Ecco i piccoli senza Welfare che resistono Professionisti, partite Iva e imprese: i numeri e le storie di un Italia invisibile

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1 RASSEGNA STAMPA 11 NOVEMBRE Ecco i piccoli senza Welfare che resistono Professionisti, partite Iva e imprese: i numeri e le storie di un Italia invisibile In questi mesi ho partecipato a numerose assemblee di piccoli imprenditori e artigiani che vogliono continuare a tenere aperte le aziende. Nei cinema parrocchiali di Jerago, nei capannoni industriali di Busto Arsizio, nei teatri comunali di Besnate, in una ex cascina di Moretta a cavallo tra le province di Torino e Cuneo e poi a Varese, nelle associazioni industriali del Nord est, nei distretti del made in Italy. Ad organizzare queste forme di protesta e di mobilitazione sono le sigle più impensate: dagli artigiani «ribelli» del Varesotto, ai Contadini del tessile, da «Imprese che resistono» alle organizzazioni di rappresentanza come Confartigianato e Cna. E per la prima volta nella storia politico-sindacale d'italia ci sono stati due cortei di imprenditori, a Torino in luglio e a Firenze proprio ieri. Assieme alla partecipazione alle assemblee in questi mesi il «Corriere» ha raccolto anche le testimonianze di realtà ancor meno aggregate, come i professionisti e i titolari di partita Iva. Due mondi che faticano persino a trasmettere all opinione pubblica le proprie istanze. Anche per loro la crisi si è rivelata un calvario, il giro di affari delle ditte individuali si è pericolosamente contratto, gli studi professionali hanno cominciato a lasciare a casa i propri collaboratori, il terziario italiano si è rivelato un infrastruttura troppo fragile per coltivare progetti di sviluppo. Piccoli imprenditori, artigiani, professionisti e partite Iva ci sono sembrati i moderni Invisibili. Per loro non ci sono lobby e riflettori accesi, quando i cancelli di una piccola impresa chiudono non si vedono sindaci con fascia tricolore, bandiere o megafoni così come quando un giovane avvocato da un giorno all altro finisce per strada la solitudine si tocca con mano. Nel Paese della concertazione oggi soffriamo di un clamoroso deficit di rappresentanza. La politica resta sullo sfondo tutta presa da suoi riti autoreferenziali, la grande impresa non è più capace di distribuire chance di sviluppo, le banche appaiono delle roccaforti inespugnabili e sorde. Tra tante delusioni ciò che è restato vivo è il legame tra il piccolo imprenditore e i suoi dipendenti, un rapporto che anzi è uscito rafforzato. Le comunità non si sono spezzate a dimostrazione della solidità dei valori sui quali si è basata la crescita delle piccole imprese e dei distretti made in Italy. Il movimento dei Piccoli un primo risultato importante lo ha avuto: ha rotto la spirale della solitudine e ha incoraggiato molti artigiani a tener duro. Si temeva che la chiusura per le ferie estive equivalesse a un ecatombe di aziendine, fortunatamente non è andata così. Ma la situazione resta in bilico, più sarà lunga l'uscita dalla crisi più il rischio di deindustrializzazione sarà concreto. In base agli ultimi dati disponibili sulle esportazioni ci sono infatti solo 11 distretti italiani su un campione di 104 che sono riusciti a non perdere ordini o addirittura a incrementarli. Persino Sassuolo, capitale della ceramica, che per tempo aveva fatto a suo modo i conti con la concorrenza cinese sui prezzi, farà segnare a fine anno -25% di ricavi. Ma si segnalano situazioni molto difficili in diversi territori: La pelletteria fiorentina, le sedie di Manzano, le macchine per la concia di Vigevano, il meccanotessile di Biella, la meccanica strumentale di Vicenza hanno fatto segnare in base agli ultimi dati disponibili le più forti contrazioni nell export. 1

