Uniti nella diversità. (motto dell Unione Europea)

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4 Uniti nella diversità (motto dell Unione Europea)

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7 Ideazione, progetto e coordinamento Unione Artigiani e Piccola Industria di Belluno Impaginazione Silvia Cassol Realizzazione grafica e stampa Dolomiti Stampa srl, Santa Giustina (Belluno) Copyright 2005 Unione Artigiani e Piccola Industria di Belluno Si ringrazia per il contributo Camera di Commercio I.A.A. di Belluno FINIMPRESA S O C I E T À C O O P E R A T I V A P a t r o c i n i o Regione del Veneto Sono consentiti la riproduzione, la memorizzazione, l adattamento totale o parziale con qualsiasi mezzo, citando la fonte

8 Sommario Presentazione 9 Avvertenze 11 Introduzione 13 L identità conquistata 13 La questione politica 18 La riconciliazione sociale e i valori pubblici 21 L anticonformismo giovanile 26 Il ceto medio invisibile 30 CAPITOLO I L entusiasmo dello sviluppo 33 Il decennio in frammenti 35 I giovani: generazione autonoma : l entusiasmo dello sviluppo 40 Dallo spontaneismo all organizzazione 58 Le curiosità del decennio 59 CAPITOLO II L impresa del ceto medio produttivo 61 Il decennio in frammenti 63 I giovani: generazione collettiva : l impresa del ceto medio produttivo 68 Dall organizzazione alla struttura 81 Le curiosità del decennio 82

9 CAPITOLO III Gli embrioni dell economia diffusa 83 Il decennio in frammenti 85 I giovani: generazione del disimpegno : gli embrioni dell economia diffusa 89 Dalla struttura alle strutture 111 Le curiosità del decennio 112 CAPITOLO IV Il modello artigiano nella società post-industriale 113 Il decennio in frammenti 115 I giovani: generazione hi-tech : il modello artigiano nella società post-industriale 119 Dalle strutture al sistema 143 Le curiosità del decennio 144 CAPITOLO V La complessità delle trasformazioni 145 Il decennio in frammenti 147 I giovani: generazione dei media : la complessità delle trasformazioni 153 Dal sistema al sistema a rete 199 Le curiosità del decennio 202 Riferimenti bibliografici 205

10 9 Presentazione Quando si è deciso di celebrare i cinquant anni di fondazione dell Associazione con una pubblicazione che raccogliesse la memoria di un percorso ricco di fatti, di eventi e di uomini, la scelta iniziale era caduta su una cronistoria di composizione elementare e facile lettura. In corso d opera, il disegno originale è cambiato e si è fatta strada l idea di un volume più complesso e articolato, che rendesse in modo adeguato le trasformazioni e i mutamenti dell artigianato bellunese. Ma, poi, neppure questa versione è sembrata sufficiente, perché la storia delle piccole imprese bellunesi non è stata una vicenda a sé stante, ma piuttosto una vita parallela a quella vissuta dalla comunità locale. Alla fine di questo travaglio, è maturata la volontà di dare alle stampe un lavoro più complesso e ragionato, in cui sono affrontate e approfondite molte delle linee di pensiero e di azione che hanno caratterizzato il percorso compiuto dalle aziende, dalla società civile e dall Associazione dal 1955 ad oggi. Ci sono voluti molti mesi di ricerca e di analisi per raggiungere un risultato che - mi auguro - possa suscitare l interesse non solo di quanti hanno attraversato questi cinquant anni di storia, ma anche di coloro che, pur vivendo più intensamente il presente per ragioni anagrafiche, sono consapevoli che l attualità è frutto di una memoria personale e collettiva cui talvolta è bene riferirsi per evitare il disorientamento prodotto dall assenza di radici. Un disorientamento che l epoca che stiamo vivendo - certo non delle più semplici - può sicuramente favorire, tanto che inquietudini e insicurezze rischiano di minare la nostra prospettiva di futuro. Ci può essere d ausilio proprio la consapevolezza che la ricchezza prodotta dagli uomini e dalle donne - che hanno attraversato gli ultimi cinquant anni della storia del nostro Paese - è stata lo strumento che ha liberato milioni di persone dal vincolo della necessità, dalla fame, dall emigrazione e dalla malattia, determinando un salto nella qualità della vita individuale e collettiva che ha migliorato i destini di molte generazioni. E certo, comunque, che per la società contemporanea si impone una riflessione, che sappia metabolizzare il percorso sin qui seguito - decifrando anche le non poche contraddizioni legate alla ricchezza acquisita - per costruire il futuro. Quanto ai luoghi della rappresentanza, l impegno non potrà che risultare responsabilmente conseguente a questa prospettiva: il soggetto associativo dovrà, quindi, saper integrare la propria tradizionale funzione di rappresentanza di interessi collettivi con la consapevolezza piena della necessaria parametrazione agli interessi generali e di contesto, sviluppando una capacità nuova di ascolto,

