CONFIMI. Rassegna Stampa del 25/11/2014

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1 CONFIMI Rassegna Stampa del 25/11/2014 La proprietà intellettuale degli articoli è delle fonti (quotidiani o altro) specificate all'inizio degli stessi; ogni riproduzione totale o parziale del loro contenuto per fini che esulano da un utilizzo di Rassegna Stampa è compiuta sotto la responsabilità di chi la esegue; MIMESI s.r.l. declina ogni responsabilità derivante da un uso improprio dello strumento o comunque non conforme a quanto specificato nei contratti di adesione al servizio.

2 INDICE CONFIMI 25/11/2014 La Stampa - Asti "Per le imprese locali il teleriscaldamento può essere un affare" 25/11/2014 Gazzetta di Mantova - Nazionale Ricorso Confcommercio «Finora è l'unica strada» 25/11/2014 Giornale di Brescia Calzetteria, l'export e il futuro del settore CONFIMI WEB 24/11/ :02 Fuori Marchionne, Cimbri e Salini così implodono le Confindustrie 24/11/2014 Fuori Marchionne, Cimbri e Salini così implodono le Confindustrie SCENARIO ECONOMIA 25/11/2014 Corriere della Sera - Nazionale I regolamenti di Bankitalia e i fondi «alternativi» 25/11/2014 Il Sole 24 Ore La crescita non diventi il gioco delle tre carte 25/11/2014 Il Sole 24 Ore Non è il vero «rischio-italia» 25/11/2014 Il Sole 24 Ore Le lusinghe monetarie muovono anche i mercati europei 25/11/2014 Il Sole 24 Ore Si allarga lo «spread» con l'economia reale 25/11/2014 Il Sole 24 Ore Jobs act e maggiori costi per le imprese: due ipotesi per «salvaguardare» le Pmi 25/11/2014 Il Sole 24 Ore Pensioni, no a rivalutazioni extra

3 25/11/2014 Il Sole 24 Ore «Patrimoniale sui macchinari fuori dall'imponibile dell'imu» 25/11/2014 Il Sole 24 Ore Equitalia, un database dei grandi debitori 25/11/2014 Il Sole 24 Ore Spazi per l'alimentare, ma bisogna studiare 25/11/2014 Il Sole 24 Ore La ricerca è la nostra «industria strategica» 25/11/2014 La Repubblica - Nazionale "Credito solo da Mosca in Francia tutte le banche ci hanno chiuso la porta" 25/11/2014 La Repubblica - Nazionale Bundesbank frena Draghi "Grossi ostacoli legali all'acquisto di titoli di Stato" 25/11/2014 La Repubblica - Nazionale "La Germania non ha diritto di veto sulla Bce contano di più Italia e Francia messe insieme" 25/11/2014 La Repubblica - Nazionale Stop del governo alle pensioni d'oro della legge Fornero 25/11/2014 MF - Nazionale La Pa è allergica alle possibilità del web 25/11/2014 MF - Nazionale L'INNOVAZIONE DIGITALE MANDA CHIARI SEGNALI DI RISVEGLIO IN EUROPA SCENARIO PMI 25/11/2014 Il Sole 24 Ore L'altra Nigeria è un mercato che attrae gli investitori 25/11/2014 Il Sole 24 Ore Dalla provincia emiliana scommessa sul Vietnam 25/11/2014 Il Sole 24 Ore Axélero presenta domanda di pre-ammissione all'aim 24/11/2014 Platinum UN'INDUSTRIA DI QUALITA' 24/11/2014 Platinum II global service, un modello che fa scuola

4 24/11/2014 Platinum Trainare la crescita 24/11/2014 Platinum LA CRESCITA, UNA QUESTIONE DI CULTURA 24/11/2014 Platinum LA SFIDA DELL'ECCELLENZA

5 CONFIMI 3 articoli

6 25/11/2014 La Stampa - Asti Pag. 40 (diffusione:309253, tiratura:418328) PROGETTO. «CI SARA' LAVORO ANCHE PER VOI» "Per le imprese locali il teleriscaldamento può essere un affare" FRANCO CAVAGNINO Quali ricadute può avere sull'economia locale il teleriscaldamento che coprirà un terzo del capoluogo? Il sindaco Brignolo e il presidente di «Iren» Francesco Profumo ne hanno discusso con l'unione Industriale e con Confartigianato, Cna e Api. Se i tempi rispetteranno le previsioni ad ottobre 2016 entrerà in servizio la centrale termica ed una prima parte della rete (7,2 km dei 33 totali). A regime sarà di 3 milioni di metri cubi il volume degli edifici teleriscaldati, pari a 520 stabili (compreso l'ospedale Massaja) per complessivi 25 mila residenti. A realizzare l'opera un'associazione temporanea di imprese formata da Asp, «Iren» e «Asta» (socio privato di maggioranza di Asp) e un quarto soggetto privato che sarà individuato con gara pubblica. Costo dell'intervento 43 milioni e mezzo di euro di capitale privato. Si stima un impiego di circa 1600 addetti-mese in quattro anni per la realizzazione dei lavori; Comune ed Asp hanno assicurato industriali ed associazioni di categoria «che nella realizzazione degli impianti saranno coinvolte le imprese locali: una buona opportunità per il territorio - ha detto il primo cittadino - se si tiene conto che in edilizia l'incidenza della manodopera varia tra il 35 e il 55% dell'investimento». C'è anche un impegno da parte di «Iren» per un programma di formazione «per coinvolgere nella gestione del sistema gli impiantisti locali». È stato inoltre concordato che le imprese artigiane dell'astigiano collaboreranno con «Iren», Asp e «Asta» per mettere a disposizione «pacchetti» di rigenerazione energetica dei fabbricati, cappotti termici, coibentazione, sostituzione infissi, pannelli fotovoltaici «da proporre ai cittadini insieme con l'invito ad allacciamento al teleriscaldamento». Durante l'incontro il presidente Profumo ha inoltre annunciato che, con il Politecnico di Torino, verrà avviato un progetto «per fare di Asti il luogo della sperimentazione della "domotica" all'interno delle abitazioni. Ciò consentirà anche - ha aggiunto Profumo - di formare una generazione di impiantisti che potrà essere esportato dagli astigiani in altri territori». Gli impianti domotici permettono di semplificare l'utilizzo delle tecnologie delle abitazioni e di ridurre quindi i costi. Per esempio con il computer o il cellulare è possibile, prima di uscire di casa, premendo un pulsante spegnere automaticamente tutte le luci, abbassare le tapparelle, chiudere le persiane, attivare i dispositivi di sicurezza di gas e acqua, abbassare la temperatura e avviare antifurto e videosorveglianza. CONFIMI - Rassegna Stampa 25/11/2014 6