2 A Como non solo sono crollati i ricavi delle aziende della seta ma si rischia un effetto Prato per la crescita di laboratori clandestini gestiti da cinesi che si sono via via sostituiti agli artigiani locali. Anche nel Varesotto, nella zona di Jerago e Gallarate, la meccanica che lavora per conto terzi è in grave sofferenza. In tutti questi casi quello che si va palesando è un eccesso di capacità produttiva. Per questo motivo la parola d ordine che comincia a circolare (con fatica) è quella dell aggregazione. Ci sono prime esperienze costruite dal basso, come a Tradate in provincia di Varese, che puntano a ricostruire la filiera produttiva e a presentare le piccole direttamente sul mercato con un loro prodotto finito. Sarà importante vedere che dinamiche si metteranno in moto nel Nord Est dove la tradizione individualistica è ancora più radicata che altrove e le resistenze a mettersi assieme con un concorrente sono forti. Il boom delle partite Iva I dati dell Unioncamere ci dicono che il numero delle ditte individuali è in aumento anche negli ultimi mesi. È vero che il lavoro autonomo continua ad attrarre gli italiani che non amano né l impiego pubblico né indossare la tuta blu, ma in tempo di crisi la partita Iva sta diventando lo strumento più snello per restare comunque agganciati al mercato del lavoro. Comincia a verificarsi sempre più spesso che chi perde il posto fisso la apre. Casi di questo tipo sono segnalati soprattutto nell area milanese alla Mivar o alla Nokia-Siemens, ma potrebbero diventare prassi comune nel momento in cui la cassa integrazione non riuscisse più a coprire i dipendenti delle aziende in crisi. Le poche indagini che riguardano questo mondo ci dicono che una partita Iva lavora in media 7 ore di più la settimana di un lavoratore dipendente e che quando va a carte quarantotto spesso non accade per imperizia personale ma perché fallisce un loro committente a monte. È chiaro che gli 8,8 milioni di partite Iva, tolti i due milioni di inattive o che comunque sfuggono ai rilievi del fisco, finiscono per farsi una concorrenza bestiale. Si è parlato tanto di liberalizzazioni ma questo è il settore in cui in Italia la concorrenza è più spietata. Quasi il prototipo della società del rischio. Ma nonostante non esistano barriere all ingresso e la battaglia per sopravvivere sia pane quotidiano, il popolo dell Iva non ha mai suscitato le simpatie dei mercatisti più intransigenti che l hanno sempre considerato il retrobottega della economia. Terziario, il settore-rifugio I professionisti negli ultimi quindici anni sono raddoppiati per numero e nelle buone intenzioni di tanti (si vedano i lavori di Gian Paolo Prandstraller e Carlo Carboni) avrebbero dovuto rappresentare la spina dorsale della modernizzazione italiana. Il terziario italiano, però, dopo gli anni Ottanta segnati comunque da innovazione e mobilità sociale, non ha fatto il salto di qualità e anzi ha accumulato ritardi su ritardi. Le multinazionali hanno potuto tranquillamente fare shopping scegliendo fior da fiore mentre il grosso delle aziende italiane ha finito per vegetare e il terziario ha preso i contorni del settore-rifugio con costi alti, competitività incerta e occupazione precaria. Con la crisi ovviamente a pagare per prime sono le fasce più deboli delle professioni, quelli che si autodefiniscono gli avvocati (e architetti, commercialisti, etc...) «senza clienti». Sono legali che lavorano in grandi o medi studi professionali, hanno un solo committente ma non lo status di dipendenti. Semplici prestatori d opera iscritti all Ordine, lavoratori autonomi con partita Iva. In media un grande studio ospita tra 20 e 30 legali e ciascuno di loro emette a fine mese una fattura che può variare dai ai 4 2

