenti considerevoli nella formazione e nell approccio culturale dei medici, ha fatto sì che le nuove coorti di malati adulti presentino patologie in gran parte sconosciute ai medici dell adulto (Viner e Barker 2005). Va inoltre considerata la persistenza di differenze considerevoli tra la gestione pediatrica e la gestione dell adulto. Le due tipologie di approccio medico sembrano afferire a paradigmi molto diversi, se non addirittura opposti: da un lato, il paradigma pediatrico, che mette al centro la famiglia, si focalizza sugli aspetti della crescita e dello sviluppo, trascurando spesso di riconoscere la crescente indipendenza e autonomia del paziente come individuo; dall altro, la cultura della medicina dell adulto, che sottintende di avere come interlocutore un paziente indipendente e autonomo nella gestione della malattia, inclusi gli aspetti inerenti la riproduzione, e ignora invece tutte le tematiche correlate alla crescita, allo sviluppo e ai rapporti con la famiglia del paziente (Viner 1999; Selicorni 2010; Lalatta 2012). Dunque, sembra proprio mancare un anello di congiunzione tra i due paradigmi, una fase intermedia che accompagni il paziente verso la progressiva presa di coscienza della propria malattia e verso l acquisizione della propria indipendenza dalla famiglia. Nel nostro Paese la transizione assume i contorni della frammentarietà e della volontarietà spontaneistica; di 104

105 Annamaria Perino, Nicole Braida essa si fanno carico fra varie difficoltà «gli operatori sanitari di singole ed illuminate realtà locali»(bertelloni et alii. 2008: 196). Operatori che non sono immuni dal commettere errori. Tra quelli più frequenti si possono menzionare l identificare l adolescente con la malattia, il dimenticare che l adolescente con malattia cronica può avere problemi analoghi a quelli dei suoi coetanei, il non supportare l adolescente nel raggiungimento degli obiettivi propri della sua età e il «non avere un atteggiamento di responsabile e convinto ottimismo nei riguardi della malattia» (De Sanctis, Farina e Mazzini 2002: 314). In mancanza di una buona pratica di transizione, la gestione dei pazienti con malattie croniche presenta, generalmente, tre alternative (Viner 1999): - i pazienti vengono trasferiti direttamente ai servizi dell adulto (senza preparazione); - i pazienti rimangono in carico al pediatra per un tempo indefinito, che può andare anche ben oltre i limiti anagrafici che fissano il termine dell adolescenza; - i pazienti vengono abbandonati, volontariamente o per negligenza. È chiaro che tutte le alternative non sono più accettabili se si vogliono offrire elevati standard di cura agli adolescenti con malattie croniche. La sfida, quindi, è quella di formalizzare percorsi di transizione efficienti e praticabili, tenendo conto sia delle esigenze espresse dagli adolescenti sia delle risorse disponibili. Gli obiettivi del progetto e i soggetti coinvolti Proprio per cercare di colmare, seppure solo in parte, la lacuna esistente, la neonata Azienda ospedaliera Città della Salute e della Scienza di Torino ha costituito nel marzo 2012 un gruppo di lavoro incaricato di progettare e sperimentare un modello di transitional care per gli adolescenti con malattie rare. Gli obiettivi generali del progetto possono essere così riassunti: - ridurre il vuoto assistenziale nella fase di passaggio dall età pediatrica all età adulta degli adolescenti con malattie rare, facilitando la continuità assistenziale e la maggior aderenza alla cura da parte dei pazienti; - migliorare la qualità della vita dell adolescente affetto da patologie rare e dei suoi familiari, favorendo anche l autonomizzazione e la presa di coscienza, con l intento di formare pazienti esperti ; - aumentare le conoscenze relative alla storia naturale delle malattie rare, sulla base di evidenze specifiche ricavate dal follow up longitudinale che avrà un impatto sulla tempestività della diagnosi, sullo sviluppo di competenze età-specifiche e sul miglioramento degli approcci terapeutici. Tre i target di riferimento individuati: a) adolescenti con malattie rare; b) genitori e/o familiari degli adolescenti; c) operatori sanitari che gestiscono pazienti con malattie rare. Il progetto, inoltre, si è posto fini più specifici. Tra essi meritano di essere menzionati i seguenti: - costituire team di specialisti dedicati che operino in modo coordinato seguendo percorsi diagnosticoterapeutici mirati; - conciliare la diversa modalità di gestione clinica del pediatra con quelle del medico dell adulto; - favorire cambiamenti culturali nell approccio ai pazienti adolescenti, sia in ambito pediatrico, sia in quello della medicina dell adulto; - implementare l interesse verso la patologia e i bisogni del soggetto che diventa adulto; - coinvolgere e valorizzare le associazioni di pazienti. Si è già detto che una delle autrici ha avuto la possibilità di partecipare alla fase iniziale del suddetto progetto, all interno dell ospedale infantile Regina Margherita di Torino (facente parte dell azienda ospedaliera O.I.R.M.-S. Anna). Progetto che, in questa fase, prevedeva la rilevazione dei bisogni e delle criticità attraverso la somministrazione di interviste semi-strutturate a operatori sanitari/pazienti/familiari. Nel paragrafo che segue si cercherà di descrivere, sinteticamente, la ricerca realizzata, con riferimento agli strumenti utilizzati e ai soggetti coinvolti. 105

106 Annamaria Perino, Nicole Braida La ricerca realizzata: équipe di lavoro, strumenti utilizzati, soggetti intervistati Per l azienda ospedaliera O.I.R.M.-S. Anna è stato creato un gruppo di lavoro intra-aziendale, composto da operatori sanitari (un endocrinologo pediatra referente per le malattie rare, un medico ematologo, un medico igienista responsabile dei percorsi di cura, una responsabile dell assistenza e tecnico sanitario, una coordinatrice dei tecnici della riabilitazione) e altre figure professionali con competenze nell ambito della ricerca sociale (un antropologa e una sociologa). Per le altre due aziende ospedaliere sono stati creati gruppi di lavoro di composizione analoga. Essendo gli altri due ospedali dedicati alla cura dell adulto, si è sottolineata e tenuta presente, in ogni fase della ricerca, la necessità di scambiare feedback in modo costante, auspicando che, in un momento successivo, si potesse pervenire alla creazione di una rete di relazioni pediatria/medicina dell adulto, anche implementando la collaborazione delle associazioni di pazienti, particolarmente utili per la costruzione di reti di supporto per le famiglie al di fuori dell ambito ospedaliero. Nel realizzare la ricerca si è scelto di prediligere lo strumento dell intervista qualitativa in quanto più adatta ad esplorare in profondità i vissuti biografici dei soggetti intervistati, favorendo la libertà descrittiva e permettendo ai soggetti di attingere al bagaglio di esperienze personali, mettendo in risalto episodi e significati a cui ciascuno di essi attribuisce particolare importanza. Si è cercato, in questo modo, di valorizzare il ruolo degli stakeholder, evitando la programmazione calata dall alto. Si ritiene opportuno precisare che, durante la realizzazione della ricerca, sono state previste riunioni periodiche del gruppo di lavoro (circa una al mese), con la finalità di condividere i progressi e produrre, grazie al confronto collettivo, idee innovative che tenessero conto, da una parte, della necessità di risposte ai bisogni assistenziali dei pazienti e dei loro familiari e, dall altra, della limitatezza delle risorse a disposizione. Le interviste, 32 in tutto, sono state condotte tra i mesi di aprile e giugno Per individuare le persone da intervistare si sono seguiti i criteri di seguito menzionati. Per quanto riguarda gli operatori sanitari, l unico criterio che si è preso primariamente in considerazione per restringere il campo è la comprovata esperienza degli stessi nel trattamento delle malattie rare; dopo un primo contatto, si è ovviamente tenuto conto della disponibilità dell operatore a partecipare alla ricerca. Per quanto riguarda pazienti e genitori, invece, sono stati presi in considerazione i seguenti criteri di selezione: - pazienti con età superiore ai 10 anni; - pazienti affetti da malattie rare 7 e/o con disabilità grave; - famiglie che non fossero alla prima visita con lo specialista; - famiglie per le quali fosse emotivamente accettabile un intervista in profondità di questo tipo (per questo criterio ci si è dovuti necessariamente affidare al giudizio dello specialista che ha in carico il paziente, tenendo poi conto del limite del filtro dello specialista al momento dell analisi). La traccia di intervista constava di 13 domande per gli operatori, di 12 domande per i pazienti e i genitori. Sono stati intervistati 12 operatori sanitari attivi all interno dell azienda ospedaliera O.I.R.M.-S. Anna, 12 genitori e 8 pazienti, sia all interno dell ambulatorio dedicato, sia a utenti ricoverati presso il Day Hospital. Purtroppo solo in tre casi è stato possibile intervistare i pazienti separatamente dai genitori, a causa di difficoltà logistiche (ridotti spazi disponibili, scarsa disponibilità di tempo da parte degli intervistati e/o mancata compresenza delle intervistatrici). Gli operatori sanitari intervistati ricoprivano i ruoli di: neuropsichiatra infantile (n. 2), terapista (n. 2), coordinatore infermieristico (n. 3), pediatra (n. 4) e psicologa (n. 1). Tra i servizi ospedalieri sono stati coinvolti: S.C.D.U. Neuropsichiatria Infantile, S.S. Pediatria I - Patologia Lattanti, S.C.D.U. Gastroenterologia, S.C.D.U. Endocrinologia e Diabetologia, S.S. Endocrinologia, S.S. Auxologia, S.S. Malattie Infettive Infantili, S.S. I.R.C. e Fibrosi Cistica. 7 Secondo la definizione dell Unione Europea si tratta di quelle malattie che si manifestano con una prevalenza inferiore a 1:2000 abitanti e che presentano caratteristiche di gravità, cronicità e potenziale disabilità. 106

107 Annamaria Perino, Nicole Braida I risultati delle interviste L analisi del contenuto delle interviste, risultato della collaborazione tra l antropologa e la sociologa coinvolte in questa fase del progetto, ha cercato di individuare i punti critici della transizione per poter proporre azioni concrete modulate tenendo conto, come più volte detto, sia delle esigenze degli stakeholder, sia delle risorse disponibili (per esempio: creazione di un core team che coordini l attività di transizione con figure di riferimento; istituzione di reti formalizzate che coinvolgano sia medici pediatri che medici dell adulto; programmazione di piani specifici di transizione anticipando preventivamente alla famiglia tempi, modi e figure di riferimento; sensibilizzazione dei pediatri all importanza del coinvolgimento dell adolescente in prima persona per le comunicazioni che lo riguardano; ecc.). Per evidenti limiti spazio-temporali di seguito saranno riportati solo alcuni risultati dell indagine, con particolare riferimento ad alcune riflessioni emerse dall analisi comparata dalle interviste agli operatori con quelle a genitori e pazienti. L elemento più evidente risulta essere sicuramente la scarsa preparazione psicologica ed emotiva delle famiglie alla transizione; sette dei genitori intervistati (genitori 1, 2, 6, 7, 10, 11, 12), infatti, hanno dichiarato di non aver mai pensato alla transizione. Inoltre, un numero molto limitato di intervistati ha un idea precisa delle differenze tra gestione pediatrica e gestione della medicina dell adulto, nonché delle modalità e tempistiche della transizione. Le ragioni sono da rinvenire nella buona ambientazione nei servizi pediatrici e nel conseguente timore del cambiamento (gen. 1, 2, 8, 11, 12), nella speranza che la malattia non sia cronica e che termini prima del raggiungimento dell età adulta (gen. 1 e 10), nella mancanza di riferimento al di fuori del contesto pediatrico (gen. 6), nel fatto che il passaggio venga percepito come lontano nel tempo («I medici mi hanno detto che la seguiranno fino ai 18 anni») 8, nell attesa passiva di indicazioni da parte dei professionisti (gen. 10). La fiducia che le famiglie ripongono nei pediatri, da una parte li induce a temere l abbandono dello specialista e, dall altra, li porta ad affidarsi completamente alle loro mani, anche per quanto riguarda la pianificazione delle cure future. Le parole di una madre fanno trapelare chiaramente queste aspettative: «Io mi sarei aspettata che mi venisse detto qua insomma, che mi venisse detto cosa fare. Davo per scontato che me l avrebbero detto. Anche un domani mi aspetto che qua mi dicano cosa fare, dove andare, da chi andare e come continuare». Tendenzialmente, i genitori si aspettano che l iniziativa per la transizione se proprio non evitabile parta dagli specialisti, i quali, però, sembrano non avere precise strategie di azione. Se da un lato, infatti, alcuni operatori hanno affermato di accennare loro per primi alla necessità di una transizione futura, il quadro che emerge dalle interviste a genitori e pazienti è, invece, più desolante: soltanto due genitori (gen. 4 e 7) sostengono di aver parlato con gli operatori sanitari della necessità della transizione. Un altro elemento che si ritiene di dover porre in rilievo, in quanto evidenzia pareri divergenti degli operatori rispetto a quelli dei genitori e dei pazienti, concerne lo stile di gestione comunicativa dei professionisti. Solo uno degli operatori intervistati (op. 12) riconosce nel suo servizio una gestione molto pediatrica, che tende a rivolgersi in primis ai genitori e a considerare il paziente non del tutto autonomo. Tra i genitori, invece, sono almeno quattro (gen. 3, 5, 10, 12) quelli che sostengono esplicitamente di essere loro a fare da tramite tra il personale sanitario e il/la figlio/a («Siamo sempre stati noi a fare da tramite. Cerchiamo di spiegarle le cose in termini più comprensibili per lei») 9 ; la stessa sensazione emerge implicitamente da altri racconti. La percezione è quella che gli operatori siano fedeli, più di quanto non vogliano ammettere, al cosiddetto paradigma pediatrico. Venendo al vissuto dei pazienti, si può affermare che, dall analisi delle interviste, non è emerso così prepotentemente quel desiderio d indipendenza, autonomia e maggior accettazione della transizione che ci si sarebbe attesi. Solo in tre casi sono emersi elementi in questo senso, ad esempio un certo fastidio nel frequentare ancora un ospedale per bambini (paz. 1) e il desiderio di gestire autonomamente la terapia e/o il rapporto con i medici (paz. 7 e 9). Un certo scarto s individua anche tra ciò che percepiscono gli operatori e ciò che affermano i pazienti stessi. Infatti, la metà degli operatori intervistati (op. 1, 2, 3, 8, 10, 12) afferma che gli adolescenti accetterebbero con più facilità il passaggio alla medicina dell adulto, ma quest elemento non viene confermato 8 Tratto dall intervista al genitore n Tratto dall intervista al genitore n

108 Annamaria Perino, Nicole Braida dalle interviste ai pazienti stessi. Gli operatori, invece, sembrano piuttosto consci di quelle che possono essere definite esigenze emotive delle famiglie, in particolare il loro bisogno di essere rassicurate e accompagnate gradualmente nel percorso di transizione. Infatti, anche dalle interviste ai genitori, è emerso che l umanizzazione delle cure è uno degli aspetti maggiormente apprezzati nel rapporto con gli operatori sanitari, quando e se presente. Anche le difficoltà legate alla gestione della malattia cronica e all inadeguatezza delle strutture per i pazienti disabili sembrano essere conosciute dagli operatori. Dalle parole dei genitori emergono ulteriori difficoltà legate, in particolare, a problemi burocratici. Sul ruolo del medico di base, invece, emerge un quadro piuttosto omogeneo: il suo è un ruolo marginale e strumentale; egli non sembra avere funzioni particolari nella gestione della transizione e nella gestione della malattia rara in generale. Infine, vale la pena anche spendere qualche parola sul ruolo del personale infermieristico. Nella letteratura che tratta il tema della transizione, si raccomanda la valorizzazione della figura infermieristica come supporto importante dei pazienti nella transizione (Viner 1999; Norwich Union 2001). Nel corso delle interviste, invece, soltanto due volte sono stati fatti accenni alla figura infermieristica, rispettivamente da un operatore (op. 5) e da un genitore (gen. 3). Ciò che è emerso con forza è, piuttosto, il rapporto esclusivo che si crea tra genitori e specialisti. In genere, quando si domanda ai genitori qual è la figura di riferimento che vorrebbero li accompagnasse nel processo di transizione, viene indicato il medico specialista. Considerazioni conclusive La malattia in generale e i ricoveri in ospedale generano ansia nei bambini e negli adolescenti perché vengono percepiti come minaccia alla propria integrità e autonomia, nonché a quell esigenza di conformismo rispetto al gruppo dei pari, che soprattutto durante l adolescenza è molto importante (Officioso, Griso e Salerno 2005); le cure sono spesso vissute come punizione o ritorsione e possono provocare sentimenti di odio e aggressività nei confronti degli adulti da cui i bambini e i ragazzi dipendono (Filippazzi 1997); il mancato riconoscimento del bambino e dell adolescente come soggetti di diritti può far venir meno l attenzione agli aspetti relazionali, emotivi e affettivi del sistema della cure, affievolendo la dimensiona qualitativa delle stesse (Celesti et alii 2005). Il non considerare la peculiarità della transizione adolescenziale contribuisce ad accentuare i fenomeni citati, essendo la malattia vissuta come un oltraggio al narcisismo adolescenziale e un ostacolo al percorso di emancipazione dagli adulti di riferimento; inoltre, essendo il tempo vissuto in questa fase della vita come transizionale, perché si pone come ponte tra il tempo soggettivo e sincronico dell infanzia e il tempo oggettivo e diacronico dell età adulta (Barbieri 2005), è più difficile per un adolescente rispetto ad un adulto fare i conti con la finitezza e caducità della propria esistenza (Vanni 2005). Tutti aspetti che sono emersi in maniera più o meno nitida dalle parole degli intervistati coinvolti nel percorso di ricerca sopra descritto. Se, da parte degli adolescenti, si evidenzia uno scarso desiderio di indipendenza e, da parte degli adulti (in particolare i genitori), una spiccata tendenza all iperprotezione, pare rendersi necessario un maggiore investimento in direzione della sperimentazione di percorsi che consentano agli adolescenti affetti da malattie rare di sviluppare una graduale tolleranza alle frustrazioni connesse alla malattia e alla cura, nonché una migliore conoscenza e padronanza delle proprie emozioni (Nicotra 2010). Pur nella consapevolezza che i dati raccolti non possono essere generalizzabili ma che devono essere assunti come testimonianza di una positiva esperienza realizzata in una realtà del nostro Paese e finalizzata non solo a conoscere l esistente ma a migliorarlo, nel tirare le somme del percorso descritto, non si può non affermare che la transizione dell adolescente fra il sistema di cura pediatrico e quello adulto risulta essere un momento particolarmente difficile in cui, se il processo non viene facilitato, si rischia di trovarsi di fronte all abbandono delle cure da parte dei pazienti. La mancata attivazione dei percorsi di transizione, infatti, può far sì che gli specialisti delle due aree si possano trovare di fronte a malattie sconosciute e ad utilizzare approcci differenti, causando disorientamento nei pazienti. 108

109 Annamaria Perino, Nicole Braida Ciò che la ricerca sembra suggerire è che sarebbe opportuno lavorare su due fronti: quello della armonizzazione del sistema delle cure e quello della sensibilizzazione di utenti e familiari degli stessi. Gli sforzi per coordinare l assistenza di transizione potrebbero partire dal riconoscimento dei punti deboli del sistema sanitario e incanalarsi nella ricerca di modalità creative per facilitare il miglioramento dello stesso; la transizione potrebbe essere programmata attraverso specifici protocolli clinici ed équipe multidisciplinari, tenendo conto del fatto che la malattia rara tende ad incentivare l infantilizzazione dell utenza e non stimola gli adolescenti a sperimentare percorsi di cura autonomi. Al fine di stimolare l autonomia dei pazienti sarebbe opportuno introdurre percorsi di transizione a un età precisa, preparando pazienti e genitori al distacco dal pediatra. A quest ultimo si chiede, in particolare, di coinvolgere il paziente nel progetto di cura ovviamente tenendo nel dovuto conto sia le caratteristiche generali dell adolescenza, sia le peculiarità di ciascuna persona al fine di destituire gradualmente il genitore dal ruolo di mediatore e di emancipare l adolescente («Siamo sempre stati noi a fare da tramite. Cerchiamo di spiegarle le cose in termini più comprensibili per lei» 10 ; «Sono io a gestire, a fare da tramite tra i medici e lei. Anche perché un estraneo non sa come interpretarla. Cerco anche di migliorare le sue capacità di comunicazione» 11 ). Sarebbe utile agire anche sui modelli e sugli stili comunicativi che connotano il rapporto paziente-medico-famiglia, preparando e preparandosi, dal punto di vista metodologico ed emotivo, alla transizione. Sul piano operativo potrebbe essere utile, ad esempio, predisporre spazi e strumenti adeguati (un lettino più grande, adatto anche alle visite ginecologiche, utilizzare separé per garantire la riservatezza nel momento della vestizione, ecc.) e mettere a disposizione materiale (riviste, musica, ecc.) adeguato all utenza adolescenziale, in modo che sia evidente il diverso trattamento ad essa riservato sia rispetto ai pazienti in età infantile, sia rispetto agli adulti (De Luca 2004). Se dagli aspetti più generali ci si sposta a quelli più specifici, tra i correttivi che la ricerca pare suggerire per migliorare i processi di transizione degli adolescenti dalle cure pediatriche a quelle per adulti, sono da segnalare: - un maggiore investimento sul personale infermieristico che, per le caratteristiche intrinseche alla professione, può fungere da figura di riferimento per la transizione. L infermiere, infatti, è chiamato ad erogare servizi di tipo preventivo, curativo, riabilitativo, palliativo, assumendo decisioni proprie e lavorando in équipe; la relazionalità che esercita con il paziente è di tipo sia tecnico, sia umano, e presenta valenze fortemente educative (Cipolla e Artioli 2003). Funzione educativa che si esplica nel fornire informazioni, nel far sì che il paziente acquisisca piena coscienza della propria condizione e si riesca ad adattare ad essa, nel promuovere il recupero della autonomia individuale, a partire dalla valorizzazione delle capacità residue e delle potenzialità di salute. In questa logica l infermiere potrebbe assumere il ruolo di case manager, chiamato a valutare i bisogni di salute e non solo dell adolescente e della famiglia e a garantire risposte adeguate agli stessi (Giarelli 2003); - un diverso e maggiore coinvolgimento del medico di medicina generale, chiamato a prendere consapevolezza della malattia del suo paziente sia incentivando la comunicazione con esso, sia collaborando e confrontandosi con lo specialista che lo segue; - l identificazione di un luogo specifico destinato alla transitional care, con personale dedicato (medici e infermieri), a cui attribuire compiti di raccolta delle esigenze specifiche dei pazienti e di indirizzo di questi ultimi verso gli specialisti adeguati. In sostanza si tratta di innescare un cambiamento culturale che consenta di prendere coscienza della problematica della transizione (soprattutto in alcuni ambiti di intervento in cui si evidenziano buchi nella gestione dei pazienti adolescenti) e di attivare strategie di innovazione che riescano a conciliare i desiderata e le aspettative dei cittadiniutenti con le possibilità dei servizi. In linea con quanto indicato dalla Società Italiana di Medicina dell Adolescenza (Bertelloni 2010), quindi, sarebbe opportuno agire il cambiamento facendo riferimento a tre dimensioni: a) quella della formazione, nel cui ambito dovrebbe essere potenziata la formazione continua al fine di assicurare competenze omogenee in ambito adolescenziale, su tutto il territorio italiano; b) quella della assistenza, che dovrebbe portare ad articolare il sistema della cure su strutture di primo (servizi territoriali con funzioni di prevenzione ed educazione) e secondo livello (strutture e servizi residenziali e 10 Tratto dall intervista al genitore n Tratto dall intervista al genitore n

110 Annamaria Perino, Nicole Braida semi-residenziali), entrambi orientati ad approcci multidimensionali in grado di dare risposte integrate ai problemi degli adolescenti; c) quella della transizione, che dovrebbe prevedere modalità programmate di passaggio assistite tra i servizi di cura pediatrica e quelli che si occupano degli adulti. Tutte strategie di intervento che fanno leva sul senso di responsabilità e impegno del personale sanitario e sociosanitario, nonché sul ruolo educativo e di guida di genitori e adulti significativi. Riferimenti bibliografici Artesio E. (2009), Editoriale, in Costa G., Cislaghi C., Caranci N. (a cura di), Le disuguaglianze sociali di salute. Problemi di definizione e di misura, «Salute e Società», Anno VIII, n. 1. Barbieri G.L. (2005), Trasformazioni narrative del Sé nell adolescente ammalato, in Vanni F. (a cura di), Adolescenti, corpo e malattia. Ragazzi e ragazze che si ammalano: l esperienza soggettiva e la cura, Milano: Franco Angeli. Battisti F.M., Esposito M. (a cura di) (2008), Cronicità e dimensioni socio-relazionali, «Salute e Società», Anno VII, n. 3. Bertelloni S. (2010), Adolescentologia. Percorsi medici e socio-educativi, Milano: Tecniche Nuove. Bertelloni S., Chiavetta S., Volta C., Garofalo P., Strambi M., Dati E., Bernasconi S. (2008), Novità in medicina dell adolescenza, «Prospettive in Pediatria. Rivista della Società Italiana di Pediatria», Vol. 38, 152: Bertolazzi A. (2004), La ricerca-intervento: una ridefinizione metodologica, in Cipolla C. (a cura di), Manuale di sociologia della salute, vol. II, Milano: Franco Angeli. Blum R.W., Garell D., Hodgman C.H. et al. (1993), Transition from Child-centred to Adult Health-care Systems for Adolescents with Chronic Conditions: A Position Paper of the Society for Adolescent Medicine, «J. Adolesc Health», 14: Bonica L., Cardano M. (a cura di) (2008), Punti di svolta. Analisi del mutamento biografico, Bologna: Il Mulino. Cappellini M. D. (2010), Le sfide della transizione dall età pediatrica all età adulta, Slide del convegno Malattie rare, quattro incontri, Fondazione Ospedale Maggiore Policlinico Mangiagalli e Regina Elena, Milano (15 gennaio). Casoni A. (a cura di) (2008), Adolescenza liquida. Nuove identità e nuove forme di cura, Roma: Edup. Celesti L., Peraldo M., Visconti P. (2005), La Carta dei Diritti del Bambino in Ospedale. Manuale di accreditamento volontario, Torino: Centro Scientifico Editore. Cipolla C., Artioli G. (a cura di) (2003), La professionalità del care infermieristico. Risultati della prima indagine nazionale, Milano: Franco Angeli. Cipolla C. (a cura di) (2004), Manuale di sociologia della salute, vol. II, Milano: Franco Angeli. Cipolla C., Agnoletti V. (a cura di) (2011), La spendibilità della sociologia fra teoria e ricerca, Milano: Franco Angeli. Costa G., Cislaghi C., Caranci N. (a cura di) (2009), Le disuguaglianze sociali di salute. Problemi di definizione e di misura, «Salute e Società», Anno VIII, n. 1. Davies H., Rennick J., Majnemer A. (2011), Transition from Pediatric to Adult Health Care for Young Adults with Neurological Disorders: Parental Perspectives, «Canadian Journal of Neuroscience Nursing», 3(2): De Luca G. (2004), I bilanci di salute dell adolescente, «Rivista Italiana di Medicina dell Adolescenza», Vol. 2, 2, Supplemento 1: De Sanctis V., Farina P., Mazzini F. (2002), L adolescente con malattia cronica: il ruolo dell ospedale, «Il Medico Pediatra. Periodico della Federazione Italiana Medici Pediatri», Vo. 11, 4: Giarelli G. (2003), L educazione terapeutica come partnership tra infermiere e cittadino, in Cipolla C., Artioli G. (a cura di), La professionalità del care infermieristico. Risultati della prima indagine nazionale, Milano: Franco Angeli. Giarelli G., Geyer S. (a cura di) (2006), Prospettive europee sui sistemi sanitari che cambiano, «Salute e Società», Anno V, Supplemento al n

111 Annamaria Perino, Nicole Braida Giarelli G., Venneri E. (2009), Sociologia della salute e della medicina. Manuale per le professioni mediche, sanitarie e sociali, Milano: Franco Angeli. Guala C. (2003), Metodi della ricerca sociale, Roma: Carocci. Lalatta M. (2011), Il progetto regionale PDTA: dalle ipotesi al modello, Slide del convegno, Fondazione IRCCS Ca Granda, Ospedale Maggiore Policlinico, Milano (11 maggio). Lewin K (1972), I conflitti sociali. Saggi di dinamica di gruppo, Milano: Franco Angeli. Mancaniello M.R. (2006), Il trauma dell ospedalizzazione nell infanzia e nell adolescenza: il ruolo della scuola, «Rassegna dell istruzione», n. 4-5, : 59-77, tratto dal sito Nicotra M.G. (2010), La famiglia adolescente oltre la collusione e il conflitto. Il lavoro con le famiglie come parte integrante del lavoro clinico, in Nicotra M.G., D Ambrosio G.M. (a cura di), Il lavoro clinico con gli adolescenti. Prevenzione, cura, conflitti e trasformazioni nelle istituzioni e nei contesti di vita, Milano: Franco Angeli. Nicotra M.G., D Ambrosio G.M. (a cura di) (2010), Il lavoro clinico con gli adolescenti. Prevenzione, cura, conflitti e trasformazioni nelle istituzioni e nei contesti di vita, Milano: Franco Angeli. Norwich Union (2001), The Views of Adolescents and Nurses on the Provision of Healthcare in Hospital, Norwich Union, Retrived from on June Officioso A., Griso G., Salerno M. (2005), Approccio psicologico all adolescente con malattia cronica, «Rivista Italiana di Medicina dell Adolescenza», Vol. 3, 2, Supplemento 1: Perletti L., Lispi L. (2003), L organizzazione dell assistenza per l adolescenza: l ospedale, X Congresso Nazionale, Società Italiana di Medicina dell Adolescenza, Cagliari: Scripta Manent Ed., ottobre: Saggese G., Bertelloni S., Perletti L. (2004), Il ruolo della pediatria italiana nell assistenza medica ed infermieristica agli adolescenti con patologia cronica, «Rivista Italiana di Medicina dell Adolescenza», Vol. 2, 2, Supplemento 1: Saggese G., Bertelloni S. (2000), Politiche sanitarie a favore degli adolescenti, «Rivista Italiana di Pediatria (IJP)», 26: Sawyer S., Blair S., Bowes G. (1997), Chronich Illness in Adolescent: Transfer o Transition to Adult Service?, «J. of Paediatrics and Child Health», 33: Scalp P., Horvarth K., Garwick A. (2009), Preparing for Adulthood: Healthcare Transition Counseling for Youth with Arthritis, «Arthrtis Rheum»», 61: Selicorni A. (2010), Il problema nel problema: la transizione per le persone con ritardo mentale, Slide del convegno Malattie rare, quattro incontri, Fondazione Ospedale Maggiore Policlinico Mangiagalli e Regina Elena, Milano (15 gennaio). Simonelli C. (2000), La formazione alla salute nell età evolutiva: gli adolescenti e il rischio di HIV, «Rivista di sessuologia clinica», VII, 1: 5-15, Milano: Franco Angeli. The Intercollegiate Working Party on Adolescent Health (2003), Bridging the Gaps: Health Care for Adolescents, «Royal College of Paediatrics and Child Health», 1, 39. Tonolo G. (1999), Adolescenza e identità, Bologna: Il Mulino. Vanni F. (2005), Identità e vulnus nella malattia dell adolescente, in F. Vanni (a cura di), Adolescenti, corpo e malattia. Ragazzi e ragazze che si ammalano: l esperienza soggettiva e la cura, Milano: Franco Angeli. Vanni F. (a cura di) (2005), Adolescenti, corpo e malattia. Ragazzi e ragazze che si ammalano: l esperienza soggettiva e la cura, Milano: Franco Angeli. Viner R. M. (1999), Transition from Paediatric to Adult Care. Bridging the Gaps or Passing the Buck?, «Archives of Disease in Childhood», 81: Viner R. M., Barker M. (2005), Young People s Health: The Need for Action, «BMJ», 330:

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113 Giovanna Vicarelli [Salute e sanità come beni comuni] Nel dibattito politico che ha segnato la competizione elettorale degli ultimi mesi e le vicende istituzionali che ne sono seguite, è emerso più volte il tema dei beni comuni. Utilizzato nei programmi di alcuni partiti politici o evocato per designare alleanze presenti o future, i beni comuni sono entrati più volte nel lessico dei mass media italiani, con accenti spesso retorici o del tutto evanescenti. Eppure il tema appare di grande interesse e degno di riflessione, tanto più se riferito ai processi di trasformazione delle attuali configurazioni di benessere dei paesi europei. Peraltro, su questo tema sono stati pubblicati in Italia, negli ultimi anni, una serie di contributi che, da prospettive disciplinari diverse, tentano di coglierne il senso e la profondità. Come scrive Laura Pennacchi (2012) la questione dei beni comuni sta all incrocio di molte problematiche. Dal timore di continue e nuove dissipazioni di risorse alle conseguenze della globalizzazione sregolata, dalla privatizzazione generata dal trentennio neoliberista alla crisi economico-finanziaria, tutto sembra condurre a riflettere sulle minacce che gravano sui beni comuni e al tempo stesso sulle potenzialità di cambiamento in essi insite. Se la retorica e la mistica dei beni comuni, dunque, sono ben presenti nel dibattito di questi ultimi tempi, altrettanto presente è il tentativo di definizione e concettualizzazione che da più versanti si prova a realizzare. Si tratta di una riflessione che trova il primo riferimento culturale nei lavori di Elinor Ostrom che tendono a dimostrare l esistenza concreta di una terza via tra Stato e Mercato, basata cioè sulla gestione cooperativa delle risorse comuni. La Ostrom fa riferimento ad una precisa teoria politica e sociale (Vitale 2010) poiché ritiene che la democrazia sia un grande processo sperimentale da cui deriva una società policentrica, con un governo federalista, in cui le istituzioni facilitano e sostengono l azione collettiva. Secondo la Ostrom (1990) gli uomini sono in grado (e le loro ricerche lo dimostrerebbero) di coordinarsi e di agire in maniera congiunta grazie alla presenza di una risorsa da cui dipendono e che assieme proteggono (risorsa comune). Tale concezione si fonda su una visione delle persone come competenti, portatrici di risorse e non solo di preferenze. Ciò significa che sebbene vi siano contesti in cui è possibile interpretare l azione umana nei termini della teoria neoclassica (di costi e di benefici), nella maggior parte dei casi le scelte pubbliche vengono prese in contesti assai più incerti, in cui gli individui rischiano di sbagliare, ma in cui possono adottare anche strategie cooperative e non necessariamente competitive. La situazione in cui si dispiega l azione umana diviene, dunque, centrale poiché le relazioni sociali avvengono entro uno spazio (un arena) in cui gli individui scambiano beni e servizi in base a regole (istituzioni) precise e robuste poiché debbono essere in grado di mantenerne le caratteristiche di fondo nonostante la fluttuazione di alcune componenti loro o dell ambiente esterno. A partire da questo contesto, ma con posizioni molto differenziate si muove la riflessione europea sui beni comuni tra cui quella sostenuta in Italia da Stefano Rodotà (2013). Questi ritiene che il 2011, grazie al referendum sull acqua, vada considerato come l anno cruciale per il dibattito sui beni comuni (Rodotà 2012a e b). Da quel momento sarebbe un susseguirsi di iniziative concrete e di riflessioni teoriche che pongono al centro dell attenzione l idea che alcuni beni essenziali per la vita dell uomo debbano sfuggire alla logica della proprietà privata, del mercato e del profitto e vadano comunque tutelati dalla legge come beni collettivamente controllati e potenzialmente disponibili per tutti, di interesse di tutti, siano cioè beni comuni. Secondo Rodotà (che cita Benjamin) sarebbe questa una questione alla quale è affidato un passaggio d epoca, poiché si tratta di 113

114 Giovanna Vicarelli percorrere una strada che va al di là della teologia economica e della distinzione pubblico/privato: «Compare scrive Rodotà - una dimensione diversa che ci porta al di là dell individualismo proprietario e della tradizionale gestione pubblica dei beni (...) il punto chiave non è più quello dell appartenenza del bene, ma quello della sua gestione che deve garantire l accesso al bene e vedere la partecipazione dei soggetti interessati. Indisponibili per il mercato, i beni comuni si presentano così come strumento essenziale perché i diritti di cittadinanza, quelli che appartengono a tutti in quanto persone, possano essere effettivamente esercitati» (Rodotà 2012b: 26). Come evidenzia Lucarelli (2013), la riflessione parte dalla considerazione che i beni comuni come categoria giuridica non sono presenti nell ordinamento italiano ad eccezione di alcuni riferimenti in ambito locale e altri di carattere giurisprudenziale. Si tratta, quindi, di una nozione metagiuridica di derivazione economica che necessita di un ancoraggio giuridico sul quale sia Rodotà (2011) che Lucarelli riflettono (si vedano anche i lavori della Commissione per la modifica delle norme del codice civile in materia di beni pubblici presieduta nel 2007 da Rodotà). Secondo Lucarelli, non si è in presenza di un bene demaniale o patrimoniale dello Stato o comunque di un bene riconducibile all istituzione pubblica, ma di una res communis omnium che, al di là del titolo di proprietà, è caratterizzata da una destinazione a fini di utilità generale: «si è in presenza di un bene orientato al raggiungimento della coesione economico-sociale e territoriale e al soddisfacimento di diritti fondamentali» (Lucarelli 2013: 66). In questa prospettiva, il godimento dei beni comuni, secondo una logica fondata sull inclusività, dovrebbe esprimersi attraverso le categorie della fruibilità e accessibilità piuttosto che sulle pratiche proprietarie delle assegnazioni. Anzi scrive Lucarelli se occorre ripartire dalla distinzione tra res in commercio e res extra commercium al fine di rimarcare la distinzione tra beni pubblici e beni comuni, occorre anche distinguere tra homo ecomomicus e homo civicus per dare rilevanza al soggetto titolare dei diritti piuttosto che al soggetto proprietario del bene. In questa prospettiva, le istituzioni pubbliche dovrebbero esercitare quel minimo essenziale di potere al fine di garantire che le comunità di riferimento, le quali accedono al bene per soddisfare loro fasce d utilità, non assumano di fatto nel tempo atteggiamenti escludenti tipici del regime proprietario. Occorre evitare però che nel rispetto delle differenze si realizzino eccessi di localismi e regionalismi, occorre scongiurare l esistenza di tanti governi dei beni comuni che contribuirebbe a frammentare ulteriormente la tutela dei diritti fondamentali. In tal senso Lucarelli auspica un nuovo diritto pubblico che in merito alla gestione dei beni comuni sappia attribuire al soggetto pubblico le opportune responsabilità gestionali e di controllo in una prospettiva di autolimitazione della sovranità e della discrezionalità. Ma quali sono i beni comuni? Secondo Rodotà sono anzitutto quelli essenziali per la sopravvivenza (acqua e cibo) e per garantire eguaglianza e libero sviluppo della personalità (la conoscenza). In tal senso, dunque, vanno inclusi tra i beni comuni la salute, come strumento per garantire eguaglianza e libero sviluppo della personalità, e la sanità, come strumento che rende raggiungibile la salute da parte degli interessati. Per Rodotà, gli intrecci tra vita e beni comuni sono ben evidenziati dal diritto alla salute quando esso si concretizza nel diritto all accesso ai farmaci. Qui persone e stati, soggetti nazionali e internazionali, società farmaceutiche e organizzazioni di cittadini si confrontano continuamente e spesso in modo conflittuale. D altro canto, il diritto alla salute incontra nel campo dei farmaci il diritto alla conoscenza come condizione necessaria per impedire che la salute «sia governata esclusivamente da chi la considera una merce da comprare sul mercato e non un diritto fondamentale della persona» (Rodotà 2013: 127). Segue questa direzione Tullio Seppilli (2010) che rivendica come bene comune tanto la salute quanto la sanità. Rispetto al primo punto, le sempre più estese interconnessioni, anche a livello planetario, non consentono ad alcuno di pensare che la propria salute o quella della propria comunità possa difendersi alla sola scala personale e locale. Per il secondo punto, anche il diritto egualitario di tutti gli uomini alla difesa della propria salute appare, per Seppilli, ampiamente riconosciuto anche se la forbice di diseguaglianza negli ultimi anni si è andata gravemente divaricando, anziché ristringendo, in ogni parte del mondo. D altro canto, la stessa Organizzazione mondiale della sanità, attraverso la Commissione sui determinanti di salute, ha reso pubblico nel 2008 un proprio Rapporto conclusivo in cui viene testualmente dichiarato che accanto alla salute anche «l assistenza sanitaria è da considerare un bene comune e non una merce dipendente dal mercato» (WHO 2008). Questa prospettiva, commisurata alle grandi trasformazioni economiche e socio-culturali degli ultimi trent anni, 114

115 Giovanna Vicarelli comporterebbe, non una astratta difesa del carattere privato o pubblico dei sistemi sanitari, ma una revisione e un deciso superamento delle loro attuali strutture verticistiche con una forte apertura alla soggettività sociale e a nuove forme di discussione, partecipazione e gestione comunitaria dal basso, a partire dalle decisioni sulle scelte strategiche fino alla valutazione concreta dei risultati raggiunti. Nel caso italiano, come scrive Romagnoli (2012), la sanità in quanto bene pubblico (che sarebbe meglio definire a gestione istituzionale, sia essa statale o dei livelli amministrativi regionali o locali) pur essendo in teoria di tutti, viene di fatto gestita attraverso il sistema della rappresentanza e le nomine conseguenti da direttori generali all interno di un modello aziendalistico che consente loro di esercitarne il possesso sostanziale. Ciò coincide sempre più spesso con un non rispetto dell autonomia della comunità e delle scelte da essa operate. Come ricorda ancora Seppilli «la salute come bene comune travalica il significato di un bene esistente e posseduto in comune e si allarga a una definizione di comune in quanto opera che viene via via costruita insieme» (Seppilli 2010: 379). «Si tratta di un compito complesso che comporta la progettazione di un nuovo, più avanzato ed efficace modello di sistema sanitario centrato sulla prevenzione e sul territorio e la costruzione delle relative strutture organizzative e politiche, nuovi equilibri tra le sue diverse componenti e tra il momento delle valutazioni tecniche e quello delle decisioni operative, la sua radicazione nel tessuto delle comunità locali e dei relativi strumenti di informazione e controllo democratico, la individuazione delle necessarie risorse umane e finanziarie e della loro più efficace allocazione. Nonché la messa a punto di adeguati modelli giuridici e di coerenti procedure politico-gestionali. E, certo, progressive e attente sperimentazioni» (Seppilli 2010: 380). Secondo la Pennacchi (2012), la durata e la natura della crisi globale in atto dimostrerebbero l esistenza di una nuova grande trasformazione analoga a quella studiata da Polanyi tra le due guerre mondiali e per ciò bisognosa di un analogo sforzo di produzione di pensiero di cui sarebbero esempio proprio i beni comuni. Nella ricerca di un umanesimo planetario (Morin 2012), occorrerebbe porre su basi analitiche forti la triangolazione pubblicoprivato-comune. In tale direzione, per l autrice occorre evidenziare tre aspetti connessi alla continua rilevanza della mediazione istituzionale, alla persistente importanza del pubblico e alla durevole forza dello Stato o della statualità. Rispetto al primo punto vengono ricordati gli sforzi della stessa Ostrom nel dimostrare come i beni comuni debbano essere governati attraverso modalità istituzionali forti. Ciò toglie significato a tutte le forme di socializzazione e di comunità spontanee richiamate spesso dai governi liberali e conservatori entro logiche di neomedievalismo o rifedualizzazione. D altro lato, la sfera pubblica è stato il motore della modernità e ne resta la sostanza in termini di elaborazione intersoggettiva e di azioni su problemi e beni comuni che va mantenuta anche nella situazione attuale. Infine, è attraverso lo stato e nel welfare state che si è dato riconoscimento pubblico ai fini e ai valori collettivi. Una concezione quest ultima che andrebbe allargata fino a comprendere una molteplicità di attori e di soggetti in una logica di allargamento della partecipazione e della democrazia deliberativa. Quindi la triangolazione pubblico-privato-comune richiederebbe tanto governance quanto governement a livello locale ma soprattutto europeo e mondiale. In tal senso, secondo la Pennacchi, il comune può essere sottratto alla rimozione violenta a cui è stato sottoposto nella modernità, ma anche le dimensioni del pubblico e del privato debbono rinascere a nuova vita. Ne deriverebbe un approccio che darebbe valore tanto alla libertà quanto all eguaglianza e alla fraternità perché «sviluppa un idea di libertà non solo quale attributo individuale ma come impegno sociale, un idea di uguaglianza come uguaglianza delle capacità fondamentali, un idea di solidarietà non come carità ma come responsabilità di tutti gli uomini e le donne gli uni per gli altri e verso la società» (Pennacchi 2012: 164). Un approccio, quindi, in linea con quella «ragionevole follia dei beni comuni» evocata da Cassano già nel

116 Giovanna Vicarelli Riferimenti blibliografici Cassano F. (2004), Homo civicus. La ragionevole follia dei beni comuni, Bari: Dedalo. Lucarelli A. (2013), La democrazia dei beni comuni, Roma-Bari: Laterza. Morin E. (2012), Pensare la complessità. Per un umanesimo planetario, Milano: Mimesis. Ostrom E. (1990), Governing the Commons. The Evolution of Institutions for Collective Action, Cambridge-New York: Cambridge University Press. Pennacchi L. (2012), Filosofia dei beni comuni. Crisi e primato della sfera pubblica, Roma: Donzelli. Rodotà S. (2011), Beni comuni e categorie giuridiche. Una rivisitazione necessaria, in «Questione Giustizia», n. 5: Rodotà S. (2012a), Beni comuni: una strategia globale contro lo human divide, in M.R. Marella (a cura di), Oltre il pubblico e il privato, Verona: Ombre Corte. Rodotà S. (2012b), Il valore dei beni comuni, in «La Repubblica», 5 gennaio: 26. Rodotà S. (2013), Il diritto di avere diritti, Bari: Laterza. Romagnoli C. (2012), Sanità bene comune, in «www.salute Internazionale.info» Seppilli T. (2010), Salute e sanità come beni comuni. Per un nuovo sistema sanitario, in «ESPS» 33(4): Vitale T. (2010), Società locali e governo dei beni comuni: Il Nobel per l economia a Elinor Ostrom, in «Aggiornamenti Sociali», 61(2): WHO (2008), Closing the Gap in a Generation. Health Equity throught Action on the Social Deterninants of Health, Geneva: World Health Organization. 116

117 Temi eliasiani 117

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119 Hermann Korte [Norbert Elias at the University of Leicester] Abstract:The main aim of the paper is to investigate the role and contribution played by Norbert Elias in the early years of the new settled sociology department of Leicester. Starting from the file on Elias kept by the University of Leicester itself - a file that contains Elias application, various testimonials, carbon copies of the letters of the Academic Registrar, as well as originals of Elias s letters - the Author aims to enlarge the renowned information about academic career and everyday life of Elias in the English period, adding a new angle, the bureaucratic one, on this period of his life. Keywords: Norbert Elias, Leicester, Sociology, Biography. 1. In Norbert Elias s autobiographical answers in his interview with Bram van Stolk and Heerma van Voss, there are a number of facts relating to his time in Leicester. To the question «When did you leave London?» Elias replied: «It was in I had been working for some years in adult education. Now, I received two offers of lectureships in sociology, one from Leicester and another one from Leeds. Characteristically, both came from people who were themselves refugees, but younger than I was, so that they had been educated at English universities. I decided in favour of Leicester, where Neustadt, who came from Odessa, had a chair. It was one of the new sociology departments that were being set up in England at that time. I helped to build up the department at Leicester». The file on Elias kept by the University of Leicester made it possible to enlarge on this brief information. I should add that it provides an angle, the bureaucratic one, on this period of his life. The file contains his application, various testimonials, carbon copies of the letters of the Academic Registrar, as well as originals of Elias s letters. 2. In my biographical fragment Norbert Elias in Breslau, published in the Zeitschrift für Soziologie (Korte 1991), I pleaded for a kind of biographical writing that was guided by process sociology. I ended by saying that each place in which Elias had lived and worked for an extended period could be described in terms of a specific interweaving of the histories of society, of his work and of his person. However, the difficult task of writing a biography is approached, it always begins with the sources. In Elias s case the sources include his autobiographical statements and writings, his academic work, his poems, reports by contemporaries and other written material. Sources are indispensable, since, to quote Kossellek, they define what cannot be said. But as a biography does not consist of an enumeration and reproduction of details that are known or have been verified in any case, but in the combining and viewing together of many facts, the real work only begins after the sources have been tapped. The facts, to quote Kossellek once more, are followed by the fiction of the factual. Here, the biographer, or whatever he calls himself, is again thrown back on his own resources. To gain access to and compare the disparate material is difficult enough. Some sources are easily accessible, others are not. Perhaps, I shall one day write a few anecdotes about how, for example, I managed to obtain copies of the records of doctorates awarded by the University of Breslau, although the export of German-language documents from Poland was strictly prohibited at the time. At the moment, I am especially interested in Elias s time in exile, and I am trying to find out as much as 119

120 Hermann Korte possible about it. This involves interviews with acquaintances and contemporaries, but also official sources such as the personal files held by the University of Leicester. One reason why I am concentrating so much on official records is that, in his lecture Der retuschierte Klassiker (The Retouched Classic) at a conference in Kassel some years ago, Dirk Käsler, rightly in my view, ridiculed the situation in which, up to then, hardly anyone had taken the trouble to inspect and evaluate the records of the University of Munich regarding Weber s appointment to the chair previously held by Lujo Brentano. At that time, I promised myself that that would not happen to me, and so I am trying, gradually and systematically, to gain access to all the relevant official files. Last winter I was able to inspect the personal files on Norbert Elias held by the University of Leicester. I am reporting on this source today. They are one piece of documentation for a possible account of the part of his life Elias spent in England. I also refer to a number of passages from letters included among Elias s posthumous papers. I found the names of the referees in the register of letters. I have evaluated the correspondence with these people in relation to Elias s application for a post in Leicester, and his teaching there, and I have selected a number of interesting passages. 3. Lectureship/Assistant Lectureship in Sociology at the University of Leicester had been advertised in May Preference was to be given to applicants «who are qualified in Social Psychology». Elias applied in a letter of 1 June 1954, attaching the application form that had been sent to him, duly filled out. The application reached the University on 3 June. From this application, especially from the entries on the application form, we can add what, to me at least, is new information to the facts already known. First, Elias states that from 1941 to 1944 he was Senior Research Assistant to H.L. Beales at the LSE. And to the question «War services (if any)» he replies: «P.I.D. (Foreign Office) and O.S.S. (USA) Research in German civilian morale». In addition to his work for the Department of Extra-Mural Studies from 1944, Elias mentions two teaching posts: at University College, Leicester, in , and at Bedford College in He does not mention his work for several years at Hillcroft College, although he names Constance Dyson, the Principal of the College at the time, as a referee. Among his publications, a hitherto unknown title came to light: Social Anxieties (Elias 1948), a text said to have appeared in a Bulletin of the Institute for the Scientific Study of Delinquency, at King s College London. I say «said to have appeared» because, despite the help of several librarians and various colleagues in England, I have not so far succeeded in locating a copy or a photocopy of this bulletin 1. We did find the text itself among Elias s posthumous papers, but we have not so far been able to verify the place of publication. As referees Elias lists Morris Ginsberg and Barbara Wootton, in addition to Constance Dyson already mentioned. As Barbara (later Baroness) Wootton was staying on the Continent at that time, and thus was off the map as far as an English provincial university was concerned, Elias had to name a further referee and nominated E. Grebenick, a demographer at LSE. Before the references had come back from the people whom the Academic Registrar had asked for them, two other letters, probably sent at Elias instigation, were received. On 17 May, Gertrude Williams, Reader in Social Economics and Head of the Department of Sociology at Bedford College, wrote to say that Elias had attracted notice, above all, because of his «successful results in degree examinations». And F.G. Brook, Secretary for Tutorial Classes in the Department of Extra-Mural Studies at the University of London, wrote that over the past ten years Elias had given «many sessional classes and a number of Advanced Courses», mainly in Psychology, but also in economics, social philosophy and sociology. Then, the various references came in. They are very similar in tenor, indicating that the evaluation of Elias by people he knew at English universities was relatively uniform. The comments on him were always very laudatory. I shall briefly cite a few highlights from these references. Barbara Wootton, who had finally been contacted after all and who sent in her reference somewhat late on 22 June, commented: «He is definitely more flexible and more empirically minded than the typical German philosophical sociologist»; and the economist Beales of LSE wrote: «He has never lost faith in the work to which he has devoted his high talents, in spite of discouragements which would have overwhelmed a less tenacious 1 A copy was retrieved from the King s College archives in 2004, and republished in Elias (2009). 120

121 Hermann Korte and effective personality». And, finally, the testimonial from Ginsberg: «Dr. Norbert Elias I have known for many years and have read his books and papers. He is extraordinarily well read in sociological and psychological literature. He is an extremely good teacher and would without doubt be a very effective and helpful colleague». However, Leicester University had also asked Ginsberg for a comparative report, in relation to other applicants. For it was not the case that the post had been advertised for Elias alone, i.e. that someone who knew him there had obtained the job for him. There were several serious applicants, among them Dr. S. Andrzejewski and Dr. Paul Halmos, who both later had tenure at English universities. So it was a question of the order in which Ginsberg would place the applicants. The decisive sentence in his report is: «If I had to place them in order I think I would place Dr. Elias first». So Elias was invited to Leicester for introductory meetings as early as 11 June. On 24 June, the Academic Registrar informed him that the University Council had selected him for a Lectureship Grade II. In the copy of the minutes of the meeting included in the personal file the name Elias is marked with a cross, with the note: 800. On 26 June, Elias wrote that he accepted the post and would be able to start on 1 October A position as Lecturer Grade II was the lowest rung of the ladder, and the further contents of the personal file concern the promotions Elias received. Two years later, in 1956, he was promoted to Lecturer Grade I. It is undoubtedly not without interest that this happened after Prof. A.G. Pool of the Department of Economics and Commerce, and not the Department of Sociology, had written, in reply to a request from the Registrar: «Dr. Elias s teaching has been highly satisfactory and stimulating. He has the full responsibility for the courses in Psychology taken by Part I and Part II students and he assists Dr. Neustadt in the more general courses in Sociology». Another two years later, Neustadt, then still a senior lecturer and not yet professor, submitted a letter in which he proposed that Elias be promoted to Reader, «in view of his standing as a scholar, his work for the university and finally of his age». In the file the last part of this justification, «finally of his age» has been marked with a wavy line by the person examining the proposal, since this was not a reason based on academic qualifications. Now, external references were once again obtained. The proposed transition from Lecturer to Reader clearly also had to do with the question whether a person would fit in well in a faculty. For the reports that came back were more concerned with Elias s personality than with his academic qualifications. Thus, on 13 March 1959, T.H. Marshall, Cambridge, wrote: «That he is a charming person you know very well. He is also learned and has a subtle and distinguished mind. In many ways, perhaps, it is a little too subtle, as was that of Karl Mannheim». But it was his view that, in comparison with two Readers known to him at LSE, Elias would be entirely acceptable as a Reader at Leicester. And on 15 March once again, everything was happening very quickly an answer came from Morris Ginsberg, who wrote: «What he has written reveals a sensitive and cultivated mind. [...] On the personal side I have known him since his arrival here as a refugee and have always found him friendly and likable». Nothing, therefore, stood in the way of the promotion, and from 1 October 1959 Elias was made a Reader with an annual salary of By this time, Elias was sixty-two, and according to the university rules he had to retire at sixty-five. To prevent this, on 31 October 1961, Neustadt, now Professor, wrote a four-page letter to the Vice-Chancellor, with a request and an application to extend Elias s contract by five years. This four-page letter is of great interest, I think, for the history both of sociology in England and of the Department at Leicester. I can only recommend my English colleagues to look into the Department s files to find this letter, as it describes not only Elias s contribution to the building up of the Department of Sociology, but also the structures which Neustadt and Elias gave the new Department in terms of the curriculum. Neustadt justifies his application for a five-year extension of the contract, firstly, by the quality of Elias s teaching: «relatively new lines in teaching and degree, a pioneering effort in this field». The second argument emphasises Elias s personal importance for the internal structure of the Department. To sum up, it was necessary 121

