Capitolo 1. Problemi di macroeconomia

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1 Capitolo 1 Problemi di macroeconomia Nella macroeconomia si studiano i problemi di un sistema economico a livello aggregato; nell ambito del corso si evidenziano, in particolare, le cause che possono influenzare l andamento del reddito, il pieno impiego delle risorse e la determinazione del livello generale dei prezzi. A seconda delle diverse interpretazioni teoriche è possibile ipotizzare interventi diretti a modificare l andamento previsto e a migliorare le performance del sistema e, possibilmente, la situazione economica degli operatori. 1.1 PIL e tasso di crescita. Il PIL, Prodotto Interno Lordo, misura l insieme dei beni e servizi finali, prodotti da un sistema economico in un determinato periodo di tempo. Si tratta di una misura di flusso che indica la variazione di valore nel tempo, in genere nell anno solare; il sistema economico si riferisce ovviamente all ambito territoriale che può essere più o meno ampio, la regione Calabria il Mezzogiorno l Italia i paesi dell Unione Europea etc.; si considerano solo beni e servizi finali per evitare sopravvalutazioni che si potrebbero verificare considerando prodotti che entrano nella produzione di altri beni, come ad es. il frumento la farina e la pasta; si misura in termini di valore cioè di quantità per i relativi prezzi; per evitare che la crescita del PIL nominale, determinata da un eccessivo aumento dei prezzi, possa

2 2 Mario Oteri essere scambiata per una crescita reale della quantità dei beni prodotti, si fa riferimento a serie misurate a prezzi costanti Il PIL nel lungo periodo. Il PIL, e specificamente il suo tasso di crescita, è considerato un indicatore del livello di benessere di un sistema economico, visto che misura un aumento della quantità di beni e servizi a disposizione dei consumatori per soddisfare i loro bisogni. Ad esempio in Italia il PIL reale è aumentato di oltre quattro volte fra il 1960 e il 2001, passando da circa ,00 miliardi di euro a più di un ,00 di miliardi di euro; un incremento notevole che dà una misura sintetica, anche se molto approssimativa, della grande trasformazione che il paese ha avuto in questo periodo. Crescita evidenziata dall aumento di tre volte della produttività del lavoro ( da a euro) nonostante una consistente contrazione dell orario di lavoro, e da un analogo aumento del prodotto pro-capite (da a euro). Tab Prodotto Interno Lordo. Italia (Composizione percentuale. Vari Anni) Settore Agricoltura Silvicoltura Industria e costruzioni 12, , Servizi e P.A. 48, Totale

3 Problemi di macroeconomia 3 Ovviamente l aumento non è solo quantitativo ma è anche qualitativo, pensiamo all insieme dei beni che oggi esistono e che quarant anni fa, nel 1960, non esistevano come il personal computer ed internet, ma anche la grande disponibilità di prodotti alimentari, di abitazioni, di servizi sanitari, scolastici etc.. Nel complesso una grande trasformazione del sistema economico che si è attuato in un arco temporale che possiamo chiamare lungo periodo. Questo grande incremento della quantità prodotta si è basato su profonde trasformazioni del sistema produttivo. Per limitarci alla composizione del Pil si può osservare che è sensibilmente cambiato il peso dei diversi settori produttivi, agricoltura industria e servizi. Ancora nel 1960 il 12,50% del prodotto era realizzato dal settore dell agricoltura, il 38% dal settore industriale, e il 48% dal settore dei servizi e della pubblica amministrazione. Una struttura produttiva in via di trasformazione che ha visto il settore agricolo pesare sempre meno: dal 12,50% nel 1960, al 6% nel 1971, al 3% del Pil nel 2001, al 2% nel Questo non significa che la produzione del settore agricolo si sia ridotta, al contrario la produzione agricola è cresciuta in valore assoluto così come è aumentato l insieme delle produzioni degli altri settori, e soddisfa ampiamente le esigenze di alimentazione della popolazione nazionale. Anche il settore industriale pesa sempre meno, la produzione di beni manufatti è andata riducendosi in termini percentuali sulla produzione nazionale, passando dal 38,6% nel 1960 al 34% nel 1971 al 29% nel 2001, al 27% nel 2008, mentre è aumentata la produzione di servizi, che comprende anche la pubblica amministrazione, i servizi bancari e assicurativi, che sono passati dal 48,9% nel 1960 al 60% nel 1971, al 68% nel 2001, al 71% nel Una grande trasformazione del nostro paese che è passato da una struttura produttiva basata sull agricoltura, ad una incentrata sull industria per arrivare infine ad una struttura produttiva essenzialmente di servizi.