3 mila euro lordi. Il numero dei soli avvocati senza clienti è stimato tra le 25 e le 30 mila unità. Quando uno studio è in difficoltà per mancanza di clienti si ristruttura, e gli avvocati Invisibili finiscono per strada. Qualcuno riesce ad accasarsi, gli altri lasciano la professione o si mettono in proprio. Ma affittare, anche solo una stanza da un collega che ha già un ufficio, costa almeno 500 euro al mese ai quali vanno aggiunti telefono, Internet e segreteria. Così finisce che molti dei legali rimasti senza posto apra lo studio in casa ma quando deve vedere un cliente lo riceve, per orgoglio, in Tribunale. I professionisti senza Ordini Non va meglio ai professionisti senza Ordini. Informatici, consulenti, pubblicitari, ricercatori designer. Un popolo di 300 mila persone che nei paesi anglosassoni vengono indicati come «knowledge workers», lavoratori della conoscenza e che hanno Milano come loro quartier generale e per almeno un terzo sono donne. Se vanta una buona rete di relazioni e tante amicizie - il passaparola è decisivo, come per gli idraulici - un consulente riesce a lavorare 180 giorni l anno, ma la media è molto più bassa tra i 100 e i 120. Le aziende pagano con mesi di ritardo e qualche volta fanno addirittura flanella, così in qualche settore - le traduzioni - gira addirittura una black list delle compagnie morose dalle quali l Invisibile farà bene tenersi alla larga. Chi, come loro, vive totalmente di buona reputazione e non ha rendite di posizione, non può permettersi di rimanere indietro rispetto alle tendenze di mercato, quindi deve aggiornarsi totalmente a sue spese investendo a sua volta in formazione e stage. Ma i problemi più gravi si manifestano con il welfare, o forse è più giusto dire con il no-welfare. I professionisti versano per la pensione alla gestione separata dell Inps il 26% dei loro introiti e si vedono restituito molto meno. Esiste una casistica da choc segnalata dalle associazioni come Acta: lavoratori con 30 anni di contributi hanno calcolato il loro prossimo assegno mensile e hanno saputo che «godranno» di una pensione mensile tra i 500 e i 650 euro. Relativamente più tutelata è la maternità: alla neo-mamma vengono riconosciuti cinque mesi di paga ma deve tagliare di netto tutti i rapporti e le consulenze aperte. E così quando vorrà rientrare in gioco dovrà comunque ripartire da zero. Dario Di Vico PARLA IL PRESIDENTE DI CONFARTIGIANATO Guerrini: tagliare il costo del lavoro come rete anti-crisi per gli artigiani «Stavolta non devono esserci ipocrisie: gli aiuti devono raggiungere direttamente le tasche di chi se lo merita» MILANO - Più potere di spesa ad artigiani, piccoli imprenditori e dipendenti. E' questa la richiesta in cima alla lista delle priorità nell'agenda di Giorgio Guerrini, presidente di Confartigianato. «Bisogna dare fiato a chi in questi mesi ha stretto due buchi nella cintura - dice Guerrini - e a chi ha avuto il coraggio e la forza di tenere aperte le aziende salvaguardando l'occupazione dei dipendenti. Ma stavolta non devono esserci ipocrisie: gli aiuti devono raggiungere direttamente le tasche di chi se lo merita. E ad avere più diritto sono i piccoli imprenditori e i loro dipendenti che, a differenza dei pubblici impiegati, da un anno stanno vivendo in uno stato di crisi autentica». Si spostano quindi le priorità dei piccoli imprenditori che fino a qualche mese fa chiedevano soprattutto accesso al credito e una 3

4 maggiore disponibilità da parte delle banche. «In effetti fino a l'estate scorsa era quello il problema principale - conferma Guerrini - ma in questi mesi, malgrado le rigidità di Basilea 2 e la parsimonia del sistema bancario, qualche passo in avanti è stato fatto. Però adesso bisogna passare a una fase più pratica e immediatamente fruibile per i soggetti che più degli altri fin qui hanno retto l'urto della crisi. Basta verificare il calo di fatturato e produzione del sistema economico italiano e poi metterlo a confronto con il livello occupazionale: si vedrà che gli imprenditori, pur ricorrendo quando possibile alla cassa integrazione, hanno mantenuto molto alto il livello occupazionale. Ecco perché adesso bisogna diminuire il costo del lavoro, per dare fiato agli artigiani, ai lavoratori a partita iva, ai dipendenti e agli imprenditori delle Pmi. Per farlo si può pensare a un abbassamento delle aliquote Inail, alla detassazione della tredicesima o all'estensione della franchigia per l'irap». Tutti provvedimenti costosi per i quali servono fondi o nuove risorse che