Psicologia del cellulare. Trasformazioni sociali e interpersonali nell epoca del telefonino

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1 ED. ITALIANA ISSN LUGLIO-AGOSTO 2014 ANNO 65 nn TRIBUNA LIBERA FONDATA NEL 1950 DA J. CONSTANTIN DRAGAN Psicologia del cellulare. Trasformazioni sociali e interpersonali nell epoca del telefonino Luciano Di Gregorio A pensarci non è passato molto tempo dall entrata del telefono cellulare nella nostra vita quotidiana, eppure la sua diffusione è stata talmente rapida e l abitudine d utilizzo ormai talmente consistente da farlo apparire come un oggetto in uso da molto più tempo, quasi uno strumento esistito da sempre, un mezzo tecnico connaturato al mondo moderno. Luciano Di Gregorio, Psicopatologia del cellulare Per convenzione si fa riferimento ai mondiali di calcio Italia 90 per indicare l introduzione del cellulare nel nostro Paese (alle partite dei mondiali sono comparsi i primi mastodontici modelli di telefonino che operavano con il sistema TACS). A distanza di poco più di vent anni anni, se osserviamo i comportamenti delle persone in movimento in qualunque città italiana, possiamo affermare con certezza che l in- tegrazione del telefonino nella vita di tutti i giorni si è effettivamente realizzata. La nostra modernità contemporanea è connotata e dominata dall uso sistematico del cellulare: esso è diventato il telefono per eccellenza, superando per diffusione e frequenza d uso anche il telefono fisso. Ovunque ci si trovi, in treno come sull autobus, al bar come in ufficio, in qualunque momento della giornata, c è sempre un cel-

2 lulare che suona e qualcuno che risponde. Una passione incontenibile per il cellulare, tale da porre il nostro Paese tra i primi in Europa per utilizzo e coefficiente di penetrazione. Ma ancora oggi, quando cammino per strada e osservo le persone che sono attaccate al loro telefonino, pensando proprio al suo innegabile successo, mi chiedo sempre come sia stato possibile che le stesse persone abbiano potuto vivere per tanto tempo senza fare o ricevere tutte quelle telefonate. Come hanno potuto farne a meno ed essere felici lo stesso, visto che quando le osservo, mentre telefonano, sorridono sempre (o spesso) e sembrano molto contente di poter disporre di un interlocutore telefonico in qualunque momento della giornata e ovunque si trovino? Come siamo riusciti nel secolo scorso a sopportare un intero tragitto da casa al lavoro, o da casa a scuola, un viaggio o una doppia trasferta giornaliera su di un treno da pendolari, senza poter fare nemmeno una telefonata a qualcuno, senza essere in contatto con chicchessia per sentirci meno soli o per ricevere una piccola dose quotidiana di interesse e di affetto? Eppure era proprio così! Solo vent anni fa, quasi nessuno disponeva di uno strumento che permettesse la comunicazione in mobilità, e malgrado ciò sembrava che vivessimo bene lo stesso. Adesso chi può dire, onestamente, di poter continuare a vivere senza il prezioso compagno di vita, la nostra protesi psicotecnica? In un arco di tempo tutto sommato breve, se rapportato al tempo medio che richiedono le trasformazioni tecnologiche per affermarsi e diffondersi nel sociale, sono già passate nelle nostre orecchie diverse generazioni di telefonini. Ora di fatto il telefonino sostituisce anche il computer portatile. Sì, perché il futuro del telefonino è legato alla possibilità di funzionare sia da fisso che da mobile. La domanda del mercato si sta orientando in questa direzione: le persone vogliono non dover distinguere tra telefono fisso e telefono mobile. Vogliono avere uno strumento di comunicazione personale e portatile. E vogliono usarlo al meglio ovunque e a costi sempre minori, collegandosi quando è necessario alla rete fissa (via cavo), oppure in alternativa a quella mobile (via antenna e ripetitore), oppure se è necessario e conveniente a una postazione Wi-Fi. Quindi il futuro porterà cellulari intelligenti che sceglieranno da soli la rete migliore a cui collegarsi. Ma se spostiamo il nostro personale punto di osservazione, sull universo cellulare, dai vantaggi offerti dalle innovazioni tecnologiche a quello dei cambiamenti indotti dalla tecnologia nel sociale e nei rapporti interpersonali, possiamo domandarci quali trasformazioni ha prodotto lo strumento tecnico in questo arco di tempo nella vita delle persone. Oggi che la diffusione del telefonino è capillare (oltre 54 milioni gli utenti di una o più reti di telefonia mobile, il 94,6 dei ragazzi ne possiede almeno uno), che lo usano proprio tutti e in tutti i luoghi anche in quelli dove sarebbe vietato, che esso è diventato il tramite per eccellenza per comunicare con l altro per questioni di lavoro, per necessità, per amore, per svago e quant altro, possiamo fare il punto della situazione e riflettere sulle funzioni che il telefonino ha assunto nella nostra vita. Possiamo interrogarci sull influenza che ha avuto e che ha nel determinare certi comportamenti umani e nel modificare la nostra cognizione della realtà. Cosa ha cambiato nella nostra vita l uso del telefonino e come si sono trasformate le nostre relazioni con gli altri e il rapporto con il mondo, dopo sedici anni di presenza nella società del cellulare? Cosa lo rende uno strumento così indispensabile? Quali effetti può avere avuto sulla nostra creatività e su quella di bambini e ragazzi? 2

3 Un oggetto affettivo personale e portatile Per prima cosa possiamo subito dire che la disponibilità di un telefono mobile ha incrementato a dismisura l uso del telefono in sé. Si telefona in continuazione in ogni luogo e in ogni situazione, in qualunque momento della giornata, anche se non si ha niente di importante da dire, solo per il piacere di conversare e di essere in rapporto con l altro a distanza. E questo non avveniva ovviamente con il telefono fisso. D altra parte è pur vero che le società di telefonia mobile offrono agli utenti, cioè tutti noi, sempre nuove opportunità di connessione a prezzi sempre più vantaggiosi. Allo stesso tempo, solerti costruttori di cellulari immettono sul mercato nuovi modelli di telefonino che stimolano i consumi tra i giovanissimi e i meno giovani, suggerendo loro l idea che la modernità coincida necessariamente con l avanzamento della tecnologia in mobilità. Poi c è quel termine, che io ho utilizzato appena sopra, uno strumento di comunicazione personale e portatile, che ci deve far riflettere ulteriormente. Perché il concetto di personale e portatile ci apre un orizzonte di conoscenza sulle funzioni svolte dal cellulare che non rappresenta semplicemente un riferimento a sempre nuove possibilità tecniche e a maggiori opportunità di comunicazione a distanza, ma è un orizzonte complesso, che ci segnala la presenza di caratteristiche affettive e di funzioni psicologiche che il telefonino ha ormai assunto nel tempo per ognuno di noi. Un aggeggio elettronico che teniamo quasi sempre nel palmo nella mano, che poniamo in tasca e nella borsetta, che portiamo sempre con noi e che controlliamo che sia sempre accesso e ben carico, è diventato molto di più di un telefono, è un oggetto affettivo che ha funzioni psicologiche, oltre che tecniche, legate alla comunicazione con l altro. Il telefonino è un possesso personale e portatile di cui abbiamo bisogno mentre ci muoviamo in questo mondo globalizzato, ormai troppo vasto, che ci sovrasta e ci fa vivere continuamente un sentimento di insicurezza personale. Già da queste prime considerazioni, si evince che, per comprendere la grande passione degli italiani (e non solo loro) per il telefonino, l attaccamento all oggetto tecnico che ci favorisce una continua reperibilità, bisogna prendere in considerazione le caratteristiche affettive e le funzioni psicologiche che si possono accompagnare alle normali funzioni tecniche di connessione a distanza di un cellulare. Il bisogno di un contatto continuo La seconda cosa che emerge da una prima riflessione sull influenza del cellulare sulle nostre vite è il fatto che la continua reperibilità, assieme alla connessione in mobilità, hanno generato un abitudine ad essere sempre in contatto con i nostri interlocutori personali e sociali. La connessione con l altro diventa un abitudine della quale, in breve, non riusciamo più a fare a meno. Basta fare un viaggio in treno, in autobus, lungo un tragitto urbano o extraurbano per accorgersene. L estenuante viaggio è disturbato da un infinità di chiamate effettuate e di telefonate ricevute al cellulare, un rito al quale ormai quasi nessuno si sottrae. E se fate attenzione ai contenuti della telefonata fatta, o ricevuta, dal vostro vicino di viaggio (e come non farci caso, visto il tono della voce!), vi accorgerete che nella maggior parte dei casi sono telefonate senza importanza, giusto per confermare la propria posizione nel mondo, per scambiare quattro chiacchere o per mandare un saluto a qualcuno. In tal senso, la disponibilità di un telefono personale portatile ha prodotto un nuovo bisogno: le persone sentono l esigenza 3

