anno VIII - numero 36 - febbraio / marzo

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1 anno VIII - numero 36 - febbraio / marzo anno VIII - numero 39 - ottobre / novembre

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3 DIRETTORE EDITORIALE Giovanna Cracco GLI AUTORI DI QUESTO NUMERO Iacopo Adami Matteo Luca Andriola Giovanna Baer Felice Bonalumi Raffaella Brioschi Augusto Q. Bruni Sabrina Campolongo Giuseppe Ciarallo Andrea Cocci Davide Corbetta Domenico Corrado Giovanna Cracco Antonello Cresti Renato Curcio Milton Rogas Chiara Vimercati Le collaborazioni a questa rivista sono a titolo gratuito. Tutti i testi, salvo diversamente indicato, sono soggetti a licenza Creative Commons Attribuzione, Non commerciale, Non opere derivate, 2.5 Italia. I testi proposti per un'eventuale pubblicazione non vengono restituiti e vanno inviati a: IN COPERTINA Illustrazione di Roberto Cracco Chiuso in redazione il 10 settembre anno VIII numero 39 ottobre / novembre 2014 pubblicazione bimestrale (5 numeri annuali) prezzo di copertina 8,00 euro autorizzazione tribunale di Monza n. 1429, registro periodici, del 13/12/1999 SOCIETÀ EDITRICE McNelly s.r.l. Via A. Villa 44 - Vedano al Lambro (MB) DIRETTORE RESPONSABILE Valter Pozzi SEGRETARIA DI REDAZIONE Giusy Mancinelli PROGETTO GRAFICO Paginauno ABBONAMENTO ANNUALE ordinario 35,00 euro sostenitore 50,00 euro c/c postale n intestato Valter Pozzi b/b IBAN: IT 41 V NUMERI ARRETRATI Per ricevere i numeri arretrati scrivere a: STAMPA Finsol s.r.l. via Prenestina Nuova 301/C3, Palestrina (RM) -

4 In questo numero La sinistra e l Unione europea, storia di una resa: dalla netta opposizione all impianto liberista dei trattati istitutivi al definitivo ripudio della propria cultura politica; oggi, che fare? Italia, competitività e salari: i dati scomodi che gli analisti tacciono per far quadrare le loro ricette economiche. Il fallimento della normativa anticorruzione: il caso Mose e l inefficacia della legge quando la dazione ambientale diventa Sistema. Polo industriale brindisino, il ricatto salute-lavoro: inquinamento e tumori in cambio di un salario. Expo 2015 e lavoro gratuito: la campagna di boicottaggio del centro sociale Sos Fornace di Rho. La propaganda del merito : tra tagli e slogan, il cortocircuito degli avanzamenti di carriera nella pubblica amministrazione. La crisi ucraina: il ruolo dei movimenti neofascisti sulle barricate dell Euromaidan. E ancora: la caccia alle streghe del senatore McCarthy nell America della guerra fredda, John Wilkes e la libertà di stampa, recensioni di romanzi, saggi e film, e la copertina di Roberto Cracco. 4

5 SOMMARIO _ RESTITUZIONE PROSPETTICA pag. 6 L'Europa vista da sinistra di Giovanna Cracco _ POLEMOS pag. 12 Il rigore per gli altri di Giovanna Baer _ L'INTERVENTO pag. 18 Polo industriale brindisino: il pane e la morte di Renato Curcio _ INCHIESTA pag. 26 Il caso Mose e il fallimento della normativa anticorruzione di Davide Corbetta _ (DIS)ORIENTAMENTI pag. 36 L'Euromaidan e i camerati nazifascisti di Kiev di Matteo Luca Andriola _ DURA LEX pag. 46 Pubblica amministrazione: il 'merito' tra concorsi, propaganda e tagli di Chiara Vimercati _ A PROPOSITO DI... pag. 50 Galeotto fu lo sguardo comunista di Giuseppe Ciarallo _ FILO-LOGICO pag. 60 John Wilkes di Felice Bonalumi _ INTERVISTA pag. 64 Andrea Papoff e Gianluca Rubini (Centro sociale SOS FORNACE). Expo 2015: boicottare il lavoro gratuito di Domenico Corrado _ BUONE NUOVE pag. 70 La solitudine del sottoproletariato francese Recensione de Il caso Eddy Bellegueule, Édouard Louis di Sabrina Campolongo _ IN LIBRERIA narrativa pag. 76 Come cerchi nell'acqua, William McIlvanney (G. Ciarallo) Dove nessuno ti troverà, Alicia Giménez-Bartlett (R. Brioschi) Paura, Stefan Zweig (Milton Rogas) _ IN LIBRERIA saggistica pag. 77 Democrazia cercasi, Stefano G. Azzarà (A. Cresti) I dannati della metropoli, Andrea Staid (I. Adami) Il pane e la morte, Renato Curcio (G. Cracco) _ LE INSOLITE NOTE pag. 78 Dave Douglas Mountain Passages di Augusto Q. Bruni _ ZONA FRANCA pag. 84 Tetsu, Shinya Tsukamoto Precious, Lee Daniels Scott Pilgrim vs. The World, Edgar Wright di Andrea Cocci 5

