RASSEGNA STAMPA 16 GENNAIO

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1 RASSEGNA STAMPA 16 GENNAIO Bankitalia: «Pil a picco nel 2009» Tremonti: «Non è il Medioevo» Il Pil italiano crollerà del 2% nel 2009 prima di risalire di appena lo 0,5% nel La previsione è della Banca d'italia che segnala anche come «la dinamica del prodotto potrebbe essere ancora più negativa se prendessero corpo i rischi di un ulteriore indebolimento dell'economia mondiale». Dal Bollettino economico di via Nazionale emerge un quadro a tinte fosche: la recessione è destinata ad approfondirsi e prolungarsi. Il consuntivo 2008 è pesante: il prodotto sarebbe sceso dello 0,6% con un -1% nel quarto trimestre. I particolari della previsione. A dare il senso della gravità della crisi è il tonfo della produzione industriale. Nel quarto trimestre dell'anno scorso l'indice sarebbe caduto di circa il 6%. Nella media del 2008 il calo sarebbe stato intorno al 4%. «Si tratterebbe - rilevano i tecnici di Palazzo Koch - di uno dei peggiori risultati dal secondo dopoguerra; l'intensità del calo è sin qui simile a quella registrata nella crisi in cui, dopo un anno e mezzo, la contrazione dell'attività superò cumulativamente il 20%». E per il futuro poco spazio all'ottimismo: «I sondaggi congiunturali non lasciano intravedere una ripresa dell'attività manifatturiera a breve termine». In grave difficoltà anche l'export. Le vendite italiane all'estero si contrarranno di oltre il 5% nel 2009, per aumentare poi del 4% nel 2010, sulla scia della possibile ripresa degli scambi internazionali e di un lieve guadagno di competitività. La contrazione della domanda interna è destinata a intensificarsi quest'anno, riflettendo in particolare una caduta di oltre il 7% dell'accumulazione di capitale. I consumi, che rimarranno stagnanti, risentiranno meno delle condizioni cicliche avverse, grazie all'impatto favorevole della riduzione dell'inflazione sulla capacità di spesa delle famiglie. Inoltre, potrebbero beneficiare delle misure recentemente approvate dal Governo a favore delle famiglie meno abbienti. L'aumento della spesa in servizi e beni non durevoli compenserebbe il calo di circa il 4% degli acquisti di beni durevoli. Nel 2010, poi, con il miglioramento delle condizioni cicliche, i consumi tornerebbero a crescere a un ritmo appena inferiore a quello previsto per il Pil. Tremonti: «Torniamo al 2006, non è il Medioevo». «La verità storica è data, le previsioni sono esercizi congetturali, realistici ma si tratta sempre di previsioni». Lo ha dichiarato in conferenza stampa il ministro dell'economia Giulio Tremonti precisando che «siamo a gennaio, e vedere cosa succederà a dicembre è una previsione». Il ministro ha poi aggiunto che «c'è convergenza tra i dati Bankitalia, Ocse, Fondo Monetario Internazionale e Commissione Europea». «Torniamo al ha poi concluso Tremonti -, non mi sembra il Medioevo». La Bce taglia i tassi al 2% La Bce ha tagliato il costo del denaro di mezzo punto percentuale portando il tasso principale di Eurolandia dal 2,50% al 2%, al minimo storico segnato il 5 giugno del Lo ha deciso oggi il Consiglio direttivo dell'istituto centrale a Francoforte. La decisione era ampiamente attesa dal mercato. Alla luce della decisione odierna della Bce, il tasso sui depositi scende quindi all'1% e quello marginale al 3%. Il differenziale fra il costo del denaro negli Stati Uniti e quello nell' Eurozona si attesta sul 2%, tenuto conto che la Fed ha praticamente azzerato il tasso sui Fed Funds fissando un range compreso tra zero e 0,25%. Trichet: «Dati indicano peggioramento economia Ue». Per riparare i danni alle strutture del sistema finanziario globale «c'è ancora molto lavoro da fare»: è questa la posizione del presidente

2 della Banca Centrale Europea, Jean-Claude Trichet, espressa oggi a Strasburgo. In un discorso tenuto per celebrare i primi 10 anni dell'euro, Trichet ha spiegato come la crisi «abbia rivelato la fondamentale debolezza del sistema finanziario globale». Inoltre «gli ultimi dati disponibili relativi ai mesi di novembre e dicembre indicano un ulteriore peggioramento dell'economia di Eurolandia. La Cina sorpassa la Germania e diventa terza economia del mondo Finanzaonline.com /08:26 La Cina diventa la terza economia del mondo, dopo Stati Uniti e Giappone, rubando il posto alla Germania. Secondo i dati diffusi ieri dall'istituto cinese di statistica, il Pil di Pechino è salito nel 2007 del 13% a miliardi di yuan, la performance più forte dal Il salto ha permesso di superare la Germania. Tuttavia, in termini di ricchezza pro-capite le cose sono diverse. Infatti, se ad ogni tedesco corrispondono dollari sul 2007, ai cinesi sono andati solo dollari a testa. Bankitalia vede nero per il 2009, Pil -2%. Meno pessimista Tremonti 15/01/2009 L'economia italiana resterà in recessione anche nel 2009 facendo registrare un calo del Pil del 2%, con una ripresa nel 2010 a seguito del miglioramento del ciclo mondiale e degli scambi internazionali. E' la stima di Bankitalia contenuta nel Bollettino economico di gennaio. Per il 2008 il Pil è visto a -0,5% dopo la contrazione dell'1% registrata negli ultimi tre mesi dell'anno. In peggioramento anche il quadro di finanza pubblica con deficit/pil e debito 2008 in rialzo sul 2007 rispettivamente a 2,6% e sopra il 105%. La Banca d'italia vede inoltre la produzione industriale nel 2008 a -4% su anno in uno dei "peggiori risultati dal dopoguerra". "Valutiamo che, tenendo conto delle misure di sostegno alla domanda decise dal governo, il Pil si contragga del 2,0% nella media del 2009, per poi tornare a crescere dello 0,5 nel 2010", si legge nel Bollettino dove si precisa che la previsione "tiene conto della caduta, superiore alle attese, della produzione industriale nello scorcio del 2008, in particolare del dato di novembre, diffuso il 14 gennaio". Secondo Istat, in termini congiunturali la produzione industriale destagionalizzata ha fatto registrare in novembre un calo del 2,3% dopo il -2% di ottobre. "È presumibile che nel quarto trimestre del 2008 il Pil abbia subito una ulteriore contrazione, di poco superiore all'1% rispetto al trimestre precedente; se tale stima fosse confermata, nella media dell'anno il prodotto si sarebbe contratto dello 0,5%", aggiunge il Bollettino. Secondo Bankitalia poi "la dinamica del prodotto potrebbe essere ancora più negativa se prendessero corpo i rischi di un ulteriore indebolimento dell'economia mondiale. Prospettive meno negative potrebbero essere dischiuse da una piena ed efficace applicazione dei programmi per la stabilizzazione dei mercati finanziari e il sostegno della domanda aggregata, definiti e in corso di definizione nelle principali economie". "Alla luce dei dati attualmente disponibili, nel 2008 l'indebitamento netto delle amministrazioni pubbliche, dopo essere sceso per due anni consecutivi, dovrebbe essere aumentato di circa un punto percentuale del Pil rispetto all'1,6% del 2007", spiega il Bollettino. "Alla fine del 2008 il rapporto tra debito e Pil dovrebbe avere superato il 105% (104,1% nel 2007)".

