TEMA 4: LE FACOLTÀ APPETTITIVE E LA VOLONTÀ LIBERA. Tema 4/1: Volontario e involontario. Paul Ricoeur, Filosofia della volontà,

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1 TEMA 4: LE FACOLTÀ APPETTITIVE E LA VOLONTÀ LIBERA Tema 4/1: Volontario e involontario Paul Ricoeur, Filosofia della volontà, Parte prima, I, 3: Motivazione del volere P. Ricoeur, Filosofia della volontà, Marietti, Genova 1990, pp

2 Paul Ricoeur Filosofia della volontà 1 Il volontario e l'involontario a cura di Marco Bonato DESCRIZIONE PURA DEL «DECIDERE" 69 anticipando sull'interpretazione generale delle radici corporee della motivazione, che è in parte a causa del corpo se non si dà una libertà di indifferenza. La descrizione del progetto come apertura di possibili nel mondo e soprattutto quella dell'imputazione dell'io come autodeterminazione potrebbero dare la sensazione che la volontà sia un decreto arbitrario. Il rapporto ai motivi, che dà alla descrizione pura dell' atto di decidere la sua terza dimensione, mette in scacco questa opinione affrettata; la più alta volontà è quella che ha le sue ragioni, cioè, che porta sia il segno di un'iniziativa dell'io che quello di una legittimità. Il nostro compito è allora 1) distinguere questo rapporto di motivazione da ogni altro, in particolare da ogni nozione di stile naturalista; 2) determinare la ricerca dal lato della morale: se un motivo è un valore, la descrizione del volere deve anche farsi carico di una filosofia dei valori e implicare un' etica? 3) comporre questo uuovo tratto della decisione con i due precedenti: come posso allo stesso tempo determinarmi a qualcosa e decidere perché quel qualcosa è apparentemente il meglio? L'essenza della motivazione 3. La motivazione del volere. Non si dà decisione senza motivo. Questa relazione originale conduce ai limiti del problema centrale del volontario e dell'involontario. Infatti, secondo questo primo rapporto, il corpo rientra nella sintesi volontaria, mentre si offre come organo alla mozione e come necessità insuperabile al consentimento. Si può dire, 21 Cfr. qui di seguito cap. III, 3 e 4. Del rapporto della decisione con i motivi fa parte un tranello ed anche un invito a tradire la libertà. Da questo lato, il volere si espone ad una interpretazione naturalista che lo sminuisce. Non si dice forse: lo voglio fare perché..., a causa di...? La parola stessa motivo evoca una mozione, un movimento osservabile di diritto nel mondo degli oggetti come un fenomeno naturale. Tutto il linguaggio fa la sua parte nel confondere una ragione di agire con una causa, come d'altronde lo sforzo con un effetto. L'azione sembra un insieme di effetti i cui motivi souo le cause. È necessario perciò riconoscere il rapporto originale dei motivi con la decisione all'interno del cogito e distinguerlo dal rapporto istituito sul piano degli oggetti fra la causa e l'effetto n. Senza far ricorso alle ragioni generali, enunciate nell'introduzione, per cui opponiamo l'ordine della coscienza a quello degli oggetti, possiamo contrapporre motivo e causa direttamente. Lo specifico di una causa sta nel poter essere conosciuta e compresa prima dei suoi effetti. Un insieme di fenomeni può essere intelligibile 22 Sull'opposizione fra motivo e causa, A. PFANDER, Phiinomenologie des Wollens, cit., e soprattutto Motive und Motivation, cit., Nella stessa direzione, A..MrCHoTTE e PRUM, Le choix volontaire et ses antécédents immédiates, cit., : <<La ragione, la giustificazione della scelta», da ragione d'agire».