7 25/11/2014 Gazzetta di Mantova - Ed. nazionale Pag. 10 (diffusione:33451, tiratura:38726) Ricorso Confcommercio «Finora è l'unica strada» Rinnovo in via Calvi, il decreto mette alla pari le due associazioni di commercianti Il direttore dell'ex Uncom: «Costretti a procedere se la Regione non rifarà i calcoli» Ricorso Confcommercio «Finora è l'unica strada» Ricorso Confcommercio «Finora è l'unica strada» Rinnovo in via Calvi, il decreto mette alla pari le due associazioni di commercianti Il direttore dell'ex Uncom: «Costretti a procedere se la Regione non rifarà i calcoli» Saranno decisivi i prossimi incontri sugli apparentamenti. O sarà decisiva un'eventuale (molto eventuale) revisione dei numeri delle associazioni da parte della Regione o da parte della Confesercenti. Sta di fatto che sembra sempre più probabile che nel giro di un mese la Confcommercio faccia ricorso contro la ripartizione dei seggi per la Camera di commercio che vede due seggi alla stessa Confcommercio e due seggi alla Confesercenti, mettendo di fatto le organizzazioni alla pari. «Il nostro indirizzo rimane quello del ricorso, senza dubbio - conferma infatti il direttore della Confcommercio Nicola Dal Dosso - È vero che sono in corso incontri che potrebbero portare a nuovi equilibri ma, ad oggi, non vediamo una strada alternativa». A proposito, ieri sera proprio i commercianti si sono incontrati con la Confindustria per discutere di apparentamenti. Quello che è certo è che il ricorso dovrebbe far slittare tutto di tre mesi, salvo ulteriori ritardi in caso di contro-ricorsi.la grana è esplosa una trentina di giorni fa, quando la Regione ha pubblicato il decreto per fissare la ripartizione dei seggi nel consiglio di via Calvi, settore per settore, organizzazione per organizzazione. E così, tanto per dirne una, dei quattro posti riservati al commercio, due sono stati assegnati alla Confcommercio e due sono andati alla Confesercenti. L'aspettativa della Confcommercio era di avere tre posti: a cambiare le carte in tavola è sttao il dato occupazionale comunicato dalla Confesercenti che, su un totale di 744 imprese, denuncia occupati. Va considerato che la Confcommercio, su un totale di imprese, ha dichiarato occupati. Ma ricapitoliamo nel dettaglio del decreto regionale. All'agricoltura spettano tre seggi: due alla Coldiretti, uno alla Confagricoltura. Quanto all'artigianato, i cinque seggi saranno ripartiti nell'ambito dell'apparentamento fra Associazione industriali, Associazione Piccole e medie industrie, Confederazione artigianato, Confartigianato, Unione provinciale artigiani. Passando all'industria, i posti sono sei: quattro all'associazione industriali, due all'associaizone piccole e medie industrie. Detto del commercio, restano il posto per la cooperazione (Confcooperative), il posto del turismo (Confcommercio) ed il posto dei trasporti, che sarà gestito nell'ambito dell'apparentamento fra Assindustria, Api, Cna, Upa, Confcoop, Confcommercio, Confartigianato. Senza ricorsi, le organizzazioni avrebbero trenta giorni di tempo per comunicare i nomi dei consiglieri: a questo punto se ne riparlerà più avanti. CONFIMI - Rassegna Stampa 25/11/2014 7

8 25/11/2014 Giornale di Brescia Pag. 33 (diffusione:48023, tiratura:59782) IL CONVEGNO Calzetteria, l'export e il futuro del settore Oggi alle nella sala polivalente Masec del Comune di Guidizzolo, Adici - l'associazione distretto calza e intimo, e Apindustria Mantova, in collaborazione con Banca Intesa Sanpaolo e Consorzio Brescia Export, presenteranno l'analisi dei dati statistici relativi all'export della calzetteria da gennaio ad agosto di quest'anno, offrendo l'analisi di dettaglio dell'andamento di alcuni specifici mercati e aree geografiche. CONFIMI - Rassegna Stampa 25/11/2014 8

