9 Gli animali parlano? Possono imparare una lingua umana?

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1 9 Gli animali parlano? Possono imparare una lingua umana? Vi sono poi gli idoli che derivano quasi da un contratto e dalle reciproche relazioni del genere umano: li chiamiamo idoli del mercato a causa del commercio e del consorzio degli uomini. Gli uomini infatti si associano per mezzo dei discorsi, ma i nomi vengono imposti secondo la comprensione del volgo e tale errata e inopportuna imposizione ingombra in molti modi l intelletto. D altra parte le definizioni o le spiegazioni, delle quali gli uomini dotti si provvidero e con le quali si protessero in certi casi, non sono in alcun modo servite di rimedio. Anzi le parole fanno violenza all intelletto e confondono ogni cosa e trascinano gli uomini a controversie e a finzioni innumerevoli e vane. 1 F. Bacon, Novum Organum, 43 (trad. di P. Rossi) Gli animali parlano? A dispetto della sua apparente semplicità, cercare di rispondere seriamente a questa domanda è di fatto impossibile (come anche le infinite controversie a questo proposito dimostrano) se non ci si accorda sul significato di 'parlare' o di 'linguaggio', 'lingua' o nozioni simili. In altre parole, ci si trova davanti a un tipico esempio di quelli che F. Bacon ha denominato idola fori 'idoli del mercato', per riferirsi a un tipo di errore logico-dialettico che deriva dal linguaggio comune. Nell'uso comune, 'linguaggio' ha almeno tre usi diversi: (1) il primo per riferirsi alle lingue umane in generale; (2) il secondo (come in 'il linguaggio dell'arte') è un'estensione metaforica per riferirsi a sistemi complessi (come anche il termine 'grammatica', p.e. 'la grammatica della musica'); (3) il terzo è un via di mezzo tra i precedenti e sta a significare una qualunque forma di comunicazione. Spesso il senso (1) e il senso (3) vengono confusi, come se fossero la stessa entità (più raramente, anche il senso (2) viene confuso col primo senso). Cominceremo allora a porci la domanda: gli animali comunicano? 1. Gli animali comunicano? La risposta non può che essere, banalmente, positiva, come è generalmente noto. Piuttosto, è più interessante chiedersi come comunichino gli animali, e con quale efficacia. Anche questa domanda, però, non è priva di insidie: (1) contrappone un'entità singola a un'entità quanto mai complessa e variegata (in altre parole, ci si può in- 1 Sunt etiam idola tanquam ex contractu et societate humani generis ad invicem, quae idola fori, propter hominum commercium et consortium, appellamus. Homines enim per sermones sociantur; at verba ex captu vulgi imponuntur. Itaque mala et inepta verborum impositio miris modis intellectum obsidet. Neque definitiones aut explicationes, quibus homines docti se munire et vindicare in nonnullis consueverunt, rem ullo modo restituunt. Sed verba plane vim faciunt intellectui, et omnia turbant; et homines ad inanes et innumeras controversias et commenta deducunt. terrogare su singole specie, al massimo su specie simili), un chiaro atteggiamento antropocentrico; (2) accordarsi sul concetto di comunicazione è tutt'altro che facile, perché non è affatto chiaro dove finisca un atto comunicativo vero e proprio e dove cominci un atto informativo (p.e., arrossire è sicuramente un atto informativo dello stato emotivo di un essere umano, ma molto difficilmente verrebbe definito comunicativo). Nella teoria della comunicazione regna un buon accordo, ragionevolmente, sul fatto che il discrimine passi attraverso l'intenzionalità. Su questa base, arrossire non è un atto comunicativo, in quanto si tratta di una manifestazione fisica spontanea, non controllabile. Tuttavia, questo criterio è ben lungi dall'avere risolto tutti i problemi, per due ragioni. La prima, contingente, è che non è sempre possibile determinare se un atto informativo sia intenzionale o meno; la seconda, intrinseca, è che la nozione di intenzionalità è tutt'altro che chiara (p.e., gran parte dei gesti che accompagnano il parlato umano sono inconsci, ma non automatici, a differenza dell'arrossire: sono intenzionali o meno?). Nella trattazione che segue assumeremo che queste riserve non siano tali da inficiare qualsiasi trattazione dei sistemi di comunicazione animale, affidandoci a un approccio di tipo intuitivo. Più avanti esamineremo alcuni tentativi di definire meglio la questione. La prima osservazione generale è che esiste un'evidente asimmetria tra l'aspetto genetico e quello comunicativo. Mentre il regno animale è disegnato sulla base di una lingua comune, il DNA, tale che permetta di disegnare un albero filogenetico (come nel disegno a sinistra) a livello comunicativo il regno animale è privo di un codice universale di comunicazione (come il fatto che i gruppi animali non sono connessi nel disegno a destra mostra): Né la parentela genetica è indicativa della somiglianza tra i sistemi di comunicazione: una specie può utilizzare una forma di comunicazione molto più simile a quella di una specie molto lontana che a quella di una specie direttamente imparentata. In altri termini, a livello di sistemi di comunicazione esistono molte più analogie che omologie. Un esempio è costituito proprio dal linguaggio umano, che per molti versi è più simile a quello di molte specie di uccelli che a quello degli altri primati (i.e. incontra più analogie che omologie). Dal punto di vista della modalità, esistono sistemi vocali, visivi (gestuali, facciali, corporali, ecc.), chimici e tattili. Passeremo ora in rassegna alcuni tra i sistemi di comunicazione animale più interessanti e meglio compresi.