3 70 DECIDERE: LA SCELTA E I MOTIVI a prescindere da un altro insieme di fenomeni che ne sono il risultato. È la causa che conferisce il suo senso all' effetto; la comprensione procede in modo irreversibile dalla causa all' effetto. Al contrario, l'essenza del motivo è quella di non avere senso compiuto al di fuori della decisione che lo invoca. Non mi è possibile comprendere innanzi tutto i motivi in se stessi, per derivarne in un secondo momento l'intelligenza della decisione. Il loro senso finale è congiunto in modo originale a quell' a zione del sé su di sé che è la decisione; mediante uno stesso movimento, una volontà si determina e determina la figura definitiva dei suoi argomenti affettivi e razionali, impone il suo decreto all' esistenza futura ed invoca le sue ragioni; l'io si decide poggiandosi su... In senso inverso, non bisognerebbe dire che la decisione è la causa dei suoi motivi; si distingue nettamente, infatti, un motivo da un pretesto, cioè da una ragione-posticcia che l'io offre agli altri - o a se stesso considerato come un altro suscettibile di essere ingannato. Non si comprende propriamente il pretesto se non in contrasto con il vero motivo e come indice di un vero motivo che nasconde e che fonda la decisione. Il rapporto è dunque reciproco: il motivo fonda la decisione solo se la volontà si fonda su di esso, la determina solo in quanto essa si determina. Si noterà come dalle espressioni nascono le immagini, appoggiarsi su..., fondarsi su... (su che cosa ti basi? La tua decisione non poggia su nulla). È la metafora del punto di appoggio. È curioso che per lottare contro la concettualizzazione astratta del naturalismo, il linguaggio ci offra so Ia il soccorso dell'immagine, come sapeva bene Bergson. L'immagine conserva un riflesso di significato mediante il quale il linguaggio è in grado di indicare l'ordine del cogito. Questa metafora del punto di appoggio è solidale con quella dello slancio. lo mi appoggio su... nella misura in cui mi slancio. Ogni motivo è motivo di..., motivo di una decisione 23, Questo rapporto rigorosamente circolare, come tutti i rapporti del volontario con l'involontario, della mozione con i suoi organi, dei consentimento con la stessa necessità, ci assicura che, per un motivo, determinare non significa causare ma fondare, legittimare, giustificare. v A PFANDER, Motive und Motivation, cit., 152: «Questo atto di appoggiarsi su qualcosa nel" l'operazione di un atto volontario è una azione mentale originale. È soltanto mediante questo atto mentale di appoggiarsi, che si istituisce un legame tra fondamento e atto volontario e solo così il motivo possibile diviene un vero fondamento del volere». Pfiinder propone di «prendere la parola motivo unicamente in questo senso di fondamento del volere che esige e di intendere correlativamente con motivazione unicamente il rapporto originale tra il fondamento del volere che esige e l'atto volontario che si appoggi su di esso» (153). DESCRIZIONE PURA DEL «DECIDEREI> 71 Dunque, appare vana la volontà di unificare il linguaggio della psicologia e quello della fisica, integrandoli in una cosmologia generale di tipo causale. Infatti, sul piano degli oggetti empiricamente considerati, la spiegazione causale non conosce limiti, il determinismo è senza lacune, è totale oppure non è; il suo regno è coestensivo di diritto all'oggettività empirica. Pensare una qualunque cosa come oggetto empirico significa pensarla secondo una legge. Bisogna dunque rinunciare a porre le strutture fondamentali del volere (progetto, auto-determinazione, motivazione, mozione, consentimento, ecc.) negli interstizi del determinismo, cioè in una cosmologia generale che si impianterebbe primariamente in un ordine fenomenale della causalità fisica. Perciò non bisogna cercare se la motivazione è un aspetto, una complicazione, o al contrario una limitazione, una rottura della causalità empirica; il problema stesso è privo di senso e suppone la precedente aggettivazione e naturalizzazione del cogito. È così che nasce una fisica dello spirito e il falso dilemma che porta con sé: o si immaginerà una gerarchia di causalità sovrapposte, in cui la più elevata dà compimento alla più bassa, senza essere in grado di mostrare come essa si inserisca di fatto nella biologia e nella fisica; oppure si sacrificherà la coscienza ad un monismo naturalista. La descrizione pura comincia restaurando l'originalità della coscienza in rapporto alle strutture oggettive che d'altronde si rapportano a loro volta al cogito, come dimostra una descrizione pura della percezione e delle strutture costruite sulla percezione 24. Questa distinzione di principio fra il motivo e la causa sarà il nostro filo conduttore attraverso le recenti psicologie della volontà: 1) Essa ci autorizza innanzi tutto a sollevare delle riserve riguardo alle cosiddette psicologie della sintesi o della totalità che si oppongono all' atomismo psicologico, ma all'interno dello stesso pregiudizio natura Iistico; non basta opporre la totalità psichica ad una composizione di atomi o di elementi semplici per salvare l'originalità della volontà, perché si tratta ancora di una totalità che resta all'interno di una fisica mentale. È una nozione ambigua che traspone un riflesso di significato preso a prestito dall' appercezione di sé sul piano della natura; la descrizione si impegola in falsi problemi come quello del rapporto del tutto con la parte. Un motivo non è una parte e la decisione non è un tutto; come è possibile che la decisione si opponga ad una parte dell'io e generi n Cfr. qui di seguito cap. III, 4. Perciò, la libertà e la motiva.~ione non possono essere definite come la «causalità vista dal di dentro», A SCHOPENHAUER, Uber die vierfache Wurzel des Satzes von zureichende Grunde, Frankfurt a. M [La quadruplice /"adice del principio di ragione sufficiente, tr. it. di E. Amendola Kiihn, Boringhieri, Torino 1959, ].