11 10 dando senso al cambiamento e dimostrando di saper governare la complessità. La dimensione europea potrà, forse, fornire alle comunità e alle imprese una prospettiva utile, soprattutto se si saprà interpretare il presente come una transizione verso quello che Jeremy Rifkin, descrive come un sogno che promette di portare l uomo verso una consapevolezza globale, all altezza di una società sempre più interconnessa e globalizzata. Il Sogno Europeo pone l accento sulle relazioni comunitarie più che sull autonomia individuale, sulla diversità culturale più che sull assimilazione, sulla qualità della vita più che sull accumulazione di ricchezza, sullo sviluppo sostenibile più che sull illimitata crescita materiale, sul gioco profondo più che sull incessante fatica, sui diritti umani universali e su quelli della natura più che sui diritti di proprietà, sulla cooperazione globale più che sull esercizio unilaterale del potere. Luigi Curto Presidente Unione Artigiani e Piccola Industria Confartigianato di Belluno

12 11 Avvertenze Nel raccogliere e selezionare le notizie di cinquant anni di attività dell Unione Artigiani e Piccola Industria, la preoccupazione maggiore è stata quella di non dimenticare gli uomini e le donne che questa storia hanno costruito. E comunque possibile che alcuni protagonisti siano sfuggiti alla ricerca e ad essi è doveroso porgere le nostre scuse. Una lacuna da segnalare doverosamente è rappresentata dall inserimento soltanto parziale degli accadimenti degli anni 1970 e 1975, per i quali non è risultato reperibile negli archivi dell Associazione alcun documento storicamente significativo e affidabile. Per meglio far emergere i legami e le connessioni sociologiche dell evoluzione dell artigianato con i differenti contesti politici ed economici susseguitisi in cinquant anni di storia, ci è sembrato opportuno anteporre ad ogni decennio di vita associativa una breve sintesi della principale cronologia che ha caratterizzato la vita politica, sociale ed economica italiana. Nella selezione degli eventi di carattere locale - realizzata anche grazie al contributo del dott. Giovanni Larese, fine cultore di storia bellunese - si è, invece, cercato di privilegiare le informazioni che potessero meglio esprimere le transizioni e i fattori condizionanti con cui la società bellunese si è confrontata. Poiché il Novecento pare sia stato il secolo dei giovani, ad essi ci è sembrato significativo riservare un piccolo spazio dedicato, nel quale sono raccolti soprattutto curiosità e avvenimenti che, una volta collocati nell evoluzione della società italiana, potessero dimostrare quanto realmente determinante sia stato il contributo delle nuove generazioni nel modellare le fasi evolutive della società italiana degli ultimi cinquant anni. Nella scelta delle immagini è necessariamente prevalsa l esigenza di privilegiare la pubblicazione delle fotografie che sintetizzano avvenimenti e iniziative altrimenti non agevolmente collocabili nel testo. Ne consegue che la pur ampia rassegna fotografica non esaurisce la testimonianza visiva dell insieme degli uomini e delle donne che hanno concorso alla costruzione del sistema associativo della Confartigianato di Belluno. Un ringraziamento particolare per il materiale fotografico dell Introduzione va a Dario De Nardin, che ha gentilmente concesso l uso di immagini del proprio archivio personale, alcune delle quali scattate dalla sorella Luigina, fotografa agordina.