4 4 Mario Oteri Se in cinquant anni l economia italiana ha fatto registrare nel complesso una crescita consistente del PIL, con un analisi più attenta si possono evidenziare andamenti diversi nei vari periodi. Infatti se, pur nell ambito dello stesso lungo periodo, si considerano periodi di tempo più brevi si può notare una costante diminuzione dei tassi medi di crescita del PIL sino ad un livello prossimo alla stagnazione. Consideriamo in particolare quattro periodi : il primo rappresenta il periodo della ricostruzione e del boom dell economia italiana; il secondo rappresenta il periodo della grande crisi internazionale determinata dall aumento del prezzo del petrolio; il terzo periodo rappresenta un periodo di grande trasformazione nell economia internazionale con la crescente integrazione dei mercati, la liberalizzazione dei mercati finanziari e monetari, la ricerca di nuovi assetti nel sistema monetario internazionale; l ultimo periodo si riferisce alla attivazione dell Unione Economica e Monetaria fra i paesi europei, alla globalizzazione dei mercati e al sorgere della Cina e dell India come nuove potenze economiche. Nel primo periodo, , il tasso medio annuo di crescita è stato del 5,3%; nel periodo ha sempre continuato a crescere ma in misura inferiore pari al 3,2%. Fra il 1983 e il 2000, il tasso di crescita è ulteriormente diminuito e si è collocato in media al 1,6%. Tra il 2001 e il 2008 del tasso di crescita del PIL in Italia è stato in media dello 0,94%. L incremento del prodotto che è stato particolarmente rilevante nell arco di quarant anni, ha fatto registrare in effetti, nel tempo, tassi medi di crescita sempre più bassi. Anzi alcuni autori hanno parlato con riferimento agli anni più recenti, dagli anni '90 in poi, di declino dell economia italiana, che non avrebbe più la forza di crescere e di tenere il passo con gli altri paesi industriali.il fatto che il tasso di crescita del PIL in Italia sia andato diminuendo, ha anche delle spiegazioni ovvie, sia con riferimento al periodo che nel confronto con gli altri paesi. Infatti se consideriamo il tasso di crescita medio dal 1951, il primo anno che segna la ripresa dopo la fine della seconda

5 Problemi di macroeconomia 5 guerra mondiale, al 1972 possiamo notare che i tassi di crescita più elevati si sono verificati proprio nei paesi che hanno perso la guerra, il tasso più elevato è quello del Giappone 9,4% e subito dopo quello della Germania 5,7%, l Italia 5,3%, la Francia 5%, gli Stati uniti 3,9% e il Regno unito il 2,8%. 6 PIL Italia tassi medi periodi Come mai questi paesi hanno avuto i tassi d incremento dal reddito più elevati? Una prima spiegazione è meramente quantitativa. Questi paesi che per motivi bellici hanno subito distruzioni rilevanti ed hanno avuto un crollo dell attività produttiva sono partiti da zero o da valori negativi del tasso di crescita, di conseguenza un piccolo aumento di produzione ha significato un incremento particolarmente rilevante in termini percentuali; mentre economie come quelle degli Stati Uniti, che alla fine della seconda guerra mondiale erano economie dal punto di vista produttivo non solo integre ma a pieno regime, avevano il problema della riconversione, cioè di passare da una economia di guerra a una economia di pace. Gli Stati Uniti producevano infatti armi, materiale bellico, viveri e mezzi, sostenendo anche lo sforzo bellico dei loro alleati, con un grande impegno