4 72 DECIDERE: LA SCELTA E I MOTIVI l'io? "È necessario salvare l'originalità del rapporto dei motivi con la decisione che la cosiddetta psicologia delle tendenze rischia di alterare a vantaggio di un processo di composizione o di totalizzazione delle forze psichiche, che resta succube dei modi di pensiero naturalista. 2) La psicologia di Bergsop, almeno quella dell'essai, condivide con l'atomismo molti pregiudizi. E illusorio interpretare il determinismo psicologico come un errore sulla successione degli stati di coscienza come se l'identità degli stessi motivi attraverso il tempo fosse il postula;o fondamentale di questo determinismo. Bergson crede di superarlo alleggerendo e diluendo gli stati di coscienza nella durata ma non risale mai alle radici della naturalizzazione della coscienza; n~n può farlo perché il suo punto d, vista, che non ammette soluzioni di continuità nella vita mentale, non rompe con il pregiudizio secondo il quale lo stato di coscienza è una realtà nella coscienza. La critica radicale del determif.l.ismo psicologico consiste interamente nella riscoperta dell'intenzionalità degli atti di coscienza. La coscienza non è un fenomeno naturale. Quindi, una certa molteplicità, non degli stati ma degli atti di coscienza nel tempo, è perfettamente compatibile con il rapporto tra motivo e decisione; il senso di tale motivo può distinguersi da ogni altro e conservarsi nella durata. Motivi molteplici ed identificabili non devono nulla al determinismo perché non sono nella natura, essi entrano nell' atto della decisione secondo rapporti assolutamente originali. Questa originalità non esige ancora, per esser compresa, una revisione della comprensione della durata. Una sezione istantanea permette di far apparire, in un dato momento della maturazione volontaria, il rapporto volta a volta nascente, crescente o decrescente, del motivo con la decisione. Una decisione che sta per prendere forma è relativa a motivi che stanno per prendere forma' l' esi~a~ione che ~vide ii :,olere e lo tiene sospeso è pure una motivazio~ ne divisa ed evasiva. In CIascun momento della ricerca della scelta si avvia il gesto interiore di poggiarsi su delle ragioni. È lo stesso dire che una scelta non è definita e che il motivo non è determinante' la storia di una decisione è anche la storia di una motivazione attravers~'schizzi avvii, ~arce in?ietro, s.alt~, c~i~i e deliberazione. È con uno stesso gest~ che mi determino e mi giustifico. Il «perché» della motivazione va in. 1~ W. ]Ar;tE~,.Th.e princip~es oj psychology, New Yor~ 1950" I 139 [~rincipi di psicologia, tr. H. di G. PretI, l nnclpato) MIlano] domandava a proposito dell amore dl sé: {,Qual è l'io che è amato neli',a~.ore di sé?»; P. ]ANET, De l'angoisse à l'extase, Paris 1926, I 313, che lo cita, domanda: «Qual e Il.0 che vuol~?»; ~utte queste domande (come quella di E. CLAPARÈDE, Does the will expre:s t?~ enttre personal:ty?, lo Studies in honour oj Morton Pl"ince, 1925) restano sul piano delle relazloill madeguate fra Il tutto e la parte. DESCRIZIONE PURA DEL "DECIDERE» 73 cerca di se stesso contemporaneamente al possibile che va in cerca del progetto. Perciò, non è possibile correggere del tutto l'atomismo psicologico mediante una psicologia della durata se non si è riconosciuta l'essenza originale della motivazione. Se l'essai di Bergson non ci è di alcun aiuto per correggere i pregiudizi della psicologia classica a riguardo della stessa essenza della motivazione, di contro ci dà i mezzi per spezzare i limiti di una descrizione pura che nella durata è vincolata alla sezione istantanea. Il conflitto, la maturazione, la scelta sono inseparabili dal tempo; Bergson ci ha insegnato che la durata è la vita stessa della nostra libertà. Non lo dimenticheremo quando tenteremo di dare un soffio di vita a quello scheletro di nozioni che questo primo capitolo prova a mettere in piedi. 3) Un ultimo confronto ci permetterà di precisare il senso di questo rapporto tra motivo e decisione. Una certa tradizione intellettualista crede di dover salvare l'originalità della volontà opponendo i motivi ai moventi; i moventi sarebbero affettivi e passionali, i motivi razionali e ragionevoli. La motivazione volontaria sarebbe una specie di ragionamento pratico in cui la decisione avrebbe il ruolo di conclusione ed i motivi quello di premesse. Il sentimento di obbligazione che accompagna di frequente questo ragionamento non sarebbe di diversa natura dalla necessità intellettuale che accompagna il ragionamento scientifico". Qui non si farà ricorso a questo genere di opposizione; essa suppone che, eccezion fatta per il giudizio razionale, la vita mentale sia soltanto suscettibile di una spiegazione naturalista e causale. Questo intellettualismo condivide con l'empirismo il pregiudizio che un movente sia una causa e che noi ci si sottragga al dominio delle cose soltanto attraverso la chiarezza del ragionamento. Bisognerà invece convincersi che la gran parte dei nostri motivi non sono di altra stoffa dalla nostra vita affettiva; tutta la nostra concezione del corpo, dell'involontario corporeo offerto al magistero dell' «lo voglio», riposerà sulla convinzione che è lo slancio stesso dell'involontario corporeo che muove il nostro volere, secondo una mozione sui generis che il nostro arbitrio adotta decidendosi. Il rapporto motivo-decisione è più ampio del rapporto tra premesse e conseguenza in un ragionamento pratico. Il ragionamento pratico è semplicemente una forma che non ha carattere esemplare; la vita reale ce ne offre solo pochi esempi, come si vedrà in seguito. Il tipo della decisione razionale è una sorta di caso-limite in cui inoltre si degradano alcuni tratti fondamentali della decisione. Certamente Descartes era più vicino alla verità quando congiungeva la decisione pratica ali'impossibi- 26 Cfr. qui di seguito la più ampia discussione del1'intellettualismo; cap. III.