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14 13 Introduzione Il ricordo del passato non deve impedirci di guardare il presente negli occhi Tzvetan Todorov L identità conquistata Anni 50: è l inizio di un decennio che porterà - con grandi risultati e con grandi contraddizioni - tra cui l espatrio di 2 milioni di emigranti e la migrazione di 15 milioni di italiani dal Sud al Nord dell Italia - al boom economico. La grande impresa e l impresa pubblica sono le protagoniste dell industrializzazione del Paese. La politica riprende vigore dopo gli anni dell omologazione fascista e l Italia, al pari di altre nazioni europee, risente profondamente del clima internazionale che contrappone due ideologie: il collettivismo comunista e l individualismo capitalistico. Da un compromesso favorito dall originale tradizione storica - quella delle botteghe, dei mercanti, dei mestieri ambulanti, della cultura contadina - e dagli spazi lasciati liberi dalla grande industria, nell economia italiana riprende vigore anche il germe dell iniziativa privata e della piccola azienda, concretamente stimolato dalla legislazione sulle aree economicamente depresse del 1957, ripresa poi dalla classe politica locale - tra cui quella veneta - a metà degli anni 60. L artigianato - che da poco ha trovato accoglienza piena e solenne nella Carta Costituzionale - si merita la prima legge-quadro: un provvedimento di assoluta rilevanza nella storia delle categorie artigiane, perchè suggella la loro dignità di comparto distinto e autonomo dall industria. La rappresentanza artigiana non è, però, all altezza della situazione: come acutamente osserva Dino Pesole, il suo punto debole è la mancata unità delle Organizzazioni a livello nazionale. Condizionate dal particolare clima politico, queste, infatti, scelgono come modello il collateralismo politico, che finisce col legare insieme l identità politica dell imprenditore, il settore produttivo di appartenenza e la dimensione strutturale dell impresa. Le divisioni tra la Confederazione Generale e la Cna sono aspre: a dividerle è anche una questione di fondo, quella relativa alla patente di mestiere, fortemente voluta dalla Generale per combattere l abusivismo e osteggiata, invece, dalla Cna, convinta che la sua reintroduzione potesse riproporre il controllo politico dei lavoratori autonomi sperimentato durante il regime fascista. In conseguenza delle contrapposizioni, finisce col prevalere - almeno a livello

15 14 I N T R O D U Z I O N E nazionale - anche un certo immobilismo contrattuale: è esattamente l opposto di quanto sarebbe servito per proseguire rapidamente sulla strada dell autonomia sancita dalla nuova legge-quadro. In molte provincie, al contrario, vengono concluse contrattazioni collettive, intercategoriali o settoriali: l effetto, tuttavia, non è quello voluto, poiché - come sottolinea ancora Pesole -, mancando una regolamentazione di base a livello nazionale, si crea uno stato di precarietà e di irrazionalità contrattuale che durerà parecchi anni. In questo contesto, è quasi naturale che il partito diventi la sede fondamentale della mediazione degli interessi: sia la DC che il PCI finiscono, così, col creare una galassia che ruota intorno ai meccanismi della rappresentanza politica. Il vantaggio per le imprese e le loro Associazioni si basa - e sarà così per qualche decennio - proprio sulla rendita di posizione a tutti concessa dal regime consociativo, che, soprattutto negli anni Settanta e Ottanta, si fonderà principalmente sulla dilatazione della spesa pubblica. La segheria Dell Andrea di Agordo in un immagine degli anni 30 del secolo scorso. Fino alla fine degli anni 50 l attività dei segantini è fiorente in tutta la Provincia: solo ad Agordo sono attive nove segherie. Negli anni 50, la capacità delle Associazioni di fornire servizi o di essere tecnicamente affidabili non ha, quindi, molta rilevanza: del resto, si tratta spesso di servizi elementari, perché elementari sono ancora i bisogni delle aziende. Ciò che importa a tutti è, invece, poter scambiare benefici (leciti e legittimi) col consenso politico. A questo regime relazionale conduce sia il sistema dei partiti, sia la contrapposizione delle ideologie e ad esso si adeguano rapidamente imprese e Associazioni: la frammentazione della rappresentanza artigiana - come di altri settori economici, tra cui soprattutto il comparto agricolo - diventa un elemento stabile dello scenario. Fa eccezione solo Confindustria, che continua a rimanere l unica organizzazione di rappresentanza del mondo industriale, capace di compattare intorno ai grandi interessi economici e finanziari i pochi esponenti del capitalismo familiare e i tanti aspiranti ai salotti buoni della politica e dell economia. La conseguenza diretta ed immediata è l esclusione dell artigianato dal dibattito sulla programmazione economica che si sviluppa a partire dagli anni 60.