6 6 Mario Oteri produttivo: per essi il problema era quello di tornare ad un economia di pace senza fare crollare l attività produttiva. L altra spiegazione, che non va dimenticata, è che in questo secondo dopoguerra la scelta economica del paese vincitore, del paese economicamente dominante che erano ovviamente gli Stati Uniti, fu una scelta opposta a quella dei paesi vincitori del primo conflitto mondiale. Nel primo dopoguerra i paesi vincitori imposero alla Germania il pagamento in oro delle sanzioni di guerra, cioè il pagamento delle spese di guerra, contribuendo, da un lato, al depauperamento economico del paese, alla grande inflazione e al sorgere del nazismo in Germania e ponendo, allo stesso tempo, grossi limiti alla riconversione produttiva e alla ripresa dei paesi vincitori. Nel secondo dopoguerra la posizione degli Stati Uniti,invece, fu quella di sostenere il reddito dei paesi che avevano partecipato alla guerra, compresi quelli che l avevano persa. Si mise in piedi un piano di aiuti internazionali, per quanto riguarda l Europa il Piano Marshall, che, nella logica delle teorie keynesiane, si basava sui crediti che gli Stati Uniti facevano agli altri paesi per acquistare prodotti americani. Quindi, allo stesso tempo gli Stati Uniti prestavano i fondi e vendevano i prodotti, cioè mettevano a disposizione i mezzi per acquistare i loro prodotti. Questo meccanismo ha permesso agli altri paesi di ricostruire le loro economie e di rimettere in moto l attività economica, portando ad un periodo di grande crescita per l economia mondiale, o perlomeno una parte dell economia mondiale. Va anche precisato che chi costruisce nuove attività, nuovi impianti, può adottare le tecniche più produttive, i ritrovati e i prodotti più recenti, e quindi può avere tassi di crescita iniziali molto elevati, produttività molto elevata. Questo può contribuire a spiegare il forte incremento del tasso di produzione dell Italia e degli altri paesi che avevano perso la guerra o che, come la Francia, erano stati territorio di belligeranza. Negli anni seguenti a partire dal 1973 i tassi di crescita del PIL cominciano a diminuire. In quell anno si verifica la prima crisi

7 Problemi di macroeconomia 7 petrolifera: il prezzo del petrolio cresce bruscamente mettendo in crisi l economia dei paesi industriali che utilizzavano, e continuano a utilizzare, il petrolio come materia prima; questi paesi si trovano improvvisamente a pagare una tassa petrolifera, una tassa che va al di fuori del paese verso i paesi produttori. Questi paesi produttori, come l Arabia Saudita o gli emirati arabi, possono spendere solo una parte di questi fondi per acquistare prodotti dai paesi industriali, perché sono piccoli paesi, con livelli di popolazione poco consistenti, strutture sociali ed economiche poco sviluppate. Questa grande ricchezza, che si trasferisce dai paesi industriali ai paesi produttori di petrolio, non ritorna in termini di domanda di prodotti, ma piuttosto in termini di strumenti finanziari, di capitali che a livello internazionale cominciano a muoversi, a fare prestiti, ad acquistare imprese, cambia la distribuzione della ricchezza e la sua utilizzazione a livello internazionale. La prima reazione dei paesi industriali alla crisi petrolifera è quella di far pagare gli altri, cercando di esportare di più per pagare le importazioni di petrolio; ma non è possibile esportare tutti di più!! Alla fine nessuno riesce a farlo e i prezzi dei prodotti in competizione finiscono con il crollare con danno per tutti. In questo periodo i tassi di crescita del PIL dei paesi industriali diminuiscono rapidamente e arrivano anche per alcuni di essi, fra i quali l Italia, a valori negativi. Dopo il secondo shock petrolifero del 1980, la situazione cambia. Negli Stati Uniti c è la presidenza Reagan, il dollaro è forte, il prezzo del petrolio cala, si cominciano a globalizzare i mercati, si determina una consistente liberalizzazione nel movimento dei capitali. In questo periodo si rimette in moto l economia americana mentre il tasso di crescita del PIL in Italia si riduce ulteriormente. Negli anni novanta l andamento dell economia degli Stati Uniti e del Regno Unito comincia a differenziarsi rispetto a quello dell economia tedesca, dei paesi europei e del Giappone. Il tasso di crescita degli Stati Uniti segna una media annua del 3,2% e nel Regno unito del 2,7% media annua, mentre in Italia è dell 1,6%, in Germania dell 1,3% e in Giappone dell 1%. In questi anni gli Stati Uniti vivono