122 Hermann Korte to secure five more years for Elias so that he did not accept other offers. The application was only partly successful. On 2 January 1962, the Academic Registrar wrote that, according to Section 32 of the University statutes, Elias should really retire on 30 September 1962, but that the Senate had decided «to offer you a special post in the department for the session ». Elias thanked the University for this offer in a letter of 15 January, and said he would let it have his decision within two weeks, as he had two other possibilities to consider. These two weeks turned into more than two months. Finally, on 22 March 1962, he wrote: «I have decided to accept the chair in Sociology at the University of Ghana». What is interesting in this letter is not only the notification it contains, but the fact that Elias was writing for the first time on the large notepaper of the Department. Up to then he had always chosen the smallest format. I have the impression that his handwritten messages to the administration, or letters of thanks for any salary increases, were deliberately kept small. But here someone is writing who is almost ostentatiously aware of his standing in the university hierarchy. Having reached the status of professor, he now writes a very official letter with what is clearly a good typewriter on the Department s large notepaper, without any typing errors and in a very self-confident style. He thanks the University very graciously for the offer of a one-year extension and also and this is a very fine passage in the letter for the welcome he has received at the University of Leicester, «for someone like myself who has no other home». And at the end of the letter he writes: «I m not a particularly demonstrative person but I have appreciated both very much». The Registrar then thanks Elias no less courteously for the letter and writes that the Establishment Board and the Senate would undoubtedly be deeply impressed: «I m sure that they, like myself, will appreciate very much the terms in which you have written». Thus, Elias finally became a professor, which was the position he had longed for since school and which seemed unreachable after going into exile. Professor Elias has clearly been graciously received in the upper echelons of the English university hierarchy, and one might think that this brings to an end at least the bureaucratic part of the history of Elias at Leicester. But there was an epilogue which, in my opinion, is revealing. 6. Thirteen years after this polite exchange of letters, the Registrar wrote to enquire whether the entry: «Prof.» Norbert Elias in the «University Calendar» was in order. He adds the following, and one senses a certain doubt between the lines: «it may be that the University of Ghana conferred on you the title of Emeritus Professor. If so, the current entry in the calendar is accurate; if not, you understand that it is necessary to amend the entry to Dr. N. Elias». By return, a week later, Elias wrote back that he could fully understand the difficulty, but that «it is my old German University of Frankfurt which has conferred on me the title Emeritus Professor». From then on, the file contains only notifications of increases in the university pension and corresponding letters from Elias in which he confirms his residence abroad. The file closes with a note by the Department saying that he had died on 1 August Translated into English by Edmund Jephcott References Elias N. (1948), Social Anxieties, in «Members Bulletin», 3, pp. 2-3; republished in Id., Essays III: On Sociology and the Humanities, Dublin: UCD Press, 2009, pp Elias N. (2009), Essays III: On Sociology and the Humanities, Dublin: UCD Press. Korte H. (1991), Norbert Elias in Breslau: ein biographisches Fragment, in «Zeitschrift für Soziologie», 20(1), pp

123 Marc Joly [Norbert Elias s Networks in the British Intellectual Field Before His Appointment in Leicester ( ) 1 ] Abstract: An examination of Norbert Elias as classical sociologist or one of the world s leading social thinkers means thinking about three elements of his academic path: 1) the time he needed to get his first academic post in Britain; 2)the constitution of a long-term and extended group of followers in Leicester; 3) the delay in translating his main works in English. This paper will concentrate on the first point, intending to identify the academic and para-academic webs Norbert Elias relied on to gain support for his many applications to posts as Staff Tutor and Lecturer before he was appointed in Leicester in Keywords: Norbert Elias, Leicester; Biography, University career. Norbert Elias is nowadays considered a classical sociologist, or one of the world s leading social thinkers. A posteriori, three elements of Norbert Elias s academic path may come as a surprise: First is the time he needed to get his first academic post in Britain: it took him nearly twenty years; Second is the fact that he did not really collect a following in Leicester apart from the branch of sports sociology brilliantly developed by Eric Dunning; Third and last, only in was his book on the civilising process translated into English. In this paper, I will concentrate on the first point. My aim is to identify the academic and para-academic webs Norbert Elias relied on to gain support for his many applications to posts as Staff Tutor and Lecturer before he was appointed in Leicester in The results I present today are provisional ones. The sources I used are files from the archives of Norbert Elias, Barbara Wootton, W.J.H. Sprott, Morris Ginsberg, The University of London, The University of Leicester and the London School of Economics and Political Science (LSE). I will start by making a distinction between different kinds of networks in which Elias was integrated until In reality, these networks were themselves largely interconnected; but I will present them separately to clarify my purpose. I will then give some elements of an answer to the question of why Elias was only appointed as a simple lecturer at the age of Firstly, it is quite well known that Elias participated to the foundation of the Group Analytic Society in 1952, along with the psychoanalyst S. H. Foulkes (another German Jew who was a refugee from Frankfurt, but who was much more integrated than Elias into British society). I think it is important to say that Elias, at this time, 1 BSA Conference, London 6-8 April

124 Marc Joly had profiles both as a sociologist and as a social psychologist. He cultivated a kind of dual academic membership. This fact is less well known. Between 1948 and 1954, Elias applied several times for posts of Staff Tutor or Lecturer in psychology and social psychology. 2 In his references, Morris Ginsberg could write, for example, that Elias «has a wide knowledge both of Sociology and of Social Psychology» 3. And S.H. Foulkes was particularly in position to speak in praise of his competence as a «psychologist trained on academic lines, who is at the same time fully conversant with recent developments in social psychology and the social sciences» 4. Incidentally, it is not a coincidence or a mere anecdote that Elias wrote to his parents, in the last letter he was able to send to them in January 1941: «On the whole, I can say, that it was a good thing that I have chosen sociology and psychology as my profession» 5. In 1950, Elias offered David Glass his services to write book reviews for the British Journal of Sociology and stated interestingly that his «main field [was] Social Psychology»: «I am particularly interested in changes in group relations, attitudes etc., in problems of class consciousness or national consciousness and, generally, in the social and psychological aspects of the civilising process» 6. According to Halsey (2004: 77), Glass was «the dominating figure in British sociology in the 1950s». At the LSE, he was a strong partisan of quantitative research into the social structure of Britain, and a kind of pure empiricist demographer-sociologist who was very influential. We can easily imagine that Norbert Elias felt there was a gap between this conception of sociology and his own, and that he preferred to call himself a social psychologist. This also reveals a social structure that was not in his favour. But the fact he offered his services to a new journal of sociology created by the new British Sociological Association quite clearly shows his intention to discreetly make a name for himself as a social psychologist or as a psycho-sociologist in a way in the rather undefined British sociological field. Donald MacRae answered him in David Glass s name: «We should be glad to have your help and I would be interested if you would suggest suitable titles for our acquisition and your review as they appear» 7. But no book review from Elias seems to have been published in the British Journal of Sociology. 2. Between 1944 and 1954, Elias gave extra-mural classes. Very little is known about his teaching activity in adult education. He mainly taught Social Psychology. He could not give a sociology course before 1952 within the framework of the Workers Educational Association (WEA) because there were not enough students. Moreover, it seems that it was much easier for him to talk about his work on the civilising process in his social psychology courses rather than in his sociology ones. It would also be possible to show that his teaching activity in adult education allowed him to radicalise his thought and simplify his writing (Joly 2012). But what is more important is that in the adult education system Elias found very important supports for gaining a post at University. The managers of the Department of Extra-Mural Studies at University of London generously agreed to give their names for references in his applications for academic posts. They were in a position that allowed them to comment on the work he had done as lecturer and tutor for the Department of Extra-Mural Studies and they spoke of him in the most laudatory terms: about his successes as a teacher, his very good contacts with students and colleagues, his striking ability to prepare students for examinations. One of them was for example Harold Shearman, who was an Academic Advisor for Tutorial Classes of the Extra-Mural Department of the University of London and a very much respected author of several books on adult education. 2 Deutsches Literaturarchiv, Marbach am Neckar (DLA), Elias, I, 139, letter from N. Elias to A. McPhee, 26 October LSEL-AD, Ginsberg, E 1/29, letter from M. Ginsberg to V. Knowles, 5 April Wellcome Library. NRA PP/SHF/B12, letter from S.H. Foulkes to F.G. Brooke, 15 May DLA, Elias, I, 35, letter from N. Elias to S. and H. Elias, 6 January DLA, Elias, I, 36, letter from N. Elias to D. Glass, 19 March DLA, Elias, I, 42, letter from D. Mac Rae to N. Elias, 28 March

125 Marc Joly 3. In the academic sub-field of sociology, Elias had connections to four powerful people, although none of them occupied as central a position as for example David Glass. These scholars were Morris Ginsberg, Barbara Wootton, W.J.H. Sprott and Francis D. Klingender. From many angles, and each in their own way, these four sociologists were established outsiders or they were in a way established who were outsiders in spirit. Ginsberg, of course, was the most famous of them, as a founder of British sociology and as heir of L.T. Hobhouse. He was the Head of the Department of Sociology at the LSE. But, according to Halsey, he gave no encouragement to the LSE students who, in the early 1950s, had the ambition of embarking upon a professional career in sociology (Joe Banks, Olive Banks, Percy Cohen, David Lockwood, Basil Bernstein, Ralf Dahrendorf, A.H. Halsey, among others). Their mentors were Glass and Edward Shils. Karl Popper was also very influential through his critics of historicism. It is certain that Elias had difficult relations with Ginsberg, who had helped him on his arrival in Britain and during the war. The problem lays in the fact that Elias was a former assistant of Karl Mannheim. In a way, he was the collateral victim of the so-called Mannheim-Ginsberg problem. In 1954, Elias wrote again to one of his friends: «Ginsberg I am sure has a great deal of good will for me. But as you perhaps know he can never really forget that I have been Mannheim s assistant and I have had quite a number of setbacks on that account» 8. Ginsberg contented himself with writing references for Elias. This was useful of course, but Elias, without doubt, must have hoped that Ginsberg would have helped him to integrate the LSE. It is no less certain that Elias perceived very well that Ginsberg s Hobhousian conception of sociology was devalued in the 1950s. The case of Barbara Wootton ( ) is different. She was an important figure in British Sociology, not only in the inter-war period, but also after the war. More precisely, she was «an outstandingly vigorous public figure» close to the Labour Party and «an acknowledged expert in criminology, penology and social work» (Halsey 2004: 64). She had worked for the Labour Party and the Trades Union Conference before managing the Morley College for Workers in the 1920s (Wootton 1967). Between 1944 and 1952, as a Reader in Sociology, she had led the Department of Sociology, Social Studies and Economics at Bedford College for Women. In 1952, she obtained a Nuffield Foundation Research Fellowship 9. She had failed to penetrate the doors of the LSE (T.H. Marshall had been preferred to her). But she possessed a very extensive social capital. She allowed Elias to use her name as a referee for applications for internal teaching posts, and she invited him to teach Theories and Methods of Sociology at Bedford College in There is no doubt that she was a strong and influential support. As far as I know, W.J.H. Sprott ( ) never wrote a reference for Elias. But he was an important contact for him in the British sociological sub-field. He was a member of the Society of the Apostles and a «really excellent» 10 translator of Freud. Sprott held chairs in philosophy and in psychology in Nottingham. According to A.H. Halsey, «he was the first English sociologist to offer an informed, critical, and sympathetic view both of European writing in the grand manner and of the sophisticated functionalism of the American R.K. Merton» (Halsey 2004: 27). Therefore for Halsey he could be considered «a genial and articulate link» purely virtual nevertheless «between the older founders of sociology in Britain, such as Hobhouse and Ginsberg, and the new professionals in the aftermath of the Second World War» (ibidem: 203). Ginsberg would have liked to recruit him to the LSE after Mannheim s death 11. Anyway, Sprott was very interested in publishing a translation of Über den Prozess der Zivilisation (Elias 1939) in his series International Library of Sociology and Social Reconstruction 12. This series had been created by Karl Mannheim, and it is curious that Mannheim never seems to have proposed to help Elias in this matter of the translation. We do not even know ever whether Elias asked Mannheim for support. But nothing could be done in 1952, despite a good report by Sprott 13 who knew the civilising book well and the first volume of which he had quoted in one of his books (Sprott 1954). We also know that Sprott read Problems of 8 DLA, Elias, I, 49, letter from N. Elias to Kurt, 15 mars GCPP Wootton 2/1, Bedford College, Bedford News: The newspaper of Bedford College, 3 February According to Ernest Jones, who added: «A very unusual experience for me» (Archive Centre, King s College, Cambridge. WJHS- 052-Jones, letter from E. Jones to W.J.H. Sprott, 9 July 1931). 11 Archive Centre, King s College, Cambridge. WJHS-035-Ginsberg, letter from M. Ginsberg to W.J.H. Sprott, 4 December DLA, Elias, I, 48, letter from W.J.S. Sprott to N. Elias, 23 April DLA, Elias, I, 48, letter from W. J. S. Sprott to N. Elias, 16 June

126 Marc Joly involvement and detachment (Elias 1956), and sent him his comments on this paper. Last, Francis D. Klingender ( ) was a «sociologist of industrial life as such as a historian of art» (Fabiani 1978: 21). He was Lecturer at University College of Hull. But his controversial Marxism and his premature death prevented his work being judged at its true worth. He invited Elias to teach sociology in Hull in 1952, and was one of his referees for a lectureship in sociology at Exeter. But Elias could above all count on the support of his friend Ilya Neustadt ( ), a Jewish refugee like him, whom he had met at the LSE. Neustadt had written a thesis on the social structure of Belgian society, under the supervision of Morris Ginsberg. He had worked as an assistant in the LSE Library. In 1949, he gained a post as Lecturer in Sociology in the Economics Department of Leicester University College. Thanks to him, Elias had been invited to teach Social Psychology at Leicester in I think but I am not sure that Neustadt did all that was possible so that preference was given to applicants who were qualified in Social Psychology for the post of Lecturer in Sociology at which Elias was appointed in All in all, we can see that Norbert Elias had various supports in British sociology, but outside the dominant streams. I would also like to stress the fact that the support given to Elias from the academic world (Wootton, Ginsberg) as well as from the para-academic world (from managers of the Workers Educational Association and from the Department of Extra-Mural Studies of the University of London) were all more or less connected to the Labour Party. Also if we look at the specific network of Jewish human scientists who took refuge in Britain, we realise that many of them were or had been members of socialist movements (Neu Beginnen, for example). I would like to give just one example to show this relation. While the psychoanalyst S.H. Foulkes and the Labour MP Patrick Gordon-Walker, who was a fervent reader of Über den Prozess der Zivilisation and tried to have it published in English, have apparently very little in common, Elias s correspondence shows that he met Gordon- Walker at Foulkes s house. 5. In this paper, I have only given an outline of Elias s networks in the British intellectual field of the 1940s and 1950s. I have also given no more than a sketchy reconstruction of an extremely polarised field after World War II. The debates concerned the legitimacy of state control, of the Welfare State, of planning. For example, in her famous book Freedom Under Planning, Barbara Wootton (1945) had refuted the arguments developed in The Road to Serfdom by Hayek (1944). All in all, it is not very difficult to understand why Elias obtained an academic post only in For financial reasons, Universities or University Colleges preferred to appoint Assistant Lecturers rather than an experienced candidate like him. What is more, LSE graduates were privileged (Elias was for example beaten in Leicester in 1952 by Joe Banks, who was aged 32). We should also note that he was appointed after other Jewish refugees who had been younger when arriving in Britain, and had therefore been able to go on with studying in Britain or to go back to university in Britain. In fact, we then realise how much Elias s age was a disadvantage to him in comparison to younger refugees who were able to gain a degree from the LSE (like Ilya Neustadt) and to older ones who already had a strong institutional position before exile (like Karl Mannheim). Elias was therefore in a situation that was objectively unfavourable, and he did feel it beforehand. A few months before he was appointed in Leicester he asserted that he had «terribly mismanaged [his] chances for an academic career and had got [him]self, in that respect, so to say in a blind alley»: «That sounds like a tale of woe», he added. Nevertheless, he said he was perfectly happy «apart from the fact that I still feel the right place for me is an internal teaching job» 15. But he never really tried to analyse these objective obstacles from a sociological point of view, through a reflexive exercise as Pierre Bourdieu theorised it. My hypothesis is that, from childhood and 14 DLA, Elias, I, 193. University College of Leicester. Lectureship/Assistant Lectureship in Sociology. Ilya Neustadt had been promoted to Senior Lecturer in August See University of Leicester Archives ULA/P/AR32, University College Leicester Report , p DLA, Elias, I, 49, letter from N. Elias to K., 15 March

127 Marc Joly for reasons only psychoanalysis would be able to elucidate he had a capacity of detachment and self-control that were strong enough to endure life s strong adversities. I would like to quote a letter that Elias who had just been awarded a Readership wrote on 5 August 1959 to Tom Bottomore, who had also just been appointed as a Reader: My dear Tom, I was delighted to hear that you got your Readership. Let me congratulate you. It is long overdue. [ ] I also hope that the traces of bitterness which you quite rightly felt will gradually vanish. If they come from time to time, think of me. Where would I be, if I had the bitterness which I often felt, let gain power over me. If I may for once say it, it is not less sad for me to be at my age still a Reader and a very young [that is, recently appointed] Reader at that, at a small University because the Nazis drove me from the country where I was born. So you see I have never ceased to be grateful for what I got In conclusion, I should like to say a word on the way Elias saw the range of opportunities (in Bourdieu s words, the space of possibles ) in British sociology after his appointment in Leicester. He was proud to have succeeded, with Ilya Neustadt, in very quickly building up the second largest Department of Sociology in Britain. It is interesting to note that in 1958 he wanted to invite to Leicester some sociologists to discuss in a small group the situation of teaching and research in sociology in the country. The main objective of this meeting was to decide a common plan of action in favour of sociology: «It is my firm conviction that a country which remains backward in the development of this field will be unable to hold its own in relation to others no less than a country which remains backward in the development of the natural sciences» 17. This call was addressed to a younger generation of sociologists: Jean Floud, Tom Bottomore, Ernest Gellner, Asher Tropp, David Lockwood, Joe Banks, Bryan Wilson, Donald MacRae. Except for T.H. Marshall, whom he knew very little, Norbert Elias felt that he had nothing in common with his own generation in Britain (that is people like Wootton or Sprott). But it seems to me that he also felt that he was put at an unfair disadvantage compared with the new generation in gaining a chair. That is the reason why, as an older man, he thought that he could «make a good rallying point for the discussion and plans of a small cercle [sic]» 18. The idea was obviously to introduce some kind of solidarity and the feeling of a common task in a competitive situation that produced a pernicious individualism. But the meeting that Elias (and Neustadt) had wished for never took place DLA, Elias, I, 33, letter from N. Elias to T. Bottomore, 5 August DLA, Elias, I, 33, letter from N. Elias to T. Bottomore, n.d. [1957-8]. 18 DLA, Elias, I, 33, letter from N. Elias to T. Bottomore, n.d. [1957-8]. 19 DLA, Elias, I, 42, letter from N. Elias to D. MacRae; 10 May

128 Marc Joly References Elias N. (1939), Über den Prozess der Zivilisation, Basel: Haus zum Falken. Elias N. (1956), Problems of Involvement and Detachment, in «British Journal of Sociology», 7(3), pp Fabiani J.-L. (1978), Introduction à l œuvre de Francis D. Klingender, in «Actes de la recherche en sciences sociales», 23(1), pp Halsey A.H. (2004), A History of Sociology in Britain: Science, Literature, and Society, Oxford: Oxford University Press. Hayek F.A. (1944), The Road to Serfdom, London: Routledge. Joly M. (2012), Devenir Norbert Elias. Histoire croisée d un processus de reconnaissance scientifique: la réception française, Paris: Fayard. Sprott W.J.H. (1954), Science and Social Action: Josiah Mason Lectures Delivered at the University of Birmingham, London: Watts & Co. Wootton B. (1945), Freedom Under Planning, Chapel Hill: The University of Carolina Press. Wootton B. (1967), In a World I Never Made: Autobiographical Reflections, London: Allen & Unwin. 128

129 Søren Nagbøl [Elias and Freud on Childhood Socialisation] Abstract: This paper offers an explanation as to why it is important for process sociology to re-read Freud s psychoanalysis and theory of culture in the light of Norbert Elias s theory of civilisation. We need Freud s insights into the raising of children for a process sociology that is a part of the confrontation with Freud s individualistic theory of culture and social understanding. For process sociology, it is important to be attentive to psychoanalytical experiences that can demonstrate that human beings are (in) a process in which they grow from childhood into the Society of Individuals. Keywords: Childhood, Socialisation, Process sociology, Psychoanalysis, Neuroscience. Introduction The last time I met with Norbert Elias was in Amsterdam in the spring of We had agreed on the telephone that I should arrive at 9:00 p.m. That was when Elias s work day ended. I was welcomed by Elias s secretary. There was a pleasant atmosphere in the apartment. Elias was standing, supported by a cane, in the dining room, which was used as a study, to greet me. He smiled cordially and asked: «How was the trip? Have you found a place to stay?». «Yes, Søren, I ve gotten old, I m in my 92 nd year. I m almost blind, hear poorly, and walk with difficulty, but I ve made it to page 120 in a book about Freud s view of society». Elias grinned with his whole face, as he addressed his assistant, saying: «Isn t that right?». The assistant looked up and answered: «Page 121». I asked whether he wanted to dictate more. «No», replied Elias, «let s go into the next room. I m interested in hearing what you have to say». Elias s whole appearance and manner of dealing with students, and the way he communicated knowledge in , when he lectured and held symposia at the Johann Wolfgang Goethe-Universität Frankfurt am Main, was marked by the milieu of which he was a part in the 30s in Frankfurt. He told me then that, in Frankfurt, when he was an assistant to Karl Mannheim in the 30s, people had a special way of dealing with colleagues and students, which was characterised by a close connection between the citizens of Frankfurt, the university, the Institut für Sozialforschung and the Sigmund Freud Institute, whose research and experiences were integrated into the curriculum of the university. It was a university tradition in which young people with a Jewish background had for the first time relatively free rein at a university. It was also the first time that psychoanalysis, its theory and practice, were recognised in a university regime (Nagbøl 2012). See also Ilse Seglow s and Gisela Freund s contribution in Gleichmann et alii (1977). It had great influence on the tradition that was later designated the Frankfurt School. From the beginning, Elias went his own way with works such as Der höfische Mensch (unpublished habilitation 129

130 Søren Nagbøl from , but published in 1968 as Die höfische Gesellschaft) and his magnum opus Über den Prozeß der Zivilisation. Soziogenetische und psychogenetische Untersuchungen, Vol. 1 and 2 (1936 and 1939). But it cannot be ignored that a great source of inspiration for his ability to create this work was Freud s research. Elias puts it this way in a note in Über den Prozeß: In this connection it scarcely needs to be said, but is perhaps worth emphasizing explicitly, how much this study owes to the discoveries of Freud and the psychoanalytical school. The connections are obvious to anyone acquainted with psychoanalytical writings, and it did not seem necessary to point them out in particular instances, especially because this could not have been done without lengthy qualifications. Nor have the not inconsiderable differences between the whole approach of Freud and that adopted in this study been stressed explicitly, particularly as the two could perhaps after some discussion be made to agree without undue difficulty. It seemed more important to build a particular intellectual perspective as clearly as possible, without digressing into disputes at every turn (Elias 1994). Norbert Elias s fascination with Freud research continued for the rest of his life. This is even true after his own magnum opus had become a sociological classic. He treated Freud s groundbreaking research with respectful criticism. It is Elias s continued reading and revision of Freud, seen in the light of his theory of civilisation and process sociology, that will be articulated here in the light of recent research on the relationship between psychoanalysis, neurophysiology, socialisation, educational theory, and sociology. After Elias s death, his Nachlaß was collected at the Schiller National Museum and German Literature Archive, Marbach am Neckar. Here and in Norbert Elias s Gesammelte Schriften, I have pursued Elias s revision of Freud s works. In an unpublished manuscript from 15 October 1986, Elias wrote: There are sociologists and other social scientist who reject or neglect Freud s work in toto. I think that can no longer be done. The right way to assess the work of a great social scientist such as Freud for that matter, of Marx is that of opening discussions with the aim of achieving a balanced consensus as to which aspects of their work can be recognized as a scientific advance and embodied into the general fund of knowledge of the scientific disciplines concerned, which aspects are still doubtful and which may be left to libraries of oblivion. In the unpublished manuscripts, Elias points to a number of relationships and themes that are important to take seriously in order to rescue the groundbreaking and innovative knowledge that Freud s research has unearthed. This is the case with respect to individual development from infant to toddler, etc. all the phases of childhood through which, Freud has demonstrated, children live in the society they grow up in. According to Elias, the early development of human beings cannot be investigated enough. It is a matter of exploring different social units and the special functions in the upbringing of human beings that make it possible for the species to survive. In a series of repeated formulations in the aforementioned fragments of unpublished manuscripts from 1986, Elias emphasizes that we are dealing with research that, with empirical evidence, can and should develop knowledge in this vacuum, where we lack knowledge of the connection between inherited potential and the social processes and how they have an effect on the development of children. In this respect, the ball that Freud started rolling stopped too early. There is thus much need for closer investigations of the linkages between hereditary and non-hereditary processes in children. In many respects, the ball set rolling by Freud has been stopped too early. I have already indicated one of the main reasons: Freud s theory is too much regarded as a theory which helps to explain und thus contributes to the cure of certain types of mental difficulties and illnesses. It has remained too strictly the preserve of a professional branch of medical practitioners. It had not yet been received as an empirically founded theory, indicating how a person develops from being a largely animalic little creature into a fully functioning human being. It is not yet widely seen as a general theory, which begins to fill a gap in our animalic characteristics from birth and death, linking them to their more fully animalic ancestors, other characteristics which though biologically founded are not to be found in any animal and are uniquely human. The gap in our knowledge of the evolutionary stages over the course of which the human species develops from a non-human species is still very great and need not concern us here. But the Freudian theory is important, because it shows for the first time clearly and at the level of a theoretical synthesis the very animalic condition in which human beings are born and some of the mayor steps of the 130

131 Søren Nagbøl humanisation of the animal. With this said, Elias remonstrates Freud s egocentric human picture. Elias calls attention to the fact that, in his research and concept formation, Freud does not look over his own shoulder as a member of a society. He is not able to understand and categorise from the individual to the group. Elias argues that, through a critique of Freud s view of the individual, we can bring the knowledge Freud has unearthed into line with applicable social science standards. Freud s social blindness leads to a thesis of a primordial father and, thereby, the myth that human history can be traced back to a progenitor. These fantasies about the aboriginal take the upper hand in Freud. Guilt becomes something inherited, as though it were a biologically archaic, eternally valid thing. It lives on in Freud s works as a natural repression, whose validity is hypostasised beyond the history of humankind. A categorical mistake that has great significance for Freud s cultural pessimism. The meaning of myth is grounded in legend and cultural historical materials, phenomena and tales, which are emptied of social motive. Biological potential becomes biological constant and not the product of a long-term process of development. Focusing to such a high degree on sexuality and inherited guilt provides a mistaken picture of human reconstruction. Sexual emotions are pinned to myth. Even though sexuality in a broad sense has a prominent role in human neurotic life, if we step out of the eternal Oedipal triangle with father and mother in the primary roles, there are other layers in the model of human instincts that can be traced to the differentiated learning processes that take place in different social settings. In other words, this is to say that we cannot be content with instinctual impulses that are immediately directed towards hunger and sex. It is also a matter of observing and understanding instinctual functions in countless forms of emotional control, self-restraint and the modification of self and others in the societies in which we grow up and become older. Thus, the function the modelling of instinctual drives has in different societies may be seen, as well as the affiliated mutually dependent processes that place different demands and challenges on the child s developmental perspective (Bernfeld 1925). Freud overlooks this perspective. Elias puts it in an interview from 1987 in which he looks back on his works dealing with the theory of civilisation and sociology in this way: The fundamental thesis from which I start is that people are naturally determined to live together with other people. People by nature have a potential for controlling and shaping instinctual impulses. But this potential can only be activated and developed through learning processes. Learning civilized behaviour and conventions is a human universal. There is no society in which young people do not learn to control and master their drives and emotions. How this process can take place without a renunciation of desire is one of the most important tasks we must learn (Homering 1999: 28) 1. Thus, we must explore how the individual learns the codes, customs and norms that make it possible for the individual to function in various social constellations. This opens up an understanding for how social individualisation takes place and what it means for experience, self-regulation, control of instinctual impulses, and sensory social conventions in the contexts that are at play in society, in which an increasing differentiation and complexity are a reality. Human conduct and activities should not be governed by myths and prejudices but information and knowledge of how one behaves in the society in which one grows up. In this context, it is a matter becoming familiar, through sufficient empathy and distance, with the balances of power and civilisation standards that are dominant and exercise influence over one s social existence, the individual s I-we balance (Elias 1987). The unconscious is not understood only as common sense but as important insights that are of significance, because society s individuals, wishes, norms, desires, and disgusts are bearers of other inclinations. They are a part of processes in which change, which follows its own dynamic, exercises influence on the individual s psychic and physical habitus. Interdependence and the compulsion towards complexity may be ascribed to many aspects. The aspect of movement plays a part, and individuals must learn to operate and orient themselves in a rapid stream of changes. Individual functional interplay means changes and transformation of knowledge and skills in which the 1 H.C. Huf s conversations with Norbert Elias took place on 21 and 22 October

132 Søren Nagbøl individual habitus grows out of the social habitus. The social functions people have with respect to each other are more in play. This has to do with material conditions, infrastructural challenges, and the time-space relationship, which symbolises the compulsion of time. In the wake of the increased intricacies and complexities of society follows language s dynamic development. As a means of communication between human beings, it is also related to the symbolic representations and institutions that people create together in the formations of society in which they live. Michael Tomasello (1999) puts it this way in The Cultural Origins of Human Cognition: Just as money is a symbolic representation of a social institution that has emerged from earlier economic activities, a natural language is a symbolically embodied institution that has developed historically from previously existing social and communicative activities. Thus, an individualisation is produced in which human beings learn to control themselves. Language is used to understand things better. Language is used as a sensory dynamic guide in a process in which fundamental relationships change. The impact of the exchange between biological potential and the social in its multiplicity is the motor in this process. It is visible in scenes and can be observed in the civilizing and de-civilizing processes that are applicable in respective societal formations. For Elias, it is important to emphasize that biology and social learning go hand in hand. Libidinous energies have an access to the musculature that, through the social processes in the figurations in which people live, have an influence on human cerebral dominance. In the more recent Frankfurt tradition, people have also dealt with the potential in Freud s studies and have read them from a societal as well as a theoretical socialisation perspective. Psychiatrist, psychoanalyst and professor in socialisation/social psychology at the Institut für Gesellschaftswissenschaft, Johann Wolfgang Goethe-Universität, Frankfurt, Alfred Lorenzer ( ) puts it this way in his article, Freud: Die Natürlichkeit des Menschen und die Sozialität der Natur from 1988: For him [Freud], unconscious impulses were never simply transformed into vital energy. They were figurations of meaning that were always exact scenic guidelines for conduct. But does the presumption of this sort of organically inscribed structure of meaning that lies beneath and prior to communicable processes and which is a result of the interaction between fundamental somatic structures and effects from the outside world contradict all the insights we have about psychic learning processes on a genetically-determined inherited foundations? Are we to dispute the general division into hereditary genetic body forms and bodily functions and social experiences that, bit by bit, fill bodily organization with content? We must, and it is precisely here that the Freudian concept outdoes its contemporary and current scientific opponents and holds its own as a prolegomena for a socialization theory that is seriously on a par with modern neurophysiology. Actually, the results of neurophysiology pave the way for a remarkable confirmation of Freud s view. Since neurophysiology at its current stage is working toward an understanding of the fundamental neural structure as a network that rests on an interplay between spontaneous and provoked activity, and this interaction, in turn, act upon the genes, so that the insights result in the presumption of an organic structure of meaning that has all the characteristics that Freud ascribes to the unconscious. We are looking at experiential figurations that have merged with bodily needs and processes, because they are the immediate impact of the earliest interplay between inherent foetal impulses and stimulations from the outside world. What is more: this interplay, in turn, acts on the genes in a manner that Luciano Mecacci can say that «every individual s brain [ ] is distinguished from every other individual s brain with biographically individual with culturally-specific features» (Lorenzer 1988: , my emphasis). Like Elias, Lorenzer s gaze is directed to a high degree towards the mutual influence of the relationship between individual and social processes on the production of collective subjectivity. In this connection, he has studied how psychoanalysis has developed as a science. He puts this way in response to the question: «What is central to the development of your theory?». I m not in the process of developing any theory but a meta-theoretical concept that is a statement and a theory. In my 132

133 Søren Nagbøl case, I m trying to provide an overall statement of psychoanalysis, as it has developed as a science, step by step, over the past 90 years. My efforts do not so much go into how people can go beyond Freud, but more into how we can go beyond Freud s self-misunderstandings. This seems to realise a more appropriate way of dealing with and reading psychoanalytic experience; to consider psychoanalysis within the realm of historical materialism. But this sort of access raises new and precise questions for example: How are human personality structures socially produced in their fundamental elements? (Nagbøl 1982) In brief, the basic elements of Lorenzer s socialisation theory may be broken down into three steps. The first step, the basic step, the intrauterine stage, starts as soon as the foetus appears as an independent organism in the mother s womb. Then, an interrelationship arises between mother and child, which as life in life develops a pattern of stimulation and reaction which, in connection with biological processes and bodilydetermined movement figurations, is embedded as a structured pattern in the developing person. During this period, a process takes place that is both a natural and social process. Therefore, both poles, natural and social processes, must be understood as processes that mutually influence each other. The mother breeds in all societies a culturally-specific form of personality structure. The isolation of the mother is dissolved, when her intimate interaction with the child is conceived as an aspect of the overall social process. Thus, the woman acquires a special significance as mediator of culture and civilisation in human early development. The mother-child dyad can also be viewed as something that stretches beyond the applicable social order. What is successful in the mother-child dyad cannot be reduced to a governing social relationship. The total intimacy between mother and child is broken and the relationship is changed, when after birth the child comes into contact with other people. This second stage in the formation of personality is designated as family. Of course, the formulas in the mother-child unity are not inoperative in the child s behaviour with other people, but they are altered and become more differentiated. The third stage in the socialisation process is not really a third stage but more of a parallel socialisation aspect. The child and the mother, whatever their stage, are a part of a cultural and material pattern that constantly affects the relationship. If we still speak of a third stage in the socialisation process, it is because mother and family, seen from the child s position, are not the whole world. The child is part of a culture and a civilisation process that has its special form of knives and forks, beds, chairs, buildings, streets, roads and cities customs and habits, etc. In spite of, alongside of, and at the same time as mother, father, brother, sister, uncles, neighbours, etc., there exist extra-familial fields of socialisation and symbolic figures that are essential components of the child s lifeworld. These so-called transitional objects have a decisive meaning for the child s personality formation (Lorenzer 1981, 1986, 2002). From the child s perspective, both as body and as the panorama of experience, the interrelationship between mother and child in the family and socially-produced forms of materiality constitute the space-time contexts in which personality formation takes place. The social institutions and sensory symbols are in this connection figurations of meaning that are linked to and expand forms of experience and interaction in the mother-child dyad. The mother-child dyad is not inoperative, but it is also the case here that it changes. At all these steps and levels, the unconscious is formed as a structure. The step we call consciousness is only reached in connection with two additional steps, of which the first step in the process of the formation of consciousness is pre-linguistic. This has to do with the child s sensory interaction with so-called transitional objects. The second step in the development consciousness is symbolic language. The introduction to language is also characterised by the fact that a sensory experience, the interaction with objects, is absorbed into behavioural play but is also translated into words. In one of Lorenzer s last writings (Lorenzer 1986), he locates the psychoanalytic field of knowledge between sociology and neurophysiology. It belongs to sociology, because psychoanalysis deals with intimate and social conflicts, social interactions, that play out in human relationships in the social patterns they form with each other. These interactional relationships may be identified as immediate experiential engrams, registered in the body. They are inscribed in the body and, if we pursue them from a physiological perspective, can be identified as neural formulas. In Lorenzer s conception of psychoanalysis, it is decisive that instinctual figurations, the animal in the 133

134 Søren Nagbøl human genetic heritage, are not reduced to either sociology or neurophysiology. Therefore, we must stick to the metapsychological concepts within psychoanalysis. But, according to Lorenzer, there is no pure unmodified, original and natural instinct. On the other hand, there is an instinctual nature that is independent of a social formulation. The real instinct in the human being is a social product; it is the result of a dialectic between nature and society, produced in countless steps. It is an impact that is inscribed as specific forms of interaction in the individual. Lorenzer s research in the 1980s with respect to the inscription of sensory forms of interaction into the body of the individual received in the 1990s full backing from recent cognitive science and the biologically-oriented constructivist Embodied Cognitive Science (Leuzinger-Bohleber 2002). It was, above all, the controversy with respect to biologically-oriented memory and brain research, which in a group of cognitive scientists led to the insight that human memory does not function analogously with a computer. It is argued, instead, that memory corresponds to the adaptive processes in the biological system. Memory becomes defined as the ability to organise neurological processes that result in experiences/observations and movements becoming related to each other, co-ordinated and categorised in the way they arose/were figured in earlier situations. In Embodied Cognitive Science, memory is understood as an active sequence of events in the collective organism. It consists of the sensory motor-affective co-ordination processes that are connected with ever adapting re-categorisation processes that are automatic in themselves. This tallies with the insights that Lorenzer has postulated namely, that the interactional experiences that arise while the human being is still an embryo continue in the first modes of the child s life, where they are inscribed in the body as forms of interaction. The sensory forms of interaction are the basis for the sensory motor reaction modes that, for good or evil, characterise the way the body reacts also later unconsciously and, thus, later has an impact on information processing (ibidem). The educational sociological perspective In his critique of traditional educational modes of thinking, Siegfried Bernfeld calls attention to the anthropological and biological fact that the development of a human child takes much longer than animals. The child has a much longer and more complicated developmental process. This, which he calls the development perspective, is determined by biological preconditions as well as by the way the society is set up. Bernfeld (1925: 51) maintains: However differently human societies may be structured, a child that is born into one has a place in it. Society must make a number of provisions simply to take account of the fact that a child develops. [ ] The child is taken into consideration, so to speak, in the construction of society. Society has in some way or other reacted to the fact that the child develops. Bernfeld suggests that these reactions in all their facets be called Erziehung, a concept that covers upbringing, instruction and education. This concept is to draw our attention to the fact that society takes its rules from the so-called human developmental perspective. With this definition, the concept achieves an expanse that contains perspectives from socialisation theory. For if one considers upbringing, instruction and education as a social process and not as a system of norms and guidelines, then the extent of the forms that can be observed is naturally greater. The German sports educator Knut Dietrich (2002) in a lecture at the Danish University of Education, Bevægelser i pædagogiske iscenesættelser Hvorfor vi har brug for en pædagogisk sociologi [Movement in Educational Settings Why Do We Need Educational Sociology], inspired by Bernfeld, has given three short answers as to why he believes research in educational sociology is important: We need educational sociology, because upbringing, instruction and education are not only a social but also a societal process. 134

135 Søren Nagbøl A study of these processes must include all the factors that exercise influence on human education, socialisation and civilisation. The whole interplay of circumstances that exercise influence on people I designate educational settings. The object of educational research is educational settings. At the centre of these settings, we find acting and interacting human beings when it comes down to it, people in movement. They produce the setting, change it, and they change themselves and develop in this process. With the help of movement, the actor, so to speak, receives an impression of the world, shapes it at the same time, and makes it a part of himself. In the reverse direction, the subject is encompassed by the world and formed by it. The basic principle in this mutual exchange and representation of the world is movement; it exploits the plasticity of the body as well as the fact that the world may be shaped. From this perspective, it is a medium in which both sides encroach upon each other. This is a part of the mutual production of connections and changes, a mutual interplay that requires collaboration and does not let what collaborates remain unchanged. It is in the medium of movement that human beings take part in the worlds of others and thus become a part of their society (Gebauer, Wulf 1998). These processes take place on different levels. Personal, individual life on one level and the organisation of social systems on the other. In order to find the connection between the two levels, we must look at the interaction between the actors and their social context (Dietrich 2002). These processes are an expression of human praxis, which shows that they live in figurations in which they are interdependent (Elias 1970). We can observe this in various settings, such as romper rooms, kindergartens, schools, after-school institutions, playgrounds, parks, toys, private and public spaces, universities in short, all contexts of life that symbolise society s reaction to the human developmental perspective. Human beings whether they are black, red, yellow or white are members of a common species, the human family, and they are members of different societies at the same time. Here, we face a problem and a challenge that is distinctly human and does not affect migratory birds, wolves or other animals that cross human-created borders. For their development takes place far from the symbolic processes we call planning and cultural communication. They are fixed, so to speak, in their biological preconditions (Elias 1991). Human beings communicate with the help of symbols that are created by human beings and differ from society to society. They are not like various animal species defined by species determinations, but by the society in which they grow up. The language, the customs and the knowledge that people thereby are capable of accumulating, are preserving, and conveyed from one generation to the next. Knowledge cannot be derived from genetic constants but develops when there is an exchange between a natural and a social process, in which it successfully unites and connects biological potential with the given social reality. It is a knowledge that arises and is adapted to a long learning process in the society in which one grows up. In addition, the structure and meaning of language are dependent on its social function, its cultural heritage and the civilisation s characteristic patterns for the relevant society. Human beings possess an ability to communicate but behave with one another on the basis of very different social and cultural preconditions. This means that the members of a single biological species, the human species, interact with a very high degree of social diversity. The fact that we are all capable of exploiting language and developing symbols means that, on one hand, human beings interact as units but, on the other hand, as a unity of differences. Sensory symbolic processes and language can thus serve to integrate or to split to include or to exclude. Identity in small countries big and small power differences Before my trip to Norbert Elias in Amsterdam in the spring of 1990, I had asked on the telephone what he would find meaningful to research if he had a long life in front of him. Later, on the evening of our conversation, Elias brought up the question. 135

136 Søren Nagbøl We know all too little about state formation processes and the psycho- and sociogenetic developments in small countries and the meaning these processes have for the psychic and physical habitus, I and we balances, in small nations. I have written about France and Germany. For you, Søren, it would be obvious to write about the Danish formation process. How did Danes survive the trauma of losing Norway in 1814 and other regions to Germany in 1864? What was said in Denmark has always made an impression upon me: «What is lost externally is gained inwardly», namely, in education and cultural work. The processes of identity formation in small countries have led to qualities of life that large countries have not been able to develop but could only learn from, if they had access to studies of how the psychic and physical habitus develops in lands such as Denmark. We know all too little about this. And it would be a very exciting task. It would meaningful for Danes and the image they have of themselves as a small nation on its way towards becoming integrated into a larger Europe. I answered: «It is in Denmark not possible to get a job as a sociologist specializing in figurations sociology». After a short pause, I asked what sociological problems were absorbing him at the moment. «It s the problem of the relationship between people who are established and outsiders». Elias said that it is a sociological problem to read and describe very small differences in power. It is important to develop ways of analysing what makes us capable of achieving insight into the almost impenetrable power struggle in civilised countries. To produce these power patterns so that they neither look like a subjective description nor an objective reality that is so clear that it can be measured in dry numbers. And, as such, is counted and stacked up in statistics. It is of great importance to find out how those who sit with the opportunities for power make the development of others impossible. This creeping political power in which small differences have a great effect. Get hold of that which looks democratic but in reality is not. These are examples of themes that should be followed up by further research, breaking with the myths and directing efforts towards a human research in which both personal involvement and scientific distance are directed towards process sociological models that, on several planes, try to account for the context of human life in all its facets. 136

137 Søren Nagbøl References Bernfeld S. (1925), Sisyphos oder die Grenzen der Erziehung, Frankfurt am Main: Suhrkamp, Dietrich K. (2002), Bevægelser i pædagogiske iscenesættelser Hvorfor vi har brug for en pædagogisk sociologi, Lecture at the Institute for Educational Sociology, 11 March. Elias N. (1970), What is Sociology?, London: Hutschinson, Elias N. (1987), Die Gesellschaft der Individuen. Frankfurt am Main: Suhrkamp. Elias N. (1991), The Symbol Theory, London: Sage. Elias N. (1994), The Civilization Process, Oxford: Blackwell (transl. E. Jephcott). Gebauer G., Wulf C. (1998), Spiel Ritual Geste. Mimetisches Handeln in der sozialen Welt, Reinbek bei Hamburg: Rowohlt Verlag. Gleichmann P.R., Goudsblom J., Korte H. (1977, eds.), Human Figurations. Essays for / Aufsätze für Norbert Elias, Amsterdam: Amsterdam Sociologisch Tijdschrift. Homering W. (1999, ed.), Norbert Elias: im Gespräch mit Hans Christian Huf, Berlin: Ullstein. Leuzinger-Bohleber M. (2002), Lorenzer inspirierender Vordenker interdisziplinärer Diskurse der heutigen Psychoanalyse, in Lorenzer A., Die Sprache, der Sinn, das Unbewußte, Stuttgart: Klett-Cotta, pp Lorenzer A. (1981), Das Konzil der Buchhalter. Die Zerstörung der Sinnlichkeit. Eine Religionskritik, Frankfurt am Main: Fischer Verlag. Lorenzer A. (1986), Tiefenhermeneutische Kulturanalyse, in Id. (ed.), Kultur-Analysen, Psychoanalytische Studien zur Kultur, Frankfurt am Main: Fischer Verlag, pp Lorenzer A. (1988), Freud: Die Natürlichkeit des Menschen und die Sozialität der Natur, in «Psyche. Zeitschrift für Psychoanalyse und ihre Anwendung», 42(5), pp Lorenzer A. (2002), Die Sprache, der Sinn, das Unbewußte. Psychoanalytisches Grundverständnis und Neurowissenschaften, Stuttgart: Klett-Cotta. Nagbøl S. (1982), Interviewe Alfred Lorenzer, Århus: Augias. Nagbøl S. (2012), Norbert Elias and the Frankfurter traditions, in «Cambio. Rivista sulle trasformazioni sociali», 4, pp Tomasello M. (1999), The Cultural Origins of Human Cognition, Cambridge (Ma.): Harvard University Press. 137

138

139 Saggi e ricerche 139

140

141 Simona Gozzo [La coesione interrotta] Abstract: The goal of this paper is to analyze the propensity for social cohesion of young Italians. Our hypothesis is that since the 1990s young people in Italy have exhibited a lack of social cohesion. Young people who have grown up in post-modern society have had to adapt to individualistic effects of flexible jobs, globalization and ethical relativism. These generations have been defined as flexible generations. This analysis aims at verifying this hypothesis by means of an empirical study. Social cohesion is defined as a multi-dimensional concept with a subjective, an objective and a relational dimension. The subjective dimension concerns feelings about society and institutions. The objective dimension concerns individual propensity towards participation. The relational dimension concerns the typology of important ties/nets selected. An analysis of national and local data shows that young people present a lack of relational cohesion that which over a long period of time can damage the other dimensions of social cohesion. This condition seems accentuated by the current economic crisis. Keywords: Social cohesion, Political generations, Network analysis, Participation. Le generazioni flessibili Il termine generazioni flessibili - rievocativo del testo L uomo flessibile (Sennett 1998) - è qui ricondotto all individuazione di almeno due generazioni politiche (Mannheim1928, Diamanti 1999, Bettin Lattes 2001, 2008) coesistenti nell ambito della società contemporanea. La generazione invisibile emerge alla fine degli anni Novanta ed è seguita, dopo quasi un decennio, dai figli del disincanto. Le due generazioni individuano, oggi, rispettivamente le coorti dei venticinquenni e ultratrentenni e si affiancano agli attuali diciottenni, i cui tratti non sono ancora stati analizzati in alcuno studio sistematico (Tab. 1). Tabella 1 - Le generazioni flessibili dal 1997 ad oggi La generazione invisibile anni anni anni I figli del disincanto anni anni Giovanissimi del anni L ipotesi centrale dello studio proposto è che queste generazioni si distinguano per la capacità di adattamento a incertezza e rischio, tratti tipici della società post-moderna, con effetti che non sono sempre positivi sul piano della coesione sociale. La diversa capacità generazionale di adattamento alle dinamiche sociali e relazionali postmoderne è ricondotta alla presenza di specifici effetti di socializzazione (Mannheim 1928, Bettin Lattes 2001, 2008). I giovani degli anni Novanta, infatti, hanno vissuto la loro adolescenza in un contesto caratterizzato da un certo benessere socio-economico. In questo periodo la percezione del rischio collettivo (impiego del nucleare, disastri ambientali, ecc.), sebbene parziale residuo degli anni Ottanta, prevale rispetto a quella dell incertezza individuale (Inglehart 1983, 1990, Bauman 1999). La generazione descritta, inoltre, essendo cresciuta in un 141

142 Simona Gozzo contesto caratterizzato dal benessere nel presente, percepisce i recenti effetti della crisi economica come qualcosa di imprevisto, poco comprensibile e a cui non si è preparati, adottando le lenti fornite dalle altre generazioni. I figli del disincanto (e ancor più gli attuali 18-24enni), invece, sono cresciuti in un contesto del tutto differente mostrando dei caratteri che si potrebbero definire di adattamento agli effetti del capitalismo deregolato (Giddens 1990, Sennett 1998, Beck 2000, Bontempi 2001, Bauman 2005). I connotati che caratterizzano questa generazione sono la ricerca di forme contingenti di adeguamento al contesto e l individualismo come punto di riferimento nel gestire la propria vita e il rapporto con gli altri (Ferrari Occhinero 2001). Sebbene tali fattori cognitivi costituiscano forme di adattamento alle mutate condizioni ambientali, per cui gli individui sono succubi delle forze scatenate dal mercato, obbligati ad essere flessibili e capaci di reinventarsi a richiesta (Baert, Carreira de Silva 2010: 229), è evidente che non sollecitano pratiche coesive, dinamiche relazionali e ancor meno l emergere di alcun senso di comunità. Un modello per l analisi della coesione flessibile La domanda che ci si pone è quali dinamiche coesive caratterizzino le attuali giovani generazioni e quanto queste si discostino da quelle delle precedenti generazioni. La problematica rinvia a questioni relative alla futura stabilità e conformazione della società, se è vero che lo studio di tendenze e stili di vita caratterizzanti i giovani ci permette di rilevare i prodromi di quella che sarà la futura società civile (Mannheim 1928). Il primo problema da affrontare è come definire operativamente il concetto di coesione sociale. Il secondo, come definirlo in relazione all unità di analisi selezionata. Diversi studiosi si sono interrogati e hanno proposto metodi, indicatori e strumenti utili per analizzare il livello di coesione entro una comunità. È stata privilegiata, nell individuazione del modello di riferimento, la tesi di Chan et alii (Chan et alii 2006) in quanto gli autori mirano ad indicare solo le componenti essenziali del concetto di coesione sociale, distinguendolo dalle sue cause e dai relativi effetti. Si definiscono due dimensioni relazionali (orizzontale e verticale) e due componenti (oggettiva e soggettiva). Posto che la dimensione orizzontale si riferisce alle relazioni tra cittadini, mentre quella verticale è riconducibile al rapporto tra cittadino e Stato, gli studiosi hanno elaborato uno schema di misurazione della coesione sociale che include quattro dinamiche: la fiducia generalizzata e il senso di appartenenza (dimensione orizzontale-soggettiva); la partecipazione sociale (dimensione orizzontale-oggettiva); la fiducia nelle istituzioni pubbliche (dimensione verticale-soggettiva) e, infine, la partecipazione politica (dimensione verticale-oggettiva). Le potenzialità esplicative di tale modello appaiono, però, limitate se si considerano i tratti specifici della condizione giovanile e cioè di soggetti che, per definizione, non sono ancora pienamente inseriti nella vita economica, sociale e politica del paese, come evidenziato nella tesi della moratoria della partecipazione (Muxel 1991). La limitata integrazione dei giovani è un tratto prevedibile in quanto legato alla specifica fase del ciclo della vita e può coesistere con un buon livello di coesione sociale, seppure riferito più a dati contesti istituzionali (famiglia, scuola) che ad altri (politica, economia). Le considerazioni relative a questo punto hanno portato all introduzione di un ulteriore dimensione analitica: la componente relazionale. I riferimenti teorici utilizzati a questo fine rinviano ai lavori di Lockwood (1999) e Ritzen et alii (Ritzen et alii 2000). Il primo riconduce il concetto di coesione sociale alla strutturazione di dinamiche relazionali definite come primarie, che influiscono significativamente sulla strutturazione identitaria individuale. L autore, nello specifico, analizza il concetto di integrazione sociale distinguendo due ambiti: sul piano macro indica l integrazione civica come dimensione che dipende dall applicazione concreta dei diritti di cittadinanza attiva. La definizione operativa del concetto riproduce, sostanzialmente, le quattro componenti indicate da Chan. Il piano micro è, invece, quello in cui secondo Lockwood emerge effettivamente la coesione sociale intesa come modalità di azione che origina dalla dimensione relazionale e, specificamente, dalla forza delle reti primarie (non solo la famiglia e parentela, ma anche relazioni strutturate entro gruppi di volontariato, selfhelp, ecc ). Il secondo lavoro cui si fa riferimento scinde tra capitale sociale bridging e bonding, rilevando come esistano forme di coesione esclusive più che inclusive, cioè gruppi tesi a inibire il senso di comunità e generare 142