16 15 Il numero delle imprese artigiane continua, comunque, a crescere ed inizia ad affermarsi la convinzione che l apporto che il settore reca allo sviluppo del Paese stia diventando essenziale soprattutto in alcuni comparti, tra cui l edilizia, la meccanica, le riparazioni elettriche e radiotelevisive. Anche l export risente positivamente del contributo delle aziende artigiane, peraltro in gran parte riconducibile agli acquisti dei turisti che si riversano in Italia. E però nei primi anni 70 che l artigianato conosce l espansione più rilevante, favorita da fattori esterni, come la crisi della grande industria, ma anche da caratteristiche proprie, come la scarsissima conflittualità sindacale e un costo del lavoro significativamente minore. E in questo decennio che si afferma la consapevolezza del ruolo economico e sociale della piccola impresa: una tendenza che andrà consolidandosi fino a diventare una caratteristica specifica ed esaltata dell economia italiana. L ascesa dell artigianato negli anni Settanta non è, tuttavia, casuale: come osserva Dino Pesole, essa si colloca in un contesto più generale di grande affermazione del ceto medio produttivo ed è alimentata dalla tendenza a dirottare l attitudine d impresa verso attività di lavoro non dipendente: una necessità in qualche modo imposta dai processi di decentramento produttivo in ambito industriale. Non trascurabile è anche la circostanza che la nascita delle Regioni - cui viene assegnata una specifica potestà in materia di artigianato - porta gradualmente a una moltiplicazione creativa degli interventi a favore del settore, che si affiancano a quelli burocratici - tra i quali l istituzione delle Commissioni Regionali per l Artigianato - e di gestione del credito artigiano. Conseguenza diretta del nuovo assetto istituzionale del Paese è il progressivo avvicinamento delle Organizzazioni artigiane territoriali alle strutture decisionali delle Regioni e il collateralismo partitico degli anni 50 e 60 si trasforma in un collateralismo organico, che coinvolge sia le forze politiche regionali, sia le stesse organizzazioni burocratiche: imprese e Associazioni si posizionano rapidamente nel nuovo quadro istituzionale e si prestano volentieri a supportare le ambizioni di potere che i governi regionali non tardano a manifestare. Operano, quindi, per diventare punti di riferimento per scelte politiche ed economiche di sempre più ampio respiro, tanto che le Regioni diventano, progressivamente, i canali principali attraverso i quali si realizzano alcune tra le più importanti azioni di sostegno e L ombrellaio a Longano di Sedico (1958, foto Giuseppe Zanfron).