3 Decisamente negative anche le stime sulla produzione industriale. "Gli indicatori disponibili per la parte finale del 2008 segnalano un nuovo, marcato deterioramento. Stimiamo che nella media del quarto trimestre l'indice della produzione industriale sia fortemente caduto", dice il Bollettino. "Si stima che nella media del quarto trimestre l'indice della produzione industriale, corretto per il numero di giorni lavorativi e per i fattori stagionali, sia disceso di circa il 6%", dice ancora la banca centrale e aggiunge: "Nella media del 2008 il calo sarebbe stato intorno al 4%. Si tratterebbe di uno dei peggiori risultati dal secondo dopoguerra; l'intensità del calo è sin qui simile a quella registrata nella crisi del in cui, dopo un anno e mezzo, la contrazione dell'attività superò cumulativamente il 20%". L'Istat ha fornito ieri i dati della produzione industriale destagionalizzata a novembre che ha registrato una contrazione del 2,3% su mese (dal -2% di ottobre), con un dato corretto per calendario su anno in flessione del 9,7% (calo maggiore dall'inizio delle serie storiche nel gennaio del 1991). Facile prevedere gli effetti negativi di questa pesante situazione economica. ''Il credito bancario cresce a tassi ancora sostenuti ma e' in rallentamento, riflettendo una domanda di finanziamenti da parte di imprese e famiglie resa piu' prudente dalla recessione''. E' quanto sottolinea la Banca d'italia secondo cui ''il rallentamento del credito e' piu' intenso nei confronti delle piccole imprese''. Meno pessimista nell'analisi e nelle possibili conseguenze in ministro del Tesoro, Giulio Tremonti. "Una riduzione del Pil del 2% vuol dire che torniamo ai livello del 2006, mica al Medioevo. Troppi guardano il dito e non guardano il cielo". Tremonti e' tornato con queste parole sulla previsione di Bankitalia di una contrazione del Pil nel 2009 pari al 2%. La dichiarazione di Tremonti giunge dopo la pubblicazione del Bollettino di Bankitalia. In precedenza il ministro aveva definito "congetture" le stime che si possono elaborare adesso sul Banche: Sarkozy, stop bonus a manager 15/01/ "Chiedo alle banche di prendere nuove iniziative e di sospendere nel 2009 la parte variabile delle remunerazione dei propri dirigenti relativa ai risultati del 2009". E' l'appello del presidente francese, Nicolas Sarkozy, ai vertici degli istituti transalpini. Sarkozy ha annunciato inoltre di aver conferito al ministro dell'economia, Christine Lagarde, l'incarico di "studiare le condizioni" per un nuovo "intervento dello Stato" a sostegno delle banche. Il monito di Trichet: evitiamo la «trappola della liquidità» a cura di Alberto Annicchiarico Il Consiglio direttivo della Banca centrale europea ha tagliato di 50 punti base il tasso d'interesse di riferimento di Eurolandia, scendendo così dal 2,5 al 2 per cento. Una mossa ampiamente preventivata dal mercato e comunque resa possibile dal calo dell'inflazione, i cui rischi sono adesso nuovamente equilibrati. Anche se la congiuntura negativa non fa dormire sonni tranquilli e le manovre espansive in corso potrebbero in futuro riaccendere la corsa dei prezzi. «Dopo la decisione di oggi - ha dichiarato il presidente della Bce, Jean-Claude Trichet durante la

4 tradizionale conferenza stampa a Francoforte - consideriamo i rischi per la stabilità dei prezzi ampiamente bilanciati nel medio termine». Secondo Trichet, l'inflazione dovrebbe proseguire nella discesa durante i prossimi mesi, per poi iniziare a risalire da metà Trichet ha aggiunto che la decisione odierna è stata presa all'«unanimità» e che la Bce continuerà «a monitorare la situazione molto da vicino». Il numero uno dei banchieri centrali europei ha detto che non ci saranno nuovi ritocchi dei tassi in febbraio, una scadenza troppo ravvicinata per cambiare ancora le carte. «L'appuntamento più importante per la politica monetaria» dell'eurozona, ha chiarito Trichet, sarà la riunione della Bce «in programma a inizio marzo, quando avremo a disposizione nuovi elementi e le nuove proiezioni messe a punto dal nostro staff». Trichet non ha mancato di sottolineare i rischi di un taglio eccessivo del costo del denaro. «Non è nostra intenzione ritrovarci in una trappola della liquidità», ha spiegato il presidente dell'eurotower riferendosi al rischio di tagliare i tassi di interesse eccessivamente creando così le condizioni per una liquidità eccessiva nel sistema, tale da produrre una nuova fiammata delll'inflazione. «L'esperienza ci insegna - ha aggiunto - che una volta entrati nella trappola della liquidità, poi è molto difficile uscirne». Niente corse al ribasso, quindi, con Stati Uniti e Giappone. Il punto è che Francoforte prevede un peggioramento del quadro economico nell'area euro rispetto alle ultime previsioni. Così «la Bce - questa l'analisi di Trichet - sta anticipando un ulteriore deterioramento della congiuntura» proprio con il taglio dei tassi di oggi. La Banca centrale europea, ha proseguito il presidente, ha accolto con favore i piani di sostegno all'economia varati nell'area euro, ma queste manovre aggiungono «notevoli fardelli alle finanze pubbliche di molti Paesi». Quindi, si ripercuoteranno con incrementi dei deficit «da invertire il prima possibile», ha avvertito il presidente della Bce, perché altrimenti «colpiranno le generazioni future». Come regolarsi allora? «Si possono usare i margini previsti dal Patto di stabilità e di crescita per i tempi di crisi, ma solo quelli», ha chiarito Trichet. In ogni caso, riguardo alle prospettive il numero uno dell'eurotower ha precisato che i tassi sulle operazioni di rifinanziamento al 2% sono a un livello molto basso che non è, tuttavia, il limite ultimo. Per le future decisioni sui tassi di interesse «siamo aperti a tutto, ma per adesso non abbiamo assolutamente nessun orientamento», ha chiosato il presidente dell'eurotower. Complice l'apertura di Trichet all'ipotesi di futuri nuovi tagli dei tassi, sui mercati valutari l'euro è sceso fino a segnare un nuovo minimo di seduta a 1,3054 dollari a metà pomeriggio. Le reazioni di Confindustria e del Governo Nella riduzione dei tassi la Bce «appare in ritardo» anche se l'interbancario si sta normalizzando grazie alle aspettative di ulteriori tagli. È il Centro Studi di Confindustria a commentare così, nella Congiuntura Flash, l'azione della Banca centrale europea in questo momento di crisi economica. La Banca d'inghilterra, si legge nel bollettino, ha portato i tassi al minimo storico (1,5%), mentre tra i paesi emergenti, dopo i ribassi cinesi, taglia di 1 punto l'india. La Federal Reserve li ha azzerati, mentre la Bce dal 2,5% li ridurrà di almeno un altro punto entro la metà 2009 visto il calo dell'inflazione. Più positivo il commento del ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola. «La riduzione del tasso di sconto dello 0,50% da parte della Bce e la conferma dell'inflazione di dicembre al 2,2% da parte dell'istat - ha dichiarato il ministro - indicano che si sta procedendo sulla strada del raffreddamento della dinamica dei prezzi, delle tariffe e degli interessi sui crediti e sui mutui immobiliari. Ciò rappresenta un sostegno per le imprese e un sollievo per le famiglie, soprattutto quelle a reddito fisso, che vedono crescere il proprio potere d'acquisto rispetto ai mesi scorsi e possono dunque mantenere il proprio stile di vita e di consumo».