6 RESTITUZIONE PROSPETTICA di Giovanna Cracco L Europa vista da sinistra L approccio comunicativo della propaganda europea è divenuto caldo con temi che puntano alla sfera emotiva e irrazionale Quando i toni della propaganda sfiorano, anzi invadono, il campo del ridicolo, ricordando quelli del Cinegiornale Luce al punto da domandarsi chi possa crederci, se il popolo sia davvero così bue o se lo creda tale solo la classe dirigente significa che c è un problema. Talmente serio da far venir meno la consueta sicurezza e lasciar trasparire una insolita coda di paglia: Informare, non influenzare recita la scritta finale degli spot Rai sull Europa in onda da aprile scorso. La costruzione stessa dei video promozionali, l abbondanza di enfasi, i simboli e i valori richiamati, danno la misura di quanto sia temuto il dissenso dei cittadini verso la Ue non perché abbia un potere effettivo, ma perché sapientemente cavalcato da alcuni partiti per ottenere voti alle ultime elezioni europee. C è dunque bisogno di agire sull immaginario collettivo, costruire un mito, una narrazione epica dell Unione, aspetto fino a oggi trascurato dalla classe dominante. Si può dire che se finora l approccio comunicativo della propaganda europea è stato freddo principalmente argomenti economici, volti a sottolineare razionalmente la convenienza, e l ineluttabilità, di una Ue ora è divenuto caldo, con temi che puntano alla sfera emotiva e irrazionale: gli spot evocano i milioni di morti delle due guerre mondiali e legano la nascita dell Unione a sessant anni di prosperità e democrazia ma soprattutto di pace ; richiamano la creazione della Ceca, affermando che non è nata per ragioni economiche ma per mettere in comune le materie prime degli armamenti e rendere materialmente impossibile un altra guerra ; citano l inno che parla di gioia e celebrano l idea straordinaria di due giovani antifascisti al confino nata sulla piccola isola di Ventotene. D altra parte la recessione, la disoccupazione, la troika, la politica neoliberista che sta smantellando il welfare e abbassando il livello della qualità di vita dei cittadini, rendono impossibile utilizzare un messaggio razionale di tipo economico rappresentandolo ancora in termini positivi. Una cosa è certa: una riflessione seria sull Unione europea, sul continuare a farne parte o meno, va fatta. E non può che prendere avvio da un percorso storico, quella storia che sempre la propaganda seleziona, o- mette e riscrive. In una rapida cronistoria, nel marzo 1946 viene ufficialmente dichiarata la guerra fredda, con il discorso di Churchill a Fulton, e un anno dopo prende avvio la dottrina Truman, mentre il Congresso Usa vota una risoluzione che impegna la politica americana ad agire per promuovere la creazione degli Stati Uniti d Europa; a corollario, nel giugno 1947 viene annunciato il Piano Marshall. Il tempo, sessant anni, ci ha perlomeno regalato un po di onestà intellettuale e la fine delle dispute accademiche su questo importante passaggio storico, trovando tutti gli analisti ormai concordi nell affermare che dietro gli aiuti americani spingevano 6

7 forti motivazioni economiche, e non solo ragioni politiche: gli Usa avevano bisogno di creare un mercato dove poter esportare il surplus produttivo di un industria bellica che andava riconvertita, un mercato che fosse stabile (pacificato) e sufficientemente ampio, e all epoca solo l Europa poteva diventarlo. Nell idea originale del Piano, gli aiuti dovevano finanziare un progetto di trasformazione strutturale e integrata dell economia dei diversi Paesi da cui l idea degli Stati Uniti d Europa e non alimentare le differenti politiche nazionali; a tale scopo venne creata nel 1948 l Organizzazione per la cooperazione economica europea (Oece, che nel 1960 si trasformerà nell attuale Ocse), con il compito di controllare la distribuzione dei fondi del Piano Marshall, sviluppare i piani nazionali di ricostruzione e favorire la liberalizzazione degli scambi commerciali intraeuropei. Il passo successivo, nel 1951, fu la creazione della Ceca, la Comunità europea del carbone e dell acciaio, quella che oggi viene identificata come la prima pietra nella costruzione dell Unione europea. Formata da Francia, Germania occidentale, Belgio, Italia, Olanda e Lussemburgo, la Ceca non era altro che un trattato economico che istituiva, tra i sei Paesi aderenti, un unico mercato del carbone e dell acciaio, eliminando sovvenzioni statali alle produzioni, diritti doganali e restrizioni quantitative all import/export. Di fatto, sottraeva ai sei Stati la sovranità nazionale sulla politica economica delle due materie fondamentali per la ricostruzione industriale, trasferendola all Alta Autorità, organo della nuova entità sovranazionale composto da nove membri nominati dai governi dei sei Paesi, che aveva il compito di stabilire le politiche di produzione e circolazione in un regime di libera concorrenza. L ideologia economica alla base di una simile impostazione era chiaramente il liberismo di stampo statunitense: capitalismo privato, libero mercato, lo Stato fuori dall economia. Ciò che oggi più colpisce è la capacità di analisi della sinistra europea dell epoca, che si oppone al trattato neanche a dirlo, il confronto con il pensiero della sinistra di oggi è desolante. Sono i socialisti a sviluppare le critiche più pertinenti e approfondite, arrivando a contestarne l impianto economico; i comunisti, soprattutto il Pci, sono troppo concentrati sulle conseguenze politiche della guerra fredda, e denunciano la nascita dell integrazione europea solo sotto il profilo dei suoi natali made in Usa e della sua funzione, militare e geopolitica, anti-urss e anti-comunismo questioni certamente presenti, visto che nel 1951 la guerra fredda è già ampiamente combattuta e il riarmo dell Europa già all ordine del giorno, ma che escludono dall analisi il piano economico. È il Partito laburista a sviluppare il dibattito più ampio, paradossalmente in una Inghilterra che si considera estranea al processo di unione, per il suo rapporto privilegiato con gli Stati Uniti e per la forza economica del suo impero; la Gran Bretagna non Ciò che oggi più colpisce è la capacità di analisi della sinistra europea dell epoca che si oppone alla nascita della Ceca arrivando a contestarne l impianto economico 7

