Considerazioni sul saggio di Andrea Ichino e Daniele Terlizzese a proposito dei prestiti Income Contingent 1

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1 Considerazioni sul saggio di Andrea Ichino e Daniele Terlizzese a proposito dei prestiti Income Contingent 1 di Guido Mula 1 Premessa La difficile situazione dell università italiana richiede soluzioni sulle quali ci sono, sostanzialmente, due visioni opposte: c è chi considera che cultura e formazione siano una priorità di un paese civile che non può essere lasciata al caso ma che richieda invece precise strategie programmatiche e chi, al contrario, ritiene che la cultura vada associata a un valore economico e che di conseguenza le università debbano produrre esattamente come farebbe una qualunque impresa. Gli universitari sono generalmente visti da quest ultima categoria come un grosso numero di privilegiati che consumano senza ritegno una grossa fetta di risorse pubbliche. Il solo possibile rimedio alle criticità universitarie (che nessuno nega) è visto da queste persone come il mercato, con l associare quindi alle lauree un valore economico. Se nessuno nega il fatto che serva aumentare l efficienza del sistema universitario con incentivi, riforme serie e strategie di finanziamento congruenti con gli obiettivi anche generali di sviluppo (non necessariamente di crescita nel senso economico del termine) nazionali, le strategie possibili per il raggiungimento di questo scopo possono essere molto differenti a seconda dell impostazione data al problema. 2 Considerazioni politiche 2.1 Avversione al rischio Nel saggio di Ichino e Terlizzese si parte da alcune considerazioni di fondo. La prima è che l uomo ha una naturale avversione al rischio e che, di conseguenza, l investimento economico negli studi universitari verrebbe tendenzialmente affrontato solo a fronte di una ragionevole probabilità di ottenere guadagni consistenti in futuro. Gli autori quindi deducono che per sostenere la domanda di formazione universitaria sia indispensabile un intervento pubblico statale che riduca il fattore di rischio e renda l investimento economico in formazione universitaria potenzialmente più redditizio. Su questo non si può non concordare, d altronde l intervento statale sul diritto allo studio è previsto dalla nostra Costituzione. 2.2 Chi si assume il rischio Un altra considerazione degli autori è che mentre le borse di studio possono essere uno degli strumenti di sostegno al diritto allo studio, i prestiti income contingent da loro proposti, il cui rimborso cioè resta legato al livello di reddito percepito dal debitore nella sua vita lavorativa, avrebbero il vantaggio di non richiedere costi aggiuntivi per lo Stato 1 Saggio dal titolo: Prestiti per studenti condizionati al reddito: Finanza pericolosa o gioco a somma positiva? pubblicato il 22 novembre

2 portando invece nuovi fondi alle università (stimati a quasi 1,5 miliardi di euro nel saggio). Il finanziamento di questi prestiti sarebbe operato dalla Fondazione per il Merito (FM) sovvenzionata dalla Cassa Depositi e Prestiti (CDP), dalle università che partecipano all iniziativa e da privati. Il rischio quindi dell investimento, nel quadro della proposta degli autori, non verrebbe assunto dallo Stato ma quasi unicamente da privati e dai genitori e i nonni degli studenti, nelle parole di Ichino e Terlizzese. Questo investimento avrebbe, sempre nelle parole degli autori, un grande significato simbolico. Se a prima vista questa considerazione può sembrare ragionevole, ci sono tuttavia diversi aspetti che meritano attenzione. Il primo è che la percentuale di imposta sul reddito nella fiscalità generale utilizzata per le università non verrebbe ridotta. Di conseguenza il rischio di mancata restituzione del prestito (default) da parte degli ex- studenti diventerebbe aggiuntivo rispetto al prelievo già effettuato dallo Stato sugli stipendi dei lavoratori per finanziare le università. E anche chiaro che in questa ipotesi la valutazione del rischio di default andrebbe fatta con estrema attenzione, per evitare un ulteriore indebitamento delle famiglie che potrebbero anche non essere direttamente interessate agli studi universitari (nel quadro proprio delle ipotesi dei due autori, quasi solo chi è interessato agli studi universitari dovrebbe farsi carico del loro costo). L ipotesi di un ulteriore investimento delle famiglie (non necessariamente parenti degli studenti universitari) sugli studenti mediante la CDP andrebbe inoltre a stridere con un altra delle premesse sulle quali gli autori fondano la loro proposta: che le università siano pagate dai poveri ai ricchi. Se questo fosse vero e il sistema dei prestiti fosse davvero una soluzione, l effetto dovrebbe essere cambiare questo (presunto) stato di cose. L uso della CDP per il finanziamento della FM non sembra andare in questa direzione. 2.3 Quando lo studio universitario viene considerato valido In tutta la trattazione, l investimento universitario viene considerato remunerativo unicamente per le persone che lo intraprendono. In sostanza, a parte qualche considerazione marginale, gli autori sostengono che il maggior vantaggio dalla formazione universitaria è per gli ex studenti che, grazie agli studi universitari, hanno potuto accedere a salari più elevati, condizioni di vita migliori e altri vantaggi. Gli stessi autori ammettono tuttavia che gli studi cui fanno riferimento per questa valutazione non considerano il ritorno sul singolo cittadino (laureato o meno) della formazione universitaria in termini di benessere sociale. Ma questo è tutto tranne che un punto trascurabile! Uno Stato che investe nella formazione dei propri cittadini si aspetta un ritorno in varie forme non tutte direttamente e immediatamente valutabili in termini economici. Un esempio di queste stime si trova nelle pubblicazioni dell Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE/OECD), in particolare nei report annuali Education at a glance. Nel report 2011, per esempio, è possibile trovare un interessante quadro riassuntivo dei costi/benefici dell investimento pubblico, dove appare evidente come persino in Italia ci sia un significativo guadagno dall investimento pubblico nella formazione terziaria. Per esempio, in questo quadro riassuntivo dell indicatore A9 (What are the incentives to invest in education?) si vede come in Italia per un laureato ci si aspetta un beneficio netto pari a 83keuro e per una laureata pari a 46keuro (per gli stipendi minori attesi). Un altro studio inglese indipendente sui vantaggi apportati alla società nel suo complesso da parte delle università afferma che Universities yield benefits way beyond the individual financial returns to students and human capital gains for the economy. We find that just three social outcomes greater political interest, higher interpersonal trust and better health contribute a benefit of 1.31 billion to UK society over and above the economic benefits. Sono molti gli studi che 2

3 indicano quanto sia rilevante la preparazione universitaria per la società, ivi compresi i non laureati, ed è quindi chiaro che l effetto dell investimento pubblico sulla formazione universitaria ha un ritorno anche economico che non può essere affatto trascurato e che indice pesantemente sui presupposti considerati dagli autori. Gli estensori del documento OCSE, va anche sottolineato, deducono come dalle informazioni raccolte emerga, dal punto di vista economico, un incentivo a maggiori investimenti nel settore dell educazione e non viceversa. Sempre nel rapporto Education at a glance 2011 viene fatto notare come il rate of return e la domanda di laureati dipendano in modo significativo dal sistema economico e che, quanto più questo è arretrato, tanto minore sarà il guadagno. Sono quindi i settori dell innovazione tecnologica e industriale e il settore produttivo in generale che andrebbe maggiormente stimolati e riformato al fine di ottenere, tutti, un maggiore guadagno dall investimento nella formazione dei giovani. Queste considerazioni si riflettono anche nelle considerazioni riportate nel prossimo paragrafo. 2.4 Chi beneficia della formazione universitaria Ci sono molte valutazioni economiche che si possono fare: una popolazione di livello culturale elevato tendenzialmente guadagnerà di più e di conseguenza ci saranno prelievi fiscali più consistenti e quindi maggiori risorse finanziarie per lo Stato e per la collettività, come indicato nel paragrafo precedente. Ma una popolazione di livello culturale elevato fornisce un ritorno generale anche in altri termini. Le politiche di sviluppo del Paese verrebbero prese da persone più preparate, il livello più elevato di conoscenze permetterebbe ai singoli di fare scelte migliori per la propria vita migliorando il proprio benessere, la propria salute, le proprie aspettative di vita riducendo quindi, per esempio, il costo sociale della salute pubblica. Indicazioni in questo senso possono essere trovate in relazione all indicatore A11 (pagina 192) nel rapporto Education at a glance 2011: What are the social outcomes of education? nel quale vengono valutati proprio gli aspetti appena visti. Una persona con poche risorse finanziarie, inoltre, beneficia della formazione universitaria dei medici quando si ammala o si fa male, che sia laureata o meno. Un agricoltore o un allevatore è ben contento di trovare persone competenti e preparate quando ha problemi nei campi o con il bestiame. Chi soffre di mal di denti è felice di avere un dentista preparato. Chi vuole una casa ritiene indispensabile che ci siano ingegneri e architetti capaci e preparati per costruirla. E il costo di una cura o del parere di un esperto per un singolo è nulla rispetto al costo di formazione di questi ex studenti. E chiaro quindi che non è possibile fare il conto di chi spende per cosa considerando che il ritorno degli studi universitari ci sia quasi unicamente per chi li intraprende. Il ritorno sociale dell investimento è certo difficilmente valutabile da un punto di vista meramente economico, ma è altrettanto certamente un elemento rilevante nella valutazione. C è poi il ritorno di benessere sociale generale, che ha un alto valore non solo simbolico ma anche nella vita di tutti i giorni di ciascuno di noi. 2.5 Quale stimolo da una prospettiva di indebitamento di 80keuro? Un ulteriore questione che pare completamente trascurata dagli autori è quale effetto possa avere una prospettiva di indebitamento di 80keuro (questa è la stima degli autori alla fine di un quinquennio universitario, laurea triennale più laurea magistrale) su una famiglia con risorse economiche limitate in un periodo di crisi dal quale difficilmente 3