9 CONFIMI WEB 2 articoli

10 24/11/ :02 Sito Web Fuori Marchionne, Cimbri e Salini così implodono le Confindustrie pagerank: 7 NON è PIù LA POLEMICA SUI COSTI DI VIALE ASTRONOMIA. L'ECONOMIA GLOBALIZZATA STA FACENDO SALTARE TUTTI I VECCHI CRITERI DELLA RAPPRESENTANZA ASSOCIATIVA ANCHE NEI SETTORI, DA ANIA A ANCE. E L'EFFETTO RENZI SU POLITICA E CORPI INTERMEDI STA FACENDO IL RESTO B envenuti nel Paese delle rappresentanze imprenditoriali à la carte. Nella quale ciascuno prende ciò che vuole e lascia ciò che non gli serve. Come in un grande supermercato delle lobby: si pagano soltanto i servizi che si comprano. Basta sprechi, anche questa è una spending review. Sergio Marchionne se ne va dalla Confindustria perché un gruppo industriale con aspirazioni apolidi vive come un ingombro il contratto nazionale dei metalmeccanici, oltreché la lentocrazia di Viale dell'astronomia. P erò la Fiat-Chrysler resta iscritta all'unione degli industriali torinesi dove ha le sue radici più antiche e dove vuole ancora contare tanto. Pietro Salini abbandona l'ance perché l'associazione dei costruttori è utile ai piccoli che sopravvivono a stento nel mercato domestico, non a chi, come Impregilo, realizza all'estero oltre l'80% del proprio fatturato, però continua a pagare le quote associative alla Confindustria. L'Unipol dopo essersi fusa con la Fonsai dei Ligresti dice basta all'ania perché con le sue strutture pletoriche frutto di un manuale Cencelli di settore l'associazione fa fatica a tenere il passo con i cambiamenti del mercato finanziarioassicurativo, però l'ad Carlo Cimbri ha deciso di proseguire ad applicare il contratto nazionale. La grande distribuzione ha lasciato la Confcommercio perché nei mega centri commerciali che hanno sostituito le piazze delle città c'è bisogno di flessibilità di orario, di serrande alzate la domenica e nei giorni festivi, cose che sono incompatibili con quelle gestioni familiari che reggono i tradizionali esercizi di prossimità. Le associazioni degli artigiani, travolti dalla lunga Grande Crisi, mantengono ancora i propri iscritti ma potrebbero rischiare tra un po' di finire, sulla scia delle ormai immodificabili tendenze demografiche italiane, come i sindacati dei lavoratori dipendenti: più pensionati che attivi. Rete Imprese Italia doveva costituire la rivincita dei piccoli rispetto allo strapotere "politico" della Confindustria dei capitalisti blasonati ma è nata pensando che la concertazione avesse un futuro mentre era già stata sepolta. Resistono con la loro anomala identità le cooperative, senza più le barriere ideologiche di un tempo, così come le associazioni degli agricoltori capaci di resettare in tempo l'antico collateralismo con la politica (sono passati i tempi in cui la Coldiretti eleggeva i suoi diretti rappresentanti nella liste della Dc) e costrette a fare i conti prima delle altre con l'integrazione delle politiche europee. Addio allora al Moloch delle associazioni della rappresentanza imprenditoriale uguali per tutti, grandi, piccoli, privati, pubblici, industriali, terziari. Sono state pensate e organizzate nel secolo della rigidità fordista, con duplicazioni di strutture e di poltrone costose e ora insostenibili, tanto che nei territori ci si fonde (dopo il Lazio anche gli industriali dell'emilia Romagna e della Toscana lo stanno facendo). Il loro interlocutore (a parte i sindacati) era il governo nazionale, oggi per vincere si deve competere nel mondo, pure l'europa è diventata stretta. La nuova, decisiva, polarizzazione tra le aziende, infatti, è tra chi esporta ciò che produce e chi non va oltre i confini nazionali. Questa è la vera, attuale, linea di divisione che tende a strutturarsi nelle organizzazioni di rappresentanza. Questo lega le scelte di Marchionne, Salini e altri. Riproponendo, ma solo come subordinata, la questione dimensionale delle aziende. Perché - va da sé - i piccoli fornitori arrancano, si aggrappano alle nuove filiere della produzione che rompono i vecchi confini e presto pure i contratti di categoria (si pensi solo a ciò che accade nel settore dell'industria agro-alimentare). I piccoli, nello stesso tempo, hanno bisogno delle sponde associative per avere i consulenti fiscali o del lavoro. Stare nelle filiere però significa anche strappare alcuni nuovi servizi. A Bergamo e a Varese, per esempio, hanno definito accordi per il credito bancario che prevede l'applicazione del medesimo rating a tutte le imprese della filiera. è un caso che avrà molti imitatori. In Lombardia e in Veneto "si affittano" ai piccoli i cfo CONFIMI WEB - Rassegna Stampa 25/11/

11 24/11/ :02 Sito Web (chief financial officer) per mettere a posto gli aspetti finanziari dell'azienda. Sono i nuovi servizi associativi visto che quelli tradizionali (consulenze sul lavoro e il fisco) cominciano a dover sostenere la concorrenza dei professionisti privati. I medi imprenditori delle multinazionali tascabili (quei 4 mila censiti dalle indagini di Mediobanca) sono iscritti alle organizzazioni di categoria ma non partecipano più di tanto alla vita associativa. Lo fanno più come testimonial nei convegni (sempre meno frequenti), ma poi rientrano nei capannoni. I grandi fanno da sé, come dimostrano ampiamente, appunto, i casi Fiat e Impregilo, utilizzando consulenti propri oppure internazionali. Tutto questo sta cambiando le organizzazioni di interesse, dunque. Un cambiamento subìto, finora. Poi ci sono i fattori interni, o meglio il fattore interno, il "fattore R". Perché il primato della politica fortemente ricercato dal nuovo premier Matteo Renzi ha provocato uno smottamento nel sistema della rappresentanza sociale generale, già sotto assedio dagli attacchi della globalizzazione. «Renzi sta producendo lo stesso effetto che ebbe nel 1980 la "marcia dei quarantamila" quadri della Fiat», sostiene Paolo Feltrin, docente di Scienza della politica all'università di Trieste. «Quella marcia svelò che un'epoca era finita. Ora Renzi ne chiude un'altra. Non si chiede alle organizzazioni di interesse di scomparire, ma di riposizionarsi. D'altra parte, basta andare sui siti delle varie confindustrie territoriali per toccare con mano quanto siano indietro rispetto all'epoca attuale. La sveglia è suonata». è finita l'epoca della concertazione ed è finita l'epoca della Confindustria politica. Confindustria non cerca nemmeno di dettare l'agenda, come ha ambito a fare dalla presidenza di Luigi Abete dall'inizio degli anni Novanta per passare da quella di Antonio D'Amato e finire alle gestioni più politiche di tutte, cioè di Luca di Montezemolo e di Emma Marcegaglia. La politica renziana ha spiazzato gli industriali che si sono ritrovati a portare a casa risultati che mai avrebbero sperato: l'abolizione sostanziale dell'articolo 18 (Giorgio Squinzi fece la sua campagna elettorale contro il "falco" Alberto Bombassei all'insegna de "l'articolo 18 non è una priorità"), l'abolizione della componente del costo del lavoro dal calcolo dell'irap. Anche questa è la disintermediazione renziana. La stessa che ha prodotto gli ottanta euro di aumento retributivo mensile che, di questi tempi, valgono ben più di un rinnovo contrattuale. Confindustria si è adeguata, non chiede più tavoli di confronto, ma produce dossier tecnici che invia ai pc del governo. E spesso (come denuncia Susanna Camusso) ritrova le sue idee nei provvedimenti del governo. Oggi sarebbe inimmaginabile una presa di posizione comune delle associazioni di impresa come ai tempi della Marcegaglia, con il governo Berlusconi all'ultimo sospiro, sulle politiche per la crescita e l'occupazione. Il presidente della Confcommercio, Carlo Sangalli, ci ha provato ma ha trovato una Confindustria sfuggente. D'altra parte gli sconti Irap servono ai grandi, banche e assicurazioni comprese, a forte intensità di lavoro. I piccoli, con pochi dipendenti, vedranno poco o niente, e l'anticipo del Tfr farà loro più male che bene. I piccoli rincorrono il governo, come la Cna che, snobbata al pari degli altri da Renzi, ha convocato la prossima assemblea nazionale il 29 novembre in un capannone industriale di Mirandola nella zona colpita dal terremoto, per dire che le convention si possono fare proprio nei luoghi della manifattura, gli unici che il premier accetta di frequentare. Ma non è più il rapporto con la politica che può ricostruire la rappresentatività delle associazioni datoriali. Nel modello à la carte c'è forse proprio la via per la loro salvezza. Feltrin suggerisce un sistema fondato su quella che chiama "umbrella association": un'associazione leggera di base con al livello inferiore associazioni di scopo (la riduzione di una tassa, per esempio) che una volta raggiunto le fanno morire. Altra proposta arriva da Confimi nata da un gruppo di dissidenti della Confapi guidati da Paolo Agnelli: solo le piccole imprese industriali con organizzazione leggerissima fondata sul volontariato degli aderenti. Si battono tutte le strade per uscire dalla crisi della rappresentatività. Ma siamo solo all'inizio. SEPARATI IN CASA A lato, Sergio Marchionne, ad di Fca, e il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi. Il gruppo automotive è uscito da Confindustria ma è rimasto associato all'unione Industriale di Torino CONFIMI WEB - Rassegna Stampa 25/11/