8 8 Mario Oteri una grande trasformazione legata alla nuova economia dell informazione: l informatica che agli inizi degli anni 80 era usata principalmente per scopi bellici, viene applicata alla produzione civile, viene utilizzata dalle famiglie. Allo stesso tempo negli Stati Uniti e nel Regno Unito si realizza una forte liberalizzazione dei mercati, e specificamente del mercato del lavoro. I paesi europei, e specificamente l'economia tedesca ( che deve affrontare il costo della riunificazione), e l'economia giapponese fanno registrare invece in questi anni tassi di crescita più bassi. Le spiegazioni del rallentamento nei tassi di crescita sono diverse per i singoli paesi, ma hanno in comune una scarsa flessibilità del mercato del lavoro che, per garantire lo stato sociale, finirebbe con il sacrificare la crescita economica e l'occupazione. In questo contesto di rallentamento dei tassi di crescita del PIL che interessa tutti i paesi dell'unione, l'italia si distingue per avere avuto a partire dal 1992 tassi di crescita inferiori alla media europea. In effetti il tasso di crescita dell'economia italiana si presenta inferiore non solo rispetto a quelli di paesi come la Spagna, il Portogallo, l Irlanda, che partendo da livelli di reddito bassi hanno avuto in questi anni grandi incrementi nei tassi di crescita, ma anche nei confronti di paesi come la Germania e la Francia che dopo anni di crisi, sembrano avere imboccato la via della ripresa. L'andamento degli anni novanta dipende innanzitutto dalle scelte e dagli impegni assunti dai singoli paesi europei per aderire all'unione Economica e Monetaria, che hanno portato all'adozione di politiche restrittive necessarie per rientrare nei parametri di Maastricht. Allo stesso tempo i paesi europei si sono trovati a competere in un mondo globalizzato dove stanno emergendo nuove realtà economiche, come la Cina e l'india, che hanno un costo del lavoro molto minore. In questo contesto le economie più dinamiche competono in termini di produttività, in termini di qualità dei servizi, quindi si spostano in settori all avanguardia, realizzano grandi innovazioni nei processi produttivi, adottano tecniche nuove per poter competere. L'economia italiana, invece, stenta ad abbandonare i "vecchi" modelli di produzione basati su tecnologie intermedie e bassi

9 Problemi di macroeconomia 9 costi del lavoro e ad inoltrarsi nei nuovi settori produttivi. Da ciò l'ipotesi di un "declino" dell'economia italiana che alcuni economisti hanno sostenuto in questi anni Il PIL nel breve periodo. Mentre nel lungo periodo il PIL si presenta nel complesso crescente, quando consideriamo periodi di tempo più brevi l'andamento economico si presenta molto più articolato: a fasi di ripresa e di boom si susseguono fasi di recessione e di crisi che possono essere più o meno accentuate e avere una durata più o meno ampia. Questo susseguirsi di fasi di espansione e recessione è noto come ciclo economico che viene descritto in modo stilizzato in relazione all andamento del tasso di crescita (g) : A) si ha una fase di ripresa quando l economia inizia a riprendersi dopo una fase di stagnazione e il tasso di crescita, che ha fatto registrare valori negativi, comincia a crescere; B) si determina una fase di boom, o di espansione, quando si verifica un utilizzazione molto accentuata delle risorse e il sistema si avvicina al pieno impiego. Il tasso di crescita aumenta a tassi crescenti. Figura Andamento congiunturale g g potenziale B C D g effettivo A Tempo