compensino i mancati introiti. «Attendiamo gli esiti della raccolta dello scudo fiscale - ammonisce Guerrini - e aspettiamo pure che in questo Paese si faccia una vera politica di lotta agli sprechi della spesa pubblica, è questo il sistema per scovare risorse necessarie a questo tipo di interventi. Ma stavolta i benefici dovranno raggiungere davvero le piccole imprese. Abbiamo ancora vivo il ricordo del cuneo fiscale: allora l'80% dei benefici andò al 2% delle imprese. Stavolta è in ballo la coesione del nostro sistema sociale, un valore difficile da monetizzare ma di vitale importanza per gli equilibri di un Paese. Adesso non è più tempo di proclami, è arrivato il momento di agire perché è vero che dal punto di vista industriale il peggio è passato, ma gli effetti di quel peggio devono ancora arrivare». Isidoro Trovato Passera, entro fine anno possibile annuncio cessioni 10/11/ L'utile netto consolidato del gruppo Intesa Sanpaolo nel 2009 dovrebbe essere più elevato di quello registrato nell'intero E' quanto ribadito dal consigliere delegato Corrado Passera, che sulle annunciate operazioni di capital management, ha detto che le procedure per "cessioni e possibili quotazioni di attività non strategiche sono in corso. Ci aspettiamo di completare il primo lotto di questa attività entro l'assemblea di aprile o speriamo di poter far qualche 4

5 annuncio già entro la fine dell'anno". Intesa Sanpaolo ha deciso a settembre di non fare ricorso ai Tremonti bond non perchè non ritenesse utile questo strumento predisposto dal Governo ma perchè "fortunatamente la nostra posizione nello scenario economico ci dava la possibilità di correre sulle nostre gambe". Corrado Passera ha poi aggiunto che l'effetto preventivato di 100 punti base derivante dall'adozione dei bond sottoscritti dal governo verrà rimpiazzato nel breve termine da operazioni di capital management. Il gruppo "non si aspetta alcuna implicazione negativa" per sè dal piano di riorganizzazione ipotizzato da Unicredit. "Su Unicredit non c'è nulla che possa dire, ma se la domanda rivoltami è se ci aspettiamo un effetto negativo da quello che il nostro competitor fa sul piano della riorganizzazione la risposta è no". Passera ha inoltre sottolineato che il processo per la semplificazione delle procedure del gruppo Intesa Sanpaolo recentemente lanciato "sarà molto produttivo in termini di riduzione costi", e, ha aggiunto, "non abbiamo mai mancato gli obiettivi di riduzione dei costi da molti anni". Sulla questione Delta, il top manager ha confermato la due diligence in corso, assicurando che "l'unica condizione certa è che la nostra banca non pagherà e non dovrà pagare alcun costo per il passato. Siamo interessati solo a un'area di attività performing". Sull'esercizio del 2009 Intesa Sanpaolo tornerà a pagare il dividendo. "Torneremo a pagare il dividendo l'anno prossimo", ha detto Passera, precisando che la dimensione della cedola dipenderà da diversi fattori tra i quali il processo di valorizzazione degli asset non core e le nuove regole sui coefficienti patrimoniali. Oggi intesa ha pubblicato i conti che hanno visto nei primi nove mesi dell'anno un utile netto di 2,62 miliardi, in calo rispetto ai 3,78 miliardi dei primi nove mesi del Nel terzo trimestre, invece, l'utile è salito a 674 milioni rispetto ai 513 milioni del secondo trimestre e in linea con quello dello stesso trimestre dello scorso anno. Dopo i conti, a Piazza Affari il titolo Intesa ha guadagnato l'1,55% a 2,94 euro. Il margine d'interesse si è attestato a 2,60 miliardi, mostrando una flessione del 6,3% rispetto al trimestre precedente e del 14,4% rispetto ad un anno prima. Il calo è stato determinato dall'abolizione della commissione di massimo scoperto con decorrenza proprio dal terzo trimestre. Infine su Fideuram nessuna novità. "Su Fideuram abbiamo investito molto negli ultimi anni, per farla il più possibile forte e indipendente con l'obiettivo di riquotarla. Ovviamente potrebbero emergere altre opportunità, ma a oggi non c'è niente che possiamo annunciare" ha dichiarato il Ceo Passera. Alberto Bolis Tremonti esclude nuove manovre e tagli alle pensioni 10/11/2009 5

