L Italia nell economia internazionale Rapporto ICE Commento Fabrizio Onida Roma, 17 luglio 2007

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1 L Italia nell economia internazionale Rapporto ICE Commento Fabrizio Onida Roma, 17 luglio

2 Globalizzazione e competitività Although globalisation benefits economies as a whole, the gains are unevenly distributed ( ) globalisation may generate highly visible costs for clearly identifiable groups of people, while some benefits may only come later and are widely diffused across society Industrialised economies can only grow by inventing new technology, by innovations in products and processes, and by designing new management methods OECD, Staying competitive in the global economy. Moving up the value chain, 2007, p

3 1. Il modello di specializzazione dell Italia: motore immobile? 2. Delocalizzare non fa male 3. Qualche linee d azione per le TPOs 3

4 1. Il modello di specializzazione dell Italia: motore immobile? 4

5 Il modello di specializzazione inter-industriale tende a consolidarsi, anzi che a diversificarsi negli anni recenti Se osserviamo i consueti indici di vantaggio comparato dell Italia ad un livello non elevato di disaggregazione settoriale (20-30 settori manifatturieri), negli ultimi due decenni il modello di specializzazione dell Italia si è tendenzialmente accentuato, con: a) stabili o crescenti vantaggi nei settori più tradizionali come TAC, mobilio, prodotti di metallo, ceramica e materiali da costruzione, gomma e plastica, meccanica strumentale; b) persistenti svantaggi nei settori a prevalenti economie di scala e medio-alti livelli di innovazione tecnologica, come alimentari, elettromeccanica, chimica-farmaceutica, informatica, TLC, autoveicoli, aerei. In pochi casi (alimentari, metallurgia, carta) gli anni più recenti vedono un lieve recupero dei propri indici di svantaggio comparato (ICE 2006, cap. 6, Lanza-Stanca 2006) 5

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7 Ma il sistema si muove all interno dei settori Osservando i gruppi di prodotti all interno dei settori e misurando indici di somiglianza-dissomiglianza qualitativa dagli altri concorrenti più o meno avanzati (valori medi unitari) emerge un notevole dinamismo nel posizionamento competitivo dell Italia (De Benedictis 2005, Amighini-Chiarlone 2005, Bugamelli 2007, Basile-De Nardis et al 2007). Inoltre, con eccezione dell Abbigliamento, sembra calare negli anni 90 la dipendenza dal prezzo della competitività delle esportazioni italiane (upgrading, premium price, marchi, reti distributive ecc.) (Lanza- Stanca 2006, Lanza-Quintieri 2007) 7

8 Eterogeneità e selezione delle imprese La crescente disponibilità di dati micro (a livello di impresa, non solo di settore) consente di evidenziare una grande eterogeneità di comportamento delle imprese. La dinamica positiva o negativa del settore dipende in misura determinante dalla tipologia di uscita delle imprese meno efficienti ed entrata di nuove imprese (Bugamelli-Rosolia 2006). Virtù della schumpeteriana distruzione creatrice Resta il nodo del tendenziale nanismo, cioè la scarsa propensione alla crescita dimensionale oltre la soglia gestibile dall impresa a controllo e gestione familiare. 8

9 ISTAT e Banca d Italia: eterogeneità delle imprese ISTAT 2007 (cap. 2: Il sistema delle imprese) da un lato richiama il permanere di un equilibrio vulnerabile, basato su un tessuto frammentato, in cui micro-imprese individuali e piccole imprese a controllo familiare perseguono obiettivi di redditività immediata prima che di produttività e crescita (p. 63). Ma con dati panel su imprese si evidenzia come la produttività del lavoro cresca all interno dei medesimi settori in funzione di dimensione, intensità di capitale fisso e di conoscenza, outsourcing di servizi, attività di offshoring, minor rapporto di indebitamento. 9

10 E la Relazione annuale della Banca d Italia 2007 (cap. 9), dopo aver notato segnali di ripresa nel tasso di crescita della TFP dell industria in senso stretto negli ultimi tre anni, rileva mutamenti qualitativi nel tessuto produttivo attraverso l indagine su oltre 4000 imprese industriali e di servizi nel : rinnovamento nella gamma di prodotti, investimenti nel marchio, investimenti diretti all estero, accordi collaborativi con imprese estere, ricambio generazionale accresciuta quota di laureati fra gli imprenditori, diffusione di sistemi gestionali. 10

11 Cresce il ruolo dei fattori diversi dal prezzo nella competitività Le quote di mercato mondiale dei paesi esportatori continuano a riflettere nel breve-medio periodo fattori di competitività-costi e prezzi (tasso di cambio reale), a parità di peso dei settori e dei mercati più o meno dinamici. Ma nel medio-lungo periodo conta assai di più, in particolare per un paese a salari medio-alti come l Italia, la capacità delle imprese di far crescere qualità intrinseca e percepita (da cui marchi e reputazione ) e contenuto tecnologico dei prodotti, controllo della rete distributiva, assistenza post-vendita ai clienti, vicinanza al mercato (da cui l importanza degli investimenti diretti di radicamento sui mercati, superando la logica della pura esportazione). 11