143 Simona Gozzo coesione familiare o amicale, ma non sociale. Le considerazioni e i riferimenti delineati hanno portato a correggere il modello descritto integrando le quattro dimensioni di Chan con una quinta che si riferisce alle relazioni significative indicate dagli stessi giovani intervistati. Emerge, così, un modello teorico teso a rilevare forme di coesione caratterizzanti le generazioni flessibili. Si noti che la presenza e robustezza dei legami intimi non genera necessariamente coesione sociale, in quanto è importante considerare in che modo si strutturano i legami e, soprattutto, quali messaggi veicolano. La componente soggettiva della coesione flessibile La prima parte del lavoro si concentra sull analisi di dati Istat e di survey su campioni rappresentativi della popolazione italiana. I dati rilevati permettono di mostrare il trend assunto dalle componenti soggettiva, oggettiva e relazionale. Il primo ambito preso in considerazione per la costruzione del modello individuato è relativo a quelle dimensioni che, nello schema di Chan, si riferiscono alla componente soggettiva della coesione sociale. Si distinguono, in particolare, relazioni di tipo orizzontale (cittadino-cittadino) e verticale (cittadino-stato). Di conseguenza, la propensione a fidarsi è scomposta in fiducia verso gli altri (generalizzata) e verso le istituzioni. L analisi sui dati delle survey mostra come la nota crisi di legittimazione delle istituzioni rappresenti l indizio di una più generale crisi di fiducia verso il prossimo. I trend delineabili sul piano diacronico sono, in particolare, tre 1 : tra il Sessantotto e il Duemilauno si riscontra un declino consistente della fiducia che coinvolge i soggetti tra i 18 ed i 44 anni; i giovani del Duemilauno sono i meno inclini a fidarsi; nel Duemilasei si evidenzia una parziale inversione di tendenza che caratterizza solo i figli del disincanto, più ottimisti di adulti e giovani-adulti (la generazione invisibile). Il tratto generazionale indicato è, però, l unico elemento positivo del trend riscontrato nel Duemilasei, anno in cui la forma della relazione tra fiducia generalizzata e coorti d età muta totalmente, decrescendo al crescere dell età (Fig. 1). Figura 1 Elevato livello di fiducia verso il prossimo e coorti d età (%) Fonte: Elaborazioni proprie su dati Itanes 1968, 2001, 2006 Sebbene lo specifico andamento rilevato nel Duemilasei non sia necessariamente l indicazione di una tendenza permanente o di lungo periodo, è comunque evidente che la crisi della fiducia verso il prossimo costituisce un tratto trasversale alle diverse coorti d età e diffuso sul piano longitudinale. La fiducia relativa alle relazioni interpersonali che mostrano di avere i figli del disincanto non si estende, d altra parte, al contesto istituzionale. I giovani, infatti, pur presentando un buon livello di fiducia verso il prossimo, si 1 Le considerazioni derivano da elaborazioni proprie condotte su dati Itanes relative alle survey del 1968, 2001 e

144 Simona Gozzo mostrano diffidenti o disincantati se ci si riferisce alle istituzioni e, in particolare, a quelle politiche (Bontempi 2007; Bettin Lattes 2008). Di recente la sfiducia dei giovani si è estesa a quasi tutti gli ambiti istituzionali, sfiorando la soglia dell 80% (come emerso dal rapporto Eurispes 2012). La sfiducia istituzionale, pur essendo un connotato che attraversa trasversalmente le diverse generazioni italiane 2, appare oggi un tratto che caratterizza specificamente le nuove generazioni. Complessivamente si registra, sul piano soggettivo, una sorta di bipartizione tra un contesto relazionale a cui i giovani attribuiscono, ancora, una certa fiducia in quanto costitutivo di relazioni sociali e dinamiche identitarie e un contesto istituzionale che si percepisce come altro da sé, di cui non ci si fida e che si preferisce evitare. Ripercorrendo la tesi di Habermas, sembra che i giovani risentano di quella che l autore definisce come patologia della post-modernità, legata al processo di colonizzazione del mondo della vita da parte di quello sistemico. Tale processo comporta una crisi di fiducia che caratterizza il contesto sistemico e che, di recente, si è estesa sino ad includere ambiti istituzionali ritenuti affidabili un decennio fa (Eurispes 2012). Emerge, in tal senso, quella che si potrebbe definire come sindrome della post-modernità, dovuta alla confusione e parziale sovrapposizione tra ambiti tradizionalmente considerati espressivi della comunicazione autentica e contesti in cui prevale, invece, la logica del dominio. Il riflettersi di questa sovrapposizione sul piano cognitivo comporta l incremento della sfiducia, rivolta anche al contesto relazionale. Habermas auspicava un integrazione tra i due ambiti che avvenisse non per colonizzazione ma grazie alla comunicazione autentica e alla circolarità dei processi di razionalizzazione, da cui l incremento di due forme concorrenti di razionalità: creatività e complessità sistemica. Di fatto sembra che ci si sia, almeno sul piano cognitivo, arenati ad un livello in cui permane la dicotomia tra i due mondi. Nuovi incentivi alla coesione sembrano derivare, come vedremo, più dalla componente oggettiva che non da quella soggettiva. La componente oggettiva della coesione flessibile La sfiducia verso le istituzioni politiche non implica, necessariamente, decrescita della partecipazione. Elaborazioni su dati Istat mostrano come il coinvolgimento giovanile presenti tassi di partecipazione minori rispetto a quelli riscontrati per le altre fasce d età prevalentemente facendo riferimento alla mobilitazione invisibile (Tab. 2). ETA Partec. invisibile info. Com. politica politica* Tabella 2 Tipologia di partecipazione ed età (%) Partecipazione politica manifesta Mobilitazione di Comizio Corteo Dibattito partito Soldi donati ai partiti ,3 35,5 7,4 15,9 21,8 0,7 1, ,5 35,9 7,9 8,1 21,4 1,4 2, ,4 39,1 7,8 5 20,9 1,4 2, ,1 42,7 6,6 4,2 21,9 1,2 2, ,1 48,3 8,1 5,1 28,8 2 3, ,8 45,3 8,2 5,5 34,8 2,7 4, ,7 44,2 6,9 3,4 30,5 2 3, ,2 37,5 4,3 1,7 22,3 0,9 2,8 oltre 74 49,2 25,2 2 0,8 12,2 0,4 1,7 * L etichetta Com. politica si riferisce allo condizione: Parlare di politica 1 o più volte a settimana Fonte: Dati Istat 2010 (indagine multiscopo aspetti della vita quotidiana ) 2 I dati di ricerche condotte su campioni rappresentativi (ci si è soffermati in particolare sulle analisi Itanes e Iard) confermano il trend individuato e, sebbene in alcuni casi emerga un incremento della fiducia verso le istituzioni nel Duemilasei, questo si manifesta in modo particolare considerando la generazione invisibile e quella dei Sessantottini, mentre i figli del disincanto rimangono pessimisti e nessun cambiamento apprezzabile si rileva facendo riferimento ai giovanissimi (Buzzi et alii 1997, 2007, Eurispes 2012). 144

145 Simona Gozzo I figli del disincanto sostituiscono, in tal senso, la propensione al riflusso verso il privato riscontrata negli anni Ottanta con una forma di mobilitazione che si configura crescente rispetto a quella mostrata dalla generazione invisibile, ma specificamente orientata sul versante della protesta e del coinvolgimento anticonvenzionale (Loera, Camoletto Ferrero 2004). L analisi dei dati sul piano diacronico (Fig. 2) mostra un forte incremento relativo a tipologie di coinvolgimento più vicine alla partecipazione invisibile. La dimensione istituzionale (attivismo di partito) si presenta, invece, come in crisi sebbene con cambiamenti limitati tra il 1999 e il Figura 2 Partecipazione politica per anno di rilevazione e fascia d età (%) Fonte: dati Istat (indagine multiscopo aspetti della vita quotidiana ) Se la partecipazione politica giovanile tende, oggi, a concentrarsi su forme di attivazione auto-dirette, complessivamente crescente è l impegno sul piano dell associazionismo e della mobilitazione civica, anche istituzionalmente regolata. Il confronto diacronico mostra delle specificità che sembrano derivare da diversi orientamenti etici (e relative priorità). I giovanissimi degli anni Novanta mantengono, anche oggi (in quanto adulti), una maggiore propensione al coinvolgimento in associazioni culturali e ricreative, mentre il volontariato si configura come una forma di partecipazione giovanile, a prescindere dal periodo. L ultimo decennio vede l emergere di un rinnovato interesse degli adulti per l associazionismo tale da eguagliare e, in alcuni casi, superare il coinvolgimento dei giovani in campo culturale/ricreativo e considerando l attività gratuita prestata per associazioni non incentrate sul volontariato. Il dato confermerebbe la tesi della sostituzione dell impegno politico con quello civico, in particolare per gli adulti. Figura 3 Partecipazione sociale per fascia d età (%) Fonte: dati Istat (www.coesione sociale.stat) 145

146 Simona Gozzo I figli del disincanto sono, inoltre, tanto attivi in ambito associativo quanto disincantati nei confronti delle istituzioni. Questa generazione presenta percentuali particolarmente elevate di coinvolgimento in tutti gli ambiti associativi e verso forme di mobilitazione politica ed indica anche elevati livelli di fiducia interpersonale (ma non istituzionale). Il coinvolgimento si ridimensiona per i giovani del Duemiladieci, con una partecipazione che si mantiene particolarmente rilevante solo per il volontariato. I modelli coesivi, quindi, pur se ci riferiamo alla sola partecipazione sociale, mutano molto non solo in relazione alla coorte d età, ma descrivendo veri e propri tratti generazionali. Si strutturano, in altri termini, delle forme di coinvolgimento socio-politico differenziabili in relazione alla specificità generazionale. La componente relazionale della coesione flessibile I dati analizzati finora mostrano una sorta di gap tra dimensione oggettiva e soggettiva della coesione giovanile. Tale contrapposizione sottende una forte avversione verso la dimensione istituzionale e genera forme di mobilitazione incentrate su auto-direzione e protesta politica. Quale tipologia di coesione potrebbe emergere da tale specifica connotazione? Al fine di analizzare i meccanismi coesivi è fondamentale considerare un ulteriore ambito di analisi che emerge dalle dinamiche relazionali. Diversi studi hanno dimostrato che l attuale propensione alla coesione relazionale giovanile è fortemente orientata vero il prevalere della socialità ristretta (de Lillo 2002). Una conferma di tale tesi proviene dai dati Istat che mostrano come considerando la sola dimensione relazionale giovani e giovanissimi si interfaccino con la dimensione politica grazie, principalmente, ai legami intimi (Fig. 4). Figura 4 Modalità relazionale con cui ci si informa di politica per fascia d età (%) Fonte: Dati Istat 2009 (indagine multiscopo aspetti della vita quotidiana ) Famiglia e amici sono i principali punti di riferimento e intermediari tra giovani e politica. L ambito della socialità ristretta può porsi, d altra parte, come dimensione coesiva bonding o bridging, producendo sul piano comunitario nuova coesione sociale o auto-esclusione giovanile. Gli obiettivi cui si mira, su tali basi, sono duplici: da un lato si analizza la presenza o assenza di relazione tra le dinamiche coesive prese in considerazione. Si prevede, al riguardo, di poter rilevare degli effetti a cascata e reciproci tra chiusura/apertura della coesione relazionale e crisi o crescita dei trends relativi agli indicatori di coesione oggettiva e soggettiva. Un ulteriore obiettivo è quello di valutare l eventuale incidenza dell interruzione di tali dinamiche coesive sul piano etico. Al fine di approfondire le informazioni sulle dinamiche relazionali è stata impiegata una procedura sperimentale di analisi dei dati che recupera strumenti e metodi riconducibili al filone della Network Analysis (N.A.) e dell analisi relazionale. L analisi della coesione relazionale ha richiesto, data la complessità delle tecniche di rilevazione, la predisposizione 146

147 Simona Gozzo di un questionario ad-hoc. I dati raccolti si riferiscono a uno studio del caso su un campione di 405 studenti universitari appartenenti all Ateneo di Catania. Pur non essendo rappresentativa dell universo di riferimento, l analisi permette di mostrare le possibilità applicative del modello teorico proposto per l analisi della coesione sociale giovanile. Le misure di N.A. 3 qui utilizzate si riferiscono alla ricostruzione delle reti cognitive descritte dagli intervistati e prevedono l indicazione di un numero massimo di 10 interlocutori abituali. Tali indici misurano le caratteristiche attinenti alle reti e non ai singoli soggetti e sono stati calcolati per ogni reticolo, poi sintetizzati rilevandone il valore medio per ciascun intervistato 4. Considerando la natura dei dati, reti che presentano alti indici di centralità possono essere indicatori di fenomeni molto diversi, suscettibili di molteplici interpretazioni, in base ai connotati degli interlocutori. La seconda tipologia di misure relazionali è, quindi, fondamentale e deriva da indici costruiti per sommatoria, ottenuti rilevando i connotati individuati per ciascuno degli interlocutori. Le informazioni hanno permesso di ricostruire la tipologia prevalente di legami nelle reti e la minore o maggiore propensione all auto-direzione dell intervistato 5. Etero-direzione e legami intimi prevalgono in caso di reticoli circoscritti e oltre il 50% dei legami indicati si riferisce alle sole triadi. Sembra interessante, in proposito, valutare se emergano specificità rispetto alle coorti d età considerate e se tale propensione sia associata ad uno specifico orientamento etico, oltre che a peculiari dinamiche integrative. Ci si può rifare, in proposito, agli studi che hanno rilevato (Ferrari Occhineri 2001, Sciolla 2004) e/o ipotizzato (Bontempi 2001, 2007) una elevata propensione all individualizzazione da parte dei figli del disincanto, presumendo che questo tratto relazionale sia ancor più rilevante tra i giovanissimi del Duemiladieci. Il fatto che la maggior parte degli studenti sia cauta nello strutturare legami significativi e di lunga durata con un numero elevato di interlocutori può derivare da scarse opportunità di azione e, quindi, da una limitata integrazione sociale tout court. Come accennato inizialmente, la limitata integrazione sociale e la strutturazione di legami prevalentemente intimi potrebbe dipendere dalla giovane età della maggior parte degli intervistati. Secondo quanto ipotizzato da diversi studi, tale tratto relazionale è l effetto di una forma di adattamento generazionale ai tratti di fluidità e incertezza tipici della seconda modernità, dove la strategia di risposta all instabilità e flessibilità di vita e lavoro è quella del ritiro verso le relazioni sociali intime (Bazzanella et alii 2007). Medesimi risultati si riscontrano anche dall analisi delle ultime indagini Iard, dove la famiglia diventa a volte l unica fonte solida di certezze, seguita dai rapporti con gli amici e tra pari, canali di riferimento prevalenti o esclusivi (ibidem). Il contesto delle relazioni intime ed affettive è quindi sempre più fortemente valorizzato. Tale condizione è particolarmente problematica nel momento in cui la famiglia diviene un contesto coesivo esclusivo (bonding) ed è questo il tratto che caratterizza, in misura maggiore e prevalente, i giovanissimi del Duemiladieci. Isolati, etero-diretti e auto-diretti Al fine di procedere ad un analisi congiunta degli indici relazionali è stata implementata una tecnica di cluster 3 I due indici di N.A. impiegati sono la centralità degree e closeness. Reticoli che presentano elevati indici degree includono un alto numero di relazioni dirette, mentre l elevata centralità closeness indica una maggior rilevanza di contatti indiretti ma con pochi intermediari (Chiesi 1999, Salvini 2005, 2007). La centralità di ciascun nodo in termini di in-degree permette di individuare reti caratterizzate da una forte presenza di opinion leaders. Il dato potrebbe, quindi, essere associato alla limitata autonomia di giudizio dell intervistato, che predilige interlocutori con tale connotato. L out-degree, invece, implica reticoli caratterizzati da una sorta di apertura alla relazionalità diretta, legata agli incontri face-to-face. Analoghe considerazioni sono da riferire agli indici di in-closeness e out-closeness. 4 La N.A. permette di ricavare diversi indici sulla struttura di rete, ma molti riportano misure interessanti solo per le reti chiuse e complete, di cui cioè si conoscono tutti i nodi (soggetti coinvolti) e tutte le relazioni tra questi. Il lavoro proposto si concentra, invece, su reti di cui è stato limitato artificialmente il numero dei nodi e per le quali ciascun intervistato si riferisce a specifici confidenti da lui stesso individuati in quanto significativi, in nessun modo riconducibili agli interlocutori degli altri rispondenti. Il risultato è un numero di reti pari a quello degli intervistati, ciascuna con determinate caratteristiche e non assimilabili tra loro. Non è possibile (né sarebbe utile) ricostruire direttamente l interazione reciproca tra gli studenti contattati, i quali spesso non presentano alcuna relazione reciproca che possa essere considerata significativa ai fini del lavoro. 5 Quest ultima informazione deve essere distinta rispetto all auto/etero-direzione sottesa alla struttura dei legami nella rete. Elevati valori di out-degree indicano, infatti, un alta propensione degli interlocutori nella rete a contattare gli altri e ciò potrebbe essere un indizio di propensione all etero-direzione sottesa all intera rete, mentre ad alti valori di in-degree potrebbe, in virtù del medesimo ragionamento, associarsi una certa propensione all auto-direzione degli interlocutori. 147

148 Simona Gozzo analysis 6 che ha portato a distinguere tre gruppi di intervistati, sulla base della rilevanza assunta dalle misure relazionali (Tab. 3). Tabella 3 Connotati relazionali dei tre clusters individuati (valori medi) Connotati degli CLUSTER 1 CLUSTER 2 CLUSTER 3 TOTALE interlocutori Isolati Etero-diretti Auto-diretti (M) Nodi Tot 1,88 4,23 4,90 2,64 Legami forti 2,00 3,00 3,00 2,00 Legami deboli 2,00 5,00 6,00 3,00 Etero-direzione intervistato* 1,66 3,19 2,13 2,03 Auto-direzione intervistato** 2,10 5,27 7,68 3,26 Out-degree 15,85 22,39 23,49 17,92 In-degree 16,05 21,59 19,11 17,50 Out-Closeness 12,46 18,40 75,85 19,22 In-Closeness 12,40 18,25 75,33 19,11 * numero interlocutori che influenzano l intervistato ** numero interlocutori influenzati dall intervistato Emergono tre profili relazionali. L isolato presenta i valori più bassi in assoluto per tutti gli indici considerati, individuando reticoli disconnessi. L etero-diretto presenta una buona capacità relazionale (indica in media tra tre e cinque interlocutori). Il cluster è stato etichettato sulla base di un carattere che lo contraddistingue: la quota elevata di interlocutori da cui gli intervistati vengono influenzati. L unico altro indice che presenta valori massimi è l in-degree, che può essere considerato come indicatore di auto-direzione sottesa al reticolo stesso (non è improbabile che un soggetto etero-diretto strutturi reti significative altamente auto-dirette). Il terzo cluster, quello degli auto-diretti, include valori particolarmente elevati. Prevalgono, in modo evidente rispetto agli altri profili, i legami deboli. Il gruppo di riferimento è caratterizzato da auto-direzione dell intervistato, elevati valori di closeness e out-degree. Se ne deduce la presenza di reti coese e in cui le informazioni fluiscono rapidamente, caratterizzate da intensa propensione alla comunicazione diretta e mediata. Un altro dato che vale la pena osservare si riferisce alla numerosità di ciascun cluster: il primo è più numeroso (68%) e la differenza rispetto agli altri due (20% e 12%) è particolarmente consistente. Ciò sembrerebbe confermare indirettamente l ipotesi che attribuisce ai giovani (la maggior parte dei casi individuati) una rilevante propensione ad isolamento ed individualizzazione. Conferme dirette derivano dall incrocio tra il cluster dell isolamento relazionale e la coorte di riferimento. Misurare la coesione flessibile In questo paragrafo ci occuperemo del problema di valutare se sussiste, effettivamente, un unica dimensione sottesa alle componenti individuate per analizzare la coesione delle generazioni flessibili. A tal fine vengono di seguito riprodotti i risultati di una Latent Class Analysis, tecnica che ha permesso di valutare quanto le cinque dimensioni del modello teorico di riferimento, ricomposte individuandone gli specifici indicatori, costituiscano profili uni-dimensionali. L analisi riproduce tre 7 clusters che rinviano ad altrettante dinamiche, definite di: 6 È stata utilizzata, nello specifico, la Two Step Cluster Analysis, che permette di distinguere ed integrare variabili ordinali (come nel caso degli indici relativi ai connotati degli interlocutori) e cardinali (indici di Network Analysis). 7 La selezione del numero di clusters è avvenuta sulla base di motivazioni teorico-sostantive, sebbene siano stati considerati anche criteri statistici e metodologici come, in particolare, la riduzione del BIC/Bayesian Informatio Criterion, comunemente adottato per la valutazione 148

149 Simona Gozzo esclusione sociale, coesione etero-diretta e coesione auto-diretta. I dati mostrano come le dinamiche relazionali si sommino a quelle di promozione/inibizione della partecipazione e a dinamiche cognitive tese alla fiducia o alla diffidenza. Viene, così, confermata l ipotesi che gli indicatori selezionati e le componenti individuate sottendano un unica dimensione semantica. Ne deriva che la priorità attribuita alla socialità ristretta può, nel lungo periodo, comportare l interruzione delle dinamiche coesive almeno per le coorti giovanili. Il primo rilievo che emerge è proprio la particolare incidenza della quota di intervistati riconducibili al profilo denominato di esclusione sociale. La probabilità di appartenenza a questo gruppo è 0,40 e implica elevatissime probabilità di isolamento relazionale (0,80), minime probabilità di partecipazione (il range varia tra 0,01 per l attivismo di partito e 0,2 per il volontariato) e scarsa presenza di fiducia (il range varia tra 0,3 e 0,4, escludendo i picchi di 0,6 per la fiducia nell esercito e negli enti assistenziali). Il secondo cluster presenta, invece, un profilo che si caratterizza per l etero-direzione relazionale 8. Complessivamente, questo profilo si connota per l elevata predisposizione verso la componente soggettiva della coesione. I livelli di fiducia sono, cioè, elevati ma quasi indiscriminati facendo riferimento alle diverse istituzioni. La generale buona predisposizione verso le istituzioni raramente si trasforma, però, in azione: la componente oggettiva della coesione è quasi sovrapponibile al dato registrato sul primo cluster. La dimensione oggettiva registra, invece, valori massimi in riferimento alle probabilità di appartenenza al terzo cluster 9, il meno diffuso. Il rilievo è evidente, in particolare, considerando l associazionismo culturale (0,6), politico (0,3) e la partecipazione politica (0,7). Posto che il volontariato presenta probabilità di appartenenza quasi identiche sui tre gruppi, divenendo un tratto partecipativo caratterizzante tutte le generazioni flessibili, questo è il cluster in cui è massima la potenzialità di coinvolgimento attivo. Distinguendo le tre coorti d età individuate, si rileva una maggiore probabilità di appartenenza al primo cluster da parte dei giovanissimi del Duemiladieci (Fig. 5). La coorte presenta elevate probabilità di appartenere al cluster dell esclusione sociale, il che è una conferma seppure parziale e limitata al contesto studiato di possibili, futuri, effetti disgreganti associati alla persistente esclusività della socialità ristretta. Figura 5 - Appartenenza ai clusters e coorte d età (probabilità) Gli intervistati tra i 25 ed i 29 anni i figli del disincanto attraversano trasversalmente le tre dimensioni coesive individuate, mentre gli ultratrentenni la generazione invisibile, oggi adulta presentano una maggiore incidenza della coesione auto-diretta. La contrapposizione tra le generazioni potrebbe, in effetti, essere l effetto della bontà dell adattamento e l L 2, che misura quanto della relazione tra variabili rimane non spiegata dal modello (per cui il valore auspicato è quello più basso). Bisogna sottolineare che i valori di questi indici sono sensibili al numero di variabili introdotte e alla natura di queste ultime per cui è sempre necessario analizzare la soluzione migliore anche dal punto di vista logico. Il lavoro presentato descrive un modello che pur essendo tra i migliori non è quello ottimale. La scelta deriva dal fatto che l introduzione indiscriminata di tutte le variabili potenzialmente rilevanti, pur ottimizzando la soluzione dal punto di vista statistico, riproduce un modello che sul piano logico appare meno significativo e più incoerente rispetto a quello scelto e derivato da una selezione logica degli indicatori utilizzati. 8 La probabilità condizionata di appartenenza a questo cluster è di 0,33, che diventa 0,39 per il tratto relazionale etero-diretto. Gli eterodiretti hanno minori probabilità di appartenere al primo (0,30) o al terzo cluster (0,31). 9 La probabilità condizionata di appartenenza al terzo cluster per il tratto relazionale auto-diretto è pari a 0,33 mentre si riduce a 0,31 per gli etero-diretti e 0,25 per gli isolati. 149

150 Simona Gozzo del progressivo inserimento nel mondo lavorativo, coerentemente con la tesi della moratoria della partecipazione. Ciò viene, seppur parzialmente, confermato dai dati disponibili. L esclusione lavorativa è, effettivamente, associata a quella socio-relazionale mentre la presenza di un occupazione implica maggior propensione verso la coesione auto-diretta e minore coesione etero-diretta. Coesione flessibile e dimensione etica L ultima questione da affrontare si riferisce alla possibile influenza delle dinamiche coesive, rappresentative di cambiamenti generazionali, sulla dimensione etica. L analisi condotta risponde, per quanto possibile, a questa domanda calcolando le probabilità condizionate di appartenenza ai diversi clusters in relazione ad alcune variabili esogene rispetto alla costruzione del modello, selezionate prendendo in considerazione sia la tesi di Inglehart (1983) che quella di Schwartz (1992). Le variabili introdotte nell analisi per valutare la possibile incidenza delle dinamiche coesive sul piano etico sono state selezionate sulla base di questi presupposti teorici, cercando di includere le diverse, possibili, propensioni valoriali individuate. Osservando le probabilità di appartenenza ai clusters, si nota che la dimensione etica è fortemente associata alla specifica evoluzione delle dinamiche coesive. È evidente, in tal senso, la diffusione di una sorta di politeismo dei valori (Sciolla 2004) tra i giovanissimi che in quanto presenti in misura massiccia nel primo cluster mostrano di condividere un particolare spazio etico. Il primo cluster si associa, infatti, ad una dimensione in cui sono fondamentali le Regole e uno Stato forte, ma anche il rispetto per l Ambiente e l Edonismo, individuando una sorta di commistione tra principi materialisti ed edonismo. La priorità è rivolta verso l iniziativa più che verso la Solidarietà e l idea di uguaglianza, pur presente, non è tanto riconducibile alla Benevolenza quanto all Universalismo (Schwartz 1992) in quanto limite del liberismo economico. Il secondo cluster presenta priorità etiche simili ma con una maggiore incidenza del Materialismo e con l attribuzione di priorità ad un ideale di Libertà che si contrappone nettamente a quello di Uguaglianza. Egualitarismo, Solidarietà e Altruismo costituiscono un ambito del tutto secondario, mentre Denaro, Tradizione e presenza di uno Stato forte sono veri e propri punti di riferimento per l azione. Questa dimensione può essere considerata come l espressione dell etica dell incertezza, negazione del post-materialismo e reificazione di criteri materialisti assunti a imperativi categorici sulla base dei quali agire, in una realtà caratterizzata da precarietà e diffusa percezione del rischio. È verosimile ritenere che la società postmoderna abbia contribuito a costituire un ambiente poco congeniale alla promozione della coesione sociale e, con essa, della benevolenza, tolleranza della diversità, solidarietà ed egualitarismo. Bisogna sottolineare che il cluster di riferimento non discrimina tra le tre coorti d età individuate, definendo un orientamento etico che può considerarsi come un tratto egualmente diffuso tra le generazioni flessibili. Il terzo cluster, quello della coesione auto-diretta, caratterizza la generazione invisibile, oggi composta dagli ultratrentenni e si specifica per una connotazione etica orientata al post-materialismo, con elevata incidenza di Creatività, istanze egalitarie e altruistiche, rilevanza del Divertimento (ma non di quello ad ogni costo, riprodotto dalla dimensione edonistica) e Solidarietà. Questo tratto sembra essere quello meno in linea con le caratteristiche relazionali e propensioni coesive dei figli del disincanto ed è associato ad un cluster in cui prevalgono gli adulti. Sembra, in altri termini, che lo slittamento verso l etica post-materialista rilevato da Inglehart negli anni Novanta sia ormai residuale mentre emerge, tra le nuove generazioni, un inversione di tendenza. Conclusioni Questo lavoro analizza la tematica della coesione concentrando l attenzione sulle nuove generazioni, figlie di una flessibilità che da lavorativa diviene etica, identitaria e relazionale, sino a generare forme di individualizzazione che potrebbero trasformarsi in auto-esclusione relazionale. Se questo è quanto emerge dai dati dello studio del 150

151 Simona Gozzo caso condotto in Sicilia, ulteriori indizi emergono dai risultati dell analisi di surveys rappresentative a livello nazionale. L analisi di dati Istat, Iard e Itanes ha permesso di rilevare come una ridotta coesione e, più in generale, integrazione sociale sia diffusa tra i giovani e giovanissimi, anche se riscontrata principalmente sul piano della componente relazionale e cognitiva. Sebbene emerga che a fronte di una consistente crisi della fiducia sociale e istituzionale i livelli di partecipazione giovanile non hanno subìto crolli significativi, la combinazione di sfiducia e persistente centralità della relazionalità ristretta potrebbe, nel lungo periodo e in associazione a crisi economiche e sociali, generare una sorta di interruzione della coesione sociale. I prodromi di tale condizione emergono dall analisi dei dati relazionali ricavati dallo studio del caso. Isolamento e ridotta partecipazione si riscontrano, in modo particolare, tra i più giovani e rischiano di trasformarsi in autoesclusione sociale. Istituzioni quali scuola e famiglia potrebbero svolgere, in tal senso, un ruolo positivo favorendo la diffusione di forme di coinvolgimento attivo, fiducia generalizzata e istituzionale tra i giovani. Sfortunatamente la crisi della coesione emerge, in Italia, anche grazie a dinamiche che trovano la loro genesi entro questi contesti, per cui la famiglia si propone come il principale mediatore relazionale ma è orientata verso forme di coesione bonding. Una risposta a questa condizione potrebbe derivare proprio dalla dimensione oggettiva, grazie alla promozione di policies che orientino le istituzioni primarie verso il coinvolgimento dei giovani in attività incentrate sulla partecipazione sociale e civica, sollecitando la produzione di messaggi ed esperienze tese a costruire coesione sociale bridging. Riferimenti bibliografici Baert P., Carriera de Silva F. (2010), La teoria sociale contemporanea, Bologna: Il Mulino Bauman Z. (1999), La società dell incertezza, Bologna: Il Mulino Bauman Z. (2005), Vita liquida, Roma-Bari: Laterza Bazzanella A., De Luca D., Grassi R. (2007), Valori e fiducia tra i giovani italiani, Milano: Istituto IARD Beck U. (2000), I rischi della libertà. L individuo nell epoca della globalizzazione, Bologna: Il Mulino Bettin Lattes G. (2001), L immagine della democrazia nelle nuove generazioni, in: M. Ferrari Occhionero (a cura di), I giovani e la nuova cultura socio-politica in Europa. Tendenze e prospettive per il nuovo millennio, Milano: Franco Angeli Bettin Lattes G. (2008), Mutamento generazionale e nuove identità politiche in Europa, in: A. Pirni, S. Monti Bragadin, G. Bettin Lattes G. (a cura di), Tra il palazzo e la strada. Gioventù e democrazia nella società europea, Catanzaro: Rubbettino. Bontempi M. (2001), Riflessività dei valori e socializzazione politica, in: Ferrari Occhionero M. (a cura di), I giovani e la nuova cultura socio-politica in Europa. Tendenze e prospettive per il nuovo millennio, Milano: Franco Angeli. Buzzi C., Cavalli A., de Lillo A. (1997, a cura di), Giovani verso il Duemila. Quarto rapporto IARD sulla condizione giovanile in Italia, Bologna: Il Mulino. Buzzi C., Cavalli A. e De Lillo A. (2007, a cura di), Sesta indagine dell Istituto IARD sulla condizione giovanile in Italia, Bologna: Il Mulino. Bontempi M., Pocaterra R. (2007, a cura di), I figli del disincanto. Giovani e partecipazione politica in Europa, Milano: Mondadori Chan J,., Chan E. e Ho-Pong To B. (2006), Reconsidering social cohesion: developing a definition and analytical framework for policy research. Centre pour la société civile et la covernance de Hong Kong (Chine), lavoro presentato al seminario del 151

152 Simona Gozzo consiglio d Europa «Développement des indicateurs pour la cohesion sociale», Venezia. Chiesi A.M. (1999), L analisi dei reticoli, Milano: Franco Angeli. De Lillo A. (2002), Il sistema dei valori, in: Buzzi C., Cavalli A., de Lillo A. (a cura di), Giovani del nuovo secolo, Bologna: Il Mulino. Diamanti I. (1999, a cura di) La generazione invisibile. Inchiesta sui giovani del nostro tempo, Milano: Il Sole 24 ore. Ferrari Occhionero M. (2001, a cura di), I giovani e la nuova cultura socio-politica in Europa. Tendenze e prospettive per il nuovo millennio, Milano: Franco Angeli. Giddens A. (1990), The Consequences of modernity, Cambridge: Polity Press; trad. It. Le conseguenze della modernità. Fiducia e rischio, sicurezza e pericolo, Bologna: Il Mulino, Granovetter M.S. (1983), The Strenght of Weak Ties. A Network Theory Revisited, in «Sociological Theory», 1: Hirschman A.O. (1970), Exit, Voice, and Loyalty: Responses to Decline in Firms, Organizations, and States, Cambridge: Harvard University Press. Inglehart R. (1983), La rivoluzione silenziosa, Milano: Rizzoli. Inglehart R. (1990), Culture Shift in Advanced Industrial Society, Princeton: Princeton University Press; trad. it. Valori e cultura politica nella società industriale avanzata, Torino: UTET, Inglehart R. (1997), Modernization and Postmodernization, Princeton: Princeton University Press; trad. It. La società postmoderna. Mutamento, ideologie e valori in 43 paesi, Roma: Editori Riuniti, Lockwood D. (1999), Civic Integration and Social Cohesion, in: Gough I., Olofsson G. (a cura di), Capitalism and Social Cohesion: Essay on Exclusion and Integration New York: Palgrave Macmillan. Loera B., Camoletto Ferrero R. (2004), Capitale sociale e partecipazione politica dei giovani, in: «Quaderni di Ricerca del Dipartimento di Scienze Sociali dell Università di Torino», 8, Torino: Edizioni Libreria Stampatori. Mannheim K. (1928), Das Problem der Generationen; trad. It. Il problema delle generazioni, in «Sociologia della conoscenza», Bari: Dedalo, Muxel A.(1991), La moratoire politique des années de jeunesse, in: A. Percheron, R. Rémond (par), Age et politique, Parigi: Economica. Newton K. (1999), Social Capital and Democracy in Modern Europe, in: van Deth J., Maraffi M., Newton K., Whiteley P.F. (a cura di) Social Capital and European Democracy, London: Routledge. Sciolla L. (2004), La Sfida dei Valori, Bologna: Il Mulino. Ritzen J., Easterly W.,Woolcock M. (2000), On good Politicians and Bad Policies: Social Cohesion, Institutions, and Growth, in: «Policy Research Working Paper», n. WPS Salvini A. (2005), Analisi delle reti sociali. Risorse e meccanismi, Pisa: PLUS. Salvini A. (2007), Analisi delle reti sociali. Teorie, metodi, applicazioni, Milano: Franco Angeli. Schwartz S. H. (1992), Universals in the content and structure of values: Theory and empirical tests in 20 countries, in: Zanna M. (a cura di), Advances in experimental social psychology, New York: Academic Press, 25. Sennett R. (1998), The Corrosion of Character, The Personal Consequences Of Work In the New Capitalism, Norton; trad. It. L uomo flessibile. Le conseguenze del nuovo capitalismo sulla vita personale, Milano: Feltrinelli,

153 Gabriella Punziano [Europa e nuove direzioni di welfare tra autonomia e convergenza] Il modello mixed method nell analisi delle politiche sociali Abstract: The contemporary scene of European social policies identifies two precise lines of development. The first is the convergence with the tendency of national contexts towards a unitary system, the European welfare, that comes from the Europeanization process and from the rules of subsidiarity and activation rules concerning the elaborations of the social sciences. As for the second, if we could penetrate deeply into the micro-dimension we could recognize the need to observe the welfare conformations in their local connotation. A European welfare scission, as a unitary system, is what occurs, under the pressure of autonomy and the push to a locally governed welfare system, the local net welfare. The purpose of the work is to outline a new welfare system typology, macro-oriented, but without underestimating the micro dimension, which continues to be very important as concerns the tendency toward communitary integration and the different forms that it wears assumes in different countries and in the local contests of the 27 countries of Europe. We talk about a new model that does not diminish the classifying ability of traditional ones, but attempts to reveal their hard to detect details. Keywords: Typologies of welfare, Europeanization, Mixed methods, Community integration, Social policy. Introduzione L articolo che segue intende approfondire la doppia spinta tra europeizzazione e decentramento (Lebfried, Pierson 1995; De Leonardis 1998; Le Gales 2002; Gullién, Palier 2004; Kazepov 2009) della politica sociale in alcuni Paesi europei considerati quali guida di specifici modelli o meglio definiti da Esping-Andersen (1996) welfare regime, al fine di comprendere effettivamente a quale livello siano imputabili le decisioni che strutturano quest ambito. Tale obiettivo è perseguito attraverso un analisi comparata, contemporaneamente geografica e di policy. Si intende, difatti, analizzare congiuntamente le direzioni sovranazionali, gli sviluppi nazionali e le dinamiche locali in merito alla diffusione di modelli specifici di implementazione e decisione delle politiche sociali e dei regimi cui danno vita, in particolare a partire dai casi di Napoli, Milano e Berlino. La scelta dei Paesi, seppure dettata da un analisi condotta su indicatori di performance e di integrazione comunitaria dai quali scaturisce una diversa gradazione di europeizzazione, analisi che verrà descritta nei paragrafi che seguono, è anche dettata dalla volontà di capire come e perché l Unione Europea stia attualmente conoscendo un periodo di monopolio delle politiche e indirizzo delle direttive da parte della spinta esercitata da un unico Paese membro (la Germania), contrastate da una prolungata crisi dell appendice mediterranea e in particolare di uno dei paesi che hanno fondato il concetto e l oggetto di Comunità o Unione Europea (l Italia). Prima di addentrarci nello specifico dell analisi condotta, è bene fare chiarezza su una questione di fondo. Il concetto di europeizzazione, tanto sviscerato nei recenti studi sulle attuali trasformazioni nei regimi di welfare e sulle dinamiche della governance nell Unione Europea (Graziano 2004; Giuliani 2004; Ferrera 2006; Naldini 2007; De Leonardis 2012; Kazepov ), può essere considerato in un accezione molteplice e diversamente agente sui rispettivi contesti operativi sui quali va ad incidere. Se lo si considera in relazione ai rapporti fra istituzioni comunitarie e stati membri, ciò che chiama immediatamente in causa tale concetto è il processo di 153

154 Gabriella Punziano integrazione comunitaria e sviluppo della governance multilivello. Secondo questa linea di lettura del fenomeno di europeizzazione, la dirittura di arrivo dell intero processo è una piena convergenza verso un sistema unitario di governo delle politiche sociali omologato in tutto il territorio comunitario e fondato essenzialmente sui principi di sussidiarietà ed attivazione (Bifulco 2005). Questa definizione porta in gioco una più ampia trasformazione del policy-making europeo e la sua azione sui singoli sistemi politici nazionali che a loro volta rispondono mostrando diversi gradi di adattamento e intensità nel conformarsi allo scenario così delineato. Se si considera, però, lo stesso concetto di europeizzazione a partire non dal fulcro di interesse comunitario ma dai diversi centri di diramazione della governance sociale in maniera decentrata, ossia i contesti locali che effettivamente mettono in atto e agiscono sul territorio la loro particolare visione di politica sociale, vengono chiamate in causa dinamiche di implementazione e di processo più vicine alle questioni di politics, intese quali aspetti istituzionali, e di policy, intese quali aspetti di rappresentanza e azione diretta della comunità politica locale. Un moltiplicarsi di modalità volte alla convergenza, eppure impregnate delle differenziazioni contestuali che le producono, una frammentazione del tessuto che sprigiona la necessità di autonomia locale nel processo di governance delle politiche sociali in un delinearsi sempre più evidente di un obiettivo comune ed unitario (Radaelli 2003). Snodo concettuale al quale bisogna riservare ancora un piccolo accenno è quello del rapporto tra integrazione comunitaria e europeizzazione. Secondo Giuliani (2004), il primo termine si riferisce a qualcosa di impregnatamente normativo, regolativo e processuale, che coglie dinamiche macro e rapporti di sistema. Un indirizzamento volto alla ridefinizione di aspetti ed istituzioni governative rispetto agli assetti sistemici di welfare. Il secondo termine, invece, si rifà esplicitamente a dinamiche di origine micro, inquadrabili come processo silenzioso, differenziato, spesso contraddittorio rilevabile nei processi di governance, dove sono gli attori a decidere e dare forma alle differenti strutturazioni emergenti, come se l europeizzazione fosse la variabile latente a sostegno del pieno processo di integrazione, il motore che dà vita al tutto, la formalizzazione degli equilibri raggiunti nella prassi. Lo stesso Börzel (2004) ritenne le teorie dell integrazione di fatto inadeguate per rendere conto del differente impatto che l Europa e la sua legiferazione avrebbero potuto avere sugli stati membri, per quanto fosse vero che l europeizzazione sembrasse coincidere con il processo vero e proprio di istituzionalizzazione dell Unione europea (Mörth 2003) e delle sue strutture di governance. Tanto più che queste non avrebbero dovuto continuamente legittimarsi di fronte agli interlocutori nazionali e locali, costituendosi come valori in sé interiorizzati con i quali sarebbe stato necessario fare i conti. Questa ridefinizione dell europeizzazione tramite il concetto di istituzionalizzazione, inteso quale processo attraverso il quale le strutture, procedure e politiche dell Unione Europea si specializzano ed autonomizzano dal livello nazionale, aiuta a giungere ad una definizione più puntuale tra approcci bottom-up, interessati all evoluzione del livello europeo, e approcci top-down, attenti all impatto di quest ultimo sui livelli nazionali (Börzel 2004). L istituzionalizzazione diviene il tramite d unione tra una concezione di integrazione comunitaria ed una di europeizzazione delle politiche in senso di traslazione dell hard come della soft law legislation in materia di politiche sociali e regimi di welfare. Entrando nelle dinamiche specifiche del lavoro presentato, ciò che è da mettere in luce è che il processo di europeizzazione in materia di politiche pubbliche e sociali punta su una convergenza strategica verso una piena integrazione comunitaria, perseguita per l appunto attraverso meccanismi decentrati, sussidiarietà e metodo aperto di coordinamento (Graziano 2004; Cremaschi 2006). Tale processo di rivalutazione della dimensione territoriale si sostanzia nei fenomeni di decentramento, proliferazione ed attivazione degli attori e di costruzione di network decisionali locali. Ma, contemporaneamente, esso è accompagnato dalla volontà di ricostruzione di un identità sovranazionale univoca, che possa reggere le sfide con la crisi di alcune delle sue periferie in un quadro di competizione globale. Il fattore che governa queste spinte è da individuare nella capacità dei contesti, siano essi nazionali o locali, di tendere verso una piena integrazione comunitaria, integrazione che si può realizzare essenzialmente in due direzioni. Un integrazione rivolta al contesto (politiche di coesione territoriale e sociale), che punti a rivalutarlo e a renderlo competitivo ed in grado di affrontare le sfide globali, ed un integrazione rivolta alla persona (politiche di inclusione sociale), che punta invece a garantire il godimento degli standard di vita comuni e l investimento sugli individui, rendendoli parte attiva e partecipativa del processo di inclusione (place and people, Donzelot 2003). Due modalità differenti di concepire il processo di integrazione non sempre pienamente conciliabili, per il fatto comune della scarsità di risorse nel momento in cui si decide di intervenire nel 154

155 Gabriella Punziano sociale e per il coinvolgimento di stakeholders differenti che questo processo può implicare. Nello scenario europeo pervaso da questa doppia spinta tra europeizzazione e convergenza opposta a decentramento ed autonomia locale, tendenza allo sviluppo di policy legate ai soggetti ed al sociale o ai contesti ed al territorio, la variabile integrazione comunitaria diventa la discriminante nel riconsiderare, attraverso uno studio comparato, una diversa tipologia di sistemi di welfare che non perda l esplicita connotazione geo-politica di differenziazione (le europe sociali, Ferrera 2006) o la propensione a reggersi sulla dimensione statale, di mercato, del Terzo Settore o familiare (Esping-Andersen 1996; Ferrera 2006). Mixed Methods per una diversa classificazione dei modelli di welfare Arrivati a questo punto ci si potrebbe chiedere da dove sorga la necessità di sviluppare una nuova classificazione tipologica che integri le più o meno classiche tipologie. Se si considera che il tentativo classificatorio, nella sua versione empirica di nascita e primo sviluppo, si è focalizzato essenzialmente su interventi diretti ad erogazione monetaria e sulla titolarità al diritto di prestazione sociale, suddividendo i sistemi di welfare rispetto all intervento statale più o meno pervasivo, i livelli di spesa, i requisiti d accesso, la copertura finanziaria, i destinatari o il criterio di assegnazione dell erogazione (Titmuss 1974; Esping-Andersen 1990), nonché sulle dinamiche geopolitiche di governo del welfare state (Ferrera 1993), si capisce bene come tali principi non siano più associabili ad un sistema di welfare come quello attuale che è passato, in maniera più o meno generalizzata, dall erogazione monetaria alla prestazione di servizi, dall assistenzialismo all attivazione, dall emersione da stati di emarginazione all autoimprenditorialità, rafforzamento delle capabilities e delle capacità competitive prima degli individui e poi del sistema che vanno a comporre (Sen 1993), dall azione pervasiva dello stato nazione all emersione di soggetti altri accanto allo Stato che muovono l azione sul sociale, come il Terzo Settore, la Famiglia, il Privato Sociale 1 : welfare mix (Ferrera 2006) sempre più dinamici e delocalizzati, nei quali sono gli attori che agiscono concretamente gli indirizzamenti del sistema senza dimostrarsi più passivi e sottomettibili a tendenze generali, ma diretti sulle best practices calate sul proprio contesto con l obiettivo di uno sviluppo sociale convergente, ovvero la tanto invocata integrazione. Questo processo di mutamento, sorretto da cambiamenti che hanno investito la struttura demografica, sociale ed economica dei Paesi membri, nonché il passaggio da una legiferazione per la dimensione sociale totalmente affidato alla competenza nazionale ad un opera di indirizzamento legislativo centralizzata (anch essa passata da soft ad hard law legislation) ed affidata agli organi dell Unione, ha portato i welfare state a diventare una dimensione consolidata del sistema di solidarietà e condivisione del rischio (Beck 2000) all interno delle stesse trappole che sistemi e regimi talmente consolidati nella storia e nel tempo hanno portato con sé (Ferrera 2008). L integrazione comunitaria diviene, in questo scenario, la valvola di congiunzione di sistemi in collasso, per il ritirarsi progressivo dello Sato e l emersione di nuovi ed altri soggetti, per le crisi cicliche del mercato o della struttura delle relazioni sociali (per dirla alla Esping-Andersen [1995], si tratta dei processi di demercificazione e defamilizzazione). Elevarla a nuova variabile discriminante nella delimitazione dei sistemi attuali di welfare ci aiuta a tenere insieme i citati fattori in collasso e crisi congiuntamente ai fattori di sviluppo in precedenza citati (base su servizi, attivazione delle politiche e dei soggetti ecc.), dimostrando come sia la gradualità dell integrazione, la strategia differenziale di convergenza ed il recupero degli spazi di autonomia implementativa a definire nuovi tipi di welfare tra sistema unitario, welfare europeo, e sistemi locali, net-welfare locali. Definiti questi presupposti, l interrogativo d apertura dello studio condotto è: da che punto si diramano e come vengono prese le decisioni sul sociale? Così delineato, questo interrogativo mette in gioco più piani d analisi e più oggetti analitici. Uno dei piani coinvolti è quello semantico-terminologico, l altro è quello territoriale. Il primo attiene alla necessità di indagare gli sviluppi della politica sociale che incidono sul welfare passando attraverso l integrazione comunitaria e recuperando dinamiche quali attivazione, sussidiarietà e autonomia locale; 1 Considerando questo il luogo meno adatto per una ridiscussione e ricontestualizzazione delle evoluzioni del welfare e delle sue categorizzazioni, si rimanda per un approfondito dibattito a Paci (2003), Ferrera (2006), Bifulco (2005), Naldini (2007), Kazepov (2009), Punziano (2012). 155

156 Gabriella Punziano il secondo prende in considerazione una realtà costituita su livelli multipli non solo interconnessi ma annidati tra loro. Parliamo dell Europa, delle sue Nazioni e dei contesti locali. Per la complessità di congiunzione di piani così differenti, si è scelto un approccio che lascia emergere una struttura di ricerca integrata e non necessariamente convergente, e che consente di indagare il campo d analisi prescelto sia in prospettiva macro che in prospettiva micro. Tale approccio è rappresentato dai Mixed Methods (Tashakkori, Teddlie 2003; Teddlie, Yu 2007; Creswell 2012), un approccio integrato di metodi, tecniche e strumenti finalizzato all elaborazione di uno strumento interpretativo e conoscitivo che diviene esso stesso il risultato, il tutto perseguendo strategie differenti, sia sul versante quantitativo sia sul versante qualitativo. Approccio integrato, questo, che non ha la pretesa di mettere in discussione l efficacia classificatoria delle tipologie classiche precedentemente richiamate all attenzione, ma che offre piuttosto nuove opportunità per fare emergere dettagli che sembrano difficilmente gestibili o rilevabili quando la realtà indagata è vasta per estensione, storia e retaggio culturale come l Europa, ma ancora di più quando si intende frammentare tale realtà ed inserirla in un disegno comparato. Il disegno di ricerca in oggetto si fonda, in prospettiva macro, su elementi relativi ad analisi per indicatori di performance sociale attraverso l applicazione della multilevel analysis e delle tecniche di cluster, mentre, in prospettiva micro, riesce a fare emergere da studi d implementazione, d impatto e di network elementi relativi alla costituzione del processo decisionale ed alla ripercussione che questo ha sulla strutturazione degli attuali indirizzi di welfare nell intento di renderne una classificazione organica. Per approcciare tale complessità di sfondo, lo schema d analisi utilizzato è stato suddiviso in quattro step sequenziali costruiti l uno dentro l altro come sub-disegni all interno del più complesso disegno generale (nested, Cressewell 2003) che prende il nome di Complex Mixed Methods Design (Punziano 2012). Il primo step analitico, qualitativo, è finalizzato all emersione degli assi sottostanti la tipologia cui si vuole giungere, attraverso un ragionamento critico sulle teorie, i metodi e gli oggetti d analisi convoglianti nel disegno. Il secondo step, quantitativo, prevede l analisi multivariata e multilivello in ottica comparata dei dati secondari 2 relativi ai contesti sociali d indagine, attraverso l analisi degli indicatori sociali. Ciò per definire un chiaro piano di selezione dei casi in base alle differenze che i diversi contesti assumono sulla variabile discriminante individuata ed elaborata: l indice di integrazione comunitaria, che verrà in seguito definito. Studio di implementazione e analisi d impatto sulle percezioni rilevate tramite testimoni privilegiati sono gli obiettivi del terzo step d analisi, qualitativo e svolto su alcuni progetti specifici inerenti le politiche di coesione (place) ed inclusione (people) quali funzionali diramazioni dell integrazione. Infine, sono state individuati le reti di attori nel tessuto locale e i loro spazi d azione nati da possibili vuoti o incongruenze normative (seguendo il paradigma di Graziano 2004) o dalla conformazione delle reti stesse (rifacendoci ad uno studio più classico di Laumann e Pappi 1976, inerente piccole comunità e reti di potere sui piani decisionale, reputazionale e posizionale). Ciò caratterizza il quarto step, qualitativo per lo strumento e quantitativo per l analisi, sviluppato nell intento di individuare i meccanismi di mediazione e conflitto risultanti a livello decisionale per la gestione del controllo, del potere e delle risorse, in merito a politiche sociali. Il meccanismo di metodo essenziale all integrazione in una siffatta strategia mix sta nella traduzione di ambedue i linguaggi, qualitativo e quantitativo, in un codice comune ad entrambi gli approcci coinvolti, che consentirà la costruzione del modello generale di classificazione. Ogni risultato emerso dai diversi step diventa risorsa funzionale alla definizione degli elementi di base che sostanziano i diversi tipi derivanti dal modello. Dati qualitativi e dati quantitativi sono trasformati in caratteristiche ed attributi che possono convivere, senza particolari problematiche ontologiche ed epistemologiche, in un modello multi-methods. Una sorta di griglia interpretativa che si costruisce mano a mano che si avanza tra le diverse fasi del disegno di ricerca che impongono di rispondere ad interrogativi correlati e complementari. Poiché il reale traguardo che è possibile raggiungere attraverso una strategia mix non è l alternanza, l affiancamento o la focalizzazione dei riusultati di diversi metodi tra loro ma la progressiva emersione di un nuovo strumento classificatorio che diventa esso stesso risultato in quanto in grado di accogliere i risultati di entrambi gli approcci utilizzati e traslarne i linguaggi in un nuovo corpus unico ed integrato, la congruenza dei risultati così ottenuti non è garantita, e la stessa possibilità che possa emergere incongruenza rende le fasi del disegno aperte e pronte all adattamento in itinere del disegno stesso. Un disegno complesso ma flessibile per garantire una vicinanza d intenti alla realtà indagata, a sua volta, anch essa altrettanto multiforme ed eterogenea. 2 Fonte: rilevazione Eu-SILC da Eurostat ultimo trimestre

157 Gabriella Punziano Dalla comparazione geografica e di policy agli assi tipologici Il primo passo compiuto ai fini della definizione degli assi tipologici è stato mosso verso la ricerca delle definizioni degli oggetti d analisi e dei punti critici nella loro analisi empirica a partire dal concetto di politiche pubbliche, per passare attraverso le politiche sociali, il welfare, e giungere alla definizione di politiche di coesione (place) e di inclusione (people) sociale ed alla definizione di integrazione alla luce degli effetti dell europeizzazione e dell attivazione sulle politiche. Il tutto attraverso l analisi critica della letteratura e la selezione bibliografica, e con il chiaro obiettivo definitorio finalizzato allo sviluppo di ipotesi alternative alla riclassificazione degli attuali sistemi di welfare. Difatti, se le distinzioni e caratterizzazioni di welfare hanno potuto mantenere una linea di coerenza e sono risultate le spiegazioni più efficienti al fenomeno descritto, almeno fino alla chiusura del secolo scorso, alla luce degli sviluppi attuali e dell ingresso del livello europeo come titolare e responsabile dell applicazione coerente e dello sviluppo armonioso ed armonizzato delle politiche sociali sul territorio comunitario, queste cominciano a vivere una crisi di ristrutturazione e a far emergere la necessità di una chiave di spiegazione dello sviluppo differenziale dei regimi di welfare possibilmente uguale per tutti i sistemi e più astratta del concetto di intervento economico, statale, familiare ecc.. E proprio alla luce di questa necessità che si impone l introduzione del concetto di integrazione quale variabile discriminante per la classificazione e la comprensione del welfare dell europeizzazione. Per poter definire chiaramente tale variabile, è bene ripercorrere il già citato continuum semantico che prevede una discesa progressiva di astrazione a partire dalla più generale famiglia di politiche pubbliche per arrivare al concetto di integrazione. Difatti, le politiche pubbliche possono essere considerate non come oggetti ma come costrutti, interpretazioni della realtà attorno ad un problema socialmente percepito e relazionalmente costruito. L arena dell interazione, per dirla con le parole di Lasswell (con Kaplan 1950), sarà il luogo principale dove si consumerà la lotta per il potere decisionale (Dye 1972; Jenkins 1978; Anderson 1984; Capano 1996). Questo solleva una problematica di ordine metodologico associata prioritariamente allo sviluppo di un analisi di un livello astratto, quello delle politiche pubbliche, che si gioca su un piano molteplice, quello dell interazione. Le cose non cambiano notevolmente quando si restringe il focus e si passa alla definizione dell oggetto politiche sociali. Queste sono un insieme di interventi pubblici aventi scopi ed effetti sociali variabili, che vanno da una più equa distribuzione societaria di risorse ed opportunità alla promozione di benessere e qualità della vita e che, infine, hanno anche lo scopo di limitare le conseguenze sociali prodotte da altre politiche, subendo una forte influenza contestuale, storica e culturale (Naldini 2007). Le problematicità metodologiche ad esse connesse ineriscono alla necessità di scendere nella scala di generalità e legare l intervento pubblico a problematiche di richiamo sociale, spostandosi dal piano dell interazione, tipico delle politiche pubbliche, al piano molteplice dell azione. Arrivando al welfare, con esso si tende ad identificare il risultato di complesse azioni finalizzate al benessere dei cittadini e messe in atto da molteplici attori, siano essi pubblici, privati o no-profit, spostando l attenzione dal welfare state al welfare mix in quanto gioco di relazioni instaurate tra attori in continuo dinamismo per composizione e sviluppo (Flora, Heidenheimer 1981; Ferrera 1993; Naldini 2007). In questa ridefinizione, le problematicità metodologiche sono connesse all individuazione della spiegazione teorica di diffusione dei diversi sistemi/regimi e delle variabili che possano discriminare tali differenze. Questo in quanto la tendenza a generare tipologie è molto allettante per gli studiosi che intendono semplificare il reale per comprenderlo. Il rischio, però, è allargare le maglie dei tipi fino ad includervi elementi tuttavia troppo particolari. E ciò è ancora più vero se calato nella realtà odierna. Difatti profonda ristrutturazione e crisi sono le fasi che attualmente vivono i sistemi di welfare e che spingono verso la definizione di modifiche, nuovi assetti e traiettorie di sviluppo. In linea di massima, le più generali trasformazioni e direzioni di sviluppo della politica pubblica sostanziano, e sotto certi versi generano, i mutamenti di welfare. Con ciò non si intende stabilire un primato causale, ma semplicemente evidenziare meccanismi di influenza/ dipendenza. I processi di integrazione europea ne sono un evidenza. L Europa, infatti, con i suoi interventi di tipo regolativo, ha influenzato gli assetti del welfare con norme, dispositivi regolativi e direttive, nello specifico intento di rendere armoniose le legislazioni nazionali fissando standard comuni di convergenza sistemica. Si pensi, se non altro, allo sviluppo del metodo aperto di coordinamento, e con esso ai meccanismi di sussidiarietà, attivazione 157