4 usciremo molto in fretta. Ichino e Terlizzese fanno una lunga serie di considerazioni, nel merito delle quali entreremo in seguito, che, secondo loro, dimostrano quanto possa essere vantaggioso per tutti un sistema come quello dei prestiti. Dicono, infatti, che i loro argomenti provano come i prestiti income contingent siano un investimento a basso rischio, che non richiede investimenti statali ma sostanzialmente solo dei privati, che si restituisce in comode rate mensili legate allo stipendio e che se si guadagna sotto soglia non si restituisce nulla. In un mondo nel quale siamo con l acqua alla gola, con l economia che sembra alla deriva guidata da una deificazione del mercato che non pare aver portato i frutti sperati, con i posti di lavoro in tremendo calo specialmente nella fascia giovanile (le ultime rilevazioni parlano del 37%), con il precariato alle stelle e si può continuare, quale può essere l impatto di una simile proposta sulla gente? A mio avviso, qui stiamo facendo considerazioni politiche, quello di far scappare la gente con un doppio effetto: da un lato chi potrebbe avere il prestito e non ha risorse familiari potrebbe avere un certo timore a caricarsi sulle spalle un tale debito da aggiungere a quelli standard come mutuo sulla casa etc. Dall altro chi invece non potrebbe usufruire dei prestiti perché non rientrante nei parametri di accesso si troverebbe tagliato fuori da quel percorso, con tasse universitarie alle stelle e ben poco invogliato, anche per l attuale contingenza, a spendere i soldi necessari per la propria istruzione universitaria. L effetto complessivo della proposta rischia quindi di essere, a mio avviso, quello di una fuga generalizzata dall università e non, come sostengono gli autori, di una corsa verso di essa per l effetto della liberazione dal peso del costo di quella formazione. La maggior parte delle persone saranno in ogni caso estremamente poco convincibili da argomentazioni complesse basate su ipotesi che non necessariamente si realizzeranno. Come vedremo in seguito, inoltre, anche il calcolo del fattore di rischio effettuato nel saggio appare lacunoso. Per una più completa valutazione di quanto esposto è opportuno ricordare che l indicatore B5 del rapporto OECD (How much do tertiary students pay and what public subsidies do they receive?) mostra come gli studenti italiani paghino già ora tasse universitarie relativamente elevate e come, di contro, i sussidi pubblici (prestiti o borse di studio) siano tra i più bassi. 3 Considerazioni tecniche 3.1 Sul capitolo con le giustificazioni teoriche per il finanziamento pubblico delle università Nel paragrafo 2.2 del loro saggio, nel quale trattano dei benefici sociali dell istruzione, Ichino e Terlizzese argomentano che la vasta e controversa letteratura in materia non permette di essere conclusivi quanto alla differenza tra rendimenti personali e sociali dell istruzione terziaria. La loro base di ragionamento è tuttavia fondata su un articolo di Cingano e Cipollone che, a stessa detta degli autori, lascia fuori dalla stima effetti non trascurabili come la gestione della salute etc. Questi effetti, seppur ovviamente difficili da calcolare, sono chiaramente rilevanti ai fini di valutare l opportunità e il ritorno di un investimento pubblico statale nella formazione culturale dei giovani. Le professioni che richiedono una formazione terziaria sono numerose, diverse delle quali svolgono ruoli chiave nel funzionamento dello Stato nei suoi servizi essenziali. Il non tenerne conto sottostima pesantemente l opportunità di investimenti corposi dello Stato in università e ricerca. Inoltre, numerosi studi internazionali, come quelli citati in precedenza, mostrano come il rate of return per gli Stati (a medio- lungo termine), in termini 4

5 puramente economici, degli investimenti nella formazione dei giovani sia tale da rendere quegli investimenti redditizi. Sempre nel capitolo 2 del saggio, gli autori sottolineano i fattori di rischio connessi al mero legame tra investimento economico iniziale e reddito ottenibile, scartando a priori la considerazione di altri parametri da valutare come il benessere e la soddisfazione lavorativa raggiungibile grazie alla diversa tipologia di un lavoro di un laureato rispetto a quella di un non laureato. Gli autori, nel loro ragionamento, deducono la necessità di un intervento statale nella formazione terziaria che renda meno rischioso l investimento da parte dei singoli nella propria formazione universitaria e invogli quindi i giovani a completare il proprio percorso formativo con una laurea. Non è tuttavia chiaro, dalla loro analisi, per quale motivo dovrebbe essere maggiormente stimolante un prestito il cui montante capitalizzato dopo 5 anni ammonta a 80keuro (calcoli del saggio), seppure income contingent, rispetto all erogazione di borse di studio magari di importo leggermente inferiore. Queste due modalità di garanzia di un diritto allo studio sono profondamente differenti tra loro. Nel caso dei prestiti ci si aspetta un ritorno (nelle note gli autori (pagina 14 del saggio) parlano perfino di un guadagno degli investitori non sarebbe quindi un mero servizio reso ma un investimento teso a un positivo ritorno economico sulle spalle degli studenti!) dei fondi investiti direttamente, mentre nel caso delle borse il ritorno atteso è a lungo termine e valutato in modo più complesso. La scelta tra le due modalità di sostegno all accesso alla formazione universitaria dipende inoltre dal come si valutano i fattori che portano alla definizione del rapporto rischi/benefici per lo Stato. Mancando la valutazione complessiva dei benefici sociali, tuttavia, il rischio con le borse di studio risulta significativamente sopravvalutato rispetto ai benefici, facendo propendere gli autori verso l ipotesi del prestito. 3.2 Sul capitolo sulla valutazione del finanziamento pubblico delle università Mi pare che nelle considerazioni iniziali dei due autori manchi completamente il riferimento ai parametri di investimento rispetto al prodotto interno lordo (PIL) dei nostri competitor internazionali. L Italia è in coda alla statistica con lo 0.8% del 2009 e in rapido decremento, mentre gli altri Stati aumentano o mantengono gli investimenti (vedi per esempio rapporto Education at a glance 2011). La percentuale di investimento sul PIL è un parametro strategico di grande rilevanza nel quadro delle scelte programmatiche di uno Stato che, nel caso dell Italia, sono completamente assenti in questo campo. Se concordo con gli autori che il finanziamento statale è distribuito in modo non sempre facilmente comprensibile e razionale, è altrettanto chiaro che la totale mancanza di strategia e di programmazione pluriennale da parte dello Stato, se non su base meramente economico- contabile, ha portato a una situazione nella quale gli atenei agivano un po come ritenevano più opportuno ma comunque sempre un po alla cieca. L autonomia legata alla mancanza di responsabilizzazione (accountability) dei decisori ha portato poi alle numerose derive negative che oggi affliggono l università italiana Troppi docenti? Poche pubblicazioni? Sprechi interamente colpa delle università? Dai dati OCSE, tuttavia, risulta chiaro (i rapporti annuali concordano tutti) che il totale del personale docente universitario è mediamente più anziano (vedi l undicesimo 5