5 74 DECIDERE: LA SCELTA E I MOTIVI lità di esaurire l'analisi razionale di una situazione, la cui urgenza, d'altra parte, non permette di spingere molto avanti la chiarificazione. Se l'intellettualismo chiude arbitrariamente la motivazione nella stretta cornice del ragionamento pratico, lo si deve al fatto che non ha considerato l'essenza della motivazione tanto nel suo rigore esclusivo della causalità, quanto nella sua ampiezza che accoglie l'infinita diversità dell' esperienza. È necessario e sufficiente, perché una tendenza sia un motivo, ch'es~ sa si presti al rapporto reciproco tra le tendenze affettive e razionali che inclinano il volere e una auto-determinazione del sé che si fonda su di esse. Il rapporto circolare tra i motivi e la decisione è la misura eidetica di ogni osservazione empirica. Si potrebbe in questo senso ripetere la formula antica: il motivo inclina senza necessitare. Ma nella parola necessitare sono implicati troppi sensi ed è necessario distinguerli. 1) Se la necessità è sinonimo del determinismo naturale la formula si traduce così: il motivo non è causa. 2) Se la necessità indica lo sfondo insuperabile del carattere, dell'inconscio e della vita sul quale si staglia un motivo determinato, tutto ciò che Jaspers chiama le situazioni-limite dell' e sistenza umana, la formula acquista un altro senso: essa sottolinea la differenza fra un involontario suscettibile di essere circoscritto affrontato e cambiato, che è precisamente il motivo, ed un involonta~io diffuso avvolgente ed incoercibile, che non può più essere motivo di... Ma que' sta necessità in prima persona si riferisce ancora ad un' altra dimensione del libero volere: il consentimento. 3) Per ultimo, la parola necessitare potrebbe indicare impropriamente la schiavitù delle passioni, la prigionia del Nulla. Ma qui, questa schiavitù è lasciata fra parentesi. La formula acquista allora un terzo senso: la motivazione di un libero volere è più fondamentale dell' alienazione della coscienza sedotta. Motivo e valore: il limite fra la descrizione pura e l'etica La descrizione della motivazione, delimitata dal lato della fisica deve esserlo anche dal lato della morale. È facile indicare l'origine del 'problema morale nella riflessione sui motivi del volere, ma più difficile è tracciare una linea di demarcazione fra le due discipline. Un motivo raffigura e, se così si può dire, «storicizza» un valore ed un rapporto di valori 27; invocare W1a ragione non significa spiegare, ma 27 Questa formula abbreviata si ispira liberamente a M. SCHELER, Der Fonnalismus in der Ethik und die materiale Wertethik, in Gesammelte Werke, Bd. 2, a c. di M. Scheler, Bern 1954 [[l/onn~lismo.nell'etica e (etica ma~e~iale dei valori, tr. pdr~iale di C? Alliney, Milano 1944J, da cm abbiamo tlcavato due Idee: 1) VI e un collegamento fra 11 formalismo del dovere e l'edonismo DESCRIZIONE PURA DEL «DECIDERE» 75 giustificare, legittimare, cioè, invocare un diritto.. Ma il valore implicato nello slancio del progetto non assume necessanamente la forma del giudizio di valore, così come l'auto-imputazione dell'io, inclusa n~lla decisione, era semplicemente pronta per una riflessione che la espl!cllass.e in forma di giudizio di responsabilità. Tale riflessione che eleva 11 motlva allivello di un valore giudicato si verifica anch' essa in occasione dei rapporti dell'io cot;-i'altro: io mi giustifico dinan~i a..., agli occhi di.. :; cerco un' approvazlone, contesto o anticipo una d:sapp:ova~lone;. a ffil.a volta imparo a valutare i miei atti valutando quelli degl! altn. In smtesl, è all'interno di un contesto sociale di lode e di biasimo che rifletto sul valore 28, Ma una meditazione sul «si» e le sue valutazioni inautentiche, simile a quella da noi avviata a proposito del giudizio di imputazione, ci condurrebbe ad analoghe considerazioni: la valutazione sociale non è che l'occasione, a volte l'opportunità e spesso la degradazione di un potere più originario di valutazione costitutivo della volontà individuale. Fa parte dell'essenza di una volontà il cercarsi delle ragloill, attraverso questa essenza passa la valutazione sociale, che trova in essa un radicamento ed un medium. Il carattere riflessivo della valutazione conferisce così al giudizio di valore un significato paragonabile al giudizio di responsabilità. La valutazione implicita, se sorretta dal movimento in avanti della COSCienza, resta un sentimento che fa parte del progetto stesso: è il progetto che vale. Quando rifletto sul valore del progetto, ne allento per un att1ffio lo slancio la valutazione è allora un movimento di raccoglimento durante il q~ale interrogo la legittimità dei miei progetti e metto in questione il mio proprio valore, poichè io sono il mio stesso progetto; questo raccoglimento, questo