8 RESTITUZIONE PROSPETTICA Ci si sorprende a volte della lungimiranza di alcune analisi; eppure non si tratta di saper prevedere il futuro, ma di essere capaci di leggere il proprio presente. Bevan sintetizza, con estremo acume, il conflitto che un Unione europea concepita su base liberista è destinata a innescare con le politiche socialdemocratiche già avviate nei singoli Paesi. È il conflitto che ora stiamo vivendo. Alla fine della seconda guerra mondiale, i partiti di sinistra sono predominanti in tutti i fronti antifascisti, e comunisti e socialisti, pur su posizioni differenti, condividono l impostazione secondo cui l economia deve essere pianificata dalla politica. Negli anni immediatamente successivi, i par- Non Bevan è una sintetizza nuova il conflitto forma che di keynesismo: un Unione i soldi europea pubblici non concepita vanno ad su base alimentare liberista è investimenti destinata a innescare statali con ma le finiscono politiche nelle socialdemocratiche già avviate private tasche delle aziende nei singoli generando Paesi: è il conflitto profitti che ora stiamo vivendo accetta infatti l invito ai negoziati, autoescludendosi. Il deputato labour John Strachey afferma in uno dei numerosi confronti pubblici sul tema: la Ceca è lo strumento per porre il controllo dell industria del carbone e dell acciaio europea nelle mani di un consiglio di otto o nove persone, che non rispondono a nessun governo, Parlamento o ad altra istanza democratica. Se questi dittatori dovessero avere il potere potrebbero decidere di chiudere metà delle miniere del South West o le acciaierie di Sheffield ove solo ritenessero che questo darebbe profitto agli azionisti. [ ] Ne avremo molti altri di questo genere di piani, che sotto la maschera dell internazionalismo si propongono di impedire ai popoli di controllare i loro sistemi economici (1). In Germania, Kurt Schumacher, presidente del partito socialdemocratico, al congresso del 1950 della Spd definisce il progetto della Ceca la dittatura dei manager, e l anno successivo pronuncia la frase divenuta poi nota: No all Europa dei sei e delle quattro K: Konservativ, Klerikal, Kapitalist, Kartellist. Nel 1957 gli stessi sei Paesi firmano a Roma il trattato che istituisce la Cee, la Comunità economica europea, che non si limita a estendere il mercato comune a tutti i settori manifatturieri, ma sancisce i quattro pilastri fondamentali della futura Unione, da rendere effettivi in tre fasi successive nello spazio di dodici anni: libera circolazione delle merci, delle persone, dei servizi e dei capitali. È l impianto neoliberista dell attuale Ue. È ancora il Labour inglese a essere il più acuto osservatore di quanto accade. Aneurin Bevan, leader della sinistra del partito, afferma nel momento della firma del trattato: In assenza di una sovranità più vasta, ogni ipotesi di mercato comune significa offrire al mercato lo status di cui oggi godono i Parlamenti europei. È a questo punto che i socialisti diventano sospettosi di cosa si intende fare. Significa lo svuotamento del potere del popolo e la delega del potere alle forze del mercato? Dobbiamo aspettarci di arretrare ora di quasi un secolo, rigettare il socialismo e abbracciare il libero scambio come se fosse la soluzione ai nostri guai sociali? [ ] L ipotesi del Mec è il risultato di un malessere politico che fa seguito all incapacità dei socialisti di usare il potere sovrano dei loro Parlamenti per pianificare la vita economica. Si tratta di una concezione escapista nella quale le forze di mercato prenderanno il posto della responsabilità politica. 1) Cfr. Strachey Papers, cit. in L. Castellina, Cinquant anni d Europa, Utet,

9 L'Europa vista da sinistra titi comunisti legati a doppio filo con l Urss raccolgono consensi crescenti, soprattutto in Italia e in Francia: tra il 45 e il 56 il Pcf francese raggiunge percentuali di voto costanti tra il 26 e il 28%, e alle elezioni del 1948 Pci e Psi, uniti dal Patto di unità di azione, registrano il 31%; alla tornata elettorale successiva, nel 53, il solo Pci arriva al 21%. Gli Usa sono consapevoli della pericolosa presenza di un nemico interno agli Stati dell Europa occidentale, e capiscono che l unico modo per cercare di contenerne l avanzata sul piano del consenso popolare è permettere ai governi nazionali di applicare politiche socialdemocratiche. Nasce qui il welfare state europeo. Gli stessi finanziamenti del Piano Marshall che a dispetto dell idea iniziale finiranno per essere utilizzati in modo autonomo da ogni Paese, a seconda delle diverse necessità immettono liquidità in bilanci nazionali in forte deficit finanziario, consentendo di evitare politiche restrittive e così allontanare il rischio di conflitti sociali. Contemporaneamente, però, gli Usa promuovono la creazione di un libero mercato a livello sovranazionale, e i governi conservatori europei i partiti di sinistra sono soggetti alla conventio ad excludendum che li emargina dalle alleanze governative sottoscrivono i trattati economici che istituiscono la Ceca prima e la Cee poi. Quindi politiche socialdemocratiche nazionali, e politiche liberiste sovranazionali. Due impostazioni antitetiche che sono riuscite a convivere fino agli anni Ottanta. Quando il nemico interno è imploso sotto il crollo dell Urss con la crisi che ne è seguita sul piano ideologico il neoliberismo non ha più avuto, nel pensiero di sinistra, un antagonista, e le politiche socialdemocratiche sono state messe in cantina. Nel 1992 il Trattato di Maastricht ha aggiunto l unione monetaria a quella economica già esistente, sottraendo agli Stati anche la sovranità sulla politica finanziaria, ed è iniziato lo smantellamento del welfare e la fuoriuscita dello Stato dall economia, con la progressiva privatizzazione delle imprese pubbliche. È accaduto quel che paventava Bevan. L Europa quindi nasce come un insieme di trattati economici di impostazione liberista, e tuttora non è nulla più di questo. Occorre tenerlo a mente ed è quello che la propaganda, con i suoi spot, vuole far dimenticare perché è il punto centrale della riflessione se restare o uscire dall Unione: un trattato economico lo si rispetta, o lo si denuncia, a seconda che se ne traggano benefici o danni. L idea straordinaria di due giovani antifascisti al confino nata sulla piccola isola di Ventotene, il Manifesto di Altiero Spinelli e Ernesto Rossi che auspicava la nascita di un Europa federalista, ossia una realtà politica e non solo economica, non solo non si è mai realizzata, ma non è realizzabile. È stata definitivamente affossata a Maastricht, quando vengono assunte le decisioni sull allargamento. Nel 1992 i Paesi aderenti erano dodici, oggi sono ventotto; e hanno presentato domanda di adesione altri sei. È razionalmente non ipotizzabile un unione politica tra ventotto, o trentaquattro, o ancora di più, Paesi. Oltretutto occorre domandarsi che unione sarebbe stata, se mai si fosse concretizzata: con tutta evidenza, una unione nella quale sarebbe stato predominante un progetto politico di destra. Quindi per fortuna le condizioni storiche e politiche non hanno permes- L Europa nasce come un insieme di trattati economici di impostazione liberista e tuttora non è nulla più di questo: il Manifesto di Spinelli e Rossi che auspicava la nascita di un Europa federalista non è realizzabile 9