158 Gabriella Punziano (ad esempio, con l European Employment Stategy), ai progressivi processi di decentramento nella governance locale, all emersione di nuovi e diversi rischi sociali. Altro elemento direttamente connesso ad un analisi che intende prendere in considerazione il delinearsi di nuovi assetti nei sistemi di welfare è l europeizzazione, che può essere intesa come un processo di costruzione e diffusione di politiche pubbliche comunitarie negli stati membri; essa consente non solo di definire gli elementi salienti dell integrazione europea ma anche di individuare le modalità attraverso cui le istituzioni comunitarie cercano di influenzare i processi decisionali nazionali (Graziano 2004). Per contro, la localizzazione, in quanto elemento fondante dell attivazione e della partecipazione, nonché del dilatarsi dell autonomia dei contesti locali in materia sociale, è elemento di dinamismo e integrazione, poiché il locale è lo spazio dove i problemi sociali si cumulano seguendo traiettorie specifiche e dove le risorse e gli attori per affrontarli possono essere mobilitati e integrati (Palier 2000; Cremaschi 2006; Graziano 2004; Bifulco 2005). Questa doppia spinta segna il percorso naturale verso l integrazione comunitaria e la convergenza tra i piani di interventi di coesione rivolti al territorio (place) e quelli di interventi di inclusione rivolti alla persona (people). Dunque, si possono definire le politiche di coesione sociale come dispositivi che puntano fortemente sulla territorializzazione dei livelli sia operativi che gestionali, facendo del territorio la leva per l integrazione. Esse sono rivolte alla riduzione delle differenze economiche e sociali tra varie unità territoriali intese quali Stati o anche quali comunità locali a favore di uno sviluppo armonioso e sostenibile: un attivazione dinamica di risorse di contesto. Mentre si definiscono le politiche di inclusione sociale come l individuazione degli interventi e la corrispondente attivazione degli interessati, facendo delle persone il punto di convergenza per l integrazione. Esse intendono favorire una migliore e piena integrazione della persona nel contesto sociale ed economico nel quale si svolge la sua esistenza, un inclusione non solo di fatto, ma di diritto ed a pieno titolo: un attivazione partecipata di risorse individuali. L integrazione si configura come risultante di questi due poli estremi di sviluppo della politica sociale, ed essenzialmente si delinea come una strategia per perseguire obiettivi comuni a diverse politiche nel contesto di territori comuni e nell ambito più ampio della ridefinizione di materie, competenze, accordo e cooperazione tra attori diversi dal livello decisionale a quello della messa in opera. Essa è tale per cui può essere considerata un obiettivo in sé comune a più politiche (Bifulco, De Leonardis 2006). Prendendo in considerazione tutta questa serie di definizioni di oggetti analitici implicati sul continuum semantico considerato, la variabile che può essere considerata come discriminante per il welfare dell europeizzazione, il quale si trova ad affrontare tutte queste nuove sfide e nuovi sviluppi, è l integrazione comunitaria, naturale evoluzione di tutto il percorso a discesa teorico. Viene così a costituirsi, su questo continuum, un asse unitario (quello che diventerà l asse verticale della nostra tipologia) definibile proprio come asse dell integrazione nell opposizione tra le due polarità di sviluppo delineate, coesione ed inclusione sociale, in un approccio metodologico incentrato sulla comparazione di policy. Il continuum territoriale, che naturalmente viene ad incentrarsi sulla comparazione geografica, risulta impregnato anch esso degli sviluppi e delle dinamiche evolutive dei sistemi di welfare, soprattutto nel momento in cui si delineano le dinamiche di europeizzazione vs decentramento, convergenza vs autonomia locale, e viene a caratterizzare totalmente il secondo asse della nostra tipologia (quello orizzontale), fino a stilare un opposizione tra un tipo di welfare che può essere definito europeo in quanto convergente, ed un tipo di welfare frammentato e locale, definibile come net welfare locali. I Mixed Method, garantendo la possibilità di integrare diversi approcci e, con essi, diversi metodi d analisi, non fungono da somma dei risultati derivanti dagli stessi ma da approccio integrato ed integrale alla realtà indagata. Essi consentono di superare i limiti degli approcci di ricerca all analisi di policy (decisionale, implementazionale, classificatorio, comparativo, valutazionale) al fine di giungere ad un modello complesso, insieme contenitore ed amplificatore, dei metodi che lo nutrono, singolarmente intesi, e capace di portare, in primis, a sistema l approccio comparato di policy e l approccio comparato geografico. Da questo primo step d analisi nascono dunque gli assi della tipologia sottostanti il modello generale di classificazione. Viene recuperato un approccio comparato di policy, che non sostituisce ma integra la comparazione geografica. Queste due caratterizzazioni di metodo vanno ad inserirsi nella delimitazione degli assi tipologici, legandosi alla possibilità di coprire i due piani, semantico e territoriale, nella realtà a più livelli che viene considerata in questo studio. Pertanto, volendo a questo punto estrapolare l effetto del metodo (analisi comparata di policy vs analisi comparata geografica), i continuum intersecanti (semantico vs territoriale) e le principali trasformazioni 158

159 Gabriella Punziano intercorse in merito alle politiche sociali (europeizzazione vs decentramento/frammentazione; attivazione vs assistenzialismo; convergenza vs autonomia locale; centro vs periferia), gli assi cui giungiamo per la costituzione della base della nostra tipologia possono essere così rappresentati: Fig. 1: Assi tipologici risultanti dal primo step A partire dall intersezione delineata, i risultati derivanti dalle altre tecniche presenti nel disegno mix sono stati trattati come caratterisitche ed attributi da far rientrare nella tipologia. Ciò al fine di controllare empiricamente l ipotesi iniziale di discrimine dell integrazione rispetto alla disposizione e agli sviluppi degli attuali sistemi di welfare. In particolare, presupponendo un distacco in termini di sviluppo territoriale o sociale (coesione vs inclusione) da una parte e tendenza all europeizzazione o al decentramento/frammentazione dall altra, si porta lo stiramento di tendenze in atto ma tuttavia non escludentesi l una con l altra. È dalle particolari forme di commistione tra questi differenti fenomeni e indirizzi in merito al welfare che vengono a delinearsi sistemi particolari da trattare come modello e non come classificazioni assolute e perfettamente generalizzabili. Si pongono così le basi per l emersione non solo di una tipologia in evoluzione, ma soprattutto per la realizzazione di uno strumento analitico integrato che riesca ad accogliere elementi differenziati e fortemente eterogenei per natura e provenienza. Dallo studio degli indicatori sociali alla definizione dei quadranti Nel paragrafo che segue viene presentato lo sviluppo di un modello multilevel sugli indicatori sociali, modello finalizzato ad ottenere una selezione ragionata dei contesti con lo scopo di evidenziare l incisività decisionale del livello nazionale o subnazionale nella costituzione delle politiche sociali in Europa. In particolare, si intende mettere in luce la prevalenza delle Regioni o delle Nazioni alla guida del modello stesso a partire dai livelli di performance sociali da questi contesti ottenute sugli indicatori considerati. Questo al fine di evincere una prima classificazione in base alla variabile discriminante individuata all interno degli assi tipologici sviluppati nel primo step del disegno mix, nell ipotesi secondo la quale l incidenza di tale indice possa essere funzionale nel discriminare 159

160 Gabriella Punziano la disposizione dei gruppi nazioni o regioni. Ci si è chiesti, dunque, a partire dalle tipologie classiche, cosa, come e quanto sia cambiato nei sistemi di welfare dell Europa a 27 e nei livelli di crescita verso una piena integrazione comunitaria. In particolare ci si è chiesti se la tendenza effettiva fosse verso un sistema unitario di welfare o verso qualcosa di più frammentato e a carattere locale. Attraverso l analisi per indicatori sociali con la costruzione di modelli di regressione multipli e per blocchi (modello PLS-Path Modeling, Esposito Vinzi 2009) sui livelli disgiunti prima nazionale e poi regionale, l analisi multilivello sulle variazioni contestuali considerate congiuntamente (Hox 2002), l algoritmo Rebus-PM (Esposito Vinzi et alii 2008) e la Cluster Analysis si è cercato una risposta a questi interrogativi con l ulteriore finalità di trarre da queste analisi gli elementi affinché le Nazioni e le Regioni europee potessero essere proiettate nello spazio tipologico ottenuto dall incrocio degli assi descritti in precedenza. Per la necessità di approfondimento che tale tipo di analisi comporta, ma anche per questioni di tempo e risorse, si è scelto di non indagare la situazione di ogni singola nazione, ma di selezionare quelle che spiccassero per acute differenze, riuscendo a diventare esplicative di un determinato campo di attributi. Si tratta di un modello micro-macro multilivello, basato su un sistema di indicatori di performance sociali e generato nell analisi congiunta dei due livelli di variazione considerati nazioni (livello di aggregazione dato territoriale nuts0 3 ) e regioni (livello di aggregazione dato territoriale nuts2 4 ) con l esplicito intento di spiegare l influenza della varianza territoriale sulla formazione di un welfare europeo o di tanti net welfare locali. In particolare, il modello adottato consiste in una Hierarchical Structure with Cross-level Interaction for Ecological Effect (Hox 2002). Dunque una struttura gerarchica che prenda in considerazione l interazione tra nazioni, e regioni all interno delle medesime nazioni, tenendo sotto controllo gli effetti ecologici derivanti dalla natura degli stessi dati utilizzati (fallacia ecologica o effetto curvilineare, per menzionarne qualcuno) 5. Nello specifico viene elaborata un equazione multilivello che si sviluppa nei termini che seguono: Eq. 1: Multilevel Structure of Regression dalla quale è stato successivamente eliminato l indice di complessità contestuale costituito a sua volta da indici sintetici (HDI, HPI ecc..) e per questo giudicato poco affidabile Gli obiettivi che ci si propone con tale modello e le domande cui si cerca una risposta analitica riguardano essenzialmente alcune esigenze connaturate allo sviluppo stesso di un modello multilevel, ovvero: 1. Campionare, anche se nel nostro caso, trattandosi di un analisi che si sviluppa e matura all interno di un approccio mixed methods, diventa piuttosto selezionare: quali sono i territori che fanno la differenza? 2. Modellare i dati con una struttura complessa: Regioni nested contenute in Nazioni. 3. Modellare l eterogeneità: l integrazione varia da nazione a nazione? 4. Modellare i dati che ne dipendono: le regioni nella stessa nazione tendono ad avere andamenti simili? 5. Modellare la contestualità nelle relazioni micro e macro: l integrazione dipende dalle caratteristiche delle regioni o delle nazioni? 3 Ci riferiamo alla nomenclatura delle unità territoriali statistiche, in acronimo NUTS (dal francese nomenclature des unités territoriales statistiques) che identifica la ripartizione del territorio dell Unione Europea a fini statistici. L Eurostat ha ideato tale suddivisione nel 1988, basandosi sull unità amministrativa locale e sull entità della popolazione residente in ciascuna area e fornendo uno schema unico di ripartizione geografica a prescindere dalle dimensioni amministrative degli enti degli Stati. Nello specifico, il livello nuts0 prevede l indicazione statistica per i 27 Stati nazionali europei. 4 Tale livello territoriale prevede 271 unità, tra le quali le regioni italiane, le Comunità autonome in Spagna, le regioni e le DOM francesi, le province belghe e olandesi, i Länder austriaci, le Regierungsbezirke tedesche ecc.. 5 Per un approfondimento si veda Addeo, Punziano (2012). 160

161 Gabriella Punziano Nello svolgimento pratico della nostra indagine multilivello sul sistema di indicatori sociali che meglio riescano ad evincere il carattere di integrazione e convergenza degli stati membri verso la politica sociale comunitaria, si sono selezionati domini, dimensioni ed indicatori di diverso livello e li si è sintetizzati al fine di creare un sistema sintetico di indici da inserire nel presentato sistema multiplo di regressione. Si tratta di indicatori di performance sociali chiaramente connotati per normativa e politicamente centrati per la costruzione dell agenda sociale dell Ue. Potenzialmente essi hanno un grande valore in quanto puntano a significativi problemi sociali, e, insieme, un portafoglio di indicatori ci permette di trarre conclusioni in merito al progresso di carattere sociale. Ma non possiamo aspettarci che siano una rappresentazione completa dello stato della società. Essi restano semplicemente un indicazione. La natura di tale indicazione dipenderà dalle scelte operate in materia di definizioni e dai dati disponibili. Differenti indicatori sottolineano differenti aspetti di problematiche sociali, suggerendo differenti priorità in termini di politica di intervento. Inoltre, gli indicatori nascono per misurare i risultati sociali rispetto agli obiettivi preposti (pertanto permettono comparabilità) e non per valutare i mezzi con cui essi sono raggiunti (cosa che interesserà un affondo più qualitativo e successivo dello studio che si presenta). Nella selezione degli indicatori è stata adottata la stessa fonte di dati per tutti i paesi, l indagine EU-SILC (European Survey on Income and Living Conditions) e le Regional Statistics on Social Cohesion 6 a garanzia della comparabilità dei dati raccolti. Per ottenere gli indici funzionali alla realizzazione del modello multilivello, si parte dallo sviluppo di una regressione basata sul Pls-Path Modelling disgiunto per Nazioni e Regioni, al fine di valutare l ipotesi di discrimine basata sull indice di integrazione per passare, in una fase successiva, alla definizione dei gruppi sottostanti questa ipotesi (funzione Rebus). Pertanto, sui livelli territoriali evidenziati, quello nazionale e regionale, sono stati selezionati differenti tipi di indicatori con le relative dimensioni cui fanno capo, in vista della loro sintesi in indici compositi e sintetici. Si tratta, nel dettaglio, di: a. Indicatori di integrazione alla politica comunitaria sia sulle nazioni sia sui contesti locali; integrazione intesa quale risultato della combinazione delle convergenze all interno delle dimensioni che afferiscono a globalizzazione (nelle sub-dimensioni di business and capital con indicatori come market integration, comparative price level people con non national among residents responsability con official developement assistance technology con gross domestic expenditure on R&D), politica (governo con e-governament on line availability, general governament gross depth e legislazione con trasposition of Community law), economia (pil con GDP per capita, real GDP occupazione con dispersion of GDP, employment rate, dispersion of employment rate produttività con labour productivity) e società (immigration con crude rate of net migration health con life expectancy at birth e policy and intenational partnership con intra EU trade in goods), finalizzate al miglioramento della qualità sociale ed economica della vita, concepita non tanto come un nuovo concetto di benessere ma piuttosto come uno sforzo per integrare le idee di coesione sociale, inclusione/esclusione sociale e sviluppo umano in una prospettiva politica comune, volta a dirigere l attenzione dei responsabili delle politiche sulla dimensione sociale del processo di integrazione europea. b. Indicatori di inclusione sociale sia sulle nazioni sia sui contesti locali; inclusione intesa come integrazione rivolta alle persone ed alla possibilità di queste di non essere escluse dal tessuto di opportunità e relazioni sociali. Un concetto relativo che presuppone un gruppo o una popolazione di riferimento o confronto, ma anche un concetto che presuppone sia una prospettiva di status (essere o non essere inclusi) sia una prospettiva processuale (passaggi dall essere al non essere inclusi). Per poter parlare di esclusione sociale deve sussistere il fallimento di uno o più dei seguenti quattro sistemi inseriti quali dimensioni nella costruzione dell indice di inclusione: il sistema democratico e di diritto che promuove l integrazione civica; il mercato del lavoro che promuove l integrazione economica; lo stato ed il sistema di welfare che contribuiscono alla definizione dell integrazione sociale; il sistema famiglia e della comunità che promuove l integrazione interpersonale (Berghman 1998). Si possono distinguere componenti dimensionali quali: mercato del lavoro (Gini coefficient, long-term unemployment rate), rischio povertà (persistenza con persistent at-risk-of-poverty rate, trasferimenti con at-risk-of-poverty rate after social transfers, at-risk-of-poverty rate before 6 Le due banche dati afferiscono alle rilevazioni gestite e promosse dall Eurostat. 161

162 Gabriella Punziano social transfers), immigrazione (immigration, emigration), housing (total housing costs, housing deprivation rate), istruzione/abbandono (early leavers from education and training, life-long learning) e deprivazione materiale (arrears on utility bills, inability to face unexpected financial expenses, material deprivation status). c. Indicatori di coesione sociale sia sulle nazioni sia sui contesti locali; coesione sociale intesa come integrazione rivolta ai territori ed alla possibilità che questi, attraverso le loro caratteristiche, riescano a fornire un tessuto sociale includente. Cinque dimensioni sono state identificate (Jenson 1998) nel considerare la coesione sociale: appartenenza/isolamento (crime, violence and vandalism, EU financing for developing countries), che significa valori condivisi, identità, senso di impegno; inclusione/esclusione (inequality of income distributions, gender differences in the at-risk-of-poverty rate, gender pay gap), che riguarda le pari opportunità di accesso; partecipazione/non coinvolgimento (partecipation in educations and training, public expenditure in education, level of internet access); riconoscimento/rigetto (level of citizens confidence in EU institutions, self defined health status), che affronta il problema del rispetto e tolleranza delle differenze in una società pluralista; legittimità/illegittimità rispetto alle istituzioni (total expenditure in social protection, total expenditure in social benefits) che agiscono come mediatore nei conflitti di una società pluralista. Gli obiettivi cui fanno capo tali indicatori sono quelli della rilevazione effettiva della riduzione delle disparità regionali, la promozione delle pari opportunità, la promozione della partecipazione sociale e politica, la formazione e il rafforzamento delle relazioni sociali tra gruppi di popolazione o il loro miglioramento, affrontando questioni quali valori condivisi, comune identità, fiducia e solidarietà. Fig. 2: Path Diagram sintetico degli indici elaborati come variabili latenti generate dalla relazione tra dimensioni e variabili manifeste o indicatori sul modello relativo alle nazioni 162

163 Gabriella Punziano Fig. 3: Path Diagram sintetico degli indici elaborati come variabili latenti generate dalla relazione tra dimensioni e variabili manifeste o indicatori sul modello relativo alle regioni Questi indicatori, per la loro appartenenza multi-concettuale, non sono di sicuro esaustivi delle dimensioni che vanno a coprire, né tanto meno il loro rapporto di legame diretto con i concetti indagati dalla dimensione considerata è sempre pienamente rilevabile. Ma agendo tramite controllo dei legami statistici di correlazione, si sono selezionati gli indicatori che risultano essere maggiormente significativi per ciascuna dimensione individuata. Tutti gli indicatori selezionati sono stati poi sintetizzati, tramite regressione Pls-PM, o regressione per blocchi unidimensionali effettuata con il programma XLStat, in variabili sintetiche punteggio o indici ed inserite nell equazione multilevel, un modello previsionale di cui variabile dipendente è il costruito indice di integrazione (sotto forma di variabile latente) e le cui variabili dipendenti sono gli indici di coesione ed inclusione sociale (anche queste costituite quali variabili latenti ottenute dalla sintesi delle manifeste o indicatori inseriti nel modello). Tali modelli sono tesi a dimostrare che l integrazione è funzione delle componenti di coesione e inclusione che consentono di predire la performance sociale delle Nazioni e delle Regioni incluse nel modello. A seconda dell oscillazione di queste sull Indice di Integrazione si ottiene la dimostrazione dell ipotesi di discrimine finalizzata alla rielaborazione tipologica dei sistemi di welfare. Gli indici ottenuti saranno sottoposti a Rebus-PLS e Cluster Analysis (Di Franco 2009) e proiettati graficamente al fine di ottenere il primo andamento necessario a testare l ipotesi di discrimine del nuovo indice di integrazione ottenuto creando raggruppamenti all interno dei contesti analizzati. Considerato lo spazio di quest articolo e per la volontà di non appesantire di dettagli tecnici statistico-matematici le conclusioni cui porta l articolazione del modello proposto, si rimanda per un approfondimento di tutte queste questioni al volume Welfare europeo o welfare locale? I processi decisionali nel sociale tra convergenza ed autonomia realizzato da chi scrive nel Basterà in questa sede descrivere i principali obiettivi e i conseguenti risultati raggiunti. L analisi è stata svolta prima su un modello nazionale, poi su uno regionale e poi su quello congiunto. Nell analisi del modello nazionale quello che si evince è il buon impatto dei prodotti indici di coesione ed inclusione sull indice di integrazione, in particolare l uno in positivo e l altro in negativo, dimostrando l ipotesi di funzione lineare dell integrazione rispetto alla coesione ed all inclusione (lì dove un riscontrato R 2 pari a 0.80 conferma il buon adattamento del modello stimato ai dati considerati e per contro anche un buona capacità predittiva globale). Gli effetti stimati vedono, pertanto, corrispondere all aumento dell indice di integrazione valori positivi di coesione territoriale e valori negativi di inclusione sociale, proprio come se sottostante il modello vi fosse una componente di cui gli estremi siano rappresentati proprio da coesione ed inclusione, che in letteratura, come precedentemente definito a livello teorico (de Leonardis, Bifulco 2006), si configura proprio come l indice di integrazione assunto quale discrimine tra i sistemi di welfare in questo lavoro. Applicando poi 163

164 Gabriella Punziano l algoritmo REBUS-PLS, si può osservare la disposizione delle nazioni all interno di gruppi costruiti attraverso una classificazione ascendente gerarchica automatica, basata per la dissimilarità sulla distanza euclidea e per il metodo di agglomerazione su quello di Ward. Le classi in cui si possono scindere le nazioni considerate sono essenzialmente 5, e vengono elencate di seguito. Tab. 1: Classi su modello nazionale Classi Best Performer Mix Liberal-continentale mediterraneo Nord Social-democratico filo scandinavo Nazioni tra arretratezza e ritardo di sviluppo Nazioni tra Est e crisi Lussemburgo Nazioni Germania, Regno Unito, Italia, Belgio, Spagna e Francia Paesi Bassi, Finlandia, Austria, Danimarca e Svezia Slovenia, Portogallo, Irlanda, Repubblica Ceca, Estonia, Slovacchia, Cipro, Ungheria, Malta, Polonia Bulgaria, Grecia, Romania, Lettonia e Lituania Per quanto il modello sembri funzionare, la disposizione delle Nazioni resta, tuttavia, piuttosto curiosa. Se non rappresenta anomalia il fatto che il Lussemburgo sia la punta di eccellenza per performance, le restanti combinazioni si fanno alquanto insolite. I modelli classicamente intesi, e già discussi, cui faceva riferimento Ferrera (2008), cominciano a mescolarsi e a confondersi. Si perdono i cardini classici che li inquadravano a seconda dei destinatari, della copertura degli interventi e delle configurazioni istituzionali. Questi hanno portato all articolazione dello stato sociale europeo contemporaneo nelle quattro europe sociali rispetto a parametri quali accesso alla protezione sociale, formule di finanziamento, formule di prestazione ed assetti organizzativogestionali. Queste famiglie geo-sociali si costituiscono con una netta delineazione anche fisico-spaziale che lascia avvertire quanto l appartenenza ad una data area faccia dipanare in questa comportamenti similari di welfare. Ma, come dimostrato, se si sposta il discrimine dei modelli piuttosto che sui fattori di differenziazione - fondamentali in un momento in cui prevale la soft law europea in materia sociale - su quelli di convergenza, rilevanti nel momento in cui l Europa comincia a stabilire e delineare traiettorie precise e vincolanti rispetto alla crescita sociale, e dunque prendendo in esame l indice di integrazione comunitaria, cade il principio di differenziazione spaziale e prende sempre più importanza quello di sviluppo nella doppia direzione economico-territoriale (coesione) e sociale-personale (inclusione). Non è impossibile, quindi, spiegarsi il perché, procedendo con la classificazione proposta in base al ranking dovuto all indice di integrazione comunitaria, vengano a nascere classi miste che possano tenere insieme nazioni quali Germania, Regno Unito, Italia, Belgio, Spagna e Francia nel mix liberal-continentale mediterraneo, poiché questi paesi tendono a privilegiare politiche miste volte alla coesione e all inclusione sociale che, nel nostro caso, andando in controtendenza (per la coesione coefficienti positivi e per l integrazione negativi), portano queste nazioni a posi intorno alla media generale di performance richiesta a livello comunitario, senza tuttavia protendere per interventi volti maggiormente allo sviluppo economico-territoriale, in quanto non prioritario, né tanto meno verso interventi di recupero sociale, poiché anche questi non ritenuti più importanti dello sviluppo economico-territoriale. Vi fanno polo opposto le nazioni tra arretratezza e ritardo di sviluppo (Slovenia, Portogallo, Irlanda, Repubblica Ceca, Estonia, Slovacchia, Cipro, Ungheria, Malta, Polonia). Queste hanno la priorità del recupero economico-territoriale così quanto di quello relativo al divario sociale. Non ponendosi sulla media, queste registrano forti spinte nel ranking, scavalcando anche quei paesi dove vigono sistemi di welfare più complessi ma che hanno già raggiunto forme di equilibrio e pertanto non sono più intenti a rincorrere le prerogative stabilite a livello europeo. Il nord social-democratico filo scandinavo - costituito da Paesi Bassi, Finlandia, Austria, Danimarca e Svezia - non avendo invece necessità di recuperare divari di natura sociale, poiché quei paesi godono di un sistema generalizzato ed universalistico di assistenza sociale, punta il proprio sviluppo in direzione territoriale. Sul versante opposto a queste, vi sono le nazioni tra Est e crisi 164

165 Gabriella Punziano (Bulgaria, Grecia, Romania, Lettonia e Lituania) che, in netto ritardo verso lo sviluppo economico e territoriale, hanno la necessità di colmare il divario sociale che le porta agli ultimi posti nel ranking generale per performance, dunque puntano più su politiche di inclusione che diventano motore per tentare, in una fase solo successiva, la scalata allo sviluppo economico-territoriale. Qual è la possibile spiegazione di una tale disposizione? Nel nostro modello, i valori predetti di integrazione derivano dai risultati ottenuti sulle performance delle nazioni in merito a politiche di inclusione e coesione sociale. È pertanto ipotizzabile che la disposizione ottenuta sia lo specchio di una convergenza guidata da un principio legislativo piuttosto che da una dinamica spontanea e di azione nei network locali. Nazioni considerate ancora lontane dal Modello Sociale Europeo avanzano prepotentemente, anche sotto la spinta di normative e provvedimenti prettamente vincolanti a queste, rivolte per tenersi al passo con gli standard imposti dall Europa, mentre Nazioni il cui livello di sviluppo è comprovato, tanto da fare da esempio e traino per le altre erigendosi a modello su principio di sussidiarietà, tendono ad arretrare o a porsi sulla media di convergenza legislativa e di performance che il Modello Sociale Europeo richiede. Ma cosa accade se si tenta di staccarsi da una spiegazione legislativa e ci si muove verso dinamiche contestuali? Staccarsi da una spiegazione legislativa volta alla convergenza ed assumere l ottica di manovra di rete è ciò di cui necessita il passaggio successivo d analisi: la discesa in campo regionale. In questo si rileva una situazione del tutto differente rispetto al livello nazionale. Infatti, i coefficienti di regressione associati alle variabili latenti di coesione territoriale e inclusione sociale mostrano un chiaro impatto negativo, il coefficiente di determinazione R 2 perde notevolmente quota ed arriva a 0.52, e gli effetti stimati vedono corrispondere - all aumento dell indice di integrazione - valori negativi di coesione territoriale e di inclusione sociale come se il fatto di perseguire un percorso, quello di integrazione, guidato dall attore sovranazionale, fosse indipendente dalle performance registrate dalle regioni a livello di coesione e inclusione, mettendo dunque in discussione l ipotesi di linearità dell asse integrazione comunitaria. Questo è imputabile al fatto che, se da un lato gli Stati, data la perdita del ruolo di attori centrali nella delimitazione di politiche di welfare, hanno ceduto il passo alle dinamiche locali ed alla loro imposizione di priorità e modalità per raggiungere gli obiettivi comunitariamente stabiliti, resta comunque imputabile al livello nazionale la traslazione normativa e la responsabilità di guidare e rendicontare il processo di integrazione. Ciò che bisogna evidenziare, tuttavia, ragionando sulla disposizione delle Regioni, è il livello di performance eccezionalmente differente rispetto alle medie nazionali di riferimento. Quello che accade, nel concreto, è che - su nazioni economicamente più sviluppate ad agire - piuttosto che le tendenze allo sviluppo di autonomie locali forti e che riescano ad imporre le proprie dinamiche nella gestione di potere e risorse in merito al sociale, agisce esclusivamente il vincolo legislativo. Per le Regioni appartenenti a Nazioni che necessitano di rapidità di sviluppo e di recupero del divario economico e sociale, vengono invece a crearsi incredibili spazi di manovra rispetto ai vincoli normativi, ed esse rilanciano uno sviluppo che non sempre segue le linee dettate a livello Sovranazionale, ma che, tuttavia, porta ad innalzare i livelli di performance generali. Nel primo caso, sembrerebbe prevalere l ipotesi di cammino verso un welfare europeo o dell europeizzazione, nel secondo, ciò è pienamente sconfessato dall emergere di net-welfare locali, differenti e non assimilabili ad un modello generale. È possibile, in questo modo, confermare l arretramento delle aree appartenenti al Regno Unito con una sorta di appiattimento delle performance ed il recupero di spazi di azione per contesti più arretrati o che necessitano di trovare vie di sviluppo alternative per raggiungere obiettivi comuni stabiliti dall attore europeo. È così che contesti locali relativi a paesi dell Est e dell area mediterranea diventano i best performers tra gli spazi locali europei considerati, divenendo traino e nuovi esempi cui i paesi ancor in ritardo di sviluppo dovrebbero guardare. È in queste dinamiche che è impossibile non notare l emersione dei net welfare locali. Per dare una ragione grafica alle configurazioni cui si è giunti, ma soprattutto ai gruppi che vengono a crearsi, si sono passati gli indici, derivati dalle variabili latenti inserite nel modello, in Spad e si è effettuata una analisi fattoriale con classificazione gerarchica come procedura di cluster 7. Questo consente di ottenere graficamente le conformazioni indagate ma ha soprattutto il fine di ottenere il primo andamento necessario a testare l ipotesi di discrimine del nuovo indice di integrazione, ottenuto creando raggruppamenti all interno dei contesti analizzati. Inoltre, ciò consente, seppure rimanendo su un piano ancora disgiunto tra Nazioni e Regioni, 7 Soglia di inerzia spiegata pari al 90% al fine di estrarre una partizione ottimale. 165

166 Gabriella Punziano di compiere una prima fase di selezione dei territori che fanno la differenza rispetto agli schemi scissori di welfare classicamente intesi e che diventeranno gli elementi di interesse nella nostra analisi micro. Le classi ottenute con questa procedura, più che sostituirsi a quelle ottenute grazie all algoritmo Rebus-PLS, lo integrano e completano, mettendo in evidenza configurazioni di degno rilievo al fine della prima selezione dei casi per l indagine micro. Fig. 4: Disposizione dei casi-nazione nello spazio delle variabili costituito sull indice di integrazione Come è possibile evincere nella figura 4, la classe del best performer a livello sociale ed economico europeo, il Lussemburgo, viene mantenuta costante, così come costanti sono due clusters che si configurano come naturali in entrambi i modelli. Questi sono da un lato i Paesi dell Est più la Grecia, evidentemente per il fatto di essere recentemente entrati in Unione e per l arretratezza generale nei livelli di sviluppo in performance, soprattutto se si tiene conto della posizione della Grecia e la recente crisi economica e sociale da cui questa è stata interessata. Inoltre, essendo impegnate a recuperare il divario sociale, tali nazioni puntano di più su politiche di inclusione sociale, prima ancora che impegnarsi sul recupero territoriale e di integrazione comunitaria. Dall altro lato si regge ancora il connubio mix liberal-continentale scandinavo, che perde l appendice mediterranea la quale viene ad emergere accanto a paesi quali Polonia, Repubblica Ceca e Slovenia. Dal canto loro i paesi socialdemocratici reggono la loro unione ma mescolandosi con la cultura continentale di welfare (Germania), mentre la componente liberale (Regno Unito) va invece a legarsi a quella continentale per eccellenza (Francia, Belgio, Paesi Bassi). Questa configurazione assai particolare delle nazioni considerate aiuta a restringere il focus analitico per lo sviluppo dello step di analisi successivo. L interesse alle dinamiche locali che portano alla configurazione particolare cui si giunge va a focalizzarsi sul Regno Unito, ballerino all interno di culture di welfare differenti e non più nodo isolato, s u l la Germania, sempre più proiettata verso il modello scandinavo, sulla Francia, fedele ad una cultura statalista continentale, sull Italia, che nella cluster applicata torna a stringersi all area mediterranea, ed infine sulla Spagna, per l effettiva scalata in termini di performance e per la capacità di essere assimilata a modelli liberal-continentali pur rimanendo inserita in un sistema geograficamente di connotazione mediterranea. Ma per restringere correttamente il campo, è giusto guardare anche a cosa accade nel momento in cui nello spazio della componente dell integrazione andiamo a proiettare le Regioni. 166

167 Gabriella Punziano Fig. 5: Disposizione dei casi-regione nello spazio delle variabili costituito sull indice di integrazione La disposizione delle Regioni presenta alcuni tratti di demarcazione naturale dei clusters, come è possibile evidenziare per i contesti locali di: Regno Unito (classe 9), fatta eccezione per alcuni che cadono invece vicini ai paesi scandinavi (classe 5); Francia (classe 7), eccetto un non poco consistente gruppo che va a legarsi a classi più marcatamente connotate dai paesi dell Est (classe 6); Svezia (classe 4). Se le eccezioni per il Regno Unito sono trainate dal comportamento appiattito dei contesti rispetto a livelli di convergenza stabiliti a livello europeo, ad agire sui contesti francesi e sulla configurazione centrale dei gruppi è lo stiramento verso una localizzazione dove sono gli attori locali a portare alle configurazioni di welfare e a muovere su e giù le nazioni per livelli di performance. Presi isolatamente, alcuni contesti locali bastano da soli a trainare l intero andamento regionale, e l andamento random dei restanti contesti afferenti alla medesima nazione ne è la chiara evidenza. Ancora c è da evidenziare la classica configurazione d i Lussemburgo, Paesi Bassi e Austria (classe 1), accanto ad un connubio insolito - eppure marcatamente evidente - tra contesti locali italiani e tedeschi (classe 3) e lo stringersi ormai quasi totalizzante tra i contesti greci e dell est europeo (classe 8). Da canto suo, la Spagna si estende nelle classi più eterogenee, come la seconda che raggruppa contesti appartenenti a Polonia, Slovacchia, Romania, Italia, ricadendo anche nella terza, costituita in prevalenza da Germania ed Italia, fino a giungere anche nella prima classe, che raggruppa i contesti più all avanguardia per performance ottenute in base all indice di integrazione. Queste conformazioni riconfermano l attenzione richiamata già a livello nazionale, ma questa volta, in maniera più incisiva, portano a chiedersi cosa renda alcuni contesti così distaccati dalle performance dei restanti contesti all interno delle singole nazioni nel momento in cui le si indaga al di fuori del contenitore nazionale. Dunque, se a livello nazionale, in vista di una convergenza ed integrazione dei paesi al modello sociale europeo, si tende a privilegiare interventi legati allo sviluppo economico-territoriale, a livello locale si perde la componente di traino più propriamente economica, per rilanciarsi sul sociale con interventi più rivolti alla persona. Quindi le modalità di impatto dei regressori considerati (coesione ed inclusione) rispetto all integrazione, in ottica generale, continuano a configurarsi come unica componente sottostante le dinamiche di spostamento di nazioni e regioni in base ai livelli di performance predetti, così come era già possibile evidenziare attraverso la spiegazione dei Rebus del PLS-PM. I territori che cominciavano a far sentire la loro differenza a livello nazionale confermano la necessità di indagine approfondita anche a livello regionale; pertanto, nonostante siano state usate 167

168 Gabriella Punziano tecniche di analisi puramente quantitative, nello stadio di selezione la scelta diventa ragionata piuttosto che meccanica, per cercare di spiegare le reali differenze che intercorrono nei diversi livelli di performance raggiunti da nazioni e regioni in ambito europeo. Il tutto nell ottica precedentemente citata di un integrazione totale di approcci che converga nei già definiti mixed methods. Nella fase successiva i dati vengono modellati in una struttura complessa, che vede le Regioni annidate nelle Nazioni e c he porta allo sviluppo di una matrice che contempla congiuntamente due livelli distinti di analisi. È in questa sede che si modelleranno congiuntamente eterogeneità e contestualità nella variabilità di entrambi i livelli. Per lo sviluppo di questa parte di analisi, si è utilizzato il software MLwiN, ideato appositamente per la multilevel analysis. Esso consente di testare la validità dell equazione specificata ad inizio paragrafo, aggiungendo congiuntamente la variabilità imputabile alle Nazioni e quella imputabile alle Regioni per consentirci di rispondere alle domande: le performance rispetto all indice di integrazione variano di Nazione in Nazione? Le Regioni nella stessa nazione tendono ad avere andamenti simili? Da quale livello dipende allora l integrazione? Prevale la convergenza o l autonomia locale mantiene i suoi tratti di divergenza? L equazione stimata assume i seguenti valori: Equazione 2: Il modello multilivello con intercette e inclinazione variabili su due livelli più interazione L indice di coesione sociale ritorna ad essere stimato in positivo nel modello congiunto, così come quello di inclusione viene stimato in negativo, e l interazione tra i due ne mantiene l andamento, il che permette di verificare chiaramente che la correlazione tra i due non è tale da inficiare l intera analisi. Si può osservare che le nazioni, con le rispettive regioni, tendono a posizionarsi su livelli distinti di performance, e questo è altamente evidente se si guarda alle funzioni di varianza riprodotte. Fig. 6: La funzione di Varianza e gli intervalli di confidenza del modello multilevel random intercepts 168

169 Gabriella Punziano Fig. 7: La funzione di Varianza e gli intervalli di confidenza del modello multilevel random intercepts and slopes In figura 6 possiamo vedere cosa succede nel modello che utilizza intercette variabili. La variazione tra Nazioni è decisamente preponderante rispetto a quella tra le Regioni, effetto, questo, evidenziato come necessità di convergenza dovuta a fattori legislativi, pressappoco vincolanti, generati dall esigenza di raggiungere e mantenere determinati standard stabiliti dalla stessa Europa. La situazione cambia se si tengono variabili anche le inclinazioni delle rette al secondo livello di variazione, come si può evincere in figura 7. Le Nazioni tendono a differenziarsi, soprattutto negli estremi della distribuzione; le Regioni invece sono random, a dimostrazione del fatto che, se ci si attesta ad un livello Nazionale, è molto semplice evidenziare la convergenza dei diversi sistemi di welfare verso un punto unico, il citato welfare europeo o dell europeizzazione. Il che spiegherebbe anche l arretrarsi dei livelli di performance associati al Regno Unito, alla Germania, o la vicinanza dei paesi scandinavi all Austria e la Francia. Se si aggiunge il livello di variazione regionale, allora è chiaro come su spazi di autonomia derivanti dalle conformazioni e dai network costituiti a livello locale operino meccanismi non propriamente tendenti alla piena convergenza. Sono le Regioni, difatti, gli attori del net-welfare locale, un sistema che tende a differenziarsi da quello convergente; se, da un lato, ne adotta gli stessi obbiettivi, dall altro recupera spazi di manovra estremamente più ampi e funzionali a far registrare picchi di eccellenza in Nazioni che da sole non riescono a trascinarsi verso la vetta delle performance in campo sociale. È così che possiamo ritrovare, ad esempio, la Spagna e l Italia accanto al Regno Unito. Dunque, dove è che si diramano le decisioni sul sociale? Chi gestisce potere e risorse? La risposta si trova nel doppio piano di varianza territoriale e nella diversità di modalità di sviluppo sottostante in merito a politiche sociali tendenti ad inclusione o a coesione. Lì dove lo sviluppo tende in maniera marcata ad un interesse economico-territoriale, e ci troviamo all interno di Nazioni già fortemente sviluppate, le decisioni sono prese in linea con le direttive Europee. Gli attori tendono a distaccarsi poco da queste, poiché probabilmente non esiste in quei contesti la mancata esigenza di colmare divari o effetti politici collaterali,. Nei contesti - per la maggior parte locali ed identificabili con l unità amministrativa regionale - che tendono in maniera marcata, questa volta, ad un interesse più votato al sociale, le Nazioni alle quali facciamo riferimento sono quelle entrate da poco a far parte del sistema Europa. In esse, la necessità di tenere costantemente l attenzione al recupero del divario sociale, economico e di sviluppo territoriale imposto dalle direttive europee, spinge gli attori all interno dei contesti locali a non seguire concretamente e sempre nel dettaglio le indicazioni chiarite dall attore sovranazionale. Seguiranno, pertanto, vie alternative, che in alcuni casi portano ad aumentare vertiginosamente i livelli di performance nazionali, in altri casi ad aumentare il distacco tra le Nazioni, ma in maniera del tutto negativa. Questo spiega anche la forte variabilità tra le Regioni all interno delle stesse Nazioni, e la loro capacità di porsi su punti significativamente differenti dalle medie nazionali. 169

170 Gabriella Punziano Queste riflessioni spingono ad andare oltre il livello macro e a tentare una spiegazione a livello micro con l affondo sui casi specifici selezionati, ma non prima di aver integrato i risultati di questo specifico step all interno dello strumento classificatorio elaborato nel primo step. Difatti, come accennato in precedenza, la disposizione delle nazioni e delle regioni rispetto all indice di integrazione comunitaria ed i conseguenti raggruppamenti (clusters) che ciò comporta sono stati proiettati come caratteristiche ed attributi all interno dei quadranti emersi dall incrocio degli assi elaborati basandosi sul posizionamento fattoriale che ne consegue. Medesimo meccanismo è stato applicato per la proiezione dei contesti nazionali singolarmente considerati ed emersi in fase di selezione (Italia, Gran Bretagna, Spagna, Francia e Germania). Questo anche per verificare l ipotesi iniziale di discrimine dell integrazione rispetto alla disposizione ed agli sviluppi degli attuali sistemi di welfare. La suddivisione per quadranti assume pertanto la conformazione che si può vedere in figura 8: Fig. 8: Proiezione secondo l indice di integrazione Sull incrocio degli assi tipologici arricchiti, considerando i principi che hanno portato alla caratterizzazione dei differenti gruppi di nazioni ed in seguito alla valutazione dei risultati relativi alla spiegazione della varianza tra i livelli considerati in maniera congiunta, si è scelto di proiettare le cinque classi derivanti dal Rebus sul modello nazionale, poiché rispecchia a pieno quelle che sono le caratteristiche rilevate nel modello multilivello. Pertanto, nel quadrante in alto a sinistra, che potrebbe essere definito di Convergenza, vi ricade, ovviamente, il best performer europeo, accompagnato ai paesi del Nord social-democratico filo scandinavi. Si tratta, ad ogni modo, di Nazioni e contesti locali che hanno avuto già una fase di crescita e di sviluppo socio-economico, e che attualmente sono impegnati a consolidare la loro posizione sia per competitività che per sostenibilità. In questo quadrante prevalgono la caratterizzazione di welfare dell europeizzazione e maggiore spinta su policy che puntano allo sviluppo economico-territoriale e dunque sulla coesione. Sempre in alto, ma a desta, abbiamo il quadrante identificato come della Innovazione. La spinta dei contesti locali e degli attori in questi in movimento, dunque del net welfare locale, porta a puntare ad una policy rivolta a territorio, sviluppo economico e competitività, a slegarsi dall omologazione comunitaria ed alla creazione di vie alternative di sviluppo pur puntando ai medesimi obiettivi. È questo il caso che vede coinvolto un gruppo di contesti locali e nazioni afferenti al cluster definito mix liberal-continentale-mediterraneo. Questo ultimo gruppo attraversa trasversalmente i quadranti, ponendosi come bisettrice tra gli assi. Difatti, un appendice consistente di contesti a questo afferente si trova invece in una situazione di Stasi. Una stasi che si identifica con l appiattimento delle performance e con un punto limite di crescita in genere dovuto ad un elevato livello di sviluppo economico-territoriale e ad una grande capacità competitiva internazionale, ma con la pecca verso un riduttivo sistema assistenziale che spinge l attenzione a puntare ancora su policy di inclusione. L ultimo quadrante, quello in basso a destra, definito Emersione, è costituito da un doppio gruppo di Nazioni, 170

171 Gabriella Punziano sia quelle tra arretratezza e ritardo di sviluppo, sia quelle tra Est e crisi. In queste il gioco locale degli attori, che danno una dimensione contestuale e decentrata ai sistemi di welfare, e l aver definito le proprie strategie di sviluppo in primis puntando al recupero di situazioni di esclusione e povertà, vengono a delineare un sistema che guarda all integrazione più che per questioni di convergenza, basata anche sulla dimensione normativa, per la necessità di un rinnovamento sociale che possa ben indirizzare nuove vie di sviluppo e nuove stagioni di competitività. Un recupero sociale per un futuro recupero territoriale. I risultati del modello, così esposti, fanno emergere con chiarezza che, all aumento del peso della presenza della dimensione europea, diminuisce il peso del Terzo Settore e della società civile nella definizione degli andamenti di welfare. Tuttavia, se è vero che questo porta lo slegarsi dei contesti locali dalla matrice di Stato Nazione a cui essi sono legati, si intravede con quanta forza cogente la dimensione geo-politica delle classiche distinzioni in sistemi di welfare continui ad agire sugli indirizzi nazionali, e quanto sia realmente con tale dimensione che l attore sovranazionale si trova realmente a scontrarsi. Per quanto le Nazioni tendano alla convergenza più che i contesti locali, è in questi ultimi che si realizza poi concretamente la spinta attraverso modalità talvolta non perfettamente in linea con gli andamenti generali nazionali. Si tratta di distinguere tra un integrazione di forma ed una di sostanza, direttivo/impositiva o di indirizzo. L Unione Europea è tutta in linea col principio di integrazione, che passa trasversalmente in ogni dove. Il concepirla come convergenza non basta più nel momento in cui si diversificano indirizzi e pratiche i quali portano a considerare l integrazione nella sua portata innovativa, fintanto che questa carica non si trasforma causando l emergere delle diversità contestuali come nuovi stili di integrazione. Non è difficile assegnare a questo punto un senso alla controtendenza di segno dei modelli realizzati in nazioni e regioni. Un unico asse c è ma è rilevabile nello schema multilivello, proprio nel momento in cui la variabilità entro i due ambiti territoriali viene messa a sistema e crea un punto di incontro medio da cui si bipartiscono convergenza/integrazione contrapposte a localizzazione/autonomia. L emersione della forza di traino, non solo normativa, dell Attore Sovranazionale porta allo spostamento dell attenzione prioritariamente sulle sue caratteristiche intrinseche piuttosto che sul ruolo dello Stato, della Società Civile, del Terzo Settore e della Famiglia. Questo consente la costituzione di assi slegati dalla dimensione territoriale, poiché inglobano in sé sia l attore nazionale che quello locale, e il passaggio del varco verso l interpretazione delle differenze di welfare in termini di indirizzi di policy adottati e implementati come punte di sviluppo, nonché di attori e costellazioni di attori mobilitati nel processo decisionale. Emerge la soggettività dei territori, il loro essere attori in sé e la forza che le dinamiche che li pervadono ha nell incidere su caratterizzazioni di attori a livelli più elevati, ma dai quali i territori stessi non possono scindersi. Prima di concludere è necessario, però, trarre anche qualche piccola considerazione di metodo nella costante giustificazione del modello mix seguito in questo studio. Il concetto di nested, integrato, annidato, che è alla base della struttura gerarchica per l analisi multilivello, è il medesimo che governa la messa in relazione delle soggettività locali con quelle nazionali. La stessa struttura multilivello della governance, pertanto, per quanto azzardata sia l analisi contestuale su dati ecologici ed il suo utilizzo per classificazioni e selezione di casi, si muove nell ottica teorico-analitica intrapresa e risulta di grande aiuto nella comprensione dei processi recenti che pervadono la costituzione, la messa in opera e lo sviluppo delle politiche sociali in Europa. Caratteristiche della tipologia emergente Le riflessioni portate avanti spingono ad andare oltre il livello macro e a tentare una spiegazione a livello micro con l affondo sui casi specifici selezionati. Ciò implica il passaggio dall analisi di contesto allo studio dei progetti implementati nei contesti locali e delle reti di attori che vi operano, all interno della più generale cornice di inquadramento normativo a livello sovranazionale, nazionale e subnazionale. Questo garantisce un approfondimento di quelle dinamiche di contesto locale che non sono registrate dagli indicatori di performance sociale europea. Tali indicatori possono esserne però sentori. Essi spingono a riflettere sulla possibilità di individuare effettivamente e con chiarezza il punto dal quale si diramano le decisioni, nonché di capire se questo coincide, nella pratica, anche 171

172 Gabriella Punziano col punto dal quale queste decisioni sono implementate e provocano di ritorno effetti istituzionali e sulle policy. La prospettiva adottata nello svolgimento dell analisi micro è quella dell europeizzazione e delle differenti modalità in cui essa si presenta (Graziano 2004), incluse le possibilità di convergenza o incongruenza normativa che tale prospettiva genera nei contesti singolarmente intesi. Tuttavia, per questioni relative al tempo ed alle risorse che comporta un affondo micro e comparato in ottica mixed methods su cinque nazioni, lo sviluppo dell indagine micro si è limitato (a mo di test del modello mix che si propone) ad una comparazione intranazionale, Milano-Napoli, ed una internazionale, Milano-Berlino. Lo scopo si ridimensiona e, se per l Italia si comparano le città che meglio lasciano percepire il divario Nord/Sud, la comparazione tra Milano e Berlino deriva dalla necessità di mantenere sotto controllo l influenza della dimensione di sviluppo economico e sociale di contesto ma soprattutto dalla volontà di mettere a confronto due contesti che, nell analisi del livello regionale, hanno fatto da traino verso la formazione dei due poli, welfare europeo e net welfare locale. La scelta dei Paesi, seppure dettata da un analisi condotta su indicatori di performance e di integrazione comunitaria dai quali scaturisce una diversa gradazione di europeizzazione, è anche dettata dalla volontà, come anticipato nell introduzione, di capire come e perché l Unione Europea stia attualmente conoscendo un periodo di monopolio delle politiche e di indirizzo delle direttive da parte della spinta esercitata da un unico Paese membro (la Germania), contrastate da una prolungata crisi dell appendice mediterranea e in particolare di uno dei paesi fondatori il concetto e l oggetto di Comunità o Unione Europea (l Italia). Riprendendo Graziano (2004) e la sua analisi di policy comparata a livello regionale, sono stati selezionati due progetti per due ambiti di policy differenti, uno relativo alla coesione territoriale (progetti di riqualificazione urbana, con previsto impatto e ricadute sociali), l altro relativo all inclusione sociale (progetti rivolti all inserimento dei giovani disoccupati o inoccupati), in quanto questi rappresentano i due estremi dell emerso asse di integrazione comunitaria. Su questi, per ciascuno e per ciascun contesto, sono state previste cinque interviste somministrate a promotori, finanziatori, progettisti, operatori e tecnici impegnati nell implementazione e nello sviluppo dei progetti considerati. Si tratta, più spesso, di dirigenti e responsabili della progettazione e dell implementazione dei progetti, includendo sempre almeno un intervista ad un tecnico/operatore, per riuscire a recuperare un ampia varietà di ruoli e figure professionali coinvolti nei progetti indagati, nonché differenti visioni tra programmazione su carta e sviluppo nel reale. Le interviste sono state finalizzate alla contestualizzazione dei progetti, ad un analisi di implementazione e di impatto fino a giungere alla ricostruzione delle reti di attori che hanno concretamente agito e deciso nel contesto locale indagato. Lo scopo è di definire gli effetti di europeizzazione e localizzazione sulle effettive configurazioni relazionali locali e gli spazi di autonomia legislativa e decisionale che gli attori nel contesto sono capaci di recuperare. Pertanto, se l approccio per variabili utilizzato nell analisi degli indicatori sociali ha puntato all emersione delle differenze ai fini della selezione dei casi e della classificazione degli stessi all interno delle diverse dimensioni di integrazione emerse usando i casi/paesi come luoghi per la misurazione, l approccio per casi che viene proposto in questo step è stato utilizzato per riconoscere la complessità degli eventi unici ed irripetibili e indagarne gli sviluppi. I progetti selezionati sono riportati in tabella 2. Tab. 2: Progetti selezionati per la comparazione intra e internazionale Progetti di inclusione sociale Progetti di coesione territoriale Intranazionale Milano Dote Lavoro Agorà Napoli Quadrifoglio II Free Internazionale Berlino XENOS - Integrazione e diversità FAIR SKILLS Cultura interattiva Se la comparazione tra policy consente di chiarire che le differenze imputabili al singolo ambito di policy considerato non incidono direttamente sui sistemi di welfare sviluppati, essa mostra anche la sua incisività sulle modalità con le quali viene percepita e attuata l integrazione. Molto più interessante la comparazione intra e internazionale, che lascia emergere il peso della componente territoriale e delle potenzialità decisionali espresse dai livelli di governance più bassi. 172