6 rapporto sullo stato del sistema universitario del CNVSU del 2010), meno numeroso rispetto alla popolazione, tra i meno remunerati, con un numero maggiore di studenti per docente (nonostante gli studenti universitari siano meno, per 1000 abitanti, rispetto ai nostri competitor internazionali). E quindi chiaro che le critiche strumentali avanzate contro il sistema universitario in questi ultimi anni sono basate su concetti vaghi come troppi docenti, poche pubblicazioni e altre accuse di varia inefficienza mai giustificate correttamente perché nessuno si è mai preso la briga di definire quali dovrebbero essere gli obiettivi strategici italiani rispetto a queste materie. Dire che i docenti sono troppi o troppo pochi presuppone un riferimento che può essere quello internazionale ma dovrebbe soprattutto essere definito a livello nazionale sulla base di obiettivi strategici programmatici a lungo termine che sono purtroppo, come già detto, totalmente assenti dai propositi e dai discorsi di quasi tutti i politici e dalla maggioranza degli economisti che discettano di università in questo periodo. La stragrande maggioranza delle analisi si limitano a discutere se, da un punto di vista economico, l investimento attuale su università e ricerca sia produttivo sostanzialmente nell immediato, ma non vengono affrontati nodi cruciali per questa analisi come la correlazione tra i finanziamenti erogati e gli obiettivi prefissi, tra le tempistiche promesse per bandi e finanziamenti e la realtà dei fatti che può portare a ritardi da parte ministeriale perfino dell ordine della decina d anni. Sullo stato della ricerca in Italia, sul quanto si pubblica e altri parametri valutati comparativamente rispetto a quelli di altri Stati, è possibile trovare analisi basate sulle statistiche internazionali, per esempio in questo articolo di Francesco Sylos Labini e in questo di Giuseppe de Nicolao (ma è possibile trovarne anche numerosi altri più recenti che portano alle stesse conclusioni), che dimostrano con i numeri come l impressione generale di un università fatta di persone che non lavorano sia basata su una campagna di disinformazione e mai sui fatti. Da queste analisi si vede chiaramente come le Università italiane, pur non godendo di gestioni particolarmente efficienti e soffrendo invece di un certo numero di criticità, riescano a garantire una produzione scientifica di tutto rispetto, effetto che risulta ancora più evidente quando alla produzione scientifica si affianchino i dati sul finanziamento Inquadrare le responsabilità in un quadro generale e non da una sola parte E evidente come le valutazioni sull eventuale efficacia dell impiego del tempo da parte del personale delle università vadano fatte non solo sulla base delle risultanze delle statistiche internazionali sulla produzione scientifica e sul numero di studenti ma anche in rapporto a quanto viene effettivamente fornito come supporto da parte dell amministrazione dello Stato per questi servizi. Un sistema può essere efficiente solo se lo è nel suo insieme. L università non può essere efficiente da sola, serve che da parte ministeriale l efficienza sia ugualmente regola e parametro di valutazione da tenere in debito conto anche nella valutazione delle performance universitarie. Gli stessi PRIN (Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale) utilizzati nella valutazione dei docenti e delle università hanno ormai importi di finanziamento al limite del ridicolo e una tempistica imprevedibile sia per i bandi che per la firma dei contratti Tutta colpa del contratto degli universitari? Gli autori del saggio sembrano poi particolarmente scandalizzati dal fatto che i docenti universitari abbiano contratti a tempo indeterminato. Si può certamente concordare con loro che è indispensabile attivare un sistema di valutazione dei singoli e delle strutture basato su parametri definiti in anticipo (ma certo non ricadendo nella numerologia astratta ) e con la certezza della pena in caso di ingiustificato e continuato mancato 6

7 rispetto dell attività minima richiesta. Tuttavia additare la tipologia dei contratti universitari per sé come causa dei mali universitari pare una conclusione largamente eccessiva e del tutto fuori luogo. Non si può dimenticare che il finanziamento ordinario delle università (FFO) è sempre stato una variabile difficilmente prevedibile per la mancanza di obiettivi strategici nazionali, rendendo quindi sostanzialmente impossibile qualunque programmazione strategica affidabile da parte degli atenei. E stata invece, più verosimilmente, la mancanza di responsabilizzazione dei decisori, fossero essi ministeriali o universitari, nelle varie scelte operate negli anni la causa principale della situazione nella quale ci si trova oggi. Quando ci si rende conto che l Italia, nel 2013, avrà un finanziamento per le università inferiore in valore assoluto rispetto a quello del 2002 dopo un rapidissimo decremento a partire dal 2009 (nonostante fossimo già indietro rispetto ai nostri competitor) e insufficiente al proprio sostentamento secondo lo stesso Ministro Francesco Profumo, è chiaro che andare a dire che i problemi di bilancio sono interamente colpa degli atenei e della loro gestione approssimativa è guardare solamente un lato del problema. L instaurazione di una quota premiale del fondo di finanziamento delle università deve essere un fondo aggiuntivo rispetto al fondo ordinario e non deve andare a decremento del fondo stesso come previsto dal Ministro Gelmini e dal governo Berlusconi con le leggi 1/2009 e 240/2010. Il fondo premiale deve servire a permettere agli atenei investimenti sul futuro, non l ordinaria sopravvivenza. Andare a ricavare la premialità ricavandola a decremento di un finanziamento totale identico nel tempo o addirittura in diminuzione è una contraddizione che non solo non premia per davvero ma crea sperequazioni ingiustificate portando al collasso gli atenei più deboli senza dar loro alcuna possibilità di attivare le richieste strategie di rilancio. La stessa accusa rivolta dagli autori a una non meglio definita esplosione del numero dei corsi di laurea è in realtà un modo impreciso e superficiale di valutare la situazione dell offerta formativa universitaria. L Italia risulta infatti essere in una posizione intermedia in Europa e non certo in cima alla classifica. La maggior parte dell incremento del numero di corsi è meramente il risultato del raddoppio del conteggio del numero di corsi conseguente alla divisione in due della maggior parte dei corsi a ciclo unico preesistenti per il passaggio al famoso 3+2. Spesso l incremento è dato poi da lauree specialistiche/magistrali tese a dare una preparazione specialistica più specifica nei vari campi della formazione. Certamente è possibile razionalizzare l offerta formativa, ridurre il numero di corsi, ottimizzare le performance. Tuttavia, razionalizzare non può e non deve coincidere per forza con tagli e riduzione del personale in assenza di una qualunque strategia culturale. Gli autori criticano fortemente il fatto che la spesa universitaria sia maggioritariamente destinata agli emolumenti del personale. Dimenticano però che gli atenei italiani nel loro complesso hanno un corpo docente, rapportato alla popolazione, inferiore a quello degli altri paesi con i quali diciamo di volerci confrontare, come già visto nel Inoltre viene trascurato il fatto che se in questi ultimi anni la situazione è peggiorata, probabilmente, un legame con la drastica riduzione (in assenza di una qualsivoglia logica non meramente ragionieristica e di secco taglio acritico delle voci di spesa dello Stato, ovvero i famosi tagli orizzontali ) del finanziamento, peraltro non prevedibile a fronte degli impegni internazionali dell Italia ad andare in senso opposto, ci sarà anche. Le percentuali dei finanziamenti delle università destinate al personale sono infatti aumentate a spese stipendiali costanti o in decremento meramente a causa della rapida diminuzione dei fondi resi disponibili dalle varie leggi finanziarie. Criticare il numero di docenti in assenza di programmazione e obiettivi strategici di sviluppo (non necessariamente di crescita nel senso economico) delle Università è un argomento sterile destinato solo a trovare un capro espiatorio di colpe altrui, sviando l attenzione dalle vere cause dei problemi. Purtroppo questo argomento è stato un leit motiv del 7