tornare sul valore, può restare un.mo~ento che fa parte di una dialettica più ampia dello slancio e della nflesslone. Ma sia che il ritorno sul valore sia duraturo, sia che lo slancio della deci- (l'utilitarismo ecc. ed in generale 1'affettivismo) del bene; 2) Gli a priori materiali (non-formali) non hanno altro modo di rivelarsi se non attraverso i sentimenti psicologiez e lo sviluppo della storia. Avremo occasione di mostrare il rapporto dell' a priori con l'affettività individuale, in particolare nello studio dei motivi vitali, al cap. II. Di contro il rapporto dell' a priori con la storia supera il quadro strettamente psicologic.o di. questo la~oro; tale.rappor~o è tutta~ia ~l'problema più importante dell'etica. Sarebbe necessar10 dimostrare li modo s1stematico, per glustif1care la nostra espressione storicizzazione dei valori, che non vi sono invarianti morali a fianco o al di sopra dei giudizi, dei sentimenti e dei costumi varia.bili e che tuttavia la storia variabile è il modo di apparire de~li a priori morali. Rispetto a Max Scheler, accentuiamo di più questa mediazione necessatla dell' az10- ne e della storia che impedisce di considerare i valori come essenze da contemp~are. Per lo stes~o motivo, evitiamo di irrigidire eccessivamente la nostra opposizione alla concezlone d:l.valore 10 Sartre; non è esagerato affermare che decifriamo il bene mediante la nostra stessa dedizione; una interpretazione aprioristica dei valori può essere spinta fino a tal punto. 2 Sull'approvazione si veda R. LE SENNE, Traité de morale générale, Paris 1942,

6 76 DECIDERE: LA SCELTA E I MOTIVI sione sia a lungo sospeso, sia che il rapporto della valutazione ad un qualche progetto sia addirittura del tutto evitato, resta il fatto che la valutazione si separa dallo slancio della coscienza verso l'azione. Perciò i giudizi di valore non portano il sigillo futuro del progetto, ma si enunciano al presente del valore: questo è bene. Più in generale, dal momento che essi perdono ogni riferimento ad un'inserzione imminente o rimandata del progetto nel mondo, il loro modo grammaticale non è più l'imperativo o il gerundio, ma l'indicativo del valore ". Qual è, a queste condizioni, la linea di confine fra la descrizione pura del volere e l'etica? È chiaro dall'inizio che l'etica comincia con il fare astrazione dallo slancio del progetto nel quale si trova compresa la valutazione preriflessiva. La coscienza si costituisce in coscienza morale quando diventa tutta intera valutazione, riflessione sui suoi valori. Questa valutazione sviluppata è senza dubbio un giudizio, precisamente una comparazione: questo è migliore di quest' altro; quello è hic et nunc il migliore. Questo giudizio, nella scala ridotta di una situazione, ha come orizzonte e come sfondo riferimenti e referenze di valore che non sono ogni volta attivamente ri-valutati ma piuttosto formano, per una data coscienza, in una data epoca del suo sviluppo, una tavola concreta più o meno ordinata, o meglio una configurazione o una costellazione di astri fissi. Questi valori non ri-valutati formano, se così si può dire, il suo cielo etico, il suo «habitus» morale. Il termine di orizzonte di valore dice bene cosa sia una coscienza etica: è una coscienza che, diversamente dalla coscienza volente, risale dalle ragioni del suo progetto alle ragioni delle sue ragioni, rimette in questione i suoi riferimenti di valore e si interroga all'infinito sui suoi valori prossimi, poi sui valori lontani, sui valori penultimi, poi sugli ultimi, e rigiudica il suo cielo etico. Nella misura in cui si distanzia dal suo progetto presente, radicalizza i suoi problemi e giudica la sua vita e la sua azione nella loro totalità. L'etica è questa radicaiizzazione. Ora, questa prova si accompagna con un'altra specie di angoscia, che non è più l'angoscia del poter-volere o del poter-potere, ma l'angoscia dei fini ultimi. Infatti, ogni progetto mette in gioco soltanto una sfera di valori in rapporto alla quale l'intero ambito dei valori serve da riferimento. In una data situazione, cerco un punto diappoggio; lo trovo normalmente nella totalità di valori non rivalutati a quel momento, i quali nel corso del dibattito con me stesso rivelarono la loro 29 Gli scolastici distinguevano in questo senso il giudizio speculativo-pratico (non bisogna mentire) e il giudizio pragmatico-pratico (gli dirò tutto) legato all'imperium della decisione. Fra l'ingiunzione astratta della regola e l'intimazione effettiva dell' azione concreta vi è la stessa distanza che intercorre fra l'infima species e l'individuo appreso hic et nunc. DESCRIZIONE PURA DEL «DECIDERE» 77 potenza di motivazione in quella situazione. All'interno di una vajut~, zione parziale tutti i miei altri valori funzionano come un volano.. E