4 Trattiamo bene la terra su cui viviamo: essa non ci è stata donata dai nostri padri, ma ci è stata prestata dai nostri figli è un proverbio che esprime bene la filosofia della Veroniki Holding, la quale si inserisce, innovandolo, nel lascito imprenditoriale, culturale ed etico di Giuseppe Costantino Dragan. È un lascito per il soddisfacimento del fabbisogno di energia, nel rispetto dell ambiente, per una economia al servizio dell uomo e per la promozione della sua cultura e dignità. Questo perché per noi la cultura dell energia e l energia della cultura non sono soltanto uno slogan, ma un principio e un criterio, al contempo, imprenditoriale ed etico: in pratica una filosofia di vita. 4

5 di essere sempre in contatto con l altro per i motivi più disparati. Ed esse alimentano reciprocamente, telefonandosi spesso, questo bisogno, che alla fine sembra essere diventato un bisogno primario dell umanità, anche se è opportuno ricordare che solo vent anni fa, per tornare agli esordi del telefonino in Italia, questo bisogno non esisteva per nulla. La trasformazione sociale e di conseguenza dei rapporti umani, dei tempi e dei modi di comunicare, è stata indotta dalla disponibilità e dall uso sistematico della telefonia mobile. Le persone si telefonano in continuazione e sono sempre in contatto con altre persone a cui sono legate affettivamente: per gli appuntamenti e i saluti si mandano messaggini agli amici, anche più di dieci in una giornata. Per amoreggiare con il ragazzo e la ragazza vanno bene sia i messaggini che le telefonate; per prendere un appuntamento con l amante segreto/a è meglio il messaggio ma poi bisogna ricordarsi di cancellarlo, altrimenti Sembra che il bisogno di essere sempre connessi sia maggiormente in evidenza nelle relazioni sentimentali. Ma anche in quei casi, non sempre una telefonata, un messaggio, servono a fissare un appuntamento, soddisfano il bisogno di avere una conferma d amore da parte dell altro, oppure sono un modo per controllare la persona e limare, così, un moto di gelosia. Spesso si telefona per farsi semplicemente compagnia a vicenda, per sentirsi ancora un ultima volta, prima di addormentarsi, vicini a qualcuno che ci vuole bene e che si interessa di noi. È come per le sigarette, dopo un po che si sta senza fumare, si sente il bisogno di fumare di nuovo e si accende una nuova sigaretta. Lo stesso capita con il cellulare: passato un certo tempo, che non varia più molto da una persona all altra, superati un certo numero di chilometri di distanza, si percepisce una specie di vuoto che va colmato con una chiamata o con l invio di un messaggino a qualcuno. Non importa più nemmeno tanto chi sia questo qualcuno, l importante è essere connessi. In vacanza, al mare come in montagna, nella città d arte come nel paradiso tropicale, si vuole condividere tutto con l altra persona che in quel momento non è presente. A volte si inviano delle foto via mms, ma molto più spesso si chiama per descrivere il paesaggio che ci sta intorno, per far sapere all altro se c è il sole, le nuvole o la pioggia. Si parla al telefono mentre si gode il tramonto sul mare e, subito dopo, si richiama l amato o l amata per raccontargli, nei minimi dettagli, cosa si sta mangiando nel tale ristorante, e per sapere come lui o lei passerà diversamente la serata. Ma perché l altro deve essere sempre con me, da dove nasce questo nuovo bisogno di essere sempre in contatto con l altro? Il dominio sulla realtà esterna Abbiamo già indicato la funzione psicologica del telefonino che soddisfa il bisogno di avere un contatto continuo con l altro e quella rassicurante di poter disporre di un oggetto portatile che, se lo riteniamo necessario, in qualunque momento può essere utilizzato a questo scopo. Ma dobbiamo domandarci: perché abbiamo bisogno di avere sempre una rete sociale di riferimento a nostra disposizione, ovunque noi siamo, perché non possiamo stare mai soli e abbiamo bisogno di sentirci rassicurati dal fatto di possedere un strumento che ci favorisce la facile connessione a distanza con questa rete? Viviamo in tempi di incertezza globale e di paura del futuro. In questo orizzonte di basso profilo, in cui anche il paesaggio ci appare a volte irrimediabilmente deturpato per via delle variazioni climatiche e del riscaldamento del pianeta, l incertezza che ci circonda genera in ognuno di noi un 5