8 Governo Berlusconi e pare aver fatto breccia dappertutto pur non essendo supportato da alcuna valutazione comparativa con un qualunque riferimento. Sono troppi è l unico argomento. Il successivo Governo Monti non ha fatto assolutamente nulla per cambiare questa situazione, come indicato prima nelle stesse parole del ministro Francesco Profumo sul Sole24Ore citate prima. 3.3 Iniquità del sistema? Gli autori del saggio attaccano frontalmente il sistema universitario dal punto di vista delle tasse pagate dagli studenti. Si può concordare con loro sul fatto che gli scaglioni delle tasse in funzione del reddito ISEE delle famiglie non siano sufficientemente progressivi e che potrebbero essere rivisti per renderli più equilibrati soprattutto aumentando il valore massimo della tassa per chi ha redditi particolarmente elevati. Non si può tuttavia concordare con Ichino e Terlizzese quando affermano che le tasse universitarie italiane sono basse: le valutazioni terze internazionali (per esempio nel rapporto OECD Education at a glance 2010) dimostrano che sono invece tra le più alte in Europa. L argomento principe per dichiarare la profonda iniquità del sistema di finanziamento delle università sta tuttavia, ancora una volta, sul fatto che mentre la fonte dalla quale derivano i fondi utilizzati per sostenere la formazione terziaria è la fiscalità generale, la percentuale dei frequentanti l università che appartengono alle fasce reddituali elevate è molto maggiore che nella popolazione complessiva: i figli dei ricchi vanno di più all università e, dato che queste sono finanziate con le tasse di tutti e che le tasse di frequenza non coprono se non in minima parte il costo reale annuale di uno studente, sono i poveri che pagano gli studi ai ricchi non usufruendo quindi delle proprie tasse. Non voglio entrare nel conto fatto dagli autori del saggio: posso accettare che sia vero che, limitando l orizzonte al solo contesto universitario, la loro affermazione sia valida. Tuttavia, questo modo di impostare il ragionamento pecca della limitazione del non considerare i benefici di cui godono tutti per il fatto di avere laureati in diversi ruoli chiave per la società nel suo insieme, dagli architetti ai medici, dai veterinari agli scienziati. Lo stesso ragionamento potrebbe poi essere applicato a moltissime altre situazioni. Tutti noi paghiamo per la costruzione di strade delle quali non usufruiamo e per numerosissime altre spese che lo Stato affronta per il benessere generale delle quali è impossibile che ciascuno profitti in funzione della frazione del prelievo sul proprio reddito nella fiscalità generale. L equilibrio è ottenuto dalle politiche di spesa nazionali, che dovrebbero essere programmate strategicamente in modo da garantire a ciascuno di vivere in un Paese efficiente. La mancanza di politiche generali che davvero facciano questo è il problema principale e non è possibile correggere questo con singoli interventi tesi a far pagare ogni singolo servizio direttamente a chi ne usufruisce. Applicare lo stesso schema alla sanità, per esempio, implicherebbe non solo la fine dello stato sociale ma soprattutto la nascita di numerosi e gravi problemi conseguenti al peggioramento inevitabile delle condizioni di salute di una fascia consistente della popolazione. 4 La proposta La proposta degli autori prevede l istituzione di un prestito income contingent agli studenti universitari che abbiano e mantengano una serie di caratteristiche di qualità. Come già osservato, secondo gli autori l istituzione del prestito permetterebbe di 8

9 ottenere maggiori fondi per le università senza andare a pesare sulle casse dello Stato ma grazie a una sorta di patto tra generazioni. Prima di analizzare i criteri di accesso al prestito per gli studenti, è opportuno sottolineare un altro aspetto della proposta. Al prestito accederebbero solamente gli studenti iscritti presso le università che scegliessero di aderire al progetto versando nelle casse della FM parte del proprio FFO. Questo versamento dovrebbe coprire il fattore di rischio dell investimento della CDP in questi prestiti, valutato secondo le modalità descritte nel saggio. In compenso, per questa partecipazione gli atenei verrebbero liberati dai vincoli sulla gestione del personale, del bilancio e, soprattutto, sul livello delle tasse universitarie. Nella proposta degli autori, le tasse dovrebbero avere una media non superiore a 7500 euro annui calcolati sulla base dei tre anni precedenti (rispetto a una media nazionale attuale di 1750 euro annui). Gli autori del saggio hanno specificato, in un loro commento alle osservazioni di Francesca Coin sul saggio, che l aumento delle tasse nella loro ipotesi è limitato ai soli corsi di laurea immessi nella sperimentazione da parte delle università che scelgono di parteciparvi. Questo aspetto non era stato reso esplicito nel saggio ed è un utile precisazione. Non sarebbe quindi un aumento delle tasse di tutti i corsi di laurea ma solo di quelli che le università ritenessero atti a fornire agli studenti stipendi elevati nella loro vita lavorativa. Resta tuttavia il fatto che questo aspetto rischierebbe di diminuire il potenziale impatto di vantaggio economico per le università e non viene meno la considerazione che se anche è vero che l aumento delle tasse universitarie può essere progressivo in modo da essere ridotto o nullo per i redditi bassi e rilevante per i redditi elevati, è critica la scelta della scala di progressività, anche alla luce di quanto vedremo nel prossimo paragrafo sui criteri di accesso ai prestiti. Da notare le ultime discussioni sul tema apparse su ROARS e su Scienza in Rete, nelle quali ancora una volta Ichino e Terlizzese insistono nel dire che l Università, in buona sostanza, porta vantaggi solo ai laureati, non spostando quindi di una virgola la loro posizione espressa nel saggio che sto analizzando adesso. Nell ottica dell accesso ai prestiti income contingent proposti da Ichino e Terlizzese, diventano critiche le scelte da effettuare per permettere l accesso degli studenti al prestito. L idea di fondo della simulazione proposta nel saggio è che serve limitare il rischio di default e quindi, come nel caso delle assicurazioni per malattia, serve garantirsi che chi accede al prestito dia una buona affidabilità in prospettiva per il rimborso della somma erogata con gli interessi. 4.1 I criteri di accesso al prestito Per l accesso alla prima annualità si richiede allo studente di avere almeno 90/100 alla maturità. La conseguenza evidente di questa scelta è che uno studente magari bravo ma che non ha reso abbastanza in termini di voto alla maturità è obbligato, se vuole andare all università, a pagare tasse molto superiori a quelle attuali indipendentemente da quello che sarà il suo rendimento durante il suo percorso di studi. E chiaro quindi che questi studenti vengono di fatto allontanati dall università. Siccome non esiste alcuna correlazione certa tra voto di maturità e rendimento universitario, se non a grandi linee, questa scelta di severa limitazione in ingresso rischia di essere fortemente penalizzante per gli studenti e per le stesse università. Queste infatti potrebbero perdere studenti validi unicamente per i costi che questi si troverebbero ad affrontare senza supporto e che peggiorerebbero decisamente il problema dell avversione al rischio di cui gli autori trattano all inizio del saggio e del quale abbiamo già parlato. Un conto è richiedere risultati di buon livello durante gli studi universitari, un altro è chiedere la stessa cosa come vincolo assoluto a tutti gli studenti in ingresso con una soglia molto alta. 9