5 15 gennaio 2009 Deutsche Bank, il numero uno Ackermann dimesso dopo il malore Il numero uno di Deutsche Bank, Josef Ackermann, ricoverato mercoledì sera in ospedale per un malore, è stato dimesso giovedì in tarda mattinata. La prima banca commerciale tedesca aveva annunciato la prima perdita annuale della sua storia pari a 3,9 miliardi di euro. L'annuncio aveva trascinato le contrattazioni dei titoli dell'istituto al ribasso a -7,72%, attestandosi a 22,1 euro in chiusura sulla borsa di Francoforte. Stamani il titolo, in leggera ripresa, ha guadagnato l'1,3 per cento. «Fino al quarto trimestre eravamo riusciti a fronteggiare la crisi abbastanza bene - aveva commentato ieri Ackermann - ma a settembre il crollo di Lehman Brothers ha trascinato la crisi in una fase più acuta». Proprio ieri, dopo l'ingresso in Commerzbank, lo Stato tedesco è entrato nel capitale di DB attraverso una quota dell'8% acquisita da Deutsche Postbank, controllata pubblica per il 31 per cento. L'istituto guidato da Ackermann acquisterà in una prima fase il 22,9% di Postbank. L'ingresso dello Stato in Deutsche Bank era stato annunciato da indiscrezioni stampa nei giorni scorsi. Dietro l'operazione alcuni commentatori hanno visto l'intenzione di aiutare la nascita di un nuovo grande polo bancario nazionale in un momento di grave crisi finanziaria ed economica. Riguardo alla perdita di bilancio il contesto di crisi generale si è fatto sentire in maniera particolarmente accentuata sulle «attività sul mercato del credito, sui prodotti derivati e sull'azionario». In ogni caso Deutsche Bank prevede di versare comunque un dividendo per il 2008, pari a mezzo euro per azione. Inoltre la banca ha affermato di aver «considerevolmente ridotto» la sua esposizione sui crediti a rischio, che dagli 11,9 miliardi della fine del terzo trimestre sono ora diminuiti a sono un miliardo. 14 gennaio Lavoro: 1,9 milioni di disoccupati nel 2009 di Redazione Dalle stime di Confcommercio e Confindustria emerge che nel 2009 ci saranno 1,9 milioni di disoccupati, come picco massimo, rispetto a poco più di 1,5 milioni nella media del Possibili ripercussioni negative per i consumi. In aumento le spese per vacanze e tempo libero, in calo quelle per le auto Roma - Nel 2009 ci sarà un vero e proprio boom di disoccupati. È quanto emerge dalle stime di Confcommercio e Confindustria. Secondo l associazione degli industriali nell anno in corso il livello di disoccupati arriverà all 8,4% mentre secondo Confcommercio quest anno quelli che hanno perso il lavoro toccheranno il numero di 1,9 milioni, un picco massimo rispetto a poco più di 1,5 mln nella media del L associazione prevede dunque per il 2009 e il 2010 un incremento inferiore all 8%. Se il dato dovesse però superare la soglia dell 8%, questo "implicherebbe una riduzione del reddito disponibile reale che impatterebbe sui consumi e questo potrebbe indurre a rivedere al ribasso le previsioni". Frenata dei consumi Confcommercio stima per quest anno un ulteriore frenata dei consumi: dopo il calo registrato lo scorso anno (-0,7%), scenderanno ancora dello 0,7%. Leggero miglioramento invece nel 2010, quando la spesa delle famiglie resterà ferma allo 0%. Confcommercio ha reso noto che la stazionarietà dei consumi durerà per i primi due trimestri del Dal confronto dei primi dieci mesi del 2008 con lo stesso periodo del 2007, spiega il responsabile uffici studi Confcommercio Mariano Bella, "non c è un settore che tiene e il 2008 sarà uno degli anni peggiori".

6 L'importanza della fiducia Per il futuro molto dipenderà dal clima di fiducia: "Se continuerà la tendenza negativa - ha spiegato Bella - nel 2009 vedremo al ribasso le nostre previsioni e quindi potremmo avere una riduzione dei consumi". Più vacanze, meno auto In particolare, le famiglie italiane, nel 2009 e nel 2010, spenderanno di più per le vacanze e per il tempo libero, mentre saranno più restie ad investire nell acquisto di un auto nuova. E tale tendenza si è già evidenziata l anno scorso durante il quale il mercato dell auto europeo ha chiuso il 2008 in calo dell 8,4% rispetto al In questo contesto, Fiat Group Automobiles, si è posizionata al quinto posto nella classifica dei costruttori, migliorando la quota all 8,3% nell anno. Buoni i risultati ottenuti in Francia e Germania. Il calo è generalizzato su tutti i principali mercati: oltre al -13,4 per cento dell Italia, perdono volumi la Germania (-1,8 per cento), il Regno Unito (-11,3 per cento) e la Spagna (-28,1 per cento). Solo la Francia contiene le perdite, segnando lo 0,7 per cento in meno rispetto al Inflazione C è infine da segnalare che sempre nel 2008 il tasso di inflazione è risultato pari al 3,3%, di 1,5 punti percentuali più elevato rispetto all anno precedente. Lo ha evidenziato l Istat spiegando che a dicembre, si è attestata sul 2,2% mentre a novembre è stato del 2,7%. «Sì a incentivi, ma per i consumatori» di Redazione «Determinanti per risollevare il Paese e, di conseguenza, ridare slancio alla produzione industriale sono gli investimenti nel settore ferroviario (nella foto, Mauro Moretti, amministratore delegato di Fs). Una rete su rotaia più efficiente, grazie all iniezione di maggiori risorse, farà sicuramente da volano a molti settori, come la tecnologia e l acciaio. Ma anche le energie rinnovabili sono in grado di dare un impulso decisivo all economia». Guidalberto Guidi, presidente di Confindustria Anie, l associazione delle imprese elettroniche ed elettromeccaniche, e Confindustria Ancma (moto, ciclo e accessori), nonché padre di Federica Guidi, numero uno dei giovani imprenditori, è convinto che la pesante situazione economica evidenziata anche dal crollo della produzione industriale ha radici lontane. «Questa crisi - afferma l industriale - è datata 1970, quando si è cominciato a pensare di poter vivere al di sopra delle possibilità offerte dal Paese. Tutto questo si è così scaricato sul debito pubblico. All arrivo dell euro, poi, non si è preso atto della situazione. E adesso ne paghiamo le conseguenze. In pratica, siamo di fronte a una crisi industriale di competitività che si è saldata con quella finanziaria di origine americana». E adesso che cosa accadrà? «Temo che i dati sulla produzione peggioreranno: da ottobre è come se ci trovassimo sull orlo di un burrone. Si è persa ogni visibilità per quanto riguarda i programmi futuri». Dunque, non se la sente di azzardare previsioni. «Non so quando si uscirà dalla crisi. Molte aziende non hanno ancora riaperto i battenti per cause di forza maggiore. So solo che entreremo in un mondo diverso, in un territorio senza mappe». Anche il settore dell elettronica è colpito duramente? «A novembre sono stato registrati cali della produzione a due cifre. Per esempio, l informatica si distingue per un meno 41,7 per cento. È un settore, quello rappresentato dall Anie, che in Italia riguarda società e fattura 60 miliardi di euro. Come vede, non c è settore che si salva». Il decreto anticrisi varato dal governo ha portato benefici? «Il governo si è mosso bene allo scopo di ridare fiducia al Paese. La risposta alla tempesta finanziaria è stata rapida, chiara e concreta. Non dimentichiamo che solo poco tempo fa c era già la corsa a ritirare i soldi dalle banche». Che cosa l ha colpita di più in questi giorni? «Sono un attento lettore delle cronache provinciali e ho appreso che una nota azienda della ceramica di Sassuolo è entrata, cosa veramente unica, in liquidazione volontaria. Ha 800 dipendenti che, con l indotto, salgono a più di 2mila». Ma qualcosa, a livello industriale, riuscirà in qualche modo a emergere e a fungere da esempio? «Negli ultimi 5 o 6 anni il comparto delle piccole e medie aziende, quelle che fatturano da 20 a 250 milioni, ha fatto passi da gigante in maniera silenziosa, e sudando lacrime e sangue. Sono state protagoniste di una trasformazione epocale, multilocalizzando le proprie attività. I vantaggi