12 Conta cioè in modo cruciale il contenuto di servizi nei prodotti. Ciò si applica a tutti i settori: da quelli dei tradizionali beni finali di consumo ( made in Italy ) all ampia gamma dei macchinari e attrezzature e dei beni intermedi (parti, componenti, motori ecc.) che danno il maggiore contributo (spesso trascurato dai media) alla bilancia commerciale italiana. Da ciò discende l importanza crescente delle specializzazioni per comparti e gruppi di prodotti all interno degli stessi settori (commercio intraindustriale). Tra il 60 e il 90% del commercio manifatturiero della maggioranza dei paesi avanzati nel è costituito da commercio intraindustriale (OECD 2007, p. 34) 12

13 L Italia come produttore specializzato su misura (custom) di beni finali e intermedi I beni intermedi cioè non finali per l utilizzatore (materiali, parti, componenti) pesano più della metà del commercio mondiale, e per l Italia rappresentano un area vasta e molto importante di vantaggi competitivi: es. pelli conciate, fibre filati e tessuti, gomma e plastica, ausiliari chimici per l industria e l agricoltura, principi attivi farmaceutici, prodotti siderurgici, materiali per l edilizia, motori, valvolame, parti e componenti meccaniche, componenti autoveicoli, parti di aeromobili ) 13

14 La forbice VMU export-prezzi alla produzione La forbice è troppo accentuata e prolungata nel tempo, specie nei settori del made in Italy per poter essere attribuita solo a politiche di extra-profitti all export. La forbice rivela sensibili miglioramenti di qualità dei prodotti e upgrading del mix di prodotti esportati, confermando il progresso verso una specializzazione intra-industriale verticale di qualità 14

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18 Basile et al (2007) sulle politiche di prezzo degli esportatori italiani confermano, con dati di impresa, l evidenza empirica già emersa in De Nardis-Pensa (2004), Bugamelli-Tedeschi (2005) e De Nardis- Traù (2005) circa comportamenti di pricing che riflettono qualche potere di mercato, anche nei settori tradizionali. E integrano tali risultati con una analisi delle determinanti microeconomiche di tali comportamenti: ad es. il potere di mercato cresce con la dimensione d impresa, la percentuale di fatturato esportato, il ciclo espansivo della domanda estera. 18

19 2. Delocalizzare non fa male 19

20 Le perdite di quota export dell Italia discendono principalmente dall erosione della produttività relativa dell Italia in presenza di un cambio non più debole, non tanto dalla delocalizzazione verso paesi a basso costo del lavoro di lavorazioni intensive in manodopera poco qualificata ovvero IDE verticali. La competitività del prodotto finale può anzi avvantaggiarsi dal risparmio di costi e generare così maggiori volumi di esportazione. Inoltre la delocalizzazione di fasi produttive a basso valore aggiunto induce l impresa a coltivare funzioni a più alto impiego di capitale umano qualificato. Gli IDE orizzontali che penetrano e si radicano sui mercati sono poi assai più complementi che sostituti delle esportazioni (ampia letteratura econometrica), come testimonia il numero crescente delle nostre multinazionali tascabili 20

21 Outsourcing e delocalizzazione internazionale possono rafforzare la capacità competitiva del sistema produttivo Molte produzioni tradizionali possono rilanciarsi tramite intelligenti strategie di delocalizzazione verticale e orizzontale, rafforzando le funzioni terziarie (es. Onida 2005 sull Europa allargata). Piccoli e medi fornitori specializzati potenziano il proprio business spesso seguendo da vicino il loro cliente principale che già produce o si insedia nei vari mercati (es. automotive, termomeccanica, materiali da costruzione, impiantistica ) 21

22 Un recente studio di Banca d Italia (Federico-Minerva 2007), con dati di impresa su 12 settori manifatturieri in 103 provincie italiane, stima che maggiori investimenti diretti all estero si accompagnano a maggiore (non minore!) crescita degli occupati in Italia, anche nelle PMI. Dati dell ultima indagine ISAE su 3800 imprese (riquadro cap. 8 ICE 2007) mostrano che nel gli addetti delle imprese con capacità produttiva all estero è diminuita (-4.7%) meno delle imprese non delocalizzatrici (-9.4%). Tra le imprese delocalizzatrici, la tendenza a cambiare fornitori è maggiore per le imprese più grandi e orientate a produrre su mercati più lontani. 22