10 10 Mario Oteri C) quando le risorse sono pienamente impiegate e il livello di reddito raggiunge il massimo, l attività produttiva comincia a rallentare e il tasso di crescita aumenta a tassi decrescenti e tende a zero. Siamo in fase di rallentamento: il livello di produzione ha raggiunto l espansione massima. D) con la recessione e la crisi il tasso di crescita del PIL diventa negativo: le imprese cominciano a ridurre la produzione e l utilizzazione delle risorse fermando gli impianti e licenziando lavoratori Nella realtà le fasi del ciclo economico sono molto diverse per durata e dimensioni. Come si può vedere dalla figura il tasso di crescita del PIL in Italia, fra il 1983 e il 2009, presenta un andamento discontinuo con fasi di ampiezza più o meno grande e con tassi di crescita che possono variare sostanzialmente raggiungendo anche livelli negativi. In particolare il tasso di crescita si presenta prossimo allo zero nel 1997 e nel 2002 e negativo nel 1983 e, specialmente, nel 1993 quando la lira fu sottoposta a un forte attacco speculativo. Ma il crollo più rilevante si registra a partire dal 2008, con una caduta prossima al 6%. Questo andamento fluttuante è l andamento normale del ciclo economico, che può avere punte di crisi particolarmente rilevanti e avvitarsi su se stesso, come è successo con la grande depressione del In un contesto di crisi si riduce la produzione, aumenta la disoccupazione e si creano tensioni sociali. Nel boom si possono avere altri tipi di tensione, come un forte aumento del livello generale dei prezzi, l'inflazione, che può generare distorsioni nel funzionamento del sistema dei prezzi e nella distribuzione dei redditi. Gli economisti ritengono che l'andamento del tasso di crescita della produzione, nel breve periodo, dipenda essenzialmente da variazioni nella crescita

11 Problemi di macroeconomia 11 della domanda aggregata, cioè della spesa che gli operatori fanno per acquisire beni e servizi sul mercato. Se infatti si determina un aumento della spesa le imprese saranno indotte ad accrescere la produzione e, quindi, l'impiego delle risorse. (Figura 1.1.2) Tasso di crescita del PIL in Italia Analogamente se si verifica un calo della domanda aggregata le imprese si troveranno con un aumento nella quantità di prodotti invenduti, il c.d. aumento delle scorte, e sono indotte a ridurre l'impiego delle risorse per ridimensionare la produzione in eccesso. Nel breve periodo, quindi, il livello di produzione si muove nella stessa direzione della domanda aggregata. Tuttavia un continuo incremento della domanda aggregata non può portare ad un aumento continuo della produzione: se non si accresce la capacità produttiva del

12 12 Mario Oteri sistema, aumentando le risorse impiegate o accrescendo la produttività di quelle esistenti, il sistema economico non sarà in grado di accrescere il prodotto in termini reali oltre un certo limite, definito prodotto potenziale, che indica la capacità massima di produzione realizzabile con l'impiego delle risorse disponibili. Gli economisti distinguono fra crescita effettiva e crescita potenziale indicando, con la prima, il tasso di crescita effettivamente realizzato in un sistema economico e, con la seconda definizione, il tasso di crescita massimo che si può ottenere con il pieno impiego delle risorse esistenti. Se il tasso di crescita effettivo è al di sotto di quello potenziale è chiaro che nel sistema economico vi saranno risorse produttive non utilizzate è sarà, quindi, possibile accrescere il loro impiego con un incremento della domanda aggregata. Al contrario se il tasso di crescita effettivo è uguale al tasso potenziale tutte le risorse produttive saranno impiegate e si potrà accrescere la produzione soltanto accrescendo la capacità produttiva. Un aumento della capacità produttiva dipende da un aumento nella dotazione delle risorse disponibili o da un aumento della loro produttività. Il livello di produzione dipende innanzitutto dallo stock di capitale esistente, cioè dalla quantità di beni ( impianti, macchinari etc. ) che servono a produrre altri beni e servizi. In effetti nelle moderne economie industriali esiste un rapporto abbastanza stabile fra capitale e prodotto ( k = K/Y ): in genere la quantità di capitale necessaria, in media, a produrre una unità di prodotto è pari a 4. Questo vuol dire che occorrono quattro unità di nuovo capitale per ottenere un unità aggiuntiva di prodotto. Per accrescere il capitale occorre, d altra parte, destinare una parte del reddito agli investimenti piuttosto che ai consumi; se si dovesse investire il 20% del PIL (i) per accrescere lo stock di capitale si potrebbe avere una crescita percentuale del prodotto finale molto inferiore. Con un rapporto capitale/prodotto (k) pari a 4 si determinerebbe una crescita pari al 5% del PIL e valori di crescita tanto minori quanto maggiore è il rapporto (k). In simboli