7 di cui ora cominciano a beneficiare riguardano il costo del lavoro e la possibilità di sfruttare al meglio la presenza nei nuovi mercati. Aziende come queste fanno ben sperare in una ripresa, anche se - ribadisco - non so quando». Il sistema auto è quello più colpito dalla crisi. Si chiedono incentivi capaci di risvegliare il settore dal coma. «Come presidente anche di Confindustria Ancma credo che la necessità di agevolazioni debba essere estesa anche alle moto. E lo stesso discorso vale per il comparto degli elettrodomestici. Bisogna puntare sul rinnovamento tecnologico e sulla ricerca di una sempre maggiore efficienza con ricadute positive a livello dei consumi e del rispetto dell ambiente. Un refrigeratore in vendita oggi consuma, per esempio, un decimo di quello che dieci anni fa occorreva per farlo funzionare». E a chi devono essere concessi questi incentivi? «Non alle imprese, ma ai consumatori». L Ue che ruolo dovrebbe avere in proposito? «Bruxelles dovrebbe coordinare questa politica di agevolazioni. Ogni Stato, poi, dovrà decidere che cosa fare, ma sempre in una chiave di rinnovamento tecnologico e ambientale». Unicredit: nuove scosse dal caso Madoff Seduta all'insegna dell'incertezza per Unicredit. HSBC oggi e' uscita con un report in cui ha ridotto la raccomandazione sul titolo da overweight a neutral, ma la notizia con il maggior potenziale negativo e' sicuramente quella riguardante gli effetti del crack Madoff. Sembra infatti che una societa' di investimeno basata in un paradiso fiscale caraibico abbia presentato la richiesta per l'avvio di una class action nei confronti della societa' dell'ex presidente del Nasdaq e delle societa' e fondi Unicredit coinvolti nella vicenda. Secondo indiscrezioni il coinvolgimento di Unicredit, mediante i fondi della controllata Pioneer Alternative Investments e l'austriaca Bank Medici (partecipata al 25%), potrebbe essere quantificato in ben 805 milioni di euro, pari all'esposizione dei clienti che potrebbero aderire alla class action. Quando venne a galla il caso Madoff, Piazza Cordusio comunico' che il coinvolgimento diretto tramite Pioneer era pari a 75 milioni. Oltre a queste incognite, in questi ultimi giorni abbiamo assistito anche a una serie di movimenti che potrebbero avere effetti importanti a livello di governance e di assetto dell'azionariato. Ricordiamo infatti la rapida trasferta dell'a.d. Alessandro Profumo ad Abu Dhabi, dove sembra che si sia incontrato con i rappresentanti del fondo sovrano Aabar Investment Company al fine di convincerli a valutare l'ipotesi di ingresso nel capitale di Piazza Cordusio. Le pesanti perdite subite dal titolo in borsa negli ultimi mesi hanno infatti sfilacciato l'azionariato della banca, soprattutto a causa delle vendite dei fondi comuni, ragion per cui Profumo starebbe cercando di rafforzare il nucleo stabile di azionisti. Per quanto riguarda la governance, circolano voci relative al possibile defenestramento del presidente Dieter Rampl a favore di un manager italiano (si fa il nome di Gianfranco Gutty). Sarebbe la Fondazione CR Verona, primo azionista di Unicredit con il 5% circa, a spingere per questa soluzione. Rampl potrebbe pero' trovare un alleato nella Fondazione CR Torino, che non sembra disposta a lasciare troppo campo agli scaligeri. (SF) Bce: tassi al 2% ma i pericoli sono ancora troppi Indietro tutta. Con il taglio del tasso di riferimento al 2% Jean Claude Trichet, presidente della Banca centrale europea, ha riportato il costo del denaro dell'eurozona ai livelli del Si tratta di una manovra ampiamente scontata dal mercato nei giorni passati, ma che comunque indica bene le preoccupazioni dell'eurotower per la crisi in corso. In questi mesi "le tensioni si sono sempre più riversate dal settore finanziario all'economica reale", ha evidenziato Trichet. Tutti i segnali indicano un forte rallentamento dell'economia dell'eurozona e del mondo. La Bce ha, però, l'intenzione di monitorare ancora con molta attenzione l'andamento

8 dei prezzi. La svalutazione delle materie prime ha alleggerito le pressioni inflazionistiche ponendo le condizioni per una futura ripresa. Verso la fine del 2009 i prezzi delle commodities dovrebbero però ricominciare a crescere. Nel guado si ritrova il pericolo di un'inflazione troppo bassa a metà dell'anno con il pericolo di una successiva fiammata dei prezzi: una circostanza che la Bce vuole evitare. Trichet non ha negato la possibilità di ulteriori tagli al costo del denaro, anche se, è probabile che una simile decisione non venga presa a febbraio per lasciare all'economia il tempo di reagire. Lo scenario rimane, comunque, fortemente incerto. Fra gli osservatori nessuno si nasconde che il differenziale con i tassi statunitensi è ancora troppo alto - a due punti percentuali visto che i tassi Usa sono stati azzerati - tuttavia, secondo Trichet, bisogna assolutamente evitare la cosiddetta trappola della liquidità, ossia la situazione in cui un livello troppo basso dei tassi d'interesse scoraggia i risparmiatori dall'investimento in titoli inducendoli a mantenersi liquidi. Nella manovra odierna della Banca centrale europea rimane, però, da evidenziare un altro punto. Il taglio più vigoroso della Bce è stato, infatti, quello ai tassi sui depositi che sono scesi all'1 per cento. Si tratta di una manovra che vuole incoraggiare le banche a riversare il loro denaro sulle imprese e nell'economia Ue. Uno dei più grandi problemi dell'attuale congiuntura e degli interventi pubblici in questo periodo è, infatti, quello di garantire che i finanziamenti al mondo del credito si travasino nell'economia reale e non vengano catturati e trattenuti dalle banche in crisi. Il finanziamento alle imprese è, infatti, peggiorato in molti casi nonostante le palate di soldi garantite dalle istituzioni agli attori del mercato. Senza credito a imprese e famiglie la traiettoria della crisi è però destinata a trasformarsi in una frusta che finirebbe per colpire anche le banche. Un'altro scoglio che i timonieri dell'economia devono assolutamente evitare. (GD) DEMOCRAZIE MAFIOSE il potere dei partiti Il titolo in alto a sinistra, a pagina 28 de l Economist, colpisce come una lama affilata: Scuola di scandalo!. Sottotitolo: Una triste lezione che dimostra che lo scandalo non è una prerogativa della destra.... Guardo bene la data, convinta di avere preso, nella fretta, una vecchia copia del settimanale dalla mia collezione, forse un numero del e invece no, la data riportata in copertina è gennaio 10-16, Penso alle centinaia di migliaia di lettori, in giro per il mondo, e al giudizio che ne trarranno sul nostro Paese. Qualcuno, forse, proverà un deja vù dal gusto amaro... Ma questa seconda Repubblica Italiana, nata sulle ceneri della prima, non doveva creare ben altri scenari? I nuovi partiti, sia di destra che di sinistra, nati dopo il ciclonemanipulite, non avevano fatto un vanto del problema morale? Non avevano scelto di essere rappresentativi di un nuovo modo di fare politica, più vicino ai cittadini, e più distante dai cosiddetti Poteri Forti, dotati più o meno di Cupole! I candidati Premier di tutti gli schieramenti, alle ultime, e recenti elezioni politiche hanno tutti giurato di essere, loro sì, del tutto estranei a tali Poteri/Cupole, ed anzi, se ne sono dichiarati chi vittima (ad esempio Berlusconi), chi nemico (ad esempio Di Pietro, ma anche Veltroni). E allora, che cosa è successo, se la quantità degli amministratori locali indagati, o addirittura arrestati, sia al sud, che al nord (Napoli e Genova, ad esempio) ha numeri da punteggi tennistici? Tutto questo potrebbe sembrare solo vagamente ridicolo, se non fosse in gioco il futuro del nostro Paese e la sua immagine internazionale. Ma chi parla di Cupole e Poteri Forti è davvero convinto di quello che dice? Chiedo di più: è davvero convinto di quello che pensa? E chi legge, chi ascolta, che opinioni si può fare? Cerchiamo allora di analizzare il reale significato delle affermazioni de l Economist, affermazioni, purtroppo vere, ma non più accettabili. È necessario un cambiamento forte, un cambiamento vero, ma non di etichette politiche: un cambiamento di mentalità!