10 E molto difficile poi capire per quale motivo sia indispensabile che per l adesione alla proposta le università debbano modificare le modalità di esame nel modo previsto in generale all estero. Pur condividendo ragionevolmente l opportunità di questo modalità, non si capisce la sua necessità in rapporto all adesione alla politica dei prestiti income contingent: gli studenti sarebbero a conoscenza del fatto che per mantenere il diritto al prestito dovrebbero superare un certo numero di esami con almeno una certa media ogni anno. Non sono certo le modalità di esame che possono cambiare i vincoli imposti dalle regole proposte dagli autori per il mantenimento del prestito negli anni successivi al primo, ma l impegno concreto degli studenti nei propri studi. 4.2 Quando e quanto rimborsare? Gli autori prevedono una soglia salariale minima per il rimborso del prestito pari a 15keuro lordi annui. Non si può non notare come questa soglia minima sia drammaticamente bassa. A 20keuro annui di stipendio, il contributo annuale sarebbe pari a 500 euro da calcolare sul lordo e non sul netto euro lordi annui sono uno stipendio di meno di 1300 euro al mese su 12 mensilità. Se quello fosse l unico reddito familiare di una normale famiglia con due figli, 500 euro lordi all anno non sarebbe un prelievo da poco, se sommato alle altre normali spese correnti di una famiglia. Anche questo aspetto sembra poco efficace per l invito all accesso al prestito da parte degli studenti. E vero che il rimborso verrebbe fatto in proporzione al reddito, ma con la progressiva perdita di potere d acquisto degli stipendi, cominciare il prelievo da euro lordi (meno di 1000 euro/mese netti per 12 mesi) pare una scelta decisamente punitiva nei confronti di chi avesse un reddito annuo di tale entità. Come minimo ci si sarebbe aspettati un conto sul reddito ISEE, che tenga quindi conto delle entrate e delle dimensioni della famiglia dell ex- studente. 4.3 Chi si assume il rischio del default? Nell ipotesi che le stime effettuate da Ichino e Terlizzese siano realistiche (torneremo poi su questo punto), come già accennato il rischio verrebbe coperto dalle università annualmente con il versamento di una quota del proprio FFO e da modulare anno per anno. Non è chiaro se la frazione di FFO da versare sia anche modulabile sui singoli atenei in funzione del reddito post laurea dei propri studenti. Dall impostazione generale sembrerebbe di intuire di sì, anche se questo fatto non viene menzionato. Supponiamo ora che questo non sia vero e che quindi la quota sia determinata in modo omogeneo per ogni ateneo che voglia partecipare. L adesione alla proposta da parte degli atenei porta loro una serie di vantaggi in termini di flessibilità delle scelte nonché di responsabilizzazione di chi effettua quelle stesse scelte. L inconveniente nascosto dietro a questo modo di porre il problema e che si comincia a intravvedere è che gli atenei, per essere attrattivi nei termini posti dagli autori, vale a dire fornitori di preparazione che permetta l accesso a redditi elevati, devono fare una scommessa a lungo termine che lo Stato invece si rifiuta da sempre di fare. Gli atenei devono scommettere, al massimo con una educated guess quanto altri daranno di stipendio nei decenni a venire ai propri ex- studenti. Dato che nessuno si avventura in Italia a previsioni che superino i tre anni e già questo con estrema difficoltà, è evidente come il costringere gli atenei a scommettere su parametri sui quali non hanno il minimo controllo sia una strategia pericolosa. Gli atenei non hanno alcun potere di influenzare i datori di lavoro dei propri studenti affinché questi diano loro remunerazioni elevate consistenti con le aspettative degli ex- studenti e delle stesse università. Le università, così come gli stessi economisti, non possono prevedere le 10

11 fluttuazioni del mercato del lavoro per di più modificando le proprie scelte sulla trasmissione della Cultura in funzione della remunerazione futura dei laureati. Anche oggi è impossibile per certe categorie avere remunerazioni elevate tanto da rientrare nei percentili elevati considerati dagli autori nelle simulazioni della propria proposta. Basta guardare gli stipendi, per esempio, degli insegnanti della scuola, che devono necessariamente avere una laurea. Dobbiamo considerare queste persone dei falliti perché non hanno uno stipendio elevato? Che senso ha strutturare una proposta che si basa su stipendi ai quali moltissimi laureati in diverse discipline, specialmente in ambito umanistico, ben difficilmente avranno accesso? Nella simulazione commentata nei prossimi paragrafi manca comunque un chiaro riferimento alla situazione reddituale italiana: secondo un indagine pubblicata sul Sole24Ore il 3 settembre 2011 sulla base dei 730 presentati per la dichiarazione dei redditi, il reddito medio degli italiani è inferiore a 22keuro. Questo valore è largamente inferiore a quelli considerati per il calcolo del fattore di rischio nelle simulazioni degli autori. Lo stipendi medio dei laureati è certamente superiore, ma certo non il triplo come sarebbe richiesto per garantire la restituzione integrale del debito. In questo credo siano interessanti i dati del consorzio AlmaLaurea sugli stipendi dei laureati. 4.4 Le simulazioni Per la validazione della propria proposta, Ichino e Terlizzese fanno due simulazioni, una favorevole e una sfavorevole. L ipotesi di partenza per l avvio della simulazione è che il meccanismo dei prestiti sia uno stimolo al miglioramento delle Università. Gli autori immaginano quindi uno scenario nel quale i laureati avranno stipendi assimilabili a quelli degli ex studenti di un università italiana tra quelle che assicurano il miglior inserimento nel mondo del lavoro secondo una statistica del Sole24Ore. Verrebbe qui da dire che questo criterio per sé non è sufficiente, dato che non è specificato che tipo di università sia quella scelta per riferimento. E una università pubblica o privata? Generalista (come La Sapienza) o specialistica (come Bocconi)? Tralasciamo per ora questi dubbi, che hanno comunque gran rilievo nella valutazione dell accesso a redditi medi elevati degli ex studenti. Queste considerazioni sono importanti anche alla luce del commento già citato: se anche infatti i corsi interessati dal prestito non sono tutti, i dati raccolti sono relativi all intero ateneo considerato e dipendono in ogni caso dalla tipologia delle lauree. Anche considerando le lauree che danno maggiori soddisfazioni economiche ai laureati ci sono differenze significative tra diverse tipologie di laurea. Il secondo scenario immaginato ipotizza che gli studenti abbiano salari analoghi a quelli registrati per gli ex studenti di una università media secondo dati della Banca d Italia. Valgono anche qui le domande poste per l ipotesi precedente, in particolare come termine di confronto tra le due tesi. Per entrambi gli scenari considerati il debito iniziale è pari a 80keuro (ammontare capitalizzato dopo 5 anni da restituire) e il rimborso è considerato su un periodo pari a 40 anni. Per i loro calcoli gli autori suddividono gli ex- studenti in percentili a seconda dei redditi lavorativi percepiti. Nella prima ipotesi, gli autori guardano tre percentili distinti: 25, 50 e 75. Con i valori considerati, solo chi sta nel 25mo percentile (47keuro a fine carriera) non riesce a rimborsare il debito nel 36% dei casi, da cui gli autori deducono un rischio del 12% di default che accedono al prestito (chi appartiene agli altri due percentili riesce a restituire integralmente il prestito). Nel secondo scenario, tuttavia, gli autori fanno una scelta non congruente con quella effettuata per il primo scenario. Essi infatti stimano che gli studenti da considerare nel secondo caso non siano tutti come nello scenario favorevole, ma solo i migliori e quindi, nella loro valutazione, considerano solo il 50mo e il 75mo percentile, arrivando ad un fattore di rischio, calcolato in modo analogo al primo 11

12 scenario, del 15%. Per quale motivo tale scelta? Anche se si parla di una università media, il miglioramento deve avvenire per tutti gli studenti, e, dato che lo stipendio finale dipende anche dalla tipologia lavorativa e non solo dal livello culturale. La scelta di escludere il 25mo percentile dal secondo scenario appare quindi del tutto arbitraria. Oltretutto, tale scelta fa pesantemente sottostimare il fattore di rischio in questa seconda ipotesi, che si può immaginare arrivare facilmente a un 30% medio (su una scala simile a quella di prima, si passerebbe verosimilmente dal 30% di default del 50mo percentile ad almeno un 60% del 25mo percentile). Una percentuale di rischio del 30% è decisamente molto elevata, specialmente se, come gli autori indicano nella nota a pagina 14 del testo, gli investitori si aspettano un guadagno dall operazione dei prestiti income contingent. Credo sia utile, come criterio di confronto, guardare gli stipendi massimi (lordi) delle tre fasce docenti universitarie a fine carriera (livelli stipendiali attualmente non raggiungibili per la maggior parte delle persone dato il tardivo ingresso in ruolo tipico dell Italia): 124keuro per i professori ordinari, 91keuro per i professori associati, 65keuro per i ricercatori universitari. Da notare che, a causa del perdurante blocco degli stipendi per diversi anni a seguito delle manovre finanziarie degli ultimi anni, la probabilità di raggiungimento di quei livelli massimi è significativamente meno probabile di prima. Gli stipendi dei docenti universitari sono quanto lo Stato ritiene di dover pagare persone che hanno raggiunto il massimo livello di formazione e che hanno in mano la responsabilità di formare i giovani e di far avanzare il Paese con la ricerca producendo nuova conoscenza. Come si vede dai dati riportati, un professore ordinario a fine carriera guadagna il 20% meno rispetto al lordo considerato per il 75mo percentile (158keuro) nell ipotesi favorevole esaminata dai due autori. 4.5 Sulle conclusioni degli autori Sulla base delle simulazioni effettuate gli autori concludono che il modello proposto valga la candela, in assenza di alternative credibili. Tuttavia, non si può fare a meno di osservare che il modello proposto presenti numerose criticità nelle premesse, nella sua strutturazione e nelle ipotesi di scenario. Seppure si può condividere una parte delle premesse, non pare ragionevole la conclusione che l unica soluzione sensata al problema del finanziamento delle università sia quella dei prestiti income contingent senza per di più alcuna variazione nelle imposte sui redditi. Viene completamente trascurato il fatto che mettere qualcuno, specialmente se già in difficoltà economica, di fronte a un indebitamento di 80keuro, non è né può essere considerato una scelta ovvia. I criteri di accesso al prestito sono poi particolarmente restrittivi, escludendo di fatto una percentuale significativa di studenti che, pur non avendo reso bene alla scuola superiore potrebbero rendere molto meglio nell università dove possono inseguire con più determinazione le proprie aspirazioni. Gli studenti esclusi dal prestito si troverebbero di fronte tasse elevate, molto più di adesso, un fortissimo disincentivo al completamento degli studi con l iscrizione all università. Anche di fronte all osservazione che le tasse universitarie sarebbero progressive più di adesso, pare improbabile che per le classi medie l incremento non sarebbe significativo e piuttosto pesante. La stessa soglia stipendiale di 15keuro lordi per il rimborso del prestito dà un indicazione dei salari per i quali l incremento delle tasse universitarie sarebbe pesante. Analogamente, questa soglia di 15keuro lordi appare una scelta quasi punitiva, dato che si parla di persone che avrebbero un introito mensile dell ordine di 1000 euro, nei fatti sotto la soglia di povertà se si trattasse di una famiglia monoreddito con figli. Le simulazioni sono poi, come detto, incongruenti tra loro e sottostimano il rischio. La mancata indicazione della tipologia delle due università considerate nelle simulazioni è una ulteriore criticità della simulazione, dato che la tipologia degli studi è correlata all ammontare degli stipendi percepiti in seguito. L indicazione di un guadagno degli investitori e le modalità della 12