13 Problemi di macroeconomia g = i/k 13 Ferma restando la produttività del lavoro è chiaro che occorre un aumento di occupazione per accrescere la capacità produttiva. Una volta raggiunto il pieno impiego un aumento di occupazione dipende essenzialmente dall accrescimento dell offerta di lavoro che può essere conseguenza di un aumento della popolazione attiva, cioè della popolazione che, avendo i requisiti di età, è disposta a lavorare, come accade ad es. quando anche le donne con figli si presentano sul mercato del lavoro ovvero quando si verificano consistenti afflussi di immigrati. Al contrario un aumento della popolazione totale è ininfluente sull offerta attuale di lavoro quando è costituita da nuove nascite, mentre può avere effetti negativi quando è determinata da una maggiore longevità. La disponibilità di risorse naturali può avere un influenza relativa sull aumento del prodotto potenziale di un paese sviluppato. Il peso molto ridotto della produzione agricola renderebbe, infatti, poco rilevante l aumento della superficie coltivabile, mentre la scoperta di nuovi giacimenti, ad es. fonti energetiche, può portare ad un incremento del prodotto potenziale sino a quando il tasso di estrazione cresce. Quando il tasso di estrazione raggiunge il livello massimo la crescita economica cessa. In effetti i maggiori incrementi nel tasso di crescita dei paesi sviluppati sono legati sia agli incrementi di produttività del capitale che il progresso tecnico, cioè l applicazione della ricerca scientifica ai processi produttivi, ha permesso di incorporare nei nuovi beni capitali, sia agli incrementi di produttività del lavoro che l organizzazione del lavoro più efficiente e lo sviluppo di nuove abilità dei lavoratori, in seguito ai cambiamenti nel settore dell istruzione e della formazione oltre che al sostanziale miglioramento delle condizioni sanitarie, hanno permesso di realizzare. L'andamento economico congiunturale è al centro dell'analisi economica di breve periodo: semplificando si possono evidenziare due impostazioni teoriche contrapposte che danno spiegazioni diverse

14 14 Mario Oteri sul funzionamento del sistema economico e indicazioni diverse sull'opportunità di intervenire nell'economia di mercato. Un'impostazione ritiene che il mercato non sia in grado di evitare l andamento ciclico del sistema, che può portare a situazioni di depressione e di crisi o coinvolgere in una spirale inflazionistica, ed è pertanto necessario l'intervento del governo o dell'autorità monetaria per evitare gli eccessi del ciclo economico e garantire una crescita stabile. Per l'altra impostazione, invece, il mercato lasciato a se stesso è in grado di assicurare sempre un equilibrio di pieno impiego mentre le distorsioni del mercato e l'andamento ciclico della produzione dipendono essenzialmente dall'intervento del governo: la migliore ricetta di politica economica è quella di "lasciar fare" al mercato.