10 RESTITUZIONE PROSPETTICA Non ha senso alcun discorso sul maggiore livello di democrazia che la Ue dovrebbe raggiungere, è il tranello in cui è caduto il Pci quando ha cominciato a discutere su come modificarla dall interno so la nascita degli Stati Uniti d Europa: è il passaggio mancante che ha consentito ai governi nazionali di mantenere per quarant anni la sovranità sufficiente a mettere in atto politiche socialdemocratiche. Non ha parimenti senso alcun discorso sul maggiore livello di democrazia che la Ue dovrebbe raggiungere. È il tranello in cui sono caduti i partiti comunisti a partire dagli anni Sessanta, il Pci più degli altri, quando, abbandonata la prima fase del rifiuto, si è arreso all esistenza dell Unione e ha cominciato a discutere su come modificarla dall interno, rendendo più democratiche le sue istituzioni e più socialista la sua politica. Quanto il progetto sia fallito è oggi sotto i nostri occhi. La storia del rapporto Pci-Europa è la storia di una resa, di un lento sentiero in discesa percorso perdendo per strada pezzi del proprio pensiero e della propria cultura, fino al dirupo di Maastricht nel quale il neonato Pds si è lanciato senza più alcuna remora, votando a favore: consenso all esistente in cambio della legittimazione a governare. Berlinguer è l ultimo segretario che parla ancora di socialismo: immagina una terza via in cui l Europa non sia solo equidistante dai due blocchi Usa e Urss ma anche realizzatrice di un socialismo diverso da quello sovietico e da quello socialdemocratico, che critica accusandolo di avere abbandonato l obiettivo di trasformare la realtà e di essere divenuto organico al capitalismo, un sistema che non può uscire dalla logica di sfruttamento e imperialismo: per salvare la democrazia occorre superare il capitalismo, afferma Berlinguer. Al Congresso del 1986, il primo dopo la sua morte, non c è più nulla. Occhetto ha appena scritto la prefazione all edizione italiana del Manifesto per una nuova sinistra europea di Peter Glotz, esponente del Comitato esecutivo della Spd tedesca, in cui si afferma che la democrazia sociale può e deve basarsi sul capitalismo; Natta, all epoca segretario, nella sua relazione parla di politica riformatrice e inscrive il Pci tra le forze progressiste ; propone di aprire una nuova fase della nostra politica e di promuovere il rinnovamento ideale, programmatico, organizzativo del nostro partito ; afferma che al Pci non deve essere insegnata l esigenza del mercato [ ]. Noi non dipingiamo per nulla un quadro a fosche tinte dei Paesi capitalistici sviluppati né siamo cosi sciocchi da predicare la possibilità della fine di tutte le contraddizioni. Ma altra cosa è considerare il profitto come un misuratore della efficienza di una impresa, altra cosa è erigerlo a valore assoluto (2): è la fine della critica economica marxiana al capitalismo, che legge il profitto come risultante dello sfruttamento dell uomo. Quando Occhetto arriva alla segreteria, non vengono spazzati via solo gli ultimi elementi residuali del pensiero socialista ma anche di quello socialdemocratico. Nella sua relazione al XVIII Congresso, nel marzo 1989, parla di ecologia, diritti delle donne, giovani; sostituisce il concetto di classe con quello di cittadino : Al centro della nostra attenzione sono l uomo e il cittadino, afferma. Non più 2) Relazione Natta al XVII Congresso del Pci, in L Unità, 10 aprile

11 L'Europa vista da sinistra conflitto Capitale/lavoro ma diritti individuali. Dichiara il suo pieno appoggio al capitalismo ( noi non consideriamo affatto l impresa come qualcosa di ostile a noi o di estraneo al processo di crescita democratica, non si può rinunciare al processo di accumulazione ) e al libero mercato ( il mercato costituisce un metro di misura per l efficienza dell intero sistema economico e un suo insostituibile fattore propulsivo ); sostiene che compito dello Stato non è gestire i processi economici ma regolarli dall esterno, per orientare il mercato secondo finalità umane ed ecologiche, verso uno sviluppo sostenibile (3). Non siamo più alla resa al neoliberismo; siamo all abbraccio volontario. Berlinguer sosteneva che l Unione europea, e la lotta per modificarla in senso socialista, dovevano diventare il punto di riferimento del Pci perché gli Stati, singolarmente, non erano più in grado di contrastare gli effetti sociali prodotti dalla internazionalizzazione del mercato e dei capitali; ciò che non aveva capito è che la Ue non era riformabile, come non lo è il capitalismo. Ma erano gli anni Settanta, e forse ci si poteva ancora illudere. Oggi non è più ammissibile, né giustificabile. Per questo progetti come la Lista Tsipras sono avvilenti. Viene da chiedersi se la riproposizione attuale dei temi della democratizzazione dell Europa e della modifica del suo impianto neoliberista siano figli dell ingenuità, o della medesima incapacità di analisi che la sinistra comunista ha dimostrato in passato. Accettare l Europa, oggi, non significa più rinunciare al socialismo, ma alla socialdemocrazia. Al welfare, ai diritti dei lavoratori. Significa arrendersi alla logica di sfruttamento e al darwinismo sociale; significa creare una società feroce e violenta non c è nulla di più violento del costringere l uomo a impegnare tutto il proprio tempo per cercare di sopravvivere, anziché vivere. Una sinistra che possa ancora definirsi tale, nel senso più ampio del termine, non può che aprire la discussione sulla fuoriuscita dell Italia dall Unione europea. Non è affatto semplice. Le implicazioni sono enormi, al punto di interdipendenza economica e finanziaria a cui siamo arrivati. Per questo occorre un progetto di ampio respiro, che coinvolga persone competenti in economia, finanza, geopolitica, capaci di analizzare le conseguenze e programmare le soluzioni per un uscita da sinistra. Oltretutto, si corre seriamente il rischio di uscire un giorno da destra, visto l identità delle forze politiche che oggi, almeno sulla carta, parlano di fuoriuscita dall euro. Sembra impossibile, ma non lo è: l Europa appare ineludibile solo perché il nostro pensiero è stato colonizzato dalla cultura dominante e non ha più il coraggio e la capacità di immaginare qualcosa di diverso. A questo mirano gli spot sull Unione: a colonizzare, dopo il nostro pensiero, anche le nostre paure la guerra e i nostri sogni l idea straordinaria di due giovani antifascisti. Di notte sogna e vengon fuori i sogni di altri sognatori, cantava Gaber. È forse la cosa peggiore. Quando Occhetto arriva alla segreteria non vengono spazzati via solo gli ultimi elementi residuali del pensiero socialista ma anche di quello socialdemocratico 3) Relazione Occhetto al XVIII Congresso del Pci, in L Unità, 19 marzo