2 Lingue e linguaggio tra mito e realtà. Corso di sopravvivenza contro miti e pregiudizi linguistici a. Api Le api comunicano per mezzo di una caratteristica "danza". Quando un'ape scout individua del cibo, normalmente del nettare, torna all'alveare per comunicarne la posizione alle compagne, che ricevono le informazioni. Quando la danza è circolare significa che la distanza tra alveare e fonte di cibo è inferiore a 100 metri; in questo caso le api si levano in volo e compiono dei circoli fino a che non individuano il cibo: Quando la danza è a «8» la distanza è superiore, ed è proporzionale alla durata delle oscillazioni: l'angolo che l'ape mantiene rispetto al Sole volando verso la fonte di cibo corrisponde all'angolo formato con il Sole dal tratto rettilineo della danza a otto: Per indicare la fonte A l'ape esegue il tratto rettilineo in linea con il Sole; la stessa danza, ma di verso opposto, per C; per B invece il tratto rettilineo forma un angolo di 80 gradi con il Sole: Inoltre, le api non sono sorde, come si pensava: al buio, riescono a interpretare il messaggio ascoltando le battute delle ali dell'ape che danza. b. Delfini È communis opinio che i delfini, animali altamente sociali, abbiano un sofisticato sistema di comunicazione. In effetti, questo è stato confermato dalla ricerca. Utilizzano diversi mezzi: vocalizzazioni, contatto fisico (morsi di varia intensità compresi) gesti e posture per esprimere stati emotivi (rabbia, frustrazione, contentezza, affetto), informazioni a proposito dello stato riproduttivo, l'età, il sesso, ecc., e informazioni sul mondo esterno, in particolare per coordinare la caccia o per giocare. A volte, come nella città di Laguna in Brasile, apprendono anche a comunicare con gli esseri umani al fine di coordinare i loro sforzi per la pesca. Le vocalizzazioni sono il mezzo comunicativo più utilizzato e consistono fondamentalmente di due tecniche diverse: fischi e click. I click sono ultrasuoni, troppo al di sopra della soglia di udibilità per essere percepiti dalla nostra specie, e vengono utilizzati soprattutto per la navigazione, come un sonar. 2 c. Uccelli È un luogo comune che gli uccelli abbiano un 'linguaggio'. In effetti, il carattere vocale dei loro sistemi di comunicazione ha sempre colpito l'immaginazione umana, in particolare per le complesse melodie che alcune specie sono in grado di produrre, tali che, a sottolinearne l'analogia con la voce umana, sono state paragonate a un canto, un'attività prettamente umana. Non tutti gli uccelli "cantano": alcune specie, come il passero, si limitano a dei cinguettii. Il linguaggio di alcune specie canterine, come il fringuello, è stato studiato a fondo. Ne risulta un quadro di grande complessità: i loro vocalizzi sono articolati in modo simile alle emissioni umane. Di seguito sono riportati i sonogrammi di due diversi canti di un fringuello, che mostrano la divisione in sintagmi, sillabe e fonemi: L'analogia con il linguaggio umano, almeno dal punto di vista fonico, è sorprendente, riproponendone una caratteristica ben nota, la doppia articolazione del segno: le frasi sono articolate in morfemi (unità minime di significato), le quali a loro volta sono articolate in fonemi (unità di contrasto senza significato). Un altro aspetto che avvicina il linguaggio degli uccelli a quello umano è la tradizione, ovvero il fatto che anche negli uccelli il linguaggio non è del tutto innato: in una certa misura si basa sull'imitazione del canto degli individui della propria comunità e viene sviluppato durante tutta la vita. È stato osservato che gli uccelli cresciuti in isolamento presentano un canto diverso ('anormale', nella considerazione degli ornitologi e, a quanto pare, degli stessi uccelli della stessa specie) dagli altri individui cresciuti in condizioni normali. d. Primati Tra i primati, il linguaggio dei cercopitechi (vervet monkeys) dell'africa Orientale ha attirato l'attenzione degli studiosi. I C. hanno un repertorio di una trentina di versi (il numero esatto è discusso perché alcuni includono nell'elenco anche manifestazioni come starnutire o vomitare, ragionevolmente escluse da altri), che possono indicare l'incontro con un altro gruppo di consimili, l'interazione con altri membri del proprio

3 Marco Svolacchia branco o l'avvistamento di un predatore. I C. lanciano richiami d'allarme diversi quando avvistano i loro principali predatori: leopardi, aquile e serpenti. Sembra trattarsi, quindi, di segnali referenziali (per cui v. avanti). 2. Si può parlare di 'lingue animali'? Appurato che gli animali (quale più, quale meno) comunicano (pur con sistemi di sofisticatezza variabile), ci si può chiedere se questi o, meglio, alcuni di questi dispongano di una vera e propria 'lingua'. Il problema qui, ovviamente, è definire che cosa conti come lingua, perché la risposta è direttamente correlata alla definizione di questa sfuggente nozione. Ci sono stati diversi tentativi di definire che cosa sia una lingua, tutti in qualche misura incentrati sulle caratteristiche del linguaggio umano, creando il pericolo di circolarità: si mira a paragonare il linguaggio umano ai linguaggi di altri animali, i quali, però, sono a loro volta considerati tali nella misura in cui somigliano a quello umano. Lupus in fabula è la proposta di definizione del linguaggio umano che ha avuto maggiore successo: quella di C. Hockett, basata su 16 T.ratti C.ostitutivi (Design Features) del linguaggio u- mano, attraverso cui compararlo con gli altri sistemi di comunicazione animale: TC1 Canale vocale-uditivo TC2 Trasmissione a distanza e ricezione direzionale Il linguaggio umano può essere trasmesso a distanza ed è direzionale (i.e. permette di individuare la posizione del parlante). TC3 Rapida evanescenza Il parlato svanisce istantaneamente. TC4 Intercambiabilità I membri adulti di una comunità linguistica sono contemporaneamente emittenti e riceventi del segnale linguistico. TC5 Retroazione Il parlante ascolta tutto ciò che dice. TC6 Specializzazione I segnali linguistici sono specializzati perché la loro vera funzione è solo quella di veicolare un messaggio linguistico. TC7 Referenzialità I