9 Consiglio a tutti la lettura di un libro, dal titolo ben poco rassicurante: Democrazie Mafiose. Scritto nel lontano 1971 da Panfilo Gentile, acuto professore di Filosofia del Diritto, riscoperto recentemente da Gianfranco de Turris e Sergio Romano, che ne hanno curato rispettivamente introduzione e prefazione. Democrazie Mafiose è un opera tragicamente significativa. Già dal sottotitolo il lettore inizia a comprendere la sconcertante verità da esso narrata, recita infatti così: l altra faccia del sistema democratico: come i partiti mantengono il potere. Cosa sono allora le democrazie mafiose di cui Gentile parla, e che cosa hanno a che fare con Cupole e Poteri Forti?... le democrazie mafiose sono rappresentate da quei regimi che, nel quadro delle istituzioni democratiche tradizionali (volontà popolare, governo rappresentativo, accettazione delle decisioni di maggioranza e rispetto delle minoranze), riescono ad esercitare il potere, e a conservarlo, attraverso il sistematico favoritismo di partito. In altri termini le democrazie mafiose sono regimi di tessera, né più né meno dei veri e propri regimi totalitari. La differenza fra i due sistemi è che nei regimi totalitari vi è una tessera unica, mentre nelle democrazie mafiose sono consentite più tessere; ma siccome si tratta di tessere confederate al vertice, si tratta pur sempre di un unica tessera: quella o quelle privilegiate di coloro che stanno al potere. Infine: la tessera del potere. Nel recente passato la parola partito è scomparsa dalla definizione di quasi tutte le formazioni politiche: si è parlato di Margherita, Alleanza Nazionale, Forza Italia, democratici di Sinistra, Lega Nord, Italia dei Valori ecc... ma le cose, rispetto a come le descriveva Gentile nel 1971, vi sembrano poi così cambiate? E i meccanismi delle cosiddette elezioni Primarie, o delle nomine dei Candidati al Parlamento attraverso asettiche riunioni delle Segreterie vi sembrano così distanti da quelle stesse logiche? E a chi si riferiscono veramente i candidati, quando accusano Cupole e Poteri forti? Forse ai partiti stessi che li hanno espressi? Isabella De Martini L ORIENTE E IN ROSSO Gli effetti della crisi stanno colpendo violentemente la Cina A differenza di quello che autorevoli autori avevano previsto, se l Occidente piange amaramente sulla crisi, l Oriente non se la ride. Anzi, la crisi internazionale ha colpito con violenza in Cina, dove le imprese manifatturiere del sud sono state costrette a licenziare migliaia di operai. Per molti degli immigrati che dall inizio della settimana stanno ritornando nei loro luoghi d origine per le tradizionali vacanze del Capodanno lunare (che si festeggia il prossimo 26 gennaio) il viaggio sarà di sola andata, e da festeggiare ci sarà molto poco. Il Governo cinese, attraverso una serie di articoli pubblicati dalla stampa ufficiale del regime, ha confermato pubblicamente, di temere un aumento dei casi di proteste di cittadini contro i licenziamenti e gli espropri di terra, già oggetto di violente contestazioni di massa negli anni passati. Situazione allarmante se si riflette sul fatto che l altro anno, nel 2007, il Pil cinese aveva superato quello della Germania e Pechino era diventata la terza potenza economica mondiale alle spalle di Washington e Tokio. Adesso, invece, le esportazioni, motore negli anni passati dello straordinario boom economico cinese (e terrore dei produttori di casa nostra), sono diminuite in dicembre per il secondo mese consecutivo. Lo indicano i dati diffusi da una fonte autorevole, le dogane cinesi. Si conferma così una tendenza che si era già manifestata chiaramente nel mese di novembre. Nell ultimo mese del 2008 il calo è stato del 2,8% su base annua, rispetto al 2,2 del mese precedente. Anche in dicembre, per di più, le importazioni sono crollate, facendo registrare un -21,3% e provocando l ennesimo aumento del surplus commerciale della Cina, salito a 39 miliardi di dollari. Giova ricordare che circa il 50% dei prodotti esportati dalla Cina vengono semplicemente assemblati nel Paese, e tutte le loro componenti vengono importate dall estero. Il declino delle esportazioni, quindi, si riflette automaticamente sul livello delle importazioni. E il brusco rallentamento di queste ultime ha avuto come effetto quello di far crescere l avanzo commerciale portando le riserve a crescere nell anno appena trascorso di 417,8 miliardi di dollari, cioè del 27,3%. Complessivamente ad oggi le riserve in valuta straniera, stando ai conti della banca centrale cinese, hanno toccato il livello record di miliardi di dollari. Ricchissimi ma parsimoniosi i cinesi, che non hanno ammortizzatori sociali, e quindi sono assai poco propensi a