cio che Bergson ha descritto, nelle Due fonti della morale e della.relzgzone, con l'espressione «tutto dell'obbligazione». Ma nelle grandl.crlsl,. nel caso di una esperienza che mi radicalizza, di fronte ad una SItuaZIOne che mi scuote e mi attacca nelle mie ragioni ultime, allora interrogo le mie stelle fisse. Tutto è mutato. Non posso più chiedere quale sia l'orizzonte di valore di quella tale valutazione. I valori ultimi si disvelano improvvisamente come valori che non si riferisc?no più a.. : Le mie stelle fisse sono veramente fisse? Come tracclare gh ultimi assi di nfenmento? Che cosa significa ultimo? L'angoscia del fondamento di valore mi attanaglia; infatti la domanda «che significa ultimo?» si trasforma necessariamente in un'altra: <<Vi è un ultimo nel valore?» L'&vayxl'J (HfivUl mi diviene sospetto. Il Grund diviene Abgrund. Questa angoscia è, a sua volta, un' angoscia nella riflessione e non,è certo che possa risolversi all'interno della riflessione. Lo potrebbe se esistesse qualcosa come una intuizione platonica dei valori e se il raccoglimento della riflessione tracciasse l'ambito chiuso di una appercezione assolutamente pura in cui si mostrassero valori assoluti. Questa intuizione finirebbe in qualche modo per impedire di vedere l'abisso, dilatandosi e radicalizzandosi nella misura in cui la questione dei miei fini cresce in grandezza sino ad innalzarsi al rango delle questioni ultime. Per quanto mi riguarda, credo che esista una certa tlvel.azlone e;n~zionale dei valori in una data situazione; Max Scheler ha orientato l etica mediante la sua concezione degli a priori emozionali, in una direzione' convincente. Tuttavia, credo che si sia illuso sull' autonomia di questa intuizione emozionale in rapporto allo slancio della mia dedizione, cioè in rapporto a un progetto in atto; perciò stesso si è illuso sulla l'0~sibilità di un'etica pura. Questa intuizione emozionale, sulla quale SI n tornerà tra poco, sembra sottomessa ad una strana condizione che la, rer;d? insolita. I valori mi appaiono soltanto in proporzione alla mla lealta, Cloe alla mia attiva dedizione. Nel nostro linguaggio di descrizione pura, CIÒ significa che ogni valore vale in rapporto ad un eventuale pr?~etto.. Cioè, i valori non mi appaiono che in una situazione stanca qr;ahflcata m cm mi oriento e cerco di motivare la mia azione. La motlvazlone di un progetto preciso è il rapporto fondamentale in cui si inseriscono dei giudizi morali. Perciò, si è detto poc' anzi che un motivo «raffigura» oppure, se così si può dire, «storicizza» un valore o un rapporto tra,valon.. Dopo Royce e Marcel, direi che i valori non sono idee atemporah ma esigenze sovrapersonali, sottolineando così che il loro appanre è legato a? :,n~ certa storia alla quale collaboro attivamente mediante la mia posslblhta

7 78 DECIDERE: LA SCELTA E I MOnVI di dedizione, insomma ad una storia che io invento. Ecco, dunque, il paradosso del valore: esso non è assolutamente un prodotto della storia, non è una invenzione, è riconosciuto, salutato, scoperto, ma in proporzione alla mia capacità di fare storia, di inventare storia. Royce ha particolarmente sottolineato che soltanto una dedizione di carattere collettivo (o piuttosto comunitario) a ciò che egli chiama una causa può fare emergere i valori che conferiscono un sigillo di autenticità a questa causai più questa causa stessa sarà la causa dell'umanità tutta intiera, più noi avremo accesso a valori universali. Non è dato per certo che questa dedizione sia l'unico modo mediante il quale i valori si storicizzano o piuttosto mediante il quale noi facciamo loro prendere figura storicamente facendo la storia. Ci basta dire, allivello dell' astrazione che abbiamo assunto, che motivando un progetto (esso stesso momento di una coscienza militante) incontro dei valori. Se vi è una qualche contemplazione del bene, essa ha il suo supporto soltanto nello slancio della coscienza che incorpora i suoi valori in un progetto. Staccato da questa dialettica vivente di contemplazione e di decisione, di legittimazione e di invenzione, il giudizio di valore perde non soltanto la sua funzione ma anche la Sua possibilità. F a parte dell' essenza del valore di apparire soltanto come il motivo possibile di una decisione. Non sono testimone dei valori se non ne sono anche paladino. Qui sta l'origine di una sicura delusione che sembra fare tutt'uno con ogni teoria dei valori. Non vedo i valori cosl come vedo le cose. Non vedo se non ciò che sono disposto a servite. La natura stessa del valore e del vedere che pare essergli appropriato sembra chiuda ogni teoria dei valori in un cerchio. Da una parte la volontà cerca nei valori la sua legittimità, si volta verso di essi per riceverne la consacrazione del bene; dall' altra, la