segnali linguistici si possono riferire a elementi, processi e proprietà del mondo. TC8 Arbitrarietà I segnali linguistici non sono (o non necessitano di essere) i- conici, i.e. non imitano ciò a cui si riferiscono. Anche nel caso delle onomatopee, di numero e impatto molto limitato, una certa quantità di arbitrarietà è coinvolta (come mostra il fatto che variano in una certa misura di lingua in lingua). TC9 Carattere discreto I segnali linguistici sono discreti, non disposti lungo un continuum (un fonema non può essere più o meno /p/; una parola non può essere più o meno 'casa'). TC10 Distanziamento Il linguaggio umano può riferirsi non solo a elementi presenti, ma anche ad elementi o avvenimenti lontani nello spazio e nel tempo; può persino riferirsi a elementi inesistenti o ipotetici. TC11 Apertura (creatività/produttività) Il linguaggio umano permette di creare e comprendere un numero infinito di nuovi messaggi, grazie alla grammatica. TC12 Tradizione Le lingue umane specifiche non sono innate, ma debbono essere apprese. 3 TC13 Doppia articolazione Ogni lingua umana è articolata su due livelli: il primo di unità senza significato che si combinano per formare unità dotate di significato, i morfemi. TC14 Prevaricazione La possibilità di mentire. TC15 Riflessività La possibilità di parlare di linguaggio tramite il linguaggio stesso. TC16 Apprendibilità La possibilità che un parlante di una lingua ne impari un'altra. L'assunto di Hockett è che i TC non siano necessariamente tratti distintivi della specie umana nel senso di u- nici (perché alcuni di questi, come p.e. la fonicità, ricorrono anche in altre specie), ma nel senso che in nessun altro sistema di comunicazione ricorrono tutti insieme. Per quanto interessante, questa lista presenta dei difetti evidenti. È in una certa misura arbitraria nel numero, presentando TC specifici accanto ad altri generali (perché 16 TC?), disordinata (quale relazione c'è tra i TC?), ridondante (quali dipendono da un TC più generale?) e, soprattutto, non gerarchizzata (i TC sono tutti alla pari? Per esempio, i TC2-3 discendono evidentemente dal TC1). Un altro problema è che si tratta di un sistema ambiguo negli scopi: da un lato pretende di essere una base neutra di comparazione tra i vari sistemi di comunicazione; dall'altra è chiaramente antropocentrico: se è la qualità del linguaggio che si vuole determinare, perché contemplare la fonicità (e derivati) tra i TC? Tra l'altro, non è nemmeno rilevante a livello della specie umana: esistono lingue umane che non utilizzano il canale vocale-uditivo (come le lingue dei segni) o che lo codificano in un sistema visivo (come nella lingua scritta) o tattile (come nel Braille). Finisce, infine, nell'essere poco significativo: qual è l'interesse nel dire che un certo linguaggio animale condivide n TC con quello umano, mentre un altro ne condivide, poniamo, n+1? Per fare un esempio, troveremmo soddisfacente le seguenti definizioni di 'essere umano'? essere umano (1) 'bipede senza penne' (2) 'bipede senza pinne' (3) 'bipede con peli', ecc. In particolare, lasciano perplessi le definizioni al negativo: 'senza x/y', ecc., che si possono moltiplicare ad libitum (senza parlare del fatto che sospetteremmo che la definizione (1) provenga da uno scienziato uccello, o ornitologo, mentre la seconda da uno scienziato pesce, o ittiologo). Di seguito, cercheremo di ordinare i TC, eliminando le ridondanze, da una parte, e i TC che non sono essenziali a definire la qualità di un linguaggio, dall'altra. b. Tratti definitori di 'linguaggio' Molti TC contribuiscono, più o meno direttamente, a realizzare quella che sembra la caratteristica principale di ogni lingua umana: il suo carattere aperto o creativo, la possibilità di esprimere qualsiasi nozione concepibile dalla nostra mente. Si tratta dei seguenti:

4 uso spontaneo referenzialità distanziamento prevaricazione riflessività dipendenza dalla struttura arbitrarietà doppia articolazione carattere discreto Lingue e linguaggio tra mito e realtà. Corso di sopravvivenza contro miti e pregiudizi linguistici arbitrarietà (un sistema iconico è necessariamente limitato nelle sue capacità espressive perché non è possibile imitare la gran parte dei referenti possibili); carattere discreto (un linguaggio basato su unità di valore graduale, come la danza delle api, può funzionare solo se seriamente limitato); referenzialità (un linguaggio non referenziale è una contraddizione in termini); doppia articolazione (un sistema di segni non articolati è poco funzionale sia per limiti di memoria sia per la difficoltà di mantenere i vari segni ben distinti). distanziamento, prevaricazione, riflessività (l'assenza di ciascuna di queste proprietà determina una limitazione più o meno seria alla creatività di un linguaggio). A questi tratti ne sono stati aggiunti altri due da altri studiosi: uso spontaneo (un atto comunicativo non spontaneo non può essere creativo) e dipendenza dalla struttura. Quest'ultimo equivale sostanzialmente a sintassi, intendendo con ciò un sistema che permetta di creare infinite possibilità combinatorie. Per ottenere questo risultato le frasi debbono essere costruite sulla base di regole precise (che si applicano coerentemente agli stessi elementi) e ricorsive (applicabili un numero illimitato di volte). Si considerino gli esempi seguenti: 1. Una bambina una al diede 2. Una signora alta col cappello mela cavallo. 