6 La Commissione Europea approva il Dpef già previsto dal Governo italiano e di conseguenza non chiede nuove manovre. "La finanziaria triennale integra già le richieste europee sul rientro del deficit, si tratta di una valutazione molto positiva, la Commissione europea dice che l'italia è tornata nella normalità". Una conferma che arriva direttamente dal ministro dell'economia, Giulio Tremonti, sulla raccomandazione della Commissione europea in cui si chiederà di portare il deficit/pil sotto il 3% entro il 2012 e di cominciare il consolidamento dal prossimo giugno. In sostanza, ha detto Tremonti, "la Commissione europea ci chiede non una manovra ma di applicare la legge finanziaria triennale già prevista". Il direttore generale del Tesoro, Vittorio Grilli, ha detto altrettanto chiaramente che Bruxelles "non chiede all'italia una accelerazione del taglio del deficit pubblico". La situazione italiana, ha insistito il ministro, non è dunque tale da dover "correre ai ripari". "Tutti i Paesi devono prendere una medicina, a noi è stata data la possibilità di curarci per primi: è evidente che è meglio prendere una medicina subito e a piccole dosi che non dosi molti molto forti e potenzialmente distruttive". Tremonti ha poi aggiunto detto che lo schema (avvio consolidamento e obiettivo finale) "è la nostra finanziaria, siamo in quella linea. Dal 2010 un taglio dello 0,5% in termini strutturali sembra esattamente quanto previsto, sono altri Paesi ad aver avuto grandi sorprese". Questo, per il ministro, significa una sola cosa e cioè che il nostro deficit è nella media, visto che i numeri della Commissione dicono che l'italia rientra nella normalità. Questo è dimostrato dal fatto che "la finanziaria triennale integra pienamente gli obiettivi assegnati per il rientro" sotto il 3% del pil. Per il 2012 il governo italiano prevede infatti un deficit a quota 2,7%. Un Tremonti deciso anche sul capitolo pensioni. "Se la parola è tagli alle pensioni, mai fino a quando ci sarò io. Qualsiasi manovra sul sociale va fatta lasciando i soldi al sociale, non si prendono dalle pensioni per fare altre cose, le pensioni, come diceva l'ex cancelliere tedesco Schroeder, non sono come cambiare l'rc auto". Il ministro, dopo i giudizi di Bruxelles sulla politica dei conti pubblici italiani, non si è invece sbilanciato su un possibile taglio dell'irap. 6

7 Il titolare del Tesoro ha anche parlato nuovamente del sistema bancario, indicando però di non riferirsi all'italia: "oggi l'enorme liquidità non è passata dalle banche all'economia reale, le banche hanno fatto superprofitti, hanno investito il denaro nelle attività finanziarie più che in attività reali. Nel frattempo le Borse sono salite, è aumentata la velocità di crescita dei derivati segno che c'è più speculazione. Questo è preoccupante". Alberto Bolis Banche: Sabatini (Abi), a fine anno trend accelerato sofferenze 10/11/ "Le rilevazioni del terzo trimestre e poi quelle a fine anno confermeranno il trend, anche accelerato, delle sofferenze", che hanno già visto una "forte crescita" nei dati semestrali. Lo ha detto il direttore generale dell'abi, Giovanni Sabatini, interpellato a margine di un'audizione alla Camera. Si tratta di un fenomeno, ha rilevato, che riflette la crisi e in questa fase comincia a emergere in maniera evidente. Francia, Governo riflette su creazione ministero comune franco-tedesco 10/11/ Il Governo francese sta "riflettendo" sull'ipotesi di costituire un ministero comune tra Francia e Germania. Lo ha confermato il ministro dell'industria francese Christian Estrosi. "Va nel senso della storia della costruzione europea". Lo scopo è rafforzare l'asse franco-tedesco, "uno dei più forti nell'unione europea". Ecofin, nessuna decisione su exit strategy garanzie a banche 10/11/ L'Ecofin non prenderà decisioni definitive sulle exit strategy relative alle garanzie alle banche. Lo