12 24/11/2014 Sito Web Fuori Marchionne, Cimbri e Salini così implodono le Confindustrie pagerank: 4 Roberto Mania B envenuti nel Paese delle rappresentanze imprenditoriali à la carte. Nella quale ciascuno prende ciò che vuole e lascia ciò che non gli serve. Come in un grande supermercato delle lobby: si pagano soltanto i servizi che si comprano. Basta sprechi, anche questa è una spending review. Sergio Marchionne se ne va dalla Confindustria perché un gruppo industriale con aspirazioni apolidi vive come un ingombro il contratto nazionale dei metalmeccanici, oltreché la lentocrazia di Viale dell'astronomia. P erò la Fiat-Chrysler resta iscritta all'unione degli industriali torinesi dove ha le sue radici più antiche e dove vuole ancora contare tanto. Pietro Salini abbandona l'ance perché l'associazione dei costruttori è utile ai piccoli che sopravvivono a stento nel mercato domestico, non a chi, come Impregilo, realizza all'estero oltre l'80% del proprio fatturato, però continua a pagare le quote associative alla Confindustria. L'Unipol dopo essersi fusa con la Fonsai dei Ligresti dice basta all'ania perché con le sue strutture pletoriche frutto di un manuale Cencelli di settore l'associazione fa fatica a tenere il passo con i cambiamenti del mercato finanziarioassicurativo, però l'ad Carlo Cimbri ha deciso di proseguire ad applicare il contratto nazionale. La grande distribuzione ha lasciato la Confcommercio perché nei mega centri commerciali che hanno sostituito le piazze delle città c'è bisogno di flessibilità di orario, di serrande alzate la domenica e nei giorni festivi, cose che sono incompatibili con quelle gestioni familiari che reggono i tradizionali esercizi di prossimità. Le associazioni degli artigiani, travolti dalla lunga Grande Crisi, mantengono ancora i propri iscritti ma potrebbero rischiare tra un po' di finire, sulla scia delle ormai immodificabili tendenze demografiche italiane, come i sindacati dei lavoratori dipendenti: più pensionati che attivi. Rete Imprese Italia doveva costituire la rivincita dei piccoli rispetto allo strapotere "politico" della Confindustria dei capitalisti blasonati ma è nata pensando che la concertazione avesse un futuro mentre era già stata sepolta. Resistono con la loro anomala identità le cooperative, senza più le barriere ideologiche di un tempo, così come le associazioni degli agricoltori capaci di resettare in tempo l'antico collateralismo con la politica (sono passati i tempi in cui la Coldiretti eleggeva i suoi diretti rappresentanti nella liste della Dc) e costrette a fare i conti prima delle altre con l'integrazione delle politiche europee. Addio allora al Moloch delle associazioni della rappresentanza imprenditoriale uguali per tutti, grandi, piccoli, privati, pubblici, industriali, terziari. Sono state pensate e organizzate nel secolo della rigidità fordista, con duplicazioni di strutture e di poltrone costose e ora insostenibili, tanto che nei territori ci si fonde (dopo il Lazio anche gli industriali dell'emilia Romagna e della Toscana lo stanno facendo). Il loro interlocutore (a parte i sindacati) era il governo nazionale, oggi per vincere si deve competere nel mondo, pure l'europa è diventata stretta. La nuova, decisiva, polarizzazione tra le aziende, infatti, è tra chi esporta ciò che produce e chi non va oltre i confini nazionali. Questa è la vera, attuale, linea di divisione che tende a strutturarsi nelle organizzazioni di rappresentanza. Questo lega le scelte di Marchionne, Salini e altri. Riproponendo, ma solo come subordinata, la questione dimensionale delle aziende. Perché - va da sé - i piccoli fornitori arrancano, si aggrappano alle nuove filiere della produzione che rompono i vecchi confini e presto pure i contratti di categoria (si pensi solo a ciò che accade nel settore dell'industria agro-alimentare). I piccoli, nello stesso tempo, hanno bisogno delle sponde associative per avere i consulenti fiscali o del lavoro. Stare nelle filiere però significa anche strappare alcuni nuovi servizi. A Bergamo e a Varese, per esempio, hanno definito accordi per il credito bancario che prevede l'applicazione del medesimo rating a tutte le imprese della filiera. è un caso che avrà molti imitatori. In Lombardia e in Veneto "si affittano" ai piccoli i cfo (chief financial officer) per mettere a posto gli aspetti finanziari dell'azienda. Sono i nuovi servizi associativi visto che quelli tradizionali (consulenze sul lavoro e il fisco) cominciano a dover sostenere la concorrenza dei professionisti privati. I medi imprenditori delle multinazionali tascabili (quei 4 mila censiti dalle indagini di Mediobanca) sono iscritti alle organizzazioni di categoria ma non partecipano più di tanto alla vita associativa. CONFIMI WEB - Rassegna Stampa 25/11/