'Una bambina' della frase (1) e 'La signora alta col cappello della frase (2) differiscono notevolmente nella loro forma apparente. Tuttavia, svolgono nella frase la stessa funzione ('SOGGETTO'), come dimostrano le frasi equivalenti passive, in cui hanno assunto un'altra funzione ("complemento di agente"), pur mantenendo la stessa semantica (l'autore dell'azione di dare una carota): Al cavallo fu data una mela da una bambina. da una signora alta col cappello. La ragione per cui 'Una bambina' e 'La signora alta col cappello' funzionano come uno "stesso elemento" è che entrambi sono elementi connessi al NOME; la differenza tra i due casi è nel grado di espansione (nullo nel primo, duplice nel secondo). In sintesi, tutti i tratti costitutivi discussi (proposti sia da Hockett sia da altri) possono essere compresi nella proprietà della creatività (o apertura): CREATIVITÀ Dei TC di Hockett rimane fuori la tradizione, che rientra probabilmente nella stessa creatività, almeno in modo probabilistico: se una lingua è innata come può essere aperta? Non potrebbe ammettere modifiche né espansioni (nuovi segnali). È poi concepibile che possa esistere un linguaggio veramente complesso che sia interamente innato? In altre parole, sembra inverosimile che un corredo genetico possa contemplare una simile possibilità. Degli altri tratti proposti da più parti restano fuori il cambio di turno (il rispetto dell'alternanza di chi parla e di chi ascolta nel dialogo) e la lettura della mente (la capacità empatica di leggere le intenzioni, in primis comunicative, del nostro interlocutore, i suoi stati d'animo e di intuire le sue conoscenze). Si tratta certamente di proprietà molto importanti, specie la seconda (la prima può essere probabilmente sussunta sotto di questa), che definisce in tutta evidenza una parte importante di ciò che ci rende umani. Tuttavia, non si tratta di proprietà del linguaggio in senso stretto, ma di tratti sociali che rendono possibile l'uso normale (i.e. umano) dello stesso. Il risultato di questa discussione è che il tratto che meglio permette di misurare la qualità di un sistema di comunicazione è la creatività. Forti di questo armamentario, esamineremo i sistemi di comunicazione animale già presentati per determinare se e in quale misura siano linguaggi veri e propri. I linguaggi animali sono creativi? La risposta a questa domanda è negativa: la maggior parte degli animali dispone di un numero fisso di segnali, emessi in circostanze ben definite. La domanda diventa allora: esistono linguaggi animali creativi? Api È stato spesso messo in evidenza che il linguaggio delle api contiene una sorta di grammatica, perché è produttivo: a seconda della distanza e della direzione del cibo un'ape emette un segnale diverso. Tuttavia, la sua creatività è e- stremamente limitata: può solo segnalare la posizione del cibo. In secondo luogo, anche in questo ambito è seriamente limitato; ad esempio, le api non possono dare informazioni verticali. K. von Frisch, lo studioso austriaco a cui si deve sostanzialmente tutto quello che si sa riguardo al linguaggio delle api, lo provò con un esperimento: mise un alveare ai piedi di un'antenna radio e dell'acqua zuccherata sopra la stessa; poi la mostrò ad alcune api. Queste furono incapaci di dare la giusta direzione alle altre; si limitarono a fare la danza circolare per indicare che il cibo era vicino. Risultato: per alcune ore le altre api volarono in tutte le direzioni eccetto che sopra l'alveare, finché smisero. Von Frisch notò: 'Le api non hanno una parola per 'su' nella loro lingua. Non ci sono fiori tra le nuvole.' La domanda che ci si potrebbe fare è se lo stesso sia vero per il linguaggio umano, dato che, come si è detto, ogni lingua è adeguata ad esprime la cultura della comunità che la parla, non le altre. La risposta deve essere negativa: il linguaggio umano permette di creare nuove parole (o di utilizzare combinazioni di quelle già esistenti) quando si crea una nuova necessità. Il linguaggio delle api invece non lo permette perché è un sistema chiuso. 4

5 Marco Svolacchia Delfini J. Bastian fece un esperimento che sembrò dimostrare che i delfini parlassero, i.e. che comunicassero in modo creativo. Addestrò due delfini, Buzz (maschio) e Doris (femmina) a premere, di due pale (come nella figura a sinistra), quella destra se si accendeva una luce fissa, la sinistra se si accendeva una luce intermittente, ottenendo un pesce in premio se entrambi svolgevano il compito correttamente: Poi divise i due delfini tramite un pannello opaco, in modo che potessero sentirsi ma non vedersi, e fece loro compiere lo stesso esercizio. Questa volta, però, solo Doris poteva vedere la luce. Quindi, l'unica possibilità per ottenere il premio era che Doris comunicasse a Buzz di quale luce si trattasse: L'esperimento sembrò riuscire perfettamente (in migliaia di ripetizioni). In seguito, risultò che si trattava di altro: anche quando i due delfini erano insieme, Doris era solita emettere due versi diversi a seconda del tipo di luce e aveva mantenuto questa abitudine anche dopo la separazione. Quindi, Buzz si limitava ad associare i suoni diversi che Doris meccanicamente emetteva alle luci diverse, reagendo di conseguenza. Pertanto, nonostante la loro impressionante intelligenza e il loro sofisticato sistema di comunicazione, nemmeno per i delfini sono state finora portate prove che comunichino in modo creativo. Uccelli Nemmeno il linguaggio degli uccelli ha dato prova di essere creativo. Ci si potrebbe aspettare che possano comunicare a proposito di un numero impreciso di situazioni, dato il carattere altamente combinatorio delle note. In realtà, per quanto è stato accertato, i canti degli uccelli riguardano solo 2 campi: (1) corteggiamento e (2) segnalazione territoriale. In conclusione, non è stata ancora portata evidenza di linguaggi animali che mostrino dipendenza dalla struttura. In altre parole, nessuna forma di comunicazione animale ha qualcosa di simile alla sintassi umana. Non sono stati trovati linguaggi animali con la proprietà del distanziamento. È stato a volte sostenuto che il linguaggio delle api abbia questa proprietà, ma il distanziamento possibile per le api si limita all'area operativa (una circonferenza con un raggio di qualche chilometro) e al tempo necessario per percorrerla. Non è stata provata nemmeno la referenzialità: i segnali animali si riferiscono tipicamente a stati d'animo in reazione a stimoli esterni (paura, allarme, aggressività, desiderio sessuale, ecc.). Una possibile eccezione è il linguaggio dei cercopitechi che, come abbiamo visto, sembrano differenziare il segnale di fuga a seconda dello specifico predatore. Anche qui, però, potrebbe trattarsi solo di segnali operativi: 'scappare su un albero', se si avvista un leopardo o un leone (a), 'nascondersi tra gli arbusti, se si avvista un'aquila (b) e 'scappare via' se