12 POLEMOS IL RIGORE PER GLI ALTRI di Giovanna Baer Agosto è il mese più difficile per l informazione nostrana. Con il campionato di calcio e la politica in vacanza diventa difficile riempire le pagine con qualcosa che assomigli al giornalismo che piace alla gente. Molti media, o almeno quelli considerati seri, puntano allora sull approfondimento (d estate abbiamo tempo perfino per pensare), con conseguenze spesso interessanti, in un senso o nell altro. Capita dunque che Il Sole 24ore pubblichi un commento dal titolo Ma l Unione non sa essere competitiva a firma di Hans-Werner Sinn (1), che è un piccolo capolavoro nel descrivere l aria che tira sulle strategie di gestione dell economia europea, e italiana in particolare. L autore non è uno qualunque: nel 2013 il Frankfurter Allgemeine Zeitung lo ha messo al primo posto nella lista degli economisti tedeschi con la maggiore influenza politica. Classe 1948, Sinn insegna Economia e finanza pubblica all Università di Monaco, ma è conosciuto soprattutto come presidente dell Ifo (Istituto per la ricerca economica), il più importante think tank tedesco sui temi di politica economica, che, fra le altre cose, pubblica mensilmente l indice di fiducia delle imprese. L articolo parte con un affermazione forte: L Italia vive una terza ricaduta recessiva ma non ci è arrivata da sola. È il fallimento dei politici italiani sul fronte della competitività ma è un fallimento generalizzato in Europa. Quando è scoppiata la crisi finanziaria nell ultimo trimestre del 2007, il Pil italiano è precipitato del 7%, si è rialzato del 3%, è risceso del 5%, risalito di un misero 0,1% e, nella seconda metà di quest anno, si è contratto di nuovo, stavolta dello 0,3%. Negli ultimi sette anni la contrazione complessiva del Pil è stata del 9%. Inoltre, la produzione industriale è precipitata di un inquietante 24%. Se il Pil italiano è riuscito a mantenersi costante è stato solo grazie alla sua inflazione tenacemente persistente. Quel che Sinn sostiene nel criptico linguaggio dell economista è semplicemente che la contrazione italiana degli scambi in beni e servizi cioè la recessione è stata in questi anni mascherata dalla crescita dei prezzi, cioè dall inflazione. Dal momento che il Pil è la somma del valore di tutti i beni e servizi scambiati in un Paese in un dato periodo di tempo, esso può 1) Cfr. Hans-Werner Sinn, Ma l Unione non sa essere competitiva, Il Sole 24ore, 22 agosto

13 mantenersi costante anche quando le quantità prodotte e vendute scendono, a patto che i loro prezzi salgano: per esempio un Pil pari a 100 può riferirsi ugualmente a 100 unità di beni che valgono 1, oppure a 50 unità che valgono 2, oppure a 25 unità che valgono 4. Se questi valori fotografassero la situazione economica di un Paese in tre anni successivi, dovremmo concludere che, nonostante il Pil sia rimasto invariato, gli scambi in quel Paese si sono ridotti a un quarto del livello iniziale, mentre i prezzi di beni e servizi sono aumentati del 400%. L articolo continua: La disoccupazione complessiva è salita al 12% mentre il tasso di giovani che non vanno a scuola è salito al 44% (questo dato non ci è chiaro, ma immaginiamo si riferisca alla percentuale dei giovani non occupati fuori dal sistema scolastico, n.d.a.). L Italia si troverebbe dunque nel peggiore degli scenari possibili, quello della stagflazione, in cui crescono sia l inflazione che la disoccupazione. Nella teoria economica keynesiana, a uno scenario recessivo (in cui aumenta la disoccupazione e diminuiscono i salari) si combina per definizione una diminuzione dell inflazione: dal momento che la gente ha meno soldi da spendere, i prezzi dei beni devono diminuire perché diminuiscono i consumi. Ma nella realtà non sempre questo accade, per varie ragioni: shock esterni, vischiosità di prezzi e salari (cioè la loro incapacità di adeguarsi velocemente ai cambiamenti nel livello della domanda e offerta di beni), oppure la presenza di mercati non concorrenziali nei settori delle materie prime e dell energia. In ogni caso, la stagflazione è la situazione da cui è più difficile uscire con le manovre classiche di politica economica: con quelle espansive (cioè aumentando la spesa pubblica e la liquidità immessa nel sistema), perché peggiorano il problema dell inflazione; con quelle restrittive (riduzione della spesa pubblica e della liquidità a disposizione del sistema), perché peggiorano la recessione economica. Prosegue Sinn: L Italia ha cercato di contrastare la contrazione economica aumentando il debito pubblico (la spesa pubblica, n.d.a.). Grazie agli interventi di salvataggio intergovernativi e della Banca centrale europea per mantenere bassi i tassi di interesse, il debito pubblico italiano è aumentato solo di un terzo dalla fine del 2007 alla primavera del Il nuovo premier Matteo Renzi dice di voler stimolare la crescita, ma in realtà intende solo accumulare altro debito. È vero, il debito stimola la domanda, ma è un tipo di domanda artificiale ed effimera. Secondo l economista tedesco, insomma, i politici italiani sarebbero stati davvero fortunati in questo periodo di crisi: non solo l inflazione avrebbe permesso loro di non fare i conti con una conclamata recessione, ma i tassi d interesse bassi avrebbero garantito il contenimento automatico di una spesa pubblica altrimenti fuori controllo. Conclude Sinn: La crescita sostenibile potrà essere raggiunta solo se l economia italiana ritrova la sua competitività e all interno dell eurozona c è solo un modo per farlo: riducendo i prezzi rispetto ai concorrenti dell eurozona. Ciò che l Italia è riuscita a fare svalutando la lira deve essere ora emulato attraverso un vero e proprio deprezzamento. L epoca dei tassi di interesse bassi che è seguita alla decisione di introdurre l euro, nel 1995, ha creato un enorme bolla creditizia nei Paesi meridionali dell eurozona che Dall avvento dell euro a oggi l Italia è diventata più cara del 42% rispetto alla Germania: per massimizzare i profitti l imprenditoria ha fatto cassa sfruttando il cambio 1 euro=1.000 lire invece di 1.936,27 13