17 16 I N T R O D U Z I O N E di sviluppo del settore. E la direzione degli interventi è dettata dalla politica: è così che, come annota Fiorenza Belussi, nelle amministrazioni governate da giunte comuniste le politiche pubbliche sono motivate dalla determinazione di assicurarsi l appoggio delle piccole aziende contro il grande capitale, mentre nelle regioni bianche, dove governa la DC, a giocare un ruolo decisivo è il desiderio di promuovere l industrializzazione diffusa per evitare l emigrazione della forza lavoro verso le città e la conseguente decomposizione delle parrocchie rurali su cui il partito poggia la propria base elettorale. Le prime fabbriche dell area produttiva di Villanova all inizio della ricostruzione di Longarone dopo il disastro del Vajont (foto in Memoria per il Vajont, Longarone 1981). Appare, quindi, del tutto ovvio che anche i contrasti tra le Organizzazioni artigiane rimangano inalterati. I rinnovi contrattuali della fine degli anni 70 sono, così, caratterizzati da una profonda divisione su un tema scottante per le piccole imprese: il riconoscimento dei diritti sindacali all interno delle aziende con meno di quindici addetti. Confartigianato - in contrapposizione con Cna, Casa e Claai - mantiene una posizione di netta chiusura, rivendicando alla contrattazione negoziale la competenza a disciplinare i rapporti sindacali e rifiutando l applicazione sic et simpliciter dello Statuto dei Lavoratori alle aziende minori. E mentre le altre Organizzazioni firmano i contratti nazionali di lavoro - preceduti dall accordo interconfederale sulla contingenza - Confartigianato oppone un netto rifiuto e copre la vacanza contrattuale con uno strumento che resterà unico nel panorama delle relazioni industriali: le Norme unilaterali di comportamento. La risposta definitiva alla delicata questione della presenza del sindacato dei lavoratori nelle aziende artigiane arriva solo con l accordo interconfederale del 1983, che sancisce la costituzione - a livello territoriale - degli enti bilaterali, i quali, esattamente dieci anni dopo, diventeranno - come osserva Pesole - il fulcro delle relazioni sindacali dell artigianato. Si tratta di un salto di qualità di notevole importanza per le imprese artigiane, che, negli anni 80, si vedono premiare non solo dall Assemblea di Strasburgo con la proclamazione dell anno europeo dell artigianato (1983), ma anche dal

18 Parlamento italiano, che emana la nuova legge - quadro per il settore (1985). Del resto, è proprio in questi anni che si assiste ad un secondo miracolo economico, questa volta, però, legato non alla grande industria e alle partecipazioni statali, ma all artigianato e alla piccola impresa. Non a caso in Italia già si parla apertamente di società post-industriale e l artigianato è il candidato ideale per assumere il ruolo di protagonista del nuovo modello. Lo stile piccolo è bello finisce, però, presto. All inizio degli anni 90, il Paese è costretto a confrontarsi con i parametri dell integrazione economica europea, un confronto che impone anche all artigianato di individuare un riposizionamento strategico nel delicato e confuso passaggio dall industriale al post-industriale, una transizione complicata, tra l altro, da un fenomeno del tutto nuovo: l immigrazione - consistente e spesso drammatica - di cittadini extracomunitari. Alla Confartigianato bellunese va riconosciuto il merito intellettuale di aver legato immediatamente tale fenomeno con la questione centrale della demografia locale, che già da molti anni registrava un invecchiamento inesorabile della popolazione, tale da ingenerare un rovesciamento della piramide demografica in grado di pregiudicare le prospettive stesse dello sviluppo economico. Operazione questa né semplice, né facile, poiché, a metà degli anni 90, solo una sparuta avanguardia della popolazione e della classe politica è disponibile ad accettare l avvento di una società multietnica come garanzia di continuità del livello di benessere diffuso: una larga parte della comunità locale percepisce, infatti, l immigrazione di lavoratori extracomunitari con diffidenza e qualche disagio. Solo pochi anni più tardi, l analisi dell Unione si dimostrerà non solo coerente con gli eventi, ma addirittura lungimirante: un indagine SWG del giugno 2005 confermerà, infatti, che, rispetto a pochi anni prima (1998), la maggioranza degli italiani (52%) percepisce l immigrato come una risorsa (sette anni prima a pensarla in questo modo era solo il 38%), che non sottrae opportunità di lavoro ai lavoratori italiani (50%) e non porta solo criminalità (59%). E la solidarietà inizialmente espressa dall Associazione in termini generali si trasformerà, coerentemente, in sostegno diretto all imprenditoria e alle maestranze di matrice extracomunitaria, che, nei fatti, hanno già dimostrato di contribuire non poco a mantenere positivo il saldo rispettivamente delle imprese artigiane e dei livelli occupazionali. Nello stesso periodo, la Confederazione Nazionale - per mantenere e qualificare l identità sociale e culturale dell artigianato - sceglie di puntare sulla creatività nella conduzione del lavoro e sull etica professionale nell organizzazione dell impresa. Attraverso questi due concetti, la confederazione riesce a trasporre sul piano politico i valori della partecipazione, della personalizzazione e della capacità professionale dell imprenditore. Nasce, così, l artigianato come modello di democrazia economica, che, come tale, va sostenuto e sviluppato secondo le linee d azione racchiuse nell acronimo L.i.s.c.a., dove: L sta per liberalizzazione, ossia allentamento dei vincoli burocratici, i per internazionalizzazione, s per securitizzazione, ossia un azione comune delle piccole imprese in direzione degli istituti di credito, c per computerizzazione, ossia innalzamento del livello di informatizzazione e a per apoliticizzazione, cioè archiviazione definitiva del rapporto preferenziale con un singolo partito politico. 17