6 sentimento di insicurezza profonda e di rischio futuro. Rispetto a questi sentimenti ci sentiamo impotenti, non abbiamo l effettiva possibilità di intervenire per modificare la realtà, per ridurre le incertezze del mondo, per cambiare le cose a nostro vantaggio. Ma per fortuna disponiamo di uno strumento tecnologico che ci può venire in aiuto per offrirci una forma di controllo almeno sugli eventi e le persone che ci sono più prossimi. Se chiamiamo da un posto qualsiasi mentre siamo in viaggio, o siamo immersi nel traffico della città, e qualcuno ci risponde, noi ci sentiamo come a casa, protetti e rassicurati dell esistenza di una parte di umanità a nostra disposizione e che noi controlliamo semplicemente facendo una chiamata. Se possiamo controllare almeno il nostro spazio privato relazionale, un rapporto affettivo, una relazione di amicizia possiamo pensare di poter esercitare un certo controllo sul mondo. Controllando gli altri significativi noi ci illudiamo sulla padronanza degli eventi e della realtà esterna, e questo alleggerisce quel profondo sentimento di insicurezza che ci accompagna quasi ogni giorno. Il cellulare ha cambiato il modo di comunicare e ha reso possibile in maniera molto concreta il poter disporre dell altro ovunque e comunque. Se pensiamo al fatto che sono soprattutto i giovani a vivere l angoscia del futuro, possiamo facilmente comprendere il loro bisogno di essere sempre connessi con il gruppo di amici, con il compagno di vita o d amore. Ma questa opportunità ci ha reso paradossalmente più fragili: il nostro benessere dipende da una chiamata ricevuta o fatta dal telefonino. Se non possiamo comunicare nell immediato, se l altro non ci viene in soccorso chiamandoci, subito ci sentiamo turbati, soli e soprattutto impotenti, come se in un attimo avessimo perso quell illusione di padronanza che la facile connessione a distanza ci aveva regalato. Alla fine percepiamo un disagio che in passato non faceva parte della nostra condizione di persone: in quanto adulti, eravamo capaci mediamente di stare soli almeno per una mezza giornata, mantenendo uno stato di quiete. In quanto ragazzi, avevamo la certezza di incontrare qualche amico nella piazzetta o ai giardini, e di rientrare in famiglia la sera e questo ci bastava. L abitudine di poter disporre in qualunque luogo e in ogni momento della rete sociale di riferimento ha modificato la prospettiva con la quale guardiamo a noi stessi e alla realtà esterna. Ora ci serve sempre un tramite che favorisca la comunicazione e annulli un vissuto di isolamento che nasce nel sociale frammentato che ci sta intorno. Il sentimento di onnipotenza Una volta che si è instaurata l abitudine ad usare il cellulare per essere in contatto con il mondo, sono proprio le funzioni tecniche di connessione a produrre un effetto psicologico e a suscitare forti emozioni nella persona, perché le potenzialità funzionali del cellulare, unite alla facile connessione a distanza, superando ogni limite fisico, annullano il sentimento di impotenza che proviamo quando ci confrontiamo con un limite personale e non possiamo superarlo, non possiamo incidere con forza sulla realtà. La funzione tecnica che ci permette di superarare i limiti imposti dalle leggi fisiche e che ci favorisce un ampliamento delle nostre risorse umane, si accompagna pertanto alla funzione psicologica di dominio sulla realtà e di potere personale, al sentimento di onnipotenza che ci è offerto dal nostro amato telefonino. E che scaturisce dal possedere tra le mani un strumento tecnologico con funzioni multiple e di così vasta portata. Avere a propria disposizione così tante risorse, contenute tutte assieme in un piccolo oggetto tascabile, trasmette 6

7 un sentimento di onnipotenza e crea una percezione di dominio del mondo certamente superiore all effettiva capacità di controllo che possiamo avere sulla realtà. Come recitava uno slogan pubblicitario di una nota compagnia di telefonia mobile, in voga fino a qualche anno fa, se possiedi un telefonino tutto è intorno a te. Un altro allo stesso tempo ci suggeriva che potevamo vivere senza confini. E adesso ci dicono che chi dispone di un cellulare su cui poter trasferire il numero fisso di casa ha praticamente la vita nelle sue mani ( life is now! ). Se proviamo ad analizzare ulteriormente il sentimento di onnipotenza che ci viene offerto da un telefonino, scopriamo che oggi il vissuto di dominio sul mondo e il sentimento di onnipotenza sono ulteriormente aumentati, perché nel frattempo sono aumentate le risorse tecniche e le possibilità di connessione in mobilità offerte dal cellulare. E parimente sono anche aumentate le condizioni di incertezza e la precarietà del vivere nella modernità contemporanea, un insieme di fattori ansiogeni che ci costringe, in qualche modo, a diventare degli illusionisti di noi stessi, a crearci ogni tanto un illusione di onnipotenza. Il controllo della separazione e della distanza Come è cambiata l idea della distanza, la separazione e la solitudine, e più in generale la cognizione di noi stessi e degli altri, ora che disponiamo di un cellulare per essere sempre connessi con il mondo? Il nostro amato telefonino è un oggetto che serve per controllare la separazione e la distanza dalle persone che ci interessano. Quando si parla di separazione bisogna intendere anche la semplice separazione fisica, quella che evidenzia l assenza dell altro e genera dentro di noi un vissuto di perdita. Diversamente, quando parliamo di distanza dobbiamo intendere non tanto lo spazio fisico che ci separa da qualcosa o da qualcuno, quanto piuttosto la distanza emotiva dall altro. La distanza fisica dall ambiente di vita, dagli affetti, pertanto, comporta la percezione di una distanza emotiva che porta sempre con sé un vissuto di perdita. La separazione dall altro diventa anche separazione interiore, affettiva, e alimenta la possibilità di sperimentare la solitudine e l abbandono. Quantomeno un certo vissuto di esclusione da un legame e da ambienti per noi carichi di significato affettivo: esperienze che possono essere più o meno sopportate dalla persona che si trova a sperimentarle. In tempi recenti di complessità del vivere, di disgregazione sociale e di grandi trasformazioni socio-economiche, di evidente precarietà generalizzata che è presente nel lavoro come negli affetti, sembra che separazione, distanza e relativa solitudine, siamo diventati sinonimo di forte disagio e, quindi, motivo di sofferenza per le persone. In misura maggiore lo sono per i giovani che spesso vivono in un effettiva condizione di precarietà, che la maggior parte di loro vuole eliminare al più presto con tutti i mezzi che ha a disposizione. A questo proposito sembra che il cellulare, più che il telefono fisso, abbia reso possibile la trasformazione dell assenza di qualcuno in una presenza anche assidua e, quindi, abbia risolto la questione della separazione e della distanza trasformandole in contatto, calore e vicinanza. Le persone davvero si telefonano in continuazione, e lo fanno per davvero dappertutto, e se ci fate caso, ogni volta che si salutano per concludere la conversazione, si dicono ripetutamente ciao caro/a, ciao amore, ciao bella/o, ciao-ciao-ciao, trascinando e ripetendo il saluto più volte, come se facessero fatica a staccarsi da quella persona, da quel legame affettivo. 7