si avvista un serpente (c): (a) (b) (c) Infine, non è stato provato che qualche animale possieda la capacità della lettura della mente, anche se è stata sostenuta per qualche primate e per alcuni animali domestici come il cane. Per riassumere: dipendenza d. struttura NON TROVATA distanziamento NON TROVATO referenzialità NON PROVATA lettura della mente NON PROVATA 3. Gli A. possono imparare una lingua umana? Il fatto che non esista in natura nulla di paragonabile alla potenza espressiva del linguaggio umano non implica necessariamente che nessun animale sia in grado di imparare una lingua umana. Detto in modo più interessante, fino a che punto un animale può imparare una lingua umana? Nella letteratura specifica, esistono studi che mostrano capacità sorprendenti in questo senso, molto più elevate certamente di quanto generalmente si ritenga. a. Cani e uccelli Un caso spesso segnalato dai proprietari è quello della capacità da parte del loro cane di comprendere parole, e perfino frasi, almeno a un certo livello di approssimazione. Queste osservazioni sparse, a parte qualche evidente esagerazione, sono state confermate dalla ricerca. È appurato che i cani, specie alcune "razze" di cane, sono in grado di apprendere molte decine di parole e di eseguire dei comandi in modo analitico. Probabilmente, però, il caso più sorprendente è quello degli uccelli, specie pappagalli e merli indiani, che mostrano delle capacità di apprendere (e a differenza dei cani e dei primati di pronunciare) diverse decine di parole. Un caso ben conosciuto è quello di Alex, un pappagallo grigio comprato nella provincia di Chicago nel 1977 a 13 mesi d'età. Dopo un accurato addestramento, sapeva nominare referenzialmente più di 30 oggetti (p.e. uva, sedia, chiavi, carota), 7 colori (p.e. azzurro, giallo, viola) e 5 forme (p.e. triangolo, quadrato). Sapeva anche rispondere correttamente se gli si chiedeva se due colori o forme fossero diverse o le stesse. 5

6 Lingue e linguaggio tra mito e realtà. Corso di sopravvivenza contro miti e pregiudizi linguistici b. Esperimenti coi primati La parte del leone in questo tipo di indagine, però, la fanno i primati, data la loro prossimità genetica. Si tratta di un campo di indagine estremamente interessante e ormai consistente, ma anche insidioso, per una serie di ragioni: (1) l'atteggiamento spesso fazioso da parte degli sperimentatori (un esempio del quale sono le traduzioni "umanizzate" delle produzioni dei primati addestrati, che possono dare un'impressione molto migliore della realtà, specie a persone linguisticamente poco consapevoli; non va nemmeno dimenticato che gli sperimentatori generalmente diventano una sorta di genitori adottivi dei soggetti); (2) le reazioni quasi religiose al dibattito (in parte anche religiose in senso proprio); (3) l'ignoranza da parte degli sperimentatori, in genere psicologi, riguardo alla natura del linguaggio umano; (4) i problemi causati dall'interazione con animali pericolosi quando diventano adulti, che decretano la fine dell'esperimento e impediscono di seguire tutti gli sviluppi successivi. La conseguenza è che non è facile farsi un'idea precisa e obiettiva dei risultati di questi esperimenti. Il primo tentativo sperimentale di insegnare a parlare una lingua umana a un primate si ebbe nel 1931, quando i coniugi Kellogg adottarono uno scimpanzè femmina di 7 mesi di nome Gua, allevandola insieme al figlio coetaneo, Donald, ed esponendola continuamente al parlato. Il tentativo fu un fallimento: alla fine di anni di addestramento, Gua capiva c. 70 parole, ma non parlava affatto. Naturalmente, il figlio umano imparò invece l'inglese normalmente. Un altro esperimento fu condotto diversi anni più tardi, nel 1947, dai coniugi Hayes su uno scimpanzè femmina di nome Viki. Al termine di 3 anni di addestramento intensivo imparò ad articolare in modo semicomprensibile (più per i loro "genitori" che per gli altri, a quanto pare) 4 parole: PAPA, MAMA, CUP, UP. Divenne in seguito chiaro che i primati non possono parlare perché non hanno l'apparato fonatorio adatto. Il confronto fra gli apparati fonatori dello scimpanzè e dell'uomo mostra i seguenti contrasti: Questi insuccessi determinarono la perdita di interesse in questi esperimenti, già di per sé molto impegnativi e dispendiosi. Una svolta si ebbe un paio di decenni dopo, quando qualcuno pensò di utilizzare altri media. Da allora si sono utilizzate la lingua dei segni (basata sull'asl) o dei supporti (magnetici prima, elettronici in seguito). A seconda del medium utilizzato, i primati sono conosciuti come 'segnatori' o 'puntatori'. I coniugi Premack furono i primi a sperimentare con un medium diverso dalla voce. Cominciarono a lavorare nel 1966 su Sarah, una femmina di scimpanzè di 7 anni, utilizzando dei gettoni magnetici di diversi colori, forme e dimensioni su una lavagna magnetica, come quelli che si vedono nella figura di seguito (N.B. quasi tutti i gettoni sono arbitrari): Sarah doveva collocare i gettoni in una sequenza esatta che corrispondeva all'ordine delle parole nelle frasi di lingua inglese. Non veniva invece assegnato alcun valore all'orientazione con cui venivano collocati i gettoni. Fu anche in grado di apprendere dei concetti astratti. I concetti di 'uguale' e 'diverso' le furono insegnati facendole accoppiare oggetti uguali (p.e. 2 mele): le fu dato un gettone per indicare 'uguale', che fu posto tra le 2 mele. Le fu poi insegnato a mettere il gettone 'diverso' tra 2 oggetti diversi: (1) la cavità orale umana è in proporzione più corta e più larga; (2) la mandibola è più leggera; (3) la laringe è situata più in basso nel collo in modo, da cui risulta una cavità faringea più ampia e ad angolo retto con la cavità orale; (4) la lingua è un elemento di continuità tra le due cavità, di cui può modificare con i movimenti forma e dimensioni; (5) il canale sopralaringeo dell'uomo funziona come un organo a due canne, a differenza di quello dello scimpanzè. L'interrogazione fu introdotta con l'aiuto delle parole 'uguale' e 'diverso': un gettone designato per? veniva po- 6