10 spendere per acquistare costosi prodotti stranieri; il che non fa certo lievitare i volumi delle importazioni. Gli effetti della crisi economico finanziaria, quindi si sono già evidenziate pienamente nell estremo oriente come si evince dalle dichiarazioni rilasciate dai produttori locali: Di fatto, abbiamo smesso di produrre alla fine di ottobre, quando i nostri ordini sono crollati - ha dichiarato Sun Bin, manager della Huanghang Hengsheng Clothing Import&Export -. Non osiamo produrre di più perché più vestiti facciamo, più soldi perdiamo. Le previsioni per i prossimi mesi non consentono di sperare in miglioramenti. Considerate le condizioni dell economia dell Unione Europea, che è il principale mercato per la produzione cinese ha affermato Ma Jun, un economista della Deutsche Bank di Pechino - in tutto l anno le esportazioni potrebbero non crescere più del 6%. Jing Ulrichm, dell ufficio locale della JP Morgan, prevede addirittura che la crescita delle esportazioni possa essere nulla nel 2009 e, che, anzi, potrebbe essere persino negativa se raffrontata con quella dell anno precedente. La Banca Mondiale ha previsto per l economia cinese nel complesso una crescita del 7,5% nel 2009, cioè la più debole messa a segno entro i confini della grande muraglia dal 1990 ad oggi. Alessandra Mieli Energia, salute sociale e sindacati tra economie di scala e libero mercato Le discussioni intorno alla centrale elettrica di Vado Ligure offrono uno spunto per ragionare sui costi sociali dell energia e su come andrebbero correttamente ripartiti. Ma attenzione, anche gli argomenti che all apparenza sembrano essere i più convincenti celano delle pericolose insidie. Altri potrebbero quantificare in modo diverso i costi e vendere elettricità a un prezzo più basso, magari con la benedizione dei sindacati. In Liguria c è discussione intorno alla centrale elettrica di Vado. Da una parte abbiamo le associazioni locali che vogliono fermare la produzione fatta anche col carbone, dall altra l impresa che vuole produrre anche col carbone, ma con un maggior controllo delle sue emissioni nocive. L uso del metano non trova oppositori, mentre quello del carbone, anche parziale, sì. A dicembre il Presidente dell ordine dei Medici di Savona ha tenuto un comizio in nome di chi non vuole la centrale com è nei progetti della società proprietaria, ossia con una quota a carbone. Il comizio è disponibile su U-Tube. Esso è utile per capire il punto di vista di chi si oppone alla centrale, ma, soprattutto, per capire le obiezioni che si fanno contro le centrali, le ferrovie veloci, ecc. La prima premessa del comizio asserisce che esiste il diritto costituzionale alla salute, ossia che nel Bel Paese tutti devono essere protetti dai fattori esterni che possono metterla a repentaglio. Fin qui, nulla da obiettare. La seconda premessa asserisce che siamo ospiti sulla Terra, perciò abbiamo l obbligo di preservarla anche per le generazioni che verranno. Sembra ovvio, ma non lo è. C è di mezzo, nientemeno, che la religione e la logica economica. Una volta la Terra era il Teatro dove l Uomo era protagonista, perché fatto ad immagine del suo Creatore: la Natura dunque era passiva, mentre la Storia era attiva. Secondo l Ecologismo, la Natura vincola l Uomo, perché le sue risorse sono finite: una volta consumate, esse scompaiono. La Natura vincola l Uomo, essere d ambizioni infinite, perché finita. Uno potrebbe banalmente obiettare che, se finisce il petrolio, s inventerà un altra cosa: l Uomo può continuare a considerarsi infinito grazie alla Tecnologia, di cui non risulta che le Bestie dispongano. Quest obiezione aleggia nella mente degli Ecologisti, ed infatti nel comizio si ricorda che le tecnologie che verranno non sono una ragione per non muoversi con prudenza oggi. Si potrebbe affermare con linguaggio finanziario che, secondo gli Ecologisti, il futuro è incerto e si sconta con un tasso altissimo. Il futuro, in questa visione, è schiacciato sul presente: un portafoglio avverso al rischio. Dalle premesse al merito. Nel comizio si afferma che la centrale è nociva, perché emette ossidi d azoto, e, soprattutto, a causa del carbone, particelle sottili. I filtri della centrale, seppur ristrutturata, non sono, sempre secondo l oratore, sufficienti a fermare queste particelle. L oratore passa a misurare la nocività. Usando un programma dell Unione Europea che serve per calcolare i costi delle emissioni nocive, afferma che la centrale costerebbe, come minor salute della comunità locale, circa venti milioni d euro. Questi venti milioni sono il costo esterno della centrale, che la centrale non contabilizza come un proprio costo di produzione. Se lo facesse, secondo l oratore, i

11 suoi ricavi sarebbero inferiori ai costi. Ossia, in un mondo in cui si tenesse conto dei costi che sono scaricati sulla comunità, la centrale, se non alza le tariffe, sarebbe antieconomica. L oratore incalza chiedendo perché mai la comunità ligure sopporta quest alto costo esterno, quando metà della produzione è esportata. Afferma che i liguri, loro malgrado, si tengono il costo esterno, con gli altri pagano l energia meno di quanto la pagherebbero, se i costi fossero distribuiti in maniera equa. L argomento sembra convincente, ma nasconde una prima trappola. La centrale, se producesse solo per i liguri, non avrebbe le economie di scala, e l elettricità costerebbe moltissimo. I liguri dovrebbero accendere, mesti, le candele. Dunque la centrale non può produrre per i soli liguri. La soluzione sembra essere allora quella che asserisce che i costi diretti ed indiretti della centrale dovrebbero essere ripartiti fra tutti i consumatori, ovunque siano. L argomento, che sembra convincente, nasconde una seconda trappola. La centrale dovrebbe caricare i costi della salute della comunità locale, e qui si aprirebbe subito una discussione infinita sul vero ammontare degli stessi, su tutti i compratori. A quel punto un altra centrale, non pressata dalla comunità locale, potrebbe vendere l elettricità ad un pezzo inferiore, e la centrale pressata dalla comunità locale fallirebbe. Oppure, combinazione più perfida, una centrale che opera in un area dove il sindacato è più forte della comunità locale, volutamente sottostimando i costi della salute, venderebbe ad un prezzo più basso, eliminando la centrale dove la comunità locale ha imposto i propri costi ed il sindacato ha taciuto. Giorgio Arfaras Fondazione Mps: il presidente traccia il bilancio di un anno di Gabriello Mancini, Presidente della Fondazione Monte dei Paschi di Siena L anno che si è appena concluso ha costituito una tappa particolarmente significativa per il mondo intero, per l Italia, per il nostro territorio ed anche per la Fondazione Monte di Paschi di Siena. Abbiamo, infatti, affrontato con impegno e decisione sfide importanti che si sono rapidamente succedute nel volgere dei giorni e dei mesi e che hanno sempre richiesto chiarezza negli orientamenti, lucidità di analisi e determinazione nelle scelte. Una duplice linea comune, politica e programmatica, ha sempre caratterizzato le decisioni: quella di operare, come vuole il nostro statuto, per lo sviluppo complessivo del nostro territorio di riferimento, con particolare attenzione per le generazioni future e quello di agire sempre in piena autonomia ed in perfetta sintonia con le principali Istituzioni senesi. Questo è, del resto, quanto prevede anche la nostra missione sociale che vuole la Fondazione come strumento attraverso il quale la comunità senese dà continuità ai legami plurisecolari tra territorio ed Istituzioni, come base di uno sviluppo equo, armonico e solidale. In estrema sintesi si può, quindi, ricordare, che quattro sono stati i grandi filoni di attività della Fondazione nel 2008: 1) la condivisione ed il pieno sostegno all acquisizione della Banca Antonveneta da parte della Banca Monte dei Paschi di Siena. Un operazione che ha portato la nostra Banca ad operare su un territorio economicamente importante, ad essere polo aggregante e non aggregato, a diventare la terza banca nazionale e a guardare ad un futuro di crescita e di ulteriore sviluppo.