19 18 I N T R O D U Z I O N E Di queste cinque linee d azione l apoliticizzazione è, senza dubbio, quella che è destinata a incidere più profondamente nel rapporto delle Organizzazioni con le istituzioni e il mondo politico. La questione politica Apparentemente, l apoliticizzazione sembra essere la diretta conseguenza della crisi delle ideologie che avevano fortemente caratterizzato sia le relazioni internazionali, sia la politica interna durante l intero dopoguerra. Ma una parte degli analisti politici e degli storici italiani ha fornito una chiave di lettura meno superficiale alla crisi del collaterialismo, che è cominciata negli anni 80 e che è proseguita, con contraccolpi anche istituzionali, nei successivi anni 90: il modello politico consociativo e quello economico del collateralismo crollano quando si manifesta la crisi fiscale dello Stato. La consapevolezza di aver partecipato - non in regime di alternanza, ma piuttosto in forma consociativa - alla enorme dilatazione del debito pubblico, provoca nel mondo cattolico - che la DC, fino a quel momento, aveva saputo tenere unito - grandi spaccature, mentre il PCI inizia il suo lungo e tormentato travaglio alla ricerca di una nuova identità. Le Associazioni si trovano davanti uno scenario totalmente nuovo e disorientante: niente più referenti politici stabili; niente più controllo del comportamento elettorale dei propri iscritti; niente più governi consociativi ma, al contrario, affermazione del principio dell alternanza. Cambia la società politica come quella civile e - dall inizio degli anni 90 - anche le Associazioni territoriali affrontano una sofferta metamorfosi: da luoghi di scambio di benefici si trasformano in organizzazioni di rappresentanza di interessi. La prima attività concreta e formale è l adeguamento degli Statuti al nuovo corso: anche la Confartigianato bellunese si affretta a dichiarare il proprio nuovo status di organizzazione non più solo apartitica ma anche agovernativa: proclama, cioè, il distacco formale e sostanziale dai partiti, dai movimenti e dai governi di turno e afferma la propria autonomia decisionale, che, d ora in avanti, si fonderà sulla salvaguardia degli interessi della categoria così come esplicitati nel mandato di rappresentanza. E un percorso né semplice, né indolore, che crea ampi spazi - colmati anche da nuove aggregazioni, spesso radicali nei comportamenti ed estremi nelle azioni - e che richiederà quasi l intero decennio per completarsi. In effetti, come osserva Giuseppe De Rita, una spinta tutta centrata sulla responsabilità individuale, in assenza di meccanismi regolatori e di attenzione politica e un elevata carenza di supporti pubblici avrebbe potuto facilmente generare nel localismo italiano il germe del rancore, una sorta di fare da sé per goderne da soli : e questo, in alcuni casi, si verificò effettivamente. Ma ad impedire che ciò si verificasse in forma generalizzata e diffusa è proprio l impegno