173 Gabriella Punziano Partendo dall Italia, a Milano si riscontra l emersione di un network esteso, dinamico ed inclusivo, a maglia larga, organizzato per contenere, discutere e risolvere la conflittualità esterna ed interna nell ambito dello spazio relazionale costituito. La tendenza è a confluire nel sistema di net welfare locale, il cui obiettivo resta l integrazione comunitaria ma le cui strategie vanno a legarsi inscindibilmente alle peculiarità territoriali ed ai network di attori, sfruttando sia gli spazi di incongruenza normativa sia la possibilità di emersione e gestione del conflitto. Nell evidenziare il protendere verso lo sviluppo economico-territoriale oppure strettamente sociale, Milano si colloca quasi nel mezzo dell asse. Fondi multipli di pesi differenti, normativa diversamente vincolante rispetto al livello di governance coinvolto, obiettivo trasversale del fare rete e del condividere competenze progettuali ed operative, lasciano intravedere la traiettoria della piena convergenza con assorbimento normativo volto all adattamento di policy conseguente alle fasi di sperimentazione progettuale, nelle quali il recupero di spazi d autonomia è quasi essenziale e ricercata ai fini della creazione di una strategia territoriale pienamente adattata al contesto milanese. La struttura di rete rilevata, basata su un core di relazioni primarie e su una diramazione da queste di relazioni secondarie, lascia intendere che le decisioni nascono e vengono messe in rete proprio dal centro che viene a configurarsi, in tal modo, anche come centro di potere. Una capacità di centralizzazione e capitalizzazione funzionale di comunicazione, informazioni e risorse, tipica degli issue network. Fig. 9: Rete progetto inclusione Milano Fig. 10: Rete progetto coesione Milano 173

174 Gabriella Punziano A Napoli emerge invece il network lobbista, ristretto e orientato, fatto di legami multipli, forti e maglia stretta, all interno del quale il conflitto viene incluso nella rete e fatto partecipe della condivisione di informazioni, possibilità decisionale, strategica e di esercizio del potere. Nel territorio napoletano si finisce per puntare alle politiche di inclusione, anche perché - tra i problemi fondamentali che questa città affronta - vi sono la disoccupazione cronica e la fuga soprattutto dei più giovani. Siamo ancora nel sistema di net welfare locale, il cui obiettivo resta l integrazione comunitaria, ma le strategie vanno a legarsi inscindibilmente alle peculiarità territoriali ed alle commistioni di interessi presenti, pertanto ai network di attori che queste riescono a muovere sfruttando sia gli spazi di incongruenza normativa sia la possibilità di emersione e gestione del conflitto incorporandolo internamente e facendolo diventare parte attiva del processo decisionale e di formazione del potere di gestione locale delle scelte in merito al welfare. Mentre per Milano il vantaggio integrativo è la dinamicità e l apertura che portano all interno delle reti create localmente tutte le risorse che il contesto può fornire, a Napoli il vantaggio sta nell esclusività e nella selezione di attori potenti, capaci di mettere in rete il loro capitale di risorse materiali e relazionali al fine di ricapitalizzarlo ed ottimizzarlo per la buona riuscita locale; ciò incrementa notevolmente le possibilità di recupero di spazi di azione strategici ma anche decisionali degli attori coinvolti in rete, sottolineandone gli ampi spazi di creatività. Il coinvolgimento nei network di implementazione locale di poteri forti e la loro diramazione in ogni settore di policy coinvolto mostrano chiaramente il restringimento verso i vertici e non più la costituzione di una sana e dinamica rete locale, orizzontale quanto verticale. Le reti sono volte a rafforzare legami esistenti piuttosto che a farne emergere di nuovi, e gli attori sono tutti posti ad alti livelli e spesso soggetti ad appartenenza incrociata a più progetti in diversi ambiti di policy, nella volontà di creare una rete coesa ed estesa territorialmente che raggruppi interessi e poteri già consolidati. I fondi utilizzati sono, in generale, non di diversa provenienza e di discreta entità. La normativa è invece o estremamente vincolante oppure coordinativa informale, e ciò fa sì che l incongruenza normativa diventi prassi e venga razionalizzata a tal punto da diventare fattore facilitante, essenziale alla sinergia, alla condivisione ed alla dimostrazione della resistenza all adattamento normativo, senza tuttavia allontanarsi dall ottica dell integrazione che viene perseguita innalzando, per quanto possibile, i livelli di performance piuttosto che tramite l adozione di standard precisi nelle pratiche attuative. Fig. 11: Rete progetto inclusione Napoli 174

175 Gabriella Punziano Fig. 12: Rete progetto coesione Napoli Infine a Berlino troviamo network ristretti, coesi e strutturati, i cui attori fanno capo ad un unico attore generale che è l associazione di Terzo Settore che si fa carico operativamente dell attuazione dei progetti stessi. Un carattere, questo, distintivo della non necessità di doversi aprire all esterno (Milano) o di includere interessi forti nella rete costituita (Napoli). Un network a maglia stretta, fitta e fatta di legami multipli e forti, strutturato per contenere il conflitto, anche quando questo non compare realmente, prevedendo sempre la presenza di eventuali mediatori che sono riconosciuti tali per la posizione gerarchica organizzata e non per la loro particolare posizione all interno della rete. Cresce la molteplicità e diminuisce la numerosità, la dinamicità e l apertura, ma tuttavia questo viene assunto come risorsa nel mantenere reti stabili, già strutturate, provate nel tempo e non nate ad hoc e limitatamente nel tempo. Questi network assumono pertanto la caratteristica di policy community, nei quali vi è un interesse ad uno scambio non meramente materiale ma basato su di una più estesa condivisione del medesimo sistema valoriale. Il carattere consensuale si appoggia sul reciproco riconoscimento e aspettative di stabilità, che favoriscono giochi a somma positiva nei quali non si entra per il semplice interesse rispetto ad una issue. In uno spazio così organizzato, la creatività dell attore è limitata, non tanto nella sua attivazione quanto nella sua azione pratica. La propensione di Berlino è verso la convergenza normativa, istituzionale e comunitaria, e verso una struttura di welfare europeo maggiormente focalizzata sugli impatti territoriali e quindi più dedita a dare spazio a politiche di coesione. La città mostra in ciò piena capacità di assorbimento normativo e di adattamento convergente al concetto di integrazione. Anche in mancanza di normativa stringente prevale una direzione nazionale d azione fortemente strutturata, e la rigidità impositiva delle linee d azione diventa garanzia per il raggiungimento degli obiettivi prefissati. Difatti, al dinamismo, alla molteplicità ed alla flessibilità milanesi, Berlino contrappone burocratismo, omologazione e monotonicità degli interventi realizzati nel sociale, tanto da rendere lo sviluppo delle politiche sociali un processo altamente formalizzato. Fig. 13: Rete progetto inclusione Berlino 175

176 Gabriella Punziano Fig. 14: Rete progetto coesione Berlino Nella valutazione degli spazi d autonomia decisionali, l incongruenza normativa, che Graziano (2004) definisce come parametro finalizzato al recupero di tali spazi, si rileva con diversi gradi di intensità sia a Milano sia a Napoli. Ma se a Milano l incongruenza più che liberare spazi di autonomia porta a rallentamenti e ritardi nella possibilità di allinearsi allo scenario di welfare europeo, a Napoli l incongruenza viene percepita come un vantaggio nella possibilità di adottare strategie alternative senza allontanarsi dal raggiungimento di obiettivi comuni. A Berlino invece non viene riconosciuta - nella forma mentis amministrativa - la possibilità di esercitare volontariamente il processo di incongruenza. Ciò a cui si punta è una piena convergenza in ogni aspetto normativo e pratico, poiché si concepisce la buona riuscita come funzionale all adattamento normativo. Le differenti configurazioni relazionali rilevate dimostrano che non è la struttura delle relazioni a influenzare il campo ma sono gli attori in esso coinvolti, con i loro ruoli e le loro posizioni, a dare vita a implementazioni differenti. Si pensi alle reti emerse per Napoli e Berlino, strutturalmente simili ma nella fattività operativa estremamente differenti. A maggior ragione, in un contesto come Berlino, nel quale la componente differenziale degli attori coinvolti si stringe al processo di convergenza spinto che vede il conformarsi dello spazio locale a quello nazionale che a sua volta è spinto verso integrazione ad un welfare europeo. Ciò in netta contrapposizione con Milano, dove la logica di dinamismo ed inclusione degli interessi locali nel decidere gli andamenti del sociale e quelle strategie che, una volta implementate, andranno ad incidere sulle dinamiche nazionali ed istituzionali, porta alla conformazione di un sistema di net welfare locale, volto sì all integrazione comunitaria ma molto più legato al principio di sussidiarietà e dimensione nettamente territoriale della politica sociale (Kazepov 2009). Dunque, se per Berlino il processo di europeizzazione delle politiche, prima pubbliche e poi sociali, sta sortendo i benefici auspicati dall attore sovranazionale, l Unione europea, a Milano questo diventa un obbiettivo di facciata, che deve fare ancora i conti con il mancato federalismo e con un decentramento conflittuale a vocazione fortemente localista. Conclusioni aperte In conclusione, i contesti locali, le caratteristiche di implementazione progettuale, le conformazioni e la propensione a particolari tipi di network vengono proiettate sullo spazio di attributi. Questo consente di completare con i dettagli necessari lo schema proposto e di demarcare nettamente i sistemi emersi e le direzioni di integrazione cui danno vita. Ciò naturalmente rispetto ai due quadranti in opposizione, sui quali è stato possibile compiere l affondo micro fino ad ora. Emerge una nuova polarità, issue network vs policy community, e rispetto a questa si dispongono i contesti locali, che portano con loro specifiche connotazioni di network. È così che nel quadrante della convergenza, oltre alla tendenza verso un sistema di welfare europeo e politiche rivolte alla coesione territoriale ed alla competitività economica, si possono riscontrare le caratterizzazioni di policy community e network 176

177 Gabriella Punziano ristretti, coesi e strutturati, rappresentati da nazioni come la Germania e, in particolar modo, dal contesto locale indagato, ovvero Berlino. Sul versante opposto, nel quadrante dell emersione, accanto alle tendenze a net welfare locali e a politiche rivolte all individuo ed alla sua inclusione, ritroviamo la connotazione di issue network divisi tra un versante di network dinamici, inclusivi ed estesi, come quelli rilevati in Italia e in particolare a Milano, e l altro di network lobbisti, politici ma integrati, sempre rilevati in Italia, ma questa volta a Napoli. Biforcazione, questa, non di poco conto, in quanto mostra effettivamente in Italia la capacità organizzativa e la gestione nettamente territoriale e differenziata dei sistemi di net welfare. Fig. 15: Modello generale di classificazione Il modello Mix, con l unione e l integrazione dei diversi livelli, l analisi separata e quella congiunta, l apertura macro e quella micro, permette di giungere ad un modello che consente non solo la classificazione di casinazione o casi-regione ma offre la possibilità di riempire di caratteristiche ed attributi i tipi generati in fase di classificazione, al fine di renderli utili contenitori per un analisi più ampia e generale dei diversi sistemi nazionali e locali in vista dell ampliamento della base comparativa delle nazioni e dei contesti locali da inserire nel modello. Ciò a dimostrazione che una nuova tipologia, alla luce dei cambiamenti e degli sviluppi sottolineati in merito al welfare e più in generale alle politiche sociali, non solo è auspicabile ma è concretamente delineabile. Nella pratica analitica, i risultati - e i due linguaggi cui danno vita, partendo tal volta dal versante qualitativo, talaltra da quello quantitativo - sono stati tradotti in un codice comune ad entrambi gli approcci di provenienza, al fine di consentire la costruzione del General Model of Classification, stadio finale per completare il Complex Mixed Method Design. Nello specifico, sono stati tratti: dal primo step analitico e dalla prima domanda di ricerca, le definizioni degli oggetti d analisi con le relative problematiche di metodo che portano con sé; questo ha consentito l emersione e l incrocio degli assi tipologici; dal secondo, la disposizione delle nazioni e delle regioni secondo l indice di integrazione europea; questo permette la proiezione delle nazioni all interno dello spazio degli attributi generato; dal terzo, la proiezione delle strutture che governano la definizione degli obiettivi, l implementazione e la percezione d impatto nei progetti pratici; dal quarto, le effettive reti di azione, i relativi gradi di autonomia normativa e strategica, nonché la presenza di conflittualità e figure di mediazione. Ognuno di questi elementi è risultato funzionale alla definizione degli elementi base che sostanziano i diversi tipi derivanti dal modello, nonché alla creazione, sviluppo e definizione degli stessi assi tipologici che generano 177

178 Gabriella Punziano il modello classificatorio auspicato. Nel rispondere al quesito generale che guida il lavoro che si presenta - chi decide il sociale tra Europa e contesti locali? - l a risposta risulta essere differenziale su base territoriale ma particolari caratterizzazioni ed attributi ottenuti dall analisi lasciano lentamente emergere i presupposti per una nuova tipologia di welfare, fondata sull introduzione di una differente varabile discriminante, l integrazione, senza tuttavia perdere il legame con i fondamenti divisori classici relativi in particolar modo alle esasperate suddivisioni geopolitiche. L approccio dei Mixed Methods consente, grazie alla sua carica integrativa, la possibilità di congiungere un analisi di ampio respiro con l esplorazione di informazioni prima ingestibili (armonizzazione delle banche dati relative al sociale), ed un analisi con minori pretese di ampiezza, per cogliere dettagli locali attraverso focus specifici su territori e campi di policy coinvolti. Riconoscere la validità di questo approccio e consegnarlo ad un ambito accademico, quello italiano, in forte fermento per l esplosione dei dibattiti su qualità, quantità e possibili vie di integrazione, sono un modo attraverso il quale si cerca di restituire risultati differenti, che vadano al di là delle questioni di metodo e si leghino alle concrete esigenze del campo di ricerca indagato. Con estrema probabilità, i risultati di ogni singolo livello di analisi sarebbero bastati a dare vita ad un lavoro di ricerca a sé stante, i cui risultati sarebbero stati lenti focali su specifici particolari. L integrazione ci consente di non perdere questa ricchezza e la complessità che essa genera e che gli altri livelli analitici singolarmente presi non avrebbero potuto restituire, nonché di racchiuderla nel general model of classification. Tale modello resta tuttavia un modello sperimentale, la cui validità classificatoria necessita di ulteriori test di ampliamento della base comparativa attualmente in via di implementazione in ulteriori tre contesti nazionali (Francia, Spagna e Regno Unito) e sette contesti locali (Parigi e Rouen, Barcellona e Vigo, Londra e Manchester, Monaco per il termine di comparazione nazionale da associare a Berlino, contesto già indagato). 178

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182

183 Marianna Filandri, Nicola Negri, Tania Parisi [Reddito e percezione della sua adeguatezza] la relazione è cambiata con la crisi? Abstract: The current crisis, accompanied by the weakening of the welfare state, could introduce in the relationship between income and the perception of its adequacy a new source of variability, interpretable as a reflection of the increased uncertainty of households. Although so far, at the aggregate level, no changes have been detected in the relationship between objective and subjective indicators, exposure to the risk of poverty covers various segments of the population differently. It is therefore reasonable to assume that the relationship between objective and subjective indicators, almost unchanged, if one considers the population as a whole, has changed only for some groups and not for others. Some types of households, in particular, may be affected more than others by the joint effect of the economic downturn and welfare cuts. In fact, our data show that the strength of the relationship between income and the perception of its adequacy has not changed in the early years of the crisis, even for those traditionally disadvantaged segments of the population. Keywords: Subjective poverty, Objective poverty, Crisis; Uncertainty, Types of households. Introduzione In una fase in cui i cittadini avrebbero necessità di maggiori tutele dai rischi prefigurati dalla gravità della crisi economica attuale, i governi nazionali europei stanno optando nella maggioranza dei casi per tagli più o meno consistenti allo stato sociale, a partire dalle pensioni per finire ai servizi ai cittadini. Il debito pubblico viene infatti additato da mass media, partiti, gente comune come uno dei principali responsabili della crisi (Gallino 2011; 2012). I primi soggetti per i quali si concretizzerà un peggioramento saranno prevedibilmente quelli più deboli dal punto di vista economico (Gallino 2011: 115; Vaughan-Whitehead 2011), ai quali verrà a mancare il sostegno dello stato sociale proprio nel momento in cui ne avrebbero maggior necessità. In un quadro economico dominato dall incertezza, indicare come soluzione alla crisi l erosione dei sistemi di welfare rischia quindi di avere conseguenze anche molto gravi sul piano sociale. Infatti dagli anni Quaranta del Novecento, l Europa è caratterizzata da relativamente alti livelli di protezione sociale, pur nell ambito di sistemi di welfare nazionali molto eterogenei. Pertanto, anche in assenza di contrazioni nella disponibilità economica delle famiglie, la mera minaccia di disattendere le tradizionali forme di protezione ormai date per acquisite - trasferendone sui cittadini parte dei costi - può essere fonte di tensioni sociali poiché genera frustrazione (Pizzorno 2007) e aumentare l incertezza rispetto alla stabilità del proprio tenore di vita (Coleman 1990; Castel 2003; Bosco, Sciarrone 2006; Gallino 2012). In altre parole, anche se le famiglie non sono ancora costrette a far fronte a nuove spese a causa del progressivo spostamento di parte degli oneri di protezione sociale sulle loro spalle, sentendo di vivere sotto questa minaccia possono modificare la percezione dell adeguatezza del loro reddito anche quando esso è rimasto stabile. Questo implicherebbe, di conseguenza, una modifica nella relazione tra indicatori oggettivi e soggettivi di disagio economico. L attuale crisi, accompagnata dall indebolimento reale o previsto dello stato sociale, potrebbe introdurre nella relazione tra queste due famiglie di indicatori una nuova fonte di variabilità, interpretabile come 183

184 Marianna Filandri, Nicola Negri, Tania Parisi riflesso dell aumentata incertezza delle famiglie. In base agli ultimi dati disponibili, immediatamente a ridosso della crisi, non sono ancora rilevabili a livello aggregato mutamenti nella relazione tra indicatori oggettivi e soggettivi (Filandri, Parisi 2012). Ma d altro canto, come è noto, l esposizione al rischio di povertà e i tagli allo stato sociale riguardano in misura differente i vari segmenti della popolazione (CIES ) ed è quindi ragionevole ipotizzare che la relazione tra indicatori oggettivi e soggettivi, pressoché immutata considerando la popolazione nel suo insieme, si possa essere modificata solo per alcuni gruppi e non per altri. Alcuni tipi di famiglia, in particolare, potrebbero risentire più di altri dell effetto congiunto della crisi economica e dei tagli al welfare messi in agenda per contrastarli. A questo proposito, l Unione Europea ha fornito una serie di direttive per contrastare gli effetti della crisi. Tali direttive però cadono in contesti nazionali assai diversi e vengono recepiti con tempistiche differenti a seconda dell urgenza, nonché delle pressioni internazionali e infine anche in base alla disponibilità e all orientamento dei governi locali 1. Il saggio è strutturato come segue: prima verrà presentato il quadro teorico di riferimento e in seguito saranno illustrati i dati e il metodo utilizzati. Seguirà la presentazione dei risultati e una loro discussione. Nella parte delle conclusioni verranno infine presentate alcune ipotesi per un eventuale approfondimento del lavoro. Quadro teorico di riferimento Mentre si diffonde nella popolazione europea la consapevolezza delle conseguenze della crisi che stiamo attraversando, le priorità indicate ai rispettivi governi nazionali dai cittadini stanno rapidamente convergendo sulle questioni di carattere economico: disoccupazione, tenore di vita, inflazione e crescita dei prezzi (Eurobarometer 2011). Il riflesso della crisi in Europa è sempre più evidente sulle spese e sui comportamenti di consumo e i maggiori istituti economici nazionali e internazionali rilevano che sono in aumento quanti dichiarano di non riuscire ad arrivare alla fine del mese o che per farcela devono ricorrere a forme di credito al consumo, la cui prassi si sta diffondendo anche in paesi come l Italia tradizionalmente estranei, o quasi, al fenomeno. Come è noto, nello studio della povertà si ricorre principalmente a due variabili di riferimento: la spesa per i consumi e il reddito. Il dibattito su quale delle due misure restituisca un immagine più realistica del fenomeno è ben lontano dall esaurirsi, anche perché l aumento della diseguaglianza dei redditi non si traduce necessariamente in un aumento di pari ammontare nella disuguaglianza dei consumi, soprattutto per il ricorso al credito (Jappelli et alii 2012). Inoltre, entrambi gli approcci presentano contemporaneamente vantaggi e svantaggi e pertanto non vi sono ragioni metodologicamente fondate per preferirne uno rispetto all altro. Il primo approccio all analisi della povertà, ad esempio, spesso non considera l eterogeneità dei consumatori che emerge invece con evidenza se si approfondisce l analisi dei pattern di consumo che li distinguono gli uni dagli altri. Ma differenze importanti nei consumi attengono anche, come è noto, ad altri fattori come ad esempio le fasi del ciclo di vita, la propensione al risparmio, per finire con l accesso al credito (Leonini, Sassatelli 2008; Barbera et alii 2010; Jappelli et alii 2012). Il secondo approccio, quello basato sul reddito non influenzato dalle scelte di allocazione e dalle preferenze del consumatore, non sempre offre un approssimazione attendibile delle risorse disponibili, al punto che, a volte, il tenore di vita di una famiglia può dipendere più dal reddito permanente che da quello corrente (Sabbadini 2008). Consci dei suoi limiti, nel nostro lavoro adotteremo l approccio basato sul reddito, alla luce del fatto che quest ultimo indicatore è meno inerte rispetto ai consumi (Jappelli et alii 2012) e, inoltre, è semanticamente più prossimo all indicatore di povertà soggettiva col quale intendiamo metterlo in relazione. Le misure della povertà oggettiva basate sul reddito si distinguono in assolute e relative 2. In entrambi i casi 1 Per una rassegna dei principali interventi disposti e adottati nei paesi dell Unione Europea, si rimanda al rapporto European Commission, Economic and Financial Affairs, (2011). 2 Nel caso della povertà assoluta, la soglia viene fissata in corrispondenza del reddito al di sotto del quale si ritiene che individui o famiglie non siano in grado di provvedere al minimo necessario per la sopravvivenza. Nel caso della povertà relativa, la soglia varia in funzione del reddito o della spesa media o mediana del paese (Atkinson 1998). Per una trattazione esaustiva degli indicatori di povertà, 184

185 Marianna Filandri, Nicola Negri, Tania Parisi si individua una soglia al di sotto della quale le famiglie sono considerate povere. Alle misure oggettive vengono affiancate quelle soggettive, che definiscono il disagio economico a partire dalle valutazioni della famiglia sulla propria situazione finanziaria e tengono implicitamente conto anche di aspetti sociali e relazionali (Hagenaars, de Vos 1987). L accostamento di misure oggettive e soggettive è altamente raccomandato in letteratura. Se si può infatti riconoscere alle famiglie un discreto grado di accuratezza nel valutare la propria situazione economica, è noto che la percezione soggettiva varia da un contesto a un altro spesso in relazione alle condizione di vita medie (reddito medio o mediano) del paese, al punto che valutazioni simili possono essere associate a condizioni di reddito e consumo anche molto differenti (Strengmann-Kuhn 2000; Tentschert et alii 2000; Lucchini, Sarti 2005; Freguja et alii 2007). Gli indicatori oggettivi, anche in questi ultimi anni, non rilevano modifiche nell incidenza delle famiglie povere in Europa. Le variazioni sono assai contenute in tutti i paesi (Cies 2009, 11; Atkinson et alii 2010). Inoltre, poiché le conseguenze della crisi non colpiscono in misura uniforme tutti i segmenti della popolazione e hanno anzi l effetto di far aumentare le disuguaglianze, il peggioramento delle condizioni economiche di talune famiglie potrebbe non essere visibile nel breve periodo. Se la crisi fa peggiorare innanzitutto la situazione delle famiglie già povere, l incidenza a livello aggregato della povertà non cambia. La crisi, nei primi anni, non sembra tuttavia aver alterato il quadro di sostanziale stabilità che caratterizza gli andamenti della povertà oggettiva 3 e anche i dati sulla povertà soggettiva, pur con andamenti più discontinui, sono contenuti 4. La relazione tra povertà oggettiva e soggettiva è stata ampiamente indagata (Kapteyn et alii 1988; de Vos, Garner 1991; Callan et alii 1996; Pradhan, Ravallion 2000; Strengmann-Kuhn 2000; Tentschert et alii 2000; Muffels, Fouarge 2003; Negri, Saraceno 2003; Boeri, Brandolini 2005; Ravallion, Chen 2009; Berthoud, Bryan 2011; Castilla 2011) ed è nota la non perfetta coincidenza degli insiemi di vulnerabilità individuati dai due tipi di misure. La percezione soggettiva, come detto, tiene conto di aspetti sociali e relazionali (Hagenaars, de Vos 1987) e può infatti variare anche molto da un contesto a un altro (Lucchini, Sarti 2005; Nolan, Whelan 2009): ad esempio grazie ai trasferimenti intergenerazionali (Whelan et alii 2001); o in relazione alle condizioni di vita medie del paese (Strengmann-Kuhn 2000; Tentschert et alii 2000; Lucchini, Sarti 2005); o, ancora, attraverso forme di economia informale la cui importanza aumenta proprio nei periodi di crisi (Gallino 2011) 5. Inoltre, ai medesimi livelli di povertà oggettiva possono corrispondere diverse percezioni di povertà soggettiva, legate al contesto sociale, culturale ed economico in cui è inserita la famiglia (Boeri, Brandolini 2005). Infine, famiglie di paesi differenti possono sperimentare diversi effetti sul proprio tenore di vita. Le incoerenze tra povertà oggettiva e soggettiva sono sostanzialmente di due tipi: poveri che non si sentono tali e benestanti che sentono di avere meno del necessario. Le spiegazioni di tali incoerenze richiamano la dimensione relativa del contesto: le caratteristiche della propria cerchia sociale influenzano infatti le probabilità di sentirsi più o meno poveri. In effetti, sempre le reti sociali possono veicolare aiuti, regolari o straordinari. Inoltre, vi sono diversità di preferenze e inclinazioni personali, oltre che di condizioni demografiche, fisiche e sociali: età, stato di salute, occupazione, isolamento sociale. Una sintesi efficace di queste caratteristiche è fornita dal tipo di famiglia e dalla fase del ciclo di vita in cui si colloca. Per questo motivo, eventuali mutamenti nella relazione tra indicatori oggettivi e soggettivi di povertà verranno analizzati separatamente per tipo di famiglia 6. Come anticipato, in si veda anche Baldini, Toso (2004). 3 Ad esempio, l andamento della povertà relativa in Italia è piuttosto stabile fino al 2010, attorno al 10-11% delle famiglie, così come la povertà assoluta, stabilmente attorno al 5%. 4 Sempre per l Italia, si vedano i dati ISAE, Ente pubblico non governativo di ricerca legato al Ministero del Tesoro (www.isae.it) 5 Per questo motivo taluni suggeriscono ad esempio di utilizzare anche indicatori non monetari di deprivazione oggettiva (Mayer, Jencks 1988; Nolan, Whelan 1996; Whelan et alii 2001; Muffels, Fouarge 2003; Whelan, Maître 2005). Nel precedente lavoro, abbiamo utilizzato indicatori monetari e non monetari ma questi ultimi, che possono essere utili con dati longitudinali, dato che consentono di verificare se la stessa famiglia abbia accesso al medesimo insieme di beni materiali (ad esempio televisore, frigorifero, automobile ecc.) o servizi (riscaldamento, bollette ecc.) o abbia al contrario dovuto effettuare qualche rinuncia o ritardo nei pagamenti, non ci sono sembrati interessanti lavorando su dati trasversali. 6 I tipi di famiglia che abbiamo costruito sono quelli utilizzati abitualmente dall Istat. Non abbiamo voluto limitare l analisi ai soli tipi di famiglia riconosciuti a rischio di povertà, come ad esempio quelli selezionati nell ultimo Rapporto Cies (2012). Per le scelte 185

186 Marianna Filandri, Nicola Negri, Tania Parisi questo lavoro si intende infatti indagare se la relazione tra povertà oggettiva e soggettiva sia variata dall avvento della crisi in maniera differente nei diversi tipi di famiglia. Come verrà descritto in modo analitico nella sezione dedicata a Dati e metodo, la condizione di deprivazione oggettiva verrà ricostruita a partire dallo scostamento del reddito familiare da quello mediano del paese, al fine di tenere conto del contesto di vita delle famiglie. È piuttosto esplicito il richiamo alla teoria della deprivazione relativa (Townsend 1979; 1993): il punto di riferimento delle famiglie nel valutare la propria condizione sociale non è assoluto ma relativo al contesto in cui sono collocate, riproducibile in forma stilizzata dalla posizione che esse occupano all interno della distribuzione nazionale dei redditi. Il concetto di deprivazione relativa implica che i bisogni che una persona avverte sono strettamente dipendenti dal tipo di società in cui è inserita e inoltre, come è noto, dal confronto con la propria cerchia sociale. Per quanto riguarda la povertà soggettiva, come sarà descritto meglio in Dati e metodo, utilizzeremo invece una tipica Income Evaluation Question. Dati e metodo L analisi è basata sui dati trasversali Eu-Silc (European Union Statistics on Income and Living Conditions) relativi al periodo nei Paesi dell Europa a 15. L unità di analisi utilizzata è la famiglia. L indicatore di povertà soggettiva misura su una scala a sei passi il grado di difficoltà sperimentato dalla famiglia nell arrivare alla fine del mese (HS120: ability to make ends meet 7 ). La variabile è stata dicotomizzata, separando chi riesce ad arrivare alla fine del mese con relativa facilità (modalità da 3 a 6) da chi non ci riesce (modalità 1 e 2). L indicatore di povertà oggettiva è il reddito familiare disponibile (HY020), preferito al reddito lordo data la difformità della sua composizione tra Paesi. Per le analisi il reddito - reso equivalente a quello di una famiglia unipersonale 8 - è stato ricodificato in due classi definite in termini relativi rispetto alla distribuzione del reddito di ciascun Paese 9 : reddito inferiore al 60% del reddito mediano del Paese e reddito superiore a questa soglia. Sono inoltre state costruite anche le classi di disagio economico, individuando le seguenti soglie: meno del 50% del reddito mediano, meno del 60%, meno del 70%, meno del reddito mediano, più del reddito mediano. I tipi di famiglia sono stati costruiti utilizzando il numero e l età dei componenti. In questo modo sono stati individuati sei tipi di famiglia, più un settimo residuale: a) single con 65 anni e più; b) single con meno di 65 anni; c) coppie con entrambi i membri di età inferiore a 65 anni senza figli; d) coppie con entrambi i membri di età pari o superiore a 65 anni senza figli; e) coppie con figli minori; f) famiglie monoparentali con figli minori; g) altri tipi di famiglia. Le analisi hanno tutte carattere descrittivo, sia per quanto riguarda lo studio degli andamenti degli indicatori di povertà oggettiva e soggettiva sia per quanto riguarda le variazioni nella relazione. Risultati Iniziamo la presentazione dei risultati con una breve descrizione dell andamento degli indicatori considerati nel periodo in esame: povertà soggettiva e povertà oggettiva. Ma prima di proseguire, richiamiamo brevemente il metodologiche che giustificano la costruzione di tipi di famiglie, rimandiamo alla disamina e ai riferimenti contenuti nel succitato lavoro di ricerca. 7 «A household may have different source of income and more than one household member may contribute to it. Thinking of the household s total monthly income, the idea is with which level of difficulty the household is able to pay its usual expenses». (a: with great difficulty; b: with difficulty; c: with some difficulty; d: fairly easily; e: easily; f: very easily). 8 È stata utilizzata la scala di equivalenza OCSE, che attribuisce un coefficiente pari a 1 per il primo adulto, 0,7 per ogni adulto successivo e 0,5 per ciascun membro di età inferiore a 16 anni. 9 La definizione delle soglie è ampiamente diffusa negli studi nazionali e internazionali. Per approfondimenti, si veda Atkinson (1998). 186

187 Marianna Filandri, Nicola Negri, Tania Parisi metodo seguito per costruire gli indicatori, rimandando per una descrizione più analitica alla sezione precedente. L indicatore di povertà soggettiva è presentato in tabella in forma dicotomica, separando chi riesce ad arrivare alla fine del mese con relativa facilità da chi non ci riesce. L indicatore di povertà oggettiva rappresenta la quota di famiglie il cui reddito è inferiore al 60% del reddito mediano del Paese di appartenenza. Tabella 1 Percentuale di famiglie in povertà soggettiva e oggettiva per paese. Anni Povertà soggettiva Povertà oggettiva % famiglie in difficoltà ad arrivare alla fine del mese % famiglie con meno del 60% del reddito mediano Austria 9,1 7,4 9,9 13,1 14,4 13,5 11,2 11,4 10,7 11,5 11,8 11,5 Belgio 18,1 18,3 16,5 22,3 21,6 21,6 11,9 11,4 12,3 11,7 11,6 11,1 Danimarca 4,9 5,3 4,2 5,7 6,5 5,8 7,0 7,6 7,5 7,5 8,8 9,7 Finlandia 7,8 7,2 6,1 6,8 6,1 5,9 11,4 11,1 12,8 12,5 11,7 11,8 Francia 16,1 15,6 14,3 n.d. 17,1 17,7 12,9 12,6 12,2 n.d. 11,5 11,5 Germania 10,7 6,6 6,1 6,1 8,9 8,4 11,9 12,5 13,5 13,5 13,7 13,9 Grecia 53,1 54,4 53,7 56,0 56,5 54,0 19,1 19,6 19,5 18,7 18,5 16,9 Irlanda 22,4 21,7 18,0 20,1 22,5 n.d. 11,2 9,1 9,3 7,9 8,6 n.d. Italia 32,5 32,9 34,6 35,9 32,6 34,0 16,8 17,1 17,4 16,9 17,2 16,7 Lussemburgo 7,2 8,3 8,8 10,0 8,4 8,8 15,7 17,4 17,7 18,6 16,0 15,5 Paesi Bassi 14,1 10,7 8,2 9,3 8,2 9,0 8,5 6,1 6,6 6,0 6,6 6,7 Portogallo 39,2 39,3 40,0 47,7 46,6 46,7 17,2 16,4 17,0 17,0 15,2 14,3 Regno Unito 12,3 12,7 11,7 15,7 15,2 14,2 16,8 17,1 16,8 16,9 15,9 15,7 Spagna 26,7 29,0 26,2 28,8 30,2 29,7 18,1 18,2 17,7 17,3 17,5 18,7 Svezia 7,8 7,4 6,9 8,2 7,0 6,6 7,3 9,1 7,7 8,6 9,0 8,8 n.d. dato non disponibile La crisi non sembra aver modificato la quota di famiglie in difficoltà economica. Il quadro che emerge osservando i dati sulla povertà soggettiva è infatti di sostanziale stabilità in tutti i Paesi considerati, ad eccezione del Portogallo, dove dal 2005 al 2010 la percentuale di famiglie che arrivano alla fine del mese con difficoltà passano dal 39,2% al 46,7%. Nel resto dei Paesi dell Europa a 15, al contrario, non vi sono cambiamenti degli di nota negli anni a cavallo della crisi. Alla stabilità interna a ciascun Paese corrisponde però una estrema variabilità nei confronti internazionali: nel Nord Europa, Danimarca, Finlandia e Svezia mostrano una quota di famiglie in difficoltà sempre inferiore al 10% del totale. Una situazione simile si registra in Lussemburgo, Paesi Bassi e Germania. La quota di famiglie in difficoltà aumenta in Austria, Belgio, Francia, Irlanda e Gran Bretagna. Ma i Paesi dove, anche accettando la tesi di una propensione maggiore al pessimismo (Boeri, Brandolini 2005), la situazione appare assai più drammatica sono quelli mediterranei: il già citato Portogallo, ad esempio, (47,6% di famiglie in difficoltà del 2010) o la Grecia, che come prevedibile, si colloca al vertice di questa classifica con il 54% nell ultimo anno considerato; in Italia denunciano difficoltà di bilancio circa il 33% delle famiglie, una percentuale simile a quella delle famiglie spagnole. La povertà oggettiva mostra a propria volta un andamento stabile nel periodo considerato e non si ravvisano grosse differenze tra i paesi nei livelli di partenza. L informazione - assai densa - contenuta negli andamenti presentati in tabella 1 è sintetizzabile attraverso il calcolo dei tassi di crescita medi annui dei due indicatori nel periodo in esame 10 (tab.2). Iniziamo dall esame della prima colonna, relativa alla povertà soggettiva, ricordando però che i Paesi, come mostrato nella tabella 1, presentano livelli di partenza assai diversi. Il Paese nel quale si è osservato nel periodo in esame il peggioramento 10 Come è noto, il tasso di crescita medio annuo è la media geometrica del rapporto tra i singoli tassi di crescita. 187

188 Marianna Filandri, Nicola Negri, Tania Parisi più evidente è l Austria, dove l incremento medio annuo delle famiglie soggettivamente povere è stato dell 8%. In questo Paese, tuttavia, la loro percentuale è comunque piuttosto contenuta, sempre inferiore al 15%. Il medesimo discorso vale per il Lussemburgo e la Danimarca, che presentano un incremento medio attorno al 4% ma in cui la percentuale di famiglie soggettivamente povere è stata comunque sempre stabilmente sotto al 10%. Belgio, Francia, Regno Unito e Spagna presentano un incremento medio annuo nella percentuale di famiglie in difficoltà ad arrivare a fine mese pari al 2-3%, ma con punti di partenza assai diversi. Nei primi tre Paesi, infatti, i nuclei con difficoltà di bilancio sono sempre al massimo uno su cinque. In Spagna, al contrario, la quota sale a una famiglia ogni tre. Ancora più drammatica è la situazione del Portogallo dove, accanto al 40% di famiglie soggettivamente povere nel 2005, si trova un incremento medio annuo del loro numero pari al 4%. L andamento è invece piuttosto stabile in Grecia, Italia e Irlanda. La percentuale di famiglie soggettivamente povere si è mediamente contratta nei restanti Paesi: oltre l 8% nei Paesi Bassi (partendo già da livelli sempre inferiori al 15%), attorno al 5% in Finlandia e Germania e infine del 3% all anno in Svezia. Sono, questi, tutti Paesi in cui la quota di famiglie che si sente povera è sempre stata, nel periodo considerato, inferiore a una su dieci. Passando alla seconda colonna della tabella 2, quella relativa alla povertà oggettiva, si ribadisce che l andamento di questo indicatore nel periodo considerato è in generale meno vivace di quello della sua controparte soggettiva, anche tenendo conto che sono ben più bassi i livelli di partenza in tutti i Paesi: non si supera infatti mai il 20% di famiglie che percepiscono una quota inferiore al 60% del reddito mediano equivalente. Tabella 2 Tasso di crescita medio annuo della povertà soggettiva e oggettiva per paese. Anni Povertà soggettiva Povertà oggettiva Austria 8,21 0,53 Belgio 3,60-1,38 Danimarca 3,43 6,74 Finlandia -5,43 0,69 Francia 2,40-2,83 Germania -4,72 3,16 Grecia 0,34-2,42 Irlanda 0,11-6,39 Italia 0,91-0,12 Lussemburgo 4,10-0,26 Paesi Bassi -8,59-4,65 Portogallo 3,56-3,63 Regno Unito 2,91-1,35 Spagna 2,15 0,65 Svezia -3,29 3,81 Nota: per la Francia e per l Irlanda il tasso è calcolato sulla variazione tra 5 anni anziché 6 non essendo disponibile nel primo caso il 2008 e nel secondo il 2010 Sempre a livello aggregato, si osserva che la relazione tra le due famiglie di indicatori non muta nel periodo in esame, anche considerando tutte le soglie di reddito relative ulteriori a quella del 60%. Ovviamente, anche in questo caso i Paesi tornano a differire notevolmente per l altezza della curva: pur con livelli diversi di povertà soggettiva, in tutti i contesti nazionali, allontanandosi progressivamente dal reddito mediano, aumenta la sensazione di non farcela. A seconda del contesto, cambia la pendenza delle curve. Mentre in alcuni è sufficiente allontanarsi di poco dal reddito mediano nazionale per sperimentare elevati livelli di povertà soggettiva, in altri, al progressivo deteriorarsi delle condizioni materiali, corrisponde un peggioramento meno marcato di quelle soggettive. La curva è più ripida, ad esempio in Belgio, Francia, Grecia, Spagna, Portogallo e Italia, mentre è più piatta in Regno Unito, Danimarca e Svezia. 188

189 Marianna Filandri, Nicola Negri, Tania Parisi Figura 1 Relazione tra indicatori di povertà oggettiva e soggettiva per paese. Anni Vediamo ora se la stabilità a livello aggregato si mantenga anche disaggregando per tipo di famiglia. Anche in questo caso, all osservazione della distribuzione congiunta dei due tipi di indicatori faremo precedere una breve descrizione del loro andamento presi singolarmente (tab.3). Per economia espositiva, presenteremo solo i tassi di crescita medi della povertà oggettiva e soggettiva per tipo di famiglia. Tabella 3 Tasso di crescita medio annuo della povertà soggettiva e oggettiva per tipo di famiglia e per paese. Anni Single fino a 65 anni Coppie di 65 anni e oltre senza figli minori Single di 65 anni e oltre Pov. soggettiva Pov. oggettiva Pov. soggettiva Pov. oggettiva Pov. soggettiva Pov. oggettiva Austria 5,8 5,9 8,1 4,8 7,5 3,0 Belgio 2,1-2,7 2,0 5,0 2,0-12,9 Danimarca 1,9 10,1 5,6 11,6 1,8 3,8 Finlandia -5,7-2,3-4,4 0,0-8,8 4,8 Francia 1,8 0,5 5,1-10,8 1,4-11,2 Germania -5,4 3,8-0,7-1,1-0,5-1,7 Grecia 0,8-1,3-0,8-8,3-0,5-10,1 Irlanda -4,3-21,2-7,3-1,4-11,2-18,8 Italia 0,7 2,9 0,3-5,5 0,3-3,1 Lussemburgo 2,5-6,7 2,2-10,9 0,0-6,1 Paesi Bassi -6,6-7,7-6,9 5,7-9,3-13,9 Portogallo 2,3-7,1 3,2-7,0 0,1-8,6 Regno Unito 0,1 2,6 0,3-0,6-0,5-1,4 Spagna 1,9 1,9-0,6-2,8-1,2-4,6 189

190 Marianna Filandri, Nicola Negri, Tania Parisi Svezia -2,0 3,9-2,6 9,7 5,3 16,0 Coppie con figli minori Coppie fino a 65 anni senza figli minori Famiglie monoparentali Pov. soggettiva Pov. oggettiva Pov. soggettiva Pov. oggettiva Pov. soggettiva Pov. oggettiva Austria 9,3-2,6 12,0-0,4 3,2-1,4 Belgio 5,6-0,5 5,3 2,3 2,8 1,2 Danimarca 0,4 5,2-1,1-0,7 8,0 5,8 Finlandia -4,1-0,4-10,6 3,3-3,6 1,6 Francia 4,1 0,6 2,5-1,9-1,5 4,3 Germania -6,0 7,8-7,3 4,6-6,0 7,2 Grecia 2,5 3,5 0,7 3,1 1,7 2,1 Irlanda 7,8-1,0 5,2 0,0-1,6-4,0 Italia 1,5 2,3 1,8 3,1 1,2 5,4 Lussemburgo 2,2 0,4 1,7-1,1 3,4-2,0 Paesi Bassi -14,2-5,5-7,8-3,9-7,4-2,5 Portogallo 4,4-3,4 7,1 5,9 3,2 1,9 Regno Unito 4,8-1,8 8,6 1,2 1,3-2,2 Spagna 3,8 4,5 3,2 3,8 4,1 4,4 Svezia -6,3 1,7-1,1 3,1 0,5 5,9 Nota: per la Francia e per l Irlanda il tasso è calcolato sulla variazione tra 5 anni anziché 6 non essendo disponibile nel primo caso il 2008 e nel secondo il 2010 In generale, i nostri dati mostrano che mentre in alcuni Paesi, nei quali in media si sta oggettivamente meglio, vi è un benessere percepito più diffuso qualunque sia il tipo di famiglia, in altri, al contrario, caratterizzati da un deterioramento delle condizioni economiche materiali, la percezione dell adeguatezza del reddito sembra avere intensità diverse quando si passa da un tipo di famiglia ad un altro. Cominciamo dalle famiglie formate da single fino ai 65 anni. I Paesi dove il tasso di crescita medio annuo di famiglie in povertà soggettiva è stato più negativo sono i Paesi Bassi (-6,6%), la Finlandia (-5,7%), la Germania (-5,4%); al contrario, da notare l Austria (+5,8%). L andamento della povertà oggettiva vede ai due estremi la Danimarca, con un incremento medio annuo consistente (+10%) e l Irlanda per la quale i dati si fermano però, lo ricordiamo, al 2009 con una contrazione media annua elevata (-21,2%). I single maturi (con più di 65 anni) che in Irlanda, Finlandia e Paesi Bassi hanno percepito miglioramenti della loro condizione economica sono aumentati a un ritmo pari a circa il 10% all anno. Al contrario, è aumentata del 7,5% all anno la quota di questo stesso tipo di famiglia che in Austria dichiara di non farcela ad arrivare alla fine del mese. Passando alla povertà oggettiva, in ben 11 paesi su 15 si osserva un tasso di crescita medio annuo negativo (in testa l Irlanda, -18,8%). Solo la Svezia presenta un segno positivo con un valore molto elevato (+16%). L impressione che se ne trae è che la crisi non abbia inciso granché su questo tipo di famiglia composta prevalentemente da pensionati. Passiamo alle coppie fino a 65 anni senza figli minori. In questo caso, l incremento medio annuo della povertà soggettiva è stato maggiore in Austria (+12%) e minore in Finlandia (-10,6%). Per la povertà oggettiva, i tassi sono piuttosto contenuti e i due estremi sono rappresentati dal Portogallo (+5,9%) e dai Paesi Bassi (-3,9%). Per quanto riguarda l andamento della povertà soggettiva delle coppie mature (con più di 65 anni) senza figli minori, mostrano le maggiori variazioni nel periodo considerato Austria (+8,1%), Irlanda (-7,3%) e Paesi Bassi (-6,9%). Per quanto riguarda la povertà oggettiva, troviamo agli antipodi Danimarca (+11,6%) e Svezia (+9,7%), contro Francia (-10,8%) e Lussemburgo (-10,9%). Considerando le coppie con figli minori, i nostri dati mostrano un tasso di crescita medio annuo della componente soggettiva della povertà molto pronunciato ancora per l Austria (+9,3%) mentre l opposto avviene per i Paesi Bassi (-14,2%). L andamento dell indicatore oggettivo colloca ai due estremi la Germania (+7,8%) e i Paesi Bassi (-5,5%). Ricordiamo ancora che un incremento indica un aumento della quota di famiglie povere. Infine, tra le famiglie monoparentali osserviamo un peggioramento nell indicatore di povertà soggettiva per la 190

191 Marianna Filandri, Nicola Negri, Tania Parisi Danimarca (+8%) e un miglioramento per Paesi Bassi (-7,4%) e Germania (-6%). Da segnalare inoltre, sempre per queste famiglie, il peggioramento della povertà oggettiva in Germania (+7,2%), Svezia (+5,9%), Finlandia (+5,8%) e Italia (+5,4%) mentre osserviamo un miglioramento in Irlanda (-4%). Emerge, dunque, un quadro dei Paesi europei molto eterogeneo. In effetti, come era prevedibile, la crisi non ha colpito nello stesso modo (European Union 2009; 2011): in Europa convivono infatti Paesi economicamente più solidi e altri meno, mercati del lavoro flessibili e rigidi, sistemi di protezione sociale più ristretti e altri più inclusivi e generosi. La domanda di ricerca da cui ha preso le mosse il lavoro riguarda però nello specifico i mutamenti nella relazione tra povertà soggettiva e oggettiva per tipo di famiglia. Abbiamo già visto a livello aggregato che, sebbene vi siano grandi differenze tra Paesi, la relazione non si è modificata nel tempo, se non per minime variazioni. Anche l analisi disaggregata per tipi di famiglia conferma che la relazione tra i due indicatori è positiva e che, allontanandosi dal reddito mediano, vi è un numero sempre maggiore di famiglie con la sindrome della quarta se non della terza settimana. Le curve che sintetizzano graficamente la relazione tra percezione e condizione oggettiva sono meno sovrapposte se analizzate per tipo di famiglia (fig.2). Tuttavia, a un controllo più approfondito, emerge che l impressione di maggiore variabilità diacronica della relazione tra indicatori oggettivi e soggettivi decade. Infatti, i mutamenti nella probabilità di dichiarare difficoltà economiche sulla base della propria condizione oggettiva, osservati all interno dei tipi di famiglia, sono nella maggior parte dei casi semplici fluttuazioni stocastiche 11. Figura 2 Relazione tra indicatori di povertà oggettiva e soggettiva per tipo di famiglia e per paese. Anni Per economia di presentazione, non riportiamo nel testo i grafici sulle differenze di probabilità nel dichiarare difficoltà economiche rispetto all essere oggettivamente poveri per tipo di famiglia e per Paese, che mostrano uno scenario sostanzialmente immutato. 191

192 Marianna Filandri, Nicola Negri, Tania Parisi Osservazioni conclusive L obiettivo dell articolo era analizzare, negli anni a cavallo dell attuale crisi economica, la stabilità della relazione tra povertà soggettiva e oggettiva nei diversi tipi di famiglia. L ipotesi era che, qualora osservato, un cambiamento del nesso tra questi indicatori potesse essere un riflesso dell aumentata incertezza dovuta alle minacce di indebolimento delle forme di protezione sociale. Ma andiamo per ordine. Innanzitutto abbiamo visto che nei Paesi dell Europa a 15 sono visibili a livello aggregato differenze nei livelli di povertà soggettiva e oggettiva. Queste differenze tra Paesi possono riflettere il diverso peso dei contesti nell influenzare la percezione di povertà: Paesi a welfare forte contribuiscono a ridurre l incertezza, di conseguenza minore è la diffusione di famiglie in povertà soggettiva e minore è lo scarto tra povertà oggettiva e soggettiva; Paesi dove il welfare è debole, invece, sono Paesi dove si ha una maggiore incertezza e di conseguenza si ha anche una maggiore diffusione di povertà soggettiva e maggiore è lo scarto tra i due indicatori. In secondo luogo, la relazione tra reddito e percezione della sua adeguatezza è sempre la medesima nel periodo considerato, segno che non vi sono evidenze sufficienti a suffragare l ipotesi che le famiglie valutino la loro condizione economica anche in base a elementi maturati in un contesto di incertezza. Questo risultato può sembrare paradossale. Se, come abbiamo appena detto, un regime di welfare più generoso rende i cittadini più sicuri mentre sistemi meno inclusivi aumentano l incertezza, minacce di tagli alle forme di protezione sociale dovrebbero avere esiti differenziati nei cambiamenti del senso di insicurezza della popolazione. Ma questo non accade. Il risultato è però meno paradossale se si considera che si possono ipotizzare scenari alternativi. Ad esempio non è irrealistico aspettarsi che, dove è maggiore la sussidiarietà richiesta alle famiglie e lo stato è meno coinvolto, le minacce di tagli non impressionino, mentre, dove è più massiccio l intervento dello stato, i cittadini si sentano maggiormente defraudati dalle manovre di austerity. D altro canto, potrebbe essere vero che nei Paesi del Sud Europa, dove come è noto il carico sulle famiglie è già molto elevato, minacciare di sovraccaricarle ulteriormente potrebbe avere un impatto negativo sul loro senso di sicurezza. Anche considerando quindi gli assetti istituzionali del welfare, è difficile formulare ipotesi univoche su incertezza e indicatori di povertà oggettiva e soggettiva. Introducendo la dimensione familiare, cuore dell analisi, abbiamo osservato che sembrerebbero esserci effetti della crisi in termini di velocità dei mutamenti della povertà sia soggettiva sia oggettiva. Tuttavia a un esame più attento è nuovamente risultato che la relazione tra i due indicatori non è mutata nel periodo in esame, neppure per quei segmenti della popolazione tradizionalmente più fragili. Dato questo scenario, si potrebbe concludere che non sia ancora stata superata da parte delle famiglie la generale difficoltà a riconoscere il cambiamento a causa forse dell inerzia e dei ritardi percettivi (Hirschmann 1970). D altro canto, forse, non è sufficiente disaggregare le analisi sugli effetti della crisi solo per tipo di famiglia ma si dovrebbero considerare anche altre dimensioni che influenzano le aspettative di reddito e di benessere delle famiglie relative non solo a ulteriori caratteristiche dei nuclei familiari ma soprattutto al contesto socioeconomico di residenza. 192

193 Marianna Filandri, Nicola Negri, Tania Parisi Riferimenti bibliografici Atkinson A., Marlier E., Montaigne F. e Reinstadler A. (2010) Income Poverty and Income Inequality, in Atkinson A. e Marlier E. (a cura di), Income and Living Conditions in Europe, Luxembourg:, Luxembourg, Office for Official Publications of the European Communities (OPOCE). Atkinson A. B. (1998) La povertà in Europa, Bologna: Il Mulino, Baldini M., Toso S. (2004) Diseguaglianza, povertà e politiche pubbliche, Bologna: Il Mulino. Barbera F., Filandri M., Negri N. (2010) Conclusioni: cittadinanza e politiche di ceto medio, in Negri N., Filandri M. (a cura di), Restare di ceto medio. Il passaggio alla vita adulta nella società che cambia, Bologna: Il Mulino, pp Berthoud R., Bryan M. (2011) Income, Deprivation and Poverty: A Longitudinal Analysis, in «Journal of Social Policy», 40, pp Boeri T., Brandolini A. (2005) The Age of Discontent: Italian Households at the Beginning of the Decade, in «IZA Discussion Paper», Bosco N., Sciarrone R. (2006) Meridiana, in «Rivista di storia e scienze sociali», 55, pp Callan T., Nolan B., Whelan C. T., Williams J. (1996), Poverty in the 1990 s: Evidence from the 1994 Living in Ireland Survey, Dublin: Oak Tree Press. Castel R. (2003), L insicurezza sociale. Che significa essere protetti?, Torino: Einaudi, Castilla C. (2011), Subjective Well-being and Reference Dependence: Income Over Time, Aspirations and Reference Groups, in «UNU-WIDER Working Paper», 76. Cies (2009), Rapporto sulle politiche contro la povertà e l esclusione sociale, Roma: Rapporto annuale. Cies (2012) Rapporto sulle politiche contro la povertà e l esclusione sociale, Roma: Rapporto annuale. Coleman J. S. (1990) Foundations of Social Theory, Cambridge MA, London: Harvard University Press; trad. it., Fondamenti di teoria sociale, Bologna: Il Mulino, de Vos K., Garner T. I. (1991), An Evaluation of Subjective Poverty Definitions: Comparing Results from the U.S. and the Netherlands, in «Review of Income and Wealth», 37, pp Eurobarometer (2011) Public opinion in the European Union, Eurobarometer 76, consultabile all indirizzo: ec.europa.eu/public_opinion/archives/eb/eb76/eb76_first_en.pdf. European Commission, Economic and Financial Affairs (2011), Economic Crisis in Europe: Causes, Consequences and Responces, Oxford: Routledge Hardback. Filandri M., Parisi T. (2012), Povertà soggettiva e indicatori oggettivi: l impatto della crisi in Europa, in «Quaderni di Sociologia», 59. Freguja C., Muratore M. G., e Pannuzi N. (2007), Subjective Indicators as Measures of Living Conditions, articolo presentato a: «Conferenza annuale della Società Italiana di Statistica», Venice, Italy, 6-8 June. Gallino L. (2011), Finanzcapitalismo, Torino: Einaudi. Gallino L. (2012), La lotta di classe dopo la lotta di classe. Intervista a cura di Paola Borgna, Bari: Laterza. Hagenaars A., de Vos K. (1987), The Definition and Measurement of Poverty, in «The Journal of Human Resources», 23, pp Hirschmann A. (1970), Lealtà, defezione, protesta. Rimedi alla crisi delle imprese, dei partiti e dello stato, Milano: Bompiani, Jappelli T., Marino I., Pistaferri L. (2012), Disuguaglianza e consumo, in Checchi D. (a cura di), Disuguaglianze diverse, Bologna: Il Mulino, pp Kapteyn A., Kooreman P., Willemse R. (1988), Some Methodological Issues in the Implementation of Subjective Poverty Definitions, in «Journal of Human Resources», pp