13 24/11/2014 Sito Web Lo fanno più come testimonial nei convegni (sempre meno frequenti), ma poi rientrano nei capannoni. I grandi fanno da sé, come dimostrano ampiamente, appunto, i casi Fiat e Impregilo, utilizzando consulenti propri oppure internazionali. Tutto questo sta cambiando le organizzazioni di interesse, dunque. Un cambiamento subìto, finora. Poi ci sono i fattori interni, o meglio il fattore interno, il "fattore R". Perché il primato della politica fortemente ricercato dal nuovo premier Matteo Renzi ha provocato uno smottamento nel sistema della rappresentanza sociale generale, già sotto assedio dagli attacchi della globalizzazione. «Renzi sta producendo lo stesso effetto che ebbe nel 1980 la "marcia dei quarantamila" quadri della Fiat», sostiene Paolo Feltrin, docente di Scienza della politica all'università di Trieste. «Quella marcia svelò che un'epoca era finita. Ora Renzi ne chiude un'altra. Non si chiede alle organizzazioni di interesse di scomparire, ma di riposizionarsi. D'altra parte, basta andare sui siti delle varie confindustrie territoriali per toccare con mano quanto siano indietro rispetto all'epoca attuale. La sveglia è suonata». è finita l'epoca della concertazione ed è finita l'epoca della Confindustria politica. Confindustria non cerca nemmeno di dettare l'agenda, come ha ambito a fare dalla presidenza di Luigi Abete dall'inizio degli anni Novanta per passare da quella di Antonio D'Amato e finire alle gestioni più politiche di tutte, cioè di Luca di Montezemolo e di Emma Marcegaglia. La politica renziana ha spiazzato gli industriali che si sono ritrovati a portare a casa risultati che mai avrebbero sperato: l'abolizione sostanziale dell'articolo 18 (Giorgio Squinzi fece la sua campagna elettorale contro il "falco" Alberto Bombassei all'insegna de "l'articolo 18 non è una priorità"), l'abolizione della componente del costo del lavoro dal calcolo dell'irap. Anche questa è la disintermediazione renziana. La stessa che ha prodotto gli ottanta euro di aumento retributivo mensile che, di questi tempi, valgono ben più di un rinnovo contrattuale. Confindustria si è adeguata, non chiede più tavoli di confronto, ma produce dossier tecnici che invia ai pc del governo. E spesso (come denuncia Susanna Camusso) ritrova le sue idee nei provvedimenti del governo. Oggi sarebbe inimmaginabile una presa di posizione comune delle associazioni di impresa come ai tempi della Marcegaglia, con il governo Berlusconi all'ultimo sospiro, sulle politiche per la crescita e l'occupazione. Il presidente della Confcommercio, Carlo Sangalli, ci ha provato ma ha trovato una Confindustria sfuggente. D'altra parte gli sconti Irap servono ai grandi, banche e assicurazioni comprese, a forte intensità di lavoro. I piccoli, con pochi dipendenti, vedranno poco o niente, e l'anticipo del Tfr farà loro più male che bene. I piccoli rincorrono il governo, come la Cna che, snobbata al pari degli altri da Renzi, ha convocato la prossima assemblea nazionale il 29 novembre in un capannone industriale di Mirandola nella zona colpita dal terremoto, per dire che le convention si possono fare proprio nei luoghi della manifattura, gli unici che il premier accetta di frequentare. Ma non è più il rapporto con la politica che può ricostruire la rappresentatività delle associazioni datoriali. Nel modello à la carte c'è forse proprio la via per la loro salvezza. Feltrin suggerisce un sistema fondato su quella che chiama "umbrella association": un'associazione leggera di base con al livello inferiore associazioni di scopo (la riduzione di una tassa, per esempio) che una volta raggiunto le fanno morire. Altra proposta arriva da Confimi nata da un gruppo di dissidenti della Confapi guidati da Paolo Agnelli: solo le piccole imprese industriali con organizzazione leggerissima fondata sul volontariato degli aderenti. Si battono tutte le strade per uscire dalla crisi della rappresentatività. Ma siamo solo all'inizio. SEPARATI IN CASA A lato, Sergio Marchionne, ad di Fca, e il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi. Il gruppo automotive è uscito da Confindustria ma è rimasto associato all'unione Industriale di Torino CONFIMI WEB - Rassegna Stampa 25/11/

14 SCENARIO ECONOMIA 17 articoli

15 25/11/2014 Corriere della Sera - Ed. nazionale Pag. 31 (diffusione:619980, tiratura:779916) La Lettera I regolamenti di Bankitalia e i fondi «alternativi» Salvatore Rossi Caro direttore, Sul Corriere di domenica 23, in un articolo intitolato «Rischio caos per le SGR "leggere", mancano i regolamenti Bankitalia», si getta un allarme che a me pare fuorviante. Sorvolo sulle valutazioni maliziose nei confronti della Banca d'italia, ma mi preme, per una corretta informazione, rettificare alcune affermazioni non vere contenute in quell'articolo. Non è vero che il termine per il recepimento della Direttiva europea Aifmd (che disciplina i fondi di investimento «alternativi») sia scaduto il 22 luglio scorso: la scadenza è stata da tempo posticipata dal Parlamento al prossimo 31 dicembre. Non è vero che manchino i regolamenti della Banca d'italia: questi sono pronti e lo sono da tempo; è che le procedure prevedono numerosi passaggi fra Parlamento, governo e varie istituzioni come la Banca d'italia, la Consob e il Consiglio di Stato; il ministero dell'economia e delle Finanze sta ora mettendo a punto un decreto predisposto con il contributo di Banca d'italia e Consob; soltanto dopo l'uscita del decreto queste ultime possono emanare i loro regolamenti. Non è vero che la Banca d'italia intenda disciplinare la materia in modi pesanti e tali da provocare la fuga all'estero dei malcapitati fondi di venture capital italiani: in mancanza di qualsiasi riferimento, non si capisce da che cosa - o da chi - l'articolista abbia tratto questa convinzione. I commenti degli operatori hanno un ruolo di rilievo nel processo normativo da parte della Banca d'italia, al fine di evitare svantaggi competitivi al nostro sistema finanziario. Anche su questo provvedimento il confronto con gli intermediari e con le associazioni di categoria è stato intenso e proficuo. Resta il problema, di cui questa vicenda è esempio e su cui l'articolo giustamente attrae l'attenzione, di una incapacità del nostro Paese di legiferare e di attuare le leggi con tempestività e precisione. Il numero di passaggi previsti dall'ordinamento è eccessivo e compromette gravemente la capacità dell'italia di svilupparsi e di competere. Ma questo ha poco a che fare con la vicenda evocata nell'articolo e più in generale con la Banca d'italia. Direttore generale Banca d'italia RIPRODUZIONE RISERVATA SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 25/11/