23 ISTAT (2007) analizza imprese con 1,8 milioni di addetti (64% del totale manifatturiero): oltre il 50% promuove attività di outsourcing offshoring (importazione di beni intermedi), di cui il 10% da proprie affiliate estere. Le imprese offshorer sono mediamente più grandi e produttive, più profittevoli, più presenti nei settori ad alta intensità tecnologica, più dotate di capitale fisso, meno verticalmente integrate. 23

24 Uno studio sul settore calzaturiero nelle Marche (Conti- Cucculeli-Paradisi 2007) mette il luce la grande eterogeneità di risposta delle imprese distrettuali alla sfida competitiva. La delocalizzazione di alcune fasi (taglio, orlatura) si accompagna al mantenimento nel distretto d origine delle fasi sia a monte (modelleria, prototipi) che a valle della filiera produttiva (montaggio,finissaggio,confezionamento). Inoltre le imprese delocalizzatrici hanno registrato più elevati margini unitari (utili/va) negli anni 2000 rispetto alle altre imprese del settore. 24

25 3. Qualche linee d azione per le TPOs 25

26 Piccolo non basta Su imprese esportatrici censite da ISTAT- ICE nel 2006, circa un terzo sono puri traders. Più di tre quarti del totale ( ) fatturano all esportazione non più di euro all anno e complessivamente generano meno del 2.5% delle esportazioni totali di merci. Quasi il 90% del valore esportato origina da meno di imprese che fatturano almeno 2,5 mil. Euro. La percentuale di addetti indipendenti (lavoro autonomo) dell industria manifatturiera in Italia nel 2004 è 16.6% contro 5.5% in Spagna, 3.4% nel Regno Unito, 2.2% in Francia e Germania]. 26

27 L assistenza tecnica alle imprese conta più della promozione collettiva Una survey su 978 SMEs di paesi OECD e APEC trova che le più importanti barriere percepite alla penetrazione dei mercati esteri (3,3 punti su 5) sono: - obtaining reliable foreign representation - identifying foreign business opportunities - limited information to locate/analyse markets - inability to contact potential overseas customers - maintaining control over foreign middlemen (OECD 2007, p. 40) 27

28 Una (non abbondante) letteratura sull operato delle TPO nei diversi paesi in risposta alla domanda da parte delle imprese (es. ITC 2000) sottolinea l importanza di azioni mirate, al di là della trade promotion tradizionale e delle missioni commerciali, a: - fornire servizi personalizzati alle imprese in cerca di informazioni specifiche e di contatti sul posto - offrire una advocacy istituzionale tramite la rete diplomatico-consolare in stretto contatto con l organizzazione della TPO (che spesso dipende da altri Ministeri) - coltivare rapporti con imprese con elevato potenziale di esportazione e investimento all estero - tariffare i servizi personalizzati così da creare una compartecipazione finanziaria delle imprese ai servizi richiesti, cercando al tempo stesso di alleviare i costi della consulenza privatistica - favorire sinergie di azioni tra le PMI 28

29 Riferimenti bibliografici AIP-Associazione Italiana della Produzione, a cura di (2005), L impresa nell Europa allargata (coordinatore F.Onida), Il Sole 24Ore, Milano. Amighini A.-Chiarlone S. (2005) Basile R.-de Nardis S.-Girardi A.-Pappalardo C. (2007), Le politiche di prezzo degli esportatori italiani: un analisi su dati d impresa, in Lanza-Quintieri (2007) Borin A.- Quintieri B. (2007), Prezzi più alti o qualità migliore? Le esportazioni italiane di calzature, in Lanza- Quintieri (2007) Bugamelli M. (2007(, Prezzi delle esportazioni, qualità di prodotti e caratteristiche d impresa: un analisi su un campione di imprese italiane, in Lanza-Quintieri (2007). Bugamelli M.- Rosolia (2006) 29

30 Conti G.-Cucculeli M.-Paradisi M (2007), Internazionalizzazione e strategie delle imprese nei settori tradizionali, L Industria, gennaio-marzo. De Benedictis (2005) De Nardis S.- Traù F. (2005) De Nardis S.-Pensa (2004) Federico S.- Minerva G.A.(2007), Outward FDI and local employment growth in Italy, Temi di discussione del Servizio Studi, Banca d Italia, N.613, February. ITC- International Trade Centre (2000), Redefining trade promotion. The need for a strategic response, Geneva. Lanza A.-Quintieri B.,a cura di (2007), L export italiano alla sfida della qualità, Fondazione M.Masi, Rubbettino, Roma. Lanza A.-Stanca L. (2006), Segnali di riposizionamento nelle strategie degli esportatori italiani, Imprese e Territorio, SanPaoloIMI, 1, novembre. OECD, Staying competitive in the global economy. 30 Moving up the value chain, 2007.

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