14 POLEMOS è perdurata sino alla fine del In quel lasso di tempo, l Italia è diventata più cara del 25% (sulla base del suo deflatore Pil) rispetto ai suoi partner commerciali dell eurozona. [ ] Rispetto alla Germania, l Italia è diventata più cara del 42%, un dato esorbitante. Il problema dell Italia è proprio questo differenziale di prezzo. Il Paese deve correggere questo sbilanciamento attraverso un vero deprezzamento, non c è altra soluzione. Ma è più facile a dirsi che a farsi. Alzare i prezzi non è mai un vero problema, abbassarli o farli aumentare più lentamente rispetto a quelli dei Paesi concorrenti è penoso e fa paura. Bene, Herr Sinn, conclusione condivisibile: bisogna ritrovare competitività, il che vuol dire rendere i propri prodotti più appetibili rispetto a quelli dei concorrenti. Tuttavia ci sono diversi modi per essere Anche prima della crisi i dati confermavano l esistenza di una questione salariale tutta italiana: meno 12 punti rispetto alle retribuzioni spagnole, 29 alle francesi, 43 alle tedesche, 56 a quelle degli Stati Uniti e la metà delle inglesi più appetibili: incorporando nei propri prodotti una maggiore qualità con investimenti intelligenti in ricerca e sviluppo, per esempio (quel che ha fatto negli ultimi vent anni il settore automobilistico tedesco, per citare un caso universalmente noto). L economista tedesco ritiene invece che l unica strada possibile per l Italia (e con qualche ragione, in verità) sia quella di praticare prezzi bassi, perlomeno più bassi di quelli dei partner europei. Citando le storiche manovre di svalutazione della lira, tuttavia, Sinn mostra di non comprendere come esse abbiano sì garantito competitività (alle e- sportazioni), ma una competitività artificiale, mascherando quelli che sono invece i veri problemi dell offerta italiana, e che ora, senza una liretta da svalutare a piacere, sono sotto gli occhi di tutti: incapacità di innovare, di crescere oltre il livello della piccola-media impresa, di creare posti di lavoro, di sfruttare i propri punti di forza, di implementare strategie da grande impresa, e che sono difetti tutti ascrivibili a serie carenze qualitative della nostra classe manageriale (sia pubblica che privata), atrofizzata dall abitudine a operare in un sistema economico viziato dal clientelismo e dal familismo, dal malaffare e dai cartelli, e da un sistema finanziario ugualmente clientelista e provinciale. Come è stato infatti possibile che l Italia dall avvento dell euro a oggi sia diventata più cara del 42% rispetto alla Germania? È molto semplice: l imprenditoria ha fatto cassa, arrotondando i prezzi impunemente (sfruttando dove possibile il famoso cambio 1 a 1: 1 euro=1.000 lire invece di 1.936,27) per massimizzare i profitti, sotto lo sguardo distratto, o complice, delle autorità di vigilanza, e ponendo le basi della stagflazione attuale. Secondo il Comitato contro le speculazioni e per il risparmio (Casper), che riunisce le associazioni Adoc, Codacons, Movimento difesa del cittadino e Unione nazionale consumatori, e che ha condotto un analisi dell andamento dei prezzi nei primi dieci anni dell euro (dal 2001 al 2012), i risultati sono stati sbalorditivi. Prendendo in esame un paniere di 100 voci, includendo sia beni che servizi per un arco temporale standard, i rincari sono sempre a due cifre e raggiungono una media del 53,7%, tenuta alta da prodotti i cui prezzi sono letteralmente schizzati (come il cono gelato, la penna a sfera, il tramezzino al bar, i biscotti, la lavanderia, il caffè o il supplì). Vi è poi tutta una serie di beni e servizi che hanno registrato un raddoppio (o quasi) dei prezzi: dalla pizza Margherita ai jeans, dalla giocata minima del Lotto ai pomodori pelati, al biglietto dell autobus a Milano. E sono raddoppiati anche il balzello da pagare al parcheggiatore abusivo e la mancia al ristorante, aggiunge il Comitato. Evidentemente questo sistema dopato ha funzionato finché l occupazione e il credito al con- 14

15 Il rigore per gli altri sumo finanziato dalle banche hanno tenuto, cioè fino allo scoppio della crisi nel 2007, poi il giocattolo si è rotto. Stagflazione, dunque, e per uscirne bisogna far scendere i prezzi. Ma come? Questa è la domanda centrale, e qui si capisce come mai l intervento di Sinn abbia trovato spazio sul quotidiano di Confindustria: Anche se i sindacati di un Paese permettessero una politica del genere attraverso una moderazione salariale, i debitori si troverebbero in difficoltà, perché avrebbero preso in prestito presumendo che l inflazione si sarebbe mantenuta alta. Molte aziende e molte famiglie andrebbero in bancarotta. Visto che la disinflazione o la deflazione porta a una valle di lacrime prima che la competitività aumenti, c è ragione di dubitare che i politici neoeletti, con il loro orientamento a breve termine, siano capaci di mantenere la rotta. Eccolo qui il mantra degli industriali nostrani e non solo, la ricetta contro tutte le crisi: abbassare i salari! I prezzi salgono troppo, secondo Herr Sinn, non perché in Italia abbiamo un ceto dirigente straccione, ma perché paghiamo troppo operai e impiegati: diminuiamo i salari, i prezzi diminuiranno, la competitività aumenterà e la domanda ricomincerà a salire. Ma è proprio così? Ci spiace svegliare il grand uomo tedesco dal suo sogno, ma purtroppo l unico prezzo che è salito e sale meno dell inflazione in Italia è quello della manodopera. Anche prima della crisi, cioè fino al 2007, i dati sui confronti internazionali confermavano l esistenza di una questione salariale tutta italiana in cui le retribuzioni nette (a parità di potere d acquisto) risultavano inferiori di 12 punti rispetto a quelle spagnole, di 29 punti rispetto a quelle francesi, di ben 43 punti rispetto alle tedesche, di 56 punti rispetto ai salari dei lavoratori degli Stati Uniti, fino ad arrivare a meno della metà di quelle dei lavoratori inglesi (dati Ires- Cgil). Più in dettaglio, tra il 1993 e il 2007 le retribuzioni italiane sono cresciute del 4% (appena 750 euro) contro la crescita reale delle retribuzioni lorde dei lavoratori spagnoli del 10% (1.700 euro), dei lavoratori tedeschi (4.000 euro) e americani (3.400 euro) del 13%, dei francesi del 23% (4.000 euro) e degli inglesi del 29% (8.300 euro). Mario Vavassori, fondatore e amministratore delegato di Od&M, una società che dal 2000 al 2012 ha raccolto ed elaborato i dati relativi a quasi due milioni di profili retributivi italiani, ha dichiarato all Eco di Bergamo che un operaio nel 2002 percepiva euro lordi, nel 2012 ne percepiva , ma l incremento è stato interamente azzerato dall aumento dei prezzi. Lo stesso vale per gli impiegati: il loro stipendio è cresciuto del 22%, ma l inflazione ha eroso il corrispettivo (2). Nel 2013 il potere d acquisto dei salari secondo l Istat è calato ancora del 1,1%, e questo nonostante il reddito disponibile sia salito, in valori correnti, dello 0,3%. Insomma: anche se il livello dei prezzi è aumentato pochissimo (il tasso di inflazione medio è stato del 1,2%), è stato più che abbastanza per erodere quel poco di respiro che le buste paga avevano conquistato. Ma secondo altri osservatori la situazione sarebbe ben peggiore, perché la valutazione dell andamento del potere d acquisto dipende da come si calcola il valore dell inflazione, e molti ritengono che il paniere Istat la sottovaluti. Così il Codacons afferma che dal gennaio 2002 al gennaio 2012 la perdita del potere d acquisto per il ceto medio è stata addirittura pari al 39,7%: in 10 anni una famiglia di quattro persone ha subito una stangata, per aumento dei prezzi, rincari delle tariffe, manovre economiche, caro-affitti, caro-carburanti ecc. di circa euro. Abbassare i redditi avrebbe poi in Italia davvero l effetto di far scendere i prezzi? Se quando i prezzi salgono i redditi rimangono invariati o scendono addirittura, come capita, perché dovremmo prendere per buona la tesi 2) Stipendi, il potere d acquisto ha perso fino al 10 per cento, L Eco di Bergamo, 12 giugno