13 trattazione paiono poi una chiara indicazione che i prestiti proposti non siano solo un sostegno al diritto allo studio ma piuttosto un operazione finanziaria che porterebbe inevitabilmente ai grossi problemi già presenti in ogni Stato che abbia adottato i prestiti agli studenti (income contingent o meno) come tipologia di sostegno allo studio. Vale come considerazione generale poi che seppure esiste una correlazione tra qualità della formazione e stipendi percepiti, usare questa correlazione per valutare la qualità della formazione erogata dai singoli atenei pare una forzatura non da poco, mercatizzando cultura e formazione e trascurando completamente le altre conseguenze positive dell innalzamento del livello culturale della popolazione nonché quelle professioni che non portano in ogni caso a redditi così elevati come quelli indicati nelle simulazioni e che farebbero da zavorra nel calcolo della percentuale di default. Manca poi totalmente una qualsiasi contestualizzazione della proposta nella contingenza critica dell economia alla quale tutti assistiamo e che vede licenziamenti di massa, blocchi dei salari, precarietà sempre più eletta a sistema rispetto alla stabilità di contratti a tempo indeterminato. La somma di tutte le considerazioni appena esposte non possono che far propendere per una conclusione opposta a quella degli autori: il sistema proposto non sarebbe una soluzione del problema del finanziamento delle università e della qualità della formazione e della ricerca ma con altissima probabilità una causa di netto peggioramento del sistema nel suo complesso, trasformando gli atenei in luoghi di élite per i pochi con sufficienti risorse economiche alle spalle e intenzionati a iscriversi solo nei corsi di studio che promettono alta redditività futura. 5 Risposte alle obiezioni alla proposta trattate nel testo Qui di seguito alcune considerazioni sulle risposte date da Ichino e Terlizzese alle obiezioni da loro stessi riportate nel testo della loro proposta. Obiezione 1: da dove vengono le risorse? Non sarà un altro strumento finanziario di distruzione di massa? Ichino e Terlizzese sostengono che la loro proposta permetterebbe di avere immediatamente risorse finanziarie grazie ad una sorta di patto tra generazioni che sanerebbe il limite presunto attuale che sostanzialmente solo i ricchi hanno, nei fatti, accesso alle università. Questo non è totalmente vero da un lato (sono numerosi gli studenti con limitate risorse finanziarie presenti nei corsi di studio universitari) e dall altro il riferimento al guadagno nel testo per chi investe nei prestiti income contingent lascia intravvedere se non proprio una struttura tesa al profitto già inizialmente sicuramente il rischio (quasi una certezza) che lo diventi molto rapidamente. Riesce poi alquanto difficile concordare con la conclusione che questo sistema di prestiti sia un potentissimo sistema di uguaglianza sociale, dato il suo ammontare per chi accede al prestito, dato il pesante aumento delle tasse universitarie senza sostegno economico per chi non può avere accesso al prestito, data la previsione fondata su simulazioni non condivisibili per le ragioni descritte in precedenza. Obiezione 2: La proposta genera un indebitamento eccessivo delle giovani generazioni Se la proposta funzionasse gli autori potrebbero aver ragione. Tuttavia il rischio di fallimento della proposta è elevatissimo perché da un lato la correlazione tra stipendi elevati e laurea non è così stringente e varia da disciplina a disciplina. Inoltre, la proposta è marcatamente indirizzata verso le discipline che garantiscono maggior 13

14 reddito e non è generalista, non tiene cioè nel debito conto la distribuzione dei redditi reale per tipologia di laurea. Non si può poi trascurare il fatto che, stante la percentuale italiana di investimento sul PIL largamente inferiore a quella dei nostri competitor internazionali, la spesa universitaria non è certamente una delle cause principali del dissesto finanziario italiano, ma lo sono invece le strategie di investimento a livello nazionale. La risoluzione del problema del finanziamento delle università ha forti probabilità di venir fuori anche semplicemente da una più equa ridistribuzione delle priorità di spesa verso i servizi essenziali. Obiezione 3: In America centinaia di migliaia di giovani oggi si ritrovano con un debito che non riescono a ripagare. Non è il momento giusto per questa proposta. Ichino e Terlizzese dimenticano, nella loro analisi, che negli USA il criterio utilizzato, far pagare maggiormente l università a chi fruisce del servizio, nasce anche dal fatto che le imposte sul reddito sono notoriamente largamente inferiori alle nostre. Proporre dei prestiti, seppure income contingent in Italia equivale a far pagare due volte il servizio. Obiezione 4: Non servono nuove risorse: gli atenei ne hanno fin troppe e le usano male La domanda parte da presupposti facilmente dimostrabili come errati con qualunque statistica internazionale su finanziamenti, numero di studenti e numero di docenti. Non si può poi concordare sul fatto che la proposta ridurrebbe gli sprechi per tutte le criticità di impostazione e trattazione descritte prima. Obiezione 5: Non è vero che tasse più alte implichino migliori atenei Certamente, come indicano gli autori, maggiori risorse possono aiutare a migliorare il funzionamento delle università italiane, ma solo se unite a una seria accountability. Le soglie poi della proposta (in ingresso e per il rimborso) sono poi tali da limitare fortemente l accesso ai prestiti, spaventare chi non si aspetta remunerazioni elevate per la tipologia della disciplina ed escludere chi vorrebbe entrare all università ma non ha i numeri in ingresso. Altre soluzioni alternative risiedono innanzitutto in una rivisitazione delle priorità di spesa nel bilancio dello Stato verso un riequilibrio e la riduzione degli sprechi palesemente presenti in altre voci del bilancio stesso diverse da quelle legate a istruzione e ricerca. La scelta strategica di elevare il livello di formazione della propria popolazione richiede sforzi anche economici che possono derivare dal bilancio attuale in strategie programmatiche di medio lungo respiro. L elevato livello dell imposizione fiscale in Italia unito alla bassa percentuale di investimenti sul percorso formativo dei giovani e sulla ricerca dimostrano in modo chiaro che il problema ha altre soluzioni rispetto a quelle prospettate nel saggio. Obiezione 6: La qualità del sistema universitario italiano è ottima. E ovvio che qualunque sistema sia migliorabile e quello italiano sicuramente lo è. Quello che manca è tuttavia una accountability dei decisori che in questa proposta viene vista unicamente dal lato finanziario, lasciando da parte tutti gli altri aspetti fondamentali di una formazione universitarie. Quanto agli stranieri, difficilmente possono esse attratti da un sistema che prevede poche prospettive, con tempistiche, per essere gentili, fantasiose, finanziamenti incerti e stipendi significativamente inferiori a quelli che si trovano altrove. Lo stimolo non nasce solo dalla qualità della ricerca ma anche dalle condizioni al contorno. 14