8 Ma l abitudine a telefonarsi frequentemente e ovunque ci si trovi porta con sé dei guasti che emergono col tempo. Interagendo con le persone, spesso possiamo notare come in loro si sia ridotta progressivamente la capacità di tollerare la separazione e l assenza dell altro. Oggi siamo davanti alla necessità di mantenere una relazione rassicurante con persone e luoghi che ci sono noti e abituali, siamo anche davanti ad un incapacità generale di tollerare la distanza e la separazione, siamo in presenza di una perdita della resistenza alla solitudine. Questo è uno di quei fenomeni sociali nuovi che possiamo dire essersi generato nel rapporto con il telefonino, nel rituale delle chiamate e delle messaggiate quotidiane. In modo particolare, la perdita di sopportazione della solitudine sembra essere diventata una caratteristica strutturale della personalità dei ragazzi e delle ragazze contemporanei, che vivono e crescono nel mondo dominato dalla tecnica. Molto del loro tempo lo trascorrono davanti ad un computer a navigare su Internet o a chattare con gli amici; appena sono fuori casa smanettano sui loro cellulari per scambiarsi messaggini e non smettono fino al momento in cui arrivano al tal posto. Sembrano autonomi e decisi, coraggiosi, ma non riescono a stare mai veramente da soli. Un inchiesta di alcuni anni fa della Società di Pediatria indica che gli adolescenti italiani sono diventati più adulti intellettualmente, ma più fragili emotivamente, vivono la maggior parte del tempo in rapporti mediati da uno strumento tecnico, sono diventati dipendenti da strumenti come il pc, il cellulare, lo smartphone ecc. A tale proposito, l indagine dice che il cellulare è visto come uno status symbol solo dal 18,1% dei ragazzi, ma è comunque l oggetto tecnologico in assoluto più posseduto (il 94,6 % dei giovani compresi tra i 12 e i 14 anni lo possiede, mentre il pc è posseduto solo dal 91,9 % del campione). Nel frattempo si sta pericolosamente abbassando la soglia di età nella quale si entra in possesso del telefonino. Un altra indagine dell Istituto di statistiche Eurispes, che ha intervistato un campione di bambini tra i 7 e gli 11 anni, ci segnala che il cellulare è posseduto dal 54,8% degli interpellati, e nel 48,5% dei casi lo usano anche per realizzare fotografie e filmati. Il telefonino come regolatore della separazione Come si sono trasformate le relazioni tra le persone nel quotidiano, i rapporti affettivi, d amore, da quando sono mediati da uno strumento tecnico portatile sempre a nostra disposizione? La tolleranza alla separazione e alla distanza emotiva dai nostri riferimenti affettivi si è ulteriormente ridotta, non riusciamo più a restare separati d altro per più di un ora. Superato quel limite temporale, sorge un ansia di solitudine che deve essere al più presto rimossa e il più delle volte, per eliminarla, si ricorre ad una chiamata o a un messaggio inviato a qualcuno dal telefonino. E poi perché non approfittare! Che c è di male a telefonare a qualcuno anche solo per un breve saluto, un bacio, un caldo abbraccio a distanza. In fondo abbiamo il nostro possesso personale portatile a disposizione che ci favorisce la facile connessione a distanza con le altre persone. Il cellulare è diventato, così, un regolatore personale della separazione. A seconda dalla nostra personale tolleranza al distacco, al sentimento di perdita e alla solitudine, noi lo adoperiamo più o meno spesso. E con il passare degli anni sempre più spesso perché nel frattempo, con l abitudine quotidiana all uso del telefonino, si è abbassata la soglia di tolleranza alla separazione. 8

9 Inoltre, in questa nostra società malata di individualismo, di conformismo e di protagonismo assieme, ogni separazione dal gruppo sociale di appartenenza è indice di esclusione sociale e, di conseguenza, è mal tollerata da tutti o quasi tutti. Pertanto con frequenti telefonate fatte in pubblico, dobbiamo dimostrare a noi stessi e agli altri di non essere soli e insignificanti, ma al contrario di avere molte conoscenze e di essere sempre cercati, contattati e desiderati. Il telefonino come scudo protettivo per mostrare affetti e comunicare sentimenti In precedenza, ho fatto cenno alla nuova abitudine di trascinare e ripetere i saluti di commiato dopo una telefonata fatta a qualcuno o quella ricevuta da qualcuno. Si arriva a salutare con tre o quattro ciao in fila, ripetuti uno dopo l altro e spesso, tra un ciao e l altro, si aggiunge volentieri un bello o bella, un caro o cara, come se si volesse bene a tutti, si mostrassero i propri sentimenti con estrema facilità. Questo non è, come scrivevo sopra, solo indicativo di una certa difficoltà a distaccarsi dal nostro interlocutore telefonico, ma è anche, a mio modo di vedere, espressione di una libertà a manifestare i propri affetti e sentimenti più per telefono che nel rapporto diretto con le persone. Sembra, in altri termini, che il cellulare risponda in primo luogo alla necessità di controllo a distanza della relazione, rassicurandoci sulla possibilità d interagire con il mondo in qualunque momento, e contemporaneamente soddisfi anche il bisogno di mediare la relazione, di tutelare la persona dal contatto affettivo con l altro nella comunicazione verbale, che può diventare più carica emotivamente, può contenere più affetto, proprio perché il cellulare funge da scudo protettivo. Se non siamo a contatto fisico con l altro comunichiamo meglio e con maggiore facilità, possiamo esprimere più apertamente i nostri sentimenti. Possiamo far sapere al ragazzo o alla ragazza che gli/le vogliamo bene fin dai primi incontri mandandogli un messaggino con l acronimo finale TVB o TVUCDB. E in seguito, se la risposta è stata positiva, esporci con frasi affettuose e tenere, e da lì a breve cominciare ad osare di più parlando d amore al cellulare. Ci siamo talmente abituati alla mediazione tecnologica, attraverso Internet e Messenger, per mezzo della posta elettronica, via sms e cellulare, che alla fine ci risulta davvero più facile scambiare sentimenti con gli altri in una relazione mediata che in una a tu per tu con l altro. Ma riusciamo poi a entrare veramente in intimità con l altro? Il telefonino come un oggetto feticcio Fino a qualche anno addietro si poteva parlare del telefonino come status-symbol. Avere e mostrare in pubblico l ultimo modello di cellulare con nuove funzioni video e nuove opportunità multimediali aveva il suo fascino. Oggi non è più così. L oggetto tecnologico è diventato talmente popolare, e a disposizione di tutti, che non è più possibile distinguersi dagli altri ostentando un telefonino, per quanto esso possa essere dotato delle più recenti applicazioni e provvisto di funzioni multimediali. Per certi versi si rischia di sortire l effetto contrario. Si corre il serio rischio di essere derisi e considerati molto provinciali. Il telefonino di ultima generazione persiste come status-symbol solo tra i ragazzi, che a volte non disdegnano l idea di rubarlo ai compagni pur di possederlo. Che siano ragazzi o adulti, se osserviamo la passione con la quale si entra in rapporto con il piccolo accessorio tecnologico, dobbiamo necessariamente ammettere che 9