ha detto chiaramente il commissario Ue Joaquin Almunia. "Stiamo discutendo in modo aperto, abbiamo cominciato a parlare della definizione di una exit strategy", ha detto il responsabile degli affari economici ai giornalisti. Intesa, Passera: entro fine anno possibile annuncio su cessioni a cura di Vittorio Carlini Utile a fine 2009 che «appare plausibile» sarà superiore a quello del Ritorno al dividendo sul 2009 per le azioni ordinarie. Cor tier1, al 30 settembre 2009, al 7,2% rispetto al 6,3% di dicembre 2008, senza però considerare la cedola. Sui primi nove mesi dell'anno, utile netto di 2,262 miliardi ( in calo rispetto ai 3,781 miliardi allo stesso periodo del 2008). Nell'ultimo trimestre, invece, profitti netti in crescita a 674 milioni (rispetto ai 513 milioni del secondo trimestre) e in linea con quelli del Risultato della gestione operativa (sui primi nove mesi) in calo del 7,4% rispetto al 2008 e in crescita dello 0,8% se riferito, invece, sul terzo trimestre. Sono questi alcuni dei dati di Intesa Sanpaolo che oggi ha pubblicato la sua trimestrale e il consuntivo sui primi nove mesi dell'esercizio. 7

8 I conti Il gruppo guidato da Corrado Passera ha quindi, nei primi nove mesi dell'anno, visto i suoi profitti diminuire. Con un'accelerazione della redditività nel terzo trimestre che ha permesso di riportare l'ultima riga di bilancio in linea con quella dello stesso periodo del Nei primi nove mesi i proventi operativi nettisono stati pari a 13,416 miliardi, in calo del 5,4% rispetto al Le commissioni nette sono pari a 3,958 miliardi con un discesa del 13,7% «con la componente da attività bancaria commerciale in flessione del 4,4% e quella da attività da gestione, intermediazione e consulenza in calo del 27,7%». Il risultato della gestione operativa ammonta a 6,434 miliardi con un cost/income ratio del 52%, rispetto al 51% del Sui nove mesi gli accantonamenti e le rettifiche di valore netto sono pari 2,910 milairdi, rispetto a 1,772 miliardi del Nel terzo trimestre i proventi operativi netti sono stati pari a 4,549 miliardi, in calo del 3,8% rispetto al quarter precedente e dell'1,2% rispetto allo stesso periodo del Gli interessi netti sono stati pari 2,605 miliardi e le commissioni nette a 1,363 miliardi in aumento dell'1,7% rispetto a 1,340 miliardi del trimestre precedente. Il risultato della gestione operativa ammonta a 2,222 miliardi con un cost/income ratio del 51,2%, a fronte del 49,5% del secondo trimestre 2009 e del 52,1% del terzo quartere Intesa Sanpaolo sottolinea di aver realizzato «un'eccellente riduzione strutturale dei costi». Di più: al 30 settembre scorso, si legge nelle slide di presentazione dei risultati, il gruppo ha realizzato 1,290 miliardi di sinergie «di cui circa 290 milioni nel 200, circa 570 nel 208 e 430 milioni nel 2009». Focus su basso profilio di rischio Rispetto alle attività Usa da Subprime, Intesa Sanpaolo (che ricorda di avere «un'esposizione solo inderetta tramite prodotti strutturati di credito») afferma di «avere un'esposizione lorda e netta al rischio» per 39 milioni di euro al 30 settembre Il basso profilo di rischio è un punto su cui Intesa punta molto nella presentazione dei dati: il 58,5% dei proventi operativi, dice l'azienda, arriva dalla divisione Banca dei territori; «l'attività retail domestica soffre montaneamente dei rendimenti di mercato, al minimo storico, ma resta un punto di forza strutturale del gruppo assieme alle altre attività di commercial banking». Inoltre, afferma sempre Ca' de Sass «il costo operativo del cattivo credito (93 basis point) è in linea con le attese. La copertura totale delle sofferenze (comprese le garanzie) è stabile al 125%» e sussiste un forte calo del «flusso lordo di nuovi incagli e sofferenze nel terzo trimestre 2009 rispetto al» quarter precedente. Infine, «solo il 7% degli impieghi è nel Centro-Est Europa», cioè in economie che sono considerate (a torto o a ragione) più a rischio di quelle occidentali. Operazioni su capital management Durante la conference call, il ceo Corrado Passera ha poi sottolineato che la società conta di fare i primi annunci di cessioni di attività non strategiche «entro della fine dell'anno». L'istituto prevede di «sostituire in tempi brevi l'effetto 'provvisoriò di 100 punti base che sarebbe derivato dai Tremonti Bond con effetti strutturali almeno di pari importo derivanti da operazioni di capital management (dismissioni totali o parziali, partnership, quotazioni) riguardanti attività non strategiche, cui si prevede di arrivare entro l'assemblea di aprile 2010». Rispetto al tema della cessione di 8