7 Marco Svolacchia sto tra i due oggetti e Sarah doveva sostituire il gettone? con quello per 'uguale' o 'diverso', a seconda dei casi: Il concetto di 'colore', una parola piuttosto astratta, venne insegnato tramite proposizioni come 'rosso? mela', 'rosso? banana': S. doveva sostituire '?' col simbolo per 'colore': Il passo successivo fu di insegnare la lingua con la lingua: Sarah apprese a mettere il gettone 'si chiama' tra il gettone 'mela' e l'immagine di una mela: La negazione fu insegnata tramite domande come 'rosso? mela', 'rosso? banana': Sarah doveva rispondere sostituendo '?' col simbolo per 'colore' o 'non colore': La relazione condizionale ('se..., allora...') fu insegnata come un'unica parola, posta tra le due proposizioni. Sara doveva fare molta attenzione al significato delle 2 frasi per avere un premio: 7 Un esempio degli esercizi a cui Sarah venne sottoposta nella fase a- vanzata del suo addestramento è rappresentato nell immagine a fianco, in cui, dopo aver letto sulla lavagna magnetica il messaggio "Sarah mettere mela secchio banana piatto", eseguiva con precisione le azioni richieste. Per interpretare correttamente la frase come 'mettere (la) mela (nel) secchio (e la) banana (nel) piatto' e non, p.e., 'mettere (la) mela, (il) secchio (e la) banana (nel) piatto lo scimpanzé doveva capire la struttura della frase (almeno a un certo livello), in quanto l'ordine delle parole da solo non era sufficiente a risolvere le ambiguità. Quali sono stati i risultati di questo esperimento? Secondo A.J. e D. Premack, Sarah arrivò ad apprendere (passivamente e attivamente) circa 130 parole, sia astratte che concrete che usava con un'attendibilità compresa tra il 75 e 1'80 per cento che sapeva utilizzare in modo referenziale (applicandole a classi di elementi, quindi non come nomi propri) e arrivò a capire la 'struttura della frase'. Nelle loro parole: Nel valutare i risultati dell'esperimento compiuto con Sarah bisogna fare attenzione a non richiedere a Sarah ciò che si richiederebbe a un uomo adulto. Messa a confronto con un bambino di due anni, Sarah si difende però molto bene sul piano dell'abilità di linguaggio. Di fatto a Sarah vennero fatte richieste in una forma linguistica che non verrebbe mai usata con un bambino. L'uomo è affetto da pregiudizi comprensibili a favore della propria specie, e i membri di altre specie devono compiere fatiche erculee prima che venga a essi riconosciuto il possesso di capacità simili, particolarmente nel campo del linguaggio. Va notato, però, che non è affatto chiaro che cosa intendano i Premack con comprendere 'la struttura della frase'. La domanda corretta da farsi, semmai, sarebbe: 'A quale livello di comprensione della sintassi è arrivata Sarah?'. La frase utilizzata, una coordinata piuttosto semplice, non è esattamente la struttura più complessa generabile dalla sintassi umana. Quasi contemporaneamente, nel 1967, i coniugi Gardner cominciarono a sperimentare su una femmina di scimpanzè di un anno, Washoe, che fu allevata come un essere umano e che era circondata da persone che le parlavano in lingua dei segni (derivata dall'asl) durante tutte le ore di veglia. Dopo alcuni anni di addestramento, Washoe aveva appreso dalle 100 alle 300 parole (la variazione è dovuta alla mancanza di accordo tra ricercatori: pare che W. ne utilizzasse 132 attivamente e c. 350 passivamente) usate referenzialmente, utilizzabili in modo generale (p.e., utilizzava MORE non solo per farsi fare il solletico, ma anche per farsi spingere in un cesto della biancheria e per chiedere altro cibo) e con distanziamento. Sapeva produrre frasi di 2/3 parole in modo creativo, come illustrano gli esempi seguenti: GIMME TICKLE fammi solletico GO SWEET andare lamponi OPEN FOOD DRINK aprire frigo LISTEN EAT sentire (il segnale del) mangiare HURRY GIMME TOOTHBRUSH ('sbrigare dare spazzolino da denti') ROGER WASHOE TICKLE ('Roger fare solletico Washoe'). Inoltre, pare che le capacità linguistiche di W. fossero conformi al criterio della tradizione, in quanto avrebbe insegnato quello che aveva appreso della lingua dei se-

8 Lingue e linguaggio tra mito e realtà. Corso di sopravvivenza contro miti e pregiudizi linguistici gni a un figlio adottivo, dopo essere stata trasferita in una riserva per primati. Accanto a questi successi, si deve notare un grave risultato negativo: l'assenza di grammatica. L'ordine delle parole era infatti casuale: SWEET GO o GO SWEET, al contrario dell'inglese dei coetanei umani: MUMMY COME, EVE READ, ADAM PUT, CAR GONE. Un altro aspetto che va considerato è che, durante gli esperimenti, gli osservatori madrelingua di ASL riconoscevano a Washoe un numero molto minore di segni rispetto agli istruttori (e giudicavano la sua attività gestuale molto confusa). Va ricordato che gli istruttori di W. non erano parlanti nativi di ASL; in realtà, quello che utilizzavano era un pidgin ASL (anche se questa differenza non sembra fosse chiara ai Gardner). Un altro esperimento che ha avuto una certa notorietà (tanto da dare luogo a un film documentario), sebbene meno influenza dei precedenti a causa di gravi difetti di impostazione, è quello condotto a partire dal 1972 dalla psicologa F. Patterson su Koko, una femmina di gorilla di un anno, cui insegnò una forma di ASL. I risultati di questo esperimento sono molto controversi e contraddittori: pare che K. fosse riuscita ad apprendere attivamente più di parole (!) di ASL, un numero esorbitante in rapporto a quello degli altri primati precedentemente addestrati al linguaggio, e c parole di inglese (!!) (Nell'immagine si vede Koko che esegue il segno per 'occhio'). Per quanto riguarda la sintassi, i dati sono invece molto scarsi, in quanto pare che la maggior parte delle sue e- missioni consistessero di risposte a domande a scopo lessicale del tipo 'qual è sedia?'; 'qual è rosso?' Pertanto, a quanto pare, le emissioni di K. consistevano più che altro in denominazioni ('(questo è un) albero'; '(questa è una) banana') o in frasi monofrastiche, in cui l'interpretazione dell'intenzione comunicativa doveva essere inferita dal contesto ('banana' poteva significare '(voglio una) banana' oppure '(questa è una) banana', e via dicendo), che è la prestazione tipica