15 Obiezione 7: Gli studenti italiani non sono disposti a spostarsi per scegliere gli atenei migliori Il prestito non è l unica strada per incentivare gli spostamenti. Ci sono le borse, gli incentivi fiscali e altre soluzioni. Obiezione 8: Il MIUR non sarà disposto a concedere l autonomia di cui gli atenei avrebbero bisogno per migliorare Anche qui, il problema più evidente è la ratio dell autonomia. Finora all autonomia non è stata affiancata la responsabilizzazione dei decisori, e tale responsabilità non può essere meramente di natura economica con una scommessa quasi al buio sul futuro economico dei propri ex studenti. Obiezione 9: Anche se gli atenei ricevessero autonomia le loro amministrazioni sono solo preoccupate dei ricorsi al TAR e preferiscono il quieto vivere Questo è certamente possibile, ma non si può dimenticare che questo stato di cose è esacerbato da leggi ambigue che certo non facilitano il compito delle università e i cui effetti non vengono peraltro considerati nella proposta. Gli autori dichiarano comunque di non avere una risposta a questa osservazione. Obiezione 10: Il diritto allo studio è gratuito e non si tocca: università gratis per tutti Alla luce di quanto detto in precedenza, non appare fondata l affermazione degli autori secondo la quale i poveri pagano l università ai ricchi, tanto più nell accezione di ampiamente dimostrato usata dagli autori. Per loro stessa ammissione, la deduzione è basata su dati che riguardano unicamente chi segue il percorso universitario e trascura completamente altre ricadute sociali delle lauree sulla popolazione e, di conseguenza, valuta in maniera pesantemente incompleta le ricadute dei costi della formazione universitaria anche sui singoli che non ne usufruiscono direttamente. Obiezione 11: La proposta riduce la mobilità sociale Secondo gli autori il rischio dell investimento nel prestito è bassa per gli investitori e per chi ne usufruisce, favorendo la mobilità sociale. In realtà, come abbiamo già visto, le stime sono sicuramente per difetto, non tengono conto dell avversione di chi già dispone di poche risorse a sobbarcarsi di un debito di 80keuro, seppure income contingent, che li perseguiterà probabilmente per buona parte della vita. E difficile inoltre convincere queste persone a imbarcarsi in tale debito, con la soglia di rimborso per di più molto bassa, con argomentazioni complesse: quello che i potenziali candidati vedranno sono gli 80keuro da restituire e preferiranno non affrontare gli studi universitari, con un alto rischio di ridurre ulteriormente la già bassa mobilità sociale. Obiezione 12: Si possono trovare maggiori risorse per l università tagliando altre voci di spesa pubblica, per esempio la spesa militare. Il bilancio statale italiano dedica pochissime risorse, su base PIL, all alta formazione e alla ricerca rispetto a quanto avviene in altri Stati e a quanto la stessa Italia si era impegnata a fare. Queste risorse oltretutto, sempre su base PIL, sono in diminuzione. Se il debito pubblico sale tanto e la tassazione sui redditi resta così alta pur con un investimento così ridotto è chiaro che ci sono altre voci di spesa che potrebbero essere significativamente riviste senza andare a caricare ulteriormente le tasche degli italiani. Oltretutto, nel momento in cui i soldi sono pochi serve fare scelte di investimento per il futuro che siano mirate, ma questo approccio pare totalmente assente dalla politica 15

16 italiana più focalizzata sul quanto tagliare orizzontalmente ma non sul come e sul perché operare nei vari settori. Una migliore strategia di spesa può quindi risultare molto più efficace di un ulteriore prelievo sulle persone. Obiezione 13: La proposta è la scoperta dell acqua calda: taglia risorse a tutti per darle a pochi Tutto il ragionamento degli autori si basa sul potere di convincimento degli atenei verso gli studenti basato unicamente sulla garanzia di miglior reddito futuro, data l entità del prestito, perché sono quelle le condizioni che meglio permettono di restituire il prestito. In ogni caso, la riduzione o meno delle finanze disponibili di ogni ateneo dipende da un equilibrio tra il numero di iscritti, l ammontare delle tasse e dalla quota ceduta alla Fondazione per il Merito per la partecipazione al programma. Non pare che in questo momento questa scelta sia comunque equilibrata, dato che andrebbe fatta con una scommessa al buio in un momento nel quale l ammontare del fondo di finanziamento ordinario delle università è largamente insufficiente, spesso neanche adatto a coprire spese correnti non riducibili. Inoltre, nei primi anni il sistema favorirebbe le università che risultano ai primi posti nelle classifiche (che avrebbero un maggiore potere di attrazione per i vantaggi economici in prospettiva) e non ci sarebbe alcun incentivo a partecipare alla sperimentazione per le università in coda alla classifica, che non potrebbero ovviamente garantire da subito comparativamente condizioni equivalenti a quelle fornite università in cima alle classifiche e rischierebbero quindi di vedere un peggioramento delle proprie condizioni. Per le università in coda alla classifica, se lo schema degli studenti che vanno dove sono garantiti salari futuri più elevati, la cessione dei fondi equivarrebbe nei fatti al sovvenzionare le università in cima alla classifica. Qualunque ragionamento comparativo dovrebbe partire dal mettere le università in condizioni equivalenti, altrimenti l obiezione resterebbe fondata, al di là delle altre considerazioni giù fatte sul modello dei prestiti income contingent. Obiezione 14: La proposta separa la decisione di iscriversi all università dall entità del reddito familiare, ma è insufficiente a produrre una sostanziosa redistribuzione dai ricchi ai poveri In risposta a questa obiezione gli autori affrontano brevemente alcuni dei punti sollevati nelle pagine precedenti. Tuttavia la risposta è insufficiente a vanificare quei dubbi: la possibile sostenibilità finanziaria dipende anche da quei fattori, che vanno a incidere direttamente nel calcolo dei parametri di rischio. La loro presa in conto per disciplina, genere dello studente e altro per l erogazione del prestito rischia inoltre di generare un sistema estremamente complesso di difficile gestione. La differenziazione delle tasse per livello di reddito è ovviamente fondamentale, come gli autori stessi segnalano nella loro trattazione. L elevazione del livello delle tasse in ingresso, tuttavia, continua a rischiare di essere un forte disincentivo all accesso agli studi universitari anche secondo il modello proposto per quegli studenti con basso reddito familiare che per qualche motivo restassero fuori dall accesso al prestito. Obiezione 15: Sarebbe meglio offrire direttamente borse di studio a fondo perduto: sarebbe più equo per i poveri Stante i parametri considerati nella simulazione, dire che il prestito si trasformerebbe automaticamente in una borsa di studio è un po forzato. Inoltre, l istituzione di prestiti genera automaticamente il fatto che proviene da una famiglia benestante non accederà al prestito per non averne bisogno e quindi non avrà debito, mentre chi è povero avrà invece il debito sulle proprie spalle da restituire, mantenendo quindi la disuguaglianza 16