194 Marianna Filandri, Nicola Negri, Tania Parisi Leonini L., Sassatelli R. (2008, a cura di), Il consumo critico, Bari: Laterza. Lucchini M., Sarti S. (2005), Il benessere e la deprivazione delle famiglie italiane, in «Stato e Mercato», 74, pp Mayer S., Jencks C. (1988), Poverty and Distribution of Material Hardship, in «Journal of Human Resources», 24, pp Muffels R., Fouarge D. (2003), The Role of European Welfare States in Explaining Resources Deprivation, in «EPAG Working Papers», 41. Negri N., Saraceno C. (2003), Povertà e vulnerabilità sociale in aree sviluppate, Roma: Carocci. Nolan B., Whelan C. T. (1996), Resources, Deprivation and Poverty, Oxford: Clarendon Press. Nolan B., Whelan C. T. (2009), Using Non-Monetary Deprivation Indicators to Analyse Poverty and Social Exclusion in Rich Countries: Lessons from Europe?, in «Journal of Policy Analysis and Management», 29, pp Pizzorno A. (2007), Il velo della diversità. Studi su razionalità e riconoscimento, Milano: Feltrinelli. Pradhan M., Ravallion M. (2000), Measuring Poverty Using Qualitative Perceptions of Consumption Adequacy, in «Review of Economics and Statistics», 82, pp Ravallion M., Chen S. (2009), Weakly Relative Poverty, in «Policy Research Working Paper», Sabbadini L. L. (2008), La misurazione della povertà: problemi e risultati, Roma: Istat. Strengmann-Kuhn W. (2000), Theoretical Definition and Empirical Measurement of Welfare and Poverty: A Microeconomic Approach, articolo presentato a: «26th IARIW Conference», Cracow, 27/08-02/09. Tentschert U., Till M., Redl J. (2000), Income Poverty and Minimum Income Requirements in the EU14, articolo presentato a: «BIEN Congress», Berlin, 5/10. Townsend P. (1979), Poverty in the United Kingdom. A Survey of Household Resources and Standard of Living, Harmondsworth: Penguin. Townsend P. (1993), The International Analysis of Poverty, Hemel Hampstead: Harvester Wheatsheaf. Vaughan-Whitehead D. (2011), Inequalities Before and after the Crisis: What Lessons for Social Europe?, in Moreau M.-A. (ed.), Before and after the Economic Crisis. What Implications for the European Social Model?, Cheltenham: Elgar. Whelan C. T., Layte R., Maître B., Nolan B. (2001), Income, Deprivation and Economic Strain. An Analysis of the European Community Household Panel, in «European Sociological Review», 17, pp Whelan C. T., Maître B. (2005) Vulnerability and Multiple Deprivation Perspectives on Economic Exclusion in Europe: a Latent Class Analysis, in «European Societies», 7, pp

195 Interventi 195

196

197 Ian Budge [Popular Protests Against Financial Austerity] Providing an Unified Rationale 1 Introduction and overview Popular protests against cuts to public services and other social provisions have erupted across Mediterranean Europe and been echoed in more moderate form by the North European Left. Movements like M5S have put forward what look like a ragbag of demands stop the cuts; stop expensive construction like high-speed rail; end corruption; care for the environment; extend political participation. I argue here that these demands require more of a coherent justification to make them stick, otherwise they will be defeated piecemeal, one by one, just as they have been made. Convincing potential supporters that there is indeed a strong theoretical and intellectual justification into which each of these demands fits, is an important part of the current political battle. Most protest movements have not even attempted this yet. They need to do so however because governments enforcing austerity do have a coherent theory behind them, in the shape of classical economics. Their argument is that to enhance financial confidence, the precondition for creating credit and thus stimulating economic growth, governments have to reduce their debts and deficits. Regrettably this means cutting welfare, education and public services generally. The long term reward (they are a bit vague about how long term) is however renewed economic growth. By providing jobs this will do more for the population than State assistance can. However, since ordinary citizens are more concerned about their immediate well-being than jobs ten years down the line, the power to decide must be kept in the hands of the current political class who can be convinced, cajoled or coerced into taking a long term view of the need for austerity. To be fair, the established European Left oppose orthodox budget-cutting with a coherent argument of their own Keynesian economics. By depressing economic activity budget cuts simply reduce growth and government revenue, this perpetuating the deficit. The solution is to slow down cuts to services while spending more on large infrastructure projects and cheap credit. This will produce jobs now and provide a basis for future growth. Even government creditors are beginning to be convinced that immediate growth is necessary for deficit reduction. I argue here that popular protests have to counter both these well-reasoned arguments with a coherent set of ideas of their own. This is that globalisation renders governments only marginal economic actors within their own territory. So there is little they can do to directly stimulate growth whether by cutting or spending. Government austerity in particular is largely irrelevant. What governments can do however is to act decisively to tackle the socio-political crisis produced by contemporary economies by extending services such as welfare and education. They should do this because they are good in themselves, rather than because of any imagined economic effects. The rest of this essay fills in this argument for alternative policies, starting with the failures of economics and economists in the face of our contemporary global world. This makes direct political action by governments indispensable to protect their populations. It also brings together most of the demands of protest groups in a coherent rationale for such action. 1Given the marked interest and topicality of the two interviews published in this Section, the Editors of CAMBIO invite readers comments on one or both articles, which will be printed in this same Section of our next issue. 197

198 Ian Budge Globalization and the utter failure of conventional economics. The first step in any argument for political action unimpeded by fear of economic consequences must be to discredit the two theories which claim to be able to predict these: financial orthodoxy on the one hand and Keynesian demand management on the other. Discrediting these is easy because of the abject failure of their predictions over the last ten years. Not only did economists fail to foresee the financial crisis of 2008: they have consistently failed even to anticipate economic developments over the next three months! The reason for their failure can be found in the flawed basis of economic reasoning in the first place; and secondly in the development which has rendered this even more damaging to any analysis than in the past globalization. The basic problem of economic forecasting is paradoxically that it does not deal with economies! Instead it defines economies in purely political terms as countries and States. A territorial economy is not defined politically. It surely has to be taken as a contiguous cluster of businesses and enterprises which have more to do with each other than with other businesses across their boundaries. In the 19 th and early 20 th century as national territories were consolidated and internal transport systems improved by their governments (often for military reasons) there was probably a time when national economies existed as largely self-sufficient entities probably never in Britain or the Netherlands but very likely in Germany, Italy and Spain. With globalization however autonomous national economies have largely ceased to exist. It is probably only the continental sized economies the US (plus Canada and perhaps Mexico: China: and India) where internal transactions outweigh cross-border exchanges and where Government action can affect economic functioning in the way Keynes envisaged. Possibly Germany with the Low Countries, Baltic Scandinavia, and Central Europe also forms an economy in this sense. However the EU and Britain clearly do not. Economics as a discipline simply passes over this difficulty and assumes that contemporary States in some sense are self-contained economies. It is convenient to make this assumption because governments are the only bodies collecting economic statistics for territorial units. But it is fallacious to assume that this in itself is enough to create a separate national economy. True, governments are major economic actors within their own territories perhaps the single most important in some cases. But this does not enable them on their own to dictate the whole course of economic events there. These days heavy spending by governments is more likely to suck in cheap foreign imports than to stimulate business within the State, while profits made there are channelled out by multi-national corporations. Spending cuts cause immediate misery to citizens while doing little to reassure foreign bondholders and investors about the health of the tax base. Globalization has abolished most national economies. But it has done more. It has shifted the structural economic balance between different areas of the world. As China and India acquire ever more sophisticated skills and technology to combine with their cheap labour and natural resources areas like Western and Southern Europe will be less and less able to compete even on services and innovation, let alone manufactured goods. Governments cannot do anything to prevent this and are indeed best staying out of expensive, doomed infrastructural and technological projects aimed at reversing economic decline. Investing in citizens well-being and education is the limit of what they should do. They more adaptable individuals are, the better they will be in working with the global economy. Governments with their failed mega projects are not. What else can be done? Social and political crises are hardly likely to reassure government investors and bondholders either. So a first task of governments as it always has been is to stabilize the political situation. This requires them to conciliate the opposition by actually taking their proposals seriously! They should accept their policies not only to disarm their crippling internal opposition but also because they represent exactly the policies which are within their power to pursue and which they should be pursuing to provide immediate benefits to citizens. This requires that cuts to services be restored and additional spending undertaken. However spending on services does not imply a full scale Keynesian reaction with massive expenditure undertaken without balancing 198

199 Ian Budge deductions elsewhere. It is only prudent to roughly balance the books, as opposed to undue austerity on one side and irresponsible extravagance on the other. How can this be done? Protest movements have already suggested one way, by cancelling dubious projects like British and Italian high-speed rail and the British nuclear weapons programme. Wars and foreign interventions should be stopped. Such expenditure cuts have not even been considered as part of the austerity drive which has focused on social and personal services. They should however provide some immediate savings. On the other hand it must be a principle behind all government policies that no tax paying citizen should be worse off as a result of reforms and many should be better off. Such a guarantee is necessary to generate general public support. So cuts or down-scaling in Government Departments should be by natural wastage or transfers of personnel to more useful activities elsewhere. This means that administrative reforms will produce long term rather than immediate fiscal returns. Another change which should be undertaken for purely ethical reasons will also produce only subsidiary economic benefits. That is, requiring that all imported goods and services meet the same health and safety and labour regulations which each country s own enterprises operate under. This should include inspection to the same standards as in the country concerned. Such measures could be taken as disguised economic protection, designed to safeguard home industries against cheaper foreign competition. Actually however it puts international trade on the same footing as internal trade. If we think it is necessary to have national rules to protect our own citizens should we not apply them to protect South-East Asians or Latin Americans? We might also think of extending such rules to environmental protection. If we do not think natural degradation is right at home why should we tolerate it abroad? Such measures would have the merit of putting international trade on the same basis as that at home. The decision to import cheap goods and so depress local industry and agriculture working under laws which we think are ethically justified is a political decision made by national governments or the EU. It should be discussed as such not disguised as economic inevitability. Of course such decisions do have economic consequences in aiding local industry and augmenting the national government s tax base. They would hardly solve their fiscal crisis however and should not be undertaken to do so. Sovereign debt and fiscal deficits are in essence outcrops from this underlying problem. Governments are not raising enough money to pay for services they are morally obliged to provide for their citizens. How can they do so? How can they balance the books, which would remain unbalanced even if the suggestions made above were fully implemented. The answer lies in consolidating their tax base in two ways, while leaving individual tax-payers unaffected. The first way has already been suggested by Grillo and M5S the massive personal and corporate tax evasion which exists across Southern and Eastern Europe. This can only be done by transferring the power of assessment to the fiscal civil servants, enforcing payments even if judicial appeals are in process. All calculations and figures should be published on the Internet so that everyone involved including officials can be kept accountable. In countries where corruption and outright evasion are not so much of a problem governments still lose massive amounts of revenue through legal, mainly corporate, tax avoidance. In essence multi-nationals and rich individuals create fictitious domiciles in low tax countries and outright tax havens. This is bad for the companies themselves with 500 deposits throughout the world and opaque transfers many do not know what they are doing themselves, often laundering criminal revenues. But it is even worse for national governments who find revenue from their own territory diminishing and cut spending as a result. This is however entirely their own doing. All they have to do is tax multi-nationals as they do national companies, on the basis of the profits earned in their territory. Where companies refuse to provide their own figures they can be simply assessed by taking local economic activity as a proportion of their total activity and taxing declared profits in proportion to that. Again the revenue raised should go to governments during any appeal in progress, any final adjustments to be made at the end. Total transparency on both sides should be enforced by publication and scrutiny on the internet. Any such national action to secure a proper tax return would of course invoke international complications and reactions. These could be met by the argument that foreign companies are being treated in exactly the same basis 199

200 Ian Budge as national ones. It is a fair bet that many other countries would immediately follow the pioneer that made the breakthrough, creating an irresistible force at international level and blunting the argument that companies would transfer their activity elsewhere. A further refinement would be to put companies on a monthly tax-paying basis to avoid government revenue drying up at particular times of the year and avoiding unnecessary borrowing. Conclusion: governments should act now to resolve the crisis for their own citizens. This essay provides a coherent underpinning for protest movements political demands which goes far beyond the simple restoration of public services and social provisions. On the one hand Governments fallaciously see themselves as major economic actors, able to restore health and growth to a non-existent national economy. On the other, they refuse to undertake the necessary political actions by which they could at least restore themselves to fiscal health and finance their services to the population. The choice is theirs. Either they can negotiate with their internal opposition to produce a reasonable social outcome in the present situation. Or they can continue to drift, blaming external events, the EU, Germany or immigration for their current ills and refusing to do anything about them. It is unlikely that they can continue to do so for ever. One can only hope that protest movements will bring them to their senses sooner rather than later. A MODEL MANIFESTO: ACT AGAINST CRISIS TOGETHER 2* A non-political Programme for concrete policies, with immediate results, bringing benefits to all, giving real freedom of choice, putting ordinary individuals at the heart of things rather than last to be considered Crisis and Recession ACT s Diagnosis Who is really suffering from the deepening recessions which governments of all parties have brought upon us? Not big business and the banks. It is the ordinary individuals like ourselves who are enduring unemployment debts and cuts. Big banks and businesses have actually benefited from the mess, notching up unprecedented profits. Too big to fall they have been bailed out by ordinary taxpayers and small businesses - since they themselves don t pay taxes anyway. Why should we continue this way? Surely it can t be the right. A sane society would be run so as to benefit everyone, not just those at the top. 2 * The following text was put together to summarize the demands made on governments by protest movements across Europe in the face of austerity measures to counter the present crisis. It is a kind of model manifesto for all these movements though applied to the British context. While I agree with the substance of its arguments and demands it is deliberately written in rather colloquial and strong terms, in order to mirror the way in which protest movements present their case. So I do not necessarily endorse all the details of the text. This exercise has been carried through because I think there is actually a strong underlying rationale for the various demands which have not yet been formulated but which provides a convincing alternative to the financial orthodoxy or debased Keynesian theories on which governments currently base their policies. I am trying to systematize this rationale in other papers. So the model manifesto can be regarded as a working paper produced for the overall project. 200

201 Ian Budge Family farms and entrepreneurs should be helped not exploited. They are the people who create the real wealth. Yet in the current ordering of things they get beaten down so supermarkets can outrace competitors to the bottom in terms of food, health and hygiene and working conditions. Why has this happened? Mainly because governments of all kinds have overreached themselves in terms of State interference and planning, crediting themselves with an infallible knowledge and control of events. In fact theyt have just demonstrated that they know nothing of what the future will bring (even next month), and excuse their failures by blaming other people or circumstances beyond their control in the Eurozone for example Osbourne and Clegg are just as bad as Miliband in thinking they can use austerity to produce their desired recovery. In fact the economy is out of control. All they have done with their grand plans for reducing the deficit is create general misery and chaos far from the traditional Conservative and Liberal aims of a stable society and individual freedom. What freedom do we have from the banks and multinationals? Our financial and economic crisis has in fact been matched by a political one as governments everywhere fail to tackle anything effectively. Their failure is also a failure of economic advisers who failed to spot the crisis coming and can t even tell us what will happen next month. If they can t even get this right, how can they tell us how to run it? Yet Osbourne and his cronies want even more cuts and misery as the road to success! Jam in 5 years or perhaps 10! but scrapings today and next month and next year. Lacking any informed advice (there isn t any!) government policy is now a knee-jerk reaction to financial markets which they have managed to boost, temporarily at least. Bankers do well out of closures and bankruptcies and continuing recession, but we don t. Unfortunately the men pulling the strings (few women) want both cuts and growth contradictory policies which impoverish and confuse citizens. That s where the old political parties want to leave us while they mishandle things at the top. They have no real answer to our ills. Closed-minded and rigid they just want to carry on in the same old way without any real consultation or debate which might shake them out of their blinkers. More cuts, slightly less cuts, reshuffle the NHS and schools faster or slower they have no real alternatives to more misery and pain. Our plan does give an answer Do what we can and need to do politically now where we can really help people. This is not because of the far -fetched and long term economic consequences such action might bring. We just don t know what these are. But we do know that expanding the NHS gives more people the care they need: adequate local services improve life in cities and villages, and help small farmers to survive. By axing grandiose projects like the High Speed Rail we can protect property-owners and our beautiful countryside and stops a rush of immigrants into surrounding towns and villages which can t cope. We can stop this destruction now, immediately we have some political power. This would also help us fight the massive tax evasion by multinational companies which would help us pay for better services and quality of life without increasing our debts like the coalition is doing. These are only some examples of the immediate action we need to take to improve our lives. To do this we must first decide out priorities rather than letting Miliband, Cameron and Clegg define them for us. ACT on Priorities Most people will agree with what we want to do. Basically they are the things governments of all parties wanted to provide in the good years of the Fifties and Sixties. After we define the priorities for political action we show how to pay for them by cutting unnecessary spending as on the wars most people oppose and reforming business taxes. We want to make sure that nobody is worse off as a result of the changes but many are better off and things are also put on a better basis for the future. As for long term economic effects, nobody can guarantee them. But neither can the unending cuts and misery proposed by governments and parties. Our proposals benefit everyone immediately - whatever happens with the economy. The first step in achieving our priorities is to define 201

202 Ian Budge them. Here they are: 1. Security. The first job for the State is to provide order and security for individual citizens. Don t believe them when they say we can get this by cutting the police! It can only be done by strengthening the policing and emergency services in your neighbourhood. We can pay for this by withdrawing from expensive wars far away and spending the money at home, on the police and Armed Services in our own patch. Doing this will also help us to give long-owed support to the war victims our own brave veterans who labour under horrific disabilities with little help from the swollen and bureaucratic Ministry of Defence. 2. Health. Disease and illness are silent killers who threaten us all. The only way to fight them is to make sure everyone has the best medical care. That can only happen if everyone is looked after by the NHS if they want to be. Cutting services and going for cheapness over quality is a queer way of providing this. It is a plan thought out by rich folk who are able to buy care for themselves. 3. Wellbeing. The foundation for good health is enough money to feed and house our families properly. For self-improvement through work, education, sport culture, volunteering, everyone needs enough to manage with dignity and without anxiety. All citizens therefore should be guaranteed a basic income to cover old age and spells of misfortune and hardship. A universal entitlement to this should replace the present ragbag of State payments - producing cuts in administrative costs and greater efficiency in reaching citizens in need. We can pay for it all by stopping unnecessary expenses like hopeless wars and useless construction projects and catching the big tax evaders. 4. Education. Education is the great investment we can make for future generations and for improving our own. This is not just an economic benefit even if it is the surest long term way we can improve the future economy through better skills, self-confidence and knowledge. Education of all kinds specialised, basic, general, training in skills or just acquiring knowledge all make us better people, for ourselves and for others. Reducing educational opportunities diminishes us both as individuals and as a society. Current policies are cutting the branches we sit on education at all levels should be free. An income guarantee will help many more take it up and this will benefit everyone. For a better, more humane (and more interesting!) society we need to be able to educate ourselves at all times of life. 5. Culture. We educate people so they can share in a wider culture, whether technical, architectural, artistic, historical, musical folk or pop, sporting, or carried by TV, theatre and film. Britain as a nation actually leads the world in all of these but usually in spite of Government rather than because of it. Instead of cutting support for Arts, sport, community societies and clubs it should be increased. Talent should be encouraged and brought out, wherever it occurs. Instead of the shambles most football is in we should make sure that clubs belong to their supporters, not to greedy speculators who load them with debt. Sport should be a crusade, not a business. The same goes for all our cultural activities night-schools,, adult education and broadcasting. The BBC is the envy of the world and has kept up standards in Independent TV. But even it has deteriorated under government discrimination and vendettas while the Media Circus barons get away with their profits power and profits being mostly what they care about. 6. Land and People. We live in our districts and communities, our cities, towns and countryside. Terrible things have happened to them all in the last 50 years. The full forces of commercialisation have been unleashed by the EU, commercial chains, multinationals, developers and the uncaring forces of globalisation. Families were promised homes which they now can t afford. Perfectly good houses stay empty till values rise. Whole streets and districts get demolished instead of renovated, because of centralised planning. Community protections are removed so developers can move in for a profit. Most of southern England is to be bricked over while houses in the North are left to rot. Small family farms are gobbled up by combines as prices for their products are forced down by supermarket barons. Sensible controls to safeguard our traditional way of life are weakened. The government not only sells off our heritage of 202

203 Ian Budge woods but everything else it can, all in the name of cutting bureaucracy and creating construction jobs! Most of these go to foreign workers like the Olympic development. Ask the East Enders what they got out of it except evictions and new commercial developments which clearly don t benefit them. Clearly it s time to stand up for the small woman and man and for local decision-making, now restricted and cut to the bone. How do we do this? The first thing is to guarantee everyone security through the income guarantee. This will give everyone the basis for participating in their own communities which they need to do to defend themselves and make sensible laws for their own protection. We need to slow down or stop disruption and change. This is so often justified on the basis of creating jobs. Wrong. Foreigners are recruited to work more cheaply and drive down wages. As for speeding economic growth this is just a con because nobody knows what the economy will look like in 10 or 20 years. One thing is sure: it won t be like today. The best example is the high speed railway through the Cotswolds, destroying the property and way of life of tens of thousands of people, nature reserves and beautiful landscapes all to cut the train journey by half an hour! We need to get our priorities right to slow down and take stock. Instead of subsidising foreign giants to build more nuclear power stations with taxpayers paying to clean up afterwards we should put our money into house-insulation (which the government has just cut) using less power and distributing it better and giving local business a boost. Nobody should suffer from cold. Conservation is also the best answer to extreme weather, which everyone knows is coming as icecaps melt and the seas rise. Globalisation spreads new diseases for trees, animals and people. These need to be controlled and combatted. Governments have done absolutely nothing about this but sat back and let it happen. Half our trees are going: sheep and cattle are incubating diseases, and all the Coalition can do is cut research and let it rip. Probably nobody can get sensible international action to fight these foreign plagues and epidemics. But that s no reason for doing nothing here and now to protect our own people and land. 7. Politics & Democracy. None of these good things are going to happen unless we open up ways to make them happen. We are not going to get action from the rich playboys (few girls!) who control our destinies in Government and Parliament. The last thing they want is to have their gravy trains derailed, bringing down their high salaries and expenses and the chance of benefiting friends who can be useful to them afterwards. There is no difference between any of the parties on this. So we need to change the way politics is done by letting the people in on it. Democracy means the people making laws and policy. The way to do this is by giving ourselves a vote when we want one rather than when the government permits us. Democracy is not a privilege to be doled out on a few special occasions. It should be the normal way of doing things. So let s not just vote on staying in the EU. Let s vote on going to war or staying out: on having good health services and a minimum income guarantee. In fact, given the way governments have been chipping away at all of these, we need democracy not only to vote these policies in but to guarantee that they stay. If enough people want a referendum they should be able to get it through a popular initiative signed by a hundred thousand people. The results of referendums should be binding on the Government and Parliament. Making sure these do what the people want is also a problem. The parties were supposed to secure this by running for election on published programmes and putting them into effect if they got a majority. All of the establishment parties have cheated on this in the last ten years. Labour went to war in Iraq although most people opposed it. The Liberals and Conservatives cut the NHS and sold bits off after saying in the General Election that it would be safe in their hands. They said nothing about selling off woods or starting new wars and interventions. Why couldn t they consult us? Keeping decisions away from popular debate and is helped by the secrecy which shrouds all of British government, particularly the Civil Service. If you don t know about decisions you can t influence them. So from the Cabinet to Cobra (state security) down to Communications(!) we have no inkling of what is 203

204 Ian Budge discussed except when it is selectively leaked by somebody who feels it is to their advantage or revealed by courageous journalists. Channel 4 and the BBC are hated by parties and governments because they so often reveal what is going on. But this is not enough. To really decide you have to know all that is going on, rather than relying on a few selective leaks. Nobody should say in secret what they would be ashamed to say in public. Freedom of information should not be doled out in small doses. It should apply everywhere. The Welsh government puts its cabinet minutes on the internet. Scottish MPs do the same with expenses claims: eliminating the need for a special office to scrutinise and edit them. These practices work: so let s do the same in Britain as a whole. Open discussion will be a great advance. Having decided what we want, though, we need to make it stick. The political parties are too shifty and tied to special interests to guarantee that they will pick policies for the general good. For that we need to have ACT in Parliament to keep an eye on them and push the public interest. One of the things that can be discussed is whether the current way of electing MPs is best, given that it gives the existing parties a cast iron guarantee of a seat in most constituencies. If we don t want to abandon our constituencies at least top up candidates should be elected in line with national voting shares. This works in Germany and in Wales and Scotland. So why not Westminster as well? Before this can happen we need to get public-spirited citizens, fed up with the existing spoils system, elected to Parliament to keep the parties in line. So we need to organise and fight existing constituencies to get enough non-partisans into Parliament to stop special interest governments being formed. Our first priority is to work out how to do this in detail. There is nothing to stop citizens with clean records even members of existing parties fed up with broken promises and harsh measures putting their names down and starting to organise locally, using their own homes as a base if necessary. They face an uphill struggle against entrenched, well-funded party machines. But a big popular movement can succeed. By focusing purely on getting our policies through they can avoid the perks and profits that have corrupted our existing MPs. Where would we get our money from? and avoid being corrupted in our turn by the big payers? A first thing is to require our elected office holders to pay any salary over our guaranteed minimum income towards election expenses. That may not raise much but it will show our representatives are not fat cats like the others. Generally we would rely on supporters contributions with a limit on any one donation of 1,000 to make sure nobody buys undue influence. Mostly though we ll base ourselves on individual dedication and effort, exploiting new low cost techniques like online and the internet. 8. How do we pay? We ve said how we ll pay to organise and fight elections. What about the cost of policies such as health, education and the minimal income guarantee? These will bring together a lot of existing public payments that are being made anyway, without the costs and bureaucracy they entail. For example, how much is being spent to administer and chase up student loans? Most will never be recovered. So the government is giving out money anyway but in a mean, cack-handed way that encourages waste and makes people feel bad about it. Even though we operate more efficiently and spend existing money better, there s no denying that doing what we want to do for people will cost more money. Where do we find it? We don t have to be high level economists to see that we should broadly balance spending with income otherwise we ll run into trouble. We mean to do this. But we have to discuss things in a crazy financial context where the Bank of England has printed 400 billion new notes and given them to the banks. The idea was that the banks would lend this to small British business, thus stimulating the economy. In the end of course they just sat on it and paid it out as tax-free profits. In a world like this it s clear that paying for policies is not like paying in a shop, where if we produced 204

205 Ian Budge our own money we would likely get arrested! We shouldn t defraud the public even if we could. So we should balance spending in one area with cuts in others or increased revenues. Taking balanced cuts first. Usually when you hear about cuts these are to public services which help us all individually in health and education, culture and policing. We should rather increase spending there and on teachers, police and fire services. The areas to cut are the wasteful ones like wars and the preparations for them, often involving grotesque over-spending of one or two thousand per cent by the swollen and incompetent MoD. Punching at our real weight and concentrating on our security on the North East Atlantic would result in trillions of savings. By not invading other countries we stop stoking terrorism and concentrate on real security at home. Do we really need Embassies with a big staff in 200 capitals throughout the world? Why don t we just keep a welfare officer to help citizens in trouble and fly out expensive diplomats to rented offices as and when we need them? The cost of prisons is another example. Each prisoner costs 50,000 a year to keep and there are 90,000 of them! Enormous numbers keep on coming back and no wonder with free board and lodging! We need to make crime less attractive by taking control of assets on arrest (to be released if not guilty) and vastly increasing police and probation services stopping crime rather than mopping up afterwards. Supervised hostels, education and work that is what ordinary offenders as opposed to fat cats need and that is what will stop them going back to crime. We need to rethink our whole approach to tackling the causes of crime so that law abiding citizens are really protected - not just throwing money at the problem by building ever more expensive prisons. What s wrong with tents and huts if the facilities for education and work are there? Cuts even to the most expensive of these programmes will never pay for all of the benefits we intend to introduce. So we need to find new money to pay for them without increasing ordinary people s taxes. They certainly pay enough already. Our guarantee is that nobody will be worse off as a result of our changes. So everyone paying taxes now at ordinary levels can opt to stay with the existing system if they think they will be better off. Where do we find the money? especially since previous governments have sold off public assets cheap or even given them away to donors and cronies. The answer is of course to change the tax laws to prevent non-payment especially by large corporations. Under existing laws paying taxes is entirely voluntary for anyone who can hire expert lawyers and accountants. Big companies whether British or foreign can set up offices in low tax countries and route their profits through them - paying nothing in taxes even though they make all their money here. They account for the massive decline in government income over the last five years. They must be made to pay. Faced with popular anger the Coalition has made noises about tightening tax rules after getting international agreement. Of course this means waiting until the cows come home and the people perish. The Coalition doesn t want to tax its friends and Labour has little appetite for it either. Getting taxes from profits made in Britain is simple. We assess them if companies can t or won t provide their own figures and tax them here. Companies can then deduct the tax as an expense against profits wherever they do pay them. This is a simple and easy way of making sure companies pay adequately for the services they get from us other taxpayers. Of course we can expect other countries to follow this lead and tax British companies operating abroad in the same way. That is only fair. It shouldn t affect our revenue much since big British companies evade our taxes just as much as foreign ones. Will this make firms leave for lower tax countries? This is what the established parties say as an excuse for not doing anything at all. In fact the biggest offenders are mostly service providers and sellers like Starbucks and Amazon. They make some of their biggest sales in Britain. We are the open marketplace for the world to flood with their products. So multinationals are unlikely to leave in a hurry. If they do British firms will replace them hopefully smaller ones which do pay their taxes, thus providing better local employment. 205

206 Ian Budge ACT on the Message Don t believe those who say that getting a decent deal for everyone is impossible and we just have to suffer more misery until something turns up. There is certainly nothing any British government can do about the British economy (if there actually is one left and not just a set of foreign-owned subsidiaries). Because of the situation Labour and then the Coalition have allowed to develop, we depend economically on growth in the Eurozone or the US or China. Don t believe them when they announce bold new initiatives like High Speed Rail. All that does is put money in the pockets of big foreign owned construction companies and draws in more foreign workers. Against this grim reality we have a message of hope. Help people because it s good to help them, not because there s a vague hope it will stimulate the economy. Our programme has just as much chance of doing this as any of the crumbling initiatives announced by governments with such fanfare only to be forgotten in a year s time. But that s not the point. Rather we should take immediate action to get ourselves out of our problems because this will give immediate relief to individuals here and now and we can achieve this now. So - reform tax rules, review public contracts, cut spending all to pay for better health, education and welfare not to mention sport, culture, recreation and entertainment. Whether we get them depends on ourselves and our willingness to take political action. 206

207 [La crisi italiana] Intervista a Luciano Cavalli 1 I. La crisi come crisi politica Crisi, come è noto, è parola di origine greca derivante dal verbo κρíνω. Crisi racchiude dunque in sé il significato di scelta, di decisione, ma designa anche il momento cruciale di una malattia che può svoltare o verso la risoluzione e la guarigione, o verso la morte del paziente (Ippocrate). Applicando ciò alla situazione italiana, come si evolverà l attuale situazione di crisi? E quali sono dal suo punto di vista - un punto di vista di chi, è bene ricordarlo, ha sempre prestato molta attenzione alle radici storiche dei processi sociali e politici - le ragioni di lungo periodo dell attuale crisi? Il cosidetto sistema-italia è da tempo in crisi, una crisi aggravatasi negli ultimi anni. Ma l esito non è così fuori controllo come potrebbe suggerire l accezione di crisi attribuita a Ippocrate nel preambolo. Perché, nella crisi del sistema-italia, l esito dipende dagli uomini. La crisi può anche essere risolta positivamente da appropriate scelte e decisioni umane, come già suggerisce il verbo greco. Resta vero che è la crisi di un sistema complesso, quindi difficile e pericolosa. In questo senso la crisi presenterebbe molti aspetti. Io l ho sempre vista, la crisi italiana, come primariamente crisi politica. Fin dalle origini. Perché la politica ha strutturato il sistema, regolandolo; e interviene (o non interviene) sul funzionamento complessivo e dei sottosistemi. Perciò la politica è prima responsabile della prevedibile, gravissima difficoltà del sistema-italia all incrocio con l altra grande crisi, economica e internazionale. Tutti i ritardi e le disfunzioni che ostacolano il sistema-italia nella quotidiana competizione mondiale per la vita si sono fatti evidenti. E, con essi, la necessità di riforme strutturali del sistema (e delle sue componenti). Che poi dovrebbero essere riforme continue, di incessante rinnovamento, per essere efficaci: data, appunto, la competizione ad alto ritmo che, su ogni dimensione, caratterizza oggi il mondo. Il che presuppone un autorità centrale forte e dinamica, che possa decidere e realizzare in modo rapido e coerente secondo un piano. Mille problemi cui bisogna dunque star dietro Consideriamo come esempio l Università, che ha un ruolo assolutamente centrale per la capacità competitiva del sistema sotto ogni aspetto. È subito chiaro, all osservatore competente, che è una Università miseranda. La riforma Gelmini ha tappato qualche buco, ma ci vorrebbe ben altro. Ci vorrebbero, intanto, misure ben più radicali, che toccano perfino la tenure. Basti ricordare che molti, troppi, sono i casi sicuri di insufficienza nell insegnamento e nella ricerca. E chi le può prendere, quelle misure radicali?.. Ma chi, d altronde, può promuovere e render possibile l innovazione continua, rapida, competitiva, che da questa istituzione si deve estendere a tutto il sistema? Solo la politica. E però la politica italiana è incapace di progettare ad alto livello, e tanto più di implementare i suoi progetti in modo coerente e rapido Anticipo qui il mio giudizio-chiave: la riforma della politica è il presupposto fondamentale del cambiamento. Dobbiamo considerarla come la madre di tutte le riforme, in Italia. 1Dato il grande interesse e la forte attualità che presentano i due interventi pubblicati in questa Sezione, la Redazione di CAMBIO invita chi volesse intervenire a commento di questo o di entrambi gli scritti a proporre un proprio contributo,che potrà trovare ospitalità in questa stessa Sezione nel prossimo numero della rivista. 207

208 Luciano Cavalli Questo è già un preciso punto di vista, nel senso che molti analisti direbbero che la crisi è fondamentalmente di natura economica o - altri - che la crisi è culturale. Certo, anche l aspetto culturale della crisi è molto importante, ci tornerò. Ma è solo la politica, o, se volete, il sotto-sistema politico che può progettare e implementare le riforme che devono cambiare l economia, la scuola, il welfare, eccetera; e dargli nuovo impulso. Logicamente dev essere un sotto-sistema politico radicalmente diverso (personale, partiti, istituzioni di governo e, soprattutto, valori) da quello che ha accompagnato e in parte creato questo stato di crisi. Deve evidentemente essere strutturato in base al valore dell interesse collettivo, del bene comune ; all opposto di quello esistente che è stato strutturato, nonostante le apparenze della costituzione, in modo tale da privilegiare sempre più marcatamente gli interessi particolari. Questa è anche una condizione sine qua non per ottenere quel concorso convinto e attivo di popolo che sarà necessario per rimettere in forma e in corsa il Paese In verità, non so se questo sia ancora possibile, data la avanzata degradazione del sistema. Ma sono convinto che nessun governo, neanche il più dotato, possa quantomeno aggredire efficacemente questa complessa crisi se non riesce, in nome dei valori che comunica o che risveglia nella popolazione, a suscitare una vasta mobilitazione sociale. Lei parla di riforma politica mentre quasi sempre nel dibattito di questi anni si parla di riforma elettorale? Vorrei conoscere la sua opinione proprio su questo punto, per capire bene cosa intende per riforma politica. Secondo me, si deve partire dalla Costituzione. E necessaria una riforma della forma di Stato e di governo. Bisogna, qui, rifarsi alle origini. Come lei sa, noi abbiamo votato, eletto i costituenti nel giugno del Essi hanno preparato il testo fino al termine del 47; a dicembre la Costituzione è stata approvata dall Assemblea Costituente ed è entrata in vigore il 1 gennaio. In quel periodo la propensione espansiva dell Urss di Stalin destava preoccupazione in tutto l Occidente, ma non si può ancora parlare di guerra fredda. Si poteva sperare che la dottrina Truman (marzo 47) arrestasse quel moto senza ricorso alle armi, e che il Cominform (settembre 47) dirigesse, come si pretendeva, una strategia difensiva. La guerra fredda può essere datata con il Blocco sovietico di Berlino, nel Insomma, la costituzione italiana è stata fatta nel biennio quando della guerra fredda si ponevano solo le premesse, e qui da noi, nonostante tutti i timori, prevaleva ancora, nelle improvvisate élite politiche del dopoguerra, la speranza-volontà d un compromesso storicamente positivo tra Occidente e Oriente. In questa situazione i costituenti - democristiani e comunisti prima di tutto - decidendo la forma di Stato e di governo stavano certamente attenti a che non potesse ripetersi l esperienza fascista, ma, soprattutto, intendevano stabilire il ruolo dominante dei partiti in Italia e, nello stesso tempo, evitare che uno di essi, o un alleanza, vincendo le elezioni, potesse avere nelle mani gli strumenti per governare con efficacia e secondo i suoi fini questo nostro Paese. E interessante, per inciso, un confronto con la Legge fondamentale di Bonn che è del maggio 49, in piena guerra fredda, ormai, su suolo tedesco. Qui la preoccupazione per una forte governabilità (orientata a Occidente) si fa ben altrimenti valere Basta pensare ai forti poteri del cancelliere! Con le misure antitotalitarie, a lato. Ma torniamo alla nostra costituzione, e alla legge elettorale proporzionale che coerentemente l accompagna. Le conseguenze sul piano della governabilità ci sono ben note, e mi limiterò a sommari accenni. Come norma, maggioranze di coalizione, tra partiti e correnti di partito; e quindi di largo compromesso. Governo senza leader in senso proprio; in suo luogo, un presidente del consiglio con poteri secondari, spesso ridotto al ruolo di mediatore. Iter legislativo: dal consiglio dei ministri alle commissioni e alle due camere, passando per la Presidenza della repubblica ed eventualmente per la Corte Costituzionale. Iter troppo lungo, e spesso distorsivo dell intento iniziale. Per giunta, la maggioranza di una coalizione è per definizione fragile; difatti i governi della prima repubblica non sono durati che 10 mesi in media. Anche senza toccare altri punti critici, che non mancano, è chiaro che questa macchina di governo non poteva progettare e realizzare con coerenza su tempi lunghi, né affrontare con prontezza e decisione le sfide rapide e brutali del nostro tempo. Inoltre, doveva ovviare a tutte le resistenze nella maggioranza e, quando condizionanti, anche nell opposizione. Con continue concessioni, per dirla con Pareto. Magari nella forma di compensazioni, per usare un concetto moderno. E in questo modo che si è costituito l enorme debito pubblico, ed anche il complesso di aziende e impieghi di natura clientelare che costituiscono il gigantesco spreco continuo. I due fenomeni interconnessi che mettono radicalmente a rischio 208

209 Luciano Cavalli il Paese. Riflettendo ancora sul lungo periodo, Lei fa risalire l incapacità di fronteggiare la crisi alla situazione che si è creata alla fine della seconda guerra mondiale e alla divisione internazionale in due blocchi. Ma forse bisognerebbe approfondire la riflessione sui partiti politici che conducono il gioco politico dopo la fine della seconda guerra - e che, peraltro, avevano le loro radici nel pre-fascismo.. Per questo punto, bisogna subito rilevare che l evoluzione politico-elettorale, specie con il voto dell aprile 48, consegnò il Paese a forze politiche estranee alla vicenda risorgimentale. Il papato era il grande nemico storico dell unità italiana, cui la Dc guardava come faro di dottrina e, spesso, guida ultima dell azione politica. Il Pci aveva fatto sua la dottrina del marxismo-leninismo-stalinismo ed era stato al centro della mezza guerra civile contro lo Stato sorto dal Risorgimento - insieme al Psiup (poi Psi), ridotto, verso l anno 50 del secolo, in stato di vassallaggio ideologico e politico. Il partito socialista aveva struttura e modelli d azione propri di un partito del primo dopoguerra; e già per questo era inadeguato ai tempi nuovi, non in grado di assumere la guida del movimento dei lavoratori e tanto meno del Paese. Il partito comunista invece era un partito di tipo completamente nuovo e ben strutturato per quelle che erano le linee-guida della strategia di Stalin: e, cioè, formare un sistema di partiti che potesse conquistare il mondo e riorganizzarlo in base a criteri socialisti. Una vera macchina da guerra, il Pci Il comune cittadino andava alle riunioni nelle sezioni socialiste, e trovava che la maggior parte dei presenti erano frequentatori passivi : sedevano lì, stavano a sentire, ma restavano per lo più silenziosi. Parlava qualche dirigente storico, qualche giovane emergente. Ritualità della fratellanza socialista, dell orgoglio partitico. Nella sezione comunista era diverso: vi era, vivente, un idea comune del partito come forza missionaria della storia, ed un organizzazione articolata in conformità; e ciascun militante vi aveva un ruolo. Ciò conferiva a tutti e a ognuno un senso di grande impegno e responsabilità. Dei militanti, dunque, in un senso molto alto e severo; tutto sommato ammirevoli per questo impegno ideale, morale, pratico Totale Il Pci era un sistema ordinato gerarchicamente, in base al principio del centralismo democratico. Incentrato nel capo, investito da fiducia e affetto generali. Con una penetrazione capillare - come allora si diceva - in ogni ambito della società-stato Insomma, il Pci d allora non era inferiore alla Chiesa come capacità di influenza sul popolo e, inoltre, di mobilitazione sociale. Indispensabile, quest ultima, a una forza politica che voglia trascinare un Paese verso alte mete. Sennonché il Pci come la Dc e la Chiesa avevano in mente altri fini, naturalmente. Qui forse è utile ritornare al lato culturale della complessa crisi che viviamo, delle sue cause e anche delle responsabilità che lei attribuisce a questi partiti estranei alla vicenda del Risorgimento. Occorre far una sintetica premessa sul carattere essenziale dei maggiori partiti. Già nei primi anni della repubblica il bene del partito, portatore della causa, è diventato il sommo bene per gli uomini della politica. Il sommo bene è presto giunto a comprendere, chiaramente, le sorti del partito, la mucca di tutti, più privilegi per leader, gruppo dirigente, soci e clienti. Con copertura ideologica, ovviamente Ma i successivi cambiamenti di carattere generale (la fine della guerra fredda, in specie) hanno quasi annullato l efficacia degli appeal ideologici e, viceversa, potenziato quella delle promesse riferite agli interessi particolari, di categoria, lobby, e via dicendo. Lungo questo percorso ha perduto reale consistenza (nel dibattito pubblico ufficiale e, ormai, nelle coscienze) ogni nozione di bene superiore comune, com era la patria per la borghesia post-risorgimentale. Vogliamo approfondire qui il discorso sulla evoluzione della cultura politica italiana, movendo dalle idee-valori fondanti? L Italia dal ovvero da quando si costituì - è stata tenuta in piedi, a lungo, da un sistema di idee-valori dominante nella borghesia, ma forte anche in altri strati della popolazione. Al vertice la patria, l Italia. Ossia lo Stato nazionale. Come si può ben vedere nel Cuore, il testo educativo di quelle generazioni, da quell idea-valore di patria discendevano tutti i diritti e i doveri, codificati o no dalle leggi. E quella idea-valore era fortemente incastonata nel mito delle origini eroiche, risorgimentali, dello Stato, e della missione storica affidatagli. Sappiamo come questo che potremmo chiamare il credo nazionale italiano sia stato poi distorto, contaminato e alla fine screditato dal fascismo La partecipazione alla guerra tedesca, la guerra civile, la doppia occupazione, la pace imposta Rovina e umiliazione Alla fine di quella tremenda esperienza collettiva, pochi avrebbero 209

210 Luciano Cavalli confessato apertamente il vecchio credo; ma non vi era, allora, una fede sostitutiva che non fosse di parte, come il marxismo-leninismo-stalinismo. L italiano educato dal Cuore, deprivato del vecchio credo nazionale e circondato da masse ideologizzate, sentiva se stesso come una sorta di apatride. Quel moto di critica distruttiva delle idee-valori fondanti e del mito storico di sostegno è continuato dopo la guerra, perché hanno avuto il controllo del Paese i tre partiti estranei, appunto, alla vicenda risorgimentale; anzi, in parte ostili Per esempio, l attesa di una società globale incentrata in Mosca, e nel suo capo, aveva fin dall inizio scalzato le idee-valori del Risorgimento nella cultura dei comunisti. E, se lei prende ad esaminare documenti significativi come le dispense delle scuole di partito, lei ne trova facilmente conferma. Eh sì, ne so un po anche io In documenti siffatti le idee-valori di nazione e di patria sono considerate più che sospette, come parte integrante della dottrina e della propaganda fasciste Il Risorgimento ( mito di sostegno) diventa l avventura imperialistica della casa dei Savoia e del suo astuto ministro Cavour, e così via. D una missione nazionale, non si fa più parola E l altro grande, accanto al Pci, era il partito della Chiesa: la potenza sovranazionale da sempre contraria all unità italiana! Conclusione: quelle forze politiche, e la Chiesa stessa, hanno fiaccato il senso di identità e di unità nazionale, e la capacità di mobilitazione per fini comuni che va con esse. Preziosa, anzi necessaria, nelle distrette. A quale idea-valore di comparabile forza si potrebbe appellare un leader di governo italiano, nella terribile crisi che viviamo? Ma sino a che punto possiamo attribuire ai partiti la responsabilità di questo grande mutamento culturale? Va qui riconosciuto che l eclissi delle idee-valori fondanti non avrebbe potuto aver luogo in Italia senza sviluppi sociali, politici e culturali di fondo a ciò favorevoli nella civiltà occidentale - su cui alcuni studiosi hanno scritto pagine illuminanti. Max Weber ci ha aperto una prospettiva di studio particolarmente fruttuosa, definendo la nostra come una nuova era culturale post-cristiana caratterizzata dalla razionalizzazione occidentale. Come scrivevo a suo tempo, la razionalizzazione è la ricerca dei mezzi più adatti a perseguire i fini propri delle diverse sfere della vita, in cui l uomo si trova ad agire nella ormai libera realizzazione di sé In particolare, a perseguire i beni economici di per sé stessi. E in questo senso è da intendere il ritorno al politeismo di Weber Ma in quella prospettiva di studio si collocano, da allora, le più penetranti ricerche: ad esempio quella di Germani nel 1980 sulla secolarizzazione come distruttrice della sacralità della comunità statuale, e quindi del consenso di base. E, in definitiva, anche la riflessione contemporanea sulla individualizzazione intesa come liberazione, etica in primo luogo, da ogni vincolo comunitario - quale premessa, appunto, della razionalizzazione mirata sui beni di questo mondo. Ritornando agli affari italiani: nonostante questi processi comuni di fondo, l eclissi delle idee-valori fondanti, con le pratiche conseguenze, appare oggi in Italia assai più accentuata che in altri Paesi, come la Francia o gli Stati Uniti, e ciò a causa della giovinezza del nostro Stato nazionale e, soprattutto, delle vicende politico-culturali sopra ripercorse. Solo per una minoranza degli italiani, temo, lo Stato nazionale, la patria, sono valori fortemente interiorizzati, e motivanti; e da ciò deriva perfino l intimo, perenne, litigio con la legalità che dovrebbe essere l ultimo residuo di legittimazione dello Stato e delle sue leggi nel tempo della razionalizzazione occidentale. Ma il fatto che negli ultimi decenni si sia affermato quel nuovo soggetto istituzionale che è l Europa, con l inevitabile ridimensionamento degli Stati nazionali, non cambia la situazione? La peggiora. Nel senso che l affermarsi progressivo d una realtà Europa ha evidentemente indebolito ulteriormente quel che restava della capacità unificante e mobilitante delle idee-valori di stato nazionale, di patria, di nazione. D altro lato l Europa è tuttora una bella incompiuta. Non può essere ancora sentita come la nuova, più grande patria. Anzi, le attuali polemiche sulle cause e i rimedi della recessione dividono di nuovo gli europei Siamo pericolosamente in mezzo al guado. 210

211 Luciano Cavalli II. Classe media, ovvero piccola e media borghesia Sempre per rimanere sulla questione, ma sotto un altro aspetto. Nella letteratura sociologica ricorre il giudizio - mi riferisco soprattutto a Gaetano Mosca ma potrei citare altri studiosi della situazione sociale e culturale italiana - che la classe media sia stata nella fase di costituzione dello Stato italiano il pilastro fondamentale da un punto di vista sociale ma anche da un punto di vista culturale, in quanto esprimeva i valori che avrebbero sorretto lo sforzo di edificazione del nuovo Stato italiano. Le pongo, allora, una doppia domanda. Esiste sempre una struttura di classe o siamo in presenza, come affermano certi teorici della postmodernità, di una società liquida? E, soprattutto, esistono ancora delle classi sociali, una classe media per esempio, che possa costituire l ossatura di un nuovo progetto politico che permetta di trovare una soluzione della crisi? La classe media, o piccola e media borghesia, secondo me, esiste, ma, per così dire, in forma debole. Senza organizzazione e senza chiara consapevolezza: condizioni di una classe für sich. Esiste ancora come relativamente distinta situazione economico-sociale di mezzo e come visione tendenzialmente liberale del mondo. Può essere ancora considerata un importante componente della società-stato italiano, della sua stabilità democratica innanzitutto. Per la sua situazione appunto, come da Aristotele in poi si rileva. E perché in essa sopravvive, magari sotto pelle, la tradizione risorgimentale dello Stato, della legalità, dei doveri pubblici. Il senso della patria. Però questa classe è minacciata ed erosa dalla crisi economico-sociale in atto. Inoltre è esposta ad un colpo distruttivo da parte di un governo di estrema che, nel mezzo della crisi, giungesse a reggere lo Stato senza avere in testa una analisi storico-politica giusta dell epoca; e quindi, per entrare nello specifico, non avesse il senso dell importanza della classe media. Perché nella testa di certi esponenti della sinistra, data la loro formazione culturale e ideologica, la crisi appare come essenzialmente economica, e in termini pure semplificati; sicché le conseguenze sociali e politiche di certe scelte non sono adeguatamente ponderate. Oppure sono immaginate addirittura come positive, in conformità a vecchi schemi ideologici. Alludo a chi crede che la proletarizzazione dei ceti medi allarghi automaticamente l elettorato della sinistra, e quindi garantisca il dominio di quella parte politica in futuro. Troppo semplice! In realtà essa produrrebbe certamente anche una ulteriore, costosa fuga di cervelli. Inoltre, molti borghesi, anche se proletarizzati, manterrebbero la loro visione liberale del mondo, e quindi un atteggiamento ostile al nuovo ordine. Non è nemmeno da escludere che, per reazione, si sviluppino movimenti rilevanti di destra estrema. Per fortuna non tutti i leader della sinistra danno una lettura così superficiale della crisi come quelli di cui sopra. Che quello che confrontiamo non sia esclusivamente un problema di crisi economica ne sono personalmente convinto. Quella di cui si è detto è una semplificazione di stampo ottocentesco e liberal-marxista, pericolosa. Essenzialmente marxista. Un marxismo un po semplificato, che poi affonda le sue radici anche nell economia classica. Nel senso che in fondo destra e sinistra, da questo punto di vista, la pensano nello stesso modo, e cioè che le ragioni della crisi siano fondamentalmente di tipo economico, che l impresa e l industria debbano essere al centro del mondo, che le classi produttive siano solo quelle legate a questi settori, eccetera. Che è stato vero, e che in parte lo è ancora, ma ridurre tutto a questo è una semplificazione, per quello dico che si assomigliano A me pare che troppi leader della sinistra abbiano una visione della crisi come essenzialmente economica; e, per affrontarla, cerchino ispirazione in Keynes, nell esperienza americana, ecc... Il problema, secondo i leader cui mi riferisco, è essenzialmente quello di trovare quattrini per nuovi investimenti, affidando allo Stato un ruolo di guida economica. Per giunta, questa operazione di reperimento di risorse finanziarie ha un interfaccia sociale immediata, importante, cui già ho fatto cenno. Perché: dove si prendono questi quattrini? Dai ricchi, a favore in sostanza dei poveri, delle classi, diciamo così, subalterne. Ridistribuzione della ricchezza. E delle jouissances, come diceva de Tocqueville Il fatto è che i ricchissimi sono ormai una immagine del nostro passato. Negli ultimi mesi, poi, la fuga dei capitali dall Italia è diventata una corsa tumultuosa. La borghesia intesa nel senso capitalistico è già fuori dall Italia Naturalmente non si può parlare del futuro politico se non in modo del tutto ipotetico. Ma sappiamo, d altronde, che la immaginazione sociologica è uno strumento imprescindibile del mestiere. Poniamo dunque, 211

212 Luciano Cavalli per mera ipotesi, che il governo Letta cada, ad esempio sulla eleggibilità di Berlusconi, senza aver potuto portare molto avanti il suo buon lavoro di risanamento. Se, dopo contorsioni varie, si dovesse allora formare in Italia un Fronte delle sinistre unite, facilmente dei riformatori sprovveduti, per vincere la crisi, si sentirebbero tenuti - ma non lo farebbero mal volentieri! - a tirar fuori i soldi da quella parte più massiccia e meno ricca della borghesia, alias classe media, che resta qui, in Italia, preda facile di chi governa. Agli estremi, si arriverebbe a misure tipo Grecia e Cipro. Di prelievo diretto dai conti correnti... Probabile. Perché, quegli pseudo-riformatori, non hanno altri indirizzi più sicuri per trovar soldi. Questo comporterebbe la distruzione della classe media, anzi della borghesia in genere Ma l ipotetico Fronte delle sinistre - noto - avrebbe verosimilmente, in questa operazione, il sostegno di grandi masse immiserite e disperate, comprendenti migliaia e migliaia di giovani esclusi Un disequilibrio della democrazia studiato e temuto dai tempi di Platone, a tutto danno della borghesia in genere. Se questa ipotesi dovesse verificarsi, l Italia procederebbe poi, logicamente, verso un ordine socialista. Ma un ordine socialista richiede, per assestarsi, e autorità e disciplina Perciò è probabile che il governo del Fronte evolverebbe in quella direzione. Classista, autoritario e burocratico. Nelle masse vi sono ancora residui dei valori che una volta erano di massa, che potrebbero fornire una certa base per l ordine socialista. Ma non più cosi diffusi e forti da assicurare su tempi lunghi solida base di consenso e di mobilitazione a chi governa; come già ho detto E la borghesia colpita da misure socialistiche non sarà certo collaborativa Quindi ci sarebbero seri problemi Tuttavia sarebbe veramente azzardato spingere più oltre l immaginazione sociologica. III. La scuola Mentre lei parlava sull impoverimento della classe media, pensavo che in un certo senso esso avviene anche attraverso il degrado delle istituzioni educative. Per esempio nell Università, che dovrebbe essere il luogo dove si forma la classe media o quella che aspira a essere una classe media, negli ultimi sei, sette anni c è stato un crollo verticale della preparazione degli studenti: il che vuol dire anche che questa teorica classe media finisce per essere distrutta e distruggersi non solo economicamente ma anche culturalmente. Quando lei dice caduta verticale, parla della capacità di studio? Della qualità degli studenti, della loro capacità di studio, di riuscita negli studi, ma non solo. Parlando con i colleghi, pare che non sia un fenomeno solo italiano, sento spesso considerazioni analoghe. Lei sa benissimo che la qualità degli studenti non è mai stata molto alta, però gli ultimi cinque o sei anni segnano uno stacco incredibile. C è stato un calo verticale, molti all Università - salvo estreme minoranze - non sanno più leggere, non sanno più scrivere, non sanno mettere in fila un ragionamento, non hanno il minimo interesse a capire ciò che si sta dicendo e quello che si sta studiando E una questione molto grave, sulla quale vorrei avere dati più sistematici. Ma sarebbe utile avere dati anche su un altro fenomeno, in certo modo complementare. Una parte della classe media ha attualmente figli che vanno nelle scuole private o studiano all estero. Già al tempo delle medie, e perfino delle elementari. Ma è nelle medie superiori, soprattutto, che molti studenti passano a scuole private, inglesi, americane, svizzere, o tenute da ordini religiosi, specialmente dai gesuiti. Già nelle medie superiori, inoltre, questi studenti hanno pure la possibilità di passare trimestri o quadrimestri all estero, in Inghilterra, in America, ecc., e se ne avvantaggiano Tra questi ragazzi, e nelle loro famiglie, è inoltre diffusa l idea che sia più che opportuno fare tutta o parte almeno dell università all estero. Eppoi si deve essere pronti a lavorare all estero! Comunque, bisogna entrare per tempo nel giro internazionale! Insomma, un buon futuro per i giovani sembra coincidere con l espatrio. Ebbene, che consistenza ha, complessivamente, questo articolato fenomeno di pre-abbandono? 212