16 POLEMOS che fra i due esista una correlazione positiva? Perché non pensare di agire su altri fattori per diminuire il prezzo dei prodotti italiani e recuperare competitività? In economia il prezzo di un bene varia al variare sia della domanda che dell offerta: il che significa che Sinn ritiene che per rilanciare la sua economia l Italia deve abbassare i prezzi di merci e servizi abbassando le retribuzioni: diminuiamo i salari i prezzi diminuiranno la competitività aumenterà e la domanda ricomincerà a salire. Ma è proprio così? causare una contrazione della domanda non è l unico modo per far scendere i prezzi. Prezzi, domanda e offerta sono intrinsecamente collegati: in generale a un aumento della domanda corrisponde un aumento del prezzo, mentre viceversa a un aumento dell offerta corrisponde una diminuzione di prezzo. I fattori che influenzano la domanda di un bene sono: il prezzo del bene considerato; il prezzo dei beni complementari e succedanei; il reddito del consumatore; le aspettative soggettive dei consumatori; il costo del denaro; l elasticità o la rigidità della domanda; e i bisogni del consumatore. Non è necessario analizzare nel dettaglio questi fattori, ma in sintesi possiamo affermare che la domanda di un bene aumenta al diminuire del prezzo di quel bene; che aumenta all aumentare del prezzo dei prodotti sostitutivi; che aumenta all aumentare del reddito; che aumenta se la fiducia dei consumatori migliora; e che aumenta se il costo del denaro diminuisce (perché comprare a credito è più conveniente). Invece fra le determinanti dell offerta troviamo: i costi di produzione (fra cui materie prime e manodopera); la tecnologia; il costo del denaro; il prezzo; e le politiche governative. Il costo del lavoro non è dunque l unico fattore su cui un imprenditore può agire per diminuire i prezzi: può recuperare efficienza con una politica oculata degli acquisti di materie prime, per esempio, o nel lungo periodo con investimenti mirati in tecnologia, oppure i governi possono mettere in atto politiche di sostegno alle imprese, e così via. Tuttavia, perché la diminuzione di prezzo si verifichi bisogna che le imprese mantengano costante o abbassino il loro livello di profitto unitario. In questo senso, prezzi e profitti sono inversamente correlati: al scendere dei costi, o in presenza di politiche di sostegno, se i prezzi scendono i profitti unitari non devono aumentare, o almeno non in modo proporzionale. Al contrario, in un ottica di massimizzazione dei profitti, il prezzo può benissimo non scendere, o addirittura salire, anche in uno scenario di costi calanti, ed è quello che capita il più delle volte nei Paesi capitalistici. Tanto più se la curva di domanda di un bene è rigida, cioè se i consumatori ritengono quel bene necessario, e non sono disposti a diminuirne il consumo anche se i prezzi salgono o il loro reddito scende. È il caso tipico dei prodotti che danno dipendenza, come per esempio l alcool o le sigarette, e infatti le politiche fiscali dei governi sfruttano questo meccanismo per ottenere gettiti (o extra-gettiti) facilmente prevedibili. Ma anche la domanda di energia è rigida (benzina, riscaldamento), quella per i farmaci e le cure mediche, quella dei prodotti della cura della persona, perfino quella del caffè o del cappuccino al bar (chi ci rinuncia?), e si sta rivelando tale anche quella per la tecnologia di utilità individuale (smartphone, pc, televisione ecc.): la società dei consumi in effetti aspira a trasformare ogni desiderio in una necessità, e ogni curva di domanda in una domanda rigida. In questi casi, far scendere i prezzi alle imprese non conviene, perché il profitto unitario diminuisce, e quello complessivo non aumenta tanto da giustificare la manovra sul prezzo. Se Sinn si aspetta che un ulteriore riduzione dei salari in Italia causerebbe uno shock tale da far abbassare i prezzi, ha fatto male i suoi conti, 16

17 Il rigore per gli altri o non è mai stato nel Belpaese. I nostri imprenditori continueranno a piangere nei talk show sulle loro avverse sorti, chiederanno e otterranno i soliti aiuti dallo Stato (cassa integrazione e incentivi), e nel frattempo, invece di investire (con la crisi, come si fa?!), continueranno a esportare i loro ricchi capitali all estero. In compenso, una nuova contrazione dei redditi manderebbe di certo in tilt le già provate finanze pubbliche e il sistema del welfare, e precipiterebbe nella povertà milioni di connazionali, certo i meno colpevoli dell attuale status quo. Ma che dire, Herr Sinn, alle purghe ci siamo abituati. 17

18 L'INTERVENTO di Renato Curcio Polo industriale brindisino: il pane e la morte Incontro-dibattito sul libro Il pane e la morte. Lo scambio salute-lavoro nel polo industriale brindisino a cura di Renato Curcio (Quaderni di ricerca sociale, Sensibili alle foglie) presso l Ambulatorio medico popolare (Milano), 5 luglio 2014 Meglio morire di cancro che di fame : è una frase che a Brindisi pronunciano ancora, e ci porta indietro negli anni Sessanta e Settanta, a Marghera, quando molti operai del polo chimico che provenivano da paesi dicevano: Meglio morire con la pancia piena che con la pancia vuota. È una specie di gergo, di razionalizzazione di una situazione di ricatto che le persone vivono e a un certo punto normalizzano. Il tema della salute in relazione al mondo del lavoro è relativamente recente: si inizia a parlarne solo negli anni Settanta, grazie a Giulio Maccacaro, medico e grande ricercatore, che comincia a interessarsi seriamente del problema a Castellanza, dove esiste una forte presenza industriale inquinante: la Montecatini. È un importante cambiamento di prospettiva, perché fino a quel momento la salute era rimasta sempre sullo sfondo, anche sul piano del conflitto sociale, a causa di una grave carenza culturale della storia del movimento operaio italiano, che in tutto il dopoguerra ha immaginato e costruito i suoi percorsi di lotta prevalentemente intorno a temi economici. Eppure già in quegli anni era chiaro che nelle sue strategie produttive lo sviluppo industriale italiano, e quindi la grande industria italiana, aveva messo in conto la morte di moltissimi lavoratori; tant è che la morte era silenziosa, non appariva sul terreno sociale. La Montecatini poi è importante perché tutti i poli industriali, che vennero costruiti intorno agli anni Sessanta, ne hanno raccolto l eredità, ed era un lascito criminale, perché la Montecatini era un industria chimica criminale e uso il termine in senso tecnico, non a effetto politico. Già negli anni Venti operava a Cengio ed era contestata in maniera violentissima dalla popolazione di tutta la valle, non solamente dagli 18