10 esso è comunque molto di più di un semplice oggetto. Se prestiamo attenzione al rapporto quotidiano che la maggior parte delle persone ha col proprio telefonino, siamo indotti a pensare che esso alimenti condotte relazionali che facilmente potremmo considerare patologiche, quasi una forma di feticismo, in quanto l investimento affettivo e il piacere del possesso sono molto intensi, sono rivolti verso una cosa, un oggetto inanimato, e sono in grado di renderlo particolarmente significativo. L interesse per un semplice oggetto tecnologico e il piacere che se ne ricava con l uso, alla fine, trasforma il rapporto col proprio telefonino in qualcosa che si avvicina come importanza alla relazione affettiva con una persona. Fino a sostituirla, tant è che oggi si parla di una società tecnologica in cui si comunica sempre di più e più velocemente, ma si è sempre più isolati, sempre più in rapporto con la tecnologia, a nostra disposizione, e sempre meno impegnati nello scambio affettivo con gli altri esseri umani. È della stessa opinione l economista americano Jeremy Rifkin, che recentemente ha dichiarato che ci è sempre più difficile esprimerci e prendere parte in modo significativo alla vita degli altri esseri umani. Pare proprio che stiamo sì comunicando di più, ma dicendo meno. Il tramite per dare visibilità all intimità Visto che la maggior parte di noi non ha la possibilità di accedere alla notorietà che è offerta occasionalmente dal partecipare ad una trasmissione televisiva. Visto che la maggior parte di noi non è un personaggio importante che è invitato spesso in televisione o alla radio, e visto che non tutti possono andare sull Isola dei famosi, in tempi in cui la visibilità e il successo personale sono necessari per contare e sentirsi qualcuno nella società, sono considerati valori importanti, le persone devono inventarsi un qualche espediente. Diventa necessario cercare altre forme di esibizione nel sociale che siano più accessibili, per soddisfare il bisogno di ottenere una certa dose, se non di successo, almeno di visibilità. Anche in questo caso il cellulare ci viene incontro e ci dà una mano. Il desiderio di rendersi visibili nel sociale, che appartiene un po a tutti in questa epoca di individualismo esasperato e di protagonismo mediatico, può essere appagato, almeno in una piccola parte, mettendosi in mostra quotidianamente davanti ad un pubblico improvvisato, che assiste involontariamente alla risposta o alla chiamata dal telefonino. E il pubblico coinvolto per l occasione non può restare estraneo all evento, perché la ricerca di visibilità altrui evoca, nel senso letterale di chiamare fuori, una componente esibizionistica che appartiene anche alla persona che assiste. Ogni osservatore si sente in qualche modo obbligato a rispondere alla chiamata esibizionistica ed entra nella relazione improvvisata per strada come voyeurista che soddisfa al momento il bisogno altrui di esibirsi. L osservatore occasionale, che poi siamo noi tutti, resta in attesa di un tempo successivo, nel quale anche lui potrà godere, tramite una chiamata o una risposta al cellulare, del suo momento di visibilità sociale. La telefonata fatta e ricevuta con il telefonino in pubblico, in cui si mostra anche distrattamente la propria intimità agli altri, è una conquista di visibilità a buon mercato: solo il costo di una telefonata fatta dal cellulare. E poi si potrebbe dire: cosa c è di male! In fondo anche Andy Warhol sosteneva che ognuno ha diritto al suo quarto d ora di notorietà. Nel frattempo, però, il bisogno di conquistare una visibilità sociale si è mischiato alla violenza gratuita e sessista e il fenomeno comincia a preoccupare. Le cronache ci informano che la ricerca 10

11 di visibilità sociale e il bisogno di protagonismo spinge molti ragazzi a realizzare filmati violenti con i videofonini, che in seguito vengono scaricati su Internet. In questi filmati si vedono ragazzi che si improvvisano attori e si esibiscono in scene di violenza e di prevaricazione sui compagni più deboli all interno della scuola. In altri casi l esibizione e l affermazione forte di sé, per i ragazzi maschi, passa attraverso violenze sessuali di gruppo: veri e propri stupri attuati in gruppo ai danni di una ragazzina, che vengono filmati con i cellulari e poi immessi sul rete per vantarsi di aver abusato di una coetanea. Il telefonino diventa il tramite per conquistare queste forme estreme, crudeli e al tempo stesso patetiche, di visibilità, con le quali si pensa di vincere sulle paure di non contare nulla nella vita e di non potere raggiungere un inserimento sociale soddisfacente. Psicopatologia del cellulare Per concludere questo breve viaggio nell universo cellulare e venire alla questione della psicopatologia dovuta all uso sistematico del telefonino, posso spiegare cosa io intendo per psicopatologia. Ognuna delle funzioni psicologiche fin qui descritte mostrano da sole la possibilità di contenere al proprio interno una tendenza, o un comportamento, che potremmo facilmente definire psicopatologico. La psicopatologia non va considerata solo nell aspetto quantitativo, definendo patologico un eccesso di utilizzo del cellulare che provoca una forma di dipendenza dallo strumento, e che in seguito tende al alimentarsi da sola con l uso quotidiano. Non si tratta nemmeno di un eccesso di una funzione svolta dal telefonino sulle altre, come quella ad esempio di negare la solitudine o l assenza di una persona chiamandola spesso. Io penso piuttosto a una modificazione qualitativa della funzione che svolge il telefonino nella relazione con l altro e nella comunicazione: mi riferisco piuttosto alle funzioni cognitive dell individuo, il quale, proprio attraverso il suo telefonino, riesce a trasformare la propria cognizione del mondo. Io mi appello alla psicopatologia quando la funzione del cellulare diventa qualcosa di diverso da una funzione tramite, e finisce per trasformare una semplice comunicazione mediata a distanza in una condotta obbligata di controllo del reale e della relazione affettiva. La comune dipendenza si trasforma, così, in una sudditanza dal potente mezzo tecnico, il quale diventa un oggetto investito di significati affettivi e di funzioni magiche, indispensabile per relazionarsi con l altro e con la nostra fetta di realtà quotidiana. La realtà stessa, da quella postazione mobile, viene percepita in modo differente, viene immaginata secondo i nostri personali bisogni e le nostre necessità, perdendo le caratteristiche oggettive e simboliche, che accompagnano comunemente il nostro concepimento del mondo. Il cellulare ci permette continui viaggi nell immaginario, durante i quali per esempio il sentimento di insicurezza e la solitudine sono magicamente annullati. Ma da quei viaggi torniamo sempre meno attrezzati per confrontarci con la realtà E a questo proposito, alla fine di un mio libro su questo tema (Psicopatologia del cellulare, FrancoAngeli, Milano, 2003). facevo la seguente considerazione, che mi sembra più che mai attuale: Non vorrei che, continuando questo viaggio nella modernità, ogni giorno sempre più complessa, la telefonia mobile a nostra disposizione, faccia assomigliare il nostro abituale percorso di vita a qualcosa che abbia a che fare con il mezzo che si usa per il trasferimento dei detenuti, omonimo del telefonino, e che si chiama appunto cellulare. 11

12 Bisogna mantenere un certo equilibrio negli affari. Un altra cosa: la sincerità. Bisogna essere sinceri e dire la verità. Non stupidamente, certo! Non si comincerà mica col fornire all avversario argomenti contro se stessi. Ma non gli si deve mentire! Non lo si deve ingannare! Dans les affaires il faut maintenir un certain équilibre. Encore une chose: la sincérité. Il faut être sincère et dire la vérité. Pas stupidement, bien sûr! On ne va pas commencer par fournir à l adversaire des arguments contre soi-même. Mais on ne doit pas lui mentir! On ne doit pas le tromper! Keeping a certain balance in business is a must. And another thing: sincerity. We must be sincere and tell the truth. Not foolishly, of course! We definitely will not start by giving our opposition ammunition against ourselves. But we must not lie to them! We must not cheat them! În afaceri, trebuie să păstrezi un anumit echilibru. Incă un lucru: sinceritatea. Trebuie să fii sincer şi să spui adevărul. Nu prosteşte, desigur! Nu vei incepe prin a-i furniza adversarului argumente impotriva ta. Dar nu minţi! Nu inşela! Tratto dal volume: Iosif Constantin Dragan, Călătorie În timp, Viaggio nel tempo, Journey through time, Milano,