20 19 costante della rappresentanza associativa, che accompagna e dà ruolo politico e collettivo agli artigiani, agendo come una demoltiplicazione delle punte più individualiste e delle tendenze regressive. Alla metà degli anni 90, la traghettazione delle organizzazioni verso la rappresentanza d interessi appare ormai irreversibile. Si dimostra, tra l altro, una scelta oculata e vincente, tanto che le organizzazioni artigiane compaiono in vetta a molte graduatorie di gradimento e di fiducia: nel 1995, un indagine sul campo rivela che, in un generalizzato clima di sfiducia istituzionale, sono solo le Associazioni artigiane a mantenere un ruolo di riferimento, con un 67% degli intervistati che le giudica ancora affidabili e credibili. Ed è una fiducia motivata fortemente dal fatto che tali organizzazioni sono valutate come il soggetto meno politicamente caratterizzato: tant è che tenendo conto dell appartenenza degli intervistati ai partiti e alle forze politiche, quelle artigiane sono le uniche istituzioni ad avere la fiducia pressochè di tutti (dal 77% di AN al 60% del PDS, dal 90% del Polo al 65% dell Ulivo), proprio come la scelta di autonomia dai partiti ambiva ad ottenere. Diretta conseguenza di questa metamorfosi è anche il maggior coinvolgimento degli imprenditori nella vita dell Associazione: si creano organi e competenze molto più definiti che in passato, si moltiplicano le occasioni di dibattito e di confronto, si aggregano interessi trasversali alle categorie in organismi ad alta specificità, mentre la struttura organizzativa evolve sul piano delle prestazioni, sviluppando una naturale e crescente attenzione per i servizi e le opportunità, nell ottica di un assistenza diretta alle aziende nei grandi processi di cambiamento che attraversano il mercato. E anche grazie a questo nuovo posizionamento strutturale dell Associazione che l impresa - e, in particolare, la piccola impresa - diventa punto di riferimento degli orientamenti della società e la rete di piccoli imprenditori diviene espressione del cosiddetto capitalismo dell uomo qualunque : ciò si manifesta in modo eclatante soprattutto nel Nord - Est, che, in quanto locomotiva d Italia - con tassi di crescita vicini a quelli della Baviera e reddito pro-capite superiore del 20% a quello medio dell Europa -, diventa un caso da studiare e replicare. Non è dunque un caso che, sul finire degli anni Novanta, Confartigianato proponga una lettura articolata di questo nuovo localismo e suddivida l Italia in quattro macroaeree: l Italia adriatica - che comprende il Veneto, alcune provincie della Lombardia, l Emilia Romagna e le regioni costiere del centro-sud, dove l integrazione produttiva determina la specializzazione distrettuale -; l Italia del Nord- Il Maestro d arte fabbrile A. Corriani (1962, foto Giuseppe Zanfron).