15 Problemi di macroeconomia 1.2 Disoccupazione e mercato del lavoro Alcune definizioni. La disoccupazione è uno dei problemi economici più rilevanti non solo dal punto di vista economico ma anche sociale, per le conseguenze che comporta sul piano personale e collettivo. Occorre innanzi tutto precisare il significato di disoccupazione e delle altre grandezze che interessano il mercato del lavoro. Come si evidenzia nella tabella la popolazione totale di un sistema economico, come quello italiano, è suddivisa in popolazione attiva, che rappresenta le persone occupate e quelle in cerca di occupazione, e popolazione non attiva, costituita da quanti per età o per scelta non sono in cerca di occupazione. Di norma nelle economie più avanzate la legislazione a tutela dell infanzia vieta il lavoro a quanti hanno meno di quindici anni, mentre i sistemi di sicurezza sociale garantiscono la pensione a quanti hanno compiuto sessantacinque anni; per convenzione fa parte della popolazione attiva solo chi ha più di 15 anni. D altra parte fra le persone che hanno l età richiesta non tutti vogliono lavorare, ovvero cercano attivamente un lavoro, come ad esempio gli studenti universitari che hanno scelto di approfondire la loro formazione prima di presentarsi sul mercato del lavoro, ovvero i frati e le monache che hanno compiuto una diversa scelta di vita, o ancora quelli che hanno tanti soldi e si possono permettere di non lavorare per vivere. Bisogna tuttavia evidenziare che alcuni non si presentano sul mercato del lavoro perché non trovano lavoro, è la cosiddetta occupazione scoraggiata: la mancanza di opportunità di lavoro riduce l offerta di lavoro facendo diminuire paradossalmente anche il tasso di disoccupazione. Coloro che formano la popolazione attiva, possono essere occupati o in cerca di occupazione, ovvero persone che pur cercando attivamente un lavoro ed essendo disposte a lavorare al salario di mercato sono disoccupate; sono compresi sia coloro che sono in cerca di prima occupazione che quanti invece, pur avendo già lavorato, stanno cercando una nuova occupazione.

16 16 Mario Oteri Tabella Popolazione attiva = persone con più di 15 anni che risultano occupate, disoccupate, in cerca di 1^occupazione, momentaneamente impedite a lavorare Popolazione non attiva = persone con più di 15 anni che non cercano attivamente un lavoro o che sono impedite a lavorare Tasso di occupazione = occupati / popolazione Tasso specifico di occupazione = occupati anni / Popolazione15-64 anni Tasso di disoccupazione = persone in cerca di lavoro/ popolazione Tasso di attività = popolazione attiva / popolazione con più di 15 anni Si fa poi riferimento a una serie di rapporti, cioè di tassi, indicativi della situazione economica: il tasso di attività, che misura il rapporto fra popolazione attiva e popolazione con più di 15 anni, indica quante persone sarebbero disposte a lavorare sulla popolazione in età da lavoro. Il tasso di occupazione che misura il rapporto fra occupati e popolazione indipendentemente dal fatto che lavorino o siano disoccupati per scelta o per mancanza di opportunità.. Si considera anche il tasso specifico di occupazione che si limita a confrontare occupati e popolazione da 15 a 64 anni. Il tasso di disoccupazione, che misura il rapporto fra disoccupati e popolazione, cioè indica

17 Problemi di macroeconomia 17 quante persone non trovano occupazione pur essendo attivamente alla ricerca di un posto di lavoro Nella Tabella si evidenzia che il tasso di disoccupazione in Italia ha raggiunto il punto di minimo nel 1963 e si è mantenuto intorno al 4%, che può essere considerato un livello molto basso, sino alla crisi del Si tratta di un periodo di crescita del sistema economico italiano, quando lo sviluppo industriale ha attirato nelle grandi città del nord milioni di lavoratori che hanno abbandonato le campagne, in specie meridionali, per trovare occupazione nelle fabbriche e nel settore dei servizi del triangolo industriale. Con la crisi petrolifera il tasso di disoccupazione è cominciato ad aumentare e si è attestato al di sopra del 10% fra la fine degli anni ottanta e gli anni novanta. Dopo una prima fase, nella quale avevano cercato di far fronte alla crescente stagnazione legata all aumento dei costi delle materie prime, di fronte ad un tasso di inflazione sempre più elevato, i governi avevano dovuto abbandonare le politiche dirette al sostegno dell occupazione lasciando alle imprese e al mercato il compito di affrontare la crisi. La risposta delle imprese fu legata essenzialmente alla riorganizzazione produttiva che portò ad un ridimensionamento dell occupazione nelle grandi imprese e a un forte decentramento della produzione verso le piccole imprese o nei paesi con costi del lavoro minori. Con la fine degli anni ottanta il tasso di disoccupazione ritorna per un breve periodo al di sotto del 10%, ma ricomincia a crescere per tutto il decennio in concomitanza al periodo di sensibile stagnazione delle principali economie europee, Germania e Francia in primo luogo, ed alle politiche decisamente deflazionistiche adottate dai governi italiani per abbattere l inflazione e pilotare il paese nell Unione Economica e Monetaria.