17 tra persone che hanno diversi livelli di reddito in ingresso all università. Questo fatto indica che il sistema dei prestiti non riduce, se non in modo marginale, l assunzione iniziale degli autori che i poveri pagano l università ai ricchi. Oltretutto, non si tiene conto del fatto che chi più guadagna più è elevato il livello di imposta che dovrà pagare sul proprio reddito, contribuendo quindi alla tassazione generale in modo analogo a quello proposto da Ichino e Terlizzese. Gli autori inoltre non tengono conto del fatto che il reddito medio degli italiani è basso (sotto i 22keuro secondo quanto pubblicato dal Sole24Ore il 3 settembre 2011 sulla base dei 730 presentati per la dichiarazione dei redditi). Questo valore medio di reddito è molto inferiore (meno della metà) del 25mo percentile considerato nel caso dell ipotesi più favorevole al modello proposto e che già dava un 36% di default di chi accede al prestito. Se da un lato gli autori diranno che quindi tutti i prestiti si tramuteranno in borse e che non ci sono quindi problemi, quello che non funziona è che questo diritto allo studio non verrebbe assunto dallo Stato, secondo quanto prescritto dalla Costituzione, ma dai singoli i cui risparmi sono gestiti dalla Cassa Depositi e Prestiti, generando una situazione paradossale ed iniqua, dato che gli stessi singoli non avrebbero voce in capitolo nella gestione dei propri risparmi e che pagherebbero due volte per l Università: con l IRPEF e con il meccanismo dei prestiti. Infine, se gli ex studenti non avranno un reddito lavorativo tanto elevato da riuscire a restituire il prestito le università di provenienza, secondo la proposta, saranno penalizzate essendo colpevoli di non aver garantito uno stipendio elevato ai propri laureati. Obiezione 16: La proposta riduce l incentivo a lavorare dei laureati perché aumenta l aliquota marginale del prelievo operato dall Agenzia delle Entrate sui redditi. La risposta degli autori a questa obiezione continua a parlare di salari dei laureati comunque molto al di sopra (anche 3-4 volte) il salario medio degli italiani. Molti laureati attuali (pensiamo agli insegnanti della scuola, a tanti laureati nell amministrazione pubblica etc.) guadagnano molto meno dei salari indicati dagli autori pur avendo un lavoro che richiede la laurea. Lo Stato quindi diventerebbe uno delle prime cause di default degli ex studenti nella restituzione del prestito e una delle principali cause di fallimento della proposta. L obiezione resta vera, nel senso che senza interventi correttivi per alcune fasce di reddito si corre il rischio effettivo di avere una tassazione più elevata di quella restante dopo il prelievo del prestito. Quanto questo effetto possa essere limitante è difficile da valutare, probabilmente sarà più pesante al diminuire del reddito. Obiezione 17: in presenza di evasione fiscale la proposta è iniqua e insostenibile Il problema dell evasione fiscale è certamente un problema gravissimo in Italia, ma va affrontato separatamente dalle proposte di rinnovamento. A prescindere dal sostenere o meno la proposta dei prestiti income contingent, usare l evasione fiscale come argomento a sfavore è come dire che in Italia non è possibile migliorare perché tanto tutti imbrogliano. Obiezione 18: La CDP è soggetta a un altro tipo di rischio di cui la proposta non tiene conto: quello relativo alla durata del prestito L argomento degli autori sulla regolarità statistica nella restituzione dei prestiti è condivisibile, ma questa regolarità la si potrebbe verificare solo a posteriori dopo un periodo di transizione da valutare con un qualche sistema di sicurezza non previsto 17

18 nella proposta. Non è possibile definire una probabilità statistica a priori: quella si chiama probabilità che non è, per definizione, una certezza ma una stima/speranza. Resta il fatto, comunque, che il problema principale per la CDP è la valutazione del rischio di default. Obiezione 19: Che cosa accade se la garanzia offerta dal patrimonio della FM risulta ex- post insufficiente? La soluzione bonus/malus proposta dagli autori è inaccettabile sulle basi di calcolo considerate. Un sistema bonus/malus che abbia come unico criterio la percentuale di mancato rimborso prevista inizialmente ha un elevata probabilità di rivelarsi iniquo perché fa astrazione dal contesto economico nel quale gli atenei si trovano ad operare insieme ai propri ex- studenti. Da questo contento dipendono ovviamente anche i livelli salariali e, di conseguenza, il rischio di default. Non si può poi dimenticare che la correttezza della previsione del rischio di default dipende dalla correttezza dei parametri considerati, e nello studio dei due autori sono stati individuati diversi aspetti critici che rendono la stima effettuata non affidabile. Obiezione 20: Le università potrebbero aderire allo schema per un numero insufficiente di anni Secondo gli autori non è detto che questo sia una difficoltà reale. In realtà, il problema non è il solo numero minimo di anni di adesione quanto le conseguenze. Se l adesione prevede una certa liberalità nelle scelte, diventa difficile poi immaginare che questa liberalità si accompagni ad una reale responsabilizzazione in assenza di un tempo congruo per la messa in evidenza di eventuali scelte improvvide. Di conseguenza il problema principale non pare quello economico ma quello della accountability degli atenei partecipanti nei confronti delle scelte effettuate al di fuori degli schemi previsti. Obiezione 21: Restringere la possibilità di usufruire del prestito solo presso gli atenei che aderiscono è troppo limitativo della libertà di scelta degli studenti I criteri e i parametri scelti per l attivazione dei prestiti income contingent sono tali che probabilmente solo le università che hanno in media studenti con salario elevato aderiranno alla proposta. Tali università saranno con tutta probabilità diverse dalle grandi università generaliste che, proprio per la loro natura generalista, non potranno mai in nessun caso garantire che i propri ex studenti accedano in media a salari sufficienti alla restituzione integrale del prestito. A questa considerazione va aggiunat quella precedentemente fatta sul livello medio dei salari in Italia. Di conseguenza i prestiti sarebbero verosimilmente operativi solamente in poche università specializzate in ambiti specifici, come le università di economia e politecnici, con ben poca mobilità generale degli studenti. Obiezione 22: Che cosa accade se l ex studente va all estero? In caso di attivazione dei prestiti la considerazione degli autori è ragionevole, ma andrebbe valutata comunque con attenzione, dato che una stessa soglia di reddito non avrebbe pari effetti in paesi nei quali il costo della vita non sarebbe necessariamente comparabile al nostro. 6 Considerazioni finali 18

19 Alla luce di quanto scritto in queste pagine, il modello del prestito income contingent non pare un modello realizzabile senza incorrere in grossi problemi e in conseguenze opposte a quelle previste dagli autori. Le stesse simulazioni degli autori, corrette come detto per una valutazione più attinente alla realtà di una popolazione universitaria variegata nelle discipline di formazione, indicano un fattore di rischio molto elevato che renderebbe ingestibile il sistema dei prestiti. Le basi da cui partono gli autori, iniquità del sistema, poveri che pagano ai ricchi, etc, non paiono sufficientemente corroborate dai fatti e mancano di considerare fattori di grande rilievo per una corretta valutazione. Il modello considerato appare costruito in modo non tanto da premiare gli studenti migliori ma quelli che hanno i voti più alti nella scuola dell obbligo, rendendo ingestibile per chi fosse fuori dai parametri l iscrizione all università a causa di un significativo peggioramento del fattore di rischio citato dagli autori stessi. Le stesse università, che si vedrebbero valutate in termini di rendimento economico sarebbero fortemente penalizzate e non stimolate se non nel cercare di fornire formazioni che permettano agli ex studenti di ottenere in media salari sufficientemente elevati per la restituzione integrale del prestito. Una simile valutazione del rendimento universitario sarebbe porterebbe a una gravissima e inaccettabile penalizzazione degli atenei generalisti e, prima ancora, delle discipline che portano statisticamente a salari inferiori. Non si può non notare come in tantissimi casi (si pensi agli insegnanti ma non solo) gli stipendi dei dipendenti statali in posizioni che richiedono la laurea non consentirebbero, nelle stesse simulazioni degli autori, il rimborso completo del prestito. Manca poi nel modello una contestualizzazione che tenga conto del salario medio degli italiani (sotto i 22keuro lordi annui), ben al di sotto del minimo indispensabile al rimborso del debito nelle stesse simulazioni degli autori e che rende il modello irrealistico nella parte che riguarda i rimborsi. La conclusione quindi è che un sistema di diritto allo studio che non preveda questo sistema dei prestiti e che provenga da una diversa distribuzione delle risorse nazionali sulla base di scelte strategiche pluriennali più in linea con gli investimenti di un Paese avanzato nei propri giovani e nel proprio futuro sarebbe una garanzia decisamente migliore di incentivo verso lo studio universitario e verso una migliore funzionalità del sistema universitario. Ovviamente, tale miglioramento non potrebbe realizzarsi senza una reale responsabilizzazione dei decisori nelle proprie scelte che non sia su basi meramente economiche. Il mercato non può essere la soluzione di problemi culturali in nessun caso, pena la perdita del valore della Cultura in sé come valore fondante di una popolazione moderna, preparata e pronta a cogliere le difficili sfide che la attendono. Ci sono modi migliori di stimolare il miglioramento delle università, il richiamo che esse possono avere verso l esterno e il proprio rendimento in termini di preparazione degli studenti e qualità della ricerca, rispetto all introduzione di un modello di competizione di mercato che non può far altro che spingere gli atenei verso la ricerca del miglior punteggio nei parametri critici e non verso un reale miglioramento della propria offerta formativa e della propria ricerca scientifica. 19

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