12 La Fondazione, sottoscrivendo l aumento di capitale necessario per finanziare l acquisto, ha compiuto uno sforzo patrimoniale imponente; ma lo ha fatto perché l operazione era pienamente in linea con le proprie scelte strategiche che, come azionista di riferimento, le competono, scelte più volte ribadite (nel documento di insediamento, nei vari documenti programmatici, negli interventi alle assemblee di bilancio della Banca) e che si riassumono nei punti irrinunciabili che promuovono la crescita della Banca, conservandone l indipendenza strategica ed il legame con il territorio senese. La Fondazione ha poi condiviso il nuovo piano industriale della Banca e ne segue, con la dovuta e continua attenzione e la necessaria riservatezza, la sua attuazione, confermando la propria fiducia nella governance della Banca stessa. 2) il Consolidamento del patrimonio, grazie ad un accorta politica di accantonamenti e la diversificazione del patrimonio attraverso investimenti in diversi settori: o Il Fondo Toscana Innovazione per l innovazione tecnologica delle imprese (insieme a Regione Toscana, la SICI e le altre fondazioni ex bancarie toscane); o il Fondo Sator; o l acquisizione di Fontanafredda insieme a qualificati imprenditori del settore; o Siena Nanotech, con la Scuola Normale Superiore di Pisa, e in questo ambito gli accordi con Selex Communications, società di Finmeccanica, e New Tera Tecnology (Ntt) per lo sviluppo industriale dei risultati della ricerca nel settore delle nanotecnologie. 3) La sottoscrizione di importanti accordi: o con il Ministero dei Beni Culturali e la Società ARCUS per il recupero e la promozione del patrimonio artistico; o con la Regione Toscana per un rinnovato impegno in favore della Cooperazione Internazionale; o con tutte le Istituzioni senesi e la Regione Toscana per la promozione delle energie rinnovabili; o con il Comune di Siena per il completamento del progetto di valorizzazione del S. Maria della Scala (l accordo è stato definito e sarà firmato a breve); o con l Amministrazione provinciale di Siena ed il CESVOT per la costituzione a Siena della Scuola di Alta Formazione per il Volontariato (novità assoluta per l intero territorio regionale); o con Qualivita per il sostegno al settore agroalimentare di qualità; o con altre 3 Fondazioni (Cariplo Compagnia S. Paolo e Cariparma) per il progetto Fondazioni4Africa. 4) La prosecuzione dell attività istituzionale perseguendo 2 obiettivi essenziali e non scontati: il rafforzamento patrimoniale ed il mantenimento del livello delle erogazioni In questo contesto si è fortemente privilegiato lo sviluppo economico, sia attraverso i progetti propri: Siena Biotech TLS Siena Biofund Accademia Musicale Chigiana e Vernice Progetti; sia attraverso i progetti di terzi, dando priorità ai progetti di sistema (edilizia abitativa banda larga acqua etc..), ai progetti di area, al completamento dei progetti già avviati presentati dal sistema degli Enti locali senesi.

13 Non si può dimenticare però, che anche gli interventi negli altri settori (arte, sanità, ricerca, istruzione), quasi sempre strutturali, sono fonte di sviluppo per gli effetti moltiplicatori che producono in termini di occupazione, di redditi per le imprese. Anche quest anno abbiamo cercato di elevare la qualità delle erogazioni, privilegiando gli interventi strutturali rispetto a quelli gestionali, senza, però, dimenticare il sostegno, anche piccolo, alle Associazioni di volontariato, che costituiscono una grande ricchezza per il nostro territorio. Abbiamo soprattutto cercato di contrastare una filosofia, sbagliata e pericolosa, che porta a ritenere acquisite perennemente le erogazioni già avute dalla Fondazione e che punta, ogni anno, ad ottenerne di più. E una logica inaccettabile! Niente deve essere ritenuto per acquisito e la Fondazione non è un bancomat cui poter sempre ricorrere, senza tener conto delle priorità indicate e della qualità delle richieste e soprattutto delle risorse disponibili. Ognuno ha il diritto di avanzare richieste, però nessuno può avanzare pretese o diritti acquisiti. Ecco perché, dopo un opportuno accantonamento di risorse al Fondo di stabilizzazione erogazioni, abbiamo privilegiato, ritengo giustamente, i grandi progetti che sommati a quelli propri della Fondazione hanno dato pronte e significative risposte alle attese del Sistema Siena. Ultima, in ordine di tempo e certamente significativa, è stata la pronta attenzione della Fondazione (con un investimento di 15 milioni di euro) alle esigenze prospettate a tutti i soci della FISES di poter disporre di nuovi fondi per rispondere alle esigenze dell economia locale. La grave crisi economica ed i suoi risvolti sociali che l intera Nazione, ed anche il nostro territorio, stanno vivendo, esigono una presa di coscienza e una conseguente reazione di tutte le Istituzioni. Da più parti sono state avanzate proposte e sollecitazioni: posso assicurare che la Fondazione non si tirerà indietro e farà come sempre la propria parte. Sono allo studio progetti concreti che una volta condivisi e decisi saranno resi pubblici. Così come, al più presto, verranno comunicate le grandi scelte strategiche della Fondazione per il 2009, già approvate dagli organi competenti. Ancora una volta, quindi, la Fondazione ha dato e darà risposte concrete e significative ai bisogni reali ed in tempi rapidi, con buona pace di chi ci rimprovera, in verità in maniera molto superficiale, di atteggiamenti burocratici. A tale proposito vorrei sommessamente ricordare che il rispetto delle regole non è solo forma, ma soprattutto sostanza. Tutto questo si inquadra con quanto detto nell incipit e con una equilibrata gestione delle risorse che guardi all oggi, ma anche al domani. Sono infatti convinto che le scelte fatte in questi anni su più fronti in maniera consapevole e concreta porteranno quei risultati attesi dalla comunità senese e permetteranno alla nostra città ed al suo territorio di porsi ancora in vetta alle classifiche dei luoghi di Italia dove si vive meglio. Ed un po di merito, mi sia consentito, penso che l abbia avuto e l avrà anche la nostra Fondazione. "La crisi ha nome e cognome: banche e società di rating" Nel 91 il gran salto in una realtà autonoma L INTERVISTA/PAOLO BASILICO/ IL PIONIERE DEI FONDI ALTERNATIVI IN ITALIA SPIEGA LA STRATEGIA D INVESTIMENTO PER IL PROSSIMO ANNO. "ASPETTEREMO I RISULTATI TRIMESTRALI DELLE AZIENDE" LA BIOGRAFIA

14 ADRIANO BONAFEDE «Come sarà il 2009? Ci vorrebbe la sfera di cristallo per rispondere, perché l'evoluzione del mondo sarà determinata anche e soprattutto dalle decisioni dei policy makers, in primis della squadra di Obama. Per quanto ci riguarda come società di gestione del risparmio, la nostra strategia è di restare prudenti fino alla fine del primo trimestre dell'anno per verificare, attraverso i risultati societari, la profondità della crisi dell'economia reale. Paolo Basilico, presidente e ad dell sgr Kairos, è il personaggio che più di ogni altro ha legato il suo nome all introduzione degli hedge fund in Italia. Fu suo, infatti, il primo fondo di fondi hedge. Un pioniere dell investimento alternativo, che però tiene a precisare che oggi la quota di hedge all interno del portafoglio della società non è superiore al 25% per cento. Basilico, dunque, non è un Soros italiano ma un gestore di patrimoni che utilizza un ampia gamma di opportunità d investimento. Per questo motivo, il suo sguardo sugli hedge è più lontano e disincantato e può permettersi anche il lusso di criticarne gli eccessi. Dottor Basilico, partiamo proprio dagli hedge. Qualcuno li ha collegati a quella speculazione selvaggia che sarebbe all origine della grande crisi. È così? «La crisi, per la verità ha un nome e un cognome: è nata e si è sviluppata all interno del mondo bancario, dell investment banking e delle società di rating, quindi nel mondo regolato e non in quello deregolato degli hedge fund. Poi si è allargata agli hedge, ai fondi di private equity e ai fondi immobiliari. La bolla del credito ha riguardato in primis il mercato immobiliare, e da lì si è estesa a tutte le altre asset class. Ciò non significa che gli hedge non abbiano avuto colpe ed eccessi, e vedo positivamente il processo di pulizia che si sta compiendo nel settore. Ma rimane il fatto che, salvo eccezioni, i migliori talenti dell'industria lavorano nei fondi alternativi. E questo farà sì che il settore supererà anche questa crisi». È stata messa sotto accusa soprattutto la forte leva utilizzata dagli hedge fund. «Lei lo sa che la leva finanziaria usata da molte banche commerciali in Europa, a un anno e mezzo dall inizio della crisi, è ancora oggi molto più alta di quella utilizzata dai fondi alternativi? E poi parlare di fondi hedge in termini generali è fuorviante: ce ne sono 7 mila nel mondo, e più della metà ha una leva identica a quella dei fondi comuni». Si parla comunque di rivedere le norme che regolano questo strumento. Lei è d accordo? «Negli Stati Uniti è assolutamente necessario, in Europa no». Perché? «Negli Usa il mondo degli hedge è troppo deregolamentato. Per fare un esempio ci sono alcuni importanti hedge nei quali è lo stesso gestore del fondo che calcola il prezzo del Nav e non una società indipendente. Un lassismo pericoloso». E in Europa? «Nella maggior parte dei casi esiste già una regolamentazione e funziona bene. In Gran Bretagna c è l'fsa, nel nostro paese la Banca d Italia. Non ci sono casi di mala gestio negli hedge europei. Al contrario ci sono casi evidenti di manipolazione di mercato come nella videnda PorscheVolkswagen, in cui sono state violate le regole più elementari di market abuse. Ma l attore non era un hedge fund bensì una casa automobilistica». Ma che utilità hanno per l economia reale i fondi alternativi? L opinione comune è che esistano solo per fare pura speculazione. «I soldi degli hedge arrivano all economia reale. La grande maggioranza di questi strumenti (almeno il 50 per cento del totale) utilizza la strategia longshort equity: investono in azioni e la loro attività è del tutto simile a quella dei fondi comuni, soprattutto dopo la normativa Ucits III che prevede forme di hedging del tutto simili anche per i fondi armonizzati». Torniamo alla crisi. Possibile che nessuno nei mesi passati avesse previsto che potesse scoppiare? Voi, ad esempio, come investivate i patrimoni a voi affidati? «In questa misura il default non era prevedibile. Noi all inizio del 2008 siamo stati molto prudenti sia sull asset allocation sia sul portafoglio titoli. Ci aspettavamo certo un mercato difficile, ma non quel che è poi accaduto». Perché no?