213 Luciano Cavalli Naturalmente ci sarebbe anche da domandarsi chi ha voluto questa situazione: perché l università è stata a mio parere coscientemente distrutta. Perché si è voluta questa distruzione dell università e della scuola pubblica? Che è un dato tra l altro molto italiano, perché in Italia c è una situazione che è di gran lunga la peggiore in Europa sul piano degli investimenti nella formazione superiore. Come lei sa qualcuno dice: si è voluta la distruzione delle università pubbliche per favorire le università private : possiamo dire, per favorire un altro modo di formazione e di selezione delle classi dirigente. Ma chi avrebbe queste idee così complicate? Penso piuttosto che sia noncuranza, ignoranza, debolezza. Il non capire bene le situazioni, più che il frutto di un disegno. Resta il fatto che il fenomeno descritto porta a massicce, costose fughe di cervelli e di preziose energie giovanili. Che andrebbero contrastate dal potere politico, innanzitutto creando ottime scuole, borse di studio, ecc Ma è un potere politico, il nostro, che non ha un punto di vista competente sulla situazione italiana e mondiale, e non ha, quindi, idee-guida di governo. Che potevano mai combinare di alto i ministri che si sono succeduti alla testa della scuola? Credo che nessuno della destra, ma neppure della sinistra, avesse gli strumenti mentali e le conoscenze necessarie per fare tempestivamente fronte alla situazione. Sui loro limiti in questo campo testimonia in particolare l indifferenza per la formazione della classe dirigente. Ma lì giocavano, ovviamente, anche gli interessi di partito. Condivido questi giudizi, e propongo un facile confronto con il sistema francese di formazione superiore che va dai licei all università, alle scuole di alta specializzazione. In parte creazione di De Gaulle Penso soprattutto all Ena, che ha fornito dirigenti politici e tecnici di altissimo livello Ma occasioni ne abbiamo avute anche in Italia. La Cesare Alfieri, con la sua grande tradizione e i suoi estesi rapporti con altre istituzioni, poteva essere un importante strumento di formazione della classe dirigente, e di ricerca d interesse pubblico. Invece un ministro e dei parlamentari sventati, anziché concentrarsi sul suo sviluppo più proficuo, hanno lavorato nell opposta direzione. Hanno addirittura deciso l apertura generalizzata degli accessi alla facoltà senza contemporaneamente dare gli strumenti per il nuovo compito. Cioè la possibilità di chiamare professori, di disporre di mezzi moderni di insegnamento, di prevedere gli sbocchi, di sviluppare i rapporti internazionali in modo adeguato, ecc.. Con ciò, diminuendo l agibilità dell Alfieri. Eppoi, invece di puntare su numero limitato di facoltà d alto livello, si è consentito che sorgessero facoltà di Scienze Politiche persino a Enna! A spese pubbliche, da ultimo! E che dire della legge sui concorsi, che ha tragicamente abbassato, negli ultimi decenni, il livello dell insegnamento e della ricerca? Ma è vero, d altra parte, che il danno prodotto da queste incredibili misure ha certo sminuito il livello generale della classe dirigente, ma solo in piccola misura quella specificamente partitica. I partiti, infatti, hanno cooptato e promosso soltanto in base alla fedeltà al partito, alla devozione al partito come sommo bene. Il merito in altri sensi era Ecuba per loro. In sintesi, nessuno si è mai dimostrato capace di affrontare il problema della selezione della classe politica dal punto di vista dell interesse del Paese. A livello di parlamento e governo specialmente. Con le ultime elezioni, da noi, un movimento di successo ha addirittura imbarcato in parlamento frotte di eletti ignorantissimi di politica, candidamente confessi. Di molti parlamentari, poi, si sono, nelle ultime legislature, visti limiti e pecche di ogni genere Se fosse lecita una scelta scientifica, in base a criteri e prove ad hoc, si potrebbero formare in Italia decine di parlamenti migliori, in senso tecnico ed umano Perché rinunziarvi? A questo punto dell intervista mi pare di poter dire che lei non ha fiducia nella capacità dei partiti, vecchi e nuovi, di far fronte ai problemi dal Paese - operando innanzitutto le riforme strutturali da tutti gli esperti riconosciute come urgenti? E così. E su quest ultimo punto (le riforme strutturali) vorrei sviluppare un poco il giudizio negativo sui maggiori partiti. Torno a dire che con questa Costituzione e l avvento della guerra fredda, in Europa e dentro il Paese, i partiti di massa sono diventati per i loro aderenti il sommo bene, e fin dall inizio hanno dovuto contare sulla propria capacità di clientelaggio. Questo andazzo si è poi accentuato con lo spegnersi delle grandi ideologie La verità è che la struttura dell organizzazione politica e sociale italiana, ormai, è di fatto clientelare: si è entrati nei posti di lavoro ambiti, dalla radio all azienda del gas, perché si è membri del partito, o parenti di qualcuno del partito. Queste aziende a volte sono addirittura inutili, create apposta per fini clientelari. Tutte, comunque, sovraccariche di personale. Un clientelismo costosissimo per il Paese, quindi, quello dei partiti. Si aggiunga che il 213

214 Luciano Cavalli personale, essendo selezionato solo in base all appartenenza politica, in media vale tecnicamente poco, e a volte niente. Conclusione: la massa dello spreco, che, come già ho rilevato, ammazza il nostro Paese, è creato dai partiti per ragioni clientelari. Perciò i partiti non possono fare le riforme strutturali. Se le facessero la loro base elettorale si sgonfierebbe d un colpo. E quando, come ora, l Italia si trova in ristrettezze economiche e i partiti non riescono più a soddisfare tutte le richieste clientelari, ecco che, non solo l elettorato dei partiti si sgonfia, ma nascono numerosi i grillini. In conclusione, i maggiori partiti sono, per le loro caratteristiche originarie, strutturalmente inetti a fare le riforme strutturali. Ha ragione, purtroppo. Nel senso che i partiti non si possono certo dare la zappa sui piedi... Cosa possono fare? Se chiudono una struttura inutile, creano cento, mille disoccupati: questo vuol dire che gente che ieri li votava, adesso non li vota più Il problema è ulteriormente complicato dal fatto che i partiti ancora esistenti si sono divisi in correnti, che sempre più - per usare il linguaggio di Bersani - diventano filiere dipendenti da un leader, sia in sede nazionale che in sede locale, creando reti di privilegio ancor più robuste, articolate e costose. IV. Il movimento Cinque Stelle Ecco, ci possiamo soffermare sul movimento Cinque Stelle, al suo possibile ruolo: perché pochi sembrano avere le idee chiare in proposito. I grillini non sono, secondo me, un movimento di protesta. Che molti elettori abbiano votato Grillo per un sentimento di protesta, è vero, ma il movimento e i suoi due leader vogliono puramente e semplicemente la distruzione del sistema politico attuale. Vogliono la democrazia diretta invece della democrazia rappresentativa... In nome, anche, della Costituzione. Delle sue promesse, di vario ordine Il germe di autodistruzione del sistema. Quindi, quando parla criticamente della Costituzione si riferisce anche al fatto che vi sono riferimenti ai referendum e a strumenti di democrazia diretta? Ma si andrà al di là! Vede cosa hanno fatto i Cinque Stelle per la elezione del Presidente? L hanno portata direttamente sulla rete Sono fenomeni assolutamente degenerativi della democrazia rappresentativa, perché in realtà - lei lo sa bene, tra l altro ha studiato attentamente Mosca, Pareto e Michels - la rete fa emergere e prevalere delle altre minoranze organizzate, e al di là di ogni controllo. Mi viene in mente una battuta di poche sere fa, in tv: intervistavano Giulio Sapelli, il quale - in contraddittorio con Loretta Napoleoni - fece questa battuta sul referendum: per favore del referendum non ne parliamo, già ho dei dubbi sul suffragio universale. Mi è capitato di incontrarne più d uno, ultimamente, che ha dubbi di questa natura Ma torniamo al Movimento Cinque Stelle: lei sa benissimo che, secondo le ipotesi dei due capi grillini, nel 2054 esisterà solo uno Stato universale fondato sulla democrazia diretta. Tutte le questioni - di politica estera, militare, eccetera -, tutte le decisioni, tutte le leggi saranno sottoposte a votazione referendaria, in rete o con altre forme di democrazia diretta. Sappiamo benissimo che ciò produrrebbe scelte politiche fantastiche, contraddittorie, nichilistiche. Costosissime: manderebbero in rovina qualsiasi Stato. Consideriamo in particolare l Italia, dove il movimento Cinque Stelle è una cospicua realtà politica: il tipo di democrazia diretta che Grillo e i suoi hanno in mente mi sembra poter essere soltanto un passaggio del processo (auto-)distruttivo della repubblica democratica nata nel 46. Potrebbe perfino preludere a un processo di disgregazione sociale. E territoriale, anche. Il Sud costa caro al Nord, in più sensi, e, in una situazione estrema, che faccia levitare quel costo e, insieme, l incertezza per il futuro, l unità potrebbe apparire come un cappio al collo. Le posso fare una domanda da genovese? Il fenomeno Grillo andrebbe un po capito, per esempio se ha una sua storia, un suo 214

215 Luciano Cavalli radicamento nella cultura di una Genova che conosciamo benissimo E poi, perché ha avuto successo utilizzando la rete Insomma, lei cosa ne pensa di questo nuovo soggetto che è comparso sulla scena politica? Però il pensatore, a quanto pare, è Casaleggio. Ho letto qualcosa su le sue idee e la sua vita, interessanti L idea principale: che nel 2054 avremo lo Stato Universale a democrazia diretta. Una specie di profezia di Nostradamus E perché proprio nel 2054? Forse perché lui, Casaleggio, è nato nel 1954?.. Un grande anniversario. Pensa di arrivare a cent anni! O - per fare un altro esempio - la sua previsione di una terza guerra mondiale nel 2020, con risultati catastrofici. Su cosa è fondata?.. Sono quelle favole che si raccontano alle masse impoverite, spaventate e senza prospettive. Ma forse tanti grillini non sono motivati da idee così generali. Tra i candidati Cinque Stelle al parlamento intervistati via Tv c era un tipo sui 35 anni, credo, che, rispondendo alla domanda Ma lei perché si candida?, rispondeva in sostanza così: Perché sono stato sotto per vent anni, e ora voglio stare sopra io!. Tanti grillini si sono verosimilmente buttati in politica perché non hanno avuto la fortuna di un parente Pd o Pdl che gli facesse avere un posto in una fabbrica, in un ufficio, ecc Magari hai studiato, sei diventato ragioniere, geometra, ma non hai nessun lavoro; e allora ti metti dietro a Grillo, maledicendo l ordine esistente e sperando nella lotteria delle elezioni al parlamento! Insisto un po sul punto. Perché Grillo è genovese? Su molti piani - dalla poesia alla canzone - c è sempre stata una particolarità ligure che andrebbe spiegata Con il mare davanti e con i monti senza strade alle spalle, la Liguria è un isola, nel senso peggiore I genovesi sono molto isolati, in certo modo fuori anche dal mondo italiano; quindi in condizione di vedere in modo piuttosto oggettivo le sue grandi pecche. Sono anche ai margini della dialettica democratica nazionale! E perciò atti a diventare degli estremisti arrabbiati sulla rete. E anche in altri modi, per la verità. Infatti a Genova sono spuntati alcuni tra gli esponenti più fattualmente azzardati dei movimenti contestatori dell ordine esistente, delle Brigate rosse per esempio. Anche dalle schiere cattoliche, però - uomini che erano tra i più attivi nelle opere di carità e assistenza. Cattolici socialmente impegnati, come altri capi brigatisti di altri luoghi. Ma si deve anche riconoscere ai genovesi d essere un popolo coraggioso, e capace di ribellarsi contro la tirannia se trovano un leader. Come Balilla. Solo con l eventuale tirannia ecclesiastica i genovesi non riescono sempre a cavarsela bene. Forse ci sono più uomini pii di quel che sembri, a Genova. V. Per una soluzione positiva Fin qui lei ha trattato soltanto di ipotesi negative sullo sviluppo della crisi in atto. Tornando alla domanda iniziale sui due possibili sbocchi della crisi italiana, lei intravede anche qualche soluzione positiva della crisi? Come ho detto fin dall inizio, per me la riforma-chiave è la riforma politica. A partire dalla costituzione. Sono da molti anni, come lei sa, favorevole al semipresidenzialismo francese. In modo ragionato. In Francia il Presidente eletto dal popolo è anche capo dell esecutivo; nomina il Primo Ministro e i ministri, presiede le riunioni dell esecutivo. Può sciogliere l Assemblea. Vi è quindi una forte concentrazione di autorità e responsabilità nel Presidente, il quale sta stabilmente al potere per cinque anni (sette, in passato) e perciò può progettare, programmare, realizzare con continuità i suoi programmi Il pericolo d una differenza di colore politico tra Presidente e Assemblea è ridotto dall effetto trascinamento nelle elezioni, e può essere ulteriormente marginalizzato nell adattamento del modello all Italia. Credo si possa affermare che il semipresidenzialismo 215

216 Luciano Cavalli potrebbe consentire all Italia di realizzare in tempi validi le riforme strutturali riconosciute come necessarie, di tenere un ritmo di rinnovamento atto a sostenere la competizione internazionale, di rispondere con prontezza ed energia alle drastiche, pericolose sfide d un mondo globalizzato. Il presidente eletto dal popolo potrà inoltre essere fattore di rafforzamento dell unità, e se, come auspico, sarà posto in condizione di stabilire un rapporto dialettico continuo con il popolo, potrà più di ogni altro promuovere quella mobilitazione senza la quale, a mio giudizio, non rientreremo veramente nella pattuglia dei Paesi avanzati. Ma c è ancora una ragione importantissima per volere il sistema presidenziale. La partecipazione diretta alla elezione del presidente-governante riconosce finalmente al cittadino il diritto fondamentale della democrazia: contribuire alla scelta di chi in effetti governerà Mentre il diritto di votare per un candidato parlamentare tra altri tutti proposti dai partiti, che fino ad oggi ci è stato concesso, costituisce letteralmente inganno e truffa. Cosa vale mai? Tanto più ove si consideri la massiccia, spavalda mobilità dei parlamentari da un partito all altro. Il problema italiano è che grandi sono le resistenze, in tutte le sedi del potere, contro la riforma madre di tutte le riforme. Perché i partiti occupano tutte le sedi del potere. E il presidenzialismo è la fine del regime dei partiti, e la sua antitesi. Ma la stessa gravità della crisi, che è economica, politica, culturale, non potrebbe a un certo punto suscitare una reazione e diventare una molla per un processo di cambiamento, non potrebbe scatenarsi una reazione di fronte a una realtà che si fa sempre più grave e sempre più insostenibile?.. Nella storia questi moti si sviluppano perché in un certo senso riscoprono, rivalutano e fanno risalire alla coscienza collettiva, valori che sono già presenti nella popolazione, magari sotterraneamente, dimenticati per secoli. Però questo processo di riscoperta di determinati valori ha bisogno dell azione levatrice di gruppi selezionati, di una leadership in altri termini, che adesso non saprei intravedere. E questa è appunto l altra domanda che volevo farle, anche per la centralità della leadership nel suo pensiero: può essere oggi individuato da qualche parte un embrione di leadership innovativa e capace di trovare soluzioni alla crisi che abbiamo di fronte, oppure siamo innanzi ad una disgregazione anche della classe dirigente? Vorrei limitarmi a dire che la riforma semipresidenziale può aver luogo, secondo me, in due modi. Primo, come gattopardesco accordo tra i principali partiti d oggi, ormai convinti che la democrazia rappresentativa incentrata nel parlamento è quasi morta, e trascinerà i partiti con sé - a fondo. La loro riforma avrebbe dunque lo scopo di salvare quel che è possibile dei vecchi partiti e della vecchia classe politica. Un tentativo del genere è ben possibile, e lo dimostra il fatto che molti uomini politici, per esempio del Pd, sino a ieri contrarissimi, si dichiarano oggi quantomeno disponibili al presidenzialismo francese. Come la grande maggioranza Pdl! A mio parere una riforma fatta con questa intento non darebbe i risultati sperabili, perché non si può avere fiducia in questi partiti e nel loro personale, viste le prove date in passato. Rilevo specialmente un punto: il presidente e il suo governo non potrebbero non essere condizionati dagli interessi elettorali dei partiti e, d altronde, non godrebbero di quella fiducia popolare che è il presupposto della partecipazione-mobilitazione necessaria per superare la crisi. Si deve dunque sperare che la riforma presidenzialista abbia luogo al culmine di una battaglia politica di popolo, che divida e magari emargini i partiti di oggi. Per opera, dunque, di un alleanza vittoriosa tra uomini nuovi alla politica e uomini che hanno abbandonato i vecchi partiti per la causa d una rinascita del Paese - di cui la riforma presidenzialista è la premessa necessaria. Ma, mi chiede lei giustamente, quale può essere l idea-valore di noità, tratta dalla storia, dalla sofferenza e dalla speranza, che può animare l élite riformatrice e la mobilitazione popolare? Potrei rispondere che questi sono i misteri del carisma. Si può solo aggiungere che quel leader, e la sua élite, offriranno un immagine dinamica dell Italia domani a cui tantissimi non potranno dire di no. Quali caratteristiche principali lei immagina per questo presidente? Spero che da un serio processo di selezione (un tema importante su cui già ho scritto) emerga un presidente capace di penetrare sin nelle origini dei mali, e di pensare un progetto di risposta, un progetto di Italia diversa, fondamentalmente liberalsocialista: liberale, nel senso che è chiaro che si può stare a galla nel mondo solo liberando tutte le energie che ci sono nel Paese, tutta la creatività del nostro popolo, per affrontare la competizione continua con gli altri grandi protagonisti della lotta per la vita, il benessere, la civiltà; socialista, perché la nostra cultura, e la coesione sociale innanzitutto, richiedono di essere in qualche modo capaci di pensare a tutti Ci 216

217 Luciano Cavalli vorranno grandi cambiamenti, sacrifici, disciplina. E la capacità, per tutti, di inventare, di offrire più di quanto gli si chieda. Rispondendo all appello del leader. Lei accennava prima a questa classe media in fuga. Forse fra questi fuoriusciti, in gran parte giovani, ci qualcuno che ha voglia di tornare ad impegnarsi in Italia. Magari con questo presidente. Spero anch io in questi ritorni impegnati. Non dallo strato dei ricchissimi che hanno fabbriche e capitali sparsi ovunque, ma dai giovani intellettuali e tecnici che sono oggi obbligati a cercarsi il pane in giro per il mondo, e riporterebbero dall esilio il sogno e il modello di un Paese moderno, e in gara. VI. Figure centrali di leader Nella situazione italiana si possono, a suo parere, individuare figure carismatiche in grado di far fronte alla crisi italiana. Possiamo fare anche dei nomi, che magari non la convincerebbero molto, ma di cui si può discutere, per esempio Berlusconi. Berlusconi è stato un capo carismatico per la sua gente Il punto è che non ha dimostrato d avere una visione politica organica del problema Italia - anche se ha colto, per esempio, l importanza basica della riforma presidenziale. Carisma a parte mi sembra che siano davvero pochi, nella destra d oggi, i leader che abbiano molto pensato, letto, sperimentato. Circa Berlusconi, vorrei aggiungere che sarebbe un errore dichiararlo ineleggibile: ciò toglierebbe legittimità a questa democrazia già malmessa, dirottando un altra fetta del voto su offerte antisistema. Deludente è, quanto a leadership, anche il centro-sinistra. Mi sembra che i suoi leader nazionali siano prevalentemente uomini di vecchio stampo. Il leader più eminente degli ultimi anni è nato intorno al 1950, e si è formato nell Emilia arci-comunista di allora. Come dirigente politico di professione non ha avuto molto tempo per studi sistematici dopo la laurea, o per viaggi di studio all estero Spesso questi leader esibiscono persino un cattivo carattere: gridano, strepitano, minacciano. Tutto il contrario del leader nazionale che sa parlare a tutti, di cui c è bisogno. Pensi alla reazione del borghese medio a sentire quei toni minacciosi! Del Pd solo Renzi sa parlare a tutti, o quasi. Con garbo, in genere Dei vecchi leader si deve anche rilevare che non dicono proprio la verità, ma, sistematicamente, ciò che la linea richiede. Propaganda, infine! Sembra che parlino soltanto ai loro, invece di rivolgersi a tutti i cittadini. Sicché non c è comunicazione reale con la gente che non sia già acquisita alla sinistra; la si irrita, la si rende più ostile che mai. Naturalmente un argomento porta a un altro Mi interesserebbe un giudizio, un opinione, su questo astro nascente che è il sindaco di Firenze. Sembra avere idee moderne. Spunti di modernità, almeno Per esempio, gli capita di dire che il partito non può e non deve controllare ogni istituzione, ogni ruolo istituzionale. Se uno viene eletto sindaco, deve appunto fare il sindaco, e non stare sempre lì a sentire quello che dice il partito. E il contrario di quello che l eminente leader Pd anni Cinquanta afferma e riafferma: Il collettivo, il partito. Con questo linguaggio ci hanno straziato l anima i comunisti sovietici e italiani per quarant anni. Cos è mai di magico sto collettivo?.. Basta! Non si riconosce l individuo. La diversità, la creatività libera L ideale d un leader così è forse che i cittadini tornino a spendere le loro serate nelle sezioni dei partiti, a discutere su temi d obbligo. Renzi, di pelle mi è sempre stato abbastanza antipatico. Come modo di fare, di parlare, di porsi. Poi - sa che frequento anche certi ambienti, no? - ho sentito come si è comportato come Presidente della Provincia, in modo molto democristiano, clientelare Indubbiamente però è uno che ha delle caratteristiche e delle capacità che non sono presenti in altri leader del partito democratico, e questo gli va riconosciuto. È brillante, intelligente e spesso anche innovativo nel pensiero. Per esempio, sono rimasto favorevolmente colpito dall ultimo discorso fatto prima delle votazioni delle primarie, ma anche da quello fatto subito dopo averle perse: ha ringraziato e, in un lungo discorso di mezz ora, ha indubbiamente mostrato un profilo intellettuale di un certo 217

218 Luciano Cavalli rilievo. Quindi il mio giudizio è un po migliorato negli anni, in questi pochi anni che è alla ribalta, anche se continua ad avere dei tratti che d istinto trovo fastidiosi, un po troppo da fiorentino, ci gioca molto sul fiorentinismo e questo può piacere a tanti, ma a me francamente piace poco. Forse Renzi esagera un po con gli atteggiamenti e le battute su misura per i fiorentini A mio parere dovrebbe rivolgersi sempre agli italiani, come sa certo fare. Comunque, a credere ai sondaggi, Renzi è il leader che la maggior parte degli italiani vorrebbe a capo del governo Siccome, come lei sa, ho fatto survey e ne ho studiato sul serio la metodologia quando ancora nessuno in Italia se ne occupava, posso dire di considerare dubbiosamente tutti i sondaggi in circolo. Quasi nessuno di essi starebbe in piedi sottoposto a una critica competente. Grande cautela, dunque, anche su questa immensa predilezione attribuita agli italiani. E poi, come dicono i maligni, è uomo del contado, con questa forte ambizione di emergere che forse è tipica di chi viene dalla periferia del mondo Questo aspetto un po si vede, si sente, senza voler dare giudizi di nessun tipo, ognuno ha le sue caratteristiche. Comunque nel panorama della leadership del Pd indubbiamente è uno che risalta, forse è solo andando fuori del partito, nella società civile di area, che si può trovare qualche personaggio di maggior rilievo La domanda di fondo, mi pare, è se Renzi possa giocare un ruolo nazionale positivo. Le prime, grosse difficoltà, sembra trovarle in casa. Nel suo partito molti gli sono contrari, prima di tutto per ragioni di pelle. E il moto naturale delle cose è piuttosto a favore di un Fronte delle sinistre, ivi inclusi molti grillini. Però Renzi è un uomo che sa giocare le sue carte, ed ha un dinamismo davvero eccezionale Ho appena letto il suo nuovo libro, Oltre la rottamazione, che però non va in profondità - come qualcuno ha scritto - sulle questioni importanti. Forse per astuzia politica Tutto sommato, comunque, Renzi sembra più avanti dei vecchi leader un altra era geologica. E favorevole all elezione diretta di chi governerà (il sindaco d Italia), e più in generale alla leadership individuale; favorevole al partito leggero, e al bipolarismo; ed esibisce sempre atteggiamenti di dialogo civile, Renzi. Crede che per risanare l Italia bisognerà contare sul volontariato alla grande, il che riconduce a quel concetto di mobilitazione nazionale per la crisi a mio giudizio al centro d ogni strategia vincente Ma devo ripetere la mia riserva. Renzi non ha ancora esposto un sistema di idee che ti permetta di dire: Ecco un uomo che rappresenta in modo maturo la novità e la contemporaneità in politica: sulla misura della crisi. Probabilmente non ha una buona macchina intorno. Se intende alludere a gruppi di consiglieri intellettuali e think-tank, lei ha probabilmente ragione Il primo atto d un vero leader è chiamare a sé consiglieri sceltissimi, e assemblarli. I grandi presidenti americani da Renzi ammirati, come Roosevelt, non avrebbero raggiunto certe mete senza il consiglio e la collaborazione di uomini e di team d alto livello. Renzi, invece, sembra essersi solo preoccupato di farsi una macchina politica con giovani professionisti e semi-professionisti della politica. Una macchina certo necessaria per la sua battaglia per il potere Ma, secondo i critici, poco ha costruito sul versante principale. Pur essendo Firenze un importante centro universitario, circondato da altri a breve distanza. Dall Europa potrebbe venire un aiuto politico importante alla nostra ripresa? Compresa l ascesa di un leader carismatico che abbia voglia di fare l Europa? Non credo che allo stato delle cose sia possibile. Ma, certo, se si riuscisse, domani, ad avere un presidente d Europa eletto dal popolo e con reali poteri, tutto sarebbe più facile, e per tutti i popoli europei Quel presidente degli europei dovrebbe avere l intelligenza e la cultura propri dei centri di studio e ricerca dove si respira l Europa. (Intervista a cura di Paolo Giovannini) 218

219 Book Review 219

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221 Book Review [Lezioni di sociologia storica] di Massimo Paci, Bologna: Il Mulino, 2013, ISBN: History, Social Sciences, Historical Sociology This new book by Massimo Paci presents various elements that give it a very particular appeal. It is not just the flowing writing, the clarity of presentation or the erudition and knowledge demonstrated on the topics and authors dealt with. Nor is it the simple attention to the historical processes, so rare in Italian sociology but by no means new in the author who had already highlighted this tendency in his works on the transformations of Italian society, the labour market, welfare, etc.. The source of the appeal above all lies elsewhere. First of all, the book is original in that for many aspects it shows a typically Anglo-Saxon approach to presentation and divulgation which is not very common in Italy. The author puts forward a sensitive style of explanation and information, combined with full, profound control of the scientific subject: he simplifies it without losing out on insight or complexity. His method is to organize the presentation through lessons, with a literary model that recalls the founding moments of the modern human and social sciences (e.g. after every lesson he includes an excursus of further study), and therefore he builds the volume around what is definitely a didactic, but not manualstyle layout. They are not self-contained pictures or portraits, nor are they linked together by a mere evolutionary and cumulative logic apt for showing how and how much the historical dimension emerged in sociological analysis during the nineteenth century, to then assert itself in the first half of the twentieth century, and in part hence be eclipsed or nevertheless moved to the sidelines with regard to the mainstream line of sociology that dominated after the Second World War. In reality, these lessons are built around a thin common thread that aims to highlight a specific outline identifying the discipline of historical sociology. From the moment that Paci singles out the sociological approach that deals with historical processes as his field of interest, historical sociology then becomes the place and way with which to retrace one of the foundations of sociology as a social science unto itself between the end of the nineteenth century and the twentieth century. While he explains what historical sociology is and has been, its currents, its contributions, its progressive marginalization or contamination, the author defines historical sociology as a specific autonomous reality. Not just autonomous from the other social sciences or -as we will see -from the historical disciplines themselves, but also autonomous within sociology in general, of which it was indeed at the origin, differentiating itself and finding itself in a minority with respect to the mainstream in the second half of the twentieth century. Therefore, for Paci historical sociology presents a marked autonomy and identity (a sort of antidote) from the sociology that at this point has become a «normal science», to use Kuhn s terminology (Kuhn 1962): a science now concentrated on the present although the historical approach paradoxically had a central role in its foundation (Elias 1987). In short, Paci not only explains historical sociology to us, but makes epistemological research and a heuristic critique of it as he contextualizes it within the social sciences in general. It is worth briefly going into the specific contribution given by this book in defining historical sociology. The acceptation that Massimo Paci intends to give to the notion of historical sociology is in a certain way as restrictive as it is rigorous at the theoretical level. The outline that he intends to trace around it first of all excludes the social sciences and sociology in particular: some sociologists are inside this perimeter, many are outside it or on the 221

222 Book Review sidelines. What he undertakes is a true «journey» [14], first of all through the classic sociologists, then through the no great number of scholars and few schools of the twentieth century, and lastly through the latest tendencies. What he is explicitly attempting to do is define historical sociology by identifying its space and boundaries, forms and contents, methods and fields of application. So much so that in the first lessons of the book the author at times sets aside the chronological criterion in favour of a structure that emphasizes analysis by problems (e.g. Gramsci is placed after Marx and before Weber, or Durkheim before Marx). It is Paci s intention, therefore, to present a «research on historical sociology», starting from the fact that this perspective involves some foundations of classic sociology, as well as to highlight the «ontological conception» in the authors style of and methodological approach to historical sociology [14-15]. In other words, the author wants to build the disciplinary identity and epistemological autonomy of historical sociology at the same time as including and excluding schools of thought and methodological approaches. This explains, therefore, certain hierarchies and intellectual lineages, certain intersections and crossovers, which set a work of this kind apart from the linear, manual-style expressive code in the history of thought. Namely, it explains why one can find certain absences and presences in the book. Or the fact that some combinations may cause a sophisticated disorientation (such as Aron with Thucydides). What is Massimo Paci trying to do when he wants to grasp the heart of the historical sociology in its ontological dimension? What does he include in and, therefore, what does he exclude from his outline? It is very evident that he does not determine the boundaries based on the extrinsic use of historical knowledge or the exterior presence of historical narration as concrete exemplification within theoretical and abstract sociological reflection. Instead, he places his attention on the immanence of the historical fact as the basis for sociological analysis and elaboration on one hand, and on clarifying an appropriate type of methodological approach referring to the historical fact, on the other. This is why, in the first part devoted to the classics, authors like Durkheim and Marx, albeit different, are presented as an alternative model to historical sociology in its own sense as a result of the deterministic restrictions that to some extent condition them: as one is substantially a-historical in his positivism, and the other historicist (the rationality of history) in his philosophical inheritances and political orientations. While Gramsci (and before him Antonio Labriola) -in their anti-dogmatic Marxism -shift the question and instead are situated in the boundary area of historical sociology, avoiding explanations and interpretations stemming rigidly from a single cause. Historical sociology comes into being and acquires consciousness, for Paci, with Max Weber (the only scholar, with Marx, to be honoured with two lessons to his name). With him we start to single out its ontology in terms of a conception of the social world as an eminently cultural or significant reality (in different forms and perspectives this central point would also be found in Norbert Elias, whose non-dichotomous approach at the methodological level the author perhaps a little reductively boils down -albeit with a caution of doubt -to historical psychology ). Social reality, which historical sociology sees in this perspective, is not a «reality outside the subject»; it is made by the actions and human relationships that give living, even physical, importance to these «cultural ontic structures» which have undisputable historical specificity, but, precisely owing to these characteristics, can be seen within the explanatory intent of the social sciences [18-19], and then the specific lessons on Weber, in particular [ ]. Then we must thank Weber for systemizing a decisive element at the methodological level: the importance of the comparative historical method. A further interesting characteristic of the book is the fact that after the second part, rounded off with Norbert Elias, and devoted to the foundational classics of historical sociology with their range of interests and orientations, one can see that the following lessons no longer concentrate on single thinkers but are layered, putting authors together by geographical area (historical sociology in North America) or by topic (the birth and construction of the modern state, the torments of the rural world and social revolutions, the passage from the empires to the modern systems of international relations). It is almost as if the systemic intent -the analysis of society in its development and its becoming history -were diluted, to specialize in schools and more detailed fields of interest. Or rather, the moment that historical sociology had to face up to the mainstream sociology that had replaced it at the level of dominant sociological method, it seemed to seek bridges towards widespread academic legitimization, which it had always found difficult since the end of the Second World War. The new historical sociology or 222

223 Book Review the sociology of events dealt with in the last lessons mark the distance -at least in part - from another of the decisive elements in the first phase of historical sociology: that is the prevalent interest in problems of great social importance. Something similar to what happened in the fragmentation that has characterized the destiny of social historiography in recent decades, since its high point in the 1960s-80s. Another of the appealing aspects of this book, furthermore, is the fact that the author tries to apply the method of historical sociology, of which he is gradually giving us his reading, to the object of his studies, that is, scientific thought in the social field. An emblematic example is given by the pages devoted to narrating the real and proper drain of post-weberian German sociologists. After making a name for themselves during the Weimar Republic and giving academic legitimacy to the diffusion of historical sociology, these scholars had fled their country in the face of Nazism, transferring the discipline to the United States between the 1930s and 40s. Thus they helped develop this outlook across the ocean, in heated confrontation with the structural-functionalistic paradigm and the Parsons school which were in expansion at the time. As Paci says, these German defectors played an almost maieutic role of dissemination in the new world [200]. Thus his narration of an all-in-all specific event in the academic world helps cast light on the routes followed and strategies for the circulation and diffusion of ideas in the process of building scientific identity. A last aspect of this book s appeal, at least for the historian writing this piece, is its absolute novelty on the Italian publishing panorama. There have been systematic reflections in recent decades on the relationship between the social sciences and history, above all in the Anglo-Saxon and German area, in particular from the sociologists point of view (links that are very present in Paci s bibliography, for example, D. Smith, P. Abrams, etc.), but not in Italy (Giovannini 2004). In Italy too, above all since social history on the contemporary age came into being in the 1960s and 70s, historians have tackled -often as the laymen that we are and in an empirical manner linked to the needs of historical investigation -sociology and the instruments of social and ethnographical research (Burke 1992). The recent cultural turn fully collided with social history when the paradigm of globalization made it implode, and it ceased to be history of society and renounced being a new social science (Charle 1993; Burke 2004). This fragmentation -at times a real and proper collapse -permitted a further step to be taken in the acquisition of instruments (for example in Italy the recently founded interdisciplinary journal Studi culturali is emblematic of this), but a lot less so the acquisition of new perspectives and awareness at the level of more general social knowledge. In any case, there has not been any real debate around historical sociology, either on one part or the other, not even in the more sensitive journals such as Quaderni storici (e.g. Marino Berengo, Carlo Ginzburg, Giovanni Levi, etc.). Except in some exceptional cases, the communication and circulation have not been successful. But I will come back to that later. In any case, Paci s book -I hope -could trigger the interdisciplinary reflection and comparison that is lacking in Italy: the object, the study of historical societies, is the same; the objectives and approaches different, but today much less so than in the past, starting from the research methodology (Joyce 2002). Let us think, for example, of the innovative contribution at the level of restoring narrative and qualitative approaches in history, able to account for the cultural dimension in the broad sense in social life, which has been given by historiographical innovations such as micro-history, oral history, gender history, post-colonial studies, etc.. A phenomenon of methodological disorientation (which for example has led to the questioning of Cliometrics ) which appears to me to have correspondingly struck the field of sociology itself, as Paci himself highlights in his last lessons, those devoted to the cultural factors in economic development and in social and state organization, to the contemporary historical sociology of P. Bourdieu, P. Abrams, A. Abbott, W. Sewell, etc.. I have said that not all sociologists, obviously, are included in the outline that Paci gives to historical sociology. Nevertheless, they are not the only victims of the exclusion. In conclusion to this review, may I underline, as a historian, that the initial exclusive choice knowingly led to leaving aside all those historians who -to some extent -have in their practice as scholars come face to face with the social sciences or nevertheless have striven to take on the sociologists at the same level, in contributing to a better knowledge of social life of the past as well as the present. In any case, declared victims of Paci s selective intention are two figures of the calibre of Fernand Braudel among historians of the modern age and Edward P. Thompson among those of the contemporary age because they go outside, also by their own will, the outline of historical sociology. It is a legitimate choice, above all for 223

224 Book Review the period containing these two authors, but it leaves the historian reader perplexed if we are but to think of the long, fruitful intellectual dialogue during the 1970s and 80s between Braudel and Wallerstein (Sanderson 1995), of which Paci indeed makes mention [278]. It is even more disappointing that he has not highlighted, except in just a few passing comments, Marc Bloch, one of the founding fathers of social history and with Lucien Febvre the promoter in 1929 of the journal «Annales» which indeed wanted to feed off the dialogue with the social sciences and the other human sciences. Works such as La société féodale (1939) or Les rois thaumaturges (1924), despite being dedicated to the Middle Ages, show how those topics that just a few years earlier were being developed by Weber or then would be taken up again in another form and manner a few years later by Elias, were in reality both present and circulating in the most varied and distant scientific and intellectual environments (in particular around the cultural dimension in the construction of life and social relations). But these final comments are perhaps only the complaints of a historian who is seeing his discipline reduced to mere adjective in the face of sociology. (Pietro Causarano) References Bloch M. (1924), Les rois thaumaturges, Strasbourg: Istra. Bloch M. (1939), La société féodale, Paris: Albin Michel. Burke P. (1992), History and Social Theory, Ithaca: Cornell U.P. Burke P. (2004), What is Cultural History?, Cambridge: Polity Press. Charle Ch. (1993, dir), Histoire sociale, histoire globale?, Paris: Éditions de la Maison de l Homme. Elias N. (1987), The Retreat of Sociology into the Present, in «Theory, Culture and Society», n. 4. Giovannini P. (2004), Sociologie et histoire: quelles convergences aujourd hui?, in «Histoire & Sociétés», De la recherche à l enseignement: penser le social, dossier hors-série, n. 1. Joyce P. (2002, ed.), The Social in Question: New Bearings in History and the Social Sciences, London-New York, Routledge. Kuhn T.S. (1962), The Structure of Scientific Revolutions, Chicago: Chicago U.P. Sanderson S.K. (1995), ed., Civilizations and World Systems. Studying World-Historical Change, Walnut Creek (CA): Altamira Press. In Search of Historical Sociology 1. Sociology as a science took shape when the rhythm of social change became rapid and intense, therefore making it possible for human beings (and scholars) to look at society as other, detached from themselves, ask questions about it, and make it a subject of study (Dahrendorf 1967). Hence, since its origin sociology has had a historical nature, has asked about processes of change, and sought interpretations and explanations for it. Paci s work starts with this given fact, going to see what readings the classic sociologists of the nineteenth and twentieth centuries gave to the great capitalist transformation this was by far the most important process and which approaches and tools of investigation they used. And so the first part of the book is devoted to an analysis of the «alternative theoretical approaches» that the author seeks out in the works of Durkheim, Marx and Gramsci. In reality, it is a sort of pars destruens, from which he (and with him the reader) progressively distances himself. This vein will continue throughout the book, in search of true historical sociology, of which, in his Presentation and the initial pages of the first lesson, the author had anticipated the theoretical and methodological outlines, before going onto patiently try to rebuild the route to its disciplinary foundation. The structure of the book and its manner of presentation are clearly didactic, as Paci himself wants to indicate 224

225 Book Review in the title. The reader is accompanied step by step, critically retracing research paths and methodological analyses that are often well known by the specialists, but revisited to put together the elements making up historical sociology. Even in these first pages for example in the comparison with the fundamentally a-historical nature of the works by Durkheim the author is able to point out what is not historical sociology and, as a consequence, by negation, which methodological and epistemological requirements it becomes important to deal with: to look at concrete historical processes while looking for explanations from the bottom ; to conduct micro-analyses; to make more systematic use of case studies; to trust the demonstrative capacity of qualitative methodologies (especially narrative, as we will see); and to look for important elements to explain processes of change in the actors motivations and choices. It is in the works of Marx, but above all in the Italian Marxism of Labriola and Gramsci, that Paci already finds the point at which the Comtian positivism dominating in the sociology of the epoch is surpassed. In the first, albeit with some internal contradictions in his thought, we can make out highly sophisticated and complex perspectives and methodologies to analyse the social change and classes which go way beyond the rigid interpretive patterns of historical materialism: as shown by his case studies on the class wars in Germany and France in 1848 and analysis of Bonapartism. But it is Gramsci who makes a definite step ahead, both at the methodological level, when he traces the historical anomaly of the Italian case to the different manner in which the feudal classes were replaced by the bourgeois compared to the cases of France, Germany and Britain; and at the more general interpretive level when unlike Marx he identifies civil society as the set of superstructural institutions, culture and ideologies, therefore putting economic and structural relations in the background and instead highlighting the autonomy of human action [82-99]. At this point along the author s journey, we are a step away from Max Weber, who, together with Elias and to a lesser extent Aron 1, occupy the whole of Part 3 (which I would call the pars construens) of the book. With Weber, Paci upholds, the definitive bases or at least the foundations of historical sociology are cast. The discipline is freed once and for all from the causal determinism of the nineteenth-century mould, without renouncing an explanation of the social processes: however, the expectation is not that the identified cause is true, but, more laically, that it is adequate or plausible. At the methodological level, historical sociology makes Weber s refined multi-factorial analysis its own, an analysis adopted by the German sociologist in many of the case studies that have made the history of the discipline: the battle of Marathon, the rural labourers in the Elbe area, Calvino and the Protestant Reform, etc. [ ]. With regard to Elias nor could it be otherwise he fully picks up on his processual approach, his idea of the reversibility of change, his overcoming of the dichotomy between individual and society, but above all the maieutical practice of interpretive understanding that accompanies all his work, and which would be among the main methodological choices of historical sociology in the late twentieth century. 2. Paci s research continues following the developments of modern (Part 3) and contemporary historical sociology (fourth and last part). But the author s objective is already clear: to look for a «visual angle that permits us as far as possible to look at both the wealth of the particular human experience and the general sense of historical experience together» [246]. The cited authors (from Smelser to Bendix, from Barrington Moore Jr to Skocpol, from Wallerstein to Rokkan) all directly or indirectly deal with the great capitalistic transformation, its historical roots, the movements that accompanied and preceded it, the formation of the nation-states, and so on. However, Paci s interest is constantly attracted by the theoretical and methodological aspects, which he proposes systemizing according to three approaches: universalizing (that is, pre-conceived in an abstract form and centred around the concept of system : indeed separated and independent from its concrete historical application); individualizing (which seeks the explanations for changes not only and not so much in the structures of context as above all in the motivations for the action and in the choices or non-choices made by the actors); and generalizing (because those who adopt it want to causally explain the differences observed between the cases under examination and, if possible, arrive at historical generalizations). Paci does not hesitate to leave out of his historical sociology those 1 With regard to Aron, Paci above all takes on board the idea of unpredictability and chance in the historical process. 225

226 Book Review authors who, albeit important, follow the first model (Smelser, Eisenstadt, Wallerstein), for the fundamental reason that this approach eliminates the actors autonomous role from history. We are at a turning point in Paci s work: he does not bow out when faced with the complexity of sociological explanation, but nor does he not want to succumb to it, a-critically accepting every methodological orientation and every cognitive model. A choice needs to be made. And now, at this advanced level of analysis, the author wants to express his methodological convictions: 1) it is observation and the compared study of several historical cases that «by grasping similarities, analogies and regularities gives us a wider vision over the structural factors and unexpected upshots of actions»; 2) it is necessary to make use of qualitative analyses, and especially that set of techniques which go under the name of historical narrative to best clarify the specificity of the processes under examination and above all «the actor s intentional role in the given situation» [246]. The last part of the journey, in which Paci presents the main contributions of contemporary historical sociology, provides further elements of theoretical and methodological evaluation on the discipline. The studies on the different ways to political and economic modernization which have attracted so much of the researchers attention in recent decades have made the role played by socio-cultural factors and by so-called social capital clearly emerge, forcing a «finer and more in-depth analysis at the historical-empirical level, also using qualitative elements of information» [295]. The necessity (of qualitative analyses: life stories, biographies, participative observation, oral history, first-hand evidence, etc.) has rapidly become a virtue, for reasons that Paci gradually specifies while looking to the more recent studies of historical sociology, and especially comparative historical sociology. One. It is increasingly rare to take a single approach to causal analysis; indeed, on the contrary, a methodological and technical eclecticism that aims to keep together quantitative and qualitative analyses can frequently be seen. Two. The latter (the qualitative analyses) progressively tend to expand their spaces, for many reasons, but above all owing to the greater rigidity of the quantitative techniques, which do not adapt well to the recursive and complex nature of the historical configurations. Three. Analysis by standardized variables has a great capacity of explanation at the synchronic level, but is in no way suitable to account for a social reality that is by its nature diachronic and processual. Four. Because the relationship between theory and research is fundamentally rigid, unmodifiable even, when quantitative techniques are used, whereas, by its nature, historical sociology needs a continual dialogue and continual reformulation of its theories and hypotheses in light of the elements that gradually emerge from research activities. As already anticipated, the sum of these cognitive experiences is that to narrative is recognized a central methodological and technical role in the researches of historical sociology. Because the world, unfortunately for mainstream sociology, does not have a simple causal structure. In order to grasp interrelations and dependencies, often hidden or unconscious, lost in time or buried in the memory, details need to be grasped, the objective and subjective dynamics of the events rebuilt, and uncertain and fragile temporal sequences put back together in order to cast real light on the causal explanation of the processes under examination. 3. At this point, the author s search of historical sociology has concluded and it is necessary to discuss its quality, results and the issues that have remained open. Historical sociology in Italy. The point lends itself to two lines of argument. Massimo Paci has undertaken a mission that in Italy with this layout has no precedent. Evidently, it is his intention to pave the way to a discipline that is little cultivated in our country, as shown by the clear difficulty with which the author attempts to document the presence of Italian studies of this kind. Among other things, the two main lines of research that he recalls on areas of hidden economy and on the development of welfare systems can only in my opinion be forcefully included in the historical sociology studies, and nevertheless do not stand up to the quantitative and qualitative comparison with those much more disciplinary studies of other countries. One must say, this is also owing to a certain rigidity in Paci s selection, as he leaves out important experiences and contributions that moved in this direction. To quote just some, on the same topics referred to by the author: the researches of Roger Absalom (1991) on the Italian modernization unleashed by the passage of the allied armies and the long time spent in Italy by escaped allied prisoners; or the Braudelian studies of Giacomo Becattini and his fellow researchers (2001); the works of Giovanna Vicarelli on the roots of health policy in Italy (1997); or to skip to a 226

227 Book Review macro-topic the research by Giovanni Arrighi on the twentieth century and the origins of our times (1994). But many others could be quoted (Grendi, Crainz, Casiccia, Lanaro, Cavalli, Rullani, Ginsborg, ). The point is that the quoted names are not ever of sociologists, but of historians, economists, anthropologists, etc.: and Paci instead stubbornly wants to define and outline the (theoretical, methodological, empirical) field of a historical sociology where the accent is placed on the noun, which acts as a barrier to entry. One of the various possible hypotheses to explain the restrictive nature of this approach is that Paci, whether intentionally or not, wants to favour the institutionalization of, or at least strengthen, the discipline in Italy. Without doubt, if we look for data on the presence of historical sociology (or similar subjects) in Italian universities, the situation is desperate. The discipline under that name is not present in any university. If we are to look at nearby disciplines, the only one with a significant presence is Social History (65 courses), with differing course contents, and taught above all in the faculties of Arts and Philosophy (27), Political Sciences (12) and Education (10). In addition, we find scattered presences (7 courses) where in some way and with the most bizarre names, history and sociology are combined 2. In conclusion: there is absolutely no trace of historical sociology in Italian universities, nor, do I think, are there the premises to introduce it. In passing, Paci himself realizes this when he wonders why in Italy a historical sociology approach has never taken off: finding an important, albeit not exhaustive, answer in the expulsion of Gramsci (whose philosophy of praxis came close to this approach) from the national sociological tradition 3. History and sociology. During the volume, and, slightly to my surprise at least, Paci repeats several times that he wishes to keep out of his work the problem, which is instead very widely debated, of the relationship between history and sociology (Burke 1989). In reality, however, it is implicitly evoked at all times, before becoming explicit in the final pages with a statement, which I fully agree with («... sociology... can only be historical sociology» [420]), but which seems to be in substantial contradiction to his tireless search for a specific discipline and a scientific autonomy for historical sociology. But why this concern? It is true that Paci is not alone in this search for a definition (Abrams 1982; Smith 1991; Boudon, Bourricaud 1982; and many more). But why? Historical sociology is substantially a disciplinary approach that has asserted itself across the spectrum of the traditional sociological sectors. It above all marks a need that has become pressing in both historical and sociological studies: to study and understand how past and present, historical events and social processes, individual actions and structural mechanisms are related and intertwined. Even though history and sociology have not become a single intellectual adventure, as Braudel (1969) desired, in the second half of the twentieth century and in recent years without doubt there has been a convergence (in the facts at least) between historians and sociologists, both at the level of scientific interest and their methodological approaches. We have been (and still are) seeing a genuine mutual fecundation, to the point of verging on a hybrid discipline. Sociology of history and social history have acted as Trojan horses to penetrate the respective citadels of mainstream historical and sociological tradition. This is a consideration that I believe escapes the author or from which, perhaps, he flees for reasons of disciplinary alignment or for fear of an encroachment that would probably mark the undoing of historical sociology. (Paolo Giovannini) 2 Data taken from OFF-F, the Ministry of Education, Universities and Research database on curricula. 3 While he had significant influence on historical sociology (and on sociology in general) in both North and South America. 227

228 Book Review References Abrams P. (1982), Historical Sociology, Ithaca: Cornell University Press. Absalom R. (1991), Strange Alliance. Aspects of Escape and Survival in Italy , Firenze: Olschki. Arrighi G. (1994), The Long Twentieth Century: Money, Power and the Origins of Our Times. London: Verso. Becattini G. (2001), The Caterpillar and the Butterfly. An Exemplary Case of Development in the Italy of the Industrial Districts, Florence: Le Monnier. Boudon R., Bourricaud F. (1982), Dictionnaire critique de la sociologie, Paris: PUF. Braudel F. (1969), Ecrits sur l histoire, Paris: Flammarion. Burke P. (1989), Soziologie und Geschichte, Hamburg: Junius. Dahrendorf R. (1967), Pfade aus Utopia. Arbeiten zur Theorie und Methode der Soziologie, München: Verlag. Smith D. (1991), The Rise of Historical Sociology, Cambridge: Polity Press. Vicarelli G. (1997), Alle radici della politica sanitaria in Italia. Società e salute da Crispi al Fascismo, Bologna: Il Mulino. 228

229 Recensioni e schede 229

230

231 [Recensioni] Pun Ngai, Cina. La società armoniosa. Sfruttamento e resistenza degli operai migranti, Milano: Jaca Book, 2012, pagine 192, ISBN: Il discorso pubblico sulla Cina contemporanea è marcato da un tratto dominante, che possiamo provare a definire con il termine gigantismo. Ricercatori e giornalisti sfuggono di rado alla tentazione di illustrare i mutamenti in corso attraverso il supporto di dati e cifre fuori dall ordinario. E a ragion veduta, verrebbe da dire in prima battuta. Il Pil pro capite cinese, tra il 2005 ed il 2010, è più che triplicato, passando da a dollari. Il paese è recentemente divenuto il maggior produttore mondiale di prodotti elettronici, mentre il fatturato del suo mercato del lusso ha superato quello giapponese. Ancora: due delle dieci più importanti banche mondiali sono cinesi, così come 61 delle 500 imprese della Fortune Global 500 list; cinesi sono anche tre dei ponti più lunghi del mondo e sei tra i primi dieci maggiori porti commerciali. Quando a queste cifre si accompagnano i dati sulla caduta del tasso di povertà, che secondo la Banca Mondiale è sceso dal 65% a meno del 10% - il che significa che 500 milioni di persone sono uscite dallo stato di povertà nel corso degli ultimi 30 anni - parrebbe doveroso allineare il giudizio sulle riforme lanciate oltre trent anni fa al gigantismo delle cifre. In realtà questi dati tacciono su un aspetto fondamentale. La trasformazione della Cina nella celebrata fabbrica globale è avvenuta per mezzo (e sulle spalle) di una nuova classe operaia. Essa è formata dagli oltre 200 milioni di operai-contadini (nonmingong), che a partire dalla fine degli anni 70 hanno lasciato le campagne e sono andati a lavorare nelle aree manifatturiere della costa 1. Ed è esattamente questo il punto di osservazione a partire dal quale Pun Ngai descrive le trasformazioni in corso in Cina nella raccolta di saggi Cina. La società armoniosa. Sfruttamento e resistenza degli operai migranti. Nell introduzione che apre il volume, contenente sette saggi pubblicati da Pun Ngai insieme ad altri ricercatori tra il 2007 ed il 2012 (traduzione a cura di Stefano Visentin), i due curatori (Ferruccio Gambino e Devi Sacchetto) sintetizzano il punto di vista dell autrice riassumendolo in una domanda: su quali vite si regge il titanismo?. Ciò che accomuna i capitoli della raccolta è infatti lo sguardo rivolto alla condizione materiale, all esperienza vissuta ed alle lotte degli operai-migranti. Si tratta di uno sguardo che si ispira in modo dichiarato alla riflessione di Edward P. Thompson ed al suo rigetto dell idea essenzialistica della classe come cosa astratta. Scriveva lo storico inglese nel suo capolavoro, The Making of the English Working Class, che la classe è una relazione, e che in quanto tale essa ( it ) non esiste (Thompson 1963: 11). I saggi di Pun Ngai e degli altri autori, analogamente, focalizzano l attenzione sulle soggettività degli operai migranti, cercando al contempo di riconnetterne le traiettorie biografiche e le sofferenze dei corpi ai mutamenti imposti a ritmi frenetici dall incontro tra capitalismo globale e ipermodernizzazione cinese. Pun Ngai mostra come i nonmingong stiano vivendo un processo di proletarizzazione singolare, che soltanto per alcuni aspetti è assimilabile al fenomeno tipico delle fasi nascenti dello sviluppo capitalistico. La composizione sociale della nuova classe operaia costituisce una prima, evidente, peculiarità. La nuova generazione di operai-migranti, i nati tra la fine degli anni 70 e l inizio degli anni 90, mostra attitudini ed aspettative verso il lavoro assai differenti rispetto alla generazione precedente, quella che aveva cominciato a sperimentare 1 Secondo dati ufficiali riportati dal China Labour Bulletin, il numero di migranti provenienti dalle aree interne e diretti verso le aree più popolose (Beijing, Tanjin, Shanghai, Guangdong) era stimabile, nel 2010, in 240 milioni (China Labour Bulletin 2012: 4). Grazie a questa enorme riserva di manodopera migrante la Cina vantava già nel 2002 un numero più che doppio di addetti nel settore manifatturiero rispetto ai Paesi del G7 complessivamente considerati (Banister 2005: 11). 231