9 Fideuram, Passera ha sottolineato che «sulla società di rispario gestito abbiamo investito molto negli ultimi anni, per farla il più possibile forte e indipendente con l'obiettivo di riquotarla. Ovviamente potrebbero emergere altre opportunità, ma a oggi non c'é niente che possiamo annunciare». Andamento mercato Passera ha poi sottolineato che il gruppo: «conta, nella prima metá del 2010, di vedere un ritorno della domanda di credito». «L'Italia, che è il nostro primo mercato, ha un grande potenziale che si potrà vedere dal prossimo anno». Proprio sul nostro Paese, Passera fa il punto tra crisi e attesa per la ripresa. «Il trend dei nostri impieghi dà l'evidenza che l'economia italiana sta lavorando bene». Certo, c'è la riduzione dei volumi dei prestiti nel terzo trimestre. «Tutavia, si tratta di un andamento logico perché dall'inizio della crisi fino all'inizio della ripresa la sitauzione pegiora e quindi la domanda di credito diminuisce». 10 novembre 2009 Banche, Ecofin: troppo presto per ritirare il sostegno pubblico È troppo presto per ritirare il sostegno pubblico alle banche, ma quando si comincerà sarà "più logico" cominciare dagli schemi di garanzia per passare sucessivamente alle misure di ricapitalizzazione e infine ai provvedimenti relativi agliasset deteriorati. È questo l'accordo definito all'ecofin di Bruxelles sulla base di un documento riservato i cui contenuti "Il Sole 24 Ore Radiocor" è in grado di pubblicare. Quando, come e sulla base di quali principi sarà condotta la "exit strategy" sarà discusso a livello tecnico. Più che di una decisione si è trattato di un primo confronto politico sulle "exit strategy" per il settore bancario. Ora saranno gli sherpa dei ministri Ecofin ad approfondire la questione. Nel documento preparato si afferma che «adesso è chiaramente prematuro avviare una uscita generale dagli schemi di sostegno finanziario» ma che è «appropriato cominciare a riflettere su come dovrà essere». Motivo di tanta prudenza il fatto che il settore bancario si sta muovendo «lentamente» dalla crisi sistemica a problemi di carattere regionale o locale o di singola istituzione. 10 novembre Credito al consumo in ripresa nel 2010 (+4%) di Redazione A prevederlo è una ricerca del Monte Paschi. Ma il rinnovo degli incentivi auto è necessario Dopo tre trimestri in forte flessione, nell'ultima parte di quest'anno dovrebbe esserci una tenuta del credito al consumo in Italia. Il settore dovrebbe poi gradualmente tornare a crescere nel 2010 grazie anche al possibile rinnovo degli incentivi auto. A prevederlo sono gli analisti dell'aria ricerche del Monte dei Paschi in uno studio condotto con Consum.it. Se l'erogato 2009 si chiuderà in calo (circa -10% rispetto a un anno prima) che determinerà l'interruzione di una serie di anni di forte crescita (Cagr : +14,3%; +1,4% nel 2008), le attese per l'ultimo trimestre dell'anno e per il 2010 lasciano intravedere una progressiva ripresa. In particolare il prossimo anno le erogazioni dovrebbero crescere del 4%, con 9