19 operai della fabbrica. Stiamo parlando di un azienda che si alleò con la Farben un industria chimica tedesca nota agli storici perché produceva lo Zyklon B, il gas utilizzato per lo sterminio, e perché fu la prima a trasferire i suoi lavoratori dentro i campi di concentramento la quale impose di applicare in modo rigoroso le leggi razziali del 1938; la Montecatini a quel punto, per affrontare in maniera drastica la situazione, come era d uso fare all epoca rispetto alle lotte operaie, formò dei reparti razziali in cui trasferì anche gli operai sindacalizzati e rivoltosi, persone che poi vennero inviate nei campi di concentramento. La Montecatini era quindi un industria che non indietreggiava di fronte a nulla, e nel dopoguerra mantenne la stessa politica nella costruzione dei poli chimici a Marghera e poi al sud Italia. L espansione nel meridione iniziò nel 1960, quando la politica cominciò a discutere sull industrializzazione del sud una grande bufala, nel senso che fino a quel momento il territorio era stato spogliato di tutte le sue risorse, comprese quelle lavorative e soprattutto quando il conflitto sociale, che a Cengio era continuato anche nel dopoguerra e aveva cominciato a manifestarsi anche a Porto Marghera, iniziò a divenire insostenibile. Si pensò quindi di trasferire nel meridione le lavorazioni nocive, e tra queste ve ne era una di straordinaria importanza per quegli anni: la lavorazione della plastica. Un processo industriale che utilizza il cloruro vinile monomero, una sostanza altamente tossica e tumorale; in altre parole, una sostanza che uccide. Una nocività che nel 1960 era ampiamente nota alla comunità scientifica internazionale, poiché già nel 1949 era stato pubblicato un saggio, prima in Unione sovietica e poi riconosciuto in tutto il mondo, che trattava proprio la questione della pericolosità della lavorazione del cloruro vinile monomero per la salute delle persone. È vero che in Italia il livello culturale della comunità scientifica non era particolarmente brillante, nel senso che quei pochi che indagavano seriamente questi temi all interno dell università erano al servizio della grande industria ed è solo alla fine degli anni Sessanta, primi anni Settanta, che iniziano a uscire dall accademia delle figure che si contrappongono a questo schieramento apertamente di classe; ma è anche vero che alcuni medici di base, interni alla stessa Montecatini, soprattutto nel polo di Livorno dove c era la Solvay, e più di tutti un medico che si chiamava Cesare Maltoni, avevano iniziato a diffondere informazioni sulla nocività di questa sostanza e sulla sua pericolosità per la vita dei lavoratori. Quindi si conosce- 19

20 L'INTERVENTO va la realtà della situazione quando vengono costruiti i poli industriali. Eppure in una città come Brindisi, che dal 1960 è stato uno dei centri più importanti per la lavorazione del cloruro vinile monomero, non è mai stata detta una parola sulla sua nocività. Un cantiere sociale non è un luogo di interviste ma un luogo che parte dall idea, ormai molto trascurata, che i migliori conoscitori di un contesto sono coloro che lo vivono e lo frequentano abitualmente; solo chi vive un problema, in questo caso una situazione tragica perché si confronta con la morte, è anche colui che ne conosce l anima e il senso, l esperienza. Questo cantiere è nato dall incontro con un epidemiologo molto importante che lavora a Brindisi, Maurizio Portaluri, e con alcuni operai di quella generazione che ha iniziato la storia del polo industriale, ancora vivi ma tutti malati di cancro. I vecchi lavoratori sono stati molto importanti perché volevamo ricostruire la storia del polo chimico, non come storia della grande industria che si può leggere su qualche libro ma come storia di chi l ha attraversata, fatta, costruita, e caso mai ci è anche morto; una vecchia generazione che ha vissuto la fabbrica dalla nascita, nel 1960, fino al 1974, persone che erano già organizzate nel Comitato di difesa delle vittime del petrolchimico, che ha costruito relazioni con 300 ex lavoratori, in parte morti e in parte ammalati di tumore. È importante anche la storia di questo comitato, perché è nato dal trauma di uno di loro, un operaio che per tantissimo tempo aveva portato avanti con assoluta tranquillità il paradigma meglio morire di cancro che morire di fame : quando si rompevano i tubi nei reparti del vinile e fuoriusciva una pioggia di polvere bianca che si depositava dappertutto tanto che tra i lavoratori era nato il modo di dire anche oggi ha nevicato lui si proponeva per andare a rattoppare i condotti; non è detto che venga il cancro, diceva, sono tutte storie, casomai mi date un giorno di riposo in più, ho una famiglia da mantenere ecc. Finché un giorno il cancro se l è trovato. Quel giorno, anziché far propria la cultura cittadina, una cultura colonizzata che ha origini molto lontane nella storia europea e italiana e che vuole che la malattia debba essere nascosta, ha deciso di andare a cercare gli ex colleghi, e bussando di casa in casa si è sentito dire che erano morti; da qui è nato il comitato. Abbiamo poi cercato gli operai più giovani, perché a un certo punto la Montedison ha esternalizzato il settore più pericoloso, quello dell intervento di manutenzione sulle tubature, e li abbiamo trovati facilmente perché sono lavoratori molto precari e molto arrabbiati, per la semplice ragione che hanno dei contratti giornalieri. Loro ci hanno spiegato come funziona il sistema: una piccola impresa si propone per l appalto della manutenzione e utilizza lavoratori interinali, assumendoli a condizione che lavorino a chiamata a qualunque ora del giorno e della notte; 20

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