valutazione non è che un momento di un'iniziativa della volontà che si arruola al servizio del bene. Non voglio se non vedo, ma cesso di vedere se cesso asso-. lutamente di volere. Questa è la differenza di principio che separa la verità del bene dalla verità della cosa; l'attenzione richiesta dalla seconda non mette in gioco se non il puro intelletto, purificato dalle passioni; l'attenzione richiesta dalla prima mobilita tutto il mio essere; i valori non sono mai dati ad una coscienza che si fa spettatrice; imparzialità e oggettività non hanno lo stesso senso di fronte al valore e di fronte agli oggetti empirici. Questo spiega i chiaroscuri e la cecità più o meno duratura che affliggono la nostra percezione del bene. Forse ora comprendiamo perché la pura riflessione sui valori a margine di ogni impegno, dev' essere una angoscia senza possibilità :li ritorno. Per la seconda volta la riflessione appare come il rovesciamento di un certo rapporto vivente che devo sempre ritrovare, perché sempre la DESCRIZIONE PURA DEL «DECIDERE» 79 riflessione tende ad annullarlo. Come l'imputazione di me stesso nel progetto non può esiliarsi dal progetto senza perdersi nel cattivo infinito della riflessione, così la valutazione disgiunta, dalla dedizione non può che sprofondare in un domandare senza fine. E necessario ritornare costantemente ad una seconda ingenuità, sospendere la riflessione che a sua volta sospendeva il rapporto vivente della valutazione con il progetto. A questa condizione possiamo ricongiungerci all'interpretazione scheleriana degli a-priori emozionali, che altrimenti non saprebbe difendersi da una critica che li esilia immediatamente dalla storia e dall' azione e li sottopone all' azione distruttiva della riflessione che sprofonda necessariamente in un dubbio mortale. Ricollocata nel suo contesto di dedizione, ritrovata come una nuova immediatezza, la valutazione preriflessiva è in realtà una specie di scoperta di a-priori che trascendono il volere e che d'altronde non si percepiscono che in blocco; la veridicità è legata all' amore, l'amore alla giustizia, la giustizia all' eguaglianza, ecc..., senza che mai un valore abbia un significato isolato. Questi a-priori non possono nemmeno essere staccati dalla storia o dalla civiltà che ha assistito alloro parto; l'onore conserva la sua «aura» feudale, la tolleranza il suo accento del XVIII secolo, l'ospitalità la sua eco omerica, ecc... ; e tuttavia restano a-priori inesauribili, che illustrati solo in parte da un' e poca oppure da una classe sociale danrio nobiltà e stile a questo e a quel secolo o classe sociale. Il compito dell' etica è allora quello di rendere espliciti gli atti emozionali originari, mediante i quali la coscienza si sensibilizza ai valori. Kant stesso ha inaugurato questa descrizione con lo studio del rispetto e del sublime; ma questa sensibilità, ad un tempo umiliata ed esaltata, non è che uno dei possibili modi della valutazione che può modularsi in un'infinità d'altri toni affettivi a seconda ch'essa si porti sul nobile, l'eroico, il giusto, ecc... Ogni modo emozionale rappresenta un tropismo differente della coscienza giudicante, che si volge verso una sfera di valori dai limiti indefiniti, che però rendono possibile, all'interno della motivazione, la legittimazione di un ambito di progetti. Qual è allora la linea di confine fra la descrizione pura del volere e l'etica? È più facile mostrare il passaggio dall'una all' altra che indicare il momento in cui la linea di confine è oltrepassata. La descrizione pura del volere invoca una riflessione specificatamente morale sulla valutazione; quali sono i rapporti della valutazione con l'a-priori da una parte e con la storia dall' altra? Come può legarsi da una parte con la rivelazione affettiva di a-priori materiali e dall' altra con i criteri formali di universalizzazione che Kant ha così felicemente messo in luce e che conservano un ruolo subordinato ma fondamentale nella valutazione? Come rispettare il legame della valutazione con i problemi finiti, con situazio-

8 80 DECIDERE: LA SCELTA E I MOTIVI ni storicamente determinate, con persone il cui destino, la cui vocazione ed esperienza sono limitati, senza però rovinare il suo riferimento ad un mistero infinito di santità che illimita ogni valore e brilla nella trasparenza del suo appello e della sua esigenza? La riflessione sulla valutazione, cioè l'etica, è dunque invocata dalla nostra descrizione pura; ma quest'ultima, al tempo stesso, ne denuncia la fragilità a margine della vita. Se l'etica e la pratica cessano di fare cerchio, l'una e l'altra si corrompono. L'etica non è possibile se non come riflessione sulla valutazione implicata nello slancio del progetto, e tuttavia questa riflessione cessa di essere possibile e si