13 Giuseppe Costantino Dragan 13

14 Le origini misteriose di Milano I misteri di Milano (I) Andrea Accorsi - Daniela Ferro* Perché trattare della Milano misteriosa? Perché parlare della Milano misteriosa, dei suoi buchi neri, dei punti di domanda che gravano sulla sua storia e sulla sua cronaca? E perché un libro sugli aspetti misteriosi di Milano che ha preso corpo nel volume Il grande libro dei misteri di Milano risolti e irrisolti? Nel senso comune, nella coscienza collettiva, il nome di Milano non è normalmente associato al mistero. L immagine che evoca in modo spontaneo e immediato Milano non è quella di una città misteriosa. Di solito si pensa a Milano come la città della finanza, dell industria, del lavoro; della moda, dell editoria, del divertimento (si pensi alla Milano da bere degli anni Ottanta). Al mistero il senso comune associa altre città, ad esempio Parigi o Londra, oppure, per restare in Italia, Torino. Si tratta di realtà metropolitane di cui il cinema e/o la letteratura hanno a più riprese messo in luce l aspetto misterioso, tenebroso, inquieto. Eppure Milano è intrecciata a doppio filo al mistero. Lo è fin dalle sue origini, lo è il nome stesso della città, lo è il suo stemma (di matrice viscontea, ma più leggendaria che non storica, come del resto impone una legge non scritta dell araldica). Cosa sappiamo delle origini di Milano? Che cosa sappiamo delle origini di Milano? Sui libri di storia che studiamo a scuola il nome di Milano compare per la prima volta nel contesto delle vicende del tardo impero romano: se ne parla, nei termini di Mediolanum (questo il nome latino), quando l imperatore Diocleziano la scelse nel terzo secolo d. C. come capitale dell Impero Romano d Occidente; se ne parla quando l imperatore Costantino, nel 313, la scelse quale città dove apporre la firma sull editto (detto, appunto, di Milano ) con cui il cristianesimo diventava la religione dell Impero. Ma le vicende di Milano cominciano molto prima di Costantino, e molto prima di Diocleziano. Lasciamo da parte per un attimo i tradizionali manuali scolastici. Consideriamo, invece, quella che è una delle maggiori opere storiografiche prodotte dalla classicità: la monumentale Ab urbe condita di Tito Livio, il grande storico dell età augustea. Tito Livio ci fornisce un interessante versione sulle origini della città che egli chiama Mediolanum. Storia e leggenda si fondono continuamente in questo racconto, ma ciò, anche se può essere considerato un limite nell ottica della moderna e scientifica storiografia contemporanea, è anche l ingrediente 14

15 che rende tanto affascinante e suggestiva la storiografia antica. Tito Livio racconta che al tempo in cui era re di Roma Tarquinio Prisco, a capo dei Celti vi era la tribù dei Biturigi, guidata dal re Ambigato. Sotto il suo regno si ebbe per tutti i Celti un periodo di grande prosperità, al punto che, quando il sovrano era ormai in età avanzata, il territorio su cui i Celti erano stanziati sembrava non essere più sufficiente ad ospitare la moltitudine della popolazione, che era aumentata sotto il regno di Ambigato. Per questo il re decise di inviare i suoi due nipoti, Segoveso e Belloveso, alla guida di un nutrito contingente di uomini per andare a cercare qualche altra terra da colonizzare: costoro, alla testa del loro esercito, varcarono le Alpi, giunsero nei pressi del Ticino, dove ingaggiarono battaglia coi Tusci sconfiggendoli, e penetrarono nel territorio detto degli Insubri e qui si stabilirono, fondando una città che prese il nome di Mediolanum. Ciò che racconta Tito Livio, che pone quindi la fondazione di Milano tra il VII e il VI sec. a. C. (circa due secoli dopo quella di Roma), non è tutta farina del suo sacco, era piuttosto una voce popolare, un racconto che si tramandava di generazione in generazione, e che rieccheggiava motivi e personaggi che denotano una certa somiglianza con le stesse origini di Roma, non fosse altro per la presenza della coppia formata da Belloveso e Segoveso, che ci riconduce ad altre famose coppie della storia romana, da Romolo e Remo ai Dioscuri Castore e Polluce. Ma al di là di questo, quello che a noi interessa è che ai tempi di Livio la storia della fondazione di Milano aveva già un sapore di leggenda. Anzi, il racconto stesso di Livio è proprio questo: una leggenda. Dietro al mito tuttavia opera spesso, silenziosa e occulta, la storia. Mediolanum e Medhelan tra storia e leggenda Il nome che Livio riporta come Mediolanum non poteva certo essere lo stesso adoperato nella lingua dei Celti da Belloveso e Segoveso, ammesso che siano esistiti veramente, o da chi per essi. Il termine che Livio traduce nel latino Mediolanum è probabilmente il celtico Medhelan, che corrisponde più o meno all italiano santuario o, più precisamente, a centro sacro, ossia un luogo che ospita un santuario, ma che per i Celti aveva anche altre funzioni: era un luogo dove si prendevano decisioni importanti e dove, spesso, si teneva un fiorente mercato. Forse la migrazione celtica del VII/VI sec. a. C., che sia stata o meno guidata da due giovani di nome Belloveso e Segoveso, aveva questo scopo: la fondazione di un centro sacro, si trattava forse quindi di un pellegrinaggio rituale. Del resto, nel territorio che fu anticamente abitato da tribù celtiche si trovano città il cui toponimo attuale sembra ricondurci alla stessa etimologia di Medhelan ipotizzata per Milano. Ricordiamo la città di Melano nel Canton Ticino, oppure le cittadine francesi di Meulan e di Melun nell Ile-de-France (peraltro non molto distanti tra loro), insieme a tutta una serie di cittadine situate nel Belgio o nell area tedesca. Perché non ritenere che alle radici di queste realtà, Milano compresa, vi fosse la fondazione di un Medhelan, circondato o meno da un nemeton, vale a dire da un bosco sacro, come spesso era usanza dei Celti? Il racconto è suggestivo e affascinante, come le ipotesi che ispira. Ma vi è un qualche elemento, anche solo un minimo elemento che possa tentare di suffragare queste teorie? Studiosi che si sono occupati delle origini celtiche di Milano hanno individuato nei nomi di alcune vie del vec- 15

16 chio centro storico delle potenziali prove a tutto ciò. Ma la leggenda tramandata da Tito Livio procede ancora oltre: il luogo in cui i due fratelli fondarono la città non fu scelto a caso. Dopo aver sconfitto i Tusci in battaglia ed essersi stanziati sul territorio degli Insubri, i due giovani interrogarono gli dèi sul da farsi (era questa del resto una prassi non solo devota, ma comune nel mondo antico) e il responso degli oracoli parlò chiaro. I due avrebbero dovuto fondare una città, ma non in un luogo qualsiasi, bensì in un sito particolare, ossia là dove avessero avvistato un animale specifico: una scrofa semilanuta, coperta di lana solo per metà, ossia mediolanum. E da questo animale (sacro alla dea Belisama) la città avrebbe preso il nome. Queste le versioni più accreditate, quelle diciamo ufficiose, se non ufficiali. Ne esistono naturalmente molte altre: quelle che riportano il nome Mediolanum a Midland (ossia, in mezzo alla pianura), quelle che lo riconducono ancora al celtico Midlan (ossia, in mezzo alle acque), o la teoria di Bonvesin de la Riva che identifica il primo nome di Milano in Alba, affermando che il termine Mediolanum sarebbe sopravvenuto solo in seguito a significare la grande prosperità raggiunta dalla città. Ognuno scelga la versione che più lo affascina. È anche questo il bello del mistero. L enigma delle origini dello stemma Ma come è un mistero l origine della città e del suo nome, così costituisce tuttora un enigma anche la genesi dello stemma che caratterizza la città di Milano, uno stemma lo ripetiamo di matrice viscontea, che raffigura una vipera nell atto di divorare un bambino o, come la definì Dante Alighieri, la vipera che il milanese accampa. Un ipotesi, la più accreditata, ci proviene dallo studioso Bonvesin de la Riva: torniamo ai tempi delle crociate e dei signori cristiani giunti in Terrasanta per liberare il Santo Sepolcro, come si diceva allora, dagli infedeli. Pare che un mitico avo dei Visconti, tale Ottone, nei pressi di Gerusalemme avesse sconfitto in duello un feroce principe saraceno. A noi non interessa tanto questo principe però, quanto il suo elmo, che recava un cimiero originale, raffigurante un serpente nell atto di ingoiare un fanciullo (forse una provocatoria allusione a Gesù bambino). Ottone, sconfitto il principe, si impadronì dell elmo e lo portò a Milano, quando fece ritorno a casa. Da qui, da questa impresa, l immagine rappresentata dal cimiero sarebbe stata assunta quale simbolo, stemma appunto, per testimoniare ai posteri l eroismo dei membri di casa Visconti. * Andrea Accorsi e Daniela Ferro sono gli autori di Il grande libro dei misteri di Milano risolti e irrisolti, edito da Newton Compton, Roma, 2006 (terza edizione). 16