10 l'aggregato dei prestiti personali e finalizzati in miglioramento del 3% circa. Per le principali società del mercato del credito al consumo le strategie per il futuro rimangono quindi focalizzate sulla ricerca di una maggiore efficienza e di un miglioramento della gestione del credito. Il settore, nonostante negli ultimi due anni abbia visto importanti concentrazioni, mostra inoltre ancora spazio di consolidamento. Partito in ritardo rispetto a quelli degli altri Paesi europei, il mercato del credito al consumo italiano si ferma al 6,9% in termini di incidenza sul pil. Meno che in tutte le maggiori nazioni del Vecchio continente: nel Regno Unito il dato 18%, in Spagna il 9,5% della Spagna e in Francia il 9 per cento. Una «distanza» che in termini pro-capite è quantificabile in 530 euro rispetto ai principali Paesi europei e in euro rispetto alla popolazione inglese. Marcate anche le differenze a livello regionale: il credito al consumo è molto utilizzato al Centro-Sud (Sicilia e Lazio in testa), poco nel Nord Italia. Nei primi otto mesi del 2009, rileva Assofin, le erogazioni di credito al consumo sono scese dell'11,8% a 37 miliardi, ma con molte differenziazioni a seconda dei prodotti: i prestiti personali e finalizzati (80% circa delle totale) sono scesi del 16%, mentre sono cresciute le carte di credito (+1%) e la cessione del quinto (+ 10%). E questa sarà, pur con qualche miglioramento, anche la situazione a fine anno, prevede Monte Paschi aggiungendo come il bilancio sarebbe stato decisamente più negativo in assenza degli incentivi auto. Mps stima che fino ad agosto gli incentivi abbiano portato nelle casse dei prestiti 600 milioni di euro e per fine anno il "contributo" potrebbe attestarsi intorno al miliardo di euro. Ecco perché gli incentivi, insieme ai consumi, restano una variabile cruciale anche per il I difficili rapporti degli italiani con le banche di Sebastiano Dolci La crisi economica ha reso i clienti più attenti al proprio conto corrente, ma li ha anche spinti a chiedere alle banche condizioni economiche più vantaggiose e più servizi. In Italia poi le banche sono state messe da più parti sotto accusa per avere stretto troppo i cordoni del credito e per i costi che esigono sulle operazioni. Per questo in Italia l 87% dei consumatori dichiara di preferire gli istituti finanziari che offrono anche la possibilità di interagire con le tecnologie self-service. Una percentuale in linea con quella europea (83%), ma nettamente superiore rispetto ai nordamericani (72%). Questi sono i risultati di una ricerca di Ncr Corporation, condotta a livello globale coinvolgendo i cittadini di 16 Paesi nel mondo. Aumentano di pari passo le attese legate alla disponibilità di servizi tecnologici con l obiettivo di risparmiare tempo. Tra i servizi ad alta automazione maggiormente ambiti dagli italiani spiccano gli sportelli automatici abilitati al prelievo di piccole somme di denaro (37%) per operazioni più frequenti ma di minore entità, chioschi self-service o sportelli automatici che consentano il pagamento di bollette (36%), sportelli bancomat evoluti per effettuare transazioni bancarie più veloci (30%) o per evitare di stare in fila al bancomat (35%) e sportelli automatici per depositare assegni (27%) evitando di recarsi in filiale. Il rapporto diretto con la banca, si spiega nella ricerca, sembra una questione spinosa per gli italiani, tanto che il 45% evidenzia una difficoltà oggettiva nel trovare la persona giusta con cui parlare quando sono in banca e ancora di più (57%) uno specialista preparato a cui chiedere una consulenza, contro una media europea che si attesta al 42%. Ma la crisi ha messo in discussione il rapporto stesso con la banca. Dalla ricerca emerge che il 29% degli italiani dichiara 10

11 l intenzione di voler cambiare il proprio istituto di credito per ottenere maggiori tassi di interesse sui propri risparmi, contro il 13% dei nordamericani e il 19% dei francesi. Il 18% degli italiani, poi, vorrebbe cambiare banca per ottenere tassi di interesse minori su prestiti e scoperto contro il 12% dei nordamericani e il 13% dei tedeschi. Infine il 21% degli abitanti del Bel Paese vorrebbe rifinanziare il proprio mutuo o finanziamento con un altro operatore per ottenere una rata mensile più bassa, esigenza sentita meno da francesi e tedeschi (14 e 15%) e nel Nord America (10%). 11

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