16 25/11/2014 Il Sole 24 Ore Pag. 1 (diffusione:334076, tiratura:405061) IL PIANO JUNCKER La crescita non diventi il gioco delle tre carte Adriana Cerretelli Potrebbe essere la settimana in cui l'europa cambia passo e modello di sviluppo. Allontana definitivamente lo spettro della «stagnazione secolare», come la chiama l'ex-segretario al Tesoro americano Larry Summers, per imboccare finalmente la strada della crescita. Potrebbe ma non è affatto detto. Per il momento di sicuro c'è un'economia catatonica che, quando va bene, vivacchia con un tasso di espansione inferiore all'1%, un'inflazione sotto l'1% che continua a scendere, una disoccupazione media all'11,5%, insostenibile ma addirittura doppia in Grecia e Spagna. Se la stagnazione è certa, il rilancio rimane incerto perché resta incerta la capacità dell'eurozona di trovare il coraggio politico del colpo di reni e di fantasia per uscire dallo stagno in cui si dibatte da oltre 5 anni e ritrovare consenso tra un'opinione pubblica sempre più sfiduciata ed euroscettica. Mood, quest'ultimo, incompatibile con la democrazia e la tenuta a lungo termine di qualsiasi progetto di integrazione europea. Ancora non si conoscono i contenuti finali del piano Juncker da 300 miliardi di investimenti in tre anni per far ripartire il motore Ue. Salvo imprevisti sarà presentato domani a Strasburgo. Se le indiscrezioni saranno confermate, rischia però di rivelarsi l'ennesimo gioco delle tre carte costruito nella speranza di mobilitare i capitali privati necessari a finanziare grandi progetti infrastrutturali Ue, evitando esborsi di denaro pubblico fresco (esclusi contributi marginali degli Stati membri, comunque su base volontaria), riciclando invece risorse e fondi esistenti alla Bei e nel bilancio Ue. Si parla di 21 miliardi in tutto per foraggiare un Fondo europeo ad hoc, che avrebbe un effetto moltiplicatore di 15 volte, quelle necessarie per l'appunto ad arrivare ai fatidici 300 miliardi in 3 anni per i 28 Paesi Ue. Magari questa volta l'ingegneria finanziaria farà davvero miracoli: mobiliterà gli investitori privati restituendo loro fiducia e voglia di rischiare. Almeno per ora però è difficile vedere nell'operazione la svolta epocale. Adriana Cerretelli T roppi piani Ue per la crescita sono cominciati in passato con grandi clamori retorici per poi finire in niente o quasi. La pesante emergenza socio-economica in cui si dibatte da troppo tempo l'europa dovrebbe far supporre che questa volta sarà diverso, che l'opportunità di rimettere in moto la crescita collettiva sarà presa sul serio: perché nessuno può permettersi il lusso di ignorarla, visto che tutti i 18 dell'euro sono sulla stessa barca. Ma i dubbi restano in un'eurozona che ha perso da tempo visioni comuni e spirito di solidarietà, spaccata da interessi, ideologie e ambizioni diverse, quando non opposte. Ha un bel dire Mario Draghi che la sua politica monetaria espansiva da sola è insufficiente, che ha bisogno di una politica fiscale coerente, di riforme strutturali urgenti e di investimenti europei a sostegno. Il teorema del presidente della Bce ha una logica ineccepibile, peccato che ogni paese ne sposi solo alcune variabili ma non l'insieme. Sugli investimenti, nonostante i suoi enormi surplus, la Germania ci sente pochissimo: ne promette per 10 miliardi in casa nel prossimo triennio a partire dal Su rigore e riforme, Francia e Italia seguono ma fino a un certo punto: allergiche entrambe all'austerità, ansiose del massimo di flessibilità nelle regole Ue che preferirebbero diverse. Però i due paesi non fanno un blocco compatto. Tutt'altro. La Francia ha bisogno dello scudo tedesco, senza il quale sarebbe nuda, con i suoi pesanti squilibri, di fronte ai mercati e sarebbe costretta a pagare prezzi che finora le sono stati risparmiati. La Germania sa di aver bisogno di Parigi per tenere in vita l'euro e l'europa ma si è spinta troppo avanti nel difendere la necessità assoluta della credibilità della regole europee per poter fare marcia indietro senza perdere la faccia. Di fronte alla recessione europea, disoccupati record e prezzi in discesa, la flessibilità è entrata in circolo come previsto dalle regole. Ma quelle stesse regole dicono anche che, alla sua terza richiesta di rinvio biennale per riportare il deficit al 3%, ora nel 2017, la Francia andrebbe sanzionata. SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 25/11/