21 20 I N T R O D U Z I O N E Il Maestro Gigi Scremin al lavoro nella sua bottega di Belluno (1974, foto Antonio Arena). Ovest - sostanzialmente composta dal Piemonte e dalle province lombarde occidentali, fortemente legata all industria dal rapporto di subfornitura -; l Italia del Tirreno - comprendente la Liguria, le regioni centrali e la Sardegna, in cui l artigianato è privo di connotazioni specifiche -; e, infine, l Italia del Sud - con un artigianato debole e fortemente indirizzato verso i servizi. I pochi elementi comuni tra questi sistemi d area condizionano l individuazione della fiscalità quale materia unificante, mentre, sul piano organizzativo, le Associazioni territoriali puntano su due obiettivi: da un lato, la creazione di un sistema a rete - che consenta di condividere le esperienze e accrescere l intelligenza associativa - e, dall altro, la rapida conversione di risorse dai servizi maturi a nuovi servizi, innovativi e di sviluppo. L elemento di maggiore debolezza che caratterizza questo riposizionamento strategico delle organizzazioni artigiane è, forse, l accentuata frammentazione endemica che si è venuta a creare dopo che le ideologie non sono state più in grado di unire. C è sempre frammentazione nella rappresentanza nazionale dell Artigianato, che - dopo il tentativo dell inizio degli anni 90 di dar vita ad un unità d intenti del variegato mondo del lavoro autonomo - non percorre la via dell unificazione. C è frammentazione tra gli stessi mestieri, che alla logica della tutela dell interesse della singola impresa - tipica degli anni del collateralismo - riescono a sostituire, per ora, solo la logica della tutela della propria categoria e non dell insieme. E c è frammentazione, infine, nella base rappresentata, che sembra non aver ancora compreso di appartenere a un unico ceto medio, con interessi diversi e, a volte, non convergenti, ma con valori e aspettative comuni. La riconciliazione sociale e i valori pubblici Proprio questa poliedrica frammentazione finisce con l incidere profondamente e negativamente nell approccio dell artigianato ai fenomeni della globalizzazione e della delocalizzazione, che caratterizzano soprattutto la seconda parte degli anni 90 e l inizio del nuovo secolo. Diversamente da quanto la teoria economica aveva escluso già a partire dal secondo dopoguerra, le delocalizzazioni iniziano a mostrare un lato oscuro,

22 21 che offusca la loro funzione di semplice elemento della dinamica del progresso, tesa a migliorare la specializzazione dei singoli paesi nelle produzioni per le quali si trovano in condizioni relativamente più vantaggiose. Nel momento in cui vengono attuate con sempre maggiore intensità, osserva acutamente Jean Paul Fitoussi, le delocalizzazioni hanno, infatti, conseguenze drammatiche sui territori e sulla sorte delle persone. Sostenere - come era prassi diffusa - che questi trasferimenti internazionali non danneggiano l occupazione globale equivale a legittimare uno stato di sofferenza sociale e l aggravamento di squilibri, in nome di prospettive di miglioramento per altre categorie di popolazione. L estensione della sfera di mercato su scala planetaria e la sua penetrazione in seno a ogni società rende, inoltre, più incerta la ripartizione del surplus risultante dagli scambi internazionali: proprio la nuova ripartizione del surplus tende a diventare tanto sperequata da provocare perdite nette nei paesi che hanno perduto, per qualcuna delle produzioni in cui erano specializzati, il loro vantaggio competitivo. Alle ripercussioni pesanti sugli assetti produttivi e occupazionali - soprattutto dei distretti industriali - prodotti dai fenomeni di delocalizzazione si associa presto una lunga fase di stagnazione, che si trasforma rapidamente in recessione, con una significativa contrazione della domanda interna e una flessione netta delle esportazioni: la risposta delle imprese artigiane non è di tipo solidaristico e consortile e la sostanziale incapacità a dar vita ad aggregazioni produttive e di servizio certamente influisce sull espulsione dal mercato di moltissime piccole aziende, soprattutto subfornitrici. Si tratta di una mancanza che - oltre a rappresentare un oggettivo limite culturale del settore - si alimenta pesantemente del clima di forte disorientamento che si respira in tutta la società italiana e, in particolare, in quella del Nord Est. E uno stato d animo che parte da lontano e che si è avviato da tempo. Un indagine del 1995, ad esempio, già rivela un progressivo incrinarsi della fiducia nelle istituzioni e tutti i tradizionali punti di riferimento perdono quote rilevanti: la Magistratura ottiene fiducia solo dal 43% dei veneti, l Industria dal 39%, la Cooperazione dal 32%, i Sindacati dal 22% e lo Stato dal 18%. Nei primi anni del 2000 tutto si amplifica e si accelera: la società - come annota Ilvo Diamanti - ha ormai definitivamente perduto i tradizionali sistemi di riferimento e si muove sostanzialmente su due assi: la sfiducia nelle istituzioni e la perdita del rapporto forte col lavoro. Ancora una volta, tutto ciò è molto più evidente a Nord-Est, che vive la fine Ino, calzolaio di Cavarzano a Belluno (1977, foto Roberto Dalla Cort).

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