di bambini umani al di sotto di 1,5 anni di età. 8 Qualche anno più tardi (1973) H. Terrace condusse un altro esperimento con uno scimpanzè maschio molto giovane, Nim Chimpsky, che venne sottoposto a 4 anni di addestramento sistematico. Il medium usato fu, come per Washoe, una lingua dei segni basata sull'asl. Si trattò di un esperimento considerevolmente diverso rispetto ai precedenti, per due ragioni: (1) sebbene fosse cresciuto in una famiglia adottiva dall'età di due settimane, N.C. fu sottoposto a un metodo di addestramento più rigoroso dei precedenti (l'approccio fu quello della experimental analysis of behavior, di derivazione comportamentista); (2) anche l'analisi dei dati fu condotta in modo più rigoroso (utilizzando un computer per elaborarli quantitativamente) che in passato, in cui si ricorse più che altro a procedure impressionistiche. I risultati furono molto più modesti di quelli dichiarati per Sarah e Washoe. Risultò che N.C. aveva appreso 125 parole (per un'unica ricercatrice del team il numero sarebbe stato in realtà di un quintuplo), ma le sue emissioni difettavano di qualunque traccia di sintassi umana. Sembrava produrre con una certa frequenza anche frasi di 4 parole; in realtà, le sue performance risultarono molto meno impressionanti perché almeno una parola era sempre una ripetizione letterale o concettuale di una precedente, come mostrano le seguenti liste di enunciati di 3 o 4 parole (con a destra l'indice di frequenza): L'enunciato massimo registrato fu: GIVE ORANGE ME GI- VE EAT ORANGE ME EAT ORANGE GIVE ME EAT ORANGE GIVE ME YOU. Petitto e Seidenberg, due ricercatori che avevano lavorato al progetto, notarono a questo proposito: Repetitive, inconsistently structured strings are in fact characteristic of ape signing. Un altro punto debole dell'apprendimento sintattico di N.C. fu l'ordine delle parole incostante (che, in effetti, sembra del tutto casuale: p.e., EAT nelle frasi sopra riportate compare in tutte le posizioni possibili). Un altro aspetto significativo delle performance verbali di N. C. fu la scarsa creatività: a 2 anni il 38% dei suoi enunciati consisteva di imitazioni complete o parziali degli enunciati degli istruttori; a 4 anni la percentuale era salita al 54%. Il confronto con l'apprendimento da parte dei bambini umani, in cui il fenomeno è inverso, è impietoso. Un altro elemento degno di nota è che, a quanto pare, Nim non riuscisse mai a conversare veramente, in quanto non capiva il meccanismo del cambio di turno conversazionale e raramente iniziava una conversazione, limitandosi a reagire all'istruttore (nell'88% dei casi). Le conclusioni di Terrace, che pure aveva iniziato l'esperimento per confutare le idee innatiste di Noam

9 Marco Svolacchia Chomsky (proprio per fare il verso al quale fu scelto il nome dello scimpanzè), sono le seguenti: It would be premature to conclude that a chimpanzee s combinations show the same structure evident in the sentences of a child (Terrace 1979a: 221); Nim s signing with his teachers bore only a superficial resemblance to a child s conversations with his or her parents (Terrace 1983: 57) Va aggiunto che le conclusioni di Terrace furono ferocemente criticate da alcuni studiosi, in particolare dai coniugi Gardner, secondo i quali: Nim era uno scimpanzè disturbato (a causa dei frequenti cambi di istruttore); quindi "diversamente abile" linguisticamente. Il metodo di analisi dei dati era difettoso, perché acontestuale (la critica allude al fatto che i dati vennero elaborati tutti insieme in seguito immettendoli in un computer). In sintesi, la critica è che la ricerca di obiettività ha condotto a un addestramento anaffettivo e a un'analisi dei dati asettica. Inversamente, Terrace replicò che i precedenti esperimenti erano viziati da scarsa obiettività di metodo e di analisi. La controversia è tutt'altro che risolta a tutt'oggi. Di fatto, il risultato fallimentare dell'esperimento di Terrace determinò la fine di molti progetti di ricerca, anche tenuto conto delle ingenti risorse che questi esperimenti richiedono a livello di impegno umano e di finanziamenti. Dovettero passare diversi anni prima che gli esperimenti linguistici sui primati riprendessero. Il più interessante di questi, con tutta probabilità, è quello di S. Savage-Rumbaugh, che dal 1980 addestrò un maschio di bonobo (detto anche 'pigmeo nano': a quanto pare una specie a sé, sebbene strettamente imparentata con gli scimpanzè) di nome Kanzi. Il medium utilizzato fu una tastiera collegata a un computer che utilizzava segni geometrici arbitrari (e un cartellone plastificato con gli stessi segni che veniva utilizzato durante le uscite all'aperto). Kanzi venne anche addestrato alla comprensione dell'inglese parlato (nella figura si vede mentre partecipa a una seduta di addestramento al parlato). I risultati dichiarati di questo esperimento sono impressionanti: 1. apprendimento "spontaneo" di centinaia di parole tramite i segni arbitrari sulla tastiera o cartellone; 2. capacità di produzione di frasi fino a 4 parole; 3. apprendimento di decine di parole inglesi; comprensione di alcune frasi semplici in inglese; 4. apprendimento di alcuni segni gestuali per imitazione spontanea. Un aspetto notevole del suo apprendimento è che all'inizio, quando era ancora piccolissimo, non era oggetto di addestramento, ma si limitava ad accompagnare (o, piuttosto, a distrarre e infastidire) il soggetto addestrato, la madre adottiva, che per la verità non fece grandi progressi nell'arte del linguaggio. Kanzi, invece, mostrò improvvisamente e casualmente di aver appreso spontaneamente molte parole, mentre sembrava fare di tutto, meno che prestare attenzione alle lezioni tenute alla madre. Qualcosa del genere sembra verificò essersi verificato più tardi, almeno in una certa misura, con l'inglese parlato (ovviamente per la sola comprensione) e con l'asl, quest'ultimo sulla sola base della visione ripetuta dei filmati di Koko (i primati, umani compresi, sembrano amare molto la visione di filmati dei propri simili). In sintesi, il livello linguistico raggiunto da Kanzi, che è probabilmente il poliglotta recordman tra i primati non umani, è quello di un bambino di 2 anni da un punto di vista della produzione e quello di un bambino di 2,5 anni per quanto riguarda la sua capacità di comprensione. 