17 L intelligence italiana oggi dall Afghanistan al Nord Africa Nicola Pedde Institute for Global Studies Intelligence italiana e Medio Oriente Dopo le considerazioni di storia anche recente e recentissima che ho svolto su queste colonne, farei un salto in avanti agli episodi più temporalmente a noi vicini, per trattare l attività di intelligence in Medio Oriente e della nostra presenza in modo particolare in questo contesto. Al di là di tutte le speculazioni che possono essere avanzate o delle varie visioni cospirazionistiche che hanno spesso interessato la nostra stampa, l intelligence italiana è riuscita per un periodo di tempo, direi lungo, a consolidare la propria capacità in Medio Oriente, avendo la forza non solo di rafforzare la propria struttura interna, quindi la propria struttura di analisi in Patria e di valutazione delle informazioni, ma anche la rete di tutto il dispositivo che sul territorio raccoglie le informazioni, le gestisce e le trasmette ai centri. L intelligence italiana è riuscita a gestire situazioni molto difficili, situazioni che molto spesso non arrivano alle redazioni dei nostri giornali, ma che permettono il conseguimento di obiettivi molto importanti, non solo in termini di sicurezza, ma anche in termini di tutela degli interessi economici nazionali, sviluppando una capacità eterogenea su base geografica ma specifica in alcuni Paesi. L intelligence italiana è in grado di agire bene in alcuni contesti, ma non abbiamo una capacità di espanderla in altre aeree. Fondamentalmente per due motivi che espongo di seguito. Limiti della politica L intelligence italiana deve scontare i limti della politica. Il primo limite per espandere l intelligence è di carattere economico. Ossia alla difficoltà di sostenere lo sforzo economico necessario a garantire la crescita della struttura, non per limiti della struttura. Ma a parte questo, i limiti allo sviluppo dell intelligence sono di carattere politico: si tratta di un ostacolo di fondo del nostro Paese, devuto alla incapacità di pianificare a livello politico la nostra azione in termini di intelligence nel mondo. Questa incapacità politica di fondo è il vero ostacolo. Spesso, a livello politico, si confondono interessi che non sono i nostri e li trasformiamo in interessi nazionali quando, in realtà, sono legati ad esigenze del momento, come alcune delle missioni che abbiamo dovuto gestire all estero. Si disperdono così capacità acquisite o si richiede lo sviluppo di altre capacità in aree dove tradizionalmente non siamo mai stati chiamati ad avere un ruolo o non abbiamo mai avuto alcun interesse concreto, non ultimo ritengo il caso dell Afghanistan. 17

18 Il caso dell Afghanistan Questo non toglie che l intelligence italiana abbia sviluppato una discreta conoscenza e capacità di valutazione dell Afghanistan. Ma, ad onor del vero, bisogna dire che l Afghanistan prima del 2001 era un non problema per noi italiani. Penso che gli ultimi accordi commerciali risalissero agli anni Sessanta ed erano del tutto marginali. Non avevamo interessi diretti, né interessi relativi alla sicurezza nel Paese, abbiamo dovuto di fatto creare l insieme delle attività di intelligence connesse alle esigenze della missione non dico totalmente ex novo, ma quasi. Si è posto, ad esempio, il problema di non avere esperti linguisti, con la conoscenza del posto, di non avere una capacità immediata di analisi sulla estremamente frammentata realtà sociale, religiosa ed etnica del Paese. Sottraendo in questo caso risorse non solo economiche, ma anche umane, ad altre aree dove invece potevano forse giocare un ruolo più importante per gli interessi nazionali e dove avevamo una capacità già consolidata nel tempo. Il Nord Africa e la capacità di previsione dell intelligence Vorrei spendere ancora alcune parole per trattare invece dei fatti che ci hanno riguardato più da vicino in questi anni in relazione al Nord Africa. E qui ripartirei sulla famosa polemica relativa alla capacità o incapacità previsionale del comparto, della ricerca civile e militare di questi fenomeni. Non parlerò per la componente civile, mi limito invece ad un giudizio sulla componente militare di intelligence sulla regione. Non ritengo che sia stata una débâcle dell intelligence. Tutti questi Paesi del Nord Africa erano ben monitorati e dalla nostra intelligence erano ben conosciute le dinamiche di crisi che li interessavano. L instabilità di fondo che interessava la gran parte di questi regimi non era certo un segreto per l Aise. Come non era un segreto che la Cirenaica fosse in subbuglio e che la parte orientale della Libia fosse stata interessata da una sistematica azione ostile da parte del governo centrale di Tripoli, con una serie di moti che avevano nel corso del tempo interessato la regione. Si deve aggiungere che gli eventi si sono generati con una velocità estrema. Non credo che nessuno possa chiedere al nostro, o ad altri servizi di intelligence, di avere capacità previsionali di questo tipo. Si possono seguire le evoluzioni, conoscere i dati, ma non si può prevedere che, per esempio, in un certo periodo, il presidente del Bahrain cadrà. Esiste un insieme di variabili talmente ampie e complesse che non fa parte e non deve essere parte del lavoro dell analista di intelligence fare questo tipo di formulazioni. L analista di intelligence può fare formulazioni di scenario. Può indicare che cosa può accadere in positivo o in negativo in un determinato periodo, indicando delle priorità circa la possibilità che un evento possa maturarsi e in quale dimensione. Ma non possiamo pretendere di avere la data di una rivoluzione o del crollo di un sistema. Non è parte del lavoro di un analista. I nostri servizi di intelligence hanno un efficace capacità di analisi per quanto concerne soprattutto l area del Mediterraneo che è quella di diretto interesse, anche e soprattutto in relazioni a quelli che sono i nuovi fenomeni di rischio, quali i nuovi processi migratori. Da tempo avevano segnalato una serie di eventi e di episodi che, in un modo o in un altro, potevano ricondurre a delle fragilità nei sistemi politici locali. Se leggete i rapporti periodici presentati dalla nostra intelligence alla presidenza del Consiglio trovate molti di questi elementi, soprattutto in relazione all Egitto. Il fatto che ci siano state delle accele- 18