17 25/11/2014 Il Sole 24 Ore Pag. 1 (diffusione:334076, tiratura:405061) Umiliazione politicamente sostenibile? No. Ma come si garantisce la credibilità delle regole quando queste non si possono applicare alla seconda economia dell'euro? È questo il grande dilemma insoluto che fragilizza il futuro dell'area, qualunque sarà la foglia di fico che verrà escogitata per risolverlo. Ed è l'indispensabile premessa che manca per dotare l'europa di un vero programma comune di investimenti all'altezza della spinta da imprimere a un'economia che barcolla. Senza seri impegni collettivi da parte di tutti i paesi membri coinvolti, la stagnazione secolare rischia di restare l'inquietante prospettiva che aspetta al varco l'europa divisa. RIPRODUZIONE RISERVATA SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 25/11/

18 25/11/2014 Il Sole 24 Ore Pag. 1 (diffusione:334076, tiratura:405061) L'ANALISI Non è il vero «rischio-italia» di Isabella Bufacchi Esistono due Italie. L'Italia del breve termine e l'italia del lungo termine. L'Italia del trading, del mordi-e-fuggi, dello spread e dei BTp ai minimi. E l'italia della sostenibilità, dell'affidabilità, delle elezioni regionali. Due Italie di segno opposto. Ieri le due Italie sono andate in direzioni opposte. Le attese del quantitative easing Bce esteso ai titoli di Stato, senza alcuna voglia di guardare molto lontano, hanno pompato i prezzi dei BTp (e di tutti i titoli di Stato europei). Lo spread BTp/Bund si è stretto senza alcun tangibile, concreto miglioramento del rischio-italia. Al contrario, proprio ieri il risultato delle elezioni regionali in Emilia Romagna e Calabria ha dipinto un quadro politico meno rassicurante ai fini di quella variabile, la stabilità politica, indispensabile per riformare seriamente il Paese, per recuperare competitività, crescita e occupazione. La scommessa dei mercati sul quantitative easing della Bce esteso sui titoli di Stato è sempre più audace ma perchè si è alzata, di molto, la posta in gioco. La crescita mondiale e quella dell'europa sono peggiori del previsto e i politici europei hanno armi spuntate: le riforme strutturali sono lente e costose in termini di gradimento elettorale, i conti pubblici in molti Stati non permettono ampi spazi di manovra alle politiche espansive e il Piano Juncker finora è stato un abile gioco di prestigio. Per tutti questi motivi i mercati stanno giungendo alla conclusione che la Banca centrale europea dovrà fare molto di più per riportare l'inflazione in area 2% (una mossa che allevia il fardello dei debiti pubblici in molti Stati dell'eurozona) e aumentare il credito all'economia (PMI e infrastrutture) per rilanciare la crescita. Per quanto tecnicamente improbabile, il QE sui titoli di Stato denominati in euro per molti traders in BTp viene letta come un'occasione ghiotta per fare soldi in fretta, da non perdere. Chi non ha creduto nella minaccia delle OMTS di Mario Draghi ha già perso la sua scommessa allora e non vuole commettere lo stesso errore. Il trend is your friend, segui la scia. E così il rendimento dei BTp crolla, e la spesa per gli interessi sul debito pubblico di conseguenza. L'altra Italia, quella delle prospettive di lungo termine, della sostenibilità dei conti pubblici e della crescita potenziale, è più politica e soprattutto più domestica. Draghi, Juncker e Merkel c'entrano, sì, ma fino a un certo punto. È l'italia di Renzi, di Berlusconi, di Grillo e di Salvini. E quella Italia ha a che fare oramai poco o nulla con lo spread e i rendimenti dei BTp ai minimi storici. L'esito delle elezioni regionali, che sottolineano l'avanzata del voto di protesta in tutte le sue forme, sono solo un tassello del mosaico in mille pezzi del rischio-italia: manca all'appello l'implementazione in tutti i suoi dettagli della riforma del mercato del lavoro ed è ancora fluida, almeno agli occhi dei non addetti ai lavori, la modifica della legge elettorale e con essa la ridefinizione del ruolo del Senato. Inoltre, non si è chiusa ancora la partita delle banche, perchè senza bad bank a livello di sistema-italia la montagna delle sofferenze andrà smontata caso per caso. E intanto si sta aprendo un altro tavolo, quella della scelta del nuovo capo dello Stato. Delle due Italie, una è di troppo. Ma quale delle RIPRODUZIONE RISERVATA SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 25/11/

19 25/11/2014 Il Sole 24 Ore Pag. 2 (diffusione:334076, tiratura:405061) L'ANALISI Le lusinghe monetarie muovono anche i mercati europei Walter Riolfi C'è assai poca virtù nel forte calo dei rendimenti dei titoli di Stato d'eurozona nell'ultimo mese, così come nella brusca discesa dello spread per Btp, Bonos spagnoli, Oat francesi e Ot portoghesi. Il deludente corso dell'industria manifatturiera, in qualche caso sotto la soglia della recessione, la debolezza nell'attività dei servizi e un'inflazione che galleggia poco sopra lo zero spiegano rendimenti dei titoli decennali sotto lo 0,8% in Germania, dell'1,98% in Spagna o del 2,18% in Italia: in tutti i casi ai minimi storici. E c'è anche assai poco di autoctono nell'interesse per questa carta da parte degli investitori internazionali, i quali sono spinti a comprare più per l'euforia che spira da Wall Street (o dal mercato finanziario americano) che per una reale attrazione dai Paesi d'eurozona. Non a caso la riduzione dei rendimenti e degli spread, dopo lo sbandamento dei mercati azionari e obbligazionari in ottobre, si manifesta un mese fa, in concomitanza con la ripresa e i nuovi record di Wall Street e con la stabilizzazione dei Treasury a livelli che non segnalano alcun timore di stretta monetaria da parte della Fed. Il ritrovato interesse per i titoli europei, inclusi quelli azionari e non escluse le più disgraziate azioni di Piazza Affari, si spiega solo in termini relativi e il riferimento, restano l'indice S&P500 e i titoli di Stato americani. Tuttavia, nelle ultime sedute s'è aggiunta pure la lusinga della droga monetaria: in Giappone con la promessa di Shinzo Abe di forzare una politica monetaria espansiva e non convenzionale che, dopo due anni di massiccia somministrazione, non ha evitato un'altra recessione tecnica; in Cina dove la banca centrale ha limato il tasso ufficiale; e infine in Eurozona, dove la Bce sarebbe, nella convinzione che si sono fatti parecchi operatori, pronta a varare un quantitative easing. E questa volta proprio sui titoli di Stato. Ci crede anche un economista solitamente prudente come Riccardo Barbieri di Mizuho, il quale, nota come con Ltro e con i soli acquisti di Abs e covered bond la Bce non riuscirebbe mai ad espandere il proprio bilancio ai livelli del marzo 2012 (oltre 3 miliardi di euro). Servirebbe dunque un Qe sui titoli di Stato, conclude Barbieri. Data la ferrea opposizione della Bundesbank a una tale ipotesi (Weidmann ha ricordato proprio ieri i «limiti legali» della Bce), la soluzione o la mediazione più probabile sarebbe l'acquisto di bond societari. Ma, prima di compiere un tale salto, come ha detto Ewald Nowotny, presidente della banca centrale austriaca, è probabile che Mario Draghi preferisca verificare i risultati delle soluzioni varate negli ultimi mesi. Se i benefici effetti sull'economia sono tutti da dimostrare, un Qe sui titoli di Stato, secondo l'analisi di Mizuho, farebbe ridurre di 15 centesimi circa (allo 0,65%) il rendimento del Bund decennale. Si può supporre che le conseguenze sul Btp siano ancor più decise: almeno 30 centesimi, cosicché lo spread potrebbe scendere attorno all'1%, com'era nell'aprile RIPRODUZIONE RISERVATA SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 25/11/