18 18 Mario Oteri Tabella Dalla fine degli anni novanta con l'approvazione di alcune riforme del mercato del lavoro, che hanno accresciuto la flessibilità nella utilizzazione della forza lavoro, come il lavoro a tempo determinato, i contratti di formazione etc, il tasso di disoccupazione si è ridotto mantenendosi attorno all'8%. La crisi attuale si è abbattuta sul mercato del lavoro facendo crescere il tasso di disoccupazione oltre il 10% e, specialmente, accrescendo enormemente la precarietà del lavoro Mercato del lavoro e disoccupazione nel breve periodo.

19 Problemi di macroeconomia 19 Il mercato del lavoro a livello aggregato si può rappresentare indicando il livello del salario in ordinata e il numero di lavoratori impiegati in ascissa; in genere si fa riferimento al salario reale piuttosto che al salario nominale, visto che ai lavoratori interessa il potere d'acquisto del loro reddito piuttosto che il suo valore nominale. Di norma le imprese concordano con i lavoratori un salario nominale per un determinato periodo di tempo: quando i lavoratori andranno ad acquistare beni e servizi sul mercato per soddisfare i loro bisogni, in relazione all'andamento dei prezzi si renderanno conto se il potere d'acquisto del loro reddito si è mantenuto costante o è diminuito. Dato un certo salario nominale se il livello dei prezzi aumenta il salario reale, cioè il potere d acquisto, diminuisce e viceversa. W/p Figura Equilibrio sul mercato del lavoro S W 1 /p W*/p E D L 1 L* L 2

20 20 Mario Oteri La domanda di lavoro si presenta decrescente da sinistra verso destra ad indicare che le imprese assumono un maggior numero di lavoratori al diminuire del salario reale. Alle imprese, infatti, non interessa sapere quanto pagano ciascun lavoratore ma quanto viene a costare la singola unità di prodotto, perciò devono ripartire il costo per lavoratore sulle unità di prodotto realizzato. La spesa sostenuta per assumere lavoratori deve essere, quindi, commisurata alla produttività marginale del lavoro: poiché la produttività marginale decresce mano a mano che si assume un maggior numero di lavoratori, siamo nel breve periodo, l impresa potrà assumere un maggior numero di lavoratori solo se il salario diminuisce. L offerta di lavoro ha un andamento crescente ad indicare che i lavoratori sono disposti a lavorare di più solo se il reddito percepito, cioè il salario, aumenta. Dato un vincolo temporale determinato dalla necessità di soddisfare le esigenze primarie (dormire, mangiare etc.) l'offerta di lavoro deriva dalla scelta che gli operatori compiono fra tempo da impegnare in attività lavorativa e tempo da dedicare allo svago ("tempo libero") : il "tempo libero" è piacevole e dà soddisfazione mentre il "lavoro" comporta penosità, sacrifici. Gli operatori sono disposti a lavorare, e a rinunziare al "tempo libero", solo se possono ottenere in cambio un reddito che gli permette di soddisfare i loro bisogni. Quanto maggiore il reddito che si può percepire tanto più grande sarà l impegno lavorativo. Il concetto è evidente per i lavoratori autonomi, come i professionisti, che possono commisurare la loro attività lavorativa ad un maggiore guadagno; ma anche i lavoratori dipendenti quando accettano il lavoro "straordinario" si dimostrano disponibili a lavorare oltre il "normale" orario se percepiscono una remunerazione maggiore. Ovviamente sull'offerta di lavoro gioca anche una sorta di utilità marginale decrescente: a un certo punto l'operatore considera l'ulteriore incremento di reddito insufficiente a compensarlo per la rinunzia al "tempo libero" e comincia a ridurre l'offerta di lavoro.

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