19 razioni nel processo e si siano determinati eventi esula da quello che deve essere il lavoro dell analista. Il caso della Tunisia Un ulteriore considerazione da svolgere è relativa ad un caso particolare:quello della Tunisia. La Tunisia è stata interessata da un processo di crisi particolarmente rapido e inaspettato per molti osservatori. E anche qui, non è per spezzare una lancia nei confronti di chi fa questo lavoro, non ultimi noi civili, ma va sottolineato che queste variabili sono effettivamente molto difficili, se non impossibili, da determinare. Se prendiamo il caso della Tunisia, si è verificata una accelerazione imprevedibile della crisi. Tra l altro, mi sento di ribadire che, per quanto riguarda l Egitto e la Tunisia, è errato parlare di rivoluzione ed è più appropriato parlare di rivolte. C è stato un insieme di fattori, in Tunisia, che ha subìto una accelerazione soprattutto in funzione del comportamento del presidente. È stato il carattere del presidente e l insieme delle sue azioni che ha determinato un insieme di eventi assolutamente imprevedibili. Di fatto, anche la caduta così repentina è stata determinata da un processo di crisi dettato essenzialmente dalla paura di trovarsi di fronte ad un plotone di esecuzione, rischio probabilmente neanche troppo reale, che però ha indotto il presidente della Tunisia ad abbandonare il campo ben prima del verificarsi di altri eventi che, solitamente noi come analisti dell intelligence, valutiamo per comprendere la dinamica di crisi di un processo. Quindi ci siamo trovati, di fatto, spiazzati da quella che è stata poi la conclusione degli eventi, proprio perché l accelerazione da parte di alcune variabili è stata tale da impedire ogni facoltà previsionale. In definitiva, non parlerei di una débâcle dell intelligence, ma di una impossibilità di prevedere alcune variabili nella dinamica tunisina. Per quanto riguarda proprio la situazione in Tunisia, va detto, anzitutto che è sia indubbio che l intelligence italiana ha avuto un ruolo nell ascesa di Zine El-Abidine Ben Ali. Questo non vuol dire che durante il periodo del suo governo i rapporti siano rimasti uguali. Soprattutto negli ultimi dieci anni ci sono stati degli irrigidimenti tra l Italia e la Tunisia, a diversi livelli, e la capacità manifestata all epoca della transizione da Habib Bourguiba non dico sia andata persa, ma è mutata radicalmente nel corso di un recente passato. Questo non implica necessariamente una capacità dell intelligence di conoscere i fattori. Non vorrei neanche che fosse confuso con il fatto che non si parlava mai di Tunisia nel Paese e quindi vuol dire che non ne sapevamo niente. Non se ne parlava mai perché, di fatto, non se ne poteva parlare proprio in virtù del rispetto di una serie di accordi taciti con il governo. La Tunisia credo che sia stata una delle dittature più rigide del Mediterranee fino a poco tempo fa. Posso dire che nelle relazioni che noi abbiamo avuto con i nostri interlocutori tunisini raramente ho visto persone così terrorizzate come i tunisini. Neanche gli iraniani, neanche i sauditi erano così intimoriti nell affrontare temi relativi alla loro politica nazionale. La Libia Per quanto riguarda il resto del Nord Africa, non ultimo il caso della Libia, ritengo che i dati in possesso dell intelligence, ma non solo da parte dell intelligence, fossero allarmanti già da tempo. Non si prevedeva una escalation così rapida e così violenta come poi si è verificata, come la fine di Gheddafi, ma gli indicatori erano particolarmente critici all interno della compagine di governo, mentre fattori esogeni al sistema, come eventi di Pae- 19

20 si vicini che non potevano essere previsti, hanno determinato l accelerazione di un processo anche in Libia. Che cosa hanno fatto quindi i nostri servizi? Hanno reso un servizio al Paese o sono stati inutili come su alcuni organi di stampa è stato scritto? Io ritengo che il ruolo sia stato efficace. Alcune informazioni erano ben note ed erano già in possesso delle autorità. Andrei, caso mai, ad individuare anche una responsabilità politica. E andrei ad individuare la capacità di trasformare in azione gli inputs che i decisori politici ricevono da parte degli organi di intelligence. Se una o più forze politiche, e non parlo solo dell Italia ma dell Europa in generale, avesse giocato d anticipo cercando di forzare una transizione per quanto obtorto collo al potere in Libia, esercitando una pressione che invece non c è stata, probabilmente non saremmo arrivati ad un epilogo di quel tipo. Ma identifico questo più in una responsabilità politica non solo nostra, italiana, ma europea in modo particolare anche se gli Stati Uniti non credo abbiano brillato molto in termini di soluzioni politiche, non dico di analisi di intelligence. L intelligence ha condotto, come fa di solito, un lavoro sistematico di indagine. Sugli aspetti della crisi libica è pervenuta ad una conoscenza sufficientemente approfondita di ciò che stava accadendo e della rete di contatti necessaria per gestire quel tipo di eventi. Ma non basta una buona conoscenza e analisi di intelligence. La conclusione di ciò che vorrei dire è che non è sufficiente disporre di una struttura moderna, motivata, equipaggiata e capace: c è bisogno di un sistema politico che la supporti, la incoraggi e soprattutto la indirizzi. Intelligence e grandi aziende Per quanto riguarda le grandi aziende italiane presenti in queste aree e i loro rapporti con l intelligence economica, ma anche politica, vorrei citare solo un esempio, quello dell Eni. L Eni ha fatto intelligence per tanto tempo ed è stata una vera potenza. L Eni era fino a quindici anni fa una organizzazione i cui dirigenti nei vari Paesi erano, per così dire, dei viceré. Venivano ricevuti al solo bussare della porta e spesso e volentieri avevano una capacità e un ruolo che, in alcuni casi, nemmeno la diplomazia riusciva ad avere. È stata una struttura veramente potente e capace. Sicuramente retaggio dell esperienza di Mattei e di una fortuita coincidenza politica. Ovvero l incapacità politica di gestire alcune cose che ha consentito di mandare l Eni in avanscoperta e, di fatto, ha trasformato l Eni in una potentissima struttura. C è da dire che l Eni di quel tempo è finita. Non è più così. L Eni ha subito una profonda modificazione all interno della sua struttura. Rimane una realtà importante e molto brillante in alcuni Paesi, ma temo che non abbia più quella capacità di acquisire informazioni, di gestire relazioni sul territorio come aveva all epoca. La grande differenza dell Eni di allora rispetto ad oggi è che i suoi uomini stavano anche per quindici, vent anni, nei vari Paesi assegnati e pervenivano ad una grande conoscenza del territorio. Oggi non esistono più manager con questa esperienza in Eni. Un tempo erano veramente persone che conoscevano vita, morte e miracoli dei Paesi in cui erano assegnati. Avevano delle relazioni dirette e spesso di amicizia con i vertici politici istituzionali e non si facevano alcun problema ad interagire con ogni livello della gerarchia politica ed economica dei Paesi in cui agivano. Oggi per scelte che hanno interessato tutte le grandi aziende, non credo che esistano più strutture con questo tipo di expertise, con questo tipo di capacità. L ultimo forse è stato l uomo di Exxon Mobil a 20

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