inabissa nell' angoscia senza fondo se taglia il cordone ombelicale che la ricongiunge allo slancio, alla generosità stessa della libertà. Questa «situazione minacciata dei valori etici» rende sempre precaria la riflessione etica, una riflessione che deve, volta a volta, abbozzarsi a margine dell' azione e annullarsi mediante quel movimento che la pone ad una certa distanza dall' azione. Motivazione) auto-determinazione, progetto Il cerchio dell' etica e della pratica ripete il cerchio più fondamentale del motivo e della decisione. Ogni motivo che «storicizza» un valore è motivo di... e ogni decisione che «consacra» il volere ad un valore è decisione a causa di... Questo cerchio si radica a sua volta nella più elementare delle reciprocità, quella tra l'involontario e il volontario, essendo l'involontario corporeo la sorgente esistenziale del primo strato di valori e la cassa di risonanza affettiva di tutti i valori, anche dei più elaborati. Questo cerchio raffigura quindi la difficoltà centrale della descrizione pura; come si compongono nella decisione la determinazione attraverso il motivo e 1'autodeterminazione? Per comprendere questo nesso bisogna partire nuovamente dal progetto. Queste due determinazioni, né l'una né l'altra determinazioni causali di tipo empirico o naturalista, sono due dimensioni compatibili e coerenti del progetto. L'una designa l'iniziativa dello slancio e l'altra il suo punto di appoggio. Più esattamente, l'imputazione dell'io e la motivazione designano il congiungersi all'interno del decidere di un'attività e di una ricettività specifiche. Ci si ingannerebbe totalmente sul conto dell'uomo - e scopriremo progressivamente che la condizione umana ha come indice limitativo l'essere della Trascendenza - se si considerasse il volere un atto puro. L'attività non ha soltanto un contrario, bensì pure un complemento: un contrario di passività, il cui tipo è la schiavitù delle pas- DESCRIZIONE PURA DEL «DECIDERE» 81 sioni, ed un complemento di ricettività, il cui primo es.empio.è costituito dai motivi illustrato ancora in maniera diversa dagli orgaru della mozione volont~ria e dalla necessità di una condizione :,on-scelta. I~ compio i miei atti nella misura in cui ne accolgo le ragloru: for;d? I essere fisico delle mie azioni in quanto mi fondo sul loro valore, ClOe sul loro essere morale. Non si può fare ulteriore chiarezza su questo legame fondamental~ se non attraverso un' esegesi di alcune metafore tlveiatncl;/ a?blamo gla sottolineato il potere di suggestione delle metafore allorche SI annullano reciprocamente come immagini e si liberano reciprocamente del loro SIgnificato indiretto... Non a caso la ricettività del volere SI espnme attraverso metafor.e sensoriali: la p~rcezione è il modello della ricettività, essa è la pnma disponibilità della coscienza. Ascoltare -: comp;enslone -. voce - parola _ logos; si presta ascolto alla tentaz;on~,. SI resta sordi alla tentazione per non ascoltare se non il dovere 3 L Imma?me del tribun~le SVIluppa questa metafora in modo ngldo: 11 volere eun arbllrlo (libero o servo-arbitrio) che ascolta e consulta. Gh eclettici presero la metafora alla lettera e canonizzarono la deliberazione in forma di pr?cesso, con la sua pompa, la sua procedura e, pe; così di",:" la s~a liturgia. L~ complessa argomentazione del processo e, com~ 51 vedra,.una comr:~lca~l~ne risultante dall' ostacolo e dallo scacco, di un atteggiamento piu onglna~ioj più involuto, che consiste in un moment~neo ritirarsi, in una domanda informe, in una consultazione senza dlscor~o.. Vedere _ intuizione - rispetto -luce: video melzora, deterzora sequor. Il gusto: l'amaro dovere , La coscienza accoglie attraverso tutti! SuOI sensi clo che ~SS~ non genera, almeno agli occhi di una descrizione fedele al dato e mdlper;dentemente da una produzione trascendentale degli oggetti e del valori: che in ogni caso non si potrebbe considerare un,daw puro della descnzlo~~. L'atto sensoriale essenziale consiste nell aprirsi o chiudersi,. nel dmgersi o volgere le spalle. Questa direzion~ità del senso che SI offre ~ suo oggetto è l'immagine stessa del giudizio. Ma mvece, come.suggerisce la relazione intersoggettiva dell' accoglienza nella f?rma s~duppata dell' ospitalità, non si dà accoglimento senza la matunta di un lo che n- lo A. PFANDER, Motive und Motivation, cit., distingue il motivo dalla se~plic~ te-?denza ~~pulsiva mediante quell' atteggiamento correlativo del voi,ere che ~scolta un~ rlve?dicazl0ofs Pft n - der chiama questo geistiges Cehor, questo punto di accoghmento, ilsee.lengelst, e l o~pone a ee :: leib (all'io eccentrico, secondo l'espressione di Hans Reiner), che Ogili tendenza puo lacerare e - che forzare e sedurre, ivi, 155.

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