15 «Innanzitutto perché per la prima volta nella storia, ancor più che nel 1929, tutte le asset class d investimento sono andate in negativo: commodities, azioni, obbligazioni. Tutto è crollato contemporaneamente, non c è stato alcun riparo. Poi perché non era possibile prevedere l'errore del Tesoro americano nella vicenda Lehmann, che di certo non doveva essere fatta fallire e che ha contribuito enormemente all'avvitamento della crisi che stiamo vivendo. Visto quello che è successo, con il senno di poi, avremmo dovuto investire il 100% dei patrimoni in titoli di Stato. Ma nessun gestore ha veramente fatto una cosa del genere. La verità è che c è stata una discontinuità storica che ha prodotto qualcosa d imprevedibile». Uno sguardo sul futuro, almeno quello prossimo. Quanto durerà questa crisi? «Bella domanda. Non lo so. E nessuno, mi creda, ha la risposta». Ma voi che farete? «Aspetteremo i risultati aziendali del prossimo trimestre forse anche dei prossimi sei mesi prima di decidere di tornare in modo più aggressivo sull azionario: solo i risultati delle aziende ci possono guidare nel capire la profondità di questa crisi ed il suo punto di svolta. Dal punto di vista dei fondamentali, quel che possiamo dire è che siamo oggettivamente in una situazione storica di valutazioni attraenti per le azioni, ma questo non significa che i ribassi siano davvero finiti. Le Borse potrebbero ancora scendere così come aver visto già i minimi assoluti. Tra gli indicatori da guardare, il rendimento delle azioni (dividend yield) che per la prima volta da 50 anni ha superato quello dei titoli di Stato ed il rapporto prezzo/utili, sceso finalmente a livelli che storicamente segnalano un'opportunità importante di investimento. Il P/E è negli Usa inferiore del 20 per cento rispetto alla media storica, in Europa il segnale è ancora più forte: il P/E è di 12 volte rispetto ad un valore medio di 16 dal 1920». Qual è oggi la quota di azioni nel vostro portafoglio? «Siamo intorno al 15 per cento». E in passato? «Storicamente siamo stati al 4045 per cento». Mantenere un 15 per cento in questo momento non è un azzardo? Non sarebbe meglio vendere tutto e poi rientrare in un secondo momento? «No. Noi non crediamo alla politica del comprare e vendere al momento giusto, perché questa politica è illusoria ed è dimostrato che distrugge ricchezza e patrimoni. Gestiamo il rischio in modo flessibile e chiaramente lo moduliamo a seconda delle nostre opinioni sul mercato ma tendiamo a mantenere una struttura di portafoglio stabile suddivisa tra azioni, obbligazioni ed investimenti alternativi. Alcuni titoli azionari a questi prezzi non sono certo da vendere e li teniamo perché nella nostra opinione rappresentano un investimento interessante anche in un quadro recessivo». Gettiamo ancora uno sguardo sulle prospettive del Qual è lo scenario che si profila? «Abbiamo alcune certezze. Tra quelle negative, i conti economici delle aziende in deterioramento, la necessità di vendere di molte istituzioni finanziarie per la necessità di riduzione della leva finanziaria, la sfiducia degli investitori. Tra quelle positive, i tassi in forte ribasso, le valutazioni storicamente molto attraenti ed i portafogli ai minimi storici di investimento azionario ed in genere di capitale di rischio. I governi di tutto il mondo cercheranno di far ripartire l inflazione. La medicina contro l attuale malattia è reinflazionare il sistema. Ma questo vuol dire che in qualche momento, tra la fine del 2009 e il 2010, l'inflazione potrebbe davvero ripartire. Ecco, questo è davvero un paradosso». In che senso? «Nel senso che siamo arrivati a questa crisi per i tassi troppo bassi e il credito in eccesso. Ora, per curare la malattia che si è creata, dobbiamo cercare di ricreare le stese condizioni. Naturalmente le autorità e i governi oggi non hanno scelta ma la loro capacità di controllare questi meccanismi è ovviamente un grande punto interrogativo». A proposito di governi, come vede la cura che sta preparando Obama? «I primi passi di Obama sono quanto di meglio ci si potesse attendere. Però siamo in una fase preliminare. Dobbiamo aspettare i prossimi mesi. Come ha titolato l'economist "so far so very good"». Gli italiani (quelli ricchi, naturalmente) avevano scoperto gli hedge fund soltanto in tempi recenti. Ora con la crisi ci sono stati tanti riscatti?

16 «Sì, in Italia i riscatti hanno toccato il 50%, contro una media del 35<\->40 nel resto del mondo. Ma non è un problema specifico di hedge. I riscatti hanno riguardato tutti gli strumenti di investimento liquidi o liquidabili in tempi brevi. E nel 2009 la mannaia colpirà gli investimenti meno liquidi, in primis il mercato immobiliare». Voi avete anche creato un hedge fund che investe nella Borsa italiana partito il primo agosto. Quanto ha perso finora? «Il 2,8 per cento. Ma l indice ha lasciato nel frattempo sul terreno il 30 per cento e siamo molto soddisfatti del suo comportamento». Dopo un esperienza pluriennale maturata presso varie realtà finanziarie italiane quali Banca Manusardi, Mediobanca e Giubergia Warburg, Basilico fonda nel 1999 il gruppo Kairos, con l obiettivo di creare una "via alternativa" alla grande industria del risparmio gestito. Il gruppo è focalizzato sugli "alternative investment", tipicamente hedge fund e fondi di fondi hedge, ma anche fondi comuni flessibili e gestioni patrimoniali tese al total return. Kairos è una struttura completamente indipendente con uffici a Milano, Roma, Torino, Londra, Lugano, New York e Hong Kong, con un team di oltre 100 persone.

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