232 Recensioni e schede il dagong (il lavoro in fabbrica) nel primo decennio successivo all avvio delle riforme. Meglio disposta verso la cultura consumistica urbana, più incline all individualismo ed al raggiungimento della realizzazione personale, nonché dotata di un livello di istruzione più elevato rispetto a quello della generazione precedente, la nuova generazione non si considera più come rurale. Il processo di proletarizzazione appare in larga parte autodiretto, e motivato da ragioni espressive ancor prima che da motivazioni di carattere economico. Ciò non significa che la ricerca della realizzazione personale sia disgiunta dall acuta consapevolezza delle diseguaglianze esistenti tra città e campagna, il cui ulteriore incremento è stato di recente confermato dai dati dell Ufficio Nazionale di Statistica cinese 2. Al contrario - ed è questa la seconda forte peculiarità evidenziata nel volume - i lavoratori migranti sanno bene che le loro aspettative sono destinate a rimanere insoddisfatte. Le città nelle quali essi lavorano negano loro il diritto di acquisire l hukou urbano 3 e di conseguenza di fruire delle prestazioni sociali destinate ai residenti (accesso all istruzione, alle cure mediche, ad abitazioni in affitto a prezzi ragionevoli). L inaccessibilità della residenza determina una sostanziale disconnessione tra sfera della produzione e ambito della riproduzione, e costringe gran parte degli operai-migranti a vivere nei dormitori allestiti dalle fabbriche. Allo stesso tempo soltanto pochi tra coloro che tentano di intraprendere la via della migrazione di ritorno riescono a ristabilirsi con successo nelle aree di origine, e ciò sia a causa delle ridotte opportunità di sostentamento disponibili nelle aree rurali, sia perché molti di questi lavoratori hanno ormai perduto (o non hanno mai posseduto) le competenze lavorative richieste dal lavoro agricolo. Questa marginalizzazione istituzionalizzata, che ha assunto le forme di uno status spaccato in due, sorta di denizenship in versione cinese, alimenta rabbia, frustrazione e risentimento. A partire dagli anni 90, in parallelo al processo di proletarizzazione incompiuta appena descritto, è cresciuta esponenzialmente la conflittualità operaia. Tale crescita è rilevabile sia dal numero dei cosiddetti incidenti di massa 4, sia dal diffondersi delle vertenze lavorative (rese possibili da una disposizione del Consiglio di Stato del 1993). L analisi dei caratteri prevalenti di queste forme di mobilitazione è particolarmente interessante, perché ne evidenzia il carattere tendenzialmente spontaneo, legato alle concrete condizioni di lavoro (mancato pagamento dei minimi salariali o dello straordinario, mancato versamento dei contributi, ritmi di lavoro esasperati). In un contesto segnato dalla presenza di sindacati formalmente attivi ma in realtà privi di qualsiasi effettiva funzione negoziale (le cosiddette rappresentanze dei lavoratori sono strettamente legate ai quadri locali del partito ed al management delle imprese 5 ), con il trascorrere del tempo queste mobilitazioni tendono a trovare nei dormitori un ambiente favorevole alla loro diffusione (al sistema dei dormitori, ed al nuovo regime di spazialità prodotto dalle fabbriche-dormitorio, del tutto peculiare rispetto anche ad altre esperienze storiche precedenti, è dedicato uno specifico ed assai interessante capitolo del volume). I risultati delle mobilitazioni sono spesso positivi. Pun Ngai ritiene che sia stata proprio l accresciuta forza contrattuale dei lavoratori a determinare l incremento notevole del salario minimo legale verificatosi negli ultimi anni ed a sollecitare la crescente attenzione rivolta dalla dirigenza del Partito Comunista Cinese al tema del riequilibrio delle distorsioni prodotte dall apertura al capitalismo globale. A questo proposito bisogna però far notare che la quota dei salari sul Pil cinese è drammaticamente scesa tra l inizio degli anni 90 ed il 2008, come ha di recente ammesso anche un organizzazione non esattamente pro-labour come la Banca Mondiale (dal 60% circa a meno del 40%; World Bank 2012: 347), e che una parte degli incrementi salariali è probabilmente ascrivibile all esaurimento del bonus demografico e della riserva di manodopera dalle campagne (Attané 2011). Si tratta di 2 Nel 2012 il reddito medio dei residenti nelle aree urbane è risultato tre volte più elevato rispetto al reddito medio dei residenti nelle aree rurali ( contro yuan). Il coefficiente di Gini si è attestato a quota 0,474, al di sotto del picco del 2009 (0,49), ma ben al di sopra della soglia critica segnalata dall ONU (0,40; Yang 2013). 3 L hukou è il permesso di residenza permanente introdotto da Mao nel 1958 come strumento di pianificazione economica. Ogni cittadino ha l obbligo di registrarsi come residente urbano o rurale; la legge impone che i servizi sociali siano fruibili soltanto nel luogo in cui si ha la residenza. 4 Questi incidenti (proteste, mobilitazioni, blocchi del traffico ed altre forme di disobbidienza civile) si sono più che decuplicati in meno di due decenni, oltrepassando la soglia dei casi nel 2009 (China Labour Bulletin 2012: 10). 5 A proposito dei cambiamenti avvenuti nel sindacato cinese nel corso degli ultimi tre decenni un osservatore ha parlato del passaggio dal precedente government-led system all attuale employer-led system (Chen 2012). 232

233 Recensioni e schede un effetto di lungo periodo della politica del figlio unico, basti ricordare in proposito che nel 2030 l India opererà il sorpasso ai danni della Cina diventando il Paese più popoloso del mondo, e che il tasso di dipendenza cinese raddoppierà nel giro di due decenni. Il volume mette in evidenza anche il ruolo fondamentale svolto dall apparato statale, sottolineando come le trasformazioni in atto non sono state determinate dalla sola azione del mercato. Per quanto certa pubblicistica ne esalti le caratteristiche di attore pragmatico e flessibile nell indirizzare le sue scelte strategiche (su tutti si veda: Cooper 2004), lo stato costituisce secondo Pun Ngai l attore chiave della globalizzazione capitalistica cinese. Ciò è reso evidente evidente sia dall intenzionale ritiro dell attore pubblico dalle politiche sociali, sia dall indefessa opera di promozione della mobilità della forza-lavoro a basso costo messa in atto da una molteplicità di uffici governativi. Da questo punto di vista il volume delinea una prospettiva di ricerca che merita di essere ulteriormente approfondita, e non soltanto con riferimento al caso cinese. Ci riferiamo al ruolo svolto dalle amministrazioni locali, che per quanto subordinate alle direttive governative, non cessano di rappresentare un elemento di complessità nella definizione delle policies. Nel caso cinese questo tema è plasticamente evidenziato dal rilevante potere discrezionale detenuto dalle amministrazioni locali in materia di hukou e di accessibilità alle prestazioni sociali 6. Il caso della Foxconn, cui è dedicato un intero capitolo - esito di un indagine estesa basata su una serie di visite agli impianti, sulla somministrazione di questionari e sulla raccolta di interviste agli operai -, riassume e per certi versi estremizza gli aspetti salienti dell alleanza tra governi locali ed espansione capitalistica. La Foxconn è l impresa di prodotti elettronici più grande al mondo, con una quota di mercato prossima al 50%, oltre un milione di dipendenti ed impianti produttivi distribuiti in tutta la Cina (il solo impianto di Shenzen Longhua - epitome del gigantismo - ha oltre dipendenti). I governi locali competono tra loro ( ferocemente, sottolinea il testo) per ospitare i nuovi insediamenti produttivi, ed a tal fine offrono all impresa vantaggi di ogni tipo (amministrativi, tecnologici, di reclutamento della manodopera). E tuttavia questo gigante è anche la realtà produttiva nella quale, tra il 2010 e la fine del 2011, venti operai (tutti tra i 17 ed i 25 anni di età e tutti migranti dalle regioni interne della Cina) si sono suicidati, la maggior parte di essi gettandosi dal tetto degli edifici produttivi. La descrizione del funzionamento dell impresa è tanto accurata quanto drammatica, perché rende chiare le ragioni che inducono i ricercatori a interpretare i suicidi come una manifestazione estrema dell esperienza del lavoro migrante. Alla Foxconn l organizzazione del lavoro è fortemente gerarchizzata, la divisione delle mansioni rigidissima, i turni assai lunghi (mediamente di 12 ore), i ritmi insostenibili (dal 2010 uno degli impianti può produrre fino a iphones in 24 ore, più di 90 al minuto). Gli operai si descrivono come un ingranaggio della macchina e dichiarano di venire dopo le macchine che li consumano. Si tratta di un desolato panorama fordista, nel quale la pressione di stampo militaristico cui sono sottoposti gli operai di linea ed il culto della personalità alimentato dai vertici ( la leadership è una dittatura giusta ) delineano un quadro distopico assai diverso da quello descritto dalle roboanti cifre dello sviluppo cinese. Il volume non lascia inevaso nemmeno lo spontaneo desiderio del lettore di comprendere come sia possibile continuare a conciliare la realtà socio-economica che i saggi descrivono con l ancoraggio del Paese al campo marxista. Le pagine che affrontano questo tema sono in effetti tra le più interessanti. Vi si sostiene che la classe operaia, dopo essere stata costruita dall alto per scopi ideologici e quindi reificata in un astratta fissità dottrinale negli anni del maoismo, è stata rimossa dal discorso pubblico proprio nel momento nel quale si andava affermando come soggetto sociale reale. La proclamazione della morte della classe e del linguaggio di classe, di pari passo con le analoghe cerimonie funebri officiate nel mondo occidentale dopo l 89, si è rivelata un potente progetto egemonico. Gli sforzi compiuti nell era di Hu Jintao e Wen Jiabao di mantenere la stabilità attraverso la retorica della Cina armoniosa e le numerose riforme in materia di lavoro e previdenza sono di fatto considerati come strategie di addomesticamento della nascente conflittualità operaia (e in effetti colpisce che la voce di spesa del bilancio nazionale destinata al mantenimento della stabilità interna ammonti ad un livello più o meno equivalente a quello della spesa militare; per una conferma si veda: Lagerqvist 2012). Un ultima osservazione. Questa nuova classe operaia, che sta lottando per nascere, proprio nel momento in 6 Smart & Lin 2007; per una disamina del rilevante peso esercitato dal sistema amministrativo locale e delle molteplici modalità di ridefinizione degli assetti amministrativi locali in Cina si veda anche: Shen

234 Recensioni e schede cui il linguaggio della classe è stato messo a tacere, trova ancora scarsa attenzione nella riflessione sociologica cinese. Sebbene in Cina la sociologia stia vivendo una fase di rinascita dopo essere stata cancellata, in quanto scienza borghese, negli anni 50, nell adottare approcci interpretativi e modelli descrittivi ritenuti più neutri (come l analisi weberiana della stratificazione sociale) essa sta di fatto assecondando il progetto strategico delle classi dirigenti volto a neutralizzare la ripresa del discorso critico sulla classe operaia. E inoltre evidente che l istituzionalizzazione di una nuova categoria di esperti come i sociologi pone anche la sociologia cinese, sia pure in forme inedite e peculiari, di fronte al problema del rapporto con il potere ed alle insidie della cooptazione (Merle 2007). La raccolta di saggi di Pun Ngai rappresenta un eccellente punto di riferimento per il consolidamento di un punto di vista critico. Presentandosi come espressione compiuta dell impegno di un public intellectual, che esprime la sua funzione politica attraverso la critica esplicita dei meccanismi di dominazione, essa può suggerire qualcosa di molto utile - sia nel merito, che nell approccio - anche alla ricerca sociale italiana ed europea. (Fabio Bracci) Riferimenti Bibliografici Attané I. (2011), Quando la Cina avrà i capelli grigi, in: «Le Monde Diplomatique», giugno 2011:11 Banister J. (2005), Manufacturing employment in China, in: «Monthly Labor Review», vol. 128:11-29 Chen M. (2012), In these Times: Can We Trust Foxconn s New Democratic Chinese Factories?, in: «In These Times», 11 February: inthesetimes.com/working/entry/14554/foxconns_unions_do_workers_get_a_vote/ China Labour Bulletin (2012), A Decade of Change. The Workers Movement in China , Hong Kong: Lagerkvist J. (2012), The Wukan Uprising and Chinese State-Society Relations: Toward Shadow Civil Society?, in: «International Journal of Chinese Studies», Vol. 3: Merle A. (2007), De la reconstruction de la discipline à l interrogation sur la transition: la sociologie chinoise à l épreuve du temps, in: «Cahiers internationaux de sociologie», 122 : Ramo J.C. (2012), The Beijing Consensus, in: «The Foreign Policy Centre», London: Shen J. (2008), Spatial Strategies of Urban Development: Rescaling and Territorialization in Post Reform China, in: «The Open Urban Studies Journal», 1: Smart A., Lin G.C.S. (2007), Local Capitalisms, Local Citizenship and Translocality: Rescaling from Below in the Pearl River Delta Region, China, in: «International Journal of Urban and Regional Research», Vol. 31.2: Thompson E.P. (1963), The Making of the English Working Class, Toronto: Penguin Books. The World Bank, Development Research Center of the State Council, the People s Republic of China (2012), China Building a Modern, Harmonious, and Creative High-Income Society, International Bank for Reconstruction. and Development/International Development Association or The World Bank, New York, pdf Yang L. (2013), Gini coefficient release highlights China s resolve to bridge wealth gap, in: «Xinhuanet», china/ /21/c_ htm Bruno Maggi (a cura di), Interpretare l agire: una sfida teorica, Roma: Carocci, 2011, pages 271, ISBN: The keys for interpreting this complex book are basically summarized in its title. The book is divided into two parts: the first presenting the epistemological, theoretical and methodological principles of the proposed approach, the second made up of essays illustrating, from various disciplinary fields, the heuristic potential of the paradigm in the analysis of a heterogeneous multiplicity of phenomena (from the processes of family socialization to the dynamics of teaching or job training; from organizational learning to a sociological study of labor law). The first interpretive key is the verb to interpret, which outlines the theoretical proposal in the context of Weber s reflection and which therefore opposes it to the objectivist/functionalist approaches (explaining the meaning of conduct by means of the relatively independent logic of the social system) and to the more 234

235 Recensioni e schede subjectivist-phenomenological ones, which reduce the organized forms of social life to an (often counterintuitive) epiphenomenon of the complicated play of interactions (at times oriented by the material interest of individuals, and at times by their autonomous ability to give meaning to things and others. The focus of the analysis is however on the fully practical and intersubjective nature of the construction processes of action contents. This is explained in the editor s contribution, which presents the foundations of Theory of Organizational Acting) and in those of the so-called elder researchers (Clot, a leading exponent of the French school of the Clinic of Activity; De Terssac, who has been involved in the development of a Theory of Organizing Work, and finally Faïta, promoter of a metalinguistic analysis of the work). Through a critical reading of American pragmatist thought, of the Schütz s constructivist thought, and finally of Giddens Structurationalist Theory, the authors try to go beyond the Weber s still consciousness-based actor model, and - thanks to Vygotsky s psychological and Bachtin s sociolinguistic contributions - they arrive at a procedural idea of action and at a vision of the act as a kind of dialectical relationship between the subject, his/her object and his/her interlocutors, equally involved towards him/her and towards the latter. From here, the second interpretive key, summarized in the title by the term act. Behavior is never the product of a previous assignment of sense which expresses itself in observable behavior according to specified purposes and by the most convenient and rational means. It takes shape on the contrary in the course of its realization: in the relationship of the agent with the object of his/her initiative and with the interactors that are related in the same way, with the same openness to others. Aims, tools, desires, motivations - in a word: the subject s self - takes shape in the flow of their communicatively mediated becoming, and such incorporation essentially means three things. The first is that the act is always rooted in the emotional depths of human beings and it is therefore guided by a rationality that can only be bounded. The second is that the rootedness in such a life flow leads to the recognition of the need to distinguish between activities (such as a vivid experiential complex opened to a variety of practical achievements, some of which are implemented, others exonerated or de facto excluded) and actions (that is, behavior actually undertaken and therefore visible to the eye of the observer). The third, finally, is that the act must be conceived as a continuous process of actions and decisions, each of which is both the track of the segments along which that underlying activity has manifested itself, and the necessary anchorage for a renewed critical sociology. A critical sociology that is able to work with the observed subjects in advancing their awareness of the consequences of their institutionalized choices in encoded roles, and that is able in this way - by almost maieutic research methods - to increase their power of action and their autonomy in the production of rules legitimately governing their collective and organized creation. The last interpretive key - which provokes some overall objections - consists of an insistence on challenging current theories of action, both of an organizational and more generally social nature. First of all, the aim of these researchers is to outline the features of a third epistemological way, able to synthesize for the sake of convergence the contributions of different epistemological approaches and to propose a unitary conception of acting, beyond the classical conceptual dichotomies such as objectivism/subjectivism or system/action. The solution outlined, which is partially classified in those research programs Archer has defined as conflation to the center, however makes use at times of a rather simplified representation of rival paradigms (for example, the characterization of subjectivist approaches that, as far as they are sensitive to the freedom conditions of individual action, rarely come to consider the organized reality of social life as an always reversible product of human interactions). Also, it does not problematize enough theories that - even from a holistic point of view - have proposed a non-syncretic synthesis of phenomenological and symbolic-interactionistic epistemologies able to account for some of the new cornerstones of organizational acting theorists (in particular Luhmann s functionalstructuralism, with his theory of sense as an ever accessible archive for practical and communicational solutions that are temporarily removed by actual materialization of the choices of action). Secondly, the critical potential of Maggi s and colleagues stated paradigm aims for increasing - in a reticular and complex socio-economic context such as that of late modern advanced industrial societies - the power of acting of subjects through indirect methods of research-action that encourage actors to problematize their customary behavior and communications and to question them in the name of an awareness of their vivid and creative activity, thanks to the dialogical 235

236 Recensioni e schede maieutical role of the researcher. But - we ask - would this same sociological work not perhaps require in turn a metalinguistic critical perspective capable of safeguarding sociological intervention from the risk of intellectual conditioning and external construction of the consciousness of the actors themselves? And so on, according to a never-ending procedure? (Filippo Buccarelli) Guido Crainz, Il Paese reale. Dall assassinio di Moro all Italia di oggi, Roma: Donzelli, 2012, pagine 390, ISBN: Con questo suo ultimo lavoro, Guido Crainz chiude la sua trilogia della storia italiana del dopoguerra, dopo la Storia del miracolo italiano e Il Paese mancato. Il libro è dedicato agli anni che vanno dall assassinio di Aldo Moro (1978) fino al governo Monti. Anni di trasformazioni radicali che hanno inciso in maniera netta sul nostro presente. Il titolo suggerisce subito la linea di ricerca: il paese reale è quello che si distingue da quello della politica, delle istituzioni. E infatti, lo storico, pur tenendo come tappe cronologiche gli eventi politici più rilevanti, predilige nelle sue analisi soffermarsi su elementi di carattere sociologico e culturale. In quest ottica, una fonte privilegiata sono i rapporti del Censis dei quali, oltre ai dati (non molti in realtà quelli citati) si predilige soffermarsi sulle interpretazioni. La mutazione antropologica degli italiani è il filo conduttore del volume che, proprio per questa impostazione, dà un ampia attenzione a valori, culture, atteggiamenti, mode. Anche per questo, non mancano riferimenti alla cultura popolare, a libri best seller, a canzoni di musica leggera, ai film, citati come sostegno ad hoc all interno della narrazione del volume che si distingue meritoriamente per uno stile esposito chiaro e accattivante. Altra grande fonte di Crainz sono i quotidiani, soprattutto le analisi delle grandi firme, anch essi esibite come prove d osservazioni esemplari dei cambiamenti in corso. I primi due capitoli sono dedicati agli anni Settanta. La tesi principale è che l allontanamento tra la società civile e quella politica, che si consumerà nei primi anni Novanta, abbia inizio proprio in questo decennio. Dalla società figlia del boom aumentano domande più individualizzate, più sensibili al privato, e nello stesso tempo si nota l emergere di esigenze di partecipazione meno legate ai partiti. Sono istanze che le politica non riesce a captare e che, nel corso del tempo, aumenteranno sempre più il distacco tra cittadini e rappresentanti. Alla fase di incubazione del decennio 80 è dedicato il terzo capitolo nel quale vengono evidenziati gli incerti inizi, caratterizzati dall esplodere della violenza, del terrorismo, dalla mafia. Il riflusso, concetto che come fa notare lo storico viene utilizzato dai principali osservatori già a partire della fine del 1978, è quello che racchiude meglio di altri i fenomeni politici, sociali, economici, culturali, di costume degli anni Ottanta, oggetto del quarto capitolo. Esso identifica il trionfo del privato sul pubblico, del personale sul collettivo, dell individuo sulla società e sullo stato. Il mutare di valori del decennio è colto in maniera attenta da Crainz che si sofferma sul primato dell economia, sul successo del made in Italy, sull aumento degli scambi nella borsa valori (con i risparmiatori si trasformano progressivamente in investitori), sui nuovi linguaggi della televisione commerciale, della pubblicità, delle culture giovanili. In questi anni si registra anche una fase di crescita economica nella quale, però, la politica manca di provvedere a un risanamento del debito, anzi, quest ultimo è ingrossato da un aumento della spesa pubblica che non si traduce in un aumento del welfare. La spesa pubblica, si fa notare, è solo la modalità con la quali i partiti in crisi provano a mantenere il proprio consenso sostituendo il voto d appartenenza con quello di scambio. L aspetto più grave del periodo analizzato è per l autore il progressivo dissolversi del senso civico, di un etica pubblica, sia tra i cittadini (è in questo periodo che esplode l evasione), sia nelle classi dirigenti (il sistema delle tangenti costituisce la punta più alta del declino). Per queste ragioni più che anni di modernità, gli Ottanta sono solo una grande illusione alla quale seguirà, inevitabilmente, il crollo. 236

237 Recensioni e schede Agli ultimi due decenni sono dedicati il quinto e il sesto capitolo. Sono gli anni della seconda Repubblica, di Silvio Berlusconi che, lungi dal realizzare il sogno che annunciava, ha solo aggravato il decadimento etico, politico ed economico, complice anche una sinistra che ha affossato quello che secondo Crainz era stato l unico buon progetto messo in campo, ossia l Ulivo. Il volume, apprezzabile per l attento sguardo sociologico, difetta di una maggiore attenzione all analisi politica, soprattutto per quel che riguarda gli anni della seconda Repubblica. L autore, infatti, non pare attribuire grandi responsabilità alle innovazioni istituzionali di questa fase come la personalizzazione della politica e del potere, l imposizione del maggioritario, la mitologia della società civile, l attacco ai partiti. Anche per questa ragione, alla sinistra attribuisce l incapacità di mettere in campo non un alternativa di sistema, ma un alternativa dentro il sistema. (Francesco Marchianò) Marc Humbert, Yoshimichi Sato (eds), Social Exclusion. Perspectives from France and Japan, Melbourne, Trans Pacific Press, 2012, pages 176, ISBN: This book - a collection of independent and self contained discussions - focuses, from the particular perspective of French and Japanese societies, on the crucial theme of social exclusion. Both France and Japan were formerly among the most successful societies in the achievement of high economic growth rates and in the pursuit of social cohesion. However, since 1980, even these two countries have witnessed a decline of the middle class and a de-escalation of their economies, and first of all a growing imbalance in income distribution and the restriction of welfare resources. Ensuring an overall education system that prepares young people to successfully enter the labor market - a kind of magic formula to avoid individual and collective failure, in which both France and Japan excelled for many years - is no longer sufficient today, and aspirations to join middle class society are largely frustrated. These important transformations of recent decades pose the problem of social exclusion, the ways in which social exclusion is reinforced and the remedies for reducing social exclusion. Previously, lack of housing (Chapter 7) and unemployment or job loss (Chapter 10) were distinct problems,experienced separately by the individuals affected and confronted separately by French social policy but today - with the extension of the exclusion phenomenon and the tendency for these two disadvantages to be lumped together - their convergence is clear, first of all, in the new protest movements. In Japan work was formerly considered a priority and the sole valid means for enjoying full social and citizenship rights. Therefore focusing on a high level of employment was a primary policy goal. Today, however, Japan has to deal with a labor market characterized by stability for only a favored few, and by increasing fluidity for other groups of workers, with serious repercussions on social stratification (Chapter 2 and 4). In addition to the interesting positive aspects highlighted up to now, the most evident limit is the following. We appreciate the comparative structure of the essay and we do not expect it to provide definitive answers. But it seems appropriate to provide a deeper analysis of the debate regarding the complex theme of social justice. The authors present a comparative examination of the inequalities active in Japan and France, the traditional guide and benchmark by which 150 years ago modernization and industrial progress were imported. The impression is that the view of this study of inequality in Japan applies a model mostly appropriate for the French reality. While this approach facilitates the comparison between the situations of the two countries, it is ineffectual in focusing in depth on the themes which are unique to and crucial for Japanese society. For example the (still strong) gender disparities - extensively analyzed by authors such as Chizuko Ueno and Yoshie Kobayashi - are dealt with just superficially. (Giulia Mascagni) 237

238 Recensioni e schede [Segnalazioni] Chiara Saraceno, Coppie e famiglie. Non è questione di natura, Milano: Feltrinelli, 2012, pages 140, ISBN: Starting from the assumption «There is nothing less natural than the family», i.e. the hypothesis that the family is a social institution and as such the focus of particularly attentive and stringent regulation, Saraceno devotes her reflection to an analysis of the wide range of transformations that affects couples - from legal to social, with related repercussions and discontinuities of viewpoints and practices - and the increased responsibility which single individuals find themselves obliged ever more frequently to take on because of the retreat (and decline) of the welfare state. Vicky Cattell, Poverty, Community and Health. Co-operation and the Good Society, Basingstoke: Palgrave Macmillan, 2011, pages 195, ISBN: The author examines the dynamics of the loss of social capital, the breakdown of social networks, and the weakening of local communities, in order to highlight their likely repercussions on health, well-being and happiness, especially for the socio-economically disadvantaged. Luc Boltanski, On Critique: A Sociology of Emancipation, Cambridge-Oxford UK: Polity Press, 2011, pages 191, ISBN In this book - a translation of De la critique. Précis de sociologie de l émancipation, (Paris: Gallimard, 2009) - Boltanski deals with the problem of the new epistemological basis of a sociology that is both critical and oriented toward personal autonomy. Colin Crouch, Europe and Problems of Marketization: from Polanyi to Scharpf, Firenze: Firenze University Press, 2013, pages 66, ISBN: The result of a Lectio Magistralis delivered by the author for Reading Cesare Alfieri 2012, the essay analyzes the risks posed to the construction of a true European democracy by the separation between policies drawn up at the EU level and social policies that are devolved to the national level. This paper anticipates the publication in August, 2013 of Crouch s Making Capitalism Fit for Society, Cambridge-Oxford: Polity Press, John Scott, Conceptualising the Social World: Principle of Sociological Analysis, Cambridge: Cambridge University Press, 2011, pages 333, ISBN This book brings together a number of diverse sociological paradigms that are often treated in isolation or regarded as contradictory or incompatible. Scott argues that theorising in sociology and other social sciences is characterised by the application of eight key principles of sociological analysis: culture, nature, system, structure, action, space-time, mind and development. He considers the principal contributions to the study of each of these dimensions in their historical sequence in order to bring out the cumulative character of knowledge. 238

239 Recensioni e schede Lucinda Platt, Understanding Inequalities: Stratification and Difference, Cambridge: Polity Press, 2011, pages 204, ISBN This book explores social inequalities and the part they play in people s day-to-day lives. The Author moves beyond the traditionally well-covered areas of gender, race and class, to engage with a wider range of inequalities (income, wealth and poverty; health and disability; housing and geography). 239

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241 [Autori] Nicoletta Bosco è professore associato e insegna Sociologia dei processi culturali e comunicativi presso l Università di Torino. I suoi principali interessi di studio e ricerca vertono su numerosi temi, tra cui sistemi di welfare e politiche sociali in prospettiva comparata, opinioni di giustizia, stereotipi e riproduzione del senso comune, cittadinanza e percorsi di fragilizzazione dei corsi di vita. Tra le sue più recenti pubblicazioni: (2012), Non si discute. Forme e strategie dei discorsi pubblici, Torino: Rosenberg & Sellier; (2011), Ceto medio e discorso pubblico, Bologna: Il Mulino; con R. Sciarrone, A. Meo, L. Storti (2011), La costruzione del ceto medio. Immagini sulla stampa e in politica, Bologna: Il Mulino. Nicole Braida si è laureata in Sociologia nel 2011, presso l Università degli Studi di Torino con una tesi di ricerca sulla percezione e il trattamento medico e sociale dei corpi intersessuali dal titolo Essere donne, essere uomini. Percezione e trattamento della variabilità sessuale tra realtà biologica e costruzione culturale, per la quale ha ricevuto il Premio Arianna Buttinelli 2012 da parte dell AISIA (Associazione Italiana Sindrome da Insensibilità agli Androgeni). Attualmente si occupa di rilevazioni nell ambito delle ricerche di mercato e collabora con il Centro Studi Sereno Regis di Torino per l organizzazione di laboratori sulla reciprocità tra maschile e femminile. I suoi interessi di ricerca vertono principalmente su: medicalizzazione dell intersessualità (o disordini della differenziazione sessuale), rapporto tra associazionismo e medicalizzazione/demedicalizzazione, autonomia e autodeterminazione dei pazienti. Micol Bronzini è ricercatrice in Sociologia economica presso il Dipartimento di Scienze Economiche e Sociali dell Università Politecnica delle Marche. I suoi principali interessi di ricerca spaziano dallo studio delle politiche e delle professioni sanitarie, alle tematiche della sociologia della salute e della medicina, ai problemi dello sviluppo urbano e delle nuove povertà. Principali pubblicazioni: (2011, a cura di), Dieci anni di welfare territoriale: pratiche di integrazione socio-sanitaria, Napoli: Esi; (2009, a cura di), Sistemi sanitari e politiche contro le disuguaglianze di salute, Milano: FrancoAngeli. Ian Budge, professor emeritus at University of Essex, Department of Government, was Chairman of the Essex Department, Graduate Director several times and he has been visiting professor at many universities including the Wissenschaftzentrum Berlin, Netherlands Institute for Advanced Study, European University Institute Florence, UC Irvine, Suny Binghamton and ANU Canberra. Recent Publications: with M. D. McDonald (2005), Elections, Parties, Democracy: Conferring the Median Mandate, Oxford: Oxford University Press; with D. McKay, K. Newton, J. Bartle (2007), The New British Politics (4th Revised edition), London: Pearson Education. Cristian Campagnaro, architetto e dottore di ricerca, è ricercatore presso il Dipartimento di Architettura e Design del Politecnico di Torino. Si occupa di Ecodesign e Design per il sociale. Dal 2009 coordina, con l antropologa Valentina Porcellana, la ricerca-azione Abitare il Dormitorio volta alla riqualificazione delle strutture di accoglienza per persone senza dimora. Tra le sue pubblicazioni: con V. Porcellana (2013), Habiter le dortoir, in «Journal des anthropologues»; con S. Barbero et alii (2011), Experimental projects. Case studies, in L. Bistagnino, Systemic design; con R. Capo (2009), Cinque miliardi di sfere. Design Sistemico e produzione metallurgica; con E. Lupo (2009), International Summer School. Designing Connected Places. 241

242 Valeria Cappellato è dottore di ricerca in Ricerca Sociale Comparata e attualmente è assegnista presso il Dipartimento di Neuroscienze dell Università di Torino. Si occupa di politiche sociali e sociosanitarie e, in particolare, degli aspetti di integrazione socio sanitaria nel caso delle patologie neurodegenerative. Pietro Causarano è professore associato presso l Università di Firenze. Tiene insegnamenti di storia sociale dell educazione presso il Dipartimento di Scienze della formazione e psicologia. È segretario di redazione del portale web di storia dell educazione Historied. Studi e risorse per la storia dell educazione diretto dal prof. Ragazzini. È inoltre membro del comitato scientifico o direttivo di alcune istituzioni scientifiche (fra le altre: Fondazione Toscana Sostenibile, Rete E.Labora, Centro di studi pedagogici Codignola, SISLav); è inoltre socio CIRSE e SISSCO. Fondatore della rivista europea di storia sociale Histoire&Sociétés, è stato membro del comitato di redazione dell Annale ISAP Storia Amministrazione Costituzione. Collabora, anche come referee, a numerose riviste italiane e straniere. Attualmente è componente elettivo del Senato accademico dell ateneo fiorentino e fa parte del comitato scientifico internazionale del DIM-GESTES (Groupe d études sur le travail et la souffrance au travail), promosso dai centri e laboratori di ricerca dell Ile de France-Parigi. Luciano Cavalli, professore emerito di Sociologia della Facoltà di Scienze Politiche Cesare Alfieri dell Università degli Studi di Firenze, vi ha fondato e a lungo coordinato il Dottorato di Sociologia Politica, e ha diretto il Centro Interuniversitario di Sociologia Politica delle università di Firenze e di Perugia. Tra i suoi lavori si ricordano: (2006), Giulio Cesare, Coriolano e il teatro della Repubblica. Una lettura politica di Shakespeare, Soveria Mannelli: Rubettino; (1995), Carisma. La qualità straordinaria del leader, Roma-Bari: Laterza; (1987), Il presidente americano. Ruolo e selezione del leader USA nell era degli imperi mondiali, Bologna: Il Mulino; (1981), Il Capo carismatico. Per una sociologia weberiana della leadership, Bologna: Il Mulino; (1970), Il mutamento sociale, Bologna: Il Mulino; (1965), La città divisa: sociologia del consenso e del conflitto in ambiente urbano, Milano: Giuffrè; (1957), Inchiesta sugli abituri, Genova: Ufficio di studi sociali e del lavoro del Comune di Genova. Federico Farini è attualmente assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Studi Linguistici e Culturali dell Università di Modena e Reggio Emilia. I suoi principali interessi di ricerca consistono nell analisi sociologica dell interazione, soprattutto ma non esclusivamente in ambito educativo e sanitario, nella teoria della comunicazione interculturale e nella comunicazione mediata da computer. In particolare, ha svolto ricerche sulla mediazione interlinguistica ed interculturale nel sistema di cura medica, sull educazione al dialogo, sulle pratiche di gestione dei conflitti, sul trattamento del conflitto interculturale da parte dei mass media e sui social network quali media di partecipazione politica per i giovani. Nel corso degli ultimi anni ha pubblicato numerosi contributi a volumi collettivi e riviste nazionali ed internazionali. In collaborazione con Claudio Baraldi ha curato una monografia sull educazione alla pace come strategia di trasformazione delle relazioni sociali in situazioni di conflitto: (2010), Campi a Monte Sole. Pratiche di educazione e mediazione in gruppi di adolescenti, Roma: Carocci. Marianna Filandri, dottore di ricerca in Sociologia applicata e metodologia della ricerca sociale, è assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell Università di Milano-Bicocca e collabora con il centro di ricerca µlab - Working Group on Quantitative Analysis of Social Phenomen. I suoi principali interessi di ricerca vertono su disuguaglianze sociali, transizione alla vita adulta, modelli di studio del mutamento sociale, tecniche di analisi dei dati multilivello e longitudinali. Ha pubblicato: con N. Negri (2010, a cura di), Restare di ceto medio. Il passaggio alla vita adulta nella società che cambia, Bologna, Il Mulino; (2009), Carriere abitative e origine sociale, in A. Brandolini, C. Saraceno, A. Schizzerotto (2009, a cura di), Dimensioni della disuguaglianza in Italia: povertà, abitazione, salute, Bologna: Il Mulino. Paolo Giovannini, già professore ordinario di sociologia e Preside della Facoltà di Scienze Politiche Cesare Alfieri dell Università degli Studi di Firenze dal 1995 al 1998, visiting professor a Warwick, Barcelona, e in altre università europee, è membro e collabora con numerosi centri di ricerca. Ha fondato il Laboratorio di Ricerca sulle Trasformazioni Sociali (CAMBIO), ed è attualmente direttore dell omonima Rivista. Tra le più recenti 242

243 pubblicazioni: (2011), Fantasia e realtà nella sociologia di Elias, in «Cambio. Rivista sulle trasformazioni sociali», n.2; (2010), It Takes Time: Work of Quality, Work of Innovation, in «Iris. European Journal of Philosophy and Public Debate», vol. 2 (4); (2009), Culture del lavoro nel Novecento italiano, in «Quaderni di Rassegna sindacale Lavori», n.1; (2009, a cura di), Teorie sociologiche alla prova, Firenze: Firenze University Press. Simona Gozzo è ricercatore di Sociologia Generale presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell Università degli studi di Catania. Attualmente si occupa di coesione sociale, valori e integrazione sociale di giovani e immigrati, studi di genere e analisi relazionale, e coordina un progetto di ricerca nazionale sulla coesione sociale dei giovani e un progetto locale sull integrazione socio-economica degli immigrati. Principali pubblicazioni sono le due monografie (2012), Senso civico e partecipazione, Roma: Aracne; (2008), Il colore della Politica, Roma: Bonanno. Marc Joly has a doctorate in history from the École des Hautes Études en Sciences Sociales (EHES) and Lecturer at the University of Rouen is an associate researcher at Centre de Recherches Interdisciplinaires sur l Allemagne (CRIA). His current research focuses on the social history and the history of semantic concepts of social and psychic in the social sciences between 1850 and 1950 (Germany / USA / France / UK), and on the French reception of the work of Norbert Elias in a European perspective. He edited and presented a series of texts of Norbert Elias under the title Beyond Freud. Sociology, Psychology, Psychoanalysis (La Découverte, 2010). Other recent publications: (2012), Devenir Norbert Elias, Paris: Fayard; (2007), Le mythe Jean Monnet:Contribution à une sociologie historique de la construction européenne, Paris: CNRS Editions. He also worked on the history of European integration, considered in terms of institutionalization and ideological representations. Hermann Korte studied sociology, economics, and anthropology at the Universities of Münster and Bielefeld. From 1993 until his retirement in 2000, he was Professor of Sociology at the University of Hamburg. He was a co-editor of Human Figurations, the Festschrift presented to Norbert Elias in1977. His main subjects of research are the theory of civilising processes, urban and regional sociology, international labour migration and the management of science. Besides numerous articles, his books include: (1997), Über Norbert Elias: Das Werden eines Menschenwissenschaftler, Opladen: Leske und Budrich; (1995), Einführung in der Geschichte der Soziologie, DE: Springer; (1990), Zwischen Provinz und Metropole: Essays von der Nützlichkeit der Soziologie), Darmstadt: Wissenschaftliche Buchgesellschaft; (1987), Eine Gesellschaft im Aufbruch: die Bundesrepublik Deutschland in den sechziger Jahren, Frankfurt am Main: Suhrkamp; with A. Schmidt (1983, eds), Migration und ihre sozialen Folge Stadtsoziologie, Gottingen: Vadenhoeck & Ruprecht. Hermann Korte is editor of the Bochumer Vorlesungen on Norbert Elias s theory of civilisation, Gesellschaftliche Prozesse und individuelle Praxis, as well as co-editor of the two volume standard work Das Ruhrgebiet im Industriezeitalter Geschichte und Entwicklung. He is a member of the Board of Norbert Elias Foundation, the German Society for Sociology, and former Treasurer of the German P.E.N. Club. Gavino Maciocco, già docente di Politica sanitaria presso il Dipartimento di Sanità Pubblica dell Università di Firenze, è promotore e coordinatore del sito web Saluteinternazionale.info. E direttore della rivista quadrimestrale Salute e Sviluppo (dell ong Medici con l Africa, Cuamm) e membro del Comitato Scientifico della rivista Prospettive Sociali e Sanitarie. Esperto di politiche sanitarie e salute globale, ha svolto varie attività nel campo medico, dal chirurgo al medico di famiglia, dal dirigente di ASL fino alla attuale posizione di docente universitario. È autore e coautore di numerose pubblicazioni, tra cui: (2011, nuova edizione), Igiene e Sanità Pubblica, Manuale per le Professioni Sanitarie, Roma: Carocci; con P. Salvadori, P. Tedeschi (2010), Politica, salute e sistemi sanitari, Le sfide della sanità americana, Roma: Il Pensiero Scientifico Editore. Giulia Mascagni, dottore di ricerca in Sociologia, da giugno 2011 a giugno 2013 è stata titolare di un assegno di ricerca presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali (DSPS) dell Università egli Studi di Firenze sul progetto Disuguaglianze sociali e salute: il caso della provincia di Firenze dedicato allo studio delle trasformazioni socio demografiche nel contesto urbano e delle dinamiche di diseguaglianza anche in termini di salute nella provincia 243

244 di Firenze. Collabora in qualità di ricercatore al Laboratorio di Scienze del Lavoro (Laboris) e alla Rete sulle tematiche del lavoro E.Labora. Tra le sue principali pubblicazioni: (2010), Salute e disuguaglianze in Europa. Processi sociali e meccanismi individuali in azione, Firenze: Firenze University Press; con F. Buccarelli (2010), Antiche e nuove solidarietà. Trasformazioni e persistenze nelle famiglie in Toscana, Milano: Franco Angeli. È Coordinatore di Redazione di Cambio. Rivista sulle trasformazioni sociali. Søren Peter Nagbøl has been professor of Sociology at the Fakultät Wirtschaft und Sozialwissenschaften, University of Hamburg. He is currently lecturer in material culture studies at the Department of Education, School of Education, Aarhus University. His latest English publication is: (2007), The Sociogenesis of Knowledge and Symbols, in S. Nagbøl (ed.), Norbert Elias - Back in Frankfurt a/m, Copenhagen. Latest projects: cultural analysis, phenomenological-pedagogical studies, hermeneutical studies. Nicola Negri è professore ordinario di Sociologia Economica presso il dipartimento di Culture, Politica e Società dell Università degli Studi di Torino. Tra le principali e più recenti pubblicazioni: con M. Filandri (2010, a cura di), Restare di ceto medio. Il passaggio alla vita adulta nella società che cambia, Bologna: Il Mulino; con F. Barbera (2008), Mercati, reti sociali, istituzioni, Bologna: Il Mulino; con C. Saraceno (1995), Le politiche contro la povertà in Italia, Bologna: Il Mulino; con A. Bagnasco (1994), Classi ceti e persone. Esercizi di analisi localizzata, Napoli: Liguori. Giampaolo Nuvolati è professore associato e insegna Sociologia urbana al Dipartimento di Sociologia e ricerca sociale dell Università degli studi di Milano Bicocca. Suoi temi prevalenti di interesse sono: la qualità della vita urbana, la mobilità spazio-temporale delle popolazioni metropolitane residenti e non residenti, il rapporto tra città e letteratura. Ha scritto per i tipi de Il Mulino: Popolazioni in movimento città in trasformazione (2002), Lo sguardo vagabondo. Il flâneur e la città da Baudelaire ai postmoderni (2006). Ha recentemente curato per la stessa casa editrice il volume Lezioni di Sociologia urbana (2011). Tania Parisi, dottore di ricerca in Sociologia applicata e metodologia della ricerca sociale, è assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell Università di Milano-Bicocca. Dal 2008 al 2012 è Assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Scienze Sociali dell Università degli Studi di Torino con un progetto di ricerca dal titolo Vulnerabilità e rischio in Piemonte, in Italia e in Europa alla luce dei dati empirici. Si occupa in particolare di metodi e tecniche della ricerca sociale finalizzati alla valutazione del senso di insicurezza della popolazione, e della predisposizione degli strumenti di data collection. Cura le pubblicazioni (edite da Carocci) dell Osservatorio del Nord Ovest, struttura dell Università di Torino che dal 2002 si occupa di monitorare gli atteggiamenti e i comportamenti della popolazione italiana (a partire da quella residente in nove aggregati territoriali) relativamente a tematiche riguardanti demografia, politica, economia, cultura, sistema sociale, religione e secolarizzazione. Annamaria Perino insegna Metodi e Tecniche del Servizio Sociale presso il Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell Università degli Studi di Trento. I suoi interessi scientifici fanno riferimento a tre macro aree di ricerca: quella del Servizio Sociale professionale (metodologie e tecniche di intervento, formazione, modalità di gestione dei servizi); quella dell integrazione socio-sanitaria (strumenti dell integrazione, professioni sociali e socio-sanitarie, specifici settori di intervento); quella della medicina complementare (omeopatia e medicina energetica). Di recente ha pubblicato: (2013), Gruppi diversi: linee di confine, linee di demarcazione, linee di sovrapposizione, in AA.VV., I percorsi formativi nelle adozioni internazionali. L evoluzione del percorso e gli apporti internazionali. Attività , «Studi e Ricerche», Collana della Commissione per le Adozioni Internazionali, Firenze: Istituto degli Innocenti; (2011), Sociologia e Servizio Sociale: quale spendibilità?, in C. Cipolla e V. Agnoletti (a cura di), La spendibilità della sociologia tra teoria e ricerca, Milano: Franco Angeli; (2010), Il Servizio Sociale. Strumenti, attori e metodi, Milano: Franco Angeli. 244

245 Valentina Porcellana, PhD in Antropologia della Complessità, è ricercatrice presso il Dipartimento di Filosofia e Scienze dell Educazione dell Università degli Studi di Torino. Si occupa di antropologia alpina e antropologia politica (minoranze, genere, esclusione sociale). Dal 2009 coordina, con l architetto Cristian Campagnaro, la ricerca-azione Abitare il Dormitorio volta alla riqualificazione delle strutture di accoglienza per persone senza dimora. Tra le sue pubblicazioni su questi temi: con C. Campagnaro (2013), Habiter le dortoir, in «Journal des anthropologues»; (2011, a cura di), Sei mai stato in dormitorio? Analisi antropologica del lavoro educativo e degli spazi dell accoglienza notturna a Torino, Roma: Aracne; (2011, a cura di), Il doppio margine. Donne tra esclusione e cambiamento, Torino: Libreria Stampatori; (2008, a cura di), Ripensarsi donne. Percorsi identitari al femminile, Torino: Libreria Stampatori; (2007), In nome della lingua. Antropologia di una minoranza, Roma: Aracne. Gabriella Punziano è dottore di ricerca in Sociologia e Ricerca Sociale presso il Dipartimento di Scienze Sociali (ex Sociologia) dell Università degli Studi di Napoli Federico II con una tesi in metodi analitici comparati per le politiche sociali dal titolo Potere e conflitto: decidere il sociale tra Europa e contesti locali. Attualmente è assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Scienze Sociali con un progetto su teorie e metodi per l analisi del mutamento sociale nei sistemi di Welfare Europei. Tra le pubblicazioni più recenti: con E. Amaturo (2013), Content Analysis. Comunicazione e politica, Milano: Ledizioni; (2012), Welfare europeo o welfare locali? I processi decisionali nel sociale tra convergenza ed autonomia, Napoli: Diogene Edizioni. Mara Tognetti Bordogna è professore associato di Sociologia economica e del lavoro presso il Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell Università Milano - Bicocca, e insegna Politiche migratorie. Ha fatto parte di Commissioni di studi per la definizione di politiche di numerose regioni (Emilia-Romagna, Lombardia, ), di commissioni di esperti a livello nazionale e internazionale fra cui il Gruppo di esperti per il Consiglio d Europa sulle politiche d integrazione degli immigrati (MG-S-INT). È Direttore delle collane Scienze e salute e Politiche Migratorie per i tipi di FrancoAngeli; Membro del Comitato Scientifico della Rivista Mondi Migranti; Membro del Comitato Scientifico della Sezione AIS - Sociologia della salute e della Medicina. Tra le sue più recenti pubblicazioni: con F. Piperno (2012), Welfare transnazionale, Roma: Ediesse; (2012), Donne e percorsi migratori. Per una sociologia delle migrazioni, Milano: Franco Angeli. Giovanna Vicarelli è professore ordinario afferente al Dipartimento di Scienze Economiche e Sociali dell Università Politecnica delle Marche - Ancona, e docente di Sociologia dei processi economici e del lavoro. Direttore del Centro Interdipartimentale di Ricerca sull Integrazione Socio-sanitaria (Criss), è stata il primo Presidente della sezione italiana di Sociologia della Salute e Medicina dell Associazione Italiana di Sociologia (AIS). Con la casa editrice Carocci: (2010), Gli eredi di Esculapio. Medici e politiche sanitarie nell Italia unita. Con la casa editrice Il Mulino ha pubblicato: (2011, a cura di), Regolazione e governance nei sistemi sanitari europei; (2008), Donne di medicina; (2007, a cura di), Donne e professioni nell Italia del Novecento; (1977), Alle radici della politica sanitaria in Italia. Società e salute da Crispi al fascismo. 245

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247 [Call for Papers - Dicembre 2013] CAMBIO. Rivista sulle trasformazioni sociali (Anno III, Numero 6) È aperta la selezione per i contributi del prossimo numero di CAMBIO. Rivista sulle trasformazioni sociali (Anno III, Numero 6), la cui pubblicazione è prevista nel Dicembre La rivista ospita articoli in lingua italiana ed inglese. Per la parte monografica della Rivista verranno presi in considerazione contributi teorici o di ricerca sul tema: Città e quartieri in trasformazione. Le questioni su cui invitiamo a riflettere sono riconducibili ad una coppia di fenomeni che caratterizzano il cambiamento della città ed in modo particolare dei suoi quartieri: diversità e separazione. Dicotomia esplorabile anche in relazione alle pratiche pubbliche o private che si attivano intorno ai processi che accompagnano il cambiamento: la gestione della diversità e la gestione del conflitto. La separazione rappresenta un tema classico dello studio della città, esplorato fin dagli inizi della storia della sociologia e dell antropologia urbana. Segregazione e tipo di relazioni sociali che caratterizzano la vita quotidiana nei quartieri separati e nelle città divise sono le tematiche centrali di questo indirizzo di ricerca. Di fronte agli altissimi costi sociali ed economici di una città separata si è allora guardato ai contesti della diversità come una soluzione preferibile, sia perché capace di favorire un adattamento alla complessità della cultura e più facili relazioni tra i gruppi, sia per i vantaggi derivanti dall attivazione di tutte le componenti della società locale, la loro integrazione e la maggiore capacità di controllo e partecipazione agli eventi rilevanti per la vita collettiva. Obiettivo del prossimo numero sarà dunque quello di aggiungere nuovi elementi alla discussione sull evoluzione di questi due fenomeni, descrivendo casi, meccanismi e processi caratterizzanti i diversi scenari urbani. La redazione è interessata a valutare anche contributi per la parte non tematica della Rivista, che comprende le Sezioni Temi eliasiani, Saggi e ricerche, Interventi. Si sollecita inoltre l invio di Schede, recensioni e segnalazioni di libri, saggi ed eventi scientifici. L invito a partecipare alla selezione è rivolto a ricercatori di ogni ambito delle scienze sociali, senza alcuna preferenza per particolari approcci metodologici o teorici. I testi - inediti e non sottoposti contemporaneamente alla valutazione di altre riviste - devono essere inviati entro il 30 settembre 2013 alla redazione, in file formato docx, doc, o rtf, seguendo le Indicazioni per gli autori pubblicate sul sito, all indirizzo: La decisione sulla pubblicabilità dei contributi spetta alla Redazione sulla base dei pareri di referenti anonimi, secondo la formula del double-blind peer review. Sono esclusi solo gli articoli destinati alla sezione Interventi. La Redazione si impegna a comunicare agli autori l esito del referaggio e l eventuale accettazione dell articolo entro un mese dalla sua presentazione. I testi inviati devono essere compresi tra le e le battute (spazi e riferimenti bibliografici inclusi); la breve nota biografica (600 battute circa, spazi compresi) deve contenere indicazioni riguardo a università/ ente di appartenenza, temi di ricerca seguiti, progetti in corso, principali pubblicazioni. Dovranno essere allegati anche: a) un breve abstract in inglese dove si indicheranno in modo chiaro e sintetico i punti salienti dell articolo; b) alcune parole chiave (da 3 a 6, in chiusura dell abstract) per richiamare, in estrema sintesi, gli argomenti trattati. 247

248 [Call for Papers - December 2013] CAMBIO. Rivista sulle trasformazioni sociali (Year III, no. 6) For the monographic section of the Journal the theoretical or research contributions considered will target the subject of Cities and neighborhoods undergoing transformation. The issues on which we invite reflection concern two phenomena which characterize urban change, and in particular neighborhoods: diversity and separation. A dichotomy which may also be explored in relation to the public or private practices which take shape around the processes accompanying change: diversity management and conflict management. Separation is a classic theme of urban study, and has been explored since the beginning of the history of urban sociology and anthropology. Segregation and the kind of social relations that characterize daily life in separate neighborhoods and divided cities are the key themes of this line of research. The high social and economic costs of a separated urban environment have urged an examination of the contexts of diversity as a preferred solution, both for its likelihood to facilitate adaptation to the complexity of culture and more friendly relationships between groups, and for the benefits deriving from the activation of all components of the local society, their integration and greater capacity for control and participation in events relevant to collective living. The aim of the next issue will therefore be to add new elements to the discussion on the evolution of these two phenomena, by describing cases, mechanisms and processes that characterize different urban scenarios. The editors are also interested in evaluating contributions to the Journal s non-thematic area, which includes the Sections Eliasian themes, Essays and research, and Contributions. They also invite profiles, reviews and recommendations of books, essays and scientific events. The invitation to participate in the selection is intended for researchers from all fields of the social sciences, with no preference for particular theoretical or methodological approaches. The texts - unpublished and not submitted simultaneously for evaluation by other journals - must be sent by September 30, 2013 to the editors, in docx, doc, or rtf format, according to the Indications for authors published on our website: The editors determine the publishability of contributions on the basis of the opinions of anonymous referees, in accordance with the do uble-blind peer review formula. Exception is made only for articles in the Contributions section. The editors will inform authors of the outcome of the referee decisions, and hence acceptance or not of the article within a month after its submission. The texts sent must be between 30,000 and 50,000 characters (spaces and bibliographical references included). A brief biographical note (approximately 600 characters, spaces included) must contain information about the university/institution of membership, research topics pursued, projects in progress, and major publications. There must also be attached: a) a short abstracts in English, in which the main topics of the article are indicated in a clear and concise manner; b) some keywords (3 to 6, at the close of the abstract) in order to recap with extreme brevity the subjects treated. 248

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