20 25/11/2014 Il Sole 24 Ore Pag. 2 (diffusione:334076, tiratura:405061) La lunga crisi IL CONFRONTO EUROPEO Si allarga lo «spread» con l'economia reale Crescono i debiti e la stagnazione peggiora, ma i rendimenti di Italia e Spagna vanno ai minimi CARICA A SALVE Gli effetti sulla congiuntura del «quantitative easing» rischiano di essere limitati se non si affiancheranno politiche fiscali e riforme Morya Longo L'Italia aveva un debito pubblico pari al 116,4% del Pil nel dicembre del 2011, mentre alla fine di quest'anno il fardello arriverà (secondo la Commissione europea) al 132,2% del Pil. La Spagna, nello stesso arco di tempo, è passata dal 69% al 98,1%. Idem per la Francia, salita dall'85 al 95,5% del Pil. Eppure gli investitori accettano, per comprare i titoli di Stato di questi tre Paesi, rendimenti sempre più bassi: a fine 2011 l'italia faticava a trovare qualcuno disposto ad acquistare i BTp decennali pur pagando rendimenti del 7%, mentre ora c'è la fila fuori dal ministero del Tesoro per miseri tassi d'interesse al 2,18%. La Spagna offre oggi addirittura meno del 2% per vendere titoli decennali: si tratta dello stesso rendimento che la Germania pagava lo scorso gennaio. Insomma: l'economia peggiora e i bilanci pubblici affogano nei debiti, ma i rendimenti dei titoli di Stato scendono. Se si potesse misurare lo «spread» tra economia reale e mercati finanziari, probabilmente oggi l'europa toccherebbe i massimi storici: mai il mondo della finanza è stato così distante da quello reale. Il motivo è ovvio: i mercati scommettono sul fatto che la Bce presto prenda in mano il «bazooka». Cioè che, nonostante le resistenze della Bundesbank, inizi a comprare titoli di Stato e a stampare moneta in grande quantità: nell'attesa, gli investitori cercano di anticipare Draghi e comprano BTp o Bonos spagnoli. Se non è dunque l'economia reale a muovere oggi i titoli di Stato, la speranza della Bce è che prima o poi accada il contrario: cioè che la discesa dei rendimenti trascini verso la ripresa l'economia reale. «Spread» economia-finanza Che l'europa versi oggi in condizioni ben peggiori rispetto al 2011 e al 2012 è evidente, non solo nei numeri. Basta fare due passi per strada. Dalla fine del 2011 la disoccupazione è salita in Italia dall'8,4% al 12,6%, in Spagna dal 21,4% al 24,8%, in Francia dal 9,2% al 10,4%. Questo ha contratto i consumi, soprattutto in Italia e Spagna. L'accumulo di crediti deteriorati nei bilanci delle banche le ha fatte andare a corto di capitale, causando un credit crunch di proporzioni enormi: in Europa dal dicembre 2011 (dati Rbs) sono andati in fumo 594 miliardi di euro di crediti bancari alle imprese, 100 dei quali nella sola Italia. Questo ha congelato gli investimenti, ha aumentato ulteriormente la disoccupazione e mandato la crisi in un vortice dal quale è difficile uscire. Crisi aggravata dalla politica di austerità varata da tutti i Governi, che se da un lato ha limato i deficit pubblici dall'altro ha congelato i consumi. E la fiducia della gente. Per contro la fiducia degli investitori è ai massimi. Questo ha fatto scendere i rendimenti dei titoli di Stato. Il ribasso è stato più evidente in Spagna che in Italia, perché Madrid ha varato qualche riforma in più. Qualche apprensione oggi circonda la Francia, che ha un deficit elevato. Ma gli scostamenti tra Paese e Paese sono minimi. La realtà è che i rendimenti sono scesi e scendono per tutti, perché il motore che li tira giù è uguale per tutti: la Bce. Da quando nel luglio 2012 Mario Draghi assicurò ai mercati che «avrebbe fatto qualunque cosa per salvare l'euro», fino ad ora che fa sperare in un «quantitative easing» (cioè in acquisti a tappeto di titoli di Stato), gli investitori non fanno altro che comprare. Comprare. Comprare. Il punto su cui bisogna interrogarsi, però, non è quanto possano scendere ancora i rendimenti dei BTp, ma quanto questo ridimensionamento possa far bene all'economia reale. Se i benefici si fermano Qui nascono i dubbi. È infatti già evidente che la discesa dei rendimenti dei titoli di Stato non si sia per ora tradotta in un vero ridimensionamento del costo del credito bancario per le imprese. Mentre i rendimenti dei BTp diminuivano dal 7% al 2,1% dal dicembre 2011 ad oggi, i tassi d'interesse applicati dalle banche alle aziende italiane sono rimasti stabili: erano mediamente al 4,04% nel dicembre 2011 (dato Bce) e ora sono al SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 25/11/

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