4. Conclusioni: gli animali possono imparare una lingua umana? La risposta a questa domanda deve essere senza alcun dubbio negativa: sebbene ci sia qualche elemento in comune (specie coi primati), le capacità linguistiche animali differiscono da quella umana in termini di ampiezza del lessico, dipendenza dal contesto e, ovviamente, nella sintassi (per quanto riguarda i primati, anche nella fonologia). Per il lessico, si pensi alla dotazione di un normale adulto: quante parole conosce una persona normale? LESSEMI SENSI PERIFRASI c c c Si pensi soprattutto a come un bambino normale apprende le parole: a quale ritmo le impara? Comincia a 1 anno; impara 10 parole al giorno fino a 17/18 anni; a 6 anni conosce c parole = 1 parola/1 ora di veglia. Inoltre, e significativamente, l'apprendimento è quasi interamente spontaneo: il peso dell'apprendimento esplicito ('questo si chiama x') è trascurabile e mai necessario. Se si paragona questa situazione a quella a cui i primati linguisti sono stati esposti, le prestazioni dei primati risultano molto modeste. Per la sintassi, i risultati sono ancora meno lusinghieri: Herbert Terrace ha notato che l'aumento della lunghezza media degli enunciati (LME) ha andamento diverso da quello dei bambini, come il grafico seguente mostra: 9

10 Lingue e linguaggio tra mito e realtà. Corso di sopravvivenza contro miti e pregiudizi linguistici Nel grafico si vede che col passare del tempo a ogni aumento del vocabolario nei bambini corrisponde un aumento di LME (curve in nero), anche nel caso di bambini non udenti (curve in grigio), mentre nello scimpanzé Nim (curva in colore) tale lunghezza resta stazionaria. Come spiegare questo paradosso? La risposta più probabile è che, mentre il bambino migliora con l'età perché potenzia la sintassi, un sistema di regole (o principi) generative, i primati migliorano solo la loro capacità imitativa. Il fatto puro e semplice è che un primate, anche il più dotato e meglio addestrato, si ferma alle possibilità di un bambino di 2/2,5 anni (che, va aggiunto, apprende la lingua in modo del tutto spontaneo), le cui capacità linguistiche sono ancora in fase iniziale. Il risultato è che quando un bambino comincia lo sviluppo vertiginoso delle sue possibilità linguistiche, un primate si ferma. Come spiegare questa differenza? In altre parole, che cos'è che noi abbiamo e che manca persino ai nostri parenti più prossimi? Detto in altri termini, che cosa ci rende umani? Secondo T. Fitch, un eminente biolinguista: The basic conclusion is that animals possess a rich cognitive world, but are quite limited in their ability to communicate their thoughts to others. Furthermore, it seems that the capacity of nonhuman primates to interpret acoustic signals is far more sophisticated than their ability to generate relevant, informative signals. The limitations on nonhuman theory of mind mean that animals can only fulfill one half of the Gricean contract: they are well equipped for context-dependent pragmatic inference, but not for pragmatic expression. Quindi, ci sarebbero almeno due aspetti rilevanti: la scarsa capacità imitativa dei primati, almeno per quanto riguarda il segno fonico, ciò che spiegherebbe la difficoltà nell'apprendimento anche passivo del lessico di una lingua parlata. In realtà, a 10 quanto pare, le capacità imitative dei primati sono tutt'altro che rimarchevoli anche per quel che riguarda il linguaggio gestuale. Dal punto di vista delle capacità imitative, delfini e uccelli canterini fanno molto di meglio. L'altro aspetto rilevato da Fitch è relativo alle serie limitazioni nelle capacità di lettura della mente, che comporta, tra l'altro, la possibilità di trarre inferenze conversazionali (del tipo di quelle studiate da P. Grice). Si tratta di una capacità non linguistica in senso stretto, ma indispensabile per fare un uso "umano" delle nostre capacità linguistiche. Un'altra incapacità mostrata dai primati è nell'acquisizione del carattere creativo, generativo, del linguaggio umano, in particolare della sua componente fondamentale, la ricorsività. È interessante, a questo proposito, confrontarla con una capacità che potrebbe essere strettamente correlata: computare la quantità. Mentre anche i primati non umani hanno mostrato la capacità di computare le 'numerosità' (incluse la quantificazione precisa di piccole quantità e quella approssimativa di grandi quantità di elementi), gli umani sembrano essere unici nella capacità di computare in modo preciso quantità illimitate di elementi, un'abilità che, come la sintassi u- mana, si basa sulla computazione ricorsiva. In conclusione, nemmeno le scimmie antropomorfe riescono a imparare una lingua umana, in particolare la grammatica (probabilmente nemmeno la fonologia, sebbene non sappiamo quasi nulla di certo delle loro capacità fonologiche analitiche). Possono però comunicare in modo simbolico apprendendo segnali arbitrari (come i primati puntatori hanno mostrato in modo assai evidente) e mostrando distanziamento (per parlare, in una certa misura, anche di elementi non presenti). Sembrano quindi possedere un antesignano del linguaggio, che però non viene impiegato nelle condizioni naturali. Verosimilmente, si tratta di un effetto collaterale di qualche altra capacità cognitiva più importante per la specie. Pertanto, la risposta alla domanda iniziale 'Gli animali possono imparare una lingua umana?' è negativa: sebbene pappagalli e primati con le dovute differenze hanno raggiunto risultati notevoli (molto superiori comunque a quello che generalmente si riteneva possibile), soltanto un essere umano può imparare veramente una lingua umana. Del resto, perché stupirsi: se degli scienziati di una specie di cetacei estremamente intelligente sperimentassero riguardo alla possibilità da parte degli esseri umani di apprendere a nuotare come loro, dovrebbero concludere che, per quanto intelligenti, gli umani non ne sono proprio veramente capaci.

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